Santi del 22 Novembre - Istituto Aveta

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Santi del 22 Novembre

Il mio Santo > I Santi di Novembre

*Sant'Anania di Arbela - Martire (22 novembre)
Martirologio Romano: Ad Arbéla in Persia, sant’Anania, martire: fu arrestato durante la persecuzione del re Sabor II, per ordine dell’arcimago Ardisag, e per tre volte fustigato con tale crudeltà, che i carnefici, pensando fosse già morto, lo lasciarono a giacere sulla piazza, ma la notte seguente fu riportato dai fedeli in casa sua, dove rese lo spirito a Dio.
Nell'anno sesto della persecuzione di Sapore II, Anania, un pio cristiano di Arbela, fu tratto in arresto per ordine del mobed Ardisag (o Adorsag, come legge il Bedjan).
Dopo essere stato crudelmente fustigato e martoriato con ferri, fu abbandonato moribondo su una strada, finché, calata la notte, i cristiani lo portarono a casa, dove morì assistito dal vescovo e da altri fedeli.
Poco prima di morire, ripresa conoscenza, vide apparire degli angeli che lo trasportavano verso il cielo su una scala luminosa.
Il martirio sarebbe avvenuto il 12 kãnün qdem (kãnùn primo = dicembre) del 345, ma la passione è ricordata nel sinassario greco e nel Martirologio Romano al 1° dicembre.
(Autore: Teodoro F. Bossuyt – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Anania di Arbela, pregate per noi.


*Beato Aquilino Rivera Tamargo - Sacerdote e Martire (22 novembre)

Schede dei Gruppi a cui appartiene:
*Beati 115 Martiri spagnoli di Almería Beatificati nel 2017
*Santi, Beati e Servi di Dio - Martiri nella Guerra di Spagna - Vittime della persecuzione religiosa - Senza Data (Celebrazioni singole)

Peal de Becerro, Spagna, 4 gennaio 1907 – Almería, Spagna, 22 novembre 1936
Aquilino Rivera Tamargo nacque a Peal del Becerro, in provincia e diocesi di Jaén, il 4 gennaio 1907. Il 15 aprile 1933 fu ordinato sacerdote. Era coadiutore della parrocchia di Huéscar, in provincia di Granada e diocesi di Cadice, quando morì in odio alla fede cattolica il 22 novembre 1936, nel cimitero di Almería.
Inserito in un gruppo di 115 martiri della diocesi di Almeria, è stato beatificato ad Aguadulce, presso Almería, il 25 marzo 2017.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*San Benigno di Milano - Vescovo (22 novembre)  

m. 477
Emblema: Bastone pastorale
Martirologio Romano: A Milano, San Benigno, vescovo, che nel grande scompiglio delle invasioni amministrò la Chiesa a lui affidata con somma fermezza e pietà.
Educato in Roma, aggiunge l'Ughelli, San Benigno tenne la sedia milanese dal 470 al 477, e durante il suo episcopato restaurò molte chiese distrutte dal gotico Odoacre. L'Ughelli porrebbe San Benigno de' Bossi, successore nella sede Arcivescovile di Milano di San Geronzio.
Fu molto accanita la contesa che nel secolo XVII ci fu intorno alla famiglia di San Benigno, Vescovo di Milano del secolo V, se fosse cioè dei Bossi o meglio dei Bensi di Como, lite che in quel tempo fu seriamente giudicata dalla Corte di Roma in favore dei primi, per un suggello che i BOSSI avevano presentato, già rinvenuto nel 1582 entro l'urna del presule, seppellito nella chiesa di San Simpliciano, quando San Carlo Borromeo ne riconobbe le ceneri.
Al qual proposito aggiunge il Fumagalli, che l'argomento del suggello (un sigillo di ferro antichissimo recante per insegna il bue - stemma della casata dei Bossi - con inciso Benignus Bossius Episcopus Mediolanensis), determinò nel 1617 la scelta dei giudici romani a darla vinta ai Bossi.
Una raffigurazione di S. Benigno la si può ancora notare nella cappella di destra della chiesa parrocchiale di Azzate.
Le notizie più antiche su San Benigno Bossi ci sono date da una composizione in versi di Ennodio,
vescovo e scrittore di Pavia all'inizio del VI secolo. Essa suona così: "S. Benigno mise a disposizione il suo cuore nel vegliare il Signore sul far del giorno e ringraziò l'Altissimo di averlo creato. Così il Signore grande volle riempirlo di intelligenza.
Mise da parte il linguaggio della sua sapienza ed essa non si cancellerà nei secoli. Non svanirà la sua memoria e il suo nome verrà ricordato di generazione in generazione". Ennodio riesce poi a dedurre ingegnosamente dal nome stesso di Benigno una serie di elogi, ma non ci fornisce alcun dato sulla sua vita, tranne il fatto della sua partecipazione ad un Concilio non ben identificato.
In ogni caso é noto, da altre fonti, che il Vescovo di Milano ricoprì il suo mandato con avvedutezza e lungimiranza.
Pare certo, come risulta dal documento che mi appresto a trascrivere, che i Bossi si impegnarono a pagare le spese della festa (cadente il 20 novembre) in onore di Benigno.
Il documento che attesta ciò è datato 20 novembre 1734. "Sono lire cento ottanta, dico L. 180, moneta di Milano, che io infrascritto confesso aver ricevuto dall'ill.mo sig. conte don Giulio Cesare Bosso, quali sono per solenizzare la festa di San Benigno che corre in conto oggi giorno 20 novembre 1734, et in fede don Luigi Confalonieri, vicario della Sagrestia di San Simpliciano di Milano".
Riferendomi al Morigia, si vuole che fosse pure un rappresentante dei Bossi un certo Ansperto, arcivescovo di Milano, morto nell'882, al quale si deve la costruzione della chiesa di San Satiro. Anche Ansperto Bossi é affrescato nella chiesa parrocchiale di Azzate, giusto di fronte a San Benigno.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - San Benigno di Milano, pregate per noi.


