Santi del 23 Febbraio - Istituto Aveta

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Santi del 23 Febbraio

Il mio Santo > I Santi di Febbraio

*Beato Alerino Rambaldi - Vescovo di Alba (23 febbraio)
Alba, Cuneo, 1375 ca - 1456
Alerino nacque ad Alba dai nobili Rambaldi verso il 1375; fu canonico del capitolo albese, poi nel 1419 fu ordinato Vescovo di Alba.
Resse la diocesi per 37 anni e fu un episcopato fecondo di azione pastorale. Aiutò la Beata Margherita nella fondazione del Monastero Domenicano.
Sotto il suo episcopato si ritrovò il corpo di San Teobaldo e furono traslate le reliquie di San Frontiniano dalla vecchia badia alla cattedrale.
Morì nel 1456.
Era ricordato il 23 febbraio.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Alerino Rambaldi, pregate per noi.


*San Giovanni Theristi – Monaco (23 febbraio)

995 c. - 1050 c.
Giovanni nacque verso il 995 a Palermo, dove la madre, già incinta, era stata portata prigioniera dai saraceni, che l'avevano catturata in un'incursione a Stilo.
Istruito dalla madre, Giovanni, all'età di 14 anni, quando seppe delle vicende della sua famiglia, decise di ritornare a Stilo.
Qui fu accolto e battezzato in uno dei monasteri della Valle dello Stilaro.
Crescendo Giovanni fortificò la sua fede con la preghiera e l'ascesi.
Martirologio Romano: A Stilo in Calabria, San Giovanni, che, divenuto Monaco secondo le regole dei Padri d’Oriente, meritò di essere chiamato Theristis, Mietitore, perché, mosso da somma carità verso i bisognosi, era solito prestare aiuto ai mietitori.  
Alle falde delle Serre calabresi, vi è un’antica e nobile cittadina, Stilo, la quale diede i natali a questo santo monaco basiliano. Essa subiva varie incursioni arabe essendo, come tutta la Calabria,
terra di confine dell’Impero d’Oriente; in una di queste incursioni, operata dai saraceni del secolo X, il padre fu ucciso e la madre incinta, insieme ad altre donne fu condotta schiava a Palermo, allora come tutta la Sicilia, dominata dagli arabi.
Lì partorì il bambino che però crebbe nella fede cristiana e quando ebbe 14 anni fu mandato dalla madre nella sua patria calabrese per ricevere il Battesimo, il vescovo locale Giovanni, interdetto di fronte a questo giovane vestito come un arabo, lo sottopose a duri esami che furono felicemente superati e quindi lo battezzò dandogli anche il suo nome.
Cresciuto in età, sentì sempre più forte l’attrazione per la vita eroica che conducevano quei monaci nelle grotte nei dintorni di Stilo, specie di due asceti basiliani Ambrogio e Nicola, che vivevano in una laura sul Monte Consolino; aggregatosi alla Comunità, si distinse nelle virtù religiose e contemplative al punto che dopo un po’ i monaci lo vollero come loro Abate.
Vicino al popolo, assisteva ed aiutava come meglio poteva i contadini dei dintorni, operando anche vari miracoli di cui il più celebre è quello, che imbattutosi in un gruppo di contadini disperati, per un furioso temporale che stava per abbattersi sul grano, che non erano ancora riusciti a raccogliere; accortosi di ciò Giovanni si raccolse in preghiera intensa e il buon Dio lo esaudì e davanti agli occhi stupiti dei contadini, inviò un angelo che in un baleno fece la mietitura del campo salvando il raccolto.
Questo ed altri episodi testimonianti l’aiuto soccorrevole ai contadini fece sì che passò ai posteri con l’appellativo di “Theristi” cioè il “Mietitore”.
Morì intorno alla metà del secolo XI, e grazie alle offerte dei fedeli e la generosità dei Normanni, la chiesa e il monastero furono ingranditi e intitolati al suo nome.
La memoria del santo si trova in tutti i menologi e sinassari greci, ma anche in quelli bizantini, poi passata anche nel “Martirologio Romano” al 23 febbraio.
Stilo lo ha dichiarato suo patrono e protettore e gli riserva ogni anno una festa solenne con la processione delle reliquie conservate nella chiesa a lui intitolata.
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Giovanni Theristi, pregate per noi.     

 

*Beata Giovannina Franchi - Fondatrice (23 febbraio)  

