Santi del 24 Aprile - Istituto Aveta

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Santi del 24 Aprile

Il mio Santo > I Santi di Aprile

*Santi 3 Martiri - Mercedari di Parigi (24 aprile)

+ Parigi, XVI secolo
A Parigi, tre Santi Mercedari che difendevano la fede cattolica con la predicazione e la santità della loro vita, vennero crudelmente uccisi dagli eretici Ugonotti e vittoriosi raggiunsero la grande schiera dei martiri nel regno celeste.
L’Ordine li festeggia il 24 aprile.  
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*Sant'Alessandro di Lione - Martire (24 aprile)

Martirologio Romano: A Lione in Francia, Sant’Alessandro, Martire, che, tre giorni dopo la passione di Sant’Epipodio, trascinato fuori dal carcere, fu dapprima torturato, poi, appeso a una croce, esalò il suo spirito.  
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*Sant'Antimo di Nicomedia - Martire (24 aprile)

Emblema: Palma
Martirologio Romano: A Nicomedia in Bitinia, nell’odierna Turchia, Sant’Antimo, vescovo, e compagni, martiri: durante la persecuzione dell’imperatore Diocleziano, per aver professato la fede in Cristo ricevette con la decapitazione la gloria del martirio, seguito da numerosi membri del suo gregge, dei quali per ordine del giudice alcuni furono decapitati con la spada, altri bruciati con il fuoco, altri infine messi su piccole imbarcazioni e fatti affogare in mare.
Fu una delle vittime della persecuzione di Diocleziano.
Secondo la narrazione di Eusebio, poco dopo la promulgazione del primo editto (24 febbraio 303) scoppiò un incendio nel palazzo imperiale di Nicomedia; la colpa fu data ai cristiani, i quali in gran numero furono trucidati, bruciati vivi o annegati.
Antimo fu decapitato.
Sul suo sepolcro più tardi l'imperatore Giustiniano edificò una splendida basilica ricca di marmi e di oro.
Eusebio non indica il dies natalis di Antimo, mentre nel Geronimiano è ricordato il 27 aprile.
La chiesa bizantina, invece, lo festeggia il 3 settembre, come il Calendario palestino-georgiano del Sinaitico 34 (sec. X), forse nell'anniversario della dedicazione della chiesa o della morte che, secondo l'affermazione di R. Janin, sarebbe avvenuta il 3 settembre 303.
Nel Martirologio siriaco del IV sec. è commemorato un Antimo il 24 nisan (aprile).
Esiste di Antimo anche una passio, molto leggendaria e contesta di luoghi comuni, attribuita a Simeone Metafraste, secondo la quale egli era oriundo di Nicomedia; da giovinetto si esercitò nelle virtù e, consacrato vescovo, si adoperò molto per incoraggiare i martiri.
All'inizio della persecuzione si trovava a predicare in un villaggio, dove furono mandati per arrestarlo venti soldati che Antimo convertì e battezzò. Condotto al tribunale di Massimiano, fu sottoposto a terribili tormenti dai quali uscì sempre illeso, finché fu decapitato. Uno scritto attribuitogli sembra apocrifo.
(Autore: Agostino Amore - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*San Benedetto Menni - Religioso (24 aprile)
Milano, 11 marzo 1841 - Dinan (Francia), 24 aprile 1914
Benedetto Menni, al secolo Angelo Ercole è stato il restauratore dell’ordine ospedaliero di San Giovanni di Dio (Fatebenefratelli) in Spagna, nonché il fondatore nel 1881 delle Suore ospedaliere del Sacro Cuore, particolarmente dedite all’assistenza dei malati psichiatrici.
Nato nel 1841, lasciò il posto in banca per dedicarsi, come barelliere, ai feriti della battaglia di Magenta. Entrato tra i Fatebenefratelli, fu inviato a soli 26 anni in Spagna con l’improbo compito di far rinascere l’Ordine, che era stato soppresso. Ci riuscì tra mille difficoltà – tra cui un processo per presunti abusi a una malata di mente, concluso con la condanna dei calunniatori – e in 19 anni da provinciale fondò 15 opere.
Su suo impulso la famiglia religiosa rinacque anche in Portogallo e Messico. Fu poi visitatore apostolico dell’Ordine e anche superiore generale. Morì a Dinan in Francia nel 1914, ma riposa a Ciempozuelos, nella sua Spagna. È Santo dal 1999. (Avvenire)
Martirologio Romano: A Dinan in Francia, San Benedetto (Angelo) Menni, sacerdote dell’Ordine di San Giovanni di Dio, fondatore della Congregazione delle Suore Ospedaliere del Cuore di Gesù. L'11 marzo del 1841 Angelo Ercole Menni nacque a Milano dal matrimonio di Luigi e Luisa Figini. Quinto di 15 fratelli, Il padre gestiva un modesto negozio, e grazie alle entrate di quest'attività la famiglia aveva il necessario per sfuggire alla miseria pur senza scialare; famiglia di cristiani all’antica, nella quale si recitava il Rosario ogni sera, si aiutava i poveri e si frequentava i sacramenti.
A 17 anni dopo un breve periodo di lavoro in banca, matura la decisione di donare la sua vita a Dio nell’esercizio della carità.
Diventa barelliere per trasportare i feriti che arrivano dal fronte di Magenta a Milano in treni speciali, dozzine di corpi straziati di combattenti, sono trasportati dalla stazione ferroviaria all’ospedale dei Fatebenefratelli. La conoscenza dei Fatebenefratelli è decisiva nella sua vita, arriva, infatti, il momento di chiedere l'ingresso al noviziato.
Il 1° maggio 1860 entra nel noviziato dell'ospedale di Santa Maria d’Araceli a Milano, qualche giorno dopo riceve l'abito e cambia il suo nome in Benedetto, dopo un anno emette i voti semplici e dopo tre emette la professione solenne.
Frequenta gli studi filosofici e teologici prima nel Seminario di Lodi e poi nel Collegio Romano (Pontificia Università Gregoriana di Roma), è ordinato sacerdote nel 1866.
Il Generale dei Fatebenefratelli, P. Giovanni Maria Alfieri, si rese subito conto che aveva a portata di mano la persona che gli occorreva per un'impresa quanto mai impegnativa: restaurare in Spagna l'Ordine dei Fatebenefratelli.
Il 14 gennaio 1867 il giovane frate a 26 anni è ricevuto in udienza dal Papa Pio IX, che lo invia in Spagna per la restaurazione dell'Ordine dei Fatebenefratelli. Partì due giorni dopo.
All'inizio non fu certo facile, oltre alla difficile situazione politica, in Spagna erano stati soppressi tutti gli ordini religiosi, Benedetto trovò degli ostacoli anche all'interno della chiesa,
primo fra tutti il vescovo di Barcellona, ma non si scoraggiò ed iniziò la sua attività cercando risorse per costruire un ospedale pediatrico, che dopo qualche mese fu benedetto proprio dal vescovo che lo aveva ostacolato.
Benedetto continuò la sua opera non senza rischi per la propria vita, fu espulso più volte dalla Spagna, ma puntualmente vi faceva ritorno da clandestino, una volta rientrando da Gibilterra dopo essere stato anche in Marocco.
Fu infaticabile infermiere insieme ai suoi confratelli durante la guerra civile.
Benedetto Menni fu nominato Provinciale della provincia della Spagna e rimase in carica per ben 19 anni consecutivi. Nel 1903, quando cessò il suo incarico da Provinciale, l'Ordine contava in Spagna, Portogallo e Messico complessivamente quindici case fondate da lui: quattro ospedali ortopedici per bambini; sei ospedali psichiatrici per uomini; una colonia agricola per l’ergoterapia dei malati mentali dell’ospedale di Ciempozuelos; un ospedale per epilettici; un gerontocomio; una residenza funzionante come casa di riposo per sacerdoti e come scuola per bambini poveri; e un collegio per orfani poveri. Alla restaurazione dell'Ordine in Spagna seguì anche, alla fine del secolo XIX la restaurazione dello stesso Ordine in Portogallo e, all'inizio del XX secolo, in Messico. Il 31 maggio del 1881 fondò la Congregazione delle Suore Ospedaliere del Sacro Cuore di Gesù, Istituto Religioso femminile specializzato nell'assistenza psichiatrica.
Nel 1905 partecipa a Roma, ad un Capitolo Generale dell’Ordine. Ritornato in Spagna, è richiamato dalla Santa Sede che lo nomina Visitatore Apostolico dei Fatebenefratelli (1909): iniziano viaggi, lettere e visite personali alle diverse Province, nella delicata missione di ravvivare lo spirito e l’osservanza religiosa. Finito questo compito, il Papa San Pio X nel 1911 lo nomina Generale dell’Ordine.
Fu accusato di violenze verso una povera demente, conosciuto come il "caso Semillan", davanti al Tribunale Penale di Madrid. Si prolungò per sette anni (1895-1902) con morbosità scandalosa, fomentata dai giornali anticlericali. Non volle mai un avvocato difensore (l’accettò soltanto su richiesta del Vescovo di Madrid), nel gennaio 1902 si concluse con la piena condanna dei calunniatori da parte del Tribunale di Madrid; ancora peggiore fu la campagna di calunnie, davanti al tribunale vaticano del Sant'Uffizio, trascinatasi per circa tre anni, fin quando nell'aprile 1896 fu comunicata ufficialmente la sentenza che non si doveva tenere "conto alcuno" delle accuse.
Accusato e accerchiato, all’interno dell’Ordine, da un piccolo gruppo di avversari, influenti ed intriganti, ancora una volta non volle difendersi, ma preferì presentare le dimissioni da Superiore Generale, dopo poco più di un anno dalla nomina: era il 20 giugno 1912.
Era a Parigi quando soffrì un attacco di paresi; non ricuperato perfettamente, il 19 aprile 1913 si trasferì a Dinan, una casa dell’Ordine nel nord della Francia, dove muore la mattina del 24 aprile 1914.
Il processo di beatificazione iniziò nel 1964, l’eroicità delle sue virtù fu dichiarata l’11 maggio 1982, riconosciuta come miracolosa, per intercessione di Benedetto Menni, la guarigione della signora Assunta Cacho, il Papa Giovanni Paolo II lo ha dichiarato beato il 23 giugno 1985. Un nuovo miracolo, la guarigione di una religiosa Ospedaliera (Suor Maria Nicoletta Vélaz) affetta da un cancro invasivo della vescica, apre la strada alla canonizzazione officiata sempre da Papa Giovanni Paolo II il 21 novembre 1999. I suoi resti riposano nella Casa Madre di Ciempozuelos.
(Autore: Carmelo Randello – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*San Deodato di Blois - Abate (24 aprile)