*Santa Cecilia - Vergine e Martire (22 novembre)  
sec. II-III

Al momento della revisione del calendario dei santi tra i titolari delle basiliche romane solo la memoria di santa Cecilia è rimasta alla data tradizionale. Degli altri molti sono stati soppressi perché mancavano dati o anche indizi storici riguardo il loro culto. Anche riguardo a Cecilia, venerata come martire e onorata come patrona dei musicisti, è difficile reperire dati storici completi ma a sostenerne l'importanza è la certezza storica dell'antichità del suo culto.
Due i fatti accertati: il «titolo» basilicale di Cecilia è antichissimo, sicuramente anteriore all'anno 313, cioè all'età di Costantino; la festa della santa veniva già celebrata, nella sua basilica di Trastevere, nell'anno 545. Sembra inoltre che Cecilia venne sepolta nelle Catacombe di San Callisto, in un posto d'onore, accanto alla cosiddetta «Cripta dei Papi», trasferita poi da Pasquale I nella cripta della basilica trasteverina.
La famosa «Passio», un testo più letterario che storico, attribuisce a Cecilia una serie di drammatiche avventure, terminate con le più crudeli torture e conclusesi con il taglio della testa. (Avvenire)
Patronato: Musicisti, Cantanti
Etimologia: Cecilia = dal nome di famiglia romana
Emblema: Giglio, Organo, Liuto, Palma
Martirologio Romano: Memoria di Santa Cecilia, vergine e martire, che si tramanda abbia conseguito la sua duplice palma per amore di Cristo nel cimitero di Callisto sulla via Appia. Il suo nome è fin dall’antichità nel titolo di una chiesa di Roma a Trastevere.
Nel mosaico dell’XI secolo dell’abside della Basilica di Santa Cecilia a Roma oltre a Cristo benidecente, affiancato dai santi Pietro e Paolo, alla sua destra è rappresentata santa Cecilia, posta accanto a papa Pasquale I, che reca in mano proprio questa chiesa da lui fatta edificare nel rione Trastevere: l’aureola quadrata del Pontefice indica che egli era ancora vivo quando venne eseguita l’opera.
A sinistra di Cristo, invece, San Valeriano, sposo di santa Cecilia.
La fondazione del titulus Caeciliae risale al III secolo. Il Liber pontificalis narra che nell’anno 545, durante le persecuzioni cristiane, il segretario imperiale Antimo andò ad arrestare papa Vigilio e lo trovò nella chiesa di Santa Cecilia, a dieci giorni dalle calende di dicembre, ovvero il 22 novembre, ritenuto dies natalis della santa. Tuttavia altre fonti storiche (come il Martirologio geronimiano del V secolo) ritengono che questa non sia la data della morte o della sepoltura, ma della dedicazione della sua chiesa.
La Nobildonna romana, benefattrice dei Pontefici e fondatrice di una delle prime chiese di Roma, visse fra il II e III secolo. Venne iscritta al canone della Messa all’inizio del VI secolo, secolo in cui sorse il suo culto. Nel III secolo papa Callisto, uomo d’azione ed eccellente amministratore, fece seppellire il suo predecessore Zeferino accanto alla sala funeraria della famiglia dei Caecilii. In seguito aprì, accanto alla martire, la "Cripta dei Papi", nella quale furono deposti tutti gli altri pontefici di quello stesso secolo.
Cecilia sposò il nobile Valeriano. Nella sua Passio si narra che il giorno delle nozze la santa cantava nel suo cuore: «conserva o Signore immacolati il mio cuore e il mio corpo, affinché non resti confusa». Da
questo particolare è stata denominata patrona dei musicisti. Confidato allo sposo il suo voto di castità, egli si convertì al Cristianesimo e la prima notte di nozze ricevette il Battesimo da Papa Urbano I. Cecilia aveva un dono particolare: riusciva ad essere convincente e convertiva.
Le autorità romane catturarono san Valeriano, che venne torturato e decapitato; per Cecilia venne ordinato di bruciarla, ma, dopo un giorno e una notte, il fuoco non la molestò; si decise, quindi, di decapitarla: fu colpita tre volte, ma non morì subito e agonizzò tre giorni: molti cristiani che lei aveva convertito andarono ad intingere dei lini nel suo sangue, mentre Cecilia non desisteva dal fortificarli nella Fede. Quando la martire morì, Papa Urbano I, sua guida spirituale, con i suoi diaconi, prese di notte il corpo e lo seppellì con gli altri papi e fece della casa di Cecilia una chiesa.
Nell’821 le sue spoglie furono traslate da papa Pasquale I nella Basilica di Santa Cecilia in Trastevere e nel 1599, durante i restauri, ordinati dal cardinale Paolo Emilio Sfondrati in occasione dell’imminente Giubileo del 1600, venne ritrovato un sarcofago con il corpo della martire che ebbe l’alta dignità di essere stata sepolta accanto ai Pontefici e sorprendentemente fu trovata in un ottimo stato di conservazione.
Il Cardinale commissionò allo scultore Stefano Maderno una statua che riproducesse quanto più fedelmente l’aspetto e la posizione del corpo di santa Cecilia, così com’era stato ritrovato, con la testa girata a tre quarti, a causa della decapitazione e con le dita della mano destra che indicano tre (la Trinità) e della mano sinistra uno (l’Unità); questo capolavoro di marmo si trova sotto l’altare centrale di Santa Cecilia.
Nel XIX secolo sorse il cosiddetto Movimento Ceciliano, diffuso in Italia, Francia e Germania. Vi aderirono musicisti, liturgisti e studiosi, che intendevano restituire onore alla musica liturgica sottraendola all’influsso del melodramma e della musica popolare.
Il movimento ebbe il grande merito di ripresentare nelle chiese il gregoriano e la polifonia rinascimentale delle celebrazioni liturgiche cattoliche. Nacquero così le varie Scholae cantorum in quasi tutte le parrocchie e i vari Istituti Diocesani di Musica Sacra (IDMS), che dovevano formare i maestri delle stesse Scholae.
Il tortonese e sacerdote Lorenzo Perosi, che trovò in San Pio X un paterno mecenate, è certamente l’esponente più celebre del Movimento Ceciliano, che ebbe in Papa Sarto il più grande sostenitore. Il 22 novembre 1903, giorno di santa Cecilia, il Pontefice emanò il Motu Proprio Inter Sollicitudines, considerato il manifesto del Movimento.

(Autore: Cristina Siccardi)

Giaculatoria - Santa Cecilia, pregate per noi.


*Beati Elia Giuliano Torrido Sanchez e Bertrando Francesco Lahoz Moliner - Religiosi e Martiri (22 novembre)
Schede dei Gruppi a cui appartengono:
* Beati Martiri Spagnoli Lasalliani di Valencia - Beatificati nel 2001 Senza data (Celebrazioni singole)
* Santi, Beati e Servi di Dio Martiri nella Guerra di Spagna - Vittime della persecuzione religiosa - Senza Data (Celebrazioni singole)
† Picadero de Paterna, Spagna, 22 novembre 1936

Martirologio Romano: Nella città di Paterna nel territorio di Valencia in Spagna, Beati Elia (Giuliano) Torrijo Sánchez e Bertrando (Francesco) Lahoz Moliner, religiosi dell’Istituto dei Frati delle Scuole Cristiane e martiri, che, avendo Cristo come modello, meritarono di conseguire durante la persecuzione religiosa il premio eterno promesso a chi ha perseverato nella fede.
Bertran Francisco (Francisco Lahoz Moliner)
Campos, Spagna, 15 ottobre 1912 - Picadero de Paterna, Spagna, 22 novembre 1936
Francisco Lahoz Moliner nacque a Campos, nei pressi di Teruel in Spagna, il 15 ottobre del 1912. Fu battezzato il giorno seguente. Desideroso di divenire Fratello Lasalliano, entrò nell’Aspirantato di Cambrils il 10 agosto del 1925, proveniente da quello di Monreal del Campo.
Ricevette l'abito il 2 febbraio del 1929. Divenne prima professore all’Aspirantato, dove si occupò degli alunni più bisognosi di apprendimento, poi fu addetto alla catechesi dei Novizi. Caratterialmente fermo ed austero, era un instancabile lavoratore.
Allo scoppio della guerra civile spagnola, nel settembre 1936 venne incaricato con Fratel Elias Julian di accompagnare a casa alcuni novizi di Valencia e Aragòn.
Purtroppo fu arrestato, messo in cella di isolamento, e poi giustiziato nel campo militare di Benimamet. Fratel Bertran Francisco aveva solo ventiquattro anni. Fu sepolto in una fossa comune del cimitero di Valencia.