Como, 24 giugno 1807 - 23 febbraio 1872
Giovanna Franchi, detta Giovannina, fu una delle figlie di Giuseppe Franchi e Giuseppa Mazza. Ebbe sei fratelli: Carolina, Antonio, Giuseppa, Angela, Luigi e Pietro. Il padre, di nobile famiglia, fece carriera nella magistratura del Regno Lombardo Veneto. Com'era uso tra le giovani del suo ceto sociale, a sette anni, venne affidata al prestigioso educandato della Visitazione. L'educazione dell'Educandato prevedeva che Giovanna, per dieci anni, non potesse vedere la famiglia, se non di rado attraverso una grata. Nel 1840, ormai trentatreenne, ricevette una proposta di matrimonio da un uomo più anziano di lei ma, a causa di una malattia, l'uomo morirà prima di sposarla. Nel 1853, a seguito della morte di entrambi i genitori, ereditò lasciato un ingente patrimonio. Rimasta sola la donna decise quindi di dedicarsi alla cura dei poveri. In seguito
acquistò, intestandolo all'arcipretura della Cattedrale, un edificio nella città di Como, nel povero quartiere di Cortesella dove fonda la congregazione delle Suore Infermiere dell'Addolorata. L'istituto assumerà sempre più la fisionomia di un ospizio di carità.
Morì il 26 febbraio 1873 durante un'epidemia di Vaiolo forse infettata proprio da uno dei suoi assistiti. Papa Benedetto XVI l'ha dichiarata Venerabile il 20 dicembre 2012. Papa Francesco il 9 dicembre 2013 ha approvato il miracolo che apre la strada alla sua beatificazione.
La Serva di Dio Giovannina Franchi nacque a Como il 24 giugno 1807, secondogenita di 7 figli (5 sorelle e due fratelli) dei coniugi Giuseppe, magistrato del Tribunale cittadino e Giuseppina Mazza di famiglia nobile, benestanti e molto religiosi. Battezzata il giorno dopo la nascita, ricevette il Sacramento della Cresima soltanto all'età di 11 anni, come usava a quei tempi. Passò l'infanzia tra le pareti domestiche (1807-1814) e l'adolescenza nell'educandato del monastero di S. Carlo delle Visitandine di Como per 10 anni (1814-1824). Rientrata in famiglia si dedicò alla cura dei genitori, all'insegnamento del catechismo in parrocchia e partecipò ad associazioni cattoliche. Dopo una breve esperienza di fidanzamento, conclusasi con la morte del fidanzato nel 1840 quando Giovannina aveva 33 anni, decise di consacrarsi totalmente al Signore. Dal 1846 si pose sotto la direzione spirituale del pio e dotto canonico penitenziere della Cattedrale di Como don G. Abbondio Crotti, il quale svolgeva apostolato anche tra gli ammalati e i carcerati. Sopraggiunta anche la morte dei genitori, la madre nel 1849, il padre nel 1852, la Serva di Dio intensificò l'assistenza dei malati a domicilio.
Il 27 settembre del 1853, con altre tre compagne, Nina Luigia Allegri, Lucrezia Schiavetti e Anna Maria Poletti, fondò la Pia Unione delle Sorelle Infermiere di Carità. Il gruppo, guidato dal canonico Giovanni Abbondio Crotti, faceva vita comune in un immobile acquistato dalla Serva di Dio in via Vitani. Per concessione di Pio IX ottennero anche di poter avere un oratorio privato. Nel 1858 Giovannina indossò per prima l'abito religioso e il 21 novembre fu seguita dalle compagne.
Le Pie Infermiere, secondo il progetto originario di s. Francesco di Sales per le Visitandine, assistevano gli ammalati a domicilio e le donne nel carcere di S. Donnino. La Serva di Dio compose per sé e le Sorelle il Metodo di vita, approvato il 16 luglio 1862 dal vescovo di Como mons.
Marzorati. Una Regola di vita molto semplice, ma basata su alcuni principi fondamentali prediligere i malati gravi e moribondi, perché più soli e più vicini all’incontro con Dio; considerare la viva presenza di Cristo nell’Eucaristia e nella persona sofferente; mostrarsi “coraggiose ed umili nel tempo stesso, pazienti e cortesi nelle maniere, amanti del silenzio e della fatica, ben disposte all’assistenza degli infermi ed a qualunque opera di carità senza eccezione di alcun ufficio comeché faticoso e ributtante”. La Serva di Dio arriva a raccomandare alle Sorelle”non lascino di esercitarsi nell’officio al quale vengono indistintamente chiamate, fosse pure quello di scopare le stanze, lavar le scodelle, ripulire le malate, mostrando in quello una santa allegrezza e consolazione, cortissime di compiere un’azione molto nobile e preziosa agli occhi di Dio”.
Tutto il carisma della Serva di Dio si può riassumere in una sua espressione «La carità del prossimo sia nelle Sorelle un amore universale che tutti abbraccia nel Signore e non esclude nessuno» (Metodo di vita, n. 1).
Nell'estate del 1871, mentre a Como il vaiolo nero (secondo alcuni il colera) seminava morte, la Serva di Dio si prodigava nell'assistenza a persone colpite dal male. Contagiata dal vaiolo (o dal colera) si avviò rapidamente verso la conclusione della sua vita morì alle ore 5,30 del 23 febbraio 1872, 4 mesi prima di compiere 65 anni di età in concetto di santità. I funerali si svolsero la mattina del 24 febbraio ma furono umili e silenziosi, cioè senza concorso di popolo per precauzione a causa della temuta diffusione dell'epidemia in atto. Il 27 settembre 1994 mons. Alessandro Maggiolini, Vescovo di Como, aprì il processo diocesano, conclusosi il 27 settembre 1995.
