Santi del 23 Dicembre - Istituto Aveta

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Santi del 23 Dicembre

Il mio Santo > I Santi di Dicembre

*Sant'Antonio de Sant'Anna Galvao - Francescano (23 dicembre)

Guaratinguetà, Brasile, 1739 - 23 dicembre 1822
Martirologio Romano: A San Paolo in Brasile, Beato Antonio di Sant’Anna Galvão de França, sacerdote dell’Ordine dei Frati Minori, che si dedicò con frutto alla predicazione e al ministero della penitenza e fondò il “Ritiro della Luce”, in cui guidò una comunità di Suore sotto la sua esemplare direzione spirituale.
Fra Antonio nacque nel 1739 a Guaratinguetà nell’interno dello Stato di Sao Paulo, Brasile. L’ambiente familiare era profondamente cristiano.
Il padre capitano apparteneva al Terz’Ordine Francescano, la madre Izabel ebbe 11 figli e morì a
38 anni, donna estremamente caritatevole.
A tredici anni fu inviato dal padre a studiare nel Seminario dei Padri Gesuiti dove già si trovava il fratello José, dopo quattro anni di studi voleva rimanere tra i gesuiti, ma il padre preoccupato dalla politica antigesuitica del governo del Marchese di Pombal, lo dissuase e preferì che andasse tra i frati Minori Scalzi della Riforma di San Pietro d’Alcantara .
Il 16 aprile 1761 emise la professione solenne impegnandosi con giuramento, secondo l’usanza, a difendere il titolo di “Immacolata” della Madonna, dottrina allora controversa ma onorata dai francescani.
Dopo appena un anno l’11 luglio 1762 fu ammesso all’ordinazione sacerdotale a 23 anni perché fu ritenuto idoneo nonostante la giovane età. Percorse in pochi anni tutte le tappe da semplice chierico a confessore stimato e predicatore.
Nel 1769-70 fu nominato confessore di un “Recolhimento” di pie donne a San Paolo, lì incontrò suor Helena Maria do Espirito Santo, grande penitente , che diceva di avere delle visioni in cui Gesù le chiedeva di fondare un nuovo Recolhimento, fra Galvao come confessore ascolta e poi approvando le si affianca nella realizzazione.
La data ufficiale della fondazione è il 2 febbraio 1774 con il nome di “Recolhimento de Nossa Senhora da Conceiçao da Divina Providencia”.
Inizialmente il Recolhimento non era una Casa Religiosa, ma bensì una Casa di ritiro dove si riunivano ragazze pie per vivere come religiose ma senza emettere i voti.
Questo perché il governo Plombal era ostile a nuove fondazioni e nuove consacrazioni religiose, per ogni decisione in ambito religioso occorreva il ‘placet regio’.
Il 23 febbraio 1775 muore improvvisamente suor Helena e fra Antonio Galvao si trova ad essere l’unico sostegno delle Recolhidas.
Comunque la Comunità continuò a crescere per cui si rese necessario ingrandire il Recolhimento,
tale opera impiegò 14 anni e altri 14 anni furono necessari per la costruzione della chiesa annessa, inaugurata il 15 agosto 1802.
Nel 1988 l’UNESCO dichiarò l’intera opera patrimonio culturale dell’umanità.
Fra Antonio scrisse anche uno statuto di vita per le sue suore.
Il resto della sua vita è travagliato da numerosi tentativi di trasferirlo lontano dalla sua opera, il capitano di governo ci prova due volte, ma deve recedere per la ribellione della popolazione.
Il Padre Provinciale dei Francescani, varie volte gli affida incarichi di prestigio in altre zone del Brasile e ogni volta dietro l’insistenza del vescovo diocesano e del Senato della Camera di San Paolo, deve rinunciare, comunque molti incarichi li poté svolgere avendo ottenuto il permesso di allontanarsi per breve tempo.
Con il passar degli anni la salute divenne malferma per cui ottenne il permesso di lasciare il convento francescano e di abitare stabilmente presso il Recolhimento sua opera.
Morì il 23 dicembre del 1822 assistito dal Padre Guardiano e dai confratelli, le sue spoglie furono tumulate nella chiesa del “Recolhimento da Luz”, dietro le richieste delle suore e del popolo.
É considerato uno degli eroi che hanno plasmato il destino della città di San Paolo, fra i secoli XVIII e XIX, la sua tomba è tuttora meta di pellegrinaggi costanti di fedeli.
É stato beatificato a Roma da Papa Giovanni Paolo II il 25 ottobre 1998 ed infine canonizzato da Benedetto XVI in Brasile l'11 maggio 2007.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Antonio de Sant'Anna Galvao, pregate per noi.


*Santa Bincema - Vergine e Martire (23 dicembre)

III secolo
Santa Bincema, vergine e martire, vissuta nel III secolo d.C., è annoverata tra i santi martiri della Sardegna nel Santuario della Cattedrale di Cagliari.
(Fonte:
Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - Santa Bincema, pregate per noi.


*Beata Cherilde - Reclusa a St. Georgen (23 dicembre)

† San Gallo, Svizzera, 23 dicembre 952
Beata Cherilde reclusa a San Giorgio.
La Beata Cherilde si ritirò come solitaria in una cella presso la chiesa di San Giorgio sopra San Gallo in Svizzera in una cella abitata prima da San Wiborada, la prima donna proclamata ufficialmente santa dalla Chiesa.
La beata Cherilde visse in questa condizione per molti anni, dedita alla preghiera e all’ascetismo.
Morì il 23 dicembre 952.
Il suo nome figura nell’Obituario dei Santi e Beati sepolti a San Gallo.
La festa della beata Cherilde ricorre nell’anniversario della sua morte il giorno 23 dicembre.

(Autore: Mauro Bonato - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Cherilde, pregate per noi.


*Beata Cotelinda - Reclusa a St. Georgen (23 dicembre)

La Beata Cotelinda è una reclusa di St. Georgen in Svizzera. Di questa beata non sappiamo nulla; solo il nome di Cotelinda compare nell’elenco dei santi e beati le cui reliquie sono conservate a San Gallo.
La Beata Cotelinda è citata anche nel testo “Helvetia sancta” stampato nel 1750.
Nella storiografia del monastero è definita beata la cui festa ricorre il giorno 23 dicembre.

(Autore: Mauro Bonato - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Cotelinda, pregate per noi.


*San Dagoberto II - Martire (23 dicembre)

Figlio di Sigeberto III, re d'Austrasia (634-56), alla morte del padre era ancora bambino, così che al maestro di palazzo, Grimoaldo, fu facile sostituirlo, attorno al 659, col proprio figlio, Childeberto.
Benché confinato in un monastero irlandese, Dagoberto, in patria, non era stato dimenticato e nel 676 vi fu richiamato per impedire che l'Austrasia divenisse vassallo della Neustria. Lo accompagnò san Vilfrido, metropolita di York.
Nel 679, quando quest'ultimo, espulso dalla sua sede, gli fece visita durante il viaggio intrapreso a Roma in difesa del suo diritto, Dagoberto offrì all'amico, che rifiutò, la sede di Strasburgo.

