Santi del 24 Marzo - Istituto Aveta

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Santi del 24 Marzo

Il mio Santo > I Santi di Marzo

*Sant'Aldemaro di Bucchianico - Religioso (24 marzo)
sec. X
Benedettino, originario di Capua, dopo essere stato per alcuni anni monaco a Montecassino, fu nominato, benché ancora diacono, rettore del monastero di San Lorenzo di Capua, edificato dalla principessa Aloara, vedova di Pandolfo Testa di Ferro, verso il 982.
La fama di santità e i miracoli che vi compì indussero l'abate Aligerno (949-86) a richiamarlo a Montecassino.
Nacque allora una grossa lite tra la principessa e l'abate, per troncar la quale Aldemaro fuggì a Boviano.
Qui operò ancora miracoli: tra l’altro guarì un canonico da grave malatt1a; sfuggì miracolosamente all’attentato di un tale, irritato per una donazione di terre fatta dal fratello al Santo. Più tardi fu ordinato sacerdote.
Fondò il monastero di Sant'Eufemia in Bucchianico di cui fu abate. Passò poi per vari luoghi della diocesi di Chieti costruendo altri monasteri ed evangelizzando il popolo.
Mentre si trovava in visita ad uno dei monasteri da lui fondati, fu colpito da febbre nei pressi del paese di Santa Martina.
Qui morì sulla fine del sec. X o i primi anni dell’XI. Il suo corpo fu sepolto a Bucchianico. La festa si celebra il 24 marzo. Il suo nome manca nel Martirologio Romano.
(Autore: Benedetto Cignitti - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Aldemaro di Bucchianico, pregate per noi.


*San Bernolfo - Martire - Venerato a Mondovì (24 marzo)

Le fonti relative alla vita di San Bernolfo, presunto vescovo della diocesi piemontese di Mondovì, sono assai scarse e sono principalmente di carattere cultuale. Nel 1514, durante la consacrazione dell’altare maggiore della cattedrale, il vescovo Lorenzo Fieschi ricordava di aver ivi collocato le reliquie di San Donato, cui l’edificio era dedicato, e di San Bernolfo martire. La tradizione che sembra essere scaturita da questa deposizione, fece del santo un vescovo della città, ucciso nel corso di una delle tante scorrerie saracene avvenute nel Piemonte sud occidentale nel corso del IX - X secolo.
Il culto che venne riservato a questo sconosciuto santo, era incentrato in una cappella eretta in località Priola, nei presi della casina Saracina, non lontano da Mondovì.
Tale edificio, eretto sul presunto luogo del martirio di Bernolfo, conteneva una pittura, forse del XIII secolo, che ne raffigurava la morte per scorticamento e vi era anche venerata una statua lignea che lo ritraeva con paramenti vescovili.
Nella cattedrale più non esiste la cappella che una nobile famiglia monregalese aveva fatto edificare in suo onore e l’unica testimonianza di un culto verso il santo è costituita da un reliquiario in argento che ne conserverebbe il capo. Sulla base di queste scarse notizie non è facile ricostruire la vera identità di Bernolfo, né stabilire con maggior precisione l’epoca e le circostanze del suo eventuale martirio. Forse egli fu un cristiano che subì persecuzioni o venne ucciso durante la dominazione saracena, la cui memoria venne successivamente codificata all’interno della ricordata identificazione con un presule locale.
Si potrebbe anche ritenere che Bernolfo sia stato un martire di qualche altra sconosciuta località italiana, le cui reliquie, come avvenne, nel 1488, per il patrono San Donato vescovo e martire di Arezzo, furono traslate a Mondovì. La sua festa liturgica è celebrata il 24 marzo.
(Autore: Damiano Pomi - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Bernolfo, pregate per noi.  


*Beata Bertrada di Laon - Madre di San Carlo Magno (24 marzo)

726 - 12 luglio 783
Tanto è celebre il figlio, tanto è caduta nell’oblio della storia la madre.
Trattasi della Beata Bertrada (o Berta) di Laon, madre dell’imperatore San Carlo Magno.
Nata nel 726, sposa dunque di Pipino il Breve, fu regina dei Franchi.
Morì il 12 luglio 783 e venne inumata a Saint-Denis, ove la sua tomba, fatta restaurare dal re francese San Luigi IX, porta come unica iscrizione “Berta, mater Caroli Magni”.
Gli storici dicono che il grande imperatore nutrisse nei confronti di sua madre una tenerezza  rispettosa e che ascoltassi i suoi consigli con una certa deferenza.
Nulla di certo sappiamo circa le esatte origini di Bertrada: secondo alcuni era figlia di Cariberto, conte di Laon, mentre altri la riterrebbero addirittura figlia di un imperatore di Costantinopoli.
É però risaputo come i re franchi si preoccupassero poco delle origini più o meno illustri delle loro spose e nessuno si è mai occupato di scoprire verosimilmente donde venisse la regina Berta, visto che anche l’antica poesia eroica e varie leggende tralasciarono la questione. Il suo culto quale “Beata” ha carattere prettamente locale.
Talvolta è nota come “Berta La Pia”. É considerata patrona delle filatrici.
La sua festa ricorre al 24 marzo.  
(Autore: Fabio Arduino - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Bertrada di Laon, pregate per noi.


*Santa Caterina di Svezia - Religiosa (24 marzo)

1331 - 24 marzo 1381
L'etimologia del nome «Caterina» attinge al greco «donna pura».
Tale fu Catarina Ulfsdotter, meglio conosciuta come Caterina di Svezia, secondogenita degli otto figli di santa Brigida, la grande mistica svedese che ha segnato profondamente la storia, la vita e la letteratura del Paese scandinavo.
Nata nel 1331, in giovanissima età Caterina sposò Edgarvon Kyren, nobile di discendenza ma soprattutto d'animo: questi non solo acconsentì al desiderio della ragazza di osservare il voto di continenza, ma si legò addirittura allo stesso voto.
A 19 anni Caterina raggiunse la madre a Roma, dove partecipò alla sua intensa vita  religiosa e ai suoi pellegrinaggi.
Alla morte di Brigida, Caterina ne riportò in patria la salma e, nel 1375, entrò nel monastero di Vadstena. Nel 1380 venne eletta badessa. Morì il 24 marzo 1381. (Avvenire)
Etimologia: Caterina = donna pura, dal greco
Martirologio Romano: A Vadstena in Svezia, Santa Caterina, vergine: figlia di Santa Brigida, data alle nozze contro il suo volere, conservò, di comune accordo con il marito, la sua verginità e, dopo la morte di lui, condusse una vita pia; pellegrina a Roma e in Terra Santa, trasferì le reliquie della madre in Svezia e le ripose nel monastero di Vadstena, dove ella stessa vestì l’abito monacale.
Catarina Ulfsdotter, meglio conosciuta col nome di Caterina di Svezia, era la secondogenita degli otto figli di Santa Brigida, la grande mistica svedese che molta influenza ebbe nella storia, nella vita e nella letteratura del suo Paese, assai più della regale compatriota Cristina, che riempì delle sue stranezze le cronache mondane della Roma rinascimentale.  
Anche Brigida e la figlia Caterina legarono il loro nome alla città di Roma, ma con ben altri meriti.
Caterina, nata nel 1331, in giovanissima età si era maritata con Edgarvon Kyren, nobile di discendenza e soprattutto di sentimenti, poiché acconsentì al desiderio della giovane e graziosa consorte di osservare il voto di continenza, anzi, con commovente emulazione nella pratica della
cristiana virtù della castità, si legò egli stesso a questo voto.
Caterina, non certo per rendere più agevole l'osservanza del voto, all'età di diciannove anni raggiunse la madre a Roma, in occasione della celebrazione dell'Anno santo.
Qui la giovane apprese la notizia della morte del marito.
Da questo momento la vita delle due straordinarie sante scorre sullo stesso binario: la figlia partecipa con totale dedizione all'intensa attività religiosa di Santa  Brigida.
Questa aveva creato in Svezia una comunità di tipo cenobitico, nella cittadina di Vadstena, per accogliervi in separati conventi di clausura uomini e donne sotto una regola di vita religiosa ispirata al modello del mistico San Bernardo di Chiaravalle.
Durante il periodo romano che si protrasse fino alla morte di Santa Brigida, il 23 luglio 1373, Caterina fu costantemente accanto alla madre, nei lunghi pellegrinaggi intrapresi,  spesso tra gravi pericoli, dai quali le due sante non sarebbero uscite indenni senza un intervento soprannaturale.
Santa Caterina viene spesso rappresentata accanto a un cervo, che, secondo la leggenda, più volte sarebbe comparso misteriosamente per trarla in salvo. Riportata in patria la salma della madre, nel 1375 Caterina entrò nel monastero di Vadstena, di cui venne eletta badessa, nel 1380.
Era rientrata allora da Roma da un secondo soggiorno di cinque anni, per seguire da vicino il processo di beatificazione della madre, che si concluse positivamente nel 1391.
A Roma, narra una tradizione leggendaria, Caterina avrebbe prodigiosamente salvato la città dalla piena del Tevere, che aveva già abbattuto gli argini.
L'episodio è raffigurato in un dipinto conservato nella cappella a lei dedicata nell'abitazione di  piazza Farnese.
Papa Innocenzo VIII ne permise la solenne traslazione delle reliquie; ma sarà l'unanime e universale devozione popolare a decretarle il titolo di santa e a festeggiarla nel giorno anniversario della morte, avvenuta il 24 marzo 1381.
(Autore: Piero Bargellini - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Caterina di Svezia, pregate per noi.   


