Santi del 23 Giugno - Istituto Aveta

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Santi del 23 Giugno

Il mio Santo > I Santi di Giugno

*Santa Agrippina - Vergine e Martire (23 giugno)

Patronato: Mineo (CT)
Emblema: Palma
Vergine, martire romana durante la persecuzione di Valeriano.
Il nome è di origine romana e veniva solitamente dato a quei bambini che, durante il parto, si presentavano con i piedi anziché con la testa.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Agrippina - Vergine e Martire, pregate per noi.


*San Bili (Bilio) - Vescovo e Martire (23 giugno)

m. 914 circa
Martirologio Romano:
A Vannes in Bretagna, San Bilio, vescovo e martire, che si tramanda sia stato ucciso dai Normanni durante la devastazione della città.
Il Gams, elencando i vescovi di Vannes (Bretagna), ne nomina due di nome Bili, al quindicesimo e al ventiquattresimo posto, il primo dei quali indicato come Santo.
Evidentemente egli riproduce la lista conservata solo nel cartulario dell'abbazia di Santa Croce di Quimperlé, lista che nella sua prima parte non merita alcun credito.
Invece, in quella fissata dal Duchesne e basata su fonti sicure compare un Bili soltanto, al quattordicesimo posto.
Si tratta del personaggio attestato dall'autorevole cartulario dell'abbazia di San Salvatore di Redon, in cui si conservano ben sette documenti, nei quali ricorre il nome del vescovo Bili: il primo risale al 2 maggio 892, l'ultimo al 25 ottobre 913.
Erano gli anni delle invasioni normanne in Bretagna: Bili, che sarebbe stato ucciso appunto in una di queste scorrerie, è onorato come martire e festeggiato il 23 giugno.
Egli era patrono della parrocchia di Plandren (diocesi di Vannes), nella quale avrebbe fondato un priorato e la cappella dove sarebbe stato sepolto.
(Autore: Ireneo Daniele - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Bili, pregate per noi.


*Sant'Eteldreda di Ely - Regina di Northumbria, Badessa (23 giugno)

+ Ely, Inghilterra, 679
Eteldreda (lat. Ediltrudis; ingl. Audrey), figlia di Anna, re degli Angli orientali, e sorella delle Sante Sesburga, Etelburga e Withburga, nacque a Exning nel Suffolk.
La sua vita Si svolse in gran parte della seconda metà del sec. VII, quando massimo era il fervore degli Angli, recentemente convertiti.
Secondo il desiderio dei genitori, ella andò sposa al principe di Cyrvii, Tonbert, col quale tuttavia visse in perpetua continenza.
Tre anni dopo il matrimonio, rimasta vedova, si ritirò nell'isola di Ely, che aveva ricevuto dal marito come dono di nozze, ed ivi per cinque anni condusse vita solitaria, trascorrendo in preghiera la maggior parte del suo tempo.
Richiesta in matrimonio da Egfrido, il più giovane dei figli di Oswy, re di Northumbria, cedette a condizione che il giovane marito, appena un ragazzo, si impegnasse a rispettare la sua verginità.
Questi accettò, ma in prosieguo di tempo, pentitosi, chiese al santo vescovo Wilfrid di scioglierlo da quella che poteva essere stata una promessa sconsiderata.
Dopo un periodo di contrasti, dietro consiglio di Wilfrid, Etelreda si ritirò nel monastero di Coldingham, dove ricevette il velo dalla zia di Egfrido, sant' Ebba.
Terminato il noviziato, si ritirò nuovamente a Ely, fondandovi un doppiO monastero, che governò fino alla morte, avvenuta nel 679.
La sua tomba, nella cattedrale di Ely, fu meta di pellegrinaggi fino alla Riforma.
La Santa era particolarmente invocata per i mali di gola e del collo: le collane acquistate nei pressi del suo santuario, chiamate Tawdry (abbreviazione di St. Audry), erano portate dai sofferenti di tali mali.
Emblema: Collana, Due daine, Corona
Martirologio Romano: Nel monastero di Ely nell’Inghilterra orientale, Santa Edeltrude, badessa: figlia del re e lei stessa regina di Northumbria, rifiutate per due volte le nozze, ricevette dal santo presule Vilfrido il velo monacale nel monastero da lei stessa fondato e che, divenuta madre di moltissime vergini, resse con il suo esempio e con i suoi consigli.
Sant’ Eteldreda (636-679, in inglese Audrey, un nome femminile abbastanza comune) era figlia del re Anna (?-653), sovrano dell’Anglia Orientale, e sorella di altre tre Sante: Etelburga (?-664), Sesburga ?-699) e Withburga (?-743): un fatto raro ma non unico nelle famiglie reali europee.
Eteldreda nacque a Exning, nel Suffolk, e giovanissima fu data in sposa dai genitori al principe Tonberto di Gyrwe (?-655), che le regalò come dono di nozze una tenuta a Ely.
Si era in un momento di fervore spirituale degli Angli da poco convertiti al cristianesimo, e gli sposi decisero di vivere in castità.
Tre anni dopo il matrimonio il principe morì ed Eteldreda si ritirò nella tenuta di Ely per condurre una vita di penitenza e di preghiera.
Ma per ragioni politiche dovette di nuovo sposarsi, questa volta con il principe Egfrido (645-685), figlio del re della Northumbria Oswiu (612-670).
Lo sposo era appena quindicenne, e accettò anch’egli la proposta di Eteldreda di vivere in castità.
Dodici anni dopo chiese però di essere sciolto dalla promessa.
Eteldreda rifiutò, affermando di sentirsi consacrata a Dio.
Fu chiesta la mediazione del vescovo San Wilfrid (633-709) che dichiarò gli sposi tenuti a rispettare la promessa. Ma dal momento che Egrfrido, nel frattempo diventato re, non
intendeva più mantenerla, il vescovo consigliò a Eteldreda di separarsi dal marito e di entrare in convento.
Divenne novizia nel monastero di Codingham e tornò quindi a Ely, dove fondò un grande convento doppio (cioè con un ramo femminile e uno maschile) di cui divenne badessa.
Morì nel convento di Ely il 23 giugno 695.
Nella vita di Sant’Eteldreda vediamo uno scorcio dell’Inghilterra primitiva e l’alba del Medioevo, che ha qualcosa insieme di selvaggio e di soprannaturale, creando un contrasto di straordinaria bellezza. Intravediamo come nuovi popoli nascano propriamente alla storia.
Non dobbiamo immaginare Sant’Eteldreda e le tre sante sue sorelle come le delicate e fragili principessine figlie di Luigi XV di Francia (1710-1774), vestite di fini sete e che nei ritratti sembrano fatte di porcellana.
Queste principesse erano donne forti, abituate a tagliare il legno nella foresta, a occuparsi personalmente degli animali e a lavarsi da sole i vestiti.
Ma nello stesso tempo emergevano per la loro statura morale in Paesi che stavano appena venendo alla luce. Le loro vite sono la culla di future dinastie; i loro popoli, il punto di partenza di nuove civiltà.
Questo spiega la grandezza che si percepisce nell’ambiente che circonda la vita di Sant’Eteldreda, confermato dalla presenza di tanti santi nella sua famiglia.
Quattro sorelle principesse tutte riconosciute dalla Chiesa come sante e con un punto di riferimento spirituale, San Wilfrid, che è un grande vescovo ed è anch’egli un santo.
Si spiega così il fatto eccezionale di due principi di sangue reale che sposano, uno dopo l’altro, Sant’ Eteldreda ma s’impegnano a rispettare la sua verginità.
Possiamo immaginare che, nel clima creato dalla recente conversione dei loro popoli al cristianesimo, questi principi frequentassero i sacramenti, vivessero in grazia di Dio e – nonostante le comprensibili difficoltà – non cercassero la compagnia di altre donne come avverrebbe facilmente ai nostri giorni in situazioni simili.
O almeno le cronache non ci dicono nulla di diverso.
La vita di Sant’Eteldreda rappresenta un’eccezione rispetto alla normale via del matrimonio, ma ammiriamo la sua perseveranza nella verginità.
Era disposta a rinunciare a tutti i privilegi che spettavano alla moglie di un re pur di conservare la verginità.
E alla fine lasciò tutto per consacrarsi alla vita religiosa.
Come badessa di un convento doppio aveva sotto di sé monache e anche monaci, che governò con grande saggezza, impresa non facile tra popoli giovani e di recente conversione.
La sua influenza su questi religiosi certamente condusse molte anime al Paradiso.
Sant’Eteldreda è uno dei semi deposti da Dio nella storia d’Europa per far nascere il Medioevo.
Raccomandiamoci alle sue preghiere mentre combattiamo e speriamo che per la gloria di Dio nasca un’altra civiltà cristiana, il Regno di Maria. (Autore: Plinio Corrêa de Oliveira)
Eteldreda (lat. Ediltrudis; ingl. Audrey), figlia di Anna, re degli Angli orientali, e sorella delle sante Sesburga, Etelburga e Withburga, nacque a Exning nel Suffolk.
La sua vita Si svolse in gran parte della seconda metà del sec. VII, quando massimo era il fervore degli Angli, recentemente convertiti.
Secondo il desiderio dei genitori, ella andò sposa al principe di Cyrvii, Tonbert, col quale tuttavia visse in perpetua continenza. Tre anni dopo il matrimonio, rimasta vedova, si ritirò nell'isola di Ely, che aveva ricevuto dal marito come dono di nozze, ed ivi per cinque anni condusse vita solitaria, trascorrendo in preghiera la maggior parte del suo tempo.
Richiesta in matrimonio da Egfrido, il più giovane dei figli di Oswy, re di Northumbria, cedette a condizione che il giovane marito, appena un ragazzo, si impegnasse a rispettare la sua verginità.
Questi accettò, ma in prosieguo di tempo, pentitosi, chiese al santo vescovo Wilfrid di scioglierlo da quella che poteva essere stata una promessa sconsiderata.
Dopo un periodo di contrasti, dietro consiglio di Wilfrid, Etelreda si ritirò nel monastero di Coldingham, dove ricevette il velo dalla zia di Egfrido, s. Ebba. Terminato il noviziato, si ritirò nuovamente a Ely, fondandovi un doppio monastero, che governò fino alla morte, avvenuta nel 679.
La sua tomba, nella cattedrale di Ely, fu meta di pellegrinaggi fino alla Riforma.
La Santa era particolarmente invocata per i mali di gola e del collo: le collane acquistate nei pressi del suo santuario, chiamate Tawdry (abbreviazione di St. Audry), erano portate dai sofferenti di tali mali. La sua festa è celebrata il 23 giugno.
(Autore: John Stephan - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant' Eteldreda di Ely, pregate per noi.


