Santi del 24 Settembre - Istituto Aveta

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Santi del 24 Settembre

Il mio Santo > I Santi di Settembre

*Sant'Anatalo (Anatalone) - Primo Vescovo di Milano (24 settembre)
sec. III

Emblema: Bastone pastorale, Mitra, Pallio
Martirologio Romano: A Milano, Sant’Anatalo, ritenuto primo vescovo di questa città.
L'arcidiocesi milanese è universalmente nota come “Chiesa ambrosiana”, dal nome del suo più grande vescovo e dottore della Chiesa Sant'Ambrogio, che la resse nella seconda metà del IV secolo.
Ciò che assai probabilmente non tutti sapranno è che invece tale diocesi venera come proto-vescovo un certo Sant'Anatalone, personaggio alquanto leggendario, facente parte con Ambrogio e Carlo Borromeo di una schiera di ben 143 vescovi, tra i quali 38 Santi e 2 Beati, che nel corso di diciassette secoli hanno retto la sede episcopale dell'antica Mediolanum.
Alla fine dell'VIII secolo Paolo Diacono redasse le “Gesta episcoporum Mettensium”, nelle quali sosteneva che Anatalone fosse un discepolo di Pietro che questi aveva inviato a Milano come primo vescovo.
L'antico Martyrologium Romanum ed altri cataloghi sempre alquanto datati sostennero invece che la cattedreda episcopale milanese fu istituita addirittura dall'apostolo Barnaba che, dopo sette anni designò Anatalone quale suo successore. Secondo la “Datiana historia ecclesiae mediolanensis”,
opera anonima risalente all'XI secolo, un certo “Anatelon” sarebbe stato vescovo di Milano e di Brescia dal 50 al 63.
In realtà la cronologia stabilita da queste tradizioni fu ideata appositamente nell'XI secolo, quando i milanesi, polemici con Roma circa l'eresia dei Patarini o forse per la riforma imposta da Gregorio VII, retrodatarono la storia della loro diocesi al fine di stabilire una pari anzianità con la Chiesa di Roma che li avrebbe esentati dalla sua soggezione. Anche gli storici hanno comunque appurato che San Barnaba non si recò mai a Milano e subì il martirio in Oriente.
Sempre la leggenda vuole che Anatalone costruì una chiesa dedicata al Salvatore su un precedente tempio del dio Mercurio od Apollo, nel luogo in cui oggi a Milano sorge la chiesa di San Giorgio al Palazzo.
Al primo vescovo sarebbe succeduto nel 61 San Caio, che alcuni considerano però primo vescovo della città tralasciando il predecessore, il cui culto pare essere ben attestato a Milano da vecchia data: il vecchio martirologio indicava anch'egli quale discepolo di Barnaba e che avrebbe sofferto sotto la persecuzione anticristiana di Nerone, che in realtà si limitò alla sola Roma, senza però rimanerne vittima.
L'episcopato di Caio durò ventiquattro anni, sino all'85, e gli è attribuito il battesimo dell'intera famiglia dei protomartiri milanesi, composta dai santi sposi Vitale e Valeria e dai loro figli Gervasio e Protasio.
Per concludere il capitolo relativo alle versioni leggendarie sulla vicenda del santo protovescovo milanese non si può non si può non citare la “Storia dell'Ingaunia” scritta dal canonico Navone, secondo la quale Barnaba e Caio predicarono il Vangelo anche a Genova e nella riviera di Ponente, designando poi Anatalone a reggere le sedi episcopali di Albenga e di Milano. Pietro gli inviò allora come aiutante Caio, che gli successe nell'anno 65.
Dal punto di vista storico invece, tenendo in considerazione che Mirocle, sesto vescovo di Milano, fu presente ai Concili di Roma nel 313 e di Arles nel 314, è ipotizzabile che Anatalone sia stato vescovo verso la fine del II secolo, all'epoca in cui la città si trasformò da semplice municipio a colonia imperiale.
La versione ritenuta oggi più autorevole ed adottata ufficialmente dall'arcidiocesi di Milano è quella che colloca nel III secolo gli episcopati di Anatalone e del successore Caio. Secondo i calcoli di Felice Savio Anatalone fu vescovo fra il 256 e il 259. L'analisi dei nomi di alcuni primi vescovi milanesi, come Anatalone, Calimero, Mona e Mirocle, ed antiche iscrizioni tombali relative a sacerdoti milanesi confermano chiaramente che la penetrazione del cristianesimo a Milano avvenne dall'Oriente, tramite le vie dei mercanti e dell'esercito.
Alcune reliquie di Sant'Anatalone, consistenti probabilmente solo pezze di lino trovatesi a contatto con il suo corpo, furono portate nella cappella milanese intitolata “ad Concilia Sanctorum” probabilmente nel V secolo.
L'autore del “De situ” ignorava il luogo della sua sepoltura ed annotò che la sua “depositio” era
celebrata nella suddetta basilica. Nella “Datiana istoria”, risalente all'XI secolo, non si indica il luogo di sepoltura e si annota che l'anniversario della “depositio” veniva celebrato nella basilica milanese di San Babila.
Il “Beroldo Nuovo”, calendario liturgico milanese del 1263, aggiunge che Anatalone sarebbe stato sepolto nella chiesa di San Floriano in Brescia, città di cui qualche tarda leggenda lo vuole anche primo vescovo.
Nel 1472 alcune sue reliquie vennero effettivamente ritrovate in quella chiesa e solennemente traslate nella cattedrale cittadina, ove attualmente sono oggetto di venerazione.
Nonostante il giorno della morte di Sant'Anatalone sia ritenuto il 24 settembre, la sua festa fu trasferita nel 1490 al giorno successivo, in cui tra l'altro si festeggiano tutti i primi santi vescovi milanesi, perchè il 24 settembre ricorreva a Milano la patrona della cattedrale santa Tecla.
A Sant'Anatalone è stata dedicata una strada di Milano ed esiste una sua statua a Carate Brianza, città di provincia. Occorre infine citare il terzo ordine del coro ligneo del Duomo di Milano, in cui sono rappresentati tutti i vescovi milanesi da Sant'Anatalone a San Galdino.
l nome del Santo è presente anche nelle varianti Anatelon, Anatalo, Anatolo, Anatolio, Anatalofle, Anatelofl e Anatolofle.
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Anatalo di Milano, pregate per noi.


