Santi del 24 Febbraio - Istituto Aveta

Vai ai contenuti

Menu principale:

Santi del 24 Febbraio

Il mio Santo > I Santi di Febbraio

*Beato Arnaldo da Carcassona - Mercedario (24 febbraio)
XIII secolo
Cugino del Santo Padre Fondatore Pietro Nolasco, il Beato Arnaldo da Carcassona, prese l’abito Mercedario nello stesso giorno della fondazione dell’Ordine.
Resse come secondo il monastero di Valenza (Spagna) e promosse la disciplina monastica non tanto con l’insegnamento delle regole ma con l’esercizio delle virtù.
Impose l’abito dell’Ordine a San Pietro Pascasio nella Cattedrale di Valenza nell’anno 1250.
L’Ordine lo festeggia il 24 febbraio.  
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Arnaldo da Carcassona, pregate per noi.


*Beata Ascensione del Cuore di Gesù (Florentina Nicol Goñi) - Cofondatrice (24 febbraio)
Tafalla, Navarra (Spagna), 14 marzo 1868 - Pamplona, Navarra (Spagna), 24 febbraio 1940
La spagnola Madre Maria Ascension del Cuore di Gesù (al secolo Florentina Nicol Goñi) aiutò in Perù il Vescovo Ramòn Zubieta nella fondazione delle Suore Domenicane del Santissimo Rosario.
Dichiarata Venerabile il 12 aprile 2003 da Papa Giovanni Paolo II, è stata Beatificata il 14 maggio 2005 dal Cardinal José Saraiva Martins, prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi.
Dopo moltissimi anni, in cui le beatificazioni venivano celebrate dal Papa e dopo le migliaia di Beati proclamati dal defunto Giovanni Paolo II nei suoi 27 anni di pontificato, dal 14 maggio 2005 con il nuovo Papa Benedetto XVI, si è ritornati all’antica consuetudine delle Beatificazioni, approvate dal Papa ma celebrate da Cardinali incaricati, anche in sede diocesana e nazionale.
Ad inaugurare questa nuova procedura, sono state le due beatificazioni del 14 maggio 2005, celebrate a Roma dal Cardinale José Saraiva Martins, Prefetto delle Congregazione per le Cause dei Santi; le due Beate sono: Madre Ascensione del Cuore di Gesù (Florentina Nicol Goñi) e Madre Marianna Cope ambedue religiose.
La Beata Ascensione del Cuore di Gesù, al secolo Florentina Nicol Goñi, nacque a Tafalla, Navarra (Spagna) il 14 marzo 1868, ultima figlia dei coniugi Juan Nicol commerciante di calzature e Agueda Goñi; la neonata al battesimo ricevé il nome di Florentina in omaggio alla Santa che si festeggiava quel giorno. Ricevette un’educazione appropriata al suo stato sociale a Huesca, nel centro educativo gestito dalle religiose Domenicane del Terzo Ordine e conosciuto come il Beaterio di Santa Maria Maddalena e Santa Rosa; qui sbocciò la sua vocazione religiosa.
A 17 anni, il 22 ottobre 1885 fu ammessa nella comunità delle religiose di Santa Rosa di Huesca, completò felicemente il Noviziato, avvertendo che quella era la sua strada; piena di fervore voleva diventare sempre di più una sposa di Cristo, nel 1886 dopo un anno fece la sua professione prendendo il nome di Ascensione del Sacro Cuore di Gesù.
Nel 1907 ebbe l’incarico di direttrice dell’Esternato, alle giovani allieve esterne Suor Ascensione diede con il suo carattere gioioso e allegro, tanto affetto e familiarità, che alla Superiora sembrò eccessiva per l’educazione che si doveva impartire, pertanto per correggerla la spostò in un incarico lavorativo, dove non c’era contatto con le fanciulle.
Passata questa prova, forte della pratica dell’obbedienza, ritornò all’insegnamento. Nel 1912 il Governo spagnolo chiuse la scuola Normale di Santa Rosa di Huesca e le Suore si trovarono senza più il sostegno economico, derivante dalle rette e soprattutto dell’impegno apostolico della formazione delle future maestre di scuola.
In questo periodo ci fu il primo incontro di Madre Ascensione con il Padre Domenicano Ramón Zubieta, venuto al convento di Huesca per cercare religiose disposte a lavorare nella missione di Urubamba in Perù.
Questa richiesta incontrò la già favorevole intenzione della Congregazione delle Suore Domenicane di Santa Rosa, di inviare in America le Suore di Huesca private della loro scuola.
Mentre il Consiglio della Casa religiosa preparava il progetto, il Padre Zubieta riceveva a Roma l’ordinazione episcopale come Vescovo di Aráa il 15 di agosto 1913. Il 17 novembre 1913 cinque Suore del Beaterio di Santa Maria Maddalena e di Santa Rosa, partirono per il Perù, arrivando a Lima il 30 dicembre 1913.
Il convento di Nostra Signora del Patrocinio di Lima, le accolse per iniziare sotto la guida di Mons. Zubieta, l’apostolato nella prefettura apostolica di Santo Domingo del Urubamba y Madre de Dios; Madre Ascensione fu nominata dal Vescovo Superiora responsabile, questo suscitò la reazione delle Suore peruviane e quindi si procedette ad organizzare una regolare elezione da parte delle Suore tutte, Madre Ascensione fu confermata con larga maggioranza.
Il processo di integrazione fu abbastanza spinoso e la sua presenza nel Beaterio del Patrocinio dovette essere costante, le difficoltà sembravano insormontabili ma lei confidò in Dio sua consolazione; non le mancò il senso di solitudine e l’aridità spirituale.
Sollecitati dal Maestro Generale dell’Ordine dei Predicatori Padre Theissling, giunto a Lima in visita canonica nel 1918, il quale raccomandò di procedere nell’istituzione di una nuova Congregazione, già avviata con decreto diocesano del 1917.
Il Padre Domenicano Osende lavorò nell’elaborare le Costituzioni e accelerò il processo giuridico, così il 27 settembre 1918 furono approvate le prime Costituzioni e il 5 ottobre fu eretta in Lima, la Congregazione delle “Missionarie Domenicane del SS. Rosario” e Madre Ascensione del Sacro Cuore di Gesù, fu nominata Superiora Generale, si decise nel contempo che il Noviziato fosse svolto a Pamplona in Spagna.
Insieme a Mons. Ramón Zubieta si recò a Roma dal Papa Benedetto XV, dove poterono trattare di tutti quei problemi che potevano essere risolti dalla Santa Sede; il 25 marzo 1921 la Congregazione fu aggregata all’Ordine dei Predicatori.
Intanto l’intensa attività missionaria del Vescovo Zubieta, lo minò nel fisico e la sua salute cedette, morì a 57 anni il 19 novembre del 1921.
Madre Ascensione negò sempre di essere la Fondatrice, perché per lei il fondatore era Mons. Zubieta, però alla morte di questi, si trovò ad assumere tutta la responsabilità della nascente Congregazione, il suo carisma e i suoi scopi missionari ed educativi.
Nel 1924 fu inaugurato il Collegio di Sonsonete in El Salvador, che marcò la spinta espansiva verso altre terre di missione; altri collegi furono aperti in seguito per sopperire alla necessità scolastiche locali, nel 1926 a Cuzco, nel 1928 ad Arequipa, nel settembre 1932 si arrivò in Cina, mentre il Beaterio di Santa Rosa di Saragozza si incorporò alla Congregazione.
Madre Ascensione fu eletta Superiora per due volte nei Capitoli Generali; ma nel 1939 ormai di 71 anni, rifiutò la terza rielezione, ritenendo di non poter più sopportare il peso di tanta responsabilità e le esigenze di una Congregazione così diffusa e numerosa, che toccava ormai tre continenti.
Allo stremo delle forze, si ammalò gravemente il 6 gennaio 1940 e il 22 gennaio visto le sue condizioni, ricevé il Viatico e l’Estrema Unzione; sopportando pazientemente le acute sofferenze, morì santamente il 24 febbraio 1940 nella Casa di Pamplona in Spagna.
Il 24 aprile 1968 ci fu l’apertura del processo ordinario per la sua Beatificazione; dichiarata "Venerabile’" il 12 aprile 2003 da Giovanni Paolo II, è stata Beatificata nel 2005.
Celebrazione liturgica il 24 febbraio.
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Ascensione del Cuore di Gesù, pregate per noi.

