Santi del 22 Maggio - Istituto Aveta

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Santi del 22 Maggio

Il mio Santo > I Santi di Maggio

*Sant'Attone (Atto) di Pistoia - Vescovo (22 maggio)

Rimangono controversi la data e il luogo di nascita, la famiglia e le vicende della sua fanciullezza. Nacque tra il 1070 e il 1080. Autori recenti lo ritengono di origine toscana, e precisamente della Val di Pesa o Pescia, o di Passignano.
Dopo il XVI secolo prevalse la tesi, sostenuta dal Flórez, che Attone fosse nativo di Badajoz, città dell'Estremadura.
È certo che intorno al 1100 egli si trovava nell'abbazia di Vallombrosa, succedendo nella dignità di abate generale ad Almario verso il 1120, in un'epoca di prosperità dell'abbazia. Nominato vescovo di Pistoia con bolla di Innocenzo II in data 21 dicembre 1134, Attone continuò ad osservare le regole dell'Ordine, del quale curava gli interessi con la sua presenza nei capitoli e ricoprendo il ruolo di visitatore nei monasteri. Morì nel 1153. (Avvenire)
Emblema: Bastone pastorale
Martirologio Romano: A Pistoia, Sant’Attone, vescovo, che, abate nell’Ordine di Vallombrosa, fu poi posto alla guida della Chiesa di Pistoia.
Un antichissimo obituario della cattedrale di Pistoia fissa la data della morte di Attone al 21 giugno 1153. Controversi rimangono la data e il luogo di nascita, la famiglia e le vicende della sua fanciullezza.
Se non proprio nel 1070, Attone nacque certo tra il 1070 e il 1080: infatti, i rilievi eseguiti sulla salma incorrotta nella ricognizione del 1953, autorizzano a ritenere che Attone sia morto tra i settantacinque e gli ottanta anni di età. Autori recenti lo ritengono di origine toscana, e precisamente della Val di Pesa o Pescia, o di Passignano.
Dopo il sec. XVI prevalse la tesi, sostenuta dal Flórez, che Attone fosse nativo di Badajoz, città dell'Estremadura.
É tuttavia certo che intorno al 1100 egli si trovava nell'abbazia di Vallombrosa, succedendo nella dignità di abate generale ad Almario verso il 1120, in un'epoca di feconda prosperità dell'abbazia, della quale difese privilegi e prerogative.
Durante il suo governo furono fondati il monastero di S. Donato in Borgo a Siena e una nuova comunità monastica, nella diocesi di Cremona, nel luogo detto Torre Trentina, presso una chiesa dedicata a s. Vigilio.
Particolarmente versato nelle Sacre Scritture, Attone si dedicò agli studi biblici redigendo un Commentario o Libro sulle Epistole, oggi perduto; scrisse pure la biografia di s. Barnaba e quella
di San Giovanni Gualberto e successivamente del Beato Bernardo degli Uberti, vescovo di Parma, morto il 4 dicembre 1133.
Nominato vescovo di Pistoia con bolla di Innocenzo II in data 21 dic. 1134, Attone continuò ad osservare le regole dell'Ordine, del quale curava gli interessi con la sua presenza nei capitoli e
ricoprendo il ruolo di visitatore nei monasteri.
Grande era la stima che godeva presso la Sede Apostolica che si servì di lui quale arbitro in vertenze difficili. Come durante il pontificato di Onorio II aveva impetrato il perdono ai fiorentini dopo la demolizione della rocca di Fiesole, così in nome di Papa Celestino II s'interpose nella controversia tra l'arcivescovo di Pisa e il vescovo di Lucca circa la giurisdizione sul castello di Valda, nei dissensi tra i canonici pisani e l'abate del Monastero di S. Lussorio (S. Rossore) per il possesso della selva detta Tumulo (Tombolo).
Esercitò con sommo zelo il suo ufficio episcopale sovvenzionando tre ospedali, tra cui uno da lui costruito e dotato in onore di s. Giacomo. Il culto verso questo apostolo, infatti, già vivo in Pistoia, s'accrebbe col dono di una sua reliquia (una parte della testa) da parte dell'arcivescovo Diego Gemirez e del suo capitolo compostellano al vescovo e alla cattedrale pistoiese, tramite Ranieri, diacono della chiesa pistoiese di San Zenone che dirigeva come magister scholasticus lo studio della canonica di S. Iacopo in Galizia.
Attone fu severo assertore dei diritti della Chiesa e insieme incline a pacifiche soluzioni. Pio, caritatevole, dopo aver tutto donato ai poveri, morì il 21 giugno 1153. La data della morte è, però, secondo altri il 22 maggio del 1143 o del 1155. Il corpo, sepolto a S. Maria in Corte, odierno S. Giovanni Rotondo, durante la ricognizione del 1337 fu trovato intatto e traslato nella cattedrale di Pistoia, sopra un altare marmoreo, opera di Leonardo Marcacci. Una reliquia fu donata all'abbazia di Vallombrosa. Venerato come santo, Attone ebbe culto nella diocesi pistoiese e nell'Ordine vallombrosano, autorizzato da Clemente VIII con bolla del 24 gennaio 1605. La sua festa ricorre il 22 maggio.
(Autore: Benvenuto Matteucci - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Attone di Pistoia, pregate per noi.


*Sant'Aureliano Martire - Venerato a Pavia (22 maggio)

Roma, III secolo
Etimologia:
Aureliano = oro e sole - latino e greco; che brilla, splendente - dall'etrusco
È un martire romano, il cui corpo fu trasferito a Pavia e dove è venerato il 22 maggio. La sua ‘Passio’ compilata da scrittori di Pavia è leggendaria, ed i personaggi narrati sono mostrati in modo grottesco e deformato.
Ma non avendo altre notizie, non resta altro che riportare queste, con la consapevolezza che Aureliano fu certamente uno delle migliaia di vittime martiri di quel triste, eppure glorioso periodo del primo cristianesimo.
Era un cristiano vissuto e morto a Roma, nella prima metà del III secolo e al tempo dell’imperatore Decio (200-251) che nel 249 ordinò la settima persecuzione contro i cristiani; Aureliano si fece scoprire per le sue aspre critiche contro la religione pagana e la corruzione dei costumi.
Condotto dal prefetto Hylas, subì le consuete torture e mentre soffriva per i supplizi, le statue degli dei, a cui si era rifiutato di sacrificare, furono rinvenute in altro posto con le teste fitte in terra, mentre lo stesso prefetto fu colpito dalla paralisi.
Allora Hylas meravigliato dai prodigi, chiese ad Aureliano di risanarlo, ma una volta guarito prese a minacciarlo di pene orribili, se non avesse fatto ritornare gli idoli al loro posto nel tribunale. Aureliano si rifiutò e quindi venne condotto dall’imperatore Decio, al quale senza paura, lo rimproverò d’idolatria.
L’imperatore colpito dall’audacia del cristiano e informato dei prodigi che gli davano una fama di mago, propose ad Aureliano di guarire la figlia, posseduta dal demonio, promettendogli la sua conversione e molte ricchezze.  
Guarita la figlia, anche Decio come Hylas, lo minacciò di morte; a questo punto Aureliano avvicinatosi agli idoli li infranse in polvere.
Decio gli fece mozzare la lingua, ma il martire in qualche modo continuava a rimproverarlo, allora l’imperatore lo fece decapitare insieme al figlio Massimo; i loro corpi furono seppelliti nel cimitero di Callisto al terzo miglio della via Appia. Non si conosce il periodo in cui le reliquie furono trasportate a Pavia, forse in epoca Longobarda o Franca.
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Aureliano Martire, pregate per noi.


*Sant'Ausonio di Angouleme - Vescovo (22 maggio)
sec. IV/V
Martirologio Romano:
Ad Angoulême sempre in Aquitania, Sant’Ausonio, ritenuto primo vescovo di questa città.
È il primo della lista episcopale compilata alla fine sec. X. Una passio della stessa epoca, a quanto pare piena di dati anacronistici, pone il suo pontificato verso il 400. Egli sarebbe stato martirizzato al tempo dell'invasione dei Vandali.
Verso il 1000 gli era stata dedicata una basilica antica, come ai SS. Attone e Cesario. La sua festa si celebra il 22 maggio mentre il 30 dello stesso mese si ricorda la traslazione dei suoi resti (1118), più tardi dispersi dai protestanti (1568).
(Autore: Paul Viard - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Ausonio di Angouleme, pregate per noi.


*San Basilisco - Martire (22 maggio)
sec. IV
Martirologio Romano:
A Gumenek nel Ponto, nell’odierna Turchia, San Basilisco, vescovo e martire.
Nel Martirologio Romano al 3 Marzo è menzionato Basilisco, martire a Comana insieme con Eutropio e con Cleonico; sempre nello stesso Martirologio al 22 maggio è commemorato solamente Basilisco. Come mai questa duplice commemorazione, prima con due compagni e poi solo del suo nome? Ciò può dipendere dagli Atti del martirio.
Esiste, infatti, una narrazione riguardante i tre martiri nella quale si descrive come Eutropio, Cleonico e Basilisco, militari di professione e parenti di San Teodoro la recluta, vennero scoperti cristiani. Dopo essere stati sottoposti a tormenti di vario genere, furono trasferiti a Comana ove Eutropio e Cleonico furono immediatamente uccisi; Basilisco, invece, fu suppliziato qualche tempo dopo. Questa distanza di tempo nel martirio può aver fatto sorgere la doppia festa sopra menzionata.
Ma questi Atti vengono dai critici respinti come narrazioni favolose.
Con ogni probabilità la leggenda va connessa con il culto, vastissimo in Oriente, di San Teodoro la recluta (7 febbraio). Nelle molte e varie narrazioni del suo martirio si accenna ad alcuni soldati da lui convertiti o istruiti nella fede cristiana.
Dato che un martire Basilisco è veramente esistito (come appare da fonti indubitabili) gli ignoti autori degli Atti hanno forse pensato di collegare la storia del loro martire con il famoso e più venerato Teodoro per procurargli fama maggiore.
Per questo lo hanno fatto parente di Teodoro, ma nessuna prova esiste per affermare simile parentela. Tuttavia, altre fonti ci parlano di un Basilisco venerato a Comana. Nella Vita di san Giovanni Crisostomo, scritta da Palladio (BHG, II, p. 6, n. 870) si narra che il santo dottore si trovò, negli ultimi giorni del suo doloroso esilio, a Comana.
Quivi ebbe una visione: gli apparve Basilisco che, dopo averlo consolato preannunziandogli l'imminente glorificazione celeste, si presentò come vescovo di Comana, martirizzato a Nicomedia sotto Massimiano nella stessa epoca di Luciano di Antiochia.
Altri storici greci, come Sozomeno, riferiscono più o meno la stessa notizia col particolare di Basilisco, vescovo di Comana. E proprio quest'ultimo particolare che è oggetto di discussione fra i critici. Infatti, altre fonti greche menzionano Basilisco come soldato martire, ma non recano nessun accenno che lo qualifichi vescovo della città.
Nella Vita di San Giovanni Crisostomo, scritta da Giorgio di Alessandria (BHG, II, p. 7, n. 873), è narrata la visione, ma Basilisco è un soldato, non un vescovo. L'ipotesi di due santi dello stesso nome, uno vescovo e l'altro soldato, è comunemente scartata.
Resta il problema di un Basilisco vescovo di Comana, oppure di un Basilisco soldato, martirizzato in questa città. La maggioranza dei critici esclude che sia esistito a Comana un vescovo di tal nome; la narrazione di Palladio riguardante la permanenza di San Giovanni Crisostomo presso la tomba del martire Basilisco è ritenuta vera, ma presenta alcuni particolari descritti assai confusamente e con imprecisione dall'autore.

Ad es., come mai Basilisco, martirizzato a Nicomedia, stando alla narrazione, era sepolto a Comana? Il fatto che gli antichi sinassari greci parlino di Basilisco soldato, martire e non vescovo, potrebbe essere una prova dell'errore in cui sono incorsi Palladio e gli altri storici greci che hanno seguito la sua narrazione. È quindi probabile che questo soldato, scoperto come cristiano, fosse decapitato e sepolto nella città di Comana, probabilmente nel 312.

(Autore: Gian Domenico Gordini - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Basilisco, pregate per noi.


