Santi del 21 Novembre - Istituto Aveta

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Santi del 21 Novembre

Il mio Santo > I Santi di Novembre

*Sant'Agapio di Cesarea - Martire (21 novembre)

Etimologia: Agapio = amore per il prossimo, dal greco
Martirologio Romano: A Cesarea in Palestina, Sant’Agapio, martire: già più volte sottoposto ai supplizi, ma sempre rinviato a più grandi combattimenti, secondo la tradizione durante i giochi dell’anfiteatro fu dato in pasto ad un orso in presenza dello stesso Massimino e, poiché respirava ancora, il giorno dopo fu affogato in mare con delle pietre legate ai suoi piedi.
Santi Timoteo, Agapio e Tecla, (Martiri)
Eusebio di Cesarea nel suo trattato su "I martiri di Palestina" inizia la descrizione di ciò che avvenne durante il secondo anno della persecuzione (304-505) nel suo paese, dopo l'arrivo del governatore Urbano, con il racconto del martirio di Timoteo.
«A Gaza, città della Palestina, Timoteo, dopo aver sopportato molte torture, venne infine gettato su un fuoco basso e lento. Dando una autenticissima prova della sua pietà verso Dio con la pazienza nel sopportare tutti i supplizi, egli guadagnò la corona degli atleti vincitori nei giochi sacri della religione».
E, subito dopo questo breve racconto, in cui è riassunto tutto quanto si conosce su Timoteo, Eusebio continua: «Nello stesso suo tempo, Agapio e Tecla, nostra contemporanea, dimostrarono una generosissima resistenza e vennero condannati a servire di cibo alle belve».
La narrazione di Eusebio (almeno nella recensione breve) non ci informa di quello che avvenne successivamente a Tecla; per contro si ritrovano alcuni dati complementari a proposito di Agapio, un pò più in là, nella stessa menzione, quando si tratta del quarto anno della persecuzione (306-307). Il vescovo di Cesarea racconta come il 12 delle calende di dicembre, il 20 del mese di dios e cioè al 20 novembre 306 (Eusebio precisa che era di venerdì, ma si tratta di un errore di concordanza poiché in quell'anno il 20 novembre cadeva di mercoledì) alla presenza dell'imperatore Massimino stesso, si svolse il supplizio di Agapio nello stadio di Cesarea, dove egli era già stato condotto in altre circostanze ed ogni volta era stato rimandato dal giudice, che lo riservava ad altre lotte.
Ecco quindi come, secondo Eusebio, Agapio consumò il suo martirio: «In quanto all'atleta della pietà [Agapio] fu chiamato dapprima dal tiranno; poi gli fu chiesto di rinnegare la sua decisione contro promessa della libertà. Ma egli testimoniò a gran voce che non era certo per una cattiva causa ma per la sua pietà verso il Creatore dell'universo che avrebbe volentieri e con piacere sopportato generosamente tutti i maltrattamenti che gli sarebbero stati inflitti. Dicendo questo, aggiunse l'atto alla parola, e si slanciò correndo verso un'orsa scatenatagli contro e si offri con gran letizia per servirle di cibo.
Dopo che quella l'ebbe lasciato, mentre respirava ancora, fu riportato in prigione e colà sopravvisse per un giorno.
All'indomani, gli fu legata una pietra ai piedi e fu gettato in mezzo al mare» (I martiri di Palestina, VI, 6-7).
I Sinassari bizantini commemorano insieme i tre martiri Timoteo, Agapio e Tecla al 19 agosto e anche al 19 settembre. Si ritrova ancora la menzione di Timoteo, solo, al 19 febbraio; è tuttavia impossibile dire quale di queste tre date potrebbe essere quella del martirio di Timoteo. In quanto a Agapio, è commemorato da solo al 19 novembre (che sarebbe quindi la vigilia del giorno indicato da Eusebio come quello della sua morte).
É difficile identificare con certezza il Timoteo commemorato al 14 marzo nel Calendario palestino-georgiano del Sinaiticus 34 con il martire omonimo di Gaza. G. Garitte fa notare a ragione che questa data potrebbe essere una risonanza di quella del 24 marzo, che è il giorno della morte del gruppo degli otto martiri di Cesarea, il racconto del cui martirio è dato da Eusebio subito dopo quello di Timoteo. Tale ravvicinamento non basta da solo, tuttavia, a concludere che quest'ultimo venne martirizzato precisamente il 14 marzo 305. Lo stesso calendario commemora Agapio al 22 novembre, data che sarebbe quella del secondo giorno successivo alla sua morte.
Nel Martirologio Geronimiano, al 19 agosto si può ricostruire la menzione di Timoteo da solo, senza gli altri due martiri.
In Occidente i Martirologi storici hanno ignorato il culto di questi tre martiri, sia insieme, sia separatamente. Bisogna giungere a C. Baronio per vedere introdotti nel Martirologio Romano da una parte, al 19 agosto, i tre martiri Timoteo, Tecla e Agapio, senza altra localizzazione che la Palestina, e dall'altra, al 20 novembre Agapio da solo, a Cesarea di Palestina.
Nell'elogio a lui dedicato è erroneamente indicato che il martire mori sotto Galerio Massimiano, mentre si tratta di Massimino. Notiamo infine che a Gaza fu elevata una basilica (martyrion) in onore di Timoteo come riferisce la Vita di san Porfirio di Gaza (v. BSS, X, coli. 103943) di Marco, il Diacono.
(Autore: Joseph-Marie Sauget – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Agapio di Cesarea, pregate per noi.


*Sant'Aimone di Urtières - Vescovo di San Giovanni di Maurienne (21 novembre)
† 1334
Etimologia: Aimone = difende la casa con la spada, dal sassone
Sant’Aimone di Moiolans-Urtières è il quarantesimo vescovo dell’antica diocesi di San Giovanni di Moriana o Maurienne. Nella lista episcopale figura dopo Pierre de Guelis e prima di Amblartd d’Entremont.
La diocesi di San Giovanni di Moriana fu eretta intorno al 575, grazie al re di Borgogna, Gontrano in occasione della traslazione in città delle reliquie di San Giovanni Battista.
Il nome del primo vescovo di Moriana, Felmasio, è contenuto in un antico documento, dove si relaziona di un miracolo legato alle reliquie del Battista, che sono all'origine della fondazione della diocesi.
La sede episcopale della diocesi era nella cattedrale di San Giovanni Battista, che fu distrutta dai saraceni nel 943 e poi ricostruita nel corso dell’anno mille.
Si pensa che resse la diocesi dal 1308 al 1334, anno della sua morte.
Sappiamo che nella chiesa del priorato di San Nicola in Albino, presso Montnélian, nella diocesi di Chambéry esisteva una cappella in suo onore chiamata la “chapel Sancti Aimonis seu Sanctae Crucis”.
Non esiste un culto specifico per questo santo. Viene ricordato, con Sant’Airaldo, pure vescovo di San Giovanni di Moriana, nel giorno 21 novembre.
(Autore: Mauro Bonato - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Aimone di Urtières, pregate per noi.