Reduce da Roma, Vilfrido non trovò più il sovrano, che era stato assassinato il 23 dicembre 679, durante una caccia nella foresta di Woevre, presso Stenay, dal figlioccio Giovanni, al soldo dei duchi fautori di Ebroino, maggiordomo di Neustria, e di Pipino, maggiordomo d'Austrasia.
Sepolto a Stenay, Dagoberto fu venerato come martire dal popolo per la sua misera fine e il priorato di Stenay, preso il nome del santo, diventò il focolare del suo culto, che tuttavia restò limitato a quelle regioni. (Avvenire)
Emblema: Palma
La sua figura storica è stata di recente distinta da quella di Dagoberto III, con cui era stato confuso dalla leggenda.
Figlio di Sigeberto III, re d'Austrasia (634-56), e di Immechilde, alla morte del padre era ancora bambino, sicché al maestro di palazzo, Grimoaldo, fu facile sostituirlo, ca. il 659, col proprio figlio, Childeberto III.
Benché confinato in un monastero irlandese, Dagoberto, in patria, non era stato dimenticato e nel 676 vi fu richiamato per impedire che l'Austrasia divenisse vassallo della Neustria e lo accompagnò San Vilfrido, metropolita di York.
Nel 679, quando quest'ultimo, espulso dalla sua sede, gli fece visita durante il viaggio intrapreso a Roma in difesa del suo diritto, Dagoberto offrì all'amico, che rifiutò, la sede di Strasburgo.
Reduce da Roma, Vilfrido non trovò più il sovrano, che era stato assassinato a tradimento il 23 dicembre 679, durante una caccia nella foresta di Woevre, presso Stenay, dal figlioccio Giovanni, al soldo dei duchi fautori di Ebroino, maggiordomo di Neustria, e di Pipino, maggiordomo d'Austrasia.
Sepolto a Stenay, Dagoberto fu venerato come martire dal popolo per la sua misera fine e il priorato di Stenay, preso il nome del Santo, diventò il focolare del suo culto, che tuttavia restò limitato a quelle regioni.
Ancor oggi è festeggiato il 23 dicembre nei Propri delle diocesi di Verdun, Metz, Nancy e Strasburgo.
(Autore: Ireneo Daniele – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Dagoberto II, pregate per noi.


*Santi Dieci Martiri di Creta (23 dicembre)

m. Gortina (Creta), 250
Dieci Santi martiri (Teodulo, Saturnino, Euporo, Gelasio, Euniciano, Zotico, Ponzio, Agatopo, Basilide ed Evaristo) durante la persecuzione dell’imperatore Decio rigettarono pubblicamente il comando di sacrificare nel tempio dedicato alla dea Fortuna e perciò vennero torturati e decapitati presso Gortina sull’isola di Creta.
Martirologio Romano: A Górtina nell’isola di Creta, Santi dieci martiri, Teodúlo, Saturnino, Eupóro, Gelasio, Euniciano, Zótico, Ponzio, Agatópo, Basílide ed Evaristo, che, durante la persecuzione dell’imperatore Decio, per essersi rifiutati pubblicamente di obbedire all’ordine di offrire sacrifici nel giorno della dedicazione del Tempio della Fortuna patirono i supplizi e morirono, infine, decapitati.
Teodulo, Saturnino, Euporo, Gelasio, Euniciano, Zotico, Ponzio, Agatopo, Basilide ed Evaristo: questi sono i nomi dei dieci martiri commemorati in data odierna dal Martyrologium Romanum, che sull’isola di Creta presso Gortina subirono la persecuzione seguita alla promulgazione di un editto anticristiano da parte dell’imperatore Decio.
Due fonti possono costituire delle prove storiche circa l’esistenza di questi Santi: innanzitutto una “passio” greca assai antica ed inoltre una tradizione locale tramandata nella regione di Gortina.
Il villaggio ove morirono si chiama ancora oggi Hagioi Deka, cioè “Dieci Santi”, e vi è conservato un frammento di lapide recante dieci piccoli avvallamenti, che segnano i punti in cui ricevettero i colpi
mortali. Tale sito potrebbe non essere altro che un’attrazione per pellegrini e turisti, ma l’antichità del nome del paese costituisce una prova tangibile della veridicità della tradizione.
Questa vuole che dieci uomini, uniti dalla comune fede in Cristo, furono arrestati e condotti in prigione.
Qui furono picchiati e lapidati ed infine condotti al cospetto del governatore locale, che ordinò loro di compiere un sacrificio nel tempio dedicato alla dea Fortuna, della quale si celebrava in quel giorno la festa. Rifiutatisi, furono ancora torturati e la folla li invitò a salvarsi la vita obbedendo al comando ricevuto, ma essi risposero con fermezza: “Siamo cristiani e piuttosto moriremmo mille volte”.
Al governatore non restò allora che condannarli alla decapitazione ed i martiri si avviarono dunque al luogo dell’esecuzione pregando Dio con alcune precise intenzioni: avere pietà in particolar modo di loro, nonché di tutto il genere umano, e di liberare i loro concittadini dalla cecità dell’idolatria. Le insigni reliquie dei dieci santi martiri furono inseguito traslate a Roma, capitale dell’impero.
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santi Dieci Martiri di Creta, pregate per noi.


*San Garibaldo di Ratisbona - Vescovo (23 dicembre)

(?) 700 - 23 dicembre 761
San Garibaldo (o Gaubaldo, Gaubald, Gerbald, o Herbald) è il primo vescovo di Ratisbona, in Baviera. Con lui inizierà il conteggio dei vescovi di Ratisbona. Prima di lui si ricordano solo i vescovi attivi nella regione. Di lui non sappiamo quasi nulla.
Dopo che nel 739, San Bonifacio divise il ducato di Baviera in quattro diocesi: Ratisbona, Frisinga, Passavia e Salisburgo, San Garibaldo fu il primo vescovo dopo la costituzione ufficiale della diocesi.
Venne consacrato vescovo da San Bonifacio nel 739. Convocò nel 740 un sinodo a Ratisbona per prendere delle decisioni sulla vita dei sacerdoti e dei laici e sulla creazione di nuove parrocchie.
Nel 752, primo centenario della morte di San Emmerano, il vescovo itinerante patrono di Ratisbona, fece traslare i suoi resti nella nuova cripta della chiesa di un monastero benedettino. Successivamente, tale abbazia venne intitolata proprio a Sant’Emmerano.
Il suo nome è conservato nel libro dei morti del 764 nel monastero di San Pietro (in tedesco Erzabtei Sankt Peter) di Salisburgo. In vari martirologi si ricorda che morì il 23 dicembre 761.
La sua festa è stata fissata il 23 dicembre.

(Autore: Mauro Bonato - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Garibaldo di Ratisbona, pregate per noi.


*Beato Giacomo Aymerich - Mercedario (23 dicembre)

+ 23 dicembre 1428
Originario di Barcellona, Spagna, il Beato Giacomo Aymerich, venne eletto Maestro Generale dell'Ordine Mercedario, l'8 aprile 1419.
Durante il suo generalato portò a termine la chiesa del convento di Barcellona, pagando tutti i debiti di cui era gravata.
Migliorò i conventi, di Valenza, Arguines, Algar e si dedicò molto alla redenzione degli schiavi.
Alfonso V° lo nominò suo consigliere per la sua rettitudine e ammirevole serenità.
Spirò santamente nel giorno da lui predetto fra un coro di angeli e le preghiere dei confratelli, il 23 dicembre 1428.
L'Ordine lo festeggia il 23 dicembre.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Giacomo Aymerich, pregate per noi.


