Santi del 23 Marzo - Istituto Aveta

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Santi del 23 Marzo

Il mio Santo > I Santi di Marzo

*Beato Alvaro del Portillo Diez de Sollano - Prelato dell’Opus Dei (23 marzo)  
Madrid, Spagna, 11 marzo 1914 - Roma, Italia, 23 marzo 1994
Don Álvaro, come è chiamato da milioni di persone che in tutto il mondo ricorrono alla sua intercessione, era un brillante studente di Ingegneria quando conobbe Josemaría Escrivá. Resosi conto che Dio lo chiamava a quel cammino, entrò a far parte dell’Opus Dei nel 1935. Ordinato sacerdote nel 1944, una volta terminati gli studi civili ed ecclesiastici, fu il principale collaboratore di San Josemaría e ne divenne il successore alla guida dell’Opus Dei nel 1975. A Roma, dove ha vissuto dal 1946, era molto apprezzato, tra l’altro, per il lavoro che aveva svolto durante il Concilio Vaticano II (1962-1965), contribuendo a potenziare il ruolo dei laici nella Chiesa.
Per la sua bontà e umiltà, moltissime persone di tutte le classi e condizioni sociali avevano verso di lui un grandissimo affetto. Álvaro del Portillo è morto a Roma il giorno dopo un pellegrinaggio in Terra Santa, il 23 marzo 1994. Lo stesso giorno Giovanni Paolo II si è recato a pregare dinanzi ai suoi resti mortali.
Il Cardinale Camillo Ruini, vescovo vicario di Roma, ha aperto il 5 marzo la fase diocesana della sua causa di canonizzazione.
Álvaro del Portillo, primo successore di San Josemaría Escrivá a capo dell'Opus Dei, nacque a Madrid l'11 marzo 1914. Entrò a far parte dell'Opus Dei nel 1935. Fu ordinato sacerdote il 25 giugno 1944. Membro del Consiglio Generale dell'Opus Dei dal 1940 al 1975, dal 1940 al 1947 e dal 1956 al 1975 ne fu il segretario generale. Era laureato in ingegneria dei trasporti. Si era
inoltre laureato in Lettere e Filosofia (sezione di storia) e in Diritto canonico.
Era consultore di diversi organismi della Santa Sede, quali la Congregazione per la dottrina della fede, la Congregazione per il Clero, la Congregazione per le Cause dei Santi e il Pontificio Consiglio per le Comunicazioni Sociali. Prese parte ai lavori del Concilio Vaticano II, dapprima come presidente della Commissione antipreparatoria per il laicato, quindi come segretario della Commissione per la disciplina del Clero e come consultore di altre commissioni. I suoi libri Laici e fedeli nella Chiesa (1999, seconda ed.) e Consacrazione e missione del sacerdote (1990, seconda ed.) sono in buona parte il frutto di quest'esperienza. Quale membro della Commissione per la revisione del codice di diritto canonico, intervenne nella elaborazione dell'attuale codice, promulgato da Giovanni Paolo II nel 1983.
Nel 1975 veniva eletto successore di monsignor Escrivá. Quando l'Opus Dei fu eretto in prelatura personale, il Santo Padre lo nominò prelato; e nel 1990 lo designò vescovo, conferendogli l'ordinazione episcopale il 6 gennaio 1991.
Nel 1985 creò a Roma il Centro Accademico Romano della Santa Croce, nucleo originario dell'attuale Università Pontificia della Santa Croce.
Nel corso dei diciannove anni durante i quali guidò l'Opus Dei, il lavoro della prelatura si estese ad altri venti paesi.
Morì a Roma il 23 marzo 1994. Lo stesso giorno Papa Giovanni Paolo II si recò a pregare davanti alla sua salma. É stato beatificato il 27 settembre 2014 a Valdebebas, Madrid, con celebrazione presieduta dal Cardinale Angelo Amato.

(Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - Beato Alvaro del Portillo Diez de Sollano, pregate per noi.

 

*Beata Annunciata Cocchetti - Vergine (23 marzo)

m. 23 marzo 1882
Nata a Rovato (Bs) il 9 maggio 1800, Annunciata rimase orfana dei genitori a sette anni. A 17 anni aprì nella sua casa una scuola per le fanciulle povere del paese. A 22 anni divenne la prima insegnante della scuola femminile di Rovato. Alla morte della nonna, che l'aveva allevata, passò sei anni a Milano.
Nel 1831 andò a Cemmo in Valcamonica dove si trovava una scuola aperta da Erminia Panzerini, che fin dal 1821 la gestiva secondo lo spirito dell'Opera di Santa Dorotea.  
Annunciata vi prestò la sua opera di maestra per dieci anni. Alla morte della Panzerini nel 1842 si trasferì a Venezia divenendo una suore dorotea.
Nell'ottobre dello stesso anno ritornò a Cemmo con altre due religiose e nel 1843 emise i voti.  
Per 40 anni si dedicò all'apostolato nella Valcamonica. Nel 1853 aprì a Cemmo un noviziato proprio, sviluppandolo in modo autonomo e diffondendosi anche fuori d'Italia. Morì il 23 marzo 1882. È stata beatificata il 21 aprile 1991. (Avvenire)
Etimologia: Annunciata = ricorda l'annunciazione a Maria
Emblema: Giglio
Martirologio Romano: Nel villaggio di Cemmo in Lombardia, beata Annunziata Cocchetti, vergine, che resse con saggezza, fortezza e umiltà l’Istituto delle Suore di Santa Dorotea da poco fondato.
Fondatrice delle Suore Dorotee di Cemmo, madre Annunciata Cocchetti nacque a Rovato (Brescia) il 9 maggio 1800; a sette anni rimase orfana dei genitori e fu la nonna paterna a prendersi cura di lei, non facendole mancare affetto e cure, educandola a grandi ideali.
Le furono direttori e guida spirituale nella crescita umana e cristiana, i sacerdoti della parrocchia e in particolare don Luca dei Conti Passi; a 17 anni aprì nella sua casa una scuola per le fanciulle povere del paese. A 22 anni si diplomò maestra divenendo la prima insegnante della scuola femminile di Rovato; in quel periodo ebbe l’occasione di incontrare la beata Maddalena di Canossa, intenta a realizzare l’idea di apertura di una casa della sua Congregazione nella zona bresciana; Maddalena intuì che la giovane Annunciata era destinata ad un cammino diverso e glielo predisse.
Nel 1824 quando aveva 24 anni, le morì la nonna e lo zio Carlo, tutore degli altri tre fratelli orfani, uomo di affari e di politica, volle che anche Annunciata lo raggiungesse a Milano, dove
rimase per sei anni, coltivando per lei l’idea di una sistemazione con un buon matrimonio, cercando di distoglierla dalle sue inclinazioni religiose.
Ma Annunciata pur acquisendo nuove esperienze, non rinunciò alla sua vocazione che ormai era sempre più chiara, sin da quando aveva chiesto alla beata Maddalena di Canossa di entrare fra le sue figlie. Nel 1831 lasciò Milano e andò a Cemmo in Valcamonica, allora piccolo e sconosciuto paese, sempre seguendo la guida di don Luca Passi; lì c’era una scuola aperta dalla nobile Erminia Panzerini, che fin dal 1821 con alcune pie donne la gestiva nello spirito dell’Opera di S. Dorotea; ma l’istituzione non aveva successo:
Annunciata Cocchetti si mise al fianco della Panzerini come maestra, incrementando le iniziative scolastiche e di assistenza alle giovani.
Fu fedele collaboratrice per dieci anni, obbediente ed attiva verso la direttrice della scuola che amò e stimò, nonostante la profonda diversità di temperamento e mentalità; divenne madre e maestra per tutte le ragazze della valle, desiderose di istruzione e di educazione.  
Nel 1842 la Panzerini morì e lei si ritenne libera per la vita religiosa, si trasferì a Venezia vestendo l’abito religioso delle Suore Dorotee, appena fondate da don Luca Passi; nell’ottobre dello stesso anno ritornò a Cemmo con altre due religiose fondandovi praticamente l’Istituto, emettendo nel 1843 i voti.  
Per 40 anni fu l’apostola della Valcamonica, donna di grande spiritualità pratica e robusta, eccelse per spirito di preghiera, per pietà eucaristica, per zelo ardente della salvezza della gioventù.
Ogni domenica, con ogni tempo girava per le parrocchie dei paesi vicini, raggiungendole a piedi, l’attendevano le animatrici dell’Opera di S. Dorotea e tutte insieme collaboravano fattivamente all’apostolato nelle parrocchie.
Pur muovendosi nello spirito dell’Opera di S. Dorotea, di cui fu convinta apostola in tutta la Valle, impresse al suo Istituto una fisionomia tutta propria, istituendo sin dal 1853 a Cemmo un noviziato proprio, sviluppandolo in modo autonomo e diffondendosi anche fuori d'Italia.
Alle sue figlie lasciò l’esempio di una vita tutta piena di fede viva, di preghiera, di zelo operoso, dicendo loro: “Amatevi da buone sorelle… fatevi sante, operando molto bene alle giovani a voi affidate”. Morì a 82 anni il 23 marzo 1882, il suo corpo riposa dal 1951 nella casa santificata dalla sua presenza a Cemmo. È stata beatificata da Papa Giovanni Paolo II, il 21 aprile 1991.
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*San Benedetto - Monaco in Campania, Martire (23 marzo)