Il 20 dicembre 2012 il Santo Padre Benedtto XVI ha riconosciuto l'eroicità della sue virtù, dichiarandola Venerabile.
Autore: Francesco Antonelli
La Venerabile Serva di Dio Madre Giovannina Franchi nacque a Como il 24 giugno 1807, secondogenita dei sette figli di Giuseppe e Giuseppa Mazza. La famiglia era una delle più facoltose di Como, ma conduceva uno stile di vita sobrio, alieno dalla mondanità, improntato ad una pratica cristiana sincera e fedele, alla carità, all’impegno sociale e civile. A sette anni, come le sue sorelle, venne posta dai genitori nell’educandato della Visitazione, come esigeva la tradizione delle famiglie della buona società. In  questo monastero, che in quegli anni viveva un momento di straordinario fervore, Giovannina imparò ad conoscere ed amare il fondatore s. Francesco di Sales, e il suo primitivo progetto di fondare una famiglia religiosa senza clausura, dedita alla cura degli infermi a domicilio e al sollievo di ogni tipo di infermità: la Visitazione, appunto, dove le Suore sarebbero state sollecite a visitare i malati e i bisognosi come lo fu la Madonna nel rendere visita a Sant'Elisabetta.
Un progetto troppo ardito per la concezione che si aveva nel 1600 della vita religiosa femminile e che San Francesco dovette accantonare. Tuttavia la Serva di Dio non sembrò orientarsi verso la scelta della vita religiosa, come invece fece la sua migliore amica che divenne appunto Visitandina. Nel 1824 rientrò in famiglia e si dispose, come le sorelle, a preparasi al matrimonio, occupandosi dei poveri, dell’insegnamento del catechismo ed affiancando il padre e i fratelli nell’amministrazione dei beni di famiglia. Si fidanzò ed era ormai prossima alle nozze, convinta che la sua vocazione fosse quella di formare una famiglia cristiana e santa.
La morte del fidanzato mise fine a tale progetto e per lunghi anni, nella riflessione, nella preghiera e nelle riservatezza della vita domestica, Giovannina si chiese cosa Dio volesse da lei. La risposta le venne tramite la direzione spirituale del pio e dotto sacerdote canonico Giovanni Abbondio Crotti, molto impegnato in opere di carità ed assistenza. Libera ormai da legami familiari, essendosi accasati fratelli e sorelle e morti i genitori, Giovannina acquistò una vasta casa nel cuore della Cortesella, il quartiere più antico e più povero di Como. Qui il 27 settembre 1853 con alcune compagne diede inizio alla Pia Unione delle Sorelle Infermiere di S. Nazaro, dedite alla cura degli ammalati e dei poveri nelle proprie abitazioni. La Pia Casa era aperta all’accoglienza di ogni genere di povertà e necessità: malati, anche mentali, donne sole e povere, persone provvisoriamente senza casa.
Le Sorelle si recavano anche nel carcere cittadino ad insegnare il catechismo ed assistere le donne malate lì rinchiuse. Per i rimanenti diciannove anni della sua esistenza terrena, Giovannina vive una vita molto semplice ritmata da una Regola da lei stessa scritta e da un orario che contemplavano la preghiera e il servizio, ma senza avvenimenti eclatanti, nessun riconoscimento pubblico, nessuna personalità di rilievo che abbia mai visitato la Pia Casa.
Fedeltà quotidiana al servizio della carità; ogni giorno, i medesimi gesti di amore verso i sofferenti, i modesti ma preziosi servizi da offrire a chi soffre, le parole di conforto, l’aiuto a pregare, la vicinanza affettuosa a chi sta per lasciare la vita. Giorno dopo giorno, nella eroica fedeltà alla chiamata di Dio, si consuma la vita di madre Giovannina, fino al 23 febbraio 1872, quando muore contagiata dal vaiolo contratto curando un malato a domicilio. La sua spiritualità si caratterizza per una profonda vita interiore, incentrata sull’Eucarestia e sulla contemplazione del Cristo sofferente, del quale gli ammalati sono l’immagine più viva. Il binomio amore per Dio e amore per il prossimo, fino al sacrificio della vita, è motivo portante della fisionomia spirituale di Madre Franchi e dell’esempio che lascia tra le consorelle.
La Congregazione da lei fondata che assunse la denominazione di Suore Infermiere dell’Addolorata, continua a vivere con fedeltà il carisma di madre Giovannina in Italia, Svizzera, Argentina: “curare gli infermi, ma con gran cuore”, perché essi sono l’immagine viva del Cristo sofferente. Il 20 dicembre 2012 il S. Padre Benedetto XVI ha firmato il decreto attestante l’esercizio eroico delle virtù da parte della Serva di Dio Giovannina Franchi alla quale può essere attribuito il titolo di Venerabile.
(Autore: Francesca Consolini - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Giovannina Franchi, pregate per noi.       