*San Bovo di Voghera - Cavaliere (22 maggio)
Provenza, X sec. - Voghera, 22 maggio 986
Voghera (Pavia) lo venera come suo patrono, ma San Bovo è originario della Provenza in Francia e secondo un’antica biografia in parte leggendaria, sarebbe nato da Adelfrido e Odelinda, nobili provenzali, verso la metà del secolo X.
Da giovane scelse la professione di cavaliere per poter combattere i Mori, i quali in quel tempo d’invasioni, partivano dalla base di Frassineto (Fraxinet) nei monti dei Maures, per compiere frequenti e disastrose incursioni nelle regioni della Provenza, Linguadoca e Delfinato.
Secondo questa biografia, Bovo si distinse in numerose avventure e battaglie, combattute eroicamente contro gli invasori saraceni.
Si racconta che il suo eroismo fu tale, che combattendo con Guglielmo I, duca di Provenza nel 973, ebbe parte predominante nell’espugnazione della stessa roccaforte di Frassineto, sconfiggendo i Saraceni.
Dopo l’esito vittorioso della guerra, il cavaliere Bovo decise di mutare completamente vita, dedicandosi all’ascesi e alla penitenza, diventando un pellegrino penitente; raggiunse in questo modo un alto grado di santità, che dimostrò apertamente nel dare il suo perdono all’uccisore del fratello.
Già da cavaliere aveva fatto voto di fare un pellegrinaggio annuale alla tomba dell’apostolo Pietro a Roma, promessa che mantenne anche da penitente e proprio in occasione di uno dei suoi pellegrinaggi, fu colto da febbre maligna nei pressi di Voghera, dove morì il 22 maggio 986.
Dopo la sua morte, ebbe subito un culto, perché ritenuto un grande taumaturgo e la città di Voghera che custodiva la tomba del pellegrino pentente proveniente dalla Provenza, per i suoi prodigi, lo elesse suo patrono.
Nel 1469 fu compiuta una ricognizione delle sue ossa e la sua celebrazione liturgica ricorre il 22 maggio, anniversario della morte.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Bovo di Voghera, pregate per noi.


*Santi Casto ed Emilio - Martiri (22 maggio)
m. 203
Martirologio Romano:
In Africa, Santi Casto ed Emilio, martiri, che conclusero la loro passione nel fuoco.
Come scrive San Cipriano, vinti in un primo combattimento, il Signore li rese in una seconda prova vincitori, facendoli più forti di quelle fiamme a cui i corpi avevano precedentemente ceduto.
Sono commemorati il 22 maggio nel Calendario cartaginese, nel Martirologio Geronimiano e nel Romano.
Arrestati durante la persecuzione di Decio (ca. 250) vinsero la debolezza iniziale e, toccati dalla grazia, affrontarono eroicamente il carnefice, lavando col sangue la vergogna della precedente caduta.
Unica fonte su di loro è San Cipriano, che, nel De lapsis, li addita a esempio di vittoria del coraggio sulla paura.
Sant'Agostino compose un sermone in loro onore nell'anniversario del martirio, senza fornire altre notizie.
(Autore: Guido Tammi - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santi Casto ed Emilio, pregate per noi.


*San Domenico Ngon - Martire (22 maggio)

Scheda del gruppo a cui appartiene:
"Santi Martiri Vietnamiti" (Andrea Dung Lac e 116 compagni) - 24 novembre

m. 1862

Martirologio Romano:
Nella città di An-Xà nel Tonchino, ora Viet Nam, San Domenico Ngôn, martire, che, padre di famiglia e contadino, si inginocchiò e adorò la croce che i soldati gli avevano ordinato di calpestare e, avendo professato senza paura davanti al giudice la propria fede cristiana, fu immediatamente decapitato.
Lorenzo Ngon nacque all’incirca nel 1840, in una famiglia cattolica appartenente ad una delle più antiche parrocchie del Vicariato Apostolico del Tonchino del Nord. I suoi genitori si chiamavano Domenico e Maria Thao.
Lavorava come contadino ed era sposato.
Venne arrestato una prima volta ed obbligato ad abiurare, ma, lacerato fra l’amore per la sua famiglia e l’impossibilità di rinnegare la sua fede, corruppe i funzionari governativi per riacquistare la libertà.
Nel frattempo, il re Tu Duc aveva intensificato la sua persecuzione contro i cristiani: il suo editto dell’8 maggio 1861 causò la quasi totale confisca e distruzione non solo delle proprietà ecclesiastiche, ma pure di case e proprietà di semplici cittadini.
Anche Lorenzo ne fece le spese: arrestato il 9 agosto, venne condotto nella prefettura di Xuan Truong, nella provincia di Nam Dinh. Preoccupato per i genitori e per sua moglie, riuscì ad evadere e a raggiungerli per confortarli ed esortarli a restare saldi nella fede, poi ritornò in cella. Fu sottoposto allo strumento di tortura detto “cangue” (una sorta di gogna), col quale venne condotto alla prigione di An Xa, nel distretto di Dong Quan.
Non contento di quanto pativa, Lorenzo decise di digiunare tre giorni a settimana, per espiare le sue precedenti colpe.
In più, esortava i suoi compagni di cella a sopportare con coraggio le torture per non offendere Dio: «Bisogna che siamo forti – diceva – anche sotto torture brutali. Dobbiamo aver paura al pensiero di calpestare la croce».
Quando il giudice provò ad obbligarlo a quel gesto irrispettoso, il giovane replicò: «Io credo nel Dio del Cielo e della Terra. La croce è il mezzo che Dio ha usato per redimere l’uomo.
Io posso solo rispettarla, non calpestarla. Se mi lasciate vivere, vi ringrazio, altrimenti sono disposto a morire per la fede nel mio Dio». Durante un’altra tortura, costretto a porre un piede sul sacro oggetto, si prostrò subito in adorazione. Il coraggio dimostrato gli valse l’immediata condanna a morte.
Il 22 maggio 1862, otto mesi e mezzo dopo il suo secondo arresto, Lorenzo, alla presenza di sua madre e di sua moglie, si diresse con coraggio verso il luogo della sua esecuzione, dimostrando che la fede può superare la tirannia più crudele.
Il martirio di Lorenzo Ngon e di altri ventiquattro tra sacerdoti e laici del Vicariato Apostolico del Tonchino Centrale venne ufficialmente sancito l’11 febbraio 1951. Dichiarati beati il 29 aprile del medesimo anno, vennero poi inclusi nel più vasto gruppo comprendente tutti i martiri del Vietnam e canonizzati il 19 giugno 1988.
(Autore: Emilia Flocchini - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Domenico Ngon, pregate per noi.


*Santa Elena di Auxerre - Vergine (22 maggio)

sec. V
Visse probabilmente nel V secolo; Stefano l'Agricano, biografo del vescovo Sant'Amatore, sostiene che Elena si trovava tra i fedeli riuniti in chiesa quando questo vescovo morì.
Non si può trarre da questa affermazione altro che il fatto che Elena era già venerata ad Auxerre, quando Stefano scriveva, verso il 575.
Il Martirologio Geronimiano la menziona in questi termini: "Nella città di Auxerre deposizione e traslazione del corpo di Sant’Elena vergine".
La data del 22 maggio non è probabilmente quella della deposizione.
(Autore: Jean Marilier – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Elena di Auxerre, pregate per noi.


*Sant'Eusebio di Como - Vescovo (22 maggio)
† 525 (?)

Sant’Eusebio è un vescovo di Como. Nella cronotassi dei vescovi è stato inserito al settimo posto dopo Sant’Esuperanzio e prima di Sant’Eutichio.
Le date più probabili circa il suo episcopato sono quelle tra gli anni 512 e 525.
Non sappiamo nulla sul suo governo pastorale della diocesi. Sant’Eusebio, fa parte di quella lista dei primi venti vescovi santi della diocesi.
Incerte sono le date cronologiche tra cui comprendere il suo governo pastorale della diocesi, si presume che il suo episcopato sia da collocarsi tra gli anni 512 e 525.
Sappiamo che fu sepolto nell’antica basilica dei Santi Apostoli. La basilica ambiata e ingrandita divenne l’attuale di Sant’Abbondio, dove il corpo di Sant’Eusebio è stato collocato nell’altare, dedicato a lui e a Sant’Eupilio.
Nel 1590, il vescovo Feliciano Ninguarda, abbellì e riconsacrò l’altare ponendo i resti del santo in un nuovo sarcofago marmoreo.
Il suo culto è antico.
Sant’Eusebio è ricordato e festeggiato nel giorno 22 maggio.

(Autore: Mauro Bonato – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Eusebio di Como, pregate per noi.


*Beato Francisco Salinas Sàncgez - Giovane Postulante dei Frati Minori e Martire (22 maggio)
Scheda del Gruppo a cui appartiene:
"Beati 115 Martiri spagnoli di Almería" - Beatificati nel 2017
"Santi, Beati e Servi di Dio Martiri nella Guerra di Spagna" Vittime della persecuzione religiosa - Senza Data (Celebrazioni singole)
Almería, Spagna, 31 luglio 1914 – Turón, Spagna, 22 maggio 1938
Francisco Salinas Sánchez nacque ad Almería, nell’omonima provincia e diocesi, il 31 luglio 1914. Entrò nel Seminario diocesano, ma nel 1934 passò al convento dei Frati Minori a Orihuela come postulante.
Tornato ad Almería per il servizio militare agli inizi della persecuzione antireligiosa che ebbe il suo culmine durante la guerra civile spagnola, si diede a un’intensa attività in favore dei cristiani perseguitati o nascosti, portando loro sia generi di prima necessità, sia l’Eucaristia.
Il 3 maggio 1938 fu denunciato e arrestato.
Morì in odio alla fede cattolica il 22 maggio 1938, a Turón, in provincia di Granada. Inserito in un gruppo di 115 martiri della diocesi di Almeria, è stato beatificato ad Aguadulce, presso Almería, il 25 marzo 2017.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Francisco Salinas Sànchez, pregate per noi.


*San Fulgenzio di Otricoli - Vescovo (22 maggio)
Otricoli (Terni), VI secolo
Emblema:
Bastone pastorale
Nella cittadina di Otricoli in provincia di Terni, posta sul percorso della via Flaminia, è conservata una antica iscrizione, che ricorda il suo vescovo Fulgenzio, il quale ritrovò il corpo del Santo martire Vittore e gli costruì un altare; detta epigrafe è conservata ancora nella
chiesa collegiata di S. Maria, già esistente nel XII secolo.
Alcuni studiosi identificano San Fulgenzio con il vescovo di Otricoli, vissuto nella metà del secolo VI e che è ricordato da San Gregorio Magno (535-604), nei suoi ‘Dialogi’.
Il Santo Papa riferisce di un miracolo operato da San Fulgenzio, narratogli da un vecchio chierico, ancora vivente quando scriveva la sua opera.
Totila re degli Ostrogoti dal 541 al 552, nella sua discesa in Italia, sconfiggendo i bizantini, passò per Otricoli e qui ricevé alcuni regali dal vescovo Fulgenzio, il quale cercava così di mitigare l’insano furore del re barbaro, affinché risparmiasse la popolazione di quella città.
Ma Totila, disprezzando l’omaggio, fece mettere sotto custodia il vescovo per sottoporlo poi a giudizio; i suoi incaricati lo posero così entro un cerchio tracciato sul terreno, proibendogli di superarlo.
Il vescovo soffriva per il caldo del sole cocente, da cui non poteva ripararsi, ma il tempo cambiò e cominciò a piovere a dirotto, ma il posto dov’era Fulgenzio rimaneva asciutto.
Il fatto fu riferito a Totila che trasformò il suo odio in ammirazione; questo miracolo è stato raccontato e raffigurato in tutte le opere agiografiche pervenutaci. La sua festa ricorre il 22 maggio.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Fulgenzio di Otricoli, pregate per noi.


*Beati Giacomo Soler e Diego de Baja - Mercedari (22 maggio)

Conoscitori delle Sacre Scritture, i Beati Giacomo Soler e Diego de Baja, furono inviati dall’Ordine Mercedario in redenzione ad Algeri in Africa.
Predicando il Vangelo e soccorrendo gli oppressi, liberarono dal giogo della schiavitù 289 prigionieri.
Ricchi di sante opere morirono nel bacio del Signore.
L’Ordine li festeggia il 22 maggio.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beati Giacomo Soler e Diego de Baja, pregate per noi.