VI secolo
Le poche notizie che si hanno su di lui provengono da San Gregorio Magno, che afferma di averle ricevute da un vecchio monaco, suo familiare.
Benedetto sarebbe vissuto al tempo di Totila (+ 552), i cui soldati tentarono, senza riuscirvi, di bruciarlo, prima dentro la sua cella, poi in un forno ardente.
È ricordato il 23 o 31 marzo, ma mancano segni di un culto verso di lui.
(Autore: Antonio Balducci – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*Santi Domezio, Pelagia, Aquila, Eparchio e Teodosia (23 marzo)

Emblema: Palma
Il Menologio bizantino edito per ordine dell'imperatore Basilio TI così afferma: "Dometius Christi martyr, tyrannidem exercente Juliano Apostata, fuit e Phrygia oriundus". Il Martirologio Romano, che ricorda Domezio al 23 marzo, lascia vagamente intendere che il suo martirio avvenne  in Cesarea di Palestina.
Egli stesso avrebbe provocato il proprio arresto, attaccando gli errori del paganesimo in  una pubblica riunione in onore degli dei. Ebbe prigione, tortura, decapitazione.
Altre fonti agiografiche bizantine aggiungono a Domezio dei compagni, che nel Martirologio Romano sono elencati nella seguente successione: Pelagia, Aquila, Eparchio, Teodosia; ma tale elenco, con l'aiuto della lezione dei sinassari, è da emendare così: Pelagia, Aquila "eparca" (non, dunque, nome di persona, Eparchio, ma di autorità e dignità, come governatore) e Teodosio (non Teodosia).
É da tener presente che un Domezio è ricordato nel Martirologio Romano anche al 7 agosto, ma è diverso dal nostro: costui, infatti, è frigio di origine, mentre l'altro è persiano.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santi Domezio, Pelagia, Aquila, Eparchio e Teodosia, pregate per noi.

 

*Beato Edmondo Sykes - Martire (23 marzo)
Scheda del Gruppo cui appartiene il  Beato Edmondo Sykes:
“Beati Martiri di Inghilterra, Galles e Scozia” Beatificati nel 1886-1895-1929-1987

+ York Tyburn, 23 marzo 1586-7
Martirologio Romano:
A York in Inghilterra, Beato Edmondo Sykes, sacerdote e martire, che sotto il regno di Elisabetta I fu costretto all’esilio per il suo sacerdozio; fatto poi nuovamente ritorno in Inghilterra, fu consegnato all’estremo supplizio del patibolo.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Edmondo Sykes, pregate per noi.


*San Fingar (Guignero) - Martire in Bretagna (23 marzo)

† 460 circa
Martirologio Romano:
In Cornovaglia, San Fingar o Guignero, Martire.
Santi FINGAR (fr. Eguiner, Guigner) e compagni, martiri in Bretagna.
La Passio Guigneri sive Fingaris, scritta da un chierico di Cornovaglia, di nome Anselmo, fu in seguito attribuita al suo omonimo più conosciuto, Sant'Anselmo di Aosta, arcivescovo di Canterbury. G. Lobineau, nel secolo XVIII, aveva scoperto l’errore: «Questo grande arcivescovo non può essere l’autore di tutte le favole ridicole che vi si trovano e di molti fatti che non si possono accordare con la vera storia».
Il fine di edificazione dell’autore s’accorda bene con l’eroismo e il meraviglioso, male con la geografia e la storia.
Fingar (o Guigner), egli ci fa sapere, che ebbe la fortuna di conoscere san Patrizio, era figlio di dito, re pagano d’Irlanda.
Costui, disprezzando il Cristianesimo del giovane, lo diseredò e cacciò. Ma Fingar non fu abbandonato dai numerosi compagni che lo amavano e condividevano la sua fede: questo gruppo di esiliati venne nell’Armonica.
Alla morte di suo padre, Fingar tornò in Irlanda, ricusò la corona che gli si offriva, e passò in Cornovaglia. Il re della contrada, Teodorico, che era pagano, fece massacrare Fingar con sua sorella Piala e tutti coloro che l’avevano seguito. I loro corpi furono raccolti dai cristiani ed essi furono onorati come martiri.
Quale particella di verità si nasconde sotto questo tema folkloristico? Il Fingar di Cornovaglia, iscritto nel Martirologio inglese di Wilson al 23 marzo, si identificherebbe col san Eguiner, patrono di LocEguiner (Finistère) e col San Guiner, patrono di Pluvigner e festeggiato a Vannes il 14 dicembre fino al 1914.
La vicinanza delle forme e l’autorità di sant'Anselmo hanno potuto facilitare la confusione.
Una cappella di Langon (Ille-et-Vilaine) ne è infatti una prova manifesta: attualmente essa è dedicata a Sant'Agata, ma lo era ancora a San Guigner nel 1674, e ciò almeno dal secolo IX.
Ora, questa cappella è un edificio gallo-romano, dove sotto diverse pitture religiose è stato trovato un affresco rappresentante Venere anadiomene, accompagnata da Eros che cavalca un delfino ed attorniata da pesci.
Si coglie là al vivo il processo di cristianizzazione per analogia: Venere è rimpiazzata da un santo che non ha alcun legame col luogo, ma il cui nome facilita la sostituzione. Intanto, le donne del paese continuavano a fare pellegrinaggi alla cappella per divenire buone nutrici.
Non essendo per questo San Guigner di grande utilità, Sant'Agata, martirizzata con l'ablazione dei seni, divenne patrona della cappella.
L'affresco pagano, nel secolo XVII, non era più visibile da lungo tempo, ma il nome di San Guigner non era riuscito a fare dimenticare Venere.
(Autore: Jean Evenou – Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - San Fingar, pregate per noi.