   

*Beata Giuseppina Vannini – Fondatrice (23 febbraio)
Roma, 7 luglio 1859 - 23 febbraio 1911
Fondatrice delle Figlie di San Camillo. Fiduciosa dell'aiuto divino, in appena 19 anni di lavoro, riuscì a diffondere il provvidenziale Istituto in Italia, in Francia, in Belgio e nel Sudamerica. Oggi le Figlie di San Camillo operano in quattro continenti: Europa, Asia, Africa, America. Ricca di meriti e circondata di grande fama di santità, la Venerabile Serva di Dio entrò nella vita eterna il 23 febbraio 1911. La causa di canonizzazione fu avviata presso il tribunale del Vicariato di Roma nel 1955. Adempiuto quanto stabilito dalle Leggi Canoniche, il 7 marzo 1992 è stato dichiarato che la Venerabile Giuseppina Vannini esercitò in grado eroico le virtù teologali, cardinali ed annesse.
Martirologio Romano: A Roma, Beata Giuseppina (Giuditta Adelaide) Vannini, Vergine, Fondatrice della Congregazione delle Figlie di San Camillo per l’assistenza ai malati.
Giuseppina Vannini nasce a Roma il 7 luglio 1859 da Angelo e Annunziata Papi e viene battezzata con il nome di Giuditta. È preceduta da una sorella, Giulia, e seguita da un fratello, Augusto.
Il Signore solitamente prepara e matura le anime attraverso la via della croce. A 4 anni Giuditta
perde il papà e tre anni dopo anche la mamma. I tre fratelli orfani vengono separati: Augusto è accolto da uno zio materno, Giulia è affidata alle Suore di San Giuseppe e Giuditta di 7 anni è accolta nel Conservatorio Torlonia in Roma, ove le Figlie della Carità la educano alla fede cristiana e la preparano alla vita.
Giuditta cresce buona, pia, docile e riflessiva. Ottiene il diploma di maestra d’asilo e a 21 anni chiede di entrare nel noviziato delle Figlie della Carità a Siena. Ma poco dopo ritorna a Roma per motivi di salute e per un periodo di prova. L’anno seguente torna a Siena, ma poi viene definitivamente dimessa dall’IStituto perché ritenuta inadatta.
Sente profondamente la chiamata verso la vita religiosa; ma in quale istituto? Ella soffre e prega.
Ha 32 anni, quando partecipa a un corso di esercizi spirituali nella casa delle Suore di Nostra Signora del Cenacolo a Roma. L’ultimo giorno del ritiro, il 17 dicembre 1891, Giuditta si presenta al predicatore, il camilliano P. Luigi Tezza per chiederne un consiglio. Il padre, pochi mesi prima, aveva avuto l’incarico in qualità di Procuratore generale di ripristinare le Terziarie Camilliane e in quel momento ha un’ispirazione: affidare a lei la realizzazione di tate progetto.
Giuditta risponde: "Padre, lasciatemi riflettere; vi darò una risposta". Due giorni dopo si presenta al Padre: "Eccomi a sua disposizione per il suo progetto. Non sono capace di nulla io. Confido però in Dio". P. Tezza scopre ben presto in lei la tempra della fondatrice, sicura di sé, donna di preghiera e di sacrificio. Informa i superiori dell’Ordine camilliano e ottiene l’autorizzazione del Cardinale Vicario di Roma a procedere in questa iniziativa.
Giuditta con altre due giovani, preparate da P. Tezza, formano la prima comunità. Il 2 febbraio 1892, ricorrenza della conversione di San Camillo, nella stanza-santuario ove è morto il Santo, mediante l’imposizione dello scapolare con la croce rossa, nasce la nuova Famiglia Camilliana. Il 19 marzo seguente, P. Tezza veste dell’abito religioso, contrassegnato dalla croce rossa, Giuditta, che prende il nome di Suor Giuseppina e viene nominata Superiora.
Con la consulenza del Tezza vengono formulate le Regole dell’incipiente Istituto religioso, specificandone la finalità: per l’assistenza delle malate anche a domicilio.
Pure in mezzo a grandi povertà, cresce il loro numero. Alla fine del 1892 sono già quattordici, nel1893 è aperta una nuova comunità a Cremona e nel 1894 a Mesagne nelle Puglie; seguiranno altre case altrove. Ma occorre ottenere l’approvazione definitiva dell’autorità ecclesiastica. Purtroppo il Papa Leone XIII aveva deciso proprio in quegli anni di non permettere fondazioni di nuove comunità a Roma. Perciò alla richiesta di P. Tezza, rinnovata per due volte, fu risposto a nome del Papa: "non expedit". (non conviene, non si approva). Anzi fu imposto al gruppo delle religiose di allontanarsi da Roma. Sembra che debba svanire ogni prospettiva, ma per l’ammirazione dell’attività di assistenza delle sorelle, anche da parte della stampa, e per l’appoggio del Cardinale Vicario si ottiene l’erezione in "Pia Associazione" dipendente dal cardinale e così l’opera può continuare.
Un’altra prova sopravviene. L’amabilità di P. Tezza verso le religiose, che chiama "le mie figlie", è oggetto di interpretazioni maligne da parte di alcune persone, che spargono sul Padre alcune insinuazioni definite da madre Giuseppina "ciarle e vere calunnie".
Interviene il Cardinale Vicario e senza appurare la verità toglie al loro padre spirituale Ia facoltà di confessare e gli proibisce di incontrane le Suore.
P. Tezza non vuole difendersi e accetta in silenzio le disposizioni offrendo il sacrificio della separazione per il bene e lo sviluppo dell’Istituto. Il distacco viene completato quando il Padre, nell’anno 1900, è incaricato dal suo superiore generale di recarsi in Perù in qualità di visitatore della comunità di Lima. Accetta l’obbedienza e parte per l’America Latina. Da lì non tornerà più in Italia.
Manterrà la relazione con la fondatrice e con l’Istituto solo con la corrispondenza epistolare e morirà a Lima a 82 anni, il 26 settembre 1923, venerato come un santo.
L’allontanamento di P. Tezza costituisce un dramma per la fondatrice, che deve addossarsi da sola il peso del nascente Istituto. Ma non si perde d’animo; ha ricevuto da lui quanto occorre per proseguire. Dotata di mirabile fortezza e fiduciosa nell’aiuto del Signore, riesce a diffondere l’Istituto in varie parti d’Italia e in Argentina.
Nonostante una salute debole, spesso travagliata da languori e da emicranie, la Madre non si risparmia, visita ogni anno le case, si prodiga per le Figlie e le accompagna con amabilità e con vigore.
Il 21 giugno 1909, dopo tante resistenze, riesce ad ottenere il Decreto di erezione dell’istituto in Congregazione religiosa sotto il titolo di "Figlie di S. Camillo".
Nel 1910, dopo l’ultima visita a tutte le case in Italia e in Francia, è colpita da una grave malattia di cuore. Passa gli ultimi mesi sofferente nel corpo e per un certo periodo anche nello spirito per timori e ansietà sulle sorti dell’Istituto.
Così, purificata ulteriormente dal dolore, il 23 febbraio 1911 rende serenamente l’anima a Dio. Lascia un Istituto con sedici case religiose in Europa e America e con 156 religiose professe.
Il 16 ottobre 1994 Giovanni Paolo II proclamerà Suor Giuseppina Vannini beata.
La sua eredità.
Le Figlie di San Camillo, contrassegnate dalla rossa croce camilliana, sono sparse in quattro continenti.
Continuano il carisma della Fondatrice negli ospedali, case di cura, centri di riabilitazione in Europa e in terra di missione, anche presso malati a domicilio e nei lebbrosari, memori dell’ammonimento della Beata Vannini: "Abbiate cura dei poveri infermi con lo stesso amore, come suole un’amorevole madre curare il suo unico figlio infermo".
L’esempio e il mandato di Gesù. "Entrato Gesù nella casa di Pietro, vide La suocera di lui che giaceva a letto con la febbre. Le toccò la mano e la febbre scomparve; poi essa si alzò e si mise a servirlo. Venuta la sera, gli portarono molti indemoniati ed egli scacciò gli spiriti con la sua parola e guarì tutti i malati, perché si adempisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia: Egli ha preso le nostre infermità e si e addossato le nostre malattie" (Mt 8,14-17). "Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà messo dinanzi, curate i malati che vi si trovano e dite loro: è vicino a voi il regno di Dio" (Lc 10,8-9).  
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Giuseppina Vannini, pregate per noi.     