*Santi Celso e Clemente - Martiri (21 novembre)

Emblema: Palma
Il 21 novembre nel Martirologio Romano sono commemorati, come martiri a Roma, Celso e Clemente, introdottivi dal Baronio sull'autorità del Martirologio di San Ciriaco (sec. XI), che, però, è testo di scarso valore storico.
In realtà, Clemente è il Papa del sec. I, celebrato il 23 novembre, la cui memoria, nel Martirologio Geronimiano, ricorre anche, per un'erronea anticipazione, al 21 novembre.
Di Celso, invece, nulla può dirsi, ma è possibile che al 21 novembre sia celebrato uno dei tanti Santi di questo nome, che ricorre molto spesso nei martirologi antichi.
(Autore: Alfonso Codaghengo – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santi Celso e Clemente, pregate per noi.


*Beata Clelia Cleopatra Maria Merloni - Fondatrice (21 novembre)

Forlì, 10 marzo 1861 - Roma, 21 novembre 1930
Clelia Cleopatra Maria Merloni nacque a Forlì il 10 marzo 1861, figlia di Gioacchino Merloni e Maria Teresa Brandinelli. A ventidue anni entrò tra le Figlie di Nostra Signora della Neve, ma dovette uscirne per motivi di salute prima ancora dei voti temporanei. Dopo un’esperienza a Genova come direttrice di un orfanotrofio, entrò in contatto con le Figlie della Divina Provvidenza, fondate da san Luigi Guanella.
Nel 1893 fu nuovamente colpita dalla tubercolosi: mentre era giudicata in fin di vita, capì che Dio voleva da lei un’opera dedicata al Sacro Cuore di Gesù. Nel 1894, insieme a una compagna, si diresse a Viareggio, dove mossero i primi passi le suore Apostole del Sacro Cuore. Finita in miseria a causa dell’amministratore dei beni ereditati dal padre, Clelia, ormai Madre fondatrice, fu aiutata dal Beato Giovanni Battista Scalabrini, vescovo di Piacenza e fondatore dei Missionari di San Carlo, che stava per creare un’analoga istituzione femminile.
Il 10 giugno 1900, il vescovo approvò le Costituzioni delle Apostole Missionarie del Sacro Cuore, come vennero a chiamarsi. A causa di numerosi contrasti e di calunnie, mentre la fusione con la comunità fondata da monsignor Scalabrini non riuscì, madre Clelia fu inizialmente esautorata dal ruolo di superiora generale, poi scelse lei stessa di farsi da parte, domandando la dispensa dai voti. Da allora, per lei cominciò un vero e proprio esodo, vissuto appoggiandosi solo sull’amore del Cuore di Gesù. Ormai anziana e malata, ottenne di essere riaccolta nell’istituto da lei fondato che, intanto, aveva preso il nome di Zelatrici del Sacro Cuore (nel 1968 ha ripreso il nome originario). Si spense nella Casa generalizia, a Roma, il 21 novembre 1930. È stata beatificata il 3 novembre 2018, sotto il pontificato di papa Francesco. I suoi resti mortali sono venerati nella chiesa annessa alla casa generalizia delle Apostole del Sacro Cuore a Roma, in via Germano Sommeiller 38.
I primi anni
Clelia Merloni nacque a Forlì il 10 marzo 1861, ultima e unica sopravvissuta delle tre figlie di Gioacchino Merloni e Maria Teresa Brandinelli. Fu battezzata nella cattedrale di Forlì lo stesso giorno della nascita, coi nomi di Clelia Cleopatra Maria.
Il 2 luglio 1864, Clelia perse la madre. Fu quindi affidata alla nonna materna perché il padre, già operaio ferroviere, si era trasferito a Sanremo in cerca di un’occupazione migliore. Una volta migliorata la propria posizione, Gioacchino si fece raggiungere dalla figlia. Si risposò con Maria Giovanna Boeri, che volle molto bene alla piccola Clelia. La bambina ricambiava il suo affetto e ascoltava con attenzione i suoi insegnamenti, improntati ai principi religiosi.
Tuttavia, il padre iniziò una relazione con una delle domestiche di casa, Bianca, che cominciò a comportarsi come se fosse la padrona. Clelia soffrì parecchio per la situazione che si era venuta a creare, tanto più che Maria Giovanna decise di lasciare il tetto coniugale, ma allo stesso tempo affinò il suo spirito di preghiera.
Il 23 ottobre 1872 ricevette la Cresima nella basilica di San Siro a Sanremo, per le mani di monsignor Lorenzo Biale, vescovo di Ventimiglia. Non esistono documenti relativi, invece, al giorno della Prima Comunione.
La vocazione
Gioacchino, intanto, era diventato tanto ricco da poter fornire a Clelia la miglior educazione possibile. Per alcuni mesi, la ragazza fu allieva interna dell’istituto delle Suore della Purificazione a Savona, precisamente dall’11 ottobre 1876 al 18 gennaio 1877, quando uscì per motivi di salute. Tornata in famiglia, arricchì la propria formazione con lezioni private di francese e inglese e imparò anche a suonare il pianoforte.
Tuttavia, provava un certo disagio di fronte a quelle lezioni, giudicate necessarie perché diventasse una buona padrona di casa e una donna da sposare. Piuttosto che nei salotti e nei ricevimenti cui era obbligata a partecipare, si sentiva meglio quando riusciva ad andare a pregare in qualche chiesa.
Inoltre, si era accorta che il padre era diventato particolarmente attaccato al denaro e in più, pur non condividendone alcune posizioni anticlericali, si era avvicinato alla massoneria. Anche per questa ragione, ossia per riparare le colpe paterne, Clelia comprese di dover consacrare tutta sé stessa a Dio.
Manifestò quindi al padre il suo desiderio: in tutta risposta, si vide presentare un ricco giovane amico di famiglia. Quando l’uomo si rese conto che la figlia s’intristiva e restava chiusa alle sue proposte, le concesse di partire, assegnandole anche un contributo fisso mensile in denaro.
Tra le Figlie di Nostra Signora della Neve
Il 19 novembre 1883, Clelia fu accolta tra le Figlie di Nostra Signora della Neve, una congregazione fondata appena quarant’anni prima dal canonico Giovanni Battista Becchi. Il 7 settembre 1884, con la vestizione religiosa, ricevette il nome di suor Albina.
Pronta a vivere l’indirizzo specifico dell’istituto, che puntava all’educazione dell’infanzia e viveva con particolare intensità la devozione al Sacro Cuore di Gesù, suor Albina dovette però fare i conti con la sua salute cagionevole. Fu trasferita nella casa che le suore avevano a Diano Marina, ma il 23 febbraio 1887 la zona fu colpita da un terremoto. Così, dato che l’edificio era inagibile, dovette tornare in famiglia.
L’orfanotrofio a Genova
Clelia, che aveva quindi ripreso il suo nome di Battesimo, mise a frutto quanto aveva imparato nei suoi primi passi nella vita consacrata. Si trasferì a Nervi, all’epoca comune autonomo nei pressi di Genova: insieme a Giuseppina Coen e a una suora, Vittoria Bruzzo, aprì un piccolo orfanotrofio nell’agosto 1888.
Tuttavia, l’orfanotrofio fu costretto a chiudere dopo meno di un anno. Una delle insegnanti, infatti, esercitava punizioni corporali troppo severe sulle bambine, in particolare su Natalina Berretta. Clelia, che era la dirigente della struttura, dovette affrontare tre processi penali: lei fu riconosciuta innocente, ma dovette ugualmente pagare di tasca propria la multa ordinata dal tribunale.
Tra le Figlie della Divina Provvidenza di San Luigi Guanella
A quel punto, Clelia cominciò a domandarsi se davvero Dio volesse la sua consacrazione. Entrata a contatto con le suore Figlie della Divina Provvidenza, si sentì rispondere che, per farsi aiutare meglio, doveva rivolgersi direttamente al fondatore, don Luigi Guanella, che risiedeva a Como.
Il 14 agosto 1892 fu ricevuta dal futuro Santo (è stato canonizzato nel 2011), il quale notò subito che in lei c’era qualcosa di particolare. Così, Clelia cominciò a vivere le opere tipiche della congregazione: insegnava a leggere e a far di conto alle piccole orfane, le istruiva nel canto per la liturgia e dormiva in una cameretta vicina al loro dormitorio. In più, spesso andava alla questua, con la quale coinvolgeva molte persone nell’opera di don Guanella.
Un’opera dedicata al Cuore di Gesù
Mentre era nel pieno della sua nuova vita, Clelia ebbe un altro crollo fisico: la tubercolosi, di cui aveva già sofferto, si ripresentò nel 1893. Il medico della congregazione la giudicò in fin di vita: fu quindi ordinato che le venissero amministrati i Sacramenti dei moribondi.
Il confessore della comunità, don Pietro Uboldi, venne al capezzale di Clelia, ma si sentì rivolgere una confidenza: lei sentiva di dover fondare un’opera dedicata al Cuore di Gesù. Certo che non stesse delirando, il confessore invitò le suore e le orfane a compiere una novena alla Madonna: se fosse stato volere di Dio che l’opera sorgesse, la malata si sarebbe ripresa.
Terminata la novena, Clelia risultò perfettamente guarita. Aiutata dai superiori, comprese di dover dare corpo a quel progetto. Lo stesso don Guanella acconsentì alla sua partenza, in modo che potesse dedicarsi pienamente alla sua nuova missione, e le lasciò una lettera come garanzia.