 

*San Giuseppe Oriol Boguna - Sacerdote (23 marzo)
Barcellona, Spagna, 23 novembre 1650 – 23 marzo 1702
Martirologio Romano:
A Barcellona in Spagna, San Giuseppe Oriol, sacerdote, che con la mortificazione del corpo, una vita di povertà e l’orazione continua ebbe l’animo costantemente rivolto a Dio e fu colmo di celeste gaudio.
José Oriol Boguñá è un Santo spagnolo, ufficialmente canonizzato, ma purtroppo quasi sconosciuto al grande pubblico. Nacque il 23 novembre 1650 a Barcellona in una povera famiglia: Giovanni, suo padre, era tessitore di seta e morì soli sei mesi dopo la sua nascita; due anni dopo la madre, Geltrude Buguna, convolò a nuove nozze con il calzolaio Domenico Pujolàr, che si affezionò al piccolo José come fosse stato suo figlio.
Lo affidò al parroco di Santa Maria del Mare affinché lo educasse ed il ragazzo entrò a far parte del coro, fu istruito nella musica e nel catechismo e ricevette anche sicuramente un’educazione primaria, indispensabile per proseguire gli studi come fece.
Chiamato a svolgere la mansione di sagrestano, ciò lo condusse ad acquisire una  grande sensibilità per la presenza reale di Cristo nell’Eucaristia. Iniziò allora a trascorre parecchie ore in chiesa raccolto in preghiera.
Il suo patrigno quando egli aveva una dozzina di anni e la madre si trovò nuovamente in difficoltà economiche. Per aiutarla, Caterina Bruguera, madre di latte di José, lo prese con sé per tredici
anni. Grazie alla generosità di alcuni benefattori il giovane poté intraprendere gli studi universitari e la sua vita divenne tutta casa, scuola e chiesa. All’età di ventitrè anni conseguì il dottorato in teologia presso l’università di Barcellona, continuando anche a studiare teologia morale ed ebraico.
Nel 1676 finalmente ricevette l’ordinazione presbiterale e per venire incontro alle necessità della madre divenne tutore dei figli di una ricca famiglia, andando a vivere presso di loro.
L’anno seguente un fatto misterioso sconvolse la sua vita: mentre era seduto a tavola e tentava di servirsi di deliziosi cibi, sentì ripetutamente la sua mano trattenuta da una forza invincibile. Interpretò allora quella sorta di paralisi come un ammonimento divino contro gli agi che si era concesso ed iniziò così un digiuno che si protrasse per tutta la sua vita. L’unica suo sostentamento fu costituito da pane ed acqua, con un’aggiunta di erbe selvatiche nei giorni festivi ed una sardina solo a Natale e Pasqua.
In Quaresima mangiava e beveva solo di domenica. Rimase ospite della famiglia Gasneri sino alla morte della madre, avvenuta nel 1686.
Tre settimane dopo partì pellegrino per Roma, ove Papa Innocenzo XI gli assegno la cura pastorale della chiesa barcellonese di Nuestra Senora del Pino. Tornato in patria, esercitò fedelmente il suo ministero per quindici anni, sino alla morte.
A tutti gli effetti fu un degno precursore del celeberrimo santo Curato d’Ars, Giovanni Maria Vianney, vissuto in Francia un secolo dopo. Entrambi infatti si sottoposero ad un rigido ascetismo, furono ricolmi ad una grazia particolare e si consumarono nella guida del gregge loro affidato, trascorrendo tempo interminabile in confessionale.
José Oriol affittò una piccola stanza dal dottor Padros, ove visse anche dopo la morte di quest’ultimo con il consenso della moglie. Luogo silenzioso ed isolato, gli procurò quella solitudine così necessaria nei lunghi momenti di preghiera e di penitenza. Gli abitanti della casa non poterono comunque non accorgersi delle flagellazioni cui ogni notte era solito sottoporre il suo corpo.  
Non possedeva altro che un tavolo, una panca, un crocifisso e pochi libri, niente letto e riscaldamento. Vestiva allo stesso modo in ogni stagione e non portava un cappello per difendersi dal sole o dalle intemperie. Tutto il denaro che guadagnava lo destinava interamente ai più bisognosi e per la celebrazione di messe di suffragio. L’unico scopo della sua vita divenne staccarsi completamente da tutto ciò che non era Dio per attaccarsi a lui con ogni forza.
Inizialmente molti lo deridevano per strada, ma poi tutti si accorsero della sua santità. Trattava con gentilezza chiunque incontrava per strada, spostandosi sempre a piedi, senza però mai aggiungere parole inutili, serio ma mai scontroso.
In lui si riscontrava una luce che attirava il prossimo e la gente, sentendosi amata da lui, non mancava di accordargli piena fiducia. José Oriol dedicò particolare cura ad una degna celebrazione della Liturgia delle Ore, della Penitenza e dell’Eucaristia, nonché alla visita dei parrocchiani per questioni puramente spirituali, invitandoli a ricevere i sacramenti ed a nutrire una filiale devozione mariana. Fu accusato di prescrivere penitenze troppo severe durante la confessione, a tal punto da essere sospeso dal vescovo dall’esercizio di tale ministero, poi però reintegrato dal successore.
Nel mezzo di questa vita impegnatissima fu colto da un ardente desiderio, che oggi ci pare rasentare la pazzia: partì per Roma onde proporsi alla Congregazione per la Propagazione della Fede quale missionario nella speranza di poter un giorno morire martire. Invano molti tentarono di farlo desistere ed egli si incamminò verso l’Italia. Giunto però a Marsiglia cadde ammalato e solo una visione della Madonna riuscì a persuaderlo a tornare suoi passi e dedicare il resto dei suoi giorni ai malati di Barcellona.
Da quel momento la sua vita fu orientata verso il raggiungimento della perfezione evangelica, manifestatasi nelle opere di misericordia che ebbe a compiere verso ogni sorta di miseria. Sperimentò l’unione intima con Dio, sovente rapito in estasi. Solo mentre officiava la divina liturgia all’altare il suo pallido volto diveniva luminoso ed il corpo era trasfigurato. Particolare predilezione il santo sacerdote nutriva nei confronti dei malati, che accorrevano a lui sempre più numerosi per le prodigiose guarigioni che operava.
Nonostante la crescente popolarità, José Oriol seppe custodire la sua profonda umiltà ed era meravigliato che Dio avesse scelto proprio lui quale suo particolare strumento, rimanendo convinto che qualsiasi sacerdote avrebbe potuto fare altrettanto se solo avesse usufruito dei doni che Cristo gli aveva elargito.
Sentendo poi avvicinarsi il giorno della sua morte, si trasferì in una stanza chiesta ad un amico e chiese di ricevere l’estrema unzione ed il viatico. Negli ultimi tre giorni di vita ricevette ancora il viatico, senza cibarsi di nient’altro.  
Il 23 marzo 1702, fra il pianto generale, annunciò che ormai era giunta la sua fine e chiese che fosse recitato lo Stabat Mater. Durante la preghiera il santo esalò l’ultimo respiro tenendo lo sguardo sul crocifisso. Aveva soli cinquantadue anni. Una folla immensa si raccolse attorno alle sue spoglie ed il giorno delle esequie per permettere la sepoltura dovettero essere chiuse le porte della chiesa. Il grande sacerdote e taumaturgo José Oriol Boguñá fu beatificato da Papa Pio VII il 15 maggio 1806 ed infine canonizzato da San Pio X il 20 maggio 1909.
(Autore: Fabio Arduino - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Giuseppe Oriol Boguna, pregate per noi.