*Beato Ludovico (Ludwig) Mzyk - Sacerdote e Martire  (23 febbraio)
Scheda del gruppo a cui appartiene il Beato Ludovico Mzyk:
“Beati 108 Martiri Polacchi”

Chorzów Stary, Polonia, 22 aprile 1905 – Poznan, Polonia, 23 febbraio 1942
Il Beato Ludwik Mzyk, sacerdote professo della Societ del Divin Verbo (Verbiti), nacque a Chorzów Stary (Slesia), Polonia, il 22 aprile 1905 e morì a Poznan, Polonia, il 23 febbraio 1942.
Fu beatificato da Giovanni Paolo II a Varsavia (Polonia) il 13 giugno 1999 con altri 107 martiri polacchi.
Martirologio Romano: A Poznán in Polonia, Beato Ludovico Mzyk, sacerdote della Società del Verbo Divino e martire, che, invasa militarmente la patria dai seguaci di un’empia dottrina nemica degli uomini e della fede, fu trucidato dalle guardie della fortezza e testimoniò Cristo fino alla morte.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Ludovico Mzyk, pregate per noi.

 

*Santa Milburga – Badessa (23 febbraio)
Martirologio Romano: A Wenlock in Inghilterra, Santa Mildburga, vergine e badessa del monastero del luogo, della stirpe dei re di Mercia.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Milburga, pregate per noi.


*San Milone di Benevento – Vescovo (23 febbraio)
m. 1070/6 ca.  
Oriundo dell'Alvernia, studiò a Parigi, dove fu avviato al sacerdozio, divenendo in seguito canonico della cattedrale e decano del capitolo.
Gli venne affidata l'educazione di Santo Stefano de Muret, allora dodicenne, che doveva poi divenire il fondatore di Grandmont.
La fama delle sue virtù e del suo sapere varcò presto i confini della Francia, a tal segno che Benevento lo scelse come vescovo, ma egli poté reggere la diocesi per poco tempo, perché mori due anni dopo, nel 1070, o nel 1076 secondo Ughelli.
É festeggiato il 23 febbraio e il 25 maggio.
(Autore: Giovanni Mongelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Milone di Benevento, pregate per noi.


*Beato Nicola Tabouillot – Martire (23 febbraio)

Scheda del gruppo a cui appartiene:
“Beati Martiri dei Pontoni di Rochefort 64 martiri della Rivoluzione Francese” - Senza data (Celebrazioni singole)
Bar-le-Duc, Francia, 16 febbraio 1745 - Rochefort, Francia, 23 febbraio 1795
Nicolas Tabouillot, sacerdote della diocesi di Verdun, morì durante la Rivoluzione Francese nei Pontoni di Rochefort.
Con numerose altre vittime di tale strage fu beatificato il 1° ottobre 1995 da Giovanni Paolo II.
Martirologio Romano: In una galera sulla costa francese davanti a Rochefort, Beato Nicola Tabouillot, sacerdote e martire: parroco, nell’infuriare della rivoluzione francese, fu detenuto per il suo sacerdozio e morì infine consunto dalla malattia in un sanatorio della città.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Nicola Tabouillot, pregate per noi.   


*San Policarpo - Vescovo e Martire (23 febbraio)

Smirne (attuale Turchia), anno 69 - 23 febbraio 155
Nato a Smirne nell'anno 69 «fu dagli Apostoli stessi posto vescovo per l'Asia nella Chiesa di Smirne». Così scrive di lui Ireneo, suo discepolo e vescovo di Lione in Gallia. Policarpo viene messo a capo dei cristiani del luogo verso il 100.
Nel 107 è testimone del passaggio per Smirne di Ignazio, vescovo di Antiochia, che va sotto scorta a Roma dove subirà il martirio.
Policarpo lo ospita e più tardi Ignazio gli scriverà una lettera divenuta poi famosa.
Nel 154 Policarpo va a Roma per discutere con Papa Aniceto sulla data della Pasqua. Dopo il suo ritorno a Smirne scoppia una persecuzione.
L'anziano vescovo (ha 86 anni) viene portato nello stadio, perché il governatore romano Quadrato lo condanni.
Policarpo rifiuta di difendersi davanti al governatore, che vuole risparmiarlo, e alla folla, dichiarandosi cristiano. Verrà ucciso con la spada. Sono circa le due del pomeriggio del 23 febbraio 155. (Avvenire)
Etimologia: Policarpo = che dà molti frutti, dal greco
Emblema: Bastone pastorale, Palma
Martirologio Romano: Memoria di San Policarpo, vescovo e martire, che è venerato come discepolo del Beato apostolo Giovanni e ultimo testimone dell’epoca apostolica; sotto gli imperatori Marco Antonino e Lucio Aurelio Commodo, a Smirne in Asia, nell’odierna Turchia, nell’anfiteatro al cospetto del proconsole e di tutto il popolo, quasi nonagenario, fu dato al rogo, mentre rendeva grazie a Dio Padre per averlo ritenuto degno di essere annoverato tra i martiri e di prendere parte al calice di Cristo.   
É stato istruito nella fede da "molti che avevano visto il Signore", e "fu dagli Apostoli stessi posto vescovo per l’Asia nella Chiesa di Smirne".
Così scrive di lui Ireneo, suo discepolo e vescovo di Lione in Gallia.
Policarpo, nato da una famiglia benestante di Smirne, viene messo a capo dei cristiani del luogo verso l’anno 100.
Nel 107 è testimone di un evento straordinario: il passaggio per Smirne di Ignazio, vescovo di Antiochia, che va sotto scorta a Roma dove subirà il martirio, decretato in una persecuzione locale.
Policarpo lo ospita durante la sosta, e più tardi Ignazio gli scrive una lettera che tutte le generazioni cristiane conosceranno, lodandolo come buon pastore e combattente per la causa di Cristo.
Nel 154 Policarpo dall’Asia Minore va a Roma in tutta tranquillità, per discutere con papa Aniceto (di origine probabilmente siriana) sulla data della Pasqua.
E da Lione un altro figlio dell’Asia Minore, Ireneo, li esorta a non rompere la pace fra i cristiani su questo problema.
Roma celebra la Pasqua sempre di domenica, e gli orientali sempre il 14 del mese ebraico di Nisan, in qualunque giorno della settimana cada.
Aniceto e Policarpo non riescono a mettersi d’accordo, ma trattano e si separano in amicizia. Periodi di piena tranquillità per i cristiani sono a volte interrotti da persecuzioni anticristiane,
per lo più di carattere locale.
Come quella che appunto scoppia a Smirne, dopo il ritorno di Policarpo da Roma, regnando l’imperatore Antonino Pio. Undici cristiani sono già stati uccisi nello stadio quando un gruppo di facinorosi vi porta anche il vecchio vescovo (ha 86 anni), perché il governatore romano Quadrato lo condanni.
Quadrato vuole invece risparmiarlo e gli chiede di dichiararsi non cristiano, fingendo di non conoscerlo. Ma Policarpo gli risponde tranquillo: "Tu fingi di ignorare chi io sia.
Ebbene, ascolta francamente: io sono cristiano". Rifiuta poi di difendersi di fronte alla folla, e si arrampica da solo sulla catasta pronta per il rogo.
Non vuole che lo leghino. Verrà poi ucciso con la spada.
É il 23 febbraio 155, verso le due del pomeriggio.
Lo sappiamo dal Martyrium Polycarpi, scritto da un testimone oculare in quello stesso anno. É la prima opera cristiana dedicata unicamente al racconto del supplizio di un martire. E anzi è la prima a chiamare “martire” (testimone) chi muore per la fede.
Tra le lettere di Policarpo alle comunità cristiane vicine alla sua, si conserverà quella indirizzata ai Filippesi, in cui il vescovo ricorda la Passione di Cristo: "Egli sofferse per noi, affinché noi vivessimo in Lui. Dobbiamo quindi imitare la sua pazienza...
Egli ci ha lasciato un modello nella sua persona".
Policarpo quella pazienza l’ha imitata.
Ed ha accolto e realizzato pure l’esortazione di Ignazio, che nella sua lettera prima del martirio gli scriveva: "Sta’ saldo come incudine sotto i colpi".
(Autore: Domenico Agasso – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Policarpo, pregate per noi.      