Martirologio Romano: Nel territorio di Blois nella Gallia lugdunense, nell’odierna Francia, San Deodato, diacono e abate, che, dopo una vita da anacoreta, fu guida dei discepoli che in questo luogo si erano raccolti intorno a lui.
Nato a Bourges, Deodato (fr. Dié, Dyé) si fece monaco a Iccium, nei dintorni di Chartres. Acquistò rapidamente rinomanza, ma preferì ritirarsi dalla comunità piuttosto che irritare certi monaci con la sua presenza.
Un prete chiamato Bademiro gli indicò un luogo solitario, presso Blois, che, però, era occupato da un dragone.
Il mostro fu cacciato dalle preghiere del prete e di Deodato, che si costruì una celletta e lavorò per assicurarsi di che vivere. Clodoveo, che ne aveva sentito parlare, ottenuta una vittoria lo ringraziò e gli concesse un vasto terreno intorno alla celletta.
Deodato formò una comunità coi visitatori che volevano vivere con lui. Tuttavia, egli non accettò mai il presbiterato, perché non se ne credeva degno, e restò diacono.
Avuto da Dio l'avviso che il suo destino stava per compiersi, che la sua ultima ora era prossima, riunì i suoi discepoli per esortarli e consolarli e ricevere la santa Comunione.
L'anno della sua morte è incerto: pare sia avvenuta dopo il 531. La sua festa è celebrata il 24 aprile nel Proprio di Blois; ne è fatta memoria anche nel Proprio di Bourges. Sulla sua tomba fu elevata nel sec. IX una grande basilica, restaurata poi nei secc. XV e XVI.
(Autore: Gilbert Bataille - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*Sant'Egberto di Northumbria – Monaco
Northumbria, 639 – Iona (Scozia), 24 aprile 729
Martirologio Romano:
Nell’isola di Iona in Scozia, Sant’Egberto, sacerdote e monaco, che si adoperò con dedizione per l’evangelizzazione di molte regioni d’Europa e, ormai avanti negli anni, riconciliò i monaci di Iona con l’uso romano del computo pasquale, celebrando la sua Pasqua eterna subito dopo averne officiato la solennità.  
Nacque in Northumbria nel 639 (regno anglosassone fondato nel 605 unendo i due regni di Bernicia e Deira), ed entrò nella vita monastica a Lindisfarne o Holy Island, (isolotto della Gran Bretagna, nel Mare del Nord; nel VII secolo vi si stabilirono dei missionari provenienti da Iona), poi volendo acquisire la superiore cultura degli irlandesi e con il desiderio di perfezionare il suo stato di monaco, si trasferì in Irlanda entrando nel monastero di Rathmelsigi, in seguito chiamato come Mellifont.
Durante una ricorrente pestilenza fu colpito dal morbo, allora Egberto fece voto che se avesse superato il mortale pericolo, di non ritornare più nella sua terra natia, di recitare tutti i giorni l’intero salterio e di digiunare un giorno la settimana per tutta la vita.
Una volta guarito, venne consacrato sacerdote; essendo un profondo conoscitore delle Sacre Scritture, attirava per la sua fama, numerosi studenti che affluivano alla sua scuola, provenienti anche dall’Inghilterra.
Decise poi di farsi missionario in Frisia (Europa del Nord) e in Germania, quindi dopo aver scelto alcuni compagni, noleggiò una nave, nonostante che un monaco di Melrose lo scongiurasse di abbandonare quel progetto e di andare a Iona [o Icolmkill, isoletta della Scozia (contea di Argyll) nel gruppo delle Ebridi, fu centro dell’espansione missionaria del cristianesimo fra gli Scozzesi; nel 563 San Colombano vi fondò un monastero, passato poi nel XIII secolo ai Benedettini].
Infatti in prossimità dell’imbarco, una tempesta gli distrusse l’imbarcazione ed Egberto comprese che la volontà di Dio era di non andare; al suo posto inviò in due distinti tempi San Wigberto e poi San Willibrordo, ognuno con un gruppo di compagni.
Lui invece si trasferì nel 716 a Iona e qui trascorse gli ultimi tredici anni della sua vita, operando alacremente affinché quei monaci accettassero gli usi romani per la celebrazione della Pasqua, riuscendovi con successo con le sue argomentazioni e con l’esempio della sua santa vita.
Morì a 90 anni a Iona il 24 aprile 729, giorno di Pasqua, che per la prima volta si celebrava secondo la liturgia romana.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*Sant'Elia Iorest e Sava Brancovici - Vescovi (24 aprile - Chiese Orientali)
XVII secolo
San Iorest il Confessore nacque in Transilvania e ricevette al battesimo il nome di Elia. Entrato
nel monastero di Puta, assunse il nome religioso di Iorest.
Nel 1640 il principe Basilio Lupu di Moldavia propose il suo nome quale successore del metropolita Gennadio di Ardeal.
Dopo un periodo di esilio fece ritorno in Moldavia come vescovo di Hushi. Morì il 24 aprile 1657.
San Sava Brancovici nacque ad Inau intorno al 1620 da una famiglia serba dell'Herzegovina.
Al battesimo ricevette il nome di Simeone. Entrò nel monastero di Comana in Bucharest. Sposatosi, divenne sacerdote, finché nel 1656 fu eletto metropolita di Ardeal.
Morì il 24 aprile 1683.
Entrambi festeggiati al 24 aprile, questi Santi metropoliti furono accomunati anche dalla lotta al protestantesimo che in quel tempo penetrava in Transilvania.
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*San Fedele da Sigmaringen - Sacerdote e Martire (24 aprile)

Sigmaringen, Germania, 1577/8 - Seewis, Svizzera, 24 aprile 1622
Marco Reyd - il futuro cappuccino fra Fedele - nato a Sigmaringen, in Germania, nel 1578, si era laureato in filosofia e in diritto all'università di Friburgo in Svizzera, e aveva intrapreso la carriera forense a Colmar in Alsazia.
Accolse con entusiasmo l'invito del conte di Stotzingen, che gli affidava i figli e un gruppo di giovani perché li avviasse agli studi.
Soggiornando per ben sei anni nelle diverse città dell'Italia, della Spagna e della Francia, impartì ai giovani e nobili allievi ammaestramenti che lo fecero ribattezzare col nome di "filosofo cristiano".
Poi all'età di 34 anni, abbandonò ogni cosa e tornò a Friburgo, stavolta al convento dei cappuccini. Fu guardiano al convento di Weltkirchen.
Dalla Congregazione di Propaganda Fide ebbe l'incarico di recarsi poi nella Rezia, in piena crisi protestante. Le conversioni furono numerose, ma attorno al santo predicatore si creò un'ondata di ostilità. Nel 1622, a Séwis, durante la predica, si udì qualche sparo.
Fra Fedele portò ugualmente a termine la predica e poi si riavviò verso casa. All'improvviso gli si fecero attorno una ventina di soldati. Gli intimarono di rinnegare quanto aveva predicato poco prima e, al suo rifiuto, lo uccisero con le spade. (Avvenire)
Etimologia: Fedele = fidato, devoto, dal latino
Emblema: Palma
Martirologio Romano: San Fedele da Sigmaringen, sacerdote e martire, che fu dapprima avvocato e, entrato poi tra i Frati Minori Cappuccini, condusse un’austera vita di veglie e di preghiera. Assiduo nella predicazione della parola di Dio, fu mandato nei territori dell’odierna Svizzera per consolidarvi la retta dottrina e per la sua fede cattolica incontrò la morte a Seewis per mano di alcuni eretici.
Lo chiamavano "l'avvocato dei poveri" perché difendeva gratuitamente coloro che non avevano denaro a sufficienza per pagarsi un avvocato.
Marco Reyd - il futuro cappuccino fra Fedele - nato a Sigmaringen, in Germania, nel 1578, si era laureato brillantemente in filosofia e in diritto all'università di Friburgo in Svizzera, e aveva intrapreso la carriera forense a Colmar in Alsazia.
Più portato ai severi studi filosofici che alle arringhe in tribunale, Marco Reyd accolse con entusiasmo l'invito del conte di Stotzingen, che gli affidava i figli e un gruppo di giovani promettenti perché li avviasse agli studi e alla conoscenza dei problemi del mondo contemporaneo.
Soggiornando per ben sei anni nelle diverse città dell'Italia, della Spagna e della Francia, impartì ai giovani e nobili allievi anche utili ammaestramenti che lo fecero ribattezzare col nome di "filosofo cristiano".
Poi all'età di 34 anni, abbandonò ogni cosa e tornò a Friburgo, stavolta al convento dei cappuccini e indossò l'umile saio di San Francesco.
Preposto per la sua saggezza alla guida di vari conventi, mentre copriva l'incarico di guardiano al convento di Weltkirchen gli abitanti della regione ebbero modo di ammirare la sua straordinaria carità e coraggio nell'assistenza ai colpiti dalla peste.
Dalla Congregazione di Propaganda Fide ebbe l'incarico di recarsi nella Rezia, in piena crisi protestante.
Le conversioni furono numerose, ma l'intolleranza di molti finì per creare attorno al santo predicatore una vera ondata di ostilità, soprattutto da parte dei contadini calvinisti del cantone svizzero dei Grigioni, scesi in guerra contro l'imperatore d'Austria.
Più che scontata quindi l'accusa mossa a fra Fedele d'essere un agente al servizio dell'imperatore cattolico.
Il Santo frate continuava impavido la sua missione, recandosi di città in città a tenere corsi di predicazione. "Se mi uccidono - disse ai confratelli, partendo per Séwis - accetterò con gioia la morte per amore di Nostro Signore. La riterrò una grande grazia".
Era poco meno d'una profezia. A Séwis, durante la predica, si udì qualche sparo. Fra Fedele portò ugualmente a termine la predica e poi si riavviò verso casa.
All'improvviso gli si fecero attorno una ventina di soldati, capeggiati da un ministro, che in seguito si sarebbe convertito. Gli intimarono di rinnegare quanto aveva predicato poco prima. "Non posso, è la fede dei vostri avi.
Darei volentieri la mia vita perché voi tornaste a questa fede".
Colpito pesantemente al capo, ebbe appena il tempo di pronunciare parole di perdono, prima di essere abbattuto a colpi di spada. Era il 24 aprile 1622. Fu canonizzato nel 1746 da Benedetto XIV.
(Autore: Piero Bargellini – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*Sant'Erminio - Martire, Venerato a Perugia (24 aprile)
Etimologia: Erminio = armeno, dal latino
Emblema: Palma
Mons. Marc'Antonio Oddi, vicegerente di Roma e poi vescovo di Perugia, donò al fratello Giacomo, arcidiacono del capitolo di quella cattedrale, due "corpi santi" tratti dalle catacombe romane: uno
si diceva essere quello della martire Agnesia e fu donato al capitolo, l'altro, quello di Erminio, fu posto nella chiesa di San Benedetto fuori le mura, oggi officiata dalle Clarisse.
Il corpo di Erminio fu trasferito nella predetta chiesa il 23 aprile 1662, con grande pompa e sfarzosa processione il cui racconto si trova in un ms. della Biblioteca comunale di Perugia (Ms. 1859, ff. 4-31) e fu posto sotto l'altare maggiore in "una urna di legno intagliato e dorato".
Il Lanzoni riferisce che nella suddetta chiesa "trovasi l'iscrizione: Hermirzius plumbatis coesus, con la corona, con la palma e con lo stesso monogramma alla destra ", ma aggiunge che essa è spuria; e certamente lo è, perché dalla relazione della traslazione del corpo di Erminio a Perugia, contenuta nel ms. sopraccitato, si deduce chiaramente che essa fu preparata proprio per quella occasione.
Trattandosi di un " corpo santo", non si possono avere notizie né sulla personalità, né sul martirio di Erminio; tuttavia Clemente XIII (1753-69) concesse l'indulto di celebrare in suo onore la Messa votiva e la festa è tuttora celebrata il 24 aprile.
(Autore: Bruno Frattegiani – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*San Gregorio di Elvira - Vescovo (24 aprile)

† 393 circa

Martirologio Romano: A Elvira nella regione dell’Andalusia in Spagna, San Gregorio, vescovo, la cui opera intitolata ‘La fede’ è lodata da San Girolamo.
È il primo vescovo conosciuto di Elvira (Illiberis) presso Granata; fu un grande difensore del concilio di Nicea e si espresse contro Osio di Cordova in occasione delle dispute sulle formule di Sirmio (357). Appoggiò poi decisamente Lucifero di Cagliari, dopo la cui morte divenne capo dei luciferiani (370-371); non ci sono documenti che attestino una sua successiva resipiscenza al riguardo. Sarebbe morto verso il 393.
La sua figura nella storia della patristica è stata molto valorizzata dopo le ricerche del Batiffol e del Wilmart, che scoprirono o identificarono i suoi scritti, spesso tramandati sotto diversi nomi.
Gregorio è uno scrittore di grande personalità letteraria e dottrinale e il suo influsso è chiaramente rintracciabile in scrittori posteriori come Apringio di Beja, sant'Isidoro di Siviglia, Beato di Liebàna, eccetera.
Le sue omelie riflettono un grande zelo pastorale e una profonda pietà, che lo portano a insistere sui temi spirituali e morali; spicca in lui la devozione alla umanità di Cristo.
La sua festa appare per la prima volta nel Calendario di Cordova dei 961, e Usuardo, dopo il suo viaggio in Spagna, lo introdusse nel suo Martirologio; alla stessa data (24 aprile) è commemorato nel Martirologio Romano.

(Autore: Justo Fernàndez Alonso – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Gregorio di Elvira, pregate per noi.