*Beato Metodio Domenico Trcka - Sacerdote, Martire (23 marzo)

Moravia (attuale Repubblica Ceca), 6 luglio 1886 - Leopoldov, Slovacchia, 23 marzo 1959
Nel 1902 entrò nell’educandato dei redentoristi della provincia di Praga e il 25 agosto 1904 emise la professione religiosa. A compimento degli studi fu ordinato a Praga il 17 luglio 1910. Impiegò i primi anni di sacerdozio nelle missioni popolari.
Nel 1919 fu mandato a lavorare fra i greco-cattolici nella zona di Halic in Galizia, e quindi in Slovacchia, nell’eparchia di Preov, dove svolse un intenso lavoro missionario.
Nel marzo del 1935, dalla Congregazione per le Chiese orientali, fu nominato visitatore apostolico delle monache basiliane a Preov e a Uhorod. Con l’erezione della Vice-provincia redentorista greco-cattolica di Michalovce, il p. Trka, fu nominato vice-provinciale (23 marzo
1946). Subito si impegnò per la fondazione di nuove case religiose e la formazione dei giovani redentoristi.  
Nella notte tra il 13 e il 14 aprile 1950 il governo cecoslovacco soppresse tutte le comunità religiose. Dopo un processo sommario, il 21 aprile 1952, il Beato fu condannato a 12 anni di carcere, durante i quali subì estenuanti interrogatori e terribili torture.
Trasferito nell’aprile del 1958 nella prigione di Leopoldov, a seguito di una polmonite, contratta nella cella di rigore dove era stato rinchiuso per aver cantato un inno natalizio, morì il 23 marzo 1959.
Sepolto nel cimitero della prigione, dopo la restaurazione della Chiesa greco-cattolica, i resti mortali del Beato Trka, il 17 ottobre 1969, sono stati traslati nella tomba dei redentoristi nel cimitero di Michalovce.  
Martirologio Romano: A Leopoldov in Slovacchia, Beato Metodio Domenico Trčka, sacerdote della Congregazione del Santissimo Redentore e martire, il cui pellegrinaggio terreno, in tempo di persecuzione della fede, si tramutò con il suo glorioso martirio in vita eterna.
Quando la Chiesa volesse scegliere un nuovo celeste patrono per il canto liturgico, forse farebbe bene a  ricordarsi del beato Metodio Domenico Trčka, che si beccò una polmonite e finì i suoi giorni in una cella di isolamento per il semplice fatto che lo avevano sentito cantare un canto natalizio nella cella della prigione in cui era stato rinchiuso per motivi religiosi.
Nasce nel 1886 in Moravia, ora territorio della Repubblica Ceca; si unisce ai Redentoristi e nel 1904 viene  ordinato sacerdote. Si tuffa subito nelle missioni parrocchiali perché ha una buona eloquenza e un metodo originale di predicazione che incanta i fedeli. Durante la prima guerra mondiale si dedica, senza risparmiarsi, all’assistenza spirituale dei profughi croati, sloveni e rutheni.
Nel 1919 i superiori appagano il suo desiderio di lavorare tra i cristiani di rito orientale e lo mandano a svolgere apostolato tra i fedeli greco-cattolici di Lviv. E’ qui che al suo nome di battesimo, Domenico, aggiunge quello di Metodio, per sottolineare anche in questo modo il suo riferimento spirituale e devozionale ai santi fratelli Cirillo e Metodio, apostoli degli Slavi. La sua
attività diventa intensa, quasi frenetica, tra nuove comunità redentoriste da fondare, chiese da ricostruire, conventi da edificare. E mentre rivela le sue doti di costruttore dinamico ed organizzatore perfetto, non trascura il suo apostolato, che anzi illumina e sostiene tutto il fervore della sua attività “manuale”. Che tuttavia è così faticosa e snervante da minare la sua salute.
Deve tornare in patria a riposarsi e curarsi, ma appena la salute glielo permette ritorna al suo posto di lavoro riprendendo, il suo abituale ritmo di lavoro. L’occhiuta polizia slovacca comincia a guardare con sospetto tanto suo dinamismo e, in generale, tutta l’attività dei Rendentoristi, accusati di fanatismo e di attività sovversiva. Padre Trčka arriva a rinunciare al suo posto di superiore, nella speranza che ciò serva a rasserenare il clima e ad alleggerire la pressione sui confratelli. Con l’avvento del regime comunista le difficoltà degli anni precedenti si trasformano in persecuzione vera e propria.
Lo arrestano il 13 aprile 1950, montandogli contro un’accusa inconsistente. Insieme agli altri religiosi è avviato nei campi di concentramento in attesa del processo e poi condannato a 12 anni di carcere. Stupisce tutti per la serenità con cui affronta le prove, sopporta la prigionia, incoraggia e assiste spiritualmente gli altri.
Tutto questo fino al Natale 1958, quando lo spediscono nella cella di correzione perché lo hanno sentito cantare un canto religioso.
Gli stenti e le sofferenze di quel luogo malsano gli procurano una polmonite, che lo porta alla morte il 23 marzo 1959. Solo una decina d’anni fa, dopo la caduta del regime comunista, viene riabilitato, mentre la Chiesa lo riconosce martire il 24 aprile 2001, spalancando così le porte alla beatificazione che Giovanni Paolo II celebra solennemente il 4 novembre 2001.
(Autore: Gianpiero Pettiti - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Metodio Domenico Trcka, pregate per noi.


*Sant' Ottone Frangipane - Eremita (23 marzo)

Roma, 1040 circa - Ariano, 1127 circa
Patronato:
Ariano Irpino (AV)
Martirologio Romano: Ad Ariano Irpino in Campania, Sant’Ottone, eremita.
Secondo la tradizione arianese, Sant’ Ottone nacque a Roma verso il 1040 e discendeva dalla nobile famiglia dei Frangipane.  
Verso il 1058-1060, Sant'Ottone dovette partire, come i coetanei del suo rango, in qualche spedizione militare, forse a favore del Papa.
In una di queste, Ottone fu catturato dagli avversari e imprigionato. Liberato dalla prigione per intervento divino, per intercessione di San Leonardo di limoges, tornò a Roma. Da lì si mise in pellegrinaggio a visitare devotamente vari santuari cristiani per varie regioni del mondo.
I pellegrinaggi durarono quasi 50 anni. Si è pensato che durante questi anni Ottone abbia vestito i panni dell’Ordine benedettino e che abbia vissuto per un certo tempo nell’Abazzia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni e che abbia visitato San Guglielmo da Vercelli a Montevergine.
Dopo lungo pellegrinare, il santo giunse ad Ariano Irpino verso il 1117. Qui Ottone per tre anni gestì un ospizio per pellegrini, che egli stesso aveva fondato, dando esempi di carità, finchè non decise di ritirarsi a vita eremitica, a quasi un miglio dalla città, nella chiesa di S. Pietro Apostolo, oggi ancora esistente e chiamata S. Pietro de’ reclusiis.
Accanto alla chiesa si costruì una piccola cella e vi si rinchiuse. Qui, Sant'Ottone compì molti miracoli. Nel suo romitaggio, il Santo aumentò l’austerità, prolungò le sue vigilie di preghiere,
diminuì il cibo e aumentò le penitenze. Nella piccola cella scavò una fossa a mò di sepolcro per ricordare a sé stesso la morte, come monito a vivere santamente.
Nel 1127, dopo sette anni di eremitaggio e 10 anni trascorsi ad Ariano, Sant'Ottone morì.  
Appena gli arianesi appresero della morte del santo, essi si recarono commossi alla sua cella. Deposto il corpo del santo su un carro, gli arianesi lo portarono in processione in cattedrale, ove il vescovo di Ariano lo fece deporre in un posto d’onore.
Il culto degli arianesi verso Sant'Ottone dovette iniziare assai presto. Certo comunque doveva già esistere quando  gli arianesi, per mettere al sicuro il corpo del santo dalle incursioni saracene, lo traslarono a Benevento. Questo dovette accadere nel 1220 sotto Federico II quando i saraceni costituivano una minaccia in Puglia e nelle nostre zone.
Tra i prodigi operati dal santo dopo la morte, la tradizione tramanda quello avvenuto tra gli anni 1175-1190 quando con una gragnuola di pietre caduta dal cielo per intercessione di S. Ottone, apparso tra le nuvole, i saraceni furono respinti dall’assedio della città. In ricordo di questo avvenimento ad Ariano fu costruita una chiesa S. Maria della Ferma.
Fra i miracolati del santo vi fu anche S. Eleazario de’ Sabran, che divenne conte e anch’esso patrono di Ariano.
Molto noto è il voto che gli arianesi fecero nel 1528 a S. Ottone in tempo di peste per esserne liberati. In altre circostanze, dice la tradizione, Ariano fu salvata o preservata dalla peste dal santo. Sant' Ottone è molto venerato anche nella città di Castelbottaccio, nel Molise, dove è il patrono.  
Ad Ariano i maggiori centri di culto del santo sono la cappella di S. Ottone, la principale della cattedrale, e la antica chiesa di S. Pietro de’ reclusiis. Il più bel monumento dedicato a S. Ottone ad Ariano è sicuramente la statua del santo posta nel 1502 dall’allora vescovo di Ariano, Nicola degli Ippoliti, nella nicchia sovrastante il portone destro della facciata della cattedrale.
Sotto la nicchia è scolpito questo bel distico: “ASSURGAS QUICUMQE POTES SPECTARE FIGURAM NAM PATER EST URBIS NOMINE DIVUS OTHO” (Salga ai suoi piedi chiunque vuol vedere la sua immagine, perché il patrono della città si chiama Ottone).  Ad Ariano Irpino il santo è solennemente festeggiato il 23 marzo e nell’ottava dell’Assunta.
(Autore: Francesco Roccia - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant' Ottone Frangipane, pregate per noi.