*San Giovanni da Kety (Canzio) - Sacerdote (23 dicembre)

Kety, Polonia, 1390 - Cracovia, notte di Natale, 1473
Sacerdote e teologo, fu maestro e modello di intere generazioni di sacerdoti. Fu parroco a Olkusz.
Il suo spirito di preghiera e di penitenza, la sua inesauribile carità verso tutti, specialmente verso i poveri, gli danno un posto di rilievo nel gran secolo di Santi della Polonia. (Mess. Rom.)
Etimologia: Giovanni = il Signore è benefico, dono del Signore, dall'ebraico
Martirologio Romano: San Giovanni da Kęty, sacerdote, che, ordinato sacerdote, insegnò per molti anni nell’Università di Cracovia.
Ricevuto poi l’incarico della cura pastorale della parrocchia di Olkusz, aggiunse alle sue virtù la testimonianza di una fede retta e fu per i suoi collaboratori e i discepoli un modello di pietà e carità verso il prossimo.
Nel giorno seguente a questo, a Cracovia in Polonia, passò ai celesti gaudi. (24 dicembre: A Cracovia
in Polonia, anniversario della morte di San Giovanni da Kety, la cui memoria si celebra il giorno prima di questo).
"All’Ateneo da me tanto amato auguro la benedizione della Santissima Trinità e la perpetua protezione di Maria, Sede della Sapienza, come anche il patrocinio fedele di san Giovanni da Kety, suo professore più di 500 anni fa". Così Giovanni Paolo II, in visita a Cracovia il 9 giugno 1979, ha ricordato il “professore santo” di quell’università. Giovanni da Kety (una cittadina polacca a sud-ovest di Cracovia), detto anche Giovanni Canzio, intraprende gli studi con risultati subito brillanti.
E a 27 anni è docente di filosofia. Poi intraprende anche studi di teologia, e a 34 anni viene ordinato sacerdote, ma continua a insegnare per alcuni anni, perché questa è la sua passione.
Più tardi viene inserito nel clero della collegiata di San Floriano in Cracovia: una chiesa che è stata costruita nel XII secolo in un paese ancora di campagna, poi raggiunto e assorbito dallo sviluppo della città, divenuta capitale della Polonia. Compie una breve esperienza parrocchiale in provincia e poi torna a stabilirsi nuovamente in Cracovia, risalendo sull’amata cattedra universitaria.
In qualità di precettore dei prìncipi della casa reale polacca, talvolta non poteva esimersi dal partecipare a qualche festa. mondana. Un giorno si presentò a un banchetto in abiti dimessi e venne messo alla porta da un domestico. Giovanni andò a mutarsi d'abito e tornò alla villa dove si dava il ricevimento. Questa volta poté entrare, ma durante il pranzo un malaccorto inserviente gli rovesciò un bicchiere sul vestito. Giovanni sorrise rassicurante: "E’ giusto che anche il mio abito abbia la sua parte: è grazie a lui che sono potuto entrare qui".
Ma “stabilirsi” è un’espressione impropria. Infatti il professore Giovanni ama la strada quanto la cattedra, gli affamati di sapere e gli affamati di pane. Ama la strada, poi, come “luogo” tipico dei poveri, sempre alla ricerca di un aiuto. E sul loro percorso amaro, i poveri di Cracovia incontrano
spesso Giovanni il Professore; lo vedono entrare nei loro miseri rifugi, portando loro quello che spesso è necessario a lui.
Ne sfama tanti, non con le ricchezze che non possiede, ma con la sua paga di insegnante e con i suoi digiuni. E poi la strada, per lui, è quella del pellegrinaggio. Il suo viaggio più lungo è quello in Terrasanta, compiuto a piedi fin dov’era possibile. Poi va pellegrino a Roma. Per quattro volte. E sempre assolutamente a piedi, andata e ritorno.
Umile camminatore e compagno di viandanti e di poveri lungo le antiche “vie” che conducono al Sud, al Paese del sole, Giovanni diventa anche il consigliere e il sostenitore dei suoi concittadini più indifesi e soli. Autorevole maestro quando siede in cattedra, gli si attribuiscono anche commenti alla Bibbia e a san Tommaso.
Ma ciò che spinge la gente di Cracovia a “gridarlo santo” dopo la morte sono le lezioni di amore che teneva lungo le strade e nelle case, tra malnutriti e ammalati. Nel 1600, Papa Clemente VIII lo proclama venerabile, e il suo corpo viene più tardi trasferito nella chiesa di Sant’Anna in Cracovia.
Nel 1767, Papa Clemente XIII lo iscrive tra i santi. Al ricordo di Giovanni è consacrata una cappella nella chiesa di San Floriano, dove a metà del XX secolo iniziava il suo servizio di vicario parrocchiale il giovane sacerdote Karol Wojtyla.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Giovanni da Kety, pregate per noi.


*San Giovanni Stone - Sacerdote Agostiniano, Martire (23 dicembre)
Scheda del gruppo a cui appartiene:

“Santi Quaranta Martiri di Inghilterra e Galles”
+ Canterbury, Inghilterra, 23 dicembre 1539
Nacque in Inghilterra. Padre Giovanni Stone agostiniano si rifiutò di riconoscere Enrico VIII come capo della Chiesa inglese.
Infatti il religioso Stone affermava che il capo della Chiesa di Inghilterra non poteva essere il re ma il Padre spirituale costituito da Dio, cioè il Papa.
In questo modo l'agostiniano Stone fece la scelta più coerente con la sua fede e fu imprigionato il 14 dicembre 1538.
Dopo un anno di carcere fu condannato a morte per le sue posizioni papiste e non favorevoli allo scisma. Padre Stone fu impiccato a Canterbury il 27 dicembre 1539. Fu canonizzato nel 1970 da Paolo VI assieme a 39 martiri, uccisi per l'unità della Chiesa. (Avvenire)
Martirologio Romano: A Canterbury in Inghilterra, commemorazione di San Giovanni Stone, sacerdote dell’Ordine dei Frati di Sant’Agostino e martire, che, strenuo difensore della fede cattolica, subì il martirio sul patibolo sotto il re Enrico VIII.
Il 3 novembre 1534 il parlamento inglese dichiarava che il re era il capo supremo della Chiesa in Inghilterra.
Veniva così ufficializzato, reso esecutivo e obbligatorio per tutti i sudditi lo scisma dell'Inghilterra dalla Chiesa cattolica.
Ai religiosi non rimaneva che scegliere una di queste tre possibilità: giurare fedeltà al re e abbandonare la vita religiosa, rifugiarsi all'estero o affrontare il carcere e la morte.

