Santi del 25 Aprile - Istituto Aveta

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Santi del 25 Aprile

Il mio Santo > I Santi di Aprile

*Sant’Aniano - Vescovo d’Alessandria d’Egitto (25 aprile)

+ Alessandria d’Egitto, 85
Secondo la testimonianza del celebre storico cristiano Eusebio di Cesarea, nell’ottavo anno dell’imperatore Nerone Sant’Aniano fu il primo successore dell’evangelista San Marco sulla cattedra episcopale della città di Alessandria d’Egitto ed ivi rimase per ben venticinque anni, uomo ammirevole e ben accetto a Dio.
Martirologio Romano: Commemorazione di Sant’Aniano, vescovo di Alessandria d’Egitto, che, come attesta Sant’Eusebio, nell’ottavo anno dell’impero di Nerone, fu il primo vescovo di questa città dopo San Marco e, uomo accetto a Dio e mirabile sotto ogni aspetto, la resse per ventidue anni.
Il grande storico ecclesiastico Eusebio di Cesarea considera Aniano discepolo dell’evangelista San Marco e suo successore sulla cattedra episcopale di Alessandria d’Egitto. Entrambi sono festeggiati al 25 aprile. Gli apocrifi Atti di Marco narrano che Aniano era un calzolaio pagano di
Alessandria, al quale l’evangelista commissionò la riparazione di un calzare non appena giunto in città. Aniano si ferì un dito ed incominciò ad imprecare contro il suo cliente.
Questi però lo guarì tracciandogli un segno di croce sulla ferita ed invitandolo a credere in Cristo. Aniano allora si convertì al cristianesimo e si fece battezzare da Marco.
Nell’ottavo ottavo anno dell’imperio di Nerone, il Santo protovescovo scelse proprio il suo primo discepolo per coadiuvarlo nel governo della Chiesa alessandrina durante i suoi frequenti viaggi.
Quando Marco fu ucciso, Aniano continuò ad esercitare il suo ministero e morì infine nell’85, dopo ventidue anni di episcopato. La tradizione orientale vuole invece che il suo episcopato sia durato solamente diciotto anni e 216 giorni dopo la morte di Marco, morendo quindi nell’86.
Pietro de Natalibus afferma che il corpo di Aniano, così come quello di Marco, fu trafugato e trasferito a Venezia, ove riposa nella chiesa di San Clemente. Egli fissa inoltre la morte del santo al 4 ottobre, mentre la Chiesa copta lo festeggia il 20 hatur (28 novembre).
I sinassari bizantini non riportano invece il suo nome. Il Card. Baronio ricorda una chiesa dedicata a Sant’Aniano presso Alessandria d’Egitto, però poco probabilmente consacrata dal vescovo stesso.
(Autore: Fabio Arduino - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*Beato Benedetto XII (Jacques Fournier) - Papa (25 aprile)
Saverdun, Francia, XIII secolo – Avignone, Francia, 25 aprile 1342
(Papa dal 08/01/1335 al 25/04/1342)

Francese, informò la sua azione pastorale a una fervida attività riformatrice. Si riconciliò con i romani, pur rifiutando di ritornare a Roma. Presso i Cistercensi è stato considerato sin dal secolo XV quale Beato e l’agiografo Saussay nel suo ‘Martyrologium Gallicanum’ lo pone al 25 aprile. Non risulta essere mai stata aperta la causa per la sua conferma di culto.
E’ il terzo papa del periodo avignonese; presso i Cistercensi ha avuto sin dal secolo XV un culto come
Beato e l’agiografo Saussay nel suo ‘Martyrologium Gallicanum’ lo pone al 25 aprile; ma pur essendo catalogato come beato nella ‘Bibliotheca Sanctorum’, non risulta un culto ufficiale, quindi è da considerare una venerabile figura di testimone della fede, del suo tempo.
Il suo nome era Giacomo Fournier ed era nato nel XIII secolo a Saverdun nella diocesi di Pamiers, il padre era mugnaio e la madre proveniva da umile famiglia.
Giovanissimo entrò nell’abbazia cistercense di Boulbonne, proseguì gli studi a Parigi nel collegio dei ‘Bernardini’, dove si laureò in teologia; poi andò nell’abbazia di Font-Froide, dove nel 1311 ne divenne abate. Sei anni dopo fu fatto vescovo di Pamiers e nel 1326 vescovo di Mirepoix; nelle due diocesi dimostrò grande zelo contro gli Albigesi ed i Valdesi.
Il 18 dicembre 1327 fu elevato alla dignità cardinalizia da papa Giovanni XXII (1316-1334) e quando lo stesso Papa morì ad Avignone il 20 dicembre 1334, Giacomo Fournier venne eletto a succedergli dai cardinali presenti ad Avignone; venne incoronato nella chiesa dei Domenicani l’8 gennaio 1335.
Brillò, nel suo pontificato, per sapienza, santità di vita e fortezza nel governare la Chiesa, austero nei costumi, si preoccupò di eliminare gli abusi della corte pontificia, obbligando i vescovi di risiedere nelle diocesi di cui avevano la cura delle anime; vietò il cumulo dei benefici, soppresse i privilegi concessi dai suoi predecessori, diede regole rigorose ai monaci rilassati, riformò gli Ordini Benedettino, Francescano e Domenicano, condannò il movimento dei "Fraticelli".
(I "Fraticelli" furono dichiarati eretici da papa Giovanni XXII nel 1317; essi erano religiosi dell’Ordine Francescano, fautori di un rigido rispetto della Regola della povertà assoluta e raccolti in una setta eterodossa e scismatica; si ricollegavano al movimento degli ‘Spirituali’, furono in un primo tempo autorizzati da Papa Celestino V nel 1294, ma poi questo privilegio fu soppresso dal 1295 da papa Bonifacio VIII. Il loro estremismo li portò a dichiarare eretici e decaduti sia Papa
Giovanni XXII, sia i vescovi che l’appoggiavano; proclamando alcuni gruppi di essi, un proprio Papa e propri vescovi; fuori dall’Italia presero forma nei movimenti laicali dei "bizzochi" o "beghini").
Papa Benedetto XII definì, a seguito di discussioni sulla visione beatifica di Dio di quel periodo, che le anime dei bambini battezzati e le anime dei giusti, sono ammesse subito alla visione dell’Eterno.
Come sovrano dello Stato Pontificio, assoggettò Bologna, ebbe buoni rapporti con i principi d’Europa, Filippo VI re di Francia, l’obbligò a vivere in Francia; gli viene rimproverato per questo di aver fatto costruire il palazzo pontificio ad Avignone, rendendo più problematico un’eventuale futuro ritorno a Roma; ad ogni modo le turbolenze esistenti nella Città Capitolina, rendevano inopportuno il ritorno del papa, anche il tentativo di portare la Curia papale almeno nell’Italia Settentrionale, risultò inattuabile.
Fece il rifacimento dei tetti della Basilica di S. Pietro, riordinò il governo civile di Roma; contrario al nepotismo, non favorì i parenti, solo suo nipote Giovanni di Cardone, persona da tutti stimata, fu promosso vescovo di Arles nel 1341.
Per la sua austerità si fece parecchi nemici, che lo denigrarono con contumelie anche scritte, ma Benedetto XII non raffreddò il suo zelo; nella vita privata riprendeva le vesti monastiche cistercensi, osservando il regime del chiostro.
Morì ad Avignone il 25 aprile 1342, dopo sette anni di intenso pontificato e venne sepolto nella cattedrale.