*Beato Diego Giuseppe da Cadice - Sacerdote Cappuccino (24 marzo)
Cadice, Spagna, 30 marzo 1743 - Ronda, Spagna, 24 marzo 1801
Nacque il 30 marzo 1743 a Cadice da José Lopez-Caamabo e García Pérez de Rendón de Burgos, ambedue di illustre casato. Rimasto orfano di madre a nove anni, fu ammesso nel noviziato dei Cappuccini di Siviglia, dove emise la professione religiosa il 31 marzo 1759 e, dopo sette anni fu ordinato sacerdote a Carmona.  
Lavorò costantemente per diffondere la fede, appoggiando la crociata contro i rivoluzionari francesi.
Ne rimane come testimonianza la sua opera «El Soldado Católico en guerra de religión», indirizzata in forma di lettera-al cugino Antonio Jiménez y Caamado, arruolatosi come volontario.
Propagatore della devozione alla Santissima Trinità e alla Madonna, particolarmente sotto il titolo di Madre del Divin Pastore, fu eletto consultore e teologo di varie diocesi, canonico onorario in molti capitoli cattedrali, socio di università e istituti culturali.
Si spense a Ronda (Málaga) il 24 marzo 1801. Leone XIII lo proclamò beato nel 1894.
Della sua feconda produzione letteraria, d'interesse apologetico e teologico, oltre che storico e oratorio, alcune opere sono state edite in Spagna. (Avvenire)
Etimologia: Diego = istruito, dal greco
Martirologio Romano: A Ronda nell’Andalusia in Spagna, Beato Diego Giuseppe (Francesco Giuseppe) López-Caamaño da  Minori Cappuccini, insigne predicatore e difensore intrepido della libertà della Chiesa.
Esser frate è l’ultima cosa che può pensare o desiderare: prova una grande ripugnanza (lo dirà lui stesso) per la vita religiosa in genere e per quella cappuccina in particolare.
Nato a Cadice (Spagna) il 30 marzo 1743, ad appena 9 anni è già orfano di mamma e quella che ne prende il posto appartiene alla schiera delle donne velenose e spietate.
Il bambino non sa cosa siano gli slanci devozionali con cui una certa agiografia dipinge santi ancora in fasce; a scuola non è certo un “secchione” e si accontenta del minimo necessario alla promozione.
Eppure la sua adolescenza comincia ad essere caratterizzata da “sussulti” (lui li chiamerà proprio così), che sono delle autentiche incursioni di Dio nella sua vita.
Il primo di questi lo prova a 13 anni e, quasi per uno scherzo del destino, proprio in una chiesa cappuccina, in cui è entrato per consolarsi di un’interrogazione di filosofia andata male.
I frati stanno cantando in coro la Liturgia delle Ore e la sensazione provata dal ragazzino è indescrivibile: non se ne torna a casa senza prima essersi fatto prestare le vite di San Fedele e di San Giuseppe da Leonessa.
Sarà per queste letture, o più facilmente perchè Dio è entrato prepotentemente nel suo cuore, fatto sta che l’anno dopo già veste l’abito cappuccino, proprio quello per il quale aveva provato tanta ripugnanza e, allo scoccare dei 15 anni, inizia il noviziato.
Ma l’inaspettato slancio spirituale non si accompagna ad un maggior impegno scolastico e il novizio  sembra più interessato alla poesia castigliana che agli studi teologici. Ed ecco un altro “sussulto”, questa volta decisivo, che improvvisamente viene a ravvivare una lezione di teologia stancamente seguita.
Nel giovanotto si sveglia un inaspettato desiderio di conoscere Dio, e in maniera tale da poterlo far conoscere agli altri.
Che non sia fuoco di paglia, lo dimostra il fatto che a 23 anni è pronto per l’ordinazione sacerdotale e, subito dopo, a tuffarsi nell’apostolato attivo.
Siamo negli ultimi trent’anni del 1700 e il giovane cappuccino si sente mandato a “dichiarar guerra al dominante libertinaggio e oscurissimo illuminismo di questo secolo tenebroso”.
Lo fa, con crescente successo, utilizzando il sistema delle missioni parrocchiali, delle quali egli diventa il predicatore ricercato ed efficace che sa scuotere le coscienze, muovere a conversione, richiamare i lontani, riscaldare i tiepidi.
Nella celebrazione di avvio è solito “mandare avanti” la Madonna, la sua “Divina Pastora”,  quasi a farsi aprire da lei la strade delle coscienze e l’intelligenza degli uditori.
Poi è lui a riscaldarsi nella predicazione contro l’illuminismo ateo, senza risparmiare la cattiva stampa, le corride, i balli, le commedie e i commedianti.
Si fa un sacco di nemici, anche in ambito ecclesiastico, perché nel denunciare il male e nel richiamare a conversione non guarda in faccia nessuno, fossero pure i ricchi preti che hanno il coraggio di defraudare i poveracci.
Esiliato da una città, va a predicare in un’altra; perseguitato in una provincia va ad esporsi pubblicamente in un’altra; confinato per anni in un convento, appena libero si spinge fino in Portogallo ed anche nella parte settentrionale del Marocco, per essere ovunque “missionario della misericordia”.
A farne le spese è la sua salute, indebolita sempre più dalle fatiche dei viaggi e dai dispiaceri patiti.
Si spegne, non ancora sessantenne, il 24 marzo 1801 e nel 1894 Leone XIII proclama Beato Diego Giuseppe da Cadice: incredibile a dirsi, malgrado dalla morte siano passati più di 90 anni, il suo ricordo e la notizia della sua beatificazione disturbano ancora il sonno (e la coscienza) degli eredi dei suoi nemici di un tempo. (Autore: Gianpiero Pettiti - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Diego Giuseppe da Cadice, pregate per noi.   


*Beato Giovanni dal Bastone (24 marzo)

Nacque a Paterno nei pressi di Fabriano, nelle Marche, all'inizio del sec. XIII. Mandato a studiare a Bologna, fu colpito da una piaga alla gamba che lo rese zoppo per tutta la vita e lo costrinse a fare costantemente uso di un bastone donde trasse l'appellativo.
Verso il 1230 entrò nella Congregazione monastica da poco fondata da San Silvestro.
Visse per 60 anni in una piccola cella dell'Eremo di Montefano, distinguendosi per l'amore al nascondimento, per la prudenza e per l'illuminato consiglio.
Morì il 24 marzo 1290 e venne tumulato nella cripta della chiesa di S. Benedetto in Fabriano, dove tuttora riposa. Nel 1772 Clemente XIV ne approvò il culto, iscrivendolo nell'albo dei Beati.
Martirologio Romano: A Fabriano nelle Marche, Beato Giovanni dal Bastone, sacerdote e monaco, compagno dell’abate San Silvestro.  
Nel piccolo comune di Paterno, alle falde di Montefano nel comune di Fabriano (AN), visse agli inizi del 1200, una famiglia di agiati contadini, i Bottegoni. La famiglia era composta dal padre Bonello e dalla madre Supercla e dai figli Giunta, Nicola, Benvenuto, Buonora e Giovanni.  
Giovanni nacque il 24 marzo probabilmente all' inizio del 1200, Fin da giovanissimo dimostrò una profonda attrazione per le cose di Dio e una grande passione per lo studio, queste doti fecero
intuire ai genitori un chiaro sbocco vocazionale e decisero, di comune accordo, di mandarlo a Bologna per seguire gli studi letterari. Un'improvvisa malattia ad una gamba non permetterà a Giovanni di soggiornare a Bologna e quindi di continuare gli studi intrapresi. La malattia si aggraverà a tal punto da renderlo menomato negli spostamenti e costretto a servirsi di un bastone, dal quale prenderà il soprannome di Giovanni dal Bastone. Non avendo potuto proseguire gli studi, ma avendo conseguito un certo grado di cultura, Giovanni decise di trasferirsi a Fabriano e di aprire una scuola che gli assicurerà una certa autonomia economica.
Intorno al 1230, Giovanni, non si sa bene per quale motivo, decise di seguire la vita eremitica di Silvestro da Osimo, la cui fama di santità cominciava a diffondersi nella zona. Lo stile di vita del gruppo di Montefano era austero e povero, lo scopo era di ridurre al minimo le necessità materiali per dedicarsi completamente alle cose di Dio. La regola, che i seguaci di San Silvestro si diedero, era quella del monachesimo benedettino. La piccola comunità di eremiti prese il nome di ordine di San Benedetto di Montefano, quando nel 1248 venne riconosciuta da Innocenzo IV. Giovanni, per volere di San Silvestro, fu presentato al vescovo per l'ordinazione sacerdotale. La vita monastica di Giovanni fu all'insegna della preghiera, della penitenza e del nascondimento e tutta protesa a seguire i gradini della virtù. Per sessant'anni Giovanni condusse un tenore di vita apparentemente senza storia. All'età di novant'anni, la malattia alla gamba che lo aveva colpito in gioventù si riacutizzò e il 24 marzo 1290, ricevuti i sacramenti, Giovanni si addormentò nel Signore. Sconcertante fu la sproporzione tra l'esistenza ritirata condotta da Giovanni per tanto tempo e l'impatto immediato della sua morte sulla gente. Ebbe appena esalato l'ultimo respiro che iniziò un pellegrinaggio interminabile alla sua salma. Dopo la morte, molti furono i prodigi che si verificarono per intercessione del Beato, segno evidente della sua santità . Il vescovo di Camerino (MC), Rambotto, nominò una commissione per raccogliere e vagliare le testimonianze al fine di verificare l'autenticità dei miracoli.
Il Beato Giovanni venne sepolto nella chiesa di San Benedetto di Fabriano.
Egli venne subito acclamato santo a voce di popolo, senza alcuna procedura canonica. Solo nel 1772, sotto Clemente XIV, si pervenne alla conclusione di un regolare processo di beatificazione, ma per varie ragioni, non si giunse all'ultima tappa, quella della canonizzazione. Nel calendario proprio della congregazione silvestrina il Beato è ricordato il 24 marzo.
(Autore: Elisabetta Nardi - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Giovanni dal Bastone, pregate per noi.  