*Santi Andochio, Tirso e Felice - Martiri (24 settembre)
Martirologio Romano: A Seaulieu nel territorio di Autun in Francia, Santi Andochio, Tirso e Felice, martiri.
Sconosciuti a Gregorio di Tours, sono però commemorati nel Martirologio Geronimiano il 24 settembre con la precisa indicazione topografica di Saulieu, presso Autun.
La notizia dipende forse dalla passio, composta nel sec. V e strettamente collegata a quelle di Benigno di Digione, di Andeolo e dei Santi Gemelli di Langres.
L'autore, attraverso una ostentata precisione di nomi e particolari, manifesta una reale ignoranza di qualsiasi elemento concernente la vita dei santi ed intesse uno dei soliti favolosi romanzi.
In sostanza si può ritenere soltanto che i tre martiri abbiano consistenza storica, senza per altro poter affermare di più.
Secondo la passio, Sant'Ireneo, apparso in sogno a San Policarpo, lo prega di inviare in Gallia dei missionari.
Scelti i presbiteri Benigno e Andochio ed il diacono Tirso, essi sbarcano a Marsiglia e, passando per Lione, si dirigono ad Autun. Ivi sono accolti da un certo Fausto, del quale battezzano il figlio e i nipoti.
Arriva intanto alla borgata di Saulieu l'imperatore Aureliano e scopre che Andochio e Tirso predicano nella casa di un certo Felice. Tutti e tre sono arrestati, interrogati, tormentati, gettati nel fuoco, ma sempre inutilmente, finché non vengono uccisi.
Il pio Fausto ne cura la sepoltura.
Forse la passio riecheggia tradizioni locali, che volevano collegare l'evangelizzazione di Saulieu con Lione, ma è una fonte troppo infida e storicamente poco fondata.
(Autore: Agostino Amore – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santi Andochio, Tirso e Felice, pregate per noi.


*Beato Anton Martin Slomsek - Vescovo (24 settembre)

Ponivka, Maribor (Slovenia), 26 novembre 1800 – Maribor, 24 settembre 1862
Nato nel 1800 nel villaggio di Slom, in Slovenia, Anton Martin Slomsek studiò teologia in Germania e divenne sacerdote a 24 anni.
Nel corso del 1846 fu dapprima nominato parroco a Celje e poi vescovo-principe di Maribor. Grande conoscitore della Bibbia e dei Padri, era un efficace predicatore.
Sostenne il clero e chiamò in diocesi alcuni ordini religiosi come i Lazzaristi. In un territorio che sentiva l'influenza del mondo ortodosso fondò la Confraternita dei santi Cirillo e Metodio. Morì nel 1862.
È Beato dal 1999. (Avvenire)

Martirologio Romano: A Maribor in Slovenia, Beato Antonio Martino Slomšek, vescovo, che ebbe grande cura della vita cristiana delle famiglie e della formazione del clero e lottò con tutte le forze per l’unità della Chiesa.
Il 19 settembre 1999 Papa Giovanni Paolo II, durante la sua visita pastorale in Slovenia, ha beatificato nella spianata di Betnava di Maribor, il vescovo Anton Martin Slomsek, autentica figura di Pastore della Slovenia del XIX secolo.
Egli nacque il 26 novembre 1800 nel villaggio di Slom del Comune, allora si diceva della parrocchia, di Ponivka, nella diocesi di Lavant-Maribor.
A noi sono pervenute non molte notizie, mentre invece esiste una discreta bibliografia in lingua slovena che lo riguarda.
Seminarista modello, dopo aver studiato per quattro anni teologia a Tubinga, nel 1824 venne ordinato sacerdote, ricevendo subito incarichi di attività pastorale, che svolse per 22 anni con zelo encomiabile.
A 46 anni fu nominato parroco della città di Celje, ma nello stesso 1846 venne consacrato
vescovo-principe di Maribor, per i suoi meriti pastorali ed apostolici.
Il motto che inserì nel suo stemma fu: “Omnia ad maiorem Dei gloriam”.
Ottimo conoscitore della Sacra Scrittura e dei Padri della Chiesa, esprimeva il suo sapere nelle predicazioni e discorsi, di cui molti resi pubblici; dimostrò amore paterno nella cura per il clero e i fedeli a lui affidati.
Chiamò nella sua diocesi i padri Lazzaristi, fondati da San Vincenzo de’ Paoli nel 1625, e nel 1851 fondò la Confraternita dei SS. Cirillo e Metodio.
Il suo primo biografo, Kasar, afferma che Anton Martin Slomsek si era distinto fin dalla giovinezza per la purezza, la penitenza e per il grande spirito di preghiera e per l’operosità apostolica cui applicava convinto l’ortodossia cattolico-romana, in un Paese molto influenzato dalla religione Ortodossa, diffusa nei Paesi Balcani.
Curò la formazione permanente del clero e la vita cristiana delle famiglie; visse santamente e morì il 24 settembre 1862 a Maribor.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Anton Martin Slomsek, pregate per noi.     

  

*Sant'Antonio Gonzalez - Domenicano, Martire (24 settembre)
Scheda del gruppo a cui appartiene:

“Santi Lorenzo Ruiz di Manila e 15 compagni”
León (Francia) - † Nagasaki (Giappone), 24 settembre 1637
Martirologio Romano: A Nagasaki in Giappone, Sant’Antonio González, sacerdote dell’Ordine dei Predicatori e martire, che, mandato in Giappone con cinque compagni e poco dopo arrestato, fu sottoposto per due volte al supplizio dell’acqua e, preso dalla febbre, precedette gli altri nella morte sotto il comandante supremo Tokugawa Yemitsu.
Sant’Antonio González fa parte dello stuolo di 16 martiri per la fede, uccisi a Nagasaki in Giappone negli anni 1633-37; facendo seguito al numeroso gruppo di 205 martiri che donarono la loro vita, sempre a Nagasaki-Omura, negli anni 1617-32.
Essi furono vittime della persecuzione scatenata il 28 febbraio 1633, dallo “shogun” (supremo capo militare della nazione), Tokagawa Yemitsu; che con il suo (Editto n. 7), colpiva gli stranieri che “predicano la legge cristiana e i complici in questa perversità, che devono essere detenuti nel carcere di Omura”.
I sedici missionari che contavano nove padri Domenicani, tre Fratelli religiosi domenicani, due Terziarie domenicane, di cui una anche Terziaria Agostiniana, due laici, di cui uno padre di famiglia.
Avevano svolto apostolato attivo nel diffondere la fede cristiana nelle Isole Filippine, a Formosa e in Giappone; e appartenevano in diverso grado alla Provincia Domenicana del Santo Rosario, allora detta anche delle Filippine, la cui fondazione risaliva alle Missioni in Cina del 1587 e che al principio del 1600, aveva istituito una Vicaria in Giappone.
Essi furono catturati a gruppi o singolarmente, e rinchiusi nel carcere di Nagasaki e in quel quinquennio, in vari tempi ricevettero il martirio.
Dal 1633 era stata introdotta una nuova tecnica crudele di supplizio, a cui venivano sottoposti i condannati e così lasciati morire e si chiamava “ana-tsurushi”, cioè della forca e della fossa: si
sospendeva il condannato ad una trave di legno con il corpo e il capo all’ingiù, e rinchiuso in una buca sottostante fino alla cintola, riempita di rifiuti; lasciandolo agonizzare e soffocare man mano per giorni.
Ma dal 1634 i cristiani prima di subire questo martirio, venivano sottoposti ad atroci tormenti come l’acqua fatta ingurgitare in abbondanza e poi espulsa con violenza e poi con la trafittura di punte acuminate tra le unghie ed i polpastrelli delle mani.
Certo la malvagità umana, quando si sfrena nell’inventare forme crudeli da infliggere ai suoi simili, supera ogni paragone con la ferocia delle bestie, che perlomeno agiscono per istinto e per procacciarsi il cibo.
I sedici martiri erano di varie nazionalità: 1 filippino, 9 giapponesi, 4 spagnoli, 1 francese, 1 italiano.
E del gruppo spagnolo faceva parte il domenicano padre Antonio González, nato a León, il quale era professore di teologia e rettore nel Collegio di San Tommaso a Manila nelle Filippine.
Fu capogruppo della spedizione domenicana, che nel 1636 andò dalle Filippine in Giappone, per aiutare i cristiani locali, rimasti privi di sacerdoti a causa della persecuzione in atto, già citata.
Il 24 settembre 1637 morì nel carcere di Nagasaki, a causa degli estremi tormenti inflittagli dai carnefici giapponesi. Diamo i nomi degli altri martiri di quel periodo, che raggruppati con il nome di ‘Lorenzo Rúiz e compagni’, sono stati beatificati il 18 febbraio 1981 a Manila nelle Filippine da papa Giovanni Paolo II e dallo stesso Pontefice canonizzati il 18 ottobre 1987, con festa liturgica per tutti al 28 settembre.
Padre Domenico Ibáñez de Erquicia, spagnolo; padre Giacomo Kyuhei Gorobioye Tomanaga giapponese; padre Michele de Aozaraza, spagnolo; padre Guglielmo Courtet, francese; padre Vincenzo Shiwozuka, giapponese; padre Luca Alonso Gorda, spagnolo; padre Giordano Giacinto Ansalone, italiano; padre Tommaso Hioji Rokuzayemon Nishi, giapponese; i tre Fratelli religiosi domenicani catechisti giapponesi: Francesco Shoyemon, Michele Kurobioye, Matteo Kohioye; le due Terziarie Domenicane: Maddalena di Nagasaki (anche Terziaria Agostiniana) e Marina di Omura; i due laici Lorenzo Rúiz di Manila (Filippine), padre di famiglia e Lazzaro di Kyoto, giapponese. Lorenzo Rúiz è considerato il protomartire delle Filippine.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Antonio Gonzalez, pregate per noi.   