Padre John Stone, del convento agostiniano di Canterbury, fece la scelta più coerente con la sua fede.
Quando un agente del re, il 14 dicembre 1538, si presentò al convento con l’ordine di chiudere la casa religiosa e di far firmare ai membri della comunità il giuramento di fedeltà, molti si sottomisero per paura, p. John no.
Messo in prigione e portato poi al cospetto del primo ministro Thomas Cromwell, si cercò di convincerlo ad aderire allo scisma.
Ma niente e nessuno riuscirono a persuaderlo.
Anzi, nei dodici mesi di prigione che seguirono alla sua cattura, di sua spontanea volontà volle aggiungere ulteriori penitenze alle già numerose sofferenze che gli venivano inflitte, per avere la forza di rimanere fedele a Cristo nel momento della testimonianza suprema.
Infine il processo e la sentenza: il “papista” fu condannato a morte.
Il 27 dicembre 1539 una lenta e lugubre processione si snodava per le vie di Canterbury. P. John, adagiato e legato sopra un graticcio trascinato da un cavallo, attraversò la città e venne portato su una collina fuori dalle mura, ove venne impiccato.
Poi, secondo la barbara usanza del tempo, il suo corpo venne squartato e i resti furono fatti bollire in una caldaia.
Nel libro contabile del ciambellano di Canterbury c'è un elenco delle spese pagate dal comune per il legname usato per la costruzione del patibolo e del capestro: “Pagato per mezza tonnellata di legname per una forca con cui impiccare il frate Stone: 2s 6d.”.
Beatificato da Leone X nel 1886, Paolo VI il 25 ottobre 1970 lo dichiarava Santo, insieme ad altri 39 martiri, sacerdoti, religiosi e laici, uomini e donne, uccisi per la verità e l'unità della Chiesa.
La sua memoria liturgica ricorre il 25 ottobre.
(Autore: P. Bruno Silvestrini O.S.A. – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Giovanni Stone, pregate per noi.


*San Giuseppe Cho Yun-ho - Martire (23 dicembre)

Martirologio Romano:
Nel territorio di Tjyen-Tiyon in Corea, San Giuseppe Cho Yun-ho, martire, che, ancor giovane, seguendo le orme di suo padre San Pietro Cho Hwa-sŏ, fu ucciso a bastonate per il nome di Cristo.
(Fonte:
Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Giuseppe Cho Yun-ho, pregate per noi.


*Beato Hartmann (Artmanno) di Bressanone - Vescovo (23 dicembre)

Passau (Baviera) XI sec. – Bressanone, 23 dicembre 1164
Martirologio Romano: A Bressanone nell’Alto Adige, Beato Artmanno, vescovo, che, già canonico regolare, governò questa Chiesa con saggezza e fedeltà.
Hartmann nacque a Passau in Baviera nell’XI secolo e fu educato nel locale convento di San Nicola degli Agostiniani.
Divenuto sacerdote ed esponente di spicco fra i Canonici Regolari di Sant'Agostino, nel 1122 fu nominato decano del Capitolo della Cattedrale di Salisburgo dall’arcivescovo Corrado I, con lo scopo di introdurvi l’Osservanza dei suddetti Regolari.
Con lo stesso compito fu nominato prevosto del monastero di Herren-Chiemsee dal 1128 al 1133; e
poi dal 1133 al 1140 sempre come riformatore, fu chiamato da san Leopoldo III, margravio d’Austria, nella Canonica Regolare di Klosterneuburg da lui fondata presso Vienna.
Hartmann nel 1140 fu eletto vescovo di Bressanone, l’importante città alto-atesina, oggi in provincia di Bolzano; si prodigò nell’assistenza ai bisognosi, facendo erigere un ospizio per pellegrini poveri, applicò con grande zelo la riforma della disciplina del clero e nel 1142, eresse a Bressanone la Canonica Regolare di Neustift.
Nelle dispute fra il Papato e l’Impero di quel tempo, si dimostrò incrollabile difensore dei diritti pontifici chiesti da papa Alessandro III (1159-1181), ciò nonostante fu tenuto in molta considerazione e apprezzamento, da parte degli imperatori Corrado III e Federico I Barbarossa.
In vita ebbe fama di santità; Hartmann morì il 23 dicembre 1164, data in cui viene celebrata la sua festa nelle diocesi di Bressanone e di Passau; la sua tomba nella Canonica Regolare di Neustift è ancora meta di pellegrinaggi; il Santo vescovo durante tutto il Medioevo, fu invocato come protettore nei casi di parti difficili.
Il suo culto fu confermato nel 1784 da Papa Pio VI.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Hartmann di Bressanone, pregate per noi.


*Sant'Ivo (Yves) di Chartres - Vescovo (23 dicembre)

Beauvais (Rouen), 1040 – Chartres, 23 dicembre 1116
Martirologio Romano: A Chartres in Francia, Sant’Ivo, vescovo, che ristabilì l’ordine dei canonici e molto operò e scrisse per promuovere la concordia tra il clero e il potere civile e per il bene della Chiesa.
La vastissima bibliografia esistente sulla sua persona e sul contenuto delle sue opere e pensiero canonico, fa giustificare ampiamente quanto ebbe a dire di lui Jacques-Bénigne Bossuet (1627-1704), vescovo di Meaux, scrittore e sommo oratore francese, indicandolo come “il vescovo più santo e più sapiente del suo secolo”.
Yves nacque verso il 1040 presso Beauvais (Rouen) in un’agiata famiglia; i suoi genitori Ugo d’Auteuil e Ilmenberga, gli diedero una prima istruzione letteraria, proseguita poi a Parigi, grandissimo centro culturale già in quell’epoca.
Proseguì gli studi in teologia nell’abbazia di Le Bec in Normandia, dove ebbe come compagno di studi Sant'Anselmo e per maestro il giurista, poi monaco, Lanfranco di Pavia (sec. XI), divenuto arcivescovo di Canterbury nel 1070.
Yves fu poi nominato canonico di Nesles in Piccardia (regione storica della Francia settentrionale) ma dopo qualche anno venne richiamato a Beauvais da Guido vescovo di quella città, il quale gli diede l’incarico della direzione del monastero dei Canonici Regolari di Saint-Quentin, che era stato appena fondato, così Yves ne divenne la guida dal 1078 al 1090 e la fama della sua saggezza si diffuse in tutta la regione.
Aveva circa 50 anni quando il clero ed il popolo dei fedeli di Chartres, insigne città della Francia, sede della grandiosa cattedrale gotica, la cui costruzione sarebbe iniziata proprio in quel XII secolo, designò Yves come loro vescovo, al posto del deposto Goffredo accusato di simonia.
Goffredo si appellò a Roma, ma il papa Urbano II (1042-1099) gli diede torto, confermando l’investitura di Yves; anche il re di Francia Filippo I (1052-1108), come privilegio di quei tempi, gli consegnò il pastorale.
Ma quando fu chiesto all’arcivescovo di Sens, Richer suo metropolita di consacrarlo, questi si rifiutò non essendo stato consultato nel processo romano contro Goffredo.
A questo punto Yves decise di andare direttamente dal Papa, che però aveva dovuto lasciare Roma per rifugiarsi a Capua, dovendo sfuggire alla soldataglia dell’imperatore di Germania Enrico IV (1050-1106) impegnato nella lotta per le investiture, già contro il Papa San Gregorio VII (1073-1085) suo predecessore; e fu a Capua che verso la fine del 1090, papa Urbano II lo consacrò
vescovo di Chartres. I primi anni del suo episcopato furono contraddistinti per lo scontro con il re francese Filippo I, il quale aveva contratto un matrimonio adulterino con Bertranda di Montfort; il vescovo si oppose suscitando l’ira del re che lo fece mettere in prigione per molti mesi. Ma dopo la sua liberazione Yves riprese le sue proteste, sia contro il re, sia contro i vescovi che gli erano favorevoli, ricorrendo perfino a Roma, affinché non venissero eletti in sedi episcopali, i partigiani del sovrano, che fu scomunicato nel 1095, anno in cui il papa Urbano II venne in Francia al Concilio di Clermont, dove predicò la prima crociata; a tale assise era presente anche Yves, come pure a quello del 1100 a Poitiers.
Il Santo vescovo continuò la lotta contro il sopruso reale, finché nel 1104 Filippo I separatosi da Bertranda, venne riammesso nella comunità cattolica dal nuovo Papa Pasquale II (1099-1118); ancora nel 1107 Yves ricevette a Chartres Papa Pasquale II che si era recato in Francia.
Sempre difensore delle decisioni papali e strenuo protagonista nella lotta fra il papato e l’impero per le investiture dei vescovi, Yves dovette entrare anche in conflitto con il suo Capitolo, per le sue idee riformatrici, Capitolo che era in buona parte sostenuto da Luigi VI il Grosso (succeduto nel 1108 a Filippo I sul trono di Francia), una Bolla papale gli dette ragione nel 1114.
Nella sua opera episcopale primeggiano circa 300 ‘Lettere’ dense di consultazioni canoniche e teologiche, pratiche amministrative, interventi nei grossi affari del suo tempo, che permettono di conoscere il progresso della riforma gregoriana, attuata per mezzo della competenza e dello zelo episcopale che lo distinse.
Inoltre il santo vescovo per intervenire con efficacia nelle controversie del suo tempo, dovette appellarsi a dei testi canonici e siccome il ‘Decreto’ di Burcardo († 1025) vescovo di Worms e celebre canonista, il cui diritto canonico fece testo in tutta Europa, non era più rispondente alle esigenze riformatrici che Yves propugnava, e tenendo presente che le ‘collezioni’ gregoriane (raccolte di canoni e norme ecclesiastiche), erano in Francia recepite come troppo romane, egli fu costretto a redigere nuove norme giuridiche.
Le collezioni le citiamo soltanto: La ‘Tripartita’ (1093); il ‘Decretum’ (1094); la ‘Panormia’ (1094-1096), ognuna di queste opere consta di varie centinaia di frammenti (articoli, citazioni, norme del governo ecclesiastico; solo il ‘Decretum’ è composto da 17 libri e 3760 frammenti).
Si conoscono di lui 24 ‘Sermoni’ quasi tutti pronunciati nei Sinodi e Concili su argomenti dogmatici, disciplinari o liturgici.
Considerato conoscitore profondo della Bibbia e dei testi liturgici, professò sempre un grande attaccamento all’insegnamento della Chiesa e ogni suo scritto o parola abbonda di citazioni dottrinali; la diffusione della sua fama fu notevole e lo testimonia la cura con la quale sono stati conservati i suoi scritti.
Morì il 23 dicembre 1116 a Chartres e fu subito considerato un santo, in particolare nelle diocesi di Beauvais e Chartres, che gli tributarono un culto specifico. Papa San Pio V ne concedette l’Ufficio ai Canonici Regolari del Laterano il 18 dicembre 1570.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Ivo (Yves) di Chartres, pregate per noi.