*Beata Francesca Martel - Vergine Mercedaria (23 giugno)

Fondatrice del monastero mercedario dell’Assunzione in Siviglia (Spagna), la Beata Francesca Martel, fu una religiosa di grandi virtù, attenta nella preghiera e nell’osservanza della regola.
Alla sua morte il corpo venne tumulato nella chiesa dello stesso monastero.
L’Ordine la festeggia il 23 giugno.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Francesca Martel, pregate per noi.


*San Giuseppe Cafasso - Sacerdote (23 giugno)

Castelnuovo d’Asti, 1811 - Torino, 23 giugno 1860
Nasce a Castelnuovo d'Asti nel 1811, frequenta le scuole pubbliche al suo paese e poi entra nel Seminario di Chieri (Torino).
É di salute malferma, ma sacerdote già a 22 anni, e con un solido ascendente sui compagni.
Viene accolto dal teologo Luigi Guala nel convitto ecclesiastico da lui aperto a Torino.
Questi lo spinge a compiere opera di catechesi verso i giovani muratori e i carcerati, poi lo vuole a fianco nella cattedra di teologia morale.
In 24 anni di insegnamento Giuseppe forma generazioni di sacerdoti, dedicandosi anche ad un'intensa opera pastorale verso tutti bisognosi: condivide le ore estreme con i condannati a morte ed opera tra i carcerati, cui non fa mancare buone parole e sigari, includendo nel suo servizio anche l'aiuto alle famiglie e il soccorso ai dimessi.
Succeduto al Guala, ne perfeziona l'opera, rifiutando sempre ogni titolo onorifico.
Grande amico di don Giovanni Bosco (che lo definirà «modello di vita sacerdotale»), lo aiuta materialmente e moralmente nella sua missione.
É patrono dei carcerati e dei condannati a morte. (Avvenire)
Etimologia: Giuseppe = aggiunto (in famiglia), dall'ebraico
Martirologio Romano: A Torino, San Giuseppe Cafasso, sacerdote, che si dedicò alla formazione spirituale e culturale dei futuri sacerdoti e a riconciliare a Dio i poveri carcerati e i condannati a morte.
Non ha fondato né costruito, ma ha allevato fondatori e costruttori. Dalla cattedra e dal confessionale ha formato maestri di fede e uomini e donne di Dio per la Chiesa del suo tempo e anche di dopo.
Se non era in cattedra o in chiesa, lo si poteva trovare nelle carceri, tra i detenuti.
Giuseppe Cafasso, nato a Castelnuovo d’Asti nel 1811 (quattro anni prima di Giovanni Bosco), fa le scuole pubbliche al suo paese e poi va al Seminario di Chieri (Torino).
Tra i compagni non spicca per gesti speciali; la sua figura è tutt’altro che imponente: di piccola
statura, è già un po’ curvo per una deviazione della colonna vertebrale.
Difficile prevedergli un futuro di grande predicatore, perché il suo parlare è sommesso.
Ma è prete già a 22 anni, e con un solido ascendente sui compagni.
Entra nel Convitto ecclesiastico torinese del teologo Luigi Guala, dove i neosacerdoti approfondiscono gli studi di teologia e di morale, e intanto fanno tirocinio nel ministero, lavorando in ospedali, riformatori, carceri, ospizi.
Entrato come allievo, don Cafasso non va più via, diventando insegnante di morale, direttore spirituale e infine rettore.
Intanto lo chiamano a predicare, anche se gli manca la voce tonante.
Parla ai fedeli nelle “missioni” e ai preti negli esercizi spirituali.
Sulla linea di Alfonso de’ Liguori, ma con un suo preciso accento personale, insegna la morale, combattendo un rigorismo giansenistico ancora diffuso, che scoraggia molti.
E ai preti insegna come presentare la fede con serenità e fiducia, senza transigere sul dogma, ma offrendo comprensione agli incerti, ai disorientati.
Il giovane don Bosco gli chiede consiglio: vorrebbe andare missionario, ma gli si offrono pure incarichi qua e là...
Sommesso e chiaro, Cafasso dice a don Bosco che la sua missione è Torino.
É la capitale piemontese, con tanta gioventù brada, immigrata e analfabeta, sfruttata da molti, malvista dalla polizia.
E lo aiuta a cominciare, trova posto per i suoi primi ragazzi, lo difende dagli attacchi di chi non capisce.
Gli chiedono consiglio ex allievi diventati vescovi e cardinali.
Alcuni notabili gli propongono di candidarsi alla Camera.
Risposta: "Ma nel dì del Giudizio il Signore mi chiederà se avrò fatto il buon prete, non il deputato".
É popolare e amato in Torino per l’opera tra i carcerati, che non si limita a visite, buone parole e sigari, ma include l’aiuto alle famiglie, il soccorso ai dimessi perché non ci ricaschino.
E include la condivisione delle ore estreme con i condannati a morte, i momenti della disperazione, il cammino verso la forca.
Il fragile prete non si stacca mai dai morituri, ai quali parla sommessamente fino al patibolo, pronto poi a inginocchiarsi presso i cadaveri, ricomporli con gesti materni, benedirli, con nell’orecchio ancora le loro ultime parole.
Papa Pio XII lo canonizzerà nel 1947, proclamandolo Patrono dei carcerati.
(Autore: Domenico Agasso – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Giuseppe Cafasso, pregate per noi.