A Viareggio, nascita delle Apostole del Sacro Cuore di Gesù
Seguendo un’ispirazione avuta in sogno, Clelia partì, insieme a Elisa Pederzini, verso Viareggio. Non sapeva neppure dove fosse: dovette cercarla sulla carta geografica. Il 30 maggio 1904, le due donne vennero accolte dal parroco della chiesa di San Francesco (oggi di Sant’Antonio di Padova), padre Serafino Bigongiari, il quale le presentò ai parrocchiani.
La piccola comunità, cui si aggiunsero altre donne, cambiò molte volte abitazione, ma non l’intento: accogliere ed educare bambine e ragazze orfane, insieme a donne anziane. L’11 giugno 1894 Clelia, Elisa e Teresita, la prima che le aveva raggiunte, indossarono una sorta di divisa: nascevano quindi le Apostole del Sacro Cuore di Gesù. Non si può parlare propriamente di vestizione, perché non avevano nessuna forma di riconoscimento canonico.
L’inizio delle prove e la morte di Gioacchino Merloni
Di fatto, il vescovo di Lucca, monsignor Nicola Ghilardi, fu molto contrariato del fatto che padre Serafino avesse accolto le due viaggiatrici senza prima avvisare lui. Da allora cominciò un lungo periodo di contrasti tra Clelia, ormai Madre fondatrice, e la Curia vescovile lucchese.
Intanto, suo padre era in fin di vita. La maggior preoccupazione di madre Clelia era che rischiava di morire senza essersi riconciliato con Dio. Cominciò quindi a viaggiare sempre più spesso tra Viareggio e Sanremo, causando parecchi malumori nelle suore.
Gioacchino Merloni, alla fine, morì il 27 giugno 1895: come la figlia aveva sperato, aveva ricevuto gli ultimi Sacramenti ed era morto prima che finisse il mese, tradizionalmente dedicato al Sacro Cuore, di giugno.
Il tracollo finanziario
Diventata erede di tutti i suoi beni, madre Clelia pensò di lasciarne l’amministrazione a un collaboratore del padre, ma suor Elisa la convinse ad affidarla a don Clemente Leoni, parroco di San Giuseppe a Sanremo, che aveva assistito Gioacchino nei suoi ultimi tempi.
Una mattina, madre Clelia si svegliò di soprassalto e scosse suor Elisa, che dormiva nella stessa camera: le ordinò di venire con lei a Sanremo, perché erano rovinate. Arrivate in città, scoprirono che l’amministratore aveva dilapidato parte del patrimonio ed era scappato in Francia col resto.
A Piacenza con l’appoggio del Beato Giovanni Battista Scalabrini
Per questa ragione, le suore e la stessa fondatrice cominciarono a questuare per ottenere fondi e, in tal modo, evitare la chiusura delle scuole e degli orfanotrofi da loro istituiti. Madre Clelia, da parte sua, cercava di leggere nel modo giusto l’accaduto.
Fu in quel modo che suor Nazzarena Viganò e suor Giuseppina Heim, di passaggio per Piacenza agli inizi del 1898, entrarono in contatto col vescovo del luogo, monsignor Giovanni Battista Scalabrini (Beato dal 1997). Sconvolto dall’incontro con la realtà degli emigranti, aveva già fondato i Missionari di San Carlo per l’assistenza degli italiani all’estero.
Monsignor Scalabrini accolse le prime figlie di madre Clelia nel febbraio 1899, vedendo in loro un aiuto provvidenziale per realizzare la nascita del futuro ramo femminile dei Missionari di San Carlo. In più, il 25 ottobre 1895, aveva ricevuto i voti temporanei delle prime “Ancelle degli orfani e dei derelitti all’estero”.
Preoccupazioni per madre Clelia
Le suore di madre Clelia ricevettero una formazione apposita, ma il risultato fu che, quando venne a trovarle all’Istituto Cristoforo Colombo di Piacenza, alcune di esse non vollero incontrarla.
Peraltro, monsignor Scalabrini stava pensando di cambiare il nome della loro fondazione. Appena lo seppe, madre Clelia lo supplicò in una lettera: «Lasciare il titolo di Apostole del Sacro Cuore per prenderne un altro, non è più mandare avanti l’opera incominciata per la quale sacrificai salute, riputazione e tutto quanto il mio patrimonio, ma sarebbe distruggerne uno per fondarne un altro». Si disse anche disposta a ritirarsi ad Alessandria, ospite di madre Maria Antonia Grillo Michel (al secolo Teresa, beatificata nel 1998) e delle sue Piccole Suore della Divina Provvidenza, pur di salvare tutto.
Monsignor Scalabrini comprese le sue preoccupazioni: le offrì di aprire una casa ad Alessandria e di far venire a Piacenza quindici suore, che di fatto furono dodici. Questo gruppo risiedette, dal 2 giugno 1899, all’albergo della Croce Rossa e fu affidato, per la formazione, a suor Candida Quadrani, delle Figlie di Sant’Anna.
L’approvazione delle Costituzioni
Madre Clelia chiese chiarimenti, perché non vedeva bene il fatto che le sue suore avessero una formazione separata. Monsignor Scalabrini ebbe una reazione inizialmente dura, ma poi l’invitò a venire a Piacenza, anche perché, intanto, la casa di Viareggio era prossima alla chiusura.
Tra il 14 e il 16 febbraio 1900, le suore della comunità di Alessandria e madre Clelia, scaduto il contratto d’affitto, passarono nella Villa San Francesco a Castelnuovo Fogliani. Nel maggio successivo, anche le suore dell’Istituto Cristoforo Colombo le raggiunsero.
Il 10 giugno 1900, monsignor Scalabrini approvò per un decennio le Costituzioni della nuova congregazione, che aveva una duplice finalità: garantire il servizio ai migranti e propagare il culto al Sacro Cuore di Gesù. La prima professione fu celebrata il 12 giugno nella cattedrale di Piacenza: professarono nove suore, compresa madre Clelia.
Il nome alla fine fu fissato in Suore Apostole Missionarie del Sacro Cuore. Il secondo aggettivo fu lasciato cadere quasi subito, per evitare confusione con le omonime Missionarie del Sacro Cuore fondate da madre Francesca Saverio Cabrini (canonizzata nel 1946).
Espansione in Italia e all’estero
Due mesi dopo, le prime Apostole partirono per il Brasile, precisamente per San Paolo. Tuttavia, anche lì si crearono contrasti: suor Elisa Pederzini fu nominata superiora, in sostituzione di madre Assunta Marchetti (beatificata nel 2014), già presente sul luogo con le prime “Ancelle degli orfani e dei derelitti all’estero”. Le due comunità non riuscirono mai a fondersi del tutto: erano troppe le divergenze nei carismi originari.
Un secondo gruppo fu destinato invece a Curitiba, nel Paraná, dove si occupò di un orfanotrofio. Le vocazioni locali non tardarono a venire: dopo qualche tempo, fu aperto il primo noviziato a Santa Felicidade, nei pressi di Curitiba.
Il 16 giugno 1902, infine, altre Apostole del Sacro Cuore sbarcarono a Boston, negli Stati Uniti d’America, in appoggio alla parrocchia del Sacro Cuore, retta dai Missionari di San Carlo. Anche lì, dopo qualche anno, insorsero questioni economiche, che portarono madre Clelia a difendere con un suo scritto l’operato delle sue figlie.
In Italia, invece, la Casa madre era stata stabilita a Piacenza, a Palazzo Falconi, nei primi mesi del 1901. Grazie alla rivista «Il trionfo del Cuore di Gesù sul cuore umano» e a lettere da lei spedite a molti parroci del Nord Italia, madre Clelia poté accogliere numerose postulanti.
Quell’azione fece finire le Apostole del Sacro Cuore sulle pagine del «Corriere della Sera», in un articolo dove le si accusava di reclutare forzatamente le giovani, ma si verificò l’opposto: molte, dopo averlo letto, s’informavano circa la nuova istituzione. Anzi, se madre Clelia riconosceva che le candidate erano più adatte, ad esempio, per l’istituto di madre Maria Antonietta Michel, le inviava a lei, che ricambiava.
Continuano le prove
Le accuse contenute in quell’articolo erano di poco conto rispetto a quelle cui madre Clelia faceva sempre più fronte. Se da una parte perdonava, dall’altra esprimeva i propri dubbi a monsignor Scalabrini, tanto più che le voci calunniose erano giunte alla Sacra Congregazione dei Religiosi.
La morte improvvisa del vescovo, avvenuta il 1° giugno 1905, addolorò moltissimo madre Clelia.
Il suo successore sulla cattedra di Piacenza, monsignor Giovanni Maria Pelizzari, le consigliò di passare sotto la diocesi di Alessandria, mentre il nuovo superiore generale dei Missionari di San Carlo, padre Domenico Vicentini, affermò di non avere nessuna competenza giuridica sulle sue suore.
In Brasile, in un secondo momento, si verificò la separazione tra le suore di madre Clelia e quelle di madre Assunta Marchetti, che dal 22 settembre 1907 passarono sotto la giurisdizione del vescovo di San Paolo del Brasile. Il loro nome definitivo divenne poi quello di Suore Missionarie di San Carlo, dette popolarmente Scalabriniane.
La dispensa dai voti