*Santa Maria Margherita d'Youville (Dufrost De Lajemmerais) - Fondatrice (23 dicembre)
Varennes, Canada, 15 ottobre 1701 - Montreal, 23 dicembre 1771

Nasce a Varemes il 15 ottobre 1701, in una zona del Canada che era colonia francese. Il padre, capitano delle truppe coloniali, muore quando Margherita ha cinque anni.
A 12 anni la giovane entra fra le Orsoline di Quebec ma dopo due anni torna in famiglia. A 21 anni si sposa ma rimane presto vedova con cinque figli ed un altro in arrivo e con poche risorse economiche.
Si dà ugualmente ad un'intensa vita di carità verso i poveri assistendoli all'ospedale generale di Montréal. Dopo la morte dell'ultimo figlio e divenuti sacerdoti altri due, il 31 ottobre 1738, inizia insieme a tre compagne una vita religiosa, stabilendosi in una casa d'affitto e gettando così le basi dell'Istituto delle Suore di Carità dette «Suore grigie» dal colore dell'abito.
Nel 1747 prende la direzione dell'ospedale che le viene confermata dal re di Francia nel 1753; nello stesso anno il vescovo di Montréal approva canonicamente il nuovo Istituto. Muore a Montréal il 23 dicembre 1771 e viene beatificata da Giovanni XXIII il 3 maggio 1959 e, in seguito ad un miracolo avvenuto per sua intercessione, è stata canonizzata da Giovanni Paolo II il 9 dicembre 1990 a Roma. (Avvenire)
Martirologio Romano: A Montréal in Canada, Santa Maria Margherita d’Youville, religiosa, che, madre di famiglia, rimasta vedova, educò piamente due dei suoi figli sulla via del sacerdozio e si adoperò con tutte le forze per l’assistenza agli infermi, agli anziani e ai bisognosi di ogni genere, per i quali fondò la Congregazione delle Suore della carità.
Marie Marguerite d'Youville nasce il 15 ottobre 1701 a Varennes (Québec) primogenita di sei figli di Cristoforo Dufrost de Lajemmerais e di Maria Renata Gaultier de Varennes. All'età di sette anni rimane orfana di padre la cui morte lascia la famiglia in grande povertà. Ella, tuttavia, grazie all'interessamento del bisnonno Pietro Boucher, può compiere due anni di studi presso le Orsoline di Québec, le quali scoprono in lei un carattere già ben temprato e una precoce maturità.
Ritornata in famiglia, aiuta la mamma nell'accudire alla casa e nell'educare i suoi fratelli più piccoli.
A Montréal, dove nel frattempo si è trasferita con la madre passata a seconde nozze, conosce Francesco d'Youville che sposa nel 1722.
Incominciano, però, per lei grandi sofferenze: il disinteresse per la famiglia da parte del marito, dedito al traffico di alcool con gli Indiani, e soprattutto la morte in tenera età di quattro dei suoi
sei figli.
Assiste con tenerezza il marito, colpito da improvvisa e grave malattia fino alla morte sopravvenuta nel 1730.
La giovane vedova con immensa fede nella Paternità di Dio, dà allora inizio a molteplici iniziative caritative. Pur vegliando all'educazione dei due figli, che diventeranno sacerdoti, il 21 novembre 1737 accoglie nella sua casa una cieca. Quindi, con tre compagne che condividono i suoi ideali, il 31 dicembre dello stesso anno si consacra a Dio per servirlo nella persona dei diseredati. Margherita, a sua insaputa, diventa così fondatrice dell'Istituto conosciuto più tardi con il nome di Suore della Carità di Montréal, "Suor Grigie".
Schieratasi a fianco dei più poveri, nonostante la salute malferma, prosegue arditamente nella sua opera assistenziale non temendo gli insulti e le calunnie che le provengono dal suo stesso ambiente familiare.
Nemmeno la morte di una associata e l'incendio della sua abita zione affievoliscono il suo ardore; sono, anzi, uno stimolo per radicalizzare ancor più il suo impegno a servizio dei poveri.
Con le due compagne della prima ora, il 2 febbraio 1745 si impegna a mettere tutto in comune per aiutare un maggior numero persone bisognose. Due anni più tardi, la " madre dei poveri ", come ormai viene chiamata, assume la direzione dell'Ospedale dei Fratelli Charon cadente in rovina. Ella ne fa un rifugio accogliente per tutte le umane miserie che feriscono il suo occhio perspicace il suo cuore materno.
Nel 1756 un incendio devasta l'ospedale, ma non affievolisce la fede e il coraggio della fondatrice: ella invita le sue suore e i poveri a riconoscere in tale prova il passaggio di Dio e a lodarlo.
Quasi prevedendo l'avvenire, a 64 anni intraprende la ricostruzione di questa casa di accoglienza per tutte le persone bisognose e in difficoltà.
La morte la coglie il 23 dicembre 1771. Il piccolo seme gettato in terra canadese nel 1737 da
questa figlia della Chiesa, è ora diventato un albero che stende le sue radi su quasi tutti i continenti. Le Suore della Carità di Montréal " Suore Grigie ", con le loro comunità sorelle: le Suore della Carità di San Giacinto, le Suore della Carità di Ottawa, le Suore della Carità di Québec, le Suore Grigie del Sacro Cuore (Philadelphia) e le Suore Grigie dell'Immacolata Concezione (Pembroke) continuano la stessa missione con audacia e speranza.
Papa Giovanni XXIII la proclamò Beata il 3 maggio 1959.
La guarigione di una persona colpita da leucemia mieloblastica avvenuta nel 1978 è stata attribuita alla sua intercessione.
Margherita d'Youville continua ancor oggi, attraverso le sue religiose, a servire Cristo in tanti bambini orfani, adolescenti insicuri dell'avvenire, ragazze deluse nelle loro speranze, famiglie disgregate e ad assistere con la sua protezione le persone impegnate nelle opere assistenziali e quelle consacrate a Dio nel servizio dei fratelli e delle sorelle.
(Fonte: Santa Sede)
Giaculatoria - Santa Maria Margherita d'Youville, pregate per noi.