Preghiera
Signore che trasformasti il nostro Fratello Bertrando Francesco
in un legno ardente che si consumò a beneficio dei più bisognosi
e che contagiò quanti lo incontrarono nella sua missione educatrice,
fa’ che i giovani d’oggi capiscano che rifiutando la superficialità e vivendo una profonda vita interiore avranno da Te tutta la forza per realizzare grandi cose al servizio degli altri.
Scoprendoti, saranno capaci di comunicarti anche agli altri. Così sia.
Elias Julian (Julian Torrijo Sanchez)
Torrijo del Campo, Spagna, 17 novembre 1900 - Picadero de Paterna, Spagna, 22 novembre 1936 Julian Torrijo Sanchez nacque a Torrijo del Campo, nei pressi di Teruel in Spagna, il 17 novembre 1900. Fu battezzato il giorno seguente. Desideroso di divenire Fratello Lasalliano, entrò nell’Aspirantato di Cambrils il 13 novembre 1916. Ricevette l’abito l’11 febbraio del 1917 ad Hostalets de Llers ed assunse il nome religioso di Elias Julian. Cominciò il suo apostolato con i bambini di Santa Coloma Farnés nel 1920. Cambrils, Manlleu, San Hipolito de Voltrega, Condal, e la scuola Nostra Signora del Carmelo a Barcellona furono in seguito suoi campi di apostolato. A causa di una malattia, dovette tornare a Cambrils.
Qui fu sorpreso dalla persecuzione religiosa scoppiata con la guerra civile. Insieme a Fratel Bertran Francisco, fu incaricato di accompagnare un gruppo di novizi e scolastici aragonesi alle loro famiglie, però prima di giungere a destinazione vennero intercettati dai miliziani. Identificati come religiosi furono incarcerati ed uccisi il 22 novembre 1936. Fratel Elia aveva trentacinque anni.
Preghiera
Signore Gesù che chiami chi vuoi,
chiama anche noi a lavorare per Te e per i nostri fratelli.
Aiutaci a superare i problemi e le paure, come fece il nostro Fratel Elia.
E se chiami qualcuno di noi per servire gli altri,
che il tuo amore alimenti la sua vocazione e la faccia perseverare fino alla fine.
Facci realizzare i nostri sogni generosi
senza lasciarci contaminare dal consumismo e dalle brutture della società. Così sia.
Questi due religiosi e tre altri loro confratelli appartenenti alla Congregazione dei Fratelli delle Scuole Cristiane furono beatificati l’11 marzo 2001 da Papa Giovanni Paolo II con un gruppo composto complessivamente di ben 233 martiri della medesima persecuzione.

(Autore: Fabio Arduino)
Giaculatoria - Beati Elia Giuliano Torrido Sanchez e Bertrando Francesco Lahoz Moliner, pregate per noi.


*Santi Filemone ed Appia - Sposi e Martiri, discepoli di San Paolo (22 novembre)