   

*San Primiano di Ancona - Vescovo e Martire (23 febbraio)
Emblema: Bastone pastorale
Il culto nella città di Ancona per San Primiano, cominciò nel 1376, quando una pia donna di nome Cecola, disse di averlo sognato in abiti vescovili e che gli indicava il posto dove era sepolto, nella antica chiesa di S. Maria in Turriano, nei pressi del porto.
Sempre nel sogno, il Santo narra che era stato ucciso per la fede in Gesù Cristo e che da più di mille anni, alcuni naviganti avevano trasportato il suo corpo ad Ancona, prelevandolo da un luogo abitato dai pagani.
L’iscrizione rinvenuta sul suo sepolcro, nel luogo indicato nel sogno, lo classifica come greco e
vescovo; il culto aumentò man mano al punto che la chiesa fu poi dedicata allo stesso San Primiano.
Alcuni studiosi e scrittori lo considerano come primo vescovo, oppure tra i primi vescovi di Ancona, mentre altri lo escludono, considerandolo piuttosto un vescovo martire orientale, il cui corpo, per sottrarlo alle devastazioni barbariche, era stato messo al sicuro in questa città.
Dopo la scoperta della tomba, la chiesa venne ricostruita e il corpo del Santo ebbe una decorosa sistemazione presso l’altare maggiore; fu ancora restaurata negli ultimi anni del ‘700, per essere poi completamente distrutta sotto i bombardamenti dell’ultima guerra mondiale e le reliquie di San Primiano andarono disperse; rimane solo un frammento conservato nella cripta della cattedrale, fra le altre dei Santi Protettori della città.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Primiano di Ancona, pregate per noi.


*Beata Raffaella Ybarra – Fondatrice (23 febbraio)
Bilbao, 16 gennaio 1843 - Bilbao, 23 febbraio 1900
Nasce da una facoltosa famiglia cattolica, il 16 gennaio 1843 a Bilbao in Spagna. A 18 anni sposa Giuseppe Vilallonga, ricco catalano e trascorre i primi quindici anni di matrimonio dedicandosi alla famiglia che comprende, oltre ai figli e al marito, i nipoti, i vecchi genitori e altri parenti.
Sotto la direzione spirituale del gesuita Francesco di Sales Muruzábal e con il consenso del marito, fa voto di povertà, ubbidienza e castità, che conferma in modo perpetuo nel 1890, aggiungendo quello di abbracciare lo stato religioso, se le condizioni familiari lo avessero permesso.
Fonda a Bilbao l'asilo della Sacra Famiglia, per assistere donne e fanciulli che arrivavano in città senza assistenza. Ma la sua opera principale è la fondazione dell'istituto «Religiose degli Angeli Custodi» per l'aiuto alle giovani abbandonate, che riceve l'approvazione diocesana l'11 marzo 1901 e qualche anno dopo quella definitiva della Santa Sede. Muore a Bilbao il 23 febbraio 1900. Viene beatificata da Giovanni Paolo II il 30 settembre 1984. (Avvenire)
Martirologio Romano: A Bilbao nella Guascogna in Spagna, Beata Raffaella Ybarra da Villalonga, che, madre di sette figli, con il consenso del coniuge, emise i voti religiosi e fondò l’Istituto delle Suore degli Angeli Custodi per tutelare le fanciulle e guidarle sulla via dei precetti del Signore.  
Nacque in una facoltosa famiglia, il 16 gennaio 1843 a Bilbao in Spagna, i genitori Gabriele Maria Ybarra y Gutiérrez de Cabiedes e Rosaria de Arambarri y Mancebo, erano ferventi cattolici. Già ad undici anni, quando fece la Prima Comunione, dava segni di pietà straordinaria provando consolazioni spirituali e soffrendo nel meditare la Passione di Gesù.
A 18 anni andò sposa a Giuseppe Vilallonga catalano di ricca famiglia, trascorse i primi quindici anni di matrimonio, dedicandosi alla famiglia, che comprendeva oltre i figli e il marito, i nipoti da lei adottati, i vecchi genitori e altri parenti.
Sotto la direzione spirituale del gesuita Francesco di Sales Muruzábal e con il consenso del marito, fece i voti di povertà, ubbidienza e castità, che confermò in modo perpetuo nel 1890, aggiungendo quello di abbracciare lo stato religioso, se le condizioni familiari lo avessero permesso. Essendo ricca, poté dar vita a molte opere di bene e di apostolato. Fondò a Bilbao l’asilo della Sacra Famiglia, per assistere donne e fanciulli che arrivavano in città senza assistenza. Ma la sua principale opera fu la fondazione dell’Istituto chiamato ”Religiose degli Angeli Custodi”, per la preservazione delle giovani abbandonate o pericolanti, che ricevé l’approvazione diocesana l’11 marzo 1901 e qualche anno dopo quella definitiva della Santa Sede.
Raffaela Ybarra vedova Valallonga, morì santamente a 57 anni, nella sua casa di Bilbao, il 23 febbraio 1900.
Nel leggere le notizie che la riguardano sembra di andar indietro nel tempo, quando sante donne per lo più nobili, pur rimanendo a vivere nel mondo e nella loro famiglia, si facevano obbligo di fondare monasteri che poi sostenevano, magari con l’intento di chiudere i loro giorni, nella pace di questi conventi. É stata beatificata da Papa Giovanni Paolo II il 30 settembre 1984.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Raffaella Ybarra, pregate per noi.