 

*San Mac Cairthind (24 marzo)

sec. V  
Martirologio Romano:
A Clogher in Irlanda, San Mac Cairthind, vescovo, ritenuto discepolo di San   Patrizio.  
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)  
Giaculatoria - San Mac Cairthind, pregate per noi.  


*Beata Maria Karlowska - Fondatrice (24 marzo)  
Karlowo, Polonia, 4 settembre 1865 - Pniewite, Polonia, 23 marzo 1935
Oggi la Chiesa ricorda il "dies natalis" della beata Maria Karlowska, fondatrice della Congregazione del Buon Pastore della Divina Provvidenza.
Nata nel 1865 a Karlowo, crebbe in una famiglia molto religiosa ed ebbe una grande devozione per il Sacro Cuore. Operò in diverse città dell'attuale Polonia: Plock (in Pomerania), Lublino Torun, Bydgoszcz, Topolno Pniewite, Jablonowo, Zoledowo.
Il principale campo d'azione di Maria e delle sue consorelle era il riscatto morale e sociale delle prostitute, nonché l'assistenza a quelle ammalate. Morta nel 1935 a Pniewite è stata sepolta nella casa generalizia a Pomorskie. E' stata beatificata da Giovanni Paolo II il 6 giugno del 1997 a Zakopane. (Avvenire)
Martirologio Romano: Nella cittadina di Pniewite presso Danzica in Polonia, Beata Maria Karlowska, vergine, che, per recuperare alla dignità di figlie di Dio le ragazze e le donne povere e di costumi corrotti, fondò la Congregazione delle Suore del Divino Pastore della Divina Provvidenza.
Settant’anni fa, come oggi, si stava spegnendo una suora polacca, che prima le autorità civili avevano guardato con diffidenza, poi avevano ostacolato nella sua missione e che alla fine avevano dovuto premiare per l’attività svolta.
Il fatto è che Maria Karlowska aveva un debole per le “donne di strada” e si era votata interamente per il riscatto morale e materiale delle prostitute. Ovvio che ciò potesse suscitare scandalo nei benpensanti e diffidenza anche nelle anime più devote.
Nata nel 1865 in una famiglia religiosissima e numerosa (lei era l’undicesima figlia!), orfana di entrambi i genitori a 17 anni, va a Berlino a fare una corso da sarta e lavora poi nella sartoria della sorella. A diciassette anni forse non pensa ancora di farsi suora, ma intanto fa voto di castità e inizia a girare di casa in casa, per servire i malati e soccorrere i poveri. Insieme alle tante malattie da curare si imbatte anche nel degrado morale e nelle ingarbugliate vicende familiare dei suoi assistiti.
Dieci anni dopo, nel novembre 1892, incontra per la prima volta una prostituta ed è un incontro decisivo e provvidenziale: da quel momento tutte le sue energie saranno indirizzate ad aiutare quelle povere ragazze ad uscire dal “giro” e a tagliare i ponti con la criminalità, che con la
prostituzione da sempre trova di che foraggiarsi. Le autorità polacche dell’epoca tollerano la prostituzione e si limitano a “censire” queste donne negli uffici della buoncostume, imponendo soltanto periodici controlli sanitari per prevenire il diffondersi delle tanto temute malattie veneree.
Maria sa di dover fare di più e, tanto per cominciare, ceca di avvicinarle ad una ad una: nei cortili, negli androni e, d’estate, nel cimitero, perché non può farlo in luogo pubblico dato che tutti le sono contro. Per loro apre una casa d’accoglienza e si fa aiutare da un gruppo di ragazze, generose e anticonformiste come lei. E per dare continuità alla sua opera le organizza in congregazione: nascono così le Suore Pastorelle, votate come lei al recupero delle prostitute.
Madre Maria insegna alle sue suore a “fare le cose ordinarie in modo straordinario, con cura e dedizione”; chiede loro di perseguire “una santità nascosta, presente soltanto a Dio”; le educa ad essere “anime silenziose” e ad avere una “castità immacolata”, indispensabile per avvicinare persone abbruttite dal peccato e dal vizio. I risultati arrivano: si calcola che siano oltre cinquemila le donne che lei riesce a sottrarre alla strada, accogliere nella sua “Casa del Buon Pastore”, rieducare alla vita e all’amicizia con Dio.
Dopo aver insegnato loro un mestiere, le aiuta a formarsi una famiglia: molte diventano mamme esemplari, alcune, invece, restano con Madre Maria, per aiutarla a proseguire la sua opera. Perché lo Stato le conferisce la Croce d’Oro al Merito, ma non le elargisce nessun aiuto, e bisogna lavorare sodo per mantenere le tante “figlie” che lei si è acquistata sulla strada.
Madre Maria Karlowska muore nel 1935, ma la sua opera non muore con lei, perché se la prostituzione è il mestiere più vecchio del mondo, non deve mai mancare nella storia della Chiesa chi è capace a camminare con chi è ultimo, con chi sbaglia, con chi fatica a vivere, come ha fatto la suora polacca che il Papa polacco ha beatificato il 6 giugno 1997.
(Autore: Gianpiero Pettiti - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Maria Karlowska, pregate per noi.   