(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*Beato Bonifacio di Valperga - Vescovo (25 aprile)

m. 25 aprile 1243
Nacque a Torino nella seconda metà del XII secolo. Apparteneva alla famiglia dei conti di Valperga, che viene fatta discendere dal re d'Italia Arduino d'Ivrea.
In famiglia ricevette un'educazione cristiana che rafforzò presso lo zio paterno Arduino vescovo di Torino. Decise quindi, non più giovanissimo; dii intraprendere la vita religiosa, entrando nell'abbazia benedettina di Fruttuaria.
Passò in seguito al convento agostiniano di Sant'Orso di Aosta dove, intorno al 1210, venne nominato priore. Ben presto la sua profondità spirituale e la sua santità di vita lo resero molto popolare anche tra la gente più semplice.
Quando il vescovo Giacomo fu trasferito ad Asti, il 17 luglio 1219 Bonifacio venne eletto alla sede episcopale di Aosta, diocesi che guidò per 24 anni distinguendosi per l'umiltà e l'attenzione verso i poveri.
Morì il 25 aprile 1243 e fu sepolto in un primo momento nella collegiata di Sant'Orso.
Il suo corpo venne poi traslato nella Cattedrale di Aosta, presso la cappella di Sant'Antonio.
È stato proclamato beato da Leone XIII nel 1890. (Avvenire)
Emblema: Mitra, Pastorale
Martirologio Romano: Ad Aosta, Beato Bonifacio Valperga, vescovo, insigne per carità e umiltà.
Rampollo dell’antica famiglia dei conti di Valperga, che la tradizione fa discendere dal primo re d’Italia Arduino d’Ivrea, Bonifacio nacque a Torino nella seconda metà del XII secolo. Suoi genitori furono Matteo, sesto conte del Canavese, e Anna Levi di Villars.
Ricevuta la una prima basilare educazione cristiana in famiglia, fu dunque inviato presso lo zio paterno Arduino, vescovo di Torino, che provvide ad una sua più ampia istruzione, nonché alla
crescita delle virtù cristiane.
Giunto ad una certa età, Bonifacio decise di intraprendere la vita religiosa, vestendo l’abito monastico nell’abbazia benedettina di Fruttuaria, odierna San Benigno Canavese. Passò in seguito al convento agostiniano di Sant’Orso di Aosta, rifulgendo anche qui per la sua dottrina e la santità della sua vita. Ben presto, all’incirca nel 1210, venne nominato priore.
In tal veste intraprese una vigorosa direzione sia spirituale che temporale della comunità, attirando su di sél’ammirazione e la stima popolare. Ciò fece anche sì che i fedeli prendessero maggiormente a cuore le sorti del convento, intervenendo sempre più frequentemente con cospicue donazioni. Diffusasi sempre più la sua fama nell’intera vallata, allorché il vescovo Giacomo fu trasferito ad Asti, il 17 luglio 1219 Bonifacio venne eletto alla sede episcopale di Aosta, ventesimo successore del protovescovo Sant’Eustasio.
Le numerose donazioni in favore della mensa vescovile testimoniano la buona amministrazione dei beni diocesani che seppe attuare e la fiducia che ispirò nei suoi fedeli. Profuse tutte le sue forze come pastore del gregge a lui affidato per ben ventiquattro anni, distinguendosi sempre per la sua umiltà, per l’amore verso i poveri, per la premura nella cura delle anime.
Bonifacio morì il 25 aprile 1243 e fu sepolto in un primo momento nella collegiata di Sant’Orso. Il suo corpo venne poi traslato nella chiesa cattedrale di Aosta, nella cappella di S. Antonio. Fu immediatamente venerato quale “Beato”: fu fondata una prebenda a lui intitolata, 1° aprile 1291 gli fu dedicato un altare dal vescovo mons. Nicola Versatori, intorno al 1302 gli fu eretta una statua marmorea ed infine vi fu una triplice ricognizione dei suoi resti mortali nel 1551, nel 1783 e nel 1817.
In quest’ultima occasione l’urna delle reliquie fu deposta in una nicchia ricavata tra il presbiterio dell’altar maggiore e la navata di destra della cattedrale aostana, ove ancora oggi sono esposte alla pubblica venerazione, accanto a quelle del Beato Emerico di Quart.
Il tribunale ecclesiastico appositamente istituito ad Aosta decretò nel 1885 il culto attribuito “ab immemorabili” al vescovo Bonifacio, e tale sentenza fu confermata dalla Congregazione dei Sacri Riti e ratificata il 28 aprile 1890 dal pontefice Leone XIII.
(Autore: Fabio Arduino - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*San Clarenzio di Vienne - Vescovo (25 aprile)

Martirologio Romano: A Vienne in Burgundia, nell’odierna Francia, San Clarenzio, Vescovo.
La sua festa è fissata al 25 aprile nel Martirologio di Adone, mentre il Baronio nel Martirologio Romano lo ricorda, certo per errore, il 26 dello stesso mese, giorno in cui è commemorato a Grenoble.
Nel catalogo tratto dal Chronicon di Adone Clarenzio (fr. Clarence, Clarent) è collocato al ventinovesimo posto, ma i dati del suo episcopato vanno presi con cautela.
Di certo sappiamo solo che il suo successore immediato, Sindulfo, assisté a un concilio nel 626.
Una parte delle sue reliquie fu trasportata a Praga nel 1448, mentre quelle che restarono a Vienne furono disperse dagli Ugonotti.
(Autore: Pierre Villette - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*Sant'Erminio di Lobbes - Vescovo e Abate (25 aprile)
Martirologio Romano: A Lobbes nel Brabante in Austrasia, nel territorio dell’odierno Belgio, Sant’Erminio, abate e vescovo, che, uomo di intensa preghiera e dotato dello spirito di profezia, succedette a Sant’Ursmaro.
Nacque nella regione di Laon nel sec. VII e seguì i corsi della locale scuola. Entrò nel clero secolare, divenendo canonico della cattedrale sotto il vescovo Madelgario, ma dopo un certo periodo di tempo, la durata del quale, d'altra parte, non si può valutare, abbracciò la vita monastica e fece professione nella badia di Lobbes, di cui era vescovo-abate Ursmaro.
Questi lo prese in amicizia e lo designò come proprio successore, facendo accettare questa decisione dai suoi monaci; poi, nel 711, lo consacrò vescovo.
Diciotto mesi dopo Ursmaro moriva (18 aprile 713).
Erminio si dedicò con ardore alla direzione della sua badia e al tempo stesso esplicò una grande attività missionaria, percorrendo tutta la regione. Ancor vivo, godeva di una fama di santità e gli si attribuiva anche il dono di conoscere avvenimenti lontani.
Morì il 25 aprile 737 e fu deposto accanto al suo predecessore Ursmaro, del quale aveva scritto una biografia in versi.
La sua Vita fu scritta dal successore Ansone.
Nel Martirologio Romano la festa di Erminio è fissata, al 25 aprile (il 26 aprile nel Proprio di Soissons); in passato, a Lobbes, se ne festeggiava anche la traslazione al 26 ottobre.
(Autore: Pierre Villette - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*San Febadio di Agen - Vescovo (25 aprile)

† 393 circa

Martirologio Romano: Ad Agen nella regione dell’Aquitania, in Francia, San Febadio, vescovo, che scrisse un’opera contro gli ariani e protesse il suo popolo dall’eresia.
Nacque in Aquitania e probabilmente nella stessa Agen.
Non si conosce l'anno della sua elevazione all’episcopato che, tuttavia, sembra doversi porre dopo il concilio di Sardica (342-43) poiché il suo nome non appare tra quelli degli altri vescovi che ne sottoscrissero gli Atti, e prima del 357, anno in cui respinse la seconda formula di Sirmio, inviata da
Costanzo nella Gallia; scrisse anzi un libro per confutarla.
Prese quindi parte al concilio riminese del 359 in cui combatté con grande forza dell'animo invitto per la verità della fede nicena a fianco di Sebazio di Tongres, pronto a tutto, anche all'esilio e alla morte, piuttosto che accettare le formule proposte dai vescovi inclini all’arianesimo; e se, tratto in inganno dalle sottili frodi degli avversari, finì col sottoscrivere una formula pervasa di veleno, avutane coscienza, senza por tempo in mezzo, fornì pubblica prova dell’integrità della sua fede, conservando la fama e l’autorità di cui aveva sino ad allora goduto.
Nel 359 fu chiamato a presiedere il concilio di Valenza e nel 374 quello di Saragozza. Viveva ancora nel 392, quando San Girolamo scriveva il De viris illustribus: «Phebadius, Agenni Galliarum episcopus, edidit contra Arianos librum. Dicuntur et eius alia esse opuscula quae necdum legi [o, inveni]. Vivit usque hodie, decrepita senectute».
Le reliquie riposano a Venerque, nella diocesi di Tolosa, dal 1112.
La sua festa si celebra il 25 aprile (nel nuovo Proprio di Agen il 26).
(Autore: Pietro Burchi – Fonte: Enciclopedia dei Santi)