*Beata Colomba Gabriel (Joanna Matylda) - Religiosa (24 settembre)
La polacca Joanna Matylda Gabriel, Colomba il suo nome da religiosa, è stata beatificata dal Papa nel 1993. La sua vita si svolse tra la patria dell’Est e Roma. Nata a Stanislawow (ora Ucraina) nel 1858, era divenuta benedettina dopo aver fatto la maestra.

Badessa a Leopoli, per contrasti interni al monastero si trasferì a Subiaco. Poi nell’Urbe, dove si dedicò alla gioventù bisognosa delle parrocchie di Testaccio e Prati. Fondò nel 1908 le Benedettine della Carità e con l’aiuto di nobili romane realizzò una «casa famiglia» per giovani operaie povere. Morì nel 1926 a Centocelle. (Avvenire)
Martirologio Romano: A Roma, Beata Colomba (Giovanna) Gabriel, badessa, che resse il monastero di Leopoli, ma, ingiustamente calunniata, venne a Roma, dove visse in povertà e letizia, fondando la Congregazione delle Suore Benedettine della Carità e organizzando l’opera di apostolato sociale nota come Casa Famiglia, per le operaie povere o lontane dalla famiglia.
La Provvidenza volle che dalla lontana Polonia venisse a Roma, a dare buona parte della sua vita alle
opere che il Signore le ispirava, e qui morire fra il compianto dei romani che la consideravano una di loro.
Joanna Matylda Gabriel nacque a Stanislawow (Polonia) il 3 maggio 1858 in una famiglia agiata e di nobile casato.
Ebbe per questo una solida formazione culturale, prima nella stessa famiglia, poi nelle scuole della città natale e in quella di Leopoli.
Divenuta maestra insegnò nelle scuole pubbliche, poi nelle scuole interne dell’Ordine benedettino e in questo antico Ordine decise di intraprendere la sua aspirazione di vita religiosa, entrando fra le suore benedettine di Leopoli; il 20 agosto 1882 pronunciò la professione solenne, assumendo il nome di Colomba e divenendo in seguito anche badessa.
Ma la Provvidenza aveva disposto diversamente, a seguito di contrasti interni, dovette lasciare la carica e il 24 gennaio 1900 anche il monastero.
Si recò a Roma e da lì entrò nel monastero delle benedettine di Subiaco, restandovi fino al 1902 poi ritornò a Roma, dedicandosi alla cura dei fanciulli della parrocchia di Testaccio e Prati; continuò nell’opera sociale verso i bisognosi, organizzando una "casa – famiglia" con lo scopo di proteggere le
giovani operaie povere, con l’aiuto di un comitato di signore romane presieduto dalla principessa Barberini.
Consigliata dai suoi superiori, raccolse intorno a sé giovani donne desiderose di collaborare all’opera in corso, riunite in vita religiosa.
Nacque così l’Istituto detto delle "Benedettine di Carità" con lo scopo di dedicarsi alle giovani abbandonate per estendersi poi alle giovani in genere e alle opere parrocchiali.
Suor Colomba fu coadiuvata dalla cofondatrice Placida Oldoini che le successe dopo la morte avvenuta il 24 settembre 1926 a Centocelle, sobborgo romano; allargando la Fondazione che nel 1970 annoverava in Italia già 118 case.
La causa di beatificazione per Madre Colomba Gabriel ha raggiunto il suo traguardo con la cerimonia di beatificazione celebrata dal suo connazionale Papa Giovanni Paolo II il 16 maggio 1993.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Colomba Gabriel, pregate per noi.  

 

*San Coprio - Monaco in Palestina (24 settembre)
Monaco nel monastero di San Teodosio presso Betlemme.
Da neonato fu abbandonato dai genitori in un letamaio (in greco Koprìa) nei pressi del monastero.
I monaci lo presero e gli dettero il nome di Coprio.
Divenuto monaco, condusse una vita virtuosa e morì all'età di 90 anni.
(Fonte: Terra Santa)
Giaculatoria - San Coprio, pregate per noi.

   

*Beato Dalmazio Moner - Domenicano (24 settembre)
Santa Coloma de Gerona, 1291 - Gerona, 1341
A 15 anni entrò nell'Ordine a Gerona. Dopo gli anni di formazione si dedicò prima all'insegnamento e poi fu incaricato di fondare un convento a Castillon de Ampurias. Nel 1331 ritornò a Gerona.
Qui nel giardino del convento si costruì una grotta in cui ritirarsi a pregare nella solitudine. Fu predicatore, maestro dei novizi, uomo di intensa vita interiore e la straordinaria efficacia della sua preghiera gli meritò ovunque fama di santità.
Martirologio Romano: A Gerona nella Catalogna in Spagna, Beato Dalmazio Moner, sacerdote dell’Ordine dei Predicatori, insigne amante della solitudine e del silenzio.
Dalmazio Moner, nato a Santa Coloma de Gerona nel 1291, da nobile famiglia catalana, studiò a Gerona e a Montpellier. Nel tempo trascorso a Gerona si affezionò talmente ai Domenicani che, terminati gli studi e tornato in Patria, nel 1314, chiese ed ottenne di vestire il sacro l’Abito.
Di lui possiamo ben dire che fu un eroe della penitenza e dell’umiltà. Nonostante la profonda dottrina non volle mai accettare nessun grado, titolo o dignità, volendo impiegare la sacra scienza
solo in bene delle anime.
Devotissimo di Santa Maria Maddalena, domandò al Maestro Generale dì trasferirsi a Marsiglia, dove, nella vicina San Massimino, i Domenicani custodiscono la grotta in cui la grande penitente pianse e pregò, al fine di, incitato dall’esempio della santa, darsi a una vita ancor più austera.
Fu anima di rara innocenza ed ebbe grande familiarità con gli angeli, tanto che era additato come il “Frate che parla con l’angelo”, ottenendo anche per gli altri la visibile protezione degli spiriti celesti.
Ebbe il dono dei miracoli, della profezia e della scrutazione dei cuori e cosi poté giovare moltissimo alle anime. Trascorsi tre anni alla Grotta di Santa Maria Maddalena, fu richiamato al suo Convento di Gerona.
Qui, nel vivo masso, si fece scavare una grotta che gli ricordasse quella della sua cara santa, e dove, col permesso dei superiori, passò gli ultimi quattro anni della sua vita, intervenendo però sempre agli atti comuni del Convento. In questa grotta, il 24 settembre 1341, avvenne la sua beata morte, che fu seguita da molti miracoli.
Le sue reliquie si conservano nella chiesa conventuale della sua città. Papa Innocenzo XIII il 13 agosto 1721 ha confermato il culto.
(Autore: Franco Mariani – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Dalmazio Moner, pregate per noi.