*San Lanfranco Beccari - Vescovo di Pavia (23 giugno)

Etimologia: Lanfranco = paese libero, libero nel paese, dal tedesco
Emblema: Bastone pastorale
Martirologio Romano: A Pavia, San Lanfranco, vescovo, che, uomo di pace, patì molto per favorire la riconciliazione e la concordia nella città.
Nato a Pavia da nobile famiglia nei primi decenni del sec. XII, fu consacrato vescovo della sua città da Alessandro III (1159-1181).  Amabile con i buoni, ma energico con i cattivi, pio,
caritatevole e di vita esemplare, dovette lottare soprattutto contro le autorità civili locali che volevano appropriarsi di alcuni beni ecclesiastici.
Per questo motivo fu costretto a lasciare Pavia e a recarsi a Roma, ove trovò conforto e sostegno nel Papa. Ritornato a Pavia, stanco di lottare, si ritirò nel monastero vallombrosano di San Sepolcro (nei pressi della città), ove morì il 23 giugno forse del 1198.
Così appare dalla lettera di Innocenzo III dell'8 agosto 1198 a Bernardo, vescovo di Faenza, con la quale gli era concesso di passare dalla sede episcopale di Faenza a quella di Pavia, come successore di Lanfranco, di buona memoria. La prima biografia del Santo, è stata scritta dal suo immediato successore, Bernardo. La festa ricorre il 23 giugno.
Il Santo vescovo è genericamente raffigurato in abiti pontificali e in atto benedicente.  Così appare nel dipinto di Cima da Conegliano (1459-1517), nel Fitzwilliam Museum di Cambridge.
(Autore: Antonio Rimoldi – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Lanfranco Beccari, pregate per noi.


*San Liberto di Cambrai - Vescovo (23 giugno)

m. 22 giugno 1071
Etimologia:
Liberto = signific. Chiaro
Liberto, vescovo di Cambrai dal 1051 al 1076, è, come il suo predecessore Gerardo I (1012-1051) e il suo successore Gerardo II (1076-1092) uno dei migliori rappresentanti della Chiesa imperiale prima della riforma gregoriana. La vita di Liberto è ben nota grazie alle Gesta Lietberti episcopi, continuazione delle Gesta episcoporum Cameracensium composta nel 1076 da un contemporaneo, e alla Vita Lietberti composta dal monaco Raul del Santo Sepolcro, che aveva accompagnato Liberto in Terra Santa nel 1054. Entrambe le fonti sono degne di fede.
Nato nel Brabante, Liberto apparteneva ad una famiglia aristocratica. Fu affidato fin dall'infanzia al vescovo di Cambrai, Gerardo I, e quindi esercitò le funzioni di scolastico, di prevosto, di arcidiacono. Alla morte del vescovo (1051) in qualità di prevosto del capitolo e arcidiacono di Cambrai, fece parte dell'ambasceria incaricata di rimettere a Enrico III il bastone pastorale. L'imperatore scelse lui come successore nella sede di Cambrai ricevendone il giuramento di fedeltà.
L'autore della Vita Lietberti ha modificato questo racconto, tramandato dalle Gesta, in maniera notevole, narrando una elezione (immaginaria) da parte del popolo e del clero di Cambrai prima della nomina imperiale: si può già vedere in questo fatto l'influenza delle preoccupazioni gregoriane.
Per comprendere l'episcopato di Liberto bisogna ricordare che il vescovo di Cambrai aveva ricevuto. nel 948, i diritti comitali sulla città e quindi, nel 1007, SU tutta l'estensione della contea.
Egli era dunque il rappresentante temporale dell'imperatore, oltre che il capo della diocesi. Liberto, come il suo predecessore, ebbe a lottare contro l'avvocato o castellano di Cambrai, che, teoricamente, era un funzionario episcopale e, di fatto, un signore indipendente. Allo stesso modo egli ebbe a combattere dapprima un certo Giovanni, secondo marito di Ermentrude, vedova del castellano di Cambrai, poi un certo Ugo, di cui tuttavia il vescovo aveva protetto gli inizi.
In occasione di un viaggio pastorale, Liberto era stato fatto perfino prigioniero di costui e mentre i suoi compagni erano stati uccisi, egli venne liberato grazie all'intervento del conte di Fiandra, Roberto il Frisone (1071-1093). Anche questi, tuttavia diventò pericoloso, poiché cercò di impadronirsi di Cambrésis. Liberto ammalato e vecchio, si fece trasportare fino al campo nemico ed ottenne che il conte togliesse l'assedio.
A Liberto si deve la costruzione del monastero del Santo Sepolcro (1063), dei nuovi bastioni della città che si era molto estesa e di due nuove chiese. Egli favorí anche la riforma monastica, specialmente a Hasnon dove i monaci sostituirono i canonici (1070). Ma l'episodio piú celebre della sua vita fu il pellegrinaggio in Terra Santa, raccontato dettagliatamente nella Vita.
Viaggio pericoloso, in cui Liberto era sostenuto dalla aspirazione al martirio unitamente al desiderio di vedere il Santo Sepolcro. I pellegrini attraversarono l'Ungheria, la Dalmazia, la Grecia e giunsero a Laodicea in Siria.
Di là, avendo saputo che la strada era impra ticabile, ritornarono a Cipro, dove furono catturati dal governatore dell'isola; scoraggiati per le difficoltà ritornarono in Europa senza aver veduto Gerusalemme.
Liberto, morto il 22 giugno 1071, fu inumato il 23, giorno in cui è festeggiato, nell'abbazia del Santo Sepolcro da lui fondata dove tuttavia nel XVII sec. si cantavano ancora, alla vigilia della sua festa, i vespri dei morti e la sua tomba era ornata di fronde e di fiori.
La persistenza di questa ufficiatura funebre, però, osserva l'Henskens non toglie nulla alla venerazione che pur riscuotono col titolo di Beati o di Santi sia Liberto sia altri personaggi, ricordando tra gli altri il caso di San Norberto.
(Autore: Henri Platelle – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Liberto di Cambrai, pregate per noi.