Sec. I

Nella lettera a lui destinata, l'Apostolo delle Genti elogia la sua Fede e il suo amore a Cristo.
Emblema: Palma
Martirologio Romano: Commemorazione di San Filemone di Colossi, della cui carità per Cristo Gesù si rallegrò San Paolo Apostolo; è venerato insieme a sua moglie Santa Affia.
Filemone di Colosse in Frigia, fu discepolo di San Paolo. A lui l'Apostolo scrisse la più breve delle sue epistole, una delle quattro che spedì dalla prigionia romana (Eph., Phil, Col, Philem.).
Il suo nome era diffuso nell'Asia Minore (per es. il commediografo greco Filemone, cilicio, 361-262 a.C.) e soprattutto nella Frigia, come attestano, con molte iscrizioni, Aristofane (Aves, 762) e Ovidio (Metamorph., VIII, 631: il bel mito di Filemone e Bauci).
Era un facoltoso colossese, proprietario di fabbricati e schiavi. Poiché San Paolo non era stato a Colosso, Filemone deve averlo conosciuto ad Efeso (cf. Act. 19, 10-11), oppure durante un giro attraverso l'interno della provincia d'Asia (Act. 19, 26; I Cor. 16, 19). Fu convertito e battezzato da
Paolo insieme ai suoi (Philem. 19: «devi a me anche te stesso»), probabilmente durante il suo lungo ministero efesino tra il 54 e il 57. Filemone si distingueva per la sua generosità nel soccorrere e nell'ospitare «i Santi» (ibid. 5-7, 22) e la «chiesa» o comunità colossese, si radunava nella sua «casa» (ibid. 2). Aveva almeno cinquant'anni quando (nel 63) Paolo gli scrisse da Roma, presentandoglisi come «vecchio» (ibid. 9); se Archippo, che doveva averne almeno trenta poiché godeva di autorità nella chiesa colossese (Col. 4, 17), era suo figlio, Filemone era più giovane di s. Paolo di dieci o quindici anni, non più. S. Paolo chiama Filemone (ibid. 1) suo «collaboratore»; egli aveva infatti impiantato e diffuso l'Evangelo a Colosse, insieme ad Archippo il quale è considerato da Paolo suo «commilitone» (ibid. 2) e in Col. 4, 17 è menzionato come investito d'importante ministero nella chiesa colossese; perciò parecchi ritennero fosse vescovo di Colosse, forse sotto l'alto controllo e la direzione di Filemone (preposto alle varie chiese della valle del Lieo, Laodicea compresa?). Il termine greco con cui Paolo qualifica Archippo, è classico (Senofonte, Platone, Aristotele), ma infrequente nei papiri (5-6 volte) e raro nel sec. I: solo un'altra volta nel N. T. (Phil. 2, 25) e una volta in Flavio Giuseppe al femminile (Bell. Iud. VI, 9, 1).
Non sorprende quindi se le Constitutiones Apostolicae (sec. IV), VII, 46, 12 (ed. Funck, Paderborn 1905, pp. 454 sg.) dicono Filemone vescovo di Colosse e Archippo vescovo di Laodicea (l'assegnazione di quest'ultimo a Laodicea è dovuta al fatto che in Col. 4, 17 sembra incluso nella «chiesa» di Laodicea). Che Filemone fosse capo della Chiesa di Colossepuò dedursi anche dalla sua forte e operosa amicizia con s. Paolo (Philem. 13, 17, 22), che lo pone alla pari degli altri suoi noti «collaboratori»; per mezzo suo l'Apostolo si rivolge alla «chiesa» colossese (ibid. 2, 25), le cui assemblee dovevano essere presiedute da lui «nella casa» sua.
Per uno strano equivoco, il colossese Filemone venne creduto di Rodi da vari bizantini (Suida, G. Cedreno, ecc.) che identificavano i Colossesi con i Rodioti, la cui isola era caratterizzata dal famosissimo «colosso». Questa curiosa opinione riappare ancora in san Francesco di Sales (Traité de l'Amour de Dieu, 1. VII, c. 6).
Se, come è probabile, Filemone era capo della comunità colossese, è da ritenersi uno «spirituale» eccezionalmente «perfetto» (cf. I Cor. 2, 6, 10-16), poiché l'Apostolo gli inviò, insieme alla breve lettera a lui intestata, la sublime sintesi dell'Epistola ai Colossesi. Al tempo di Teodoreto (sec. V) si mostrava ancora in Colosse la casa di Filemone (In epist. ad Philem., Prooem., in PG, XXVI, col. 601).
Appia, o meglio Affia o Apphia, fin dall'inizio della lettera, è posta da san Paolo a fianco di Filemone «fratello diletto» e salutata come «sorella diletla» (questo aggettivo manca nella maggioranza dei codd. e nelle edizioni critiche, ma si ha nella Volgata, nella Peshitta e in parecchi codd. dal sec. VIII in poi). S. Giovanni Crisostomo, Teodoreto, ed altri al loro seguito, hanno ritenuto, con buon fondamento, che essa fosse la moglie di Filemone. Apparteneva, comunque, certamente alla sua famiglia, come del resto Archippo, nominato per ultimo fra i tre destinatari della lettera (ibid. 1-2) i quali formavano un gruppo familiare assai caro a Paolo; Archippo doveva essere il figlio di Filemone ed Appia. La loro casa amica era a disposizione dell'Apostolo (ibid. 22).
I tre, insieme al loro schiavo convertito Onesimo, che è oggetto, e (con Tichico), latore dell'Epistola a Filemone, sono commemorati nei martirologi latini, al seguito dei menologi greci, il 22 novembre ; tutti e quattro sarebbero stati martirizzati insieme a Colosse.
Tra Filemone e San Paolo intercorrevano rapporti di figlio a padre, una solidarietà (ibid. 17) di beni, di opere e di responsabilità che indusse l'Apostolo ad intervenire «più esortando che comandano» (ibid. 8-9) per risolvere il delicato caso di Onesimo, schiavo di Filemone, che era fuggito. Filemone aveva acquistato un giovane schiavo, svelto e capace, che chiamò Onesimo («utile»), nome greco che ricorre già in Tucidide. Dopo aver derubato il padrone, Onesimo scappò; giunse a Roma, ove confluivano avventurieri da ogni nazione, mentre Paolo vi era prigioniero (61-63). Gli schiavi fuggitivi erano fuori legge e, unendosi ai loro pari, si abbandonavano spesso alla delinquenza. Esaurito il danaro, braccato forse dalla polizia posta da Filemone sulle sue tracce, Onesimo, che in casa dell'antico padrone doveva aver sentito parlare di Paolo, andò a trovarlo nell'alloggio che l'Apostolo aveva affittato e ove riceveva liberamente le visite di molti (Act. 28, 30-31).
Paolo insegnò a Onesimo qual'è la vera, d'unica libertà: la vita interiore «nascosta con Cristo in Dio» (Col. 3, 3). Gesù Cristo, il più potente e libero tra gli esseri, sacrificò la sua sovranità e la sua libertà assumendo la veste di schiavo, e volle subire la crocifissione degli schiavi (Phil. 2, 7-8), per riscattare
tutti dalla quadruplice schiavitù dell'errore, della carne con i suoi desideri, del mondo, del peccato (I Cor. 7, 23; Rom. 6, 16-22), di fronte alla quale le oppressioni esteriori sono cosa insignificante. Paolo stesso era vissuto nella schiavitù della lettera della Legge, la quale non affrancava dalla carne e dal peccato; ma convertitosi allo Spirito di Cristo Signore, aveva trovato l'unica vera libertà (II Cor. 3, 17). Perciò la fede che unisce a Gesù e il Battesimo che immerge nel suo mistero di morte e di vita elevano il rigenerato sopra le transitorie vicende umane e annullano le abnormi distanze sociali prodotte dalle prepotenze egoistiche di pochi fortunati. «Hai ricevuto la vocazione cristiana essendo schiavo? Ciò non ti deve angustiare.
Ma, anche se puoi diventare libero, metti a profitto la tua condizione di schiavo. Infatti, colui che è chiamato nel Signore essendo schiavo, è il liberto del Signore. Parimenti, colui che è stato chiamato essendo libero è lo schiavo di Cristo. Siete stati comprati in contanti (dal Redentore); non diventate schiavi degli uomini!» (I Cor. 7, 21-23). Il più meschino schiavo di Cristo è il più libero degli uomini; invece la libertà conclamata dagli uomini abbandonati a se stessi è la più obbrobriosa delle degenerazioni oppressive (Rom. 1, 21-26).
Solo chi è morto all'uomo vecchio crocifiggendosi con Gesù al mondo e alle sue nefandezze per risorgere con lui alla nuova vita, eterna (Col. 3, 6-10; Eph. 4, 20-24; Gal. 3, 27; 6, 14-15), possiede la libertà autentica: «voi siete stati chiamati per la libertà, fratelli; soltanto che non dovete fare della libertà un pretesto per la carne, ma, mediante la carità, dovete servirvi a vicenda» (Gal. 5, 13). Dalla vera ed unica libertà che si identifica con l'amore divino in Gesù Cristo, «né i ceppi, né le oppressioni, né le sofferenze del tempo attuale» ci potranno mai separare (Rom. 8, 18, 35-39). Perciò come non esiste più distanza tra il giudeo e il pagano, non vi è più differenza tra lo schiavo e il libero (Col. 3, 11; Gal. 3, 28; I Cor. 12, 13): sono una sola e stessa cosa in Cristo.
Ignoriamo quante volte Onesimo sia stato istruito da Paolo, il quale, alla fine, lo battezzò. Stretto in catene, l'Apostolo libera lo schiavo di Filemone, che poteva ripetere ciò che Diogene diceva del suo maestro Andatene: «Mi ha reso libero nell'anima, e così ho cessato di essere schiavo».
Paolo avrebbe voluto trattenere Onesimo, ormai cristiano e quindi libero, con sé, perché l'aiutasse mentre era prigioniero (Philem. 13). Ma legalmente il neofito era ancora schiavo di Filemone e, poiché Tichico partiva per d'Asia (Col. 4, 7-9), Paolo invia entrambi alla chiesa di Colosse con una sua lettera per Filemone. Questa è la più breve - come si è detto - dell'epistolario paolino (25 versetti); eccezionalmente sembra essere stata scritta interamente di mano dell'Apostolo (Philem. 19) e verte intorno allo schiavo redento per il quale Paolo chiede il perdono, il condono, e delicatamente suggerisce, infine, l'affrancamento (ibid. 21).
Non si tratta di un affare puramente privato: è connesso indissolubilmente alla fede e alla morale cristiana. Onesimo era ormai un «fratello carissimo e fedele» di Paolo e, in quanto tale e come uno «dei loro», interessava la Chiesa colossese (Col. 4, 9). L'Apostolo mediante questa lettera pone le premesse dell'affrancamento dello schiavo convertito. La manumissio (cf. I Cor. 7, 22), nelle province greche, era attuata in forme non solenni che venivano progressivamente accolte nel diritto romano; la più semplice e spontanea era la manumissio inter amicos; il padrone dichiarava in presenza di amici di liberare lo schiavo (U. E. Paoli). Paolo che, nel diritto nuovo e più profondo della nuova vita in Cristo, era padrone di Onesimo assai più di Filemone, inizia ora, con la liberazione dello schiavo rigenerato, l'abolizione della schiavitù.