*San Giovanni da Parma - Abate (22 maggio)
m. 22 maggio 990
Il monastero di San Giovanni Evangelista a Parma è celebre oltre che per la chiesa e il convento, per l'antica "spezieria", cioè la farmacia.
Il complesso risale alla fine del X secolo, precisamente al 983, quando fu fatto edificare dal vescovo Sigefrido, che a guidarlo chiamò il Santo venerato oggi, di nome proprio Giovanni.
Questi era monaco benedettino e aveva vestito l'abito a Gerusalemme, dopo essersi recato molte volte in Terra Santa da pellegrino.
Nato da una nobile famiglia della città emiliana, prima di divenire religioso era stato canonico della cattedrale.
Guidò per sette anni il monastero, il quale sin dalla nascita era stato influenzato dalla riforma cluniacense, che prevedeva l'elezione dell'abate e la lotta alla simonia.
Si recò puntualmente ogni anno pellegrino a Roma, fino alla morte, avvenuta probabilmente proprio nel 990. Dal 1534 è patrono della diocesi di Parma. (Avvenire)
Martirologio Romano: A Parma, San Giovanni, abate, che, seguendo i consigli di San Maiólo di Cluny, fissò nel suo cenobio molti precetti per promuovere l’osservanza della disciplina monastica.
Giovanni nacque a Parma in una nobile famiglia. Fu presbitero e canonico della Cattedrale.
Più volte pellegrino in Terrasanta. Proprio a Gerusalemme vestì l'abito monastico.
Il vescovo Sigefredo lo scelse come primo abate del Monastero di San Giovanni Evangelista da lui fondato (983).
Alla fondazione partecipa l'abate Maiolo di Cluny, nelle cui consuetudini riformatorie si colloca all'inizio la nuova fondazione, stabilendo la libera elezione dell'abate da parte dei monaci e la lotta agli usi simoniaci.
Da abate, ogni anno va pellegrino a Roma. Dopo sette anni di guida abbaziale, muore il 22 maggio, probabilmente nel 990.
Eletto come patrono di Parma il 2 giugno 1534, la sua festa è già ricordata nel calendario parmense del sec. XIV.
Fin dall'istituzione di un calendario diocesano, con la riforma tridentina, San Giovanni abate è celebrato in tutta la diocesi.
(Autore: Simone Bruni – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Giovanni da Parma, pregate per noi.


*Beato Giovanni Forest - Sacerdote Francescano, Martire (22 maggio)

Scheda del gruppo a cui appartiene:
“Beati Martiri di Inghilterra, Galles e Scozia” Beatificati nel 1886-1895-1929-1987

Oxford, Inghilterra, 1471 – Smithfield, Inghilterra, 22 maggio 1538
Martirologio Romano:
A Londra in Inghilterra, Beato Giovanni Forest, sacerdote dell’Ordine dei Frati Minori e martire, che subì il martirio sotto il re Enrico VIII per aver difeso l’unità della Chiesa cattolica, bruciato vivo sul rogo nella piazza di Smithfield insieme a delle sacre immagini lignee.  
John Forest nacque probabilmente ad Oxford nel 1471 ed all’età di diciassette anni vestì l’abito religioso dei Francescani della Stretta Osservanza a Greenwich. Nove anni dopo tornò al suo paese natale per intraprendere gli studi teologici. Ordinato sacerdote, pare tornò al convento di origine, ricevendo dal Cardinal Wolsey l’incarico di predicatore presso la chiesa di St. Paul’s
Cross ed in contemporanea la regina Caterina d’Aragona lo volle suo cappellano e confessore.
In un primo momento godette anche della stima del re, Enrico VIII, ma il loro rapporto degenerò quando il sovrano pretese che fosse riconosciuta l’invalidità delle sue prime nozze.
I Francescani non esitarono a dimostrarsi contrari a tale eventualità ed il Forest nel 1532 dovette avvisare i confratelli del suo convento, ove era guardiano, che il re sarebbe stato intenzionato a sciogliere il loro Ordine se egli non fosse riuscito a dissuaderlo, nonostante egli stesso avesse difeso dal pulpito di St. Paul’s la validità delle nozze regali ed avesse più o meno apertamente criticato sia Cromwell che il re.
La tregua durò comunque ben poco, infatti la condanna papale emanata nel 1534 scatenò l’indignazione di Enrico VIII, che allora soppresse i conventi Francescani ordinando ai frati di trovare ospitalità presso altri ordini.
Sin da quell’anno troviamo John Forest già detenuto in prigione, ove rimase per un periodo incerto, sino a quando secondo alcuni avrebbe ricosciuto l’autorità spirituale del re,anche se solo con la bocca ma non con una reale adesiode del cuore e della mente. Fu perciò liberato in data imprecisata, ma sta di fatto che nel 1539 si trovava in stato di semicattività presso il convento dei Conventuali in Smithfield.
Si conserva ancora in parte la corrispondenza che il religioso in tale periodo mantenette con la regina Caterina, la sua dama di compagnia Elisabetta Hammon e con il Beato Thomas Abel. Scrisse inoltre un trattato contro Enrico VIII, usurpatore del titolo di capo spirituale della nazione inglese.
Tutto ciò, nonchè l’essersi pronunciato contrario al giuramento di fedeltà durante le confessioni con alcuni penitenti, fece irritare il sovrano, che ordinò il suo arresto. In tribunale gli fu poi sottoposto un insieme di articoli affinché li firmasse, ma per inganno solo in seguito si accorse che uno di essi comportava da parte sua l’apostasia. Non gli rimase che disconoscere l’intero documento firmato, ma ciò gli meritò la condanna al rogo. L’esecuzione ebbe luogo presso Smithfield il 22 maggio 1538.
Rifiutò le ultime offerte di salvezza affermando che neppure fosse sceso un angelo e gli avesse insinuato qualcosa di diverso da ciò che egli aveva per tutta la vita creduta, se anche avesse dovuto essere tagliato pezzo per pezzo e membro per membro, bruciato, impiccato o qualsiasi altro dolore fosse concentrato sul suo corpo, egli mai si sarebbe distaccato dal vescovo di Roma. Legato per i fianchi e sospeso sulle fiamme e sui carboni accesi, morì a fuoco lento raccolto in preghiera ed invocando l’aiuto divino. Il 29 dicembre 1886 Papa Leone XIII procedette alla sua beatificazione, unitamente ad altri numerosi martiri della medesima persecuzione.
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Giovanni Forest, pregate per noi.


*Santa Giulia - Martire in Corsica (22 maggio)

Etimologia: Giulia:  appartenente alla “gens Julia”, illustre famiglia romana, dal latino
Emblema: Palma, giglio, croce.
Martirologio Romano: Nell’isola di Corsica, commemorazione di Santa Giulia, vergine e martire.
Di Santa Giulia si hanno scarne notizie storicamente attendibili. Ciò che di lei conosciamo ci proviene da una Passio, alquanto tarda, risalente probabilmente al VII secolo d. C., nella quale è narrato il suo martirio e dove il racconto s’intreccia con leggende edificanti e pie tradizioni.
Si narra che la nostra Santa fosse una nobile ragazza cartaginese del V sec. d. C. che, caduta in schiavitù, fu acquistata da un commerciante, un certo Eusebio, e condotta in Siria.
Eusebio, sebbene pagano, teneva però in gran considerazione le doti umane e spirituali di Giulia, essendo lei una schiava dolce, sottomessa e devota, tanto da portarla con sé nei suoi viaggi.
In uno di questi, a causa di un naufragio, la nostra Santa giunse in Corsica.
Qui tutti i naufraghi, compreso Eusebio, sacrificarono agli dei, per essere scampati alla morte.
Tutti, tranne ovviamente Giulia, perché cristiana.
Il governatore del posto, Felice, uomo violento e crudele, vorrebbe acquistare la bella schiava, ma Eusebio rifiutò la pur allettante proposta, tenendo molto alla donna.
Una sera, allora, Felice, approfittando dell’ubriachezza di Eusebio, si fece condurre dinanzi Giulia, offrendole la libertà qualora avesse sacrificato agli dei.
La Santa rifiutò con una secca risposta, essendo, del resto, lei già libera servendo Gesù Cristo come non poteva mai esserlo servendo gli idoli pagani.
Felice, indignato, tentò in vari modi di far abiurare la giovane dalla propria fede. Tutti i suoi sforzi, ciononostante, si rivelarono inutili.
Per questo, non esitò a ricorrere a violenze, facendola percuotere e flagellare.
Da ultimo, ordinò che le fossero strappati i capelli e che, come il Maestro che lei seguiva, fosse crocifissa a due legni in forma di croce, e gettata in mare.
Avvertiti misteriosamente in sogno alcuni monaci della vicina isola di Gorgona di quanto accaduto, questi avvistarono al largo la croce con il corpo della martire ancora inchiodate mani e piedi. Non solo. Attaccato alla croce vi era un cartiglio, scritto da mani angeliche, con il nome e la storia del martirio.
Recuperato il corpo e trasportatolo nella loro isola, dopo averlo ripulito ed unto con aromi, lo deposero in un sepolcro.
Sin qui la Passio. Alcuni studiosi ritengono, però, che in verità, Giulia, di origine cartaginese, fosse morta martire in una delle persecuzioni sotto Decio (250 circa d.C.) o Diocleziano (304 d.C.) e che, a seguito dell’invasione dell’Africa da parte dei Vandali di Genserico, di fede ariana, alcuni cristiani fuggirono, portando con loro le reliquie della martire, riparando in Corsica.
Lì la Passio originaria fu arricchita di taluni particolari che fecero assomigliare sempre più il racconto del supplizio della giovane a quello della Passione del Signore (di qui il riferimento alla flagellazione, alla crocifissione, all’unzione del corpo, ecc.).
Sebbene la martire fosse morta in Corsica e fosse poi approdata presso altri lidi, lei non è stata dimenticata nell’isola francese prossima all’Italia, di cui è ancora patrona.
Nel 762 d.C. circa, la regina Ansa, moglie del re longobardo Desiderio, fece traslare le reliquie di Santa Giulia a Brescia approdandole, dapprima, nei pressi dell’antico nucleo urbano dell’odierna città di Livorno dove, sin dall’ III – IX secolo, il culto della martire si è diffuso anche in questa parte della Toscana. A Brescia, probabilmente nel 763, Papa Paolo I le consacrò una Chiesa.
Nel Palazzo dei Dogi a Venezia si conserva un famoso trittico, Il martirio di Santa Giulia di Corsica, di Hieronymus Bosch. La devozione alla Santa, umile e laboriosa, fedele imitatrice del suo Padrone Celeste fin nei particolari del supplizio, è legata alle piaghe che l’ hanno contraddistinta. Per questo, è invocata nelle patologie delle mani e dei piedi.  
(Autore: Francesco Patruno – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Giulia, pregate per noi.


*Beati Giusto Samper e Dionisio Senmartin - Mercedari (22 maggio)

Inviati in missione di redenzione a Tunisi in Africa da San Pietro de Amer nel 1279 per la provincia di Catalogna, i due mercedari Beati Giusto Samper e Dionisio Senmartin, liberarono 216 schiavi cristiani e annunziarono la fede ai mori.
Stimati per il loro ardente zelo a favore dei prigionieri e la devozione verso le anime del purgatorio, morirono in pace nel 1350.
L’Ordine li festeggia il 22 maggio.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beati Giusto Samper e Dionisio Senmartin, pregate per noi.


*Beato José Quintas Duran - Giovane laico e Martire (22 maggio)

Schede dei Gruppi a cui appartiene:
"Beati 115 Martiri spagnoli di Almería" Beatificati nel 2017
"Santi, Beati e Servi di Dio Martiri nella Guerra di Spagna" Vittime della persecuzione religiosa - Senza Data (Celebrazioni singole)

Almería, Spagna, 21 novembre 1914 – Turón, Spagna, 22 maggio 1938

José Quintas Duran nacque ad Almería, nell’omonima provincia e diocesi, il 21 novembre 1914. Era membro dell’associazione dell’Adorazione Eucaristica notturna.
Morì in odio alla fede cattolica il 22 maggio 1938 a Turón, in provincia di Granada.
Inserito in un gruppo di 115 martiri della diocesi di Almeria, nel quale è compreso anche suo fratello Luis, è stato beatificato ad Aguadulce, presso Almería, il 25 marzo 2017.

(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Josè Quintas Duran, pregate per noi.


*San Lupicino di Verona - Vescovo (22 maggio)
La storicità di questo vescovo di Verona è attestata oltre che dai cataloghi della tradizione veronese, da quello riportato nell'autorevolissimo Velo di Classe (v. Agabio) del sec. VIII, che, data la sua antichità, è da ritenersi derivante dai dittici, integro e genuino (Lanzoni).
Il rituale della Chiesa veronese, denominato Carpsum, dei primi decenni del sec. XI, nel calendario d'inizio attesta il culto di Lupicino: «XI Kal. iunii Assumptio sancti Lupicini episcopi ».
Da notare la data - 22 maggio - osservata nella Chiesa veronese fino alla riforma del Proprio diocesano del 1961 e il termine arcaico di assumptio che denota un culto più antico del sec. XI, culto indicato anche dal fatto che il Carpsum, secondo studi recenti, in diverse parti del contenuto, risale al sec. IX.
Nella cronotassi riferita dal Velo, Lupicino occupa il posto dopo Siagrio che sappiamo vivente al tempo di Sant’Ambrogio (m. 397).
Lupicino, pertanto, reggeva la Chiesa veronese agli inizi del sec. V; le sue reliquie sono venerate nella cripta della basilica di San Zeno Maggiore insieme con quelle di San Lucilio.
(Autore: Silvio Tonolli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Lupicino di Verona, pregate per noi.