*Beato Pietro da Gubbio - Agostiniano (23 marzo)
1210 circa – 1287

Martirologio Romano: A Gubbio in Umbria, Beato Pietro, sacerdote dell’Ordine degli Eremiti di Sant’Agostino.
Nacque nella prima metà del XIII secolo a Gubbio dalla nobile famiglia dei Ghigensi. Educato cristianamente, compì gli studi a Perugia e a Parigi, laureandosi in diritto.
Esercitò la professione forense con grande competenza e carità, guadagnandosi la fama di onestà e rettitudine.
Mise la sua professione soprattutto al servizio dei meno abbienti e delle famiglie povere. Brillante uomo di legge, verso i 40 anni, conobbe i frati agostiniani, giunti a Gubbio, nel 1250, dall'eremo di Brettino (Fano); entusiasta della loro vita austera e caritatevole, volle condividerla professando la Regola di Sant’Agostino e divenendo così un avvocato al servizio di
Dio e della Chiesa. Ordinato sacerdote, il suo impegno e il suo zelo lo imposero all'attenzione dei superiori che gli affidarono ruoli di responsabilità.
La tradizione lo vuole Vicario Generale dell’Ordine e, con questo titolo, fu inviato dal Priore Generale dell'Ordine Agostiniano, quale Visitatore, a sostenere e incoraggiare le nuove comunità della Francia, lasciando ovunque testimonianza di equilibrio e di santità.
La tradizione afferma che per spirito di umiltà e di penitenza, visitò quelle comunità sempre a piedi scalzi. Celebre anche come predicatore sia per la grande preparazione culturale come per la semplicità del suo esporre, comprensibile a tutti, si impose per la sua grande capacità di preghiera e di carità.
Trascorse l'ultima parte della sua vita nel convento di Gubbio, ove morì nell’anno 1287, all’età di 75 anni circa. Fu sepolto nella tomba comune dei frati, al centro del coro della Chiesa di Sant'Agostino. Si narra che, dopo la sua morte, mentre i frati stavano salmodiando nel coro, intonato il Te Deum, una voce si udì dalla tomba che rispondeva: Te Dominum confitemur! Spaventati, i frati aprirono il sepolcro e trovarono il corpo del Beato Pietro in ginocchio, con lo sguardo verso l’alto e le mani incrociate sul petto. E in questa posizione venne raffigurato nelle varie litografie del XVII secolo.
Il Papa Pio IX nel 1874 ne riconobbe il culto "ab immemorabili".
La festa del Beato Pietro si celebra il 29 Ottobre e a Gubbio il suo corpo è venerato e invocato con viva devozione. In occasione della sua festa si apre anche l’urna di un altro santo confratello agostiniano, venerato nella stessa Chiesa: quella che contiene il corpo incorrotto del Beato Francesco, oblato agostiniano del XV secolo.
Il Martyrologium Romanum pone la data di culto per la Chiesa universale al 23 marzo, mentre l'Ordine di Sant'Agostino e la diocesi di Gubbio lo commemorano il 29 ottobre.

(Autore: Padre Gianfranco Casagrande, osa – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Pietro da Gubbio, pregate per noi.


*Beato Pietro Higgins – Martire Domenicano (23 marzo)
1600 c. - 1642
Nato probabilmente vicino Dublino, divenne sacerdote domenicano nel 1627 in Spagna, dove aveva compiuto gli studi teologici.
Nel 1630 ritornò in patria, divenendo priore del convento di Naas.
Nel 1641, durante la ribellione contro gli invasori inglesi, si prodigò per ospitare i senzatetto e per frenare l'ondata di violenza, salvando molte persone dai tumulti. Nel febbraio del 1642 fu arrestato e condotto a Dublino.
Gli fu offerta la libertà a condizione del rinnegamento della propria fede; ma egli disse: "io muoio da cattolico e da sacerdote domenicano".
Fu ucciso a Dublino, in St Stephen's Grenn, il 23 marzo 1642.
Emblema: Palma
Martirologio Romano:  In località Naas vicino a Dublino in Irlanda, Beato Pietro Higgins, sacerdote dell’Ordine dei Predicatori e martire, che, sotto il regno di Carlo I, fu impiccato senza processo per la sua fedeltà alla Chiesa Romana.
I Beati Terenzio-Alberto O’Brien e Pietro Higgins nacquero entrambi in Irlanda nel 1601, ed
entrambi entrarono nell’Ordine Domenicano nel 1622. Soffrirono il martirio per la costante fedeltà alla Chiesa di Cristo e al Papa. Ricusarono di riconoscere il Re d’Inghilterra come capo della Chiesa.
Terenzio Alberto O’Brian era un discendente diretto dell’antica e illustre stirpe dei Re d’Irlanda. Al suo nobile  cuore brillò presto il fulgido ideale gusmano, e ancor giovane vestì il bianco Abito nel Convento di Limerik. Compiuti gli studi a Toledo, fu ordinato Presbitero nel 1627.
Qui ricevette una più accurata formazione, sia nelle sacre scienze che nelle Leggi, oltre che nello spirito dell’Ordine.  Tornato in Patria si distinse tanto nelle virtù e nel sapere, da essere più volte eletto Priore e  Provinciale. Con tale titolo intervenne al Capitolo Generale di Roma nel 1644, dove ricevette il titolo di Maestro in Teologia. La fama del suo ardente zelo e della profonda dottrina giunse fino a Papa Urbano VIII il quale, ben sapendo quanto bisogno avessero quei popoli insidiati dall’eresia, di Pastori santi e coraggiosi, nel 1648 lo nominò Vescovo di Emly. Tornato in Patria il novello Vescovo non deluse le speranze del Pontefice e con indomito ardore si dedicò alla cura e alla difesa del suo gregge. Ma la prova non era lontana. L’empio eretico Ludovico Hirton cinse d’assedio la città episcopale, che però resistette eroicamente.
Il crudele assalitore comprendendo allora che l’anima della resistenza era il Santo Vescovo Terenzio, e gli fece offrire in segreto una grossa somma di denaro, perché abbandonasse la città. Ne ebbe un nobile e sdegnoso rifiuto che costò la vita al povero prelato.
Preso e condannato a morte, prima fece una calda esortazione al suo popolo, per poi, con animo lieto, offrirsi al carnefice. Dio, dopo la sua morte lo onorò con prodigi. Con altri quindici compagni che ricevettero il medesimo martirio tra il 1579 e il 1654, furono solennemente beatificati il 27 settembre 1992 da Papa Giovanni Paolo II.
(Autore: Franco Mariani - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*Santa Rebecca Pierrette (Rafqa Pietra Choboq) Ar-Rayes (23 marzo)