 

*Beata Berta di Valperga - di Busano - Badessa (24 febbraio)

+ Busano, Torino, 1195
La Beata Berta era figlia di Emilia della Rovere e di Arduino II, Conte di Valperga.
Inoltre era sorella del Beato Arduino, Vescovo di Torino e di Matteo il Grande, padre del Beato Bonifacio Vescovo di Aosta.
In giovane età si consacrò a Dio nell’Ordine Benedettino nel Monastero di Busano.
Venne eletta Badessa, e come tale, ottenne dalla madre un aiuto concreto per urgenti riparazioni agli edifici e per il mantenimento di 15 religiose.
La nostra Badessa è ricordata in particolare per il dono della profezia.
Morì a Busano nel Canavese nel 1195.  É ricordata il 24 febbraio.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Berta di Busano, pregate per noi.

 

*Beato Costanzo Servoli da Fabriano - Domenicano (24 febbraio)
Fabriano ? - Ascoli, 1481
Fu un Religioso tutto dedito alla preghiera: oltre all'Ufficio divino era solito celebrare ogni giorno l'intero Ufficio dei defunti.
Uomo di vita austera e zelante nel promuovere la pace, fu tra coloro che con maggior successo riformarono la vita regolare nell'Ordine.
Morì il 24 febbraio ad Ascoli Piceno, dove il suo corpo è ancora venerato nella chiesa di San Pietro Martire; mentre il suo capo si trova nella cattedrale di Fabriano.
Martirologio Romano: Ad Ascoli Piceno, Beato Costanzo Sérvoli da Fabriano, sacerdote dell’Ordine dei Predicatori, che si distinse per austerità di vita e impegno nel promuovere la pace.
Gli antichi storici dell’Ordine Domenicano chiamano Costanzo da Fabriano “illustre e lucidissima stella del cielo domenicano".
Nato a Fabriano agli inizi del XV° secolo, da Bernardo Servoli, uomo di modeste condizioni sociali, entrò nell’Ordine a quindici anni, dove ebbe come maestri Sant’Antonino e in seguito Corradino da
Brescia.
Sotto si abili guide divenne un compito modello di Frate Predicatore.
Grande fu la sua azione, sia nell’Ordine, lavorando efficacemente a propagare e a stabilire nei vari conventi quella rinnovata vita domenicana instaurata da quei generosi figli di San Domenico accesi dalla nobile brama di far rivivere nella sua integrità l’ideale del Fondatore, sia tra il popolo fedele, riconducendo con la potente parola le anime a Dio, e ricomponendo gli atroci odi di parte.
Nel 1440 e 1467 fu Priore a Fabriano, nel 1445 a Perugia, e nel 1459 e 1470 ad Ascoli. Nella città di Ascoli, vicina a distruggersi per le discordie civili, egli riportò il sereno e la pace.
Restaurò dalle fondamenta il Convento di San Domenico, dove fece rifiorire gli studi e la disciplina regolare e dove chiuse la sua carriera.
Anima di preghiera, diceva che nessuna grazia il Signore non gli aveva mai negata alla recita dell’intero Salterio, e quando volle dirlo per ottenere che i Turchi desistessero dall’infliggere alla Grecia l’estrema rovina, non gli riuscì mai di finirlo, comprendendo egli con questo che nessuna preghiera non poteva mai placare l’ira divina, provocata da tanta ostinazione.
Morì ad Ascoli Piceno il 24 febbraio 1481 e il suo corpo riposa nella chiesa di San Pietro Martire.
Fabriano, sua città natale, e dove con grande venerazione, in Cattedrale, si conservano il suo capo, lo ha eletto suo Patrono.
Papa Pio VII il 22 settembre 1821 ha concesso la Messa e l’ufficio proprio.
(Autore: Franco Mariani - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Costanzo Servoli da Fabriano, pregate per noi.     

  