  

*Santa Romana - Venerata a Todi (23 febbraio)  
Seguendo la sua vocazione religiosa fuggì di casa, all’età di 10 anni raggiunse sul monte Soratte San Silvestro per farsi battezzare.
Si incamminò poi da sola verso la città di Todi. Nelle gole del Forello pose la sua dimora all’interno di una grotta. Sebbene vivesse solitaria, la sua preghiera costante e la sua fede erano tali che molti cristiani si avvicinarono a Lei lodandone la santità. Romana morì nella preghiera contornata dai fedeli, nell'anno 324 d.C.
Etimologia: Romana = nativa di Roma, dal latino
Romana era figlia di Calfurnio, prefetto di Roma. Abbracciata la fede cristiana rinunciò ad ogni agio e comodità che il suo rango le avrebbe consentito.
Seguendo la sua vocazione religiosa fuggì di casa, all’età di 10 anni raggiunse sul monte Soratte San Silvestro per farsi battezzare.
All’interno della chiesa di Santa Romana sul Soratte (montagna della Sabina) c’è la seguente iscrizione: " 23.FEBEUARII ^ TUDERTI ^ S. ROMANE VIRGINIS QUE A S. SILVESTRO BAPTIZATA IN HANC ANTRI ET SPELUCIS CELESTE VITA DUXIT ET MIRACULORV.GLORIS CLARUIT ". Ai nostri giorni è quasi illeggibile.
Santa Romana sul monte Soratte visse in un eremo; volle vivere proprio in quella grotta forse perché si sentiva vicina a Papa Silvestro di cui ne ammirava la santità.
Ed ecco che nasce proprio in questi luoghi un rapporto leggendario fra il Santo e la sua devota, che lo raggiungeva in cima al monte, forse utilizzando qualche passaggio segreto, incuneandosi nelle viscere del monte.
Silvestro ogni volta l’ammoniva ed una volta gli disse: “ora ritornerai quando saranno fiorite le rose.” Era in pieno inverno, che aveva più volte macchiato di bianco le ripide ascese del monte, quando una mattina Romana tornò da Silvestro con una rosa: era fiorita.
La Santa si incamminò poi da sola verso la città di Todi. Nelle gole del Forello pose la sua dimora all’interno di una grotta.
Sebbene vivesse solitaria, la sua preghiera costante e la sua fede erano tali che molti cristiani si avvicinarono a Lei lodandone la santità.
Romana morì nella preghiera contornata dai fedeli, nell'anno 324 d.C. Il corpo della Santa fu sepolto nella grotta in cui visse e nella quale fu costruito un altare dove venivano continuamente celebrate messe. Nel 1301 il suo corpo fu traslato in San Fortunato.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Romana, pregate per noi.  


*San Sereno (o Sireno o Sinero) - di Sirmio – Martire  (23 febbraio)

Martirologio Romano: A Sirmio in Pannonia, oggi in Serbia, San Siréno o Sinéro, Martire, che, giardiniere, denunciato da una donna che egli aveva rimproverato per la sua lascivia e fatto prigioniero dal giudice, si professò cristiano e, rifiutatosi di sacrificare agli dei, morì decapitato.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Sereno, pregate per noi.


*San Villigiso (Willigiso) - Vescovo di Magonza (23 febbraio)

Martirologio Romano: A Magonza nella Franconia in Germania, San Villigiso, Vescovo, insigne per lo zelo pastorale.
Villigiso divenne Principe - Arcivescovo di Magonza e Arcicancelliere imperiale e per questo divenne
un Principe-Elettore del Sacro Romano Impero. Nel 983 l'imperatore Ottone II durante la riunione dei Principi, chiamata Dieta, che si teneva a Verona, incaricò, Villigiso allora vescovo di Magonza, dell'amministrazione della regione a nome dell'imperatore.
Era il tempo in cui i due poteri, quello religioso e quello politico-militare, provavano ad operare insieme nell'interesse del popolo.
Villigiso iniziò a costruire la sua cattedrale, il Duomo di Magonza dopo il 975.
La Chiesa di Santo Stefano venne costruita nel 990 da Villigiso come "luogo di preghiera dell'impero" per Teofano.
Un edificio in stile gotico ed oggi è la principale chiesa gotica della città et Reno centrale. Villigiso ha anche dato la Basilica di San Martino in Bingen am Rhein rango di una chiesa collegiata.
Egli incoronò Enrico II del Sacro Romano Impero, nel 1002, in seguito alla morte del cugino Ottone III, venne eletto re di Germania a Magonza. Villigis fu cappellano e consigliere di Ottone I e di Ottone II, quindi arcivescovo di Magonza e arcicancelliere imperiale. Svolse una politica di pacificazione civile e promosse la diffusione del cristianesimo nello Schleswig, nello Holstein e in Svezia.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Villigiso, pregate per noi.    