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*Santa Franca di Piacenza (25 aprile)
Vitalta, Piacenza, 1175 - Pittolo, 25 aprile 1218
Nacque nel 1175 da famiglia nobile del piacentino. Giovanissima entrò nel monastero benedettino di San Siro, dove pronunciò i voti solenni. Nel 1198, alla morte della badessa Brizia, fu eletta al suo posto.
La decisione di introdurre nel monastero la vita regolare le suscitò contro forti opposizioni, sia da parte di alcune nobili famiglie piacentine che avrebbero visto volentieri un'altra a capo delle religiose, sia da parte di un gruppo di monache, capeggiate dalla sorella del vescovo Grimerio (1199-1210), il quale, però, illuminato da san Folco Scotti, allora prevosto di Sant'Eufemia, fece cessare ogni opposizione.
Per desiderio di maggior perfezione, nel 1214 accolse l'invito e l'esempio di Carenzia Visconti, che aveva fondato sul Montelana un monastero femminile cistercense.
Ne ebbe la nomina a badessa pur conservando, per qualche tempo, l'amministrazione di San Siro.
La comunità si trasferì presto per ragioni di sicurezza e di comodità a Pittolo, facendovi sorgere un monastero che Franca resse fino alla sua morte, avvenuta il 25 aprile 1218. (Avvenire)
Etimologia: Franca = libera, dall'antico tedesco
Martirologio Romano: Nel territorio di Piacenza, santa Franca, badessa, che volle entrare nell’Ordine Cistercense, trascorrendo notti intere in preghiera davanti a Dio.
Nacque nel 1175 da genitori appartenenti alla nobile famiglia dei conti di Vitalta, nel territorio piacentino.
Giovanissima entrò nel monastero benedettino di San Siro, uno dei più fiorenti dell'epoca, dove a quattordici anni pronunciò i voti solenni.
Nel 1198, alla morte della badessa Brizia, fu eletta in suo luogo; la sua decisione di introdurre nel monastero la vita regolare le suscitò contro forti opposizioni, sia da parte di alcune nobili famiglie
piacentine che avrebbero visto volentieri un'altra a capo delle religiose, sia da parte di un gruppo di monache, capeggiate dalla sorella del vescovo Grimerio (1199-1210),
il quale, però, illuminato da S. Folco Scotti, allora prevosto di S. Eufemia, fece cessare ogni opposizione.
Per desiderio di maggior perfezione, nel 1214 accolse l'invito e l'esempio di Carenzia Visconti, che aveva fondato sul Montelana un monastero femminile cistercense.
Ne ebbe la nomina a badessa pur conservando, per qualche tempo, l'amministrazione di S. Siro.
La comunità si trasferì presto per ragioni di sicurezza e di comodità a Pittolo, facendovi sorgere un monastero che Franca resse fino alla sua morte, avvenuta il 25 aprile 1218.
Ivi fu sepolto il suo corpo, oggetto di venerazione e mezzo per cui Iddio operò molti prodigi.
Dopo varie traslazioni esso si trova ora nella chiesa delle Benedettine di S. Raimondo in Piacenza.
Il suo culto, approvato, pare oralmente, dal Beato Gregorio X, è diffuso non solo nella diocesi di Piacenza, ma in quelle limitrofe di Pavia e Bobbio. La Santa è particolarmente invocata contro il mal d'occhi.
Si suole raffigurarla o nell'abito cistercense o in quello benedettino. Una festa solenne si svolge l'ultima domenica di agosto sul monte S. Franca (già Montelana) dove sorge in suo onore un oratorio: è una sagra interprovinciale con grande afflusso di pellegrini.
(Autore: Guido Tammi - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*Beato Giovanni Piamarta - Sacerdote e Fondatore