*Sant'Etelberto - Re del Kent (24 febbraio)
552 circa – 24 febbraio 616
Emblema:
Corona, Scettro
Martirologio Romano: A Canterbury in Inghilterra, Sant’Etelberto, Re del Kent, che il Vescovo Sant’Agostino convertì, primo tra i principi inglesi, alla fede di Cristo.
Etelberto nacque all’incirca nel 552 e, incoronato Re del Kent, ebbe il primato di essere il primo sovrano anglosassone a convertirsi al cristianesimo.
Egli fu il terzo “bretwalda” , cioè capo supremo, d’Inghilterra e i territori sottoposti alla sua giurisdizione comprendevano tutta l’Inghilterra a sud del fiume Humber.
Non oltre il 588 il Re Etelberto si sposò con la principessa Berta, figlia del Re francese Cariberto.
La condizione posta per la celebrazione del matrimonio fu che alla sposa venisse concessa la libertà di continuare a professare la religione cristiana e potesse essere accompagnata dal Vescovo di Letardo, suo cappellano.
Fu poi certamente quest’ultimo ad influire sulla conversione del nuovo marito.
Nel 597 il Pontefice San Gregorio Magno inviò dei missionari, capeggiati dal celebre Agostino di Canterbury, per una più efficace evangelizzazione dei popoli anglosassoni.
La spedizione ebbe come prima tappa l’isola di Tanatos ed i missionari contattarono il re per spiegargli le loro intenzioni.
Le accurate cronache di Beda il Venerabile ci ricordano come “dopo alcuni giorni il re si recò nell’isola e, fermatosi all’aperto, ordinò ad Agostino ed ai suoi compagni di recarsi a colloqui da lui.
Temeva infatti, a causa di un’antica superstizione, che entrando con loro in luogo chiuso essi lo avrebbero potuto ingannare per mezzo di arti magiche.
I monaci si accostarono allora a lui con una croce d’argento e “predicarono la parola di vita al re ed a tutti quelli che erano con lui”.
Sempre animato da un estrema prudenza, Etelberto rispose loro: “Sono bellissimi i discorsi e le promesse che fate, ma poiché sono cose nuove e incerte non posso dare il mio assenso ed abbandonare tutto ciò in cui ho creduto per tanto tempo con tutto il mio popolo”.
Apprezzando però il lungo viaggio da essi compiuto e la buona volontà dimostrata, il re accordò loro un sistemazione adeguata presso Canterbury e la facoltà di predicare e convertire chi lo avesse desiderato.
Con la conversione del re Etelberto, tradizionalmente collocata alla vigilia di Pentecoste dell’anno 597 circa, aumentarono concessioni e favori di ogni genere nei confronti dei missionari.
É comunque da specificare che il sovrano, pur lieto del numero sempre crescente di conversioni, preferì non imporre mai ai suoi sudditi l’adesione al cristianesimo.
Nel 601 lo stesso Papa Gregorio Magno, inviandogli fra l’altro alcuni doni, volle proporgli direttamente in una lettera alcuni punti sui quali avrebbe potuto lavorare:
“Affrettati ad estendere la fede cristiana ai popoli a te sottomessi, moltiplica il tuo lodevole zelo per la loro conversione, perseguita il culto degli idoli, abbattine gli edifici di culto, edifica i costumi dei sudditicon la tua grande purezza di vita […] e quanto più avrai purificato dai loro peccati i tuoi sudditi, tanto meno avrai da temere a causa dei tuoi peccati davanti al terribile esame di Dio onnipotente”.
Fuori delle mura di Canterbury, Etelberto fece dunque edificare un nuovo monastero dedicato ai santi Pietro e Paolo, che in seguito fu intitolato a Sant’Agostino di Canterbury.
Proprio a quest’ultimo il re donò dei terreni per la sua nuova sede episcopale sempre nella medesima città e lo aiutò nell’organizzazione di un sinodo a cui parteciparono anche “i vescovi ed
i dottori della vicina regione dei britanni”.
Etelberto non mancò inoltre di esercitare una certa influenza sulla conversione di Saberto, Re dei Sassoni Orientali, che da lui dipendeva in quanto “bretwalda”.
Capitale di tale regno era Londra ed anche qui il sovrano del Kent fondò la primitiva St. Paul’s Cathedral, nominando San Mellito primo vescovo della città.
Si adoperò inoltre per l’istituzione di un’altra nuova sede episcopale preso Rochester.
Primo Vescovo del Kent fu invece designato un certo Giusto.
Non mancarono comunque mai da parte del Santo sovrano aiuti e sostegni di vario genere per le tre diocesi da lui fondate: Canterbury, London e Rochester.
Ma oltre alla politica filo-ecclesiastica, non bisogna dimenticare che Etelberto procurò alla sua nazione benefici secolari, dotandola del suo primo codice legislativo, basato principalmente sulla legge salica di Clodoveo, il primo re dei franchi convertitosi al cristianesimo.
Rimasto nel frattempo vedovo, il re Etelberto morì il 24 febbraio 616, dopo un regno durato cinquantasei anni.
Ricevette degna sepoltura accanto a sua moglie, anch’essa oggi venerata come santa, nella cappella di San Martino del monastero dei Santi Pietro e Paolo in Canterbury.
Fino alla Riforma Protestante dinnanzi alla loro tomba fu sempre presente una candela accesa, nonostante la mancata ufficializzazione del culto, che fino al Medioevo rimase limitato a Canterbury.
Oggi Sant’Etelberto del Kent è invece ricordato dal Martyrologium Romanum nell’anniversario della sua morte.
La vicenda dei Santi Etelberto e Berta del Kent è paragonabile a quella di un’altra coppia reale europea, i Santi Mirian III e Nana, sovrani della lontana Georgia, che accolsero e sostennero l’attività missionaria di Santa Nino e si meritarono giustamente dalle Chiese orientali l’appellativo di “Isapostoli”, cioè “Uguali agli Apostoli”.
Proprio questa fu la funzione principale che ebbero anche i sovrani del Kent nei confronti di Sant’Agostino di Canterbury, che grazie al loro sostegno poté avviare decisamente la cristianizzazione dell’Inghilterra.
(Autore: Fabio Arduino - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Etelberto, pregate per noi.

   

*Sant'Evezio di Nicomedia - Martire (24 febbraio)
Martirologio Romano: A Nicomedia in Bitinia, nell’odierna Turchia, passione di Sant’Evezio, che, sotto l’Imperatore Diocleziano, non appena vide esposti nel foro gli editti contro gli adoratori di Dio, acceso da ardente fede, sotto gli occhi del popolo, stracciò pubblicamente il libello dell’iniqua legge, patendo per questo ogni genere di crudeltà.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Evezio di Nicomedia, pregate per noi.


*Beata Giuseppa (Josefa) Naval Girbès - Laica (24 febbraio)