*San Guglielmo Firmato - Eremita a Mantilly (24 aprile)

Martirologio Romano: A Mortain nella Normandia, in Francia, San Guglielmo Firmato, eremita, che, canonico e medico di Tours, dopo un pellegrinaggio a Gerusalemme, visse sempre in solitudine.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*Sant'Ivo - Vescovo in Inghilterra (24 aprile)
Persia, VI sec. – Sleve (Inghilterra), VII secolo
Il nome Ivo è molto diffuso in Europa, prendendo secondo i luoghi delle varianti, così in Italia è Ivo o Ivone, in Spagna Ivo o Ivano, Yves in Inghilterra e Francia. Proviene quasi certamente dal celtico”‘ivos” che vuol dire “legno di tasso”; il tasso, infatti, per i Celti era un’albero sacro, con cui venivano fabbricate sia le armi sia le abitazioni.
Ebbe un particolare sviluppo in Francia, soprattutto in Bretagna, nell’VIII secolo, diffondendosi poi in tutta Europa.
Con questo nome, oltre al Santo che menzioniamo in questa scheda, abbiamo due celebri santi, ambedue francesi, che furono vanto e onore del loro tempo: S. Yves vescovo di Chartres (1040-1116), che si celebra il 23 dicembre e S. Yves Hélory de Kermartin (1235-1303), sacerdote e avvocato, che si celebra il 19 maggio.
S. Ivo, denominato vescovo in Inghilterra, era nato nel secolo VI, originario della Persia, appartenne ad una nobile famiglia e divenuto vescovo, si dedicò ad una predicazione itinerante, sul modello di San Paolo apostolo, prima nell’Asia Minore e nell’Illiria (regione storica della Penisola Balcanica fra l’Istria ed i Monti Certuni, divenuta nel 228 provincia romana).
Poi nel suo viaggiare, passò per Roma e da lì giunse in Francia dove ebbe un grande successo, onorato dal re, dai nobili e dal popolo; forse da lui il nome Ivo cominciò ad affermarsi maggiormente in Francia.
Ma il vescovo volendo rifiutare tutti gli onori che gli venivano tributati per la sua evidente santità, passò con tre compagni in Inghilterra, dove lavorò fruttuosamente per parecchi anni nella Mercia (uno dei sette regni, “eptarchia”, fondati dagli anglosassoni nella seconda metà del V secolo), fissando infine la sua residenza nella città di Sleve (St-Yves) a tre miglia da Huntendun, dove dopo svariati anni di apostolato fra quelle popolazioni, morì agli inizi del VII secolo.
Le sue reliquie furono prodigiosamente scoperte nel 1001 e trasferite nell’abbazia benedettina di Ramsey (Huntingdonshire); la sua “Vita” da cui sono scaturite le biografie successive, fu scritta dal monaco Goscelino di Westminster nel 1091 per incarico dell’abate Ereberto.
La sua celebrazione è al 24 aprile e al 10 giugno.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*San Lupicino - Recluso a Lipidiacum (24 aprile)

Tutto quanto sappiamo di questo Santo è tratto dalla notizia a lui dedicata da San Gregorio di Tours nelle sue Vitae Vatrum (13, in PL, LXXI, coli. 1064-67).
Secondo Gregorio, il quale aveva ottenuto le sue informazioni da un prete ottuagenario, Lupicino era un uomo di grande santità che andava elemosinando di casa in casa.
A metà della sua vita si ritirò «ad vicum Berberensem qui nunc Lipidiaco dicitur» dove si installò tra le mura in rovina e condusse un'esistenza di recluso, nascondendosi alla vista degli uomini.
Gli passavano il pane da un finestrino ed egli cantava i salmi per tutto il giorno, facendo penitenza e portando una grossa pietra sul capo.
Molti ammalati andavano a visitarlo ed egli li guariva tracciando su di essi il segno della croce.
Tre giorni prima di morire, preannunciò la propria fine a un suo servitore e fece chiamare la gente del vicinato, cui rivolse un discorso edificante.
Dopo la morte le sue reliquie vennero contese tra gli abitanti di Lipidiacum e quelli di un villaggio vicino, chiamato Transaiium.
Questi ultimi, alla fine, presero le spoglie del Santo e le seppellirono nel loro paese. Lupicino, tuttavia, continuò imparzialmente a compiere miracoli nelle due località.
Il villaggio di Transalium, che Gregorio di Tours in un altro passo delle sue opere (Miracula Beati Martini, II, 10) pone in Alvernia, deve essere identificato con Trézelles (Allier) e non con Tranzault o Trésillac (Indre) come alcuni suppongono.
Esso è, d'altra parte, situato sulla Besbre (Berbera) il cui nome si ritrova nel vicus Berberensis. Non si è ancora riusciti invece, ad identificare esattamente la posizione di Lipidiacum, che deve comunque trovarsi anch'esso sulla Besbre.
Lupicino visse nel VI sec. e la sua festa è fissata al 24 giugno.
(Autore: Philippe Rouillard – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*Santa Maria di Cleofa (24 aprile)

sec. I
Moglie di Cleopa (poi volgarizzato in Cleofa), era probabilmente una parente di Maria Santissima. I suoi figli furono chiamati “fratelli” di Gesù, termine semitico, che indicava anche i cugini. Ella è conosciuta anche come Maria Jacobi, poiché è considerata la madre di Giacomo, detto il Minore, che poi fu vescovo di Gerusalemme.
Faceva parte del gruppo che seguivano il Signore per tutta la Galilea e S. Giovanni ce la presenta fra il coro delle “pie donne”, con la SS. Vergine e con Maria di Magdala, ai piedi di Gesù in croce.
Maria di Cleofa rimase presso il Calvario dopo la morte del Redentore, assistette alla sua sepoltura, si recò con le altre donne al sepolcro e poté constatare la risurrezione di Gesù.
Etimologia: Maria = amata da Dio, dall'egiziano; signora, dall'ebraico
Martirologio Romano: A Gerusalemme, commemorazione delle Sante donne Maria di Cleofa e Salomè, che insieme a Maria Maddalena vennero la mattina di Pasqua al sepolcro del Signore per ungere il suo corpo e per prime udirono l’annuncio della sua risurrezione.
Nelle grandiose vicende della Redenzione, durante il drammatico epilogo sul Calvario, un coro silenzioso e dolente di "pie donne" attende poco lontano che tutto sia compiuto: "Stavano presso
la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Cleofa e Maria di Magdala", dice l'evangelista San Giovanni.
Era il gruppo di coloro "che lo seguivano da quando era in Galilea per servirlo, e molte altre che erano venute da Gerusalemme insieme a lui". Tra le spettatrici, vi è dunque la santa odierna, la cui continua e vigile presenza accanto al Salvatore le ha meritato un posto particolare nella devozione dei cristiani, più ancora della sua parentela con la SS. Vergine e con S. Giuseppe.
Maria di Cleofa (denominata così dal nome del marito Cleopa o Cleofa) è ritenuta comunemente la madre dei "fratelli del Signore", termine semitico per indicare anche i cugini, Giacomo il Minore, apostolo e vescovo di Gerusalemme, e Giuseppe. Lo storico palestinese Egesippo dice che Cleofa era fratello di S. Giuseppe e padre di Giuda, Taddeo e Simone, eletto quest'ultimo a succedere a Giacomo il Minore nella sede episcopale di Gerusalemme.
L'identificazione di Alfeo con Cleofa, sostenuta prevalentemente dagli antichi, porta di conseguenza a ritenere Maria di Cleofa, cognata della Madonna, madre di ben tre apostoli. Cleofa-Alfeo è inoltre uno dei discepoli che il giorno della risurrezione di Gesù, recandosi nella nativa Emmaus, furono raggiunti e accompagnati da Gesù stesso, che riconobbero "alla frazione del pane".
Mentre il marito si allontanava da Gerusalemme, col cuore appesantito dalla malinconia e dalla disillusione, la moglie, Maria Cleofa, seguendo l'impulso del suo cuore, si affrettava alla tomba del Redentore per rendergli l'estremo omaggio dell'unzione rituale con vari unguenti. Il venerdì sera si era infatti attardata in compagnia della Maddalena per vedere "dove era stato messo". Dice l'evangelista S. Marco: "Intanto Maria di Magdala e Maria madre di Giuseppe stavano a osservare dove era stato messo".
Trascorso il sabato, di buon mattino, mentre il marito se ne tornava a casa, Maria di Cleofa e le altre compagne "comprarono dei profumi, poi andarono a fare su di lui le unzioni". Ma: "Non è qui, è risorto!", annunciò loro il messaggero divino.
Alle "pie donne" andate al sepolcro con i loro unguenti e col loro dolore tocca il privilegio della più impegnativa testimonianza: "Perché cercate il vivente tra i morti?". Se Cristo non è risorto - dirà San Paolo - la nostra fede non vale nulla e noi saremmo dei bugiardi. "Ma - soggiunge - Cristo è risorto ed è la primizia degli altri che ora dormono e risorgeranno". Questa lieta notizia fu data "agli Undici e a tutti gli altri" da poche donne, tra cui Maria di Cleofa.
(Autore: Piero Bargellini – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Maria di Cleofa, pregate per noi.    

  