 

*Beato Wincenty Stefan Frelichowski - Sacerdote, Martire (23 febbraio)
Chelmza (Polonia), 22 gennaio 1913 – Dachau, 23 febbraio 1945
Martirologio Romano:
Nel campo di prigionia di Dachau vicino a Monaco di Baviera in Germania, Beato Vincenzo Frelichowski, sacerdote, che, durante la medesima guerra, deportato in varie carceri, mai venne meno alla fede o al suo ministero pastorale  e, colpito da malattia mentre prestava assistenza ai malati, dopo lunghe sofferenze giunse alla visione della pace eterna.  
Si può dire che il suo ministero sacerdotale fu svolto soprattutto nei campi di concentramento tedeschi, infatti solo poco più di tre anni, del suo novello sacerdozio, fu svolto fra i fedeli polacchi, gli altri sei anni trascorsero tutti come prigioniero, fino alla morte avvenuta a 32 anni.
Wincenty Stefan Frelichowski nacque il 22 gennaio 1913 a Chelmza piccolo centro del Nord della Polonia, dopo la scuola dell’obbligo, frequentò il ginnasio statale di indirizzo umanistico, ottenendo il diploma di maturità nel 1931.
Da ragazzo e da giovane partecipava alle attività degli Scout e del ‘Sodalizio Mariano’ inoltre serviva la Messa come chierichetto. A 18 anni entrò nel seminario maggiore della diocesi di Chelmno, con sede a Pelplin, per prepararsi con impegno intellettuale e spirituale alla missione sacerdotale.
Venne ordinato sacerdote il 4 marzo 1937, divenendo quasi subito segretario del vescovo; il 1° luglio 1938 fu inviato come Vicario nella parrocchia dell’Ascensione a Toru_, dove si dedicò con zelo all’attività pastorale, conducendo una vita consacrata con semplicità; celebrava la santa Messa con un fervore che meravigliava.
E nel pieno del suo apostolato in parrocchia, lo colse lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale con l’invasione della Polonia del 1° settembre 1939, da parte delle truppe naziste.
Una decina di giorni dopo, l’11 settembre, venne arrestato insieme ad altri sacerdoti e chiuso nel carcere della città; rilasciato per pochi giorni, venne nuovamente imprigionato il 18 ottobre 1939 e da allora perse definitivamente e senza un perché la sua libertà.
Fu rinchiuso in un primo tempo in un vecchio bastione vicino Toru_, chiamato Fort VII, dove si adoperò per sollevare il morale dei suoi compagni di prigionia, sostenendo la loro fede. Dopo una breve
permanenza nel campo di Nowy Port, venne trasferito, il 10 gennaio 1940 in quello di Stutthof sempre nei dintorni di Danzica, dove fu adibito ai lavori negli scavi.
Anche qui riuscì clandestinamente a procurarsi qualche ostia e un po’ di vino e sfidando rappresaglie, in condizioni umili, riuscì a celebrare la Messa di quel giovedì santo del 1940; riuscì ad organizzare nel campo momenti di comune preghiera, sia al mattino che alla sera, in onore della Madonna degli Afflitti.
Il 9 aprile del 1940 ebbe ancora un trasferimento con altri compagni prigionieri, al campo di Oranienburg – Sachsenhausen vicino Berlino; vennero sistemati inizialmente in ‘quarantena’ nel Blocco 20, dove comandava il criminale di guerra Hugon Krey, noto per le sue crudeltà.
Wincenty Frelichowski con l’ardore del suo giovane sacerdozio continuò in maniera discreta il servizio apostolico verso i malati, gli anziani ed i giovani, trovando per tutti parole di consolazione e speranza, cercava di sostituirsi ai più deboli, sopportando con dignità le umiliazioni e persecuzioni che il sanguinario capoblocco gli imponeva.
Il 13 dicembre 1940, con altri sacerdoti fu di nuovo trasferito, questa volta a Dachau, dove continuò per quel poco che poteva, ad esercitare il suo sacerdozio; rifiutò di rinnegare la nazionalità polacca e di firmare la cosiddetta “Deutsche Volksliste”, che avrebbe comportato migliori condizioni di vita; il rifiuto provocò una crudele rappresaglia; venne ricoverato nell’ospedale del campo e anche qui svolse l’assistenza spirituale verso gli altri ammalati ed i molti moribondi.
Vi fu nel 1943 - 44 un periodo di miglioria nel campo, i prigionieri potevano ricevere pacchi viveri dai familiari e il giovane sacerdote tramite la sua famiglia, poté ricevere ostie e vino con cui celebrava la Messa in vari Blocchi, inoltre organizzò una ripartizione dei viveri con quelli che non ricevevano nulla.
Nel 1944, per le condizioni disastrose del campo di Dachau, scoppiò un’epidemia di tifo petecchiale; i Blocchiinfatti furono separati con filo spinato e gli ammalati lasciati in condizioni disumane; padre Wincenty riuscì a comunicare con loro per portare qualche pezzo di pane e il conforto della fede ai moribondi, nonostante i richiami dei compagni a proteggersi, a non rischiare il contagio, che comunque contrasse per la sua generosità.
Al tifo petecchiale si aggiunse una polmonite, che lo stroncarono a soli 32 anni il 23 febbraio 1945, poche settimane prima della liberazione, fra il compianto di tutti gl’internati.
Il suo corpo non si sa se fu bruciato nel forno crematorio o sepolto in una fossa comune.
Chiudeva così la sua giovane ma intensa vita terrena, per aprirla alla gloria riservata ai martiri.
Papa Giovanni Paolo II l’ha beatificato il 7 giugno 1999 a Toru_, sua diocesi, durante il suo settimo viaggio apostolico in Polonia. 
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Wincenty Stefan Frelichowski, pregate per noi.


*Altri Santi del giorno (23 febbraio)
*San
Giaculatoria - Santi tutti, pregate per noi.


 
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