*San Lupo di Limoges - Vescovo (22 maggio)

† 22 maggio 637

Martirologio Romano: A Limoges ancora in Aquitania, San Lupo, Vescovo, che sottoscrisse la fondazione del monastero di Solesme.
Presso la chiesa del santo Sepolcro a Limoges, viveva nel secolo VII una piccola comunità di preti incaricata di custodire le reliquie di San Marziale, primo vescovo della città, conservate nella chiesa. Lupo era uno di questi preti.
Dovendo eleggere un nuovo vescovo, gli abitanti di Limoges inviarono, secondo l’uso, al re Clotario II tre preti, fra i quali scegliere il vescovo e Lupo era tra questi.
Giunto nella città reale Lupo guarì il figlio di Clotario gravemente malato ed il re lo designò alla sede episcopale.
Fu consacrato il 12 maggio 614 e l’atto più importante, dal punto di vista storico, del suo episcopato fu l’approvazione della carta di fondazione del monastero di Solignac il 22 novembre 631.
Lupo morì il 22 maggio 637, fu sepolto presso San Marziale, come i suoi predecessori, e la sua tomba divenne luogo di pellegrinaggio.
Nel 1158 il suo capo fu esumato, deposto in una cassa di bronzo sbalzato e portato nella chiesa di san Michele a Lione.
Nel 1625, fu deposto in una nuova cassa d’argento.
Le reliquie del santo vescovo furono sottratte alla profanazione durante la Rivoluzione francese e si trovano tuttora nella chiesa di san Michele. Esiste ancora la Confraternita di San Lupo fondata nel secolo XII.

(Autore: Jacques Lahache – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Lupo di Limoges, pregate per noi.


*Beata Maria Domenica Brun (22 maggio)
Lucca, 17 gennaio 1789 - Lucca, 22 maggio 1868
Fondatrice delle Ministre degli infermi di San Camillo
Martirologio Romano: A Lucca, Beata Maria Domenica Bruna Barbantini, religiosa, che fondò la Congregazione delle Suore Ministre degli Infermi di San Camillo.
La sua adolescenza
Maria Domenica nasce a Lucca il 17 gennaio 1789 da Pietro Brun di origine elvetica e da Giovanna Granucci di Pariana, piccolo centro della provincia lucchese.
Di carattere aperto e intelligente, la piccola trascorre felicemente la prima infanzia tra le cure della madre e la rigida educazione paterna.
La sua adolescenza è invece segnata da quattro lutti: la morte del padre e quella di tre fratellini a breve distanza uno dall’altro. Con l’aiuto della paziente guida materna, Maria Domenica supera il dramma dei lutti ed entra nella giovinezza carica di sogni e di speranze, tutta impegnata nello studio delle discipline umanistiche e religiose, proprie del ceto medio borghese della sua epoca e della sua città.
Eroismo di sposa e di madre
Il 22 aprile del 1811, nella cattedrale di S. Martino in Lucca, Maria Domenica sposa il concittadino Salvatore Barbantini.
È un matrimonio d’amore e di molteplici attese, ma dopo appena cinque mesi dalle nozze, "lo sposo adorato" muore improvvisamente lasciando tragicamente sola Maria Domenica già in attesa di un figlio.
Di fronte alla dolorosa prova, la vedova, appena ventiduenne, piange e singhiozza, ma non si lascia prendere dalla disperazione: ella s’inginocchia davanti al Crocifisso, la notte stessa della immane tragedia e, abbracciandolo, pronuncia il suo fiat con questa parole: "Oh mio Dio... Dio del
mio cuore... mi avete percossa a sangue... voi solo, Crocifisso mio bene, sarete da qui innanzi il dolcissimo sposo dell’anima mia... il mio unico e solo amore, la mia eterna porzione".
Una consacrazione totale ed irrevocabile che nasce sul calvario di un dolore immenso e crudele, illuminato però da una fede viva, da una speranza senza confini, da un amore teologale autentico.
Da quel momento nasce in lei la "passione" di servire le inferme povere e sole della sua città. Poiché le cure del figlio le occupano l’intera giornata, ella dedica eroicamente alcune ore della notte all’assistenza delle inferme in case private. Ma un’altra prova attende la giovane vedova: Lorenzino, il figlio amatissimo, che era tutta la consolazione di Maria Domenica sulla terra, muore quasi improvvisamente, colpito da grave malattia, all’età di soli otto anni. La povera madre è sconvolta: "Non so come non perdessi il senno", scrive lei stessa e, mentre il suo cuore straziato piange lacrime di sangue, ancora una volta ella trasforma in offerta quel dramma indicibile: "Guardavo il cielo - afferma - e oppressa dal dolore, replicavo l’offerta di quell’unico amato figlio e dell’eccessivo mio dolore".
Il carisma profetico di Maria Domenica La donazione verso i malati
Da un matrimonio infranto e da una maternità spezzata, Maria Domenica seppe elevarsi attraverso l’abbandono totale a Dio ad una sponsalità cristica totale e ad una maternità spirituale ed universale.
D’ora in poi, il suo cuore materno brucerà d’amore, di tenerezza e di cure per i malati poveri e soli, per gli abbandonati, per i morenti.
Di giorno e di notte, sotto il sole cocente o la pioggia dirompente, ella percorre, con la lanterna accesa, le vie strette e buie della città di Lucca per raggiungere al capezzale le inferme più gravi e sole.
Una notte, assalita da un uragano, le si spegne il lumicino; brancolando a lungo nel buio, ella arriva finalmente al domicilio desiderato, e, con gli abiti intrisi d’acqua, compie assistenza per tutta la notte non curandosi affatto di sé ma di Gesù, presente "nelle membra inferme" di quella persona malata.
Spesso, dopo una intera notte di servizio, faceva seguire anche il giorno senza prendere cibo. Talvolta assalita da un sonno terribile, mentre prestava assistenza, arrivò a mettersi il tabacco negli occhi; tate rimedio le procurava una sofferenza grave, ma efficace per tenerla sveglia e non privare le inferme del suo aiuto e conforto.
Talvolta, nel cuore della notte, era inseguita da ignoti male intenzionati; donna forte e coraggiosa non si faceva intimidire da nessuno; ella aveva in cuore una fiamma che non poteva spegnere: servire e curare Gesù stesso nascosto nel volto dei malati e sofferenti.
La fondazione del Monastero della Visitazione a Lucca
La ricchezza delle sue doti umane e spirituali, tra cui intelligenza, creatività, coraggio e intraprendenza, non sfuggirono all’attenzione del Vescovo e del clero della sua città. Essi infatti le affidarono il compito di stabilire in Lucca un Monastero della Visitazione per l’educazione della gioventù.
Maria Domenica, docile alla voce dei pastori e sensibile alle istanze della Chiesa, accettò l’impegno con generosità e determinazione.
Il suo zelo per la gloria di Dio, la rendeva capace di affrontare ogni difficoltà. Dopo circa sei anni intensi di lavoro e di tribolazioni, ella riuscì nell’intento di dare alla città di Lucca il monastero desiderato, ancor oggi esistente e ricco di vitalità spirituale e apostolica.
Il nuovo Istituto per i malati
Compiuta l’opera della Visitazione, emerge chiara, prorompente in Maria Domenica la vocazione profetica: fondare una Congregazione religiosa di Sorelle Oblate Infermiere per servire Cristo nelle membra doloranti dei malati e sofferenti, a tempo pieno e per tutta la vita.
Il 23 gennaio 1829 Maria Domenica dà inizio alla prima comunità delle Sorelle Oblate Infermiere. Povere e con poca salute, ma ricche di zelo e di amore per Cristo, la Fondatrice e le prime sorelle compirono prodigi di carità al capezzale delle inferme e morenti, nelle abitazioni povere, dove giacevano sole e abbandonate anche le moribonde.
La Fondatrice e le figlie avevano un solo ideale, come specifica nelle sue Regole: "Visitare, assistere e servire il Dio umanato agonizzante nell’orto o spirante sulla croce nelle persone delle inferme povere e moribonde".. E tutto ciò "con un cuore tutto avvampante della carità di Cristo".
Inoltre Maria Domenica insegnò alle figlie che la vocazione delle Ministre degli Infermi comporta il dono totale della persona nel "servire il malato anche a rischio della vita". Per questo, nelle sue Regole, ella chiede ad esse la disponibilità al martirio: "Serviranno Nostro Signore Gesù Cristo nelle persone delle inferme con generosità e purità d’intenzione, pronte sempre ad esporre la propria vita per amore di Cristo morto sopra una croce per noi".
La testimonianza di evangelica carità della Fondatrice e delle figlie, indusse mons. Domenico Stefanelli, Arcivescovo di Lucca, ad approvare le Regole e l’Istituto di Maria Domenica; ciò avvenne il 5 agosto 1841.
Maria Domenica “Beata”
Nella sua lunga vita, Maria Domenica cercò unicamente "la volontà di Dio e la sua maggior gloria". Nel suo cammino di configurazione a Cristo, assaporò l’amarezza della calunnia, che accolse: "pregando, perdonando, e amando i suoi persecutori". Dedicò tempo e fatiche alla formazione spirituale e carismatica delle figlie.
Morì in Lucca il 22 maggio 1868, lasciando l’Istituto piccolo nel numero, ma forte nello spirito, generoso nel servizio ai malati.
Il 17 maggio 1995, in piazza S. Pietro, Giovanni Paolo II ha proclamato solennemente "Beata" Maria Domenica Brun Barbantini, indicandola al mondo quale testimone autentica "di un amore evangelico concreto per gli ultimi, gli emarginati, i piagati; un amore fatto di gesti di attenzione, di cristiana consolazione, di generosa dedizione e di instancabile vicinanza nei confronti degli ammalati e dei sofferenti". Beatificata il 17 maggio 1995.
(Fonte: www.camilliani.org/beati)
Giaculatoria - Beata Maria Domenica Brun, pregate per noi.


*Beati Martiri Francescani in Giappone (22 maggio)

Scheda del gruppo a cui appartengono:
“Beati Martiri Giapponesi” Beatificati nel 1867-1989-2008