*Santa Maria di Sant'Eufrasia (Rosa Virginia Pelletier) (24 aprile)
Noirmoutier, Francia, 31 luglio 1796 - Angers, 24 aprile 1868
Martirologio Romano:
Ad Angers in Francia, Santa Maria di Sant’Eufrasia (Rosa Virginia) Pelletier, Vergine, che per accogliere con misericordia le prostitute, da lei chiamate ‘Maddalene’, fondò l’Istituto delle Suore del Buon Pastore.
Rosa-Virginia Pelletier nacque nell’isola di Noirmoutier (Vandea) il 31 luglio 1796. Crebbe nell’atmosfera creata dai racconti delle lotte eroiche del cattolicesimo della Vandea, contro le scelleratezze della Rivoluzione Francese, questo spiegherebbe in parte la sua fede salda e conquistatrice.
Educata dalle Orsoline di Chavagne, frequentò anche l’Istituto dell’Associazione cristiana a Tours, A sedici anni entrò come postulante nel monastero di Tours dell’Ordine di Nostra Signora della Carità del Rifugio fondato nel 1641 da s. Giovanni Eudes, istituito per la riabilitazione delle giovani e delle donne in pericolo morale e per la rieducazione cristiana di quanti vengono loro affidati.
Conquistata da questo ideale Rosa-Virginia il 9 settembre 1817 fece la sua professione religiosa prendendo il nome di Maria di S. Eufrasia e cosa fuori del normale, a 29 anni venne nominata superiora del convento di Tours. Lì fondò l’Opera delle “Maddalene” dove le ragazze ricondotte sulla retta strada possono aderire e vivere una vita religiosa sul modello carmelitano con relativa
Regola e abito e stando in un’ala distinta del convento.
Si recò nel 1829 ad Angers per fondarvi un ‘Rifugio’ espressione tipica delle Case del suo Ordine, del quale nel 1831 ne divenne superiora. A questo punto lo stimolo ad operare sempre più in profondità sulla redenzione di tante traviate, la spinse a fare della Casa di Angers, la casa madre di una organizzazione parallela all’Ordine di Nostra Signora della Carità, ma con la specificità di una centralità organizzativa mentre l’Ordine di N. S. aveva conventi con autonomie separate.
Fondò così l’Istituto del Buon Pastore di cui divenne superiora generale a vita; trovò molte resistenze a questa divisione dell’Ordine sia da parte delle Autorità religiose, sia dai monasteri stessi che intendevano conservare la loro autonomia; il suo coraggio e il suo zelo furono appoggiati da papa Gregorio XVI che approvò l’Istituto il 3 aprile 1835.
La sua Opera si diffuse in tutto il mondo, uscendo dallo stretto ambito locale facendo un bene immenso nella rieducazione femminile; i risultati ottenuti a forza di bontà e sensibilità pedagogica dalle religiose, suscitano ancora oggi l’ammirazione delle autorità civili, che affidano le giovani da rieducare, a loro furono e sono affidate anche le direzioni di varie prigioni femminili.
Queste ragazze raggiunta la maggiore età in genere non vengono abbandonate, esse possono scegliere di rimanere nell’Istituto del Buon Pastore come “Maddalene” o come “Ausiliarie” o come “Monitrici”; oppure trovano un riferimento nel ‘focolare’ che fornisce un alloggio quando non hanno un appoggio familiare.
Inoltre alle assistite, oltre l’educazione cristiana e morale, viene garantita una istruzione intellettuale e tecnica che le aiuterà ad inserirsi nella vita sociale.
Suor Maria di S. Eufrasia, fondò più case di tutti nella storia della Chiesa, ben 111 fra il 1829 e il 1868, ottenendo così ragione del suo vedere più proficuo l’apostolato coordinato da un ‘generalato’ ad Angers.
Alla sua morte avvenuta il 24 aprile 1868, l’Istituto contava 15.000 ragazze da rieducare con 2376 suore. Nel 1964 esso contava 475 case nei cinque continenti, 10.000 religiose, 2800 “Maddalene”, 1800 “Ausiliarie” e circa 9.000 allieve.
Fu beatificata il 30 aprile 1933 da papa Pio XI e canonizzata da Pio XII il 2 maggio 1940. Una sua statua della scultore G. Nicolini è posta nella Basilica di S. Pietro in Vaticano fra i grandi fondatori di Ordini Religiosi.
La sua festa liturgica è posta al 24 aprile.  (Autore: Antonio Borrelli)
È la fondatrice delle Suore del Buon Pastore ed è nata su un’isola minuscola, quasi attaccata alle coste della Vandea: Noirmoutier. Ultima degli otto figli del medico Giuliano Pelletier e di Anna Amata Mourain, al battesimo è stata chiamata Rosa Virginia. Ha perduto il padre a 10 anni, ricevendo dalla madre la prima educazione. Ha studiato presso le Orsoline di Chavagne e a 14 anni è entrata nel collegio dell’Associazione cristiana di Tours.
Qui la sua vivacità è stata scambiata per chissà che cosa dalle insegnanti; salvo una, che invece la sapeva capire e aiutare; ma questa poi ha lasciato il collegio per farsi suora. E anche Rosa Virginia se ne va, perché ha scoperto a Tours un’istituzione con quasi due secoli di vita, ma per lei nuova e sorprendente: la comunità femminile di Nostra Signora della Carità e del Rifugio, fondata a Caen nel 1641 da san Giovanni Eudes.
Scopo: accogliere donne e ragazze strappate alla prostituzione, e impedire ad altre di cadervi, offrendo accoglienza, educazione cristiana e un’istruzione che le rendesse indipendenti.
Il 20 ottobre 1814 l’istituto di Tours l’accoglie come postulante, e nel settembre 1817 Rosa Virginia pronuncia i voti, assumendo il nome di due Sante del IV e V secolo: si chiamerà suor Maria di Sant’ Eufrasia (nel parlare comune diventa spesso Suor Maria Eufrasia). In questo momento ha 21 anni, e a 29 è già superiora a Tours. Nel Rifugio nasce per opera sua la comunità delle “Maddalene”, che accoglie donne già salvate dal malaffare grazie al Rifugio, e che chiedono di restare come religiose, vivendo però a parte, sotto la regola carmelitana.
A 33 anni lascia Tours per Angers, dove l’hanno chiamata a fondare un Rifugio. Ce n’è molto bisogno, e sono pure abbondanti gli aiuti del clero e di famiglie benestanti. Ma prima di tutto ci vogliono suore già preparate per questo lavoro. E non le può avere: chiede e non ottiene, perché ciascun Rifugio esistente ha la sua autonomia, vive di aiuti locali, forma le suore e se le tiene. O meglio: si tiene quelle che riesce a formare. Così accade che in un luogo esse abbondano, e si lavora molto: in un altro posto scarseggiano, e si arranca. Maria di sant’Eufrasia progetta di unire i Rifugi in un’istituzione unica, facente capo a un governo centrale, a una Madre generale. E giungerà a realizzare il progetto per i suoi Rifugi, per quelli che accettano la sua proposta: ma con una fatica enorme, coinvolgendo clero, vescovi, la Santa Sede. Molti Rifugi respingono la sua idea per rimanere autonomi. Da alcune parti arrivano anche le accuse: va contro le regole, ha sete di potere... Una crisi durissima, soprattutto per il tormento interno che tutto questo le procura.
È il tempo della “grande sofferenza”, come lei dice. Però alla fine il progetto vince. Con l’approvazione di Roma (non sempre applaudita in Francia) nasce l’Istituto del Buon Pastore; e lei ne è la Madre generale. Questa struttura centralizzata lo distingue dall’Ordine di Nostra Signora della Carità, del quale però continua a mantenere lo spirito di dedizione e le regole.
Madre Maria di Sant’Eufrasia ha il tempo di veder crescere l’istituzione: si arriva a 2.760 religiose, 960 “Maddalene”, circa 15 mila ragazze e bambine in 110 case; tutto ciò nel 1868, anno della sua morte, a causa di un cancro, diagnosticato in ritardo. Nel 1940 Pio XII l’ha proclamata santa. I suoi resti sono ad Angers, nella cappella dell’Istituto.  
(Autore: Domenico Agasso - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Maria di Sant'Eufrasia, pregate per noi  


*Beata Maria Elisabetta Hesselblad (24 aprile)

Faglavik, Svezia, 4 giugno 1870 - Roma, 24 aprile 1957
Maria Elisabetta Hesselblad nacque nel villaggio di Faglavik (Svezia) il 4 giugno 1870, da una famiglia luterana. A soli diciassette anni, s’imbarca per New York a cercare un lavoro, ma una volta giunta là viene ricoverata in fin di vita all’ospedale. Fa un voto: se il Signore la guarirà, lei diventerà infermiera.
Elisabetta guarisce e viene assunta presso il Roosevelt Hospital. Fondamentale per la sua conversione è l’incontro con il gesuita P. Hagen, direttore dell’osservatorio di Georgetown. Grazie alla sua guida, il 15 agosto 1902 ricevette il battesimo nella Chiesa cattolica. Nel 1903 giunse a Roma dove scoprì la casa di S. Brigida, in piazza Farnese: comprese che il Signore la stava chiamando a una missione speciale.
Intraprese una serie di viaggi in Europa per far conoscere la sua intenzione di far risorgere l’Ordine brigidino alle poche e disperse comunità allora esistenti.
Incoraggiata da S. Pio X, nel 1911 poté dare inizio alla sua opera, che fu approvata infine nel 1940. Madre Elisabetta morì a Roma, a 87 anni, il 24 aprile 1957. Straordinaria pioniera del dialogo ecumenico, è stata beatificata da Giovanni Paolo II il 9 aprile 2000.
Martirologio Romano: A Roma, Beta Maria Elisabeth Hesselblad, vergine, che, originaria della Svezia, dopo avere per lungo tempo prestato servizio in un ospedale, riformò l’Ordine di Santa Brigida, dedicandosi in particolare alla contemplazione, alla carità verso i bisognosi e all’unità dei cristiani.
Nacque in Svezia, il 4 giugno 1870, quinta di tredici figli. Di religione luterana, a 18 anni emigrò in America per aiutare economicamente la sua famiglia. Qui visse lunghi anni (1888-1904) solerte infermiera nel grande ospedale Roosvelt di New York, dove a contatto con la sofferenza e la malattia affinò la sua sensibilità umana e spirituale conformandola a quella della sua compatriota Santa Brigida. Fin dall´adolescenza il suo anelito fu la ricerca dell´Unico Ovile. Così lei descrive questa sua ansia nelle "Memorie autobiografiche":
"Da bambina, andando a scuola e vedendo che i miei compagni appartenevano a molte chiese diverse, cominciai a domandarmi quale fosse il vero Ovile, perché avevo letto nel Nuovo Testamento che ci sarebbe stato "un solo Ovile ed un solo Pastore". Pregai spesso per essere condotta a quell`Ovile e ricordo di averlo fatto specialmente in un´occasione quando, camminando sotto i grandi pini del mio paese natio, guardai in special modo verso il cielo e dissi: "Caro Padre, che sei nei cieli, indicami dov´è l´unico Ovile nel quale Tu ci vuoi tutti riuniti".
Mi sembrò che una pace meravigliosa entrasse nella mia anima e che una voce mi rispondesse: "O, figlia mia, un giorno te lo indicherò. Questa sicurezza mi accompagnò in tutti gli anni che precedettero la mia entrata nella Chiesa".
Guidata da un dotto Gesuita studiò con passione la dottrina cattolica e, con meditata scelta, l´accettò, facendosi battezzare sotto condizione il giorno dell´Assunzione della Beata Vergine Maria del 1902 negli U.S.A. Descrivendo il tempo che precedette questo suo passo nella Chiesa cattolica scrive: "Passarono alcuni mesi durante i quali la mia anima fu immersa in un´agonia che credetti mi avrebbe tolta la vita.
Ma la luce venne, e con essa la forza. Per tanto tempo avevo pregato: "O Dio, guidami Luce amabile!" ed effettivamente mi fu concessa una luce benevola e con essa una pace profonda ed una ferma decisione di fare immediatamente il passo decisivo ed entrare nell´unica vera Chiesa di Dio.
Oh! bramavo di essere esteriormente quella che ero da tanto tempo nell´interno del mio cuore e scrissi subito alla mia amica al Convento della Visitazione a Washington: "Adesso vedo tutto
chiaro, tutti i miei dubbi sono scomparsi, devo divenire immediatamente figlia della vera Chiesa e tu dovrai farmi da madrina...Prega per me e ringrazia Dio e la Beata Vergine".
Nella primavera del 1903 Maria Elisabetta si trovava a casa in Svezia e prima di partire per far ritorno in America scrisse alla nonna i seguenti versi:
"Ti adoro, grande prodigio del cielo,
Che mi dai cibo spirituale in abito terreno!
Tu mi consoli nei miei momenti bui.
Quando ogni altra speranza per me spenta!.
Al Cuore di Gesù presso la balaustra dell´altare
Eternamente in amore sarò legata".