*Beato Niccolò (Nicola) - Fattore (23 dicembre)

Martirologio Romano: A Valencia in Spagna, Beato Nicola, detto il Fattore, sacerdote dell’Ordine dei Frati Minori, che, arso da fervido zelo per Dio, fu spesso rapito in estasi.
Figlio di un sarto siciliano emigrato in Spagna, nacque il 29 giugno 1520 a Valencia; al fonte battesimale fu chiamato Pietro Niccolò. Era una famiglia modesta, in tutto cinque figli. All’età di 17 anni, il giorno della festa dell’apostolo Andrea, il giovane entrò tra i Frati Minori Osservanti, nel convento della sua città. Religioso esemplare, gli fu chiesto più volte di recarsi missionario all’estero, trovò però la sua terra di missionein patria, la Spagna di Filippo II.
Vero uomo di Dio, svolgeva il suo ministero col massimo scrupolo, fu un infaticabile predicatore e confessore. Fu direttore spirituale di alcune comunità religiose femminili, tra le quali le Clarisse di Madrid. Prima di celebrare la Messa era solito far penitenza, tre volte prima di fare una predica. Una per i suoi peccati, una per i peccati di quanti lo circondavano, una perché la predica fosse
efficace. Si dedicò anche alla conversione dei “mori”, un apostolato delicato e pericoloso. Si cibava quasi sempre a pane e acqua. La sue penitenze erano estreme tanto che ci fu chi informò l’Inquisizione.Fu stimato da molti nobili, fu amico di s. Pasquale Baylon, di s. Luigi Bertran, del b. Giovanni de Ribera che poi testimoniarono alla sua causa di beatificazione.
Padre Nicola cadeva sovente in estasi, la sua figura fu presto avvolta dal mistero e da un alone leggendario. Si narra che avesse premonizioni - ad esempio sull’esito della battaglia di Lepanto e sulla elezione di Papa Sisto V. Il “mondo angelico” gli era familiare: fu favorito da frequenti apparizioni dell’Angelo custode, chi assisteva alla sua Messa si convinse che gli angeli lo aiutassero nella celebrazione. Non fu immune, però, da tentazioni e da visioni del demonio sotto forma di leone, di orso e di serpente. Questi racconti, indicativi della mentalità del tempo, sono prova della sua fama di santità.
Negli ultimi anni di vita volle indossare il saio dei cappuccini a Barcellona, probabilmente perché cercava uno stile di vita più austero. Fu anche un modo per umiliarsi, ma dopo la soppressione di quel convento tornò a Valencia.
Morì poco dopo il 23 dicembre 1583, all’età di 63 anni, di cui 46 di vita religiosa. Tre anni dopo la morte il corpo fu riesumato per ordine di Filippo II e trovato incorrotto. La sua tomba divenne meta di molti devoti che ottenevano grazie e miracoli. Nicola Fattore fu beatificato da Pio VI il 27 agosto 1786.
(Autore: Daniele Bolognini - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Niccolò, pregate per noi.