*Beata Maria Serafina del S. Cuore (Clotilde Micheli) - Fondatrice (24 marzo)
Imer (Trento), 11 settembre 1849 - Faicchio (Benevento), 24 marzo 1911
La sua vita è la prova provata che, quand’anche una “telefonata celeste” indirizzasse chiaramente una persona verso una ben definita vocazione, la concretizzazione di questa è affidata al discernimento ed alla faticosa ricerca personale, da cui nessuno è esentato, tantomeno i Santi.
Clotilde Micheli nasce l’11 settembre 1849 a Imèr (Trentino) e dalla famiglia avrebbe tutto ciò che serve a far sbocciare una vocazione religiosa: un papà soprannominato “giusto”; una mamma che si divide tra casa e chiesa e che attira, come pensano i suoi vicini, le benedizioni del cielo sul paese; una sorella che sembra avere il filo diretto con il paradiso e che riceve in visione precise indicazioni sulla futura vita religiosa di Clotilde.
Le visioni, appunto, di cui oggi non si parla volentieri: ne beneficiano prima la sorella e poi la stessa Clotilde, ma non sono, come a prima vista sembrerebbe, un particolare privilegio, casomai un
tormento. Perché se, proprio grazie alle visioni, è ben chiaro il progetto di Dio su di lei, queste accentuano anche le sue fatiche per attuarlo.
In particolare, le sembra evidente che Dio non la vuole suora tra le tante già esistenti, bensì fondatrice di una nuova congregazione che abbia lo specifico scopo di adorare la SS. Trinità, con speciale devozione alla Madonna ed agli Angeli, quali modelli di preghiera e di servizio. Ma dato che il diventare fondatrice non è precisamente come bere un bicchier d’acqua, ecco le prime difficoltà, che sembrano a dir poco insormontabili. Gli ostacoli maggiori non li riscontra in famiglia, che anzi la sollecita a rispondere alla sua vocazione, piuttosto in lei ed in chi dovrebbe consigliarla e sostenerla. Monsignor Agostini, futuro patriarca di Venezia, la incoraggia a proseguire sulla strada intrapresa, ma lei si spaventa ed ha paura di non essere all’altezza della situazione; si trasferisce a Padova, dov’è sostenuta da un altro consigliere spirituale illuminato, che però muore troppo presto; con un sotterfugio qualcuno cerca di farla sposare e lei scappa in Germania, dove si sono trasferiti i genitori, e per otto anni si mette al servizio dei malati come infermiera piena di dolcezza e carità, ma neanche questa è la sua strada. Per farla breve, tra una spinta ed un tentennamento, Clotilde a 38 anni ancora non ha capito dove il Signore la sta attirando.
Decide così di andargli incontro, iniziando un pellegrinaggio a piedi che ha come meta Roma e come tappe intermedie i principali santuari mariani. Qui entra nell’Istituto delle Immacolatine prendendo il nome di suor Annunziata, ma vi rimane poco più di due anni, il tempo cioè per accorgersi che non è quello il posto per lei. L’irrequieta Clotilde prosegue così il suo viaggio verso Caserta, nei cui dintorni, finalmente, riesce a raccogliere le prime cinque ragazze che a giugno 1891 prendono il velo insieme a lei: nascono così le Suore degli Angeli, adoratrici della Trinità, proprio come fin da ragazza aveva sognato. Lei prende il nome di Suor Maria Serafina del sacro Cuore ed appena un anno dopo alle sue prime suore viene affidato un orfanotrofio.
L’assistenza all’infanzia ed alla gioventù abbandonata diventa così il carisma specifico, coniugato alla preghiera adorante che Madre Serafina sente come loro impegno primario.
"Figliole mie, imparate a sorridere sempre", raccomanda, mentre lei è la prima ad esercitarsi quando arriva la malattia, attraversa l’incomprensione di alcune consorelle, fa fronte alle calunnie che minano ed indeboliscono sempre più il suo fisico. Non aveva detto un giorno: “Signore non so amarti, ma insegnami a patire, che patirò per amore"? Probabilmente le tocca anche una lunga notte dello spirito, se ad una consorella confida: “So che amo il Signore, ma non lo sento". Così, consumata dalle sofferenze fisiche e morali, spira il 24 marzo 1911, esattamente un secolo fa, mentre le sue figlie continuano “come gli Angeli ad adorare la Trinità e sono sulla terra come essi sono nei cieli”.   Proclamata venerabile nel 2009, Madre Serafina Micheli sarà beatificata il prossimo 28 maggio. (Autore: Gianpiero Pettiti – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Clotilde Micheli nacque a Imer (Trento) l’11 settembre 1849 da genitori profondamente cristiani; a 3 anni come si usava allora, ricevé il Sacramento della Cresima, a Fiera di Primiero dal vescovo-principe di Trento mons. Tschiderer; a 10 anni ricevé la Prima Comunione.
A partire dalla sua giovinezza la vita di Clotilde Micheli sembra un romanzo ottocentesco, in realtà la Volontà di Dio plasmava quest’anima predestinata, facendola vagare da un posto all’altro, alla ricerca di come realizzare la rivelazione fattagli dalla Madonna il 2 agosto 1867, mentre a 18 anni era in preghiera come al solito nella chiesa di Imer.
La Madonna le manifestò la Volontà di Dio che venisse fondato un nuovo Istituto religioso, con lo specifico scopo di adorare la SS. Trinità, con speciale devozione alla Madonna ed agli Angeli, quali modelli di preghiera e di servizio.
Seguendo il consiglio di una donna saggia e prudente di Imer, Costanza Piazza, Clotilde si recò a Venezia per consigli spirituali da mons. Domenico Agostini, futuro patriarca della città lagunare, il quale consigliò la giovane ad iniziare l’opera voluta da Dio, invitandola a stenderne la Regola.
Ma essa presa dal timore di non riuscire, strappò le lettere di presentazione e ritornò ad Imer. Nel 1867 si trasferì da sola a Padova, qui rimase per nove anni fino al 1876, seguendo la guida spirituale di mons. Angelo Piacentini, professore del locale Seminario, cercando di capire meglio la chiamata ricevuta.
Alla morte del Piacentini nel 1876, Clotilde Micheli si recò a Castellavazzo (Belluno) presso l’arciprete Gerolamo Barpi, il quale conosciute le intenzioni della giovane, mise a sua disposizione un vecchio convento per la nuova fondazione.
Nel 1878 Clotilde stava per subire con un sotterfugio, un matrimonio combinato, per cui avendolo saputo, se ne fuggì in Germania ad Epfendorf nel Wurttemberg, dove i genitori si erano da poco trasferiti per lavoro.
Rimase in Germania sette anni, dal 1878 al 1885 lavorando come infermiera presso l’Ospedale delle Suore Elisabettine e facendosi notare per la sua carità e la delicatezza usata verso gli ammalati. Dopo la morte della madre nel 1882 e del padre nel 1885, decise di lasciare definitivamente la Germania e ritornò ad Imer suo paese natio.
Due anni dopo, questa irrequieta donna di 38 anni, insieme alla cugina Giuditta, intraprese nel maggio 1887 un pellegrinaggio a piedi verso Roma, facendo tappe a vari Santuari Mariani, con devozione e spirito di penitenza, sempre intenzionata a verificare ancora la Volontà di Dio, circa la fondazione ideata.
Ad agosto giunsero a Roma e ospitate dalle Suore di Carità Figlie dell’Immacolata (Immacolatine) fondate da Maria Fabiano; la fondatrice conosciuta Clotilde più profondamente, la convinse a prendere l’abito del suo nascente Istituto, promettendole di lasciarla libera se si fosse attuato il suo disegno giovanile.
Clotilde prese il nome di suor Annunziata e rimase fra le Immacolatine fino all’inizio del 1891, ricoprendo anche la carica di superiora dal 1888 al 1891 nel convento di Sgurgola d’Anagni.
La sua discesa verso l’Italia del Sud proseguì nel 1891, arrivando ad Alife (Caserta) su invito di padre Francesco Fusco da Trani, francescano conventuale, che intendeva proporre a Clotilde la realizzazione di una fondazione ideata dal vescovo mons. Scotti, ma lei constatò che il progetto del vescovo, non concordava con quello che sembrava essere il disegno di Dio su di lei.
Dopo essersi spostata a Caserta ospite di una famiglia che la sosteneva, Clotilde passò nella vicina Casolla con due giovinette che si erano unite a lei. Dopo alcuni mesi, il vescovo di Caserta mons. De Rossi, principe di Castelpetroso, autorizzò la vestizione religiosa del primo gruppo di cinque suore, che avvenne con la presenza di padre Fusco il 28 giugno 1891, la nuova Istituzione prese il nome di Suore degli Angeli, adoratrici della SS. Trinità.
La fondatrice Clotilde Micheli aveva 42 anni e prese il nome di suor Maria Serafina del Sacro Cuore. Un anno dopo un primo nucleo di suore fu inviato a gestire un orfanotrofio a S. Maria Capua Vetere (Caserta), che divenne anche la prima Casa dell’Istituto, seguita poi da altre opere, volte ad aiutare l’infanzia e la gioventù abbandonata.
Ma per madre Serafina cominciò, a partire dalla fine del 1895, un periodo di sofferenze fisiche, che dopo un intervento chirurgico molto delicato, sollecitato dallo stesso vescovo di Caserta, la indebolì vistosamente. Nel frattempo dopo varie vicende fu aperta nel giugno 1899 la Casa di Faicchio (Benevento) che in seguito diventerà l’Istituto di formazione della Congregazione. Madre Maria Serafina fu impegnata a realizzare altre opere ad un ritmo sostenuto che la indebolì ulteriormente, tanto da costringerla a non muoversi più da Faicchio.
Come quasi tutte le fondatrici di Congregazioni religiose, anche lei ebbe molto a soffrire moralmente per le incomprensioni patite anche all’interno stesso del suo Istituto, e il 24 marzo 1911, consumata dalle sofferenze fisiche morì nella Casa di Faicchio, dove è tumulata.
Per la santità della sua vita, che aumentò dopo la sua morte, le sue Suore degli Angeli avviarono la causa per la sua beatificazione, con il nulla osta della Santa Sede del 9 luglio 1990 e che procede presso la competente Congregazione per le Cause dei Santi.
Il suo carisma di prescelta con un intervento della Vergine nel lontano 1867, l’accompagnò per tutta la vita e si diffonde tuttora nella sua Congregazione, come dono dello Spirito Santo: “Come gli Angeli adorerete la Trinità e sarete sulla terra come essi sono nei cieli”.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Maria Serafina del S. Cuore, pregate per noi.  