Nel 1909 si svolse la prima visita apostolica all’istituto di madre Clelia. Ne seguirono altre, nei due anni successivi, ma in nessun caso fu interpellata direttamente la fondatrice. Piuttosto, vennero ascoltate voci a lei avverse. Il risultato fu che, nel 1911, madre Clelia fu deposta dal ruolo di superiora generale. La casa generalizia venne trasferita a Roma nel 1913, anno in cui il nome dell’istituto cambiò ancora: da Apostole a Zelatrici del Sacro Cuore.
Madre Clelia, che risiedeva ad Alessandria, tentò di ottenere ascolto da papa Benedetto XV, ma invano. Le restava una sola possibilità: chiedere la dispensa dei voti, pur di salvare le sue figlie. La richiesta, scritta il 10 aprile 1916 e rinnovata il 29 maggio, fu accolta: il 2 giugno fu notificato che la Sacra Congregazione dei Religiosi, il 24 maggio, aveva concesso la dispensa.
Un lungo esodo
Per Clelia e per le poche suore che le erano rimaste fedeli cominciò un vero e proprio esodo, che ebbe come prima tappa Genova, dal giugno 1916 al settembre 1917, quando si spostarono a Torino. Non mancarono per lei i dubbi e i momenti di smarrimento, che annotò nel suo diario. Allo stesso tempo, ottenne degli aiuti finanziari da parte dell’arcivescovo di Torino, il cardinal Agostino Richelmy.
Dal 4 ottobre 1921 si spostò a Roccagiovine, ospite di don Giuseppe Di Gennaro, parroco del luogo, che l’aveva conosciuta a Torino. Dal giorno dell’arrivo, Clelia, la cui salute stava peggiorando, si dedicò prevalentemente a sostenere con la preghiera le sorelle che l’avevano seguita e che insegnavano il catechismo in paese.
Quando don Giuseppe fu nominato parroco a Marcellina, anche le suore vennero con lui. Nello stesso anno 1924, Clelia emise il voto di umiltà, col quale s’impegnava ad abbassare il suo amor proprio, purché trionfasse quello di Gesù. Continuava la sua vita ritirata, nella quale aveva grande spazio la preghiera, specie per le sue Apostole e per quanti, in vario modo, l’avevano ferita.
Ritorno tra le sue figlie
Col tempo, Clelia si era resa conto di aver domandato la dispensa dai voti in un momento di smarrimento. Certa di aver ancora poco tempo, sollecitò di poter vivere i suoi ultimi giorni come Apostola del Sacro Cuore.
Dopo un cospicuo scambio di lettere con madre Marcellina Viganò, la madre generale, il 7 marzo 1928 partì alla volta di via Germano Sommeiller a Roma, sede della Casa generalizia. Avrebbe riemesso i voti dopo aver seguito un corso di Esercizi spirituali, ma, secondo alcuni testimoni oculari, lo fece solo poco prima di morire.
Le fu assegnata una stanza al secondo piano, con una piccola porta che dava sul coretto della chiesa interna alla casa. In quel modo, poteva adorare Gesù nel Tabernacolo senza spostarsi troppo. Era quasi la sua unica compagnia, dal momento che non poteva avere visite senza il permesso delle superiore. Alle suore giovani non si parlava mai di lei, né era concesso di chiedere informazioni.
La morte
Nel novembre 1930 la salute di madre Clelia si aggravò: le era stato diagnosticato un tumore all’intestino. Nonostante i dolori, era serena e li offriva per i peccatori e per le sue suore. Ricevette dal cappellano della casa, monsignor Raffaele Fulin, la Comunione e l’assoluzione.
Verso l’una di notte del 21 novembre, perse i sensi: si riebbe dopo aver ricevuto l’Unzione degli Infermi. Rispose alle preghiere suggerite dal cappellano e continuò a chiedere perdono delle proprie colpe. Qualche istante dopo, morì.
Il 23 novembre si svolse il suo funerale, dopo il quale fu sepolta nella cappella del Cuore di Gesù agonizzante presso il cimitero del Verano, dato che le Zelatrici del Sacro Cuore non avevano una tomba propria. I suoi resti mortali rischiarono di andare dispersi durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale, ma furono riconosciuti e traslati, il 20 maggio 1945, nella chiesa annessa alla Casa generalizia.
La riscoperta della sua memoria
Sulla lastra tombale fu definita, per la prima volta dopo anni, come Fondatrice. Fu il primo passo per una riscoperta del suo ruolo effettivo, promossa dalla quarta superiora generale, suor Hildegarde Campodonico. Seguirono le prime ricerche storiche, compendiate in alcune biografie, e la pubblicazione delle lettere.
Il 2 febbraio 1968, a seguito della richiesta formulata dall’assemblea generale straordinaria, le Zelatrici del Sacro Cuore tornarono al nome originario, come voluto da madre Clelia stessa. La sua fama di santità riemerse a partire dalla sua congregazione, dove, dal 1969, cominciò a essere recitata una preghiera per chiedere la sua intercessione.
La causa di beatificazione e canonizzazione fino al decreto sulle virtù eroiche
Il processo informativo diocesano per l’accertamento delle sue virtù eroiche si è svolto dal 18 giugno 1990 al 1° aprile 1998, presso il Vicariato di Roma. La Congregazione delle Cause dei Santi ha convalidato gli atti del processo il 21 maggio 1999.
La “Positio super virtutibus”, trasmessa nel 2014, è stata esaminata il 20 ottobre 2015 dai Consultori Teologi della Congregazione delle Cause dei Santi. Il 13 dicembre 2016, anche i cardinali e i vescovi membri della stessa Congregazione si espressero a favore dell’esercizio in
grado eroico delle virtù. Infine, il 21 dicembre 2016, papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del decreto con cui madre Clelia Merloni veniva dichiarata Venerabile.
Il miracolo per la beatificazione
Come possibile miracolo per ottenere la sua beatificazione è stato preso in esame quanto avvenuto a Pedro Ângelo de Oliveira Filho, medico brasiliano. Il 14 marzo 1951 fu colpito da una paralisi ai quattro arti. Dopo il trasferimento all’ospedale Santa Casa della Misericordia di Ribeirao Preto, fu diagnosticata più precisamente come paralisi ascendente progressiva, dovuta alla sindrome di Landry o di Guillain-Barré.
Nel giro di poche settimane, la paralisi raggiunse la gola, in modo tale che il malato non poteva neppure deglutire. Il 20 marzo, i medici riferirono ai familiari del malato di prepararsi al peggio. La sera stessa, Angelina Oliva, moglie del malato, incontrò un’Apostola del Sacro Cuore, suor Adelina Alves Barbosa, infermiera presso l’ospedale.
La suora prese un’immaginetta con la novena a madre Clelia, a cui era attaccata una reliquia “ex indumentis”, tratta dal suo velo. Dal frammento di stoffa prese un filo sottile, che mise in un cucchiaino con un po’ d’acqua, e lo diede al malato, mentre la moglie e i figli pregavano per lui.
Dopo qualche minuto, visto che l’acqua era stata ingerita, la suora gli passò due dita d’acqua in un bicchiere, che bevve completamente. Subito dopo gli diede del latte e, infine, una crema di latte e mais. Nel giro di venti giorni, Pedro Ângelo fu dimesso in completa salute. Morì il 25 settembre 1976 per arresto cardiaco, quindi per cause estranee alla precedente malattia.
Il riconoscimento del miracolo e la beatificazione
Il processo diocesano sull’asserito miracolo si è svolto, anche se il fatto è avvenuto in Brasile, presso il Vicariato di Roma, dal 25 gennaio 2005 all'11 aprile 2011. La Consulta medica della Congregazione delle Cause dei Santi, il 23 febbraio 2017, si è pronunciata a favore dell’inspiegabilità scientifica dell’accaduto.
Il 27 giugno successivo, il Congresso peculiare dei Teologi ha espresso il proprio parere affermativo circa l’avvenuta guarigione e l’intercessione della fondatrice delle Apostole del Sacro Cuore. I cardinali e i vescovi della Congregazione delle Cause dei Santi, il 9 gennaio 2018, hanno confermato quel giudizio positivo.
Il 27 gennaio 2018, ricevendo in udienza il cardinal Angelo Amato, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del decreto con cui la guarigione di Pedro Ângelo de Oliveira Filho era da considerare un miracolo ottenuto per intercessione di madre Clelia Merloni.
La beatificazione è stata quindi celebrata il 3 novembre 2018 a Roma, nella basilica di San Giovanni in Laterano. A presiedere il rito, come delegato del Santo Padre, il cardinal Giovanni Angelo Becciu, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi.
Le Apostole del Sacro Cuore oggi
Oggi le Apostole del Sacro Cuore sono circa un migliaio e contano comunità in quindici paesi del mondo: Svizzera, Brasile, Argentina, Cile, Uruguay, Stati Uniti, Mozambico, Benin, Albania, Taiwan e Filippine.
Portano avanti gli insegnamenti di madre Clelia prevalentemente in istituti scolastici, ma anche in case-famiglia, ospedali e case di cura. All’istituto è aggregata la Grande Famiglia del Sacro Cuore, formata da famiglie e da singoli fedeli laici.
(Autore: Emilia Flocchini - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Clelia Merloni, pregate per noi.