Algemesí (Valencia), 11 dicembre 1820 – 24 febbraio 1893
Nasce l'11 dicembre 1820 ad Algemesí (Valencia, Spagna) primogenita di sei figli. Frequenta la scuola di una vicina di casa, dove oltre che leggere e scrivere, impara i lavori femminili, specie il ricamo in seta ed oro. Nel 1833 muore la madre e Josefa, deve lasciare la scuola e badare alla casa e ai fratelli. Ma la sua vita non è dedicata solo alla famiglia, frequenta la parrocchia e si affida alla guida spirituale del parroco don Gaspare Silvestre; a 18 anni fa voto di castità.
A 30 anni con la guida del parroco comincia a radunare nella sua casa le amiche, per riunioni di lettura e formazione spirituale.
Poi trasforma la casa in un vero e proprio laboratorio, dove insegna gratuitamente il ricamo. Le interessa soprattutto la formazione morale e spirituale delle giovani, servendosi del laboratorio. La sua guida porta molte ragazze a scegliere la vita consacrata. Muore dopo lunga malattia nel 1893. È Beata dal 1988. (Avvenire)
Martirologio Romano: Nella città di Algemesí nel territorio di Valencia in Spagna, beata Giuseppa Naval Girbés, Vergine consacrata a Dio nel mondo, dedita all’insegnamento del catechismo ai fanciulli.
Da tempo la Chiesa sta riconoscendo ufficialmente la santità di laici e laiche, a conferma che la santità non è meta esclusiva di religiosi ed ecclesiastici, specie in quest’epoca dove l’apostolato dei laici, alla luce dei decreti conciliari, ha assunto una primaria importanza nella vita della cristianità.
E laica fu la Beata Josefa Naval Girbés, la quale nacque l’11 dicembre 1820 ad Algemesí (Valencia, Spagna) sulle rive del fiume Jucar; primogenita dei sei figli di Vincenzo Naval e Josefa Girbés, di modeste condizioni economiche.
A otto anni ricevé la Cresima e a nove la Prima Comunione; la scuola pubblica esisteva solo
parzialmente, pertanto frequentò la scuola di una vicina di casa, dove oltre che leggere e scrivere, imparò i lavori femminili, specie il ricamo in seta ed oro, che le sarà tanto utile in seguito.
Il 19 giugno 1833, a soli 35 anni le morì la madre e Josefa che aveva 13 anni, dovette lasciare la scuola e badare alla casa ed ai fratelli sostituendo la mamma, non solo, quando la famiglia si trasferì in casa della nonna e dello zio materno, alla cura dei fratelli e del padre, si aggiunse l’assistenza della nonna cagionevole di salute e dello zio.
Quando nel 1847 morì la nonna, Josefa aveva ormai 27 anni ed era la responsabile della famiglia, nella quale vivevano il padre, lo zio sostenitore economico ed i fratelli Vincente di 20 anni e Maria Joaquina di 22.
La sua famiglia si ridusse ancora nel 1862 con la morte del padre e nel 1870 con quella dello zio, cristiano esemplare che Josefa accudì sino alla fine. Ma la sua vita fino allora, non era dedicata solo alla famiglia, frequentava con assiduità la vicina parrocchia, faceva la Comunione ogni giorno, si affidò alla guida spirituale del parroco Don Gaspare Silvestre; a 18 anni il 4 dicembre 1838 si era consacrata a Cristo con il voto di castità; praticò facendone norma di vita, i tre principi ispiratori, obbedienza, laboriosità, perseveranza.
Quando aveva 30 anni nel 1850, viventi ancora il padre e lo zio, con la guida del parroco che la seguì per ventotto anni (1833-1860), Josefa cominciò a radunare nella sua casa le amiche, per riunioni di lettura e formazione spirituale; per aiutare concretamente anche tante altre giovani, trasformò la casa in un vero e proprio laboratorio, dove insegnò gratuitamente il ricamo.
Non accettò regali dalle famiglie, né particolari servizi da parte delle giovani; ciascuna portava il suo lavoro privato e lei le dirigeva nell’esecuzione.
La lavorazione era intercalata da pie letture, preghiere, giaculatorie, cantici, meditazioni, recita del rosario; a Josefa Naval Girbés interessava soprattutto la formazione morale e spirituale delle giovani, servendosi appunto del laboratorio di ricamo.
Il suo cruccio fu il ristretto spazio a disposizione, ormai insufficiente per il numero di frequentanti, che lei avrebbe voluto allargare a tutte le giovani di Algemesí; la sua influenza sulla vita spirituale delle ragazze, contribuì non poco a fare scegliere a molte sue discepole, la strada della vita consacrata in varie Congregazioni.
La sua dedizione alla famiglia e poi alle tante giovani frequentanti la sua casa, non le permise di essere lei stessa una religiosa; fu in effetti una “monaca di casa”, scelta fatta nell’Ottocento e primo Novecento, da tante anime elette, che facevano tanto bene al di fuori del chiostro.
Josefa estese la sua opera d’apostolato, insegnando catechismo ai bambini, organizzando incontri formativi per le donne sposate e nubili; come membro della Conferenza di San Vincenzo, assisteva un gruppo di ammalati, fu consigliera di donne e uomini per i loro problemi, pacificatrice di discordie familiari. Ammalata cronica trascorse gli ultimi due anni della sua vita a letto nella sua casa di Algemesí; morì circondata dalle sue figlie spirituali il 24 febbraio 1893 e sepolta nel locale cimitero con grande partecipazione di popolo.
Il 20 ottobre 1946, le sue spoglie mortali furono traslate nella Parrocchia - Basilica di S. Giacomo di Algemesí.
La causa per la sua beatificazione fu introdotta a Roma il 27 gennaio 1982; Papa Giovanni Paolo II l’ha proclamata Beata il 25 settembre 1988; la celebrazione liturgica è al 24 febbraio.
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Giuseppa Naval Girbès, pregate per noi.    


*Beato Josef Mayr-Nusser - Padre di famiglia, Martire (24 febbraio)
Bolzano, 27 dicembre 1910 – Erlangen, Germania, 24 febbraio 1945

Josef Mayr-Nusser, nato il 27 dicembre 1910 a Bolzano, sviluppò una grande attenzione verso i più poveri sin dalla prima giovinezza, diventando membro delle Conferenze di San Vincenzo. Accrebbe la sua formazione leggendo in autonomia grandi autori spirituali e aderì all’Azione Cattolica proprio mentre l’associazione era apertamente osteggiata dal regime fascista. Di fronte alla questione delle "opzioni" dell’Alto Adige, invitò i suoi conterranei a rimanere e aderì al movimento di resistenza intitolato all’eroe Andreas Hofer. Si sposò il 26 maggio 1942 con Hildegard Staub, una sua collega di lavoro alle manifatture Eccel, che l’anno dopo gli diede un figlio, Albert.
Arruolato a forza nell’esercito nazista, sopportò l’indottrinamento e le esercitazioni militari, finché, la mattina del 4 ottobre 1944, non dichiarò apertamente che non intendeva giurare fedeltà a Hitler, per non sostituire il culto dovuto solo a Dio con quello della personalità del capo politico tedesco. Avrebbe dovuto essere trasferito al campo di Dachau, ma morì lungo il tragitto, il 24 febbraio 1945, a causa della dissenteria e delle privazioni. La diocesi di Bolzano-Bressanone ha seguito la sua causa dal 24 febbraio 2006 al 19 marzo 2007. L’8 luglio 2016 papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del decreto con cui Josef Mayr-Nusser veniva ufficialmente dichiarato martire. È stato beatificato il 18 marzo 2017 nel Duomo di Bolzano. La sua memoria liturgica cade il 3 ottobre, il giorno prima dell’anniversario del giorno in cui lui scelse di obbedire a Cristo, ma non a Hitler. I suoi resti mortali, traslati a ridosso della beatificazione nel duomo di Bolzano, sono stati collocati presso l’altare di san Floriano. A Pepi piacciono le stelle, si incanta a fissare il cielo e da grande vorrebbe fare l’astronomo: deve accontentarsi invece di un diploma di scuola commerciale e adattarsi a fare il cassiere in un paio di aziende di Bolzano.
Nato nel 1910 in una famiglia di viticoltori, ha lo sport nel sangue, ama il pattinaggio, legge con avidità libri impegnati, coltiva una intensa vita spirituale. Gli piace Tommaso Moro, l’inflessibile cancelliere che quattro secoli, pur di non perdere la sua fede, si oppone al re d’Inghilterra, che lo fa decapitare. Travolgente e vulcanico trascinatore di giovani, ne cura la formazione umana e spirituale, dicendo che «dare testimonianza oggi è la nostra unica arma efficace», perché sull’Europa si stanno addensando i cupi nuvoloni del nazionalsocialismo e «intorno a noi c'è il buio della miscredenza, dell'indifferenza, del disprezzo e forse della persecuzione».
Naturale che ad un giovane così si offra la presidenza della Gioventù Cattolica Sudtirolese, che in quegli anni si sta organizzando, sapendo di metterla in buone mani; altrettanto naturale che, così facendo, si esponga troppo e finisca per essere attenzionato dalle autorità, che si convincono di avere in lui un pericoloso formatore di coscienze e un temutissimo testimone. Non sfuggono, ad esempio, queste sue parole del 1936, quasi premonitrici della sua scelta futura: «Oggi, più che in qualsiasi altro tempo, si esige nell’Azione Cattolica un cattolicesimo vissuto. Oggi, si deve mostrare alle masse che l’unico capo che solo ha diritto ad una completa, illimitata autorità e ad essere il nostro "condottiero" è Cristo».
Si innamora, esattamente come gli altri, quando conosce Hildegard, che lavora nella sua stessa ditta: c’è un’affinità evidente tra i due e una gran condivisione di ideali. Le fa una corte spietata e tenace fino a quando lei, che sta pensando seriamente di farsi suora, gli dice di sì. Convinto che nel matrimonio ci sia spazio sufficiente per testimoniare la propria fede e aspirare alla santità, la sposa il 26 maggio 1942 e l’anno successivo sono rallegrati dalla nascita di Albert.
Fidanzamento e matrimonio non lo distolgono dalla sua multiforme attività sociale e religiosa, anche in conseguenza della quale viene arruolato a forza nelle divisioni dell'esercito nazista e condotto a Konitz per l'addestramento. Insieme all’indottrinamento ed alle esercitazioni militari che dovrebbero fare di lui una perfetta SS, lo preparano anche al giuramento, insegnandogli la formula: «Giuro a Te, Adolf Hitler, Führer e cancelliere del Reich, fedeltà e coraggio. Prometto solennemente a Te e ai superiori designati da Te obbedienza fino alla morte. E che Dio mi assista». Ed è qui che va in crisi la fede di Pepi, al quale sembra blasfemo coinvolgere il Dio in cui crede nel culto del capo innalzato a idolo. «Ci tocca oggi assistere a un culto del leader (Führer) che rasenta l'idolatria», scriveva nel 1936; «non posso giurare a questo Führer» dice a voce alta la mattina del 4 ottobre 1944, aggiungendo di non sentirsi nazionalsocialista per motivi religiosi. Ai commilitoni, che lo invitano a ritrattare, risponde senza enfasi, ma con profonda convinzione, che «se nessuno avrà mai il coraggio di dire no ad Hitler, il nazionalsocialismo non finirà mai». Una scelta, la sua, maturata nei lunghi colloqui con il fratello don Jakob e con la moglie, alla quale scrive: «Prega per me, affinché nell'ora della prova io possa agire senza esitazioni secondo i dettami di Dio e della mia coscienza (…) tu sei una donna coraggiosa e nemmeno i sacrifici personali che forse ti saranno chiesti potranno indurti a condannare tuo marito perché ha preferito perdere la vita piuttosto che abbandonare la via del dovere».
Subito incarcerato e processato, viene condannato a morte come "disfattista". Caricato su un treno a inizio febbraio 1945, insieme ad altri 40 obiettori, con destinazione Dachau, il convoglio si ferma ad Erlangen perché la linea ferroviaria è stata bombardata: Pepi sta male, ha la febbre, la dissenteria lo sta uccidendo. Per iniziativa di una delle guardie (un ex seminarista) si affronta un viaggio a piedi di tre ore per farlo visitare da un medico nazista, che lo rimanda indietro: «Niente di grave, può riprendere il viaggio».
Tornato sul treno, muore quella stessa notte. «Per broncopolmonite», dirà il telegramma che oltre un mese dopo, arriverà a casa sua; «Per Cristo e per la fede», dice la Chiesa, che ha ufficialmente sancito quest’affermazione dopo un lungo processo.
(Autore: Gianpiero Pettiti – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Il contesto storico