*Beato Lupo de Paredes - Mercedario (23 giugno)

Vissuto fino all’età di 114 anni di cui 80 nella regola dell’Ordine Mercenario, il Beato Lupo de Paredes, conservò la purezza verginale e si mostrò sempre esemplare per la pazienza e santità.
Onorò con la sua vita l’Ordine ed il convento di Santa Maria in Logrono (Spagna), nel quale dopo aver preannunziato giorno e ora della propria morte, senza alcuna malattia raggiunse la vita eterna.
L’Ordine lo festeggia il 23 giugno.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Lupo de Paredes, pregate per noi.


*Beata Maria di Oignies - Fondatrice delle Beghine (23 giugno)
Liegi, Belgio, 1177 circa - 1213
Maria d'Oignies, beghina e mistica, nacque a Liegi nel 1177 circa da famiglia benestante. All'età di 14 anni si sposò, ma in seguito decise con il marito di dedicarsi ad una vita apostolica di castità e carità, lavorando in un lebbrosario.
All'età di 30 anni, nel 1207, si ritirò in una comunità di conversi, ossia di suore e fratelli laici, coordinata da un gruppo di preti, fra cui Jacques de Vitry, futuro Cardinale d'Acri in Palestina e protettore del movimento delle beghine.
Maria ebbe molta influenza spirituale su Jacques, che ne scrisse la biografia e che la aiutò a fondare la sua comunità autosufficiente di beghine e begardi.
Nonostante le accuse di eresia che sarebbero state mosse al movimento negli anni successivi, Maria fu sempre molto ortodossa nelle sue convinzioni, tant'è che appoggiò con entusiasmo la Crociata contro i catari del 1209.
Nel 1212 si racconta che Maria avesse ricevuto le stimmate, ben 12 anni prima di San Francesco.
Morì nel 1213 all’età di 36 anni.
Martirologio Romano: A Oignies sempre nell’Hainault, nel territorio dell’odierna Francia, Beata Maria, che, ricca di doni mistici, con il consenso del marito, visse reclusa in una cella e poi fondò e regolamentò l’Istituto detto delle Beghine.
Le antiche biografie di Maria di Oignies sono fondamentali per comprendere e studiare il rinnovamento religioso dei Paesi Bassi nei secoli XII e XIII. La santa in particolare ispirò il movimento delle beghine: donne che vivevano in comunità, dirette spiritualmente da un sacerdote.
Non erano suore, anche se nella maggior parte dei casi facevano voto privato di castità, e traevano sostentamento da attività lavorative senza chiedere la carità.
Maria nacque nel 1177 a Nivelles, nel Brabante, antico ducato compreso oggi nello stato del Belgio.
Apparteneva ad una famiglia benestante, era molto religiosa e appena raggiunse i quattordici anni, per distoglierla dal pensiero di farsi monaca, i genitori combinarono il matrimonio con un pio giovane di nome Giovanni.
Dopo alcuni anni di felice unione matrimoniale, tra lo sconcerto dei parenti, i due bravi coniugi decisero, di comune accordo, di dare i propri beni ai poveri per ritirarsi in un lebbrosario, a Willambroux, per servire i malati.
Si formò una piccola comunità la cui fama si diffuse presto, soprattutto grazie a Maria, cui molti fedeli chiedevano preghiere e consigli.
Raggiunti i trent’anni, la santa, col consenso del marito e del cognato sacerdote, suo confessore, decise di ritirarsi nel monastero agostiniano di Oignies.
Visse in una cella accanto al coro della chiesa facendo la sacrestana. Nel 1207 conobbe Giacomo di Vitry, un canonico di Parigi.
La donna gli chiese di stabilirsi in città e di dedicarsi alla predicazione.
Erano tempi complessi, la cristianità era lacerata dalle lotte contro le eresie dei catari e degli albigesi.
Maria, sebbene vivesse quasi in clausura, seguiva con trepidazione questi avvenimenti.
Giacomo ne divenne il direttore spirituale e trasmetteva ai numerosi devoti i suoi insegnamenti.
Maria e Giacomo, penitente e confessore, erano guide uno dell’altra. La santa trascorreva molte
ore, anche notturne, davanti all’Eucaristia.
Un giorno ebbe la premonizione che sarebbe stata istituita la festa del Corpus Domini. Così avvenne nel 1246, nella vicina Liegi, grazie a Santa Giuliana di Cornillon che ebbe legami con le "beghine" e si fece monaca proprio nel 1207.
Nel 1212 Maria di Oignies conobbe San Folco, vescovo di Tolosa, quando gli albigesi lo cacciarono dalla sua diocesi. Il Santo si rifugiò a Liegi e rimase impressionato dalla santità di vita delle beghine. In quell’anno Maria ebbe le stimmate. L’anno successivo, dopo numerose e speciali grazie, morì, all’età di circa trentasei anni.
Sul letto di morte predisse che sarebbe sorto un ordine di predicatori che, per il bene della Chiesa, avrebbe contrastato le eresie. Folco di Tolosa, insieme a San Domenico, lottò contro i catari e assistette alla fondazione dei primi monasteri domenicani.
Nel 1216, su richiesta di Folco, Giacomo scrisse la vita di Maria con un lungo prologo in cui illustrava le vicende della nascita del movimento religioso. Per ottenere l’approvazione delle beghine e dei begardi, la corrispondente comunità maschile, andò a Perugia, sede temporanea del papato. Giacomo era un predicatore illustre, teologo e storico; divenne in seguito vescovo di S. Giovanni d’Acri, in Palestina.
Nel 1228 fu nominato vescovo di Frascati e poi cardinale. Si prodigò molto perché venisse conosciuta la vita della sua penitente e la santità delle beghine. Diede il suo scritto anche all’amico cardinale Ugolino, futuro papa Gregorio IX. Nel 1230-31 Tommaso Cantimprè aggiunse all’opera un supplemento. Maria si consacrò con gioia al Signore rinunciando alla vita benestante, guardando a Colui che si era incarnato per salvare l’umanità. Maria, ancella di Cristo al servizio della Chiesa, esercitò un apostolato di preghiera e penitenza per la salvezza delle anime.
Nella sua vicenda interiore sono riconoscibili i sette doni dello Spirito Santo. Il timor di Dio la spingeva alla povertà e all’umiltà. Grazie al dono della pietà curava i malati nel fisico, ma era pure madre spirituale delle loro anime.
Il dono della scienza le conferiva la cautela, la fortezza le ispirò l’armonia del comportamento, il dono del consiglio le dava uno straordinario equilibrio. L’intelletto la fece un’anima contemplativa. Maria fu gratificata da visioni straordinarie, ma grazie al dono della sapienza rimase umile di cuore.
Gustava la soavità della liturgia, soprattutto nelle solennità, e aveva una speciale devozione per l’evangelista Giovanni.
Le beghine, non avendo regole che ne definissero le caratteristiche, ebbero un appoggio informale dalla Santa Sede. Le caratteristiche inusuali del movimento, nei periodi storici più difficili e confusi, causarono accuse di eresie. Ancora oggi in Belgio e Olanda esistono alcune comunità eredi del loro carisma.
(Autore: Daniele Bolognini - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Maria di Oignies, pregate per noi.