*Beata Francesca Siedliska (Maria di Gesù Buon Pastore) - Fondatrice (21 novembre)
Roszkowa Wala (Varsavia), 12 novembre 1842 – Roma, 21 novembre 1902
Nacque presso Varsavia in Polonia il 12 novembre 1842. Attorno al 1860 prese piena coscienza della sua vocazione alla vita religiosa. Una chiamata che non trovò il favore della famiglia.
Nonostante fosse di salute cagionevole dovette seguire i genitori in diverse località europee. Nel 1873 padre Leandro Lendzian, sua guida spirituale, disse a Francesca che scorgeva in lei la chiamata a fondare una famiglia religiosa.
Progetto al quale la giovane si mise subito a lavorare.
Il 1° ottobre 1873, fu ricevuta dal Papa che approvò l'idea della fondazione delle «Suore della Sacra Famiglia di Nazareth», la cui casa madre fu stabilita a Roma. Il 1° maggio 1884 la fondatrice e le prime compagne fecero la professione religiosa; Francesca prese il nome di suor Maria di Gesù Buon Pastore.
Ebbe inizio così un'intensa attività di evangelizzazione che portò la fondatrice anche in America, Inghilterra, Francia, Polonia. Morì il 21 novembre 1902 morì. È stata beatificata a Roma il 23 aprile 1989. (Avvenire)
Martirologio Romano: A Roma, Beata Maria di Gesù Buon Pastore (Francesca) de Siedliska, vergine, che, partita dalla Polonia per motivi politici, fondò l’Istituto delle Suore della Santa Famiglia di Nazareth per provvedere agli emigrati dalla sua patria.
A leggere la biografia della Beata Maria di Gesù Buon Pastore, al secolo Francesca Siedliska, si resta meravigliati di fronte al gran numero di km percorsi in numerosi viaggi in tutta Europa e negli USA, che impegnarono buona parte della sua vita religiosa e usando i mezzi di trasporto, non certamente veloci e confortevoli di fine Ottocento.
Francesca Siedliska, nacque nel castello di Roszkowa Wala presso Varsavia in Polonia il 12 novembre 1842, primogenita dei coniugi Adolfo Siedliska e Cecilia di Morawska, discendenti da antica nobiltà polacca; la zona della Polonia ove abitavano, era allora sotto la protezione dello Zar di Russia e venti anni dopo nel 1863, fu incorporata nell’impero dello zar.
Crebbe con l’affetto dei genitori, preoccupati però più della sua salute non florida e della sua formazione culturale, che da quella di dargli una educazione religiosa.
In un ambiente imbevuto di indifferenza religiosa, propria della filosofia di quel tempo, Francesca cominciò a conoscere Dio attraverso un’istitutrice molto brava e colta, che le insegnò anche a pregare; ma la morte improvvisa di questa istitutrice, la privò del suo sostegno spirituale.
Successivamente una parente materna la preparò alla prima confessione; poi la madre si ammalò gravemente e Francesca angosciata, ebbe la forza d’implorare la Madonna per la sua guarigione, che avvenne di lì a poco.
Proprio in questo periodo, quando Francesca assisteva la madre ospitata a Varsavia dal nonno, incontrò nel novembre 1854 il padre cappuccino Leandro Lendzian di origine lituana e fra i due s’instaurò una intesa spirituale, che lei considerò il “momento della mia conversione; mi recai dal padre come una pagana, vuota di Dio e del Suo amore, tornai illuminata nell’amore”.
Poi con le tappe della Prima Comunione fatta il 1° maggio 1855; della dura Quaresima del 1860 vissuta da lei con profondo spirito ascetico; del drammatico confronto con il padre che voleva farla sposare e inserirla nell’ambiente dell’alta società, Francesca Siedliska prese sempre più coscienza della vocazione religiosa che man mano era maturata in lei.
Nel 1860 seguì i suoi genitori che dovettero recarsi in Svizzera, nel Tirolo, in Germania e in Francia; ma la salute forse anche per lo strapazzo dei viaggi, cominciò a declinare con preoccupazione, tanto da far temere una tubercolosi, male che imperversava in quell’epoca.
Nell’autunno del 1860 la madre l’accompagnò per cure a Merano, poi in Svizzera e infine a Cannes in Francia, dove nel 1868 anche il padre le raggiunse per fuggire l’insurrezione polacca; l’incontro della famiglia con il resurrezionista Hube, portò alla conversione del padre Adolfo.
Seguì un periodo di pace per la famiglia, proseguito anche dopo il ritorno in Polonia nel 1865 e fino alla morte del padre nel 1870.
Sempre con la guida spirituale di padre Leandro Lendzian, Francesca coltivò la sua aspirazione a consacrarsi interamente a Dio, ostacolata però dalla malferma salute.
Il 12 aprile 1873, aveva 31 anni, padre Leandro le disse chiaramente che era volontà di Dio, che iniziasse la fondazione di una nuova famiglia religiosa.
Sebbene stupita della richiesta, non oppose resistenze e cominciò l’opera suggeritole; a lei si unirono in un primo momento la madre, colpita da tempo dalla spiritualità della figlia e da due
anziane terziarie francescane appartenute ad una estinta comunità di Lublino.
La nuova comunità doveva essere dedita alla adorazione del Ss. Sacramento, all’imitazione della vita di Maria Vergine a Nazareth, all’educazione catechistica dei fanciulli; a causa dell’opposizione del Governo russo, non si poteva aprire nella Polonia di allora la Casa-madre, allora Francesca Siedliska partì per Roma a sottoporre il programma della nuova Congregazione al papa Pio IX.
Il 1° ottobre 1873, fu ricevuta dal Pontefice che approvò l’idea della fondazione delle “Suore della Sacra Famiglia di Nazareth”; a questo punto ritornata in Polonia, si ripropose la scelta di un luogo dove stabilirsi; andò in Francia a Lourdes, ma poi decise di fondare il suo Nazareth a Roma e nel 1874 vi ritornò, ed ebbe come consigliere il Generale dei Resurrezionisti padre Semenko.
Acquistò una piccola casa in via Merulana dove si stabilì, in seguito la Casa-madre fu fissata definitivamente in via Macchiavelli.
L’ideale ascetico della fondazione maturò a Loreto nel 1875, cioè imitare la vita nascosta e tutte le virtù della Sacra Famiglia di Nazareth; il periodo dal 1873 al 1876 fu detto “la primavera della Congregazione”, la prima domenica di Avvento del 1875, ebbe luogo la fondazione del nuovo Istituto, con le prime novizie arrivate dalla Polonia, le tre sorelle Wanda, Laura e Felicità Lubowidzki.
Nel 1881 fondò una nuova casa a Cracovia in Polonia; il 1° maggio 1884 la fondatrice e le prime compagne fecero la professione religiosa e in quest’occasione Francesca prese il nome di suor Maria di Gesù Buon Pastore.
Volendo estendere gli scopi della Congregazione anche alle famiglie polacche emigranti negli Stati Uniti, nel 1885, 1889 e 1896, vi si recò aprendo tre Case a Chicago e diffondendo le suore dappertutto; nel 1892 era a Parigi, dove aprì una Casa, nel 1895 fece lo stesso a Londra.
Intanto preparava le Costituzioni, in cui la Congregazione dichiarava, che suo fine principale era ricondurre le anime alla verità e di far conoscere ed amare la Chiesa di Gesù attraverso queste opere: istruzione religiosa dei catecumeni israeliti, protestanti e scismatici, ritiri spirituali per le signore, insegnamento della dottrina cristiana e della storia della Chiesa alle giovani, preparazione dei fanciulli alla Prima Comunione.
Le Costituzioni ritoccate e ampliate, furono definitivamente approvate dalla Santa Sede nel 1923, più di 20 anni dopo la morte della Fondatrice.
Madre Maria di Gesù Buon Pastore, continuò la sua opera amorevole verso le suore, specie quelle ammalate che curava e serviva personalmente; per confortare, spronare e consigliare le suore, intraprese altri viaggi in Inghilterra, Francia, Polonia.
Ma la sua forte fibra cominciò a cedere per le fatiche, i viaggi, le preoccupazioni e le tante malattie, tanto che acconsentì al consiglio dei medici e andò a trascorrere un periodo di riposo presso le Benedettine di Subiaco, tornando a Roma il 16 ottobre 1902.
Il 15 novembre fu colpita da peritonite acuta e il 21 novembre 1902 morì santamente, fra il compianto delle sue figlie, aveva 60 anni.
La sua tomba si trova nella Cappella della Casa Generalizia delle Suore della Sacra Famiglia di Nazareth in Roma.
Suor Maria di Gesù Buon Pastore Siedliska, è stata beatificata a Roma il 23 aprile 1989 da Papa Giovanni Paolo II; la sua festa liturgica è il 21 novembre.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Francesca Siedliska, pregate per noi.  