*Beato Ermanno il Contratto - Monaco di Reichenau (24 settembre)

Altshausen, 18 luglio 1013 - 24 settembre 1054
«Salve, Regina, madre di misericordia, vita, dolcezza e speranza nostra, salve. A Te ricorriamo, noi esuli figli di Eva; a Te sospiriamo gementi e piangenti in questa valle di lacrime». È la preghiera che ancora si canta nelle chiese, alla fine, quando restano i vecchi a trascinare le vocali come a trattenere chi già corre a riaccendere il telefonino. Chi l’ha scritta, quasi mille anni fa, sapeva che cos’è una valle di lacrime.
La Salve Regina fu infatti, quasi sicuramente, composta da Ermanno di Reichenau, meglio conosciuto come Ermanno lo storpio. Lo chiamavano anche “il contratto”. I documenti che ne danno notizia parlano di un uomo deforme, con gli arti come attorcigliati a impedirgli non solo di camminare normalmente ma anche di trovare pace disteso o seduto nella sedia costruita apposta per lui. Ermanno, che nella vita non è mai stato comodo se non, probabilmente, quando è sopraggiunta la morte, fu monaco e fine studioso.
La preghiera alla Madonna entrata nella storia liturgica della Chiesa è solo uno degli aspetti del suo studio e della sua fede poderosamente intrecciati. Poi ci sono le cronache della storia del mondo, lo studio delle costellazioni, la costruzione di astrolabi. Ancora oggi chi cerca notizie su di lui nelle biblioteche trova i trattati scritti nelle notti insonni nell’abbazia di Reichenau, in un’isoletta nel lago di Costanza.
A essere in grado di scrivere ci arrivò probabilmente dopo un lungo allenamento per addomesticare le mani a rispondere alla mente. Nacque il 18 luglio del 1013, esattamente mille anni fa, ed era uno dei 15 figli di Eltrude e Goffredo conte di Althausen di Svevia.
Fu il gesuita inglese Cyril Martindale ad appassionarsi alla sua storia dopo il ritrovamento nella biblioteca di Oxford di un volume in latino che ne riferiva la vita.
Quelle pagine, racconta Martindale in un volume molto amato da don Luigi Giussani (Santi, Jaca Book) non parlavano di un handicappato abbandonato, ma di un piccolo affidato alle amorevoli cure dei monaci e diventato presto un compagno prezioso per i religiosi. Misteriosamente in Ermanno la malattia non genera cinismo bensì un’umanità ricca, rigogliosa, coinvolgente.
Così la biografia parla di un uomo «piacevole, amichevole, conversevole; sempre ridente; tollerante; gaio; sforzandosi in ogni occasione di essere galantuomo con tutti». Quello che doveva essere un peso diventa presto l’orgoglio del monastero e la sua fama arriva fino all’imperatore Enrico III e a papa Leone IX, che visitarono Reichenau rispettivamente nel 1048 e nel 1049.
Vincere il dolore e la pigrizia non è semplice. Ermanno stesso lo fa capire nell’introduzione a uno dei suoi volumi più complicati, quello in cui spiega come si costruiscono gli astrolabi, marchingegni antenati degli orologi, utilizzati per localizzare o calcolare la posizione del Sole, della Luna, dei pianeti e delle stelle, ma anche per determinare l’ora conoscendo la longitudine. «Ermanno – scrive –, l’infimo dei poveretti di Cristo e dei filosofi dilettanti, il seguace più lento di un ciuco, anzi, di una lumaca è stato indotto dalle preghiere di molti amici a scrivere questo trattato scientifico».
Tra gli amici c’è Bertoldo, incaricato di aiutarlo nelle incombenze quotidiane e testimone dei momenti cruciali della sua vita. È a lui che Ermanno affida i suoi pensieri nei giorni della pleurite che lo condurrà alla morte. E l’amico si commuove e si tura le orecchie quando il piccolo monaco, già assaporando la pace della liberazione dal corpo, si dice stanco di vivere.
«La Vita, come la scrisse Bertoldo – osserva Martindale –, è così piena di vita pulsante, Ermanno ne esce veramente vivo! Non perché sapesse scrivere sulla teoria della musica e della matematica, né perché seppe compilare minuziose cronache storiche e leggere tante lingue diverse, ma per il suo
coraggio, la bellezza dell’anima sua, la sua serenità nel dolore, la sua prontezza a scherzare e a fare a botta e risposta, la dolcezza dei suoi modi che lo resero “amato da tutti”. (…) Ermanno ci dà la prova che il dolore non significa infelicità, né il piacere la felicità».
(Autore: Laura Borselli – Fonte: www.tempi.it)
Nacque il 18 luglio 1013 dal conte Wolfrat di Altshausen, forse della famiglia dei Berholdinger; sua madre si chiamava Hiltrerd, proveniva dalla Borgogna e probabilmente era imparentata coi Welfen.
Non si sa se fosse zoppo di nascita o se lo diventò per una paralisi infantile. A sette anni (1021) cominciò ad andare a scuola, secondo il Bucelino, presso i monaci di S. Gallo di cui avrebbe poi vestito l'abito.
Fu sicuramente professore a Reichenau e a trent'anni entrò a far parte di questo monastero, ricevendovi l'ordinazione sacerdotale.
Lavorò fino agli ultimi anni di vita nelle materie a cui era stato iniziato dai suoi maestri, l'abate Bernone e i monaci Kerung e Burcardo: astronomia, poesia, storia, musica e liturgia, nella quale poté sviluppare appieno il suo talento meritando di esser esaltato come miraculum saeculi e il più moderno dei musicisti, non solo perché introdusse una nuova divisione nel sistema delle note, ma anche perché inventò una nuova scrittura delle note stesse.
Gli vengono attribuite la Salve Regina, l'Alma Redemptoris mater, l'Ufficio di alcuni santi (Gregorio, Afra, Wolfgango, ecc.) e le Sequenze della Croce e della Pasqua (Grates, honos, hierarchia e Rex regun, Dei agne); alla liturgia si riferiscono anche i trattati De musica e De monochordo; e opere di indole matematica, tutte di interesse liturgico:
Le opere poetico-didattiche furono scritte da Ermanno soprattutto a scopo pastorale per i monaci e le suore della propria abbazia e di altri monasteri, in modo speciale quella intitolata De octo vitiis principalibus. Egli ebbe inoltre uno spirito aperto ed intento a quanto avveniva, vicino e lontano, nella sua patria.
Ebbe la stima dell'imperatore Enrico III e di papa Leone IX, che visitarono Reichenau rispettivamente nel 1048 e nel 1049; così è comprensibile che abbia scritto due libri sulle gesta di Corrado II ed Enrico III, la Cronaca della Svevia, probabilmente lavoro giovanile, e in età matura la Cronaca Universale, opera che, prendendo le mosse dalla morte di Cristo (contrariamente all'uso fino ad allora seguito di iniziare la storia con la morte di Abramo), giunge al 1054.
In essa Ermanno per primo sfrutta, elaborandolo scientificamente, materiale tratto dagli annali monastici ed imperiali, vite dei Santi, liste episcopali e altre fonti: la sua esposizione è profonda e precisa, oggettiva ed imparziale, semplice e chiara, con un sicuro intuito dell'essenziale e in un latino
elegante. Sul proprio tempo il Beato scrisse in modo molto circostanziato. É probabile che, nonostante le sofferenze e il lavoro, egli debba aver viaggiato molto.
Dal discepolo Bertoldo, che ne continuò la Cronaca Universale, venne lodato come paziente, pieno di carità, obbediente, puro, savio, sempre dedito al lavoro e alla preghiera, compassionevole, gentile, come un uomo che si ritenne sempre un peccatore e pensò sempre alla morte.
Ancora oggi viene ammirata l'opera da lui compiuta, tanto più che ebbe una vita breve, poiché morì all'età di quarantun anni, il 24 settembre 1054. Venne sepolto ad Altshausen, ma la sua tomba è oggi sconosciuta. Se ne conservano reliquie ad Altshausen, a Zurigo ed altrove. Nel calendario benedettino è ricordato come Beato, ma è una celebrazione dovuta al Bucelino.
Il vescovo di Friburgo dichiarò inammissibile il culto pubblico verso Ermanno come Beato, ma permise la continuazione del culto nel territorio in cui fino allora vigeva. Rappresentazioni di Ermanno sono nel coro di Zwiefalten e ad Andechs; in un dipinto del soffitto della distrutta chiesa di Montecassino era raffigurato come Doctor marianus.
(Autore: Gebhard Spahr – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Ermanno il Contratto, pregate per noi.