*Beato Oscar Arnulfo Romero Galdàmez - Vescovo e Martire (24 marzo)
Ciutad Barrios, El Salvador, 15 agosto 1917- San Salvador, El Salvador, 24 marzo 1980
Arcivescovo di San Salvador, capitale di El Salvador, è stato ucciso il 24 marzo 1980 mentre celebrava la Messa. Ha difeso i poveri, gli oppressi, denunciando in chiesa e con la radio emittente della diocesi le violenze subite dalla popolazione. Pochi giorni prima di morire aveva invitato i soldati e le guardie nazionali a disubbidire all’ordine ingiusto di uccidere. La sua figura di "borghese" convertito in schierato per gli oppressi fa appello a ciascuno di noi per invitarci a non stare "al di sopra delle parti" ma a prendere le parti di chi non ha nessuno dalla sua parte. Papa Francesco in data 3 febbraio 2015 ha promulgato il decreto che riconosce il martirio in odio alla fede di Mons. Romero.
"Non ho la vocazione di martire", confida, anche se predica che "uno non deve mai amarsi al punto da evitare ogni possibile rischio di morte che la storia gli pone davanti. Chi cerca in tutti i modi di evitare un simile pericolo, ha già perso la propria vita". Oscar Arnulfo Romero nasce il 15 marzo 1917 a Ciudad Barrios di El Salvador; ordinato il 4 aprile 1942 a Roma dove sta studiando, quando torna in patria, gli trovano un posto in parrocchia; poi diventa rettore del seminario interdiocesano di San Salvador, direttore di riviste pastorali e segretario della Conferenza Episcopale dell'America Centrale e di Panama. È un uomo che conta, conosciuto per la sua posizione conservatrice e tradizionalista, spiritualmente molto vicino all’Opus Dei. Per questo
sono in molti a stupirsi ed a dispiacersi, quando nel 1970 diventa ausiliare del vescovo "progressista" di San Salvador, perché si ha timore che il conservatore Romero possa frenare l’azione innovativa intrapresa.
Timori e ostilità anche nel clero si manifestano maggiormente quando, nel 1977, diventa a sorpresa arcivescovo di San Salvador, cui si contrappone la gioia del governo e dei gruppi di potere, per i quali la nomina di questo vescovo quasi sessantenne, tutto "spirituale" e completamente "dedito agli studi", è la miglior garanzia di un rallentamento dell’impegno per i poveri che l'arcidiocesi stava sviluppando con il predecessore. Ci sono cioè fondate speranze che con lui la Chiesa di San Salvador si sciolga da ogni impegno sociale e politico, che la sua diventi una pastorale "spiritualizzata" e dunque asettica, disincarnata, disinteressata ad ogni evento politico. Così si interpreta il suo rifiuto della Cadillac fiammante e del sontuoso palazzo di marmi che i proprietari terrieri subito gli offrono, come anche la sua mancata presenza alla cerimonia di insediamento del dittatore.
Cosa avvenga di così deflagrante nella vita di Mons. Romero, da trasformare il conservatore che tutti conoscono nel battagliero assertore dei diritti umani, non è dato saperlo, anche se alcuni collegano questa sua "conversione" all’assassinio del gesuita padre Rutilio Grande, di cui era amico, avvenuto poche settimane dopo la sua nomina. Non bisogna però dimenticare che Romero fin dagli anni giovanili aveva fama di sacerdote austero, con una profonda spiritualità, una salda dottrina e un amore speciale per i poveri. Molto semplicemente, di fronte all’oppressione e allo sfruttamento del popolo, osservando gli squadroni della morte che uccidono contadini, poveri e preti impegnati, il vescovo capisce di non poter fare a meno di prendere una posizione chiara. Istituisce una Commissione per la difesa dei diritti umani; le sue messe cominciano a diventare affollatissime; memorabili le sue denunce dei crimini di stato che ogni giorno si compiono.
Paga con un progressivo isolamento e con forti contrasti, sia in nunziatura che in Vaticano, la sua scelta preferenziale per i poveri: alcuni vescovi lo accusano di incitare "alla lotta di classe e alla rivoluzione", mentre è malfamato e deriso dalla destra come sovversivo e comunista. "Nel nome di Dio e del popolo che soffre vi supplico, vi prego, e in nome di Dio vi ordino, cessi la persecuzione contro il popolo", dice il 23 marzo 1980, nella sua ultima predica in cattedrale. Il giorno dopo, nel tardo pomeriggio, un sicario si intrufola nella cappella dell’ospedale, dove Romero sta celebrando, e gli spara dritto al cuore, mentre il vescovo alza il calice al momento dell’offertorio. Aveva appena detto: "In questo Calice il vino diventa sangue che è stato il prezzo della salvezza. Possa questo sacrificio di Cristo darci il coraggio di offrire il nostro corpo ed il nostro sangue per la giustizia e la pace del nostro popolo".
Subito considerato come martire dal popolo salvadoregno, la causa della sua beatificazione inizia nel 1997 ma si arena subito in Vaticano, perché anche da morto il vescovo ha i suoi nemici: pesa come un’ombra cupa sul suo operato l’accusa di essere stato simpatizzante della Teologia della Liberazione, mentre chi lo ha conosciuto bene continua a testimoniare che "Romero non era un rivoluzionario, ma un uomo della Chiesa, del Vangelo e quindi dei poveri".
La Causa sembrava sbloccarsi con l’avvento di Papa Francesco e si cominciò a sperare nella beatificazione nel 2017, anno centenario della nascita, ma il Papa spiazzando tutti il 3 febbraio 2015 ha riconosciuto il martirio del vescovo Romero, che il 23 maggio 2015 è diventato dunque Beato.
(Autore: Gianpiero Pettiti)
Arnulfo Romero nasce a Ciutad Barrios il 15 agosto 1917. Sin da giovanissimo matura la vocazione sacerdotale. A 12 anni entra nel seminario e dopo alcuni anni giunge a Roma per continuare gli studi. E' ordinato sacerdote nel 1942 nella cappella maggiore del Collegio Pio Latino Americano di Roma. Torna in patria e diventa parroco di Anamoros. Poco tempo dopo viene trasferito a San Miguel, dove resta fino alla nomina di Vescovo ausiliare di San Salvador. Dopo quattro anni, nel 1974 è Vescovo di Santiago de Maria, una delle diocesi più povere del paese sudamericano. Qui conosce da vicino le povertà del popolo salvadoregno e le ingiustizie che subisce. Nel 1977 è Arcivescovo di San Salvador in un momento in cui nel paese infierisce senza sosta la repressione sociale e politica. La nomina di Mons. Romero è ben vista dal potere: egli è un uomo di cultura non impegnato socialmente; un vescovo che avrebbe pensato ad una pastorale "spirituale" per il popolo, disincarnata completamente dalla vita e dalla storia della città e del paese. Pochi giorni dopo la sua elezione, uno dei suoi sacerdoti migliori e fedeli, il padre gesuita Rutilio Grande, viene assassinato. Mons. Romero passa tutta la notte vicino alla sua salma e ordina che sia celebrata una sola Messa di suffragio in tutta la diocesi. Il sangue di questo sacerdote - dirà più tardi - lo orienta verso i valori della giustizia sociale e della solidarietà verso i più poveri del paese. Nella sua prima Lettera Pastorale dichiara di volersi schierare apertamente dalla parte dei più poveri. Ogni domenica il popolo attende con ansia i suoi messaggi pronunciati nel corso delle celebrazioni nella cattedrale e diffusi in tutto il paese attraverso la radio. Il suo messaggio è quello di una vera e propria redenzione del popolo costretto a subire atti di violenza e di ingiustizia. Mons. Romero diventa così pericoloso: la Chiesa inizia a subire altri attentati. La stessa sorte di p. Rutilio tocca ad altri quattro sacerdoti. La voce di Romero è diventata la "Voz de los que no tienen voz", la voce di coloro che non hanno voce, una voce libera che invoca la pace.
"Nel nome di Dio e del popolo che soffre - dice il giorno prima di essere assassinato - vi supplico, vi prego, e in nome di Dio vi ordino, cessi la persecuzione contro il popolo". Pace per Mons. Romero è avere la possibilità di parlare, di criticare e di dire pubblicamente la propria opinione. E lo testimonia con il suo comportamento quotidiano. Le sue omelie domenicali sono molto applaudite: applaudire è il solo modo che il popolo salvadoregno ha di manifestare il proprio diritto alla parola, in un paese dove non si concede tale elementare diritto.
"Sappiamo che ogni sforzo per migliorare una società, soprattutto che è piena d'ingiustizia e di peccato, è uno sforzo che Dio benedice, che Dio vuole, che Dio esige".
È il 24 marzo 1980: Mons. Oscar Arnulfo Romero, arcivescovo di San Salvador, conclude la sua omelia durante la Messa vespertina. Pochi minuti dopo, al momento dell'Elevazione del calice, un sicario, entrato in quel momento nella piccola cappella dell'ospedale della "Divina Provvidenza" di San Salvador, spara e lo uccide. In ricordo di ciò, il 24 marzo è stato scelto come giorno per celebrare la Giornata di preghiera e digiuno per i missionari martiri, istituita dal Movimento giovanile missionario delle Pontificie opere missionarie.
Il cardinal Roger Etchegaray nella prefazione al volume "Oscar Romero: un vescovo centro-americano tra guerra fredda e rivoluzione", scrive: "Mons. Romero era un uomo mite che aveva orrore della violenza in un paese segnato dalla violenza. I suoi nemici, fautori di prospettive violente, non sopportavano la sua affermazione della dottrina sociale della Chiesa, non accettavano la sua richiesta di pietà e giustizia. Tanto da ucciderlo. La vita di Romero non si può riassumere con degli slogan perché non lo consegnano alla storia come merita. Ne riducono la statura. Lo costringono in una gabbia di uno scontro ideologico."
Una delle caratteristiche dell'apostolato di questo pastore e vescovo della Chiesa cattolica è il servizio alla Parola di Dio che Romero ha pagato con la vita. I suoi discorsi e pensieri sono uno stimolo per destare le coscienze e riconoscere la responsabilità individuale e collettiva di ciascuno per il mondo in cui viviamo, rischiarata dalla speranza nella vittoria dell'amore.
Quello del 24 marzo è un anniversario di dolore e di inquietudine per chi crede nel ricordo di questo "zelante pastore che -ha detto Giovanni Paolo II inginocchiandosi sulla sua tomba- per amore di Dio e per servire i fratelli arrivò fino ad offrire la sua vita, troncata da morte violenta, mentre celebrava sull' altare il sacramento del perdono.
Monsignor Romero in mezzo al suo popolo che soffre per l' ingiustizia, la repressione, lo sfruttamento, capisce che sono i poveri, gli oppressi che devono segnare il cammino della Chiesa: questa è la grande scelta e il più grande insegnamento di questo Pastore. La sua voce diventa quella di un popolo, quello salvadoregno, sfruttato da secoli e che comincia finalmente a prendere coscienza dei propri diritti per ottenere la vera pace. Egli non fu un semplice funzionario della Chiesa, ma un "Buon Samaritano" che viene in aiuto di tutti i poveri ed i bisognosi, vittime dell'ingiustizia e dell’indifferenza. Il suo esempio ha lasciato un segno profondo: la sua tomba è meta di pellegrinaggio per invocare la sua intercessione per la giustizia e la pace per il mondo intero.
Ultimamente, è stato aperto il processo per la causa di beatificazione.