 

*San Gelasio I - 49° Papa (21 novembre)
Sec. V
(Papa dal 01/03/492 al 21/496)
Africano, presiedette nel 494 il sinodo nel quale fu redatto il decreto che porta il suo nome e che distingue i libri rivelati accettati dalla Chiesa cattolica da quelli considerati come apocrifi.
Martirologio Romano: A Roma presso San Pietro, San Gelasio I, Papa, che, insigne per dottrina e santità, onde evitare che l’autorità imperiale nuocesse all’unità della Chiesa, illustrò con vera profondità di analisi le prerogative dei due poteri, temporale e spirituale, sostenendo l’esigenza di una mutua libertà; spinto dalla sua grande carità e dai bisogni degli indigenti, per soccorrere i poveri morì egli stesso poverissimo.
La liturgia della Chiesa dedica questo giorno alla Presentazione di Maria Vergine al Tempio, seguendo un'antica tradizione che risale alla Gerusalemme del VI secolo quando, presso il Tempio, venne consacrata la basilica di Santa Maria detta Nuova.
L'episodio della presentazione al Tempio, come gli altri della nascita e della fanciullezza di Maria, non si trova nei Vangeli canonici. É narrato dal più poetico tra i testi apocrifi, il
cosiddetto Protoevangelo di Giacomo, che con tanta insistenza ha ispirato da una parte la devozione popolare, dall'altra gli artisti.
Come nome del giorno possiamo scegliere quello di Gelasio, perché oggi cade la memoria dei primo Papa di questo nome.
Il più bell'elogio di San Gelasio Papa è quello di Dionigi il Piccolo, che scrisse di lui: " Morì povero, dopo aver arricchito i poveri". Anche il Liber pontificalis dice che Gelasio "amò i poveri".
Eppure, nella storia della Chiesa, la figura di questo Santo è rimasta come quella di un "uomo", cioè di un Papa battagliero e intransigente, che nei quattro anni del suo breve pontificato tenne validamente testa al Senato romano, all'Imperatore di Costantinopoli e a vari eretici.
Di origine africana, il suo forte temperamento polemico risalta nelle lettere vigorose e mordenti, anche se un tantino verbose.
Al Senato romano, che amava il quieto vivere e permetteva ancora, nel V secolo, certe feste pagane, con la scusa che il popolo amava le tradizioni e voleva divertirsi, Papa Gelasio denunziò l'immoralità che quelle feste nascondevano o meglio rinfocolavano.
All'Imperatore di Costantinopoli, che credeva di poter intervenire nel governo della Chiesa, Gelasio scriveva chiaramente che il Papa era lui, e che non avrebbe permesso la più piccola ingerenza del potere civile nelle questioni ecclesiastiche.
Egli affermava chiaramente, insomma, quella che fu detta poi " la supremazia dello spirituale sul temporale". Il Papa era superiore all'Imperatore, non perché volesse governare o peggio opprimere, ma perché era suo compito guidare e salvare tutti gli uomini, compreso l'Imperatore.
Oltre che maestro di morale, il Papa era anche maestro di dottrina. Perciò Gelasio coni: batté risolutamente gli eretici Monofisiti, i Pelagiani, e i seguaci di Eufemio e di Acazio.
Lo zelo di quest'uomo accusato di essere duro nasceva dall'amore per la verità e per la carità. E la riprova della sua dedizione a Dio consisteva nella sua benevolenza verso i bisognosi.
Perciò il suo più bell'elogio, dopo la morte, avvenuta nel 494, fu quello che abbiamo già citato: "Morì povero, dopo avere arricchito i poveri". E si potrebbe aggiungere:" Morì non amato, da coloro che aveva arricchito con il suo amore di Padre severo, ma giusto".
(Fonte: Archivio Parrocchia)
Giaculatoria - San Gelasio I, pregate per noi.  