«Incatenato per Cristo Gesù», Paolo si unisce come intestatario della lettera «il fratello Timoteo». Gli sono in quel momento vicini Epafra «mio concaptivo in Cristo Gesù» e i «collaboratori» Marco, Aristarco, Dcmas, Luca (Philem. 23-24). Questi nomi sono gli stessi che compaiono nell'Epistola ai Colossesi (Col. 4, 10-14), ove è menzionato in più Gesù il Giusto. Varie analogie di concetto e di forma fra la fine dell'Epistola ai Colossesi e la lettera a F. (Philetn. 2 = Col. 4, 17; Philem. 1, 9, 13 = Col. 4, 18; Philetn. 8 = Col.3, 18; Philem. 10 = Col. 4, 9; Philem. 16 = Col.4, 7; Philem. 23 = Co/. 4, 10; ecc.). Molti accenni a identiche persone e circostanze, permettono di affermare che Philem. fu scritta subito dopo Col., al termine della biennale prigionia romana, cioè nella primavera del 63. Le due lettere, infatti, dovevano essere recate a Colossc da Tichico con Onesimo (Col. 4, 7-9).
Come le grandi epistole, Philem. è divisa in prologo, corpo della trattazione, epilogo e, come le altre, fin dal prologo irradia la luce e la vita dell'Evangelo.
L'Apostolo sa che F. leggerà la sua lettera durante la sinassi liturgica in casa sua: perciò saluta, con Filemone e Archippo che la ospitano e dirigono, «la chiesa che si riunisce in casa tua» (Philem. 2), cui ritorna nella chiusa (ibid. 25) augurandole «la grazia di N. S. G. C.» («con lo spirito vostro»). Ciò spiega il facile passaggio della seconda persona dal singolare al plurale (vv. 3-6, 22-25).
Il prologo (vv. 1-7) è costituito dal saluto unito all'indirizzo ai tre della famiglia (Filemone, Appia ed Archippo) ed alla «chiesa» (1-3): l'augurio («grazia e pace») è letteralmente identico a quello di tutte le epistole paoline (eccetto Col. 1, 2 nel testo critico!). Segue il ringraziamento a Dio (vv. 4-7), in cui loda «la carità e la fede che (tu, Filemone) hai per il Signore Gesù e verso tutti i santi, onde la partecipazione della tua fede diventi operosa nella conoscenza di tutto il bene che è in voi, per Cristo» (v. 6); si congratula molto a motivo della «tua carità, perché le viscere dei santi si sono ristorate (secondo la promessa di Gesù: Mt. 11, 28) per causa tua, fratello» (v. 7). Dopo l'insinuante esordio, Paolo introduce la sua richiesta (che - osserva - potrebbe essere «comando», in virtù dell'autorità apostolica e della paternità spirituale) in forma di amorevole raccomandazione («preferisco esortarti a motivo della carità» v. 9) in favore di Onesimo, Io schiavo fuggitivo, pentito e redento in Cristo (vv. 8-21). La domanda si svolge poi nel quadro dell'eùayysXtov paolino, e procede dalla commossa rievocazione della presente situazione dell'Apostolo all'argomentazione dogmatica che sfocia nella vita in Cristo, unica e sovraterrestre per tutti i credenti senza distinzione. «Io, Paolo, ormai vecchio, ed ora anche incatenato per Cristo Gesù, intercedo per il mio figliuolo, che ho generato (cf. I Cor. 4, 15) nei ceppi» (v. 10). Fino al v. 16 espone i motivi connessi alla persona del suo neofito.
«Onesimo ("utile", donde una delicata paronomasia) ti fu già disutile; ma ora è utile e a te e a me. Te l'ho mandato, e tu accoglilo come le mie stesse viscere» (vv. 11-12). Dopo la sua conversione o «nuova creazione», che ha liquidato tutto il passato (cf. II Cor. 5, 17), spiega l'Apostolo, «avrei voluto trattenerlo presso di me, affinché in vece tua mi servisse mentre sono nei ceppi dell'Evangelo». Ma, rispettoso dei diritti (legali, convenzionali) del padrone, «non ho voluto fare nulla senza il tuo permesso, né che tu compissi un'opera buona perché costretto, bensì per tua volontà» (vv. 13-14). Ed assurge ai principi supremi dell'economia salvifica (vv. 15-16): «Forse infatti a tal fine si è separato temporaneamente da te, perché tu lo ricuperi in eterno, e non più quale schiavo ma ben più che schiavo quale fratello diletto; se è tale per me, tanto più per te per ragioni naturali e soprannaturali». E Paolo, incalzando, conclude (vv. 17-20): «Se dunque mi consideri in comunione con te (per la fede e carità, cf. v. 6), accoglilo come me stesso. Se poi in qualche cosa ti ha danneggiato o ti è debitore, imputalo a me stesso». E come il debitore che s'impegna legalmente, aggiunge: «Io, Paolo, ho scritto di mia mano: restituirò. Per non dirti che, a tua volta, tu mi devi te stesso.
Sì, fratello, fa che io abbia da te questo favore nel Signore. Ristora le mie viscere (cf. v. 7) in Cristo». E termina con una frase che suggerisce discretamente a Filemone una generosità più piena : «Ti ho scritto persuaso della tua obbedienza (la domanda dell'Apostolo equivale quindi a un " comando ", v. 8: poiché si basa su motivi irrecusabili), sapendo anzi che farai anche più di quanto dico» (v. 21), concederai cioè addirittura l'affrancamento al tuo schiavo rigenerato in Cristo, divenuto quindi tuo «fratello diletto» (v. 16).
Nell'epilogo, contraccambiando Filemone con una consolante prospettiva, Paolo annunzia come probabile la sua venuta in casa di Filemone, poco dopo che vi sarà rientrato Onesimo. «Contemporaneamente prepara anche a me ospitalità; spero infatti che, mediante le vostre preghiere, vi sarò concesso» (v. 22). Le norme di ospitalità ricorrono nella Didaché 11, 3-6 (cf. J.-P. Audet).
Questo accenno dell'Apostolo al suo prossimo proscioglimento induce a supporre che la lettera a F.
per porre termine all'avventura di Onesimo fu scritta al termine del biennio della prigionia romana 61-63. Ignoriamo però se il progetto di raggiungere fra breve la casa di F. a Colosse, potè realizzarsi.
John Knox, dal 1935, propugna una nuova ipotesi. Il vero padrone di Onesimo non sarebbe Filemone nominato per primo, bensì Archippo. Volendo ottenere l'affrancamento dello schiavo per associarselo nel ministero evangelico, Paolo ne perora la causa presso Archippo; ma siccome non lo conosce, indirizza la lettera a Filemone suo amico, che sembra preposto alle chiese della valle del Lico.
Non fidandosi troppo di Archippo, l'Apostolo incaricherebbe di condurre a termine la pendenza Filemone e l'intera comunità (v. 2). Vuole che i fedeli di Colosse leggano la «lettera ai Laodicesi» (Col. 4, 16); Knox identifica questa con la lettera a Filemone, la cui residenza episcopale sarebbe stata Laodicea. Vuole che, dopo averla letta, insistano presso Archippo perché disimpegni il «servizio» richiestogli (ibid. 4, 17) di cedergli Onesimo. J. Knox ritiene di avere con tali precisazioni chiarito molti punti oscuri (pp. 30-34, 51-57); ma la sua elaborata, troppo ingegnosa, ricostruzione critico-storica ha riscosso poche adesioni: suscita più difficoltà di quante non ne risolva. Anche psicologicamente appare forzata, giacché trasforma in simulazione diplomatica uno scritto che si distingue a prima vista per spontaneo abbandono e limpida semplicità di cordiale effusione.
Il merito della conservazione di questa breve lettera paolina risale anzitutto a Filemone e alla sua famiglia. Menzionata dal canone Muratoriano (sec. II) che la pone con le tre lettere pastorali, la lettera a Filemone è rivendicata come autentica, contro i pochi critici radicali che la rigettarono, dai «liberali» E. Renan, A. Sabatier, H. J. Holtzmann, C. Olemen, A. Deissmann, A. Jùlicher, ecc. Lo stile, molto ammirato da H. von Soden, è squisitamente paolino. Dopo Erasmo (In Philem., 20), che sfida lo stesso Cicerone davanti alla penetrante suasività di questo rapido biglietto confidenziale, tutti ne rilevano oggi l'insuperabile grazia e suggestività.
Già F. W. Farrar istituì un diligente paragone (1892) con le due lettere di Plinio il Giovane a Sabiniano su analogo argomento, prima e dopo l'affrancamento (Epistolae, 1. IX, 21, 24), concludendo per l'inconfondibile originalità e per la totale superiorità, morale e letteraria, dello scritto paolino a Filemone.
Rinviando Onesimo al suo padrone, Paolo non intendeva certo consacrare l'istituto della schiavitù allora diffusa. Ma si astiene, sull'esempio di Gesù Cristo, da pose demagogiche e rivoluzionarie. Lascia sopravvivere i potenti che soggiogano i deboli e sfruttano i poveri; ma orienta gli animi dei padroni e degli schiavi ai supremi valori immutabili, all'apprezzamento della vera inamissibile libertà, che è interiore e non subordinata alle contingenti sopraffazioni dell'homo homini lupus; afferma la completa eguaglianza di tutti alla luce di Dio in Cristo.
In Col. 3, 22-41 (brano contemporaneo a Philem.), Paolo espone come l'obbedienza dello schiavo in Christo è assai più nobile della potenza del padrone spocchioso. Pur obbedendo, il credente «non cerca di piacere agli uomini, ma lavora per il Signore e non per gli uomini»; sa che presso Dio «non vi è accezione di persone», che tutti sono uguali davanti al Giudice de! bene e del male, e che l'unico padrone tollerabile è quello che riconosce di essere anch'egli servo del «Padrone in cielo». In tal modo lo schiavo conculcato diventa superiore all'ottuso e truce suo capo. Queste stesse norme di Col. 3, 22-41 che debbono reggere i rapporti tra i cristiani sono ribadite nella Didaché 4, 9-11 (J. P. Audet, p. 338-43)
Ormai l'unica gerarchia è quella dello Spirito di Cristo, fonte di libertà (II Cor. 3, 17). Di questa unica libertà ed eguaglianza, per cui occorre rassegnarsi alle temporanee ingiustizie terrene, l'Apostolo era costante assertore (I Cor. 7, 21-22). Chiunque è battezzato è «fratello diletto» d'ogni altro cristiano, sia pur ricco e potente (Philem. 16): sono infatti parimenti rigenerati quali figli di Dio (Col. 1, 12-14; Gal. 3, 26; 4, 7), ed in Cristo scompare ogni differenza tra lo schiavo e il libero, il capo e il suddito (Col. 3, 11; Gal. 3, 28; I Cor. 12, 13). Questa visione cristiana, aperta anzitutto ai poveri, ai sopraffatti dai «grandi», agli umiliati ed offesi, spezzerà in breve le esteriori catene legali; è l'unica infatti che ha liberato l'uomo dalla schiavitù del mondo con i suoi privilegi e privilegiati, dall'oppressione del potere e della sua pompa con le conseguenti insaziabili cupidigie, dall'assoggettamento alla carne, al peccato e alla morte (Rom. 6, 20). Cristo ci ha tutti egualmente riscattati a caro prezzo (Col. 1, 14; I Cor. 7, 23). Ma, purtroppo, la schiavitù individuale e «di massa» continua ad imperversare illegalmente, anzi si aggrava, perché «lo Spirito del Signore, che è libertà», è soffocato dagli scaltri potenti, arricchiti dal lavoro dei pazientissimi asserviti.