La dittatura nazista fu terribile per la paura che incuteva, nefasta per le sue leggi segregazioniste e razziali, sciagurata per la violenza che usò e per le guerre arrecate al mondo, orribile per i crimini contro l’umanità di cui si macchiò, tanto più perpetrati nella civile Europa.
E se, per i più svariati motivi, il popolo tedesco e quelli dei Paesi orbitanti intorno al III Reich furono accondiscendenti, se non collaboranti di questa ventata di dittatura nazionalistica, non pertanto ci furono anche fra i loro cittadini figure esemplari, che con atto di eroismo cosciente, dissentirono dalla politica imposta da Adolf Hitler e dai suoi gerarchi.
Alcuni, che pagarono con la vita la loro opposizione, sono stati beatificati e canonizzati, oppure hanno in corso la causa per la loro beatificazione, ovviamente se cattolici. Per i laici la cosa è stata più difficile, sperduti nella gran massa di detenuti, prigionieri, deportati, perseguitati, che languirono e morirono nei campi di sterminio, o ancora prima di arrivarci. Tra di essi, Josef Mayr-Nusser.
Nascita e famiglia
Nacque il 27 dicembre 1910 a Bolzano, in un maso (tipica abitazione di campagna) di media grandezza situato ai Piani di Bolzano, vicino al fiume Isarco. La famiglia non era benestante: il padre faceva il viticoltore, ma non le fece mancare mai il necessario. Morì in guerra nel 1915, lasciando la moglie e sette figli.
Josef, o Pepi come lo chiamavano in casa, era il terzogenito. Crebbe nel sano ambiente del maso Nusser, imparando a condividere il pane con chi non aveva nulla: la porta della tenuta era sempre aperta per i bisognosi, che non andavano mai via privi del necessario.
Nelle Conferenze di San Vincenzo
Non fu solo spettatore della grande povertà esistente al suo tempo, nel quartiere dove era nato e cresciuto. Affascinato dalla figura e opera del beato Federico Ozanam, fondatore delle Conferenze di San Vincenzo de’ Paoli, a soli 22 anni divenne confratello della Conferenza di Bolzano/Centro e poi di quella del quartiere Piani, fondata nel 1937, della quale divenne presidente.
Sebbene così giovane, era dotato di particolare sensibilità verso i poveri. In una lettera del 1940 scriveva agli altri soci: «Quando il confratello della San Vincenzo si accinge a visitare una famiglia di poveri, dovrebbe a tutti i costi organizzarsi il tempo in modo da poter dedicare almeno dai dieci ai quindici minuti alla visita. […] Nel nostro atteggiamento non ci deve essere traccia di fredda condiscendenza, perché in tal modo feriremmo i nostri assistiti. Dobbiamo evitare ogni forma di paternalismo. Non esprimiamo al povero la nostra compassione con frasi fatte; quello che diciamo deve venire dal nostro cuore, solo così potrà trovare la strada al cuore dell’altro».
Impiegato e autodidatta
La sua giornata, fatta anche di preghiera, iniziava con la partecipazione alla Messa delle 6.30. Il padre, come già detto, era morto in guerra, mentre il fratello più grande, Jakob, era in seminario. Josef, quindi, si poté permettere solo la scuola commerciale, che gli diede l’opportunità di trovare un lavoro come impiegato presso le manifatture Eccel, una ditta tessile, come cassiere.
Continuò da solo ad arricchire la sua cultura leggendo assiduamente, dalla Sacra Scrittura a San Tommaso d’Aquino. Con particolare passione si dedicò alle lettere scritte in carcere da san Tommaso Moro, il Cancelliere di re Enrico VIII, che si oppose al divorzio del re e al suo ruolo di capo della Chiesa d’Inghilterra, finendo decapitato. S’interessò molto anche al movimento liturgico, incoraggiando i giovani alla partecipazione attiva alla Messa tramite l’uso del messalino bilingue.
Socio di Azione Cattolica in tempi difficili
Nel 1936 accettò l’invito di papa Pio XI sul coinvolgimento dei laici nell’impegno ecclesiale ed entrò nel gruppo giovanile dell’Azione Cattolica avviato da don Friedrich Pfister. Non erano tempi facili per l’Azione Cattolica: pur essendo stata riconosciuta nel Concordato del 1929, era fortemente e spesso violentemente osteggiata dal regime fascista. A Bolzano la situazione era ancora più preoccupante: le riunioni dei giovani si tenevano in un convento di Lana, al riparo da occhi indiscreti. Quando il gruppo si fu ben formato, Josef, il più assiduo e motivato, venne eletto presidente.
Attento agli eventi di quel periodo irrequieto, foriero di ulteriori sconvolgimenti, si preoccupò di dare ai suoi giovani indicazioni di comportamento come cristiani, come in un discorso pronunciato il giorno di Pentecoste del 1936 (nell’originale, la parola "leader" è "Führer"):
«Vediamo oggi con quanto entusiasmo, anzi spesso con una dedizione cieca, passionale e incondizionata le masse si votano ai leader. Ci tocca oggi assistere a un culto del leader che rasenta
l’idolatria. Tanto più può stupirci questa cieca fiducia nei leader se consideriamo che viviamo in un’epoca piena delle più straordinarie realizzazioni dello spirito umano in tutti i campi della scienza e della tecnica, in un’epoca piena di scetticismo in cui il singolo non vale niente, solo la massa, il grande numero. Oggi si tratta di indicare di nuovo alle masse la guida che sola ha il diritto al dominio e alla leadership illimitata, Cristo».
Dopo aver ripulito e addobbato la chiesa abbandonata di san Giovanni in Villa, nel centro storico di Bolzano, i giovani di Azione Cattolica presero a riunirsi e pregare in questo luogo, guidati dall’assistente diocesano per la parte italiana, don Josef Ferrari, e maturarono le loro scelte di cristiani.
In quel tempo di sofferti interrogativi sul futuro, Josef suggeriva: «Dare testimonianza è oggi la nostra unica arma efficace. […] Dobbiamo essere testimoni! Proviamo, prima di diventare apostoli della parola, a essere dei giovani cristiani e a esserlo totalmente. Lo diventiamo presso la sacra fonte dell’altare. Su di esso vi è la Parola e il Corpo di Cristo. All’interno di esso vi sono le spoglie di coloro che sono stati fedeli fino alla morte».
Matrimonio e impegno politico
Si innamorò di una sua collega di lavoro, Hildegard Staub, con la quale si trovava in sintonia di idee e impegni: era il suo primo amore, profondo e autentico. Si sposarono il 26 maggio 1942 e l’anno successivo nacque il frutto del loro amore, Albert.
Intanto in Alto Adige la situazione si fece difficile. Molte attività si dovevano svolgere in segreto, perché il regime fascista aveva proibito ai tirolesi di parlare la loro lingua e coltivare le loro tradizioni, per integrarli completamente nella società italiana.
Con l’accordo del 1939 fra Mussolini e Hitler sulle "Opzioni" la situazione precipitò: chi voleva mantenere la propria identità tedesca poteva trasferirsi in Germania e chi restava invece doveva adeguarsi.