Nel 1904 si recò a Roma e, con uno speciale permesso del Papa S. Pio X, vestì l´abito brigidino nella casa di Santa Brigida allora occupata dalle Carmelitane. Prima della partenza mandò a sua sorella Eva un racconto della sua vita sotto forma di preghiera: "Nella mia infanzia Ti vidi nei profondi boschi del mio paese e udii la Tua voce nel sussurro del piano e dell´abete. Ti vidi nella mia prima infanzia, quando il minerale si spezzava risonando dai monti del Norrland... Tu guidasti la mia vita sui grandi oceani...
Ti vidi nel mio nuovo paese: nell´abbandono e nella solitudine del cuore. Mi eri vicino. Eri il mio massimo bene! Tu accendesti nel mio animo il desiderio del bene, il desiderio di alleviare la sofferenza, il dolore e la miseria...Camminasti con me nei vicoli stretti e bui dove vivono i Tuoi più piccoli e più dimenticati...
Ho sognato il ritorno al mio paese natale, una "Casa della Pace" nella mia dolce patria, ma la Tua voce mi ha chiamata all´eterna Roma - alla casa di S. Brigida...
La lotta è stata grande e difficile, ma la Tua voce così esortante. Signore, prendi da me questo calice, che non è mio senza la Tua volontà.
Le Tue mani trapassate hai teso verso di me per esortarmi a seguirTi sul sentiero della Croce fino alla fine della vita. Ecce ancilla Domini. "Signore, fai di me ciò che vuoi. Mi basta la Tua Grazia".
Dietro ispirazione dello Spirito Santo ricostituì l´Ordine di Santa Brigida (1911), rispondendo alle istanze e ai segni dei tempi, e rimanendo fedele alla tradizione brigidina per l´indole contemplativa e la celebrazione solenne della liturgia. Il suo apostolato fu ispirato dal grande ideale "Ut omnes unum sint" e questo la spinse a dare la sua vita a Dio per unire la Svezia a Roma.
Così scriveva il 4 agosto 1912 in mezzo alle grandi prove degli inizi della sua fondazione: "L´uragano del nemico è grande ma la mia speranza rimane tanto più ferma che un giorno tutto andrà bene. Per la Croce alla luce! Quello che si semina nelle lacrime si raccoglie nella gioia. E il nostro caro Signore ha detto: "Dove due o tre sono riuniti nel Mio nome, io sono in mezzo a loro". Questo diciamo a Lui affinchè Egli supplisca a quello che manca in noi e attorno a noi per il compimento della vocazione alla quale ci ha, così indegne come siamo, chiamate.
Con molto coraggio e lungimiranza nel 1923 riportò le figlie di Santa Brigida in Svezia. Le sofferenze fisiche l´accompagnarono per tutta la vita. La cronaca di questi anni riporta queste sue parole alle Figlie: "Vedete, il dottore non comprende che io ho una ragione per soffrire e donare le mie pene; desidero, se il Signore le accetta, offrire tutte le mie sofferenze e pene per questa attività e per la Svezia".
Nel 1936 a una sua Figlia in difficoltà faceva pervenire queste parole: "... La nostra vita è una vita di sacrificio nel servizio di Dio. Il sacrificio è contro la nostra natura - le attrazioni del mondo con le sue soddisfazioni ci attirano - ma come tu già sai, la nostra vita è una vita di sacrificio che ci dona non solo quella pace interiore, ma quella gioia che possiamo trovare nel Signore. Ma per arrivare a questo atto, la donazione di noi stesse a Dio deve essere completa ed incrollabile.
Non solo una parte della mia attività! Non solo una parte dei miei desideri! Non solo una parte del mio amore! No, Signore, anche un pensiero che non è per la Tua gloria sia lontano da me, e i battiti del mio cuore siano espressioni del mio amore per Te; così anche il mio desiderio sia di essere un sacrificio di me stessa, nel tuo servizio per la salvezza degli uomini, come Tu vuoi, non come mi piace. Così pensa una sposa di Gesù...".
Tutta la sua vita era stata contraddistinta da una continua carità operosa. Durante la seconda guerra mondiale diede rifugio a molti ebrei perseguitati e trasformò la sua casa in un luogo dove le sue figlie potevano distribuire viveri e vestiario a quanti si trovavano in necessità.
In una lettera a sua sorella Eva aveva scritto: "...Quaggiù viviamo in condizioni assai difficili, ma la Provvidenza di Dio ci assiste in molti modi meravigliosi. Abbiamo ancora la casa piena di profughi, in quest´anno di afflizione 1944".
Il 24 aprile 1957 dopo una lunga vita segnata dalla sofferenza e dalla malattia morì nella casa di Santa Brigida a Roma, lasciando grande fama di santità tra le sue Figlie Spirituali, nel clero e tra la gente povera e semplice, che la venerò Madre dei poveri e Maestra dello spirito.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Maria Elisabetta Hesselblad, pregate per noi.     

 

*Santi Martiri del Genocidio Armeno - Chiese Orientali (24 aprile)