(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*Beata Giovanna di Montefalco (22 novembre)  

m. 22 novembre 1291
"Ancora bambina si mostra determinata: niente ama di più che entrare in quella oasi di pace e di giustizia, che sua sorella Giovanna, con un piccolo gruppo di amiche, aveva voluto realizzare alle porte di Montefalco": così scrive il Vescovo di Spoleto-Norcia, Mons. Riccardo Fontana, nella sua lettera ai giovani nella Pasqua 2002.
Giovanna di Damiano, sorella della mistica Chiara della Croce, è l’ispiratrice della vocazione religiosa della Santa di Montefalco.
Giovanna figlia di Damiano e Giacoma, spinta dal desiderio di consacrarsi al Signore, si mette a capo di un gruppo di amiche che iniziano, nel 1271, la costruzione di un reclusorio alle porte della città di Montefalco.
Nel 1290 Giovanna, secondo Berengario e altri testimoni oculari "domina mirabilis sanctitatis", chiese al vescovo di Spoleto di trasformare il reclusorio in monastero: il 10 giugno 1290 il vescovo Gerardo riconobbe la nuova famiglia religiosa dando ad essa la Regola di Sant’Agostino e autorizzando l’accettazione delle novizie.
Il monastero fu subito detto "della Croce", su proposta della stessa Giovanna, che fu eletta badessa.
La direzione della comunità monastica passò alla sorella Chiara, che divenne la nuova badessa, con la morte di Giovanna avvenuta il 22 novembre 1291.
Le scarse notizie su Giovanna, ci aiutano a guardare questa donna evangelica, che ha saputo, come Giovanni il Battista, farsi strumento nelle mani di Dio ed esse mano che indica in Gesù l’Agnello di Dio!
Così molte altre ragazze, tra cui la sua piccola sorella Chiara, hanno saputo accogliere la vocazione del Signore.
(Autore: Don Marco Grenci – Fonte: Enciclopedia dei Santi)

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*Beato Michele Puig - Mercedario (22 novembre)
† Barcellona, Spagna, 22 novembre 1567

Priore del convento mercedario di Barcellona in Spagna, il Beato Michele Puig, fu eletto Maestro Generale il 2 maggio 1546.
Il 17 ottobre 1547 celebrò, in Gerona, il suo primo capitolo al quale assistettero numerosi maestri, predicatori e scrittori.
Governò l'Ordine sapientemente per circa 22 anni, si preoccupò di porre in pratica tutte le disposizioni del capitolo e non trascurò le redenzioni degli schiavi, infatti molto numerosa fu quella del 1561.
Con fama di santità morì a Barcellona il 22 novembre 1567 e fu sepolto con grande onore nella chiesa dello stesso convento.
L'Ordine lo festeggia il 22 novembre.

(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*San Pietro Esqueda Ramirez - Sacerdote e Martire (22 novembre)