Tra convinzioni o minacce, l’80% della popolazione decise di andarsene. Josef non solo volle rimanere, ma, con la collaborazione dei circoli cattolici di Bolzano e della maggioranza del clero locale, cercò di convincere la gente a non partire, in completo disaccordo con il vescovo di Bressanone, monsignor Geisler, che optò per la Germania.
I motivi per restare erano le notizie che giungevano dal Reich, per niente confortanti, insieme all’aperta persecuzione anticristiana da parte di Hitler. Tuttavia, la vita non era ugualmente facile per i "Dableiber" (gli altoatesini di lingua tedesca rimasti in Italia), a causa delle repressioni e delle limitazioni che dovevano soffrire. Erano sostenuti solo dal movimento di resistenza "Andreas Hofer-Bund" al quale Josef aderì, offrendo anche una pertinenza del suo maso per gli incontri.
Arruolato a forza nelle SS
Con l’armistizio dell’8 settembre 1943, in Alto Adige presero a comandare i tedeschi. Nel successivo settembre 1944, quando ormai tutto stava per crollare, il Führer, nell’intento di difendere fino all’ultimo il suo regime, ordinò di arruolare quanti più uomini possibile.
Così Josef, insieme a tanti altri Dableiber, si trovò arruolato nelle file delle Schutz-Staffeln o SS, votate anima e corpo al Führer e ai suoi progetti. Il 7 settembre i giovani vennero stipati in tre vagoni alla stazione ferroviaria di Bolzano: dopo un viaggio estenuante di quattro giorni, giunsero a Konitz in Germania (oggi Chojnice in Polonia), dove furono sottoposti a un addestramento mirato al combattimento e all’indottrinamento politico.
Non giurò a Hitler
Il 4 ottobre 1944 le reclute furono schierate nel piazzale dell’ex manicomio cittadino, adibito a caserma, per prestare il giuramento che le impegnava totalmente alla causa di Adolf Hitler. Il sergente ripeté l’ennesima lezione di propaganda, ma a un certo punto la recluta Mayr-Nusser chiese di parlare: di fronte a tutti, dichiarò di non poter prestare giuramento.
Il sergente, sbalordito, mandò a chiamare il comandante della compagnia, che domandò al giovane il perché di quell’affermazione: motivi religiosi, ribatté l’altro. Il comandante, allora, gli ordinò di mettere per iscritto la sua dichiarazione: fra lo stupore di alcuni e la rabbia di altri, Josef firmò quella che doveva essere la sua condanna a morte.
Prima di consegnarla, venne raggiunto dal commilitone Franz Treibenreif (al quale si deve la testimonianza che racconta l’accaduto), che gli sussurrò: «Non credo che il Signore ci chieda questo». La sua lucida risposta fu: «Se mai nessuno trova il coraggio di dire loro che non è d’accordo con le loro idee nazionalsocialiste, le cose non cambieranno mai».
L’arresto e la morte
Verso le 6 di sera, dopo un addestramento speciale che comportava stendersi, rialzarsi e strisciare nel fango, Josef venne messo agli arresti. Il 14 novembre 1944 fu trasferito a Danzica, sede del tribunale militare. Il 5 dicembre scrisse, per l’ultima volta, alla moglie: «Non posso ancora dirti quando si deciderà la mia sorte e ti prego di pazientare. Dio, il Padre che pieno d’amore veglia su di noi sempre e ovunque, non ci abbandonerà».
Da quel giorno, a Hildegard non arrivarono più notizie del marito, fino al 5 aprile 1945: una comunicazione del lazzaretto di Erlangen, giunta a Renon, dove la sua famiglia era sfollata, riferì che Josef era morto di broncopolmonite il 24 febbraio 1945, su un treno in sosta proveniente da Buchenwald e diretto a Dachau.
I suoi ultimi giorni nel racconto di un testimone diretto
Trentacinque anni dopo, un’ex guardia carceraria delle SS, l’austriaco Fritz Habicher, vedendo in televisione un documentario su Josef, lo riconobbe. Scrisse quindi una lettera alla vedova Hildegard: raccontò come il detenuto fosse sempre disponibile a donare un sorriso e una parola di speranza, pur stremato dalla fame e dalla dissenteria, mentre le sue forze si andavano man mano spegnendo.
Il treno aveva dovuto fermarsi a Erlangen a causa di un’interruzione della linea ferroviaria, quindi i soldati avevano ottenuto, a fatica, il permesso di portarlo in ospedale. Il tragitto compiuto a piedi fu fatale per Josef, il quale, tuttavia, continuava a ringraziare chi stava cercando di aiutarlo. Il medico, tuttavia, lo rimandò indietro.
La sua morte avvenne la mattina successiva: il suo ultimo gesto di carità era stato passare il cibo a chi, degli altri prigionieri, era più affamato di lui. Tra i suoi effetti personali furono trovati un Vangelo, un messalino e una corona del Rosario.
Habicher concluse la testimonianza con queste parole: «Josef Mayr-Nusser è morto per Cristo, ne sono certo, anche se me ne sono reso conto solo 34 anni dopo… Anche se non è molto che le posso raccontare, sono comunque convinto che ho vissuto quattordici giorni insieme ad un santo, che oggi è il mio più grande intercessore presso Dio».
La causa di beatificazione
La sua vicenda terrena per molti anni ha diviso i tirolesi, perché chi aveva giurato fedeltà a Hitler, convinto di servire la patria, lo aveva considerato un traditore. Con l’apertura del processo di beatificazione, si è cercato di leggere tutto con una luce diversa.
La diocesi di competenza per l’istruzione del processo avrebbe dovuto essere quella di Bamberga, nel territorio della quale Josef morì, ma il 23 febbraio 1991 è stato operato il trasferimento al tribunale ecclesiastico della diocesi di Bolzano-Bressanone. Ottenuto il nulla osta da parte della Santa Sede il 30 settembre 2005, è stata aperta la fase diocesana il 24 febbraio 2006, conclusa poi il 19 marzo 2007 e convalidata il 23 aprile 2010. La riunione dei periti storici, l’11 novembre 2014, ha trattato le questioni aperte sul suo conto.
Il riconoscimento del martirio e la beatificazione
L’8 luglio 2016, ricevendo in udienza il cardinal Angelo Amato, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, Papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del decreto con cui Josef Mayr-Nusser veniva ufficialmente dichiarato martire.
La sua beatificazione è stata celebrata alle 10 del 18 marzo 2017 nel Duomo di Bolzano, presieduta dal cardinal Amato come delegato del Santo Padre. La sua memoria liturgica, per la diocesi di Bolzano-Bressanone, è stata fissata al 3 ottobre, alla vigilia dell’anniversario del giorno in cui lui scelse di obbedire non a Hitler, ma all’unico e vero Signore.
I suoi resti mortali furono inizialmente sepolti a Erlangen, poi riportati in Alto Adige nel 1958. Nel 1963 furono collocati nelle mura esterne della chiesa parrocchiale di San Giuseppe a Stella di Renon, paese dove il Beato e sua moglie avevano una villa estiva. In seguito alla beatificazione, sono stati definitivamente collocati nel Duomo di Trento; più precisamente, presso l’altare laterale nella parte meridionale (altare di San Floriano).
(Autore: Antonio Borrelli ed Emilia Flocchini – Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - Beato Josef Mayr-Nusser, pregate per noi.    