Himlaya, Libano, 29 giugno 1832 - Grabta, Libano, 23 marzo 1914
Nasce a Himlaya, villaggio del Metn settentrionale, nel 1832. Il suo nome di battesimo in arabo è Boutroussyeh, che corrisponde all'italiano Pierina. Nel 1853 si presenta alla congregazione delle suore Mariamât (Figlie di Maria) nel loro convento di Nostra Signora della Liberazione a Bifkaya.
Accolta come postulante, compie il noviziato, pronuncia i voti nel 1856, studia da maestra e poi incomincia la sua missione di catechista e insegnante nei villaggi di montagna. Ma nel 1871 entra nel monastero di San Simeone, ad Aitou, e fa la professione solenne dei voti nel 1872 prendendo il nome di Rafka, Rebecca.
Una nuova famiglia religiosa e soprattutto un nuovo servizio, che non consiste più nell'insegnare, ma nel soffrire. Dolori tremendi alla testa e agli occhi, dovuti anche   a un'operazione sbagliata, e accettati con la certezza di partecipazione in questo modo alla passione del Signore. Muore nel 1914.  (Avvenire)
Etimologia: Rebecca = avvince (gli uomini) con la bellezza, dall'ebraico
Martirologio Romano: Presso ad-Dahr in Libano, Santa Rebecca ar-Rayyās da Himláya, vergine della Congregazione delle Suore Libanesi Maronite, che, cieca per trent’anni e affetta da altre infermità in tutto il corpo, perseverò nell’orazione continua confidando solo in Dio.
Rafqa a Himlaya (1832-1853)
Rafqa nacque a Himlaya, villaggio del Metn settentrionale, il29 giugno 1832. Era figlia unica di Mourad Saber al-Choboq al-Rayès e di Rafqa Gemayel; fu battezzata il 7 luglio 1832 e ricevette il nome di Boutroussyeh (Pierina). I suoi genitori le insegnarono ad amare Dio e a pregare quotidianamente.
Nel 1839, quando aveva sette anni, perse sua madre, alla quale era molto attaccata.
Suo padre cadde, allora, in povertà e, nel 1843, la mandò a Damasco, a servizio nella casa di Asaad al-Badawi, che era di origine libanese, dove restò quattro anni.
Rafqa tornò alla casa paterna nel 1847 e scoprì che suo padre si era risposato in sua assenza con una donna chiamata Kafa. Ella aveva, allora, quindici anni; era bella, socievole e di buon carattere, dotata di una voce melodiosa e di una religiosità profonda e umile. La sua zia materna voleva farla sposare a suo figlio, e la sua matrigna invece al proprio fratello, e ciò fece nascere un dissidio fra loro. Rafqa fu addolorata di questo e decise di farsi religiosa.
Rafqa nella Congregazione delle Mariamât (Figlie di Maria) (1853-1871)
Rafqa chiese a Dio di aiutarla a realizzare il suo desiderio. Le si presentò, allora, alla mente l'idea di recarsi al convento di Nostra Signora della Liberazione a Bikfaya, per divenire religiosa, insieme ad altre due ragazze che aveva incontrato lungo la strada.
Al momento di entrare in chiesa, ella sentì una gioia interiore indescrivibile. Un solo sguardo gettato sull'immagine di Nostra Signora della Liberazione fu sufficiente per confermare in lei la chiamata a consacrarsi a Dio: "Tu diventerai religiosa" le diceva una voce nel profondo del suo cuore. La Madre Superiora accettò lei sola, senza le sue due compagne, senza farle le domande d'uso. Rafqa non ritornerà più a casa sua. Suo padre e la moglie si recarono al convento, per cercare di distoglierla dalla sua decisione, ma inutilmente. Ella fece un anno di postulantato e il 9 febbraio 1855, festa di San Marone, prese l'abito di novizia.
Il 10 febbraio dell'anno seguente (1856), emise i voti religiosi, sempre nel convento di Nostra Signora della Liberazione a Bikfaya.
Il primo agosto 1858, la giovane religiosa fu inviata al Seminario di Ghazir, in compagnia di suor Maria Gemayel. I Padri Gesuiti dirigevano, all'epoca, quel seminario. I superiori si proponevano, allora, di dare un'educazione adeguata alle ragazze che desideravano entrare fra le Mariamât.
Oltre a questo incarico, fu affidato a Rafqa il servizio della cucina del seminario. Fra i seminaristi c'erano, a quel tempo, il futuro Patriarca Elia Huwayek, l'Arcivescovo Boutros al-Zoghbi e molti altri.
Durante il soggiorno a Ghazir, profittò dei momenti liberi per approfondire le proprie conoscenze della lingua araba, dell'ortografia e dell'aritmetica.
In seguito i superiori la inviarono in numerose scuole della montagna libanese, come Beit-Chabab, Choueir, Hammana,e altre.
Nel 1860, Rafqa fu trasferita a Deir al-Qamar, per insegnare il Catechismo ai giovani. Ebbero luogo in quel periodo i drammatici avvenimenti che insanguinarono il Libano in quell'anno. Rafqa vide con i propri occhi il martirio di un gran numero di persone. Ebbe anche il coraggio di nascondere un bambino sotto il proprio mantello, salvandolo dalla morte. Rafqa trascorse a Deir al-Qamar circa un anno: poi tornò a Ghazir, passando per Beyrouth. Nel 1862, per ordine dei suoi superiori, Rafqa fu trasferita alla scuola della sua Congregazione a Jbeil, dove  trascorse un anno a istruire le ragazze ed a formarle nei principi della fede cristiana.
All'inizio del 1864, fu trasferita da Jbeil a Maad, su richiesta del grande benefattore Antoun Issa. Vi rimase sette anni, durante i quali fondò una scuola per istruire le ragazze; fu aiutata, in questo, da un'altra religiosa.
Rafqa nella Congregazione delle Monache Libanesi Maronite (1871-1914)
1.  Al Monastero di Mar Semaan al-Qarn, Aïtou
Durante il suo soggiorno a Maad, nel corso di una crisi che aveva scosso la Congregazione delle Mariamât, intorno al 1871, Rafqa domandò a Dio di aiutarla a prendere una decisione secondo la sua volontà. In quei momenti sentì una voce che le diceva: "Tu sarai monaca".
Dopo aver pregato fervidamente, vide in sogno San Giorgio, San Simeone lo Stilita, e Sant'Antonio il Grande, Padre dei monaci, che le disse: "Entra nell'Ordine delle Monache Libanesi Maronite". Antoun Issa la aiutò a trasferirsi da Maad al monastero di San Simeone al-Qarn a Aïtou, dove fu subito ricevuta, e vestì l'abito di novizia il 12 luglio 1871. Quindi, il 25 agosto 1872, fece la professione religiosa solenne, e prese il nome di suor Rafqa, in ricordo di sua madre, che si era chiamata Rafqa.
Trascorrerà 26 anni nel monastero di Mar Semaan al-Qarn, Aïtou (1871-1897), essendo un esempio vivente, per le religiose sue consorelle, nell'obbedienza alle Regole, l'assiduità nelle preghiere, l'ascesi, l'abnegazione, ed il lavoro compiuto in silenzio.