*Beato Josè Vila Barri - Sacerdote e Martire (21 novembre)
Schede dei Gruppi a cui appartiene:
"Beati 522 Martiri Spagnoli"
Beatificati nel 2013 - Senza data (Celebrazioni singole)
"Santi, Beati e Servi di Dio"
Martiri nella Guerra di Spagna Vittime della persecuzione religiosa - Senza Data (Celebrazioni singole)
Dopo essere stato ordinato sacerdote, nel corso del mese di luglio 1936 andò con 13 giovani religiosi nella residenza estiva a Mosqueroles (Barcellona) e li fece sparpagliare nei boschi per salvarli.
Con due di loro si recò a Vic nella casa della sorella, dove si era rifugiato anche qui uno zio religioso scolopio.
Si misero in preghiera del breviario, recitando il rosario ogni giorno.
Il 20 settembre 1936, lo zio scolopio cercò di partire per Roma, ma fu fermato dagli stessi che, al tramonto dello stesso giorno, si misero sulle tracce del Beato Josè che, prima imprigionato, fu ucciso a Gurb de la Plana, la sera del 21 novembre.
I suoi resti sono stati conservati nel cimitero parrocchiale di Granollers de la Plana fino al 2007 e furono poi trasferite nella cappella nel cimitero parrocchiale di San José Manyanet di Barcellona.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Josè Vila Barri, pregate per noi.  


*San Launo di Thouars - Vescovo (21 novembre)  

Una carta di Pietro II, vescovo di Poitiers, concessa nel 1107 all'abbazia dei Canonici Regolari di Thouars, ricorda la fondazione di questo monastero tra il 1021 e il 1047 in occasione del trasferimento delle reliquie di un San Laon (Launus).
Questo è quanto si conosce di lui; forse si trattava di reliquie di San Laudo (Lo) di Coutances, i cui resti vennero trasferiti nel sec. X nell'occidente della Francia ad Angers e a Tulle per sottrarli alle invasioni normanne.
Accreditata dal Baillet (Vies des Saints, s. 1. 1701), discussa dal bollandista Suyskens, questa identificazione è stata, anche recentemente, mantenuta dal Réau.
In mancanza di ogni altro documento non si può che dirla verosimile a cagione della rassomiglianza dei nomi e dei luoghi. Oggi Launo è commemorato il 21 novembre nel Proprio della diocesi di Poitiers.
(Autore: Gerard Mathon - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Launo di Thouars, pregate per noi.

 

*San Liberale di Embrun - Vescovo (21 novembre)

m. 920 (?)
San Liberale è stato vescovo di Embrun. Nella cronotassi della diocesi in alcune fonti figura al ventiduesimo posto, in altre al venticinquesimo, in altre ancora al ventisettesimo, menzionato intorno al 920.
Si ritiene sia nato a Brive, presso Tulle.
Eletto vescovo di Embrun, all’epoca delle invasioni dei pirati saraceni, che devastarono le coste del Mediterraneo, si ritiene che dagli usurpatori, venne cacciato dalla città.
Morì a Brive intorno al 920.
Su di lui c’è stato anche un equivoco. Alcune fonti ritenevano che nel pontificale romano San Liberale di Embrun fosse invocato con San Marco.
Ma lo storico Victor Leroquais segnalò che quel San Liberale era da ritenersi il patrono di Treviso.
La sua festa è stata fissata al 21 novembre.
(Autore: Mauro Bonato - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Liberale di Embrun, pregate per noi.