Cent’anni orsono si consumava uno dei più sanguinosi eccidi dei tempi moderni che costò la vita ad un milione e mezzo di cristiani armeni. Domenica 12 aprile Papa Francesco, durante la Messa presieduta in Vaticano non ha esitato a riconoscere questo tragico evento quale un vero e proprio genocidio, checché ne dicano coloro che ancora oggi si ostinano a non riconoscerlo come tale. Il 23 aprile la Chiesa Apostolica Armena ha canonizzato in massa questo milione e mezzo di uomini, donne e bambini morti a causa della loro appartenenza etnica e religiosa.
Il giorno successivo, 24 aprile, a partire da quest’anno diviene così la "giornata della memoria" di queste vittime, come ha annunciato il patriarca armeno Karekin II nell’enciclica con cui ha aperto ufficialmente le celebrazioni del centenario del genocidio. Celebrazioni che si estenderanno per tutto l'anno, ha sottolineato, specificando che "ogni giorno del 2015 sarà un giorno di ricordo e di devozione al nostro popolo, un viaggio spirituale al memoriale dei nostri martiri.
Nel 1915 e negli anni successivi un milione e mezzo di nostri figli e figlie ha subito la morte, la fame, la malattia; è stato deportato e costretto a camminare fino alla morte. Secoli di creatività e di obiettivi raggiunti sono stati distrutti in un istante. Migliaia di chiese e monasteri sono stati
profanati e distrutti, le istituzioni nazionali e le scuole rase al suolo e demolite. I nostri tesori spirituali e culturali sono stati sradicati e cancellati". In seguito, con il coraggio della fede e il genio che lo caratterizza, questo popolo ha potuto "risuscitare dalla morte" e tornare a brillare, come spiega il patriarca. "Riponendo la nostra speranza in Te, o Signore, il nostro popolo è stato illuminato e rafforzato. La tua luce ha acceso l'ingegno del nostro spirito. La tua forza ci ha orientati alle nostre vittorie. Abbiamo creato quando altri avevano distrutto le nostre creazioni. Abbiamo continuato a vivere quando altri ci volevano morti". Il centenario permette di celebrare anche questa risurrezione. Anche la Chiesa Cattolica Armena ha già avviato le pratiche per la beatificazione di 43 suoi figli vittime del genocidio.
La persecuzione scatenata, tra il 1915 e il 1918, dai turchi nei confronti del popolo armeno residente in Anatolia e nel resto dell’Impero Ottomano rappresenta forse il primo esempio dell’epoca moderna di sistematica soppressione di una minoranza etnico-religiosa. Una campagna di eliminazione che non scaturì soltanto dell’ideologia, scopertamente razzista, del sedicente Partito "modernista e progressista" dei Giovani Turchi, ma trasse le sue origini più profonde anche dall’innata, anche se inconfessabile, insofferenza che i mussulmani ottomani e curdi di Anatolia hanno sempre manifestato nei confronti di una minoranza cristiana, quella armena, portatrice di valori religiosi e culturali semplicemente diversi.
Ma andiamo per ordine e cerchiamo di capire le motivazioni e la genesi di uno dei più orribili e meno pubblicizzati fenomeni di intolleranza etnico-religiosa del XX secolo. Lo sterminio degli armeni, verificatosi tra il 1915 e il 1918, in realtà non rappresenta che il completamento di una lunghissima campagna di persecuzioni e di discriminazioni che ebbe inizio a partire dalla seconda metà dell’Ottocento all’interno dei confini del decadente Impero Ottomano. Tra il 1894 e il 1896 ‘Abd ul-Hamid, l’ultimo sovrano, o meglio despota, della Sacra Porta, diede il via ad un programma di sterminio che, sotto molti aspetti è possibile paragonare a quello nazista nei confronti del popolo ebraico (1). Fu proprio in questo periodo, infatti, che il governo turco iniziò ad applicare nei confronti degli armeni - già discriminati in molti settori della vita civile ma ancora in grado di sopravvivere più o meno decorosamente - una serie di leggi volte non soltanto a perfezionare l’isolamento civile della minoranza, ma a decretarne e a renderne possibile, in buona sostanza, lo sterminio legale: una manovra che in buona misura venne attuata anche per scaricare sugli armeni - popolo, o meglio nazione, tradizionalmente molto attiva e mediamente colta - la responsabilità dei fallimenti di una politica di governo, quella dei sultani, assolutamente deficitaria ed arretrata.
La persecuzione contro gli armeni, infatti, va anche vista come il risultato di quei complessi e traumatici processi storici che tra la seconda metà del XIX secolo e i primi tredici anni del XX determinarono lo sgretolamento dell’Impero Ottomano.
Dopo avere dovuto rinunciare (in seguito alla guerra con l’Italia del 1911/12 e alla Prima Guerra Balcanica del 1913) a gran parte dei suoi possedimenti (Libia, Albania, Macedonia e parte delle isole dell’Egeo), il governo di Costantinopoli, entrò in una fase di crisi molto acuta. Temendo la completa dissoluzione dell’Impero, prima la Sacra Porta e poi il Partito dei Giovani Turchi, iniziarono ad assumere un atteggiamento sempre più sospettoso nei confronti delle minoranze (come quella greca, bulgara, ebraica, beduina e armena), colpevoli - scendo i vertici di Costantinopoli - di tramare nei confronti dell’Impero, minandone le fondamenta. E complice quest’ottica distorta ed inesatta, fu proprio la minoranza armena quella a destare le maggiori attenzioni. Ma la ragione di tanta diffidenza da parte dei turchi nel confronti degli armeni scaturiva anche da precise considerazioni e timori di carattere politico internazionale.
La Sacra Porta, infatti, vedeva in questa minoranza, che in gran parte abitava l’area anatolica nord orientale, una possibile se non sicura alleata dell’Impero Russo cristiano ortodosso, il più feroce e tradizionale nemico della Sacra Porta. Un Impero che, fino dai tempi di Pietro il Grande (1682-1725) e di Nicola I (1825-55), aveva sempre cercato di sottrarre alla Turchia le regioni confinanti del Caucaso, guadagnandosi la simpatia delle comunità armene ormai stanche di sottostare al dispotico dominio ottomano. Diverse furono le guerre che, tra il XVIII e il XIX secolo, contrapposero i turchi ai russi. Nel 1876, le forze zariste, che erano intervenute a sostegno della Bulgaria, costrinsero Costantinopoli ad una resa umiliante, imponendo alla Sacra Porta il Trattato di Santo Stefano. Un documento, quest’ultimo, che sancì tra l’altro la cessione alla Russia di alcune aree dell’Anatolia nord settentrionale, abitate da armeni. Tuttavia, il Trattato, non divenne mai del tutto operativo, anche a causa delle pressioni esercitate dal Primo Ministro inglese Benjamin Disraeli, da sempre ostile ad una eccessiva espansione politica e militare russa, soprattutto sui Balcani. E in seguito all’intromissione di altre potenze occidentali (come la Francia e la Prussia) avverse anch’esse alla Russia, il documento venne così parzialmente modificato, con l’eliminazione della clausola relativa alla tutela della minoranza armena. In buona sostanza, nessuna potenza occidentale volle spendere una parola in favore della popolazione cristiana, preferendo orientarsi verso una real politik. Anche se, pochi anni dopo, nel 1878, l’articolo 61 del successivo Trattato di Berlino del 1878, sancì, almeno sulla carta, il diritto alla sopravvivenza di questa sfortunata comunità. Il sostanziale disimpegno delle nazioni europee permise al dispotico Sultano Abdul Hamid di sopprimere la fragile Costituzione concessa nel 1876, abolendo tutte le libertà più elementari, istituendo nuove, severe leggi contro le minoranze religiose del Paese e costituendo nel contempo un’efficientissima polizia segreta incaricata di schiacciare il neonato Movimento Indipendentista Armeno.
Non contento, il Sultano incoraggiò inoltre le tribù curde mussulmane ad emigrare verso le tradizionali zone rurali armene della Turchia orientale, aizzandole contro i cristiani. Forti dell’appoggio della Polizia Segreta e dell’Esercito Ottomano, i curdi iniziarono così ad insediarsi in territorio armeno, scacciando con la forza la locale popolazione. Costretti alla fuga, gli armeni furono quindi obbligati a trasferirsi sempre più a nord est in direzione delle regioni caucasiche russe: una manovra che la Sacra Porta, con notevole malafede, volle interpretare come un atto di slealtà nei suoi confronti e di connivenza con il nemico zarista. Fu a quel punto che il Movimento Indipendentista Armeno iniziò a frantumarsi in diversi gruppi politici e società segrete, tra cui l’Armenakan (fondato nel 1885), il partito socialdemocratico Hunchak (1887) e il più radicale "movimento" Dashnak (1890), con lo scopo di combattere i turchi. Ma la risposta del Sultano non si fece attendere. Il despota di Costantinopoli organizzò i membri delle tribù curde nei cosiddetti reggimenti di cavalleria Hamidye: autentiche bande armate di predoni autorizzate dal governo a perseguitare e a massacrare gli armeni dell’Anatolia Orientale.
Ma se gli armeni rimasti incapsulati in territorio ottomano se la passavano male, occorre dire che anche quelli che erano riusciti a rifugiarsi nelle zone russo caucasiche non poterono certo considerarsi in salvo. Nel 1881, in seguito all’assassinio dello zar Alessandro II, il primo ministro liberale di origine armena Loris Melikov, dovette rassegnare le dimissioni, in quanto ritenuto incapace di governare il sempre crescente malcontento dei nazionalisti georgiani e armeni del Caucaso. Dopo l’uscita di Melikov, i successivi governi di San Pietroburgo iniziarono quindi a manifestare una certa diffidenza se non ostilità nei confronti degli armeni, sia quelli residenti in Turchia che quelli stanziati in territorio zarista (2). Nel 1903, lo zar Nicola II tentò perfino di confiscare le proprietà della Chiesa Nazionale Armena, ordinando la chiusura delle scuole e delle altre istituzioni della Transcaucasia russa.
Questo drastico cambiamento di rotta russo, consentì al Sultano Abd ul-Hamid di alzare il tiro contro l’odiata minoranza, prendendo a presteso, tra l’altro, alcuni gravi ed insensati attentati compiuti, tra il 1890 e il 1894, dalle frange estremiste del Movimento Indipendentista Armeno. La situazione stava precipitando. Nel 1894, un affiliato del Hunchak, un certo Murat, convinse le popolazioni di montagna armene del distretto di Sassun a non pagare ai capi curdi locali l’odioso "hafir", o contributo per la protezione. L’"hafir" era in realtà una forma di estorsione regolarizzata dal governo turco a tutto beneficio dei curdi che in questo modo potevano arricchirsi alle spalle dei contadini e dei montanari armeni.
L’11 marzo 1895, Gran Bretagna, Francia e Russia, scandalizzate dall’inasprirsi delle misure anti-armene, cambiarono improvvisamente atteggiamento, intimando al Sultano di concedere alla minoranza cristiana una forma di seppur limitata autonomia. La richiesta venne respinta da Hamid che per contro intensificò la sua politica repressiva, giungendo a compiere vere e proprie stragi di armeni, anche nelle principali città dell’Impero. Secondo precise testimonianze dell’epoca, riportate da diplomatici italiani, francesi, inglesi e americani, in più di un’occasione, le truppe turche e curde saccheggiarono villaggi, rubarono bestiame, violentarono donne e bambini, costringendo non di rado i prelati armeni a riunirsi nelle loro chiese alle quali appiccarono fuoco dopo averne inchiodato le porte. Tra il 1894 e il 1896, le forze ottomane e curde eliminarono nei modi più barbari dai 200 ai 250.000 armeni. Questa ondata di violenza raggiunse livelli tali da indurre l’Inghilterra, la Francia e gli Stati Uniti, ad invocare la destituzione del Sultano. Dal canto suo, sia lo zar che il kaiser Guglielmo II, che nel 1889 aveva già effettuato una visita di stato nella capitale del Bosforo, decisero invece di mantenere un atteggiamento neutrale nei confronti del Sultano. L’atteggiamento del kaiser scaturiva da ben precise considerazioni di carattere politico ed economico. Guglielmo II era infatti desideroso di portare a termine la costruzione della linea ferroviaria Berlino-Baghdad: un’arteria che, una volta ultimata, avrebbe consentito alla Germania di intensificare i suoi scambi commerciali con la Turchia e, soprattutto, di consentire all’Impero tedesco di allargare la sua sfera di influenza verso il Medio Oriente, la Mesopotamia e il Golfo Persico.
L’ultimo decennio del regno di Abd ul-Hamid fu caratterizzato da una situazione politica, economica e sociale interna molto incerta densa di difficoltà, destinata a sfociare in gravi sommosse. Verso la fine dell’800, in alcuni circoli di Salonicco, un gruppo di giovani ufficiali dell’esercito, i Liberi Massoni, assieme ad alcuni esiliati politici turchi confluiti nella società segreta di Unione e Progresso, iniziarono a tramare contro il vecchio potere centrale assolutista. In seguito, il cosiddetto Movimento dei Giovani Turchi andò però ben oltre, auspicando l’eliminazione del sultano e avviando un ambizioso, rapido e radicale processo di modernizzazione socio-politica, economica e culturale dell’Impero. La rivolta, capeggiata da un gruppo di giovani ufficiali favorevoli ad una sorta di "occidentalizzazione" dell’Impero, scoppiò nel 1908, a Monastir.
Il 23 luglio dello stesso anno, il Comitato Centrale di Unione e Progresso intimò al Sultano di ripristinare immediatamente la Costituzione del 1876 (da lui soppressa nel 1878), intimando di marciare con l’esercito su Costantinopoli. Il Sultano questa volta cedette e la Costituzione venne ripristinata ufficialmente il 24 luglio 1908. Seguì un breve periodo di euforia con grandi
festeggiamenti a Costantinopoli, Damasco, Baghdad e nelle città e regioni popolate dalle minoranze etniche e religiose armene, ebraiche, slave e arabe che vedevano nella rivolta militare contro il Sultano l’inizio di un nuovo periodo caratterizzato da maggiori libertà. Effettivamente, in un primo tempo, i giovani ufficiali turchi proclamarono che mussulmani, cristiani ed ebrei non sarebbero più stati divisi e avrebbero contribuito, tutti insieme e su uno stato di completa parità, alla gloriosa rinascita economica e sociale della nazione ottomana.
Nel 1909, dopo un fallito tentativo controrivoluzionario condotto dai sostenitori del regime assolutista di Hamid, gli ufficiali "modernisti" guidati da Taalat Pascià deposero definitivamente Hamid, costringendolo a lasciare il posto a suo fratello Muhammad (Mehemet) V. (3) E quest’ultimo, non volendo seccature, accettò di buon grado le direttive degli ufficiali rivoluzionari che, nel frattempo, avevano però cominciato ad elaborare programmi a forte contenuto nazionalista e razzista, rimangiandosi tutte le promesse di libertà (subito dopo la caduta di Hamid, i Giovani Turchi avevano dato vita ad un regime parlamentare, concedendo ad elementi cristiani, ebrei e arabi di entrare nella pubblica amministrazione e di prestare servizio nell’Esercito). Tuttavia, dopo la sconfitta subita ad opera dell’Italia nel 1912 e i rovesci subiti nell’ambito della Prima Guerra Balcanica, il 26 gennaio 1913 si verificò a Costantinopoli un nuovo colpo di stato. Enver Pascià, Taalat Pascià e Ahmed Jemal presero con la forza il potere dando vita ad una sorta di triumvirato. Abbandonati ben presto gli ideali liberali e parlamentari, i Giovani Turchi avviarono un capillare processo di "turchizzazione" dell’Impero Ottomano (una strategia politica che faceva perno sui principi del "pan-turanismo", una corrente ideologica della "rinascita ottomana" sostenuta da Ziya Gok Alp, discepolo del sociologo francese Emile Durkheim). Imbevuti di questa dottrina, che magnificava le virtù degli antichi statisti, guerrieri e condottieri turchi, il mai completamente sopito e sostanziale atteggiamento di intolleranza dei Giovani Turchi nei confronti delle minoranze dell’Impero, soprattutto quella armena cristiana, iniziò ad emergere con estremo vigore. E verso la primavera del 1914, proprio alla vigilia dello scoppio della Prima Guerra Mondiale, la Giunta dei Giovani Turchi, iniziò a pianificare scientificamente quello che si sarebbe ben presto rivelato il primo "genocidio" programmato dell’era moderna. Dopo l’entrata in guerra dell’Impero Ottomano (29 ottobre 1914) a fianco degli Imperi Centrali, la comunità armena, allo scuro delle manovre segrete dei Giovani Turchi, volle dimostrare a Costantinopoli la sua fedeltà alla nazione ottomana. E nell’estate del 1914, ad Erzerum, in occasione dell’ottavo congresso del partito Dashnak, i leader del più forte movimento indipendentista armeno invitarono tutti gli iscritti ad assolvere ai loro doveri di fedeli sudditi e soldati dell’Impero. Nel giro di poche settimane ben 250.000 armeni si arruolarono nelle forze armate turche, dimostrando, già a partire dalla sfortunata campagna, scatenata nel successivo mese di dicembre da Enver nel Caucaso contro i russi, una assoluta lealtà nei confronti del governo che, nel frattempo, stava ultimando i preparativi per scatenare contro di essi un vero e proprio massacro a sorpresa.