Schede dei Gruppi a cui appartiene:
*Santi Martiri Messicani (Cristoforo Magallanes Jara e 24 compagni) 21 maggio - Memoria Facoltativa
*Martiri Messicani
San Juan de los Lagos, Messico, 29 aprile 1887 - Teocaltitlán, Messico, 22 novembre 1927
Nacque in Messico a San Juan de los Lagos, Jalisco (diocesi de San Juan de los Lagos) il 29 aprile 1887. Da prete si dedicò con particolare cura e con vera passione alla catechesi dei bambini. Fondò vari centri di studio ed una scuola per la formazione catechistica. Nel momento in cui fu carcerato fu malmenato così duramente che gli si aprì una ferita sul volto.
Un militare, dopo averlo colpito, gli disse: «Ora sarai pentito di esser stato sacerdote». Ma padre Pedro rispose: «No, neppure un attimo, e mi manca poco per vedere il cielo».
Il 22 novembre 1927 lo tirarono fuori dal carcere per giustiziarlo, i bambini lo circondarono e padre Esqueda ripetè con insistenza ad un piccolo che camminava al suo franco: «Non tralasciare di studiare il catechismo, né per alcun motivo tralascia la dottrina cristiana». Gli spararono tre colpi.
È ricordato assieme ai Santi e Beati Martiri messicano del XX secolo. (Avvenire)
Emblema: Palma
Martirologio Romano: Nella città di Teocaltitlán in Messico, San Pietro Esqueda Ramírez, sacerdote e martire, che, durante la persecuzione messicana, fu gettato in carcere per il suo sacerdozio e, infine, fucilato.
"Non trascurare il catechismo per nessun motivo": consiglio normale in bocca ad un prete; che assume però valore di testamento, se si considera che viene pronunciato pochi minuti prima dell’esecuzione, alla quale il prete viene condotto in mezzo a botte, spintoni ed insulti. In effetti, la catechesi è stata il chiodo fisso di Don Pedro Esqueda Ramìrez, nato a San Juan de Los Lagos, in Messico, il 29 aprile 1887. Per lui, chierichetto e piccolo cantore, entrare in seminario a 15 anni è quasi naturale conseguenza di una vocazione sbocciata in tenera età.
Dopo l’ordinazione diaconale, il seminario di Guadalajara viene occupato dai rivoluzionari e Pedro deve così tornare nella sua parrocchia di origine, dove ha tutto il tempo di esercitarsi nella pastorale fino al 1916, quando finalmente è ordinato sacerdote.
Arrivare al sacerdozio e tuffarsi nella catechesi per Pedro è un tutt’uno, convinto com’è essere questo l’unico strumento per formare cristiani convinti, anche in vista della persecuzione religiosa
che si sta preannunciando. Don Pedro conosce tutta l’importanza di avere a disposizione buoni e ben preparati catechisti e tra le sue prime preoccupazioni ci sono proprio le scuole di formazione per gli operatori della catechesi parrocchiale. La persecuzione religiosa si fa più crudele nel 1926 con la chiusura di tutte le chiese e l’uccisione di molti sacerdoti.
Anche don Pedro, insieme a tutti i sacerdoti di San Juan de Los Lagos, deve abbandonare la parrocchia.
Ma solo ufficialmente, perché dal territorio parrocchiale non si allontanerà mai. Ospitato, a rischio della vita, dai parrocchiani, cambia spesso nascondiglio e riesce a continuare clandestinamente il suo ministero, celebrando ora in questa ora in quella casa, in un clima da catacombe. Incredibile a dirsi, anche in queste condizioni riesce a dare continuità alla crociata eucaristica, che in tempo più tranquilli era stato il punto di forza del suo ministero parrocchiale.
Con la sola differenza che, adesso, per l’adorazione eucaristica continua, bisogna cercare la casa in cui, a turno, l’Eucaristia è esposta, nella semioscurità per non dare troppo nell’occhio. I parrocchiani sempre più insistentemente gli consigliano prudenza e i familiari fanno pressioni perché si metta in salvo in un’altra città. A tutti risponde, invariabilmente, di aver messo la sua vita nelle mani di Dio, che saprà fare quello che sarà meglio per lui.
Una famiglia fa scavare nel pavimento della casa un rifugio per lui, delle dimensioni sufficienti per nascondere anche paramenti, vasi sacri e registri parrocchiali. Di qui esce comunque tutte le volte che i parrocchiani hanno bisogno di lui.; forse anche troppo, tanto che neppure quei è al sicuro. Il 18 novembre 1927 celebra la sua ultima messa, terminandola con una lode al Sacro Cuore cantata sottovoce: è sereno, anche se cosciente del pericolo che incombe.
Non ha neppure il tempo di posare i paramenti che una sua sorella arriva trafelata ad avvisarlo dell’imminente arrivo della polizia. Avrebbe ancora il tempo di fuggire, ma si limita a calarsi nel nascondiglio sotterraneo, sulla cui apertura i padroni di casa spostano un pesante mobile, nella speranza con questo di ingannare i militari.
Che arrivano poco dopo, rovistano ovunque, andando però a colpo sicuro sul nascondiglio, di cui evidentemente hanno raccolto sufficienti informazioni. Viene subito arrestato e trascinato via. E’ insultato e pestato a sangue, con il viso tumefatto, una larga ferita aperta su una guancia, il braccio destro fratturato in più punti. "Sarai pentito, adesso, di esserti fatto prete", gli dice una delle guardie che più ha infierito su di lui. "Neanche per un istante", gli risponde dolcemente don Pedro, "e mi manca poco per andare in cielo".
Il 22 novembre lo fanno uscire per trasportarlo al luogo dell’esecuzione; circondato e quasi accompagnato da un gruppetto di bambini, ha il tempo di raccomandare ad uno di essi l’assidua frequenza del catechismo e di scrivere su un pezzo di carta le sue ultime raccomandazioni per le sue catechiste. Lo finiscono pochi minuti dopo con tre colpi di pistola, regalando così alla Chiesa messicana un nuovo martire, che Giovanni Paolo II° ha canonizzato il 21 maggio 2000.

(Autore: Gianpiero Pettiti – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*San Prammazio (Pragmazio) di Autun – Vescovo (22 novembre)  
Martirologio Romano:

A Autun nella Gallia lugdunense, ora in Francia, San Pragmazio, vescovo.
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*Beato Salvatore Lilli e 7 Compagni laici armeni - Francescano Martire (22 novembre)  
+ Maraš, Cilicia (odierna Turchia), 22 novembre 1895

Nato il 19 giugno 1853 a Cappadocia, nell'Aquilano, Salvatore Lilli vestì l'abito francescano nel luglio 1870 ed emise la professione religiosa nell'agosto 1871. A causa della soppressione degli ordini religiosi, Salvatore da Cappadocia, questo il suo nome da religioso, nel 1873 fu inviato in Palestina, prima a Betlemme e poi a Gerusalemme dove venne ordinato sacerdote il 6 aprile 1878. Dopo due anni fu trasferito in Armenia Minore dove esercitò il suo apostolato per 15 anni. Nel 1890 si prodigò per aiutare i malati colpiti dall'epidemia di colera e nel 1894 fu nominato parroco e superiore dell'ospizio di Mugiukderesi. Qui, il 22 novembre 1895, allo scoppio delle rivolte politiche e con i turchi protagonisti di terribili massacri, fu arrestato con altri dodici cristiani per essere condotto a Marasc. Durante il viaggio gli fu chiesto di rinnegare la fede e al suo rifiuto venne ucciso. È stato beatificato da Giovanni Paolo II il 3 ottobre 1982. (Avvenire)
Etimologia: Salvatore = colui che salva, dal latino
Martirologio Romano: Presso il fiume Žihun nei pressi della città di Maraš in Cilicia, nel territorio dell’odierna Turchia, beati Salvatore Lilli, sacerdote dell’Ordine dei Frati Minori, Giovanni figlio di Balži e altri sei compagni di origine armena, martiri, che, dopo avere ricevuto dai soldati ottomani l’ordine di rinnegare Cristo ed essersi rifiutati di tradire la loro fede, raggiunsero il regno eterno trapassati dalle lance.
Salvatore Lilli nacque a Cappadocia in provincia de L’Aquila, il 19 giugno 1853 e vestì l’abito francescano il 24 luglio 1870, nel convento di Nazzano (Roma); emise la sua professione religiosa il 6 agosto 1871.
A seguito della soppressione degli Ordini Religiosi da parte del governo italiano, Salvatore da Cappadocia, questo il suo nome da frate, partì nel 1873 per i Luoghi Santi della Palestina, per restarvi come missionario.
Nel convento di Betlemme proseguì nello studio della filosofia, che aveva già iniziato a Castelgandolfo, facendosi ammirare per la sua vita di perfetto claustrale.
Il 6 agosto 1874 fu trasferito nel convento del S. Salvatore a Gerusalemme, per completare gli studi in teologia, venendo ordinato sacerdote il 6 aprile 1878.
Prestò il suo servizio per due anni, nelle basiliche custodite dai francescani, venendo poi inviato a Marasc nell’Armenia Minore, dove per 15 anni espletò con passione il suo apostolato.
La sua opera fu vasta e densa di risultati; i confessionali sempre affollati e le comunioni molto frequenti anche nei giorni feriali; riallacciò buoni rapporti con le persone più eminenti della città, cattoliche, ortodosse, turche; eresse una nuova cappella, inaugurata il 4 ottobre 1893 e con le offerte dei benefattori, acquistò un grande terreno e molti attrezzi agricoli per lavorarlo.
Nel novembre 1890, a Marasc scoppiò il colera e lui per 40 giorni assisté da solo i colpiti dal morbo, senza esserne miracolosamente contagiato.
Padre Salvatore nel 1894 fu nominato parroco e superiore dell’ospizio di Mugiukderesi e qui fu raggiunto dai rivolgimenti politici del 1895, quando i turchi effettuarono tanti massacri, specie tra i cattolici armeni.
Fu sollecitato più volte dai confratelli, presenti in altri luoghi più sicuri, di rifugiarsi presso di loro,
ma egli rispose: "Dove sono le pecore, lì deve restare il pastore", fu ferito dai soldati che aveva accolto con tanta benevolenza.
Il 22 novembre 1895, fu arrestato con altri dodici cristiani e condotto a Marasc; lungo il viaggio vennero più volte invitati a rinnegare la religione cattolica e a darsi alla fede di Maometto, se volevano salvare la vita.
Al loro deciso rifiuto, furono uccisi con crudeltà a colpi di baionetta e i loro corpi furono dati alle fiamme, in una zona chiamata Mujuk-Deresi.
I nomi di sette dei dodici fedeli armeni martiri insieme a padre Salvatore Lilli sono: Baldji Ohannès, Khodianin Kadir, Kouradji Tzeroum, Dimbalac Wartavar, Ieremias Boghos, David Oghlou, Toros David; degli altri non si conosce il nome.
La causa di beatificazione fu introdotta presso la S. Congregazione dei Riti il 13 febbraio 1959. Sono stati beatificati da Papa Giovanni Paolo II il 3 ottobre 1982.