Brescia, 26 novembre 1841 – Remedello, Brescia, 25 aprile 1913
Il Beato Giovanni Piamarta (1841-1913) nacque a Brescia il 26 novembre 1841 e, dopo un'adolescenza resa difficile dalle condizioni economiche della famiglia, fu ordinato sacerdote il 24 dicembre 1865. È noto come il fondatore dell'Istituto Artigianelli, opera dedicata alla gioventù.
Nacque, infatti, per venire incontro alle esigenze materiali e spirituali di quei giovani che si recavano a Brescia per lavorare.
Raccoglieva l'eredità dell'istituto dei Figli di Maria Immacolata fondato dal beato Lodovico Pavoni. Piamarta e il suo amico don Pietro Capretti - con cui aveva condiviso l'esperienza pastorale nell'oratorio bresciano - misero l'opera sotto la protezione dei Santi Filippo Neri e Luigi Gonzaga. Per continuare l'opera, Piamarta fondò una Pia società di sacerdoti, chierici e fratelli e una congregazione femminile, le Povere Serve della Sacra Famiglia di Nazareth.
Nel 1926 la sua salma venne traslata nella chiesa dell'Istituto Artigianelli; la sua Opera si è estesa anche all'estero, conta molte Case e centinaia di membri. È stato beatificato da papa Giovanni Paolo II il 12 ottobre 1997. (Avvenire)
Martirologio Romano: Nel villaggio di Remedello in provincia di Brescia, Beato Giovanni Piamarta, sacerdote, che tra grandi difficoltà fondò l’Istituto Artigianelli di Brescia e nelle vicinanze di una colonia agricola allo scopo di fornire ai giovani una formazione religiosa insieme all’apprendimento di un mestiere diede vita alla Congregazione della Sacra Famiglia di Nazareth.
Il Beato Giovanni Piamarta nacque a Brescia il 26 novembre 1841, i suoi genitori Giuseppe Piamarta e Regina Ferrari, erano di umili condizioni sociali, la sua adolescenza fu alquanto difficile, ma grazie al parroco di Vallio (Brescia) poté entrare nel seminario diocesano.
Pur avendo avuto difficoltà negli studi, poté essere ordinato sacerdote il 24 dicembre 1865; iniziò il suo ministero sacerdotale prima per tre anni a Carzago Riviera e poi a Bedizzole, in questo periodo il parroco che l’aveva aiutato, padre Pezzana, fu trasferito alla chiesa prepositurale di Sant'Alessandro in Brescia e quindi fece richiesta di avere padre Piamarta come direttore dell’Oratorio maschile.
Trascorsero così 13 anni di fecondo apostolato fra la gioventù bresciana, cogliendo risultati ammirabili e il rispetto dei suoi ragazzi. Nel 1883 il vescovo lo incaricò di reggere una parrocchia della “bassa bresciana” nel paese di Pavone Mella, fedeli da tempo trascurati, ma dopo quattro anni di caparbia ostinazione da parte di gente abituata ad ogni sorta di abusi, padre Piamarta rinunciò a questa parrocchia e tornò in città per dedicarsi a realizzare un’opera da tempo pensata.
Egli mentre era vicecurato a Sant'Alessandro di Brescia, aveva conosciuto un giovane, intelligente e attivo sacerdote Pietro Capretti, e con lui aveva considerato l’abbandono spirituale e la perdita della fede, di tanti giovani, che confluivano in città per motivi di lavoro.
Per la verità Brescia aveva già conosciuto in questo settore, una benemerita iniziativa, nell’Istituto dei “Figli di Maria Immacolata”, del Beato Lodovico Pavoni (1784-1848), che però travolta da dolorosi avvenimenti, aveva dovuto lasciare la città.
L’ardore apostolico dei due sacerdoti, fece trovare una soluzione; per la munificenza di Capretti fu comprato sul Colle di S. Giulia, un terreno dove furono riadattate alla meglio due umili casette; così nacque il 3 dicembre 1886 l’Istituto Artigianelli, messo sotto la protezione dei due santi della gioventù, Filippo Neri e Luigi Gonzaga; e per incarico del vescovo mons. Corna Pellegrini, il padre Giovanni Piamarte ne divenne il direttore.
Per una serie di contrattempi, in seguito il vescovo considerò l’opera poco sicura e quindi ne decretò la chiusura; padre Piamarta ascoltò in silenzio il suo superiore, ma poi deciso, dichiarò di voler continuare “Morrò qui dove sono, in mezzo ai miei giovinetti”, il vescovo sorpreso disse soltanto: “Andate e Dio vi assista”.
Da quel momento l’Opera gravò tutta sulle sue spalle, diventando esclusivamente ‘sua’ e il ‘padre’ di questa Istituzione, a cui dedicò tutta la sua vita.
Dal 1888 sul Colle di S. Giulia, la crescita degli “Artigianelli” non si fermò più, si moltiplicarono i fabbricati ed i laboratori e i giovani ricevettero una preparazione tecnica, supportata dalla perfezione dei macchinari e dalla competenza degli istruttori.
Il solerte fondatore, si rese conto però, che anche nel campo agricolo, sussistevano gli stessi
problemi, acuiti dall’incombente crisi dell’avvento dei nuovi sistemi di coltivazione, più razionali e scientifici, in contrasto con i vecchi metodi, che facevano abbandonare i campi a molti giovani.
Anche questa volta incontrò un altro dinamico sacerdote Giovanni Bonsignori, che patrocinò la fondazione di una Scuola Pratica di Agraria, per l’applicazione dei metodi razionali e la rivalutazione economica del settore agricolo; e nel febbraio 1895 acquistò a Remedello Sopra (Brescia) un podere di ca. 140 ettari con edifici, mentre il Bonsignori iniziò il suo lavoro nel mese di novembre dello stesso anno.
L’anno successivo uscì anche il primo numero de “La Famiglia Agricola”, un giornale illustrativo dell’Opera. Gli anni passarono e la vitalità dell’Istituzione fu conosciuta ed apprezzata dal gran pubblico, specie nel 1896 nel decennale della fondazione, poi padre Piamarta cominciò a preoccuparsi della continuità futura della sua Opera; tralasciò i progetti propostogli di ridare vita in Brescia, alla soppressa Istituzione dei “Figli di Maria” e quello di unirsi ai Salesiani, invitato da don Rua, il successore di don Bosco.
Volle invece realizzare un proprio progetto: istituire una Famiglia religiosa, composta da sacerdoti, e da laici che guidassero l’educazione e l’istruzione professionale dei giovani, e di donne ausiliatrici che provvedessero ai compiti più confacenti al loro stato.
Non volle che fosse una Congregazione ma una ‘Pia Società’ di persone viventi in comunità con tutta la sostanza della vita religiosa, ma senza voti. Ne scrisse le Costituzioni approvate dall’Autorità diocesana il 25 maggio 1902 e lo stesso giorno il fondatore con il primo gruppo di sacerdoti, chierici, fratelli, emettevano nelle mani del vescovo diocesano la formula di consacrazione.
Nel 1900 iniziò anche l’esistenza delle “ausiliatrici”, inquadrate come Congregazione femminile nella Pia Società; un paio d’anni prima, una giovane vedova di Gavardo, Elisa Baldo, aprì nel suo paese, una casa per inferme e fanciulle povere, e padre Piamarta pensò di farne la sezione femminile della sua Opera.
Con la Baldo redasse un regolamento, applicato in via sperimentale per dieci anni, finché il 15 marzo 1911 nella Chiesa dell’Istituto Artigianelli in Brescia, consegnò alla Baldo e ad altre otto sorelle il Crocifisso, esse prendevano come Superiore Generale quello della Pia Società e assumevano il nome di “Povere Serve della Sacra Famiglia di Nazareth”.
Il 2 settembre 1910 padre Giovanni Piamarta per dare una sistemazione amministrativa alla sua Opera, attribuì tutte le proprietà ad una “Società Anonima Agricola Industriale Bresciana”, a tale scopo costituìta e che tuttora, sia pure modificata, assolve il suo compito.
Padre Piamarte aveva 69 anni quando l’11 gennaio 1910 subì un primo attacco del suo male, che lo lasciò paralizzato per vari giorni, poi si riprese, ma cominciò in lui l’ansia di sistemare tutte le situazioni e poi un distacco progressivo dalle cose del mondo.
Un secondo attacco a sorpresa lo colpì nell’aprile del 1913, mentre si trovava a Remedello nella Colonia agricola, dove morì il 25 aprile. La sua salma, trasportata a Brescia, ebbe solenni funerali e fu tumulata nel cimitero Vantiniano, nella cappella della famiglia Capretti, dove era già sepolto l’antico amico Pietro.
Nel 1926 la sua salma venne traslata nella chiesa dell’Istituto Artigianelli; la sua Opera si è estesa anche all’estero, conta molte Case e centinaia di membri. È stato beatificato da Papa Giovanni Paolo II il 12 ottobre 1997. La sua celebrazione è al 25 aprile.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*Beato Giuseppe Trinità (José Trinidad) Rangel Montano e 2 Compagni - Martiri (25 aprile)
Scheda del Gruppo a cui appartengono:
“Santi e Beati Martiri Messicani” (Cristoforo Magallanes Jara e 24 compagni)