La prima domenica d'ottobre del 1885, nella chiesa del monastero, mentre era in preghiera, domandò al Signore di farla partecipare alla sua Passione redentrice. La sua preghiera fu esaudita la sera stessa: essa cominciò a   provare fortissimi dolori alla testa e ben presto furono colpiti anche gli occhi. Tutte le cure furono senza effetto e si decise di mandarla a Beyrouth per tentare altre cure. Durante il viaggio si fermò a Jbeil, dove fu affidata a un medico americano che, dopo averla visitata, decise di operarla, ma durante l'operazione le estrasse per errore l'occhio destro. Il male colpì ben presto anche l'occhio sinistro; allora, i medici giudicarono che qualunque cura sarebbe stata inutile e Rafqa tornò nel suo monastero, dove il dolore agli occhi la accompagnò   per 12 anni. Sopportò il suo dolore con pazienza, in silenzio, nella preghiera e nella gioia, ripetendo continuamente: "In unione con la Passione di Cristo".
2.  Nel monastero di San Giuseppe al-Daher, Jrabta (1897-1914)
Le autorità religiose dell'Ordine Libanese Maronita avevano preso la decisione di fondare il monastero di San Giuseppe al-Daher, a Jrabta (Batroun), e, nel 1897, furono distaccate sei religiose dal monastero di Mar Semaan a Aïtou, per formare la prima comunità residente in questo nuovo monastero, sotto l'autorità della Madre Ursula Doumith di Maad. Rafqa faceva parte di questo gruppo. Nel 1899 divenne completamente cieca, inaugurando una nuova tappa del suo calvario.
Rafqa visse l'ultima tappa della sua vita cieca e paralitica: gli occhi completamente spenti, dolori acuti nei fianchi, e una debolezza generale in tutto il corpo, ad eccezione del suo volto, che restò luminoso e sereno fino all'ultimo respiro. Il femore destro si era dislocato e spostato; lo stesso anche il femore dell'altra gamba; la clavicola si era dislocata e conficcata nel collo; le vertebre potevano   essere contate ad una ad una. Non rimaneva nessuna parte del corpo sana, tranne le articolazioni delle mani, delle quali si serviva per lavorare a maglia, ringraziando il Signore per averle risparmiato la sofferenza di dover restare senza poter far nulla.
Rafqa si addormentò nel Signore in odore di santità il 23 marzo 1914, dopo una vita passata nella preghiera, nel servizio e nel portare la Croce, affidandosi all'intercessione di Maria, Madre di Dio, e di San Giuseppe. Fu sepolta nel cimitero del monastero.
Il 10 luglio 1927 la sua spoglia mortale venne trasferita in una tomba nuova, in un angolo della chiesa del monastero, e questo in seguito all'introduzione della sua causa di beatificazione, il 23 dicembre 1925, ed all'inizio dell'inchiesta sulla fama di santità,il 16 maggio 1926.
Sua Santità il Papa Giovanni Paolo II l'ha dichiarata Venerabile l'11 febbraio 1982; fu beatificata il 17 novembre 1985 e canonizzata il 10 giugno 2001.
(Fonte: Santa Sede)
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*San Turibio de Mogrovejo - Vescovo (23 marzo)
Mayorga de Campos - León (Spagna), 16 novembre 1538 (1536?) - Saña (Perú), 23 marzo 1606
Turibio de Mogrovejo (1538-1606) fu chiamato all'episcopato da laico, mentre era giurista all'Università di Salamanca e alla corte di Filippo II di Spagna.  
Su richiesta di questi Gregorio XIII nel 1580 lo inviò a Lima, in Perù. Aveva 42 anni.
Giunse alla sede l'anno dopo e iniziò subito un'intensa attività missionaria.
Nei suoi 25 anni di episcopato organizzò la Chiesa peruviana in otto diocesi e indisse dieci sinodi diocesani e tre provinciali.
Nel 1591 a Lima sorgeva per sua volontà il primo seminario del continente americano.
Incentivò la cura  parrocchiale anche da parte dei religiosi e fu molto severo con i sacerdoti proni ai conquistadores. Fu, infatti, strenuo difensore degli indios. Morì tra loro in una sperduta cappellina al nord del Paese. É Santo dal 1726.  (Avvenire)
Patronato: Vescovi Missionari
Emblema: Bastone pastorale
Martirologio Romano: San Turibio di Mogrovejo, vescovo di Lima: laico originario della Spagna, esperto di diritto, eletto a questa sede andò in America; mosso da ardente zelo apostolico, visitò più volte, spesso a piedi, la sua vasta diocesi provvedendo assiduamente al gregge a lui affidato; debellò con dei sinodi gli abusi e gli scandali nel clero; catechizzò e convertì gli indigeni, finché a Sanna in Perù trovò l’estremo riposo.
Aveva studiato diritto canonico, ma era rimasto laico.
Così, quando Papa Gregorio XIII lo ha voluto vescovo, gli  hanno dovuto conferire in un colpo solo tutti gli ordini fino al sacerdozio.
Dopodiché, nell’agosto 1580 ha ricevuto la consacrazione episcopale e nella primavera del 1581 ha raggiunto la sua sede: Ciudad de Los Reyes, chiamata poi Lima, oggi capitale del Perú.
Allora vi risiedeva un viceré spagnolo con autorità su un territorio vastissimo, ben oltre gli attuali confini peruviani.
Turibio viene dalla nobile famiglia dei Mogrovejo, ed è noto per la rettitudine e il senso del dovere: re Filippo II di Spagna lo stima molto, è lieto di averlo a Lima come vescovo; ma non è
lieto lui per quello che trova in quell’America meridionale, da meno di cinquant’anni sotto dominio spagnolo.
Qui Filippo II, nella persona del suo viceré, comanda ben poco: sono i conquistadores a comandare veramente.
Fanno quello che vogliono.
E naturalmente si proclamano cristiani: anzi, propagatori della fede: e infatti ci sono moltissimi indios e meticci già battezzati, e anche i primi schiavi neri portati dall’Africa.  
Ma sono stati  cristianizzati con la violenza, usando pure i precetti religiosi per tenerli sottomessi e poveri.
Turibio aveva accettato con poco entusiasmo la dignità vescovile.
Ma la scoperta di questa situazione gli dà la carica e la passione per una battaglia che durerà fino alla morte.
I suoi 25 anni di episcopato sono occupati da successive visite pastorali, da concili locali e sinodi diocesani per migliorare innanzitutto la qualità del clero.
È severissimo con i preti succubi dei conquistadores, e sul proprio esempio va formando un clero nuovo.
Ha imparato la lingua locale per parlare direttamente con questa gente denutrita e umiliata, e la “rievangelizza” partendo dal rispetto della sua dignità, anche nelle forme: per ordine suo, i sacerdoti devono esortare e aiutare gli indios a mangiare sedendo a tavola, a dormire in un letto, a vivere da persone libere.
Tutto questo gli procura l’avversione dei conquistadores; e persino il viceré ce l’ha con lui, perché è sempre in visita pastorale e non lo si vede mai alle cerimonie di corte.
Ma gli indios amano questo vescovo che rifiuta di viaggiare in portantina e cammina con loro.
Fa pubblicare catechismi e libri di preghiere nelle lingue locali, fonda il primo seminario delle Americhe a Lima, intraprende la terza visita pastorale e si ammala nel Nord del Perú.
Non vuole interrompere il viaggio e muore a Saña, ascoltando il canto dei salmi il Giovedì Santo.
Benedetto XIII lo canonizzerà nel 1726.
(Autore: Domenico Agasso – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Turibio de Mogrovejo, pregate per noi.