Nagasaki, Giappone, († 1617 - 1632)  
L’evangelizzazione del Giappone ebbe inizio con il gesuita San Francesco Saverio (1506-1552) e con i suoi confratelli; si sviluppò con ottimi risultati nei decenni successivi al 1549, tanto che nel 1587 i cattolici giapponesi erano circa 300.000 con centro principale a Nagasaki.
Ma proprio nel 1587 lo ‘shogun’ (maresciallo della corona) Hideyoshi, dai cristiani denominato ‘Taicosama’, che fino allora era stato condiscendente verso i cattolici, emanò un decreto di espulsione contro i Gesuiti (allora unico Ordine religioso presente nel Giappone) per delle ragioni non chiarite.
Il decreto fu in parte eseguito, ma la maggior parte dei Gesuiti rimase nel paese, mettendo in atto una strategia di prudenza, in silenzio e senza esteriorità, continuando con cautela l’opera evangelizzatrice.
A seguito di questa espulsione, i Frati Minori allora presenti con successo nelle Filippine, chiesero l’autorizzazione di poter sostituire i Gesuiti, ai quali il papa Gregorio XIII il 25 gennaio 1585, aveva dato loro il permesso di fare apostolato in terra giapponese.
Pertanto per aggirare l’ostacolo, quattro di essi sbarcarono presentandosi alle autorità come ambasciatori e agenti commerciali del governo delle Filippine; solo dopo più di un anno, praticamente confinati in una casupola fra sofferenze e incomprensioni, ebbero il permesso di residenza dallo shogun.
Tutto questo fino al 1593, quando per la mancanza di prudenza degli stessi Frati Francescani, i quali al contrario dei Gesuiti, iniziarono una predicazione aperta e pubblica, e per le complicazioni politiche tra la Spagna e il Giappone, si ebbe la reazione dello ‘shogun’ Hideyoshi, che emanò l’ordine di imprigionare i francescani e i neofiti giapponesi.
I primi arresti ci furono il 9 dicembre del 1596 e i 26 arrestati, fra cui tre gesuiti giapponesi e i sei francescani: Pietro Battista Blazquez, Martino dell’Ascensione, Francesco Blanco, Filippo di Las Casas, Francesco di S. Michele, Gonsalvo García. subirono il martirio il 5 febbraio 1597, i protomartiri del Giappone furono crocifissi e trafitti nella zona di Nagasaki, che prese poi il nome di “santa collina” e proclamati santi da Papa Pio IX nel 1862.
Subentrato un periodo di tregua e nonostante la persecuzione subita, la comunità cattolica aumentò, anche per l’arrivo di altri missionari, non solo gesuiti e francescani ma anche domenicani e agostiniani.
Ma nel 1614 la numerosa comunità cattolica subì una furiosa persecuzione decretata dallo shogun Ieyasu (Taifusama), che si prolungò per alcuni decenni distruggendo quasi completamente la comunità in Giappone, causando moltissimi martiri, ma anche molte apostasie fra gli atterriti fedeli giapponesi.
I motivi che portarono a questa lunga e sanguinosa persecuzione, furono vari, a partire dalla gelosia dei bonzi buddisti che minacciavano la vendetta dei loro dei; poi il timore di Ieyasu e dei suoi successori Hidetada e Iemitsu, per l’accresciuto influsso di Spagna e Portogallo, patria della maggioranza dei missionari, che erano ritenuti loro spie, per gli intrighi dei violenti calvinisti olandesi e infine per l’imprudenza di molti missionari spagnoli.
Dal 1617 al 1632 la persecuzione toccò il picco più alto di vittime; i supplizi secondo lo stile orientale, furono vari e raffinati, non risparmiando nemmeno i bambini; i martiri appartenevano ad ogni condizione sociale, dai missionari e catechisti, ai nobili di famiglia reale; da ricche matrone a giovani vergini; da vecchi a bambini; dai padri di famiglia ai sacerdoti giapponesi.
La maggior parte furono legati ad un palo e bruciati a fuoco lento, cosicché la “santa collina” di Nagasaki fu illuminata sinistramente dalla teoria di torce umane per parecchie sere e notti; altri decapitati o tagliati membro per membro.
Non stiamo qui ad elencare le altre decine di tormenti mortali cui furono sottoposti, per non fare una galleria degli orrori, anche se purtroppo testimoniano come la malvagità umana, quando si sfrena nell’inventare forme crudeli da infliggere ai suoi simili, supera ogni paragone con la ferocia delle bestie, che perlomeno agiscono per istinto e per procurarsi il cibo.
Oltre i primi 26 santi martiri del 1597 già citati, la Chiesa raccogliendo testimonianze poté riconoscere la validità del martirio per almeno 205 vittime, fra le migliaia che persero la vita anonimamente e Papa Pio IX il 7 luglio 1867 poté proclamarli Beati.
Dei 205 beati, 33 erano dell’Ordine della Compagnia di Gesù (Gesuiti); 23 Agostiniani e Terziari agostiniani giapponesi; 45 Domenicani e Terziari O.P.; 28 Francescani e Terziari; tutti gli altri erano fedeli giapponesi o intere famiglie, molti dei quali Confratelli del Rosario.
Non c’è una celebrazione unica per tutti, ma gli Ordini religiosi a gruppi o singolarmente, hanno fissato il loro giorno di celebrazione.
Il gruppo di 28 Francescani e Terziari hanno la celebrazione singolarmente nel giorno del loro martirio; si riportano solo i nomi dei missionari sacerdoti e dei professi giapponesi facenti parte del gruppo:
Pietro dell’Assunzione († 22 maggio 1617),
Giovanni di Santa Marta († 16 agosto 1618),
Riccardo di Sant’ Anna († 10 settembre 1622),
Pietro di Avila († 10 settembre 1622),
Vincenzo di San Giuseppe († 10 settembre 1622),
Apollinare Franco († 12 settembre 1622),
Pietro di Santa Chiara († 12 settembre 1622),
Francesco Galvez († 4 dicembre 1623),
Luigi Sotelo († 25 agosto 1624),
Luigi Sasanda e Luigi Baba († 25 agosto 1624),
Francesco di Santa Maria († 16 agosto 1627),
Antonio di San Francesco († 16 agosto 1627),
Bartolomeo Laurel († 16 agosto 1627),
Antonio di San Bonaventura († 8 settembre 1628),
Domenico di Nagasaki († 8 settembre 1628),
Gabriele della Maddalena († 3 settembre 1632).
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beati Martiri Francescani in Giappone, pregate per noi.


*Beato Mattia da Arima - Martire (22 maggio)

m. 1620
Martirologio Romano:
A Omura sempre in Giappone, Beato Mattia da Aríma, martire, che, catechista, essendosi rifiutato di tradire un altro missionario, fu torturato fino alla morte.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Mattia da Arima, pregate per noi.


*San Michele Ho Dinh Hy - Catechista e Martire (22 maggio)
Schede dei Gruppi a cui appartiene:
“Santi Andrea Dung Lac e Pietro Truong Van Thi” (Sacerdoti e martiri - 21 Dicembre)
“Santi Martiri Vietnamiti” (Andrea Dung Lac e 116 compagni -  24 novembre)

Nhu Lam, Thua Thien, Vietnam, 1808 circa - An Hòa, Quang Nam, Vietnam, 22 maggio 1857
Il laico vietnamita Michele Ho Dinh Hy, cuniugato, mandarino, ufficiale dell’imperatore e catechista, fu denunciato quale cristiano e per tale motivo fu atrocemente torturato ed infine decapitato.
É stato Canonizzato il 19 giugno 1988 da Papa Giovanni Paolo II, insieme con altri 116 martiri suoi compatrioti.
Emblema: Palma
Martirologio Romano: In Annamia, ora Viet Nam, San Michele Hồ Đình Hy, Martire, che, mandarino, ufficiale imperiale e catechista, denunciato come cristiano, morì decapitato dopo atroci supplizi.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Michele Ho Dinh Hy, pregate per noi.


*Beato Pietro da Cordova - Mercedario (22 maggio)
Zelante mercedario, il Beato Pietro da Cordova, inviato ad Oran, in Algeria, liberò 84 schiavi anche dal pericolo dell’apostasia.
Ornato da molte virtù dando lode a Dio morì in pace.
L’Ordine lo festeggia il 22 maggio.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Pietro da Cordova, pregate per noi.


*Beati Pietro dell’Assunzione e Giovanni Battista Machado - Martiri (22 maggio)
Scheda del gruppo a cui appartengono:
“Beati Martiri Giapponesi” Beatificati nel 1867-1989-2008
+ Kori, Giappone, 22 maggio 1617

Martirologio Romano: Nella città di Kori in Giappone, Beati Pietro dell’Assunzione, dell’Ordine dei Frati Minori, e Giovanni Battista Machado, sacerdoti e martiri, che, per avere esercitato clandestinamente il loro ministero, furono decapitati in odio alla fede cristiana.  
Questi due missionari fanno parte del glorioso manipolo dei 205 sacerdoti e cristiani martirizzati nel Giappone in odio alla fede nella prima metà del secolo XVII - Pio IX li beatificò il 7- 5 - 1867.
Il B. Pietro dell'Assunzione nacque a Cuerba, cittadina dell'archidiocesi di Toledo (Spagna), non sappiamo in quale anno. Da giovane fu accolto tra i Frati Minori della provincia di San Giuseppe. In poco tempo fece grandi progressi nella via della perfezione. Dopo l'ordinazione sacerdotale i superiori per un certo tempo gli affidarono l'ufficio di maestro dei novizi.
Un giorno passò per la Spagna Fra Giovanni, soprannominato il Povero, per fare incetta di religiosi disposti a seguirlo nelle missioni dell'Estremo Oriente. Il Beato, desideroso di guadagnare anime a Cristo, gli si associò, e nel 1600, con alti cinquanta confratelli, partì per Manila.
Dopo una breve permanenza nella capitale delle Isole Filippine, P. Pietro dell'Assunzione si recò in Giappone (1601), dove, nella zona di Nagasaki, svolse un intenso apostolato.
Più tardi fu pure eletto superiore del convento dei francescani. Egli dimostrò di essere veramente un religioso apostolico, di rara virtù, di grande orazione e penitenza. Per la santità della vita fu molto stimato e ricercato dai penitenti, che lo costringevano sovente a restare nel confessionale a lungo. Per non venire meno al suo ministero talora si privava persino del cibo e del sonno.
Verso il 1611 la situazione religiosa in Giappone si fece critica per le mene dei protestanti olandesi e inglesi, i quali fecero credere all'imperatore Tokugawa Ieyasu (+1616) che i cristiani stessero per preparare un'invasione del Giappone da parte degli spagnoli, e le astuzie dei bonzi, i quali gli minacciavano la più spietata vendetta degli dei nazionali se il cristianesimo non veniva distrutto.
Nel 1614 da Meako l'imperatore decretò che i missionari fossero espulsi, le chiese abbattute ed i cristiani costretti all'apostasia. P. Pietro dell'Assunzione preferì rimanervi, travestito da semplice giapponese, per assistere e rincuorare i cristiani fra tante insidie e sofferenze.
Con lui a Nagasaki lavorava per la conversione dei pagani anche il B. Giovambattista Machado, nato da nobile famiglia a Tavora, nelle isole Azzorre, sotto il dominio portoghese. Ancora molto giovane, egli fu mandato dai genitori a compiere gli studi in Portogallo, dove crebbe nella pietà e nell'innocenza della vita.
Alla lettura delle lettere che i missionari mandavano dal Giappone, egli concepì il disegno di spendere tutte le forze a vantaggio delle anime che popolavano quel paese.
A sedici anni chiese perciò di entrare nel noviziato che la Compagnia di Gesù aveva aperto a
Coimbra. Compiuti gli studi di filosofia a Goa e quelli di teologia a Macao, P. Machado nel 1609 approdò nel Giappone e si diede a percorrere con zelo infaticabile di giorno e di notte, sfidando le intemperie delle stagioni, i regni di Fuscima, di Cicungo, di Bugen, nei quali operò molte conversioni.
Al momento della persecuzione, egli supplicò i superiori che gli concedessero di rimanere sulla breccia. Il suo desiderio fu appagato ed allora da Nagasaki fu mandato ad evangelizzare le isole di Gotò, dove fu scoperto e arrestato.
Il P. Pietro dell'Assunzione all'imperversare della persecuzione si era trasferito per prudenza in una località vicina a Nagasaki per sottrarsi alle inquisizioni di D. Michele, principe apostata di Omura. Giunto a Chìchitzu, villaggio dell'Isafai, s'imbatté in un traditore che faceva finta di andare in cerca di un sacerdote che fosse disposto a riconciliare un apostata pentito. Il missionario, non sospettandone l'inganno, si prestò a riceverne la confessione.
Le guardie, che stavano in agguato, lo arrestarono e lo condussero prima nelle prigioni di Omura e quindi in quelle di Cori.
Il P. Giovambattista, il giorno dopo che era sbarcato nelle isole Gotò, appena ebbe terminato dì celebrare la Messa, si mise a confessare. Un cristiano suo conoscente, tratto in inganno da traditori, gli chiese se lo poteva indicare a certuni che facevano richiesta del suo ministero per riconciliare con Dio una persona in fin di vita.
Il Beato, che aveva già fatto offerta della propria vita a Dio, gli rispose: "Sì, palesatemi ad essi; benché ci possa essere tradimento, preferisco tuttavia dare la mia vita piuttosto di mancare a tale debito". Frattanto uno dei traditori entrò nella casa in cui si trovava P. Giovambattista e, appena lo ebbe ravvisato, corse a denunciarlo al governatore.
Dopo poco tempo, mentre il Beato stava per assolvere un penitente, il magistrato gli si fece innanzi e lo dichiarò prigioniero perché, contro gli ordini dell'imperatore, era rimasto in Giappone a predicare e a propagare la legge cristiana. Con il P. Giovambattista fu arrestato pure il suo catechista, il B. Leone Tonaca (+1-6-1617).
Fatti salire entrambi sopra una barca, dopo tre giorni di navigazione furono condotti nelle carceri di Cori. Quando vi giunsero era notte.
Allo strepito delle armi e al vocio dei soldati, il P. Pietro dell'Assunzione che vi languiva, credette giunto il momento in cui sarebbe stato condotto al martirio. Si pose quindi in ginocchio per darne grazie a Dio. Quando s'avvide che gli davano invece per compagno di prigionia il P. Giovambattista, suo amico, ne giubilò.
I due missionari si abbracciarono e si baciarono scambievolmente. La vita che i due religiosi condussero per oltre un mese in carcere era tutta intessuta di penitenze, di lunghe orazioni e frequenti ragionamenti sul martirio e la beatitudine del cielo che li attendeva. Fu loro concesso di celebrare la Messa dalla festa di Pentecoste a quella della SS. Trinità.
In quel giorno Dio fece conoscere loro che quella sarebbe stata l'ultima Messa della loro vita. Non passò difatti molto tempo che due giudici, uno di Nagasaki e l'altro di Omura, si recarono nella prigione per dare loro il ferale annuncio che sul far della notte sarebbero stati condotti al luogo della decapitazione.
I due missionari a quella notizia giubilarono. Il P. Pietro dell'Assunzione esclamò: "Questa è la grazia che ho chiesto a Dio in questi ultimi nove giorni mentre celebravo la Messa". Il P. Giovambattista attestò: "In vita mia ho avuto tre giorni singolarmente cari; il primo fu quando entrai nella Compagnia di Gesù; il secondo fu quando i soldati mi arrestarono in Gotò; il terzo è questo in cui sono condannato a morte".
I due martiri trascorsero il rimanente delle ore che ancora restavano loro di vita per fare orazione, abbandonarsi ai più dolci colloqui e rivolgere ferventi esortazioni ai cristiani i quali, saputo che erano stati condannati a morte, erano accorsi a visitarli.
Prima che fossero avviati al luogo del supplizio i due Beati si confessarono vicendevolmente, si disciplinarono, cantarono insieme salmi e inni e scrissero ai confratelli ed agli amici delle lettere riboccanti di pietà e di zelo. P. Giovambattista in una delle sue dichiarò: "Muoio ricolmo di gioia perché do la vita per amore del Signore Gesù. Lo ringrazio di tutto cuore perché Egli mi fa una grazia della quale mi riconosco del tutto indegno".
Era tanto il giubilo che pervadeva l'animo dei due prigionieri e tanta la certezza di assidersi presto al banchetto del regno dei cieli che rifiutarono la cena.
Prima di avviarsi al luogo dell'esecuzione capitale si diedero ancora una volta scambievolmente l'assoluzione e recitarono le litanie. Lungo la via ognuno teneva il crocifisso in mano e rivolgeva parole di conforto ai cristiani accorsi in grande numero per ricevere la benedizione. Giunti al luogo designato, i martiri fecero in silenzio un po' di orazione, poi si abbracciarono, si accomiatarono ad alta voce dai cristiani raccomandando loro di rimanere saldi nella fede, si posero in ginocchio l'uno di fronte all'altro e aspettarono il colpo di spada con le mani e gli occhi rivolti al cielo.
Al P. Pietro dell'Assunzione fu recisa la testa con un colpo solo; al P. Giovambattista con tre. Costui al primo colpo cadde a terra, ma si rimise subito in ginocchio e pronunciò per due volte il nome di Gesù.
I cristiani si gettarono sui loro corpi per raccoglierne le reliquie ed il sangue. Questi due missionari fanno parte del glorioso manipolo dei 205 sacerdoti e cristiani martirizzati nel Giappone in odio alla fede nella prima metà del secolo XVII- Pio IX li beatificò il 7-5-1867.
(Autore: Guido Pettinati – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beati Pietro dell’Assunzione e Giovanni Battista Machado, pregate per noi.