m. Lagos Moreno, Messico, 25 aprile 1927
José Trinitad Rangel Montano, presbitero della diocesi di Léon nato a Dolores Hidalgo (Guanajuato - Messico) il 4 giugno 1887, Padre Andrés Sola Molist, sacerdote Claretiano nato a Taradell (Barcellona – Spagna) il 7 ottobre 1895, ed il laico celibe Leonardo Pérez Larios, nato a Jalisco (Messico) il 28 novembre 1889, furono fucilati insieme il 25 aprile 1927 presso la città messicana di Lagos Moreno.
Il martirio di queste tre vittime della persecuzione religiosa provocata dalla nuova costituzione messicana del 1917, fu riconosciuto il 22 giugno 2004 da Giovanni Paolo II e sono stati beatificati
il 20 novembre 2005, sotto il pontificato di Benedetto XVI, con cerimonia presieduta dal Prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi cardinale José Saraiva Martins a Guadalajara in Messico.  
I martiri di: “San Gioacchino” Diocesi di León - Guanajuato (Messico)
I martiri di San Gioacchino furono uomini coerenti con la loro fede cristiana, sparsero il loro sangue per Gesù Cristo e per il suo Regno di pace e di giustizia, in un Messico di intolleranza e di persecuzione religiosa.
Furono persone che con una vita semplice e ordinaria e con i loro limiti umani, mostrarono una volontà impavida e un desiderio costante e deciso di servire Dio e i fratelli.
Il sacerdote della Diocesi di León P. Giuseppe Trinità Rangel, il missionario clarettiano P. Andrea Solà e il laico Leonardo Pérez, si trovarono uniti, grazie alla loro propria vocazione, nel superare la prova suprema della vita cristiana, il martirio.
Furono fucilati nella situazione drammatica della persecuzione religiosa del Messico (il 25 aprile 1927), morirono a motivo della loro fede e perdonando ai loro carnefici.
Con la beatificazione dei nostri martiri oggi la Chiesa riconosce la grazia di Dio che irrobustisce la debolezza umana per la costruzione del Regno.
P. Andrea Solà Molist
Nacque il 7 ottobre 1895 nella masseria di Villarrasa, comune di Taradell, nella provincia di Barcellona (Spagna).
I suoi genitori, Bonaventura Solá e Comas e Antonia Molist e Benet, pur essendo umili contadini, seppero trasmettere al piccolo Andrea una solida pietà cristiana.
Grazie alla predicazione di un missionario clarettiano, Andrea accertò la propria vocazione alla vita religiosa missionaria, entrando nella Congregazione dei Missionari Figli del Cuore Immacolato
di Maria (Clarettiani) nella città di Vic, il 27 ottobre 1909.
Il 15 agosto 1914 emise i voti di castità, povertà e ubbidienza.
Già religioso, passò otto lunghi, ma fruttuosi, anni formandosi come sacerdote missionario.
Il 23 settembre 1922 ricevette l’Ordinazione Sacerdotale, e dopo una preparazione per il ministero, venne destinato dai suoi superiori in Messico, dove giunse il 20 agosto 1923.
Svolse l’attività di professore e di predicatore nella città di Toluca. Nel dicembre 1924 fu inviato nella città di León, stato di Guanajuato, dove, oltre che per la predicazione, divenne noto per il suo entusiasmo e l’impegno pastorale.
Quando scoppiò la persecuzione contro la Chiesa in tutto il paese, ma particolarmente nella zona dove si trova León, il Padre Solá si distinse per la sua audacia e coraggio, rischiando la propria vita nella cura e nel servizio dei fedeli, privati dei sacerdoti e dei sacramenti.
Il 24 aprile 1927 fu arrestato dall’esercito e imprigionato con i suoi compagni di martirio.
Leonardo Pèrez
Nacque a Lagos de Moreno, stato di Jalisco, il 28 Novembre 1889.
Crebbe con i suoi genitori e la famiglia nel rancho ”El Saucillo”, nel territorio di Encarnacion de Díaz, stato di Jalisco.
Ivi fu educato cristianamente in un ambiente di pietà e semplicità.
Negli studi fu molto diligente e di comportamento irreprensibile, distinguendosi per la sua bontà, laboriosità e obbedienza.
Dopo il suo impegno di lavoro nel Rancho della sua famiglia, incominciò a lavorare come commesso in un negozio della città di León. Desiderava consacrarsi a Dio come religioso, ma vi rinunciò per sostenere i suoi fratelli. Parte del suo modesto stipendio, lo destinava per aiutare religiose e seminaristi.
Durante i giorni della persecuzione contrasse amicizia con il Padre Solá e si mostrò assiduo nel frequentare gli atti di culto e di pietà celebrati di nascosto.
Il suo amore per Cristo Eucaristia era straordinario.
Durante i quattro mesi precedenti il suo arresto lo visitava tutti i giorni, e fu proprio in una di queste visite che, insieme con il Padre Solá, venne imprigionato la domenica 24 aprile 1927.
Di uno dei suoi fratelli, Alfonso, è iniziata la causa di beatificazione.
P.Giuseppe Trinità Rangel
Nacque nel rancho “El Durazno” nel comune di Dolores Hidalgo, stato di Guanajuato, il 4 giugno 1887.
Di famiglia umile, imparò da bambino ad amare Dio e il prossimo. Senza andare a scuola, imparò nel suo stesso rancho a leggere e a scrivere.
All’età di 14 anni manifestò il suo desiderio di diventare sacerdote, ma avendo incontrato opposizione e difficoltà di carattere economico, potè entrare nel seminario di León solo al compiere i venti anni.
A causa delle persecuzioni e della instabilità politica, il Seminario fu chiuso, riaperto e di nuovo chiuso. Il Padre Rangel dovette ritornare a casa, poi nel Seminario di León, quindi continuare gli studi sacerdotali negli Stati Uniti e ancora nel Messico, per essere ordinato sacerdote nell’aprile del 1919.
Come sacerdote si distinse per la sua modestia, umiltà, semplicità e zelo per la salvezza delle anime. Con audacia evangelica, svolse il suo ministero nella città di León, in Silao, El Zangarro, Ibarra e Jaripitìo, nello stato di Guanajuato.
Durante la persecuzione religiosa venne sorpreso dai soldati mentre si trovava in San Francisco del Rincón, stato di Guanajuato, celebrando, di nascosto, i riti della Settimana Santa.
Il 22 aprile, con l’accusa di sedizione, fu trasferito come prigioniero nella città di León, ove due giorni dopo gli furono associati il Padre Solá e Leonardo Pérez.
(Autore: Antonio Sanz, cmf – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Giuseppe Trinità Rangel Montano e 2 Compagni, pregate per noi


*Santa Hunna - Vedova in Alsazia (25 aprile e 15 aprile)

Hunaweier, Alsazia, VII secolo
Le notizie pervenutaci su Santa Hunna, provengono dalla “Vita Deodati”, scritta però tre secoli e mezzo dopo la sua esistenza; non esistono altri documenti, epigrafi, liturgie, anteriori a questa ‘Vita’ dell’XI secolo, narrante le imprese di San Deodato vescovo pellegrino scozzese e per alcuni versi anche leggendaria.
Hunna e suo marito Hunon, signore franco, vissero a Hunaweier in Alsazia nel VII secolo. Qui edificarono una chiesa in onore dell’apostolo San Giacomo il Maggiore, che poi lasciarono in eredità all’abbazia di St-Dié.
È molto probabile che i signori di Hunaweier, si fossero stabili su delle terre che un tempo erano appartenute ad una colonia romana, e sulle quali si trovava un piccolo stabilimento termale; questo permise loro di aver cura dei malati e dei poveri che venivano a rifugiarsi tra le rovine delle antiche terme.
Come i loro parenti, i duchi d’Alsazia, protessero i monaci scozzesi di San Colombano, itineranti nella regione alsaziana (il territorio, nei secoli è appartenuto, secondo le vicende politiche, di volta in volta sia alla Francia che alla Germania, oggi è francese) e tra i quali ci fu il già citato San Deodato vescovo, il quale secondo la ‘Vita’, battezzò il loro figlio, chiamato in suo onore anch’egli Deodato, che diventerà poi un santo monaco a Ebersheimmünster.
Hunna e Hunon furono parenti anche di s. Sigismondo re di Borgogna; la ‘Vita Deodati’ considera Hunon quale principale benefattore di St-Diè e Hunna è nominata solo come sua sposa; ma nella tradizione popolare successiva, Hunna assumerà il ruolo più importante fra i due pii coniugi, per la sua intensa vita di carità, continuata negli anni della sua vedovanza, fino alla sua morte avvenuta nel 679.
Nel 1520, su richiesta di Ulrico, duca di Württemberg, signore del luogo, del vescovo di Basilea e dei canonici di St-Dié, Papa Leone X autorizzò la ‘elevazione’ dei resti di Hunna, conservati a Hunaweier (la cerimonia, nel primo millennio, costituiva l’attuale canonizzazione del venerato personaggio, sia pure proclamato Santo nell’ambito della diocesi richiedente).
Ma dopo poco tempo, il duca Ulrico (1487-1550), passò alla Riforma Protestante e già nel 1540 le reliquie di santa Hunna furono profanate e disperse dagli abitanti del luogo, diventati seguaci del riformatore protestante Hulrico Zwinglio (1484-1531).
Nel 1865 la diocesi di Strasburgo, attuale capoluogo del Dipartimento francese del Basso Reno, che comprende l’Alsazia, poté iscrivere nel Libro (Proprio) liturgico, la festa della santa vedova al 25 aprile, giorno della commemorazione dell’’elevazione’ del 1520.
Altre zone dell’Alsazia la ricordano in giorni diversi, come il 15 aprile. Per un prodigio operato da San Diodato, che fece sgorgare l’acqua da una sorgente vicino alla chiesa, per favorire la vedova Hunna che lavava personalmente i panni dei poveri, ella è considerata la patrona delle lavandaie.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Hunna, pregate per noi  