All’inizio del 1915, nel corso di una riunione segreta del Comitato di Unione e Progresso, il segretario esecutivo Nazim concluse testualmente i lavori: "Siamo in guerra; e non potrebbe verificarsi un’occasione migliore per sterminare tutta la popolazione armeno. In un momento come questo è estremamente improbabile che vi siano interventi da parte delle grandi potenze e proteste da parte della stampa; e se anche ciò accadesse tutti si troverebbero di fronte ad un fatto compiuto". Un altro dei presenti, Hassan Fehmin, aggiunse poi. "Siamo nelle condizioni ideali per spedire sul fronte caucasico tutti i giovani armeni ancora in grado di imbracciare un fucile. E una volta là, possiamo intrappolarli e annientarli con facilità, chiusi come saranno tra le forze russe che si troveranno davanti e le forze speciali che piazzeremo alle loro spalle". In quella data il Comitato decise che "lo sterminio degli armeni" sarebbe stato affidato ad una speciale Commissione a tre, comprendente lo stesso segretario esecutivo Nazim, Behaettin Shakir e il Ministro della Pubblica Istruzione, Shoukri, sotto il diretto controllo di Taalat Pascià. La commissione istituì a sua volta la cosiddetta "Organizzazione Speciale" (Teshkilate Makhsusa) nella quale entrò a fare parte una folta schiera di ex detenuti e di delinquenti ai quali venne promessa la libertà in cambio di loschi servigi.
All’inizio della primavera 1915, i capi turchi scatenarono l’esercito e le solite bande curde contro gli indifesi villaggi armeni che vennero depredati. Successivamente, bande armate curde e reparti dell’esercito e della polizia, incominciarono ad arrestare - accusandoli di connivenza con il nemico russo - tutti gli esponenti dei vari partiti armeni. Nel giro di poche settimane, decine di migliaia di cristiani vennero imprigionati e sottoposti a spaventose e documentate torture. I curdi mussulmani si accanirono in modo particolare contro i sacerdoti ai quali vennero strappati gli occhi, le unghie e i denti con punteruoli roventi e tenaglie. Gevdet Bey, vali della città di Van e cognato del Ministro della Difesa Enver Pascià, fu visto dare ordine ai suoi uomini di inchiodare ferri di cavallo ai piedi delle vittime, costringendo poi quei disgraziati ad effettuare improbabili danze mortali. Il 24 aprile 1915, a Costantinopoli, nel corso di una gigantesca retata, circa 500 esponenti del Movimento Armeno vennero incarcerati e poi strangolati con filo di ferro nel profondo di sordide segrete. (4) Stando ad un rapporto ufficiale del console statunitense ad Ankara, nel luglio 1915, duemila soldati di etnia armena, reduci dalla campagna del Caucaso, vennero improvvisamente disarmati dai turchi e spediti in catene nella regione della città di Kharput con il pretesto di utilizzarli nella costruzione di una strada. Ma giunti in una vallata, i militari armeni vennero circondati da un battaglione della polizia turca e massacrati a colpi di moschetto. Tutti i cadaveri vennero poi scaraventati in una profonda grotta. Identico destino toccò ad altri 2.500 militari armeni, anch’essi condotti nei pressi di una cava di pietra, in località Diyarbakir, e lì trucidati da un grosso reparto misto formato da soldati e miliziani curdi. Sempre secondo i resoconti dei diplomatici statunitensi, i corpi delle vittime vennero seviziati, spogliati e lasciati a marcire nella cava. Nel giugno 1916, dopo avere eliminato circa 150.000 militari di origine armena, i turchi decisero di fare fuori anche un terzo degli operai armeni impiegati nella costruzione e manutenzione dell’importante linea ferroviaria Berlino-Costantinopoli-Baghdad. Ma a questo punto, gli alleati tedeschi e austriaci, che da tempo avevano palesato il loro disappunto per le orrende carneficine, denunciarono finalmente, e in maniera ufficiale, le atrocità turche. L’ambasciatore tedesco a Costantinopoli, il conte von Wolff-Metternich, si precipitò alla Sublime Porta, accusando direttamente Taalat Pascià e il Ministro degli Esteri Halil Pascià "di inutili crudeltà e persino di atti di sabotaggio". Tuttavia, le vibranti proteste dell’ambasciatore lasciarono impassibili i capi ottomani.
Fu allora che molti ufficiali e sottufficiali armeni, scampati ai massacri, tentarono di organizzare sui monti la resistenza. Nell’aprile 1915, nella città di Van, alcune migliaia di civili armeni riuscirono a disarmare la locale guarnigione turca, barricandosi nel nucleo urbano dove resistettero per molti giorni alla controffensiva ottomana e curda; fino all’arrivo, provvidenziale, di una divisione di cavalleria russa che nel mese maggio liberò dall’assedio quei disperati. Eguale successo ebbe poi la storica e ormai famosa resistenza del massiccio montuoso del Musa Dagh, nei pressi di Antiochia (Golfo di Alessandretta). Su questo acrocoro non meno di 4.000 armeni si trincerarono decisi a vendere cara la pelle. Resistettero per ben quaranta giorni agli attacchi dei reparti regolari dell’esercito ottomano e dei "volontari" civili turchi, segnando una delle pagine più eroiche della storia del popolo armeno.
Alla fine, proprio quando la resistenza sembrava dovere cedere di fronte alle preponderanza dell’avversario, i reduci vennero salvati dal provvidenziale arrivo nel Golfo di Alessandretta di una squadra navale francese che riuscì in gran parte a trarli in salvo (l’epopea del Musa Dagh venne in seguito narrata da Franz Werfel nel suo celebre romanzo storico "I quaranta giorni di Musa Dah"). Purtroppo, altri tentativi di resistenza non ebbero la medesima fortuna, come accadde ad di Urfa. Qui, tutta la guarnigione armena, composta di ex-militari e civili, dovette soccombere alle soverchianti forze ottomane che, a battaglia conclusa, massacrarono tutti i difensori ancora in vita, compresi i feriti.
Verso l’autunno del 1915, una volta eliminata la parte più giovane e combattiva della nazione armena, il Ministero degli Interni ottomano iniziò a pianificare lo sterminio di tutti gli adulti di età superiore ai 45 anni, che fino ad allora erano stati risparmiati perché ritenuti necessari al lavoro delle campagne, e degli ultimi prelati. Come testimonia questo brano tratto da un dispaccio inviato dal Ministro Taalat Pascià al governatore turco di Aleppo il 15 settembre 1915. "Siete già stato informato del fatto che il Governo ha deciso di sterminare l’intera popolazione armena…Occorre la vostra massima collaborazione…Non sia usata pietà per nessuno, tanto meno per le donne, i bambini, gli invalidi…Per quanto tragici possano sembrare i metodi di questo sterminio, occorre agire senza alcuno scrupolo di coscienza e con la massima celerità ed efficienza". Per risparmiare denaro e per razionalizzare al massimo l’operazione, la Giunta dei Giovani Turchi avviò una deportazione di massa (dalla quale talvolta vennero però risparmiati i medici o i tecnici utili al governo, come accadde nella città di Kayseri) in modo da concentrare in pochi siti isolati tutti gli armeni ancora in vita.
Una delle destinazioni prescelte fu la desolata e poverissima regione siriana di Deir al-Zor, dove, dopo una marcia a piedi di centinaia di chilometri, intere famiglie armene vennero ammassate e
trucidate nei modi più raccapriccianti, tanto da sollevare le inutili proteste di un gruppo di ufficiali tedeschi e austriaci che assistette a quei tragici eventi. Queste deportazioni vennero architettate anche per facilitare l’esproprio dei beni immobili armeni. Abbandonata la precedente prassi della distruzione dei villaggi, molti dirigenti del partito dei Giovani Turchi e moltissimi funzionari di polizia e comandanti delle famigerate bande a cavallo curde ebbero modo di arricchirsi proprio in virtù di questi lasciti forzati.
Nell’inverno del ’15 il rappresentante tedesco a Costantinopoli, conte Wolff-Metternich - che, come si è già detto, non aveva mai mancato di stigmatizzare "il crudele e controproducente comportamento degli ottomani nei confronti delle minoranze cristiane" -  denunciò, in una missiva inviata a Berlino, questa "orribile prassi", accusando nuovamente i Giovani Turchi di "tradimento nei confronti della comune causa tedesco-ottomana". L’ambasciatore tedesco agì in maniera talmente diretta da indurre Enver Pascià e Taalat Pascià a chiederne a Berlino la sua sostituzione, cosa che in effetti avvenne nel 1916. A testimonianza delle dimensioni del fenomeno "espropriazioni", dopo la fine della guerra, nel 1919, lo scrittore e storico tedesco J.Lepsius nel suo "Deutschland und Armenien" stimò che nel 1916 "i profitti derivati all’oligarchia dei Giovani Turchi e ai suoi lacché dai beni rapinati agli armeni fossero arrivati a toccare la cifra astronomica di un miliardo di marchi". Per onestà va comunque detto che, in certi casi, alcuni governatori (i vali) turchi, (come quello di Angora, città nella quale vivevano 20.000 armeni), mostrarono indubbia pietà nei confronti degli armeni, arrivando anche a disubbidire alle direttive del governo. Tanto che, nel luglio del ’15, il governatore di Ankara - che si era opposto agli stermini - venne subito rimosso e sostituito con un funzionario più zelante. Come il vali Gevdet che, nell’estate del ’15, a Siirt, a sud di Bitlis, "fece massacrare - come testimonia Rafael de Nogales, un mercenario venezuelano che nel 1915 si era arruolato nell’esercito turco - oltre 10.000 tra armeni, cristiani nestoriani e giacobiti, lasciando i loro corpi ignudi in pasto agli avvoltoi e ai cani randagi".
Identici resoconti possono riscontrarsi anche nei documenti e nelle memorie di numerosi addetti diplomatici tedeschi, americani, svedesi e anche italiani. Sull’edizione del quotidiano Il Messaggero di Roma (25 agosto 1915) venne pubblicata la denuncia del console generale a Trebisonda, Giovanni Gorrini. Costui affermò che "degli oltre 14.000 armeni legalmente residenti a Trebisonda all’inizio del 1915 (dal punto di vista religioso la comunità era composta da cristiani gregoriani, cattolici e protestanti, nda) il 23 luglio dello stesso anno non ne rimanevano in vita che 90. Tutti gli altri, dopo essere stati spogliati di ogni avere, erano stati infatti deportati dalla polizia e dall’esercito ottomani in lande desolate o in vallate dell’entroterra e massacrati". E intanto proseguiva senza soste la deportazione degli armeni destinati ai famigerati campi di raccolta (e di sterminio) della città di Deir al-Azor. Questi, privi di baracche, servizi igienici, iniziarono ad accogliere all’interno dei loro perimetri cintati da fitti sbarramenti di filo spinato sorvegliato da guardie armate, decine di migliaia di profughi. "Ben presto - come narra lo scrittore David Marshall Lang nel suo eccellente e ben documentato "Armeni, un popolo in esilio" - in questi recinti, rigurgitanti in gran parte di vecchi, donne e bambini, scoppiarono terribili epidemie di tifo e vaiolo che si allargarono a gran parte della popolazione siriana…Solo ad Aleppo, tra l’agosto 1916 e l’agosto 1917, circa 35.000 persone morirono di tifo". Epidemie che si rivelarono talmente devastanti da mettere in allarme lo stesso generale Otto Liman von Sanders, comandante delle forze turco-tedesche in Medio Oriente. Questi, nel 1916, cercò di attivare, attraverso il suo Servizio Sanitario, una qualche forma di assistenza, sempre contrastato dalle autorità ottomane che, accecate dall’odio verso gli armeni, non si rendevano conto dell’immane disastro che avevano provocato. In terra siriana, qualche centinaio di ragazzine e di bambini armeni riuscì però a scampare alla morte per fame, malattia o alle fucilate degli aguzzini turchi. Le ragazze, soprattutto le più giovani e graziose, vennero infatti vendute per poche piastre ad alcuni possidenti arabi che le rinchiusero nei bordelli, non prima di averle fatte convertire forzatamente all’Islam.
Nell’autunno del 1918, quando le forze inglesi del generale Edmund Allenby dopo avere sconfitto i turco-tedeschi a Megiddo, occuparono la Palestina e la Siria, trovarono ancora in vita alcune decine di queste derelitte, tutte marchiate a fuoco dagli stenti e dalle malattie veneree. Sorte ancora peggiore toccò ai bambini armeni rinchiusi nei campi siriani. Gran parte di questi vennero infatti sottratti alle madri e inviati anch’essi in bordelli per omosessuali o in speciali orfanotrofi per essere rieducati come turchi mussulmani da Halidé Edib Adivart, una mostruosa virago alla quale il governatore della Siria aveva affidato il compito di "raddrizzare la schiena alla ribelle gioventù armena".
Nonostante tutto, il governo ottomano non si reputava ancora soddisfatto della risoluzione del "problema armeno". Nei campi, "i cristiani infedeli morivano troppo lentamente". Nel 1916, Enver Pascià, Taalat Pascià e Ahmed Gemal diedero quindi un ulteriore giro di vite alla loro politica di sterminio, intimando ai loro governatori e capi di polizia di "eliminare con le armi, ma se possibile, con mezzi più economici, tutti i sopravvissuti dei campi siriani e anatolici".
In questa seconda fase del massacro ebbe modo di distinguersi proprio il governatore del distretto di Deir al-Azor, certo Zekki, che ogni mattina era solito "cavalcare nei campi tra i profughi, tirare su un bambino, farlo roteare in aria, e scagliarlo contro le rocce". Zekki - secondo quanto scrive J. Bryce (autore di "The Treatment of Armenians"), "rinchiuse 500 armeni all’interno di una stretta palizzata, costruita su una piana desertica, e li fece morire di fame e di sete". E a dimostrazione dello zelo di questo governatore, basti pensare che, durante l’estate del 1916, i suoi uomini eliminarono oltre 20.000 armeni. Taalat Pascià, divenuto Gran Visir, arrivò addirittura a vantarsi dell’efficienza del suo governatore con l’esterrefatto ambasciatore americano Morgenthau, al quale egli ebbe anche l’ardire di chiedere "l’elenco delle assicurazioni sulla vita che gli armeni più ricchi
(deceduti nei campi di sterminio) avevano precedentemente stipulato con compagnie americane, in modo da consentire al Governo di incassare gli utili delle polizze".
Intanto, nelle regioni orientali e settentrionali dell’Impero Ottomano, la situazione delle comunità armene che erano riuscite a trovare rifugio nelle valli del Caucaso si fece improvvisamente drammatica. In seguito alla rivoluzione bolscevica del 1917, l’esercito russo aveva infatti iniziato a ritirarsi dall’Anatolia orientale e dalla Ciscaucasia, abbandonando gli armeni al loro destino. Rioccupata l’importante città-fortezza di Kars, le forze ottomane, ormai libere di agire, iniziarono una meticolosa caccia all’uomo, arrivando a sopprimere circa 19.000 persone in poche settimane. Identica sorte che toccò a quei profughi cristiani che, rifugiatisi preventivamente in Transcaucasia, soprattutto in Georgia e nella regione caspica di Baku, vennero massacrati dalle locali minoranze mussulmane tartare e cecene. Nel settembre del ’18, nella sola area di Baku furono eliminati 30.000 armeni. Ma la guerra stava volgendo ormai al termine e nell’imminenza del crollo della Sublime Porta, i responsabili turchi delle stragi iniziarono a sparire nell’ombra, onde evitare il peggio. Quando, nell’ottobre 1918, la Turchia si arrese alle forze dell’Intesa, i principali dirigenti e responsabili del partito dei Giovani Turchi e del Comitato di Unione e Progresso vennero arrestati dagli inglesi e internati per un breve periodo a Malta.
Successivamente, un tribunale militare turco condannò a morte, in contumacia, Enver Pascià, Ahmed Gemal e Nazim, accusati di avere architettato e portato a compimento, tra il 1914 e il 1918, l’olocausto armeno. Ormai espatriati, nessuno dei condannati finì però nelle mani della giustizia regolare. Ci pensò il destino e, come spesso accade, lo spirito vendicativo dell’uomo a colpire chi si era macchiato di tanti efferati crimini. Il 15 marzo 1921, Taalat Pascià, forse il più crudele dei tre triumviri di Costantinopoli, venne assassinato a Berlino da uno studente armeno, tale Soghomon Tehlirian (che venne processato da un tribunali tedesco e successivamente assolto); sorte che toccò il 21 luglio 1922 anche ad Ahmed Gemal, ucciso da un altro giovane armeno a Tbilisi, in Georgia. "Strana e sotto molti aspetti decisamente consona al personaggio fu invece la fine di Enver Pascià, il più intelligente e "idealista" dei tre: il "Piccolo Napoleone" dell’Impero, il propugnatore fanatico e determinato del Pan-Turanismo" (D.M. Lang).
Rifugiatosi tra le tribù turche della remota regione asiatica centrale di Bukhara, dove pensava di portare a compimento la realizzazione del suo sogno, cioè la creazione di una Grande Nazione Turca, agli inizi degli anni Venti Enver si mise a capo di una rivolta turco-mussulmana contro il potere sovietico. Ma il 4 luglio 1922, egli venne circondato con il suo piccolo esercito da un grosso reparto bolscevico (combinazione guidato da un ufficiale armeno) e ucciso. Con la morte di Enver tramontava per sempre il progetto revanchista, di chiara matrice nazionalista e razzista, che non soltanto aveva trascinato la Turchia nel disastro del Primo Conflitto, ma che aveva contribuito a riaccendere l’atavico e mai sopito odio della popolazione turca nei confronti della minoranza armena cristiana. Oggi, a distanza di tanti anni, quell’impetuoso rigurgito di intolleranza etnico-religiosa che scatenò la persecuzione contro gli armeni, sta - paradossalmente - interessando un’altra minoranza, quella curda, che da colpevole fiancheggiatrice di una strage si è trasformata a sua volta in vittima di una logica di persecuzione assurda e spietata.