*Beati Lotario Arnari e Antonio Taglia - Mercedari (24 febbraio)

Questi due mercedari, Beati Lotario Arnari e Antonio Taglia, diedero testimonianza di vita esemplare, con le loro virtù e opere, e la loro morte fu preziosa nel convento di Santa Maria in Tolosa.
L’Ordine li festeggia il 24 febbraio.
(Fonte:
Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria -
Beati Lotario Arnari e Antonio Taglia, pregate per noi.
  


*Beato Marco De' Marconi - Sacerdote (24 febbraio)

Mantova, 1480 - Mantova, 24 febbraio 1510
Il Beato Marco de' Marconi visse solo 30 anni, dal 1480 al 1510, e rimase sempre nella natia terra mantovana. A 16 anni entrò nel convento di Migliarino, tenuto dall'Ordine di San Girolamo, famiglia eremitica nata in Spagna a fine Trecento. I suoi 15 anni di vita religiosa trascorsero nel nascondimento e nella preghiera.
Alla morte la tomba divenne meta di pellegrinaggi e a una ricognizione il corpo fu trovato incorrotto. Il destino delle reliquie si legò a quello del convento di Migliarino e della comunità dei Gerolomini.
Quando il primo venne distrutto nella guerra tra imperatore d'Austria e duca di Mantova, i frati si trasferirono in città, costruendo un nuovo convento e una chiesa. La pace durò 150 anni, fino all'età napoleonica, quando il convento fu soppresso e la chiesa distrutta.
L'urna peregrinò di nuovo, fino a trovare definitiva sistemazione in cattedrale. San Pio X (già vescovo di Mantova) confermò il culto nel 1906. (Avvenire)
Etimologia: Marco = nato in marzo, sacro a Marte, dal latino
Martirologio Romano: A Mantova, Beato Marco de Marconi, religioso dell’Ordine degli Eremiti di San Girolamo.
Del Beato Marco si può narrare più del periodo dopo la sua morte che della sua breve vita. Esso nacque nei pressi di Mantova nel 1480 da pii genitori, frequentò la vicina chiesa degli Eremiti
Girolamiti, a sedici anni attratto dalla vita religiosa, entrò nell’Ordine a Migliarino nei dintorni di Mantova.
Visse come frate quindici anni nel nascondimento, conducendo una vita di preghiera e mortificazione, raggiungendo le vette spirituali che portano alla santità, morì ad appena 30 anni il 24 febbraio 1510.
La sua tomba divenne meta di pellegrinaggi e il suo corpo dopo anni fu trovato incorrotto ed intatto; artisti di chiara fama lo raffigurarono con l’aureola a Mantova, Riva del Garda, a Venezia, Verona, Ferrara, Roma e Napoli e dovunque il culto si propagò e le grazie piovvero abbondanti.
Durante la guerra fra l’imperatore d’Austria e il duca di Mantova, Migliarino fu rasa la suolo come tutte le costruzioni in muratura intorno alla città. I girolamiti si rifugiarono in Mantova con tutte le loro cose compreso il corpo del beato, poi ricostruirono una chiesa e un convento sempre sotto il titolo di s. Matteo e vi deposero il corpo che vi rimase per circa 150 anni.
Alla fine del XVIII secolo durante l’occupazione napoleonica, fu soppresso il convento e distrutta la chiesa, l’urna riprese a migrare da una chiesa all’altra di Mantova e finalmente ebbe la sua definitiva sistemazione nella cattedrale.  
I vescovi di Mantova a partire dal 1830 si adoperarono affinché il culto del beato Marco fosse ufficializzato dalla Chiesa e fu proprio il vescovo di Mantova Giuseppe Sarto divenuto papa e santo con il nome di Pio X a confermare il culto il 2 marzo 1906.
Festa il 24 febbraio.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Marco De' Marconi, pregate per noi.   