*San Marco - Evangelista (25 aprile)
sec. I
Ebreo di origine, nacque probabilmente fuori della Palestina, da famiglia benestante.
San Pietro, che lo chiama «figlio mio», lo ebbe certamente con sè nei viaggi missionari in Oriente e a Roma, dove avrebbe scritto il Vangelo.
Oltre alla familiarità con san Pietro, Marco può vantare una lunga comunità di vita con l'apostolo
Paolo, che incontrò nel 44, quando Paolo e Barnaba portarono a Gerusalemme la colletta della comunità di Antiochia.
Al ritorno, Barnaba portò con sè il giovane nipote Marco, che più tardi si troverà al fianco di San Paolo a Roma.
Nel 66 San Paolo ci dà l'ultima informazione su Marco, scrivendo dalla prigione romana a Timoteo: «Porta con te Marco.
Posso bene aver bisogno dei suoi servizi».
L'evangelista probabilmente morì nel 68, di morte naturale, secondo una relazione, o secondo un'altra come martire, ad Alessandria d'Egitto.
Gli Atti di Marco (IV secolo) riferiscono che il 24 aprile venne trascinato dai pagani per le vie di Alessandria legato con funi al collo. Gettato in carcere, il giorno dopo subì lo stesso atroce tormento e soccombette. Il suo corpo, dato alle fiamme, venne sottratto alla distruzione dai fedeli. Secondo una leggenda due mercanti veneziani avrebbero portato il corpo nell'828 nella città della Venezia. (Avvenire)
Patronato: Segretarie
Etimologia: Marco = nato in marzo, sacro a Marte, dal latino
Emblema: Leone
Martirologio Romano: Festa di San Marco, Evangelista, che a Gerusalemme dapprima accompagnò San Paolo nel suo apostolato, poi seguì i passi di San Pietro, che lo chiamò figlio; si tramanda che a Roma abbia raccolto nel Vangelo da lui scritto le catechesi dell’Apostolo e che abbia fondato la Chiesa di Alessandria.
La figura dell’evangelista Marco, è conosciuta soltanto da quanto riferiscono gli Atti degli Apostoli e alcune lettere di San Pietro e San Paolo; non fu certamente un discepolo del Signore e probabilmente non lo conobbe neppure, anche se qualche studioso lo identifica con il ragazzo, che secondo il Vangelo di Marco, seguì Gesù dopo l’arresto nell’orto del Getsemani, avvolto in un lenzuolo; i soldati cercarono di afferrarlo ed egli sfuggì nudo, lasciando il lenzuolo nelle loro mani. Quel ragazzo era Marco, figlio della vedova benestante Maria, che metteva a disposizione del Maestro la sua casa in Gerusalemme e l’annesso orto degli ulivi.
Nella grande sala della loro casa, fu consumata l’Ultima Cena e lì si radunavano gli apostoli dopo la Passione e fino alla Pentecoste.
Quello che è certo è che fu uno dei primi battezzati da Pietro, che frequentava assiduamente la sua casa e infatti Pietro lo chiamava in senso spirituale “mio figlio”.
Discepolo degli Apostoli e martirio
Nel 44 quando Paolo e Barnaba, parente del giovane, ritornarono a Gerusalemme da Antiochia, dove erano stati mandati dagli Apostoli, furono ospiti in quella casa; Marco il cui vero nome era Giovanni usato per i suoi connazionali ebrei, mentre il nome Marco lo era per presentarsi nel mondo greco-romano, ascoltava i racconti di Paolo e Barnaba sulla diffusione del Vangelo ad Antiochia e quando questi vollero ritornarci, li accompagnò.
Fu con loro nel primo viaggio apostolico fino a Cipro, ma quando questi decisero di raggiungere Antiochia, attraverso una regione inospitale e paludosa sulle montagne del Tauro, Giovanni Marco rinunciò spaventato dalle difficoltà e se ne tornò a Gerusalemme.
Cinque anni dopo, nel 49, Paolo e Barnaba ritornarono a Gerusalemme per difendere i Gentili convertiti, ai quali i giudei cristiani volevano imporre la legge mosaica, per poter ricevere il battesimo.
Ancora ospitati dalla vedova Maria, rividero Marco, che desideroso di rifarsi della figuraccia, volle seguirli di nuovo ad Antiochia; quando i due prepararono un nuovo viaggio apostolico, Paolo non fidandosi, non lo volle con sé e scelse un altro discepolo, Sila e si recò in Asia Minore, mentre Barnaba si spostò a Cipro con Marco.
In seguito il giovane deve aver conquistato la fiducia degli apostoli, perché nel 60, nella sua prima lettera da Roma, Pietro salutando i cristiani dell’Asia Minore, invia anche i saluti di Marco; egli divenne anche fedele collaboratore di Paolo e non esitò di seguirlo a Roma, dove nel 61 risulta che Paolo era prigioniero in attesa di giudizio, l’apostolo parlò di lui, inviando i suoi saluti e quelli di “Marco, il nipote di Barnaba” ai Colossesi; e a Timoteo chiese nella sua seconda lettera da Roma, di raggiungerlo portando con sé Marco “perché mi sarà utile per il ministero”.
Forse Marco giunse in tempo per assistere al martirio di Paolo, ma certamente rimase nella capitale dei Cesari, al servizio di Pietro, anch’egli presente a Roma.
Durante gli anni trascorsi accanto al Principe degli Apostoli, Marco trascrisse, secondo la tradizione, la narrazione evangelica di Pietro, senza elaborarla o adattarla a uno schema personale, cosicché il suo Vangelo ha la scioltezza, la vivacità e anche la rudezza di un racconto popolare.
Affermatosi solidamente la comunità cristiana di Roma, Pietro inviò in un primo momento il suo discepolo e segretario, ad evangelizzare l’Italia settentrionale; ad Aquileia Marco convertì Ermagora, diventato poi primo vescovo della città e dopo averlo lasciato, s’imbarcò e fu sorpreso da una tempesta, approdando sulle isole Rialtine (primo nucleo della futura Venezia), dove si addormentò e sognò un angelo che lo salutò: “Pax tibi Marce evangelista meus” e gli promise che in quelle isole avrebbe dormito in attesa dell’ultimo giorno.