(Autore: Alberto Rosselli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santi Martiri del Genocidio Armeno, pregate per noi.     

 

*Santi Maurizio, Giorgio e Tiberio - Martiri a Pinerolo (24 aprile)
Nord-Africa, III secolo
Emblema:
Palma
Un’antica leggenda locale, raccolta dagli scrittori subalpini dei secc. XVI-XVIII e ormai quasi completamente spenta, assegna a Pinerolo tre santi: Maurizio, Giorgio e Tiberio, i quali, scampati all’eccidio dei loro commilitoni della legione tebea, sarebbero pervenuti nelle terre presso Pinerolo e qui avrebbero trovato gloriosa la morte, dopo averne cristianizzato gli abitanti.
Questa tradizione si collega ad altre leggende locali, secondo cui anche altri soldati tebei, quali San Secondo e San Valeriano, avrebbero incontrato il martirio rispettivamente nei vicini paesi di S. Secondo e di Cumiana.
Tuttavia l’attribuzione dei nostri santi alla legione tebea è stata messa in forse, al principio del XX secolo, da F. Alessio, il quale ha supposto una loro origine locale, ritenendo che, probabilmente, essi vennero martirizzati ad opera di qualche banda saracena durante una delle tante tremende scorrerie a cui quei predoni sottoposero il Piemonte nel corso del sec. X. D’altra parte anche il Baldesano aveva ascritto fra i tebei soltanto San Tiberio, ignorando gli altri due.
In verità dei predetti santi non sappiamo nulla di certo. Gli stessi scrittori che se ne sono occupati hanno sempre dovuto rilevare la mancanza di documenti, anche se hanno giustificato il fatto con le devastazioni, effettivamente subite, dall’Archivio e dalla Biblioteca dell’abbazia di S. Maria di Pinerolo, principale centro di culto dei tre santi, durante le lotte di religione e le guerre che insanguinarono il Piemonte nei secc. XV-XVII.
Una tradizione, ancora viva al principio del secolo scorso, indicava come luoghi del martirio le valli di Angrogna e di Luserna e precisava che s. Giorgio era morto a Pralafera, dove successivamente la pietà dei fedeli innalzò una cappelletta in suo onore. Inoltre una famiglia signorile del luogo, i Luserna-Bigliori, che fin dal 1200 godevano del patronato sulla cappella, avevano aggiunto al proprio nome l’appellativo di San Giorgio.
Comunque non è difficile trovare chiese, cappelle e località pinerolesi intitolate a San Giorgio e a San Maurizio nelle antiche carte e pergamene, a partire dalle primissime del 999 e del 1064.
Ma il principale fondamento al culto dei nostri santi era costituito dalle reliquie che da tempi remoti gelosamente si custodivano nella chiesa maggiore dell’abbazia di S. Maria di Pinerolo.
Abbiamo notizia di una prima e solenne loro traslazione avvenuta al tempo dell’abate commendatario, card. V. Lauro (1585-1589), il quale le aveva fatte riporre presso l’altare di San Biagio. Una seconda traslazione e ricognizione fu fatta per disposizione del card. Borghese il 22 settembre 1627 dal vescovo di Vercelli, Giacomo Goria, ed infine una terza, il 5 aprile 1657, da mons. Michelangelo Broglia.
Per i secc. XV-XVIII documenti e scrittori attestano la grande devozione prestata alle reliquie da numerose schiere di fedeli provenienti da tutte le parti del Pinerolese con enorme concorso di pubblico il 24 aprile, festa dei santi.
Dopo la soppressione del monastero, avvenuta durante la dominazione napoleonica, anche la devozione cominciò ad attenuarsi progressivamente fino a scomparire. Vi contribuì l’incuria dei parroci, uno dei quali nel 1877 tolse le reliquie dalla custodia e le lasciò in abbandono.
Oggi, risultano disperse.
(Autore: Antonio Parisi – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santi Maurizio, Giorgio e Tiberio, pregate per noi.

   

*San Mellito di Canterbury - Arcivescovo (24 aprile)
Martirologio Romano:
A Canterbury in Inghilterra, San Mellíto, vescovo, che, mandato dal Papa San Gregorio Magno in Inghilterra come abate e ordinato poi da Sant’Agostino come vescovo dei Sassoni orientali, giunse, dopo molte avversità, alla illustre sede di Canterbury.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Mellito di Canterbury, pregate per noi.


*Santa Salomè - Madre degli Apostoli Giacomo e Giovanni (24 aprile)

sec. I
Patronato:
Veroli (FR)
Etimologia: Salomè = felice, dall'aramaico; pace, dall'ebraico
Martirologio Romano: A Gerusalemme, commemorazione delle Sante donne Maria di Cleofa e Salomè, che insieme a Maria Maddalena vennero la mattina di Pasqua al sepolcro del Signore per ungere il suo corpo e per prime udirono l’annuncio della sua risurrezione.
La Santa oggi festeggiata non ha nulla a che vedere con l’omonima donna citata dall’evangelista Marco (Mc 6, 21-28) quale mandante dell’omicidio di San Giovanni Battista.
Santa Salomè, secondo il Martyrologium Romanum che fa riferimento alle esplicite citazioni evangeliche, fu con Santa Maria di Cleofa, anch’essa commemorata in data odierna, e Santa Maria Maddalena una delle prime discepole del Signore che la mattina di Pasqua si recarono al sepolcro ed ascoltarono così l’annunzio della Risurrezione.
Ecco i passi del Vangelo di Marco ove compare per due sole volte il nome di Salomè: “C’erano là
anche alcune donne che osservavano a distanza, tra le altre: Maria di Magdala, Maria madre di Giacomo il Minore e di Giuseppe e Salome” (Mc 15, 40) e “Passato il sabato, Maria di Magdala, Maria madre di Giacomo e Salome comprarono aromi per andare a imbalsamare Gesù” (Mc 16, 1).
La tradizione è però solita identificare in Santa Salomè anche quella anonima donna citata due volte dall’evangelista Matteo quale moglie di Zebedeo e quindi madre degli apostoli Giacomo e Giovanni: “Tra esse c’era Maria di Magdala, Maria madre di Giacomo e di Giuseppe e la madre dei figli di Zebedeo” (Mt 27, 56) e “Allora la moglie di Zebedeo insieme con i suoi due figli si avvicinò a Gesù e si gettò ai suoi piedi per chiedergli qualcosa” (Mt 20, 20).
Un’ulteriore fantasiosa leggenda vorrebbe identificare Salomè anche con la suocera di San Pietro guarita da Gesù: “Subito dopo, uscirono dalla sinagoga e andarono a casa di Simone e di Andrea, insieme con Giacomo e Giovanni.
La suocera di Simone era a letto, colpita dalla febbre. Appena entrati, parlarono di lei a Gesù. Egli si avvicinò alla donna, la prese per mano e la fece alzare.
La febbre sparì ed essa si mise a servirli”. (Mc 1, 29-31)
Le numerose leggende nate sul suo conto, come d’altronde anche sui vari altri personaggi evangelici, narrano che dopo l’Ascensione del Signore gli apostoli si misero in viaggio per annunziare il Vangelo agli altri popoli.
Salomè, dopo un lungo pellegrinaggio in compagnia di San Biagio e San Demetrio giunse presso Veroli, oggi in provincia di Frosinone. La Santa, stanca del viaggio, chiese ospitalità ad un pagano, poi battezzato con il nome Mauro, a poca distanza dalle mura della città.
I suoi compagni entrarono invece nella città e subirono il martirio. Salomè rimase a casa di Mauro, lo convertì al cristianesimo e dopo circa sei mesi morì, il 3 lugio di un anno imprecisato.
Con riverenza Mauro raccolse le spoglie per la sepoltura, le racchiuse in una urna di pietra, sulla quale incise le parole: “Hae sunt reliquiae B. Mariae Matris apostolorum Jacobi et Joannis”. Impaurito dall’eventualità di subire anch’egli il martirio per mano pagana, Mauro trovò rifugio nella Grotta di Paterno, ove morì dopo tre giorni. Parecchio tempo dopo alcuni pagani trovarono l’urna contenente le reliquie della santa ed informarono il preside: questi, credendo vi fosse nascosto un tesoro, ordinò di aprirlo, vi trovò i resti della santa, ma senza fare attenzione all’epigrafe ordinò di con disprezzo di gettarli sulla piazza.
Nel frattempo un uomo greco pensò di salvare il prezioso tesoro dopo aver letto l’iscrizione e di notte furtivamente raccolse tutte le ossa, le avvolse in un panno e le portò fuori la Città presso le mura. Quindi sulla pietra e su una carta scrisse le parole: “Maria Mater Joannis Apostoli et Jacobi ene ista”.
Infine nascose tutto fuori la città presso una rupe in attesa di portarsi l’urna nella sua patria, dopo che fosse tornato da un viaggio a Roma. Causa imprevisti l’uomo non poté però effettuare il suo progetto ed il corpo fu ritrovato nel 1209 da un certo Tommaso, a cui San Pietro e successivamente Santa Salomè apparvero in sogno e rivelarono la storia e il luogo della sepoltura.
Il ritrovamento avvenne il 25 maggio e “Tre giorni dopo furono presenti sul luogo il Vescovo di Penne, l’abate di Casamari e l’abate di Sant’Anastasia in Roma con alcuni suoi monaci. Mentre i due Vescovi sollevavano in alto le Reliquie per mostrarle alla folla convenuta in numero di quasi cinque mila uomini, da un osso della tibia si vide sgorgare vivo sangue, come non avviene per le ossa aride separate dalle carni da tanti anni. Nel vedere ciò, tutto il Popolo rese grazie a Dio”.
La testa e le braccia furono legate in teche di argento e conservate nella tesoreria della cattedrale, mentre le altre ossa furono messe in una piccola urna che venne custodita sotto l’altare del piccolo oratorio che venne edificato sul luogo del ritrovamento. Più tardi si costruì sopra l’oratorio l’attuale basilica.
Durante il terremoto del 1350 la chiesa subì gravi danni e le reliquie furono traslocate nella Cattedrale, per tornare di nuovo alla basilica nel 1742.
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Salomè, pregate per noi.


*San Vilfrido di York - Vescovo (24 aprile)
Martirologio Romano:
A York nella Northumbria, in Inghilterra, San Vilfrido, vescovo, che esercitò per quarantacinque anni con grande impegno il suo ministero e, costretto ripetutamente a cedere ad altri la sua sede, terminò in pace i suoi giorni tra i monaci di Ripon, dei quali era stato abate.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Vilfrido di York, pregate per noi.


*Altri Santi del giorno (24 Aprile)
*xxx
Giaculatoria - Santi tutti, pregate per noi


 
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