Preghiera a Mons. Romero
Noi t’invochiamo, vescovo dei poveri,
intrepido assertore della giustizia, martire della pace!
Ottienici dal Signore il dono di mettere la sua Parola al primo posto.
Aiutaci a intuirne la radicalità e a sostenerne la potenza,
anche quando essa ci trascende.
Liberaci dalla tentazione di decurtarla per paura dei potenti,
di addomesticarla per riguardo di chi comanda,
di svilirla per timore che ci coinvolga.
Non permettere che, sulle nostre labbra,
la Parola di Dio s’inquini con i detriti delle ideologie.
Ma dacci una mano,
perché possiamo coraggiosamente incarnarla nella cronaca,
nella piccola cronaca personale e comunitaria,
e produca così storia di salvezza.
Aiutaci a comprendere
che i poveri sono il luogo teologico dove Dio si manifesta,
il roveto ardente e inconsumabile da cui egli ci parla.
Prega, vescovo Romero,
perché la chiesa di Cristo,
per amore loro, non taccia.
Siamo grati a Papa Francesco per il Decreto di Beatificazione dell’Arcivescovo Óscar Arnulfo Romero, firmata il giorno della memoria di Sant’Oscar, nel calendario latino. É un dono straordinario a tutta la Chiesa di questo inizio di millennio vedere salire all’altare un pastore che ha dato la vita per il suo popolo; lo è anche per tutti i cristiani, come mostra l’attenzione della Chiesa anglicana che ha posto la statua di Romero nella facciata della cattedrale di Westmister accanto a quella di Martin Luther King e Dietrich Bonhoeffer, ed anche alla stessa società umana che vede in lui un difensore dei poveri e della pace. La gratitudine va anche a Benedetto XVI che ha seguito la causa fin dall’inizio e che il 20 dicembre del 2012 – poco più di un mese dalla sua rinuncia - ne ha deciso lo sblocco perché proseguisse il suo itinerario ordinario. Penso con gratitudine anche a san Giovanni Paolo II che volle ricordare mons. Romero nella celebrazione dei Nuovi Martiri durante il Giubileo del 2000, inserendone il nome, assente nel testo, nell’oremus finale. E dobbiamo ricordare anche il beato Paolo VI che Romero vedeva come suo ispiratore e che per lui fu un difensore.
L’impegno della Congregazione per le Cause dei Santi – con il cardinale Angelo Amato – è stato attento e sollecito. L’unanimità dei pareri sia della commissione cardinalizia che della commissione dei teologi ha confermato il martirio in odium fidei. Il sensus fidelium, in verità, non è mai venuto meno sia in El Salvador sia ovunque nel mondo. Il martirio di Romero ha dato senso e forza a tante famiglie salvadoregne che avevano perso parenti e amici durante la guerra civile. Il suo ricordo diventò immediatamente il ricordo delle altre vittime, magari meno illustri, della violenza.
Dopo un lungo lavoro che ha visto non poche difficoltà sia per le opposizioni rispetto al pensiero e all’azione pastorale dell’arcivescovo sia per la situazione conflittuale che si era creata attorno alla sua figura, l’itinerario processuale è giunto alla conclusione. Romero diviene come il primo della lunga schiera dei Nuovi Martiri contemporanei. Il 24 marzo – giorno della sua morte - è divenuto per decisione della Conferenza Episcopale Italiana "Giornata di preghiera per i missionari martiri". E le stesse Nazioni Unite hanno proclamato quel giorno "International Day for the right to the Truth Concerning Gross Human Rights Violations and for the Dignity of Victims".
Il mondo è molto cambiato da quel lontano 1980, ma quel pastore di un piccolo paese dell’America Centrale, parla più forte. E non è senza significato che la sua beatificazione avvenga proprio mentre sulla cattedra di Pietro vi è, per la prima volta nella storia, un papa latinoamericano che vuole una "Chiesa povera, per i poveri". Vi è una coincidenza provvidenziale.
Romero un pastore
Si potrebbe dire che il martirio di Romero è strettamente legato a quello di padre Rutilio Grande, un gesuita che aveva lasciato l’insegnamento universitario per andare fra i contadini in un piccolo villaggio, Aguilares, vivendo in una stanzetta con un letto, un comodino, un piccolo lume, una Bibbia. Romero gli era molto amico. La notte del 12 marzo 1977 Romero vegliò tutta la notte davanti al corpo dell’amico e dei due contadini uccisi insieme a lui in un agguato. Era arcivescovo di San Salvador da pochi giorni, non aveva ancora preso confidenza con le sue funzioni. In quelle ore provò molta commozione vedendo l’amico ucciso e i tanti contadini che affollavano la chiesetta. Romero – disse ad un amico – vide che erano rimasti orfani del loro "padre" e che ora toccava a lui arcivescovo prenderne il posto anche a costo della vita. In quella notte sentì – lo scrive più volte - una ispirazione divina a essere forte, ad assumere un’attitudine di fortaleza, mentre nel paese, segnato dall’ingiustizia sociale, aumentava la violenza: violenza dell’oligarchia contro i contadini, violenza dei militari contro la Chiesa che difendeva i poveri, violenza della guerriglia rivoluzionaria.
Romero corresse la vulgata diffusa circa la sua conversione: "Non parlerei di conversione – disse - come molti dicono perché sempre ho avuto affetto per il popolo, per il povero… Prima di essere vescovo sono stato per ventidue anni sacerdote a San Miguel… Quando visitavo i cantoni sentivo un vero piacere nello stare con i poveri e aiutarli... Giungendo però a San Salvador, la stessa fedeltà cui avevo voluto ispirare il mio sacerdozio mi fece comprendere che il mio affetto verso i poveri, la mia fedeltà ai principi cristiani e l’adesione alla Santa Sede dovevano prendere una direzione un po’ diversa. Il 22 febbraio del 1977 presi possesso dell’Arcidiocesi e a quella data vi era una raffica di espulsioni di sacerdoti... Il 12 marzo del 1977 avvenne l’assassinio del p. Rutilio Grande… ebbe un forte impatto nella diocesi e mi aiutò a sentire fortaleza."
Romero credette alla sua funzione di vescovo e di primate del paese e si sentiva responsabile della popolazione specie più povera: per questo si fece carico del sangue, del dolore, della violenza, denunciandone le cause nella sua carismatica predicazione domenicale seguita alla radio da tutta la nazione. Potremmo dire che fu una "conversione pastorale", con l’assunzione da parte di Romero di una fortaleza indispensabile nella crisi in cui versava il paese. Si fece defensor civitatis secondo la tradizione dei Padri antichi della Chiesa, difese il clero perseguitato, protesse i poveri, affermò i diritti umani.
Il clima di persecuzione era palpabile. Ma Romero divenne chiaramente il difensore dei poveri di fronte ad una repressione crudele. Dopo due anni di arcivescovado a San Salvador, Romero conta
30 preti perduti, tra uccisi, espulsi o richiamati per sfuggire alla morte. Gli squadroni della morte uccidono decine e decine di catechisti delle comunità di base, e molti fedeli di queste comunità scompaiono. La Chiesa era la principale imputata e quindi quella maggiormente colpita. Romero resistette e accettò di dare la vita per difendere il suo popolo.
Ucciso sull’altare durante la S. Messa
Fu ucciso sull’altare. In lui si voleva colpire la Chiesa che sgorgava dal Concilio Vaticano II. La sua morte – come mostra chiaramente l’accurato esame documentario – fu causata non da motivi semplicemente politici, ma dall’odio per una fede che impastata della carità che non taceva di fronte alle ingiustizie che implacabilmente e crudelmente si abbattevano sui poveri e sui loro difensori. L’uccisione sull’altare – una morte senza dubbio più incerta visto che si doveva sparare da trenta metri rispetto ad una provocata da distanza ravvicinata – aveva una simbolicità che suonava come un terribile avvertimento per chiunque volesse proseguire su quella strada. Lo stesso san Giovanni Paolo II - che ben conosceva i due altri santi uccisi sull’altare, san Stanislao di Cracovia e Thomas Becket di Canterbury - lo nota con efficacia: "lo hanno ucciso proprio nel momento più sacro, durante l’atto più alto e più divino… É stato assassinato un vescovo della Chiesa di Dio mentre esercitava la propria missione santificatrice offrendo l’Eucarestia". E più volte ha ripetuto con vigore: "Romero è nostro, Romero è della Chiesa!".
Romero e la scelta dei poveri
Romero da sempre ha amato i poveri. Giovanissimo sacerdote a San Miguel veniva accusato di comunismo perché chiedeva ai ricchi di dare il giusto salario ai contadini coltivatori di caffè. Diceva loro che, agendo in quel modo, non solo andavano contro la giustizia, ma erano essi stessi ad aprire le porte al comunismo. Tutti coloro che lo hanno conosciuto ancora semplice sacerdote ricordano la sua commozione e la sua tenerezza verso i poveri che incontrava. Particolare impressione fece il suo interessamento per i bambini lustrascarpe di San Miguel che lo portò ad organizzare anche una mensa per loro. Notoria poi era la generosità. Un piccolo episodio mostra la sua "esagerazione", come qualcuno diceva. Una volta ricevette una gallina da mangiare, lungo la strada una donna chiedeva aiuto e lui subito gliela diede, non badando alle rimostranze dell’autista che gli diceva che in episcopio non c’era nulla da mangiare. Certo frequentava anche i ricchi, ma chiedeva loro di aiutare i poveri e la Chiesa, come una via per salvare la loro anima.
Romero comprese sempre più chiaramente che per essere il pastore di tutti doveva iniziare dai poveri. Mettere i poveri al centro delle preoccupazioni pastorali della Chiesa e quindi anche di tutti i cristiani, compresi i ricchi, era la via nuova della pastorale. L’amore preferenziale per i poveri non solo non attutiva l’amore di Romero per il suo paese, al contrario lo sosteneva. In tal senso Romero non era un uomo di parte, anche se ad alcuni poteva apparire tale, bensì un pastore che voleva il bene comune di tutti, ma a partire, appunto, dai poveri. Non ha mai cessato di cercare le vie per la pacificazione del paese.