*Beata Maria Raffaella (Santina) Cimatti - Vergine (23 giugno)

Faenza, Ravenna, 6 giugno 1861 - Alatri, Frosinone, 23 giugno 1945

Martirologio Romano: Ad Alatri nel Lazio, Beata Maria Raffaella (Santina) Cimatti, vergine, delle Suore della Misericordia per gli Infermi, che condusse una vita umile e nascosta, adoperandosi con cordiale carità e costante attenzione specialmente per i malati e i poveri.
Mamma ha un bel ripeterle di liberamente seguire la sua strada e di non sentirsi vincolata a lei e alle sue necessità: Santina proprio non se la sente di lasciarla, cadente e bisognosa di cure com’è, per seguire la sua vocazione.
Anche se sa benissimo che il Signore aspetta da lei una totale consacrazione, come d’altronde le
confermano quanti sono a lei più vicini, a cominciare dal suo parroco: «Il tuo cuore appartiene già a Dio ed il suo a te. Verrà il giorno in cui, superate le attuali difficoltà, potrai finalmente dedicarti solo a lui».
Il fatto è che dei sei figli che mamma ha avuto, tre sono andati subito in paradiso e dei tre rimasti soltanto lei può prendersene cura, dato che i due maschi, cui lei ha fatto da mamma dopo la prematura morte di papà, sono entrati dai Salesiani: Luigi, fratello coadiutore in Perù, morirà nel 1927 in fama di santità; Vincenzo, fondatore delle missioni salesiane in Giappone, è adesso "venerabile", cioè ad un passo dalla beatificazione. Una famiglia di santi, insomma, e lei non è da meno, a cominciare dal suo nome che è già un programma di vita.
Alla soglia del suo ventottesimo compleanno, quando cioè proprio non ce la fa più ad aspettare, va a sfogarsi dal suo parroco, trovando in lui una provvidenza insperata: il buon prete, pur di lasciarla andare per la sua strada, si offre di accogliere in canonica l’anziana mamma, promettendo di prendersene cura come fosse la sua.
Solo così le porte del convento si spalancano per Santina: entra il 4 novembre 1889 tra le Suore Ospedaliere della Misericordia di Roma, che sembra proprio il posto fatto per lei, che di misericordia nella vita ha già ben dimostrato di averne.
Se ne accorgono anche le superiore, che secondo l’uso del tempo ne saggiano la vocazione facendole fare il noviziato in corsia, subito a diretto contatto con i malati. Con l’entusiasmo dei neofiti, si divide nelle mille mansioni di apprendista - infermiera tuttofare, correndo da una branda all’altra, con il suo inossidabile sorriso e la sua imperturbabile serenità.
La prova è superata "a pieni voti", se l’8 dicembre 1890 viene ammessa alla vestizione religiosa, ma non è un fuoco di paglia. Insieme all’abito le danno il nome nuovo di suor Maria Raffaella e da allora è colpa di quel nome, spiega a chi le rimprovera il troppo spendersi per gli altri e le chiede di risparmiarsi un po’, perché «il mio nome, come sta scritto nella Bibbia, è sinonimo di premuroso accompagnatore e di medicina di Dio; che brutta figura farei fare al mio protettore, San Raffaele, se non assistessi i malati con tanta cura!».
Alle suore della Misericordia, oltre ai tre voti tradizionali, viene chiesto il quarto voto "dell’ospitalità", che le impegna a servizio dei malati e dei sofferenti. Il carisma specifico della Congregazione assume però in lei sfumature di straordinaria tenerezza e di materna dolcezza, sicuramente ereditate nell’ambiente familiare in cui ha fatto il suo primo tirocinio.
I malati se la contendono chiamandola "mamma", tutti la conoscono come «angelo dei malati»; quando la eleggono superiora (prima a Frosinone poi ad Alatri) si rivela «madre, sorella, amica, consigliera, sempre pronta e disponibile, modello esemplare di ogni virtù».
La sua giornata inizia molto prima dell’alba, verso le 3,30, perché in lei il sonno è ridotto all’indispensabile; prosegue con ritmo serrato tutto il giorno e «nelle ore pomeridiane sostituisce le suore di turno per dar loro la possibilità di riposare».
Fare o rammendare le calze delle consorelle è il passatempo preferito di questa superiora instancabile, impegnata nel testimoniare che «l'ospedale non è solo il luogo, dove si soffre e muore, ma è anche l’ambiente dove si possono esercitare le più squisite virtù umane».
Alla soglia degli 80 anni cede il bastone "del comando" (che in lei è soprattutto stato la "stampella" del servizio), restando nella comunità di Alatri come semplice suora, sempre impegnata nei più umili servizi.
Nel suo lento declino di donna ormai curva e claudicante un’ultima uscita pubblica nel 1944, per strappare al generale Kesserling il cambiamento del suo piano strategico di contrasto all’avanzata degli Alleati ed evitare così il già programmato bombardamento di Alatri.
Non più soltanto "angelo" dei malati ma di tutta la città, si spegne il 23 giugno 1945 senza esaurire la sua scorta di misericordia, che ancora continua a spargere sotto forma di intercessioni, grazie alle quali suor Maria Raffaella Cimatti è stata proclamata beata il 12 maggio 1996.
(Autore: Gianpiero Pettiti)
Nello spirito dei tempi moderni questa suora ha svolto con intelligenza e serenità un servizio costante ed eroico in favore degli afflitti e degli ammalati. "Quando non era intenta alla cura degli ammalati, era in preghiera davanti al Sacramento; e le sue mani quando non erano al servizio del prossimo, scorrevano sui grani del Rosario".
Nella fertile terra romagnola, a Faenza, il 6 giugno 1861, da padre bracciante agricolo e da madre tessitrice, nasce Santina Cimatti; la natura la dota di un volto sorridente sereno e di belle fattezze, illuminato da occhi sereni e profondi. Può dedicare poco tempo agli studi, in quanto la famiglia ha ben presto bisogno del suo lavoro per arrotondare un po' il non prospero bilancio familiare aiuta la mamma come tessitrice, o si occupa dei lavori di casa. l due unici fratelli maschi sopravvissuti, Luigi e Vincenzo, entrano giovanissimi nella congregazione salesiana; Santina allora ritiene indispensabile rimanere vicino alla madre sino a quando troverà per lei una dignitosa sistemazione nella casa di un sacerdote.
Nel novembre del 1889 si aggrega alle suore ospedaliere della Misericordia, presso la casa madre di San Giovanni in Laterano a Roma. Assume il nome di Maria Raffaella e nel 1893 viene inviata presso l'ospedale di San Benedetto ad Alatri, dove inizia la sua professione di infermiera. Passa successivamente all'ospedale Umberto I di Frosinone, dove dal 1921 ha anche l'incarico di priora della comunità.
Dal 1928 al 1940 ritorna ad Alatri sempre come priora.
Nel 1943 comincia a manifestarsi il male che si rivelerà incurabile. Muore il 23 giugno 1945.
Il campo principale di apostolato di suor Raffaella fu la farmacia, dove prestò servizio per ben trentaquattro anni; suor Raffaella però, quand'era necessario, riusciva a mettersi a disposizione dei malati e della comunità per qualsiasi occupazione.
Il lavoro tra pillole, sciroppi e a pestare nel mortaio è per Raffaella un dono di Dio: attraverso l'impegno semplice ma continuo nel quotidiano ella riesce a realizzare con esemplare dedizione il vero amore per il prossimo.
Quando la malattia bussa forte alla sua porta pensa sempre alla preghiera come mezzo di sostegno. Giorni difficili e drammatici furono quelli vissuti da suor Raffaella a Frosinone
durante la guerra. Non solo confortò e avvicinò gli ammalati, ma quando percepi, attraverso le suppliche delle persone dell'ospedale che Alatri avrebbe potuto subire un bombardamento allo scopo di contrastare l'avanzata delle forze alleate, Raffaella raccolse tutte le poche energie che le rimanevano e collaborando con il vescovo riuscì a far cambiare il piano strategico al generale Kesserling: Alatri fu salva. "Miracolo! - gridarono in coro -; un angelo ha salvato la città".
Ogni giorno suor Raffaella vive la presenza di Dio nel sofferente: mai dimentica che il singolo uomo abbisogna di amore concreto anche nei piccoli fatti quotidiani. Racconta una sua paziente: "Ero giovane, ma sofferente per disturbi vari. Dopo qualche tempo fui ricoverata in ospedale per l'operazione di appendicite. Ero preoccupata e sentivo la mancanza della mamma lontana... Piangevo per questa situazione come non mai.
La serva di Dio si accorse della mia profonda prostrazione morale e mi chiese: "Perché piangi?". Ed io: "Sto male e non ho la mamma...". Con tono profondamente comprensivo mi rispose: "E io non sono la mamma? Perché sto qui? Ogni suora ospedaliera deve essere la mamma di chi soffre"".
Per le proprie consorelle sa essere superiora attenta e gentile. Non pretende di essere servita, ma che ciascuno serva la comunità. Una sua consorella annota: "Non si dava arie per l'ufficio di superiora che ricopriva, ma si considerava la serva delle suore, aiutandole nel lavoro. All'occorrenza amava anche rammendare e confezionare le calze delle consorelle".
Beatificata il 12 maggio 1996. Festa il 23 giugno.