*Beato Paolo (Pablo) Melendez Gonzalo - Padre di famiglia, Martire (23 dicembre)
Schede dei gruppi a cui appartiene:
“Beati 233 Martiri Spagnoli di Valencia” Beatificati nel 2001
“Martiri della Guerra di Spagna”
Valencia, Spagna, 6 nevembre 1876 – Castellar, Spagna, 23 dicembre 1936
Martirologio Romano: Nel territorio di Valencia in Spagna, Paolo Meléndez Gonzalo, martire, che, padre di famiglia, durante la persecuzione contro la religione, uniformandosi in tutto all’esempio di Cristo, raggiunse per sua grazia il regno eterno.
Con la beatificazione, in questi ultimi due decenni, di quasi mille martiri della guerra civile spagnola si può dire che ogni categoria lavorativa è oggi ufficialmente rappresentata in paradiso.
I laici, nella stragrande maggioranza provenienti dalle fila dell’Azione Cattolica, sono, infatti, così significativamente rappresentati tra le centinaia di Beati tra vescovi, preti e religiosi, da poter offrire ad ogni lavoratore un modello ed un protettore contemporaneo.
Questa settimana, ad esempio, vogliamo portare alla ribalta un avvocato, la cui vita esemplare è sufficiente a riscattare la fama dell’Azzeccagarbugli di manzoniana memoria, entrata forse nell’immaginario collettivo. Come a dire che il suo martirio non fu improvvisato, bensì logica conclusione e degno coronamento di una vita interamente illuminata dalla fede. Nasce il 7 novembre 1876 a Valencia, figlio di un comandante della Guardia Civile che lo lascia orfano a 14 anni.
Oltre che per necessità, si sente in dovere, come primogenito di sette tra fratelli e sorelle, di prendersi a carico la famiglia nel senso più vero del termine: sarà il babysitter, l’accompagnatore, il compagno di giochi, l’educatore di tutti, senza per questo trascurare la scuola, dove, infatti, si diploma con la menzione d’onore. Scontato che, così intelligente e dotato, decida di proseguire gli studi: si iscrive alla facoltà di giurisprudenza dell’Università di Valencia, laureandosi a pieni voti e vincendo, per di più, un premio straordinario come miglior studente di Diritto di tutta la Spagna. La sua religiosità dell’infanzia si irrobustisce e si consolida nella giovinezza grazie all’Azione Cattolica, che lo forma e lo prepara ad occupare cristianamente il suo posto nella società.
I suoi compagni ricordano che è sua abitudine studiare davanti al crocifisso o ad un’immagine religiosa, quasi a ricevere da questi simboli motivazione e slancio nello studio. Apre uno studio da avvocato e subito lo apprezzano per la serietà, l’onestà e la dirittura morale. Il lavoro non gli impedisce di dedicare tempo ed energie alle opere di carità, alle pratiche religiose e all’apostolato.
Eccolo, dunque, operoso e infaticabile, a lavorare per i poveri della San Vincenzo; eccolo abitualmente partecipare alla messa e accostarsi alla comunione, pratica giornaliera alla quale resterà fedele per tutta la vita; eccolo animatore dei gruppi cattolici di tutta la diocesi, dagli Operai Cattolici, agli Uomini di Azione Cattolica. Parla bene e si fa ascoltare volentieri; è talmente coerente nella vita di ogni giorno da risultare anche credibile.
Si è sposato nel 1904 con Dolores, una ragazza che condivide i suoi ideali e la sua forte spiritualità ed è un matrimonio benedetto da ben dieci figli. Nel 1936, quando la Guerra Civile spagnola raggiunge il culmine della violenza assumendo i connotati di una e propria persecuzione religiosa, l’avvocato che “puzza troppo d’incenso” viene subito preso di mira: lui, imperturbabile, continua la sua attività di sempre, con il solito impegno, con la consueta serenità.
Anzi, accetta anche di diventare l’avvocato del vescovo, incarico che tanti hanno rifiutato per paura di esporsi troppo. Rifiuta ogni consiglio di moderare il suo impegno e di limitare il suo apostolato, come pure di nascondersi: non ha paura e, contemporaneamente, non vuole abbandonare il figlio Carlo, gravemente ammalato. Lo arrestano il 25 ottobre insieme al figlio Alberto, e davanti ai giudici, alla richiesta se è cattolico, risponde con fierezza “Cattolico apostolico e romano”. Lo tengono in carcere. Sopporta la prigione con serenità, affronta le torture con estrema dignità, fino a pochi giorni prima di Natale.
Alle figlie, che chiedono sue notizie, la direzione del carcere assicura che è imminente la sua liberazione. É proprio una di esse a scoprire, alla vigilia di Natale, a scoprire il cadavere di papà e del fratello tra i corpi ammassati nel cimitero di Valencia: fucilato come gli altri, forse quello stesso giorno, forse il giorno precedente, e poi finito con un colpo alla nuca. Perché “troppo cattolico”, perché non erano riusciti a piegarlo nel suo desiderio di restare “fedele a Dio, alla Chiesa e alla Patria”.
La Chiesa ha riconosciuto autentico martirio la morte dell’avvocato Paolo Meléndez Gonzalo e Giovanni Paolo II° lo ha beatificato l’11 marzo 2001.
(Autore: Gianpiero Pettiti – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Pablo Meléndez Gonzalo, fedele laico, nacque a Valencia il 7 novembre 1876, primo di sette figli. Il 9 novembre 1876 ricevette il battesimo nella chiesa dell’ordinariato militare di Santo Domenico di Valencia, poiché suo padre era comandante della guardia civile.
A soli quattordici anni rimase orfano di padre e divenne così l’appoggio di sua madre. Dall’anno seguente aderì a diverse associazioni cattoliche. Ottimo studente di Diritto, ottenne il premio massimo di carriera di tutta la Spagna.
Il 25 gennaio 1904 convolò a nozze con Dolores Boscá Bas e da questo matrimonio nacquero ben dieci figli. Fu direttore del giornale cattolico “La voz de Valencia”, consigliere comunale, vice sindaco di Valencia e deputato provinciale.
In tutti questi incarichi Pablo Meléndez Gonzalo non mancò mai di essere strenuo difensore degli interessi della Chiesa.
Avvocato dell’arcivescovo di Valencia, esercitò il gratuito patrocinio anche per alcune congregazione religiose ed opere ecclesiastiche. Fu infine il primo Presidente diocesano dell’Azione Cattolica di Valencia. Allo scoppio della guerra civile spagnola, Pablo fu arrestato il 25 ottobre 1936 e durante la sua prigionia non mancò mai di dimostrarsi esemplare nell’esercizio della carità. Morì martire, insieme con suo figlio Alberto, il 24 dicembre 1936 presso Castellar. Papa Giovanni Paolo II lo ha beatificato l’11 marzo 2001 con altre 232 vittime della medesima persecuzione.
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Paolo Melendez Gonzalo, pregate per noi.


*San Servolo il Paralitico - Mendicante (23 dicembre)

Roma, † 23 dicembre 590
Etimologia: Servolo = di servo o salvato, dal latino
Martirologio Romano: A Roma, commemorazione di San Sérvulo, che, giacendo paralitico fin dall’infanzia sotto il portico della chiesa di San Clemente, cercò sempre, come scrive San Gregorio, sia pure nelle sofferenze, di rendere grazie a Dio e distribuì ai poveri tutto quello che raccoglieva dalle elemosine.
Un mendicante paralitico, come tanti che hanno disseminato le strade delle città in tutti i secoli, ricordando con la loro presenza, spesso vista con fastidio, l’altra faccia dell’umanità, che non consiste solo di gioie, divertimenti, buona salute, ricchezza, ma anche di povertà, malattia, emarginazione, sofferenza, ingiustizia.
Tale fu nel tardo VI secolo, Servolo, un paralitico povero di mezzi, che dimorava sotto i portici della strada che conduceva all’antica Basilica di San Clemente a Roma.
Era diventato paralitico sin da bambino e la devastante malattia l’accompagnò per tutta la sua vita, condizionandolo in tutte le attività.
Ad aiutarlo c’erano la madre ed un fratello; tutto quel poco che riceveva dalle elemosine lo distribuiva ai poveri, proprio tramite i due familiari.
Se era colpito e immobilizzato nel corpo, era sveglio con la mente e con la volontà; non sapeva  leggere né scrivere, nonostante ciò aveva comperato dei codici della Sacra Scrittura e quando dei
sacerdoti si soffermavano da lui, li pregava di leggerglieli; nutrito così dalle parole ispirate della Sacra Scrittura, Servolo trovava conforto nelle sue estreme sofferenze e veniva spronato ad innalzare giorno e notte, le lodi a Dio, padre di tutte le creature anche le più provate.
Diventò quasi una tappa obbligatoria per i pellegrini ed i fedeli che si recavano alla vicina Basilica di San Clemente e si soffermavano presso di lui, che se da un lato riceveva una elemosina, che come detto finiva ad altri poveri, dall’altro ricambiava con parole di conforto, di consiglio, di esortazione, nel percorrere sulla scia di Gesù, Via, Verità e Vita, la loro esistenza.
Quando ancora giovane sentì approssimarsi la morte, volle che i pellegrini presenti si alzassero e cantassero i salmi nell’attesa, accompagnati dal canto flebile di lui, che ad un tratto tacque facendo segno anche agli altri di smettere e in un soffio disse: “Tacete, non udite forse le laudi che cantano in cielo?” poi dolcemente spirò; era il 23 dicembre del 590.
Alla morte fu presente il segretario di papa San Gregorio Magno, da poco sul soglio pontificio (590-604), il quale raccontò al papa i particolari; a sua volta San Gregorio Magno, nei famosi “Dialoghi” inserì un capitolo dedicato al santo paralitico e giunto fino a noi. Successivamente Adone († 875), autore di un Martirologio storico, dice che Servolo fu sepolto nella vicina chiesa di San Clemente, cosa non certa perché molti studiosi affermano che la sepoltura è sconosciuta.
Comunque nel Medioevo, sotto l’influenza di questa notizia, fu costruita “fuori della chiesa di San Clemente nella strada”, una cappella in onore di San Servolo, che secondo alcuni studiosi conteneva le reliquie del Santo.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Servolo il Paralitico, pregate per noi.