(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Salvatore Lilli e 7 Compagni laici armeni, pregate per noi.  


*Beato Tommaso Reggio - Vescovo (22 novembre)   
Genova, 9 gennaio 1818 - Triora (Imperia), 22 novembre 1901

Sacerdote nel 1841, si dedica inizialmente agli studi poi è abate di S. Maria Assunta di Carigliano (Genova) dove è predicatore, direttore spirituale e dirige il giornale "Stendardo Cattolico"
A 59 anni è nominato vescovo di Ventimiglia e, successivamente, Arcivescovo di Genova dove fonda ed organizza le società operaie cattoliche per venire incontro alle povertà nuove del tempo (specialmente tra gli emigranti). Fonda anche la Congregazione religiosa Suore di Santa Marta per raccogliere i fratelli poveri e sofferenti.
Emblema: Bastone pastorale
Martirologio Romano: Nel villaggio di Triora in Liguria, beato Tommaso Reggio, vescovo di Genova, che, unendo all’austerità di vita una mirabile benignità di modi, favorì la concordia tra i cittadini e prestò con ogni mezzo assistenza ai bisognosi, dimostrandosi sempre partecipe dei problemi dell’umanità.
Discende da patrizi dell’antica Repubblica genovese e ne ha i modi, le finezze, la faccia. Ordinato sacerdote nel 1841, due anni dopo Tommaso è vicerettore nel seminario di Genova e poi rettore in quello di Chiavari. Nel 1851 torna "genovese" come abate di Santa Maria Assunta, per 26 anni intensissimi. È l’uomo-avanti, un anticipatore sereno.
Tommaso guida il quotidiano Il Cattolico e poi Lo Stendardo Cattolico, e nelle convulsioni risorgimentali sta ben fermo con il Papa. Ma è pure pronto a segnalare vie nuove per i cattolici nella realtà dello Stato unitario. Sente l’urgenza di un nuovo rapporto tra la Chiesa e il mondo contemporaneo, e lavora all’aggiornamento del clero come alla valorizzazione dei laici. Aiuta varie nuove famiglie religiose nelle difficoltà di esordio.
Nominato vescovo di Ventimiglia nel 1877, l’anno successivo fonda egli stesso una congregazione nuova. Sono le Suore di Santa Marta, chiamate dapprima al servizio-convitto e poi plasmate "sul campo" dagli avvenimenti: sono infatti infermiere nel 1884 per i colerosi di Piani di Latte (Im),
meritandosi dal Governo la medaglia di bronzo. Durante il terremoto del 1887, fondano un orfanotrofio a Ventimiglia e la Casa della Misericordia a Sanremo. La loro "ragione sociale" sono le necessità altrui; flessibili per ogni emergenza.
Chiamate, dice il Fondatore, esse "voleranno" dove necessità urge, mai dimenticando di sorridere. E sorridono ancora oggi nelle loro case sparse in Italia, Argentina, Brasile, Cile, India e Libano.
Nel 1892, Papa Leone XIII rimanda Tommaso come arcivescovo a Genova, dove egli ristabilisce una convivenza rispettosa e cordiale con i rappresentanti dello Stato, dopo anni arcigni. La sua battaglia culturale prosegue con la nascita della Pontificia Facoltà Giuridica e della Scuola superiore di religione.
Nell’agosto del 1900 Tommaso Reggio celebra a Roma le esequie del re Umberto I di Savoia, assassinato il 29 luglio a Monza. Nel novembre 1901 prende per l’ultima volta il treno (viaggia in terza classe) per andare all’inaugurazione della statua del Redentore sul Monte Saccarello. Ma a Triora lo coglie la morte.
Papa Giovanni Paolo II lo ha proclamato Beato il 3 settembre del 2000.

(Autore: Domenico Agasso – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Tommaso Reggio, pregate per noi.


*Santi Valeriano e LXXX Compagni - Martiri a Forlì (22 novembre)  

Gli Atti che trattano di questi martiri sono poco attendibili. Infatti solo nel sec. XI o ai primi del XII fu redatta una passio cheparla di un Valeriano martire di Forlì.
Questa è l'unica fonte che tratta del presunto martire romagnolo e possiamo ritenere che l'autore della passio sia caduto in errore e che il s. Valeriano venerato a Forlì non sia altri che quello di Roma.
Intorno alla metà del sec. XV infatti la festa di San Valeriano si celebrava a Forlì il 22 novembre: «Dies feriata propter festum San Sicilie (Cecilia sposa di lui secondo la passio) et Valeriani patroni dictae civitatis et martyris».
Nell'archivio Notarile di Forlì, fra gli Atti di Filippo d'Asti sono riportati dei Calendari giudiziari, cioè fatti per indicare i giorni festivi e quelli di seduta giudiziaria.
In uno di questi calendari si ricordano insieme Santa Cecilia e San Valeriano patrono di Forlì, negli altri si ricorda solo San Valeriano, ma la data è sempre quella del 22 novembre e mai del 4 maggio.
I Bollandisti sulla base della passio ne trattano il 4 maggio.

(Autore: Adamo Pasini – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santi Valeriano e LXXX Compagni, pregate per noi.


*Altri Santi del giorno (22 novembre)  
*San
Giaculatoria - Santi tutti, pregate per noi.

 
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