(Autore: Giuseppe Gottardo – Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - Beata Maria Raffaella Cimatti, pregate per noi.


*Santi Martiri di Nicomedia (23 giugno)

† Nicomedia, 303
Sono uno dei quattro gruppi di martiri dell'Ellesponto, caduti nel 303 sotto la persecuzione di Diocleziano e commemorati in altrettante date.
Nicomedia era la residenza di Diocleziano, che, divenuto imperatore, oltre ad esaltare gli antichi culti romani, fu l'autore di una delle più grosse persecuzioni contro i cristiani.
Il primo a subire il martirio fu san Pietro di Nicomedia, che prestava servizio nel palazzo dell'imperatore.
Diocleziano volle che la punizione del cristiano, rifiutatosi di compiere le rituali offerte alle divinità di Roma, fosse un monito per tutti gli altri cristiani della sua città. A Pietro vennero strappati brandelli di carne e sulle ferite fu versato l'aceto. Pietro venne poi condannato al rogo.
L'eroico comportamento del martire infuse serenità e coraggio agli altri ventimila cristiani di Nicomedia, che pochi giorni dopo diedero la loro testimonianza di fede in Cristo con la propria vita. (Avvenire)
Martirologio Romano: Commemorazione di moltissimi Santi martiri di Nicomedia, che, rifugiatisi sui monti e nelle grotte al tempo dell’imperatore Diocleziano, subirono con animo sereno il martirio per la fede in Cristo.
La recentissima edizione del ‘Martyrologium Romanum’, riporta questo numeroso gruppo di martiri al 23 giugno, senza specificare l’esatto numero.
Le antiche notizie sono pervenute grazie ad una ‘passio’ greca, ancora inedita ma nota per una traduzione latina, pubblicata negli ‘Acta SS.’. Nel primo anno della persecuzione di Diocleziano
(303) furono martirizzati a Nicomedia (attuale Izmit), capitale della Bitinia, regione dell’Asia Minore sul Mar di Marmora e dal 74 a.C. provincia romana, un gruppo di 1003 cristiani in odio alla fede.
Essi si presentarono spontaneamente all’imperatore, proclamandosi cristiani, insieme alle loro famiglie e con quanti a loro erano legati, liberi o schiavi.
Minacce e promesse di Diocleziano non li fecero recedere dalla loro volontà di testimoniare la fede in Cristo, per cui l’imperatore ordinò ai soldati di circondarli tutti e dopo un ultimo tentativo di farli apostatare, seguito da una seconda professione di fede da parte loro, li fece massacrare, uomini, donne e bambini.
La strage secondo il calendario egiziano avvenne il 24 febbraio 303, ma questa data è variamente cambiata in tutte le citazioni successive, egiziane, bizantine e dello storico Eusebio. Nel gruppo furono inclusi anche quattro ‘protectores’ cioè guardie del corpo degli imperatori dell’epoca del Basso Impero, istituite probabilmente da Gordiano III (238-244); i quali colpiti dalla fede e dal coraggio dei martiri, si presentarono anche loro dall’imperatore, proclamandosi cristiani.
In seguito, a questi quattro ‘ protectores’, venne dato un nome, confondendoli con altro gruppo non militare, martiri anche loro a Nicomedia; fu abbinato ai 1003 martiri anche un vescovo di nome Pietro, ma anch’esso fu frutto di una confusione di personaggi.
Purtroppo di questa schiera di autentici cristiani, primi martiri a Nicomedia, della persecuzione di Diocleziano, non si sanno i nomi, ma vengono ricordati e celebrati tutti insieme con il titolo di ‘Martiri di Nicomedia’.
(Autore: 6-Feb-2003 – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santi Martiri di Nicomedia, pregate per noi.