*San Vittoriano - Martire (23 marzo)

Patronato: Adelfia Canneto (BA)
Emblema: Palma
San Vittoriano, venerato Adelfia Canneto in Puglia non è altro che un “corpo santo”, identificato in
erroneamente con l’omonimo santo martire di Cartagine festeggiato anch’egli al 23 marzo.
La tradizione vuole che le reliquie del martire cartaginese verso il VI secolo sarebbero giunte nelle catacombe romane di Protestato e poi estratte solo nel 1736 e donate prima ad una chiesa di Napoli ed in un secondo momento, nel 1753, alla comunità di Canneto che lo elesse suo celeste patrono.
É però inverosimile che un martire africano avesse trovato sepoltura in una catacomba romana, ove fu dimenticato per secoli anziché avere una degna sepoltura in una chiesa romana.
Anche l’autorevole Bibliotheca Sanctorum non fa alcun riferimento ad eventuali traslazioni delle reliquie di San Vittoriano di Cartagine a Roma, a Napoli ed infine a Canneto, dando quindi indiretta conferma all’ipotesi che si tratti di un “corpo santo” della cui vita non si hanno notizie e quindi si è cercato di porre rimedio a ciò associandolo ad un personaggio storicamente certo.
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Vittoriano, pregate per noi.


*Santi Vittoriano, Frumenzio e Compagni - Martiri (23 marzo)

+ Cartagine, 484
I Santi martiri Vittoriano, proconsole di Cartagine, due fratelli di Aquae Regiae, nonché Frumenzio ed un altro Frumenzio, mercanti, sotto il re ariano Unnerico, durante la persecuzione vandalica, conseguirono tutti la nobile corona del martirio dopo aver subito spaventose torture, a causa della loro intrepida confessione di fede cristiana.
Martirologio Romano: Commemorazione dei Santi martiri Vittoriano, proconsole di Cartagine, nell’odierna Tunisia, di due fratelli provenienti dalla odierna Henchir-Baboucha e di due mercanti entrambi di nome Frumenzio, i quali, durante la persecuzione dei Vandali, sotto il re ariano Unnerico, per aver perseverato nella fede cristiana furono torturati con immani supplizi e ricevettero così la gloriosa corona.
Il nome Vittoriano, analogo a quello di Vittore ed al più moderno Vittorio, deriva dal romano “Victor”, che significava “vincitore”. Non senza un chiaro significato simbolico, moltissimi tra i tanti santi di nome Vittore morirono martiri, cioè quali vincitori nella prova suprema alla quale fu sottoposta la loro intrepida fede.
E martire è considerato anche il San Vittoriano che il Martyrologium Romanum commemora in data odierna, 23  marzo. A differenza di molti antichi martiri, questo santo proconsole di Cartagine ed i suoi compagni, due fratelli di Aquae Regiae, nonché Frumenzio ed un altro Frumenzio, mercanti, non caddero in una delle numerosi persecuzioni imperiali romane, bensì più tardi, nella seconda metà del V secolo, sotto il re ariano Unnerico e per mano dei vandali, cioè di quel popolo barbaro che più di tutti gli altri ha lasciato il suo nome nella storia quale sinonimo di brutalità e di crudeltà, di negazione di tutto ciò che è umano e civile, di quell’odio contro tutto ciò che è giusto, ordinato e bello, ancora efficacemente espresso dalla parola “vandalismo”.
In quel periodo essi occupavano gran parte delle province romane sulle sponde mediterranee dell’Africa ed in tale frangente storico visse Vittoriano, degno rappresentante della civiltà nei confronti della barbarie, non soltanto in quanto cristiano, ma data anche la nobile stirpe da cui proveniva e l’alta carica di funzionario amministrativo che ricopriva.
Essendo infatti governatore di Cartagine, Vittoriano si trovò a dover necessariamente scegliere tra l’ossequio al sovrano, feroce persecutore dei cristiani e nemico della Chiesa, e la fedeltà ai propri principi religiosi, morali, nonché civili. Optò con coraggio per la seconda scelta, ben sapendo a cosa andasse incontro con la sua decisione.
Fu dunque martirizzato con i suoi compagni, verso l’anno 484, mediante torture veramente definibili “vandaliche”, ma il suo nome sopravvisse a tali atrocità vittorioso e coronato di gloria, mentre ingloriosamente scompariva nell’oblio il ricordo del re Unerico, morto divorato dai pidocchi, e dell’intero dominio dei Vandali, divenuto sinonimo di brutalità e di inciviltà.
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santi Vittoriano, Frumenzio e Compagni, pregate per noi.

 

*San Walter (Gualtiero, Gualterio) di San Martino di Pontoise - Abate (23 marzo)
m. 1095 circa
Etimologia:
Gualtiero = capo dell'esercito, dal tedesco
Emblema: Bastone pastorale
Martirologio Romano: A Pontoise vicino a Parigi in Francia, San Gualterio, primo abate del monastero del luogo, che, messo da parte il suo amore per la vita solitaria, insegnò ai monaci con il proprio esempio l’osservanza della regola e combatté contro i costumi simoniaci diffusi nel clero.
Walter è l’equivalente tedesco e inglese dell’italiano Gualtiero, nome che comunque ha avuto meno fortuna del più diffuso Walter (il più celebre: Walt Disney).
Gualtiero nacque in Piccardia (Francia) verso il 1030, pur avendo intrapreso la carriera dell’insegnamento essendo  molto incline agli studi, decise di farsi monaco. Entrò così nell’abbazia di Rebais in diocesi di Meaux, diventando un esempio edificante per tutti i
confratelli, pur avendo avuto in un occasione divergenze di veduta con l’abate.
Qualche tempo dopo una nuova comunità monastica venne a stabilirsi a Pontoise, i cui monaci scelsero come abate proprio Gualtiero; il giovane re quindicenne Filippo I gli consegnò la croce abbaziale. Il monastero fu dedicato inizialmente a San Germano vescovo di Parigi e poi a San Martino, la regola era quella di San Benedetto.
Verso il 1072 per una certa instabilità di comportamento e per difficoltà incontrate, Gualtiero lasciò la guida del monastero e si presentò come semplice monaco all’abbazia di Cluny guidata dall’abate Sant' Ugo.  
Ma i monaci di Pontoise ritrovarono il fuggitivo e lo convinsero a ritornare ad essere la loro guida. In seguito sognando la vita eremitica condusse per un certo tempo un’esistenza solitaria in una grotta presso il monastero, poi fugge di nuovo e si reca in un oratorio dedicato ai SS. Cosma e Damiano presso Tours dove intraprende una vita di consigli ed aiuti agli abitanti della zona che vi si recavano in visita.
Ma riconosciuto da un pellegrino fu di nuovo ritrovato dai monaci di Pontoise, a questo punto Gualtiero decise di andare a Roma dal papa per chiedergli di essere liberato da questo obbligo abbaziale, ma con sua sorpresa il Papa Gregorio VII gli impose di ritornarci e di non lasciare più l’abbazia pena la scomunica.
Da allora egli si dedicò completamente alla sua conduzione scontrandosi anche con il re Filippo per l’uso simoniaco che questi faceva della cariche ecclesiastiche.
Fu anche imprigionato per una violenta disputa con i vescovi del Concilio di Parigi del 1092 riguardo la celebrazione della Santa Messa del prete concubinario.
Nel 1094 fondò a Bertacourt presso Amiens un monastero femminile, grazie all’aiuto di due pie donne Godelinda ed Elvige.
Gualtiero morì un venerdì santo, il suo corpo fu inumato nell’abbazia di Pontoise, ma durante la Rivoluzione Francese le sue ossa furono traslate nel cimitero di Pontoise da dove poi non sono state più trovate.  
Attualmente il Collegio S. Martino di Pontoise, tenuto dagli Oratoriani, perpetua il ricordo dell’antica abbazia e del suo primo abate.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Walter di San Martino di Pontoise, pregate per noi.

*Altri Santi del giorno (23 marzo)
*San
Giaculatoria - Santi tutti, pregate per noi.


 
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