Secondo un’antichissima tradizione, Pietro lo mandò poi ad evangelizzare Alessandria d’Egitto, qui Marco fondò la Chiesa locale diventandone il primo vescovo.
Nella zona di Alessandria subì il martirio, sotto l’imperatore Traiano (53-117); fu torturato, legato con funi e trascinato per le vie del villaggio di Bucoli, luogo pieno di rocce e asperità; lacerato dalle pietre, il suo corpo era tutta una ferita sanguinante.
Dopo una notte in carcere, dove venne confortato da un angelo, Marco fu trascinato di nuovo per le strade, finché morì un 25 aprile verso l’anno 72, secondo gli “Atti di Marco” all’età di 57 anni; ebrei e pagani volevano bruciarne il corpo, ma un violento uragano li fece disperdere, permettendo così ad alcuni cristiani, di recuperare il corpo e seppellirlo a Bucoli in una grotta; da lì nel V secolo fu traslato nella zona del Canopo.
Il Vangelo
Il Vangelo scritto da Marco, considerato dalla maggioranza degli studiosi come “lo stenografo” di Pietro, va posto cronologicamente tra quello di San Matteo (scritto verso il 40) e quello di San Luca (scritto verso il 62); esso fu scritto tra il 50 e il 60, nel periodo in cui Marco si trovava a Roma accanto a Pietro.
È stato così descritto: “Marco come fu collaboratore di Pietro nella predicazione del Vangelo, così ne fu pure l’interprete e il portavoce autorizzato nella stesura del medesimo e ci ha per mezzo di esso, trasmesso la catechesi del Principe degli Apostoli, tale quale egli la predicava ai primi cristiani, specialmente nella Chiesa di Roma”.
Il racconto evangelico di Marco, scritto con vivacità e scioltezza in ognuno dei sedici capitoli che lo compongono, seguono uno schema altrettanto semplice; la predicazione del Battista, il ministero di Gesù in Galilea, il cammino verso Gerusalemme e l’ingresso solenne nella città, la Passione, Morte e Resurrezione.
Tema del suo annunzio è la proclamazione di Gesù come Figlio di Dio, rivelato dal Padre, riconosciuto perfino dai demoni, rifiutato e contraddetto dalle folle, dai capi, dai discepoli.
Momento culminante del suo Vangelo, è la professione del centurione romano pagano ai piedi di Gesù crocifisso: “Veramente quest’uomo era Figlio di Dio”, è la piena definizione della realtà di Gesù e la meta cui deve giungere anche il discepolo.
Le vicende delle sue reliquie - Patrono di Venezia
La chiesa costruita al Canopo di Alessandria, che custodiva le sue reliquie, fu incendiata nel 644 dagli arabi e ricostruita in seguito dai patriarchi di Alessandria, Agatone (662-680), e Giovanni di Samanhud (680-689).
E in questo luogo nell’828, approdarono i due mercanti veneziani Buono da Malamocco e Rustico da Torcello, che s’impadronirono delle reliquie dell’Evangelista minacciate dagli arabi, trasferendole a Venezia, dove giunsero il 31 gennaio 828, superando il controllo degli arabi, una tempesta e l’arenarsi su una secca.
Le reliquie furono accolte con grande onore dal doge Giustiniano Partecipazio, figlio e successore del primo doge delle Isole di Rialto, Agnello; e riposte provvisoriamente in una
piccola cappella, luogo oggi identificato dove si trova il tesoro di San Marco.
Iniziò la costruzione di una basilica, che fu portata a termine nell’832 dal fratello Giovanni suo successore; Dante nel suo memorabile poema scrisse.
“Cielo e mare vi posero mano”, ed effettivamente la Basilica di San Marco è un prodigio di marmi e d’oro al confine dell’arte.
Ma la splendida Basilica ebbe pure i suoi guai, essa andò distrutta una prima volta da un incendio nel 976, provocato dal popolo in rivolta contro il doge Candiano IV (959-976) che lì si era rifugiato insieme al figlio; in quell’occasione fu distrutto anche il vicino Palazzo Ducale.
Nel 976-978, il doge Pietro Orseolo I il Santo, ristrutturò a sue spese sia il Palazzo che la Basilica; l’attuale ‘Terza San Marco’ fu iniziata invece nel 1063, per volontà del doge Domenico I Contarini e completata nei mosaici e marmi dal doge suo successore, Domenico Selvo (1071-1084). La Basilica fu consacrata nel 1094, quando era doge Vitale Falier; ma già nel 1071 San Marco fu scelto come titolare della Basilica e Patrono principale della Serenissima, al posto di San Teodoro, che fino all’XI secolo era il patrono e l’unico santo militare venerato dappertutto.
Le due colonne monolitiche poste tra il molo e la piazzetta, portano sulla sommità rispettivamente l’alato Leone di S. Marco e il santo guerriero Teodoro, che uccide un drago simile ad un coccodrillo.
La cerimonia della dedicazione e consacrazione della Basilica, avvenuta il 25 aprile 1094, fu preceduta da un triduo di penitenza, digiuno e preghiere, per ottenere il ritrovamento delle reliquie dell’Evangelista, delle quali non si conosceva più l’ubicazione.
Dopo la Messa celebrata dal vescovo, si spezzò il marmo di rivestimento di un pilastro della navata destra, a lato dell’ambone e comparve la cassetta contenente le reliquie, mentre un profumo dolcissimo si spargeva per la Basilica.
Venezia restò indissolubilmente legata al suo Santo patrono, il cui simbolo di evangelista, il leone alato che artiglia un libro con la già citata scritta: “Pax tibi Marce evangelista meus”, divenne lo stemma della Serenissima, che per secoli fu posto in ogni angolo della città ed elevato in ogni luogo dove portò il suo dominio.
San Marco è patrono dei notai, degli scrivani, dei vetrai, dei pittori su vetro, degli ottici; la sua festa è il 25 aprile, data che ha fatto fiorire una quantità di detti e proverbi.
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*Beato Mario Borzaga - Sacerdote e Martire (25 aprile)