*Beato Pietro Giacomo da Pesaro - Sacerdote Agostiniano (23 giugno)
m. Valmanente (PU), 1496
Dobbiamo alla sua attività di calligrafo le prime due date certe della sua vita. L'8 agosto del 1472 lo troviamo infatti a Farneto di Montelabbàte (Pesaro) e il 3 novembre maestro degli studenti a Perugia, dove, l'anno seguente otterrà il grado di Lettore.
Nel 1479 fu promosso maestro in Sacra Teologia. Insegnò negli Studi generali di Firenze e di Bologna. Dalle notizie che conosciamo per certe e da altre che si desumono indirettamente, il Beato emerge per alcune caratteristiche inconfondibili: la santità di vita, l'amore per lo studio, l'impegno nell'evangelizzazione e nella formazione spirituale e culturale dei giovani agostiniani, la preghiera e la penitenza.
Predicò con grande zelo la parola di Dio in molte città d’Italia e amò intensamente la vita contemplativa.  Morì nel 1496 a Valmanente (PU), dove le sue reliquie si venerano nella chiesa agostiniana. Pio IX ne approvò il culto nel 1848.
Martirologio Romano: Nell’eremo di Valmanente nelle Marche, Beato Pietro Giacomo da Pesaro, sacerdote dell’Ordine degli Eremiti di Sant’Agostino.
Anche se la storia non ci ha tramandato tutti gli elementi che avremmo desiderato, non siamo privi di quelli essenziali, in base ai quali ci è possibile ricostruire gli estremi biografici, la collocazione ambientale, i movimenti di conventualità, le opere e gli influssi che qualificano la vita del Beato Pietro Giacomo.
Nasce a Pesaro molto probabilmente nell’anno 1445. Poco si sa della sua famiglia, che qualche storico
chiama Gaspari. Giovanissimo chiede ed ottiene di entrare nella sua città nel Convento degli agostiniani, i quali infondono in lui l’elemento carismatico che li caratterizza: lo studio come via alla sapienza, alla virtù e al ministero apostolico.
Terminato il noviziato, il giovane emette la professione e viene avviato al compimento degli studi necessari per il ministero sacerdotale e alla carriera accademica secondo il rigido e impegnativo programma prescritto all’Ordine agostiniano.
Dopo l’ordinazione sacerdotale, è inserito nella vita conventuale con l’impegno di proseguire gli studi e di guidare i giovani studenti dell’Ordine.
Nel 1472 è Maestro degli studenti a Perugia.
Nel 1473 è inviato ad insegnare nello Studio agostiniano di Firenze.
Nel 1482 lo troviamo, già con il titolo di maestro in Sacra Teologia a Rimini con il compito di Reggente dello studio.
Partecipa a due Capitoli Generali: nel 1482 a Perugia e nel 1486 a Siena.
Muore poco più che cinquantenne.
La sua vita dunque termina non per il logorio degli anni ma, probabilmente, per la fatica e la penitenza. Al termine della sua esistenza, sempre nella stima dei superiori e confratelli, rinuncia ad ogni incarico, anche prestigioso, e preferisce dedicarsi alla vita ascetica e alla contemplazione nell'eremo di Valmanente, reso famoso dalla santità di Nicola da Tolentino,il quale proprio in quel luogo ebbe la sua celebre visione del Purgatorio.
Altre notizie, che a volte nelle piccole biografie gli storici hanno riportato come una sua nomina a commissario generalizio per una vertenza tra i Conventi di Pergola e Corinaldo, la sua elezione a Priore Provinciale della Provincia Picena e l'incarico di Priore nel celebre Convento e Studio di S. Giacomo Maggiore a Bologna andrebbero meglio verificate, anche perché alcune potrebbero riferirsi ad un omonimo Pietro Giacomo da Pesaro, a lui contemporaneo.
Da notizie certe sappiamo tuttavia che il Beato emerge per alcune caratteristiche inconfondibili: la santità di vita, l'amore per lo studio, l'impegno nell'evangelizzazione e nella formazione spirituale e culturale dei giovani agostiniani, la ricerca di solitudine, ascesi, preghiera e penitenza, tutti elementi che le Costituzioni del tempo erano le stesse preparate dai Beati Clemente da Osimo e Agostino Novello per il Capitolo di Ratisbona nel 1290 -presentavano come punti forza dell' Ordine agostiniano appena strutturato. Muore nel 1496 a Valmanente, dove le sue reliquie oggi si venerano nella chiesa agostiniana.  Pio IX ne approvò il culto nel 1848 e la sua memoria liturgica ricorre il 23 giugno.
(Autore: P. Bruno Silvestrini O.S.A. – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Pietro Giacomo da Pesaro, pregate per noi.  