*San Gerardo Sagredo - Apostolo d'Ungheria (24 settembre)
Venezia, 23 aprile 980 – Pest (Ungheria), 24 settembre 1046
Patronato: Ungheria
Martirologio Romano: In Pannonia, nel territorio dell’odierna Ungheria, San Gerardo Sagredo, vescovo di Csanád e martire, che fu maestro di Sant’Emerico, principe adolescente, figlio del re Santo Stefano, e morì lapidato presso il Danubio nella rivolta di alcuni pagani del luogo.
Il Santo vescovo accomuna nella sua vita, dalle origini alla morte vari Paesi europei; egli nacque a Venezia in un anno imprecisato intorno al 980 un 23 aprile, perciò al battesimo ebbe il nome Giorgio, da una famiglia oriunda della Dalmazia, che secondo una tradizione cinquecentesca discendeva dalla stirpe Sagredo.
Giorgio all’età di cinque anni fu colpito da grave febbre ed i genitori impetrarono la grazia a San Giorgio per la sua guarigione.
Una volta guarito e raggiunta un’età adatta, entrò nel monastero benedettino di San Giorgio Maggiore all’Isola Maggiore di Venezia e in ricordo del padre da poco deceduto, prese il nome di
Gerardo.
Dopo alcuni anni divenne priore del monastero e poi abate, ma dopo un po’ rinunciò alla carica, perché voleva partire per un pellegrinaggio a Betlemme in Palestina.
Partito con una nave, giunse fino a Zara, da dove invece di proseguire per la Terra Santa, ripartì per l’Ungheria dove si stabilì.
Ebbe l’incarico di “magister” (maestro) del principe Emerico, figlio del re Stefano I ‘il santo’ (969-1038) primo re d’Ungheria, in seguito si ritirò a Bakonybél per vivere da eremita.
Ma dopo un certo periodo di tempo, il re Stefano I lo richiamò dall’eremo affidandogli il vescovado di Csanád.
Il vescovo Gerardo Sagredo partecipò attivamente all’opera di evangelizzazione del popolo magiaro,
voluta fortemente dal re Stefano ‘il Santo’, tanto da meritarsi il titolo di apostolo dell’Ungheria.
Risulta che scrisse di sua mano varie opere, ma allo stato si conosce solo il “Commento a Daniele”.
Gerardo Sagredo morì il 24 settembre 1046 alla porta di Pest sulla riva destra del Danubio, per mano di un gruppo di pagani, che lo spinsero giù dal monte Kelen che prese poi il suo nome, tuttora si chiama Monte Gerardo.
Apostolo dell’Ungheria, l’antica Pannonia, il Santo vescovo e martire ebbe un culto ufficiale dal 1083 con l’approvazione di Papa Gregorio VII.
Nei secoli successivi si ebbe una vasta produzione biografica che lo riguarda.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Gerardo Sagredo, pregate per noi.     


*Beato Giuseppe Maria Ferrandiz Hernandez - Sacerdote e Martire  (24 settembre)
Schede dei gruppi a cui appartiene:
“Beati 233 Martiri Spagnoli di Valencia Beatificati nel 2001”
“Martiri della Guerra di Spagna”

Martirologio Romano: Nel villaggio di Rotglá y Corbera nello stesso territorio in Spagna, Beato Giuseppe Maria Ferrándiz Hernández, sacerdote e martire, che, durante la stessa persecuzione, portò a termine la sua battaglia per la fede.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Giuseppe Maria Ferrandiz Hernandez, pregate per noi.     


*Beato Giuseppe Raimondo Ferragud Gibres - Padre di famiglia, Martire  (24 settembre)
Schede dei gruppi a cui appartiene:
“Beati 233 Martiri Spagnoli di Valencia” Beatificati nel 2001

“Martiri della Guerra di Spagna”
José Ferragud Girbés, fedele laico, nacque ad Algemesí (Valencia) il 10 ottobre 1887 e fu battezzato il 12 ottobre 1887 nella chiesa parrocchiale di San Giacomo Apostolo.
Si sposò il 21 gennaio 1914 con la sig.na Josefa Borrás Borrás ed ebbero otto figli. Contadino di comunione quotidiana e di molta preghiera, aderì a diverse associazioni di apostolato e fu molto noto per il suo impegno nel Sindacato degli operai cattolici.
Il 27 luglio fu imprigionato e trascorse la sua prigionia nella serenità orante che veniva dalla sua fede profonda.
Il 24 settembre 1936 ad Alcira (Valencia) subì il martirio al grido di: “Viva Cristo Re!”, dopo aver perdonato i suoi assassini.
La sua beatificazione è stata celebrata da Papa Giovanni Paolo II l’11 marzo 2001.
Martirologio Romano: Ad Alzira, nello stesso territorio in Spagna, Beato Giuseppe Raimondo Ferragud Girbés, martire, che, padre di famiglia, cadde per Cristo vittima dei persecutori della fede.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Giuseppe Raimondo Ferragud Gibres, pregate per noi.     