*Santa Quiteria - Vergine e Martire (22 maggio)

+ Aire-Sur-Adour, Francia, V secolo
Martirologio Romano:
Nel territorio di Aire-sur-le-Lys nella regione dell’Aquitania, in Francia, Santa Quiteria, vergine.
É facile imbattersi in parecchie chiese dedicate a Santa Quiteria girovagando tra il sud ovest della Francia ed il nord della Spagna, aree che nei primi secoli dell’era cristiana formavano una sola entità culturale. Parecchi apostoli della zona, come per esempio San Saturnino di Tolosa, operarono infatti su entrambi i versanti dei Pirenei.  

Inoltre non si deve dimenticare che alcuni secoli dopo buona parte della Spagna meridionale cadde in mano agli arabi e ciò costituì un potente stimolo a rafforzare i legami cristiani transpirenaici.
Centro del culto tributato a Quiteria è costituito dal suo antico e pregevole sarcofago, custodito da tempo immemorabile presso la città francese Aire-Sur-Adour, in Guascogna, sulle rive del fiume Adour a metà strada tra Auch e Bayonne sulla costa atlantica, nonché sulla direttrice che da nord a sud attraversa i Pirenei.
Antichi riferimenti contribuiscono a rafforzare le prove del suo culto, di cui parla anche Gregorio di Tour.
É solitamente considerata vergine e martire, ma la sua vita è assolutamente leggendaria. Presunta principessa, originaria della Galizia spagnola, fuggì di casa poiché il padre avrebbe voluto maritarla e farle rinnegare la sua fede cristiana.
Quiteria rifiutò fermamente e cercò rifugio nell’Aire, ma gli emissari del padre la raggiunsero e la decapitarono spietatamente.
La leggenda vuole che un cane abbia poi afferrato per i capelli il capo della Santa, ormai distaccato da terra, e la raffigurazione di tale curioso episodio ha diffuso tra il popolo la convinzione che la santa sia una potente difesa da invocare contro i cani rabbiosi.
Quiteria è venerata anche in Portogallo, ove però le è attribuita una diversa leggenda.
Il Martyrologium Romanum pone la commemorazione nella tradizionale data del 22 maggio.
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Quiteria, pregate per noi.


*Santa Rita da Cascia - Vedova e Religiosa (22 maggio)