*Festa dei Santi di Vladimir (Chiese Orientali) (23 giugno)

È stata istituita nel 1982 con il consenso del patriarca di Mosca, Pimen. La memoria liturgica riguarda: i martiri Abramo il Bulgaro, l'arcivescovo Mitrofane, Patrizio; i vescovi di Vladimir Massimo, Alessio, Giona, Ilarione, Dionisio, Arsenio, Teodoro, Simone, Giovanni, Simone, Serapione, Teodoro, Basilio di Rjazan', Cirillo di Rostov, Sofronio, Mitrofane di Voronez; i monaci Niceta di Perejaslavl', Elia di Murom, Pacomio e Teodosio, Daniele Uspenskij, Michele di Vjaznikov, Sergio di Radonez, Romano di Kirzac, Pacomio Nerechtskij, Eutimio di Suzdal', Stefano Machriscskij, Nicone di Radonez, Cosma Jachromskoj, Giobbe di Vladimir, Arcadio di Vjaz'ma, Procoro e Bassiano Jastrebskie, Dionisio di Perejaslavl', Luciano di Aleksandrov, Cornelio di Aleksandrov, Zosima di Aleksandrov; le monache Maria (nel monachesimo Marta), Teodosia (nel monachesimo Eufrosina), Eufrosina di Suzdal', Vassa (nel monachesimo Teodora) di Niznij-Novgorod, Sofia, Teodosia di Murom; i monaci e le monache Gleb, Costantino, Michele e Teodoro di Murom, Boris di Turov, Izjaslav, Mstislav, Andrea di Bogoljubovo, Gleb, Michele, Pietro di Murom, Giorgio, Vasil'ko di Rostov, Vsevolod, Mstislav, Vladimiro, Demetrio, Teodoro, Svjatoslav, Alessandro Nevskij, Demetrio, Demetrio, Teodoro Starodub-skij, Irina, Fevronia di Murom, Agazia, Teodora, Maria e Cristina, Eudossia; i «giusti» Giorgio e Giuliana di Murom, Carpo Medusi, Saba di Moscosk; i «folli per Cristo» Cipriano, Eudossia e Partenio di Suzdal'.
La festa ricorre il 23 giugno.
(Autore: Il'ja Basin – Fonte: Bibliotheca Sanctorum Orientalium)
Giaculatoria - Festa dei Santi di Vladimir, pregate per noi.


*San Tommaso Garnet - Martire in Inghilterra (23 giugno)

Scheda del gruppo a cui appartiene:
“Santi Quaranta Martiri di Inghilterra e Galles”
Soutwark (Londra), 1575 - Londra, 23 giugno 1608
Etimologia:
Tommaso = gemello, dall'ebraico
Emblema: Palma
Martirologio Romano: A Londra in Inghilterra, San Tommaso Garnet, sacerdote della Compagnia di Gesù e martire, che, ordinato nel Collegio Inglese di Valladolid e poi tornato in Inghilterra, dopo essere stato per due volte arrestato, salì sul patibolo di Tyburn sotto il re Giacomo I.
Sacerdote gesuita, nacque a Soutwark (Londra) nel 1575, studiò in Francia e Spagna e ordinato sacerdote nel 1599, lavorò nella missione volante inglese, finché entrò nell’Ordine dei Gesuiti, accolto dal superiore Enrico Garnet, suo zio.
Coinvolto nella repressione anticattolica in atto in Inghilterra, sotto il regno di Giacomo I, successore della anch’essa ostile, regina Elisabetta I, fu mandato in esilio in Belgio a Lovanio.
Nel 1607 tornò in patria, ma tradito da una spia fu imprigionato e poi condannato a morte perché si era rifiutato di giurare fedeltà al re, non riconoscendogli così la sua supremazia anche sulle coscienze dei sudditi.
Il 23 giugno 1608, salito sul patibolo al Tyburn di Londra, protestò la sua innocenza al popolo, spiegò la sua gioia di morire per la fede, indicò uno per uno coloro che avevano contribuito alla sua morte, dicendo parole di perdono per ognuno. Recitò prima di essere impiccato le preghiere della fede con particolare fervore.
La sua morte fu di stimolo ai cattolici e circa duecento fedeli che avevano abbracciato la Riforma anglicana ritornarono nella Chiesa Cattolica.
Fu beatificato nel 1929 da Papa Pio XI e poi è stato canonizzato il 21 giugno 1970 da Papa Paolo VI insieme ad altri 39 sacerdoti e laici martiri dal 1535 al 1679 in Inghilterra e Galles.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Tommaso Garnet, pregate per noi.


*San Valero (23 giugno)

m. 1199
Martirologio Romano:
A Onhaye nell’Hainault, nell’odierno Belgio, San Valero, sacerdote, che si tramanda sia stato ucciso con un remo, mentre attraversava la Mosa, da un nipote sacerdote, di cui aveva biasimato i costumi.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Valero, pregate per noi.


*Santi Zenone e Zena - Martiri (23 giugno)

† Filadelfia, 303
Il culto per San Zenone e Santa Zena, rimase sconosciuto nell’Occidente cristiano, fino a quando il cardinale Cesare Baronio (1538-1607), estensore del “Martirologio Romano”, li inserì nella sua opera al 23 giugno, basandosi su notizie tratte da qualche Sinassario bizantino.
Il racconto della vicenda del martirio dei due santi martiri, Zenone ufficiale dell’esercito imperiale e Zena suo schiavo, mette in risalto oltre la grande fede cristiana che ambedue professavano, anche la grande devozione dello schiavo verso il suo buon padrone.
In un mondo dove gli schiavi erano trattati e considerati come bestie da usare e dominare, il sorgere di un sentimento di fedeltà da un lato e di comprensione e bontà dall’altro, era abbastanza raro ma anche così eclatante, tanto da arrivare fino a noi, ad indicare una convivenza possibile fra strati sociali opposti, illuminata soprattutto dalla luce della fede in Cristo Gesù.
Zenone era originario di Filadelfia (l’antica Rabbat Ammon, capitale degli Ammoniti; odierna Amman capitale della Giordania), ed esercitava la professione delle armi, era cristiano convinto e quando si scatenò la persecuzione di Massimiano (250-310), imperatore romano di origine pannonica, creato ‘Cesare’ da Diocleziano nel 285 e ‘Augusto’ nel 286, Zenone visto morire
centinaia d’inermi cristiani, sorretti e consolati dalla fede, volle seguire il loro destino e non rimanere nascosto.
Quindi distribuì i suoi beni ai poveri e liberò tutti i suoi schiavi; poi decise di recarsi presso il Governatore della Giordania.
Ma uno dei suoi schiavi di nome Zena, che in qualche modo aveva conosciuto il Cristianesimo nella casa del suo padrone, rifiutò di lasciarlo e partì con lui.
Giunto davanti al governatore, Zenone si mise a contestare l’assurdità del culto agli idoli e prese ad illustrare la nuova filosofia di vita del cristianesimo; bastò questo per scatenare la collera del funzionario imperiale romano, che lo fece imprigionare, infliggendogli varie torture.
Lo schiavo Zena andò a trovarlo in carcere e baciandogli le catene, lo supplicò di non lasciarlo solo e non volle andarsene, associandosi ai suoi tormenti e alla sua sorte.
Furono, questa volta insieme, ancora interrogati e stimolati a fare apostasia della nuova religione, ma avendo essi ancora rifiutato, furono sottoposti di nuovo a torture e infine morirono decapitati. Il culto per i due martiri di Filadelfia, si diffuse in Oriente; a Costantinopoli la loro festa si celebrava il 22 giugno nella Chiesa di San Giorgio martire, nel quartiere della Cypriara.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santi Zenone e Zena, pregate per noi.

*Altri Santi del giorno (23 Giugno)
*xxx
Giaculatoria - Santi tutti, pregate per noi


 
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