*Beato Giuseppe Raimondo Pasquale Ferrer Botella - Sacerdote e Martire  (24 settembre)

Schede dei gruppi a cui appartiene:
“Beati 233 Martiri Spagnoli di Valencia” Beatificati nel 2001
“Martiri della Guerra di Spagna”

Martirologio Romano: Nel villaggio di Abalat de la Ribera nel territorio di Valencia in Spagna, Beato Giuseppe Raimondo Pasquale Ferrer Botella, sacerdote e martire, che patì il martirio durante la persecuzione contro la fede.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Giuseppe Raimondo Pasquale Ferrer Botella, pregate per noi.     


*Beati Guglielmo Spenser e Roberto Hardesty - Martiri (24 settembre)
Martirologio Romano: A York in Inghilterra, beati martiri Guglielmo Spenser, sacerdote, e Roberto Hardesty, che, condannati a morte sotto la regina Elisabetta I, il primo perché sacerdote, l’altro perché lo aveva ospitato, furono appesi al patibolo.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beati Guglielmo Spenser e Roberto Hardesty, pregate per noi.     


*Beata Incarnazione Gil Valls - Vergine e Martire (24 settembre)
Schede dei gruppi a cui appartiene:

“Beati 233 Martiri Spagnoli di Valencia” Beatificati nel 2001
“Martiri della Guerra di Spagna”

Encarnación Gil Valls, fedele laica, nacque a Onteniente (Valencia) il 27 gennaio 1888, fu battezzata il medesimo giorno e cresimata il 24 maggio 1893.
Ricevette la prima comunione nel 1899 nella chiesa parrocchiale di Santa Maria. Insegnante di scuola elementare e donna di preghiera trasmise ai suoi allievi la fede in Dio.
Aderì all’Azione Cattolica e ad altre associazioni apostoliche, specialmente quelle per il culto all’Eucaristia, fu anche una catechista molto efficace.
Dedita alle opere di carità, per non abbandonare il suo fratello sacerdote, Don Gaspar, il 24 settembre 1936, donò la vita per Cristo nel Porto di Ollería (Valencia). La sua beatificazione è stata celebrata da Papa Giovanni Paolo II l’11 marzo 2001.
Martirologio Romano: Nella cittadina di Ollería sempre nel territorio di Valencia, Beata Incarnazione Gil Valls, vergine e martire, che andò invitta incontro a Cristo Sposo portando la lampada accesa.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Incarnazione Gil Valls, pregate per noi.     


*Sant'Isarno di Marsiglia - Abate di san Vittore (24 settembre)
† 24 settembre 1043
Martirologio Romano:
A Marsiglia in Provenza, sant’Isarno, abate, che, severo con se stesso, ma mite e pacifico con gli altri, rinnovò la disciplina regolare nel monastero di San Vittore.
Poco si sa sulla vita di Sant’Isarno, abate di San Vittore di Marsiglia.
Non conosciamo la data della sua nascita, mentre ci è stata tramandata come data della sua morte, il giorno 24 settembre 1043.
Originario di Tolosa, è stato educato presso i canonici di S. Antonio di Pamiers.
Ricevette l’abito monastico, durante la sua permanenza a Agde, dalle mani di Stefano II vescovo della città.
Singolare è la sua nomina ad Abate del monastero di S. Vittore.
Alla morte dell’abate Goffredo, nel 1021, i monaci non riuscirono a raggiungere un accordo sulla nomina del successore.
Durante il capitolo, l’abate du Montmajour, presidente dell’assemblea chiese al più piccolo degli oblati di proporre un nome. L’oblato fece il nome di Isarno, che ricevette immediatamente la benedizione Abbaziale.
Sant’Isarno fu uomo di preghiera e durante il suo governo si distinte particolarmente per la sua generosità verso i poveri. Sant’Olidone di Cluny, suo amico, era solito enumerare le otto virtù praticate da Isarno: la castità, l’umiltà, la misericordia, la pazienza, l’inclinazione al digiuno, alle veglie, alle preghiere e il disprezzo per la vanagloria.
Sappiamo che Sant’Isarno si recò in Spagna per riscattare alcuni monaci della comunità di Lérins, che erano stati catturati dagli arabi, e che morì poco dopo il suo ritorno a Marsiglia.
Fu sepolto nella chiesa del monastero.
Nella seconda metà del quattordicesimo secolo, vennero traslate le sue reliquie alla presenza di Papa Urbano V. Su Sant’Isarno è rimasta stata scritta una biografia, che si presenta come l’opera di un anonimo pellegrino passato da S. Vittore di Marsiglia. Ma è molto probabile che sia stata scritta da un monaco dell’abbazia.
L’opera, in cui sono contenuti molti racconti edificanti su Sant’Isarno, è stata scritta in un periodo molto vicino agli avvenimenti narrati, per cui si ritiene che la trama storica corrisponda alla verità.
Anche se a memoria di Sant’Isarno è fissata al 25 settembre nella diocesi di Pamiers e al 26 in quella di Marsiglia, la sua festa è stata fissata nel giorno della sua morte, il 24 settembre.
(Autore: Mauro Bonato - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Isarno di Marsiglia, pregate per noi.     


*San Lupo di Lione - Vescovo (24 settembre)
† 539/548 (?)
Martirologio Romano: A Lione sempre in Francia, San Lupo, vescovo, vissuto in precedenza da anacoreta.
Il Martirologio Geronimiano menziona Lupo (lat. Lupus; fr. Loup) al 24 settembre: «Lugduno Galliae depositio Lupi episcopi»; attualmente l'Ordo diocesano di Lione lo iscrive al 25 settembre.
Verso il 528, la Vita di San Lubino, vescovo di Chartres, lo cita come un monaco illustre, che avrebbe condotto vita eremitica nell’Ile-Barbe (in insula Barbera) posta in un’ansa della Saone, poco a monte di Lione; l’attuale comune si chiama Saint-Rambert-Ile-Barbe (dipartimento del Rodano). Basandosi sugli stessi dati storici i martirologi del IX secolo aggiungono ex anachoreta al titolo episcopale di Lupo.
Il 7 maggio 538 presiedette come arcivescovo di Lione al terzo concilio d’Orléans.
Morì assai prima del 28 ottobre 549, data nella quale il suo secondo successore Sacerdos presiedette il quinto concilio d’Orléans, mentre il successore immediato di Lupo, Leonzio, aveva governato la Chiesa di Lione soltanto due anni.
Leidrado, arcivescovo di Lione (798-816), scrivendo a Carlo Magno, cita Lupo insieme con altri due antichi pontefici lionesi, Sant'Eucherio e Genesio, a proposito del monastero dell’Ile-Barbe.
Il 20 settembre 1620, il Cardinale de Marquemont arcivescovo di Lione, procedette alla consacrazione della restaurata chiesa dell'Ie-Barbe che conservava i suoi antichi titolari san Martino e San Lupo.
(Autore: Jean-Charles Didier - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Lupo di Lione, pregate per noi.     