Roccaporena, presso Cascia, Perugia, c. 1381 - Cascia, Perugia, 22 maggio 1447
La tradizione ci racconta che, portata alla vita religiosa, fu data in sposa ad un uomo brutale e violento che, convertito da lei , venne in seguito ucciso per una vendetta. I due figli giurarono di vendicarlo e Rita, non riuscendo a dissuaderli, pregò Dio farli piuttosto morire.
Quando ciò si verificò, Rita si ritirò nel locale monastero delle Agostiniane di Santa Maria Maddalena. Qui condusse una Santa vita con una particolare spiritualità in cui veniva privilegiata la Passione di Cristo.
Durante un'estasi ricevette una speciale stigmata sulla fronte, che le rimase fino alla morte.
La sua esistenza di moglie di madre cristiana, segnata dal dolore e dalle miserie umane, è ancora oggi un esempio.
Patronato: Donne maritate infelicemente, Casi disperati
Etimologia: Rita = accorc. di Margherita
Martirologio Romano: Santa Rita, religiosa, che, sposata con un uomo violento, sopportò con pazienza i suoi maltrattamenti, riconciliandolo infine con Dio; in seguito, rimasta priva del marito e dei figli, entrò nel monastero dell’Ordine di Sant’Agostino a Cascia in Umbria, offrendo a tutti un sublime esempio di pazienza e di compunzione.
Fra le tante stranezze o fatti strepitosi che accompagnano la vita dei santi, prima e dopo la morte, ce n'è uno in particolare che riguarda S. Rita da Cascia, una delle sante più venerate in Italia e nel mondo cattolico, ed è che essa è stata beatificata ben 180 anni dopo la sua morte e addirittura proclamata santa a 453 anni dalla morte.
Quindi una santa che ha avuto un cammino ufficiale per la sua canonizzazione molto lento (si pensi che sant’Antonio di Padova fu proclamato santo un anno dopo la morte), ma nonostante ciò s. Rita è stata ed è una delle più venerate ed invocate figure della santità cattolica, per i prodigi operati e per la sua umanissima vicenda terrena.
Rita ha il titolo di “Santa dei casi impossibili”, cioè di quei casi clinici o di vita, per cui non ci sono più speranze e che con la sua intercessione, tante volte miracolosamente si sono risolti.
Nacque intorno al 1381 a Roccaporena, un villaggio montano a 710 metri s. m. nel Comune di Cascia, in provincia di Perugia; i suoi genitori Antonio Lottius e Amata Ferri erano già in età
matura quando si sposarono e solo dopo dodici anni di vane attese, nacque Rita, accolta come un dono della Provvidenza.
La vita di Rita fu intessuta di fatti prodigiosi, che la tradizione, più che le poche notizie certe che possediamo, ci hanno tramandato; ma come in tutte le leggende c’è alla base senz’altro un fondo di verità.
Si racconta quindi che la madre molto devota, ebbe la visione di un angelo che le annunciava la tardiva gravidanza, che avrebbero ricevuto una figlia e che avrebbero dovuto chiamarla Rita; in ciò c’è una similitudine con s. Giovanni Battista, anch’egli nato da genitori anziani e con il nome suggerito da una visione.
Poiché a Roccaporena mancava una chiesa con fonte battesimale, la piccola Rita venne battezzata nella chiesa di S. Maria della Plebe a Cascia e alla sua infanzia è legato un fatto prodigioso; dopo qualche mese, i genitori, presero a portare la neonata con loro durante il lavoro nei campi, riponendola in un cestello di vimini poco distante.
E un giorno mentre la piccola riposava all’ombra di un albero, mentre i genitori stavano un po’ più lontani, uno sciame di api le circondò la testa senza pungerla, anzi alcune di esse entrarono nella boccuccia aperta depositandovi del miele.
Nel frattempo un contadino che si era ferito con la falce ad una mano, lasciò il lavoro per correre a Cascia per farsi medicare; passando davanti al cestello e visto la scena, prese a cacciare via le api e qui avvenne la seconda fase del prodigio, man mano che scuoteva le braccia per farle andare via, la ferita si rimarginò completamente. L’uomo gridò al miracolo e con lui tutti gli abitanti di Roccaporena, che seppero del prodigio.
Rita crebbe nell’ubbidienza ai genitori, i quali a loro volta inculcarono nella figlia tanto attesa, i più vivi sentimenti religiosi; visse un’infanzia e un’adolescenza nel tranquillo borgo di Roccaporena, dove la sua famiglia aveva una posizione comunque benestante e con un certo prestigio legale, perché a quanto sembra ai membri della casata Lottius, veniva attribuita la carica di ‘pacieri’ nelle controversie civili e penali del borgo.
Già dai primi anni dell’adolescenza Rita manifestò apertamente la sua vocazione ad una vita religiosa, infatti ogni volta che le era possibile, si ritirava nel piccolo oratorio, fatto costruire in casa con il consenso dei genitori, oppure correva al monastero di Santa Maria Maddalena nella vicina Cascia, dove forse era suora una sua parente.
Frequentava anche la chiesa di S. Agostino, scegliendo come suoi protettori i santi che lì si veneravano, oltre S. Agostino, S. Giovanni Battista e Nicola da Tolentino, canonizzato poi nel 1446. Aveva tredici anni quando i genitori, forse obbligati a farlo, la promisero in matrimonio a Fernando Mancini, un giovane del borgo, conosciuto per il suo carattere forte, impetuoso, perfino secondo alcuni studiosi, brutale e violento.
Rita non ne fu entusiasta, perché altre erano le sue aspirazioni, ma in quell’epoca il matrimonio non era tanto stabilito dalla scelta dei fidanzati, quando dagli interessi delle famiglie, pertanto ella dovette cedere alle insistenze dei genitori e andò sposa a quel giovane ufficiale che comandava la guarnigione di Collegiacone, del quale “fu vittima e moglie”, come fu poi detto.
Da lui sopportò con pazienza ogni maltrattamento, senza mai lamentarsi, chiedendogli con ubbidienza perfino il permesso di andare in chiesa. Con la nascita di due gemelli e la sua perseveranza di rispondere con la dolcezza alla violenza, riuscì a trasformare con il tempo il carattere del marito e renderlo più docile; fu un cambiamento che fece gioire tutta Roccaporena, che per anni ne aveva dovuto subire le angherie.
I figli Giangiacomo Antonio e Paolo Maria, crebbero educati da Rita Lottius secondo i principi che le erano stati inculcati dai suoi genitori, ma essi purtroppo assimilarono anche gli ideali e regole della comunità casciana, che fra l’altro riteneva legittima la vendetta.
E venne dopo qualche anno, in un periodo non precisato, che a Rita morirono i due anziani genitori e poi il marito fu ucciso in un’imboscata una sera mentre tornava a casa da Cascia; fu opera senz’altro di qualcuno che non gli aveva perdonato le precedenti violenze subite.
Ai figli ormai quindicenni, cercò di nascondere la morte violenta del padre, ma da quel drammatico giorno, visse con il timore della perdita anche dei figli, perché aveva saputo che gli uccisori del marito, erano decisi ad eliminare gli appartenenti al cognome Mancini; nello stesso tempo i suoi cognati erano decisi a vendicare l’uccisione di Fernando Mancini e quindi anche i figli sarebbero stati coinvolti nella faida di vendette che ne sarebbe seguita.
Narra la leggenda che Rita per sottrarli a questa sorte, abbia pregato Cristo di non permettere che le anime dei suoi figli si perdessero, ma piuttosto di toglierli dal mondo, “Io te li dono. Fà di loro secondo la tua volontà”. Comunque un anno dopo i due fratelli si ammalarono e morirono, fra il dolore cocente della madre.
A questo punto inserisco una riflessione personale, sono del Sud Italia e in alcune regioni, esistono realtà di malavita organizzata, ma in alcuni paesi anche faide familiari, proprio come al tempo di s. Rita, che periodicamente lasciano sul terreno morti di ambo le parti. Solo che oggi abbiamo sempre più spesso donne che nell’attività malavitosa, si sostituiscono agli uomini uccisi, imprigionati o fuggitivi; oppure ad istigare altri familiari o componenti delle bande a vendicarsi, quindi abbiamo donne di mafia, di camorra, di ‘ndrangheta, di faide familiari, ecc.
Al contrario di S. Rita che pur di spezzare l’incipiente faida creatasi, chiese a Dio di riprendersi i figli, purché non si macchiassero a loro volta della vendetta e dell’omicidio.
S. Rita è un modello di donna adatto per i tempi duri. I suoi furono giorni di un secolo tragico per le lotte fratricide, le pestilenze, le carestie, con gli eserciti di ventura che invadevano di continuo l’Italia e anche se nella bella Valnerina questi eserciti non passarono, nondimeno la fame era presente.
Poi la violenza delle faide locali aggredì l’esistenza di Rita Lottius, distruggendo quello che si era costruito; ma lei non si abbatté, non passò il resto dei suoi giorni a piangere, ma ebbe il coraggio di lottare, per fermare la vendetta e scegliere la pace. Venne circondata subito di una buona fama, la gente di Roccaporena la cercava come popolare giudice di pace, in quel covo di vipere che erano i Comuni medioevali. Esempio fulgido di un ruolo determinante ed attivo della donna, nel campo sociale, della pace, della giustizia.
Ormai libera da vincoli familiari, si rivolse alle Suore Agostiniane del monastero di S. Maria Maddalena di Cascia per essere accolta fra loro; ma fu respinta per tre volte, nonostante le sue suppliche. I motivi non sono chiari, ma sembra che le Suore temessero di essere coinvolte nella faida tra famiglie del luogo e solo dopo una riappacificazione, avvenuta pubblicamente fra i fratelli del marito ed i suoi uccisori, essa venne accettata nel monastero.
Per la tradizione, l’ingresso avvenne per un fatto miracoloso, si narra che una notte, Rita come al solito, si era recata a pregare sullo “Scoglio” (specie di sperone di montagna che s’innalza per un centinaio di metri al disopra del villaggio di Roccaporena), qui ebbe la visione dei suoi tre santi protettori già citati, che la trasportarono a Cascia, introducendola nel monastero, si cita
l’anno 1407; quando le suore la videro in orazione nel loro coro, nonostante tutte le porte chiuse, convinte dal prodigio e dal suo sorriso, l’accolsero fra loro.
Quando avvenne ciò Rita era intorno ai trent’anni e benché fosse illetterata, fu ammessa fra le monache coriste, cioè quelle suore che sapendo leggere potevano recitare l’Ufficio divino, ma evidentemente per Rita fu fatta un’eccezione, sostituendo l’ufficio divino con altre orazioni.
La nuova suora s’inserì nella comunità conducendo una vita di esemplare santità, praticando carità e pietà e tante penitenze, che in breve suscitò l’ammirazione delle consorelle. Devotissima alla Passione di Cristo, desiderò di condividerne i dolori e questo costituì il tema principale delle sue meditazioni e preghiere.
Gesù l’esaudì e un giorno nel 1432, mentre era in contemplazione davanti al Crocifisso, sentì una spina della corona del Cristo conficcarsi nella fronte, producendole una profonda piaga, che poi divenne purulenta e putrescente, costringendola ad una continua segregazione.
La ferita scomparve soltanto in occasione di un suo pellegrinaggio a Roma, fatto per perorare la causa di canonizzazione di s. Nicola da Tolentino, sospesa dal secolo precedente; ciò le permise di circolare fra la gente.
Si era talmente immedesimata nella Croce, che visse nella sofferenza gli ultimi quindici anni, logorata dalle fatiche, dalle sofferenze, ma anche dai digiuni e dall’uso dei flagelli, che erano tanti e di varie specie; negli ultimi quattro anni si cibava così poco, che forse la Comunione eucaristica era il suo unico sostentamento e fu costretta a restare coricata sul suo giaciglio.
E in questa fase finale della sua vita, avvenne un altro prodigio, essendo immobile a letto, ricevé la visita di una parente, che nel congedarsi le chiese se desiderava qualcosa della sua casa di Roccaporena e Rita rispose che le sarebbe piaciuto avere una rosa dall’orto, ma la parente obiettò che si era in pieno inverno e quindi ciò non era possibile, ma Rita insisté.
Tornata a Roccaporena la parente si recò nell’orticello e in mezzo ad un rosaio, vide una bella rosa sbocciata, stupita la colse e la portò da Rita a Cascia, la quale ringraziando la consegnò alle meravigliate consorelle.
Così la santa vedova, madre, suora, divenne la santa della ‘Spina’ e la santa della ‘Rosa’; nel giorno della sua festa questi fiori vengono benedetti e distribuiti ai fedeli.
Il 22 maggio 1447 Rita si spense, mentre le campane da sole suonavano a festa, annunciando la sua ‘nascita’ al cielo. Si narra che il giorno dei funerali, quando ormai si era sparsa la voce dei miracoli attorno al suo corpo, comparvero delle api nere, che si annidarono nelle mura del convento e ancora oggi sono lì, sono api che non hanno un alveare, non fanno miele e da cinque secoli si riproducono fra quelle mura.
Per singolare privilegio il suo corpo non fu mai sepolto, in qualche modo trattato secondo le tecniche di allora, fu deposto in una cassa di cipresso, poi andata persa in un successivo incendio, mentre il corpo miracolosamente ne uscì indenne e riposto in un artistico sarcofago ligneo, opera di Cesco Barbari, un falegname di Cascia, devoto risanato per intercessione della santa.
Sul sarcofago sono vari dipinti di Antonio da Norcia (1457), sul coperchio è dipinta la santa in abito agostiniano, stesa nel sonno della morte su un drappo stellato; il sarcofago è oggi conservato nella nuova basilica costruita nel 1937-1947; anche il corpo riposa incorrotto in un’urna trasparente, esposto alla venerazione degli innumerevoli fedeli, nella cappella della santa nella Basilica-Santuario di S. Rita a Cascia.
Accanto al cuscino è dipinta una lunga iscrizione metrica che accenna alla vita della “Gemma dell’Umbria”, al suo amore per la Croce e agli altri episodi della sua vita di monaca santa; l’epitaffio è in antico umbro ed è di grande interesse quindi per conoscere il profilo spirituale di S. Rita.
Bisogna dire che il corpo rimasto prodigiosamente incorrotto e a differenza di quello di altri santi, non si è incartapecorito, appare come una persona morta da poco e non presenta sulla fronte la famosa piaga della spina, che si rimarginò inspiegabilmente dopo la morte.
Tutto ciò è documentato dalle relazioni mediche effettuate durante il processo per la beatificazione, avvenuta nel 1627 con papa Urbano VIII; il culto proseguì ininterrotto per la santa chiamata “la Rosa di Roccaporena”; il 24 maggio 1900 papa Leone XIII la canonizzò solennemente.
Al suo nome vennero intitolate tante iniziative assistenziali, monasteri, chiese in tutto il mondo; è sorta anche una pia unione denominata “Opera di S. Rita” preposta al culto della santa, alla sua conoscenza, ai continui pellegrinaggi e fra le tante sue realizzazioni effettuate, la cappella della sua casa, la cappella del “Sacro Scoglio” dove pregava, il santuario di Roccaporena, l’Orfanotrofio, la Casa del Pellegrino.
Il cuore del culto comunque resta il Santuario ed il monastero di Cascia, che con Assisi, Norcia, Cortona, costituiscono le culle della grande santità umbra. 
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Rita da Cascia, pregate per noi.


*San Romano - Monaco a Subiaco (22 maggio)
Subiaco (Lazio), inizio V secolo – Auxerre (Francia), fine V secolo
La spiritualità del grande San Benedetto, patrono d’Europa, ebbe origine con un ritiro di tre anni presso il cosiddetto Sacro Sepolcro di Subiaco.
In questa profonda grotta quasi inaccessibile il giovane Benedetto si dedicò anima e corpo ad una durissima pratica ascetica.
Non tutti però sanno che fu proprio San Romano, monaco nei pressi del paesino laziale di Subiaco, a vestire il celebre Santo di Norcia con l’abito eremitico,
ad aiutarlo a calarsi nel Sacro Speco ed a fornirgli per ben tre lunghi anni tutto il necessario per la sua sopravvivenza.
Tutto ciò, però, con ogni minima attenzione, onde evitare che qualcuno potesse sospettare della presenza di Benedetto nella grotta e turbare eventualmente la sua ascesi.
Quotidianamente San Romano forniva dunque al ragazzo penitente un po’ di pane recuperato dalla mensa del suo monastero: arrampicandosi sulla rupe sovrastante l’ingresso della cavità, avvertiva Benedetto del suo arrivo con una campanella e gli calava quanto necessario con una fune.
La leggenda vuole che un giorno la campanella fu infranta dal diavolo, infuriato per le forti virtù ascetiche e caritatevoli che riscontrava rispettivamente in Benedetto e Romano.
Quest’ultimo, però, non si limitò esclusivamente a fornire al santo di Norcia aiuti materiali, ma grazie alla sua esperienza ed alla sua saggezza seppe rivelargli i segreti dell’ascesi monastica, che si rivelarono di fondamentale importanza nella stesura della Regola benedettina.
Non ci è purtroppo noto con certezza storica se i due Santi siano rimasti in contatto anche al termine dei tre anni di collaborazione al Sacro Sepolcro di Subiaco, quando San Benedetto divenne finalmente celebre come abate di Montecassino.
La tradizione propende piuttosto per un trasferimento di San Romano in Francia, ove si prodigò nella fondazione di un nuovo monastero e nella formazione di molti giovani monaci.
Qui, alla sua morte, fu venerato per i suoi immensi meriti spirituali, concretizzatisi principalmente nell’ispirazione di San Benedetto nella fondazione della nuova famiglia religiosa, che formo l’anima cristiana del vecchio continente.
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Romano, pregate per noi.


*Santa Umiltà - Badessa Vallombrosana (22 maggio)