    

*San Modesto di Treviri - Vescovo (24 febbraio)
Martirologio Romano: A Treviri in Gallia belgica, nell’odierna Germania, San Modesto, vescovo.
San Modesto è il diciannovesimo vescovo di Treviri.  Nella cronotasasi ufficiale dei vescovi succede a San Mileto e precede Massimiano.
San Modesto fu governò la diocesi di Treviri nel difficile periodo in cui la città passò sotto il dominio dei Franchi.
Egli era vescovo durante l'invasione effettuata dai re franchi Meroveo e Childerico I.
Sulla vita di questo vescovo sappiamo ben poco.
La tradizione lo ricorda come predicatore instancabile per le vie della città. Fu un uomo assiduo nella preghiera che praticava sistematicamente la pratica del digiuno.
San Modesto ha combattuto contro lo scoraggiamento e la povertà di tutto il suo popolo. Fu inoltre instancabile nella lotta all'indisciplina del clero e nella lotta alla corruzione.
Si pensa morì intorno al 486.
Le sue reliquie sono venerate nella chiesa di San Mattia a Treviri .
La sua festa secondo il Martirologio Romano è stata fissata il giorno 24 febbraio.
(Autore: Mauro Bonato – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Modesto di Treviri, pregate per noi.


*San Sergio di Cesarea - Martire (24 febbraio)

Etimologia: Sergio = che salva, custodisce, seminatore, dal latino
Emblema: Palma
San Sergio, martire di Cesarea di Cappadocia, quasi ignorato dalle fonti agiografiche greche e bizantine, ha avuto una certa popolarità in Occidente, grazie a una Passio latina che ci descrive così il suo martirio: durante le celebrazioni annuali in onore di Giove, all'epoca dell'imperatore Diocleziano, il governatore dell'Armenia e della Cappadocia, Sapricio, trovandosi a Cesarea, ordinò che fossero convocati davanti al tempio pagano tutti i cristiani della città per costringerli a rendere il culto a Giove.
Tra la folla comparve anche Sergio, un anziano magistrato, che da tempo aveva abbandonato la toga per fare vita eremitica.
La sua presenza produsse l'effetto sorprendente di spegnere i fuochi preparati per i sacrifici.
Si attribuì immediatamente la causa dello strano fenomeno ai cristiani che col loro rifiuto avevano irritato il dio.
Si fece allora avanti Sergio e spiegò che la ragione dell'impotenza degli dèi pagani era da cercarsi molto in alto, nella onnipotenza del vero e unico Dio, adorato dai cristiani.
Sergio venne arrestato e condotto davanti al governatore, il quale con giudizio sommario lo condannò alla decapitazione.
La condanna venne eseguita immediatamente: era il 24 febbraio.
Il corpo del martire, raccolto dai cristiani, ebbe sepoltura in casa di una pia donna. Di qui le reliquie furono trasportate in Spagna, nella città andalusa di Ubeda.
(Autore: Piero Bargellini – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Sergio di Cesarea, pregate per noi.

   

*Beato Tommaso Maria Fusco - Sacerdote (24 febbraio)
Pagani, Salerno, 1 dicembre 1831 - Nocera Inferiore, Salerno, 24 febbraio 1891
Fondatore delle Figlie della Carità del Preziosissimo Sangue.
Martirologio Romano: A Nocera Inferiore in Campania, Beato Tommaso Maria Fusco, sacerdote, che con speciale amore si prese cura dei poveri e degli ammalati e istituì le Figlie della Carità del Preziosissimo Sangue, che destinò alla promozione di varie opere di impegno sociale, soprattutto tra i giovani e i malati.
Qualcuno gli aveva predetto che avrebbe dovuto trangugiare un sacco di amarezze, ma sicuramente neanche lui si sarebbe immaginato quante e, soprattutto, da parte di chi. Nasce il 1°
dicembre 1831 a Pagani, in provincia di Salerno, proprio mentre in Italia, e soprattutto nel Meridione, è tutto un fermento di indipendentismo che alimenta rivoluzioni e disordini.
É il settimo degli otto figli di una famiglia agiata e molto in vista: suo papà è farmacista, sua mamma una nobildonna, ma se ne vanno troppo presto, tanto che a 10 anni è già orfano di entrambi i genitori.
Nel 1839 a Pagani si festeggia solennemente la canonizzazione di Alfonso Maria de’ Liguori: “sarò prete anch’io”, promette a se stesso e agli altri il bambino che ha solo 8 anni. Le prime difficoltà nascono proprio in casa, dove il fratello maggiore e uno zio paterno sono già preti, perchè due vocazioni in una casa sono ritenute più che sufficienti. Senza contare che su di lui si concentrano le speranze per la continuità della dinasta e l’amministrazione dell’ingente fortuna di famiglia. É lui a vincere questo braccio di ferro con una parte dei suoi famigliari: a 16 anni entra in seminario e a 24 anni è ordinato sacerdote.
Pochi giorni dopo ha già aperto in casa sua una scuola privata, mentre in una vecchia confraternita istituisce una “cappella serotina” come luogo di meditazione, preghiera ed istruzione religiosa per giovani e uomini di ogni grado e condizione sociale. Senza volerlo, il giovane prete con queste prime due istituzioni traccia le linee portanti del suo sacerdozio. Ben volentieri lo annoverano tra i Missionari nocerini, impegnati nelle missioni al popolo, perché ha facilità di parola e chiarezza di esposizione.
E in questa veste percorre in lungo e in largo i paesi, anche i più sperduti, del Cilento e dell’Irpinia. Fino a quando decide di “mettersi in proprio”, fondando nel 1862 la “Compagnia dell’Apostolato Cattolico del Preziosissimo Sangue di Gesù Cristo”: ai sacerdoti che vi aderiscono chiede non solo di predicare le missioni al popolo, ma anche di propagandare la devozione al Sangue di Gesù e di fondare in ogni parrocchia visitata la Pia Unione del Preziosissimo Sangue.
Esattamente 10 anni dopo un’altra intuizione e una seconda opera di carità urgente: la Congregazione delle Figlie della Carità del Preziosissimo Sangue, che vuole in grado di riflettere “la più viva immagine d quella divina carità con cui il sangue fu sparso”.
A loro affida l’educazione, l’istruzione e il mantenimento delle bambine orfane, ma l’inizio, comune a tutte le opere di Dio, è contrassegnato dall’umiltà e dalla piccolezza del granellino di senape: appena tre suore e sette orfane, al cui mantenimento deve provvedere personalmente lui. “Ha scelto il titolo del Preziosismo Sangue?
Ebbene preparati a bere un calice amaro”, gli profetizza il suo vescovo. Profezia che si avvera quando due sacerdoti rivali, a dimostrazione che l’invidia e la gelosia sono di casa anche nelle sacrestie, costruiscono a suo danno un castello di accuse infamanti e vergognose.
Sente tutta l’amarezza e il peso di questa situazione, che durerà per anni e anni, fino a quando i calunniatori dovranno confessare pubblicamente la loro malignità e il Tribunale ecclesiastico lo proclamerà del tutto innocente. Ma, come speso accade, le sofferenze morali finiscono per avere anche ripercussioni sul fisico e don Tommaso Maria Fusco, muore prima del compimento dei 60 anni il 24 febbraio 1891, perdonando chi gli aveva procurato tanto dolore.
Il 7 febbraio 2001 Papa Giovanni Paolo II° lo ha proclamato Beato e ad oggi sembra abbastanza vicina la data della sua canonizzazione.
(Autore: Gianpiero Pettiti – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Tommaso Maria Fusco, pregate per noi.


*Altri Santi del giorno (24 febbraio)

*Beata Maria Ascensione del Cuore di Gesù (Florentina Nicol Goňi)

Giaculatoria - Santi tutti, pregate per noi.


 
Torna ai contenuti | Torna al menu