*San Pacifico da Sanseverino Marche  (24 settembre)
San Severino Marche, 1 marzo 1653 - 24 settembre 1721
Dopo la morte dei genitori, fu allevato dallo zio materno, arcidiacono della cattedrale di San Severino. A diciassette anni, entrò a far parte dell'Ordine dei frati minori con il nome di fra
Pacifico. Diventato vicario del convento di San Severino, fu trasferito successivamente nel convento di Forano, dove alternava preghiera e apostolato. Instancabile, predicò la Parola di Cristo in lungo e in largo nelle chiese delle Marche. Nel 1692 fu eletto guardiano del convento di San Severino. L'anno seguente è di nuovo a Forano.
Nel settembre 1705 ritornò a San Severino. La sua salute andò progressivamente peggiorando: negli ultimi anni della vita gli divennero impossibili la celebrazione della messa e la partecipazione alla vita comunitaria. Morì il 24 settembre 1721. Non solo miracoli, ma anche le estasi e lo spirito profetico lo resero noto ed ammirato in tutta la regione: si racconta che avesse predetto anche il terremoto del 1703. (Avvenire)
Etimologia: Pacifico = mansueto, mite, significato evidente
Martirologio Romano: A San Severino nelle Marche, san Pacifico, sacerdote dell’Ordine dei Frati Minori, insigne per la penitenza, l’amore della solitudine e la preghiera davanti al Santissimo Sacramento.
Carlo Antonio Divini nacque a San Severino Marche il 1° marzo 1653 da Anton Maria Divini e Maria Angela Bruni, nobili di San Severino. A causa della morte dei genitori, fu allevato da un austero e rigido zio materno, arcidiacono della cattedrale di San Severino.
A diciassette anni, Carlo Antonio entrò a far parte dell'Ordine dei Frati Minori e prese il nome di Fra Pacifico.
Il 4 giugno 1678 fu ordinato sacerdote. Il 25 settembre 1681 fu nominato predicatore e lettore. Per un triennio insegnò filosofia nel convento di Montalboddo (AN).
Dopo aver trascorso un periodo ad Urbino, divenne vicario del convento di San Severino ed infine fu trasferito nel convento di Forano. Qui trascorreva molte ore in preghiera prima di dedicarsi all'opera quotidiana di apostolato.
Acceso d'amore, predicò per i vari paesi delle Marche la parola di Cristo.
Nel !692 fu eletto guardiano del convento di San Severino. L'anno seguente è di nuovo a Forano dove dimorerà per dodici anni. Nel settembre 1705 ritornò a San Severino, qui la sua salute andò progressivamente peggiorando, alla piaga della gamba destra, si aggiunsero sordità e cecità, tanto che negli ultimi anni della vita gli divennero impossibili la celebrazione della messa, l'ascolto delle confessioni dei fedeli e la partecipazione alla vita della comunità. Morì il 24 settembre 1721. Ai funerali ci fu una gran partecipazione di popolo. Fu canonizzato da papa Gregorio XVI il 26 maggio del 1839.
La sua vita mortificò i superbi, il suo zelo commosse i tiepidi, la sua parola scosse i fedeli. Molti furono i miracoli che il Signore compì mediante la sua intercessione. Non solo i miracoli, ma anche le estasi e lo spirito di profezia resero noto ed ammirato in tutta la regione il frate di San Severino. Di lui si racconta che predisse il terremoto del 1703 e la vittoria di Carlo Vi sui Turchi nel 1717.
(Autore: Elisabetta Nardi - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Pacifico da Sanseverino Marche, pregate per noi.     


*San Pietro l'Aleuta - Martire, Chiese Orientali (24 settembre)
† San Francisco, California, 8 settembre 1815
Personaggio semileggendario, sarebbe vissuto a cavallo tra il XVIII e il XIX secolo. Indigeno delle isole Aleutine, fu battezzato dai missionari della Chiesa russa. Secondo la tradizione, venne catturato dagli spagnoli a Port Ross, in California, insieme ad altri tredici aleuti ortodossi. Gli spagnoli lo consegnarono ai missionari gesuiti, i quali, non riconoscendo come validi i sacramenti della Chiesa ortodossa, costringevano i prigionieri ad essere battezzati nella Chiesa cattolica. Gli aleuti, però, rifiutarono di farsi ribattezzare. I gesuiti avrebbero allora sottoposto Pietro alla tortura, per spaventare i suoi compagni: gli amputarono le dita delle mani e dei piedi, e gli rovinarono le piante dei piedi e delle mani. Il 29 giugno 1815 Pietro morì, senza aver rinnegato la fede ortodossa. E' venerato nella Chiesa ortodossa d'America, pur senza aver ricevuto una canonizzazione formale. (Bibliotheca Sanctorum Orientalium)
Il santo neomartire Pietro (chiamato Cungagnaq nella sua lingua nativa) era un Indiano Aleute convertito all’Ortodossia tra la fine del 18° e i primi del 19° secolo da missionari Ortodossi Russi. Si spense a San Francisco, in California, l’8 settembre 1815, martirizzato per aver rifiutato di diventare cattolico-romano ad opera di padre Abella nella Missione Dolores. Quando la Chiesa Ortodossa Russa cominciò la raccolta di informazioni sui primi missionari inviati in Alaska, il racconto di uno dei compagni di prigionia di Pietro fu trovato fra gli appunti di un devoto figlio spirituale di san Herman di Alaska (13 dicembre), Simeon Yanovsky che narra la morte del martire Aleute. Simeon Yanovsky raccontò del martirio di Pietro a padre Herman nel 1819, a Harbor S. Paul nell’isola di Kodiak.
San Pietro è stato formalmente riconosciuto come santo martire di san Francisco nel 1980. Sappiamo molto poco su di lui, ad eccezione del fatto che egli era di Kodiak, ed è stato arrestato e messo a morte da parte degli spagnoli, in California, perché si è rifiutato di convertirsi al cattolicesimo. Nemmeno il luogo di sepoltura ci è noto, poiché i corpi di molti Indiani della Missione Dolores furono gettati in fosse comuni. Pertanto siamo privi delle sue reliquie, a meno che una rivelazione divina non ce le faccia ritrovare. Le circostanze del suo martirio ricordano la tortura di san Giacomo il Persiano (27 novembre). Sia nella sua sofferenza che nella sua ferma confessione della Fede, san Pietro è eguale ai martiri dell’antichità, ed anche ai nuovi martiri che hanno brillato in tempi più recenti. Ora egli si rallegra con loro nel Regno celeste, glorificando Dio il Padre, il Figlio e il Santo Spirito, per tutti i secoli.
In un’altra occasione gli raccontai come gli Spagnoli in California avevano imprigionato quattordici Aleuti, e come i gesuiti (in realtà francescani) stavano costringendo tutti ad accettare la fede
cattolica. Ma gli Aleuti non vollero acconsentire in nessun caso, dicendo: “Noi siamo cristiani”. I gesuiti obiettarono: “Non è vero, voi siete eretici e scismatici. Se non siete d’accordo ad accettare la nostra fede tortureremo tutti voi a morte”. Allora gli Aleuti furono messi in carcere due per cella. Quella sera i gesuiti giunsero alla prigione con lanterne e candele accese. Ancora una volta cercarono di convincere due Aleuti in cella ad accettare la fede cattolica. “Siamo cristiani”, risposero gli Aleuti, “e non vogliamo cambiare la nostra Fede”. Allora i gesuiti iniziarono a torturarli, prima uno, mentre il suo compagno assisteva. Gli tagliarono una delle articolazioni dei suoi piedi, e poi l’altra articolazione. Poi gli tagliarono l’articolazione del primo dito delle sue mani, e poi le altre. Poi tagliarono i suoi piedi, e le sue mani. Il sangue scorreva, ma il martire resisté a tutto e con fermezza così ripeteva: “Io sono un cristiano”. Morì in tali sofferenze, a causa della perdita di sangue. Il gesuita altresì promise al suo compagno che lo avrebbe torturato a morte il giorno successivo.
Ma quella notte ricevettero da Monterey un’ordinanza dove si richiedeva che gli Aleuti imprigionati fossero liberati immediatamente, e di inviarli sotto scorta. Pertanto, la mattina furono inviati tutti a Monterey con l’eccezione dell’Aleute morto. Questo mi fu raccontato da un testimone, lo stesso Aleute che era sfuggito alla tortura, e che era amico dell’Aleute martirizzato. Riferii di questo incidente alle autorità in St. Petersburg.
Quando terminai il mio racconto, padre Herman mi chiese: “Qual era il nome del martire Aleute?”. Risposi: “Pietro. Non mi ricordo il nome della sua famiglia”. L’anziano fece una prostrazione di fronte un’icona, fece il segno della croce e disse: “Santo neomartire Pietro, prega Dio per noi”.
(Fonte: www.tradizione.oodegr.com)
Giaculatoria - San Pietro l'Aleuta, pregate per noi.     