Romero, uomo di Dio e della Chiesa
Romero era un uomo di Dio, un uomo di preghiera, di obbedienza e di amore per la gente. Pregava molto: si arrabbiava se nelle prime ore del mattino, mentre pregava, lo interrompevano. Ed era severo con se stesso, legato ad una spiritualità antica fatta di sacrifici, di cilicio, di penitenza, di privazioni. Ebbe una vita spirituale "lineare", pur con un carattere non facile, rigoroso con se stesso, intransigente, tormentato. Ma nella preghiera trovava riposo, pace e forza. Quando doveva prendere decisioni complicate, difficili, si ritirava in preghiera.
Fu un vescovo fedelissimo al magistero. Nelle sue carte emerge chiara la familiarità con i documenti del Vaticano II, di Medellin, di Puebla, della dottrina sociale della Chiesa e in genere gli altri testi pontifici. Ho potuto fare l’elenco delle opere della sua biblioteca: gran parte è occupata dai testi del Magistero. Nelle carte dell’archivio sono conservati i discorsi che Romero scriveva per due nunzi quando questi dovevano spiegare i testi conciliari. Il cardinale Cassidy racconta che nel 1966 con Romero e qualche altro sacerdote facevano spesso giornate di approfondimento sui testi del Vaticano II. Romero si era costruito uno amplissimo schedario di citazioni (circa 5000 schede) per predicare, tratte soprattutto dal Magistero. Venti giorni prima di morire, il 2 marzo 1980, in una omelia domenicale afferma: "Fratelli, la gloria più grande di un pastore è vivere in comunione con il papa. Per me il segreto della verità e della efficacia della mia predicazione è stare in comunione con il papa. E quando vedo nel suo magistero pensieri e gesti simili a quelli di cui ha bisogno la nostra Chiesa, mi riempio di gioia".
Molte volte si dice che Romero era subornato dalla teologia della liberazione. Un giornalista gli chiese: "Lei è d’accordo con la teologia della liberazione?" Romero rispose: "Si certo. Ma ci sono due teologie della liberazione. Una è quella che vede la liberazione solo come liberazione materiale. L’altra è quella di Paolo VI. Io sono con Paolo VI".
(Autore: Mons. Vincenzo Paglia)
La morte è il momento cruciale dei tre anni di Romero arcivescovo. Fu martirio in odium fidei, esemplificato nell’uccisione all’altare nonché nel far tacere la voce pubblica che autorevolmente chiedeva conversione dal male e rigetto del peccato. Per questo rimando alla documentazione del processo canonico, che si rende disponibile con la beatificazione. Qui vorrei notare che Romero sapeva che sarebbe stato ucciso e per questo ebbe un lungo travaglio interiore.
Doveva anzitutto dare senso alla morte che gli veniva annunciata ogni giorno attraverso minacce riferitegli da fedeli e amici, lettere piene d’insulti, telefonate minatorie, avvisi persino in televisione, comunicazioni allarmate di autorità civili e religiose, attentati scampati per un soffio. Un primo senso della morte che s’avvicinava stava nella fedeltà al suo mandato apostolico: era un pastore, e il buon pastore non abbandona le sue pecore, tanto più quando sono nel pericolo.
Romero non ebbe dubbi: non avrebbe lasciato il Salvador, sarebbe restato al suo posto. Diceva: "Un pastore non se ne va, deve restare sino alla fine con i suoi". Rifiutò anche un’offerta di ospitalità della Santa Sede.
Un secondo senso della sua morte stava nell’offerta della vita. Romero meditava molto sul martirio, a partire da quello dei suoi preti e catechisti già uccisi in gran numero. Aveva predicato ai funerali di un suo prete assassinato:
"Non tutti, dice il Concilio Vaticano II, avranno l’onore di dare fisicamente il loro sangue, di essere uccisi per la fede; però Dio chiede a tutti coloro che credono in lui uno spirito del martirio, cioè tutti dobbiamo essere disposti a morire per la nostra fede, anche se il Signore non ci concede questo onore. Noi, sì, siamo disponibili, affinché, quando giunge la nostra ora di render conto, possiamo dire 'Signore, io ero disposto a dare la mia vita per te. E l’ho data'. Perché dare la vita non significa solo essere uccisi; dare la vita, avere spirito di martirio è dare nel dovere, nel silenzio, nella preghiera, nel compimento onesto del dovere; è dare la vita a poco a poco, nel silenzio della vita quotidiana, come la dà la madre che senza timore, con la semplicità del martirio materno, dà alla luce, allatta, fa crescere e accudisce con affetto suo figlio."
Romero voleva dare un senso alla sua morte secondo la volontà di Dio. Tre settimane prima di morire disse al suo confessore: "Mi costa accettare una morte violenta... devo essere nella disposizione di dare la mia vita per Dio qualunque sia il fine della mia vita. Le circostanze sconosciute si vivranno con la grazia di Dio. Egli ha assistito i martiri e se necessario lo sentirò molto vicino nell’offrirgli l’ultimo respiro. Ma più che il momento di morire vale il dargli tutta la vita e vivere per lui". Pareva pacificato, ed è probabile che interiormente lo fosse.
In realtà, Romero era terrorizzato dalla morte che sentiva imminente. Nelle ultime settimane ogni rumore gli dava soprassalto. Un frutto di avocado che cadeva sul tetto della sua modesta dimora lo gettava nel panico. Un qualsiasi rumore notturno lo portava a nascondersi. Confidava che neppure sapeva se lo avrebbe ucciso l’estrema destra o l’estrema sinistra, che lo contestava negli ultimi tempi per la sua contrarietà alla rivoluzione. Fu poi lo squadrone della morte organizzato dall’ex maggiore D’Aubuisson a ucciderlo, ma Romero questo non lo poteva sapere in anticipo. Nelle ultime settimane ebbe continui momenti di abbattimento. Il giorno prima d’essere ucciso predicò ben due ore e pronunciò l’appello famoso ai soldati perché non uccidessero in violazione della legge di Dio:
"Un appello speciale agli uomini dell’esercito… Davanti all’ordine di uccidere dato da un uomo deve prevalere la legge di Dio che dice: non uccidere. Nessun soldato è obbligato a obbedire a un ordine contrario alla legge di Dio […] In nome di Dio, e in nome di questo popolo sofferente i cui lamenti salgono fino al cielo ogni giorno più impetuosi, vi supplico, vi scongiuro, vi ordino in nome di Dio: cessi la repressione!". Dopo questa sfida ai comandi militari era apparentemente sereno come avesse assolto il suo dovere, e andò a mangiare in quella che era la sua famiglia d’adozione, quella dell’amico Barraza, un commerciante. Giocò dapprima con i bambini, ma a tavola apparve smarrito:
"Si tolse gli occhiali, cosa che non faceva mai, e rimase in un silenzio che fu per tutti noi molto grave. Lo si vedeva abbattuto e triste. Mangiava la minestra con lentezza e ci guardava attentamente uno per uno. Eugenia, mia moglie, che alla tavola gli sedeva a fianco, restò interdetta per uno sguardo lungo e profondo che le rivolse, come volesse dirle qualcosa. Dai suoi occhi sgorgarono lacrime. Lupita lo rimproverò: "ma perché, che motivo c’è di piangere?". Eravamo tutti perplessi. Improvvisamente si mise a parlare dei suoi migliori amici, sacerdoti e laici. Li nominava uno a uno, mostrando ammirazione per ciascuno di loro e lodandone le virtù che aveva scoperto e i doni che Dio aveva dato loro. Un pranzo come quello, a casa nostra, non c’era mai stato. Fu triste e sconcertante per tutti noi."
Così Romero il giorno prima della morte. Una morte interpretata a lungo con le retoriche parole apparse postume nella penna di un giornalista guatemalteco: "Se mi uccidono, risorgerò nel popolo salvadoregno, il mio sangue sia seme di libertà, la mia morte sia per la liberazione del mio popolo". Queste frasi, ripetute incessantemente in manifesti e comizi, ma non dagli amici intimi dell’arcivescovo ucciso che ne dubitavano, stanno al cuore di un mito ideologico di Romero profeta del popolo e messia a sfondo politico. Tutto lascia credere che siano apocrife, e nella Positio lo si discute a sufficienza. In realtà, il senso della sua morte, Romero lo affidava ai suoi appunti intimi in questi termini:
"Pongo sotto la provvidenza amorosa del Cuore di Gesù tutta la mia vita e accetto con fede in lui la mia morte, per quanto difficile sia. Né voglio darle una intenzione, come lo vorrei, per la pace del mio paese e per la fioritura della nostra Chiesa… perché il Cuore di Cristo saprà darle il fine che vuole. Mi basta per essere felice e fiducioso il sapere con sicurezza che in lui sono la mia vita e la mia morte, che malgrado i miei peccati in lui ho posto la mia fiducia e non rimarrò confuso e altri proseguiranno con maggiore saggezza e santità i lavori della Chiesa e della Patria".
Possiamo considerare queste parole, scritte un mese prima di essere assassinato, come il testamento spirituale di monsignor Romero.
Romero non pensava ad una morte eroica che facesse la storia, non voleva sfidare i nemici del popolo a ucciderlo per poi mostrarsi risorto nella rivoluzione, non concepiva il suo martirio in senso ideologico come un simbolo di lotta avvenire. Pensava invece alla sua morte secondo la tradizione della Chiesa, per la quale il martire non è una bandiera contro, non è un atto d’accusa verso il persecutore, ma un testimone della fede. Fede nella grazia divina che, come dice il salmo 62, vale più della vita. Questa è precisamente la grandezza cristiana di Romero: aver anteposto l’adesione alla volontà di Dio alla salvaguardia della propria vita, come Cristo nell’orto degli ulivi.
(Autore: Roberto Morozzo della Rocca - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Oscar Arnulfo Romero Galdamez, pregate per noi.  