*San Torlaco (Thorlàk Thorhallsson) - Vescovo (23 dicembre e 20 luglio)
Fljotshlio (Islanda), 1133 - Skalholt (Islanda), 23 dicembre 1193

Nacque a Fljotshlio, in Islanda, nel 1133 e a soli 19 ricevette l'ordinazione presbiterale. Desideroso di dedicarsi agli studi teologici, si trasferì a Parigi.
Proseguì poi gli studi a Lincoln, in Inghilterra.
Tornato in patria divenne rettore della chiesa di Kirkjubaer, dove in seguito fondò un monastero di canonichesse. Entrò tra i canonici regolari di Sant'Agostino, grazie ai quali divenne primo priore del monastero di Thykkvabae, fondato nel 1168 da Thorkill.
Due anni dopo Kloengur, vescovo di Skalholt, confermò Torlaco nell'incarico, dandogli inoltre la benedizione abbaziale.
Nel 1178 Torlaco fu nominato successore di Kloengur e ricevette l'ordinazione episcopale a Nidaros dall'arcivescovo Eystein, che aveva introdotto la riforma gregoriana anche in Islanda.
Torlaco cercò di migliorare la formazione del clero islandese e fu anche grande promotore del celibato sacerdotale. Nel XII secolo le famiglie islandesi che si erano fatte promotrici dell'edificazione di nuove chiese, ritenevano tutti diritti su di esse. Torlaco si oppose a questi privilegi. Morì il 23 dicembre 1193 a Skalholt. (Avvenire)
Patronato: Islanda
Emblema: Mitra, Pastorale
Martirologio Romano: In Islanda, San Torlaco, vescovo di Skálholt, che si adoperò per il rinnovamento morale del clero e del popolo.
San Thorlàks nacque a Fljotshlio, in Islanda, nel 1133 ed a soli 19 ricevette già l'ordinazione presbiterale. Desideroso di dedicarsi agli studi teologici, si trasferì a Parigi, dove venne a contatto con i canonici dell'abbazia di San Vittore, fondata nel 1108. Proseguì poi gli studi a Lincoln, in Inghilterra. Tornato in patria divenne rettore della chiesa di Kirkjubaer, dove in seguito fondò un monastero di canonichesse.
Essendo ancora sconosciuta in Islanda la riforma gregoriana, la famiglia di Torlaco pensava che egli fosse propenso per un eventuale matrimonio, ma egli preferì invece entrare tra i canonici regolari di Sant'Agostino, grazie ai quali divenne primo priore del monastero di Thykkvabae, fondato nel 1168 da Thorkill. Due anni dopo Kloengur, vescovo di Skalholt, confermò Torlaco nell'incarico, dandogli inoltre la benedizione abbaziale.
La “Thorlàks saga”, vita del santo scritta poco dopo la sua morte, racconta l'ingresso nel monastero di Thykkvabae sia di molti islandesi che di stranieri, attratti dalla fama di santità che già circondava l'abate.
Nel 1178 Torlaco fu nominato successore di Kloengur e ricevette l'ordinazione episcopale a Nidaros dall'arcivescovo Eystein.
Quest'ultimo riuscì ad introdurre la riforma gregoriana anche in Islanda guadagnando al suo partito il novello vescovo. Uomo di grande spiritualità e verità, Torlaco cercò incrementare la formazione del clero islandese e fu anche grande promotore del celibato sacerdotale. Il suo capolavoro fu il “Poenitentiale”, caratterizzato da una grande severità che fece da controaltare alla confusione di quel periodo: nel 1180 l'arcivescovo Eystein sarà bandito dal re e lo stesso Torlaco dovette subire diverse sofferenze.Nel XII secolo le famiglie islandesi che si erano fatte promotrici dell'edificazione di nuove chiese, ritenevano tutti diritti su di esse.
I sacerdoti, da loro nominati a queste chiese private, naturalmente avevano poche possibilità di rimproverare i loro signori, qualora avessero agito contro la morale cristiana.
In taluni casi Torlaco arrivò al punto di doversi rifiutare di consacrare una chiesa, se tutti i diritti su di essa non fossero stati trasferiti a lui, in qualità di vescovo.Ciò causò una disputa con il diacono Jon Loptsson, restauratore della chiesa di Hofdabraeck. La situazione peggiorò quando Jon, sposatosi, decise di coabitare con Ragneid, sorella di Torlaco, e per ben tre volte tentò di uccidere
il vescovo.La disputa sarebbe finita solo con la morte di Torlaco, avvenuta il 23 dicembre 1193 a Skalholt.
Il suo successore Paolo, figlio di Jon e Ragneid, riconciliò il padre con la Chiesa. La morte di Torlaco sembrava segnare il fallimento definitivo dei disegni e delle speranze che aveva coltivato e nutrito circa una fruttuosa riforma della chiesa islandese.
Ma come l'apparente fallimento di Nostro Signore sulla Croce si rivelò la sconfitta finale del peccato e della morte, così con la prematura scomparsa del vescovo Torlaco si aprì la strada verso una riforma duratura, ed egli ottenne un posto nella schiera dei santi nella cui vita e morte si manifestò il mistero della croce: “Chi perde la propria vita la conserverà”.
Questa è la legge del chicco di frumento che brilla nei martiri come Olav II di Norvegia, Enrico di Upsala ed Erik IX di Svezia, per citare quelli geograficamente vicini a Torlaco che, pur non essendo stato chiamato a testimoniare con il sangue la propria fede, realizzò nell'adempimento fedele del suo ministero episcopale la stessa sequela praticata dai martiri con la loro morte.
Ancora quando egli era ancora in vita destavano parecchio l'attenzione popolare i numerosi miracoli da lui operati e cinque anni dopo la sua morte il parlamento islandese decise la solenne traslazione del suo corpo, che a cui tempi corrispondeva ad una canonizzazione.
La sua festa veniva celebrata il 23 dicembre ed ancora oggi questo giorno viene chiamato in islandese “Thorlaksmessa”, cioè “Messa di Torlaco”.Nel Medioevo in Islanda almeno 56 chiese erano a lui dedicate e perfino a Costantinopoli gliene si intitolò una.
Molto venerato anche in Inghilterra e Scandinavia, nel 1237 venne aggiunta una seconda festa in ricordo della sua “translatio” al 20 luglio, unica sua memoria liturgica ancora oggi celebrata visto che le norme del Concilio Vaticano II vietano la celebrazione solenne dei santi durante la novena di Natale. Nel 1982 fu fissato il giorno per la sua memoria nel Proprio della Chiesa Cattolica della Norvegia. Poi, in occasione dell'anno dell'anniversario, il 1983, la Santa Sede confermò la celebrazione della sua memoria anche per l'ordine dei Canonici Regolari di Sant'Agostino. Si conservano ancora oggi alcuni frammenti di un'antica agiografia, nonché di un compendio di antifone e responsori. La Riforma protestante, che portò alla distruzione del suo reliquiario, non riuscì fortunatamente a cancellare la sua memoria nel popolo islandese, che ancora oggi, all'alba del terzo millennio, lo onora come patrono. Non solo per l'Islanda, ma per l'intera Europa San Torlaco costituisce un pressante invito a riscoprire con gioia le proprie radici cristiane. Il Martyrologium Romanum ne riporta il culto alla data del 23 dicembre.
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Torlaco, pregate per noi.


*Altri Santi del giorno (23 dicembre)
*
Santa Vittoria - Vergine e Martire
Giaculatoria - Santi tutti, pregate per noi.


 
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