*San Rustico di Clermont - Vescovo (24 settembre)
Martirologio Romano: A Clermont-Ferrand in Aquitania, ancora in Francia, San Rustico, vescovo, che, essendo già sacerdote in questa città, accettò, con gaudio del popolo, l’onore dell’episcopato.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Rustico di Clermont, pregate per noi.     


*Santi dell'Alaska - Chiese Orientali) (24 settembre)
Il 24 settembre 1794 sbarcarono in Alaska i primi missionari ortodossi russi ed in tale anniversario è stata prevista annualmente la festa di Tutti i Santi dell'Alaska.
Tra essi si ricordano San Pietro l'Aleuta, protomartire ortodosso d'America, il martire San Giovenale, San Giacomo Netsvetov e Sant'Ermanno dell'Alaska.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santi dell'Alaska, pregate per noi.     


*San Terenzio - Vescovo e Martire (24 settembre)
San Terenzio, patrono di Pesaro, era originario della Pannonia (ora Ungheria), già conquistata dai romani fin dall'anno 7 dopo Cristo.
Per sfuggire alle  persecuzioni approdò alle rive del mare Adriatico. Venne ucciso a causa della sua fede cristiana in una località detta «acqua mala», presso Pesaro nel 251.
San Terenzio subì il martirio vicino alla Badia di San Tomaso in Foglia, sul confine fra Pesaro ed Urbino. In quei posti c'è una polla perenne di acqua sulfurea, che non solo zampilla anche nelle più grandi siccità, ma che più volte deviata o distrutta è tornata sempre a risgorgare.
È chiamata «l'acqua di San Terenzio», perché si ritiene che qui fosse stato ucciso il Santo patrono, ed il suo corpo fosse stato poi gettato nel vicino gorgo dell'«acqua mala», che ora non esiste più perché il vallone fu riempito nei successivi lavori agricoli.
Dopo alcune traslazioni, il corpo del santo verso la metà del VI secolo fu trasferito nella cripta della nuova Cattedrale. (Avvenire) Secondo l'opinione più comune, San Terenzio era oriundo della Pannonia (ora Ungheria), già conquistata dai romani fin dall'anno 7 di Cristo.
Per sfuggire la persecuzione comandata dagli Imperatori contro i seguaci del Nazzareno, egli partì dalla sua patria approdando alle rive del mare Adriatico.
Dopo diverse vicende, avviatosi per andare a Roma venne ucciso  per motivo della Fede Cristiana in una località detta acqua mala, in vicinanza di Pesaro fra il 247 ed il 255, con più probabilità verso il 251.
Riguardo al luogo del suo martirio, mentre alcuni ritengono che avvenisse non molto lungi dalla città, la tradizione parla di confini, dà valore ad una tradizione, secondo la quale San Terenzio subì il martirio nei pressi della nostra Badia di San Tomaso in Foglia, posta appunto sul confine territoriale
fra Pesaro ed Urbino.
Tale tradizione è avvalorata dalla esistenza in quei posti (e precisamente nella Colonìa Stefani, nei limiti della Parrocchia di Sant'Angelo) di una polla perenne di acqua sulfurea, che non solo zampilla anche nelle più grandi siccità ; ma che più volte deviata o distrutta è tornata sempre a risgorgare.
É chiamata "l'Acqua di San Terenzio ritenendosi che ivi fosse stato ucciso il S. Patrono, ed il suo corpo venisse poi gettato nel vicino gorgo dell'acqua mala; che ora più non esiste perché il vallone fu riempito nei successivi lavori agricoli.
Teofilo Betti nella sua "Cronistoria Vescovile" dice che il corpo del Santo Martire fu seppellito dal Vescovo San Florenzio fuori della città, probabilmente vicino a Caprile, luogo che i vecchi documenti chiamano Valle di San Terenzio.
In ordine cronologico seguirono poi successive traslazioni: in epoca indeterminata il corpo del Santo fu portato nella basilica di San Decenzio, primitiva cattedrale, così come l'affresco del patrono, tutt'ora esistente, sembra dimostrarlo; verso la metà del VI° il Santo fu poi trasferito nella cripta della nuova Cattedrale, eretta dal Vescovo Felice.
(Fonte: Sito Arcidiocesi Pesaro www.arcidiocesipesaro.it)
Giaculatoria - San Terenzio, pregate per noi.     


*Beato Wolfango da Steinkirchen - Martire (24 settembre)
m. 24 settembre 1529
Etimologia: Wolfango = che va come il lupo, dal tedesco
Emblema: Palma
Il Beato che il ‘Martirologio Francescano’ commemora in questo giorno, fa parte insieme ai beati Germano da Kreitenach e Urbano da Norimberga, di un gruppo di martiri, sacerdoti francescani, decapitati dai turchi il 24 settembre 1529.
Questo avvenne ad Enzersdorf alla vigilia dell’attacco turco contro Vienna; Wolfango che era uno straordinario predicatore, pur avendo la possibilità di fuggire scelse il martirio, per testimoniare la sua fede cristiana e il suo sacerdozio.
Il nome deriva dal tedesco ‘wolf e gang’ e significa “cacciatore di lupi”; molto usato nei Paesi di lingua germanica, anche e soprattutto in memoria del grande Santo Wolfango, vescovo di Ratisbona che si festeggia il 31 ottobre.
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Wolfango da Steinkirchen, pregate per noi.     


*Altri Santi del giorno (24 settembre)
*San

Giaculatoria - Santi tutti, pregate per noi.

 
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