Faenza, 1226 – Firenze, 22 maggio 1310
Rosanna Negusanti, nata a Faenza nel 1226, sposò 15enne Ugonotto dei Caccianemici. Ebbero due bimbi, morti entrambi in fasce.
I due abbracciarono la vita religiosa. Lei, assunto il nome di Umiltà, entrò nel monastero vallombrosano di Sant'Apollinare. Alcune donne la presero a maestra e la seguirono a Vallombrosa.
Ispirò la loro regola a quella di San Giovanni Gualberto. Morì nel 1310 a Firenze, dove fondò il Monastero delle Donne di Faenza. Riposa nel convento dello Spirito Santo a Varlungo (Fi). (Avvenire)
Martirologio Romano: A Firenze, Beata Umiltà (Rosanna), che, con il consenso del marito, visse dodici anni come reclusa; su richiesta del vescovo, poi, costruì un monastero di cui divenne badessa e che associò all’Ordine di Vallombrosa.
La sua ‘Vita’ scritta dal monaco contemporaneo Biagio (1330 ca.), è contenuta nel cod. 271 della Biblioteca Riccardiana di Firenze; inoltre vi è una seconda ‘Vita’ nel cod. 1563 della stessa Biblioteca.
Ma molti altri testi dei secoli successivi, fino agli Atti della Congregazione dei Riti del 1720, riportano notizie che la riguardano, sia come persona, sia per gli scritti, sia per i processi apostolici, sia per le fondazioni di monasteri a lei collegati.
Rosanna Negusanti, figlia dei nobili Elimonte e Richelda, nacque a Faenza nel 1226, l’anno della morte del serafico Francesco d’Assisi; nel 1241 a 15 anni, perse il padre e l’anno successivo a 16 anni sposò il patrizio Ugonotto dei Caccianemici, avranno ben presto due bambini, ma la loro felicità fu brevissima, essi morirono appena battezzati; nel contempo le muore anche la madre Richelda.
Ma la giovane donna (aveva 24 anni) senza avvilirsi e cedere allo sconforto o distrarsi con le gioie del mondo, decide insieme al marito Ugonotto (che morirà nel 1256) di ritirarsi a vita
religiosa, entrando ambedue nei chiostri della canonica di S. Perpetua; non era raro nel Medioevo, di assistere a scelte di questo genere fra due coniugi cristiani.
Ed in questa occasione Rosanna Negusanti cambia il nome in quello di Umiltà; dopo essere guarita miracolosamente da una grave malattia, nel 1254 lascia il chiostro della canonica e si ritira in clausura in una celletta costruita per lei presso il monastero vallombrosano di Sant'Apollinare, fondato tra il 1012 e il 1015 da San Giovanni Gualberto.
Qui visse per dodici anni, purificando ed elevando il suo spirito con preghiere e digiuni, alternandoli con consigli che dava a quanti le si rivolgevano per aiuto. Il suo esempio attrasse alcune giovani di Faenza che chiesero di costruire altre celle vicino alla sua e per vivere sotto la sua guida.
E così nel 1266 per consiglio del vescovo Petrella, Umiltà accetta di diventare la guida spirituale delle nuove monache, riunite nel vecchio monastero della Malta a Vallombrosa (FI), che d’ora in poi si chiamerà di S. Maria Novella.
Umiltà aveva ormai 40 anni, ritorna ad essere madre piena di bontà, di saggezza e di energia, diventando la guida per le nuove figlie, indirizzandole sulla via della santità; alcune delle prime monache godono per questo di un culto.
Trascorsero quindici anni, mettendo in pratica tutte le virtù della Regola di San Benedetto e delle Costituzioni Vallombrosane di S. Giovanni Gualberto.
Quando aveva 55 anni, nel 1281 madre Umiltà si mise a costruire una nuova casa spirituale per le giovani fiorentine, la cui vita era scossa dalle lotte fra Bianchi e Neri; la chiesa venne eretta a Firenze, in onore di S. Giovanni Evangelista, ebbe come architetto Giovanni Pisano e come decoratore il celebre Buffalmacco; fu consacrata nel 1297 dal vescovo Francesco Monaldeschi.
Pur essendo molto malata e anziana, suor Umiltà teneva contatti personali con Faenza e Roma per dare continuità ai due monasteri, finché dopo sei mesi di sofferenze, ad 84 anni, cessò di vivere a Firenze il 22 maggio 1310.
Dopo un anno il 6 giugno 1311, il suo corpo fu esumato e benché fosse sepolto nella nuda terra, sotto il pavimento della chiesa, risultò incorrotto; fu rivestita di preziosi indumenti e da allora ebbe un culto ininterrotto. Il suo corpo in seguito fu traslato nei monasteri di S. Caterina, di S. Antonio (1529), di San Salvi (1534) e infine nell’800, in quello dello Spirito Santo di Varlungo presso Firenze, dove è tuttora conservato.
La spiritualità di Sant' Umiltà si può rilevare dai pochi Sermoni pervenutaci, essi sono viva espressione di profonda umiltà e di fervido amore per Dio e per il prossimo.
Il suo culto è antichissimo, forse risale addirittura alla solenne ‘elevazione’ delle reliquie del 1311, in cui fu concessa una Messa propria; nel 1317 i vescovi radunati ad Avignone concessero particolari indulgenze.
Il 27 gennaio 1720 la Congregazione dei Riti con Papa Benedetto XIII confermò l’antico culto, facendo celebrare la Messa propria il 22 maggio.
Fu dichiarata nel 1942 compatrona di Faenza; le vennero dedicati altari nei due monasteri da lei fondati della Congregazione Vallombrosana.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Umiltà, pregate per noi.


*San Viano (Viviano) - Eremita (22 maggio)  

Il Santo
Secondo la tradizione il santo, Viano o Viviano, era un viandante di origine emiliana arrivato a Vagli insieme alla moglie, qua svolse l’attività di contadino. Pare che fosse deforme e mite e schernito sia dalla moglie che dagli altri contadini.
Poi il richiamo del Signore lo portò a ritirarsi alle pendici della Roccandagia dove visse in isolamento e contemplazione cibandosi di erbe, in particolare di cavolo selvatico, e bevendo acqua di fonte.
È descritto come uomo umile, amante della natura e degli animali e la sua figura somiglia molto a quella di San Francesco come si vede anche dalla statua che lo rappresenta.
Gli sono riconosciuti numerosi miracoli che ne hanno fatto il patrono popolare di Vagli eletto come tale dalla gente che lo considera beato e santo: infatti è conosciuto come San Viviano da Vagli.
Il suo culto però non è riconosciuto dalla chiesa. In realtà Vagli di Sotto ha come patrono San Regolo mentre Vagli si Sopra San Lorenzo e Roggio San Bartolomeo.
Fonti storiche certe dicono che le sue ossa fossero nella chiesa di Vagli di Sopra, in un’urna di legno, già nel 1568 e che l’oratorio fosse già presente prima del 1500, quindi il culto del santo è di probabile origine medioevale.
L’eremo
Si trova sotto una parete rocciosa che domina la valle di Arnetola chiamata “Il salto del cane”. Il nome deriva dalla crudele usanza di gettare da questa rupe i cani ormai non più utili ai loro padroni per vecchiaia o malattia.
Alla rupe vera e propria si accede seguendo una catena infissa nella roccia e ben evidente poco prima di arrivare alla scalinata che porta all’eremo.
L’edificio è posto a circa 1090 metri, la costruzione è addossata alla parete del monte (in abri), fu poi costruito un muro perimetrale con pietra locale e calce ed un tetto con grosse travi di castagno inserite nella roccia e sul muro.
Esso è ricoperto con pietre scistose calcaree ed il pavimento è inclinato per permettere lo scorrimento dell’acqua.
Dietro il piccolo altare si esce all’aperto su una terrazza panoramica protetta da un muro e proprio su questa cengia Viviano si ritirava a meditare e qua fu trovato morto il 22 maggio. Si accede all’eremo con una scalinata che i fedeli percorrevano in ginocchio. La chiave è disponibile al ristorante “La Buca dei gracchi” a Campocatino.
Celebrazioni
La festa del 22 maggio, giorno della morte del Santo, era celebrata con una messa all’eremo,
questa data coincideva con il ritorno dei pastori di Vagli dalla transumanza in pianura. Ed in occasione della partenza per la successiva transumanza, il 22 settembre, era celebrata un’altra messa. terrazza panoramica dove il Santo meditava e morì.
La seconda domenica di giugno i fedeli in processione trasportavano la statua del Santo dall’eremo fino a Campocatino dove la statua era ricoverata in un riparo di legno ricoperto da frasche dove veniva celebrata una messa ed a sera la statua era riportata all’eremo, il rito si ripeteva la seconda domenica di settembre.
Oggi il luogo in cui è portata la statua è la nuova chiesa di Campocatino, dedicata al santo, costruita negli anni ’70 del XX secolo dove la statua rimane nel periodo tra giugno e settembre.
San Viano è diventato anche il protettore dei cavatori per molti miracoli a lui attribuiti dai cavatori stessi. Inoltre è anche diventato patrono del parco delle Alpi Apuane e festeggiato il 22 maggio.
Cavolo di San Viano
Tra le molte leggende che la tradizione tramanda sul santo molto bella è quella del cavolo che il Signore avrebbe fatto nascere per sfamarlo proprio nei pressi dell'eremo. Si tratta del cavolo selvatico (Brassica montana) che si trova spontaneo solo in poche località italiane e, senza dubbio, la presenza di una pianta di valore alimentare così notevole in un luogo tanto inospitale ha fatto nascere questa bella leggenda popolare ed ancora oggi i fedeli del santo onorano questa pianta. Il cavolo oltre ad importanza alimentare ha anche proprietà curative.
Il ruolo del cavolo probabilmente è reminiscenza di antichi culti pagani in cui la pianta è donata all’uomo dagli dei per le sue molteplici proprietà.
(Autore: Fabio Frigeri - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Viano, pregate per noi.


*San Vladimiro Giovanni Battista - Principe, Martire (22 maggio)

Zeta (od. Montenegro), X sec. – Prespa (Macedonia), 22 maggio 1016
Nel descrivere la figura di san Vladimiro Giovanni Battista, bisogna dire che vi sono elementi certi ed altri elementi probabili; il racconto è in buona parte tratto da un capitolo della “Cronaca del Prete Diocleate” del secolo XII.
Prima di tutto il nome, conosciuto come Vladimiro con un seguito di Giovanni Battista, è da ritenere che Vladimiro sia il nome di famiglia “Vladimir-ovic” e Giovanni Battista il nome di battesimo.
Egli fu principe di Zeta (e non re di Dalmazia, come erroneamente ritenuto da alcuni), che era detta una volta “Croazia Rossa”, situata nell’odierno territorio tra il Montenegro e l’Albania settentrionale, il cui capoluogo oggi sconosciuto, si trovava ad ovest del lago di Scutari, probabilmente l’antica Doclea, che dava il nome al principato, prima di quello di Zeta.
Verso la fine del secolo XI, fu attaccato dal re dei Macedoni Samuele, il quale lo sconfisse e lo rese prigioniero e schiavo; ma Vladimiro riuscì a conquistare l’amore della figlia del re, Teodora-Kosara, che volle sposarlo.
La nuova condizione di genero del re, gli procurò il ritorno con gli adeguati onori al suo principato; quando Samuele morì, ed anche il suo figlio legittimo fu ucciso, il nipote Vladislavo
s’impossessò del trono e per essere sicuro di essere sovrano assoluto, decise di eliminare anche il principe Vladimiro.
Il principe fu invitato con l’inganno, nella sua città, detta Prespa dal lago omonimo, e quando Vladimiro, dopo aver assistito in chiesa alla celebrazione della liturgia, all’uscita fu proditoriamente ucciso, era il 22 maggio 1016.
Com’è nella tradizione orientale, che ha sempre venerato molti sovrani come Santi, per i loro meriti religiosi, per la fede cristiana professata, per i monasteri e chiese da loro fondati o protetti, per la loro morte a volte considerata come martirio, per i Concili convocati; anche il principe Vladimiro Giovanni Battista, vissuto negli ultimi anni del cristianesimo orientale ancora sotto la guida del Papa, prima del distacco ortodosso da Roma, fu considerato un martire.
Così s‘instaurò un culto nei suoi confronti, tenendo inoltre presente che egli fu il fondatore del monastero, oggi ortodosso, di Elbasan nell’odierna Albania centrale, nella cui chiesa dal 1215, riposano i suoi resti mortali, ancora molto venerati.
Fra i popoli slavi la sua celebrazione è il 22 maggio, giorno della sua uccisione; il suo culto è noto anche in Croazia, dove fu divulgato dai letterati G. Kavanjin e Andrea Kacic-Mioslic. Nella già citata “Cronaca”, Vladimiro è descritto come un uomo e sovrano virtuoso, di santa vita e taumaturgo, che con il suo martirio, rimase ben presto impresso nella fantasia e devozione popolare.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Vladimiro Giovanni Battista, pregate per noi.


*San Zota (Ioata, Ioathas) - Martire (22 maggio)

I Bollandisti hanno pubblicato in Anal. Boll. la passio di Zota tratta dal Magnum Legendarium Austriacum. del sec. XII e da loro giudicata di dubbia fede.
Secondo questa passio, Zota fu arrestato dal giudice Dadio, mandato appositamente dall'imperatore Massimiano, nella pentapoli africana (Cirene), allo scopo di perseguitare i cristiani.
Avendo Zota rífiutato di fare sacrifici agli dèi e di riconoscerne l'autorità, fu ripetutamente sottoposto ai piú vari tormenti fino a che, sul punto di morire, esclamò:
"Suscipe Domine animam meam"!
Per ordine del giudice il suo corpo fu seppellito in un luogo ignoto, affinché i cristiani non lo potessero onorare.
Ma il vescovo Teodoro, aggiogati due buoi ad un carro e salitovi sopra di notte, chiese tra le lacrime a Gesú Cristo che gli venisse mostrato il posto in cui erano nascoste le ossa.
I buoi riuscirono così miracolosamente a trovarle e, postisi nuovamente in cammino, si fermarono solo quando giunsero ad una villa chiamata Tribilia, non lontano da Adradianes (il Ferrari traduce villa Adriana); in questa località fu ben presto costruita una chiesa in onore del martire.
A Belluno sono venerate le reliquie di S. Ioatha, patrono minore della città, col quale secondo i Bollandisti si deve identificare il nostro Zota, data la completa somiglianza fra la passio e il compendio che il Ferrari riporta a proposito del martire Ioatha.
La sua festa viene celebrata il 22 maggio.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Zota, pregate per noi.


*Altri Santi del giorno (22 Maggio)
*Santa Gioacchina De Vedruna - Carmelitana
Giaculatoria - Santi tutti, pregate per noi


 
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