*San Secondino - Martire in Mauritania (24 marzo)

Martirologio Romano: Nella Mauritania, nelle terre dell’odierna Algeria, San Secóndulo, che subì la passione per la fede in Cristo.    
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Secondino, pregate per noi.  


*San Severo di Catania - Vescovo (24 marzo)

† 814 (?)

Martirologio Romano: A Catania, San Severo, Vescovo.
San Severo vescovo di Catania. Nella cronotassi ufficiale della Diocesi è inserito al diciannovesimo posto. Succede a Teodoro menzionato nel 787.
San Severo, nell’elenco dei vescovi diocesani non è documentato storicamente, ma è noto solamente grazie ad alcuni testi agiografici scritti tra VIII e il IX secolo.
La tradizione ci tramanda il suo episcopato tra gli anni 802 e 814.
Governò la diocesi santamente, con la parola e l’esempio, meritando somma lode da tutti.
Su San Severo ci sono rimaste solo delle citazioni circa la sua memoria nel Menologio del Cardinale Sirleto e nei Menei del Codice Mazar della Nazionale di Parigi.
I Bollandisti lo citano così: "24 marzo – memoria del N.S.P. Severo, vescovo di Catania città della Sicilia".
Nelle moderne liste dei vescovi di Catania sono stati inseriti anche un altro San Severo (o Everio) al secondo posto e un San Severino al quarto posto. Secondo lo storico, Francesco Lanzoni «potrebbero essere una retroproiezione del santo vescovo Severus il cui episcopato si colloca agli inizi del IX secolo».
Nel battistero della basilica di Maria Santissima dell’Elemosina, meglio conosciuta come basilica collegiata di Catania, si venerava una sua immagine.
La sua festa liturgica si celebra il 24 marzo.

(Autore: Mauro Bonato – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Severo di Catania, pregate per noi.


*Beato Simonino (Simone) di Trento - Fanciullo (24 marzo)

Anche se la festa liturgica di questa singolare figura di beato fanciullo è stata eliminata nel 1965, vale la pena di ricordarla per le implicazioni sociali e religiose che dal lontano 1475 aveva impresso nella società trentina.
Il piccolo Simone, chiamato poi nei secoli Simonino, figlio del conciacapelli Andrea (parrucchiere dell’epoca), all’età di due anni e mezzo, scomparve misteriosamente la sera del 23 marzo 1475, ricorrenza del giovedì santo e il suo corpo dopo convulse ricerche fu ritrovato la mattina del 26 nel
giorno di Pasqua, in condizioni strazianti, in un fosso d'acqua che attraversava lo scantinato della casa, di uno dei maggiori rappresentanti degli ebrei di Trento.
Per una serie di circostanze, di tempo, di luogo e di clima creatasi dopo la predicazione recente del Beato Bernardino da Feltre, con riferimenti antisemiti, si instaurò subito la certezza che l’omicidio fosse dovuto ad un rituale perpetrato dagli ebrei.
Furono imprigionate una trentina di persone, tutte appartenenti alle tre famiglie di ebrei allora residenti in Trento, quelle degli usurai Samuele ed Angelo e del medico Tobia; per ordine del principe-vescovo Giovanni Hinderbach furono sottoposti a processo, che fece largo uso della tortura, per cui alla fine finirono per confessarsi colpevoli.
Nonostante gli interventi del papa Sisto IV e dell’arciduca Sigismondo del Tirolo, per niente favorevoli all’agire del principe-vescovo trentino, il processo proseguì con estrema durezza, fino alla condanna a morte e relativa esecuzione di 15 dei presunti rei e la confisca dei loro beni.
Sono conservati gli Atti del processo a Roma, a Trento e Vienna, importantissimi perché testimoniano gli sforzi fatti per accreditare l’omicidio rituale agli ebrei con l’opinione che simili riti avvenissero anche in altre città e con una certa frequenza. La morte avvenuta per un rito del piccolo Simonino, dava l’opportunità al principe-vescovo Hinderbach di considerarlo un martire e quindi iniziò un culto con vasta azione propagandistica sia con scritti di autori umanistici (prima stampa nel 1475) sia con la predicazione, in particolare dei francescani del Trentino e regioni vicine.
Il Papa Sisto IV proibì sotto pena di scomunica il culto al Beato Simonino, perché non era chiaro il motivo della morte del piccolo.
Ma la venerazione dei fedeli provenienti da ogni parte d’Europa, dietro la fama dei miracoli avvenuti, si diceva per sua intercessione, fece sì che il culto divenisse un culto di fatto, superando anche la proibizione papale.  
Il culto persisteva nel secolo successivo, al punto che nel 1584, Cesare Baronio inseriva il suo nome nel "Martirologio Romano" e nel 1588 su richiesta del vescovo di Trento, il papa Sisto V, concesse la festa e Messa propria, dando così l’assenso ad una formale beatificazione.
Il culto invece di scemare aumentò nei secoli successivi fino ai nostri giorni, soprattutto nell’epoca barocca, suscitando tutta una produzione artistica locale.
Luoghi centri del culto furono le cappelle erette nei luoghi dell’uccisione, del rapimento e nella chiesa di S. Pietro dove era il corpicino imbalsamato.
Oltre la celebrazione annuale del 24 marzo, vi era fino al 1955 una sontuosa processione decennale con il corpo del fanciullo e i reliquiari con gli strumenti del presunto martirio.
L’omicidio, la cacciata degli ebrei dal Trentino, le sentenze di colpevolezza e le esecuzioni  capitali, suscitarono sempre la contestazione ebraica, con relativa condanna finché fosse praticato il culto del beato Simonino.
La questione coinvolse studiosi, giuristi, teologi, specie nell’800 sia da parte cattolica sia da parte ebraica; finché nel ‘900 studi più approfonditi di commissioni di studiosi, portarono a conclusioni onestamente accettabili, di esclusione di riti ebraici nell’omicidio.
Pertanto il vescovo di Trento A. M. Gottardo, il 28 ottobre 1965, abrogò ufficialmente il culto del beato Simonino di Trento, con il pieno consenso della S. Sede e con soddisfazione del mondo ebraico, che si vide togliere il sospetto di  praticare riti sanguinari; bisogna ricordare che analoga accusa fu fatta ai cristiani delle catacombe dei primi tempi.
Gli artisti furono chiamati, nei cinque secoli del culto, ad immortalare con ogni forma di arte, il martirio, i resti tagliati, la figurina benedicente, in piedi su un tavolo o legato ad una croce del piccolo Simonino, comunque Beato in Dio; vittima innocente, come in tutti i tempi di omicidi oscuri e orribili, che ogni tanto vengono perpetrati quali simbolo del male che continuamente si aggira nell’umanità, qualunque sia la mano assassina.  
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Simonino di Trento, pregate per noi.   

   

*Santi Timolao, Dionigi, Pauside, Alessandro, Romolo e Alessandro - Martiri (24 marzo)
m. 303
Martirologio Romano:
A Cesarea in Palestina, Santi martiri Timolao, Dionigi, Pauside, Romolo, Alessandro e un altro Alessandro, che, durante la persecuzione dell’imperatore Diocleziano, condotti con le mani legate davanti al prefetto Urbano, confessarono di essere cristiani e pochi giorni dopo, insieme ai compagni Agapio e ad un altro Dionigi, con la decapitazione meritarono la corona della vita eterna.  
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Bertrada di Laon, pregate per noi.  


*Altri Santi del giorno (24 marzo)
*San
Giaculatoria - Santi tutti, pregate per noi.


 
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