 

*San Mauro di Cesena - Vescovo (21 novembre)
† Cesena, 21 novembre 946 ca.
Nel giorno in cui si celebra la Presentazione di Maria viene ricordato anche Mauro, vescovo di Cesena a fine IX secolo.
Il culto fu dovuto ai miracoli che seguirono al casuale ritrovamento della sua tomba.
Narra San Pier Damiani che un pellegrino, andando in processione, per allacciarsi una scarpa posò il piede sopra la tomba nascosta dagli arbusti.
Non riuscì più a staccarlo e fu necessario rompere il sarcofago, che rivelò così il prezioso contenuto poi trasferito nella vicina chiesetta che dall'inizio del secolo XI era custodita dai Benedettini. Lì sorse l'abbazia di Santa Maria del Monte. (Avvenire)
Martirologio Romano: A Cesena, San Mauro, vescovo.
Nacque nel X secolo, l’anno e il luogo di nascita ci è sconosciuto; si sa che fu eletto vescovo di Cesena in Romagna, dallo zio Papa Giovanni X, quindi dopo il 914; la sua nomina avvenne qualche
anno prima del 926, quando i papi persero la giurisdizione sulle terre dell’Esarcato; territorio italiano dell’impero bizantino, che comprendeva una parte dell’Emilia Romagna con al centro Ravenna e quindi anche di Cesena, che ne era una dipendenza.
Della sua opera non si sa praticamente niente, dovette vivere senz’altro santamente, tenuto conto dei tempi difficili di allora e del successivo culto; morì verso il 946 un 21 novembre. Fu sepolto sul Monte Spaziano, in un’arca di marmo, accanto ad una chiesetta e ad una cella, da lui stesso edificate per raccogliersi in preghiera e fare penitenza.
Dopo molti anni si verificò un primo miracolo presso la sua arca, che nel frattempo era quasi tutta interrata; dopo un secondo miracolo, il popolo cominciò ad accorrere a venerarlo, diffondendo la notizia anche nei paesi più lontani.
I vescovi della regione si adunarono sul Monte, ormai chiamato “di Mauro”, facendo dissotterrare il sarcofago e spostandolo dentro la chiesetta; questo rito allora equivaleva ad una canonizzazione. Con l’affluire dei fedeli e delle offerte, la chiesetta fu ingrandita ed abbellita dai monaci benedettini; a fianco di essa sorse anche un monastero già fiorente nel 1042.
Col passare dei secoli, il corpo fu dimenticato da tutti, monaci compresi; per essere ritrovato prima del 1470 ca. e per timore delle guerre in corso nella zona, venne tolto dal sarcofago, che rimase sul Monte e portato dentro le mura della città, nella chiesa di San Giovanni Evangelista; ma dopo qualche tempo, nel 1470, fu di nuovo traslato nella nuova cattedrale di S. Giovanni Battista, in una cappella riservatagli, cinta da inferriate per proteggerlo.
Alcune sue reliquie rimasero al Monte ed a Ravenna. La sua festa è al 21 novembre. In suo onore sorsero due paesi o pievi: San Mauro, nella diocesi di Cesena, documentata nel 1155 e l’odierna San Mauro Pascoli, nella diocesi di Rimini, anch’essa molto antica.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Mauro di Cesena, pregate per noi.  


*San Mauro di Parenzo - Vescovo e Martire (21 novembre)  

Sec. IV
Emblema:
Bastone pastorale, Palma
Martirologio Romano: A Parenzo in Istria, San Mauro, vescovo e martire.
Tra Trieste e Pola, sulla costa occidentale dell'Istria, l'antica città di Parenzo conserva ancora le vestigia della sua storia millenaria, con monumenti che vanno dall'antichità romana al rinascimento veneziano.
E uno dei monumenti maggiori è la bella chiesa a tre navate, preceduta da un atrio e da un battistero, che risale alla prima metà del VI secolo. La chiesa di Parenzo venne edificata al tempo del maggiore splendore della civiltà e dell'arte bizantina in Italia. Sia per stile che per soggetto, i suoi mosaici ricordano quelli celebri di Ravenna, e soprattutto quelli, bellissimi, della chiesa ravennate di San Vitale.
Nel mosaico absidale, accanto a una solenne Madonna in trono, con il Bambino sulle ginocchia, è rappresentata la figura di San Mauro, al quale la chiesa stessa è dedicata. Ed è rappresentata con in mano una corona, cioè con il simbolo del martirio.
Ma San Mauro non fu soltanto Martire. Due antiche iscrizioni, relative alla costruzione della chiesa e al trasporto, in questa, dei corpo dei Santo, confermano che il Martire fu anche
Vescovo di Parenzo. Risalgono probabilmente al suo tempo gli avanzi della precedente chiesa, una basilica del IV secolo, preceduta da un oratorio ancor più antico.
Si può arguire, perciò, con molte probabilità, che Mauro fu Vescovo di Parenzo al tempo dell'ultima persecuzione, quella di Diocleziano, avvenuta agli inizi del IV secolo.
Secondo la leggenda, questo Vescovo istriano sarebbe venuto dall'Africa, forse per giustificare il nome, che significa infatti "moro". Cristiano dall'infanzia e giovane di specchiata vita, Mauro sarebbe diventato monaco e avrebbe trascorso diciotto anni in monastero. Poi si sarebbe spinto pellegrino a Roma, sulla tomba di Pietro. Da Roma sarebbe giunto in Istria, dove sarebbe stato eletto Vescovo di Parenzo.
Durante la persecuzione, avrebbe sopportato i tormenti più dolorosi, senza vacillare nella testimonianza della fede.
Finalmente sarebbe stato decapitato, e sepolto, secondo la consuetudine romana - in un cimitero suburbano. Due secoli più tardi, un suo successore, il Vescovo Eufrasio, avrebbe trasferito quella reliquia in una nuova chiesa a lui dedicata.
Ma la storia delle reliquie di San Mauro non finisce qui.
Gran parte di queste furono portate a Roma nel VII secolo, al tempo del Papa di origine dalmata Giovanni IV, per essere sottratto alla profanazione da parte dei barbari Avari e Slavi. A Roma, le reliquie del Vescovo istriano furono e sono ancora conservate a San Giovanni in Laterano.
Il culto di San Mauro ebbe vasta diffusione, anche in luoghi assai lontani da Parenzo e dall'Istria. Se ne seguono le tracce a Fondi, nel Lazio, a Gallipoli, in Puglia, e addirittura in Bretagna.
Ma i due poli intorno ai quali si snoda la storia, benché leggendaria, di San Mauro, e il culto per le sue reliquie, restano Parenzo e Roma. E ciò sembra ricordare, e sottolineare, il legame di civiltà, oltre che di fede, che unisce la città di Pietro a quella di San Mauro.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Mauro di Parenzo, pregate per noi.  


*San Rufo (21 novembre)  
Martirologio Romano: Commemorazione di san Rufo, che San Paolo Apostolo scrivendo ai Romani chiama prescelto nel Signore.
(Autore: Piero Bargellini - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Rufo, pregate per noi.


*Altri Santi del giorno (21 novembre)
*San

Giaculatoria - Santi tutti, pregate per noi.

 
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