Trento, 27 agosto 1932 - Kiucatian, Luang Prabang, Laos, 25 aprile 1960

Mario Borzaga, nato a Trento il 27 agosto 1932, dopo aver iniziato la sua formazione al sacerdozio nel Seminario diocesano, entrò tra i Missionari Oblati di Maria Immacolata. Nel 1957 partì per il Laos, insieme ad altri confratelli, i primi a sbarcare in quel paese asiatico. Percorse i villaggi visitando gli ammalati e dispensando ovunque il suo sorriso: essere un uomo felice nella conformazione a Cristo Crocifisso era la sua vocazione più intima.
Il 25 aprile 1960 s’incamminò, insieme al catechista laico Paolo ThojXyooj, per visitare altri villaggi nel nord del Laos, i cui abitanti desideravano conoscere meglio il Vangelo. Da allora non si ebbero più loro notizie, fino a quando non venne scoperto che erano stati uccisi da alcuni guerriglieri Pathet Lao, contrari alla presenza dei missionari stranieri. Padre Mario aveva ventisette anni, mentre Paolo diciannove. Il loro processo sul martirio si è svolto nella diocesi di Trento dal 2006 al 2008.
Il 5 maggio 2015 papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del decreto con cui la loro morte è stata riconosciuta in odio alla fede. La loro beatificazione, insieme a quella di altri 15 martiri del Laos, è stata fissata all’11 dicembre 2016 a Vientiane, nel Laos.
Dopo il padre Mario Vergara, un altro missionario viene elevato alla gloria degli altari, "tirandosi" dietro anche questa volta il catechista con cui ha condiviso il martirio. Si tratta del padre Mario
Borzaga, il cui martirio papa Francesco ha ufficialmente riconosciuto il 5 maggio 2015.
Nasce a Trento nel 1932, terzo dei quattro figli di una modesta famiglia, che custodisce come un tesoro la sua vocazione sacerdotale, cui si accoppia ben presto anche quella missionaria, realizzata tra gli Oblati di Maria. Il 24 febbraio 1957 Mario è ordinato sacerdote, facendo il proposito di non essere mai "un parassita dell’altare", mentre sul suo diario annota: "Cristo che mi ha scelto è lo stesso che ha dato vita e forza ai martiri e alle vergini: erano persone come me, fatte di niente e di debolezza. Anch’io sono stato scelto per il martirio".
Esprime ai superiori il desiderio di partire per il Laos, dove gli sembra di poter meglio essere missionario "ad gentes" e viene accontentato. Vi arriva verso la fine dello stesso anno e i giorni della missione sono meticolosamente raccontati nel suo "Diario di un uomo felice", che esprime nel titolo tutta la sua gioia di essere là dove ritiene il Signore lo chiami, ma tra le righe cela tutta la fatica del suo calarsi nella nuova cultura, di impararne la lingua e i costumi, di adattarsi al clima, di farsi tutto a tutti. "Così si inizia una missione, il programma della giornata è obbedire e imparare, imparare di tutto da tutti; imparare la lingua, i costumi; imparare a pescare, a camminare nella foresta, a riconoscere i versi e le piste degli animali, imparare la tecnica del legno, delle macchine, dei motori", scoprendo ogni giorno quanto sia difficile "imparare dai padri, dai fratelli, dagli operai, dai ragazzi, dagli avvenimenti, dalle situazioni, imparare in silenzio da tutti, soprattutto a credere, a soffrire, ad amare."
Patisce la solitudine e la difficoltà a comunicare con gli indigeni, ha paura del clima politico e si lamenta di "aver sognato le mille avventure e una strada gloriosa alla santità per poi trovarsi ad annegare in un buco di missione ed aver paura a metter fuori il naso".  È testimone dell’effervescenza politica in Laos, dei massacri dei cristiani, della guerriglia che si sta diffondendo, più volte è costretto a fuggire e nascondersi; scrive: "Solo tu, o Gesù, sai quanti passi faremo ancora nel mondo". A volte si accorge di essere "assalito dalla paura di morire, di impazzire, di essere abbandonato da Dio; allora respiro a fatica, mi sento tutto sobbalzare; ma non è nulla. Gesù mi ama egualmente e io lo amo". Deve suo malgrado convivere con questa situazione difficile, fare i conti con la sua paura di sbagliare a somministrare le medicine, lavorare fino a sfiancarsi accanto agli indigeni per dare loro l’esempio di come e perché si lavora, ma alla fine prevale la sua fede serena e matura: "…non c’è più d’aver paura, o da lamentarsi: Dio mi ha messo qui e qui ci sto".
Con questa fede provata dalla sofferenza può esclamare: "Voglio formarmi una fede e un amore profondo e granitico, non posso altrimenti essere Martire: la fede e l'Amore sono indispensabili. Non c'è più nulla da fare che credere e amare".
Molto attivo in quelle missioni è Paolo Thao Shiong, un catechista non ancora ventenne, dotato di un carisma eccezionale e molto seguito dalla popolazione, vero "enfant-prodige" della catechesi, un po’ antipatico a chi lo invidia per i risultati che ottiene. Abilmente riescono a mandarlo in crisi ed a fargli interrompere la sua intensa attività catechistica, ma non a staccarlo completamente dalla missione, con la quale saltuariamente collabora ancora, soprattutto quando c’è il padre Mario.  Così quando questi deve raggiungere alcuni sperduti villaggi, il catechista Paolo ben volentieri si offre di accompagnarlo. Partono il 25 aprile 1960 e da quel viaggio non torneranno più.  Prima voci sussurrate e di recente anche testimonianze giurate dicono che siano stati uccisi in un’imboscata, tesa loro dai guerriglieri comunisti; l’unico obiettivo doveva essere il padre Mario, perché prete e perché straniero; al catechista, in quanto laotiano, viene offerta la possibilità di fuggire, ma egli con fierezza risponde "Se uccidete lui, uccidete anche me.
Morto lui, morirò anch’io. Vivo lui, vivrò anch’ io". I loro corpi non sono mai stati ritrovati, in compenso è stato accertato che la loro morte è avvenuta in "odium fidei", e con essa hanno riscattato le loro fragilità: davvero, come si diceva, "la santità è dono di Cristo a persone fatte di niente e di debolezza".
(Autore: Gianpiero Pettiti – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Una delle foto più frequentemente pubblicate, lo ritrae intento a scrivere a macchina. Lo sguardo attento sul foglio, l'espressione del volto a significare concentrazione e dedizione. P. Mario Borzaga, missionario Oblato di Maria Immacolata, morto martire in Laos nel maggio 1960, ne aveva scritte di pagine nel corso della sua vita missionaria. Mario Borzaga aveva il temperamento e il fisico dei montanari. Era nato a Trento nel 1932, il più giovane di sei figli, e nella sua città era entrato in seminario.
A vent'anni si unisce ai missionari Oblati di Maria Immacolata, congregazione francese fondata da Sant’Eugenio de Mazenod nel 1816. Poi alla fine del '57 la partenza per la missione del Laos, insieme al primo gruppo di Oblati italiani. Mario ha la coscienza dell'apostolo. Quando sa di dover partire per il Laos, nell'estate del '57 così scriveva nel suo diario: "Festa della Visitazione. Uno dei giorni più importanti della mia vita: ho ricevuto l'obbedienza per il Laos. Ci andrò nel nome del Signore. Vergine Immacolata aiutami! Gesù, Gesù, Gesù, voglio essere uno dei tuoi: come Pietro, Paolo, Barnaba, Luca, Giovanni, Giacomo". Lì apprende la lingua, la cultura locale e la vita missionaria. Pare che il suo zelo missionario fosse davvero spiccato. Mario amava stare con la gente per imparare tutto di loro il più presto possibile e così essere in grado di annunciare il Vangelo della salvezza. Anche a Kiu Kacham nel distretto di Luang Prabang, fa di tutto per accelerare i tempi. Insegnare il catechismo, visitare le famiglie, accogliere gli ammalati che venivano al dispensario della missione, queste le principali occupazioni del giovane missionario. Aveva fretta, Mario, la fretta di chi sa che la vita dell'apostolo è breve e va pesa tutta per il Regno.
A fine aprile del 1960 parte con Shiong, un giovane catechista dell'etnia hmong per un tour in alcuni villaggi situati a sud della Astrid road. Più volte era stato invitato a recarsi in questi villaggi. Gli avevano chiesto di conoscere la fede cristiana e di essere aiutati. Mario parte con il desiderio di portare agli ultimi il Vangelo di Gesù e, a chi avrebbe incontrato, aiuti medici e conforto. É l'ultima decisione della sua vita, infatti da quel viaggio non fa più ritorno. A distanza di quaranta anni non si sa ancora con precisione cosa sia accaduto: un attentato, un incidente, un rapimento, un'imboscata. Di p. Mario e del suo catechista si perdono le tracce. La gente dice di non sapere con precisione cosa accadde in quel giorno di maggio. Era arrivato ai villaggi, aveva incontrato la gente e gli ammalati. Poi più nulla. Nessuna traccia. Altri missionari erano stati uccisi o minacciati in quegli anni.
Oltre al vuoto e al disorientamento per la sua prematura scomparsa, p. Mario Borzaga ci lascia un testamento spirituale di alto spessore. La sua vita conferma anzitutto che anche la vocazione missionaria è via alla santità. Spendere la propria vita per i poveri, vivendo il precetto dell'amore, può portare alla perfezione. In p. Mario vediamo anzitutto splendere la virtù della carità, vissuta nei confronti della gente e dei confratelli missionari. "Voglio formarmi una fede e un amore profondo e granitico, - scriveva - non posso altrimenti essere Martire: la fede e l'Amore sono indispensabili. Non c'è più nulla da fare che credere e amare".
E poi Mario ci lascia l'impegno a raggiungere tutti, a non lasciare nulla di intentato perché il Vangelo sia annunziato. Spesso, guardandoci attorno, sembra che il Vangelo sia un premio per i buoni e non un diritto di tutti.
Mario fa parte di quella sorta di cristiani, i martiri, che hanno donato le proprie fatiche e tutto di sé per gli altri. La sua scomparsa prematura, avvolta nel mistero e nel silenzio, è monito per noi a donare la nostra vita in maniera incondizionata per il Vangelo.
Papa Francesco in data 5 maggio 2015 ha riconosciuto il martirio in odio alla fede di Padre Mario e
del catechista Paolo Thoj Xyooj.
Riflessione di Padre Mario Bonzaga
"Ho capito la mia vocazione: essere un uomo felice pur nello sforzo
di identificarmi col Cristo Crocifisso.
Quanto resta ancora di sofferenza,o Signore? Tu solo lo sai e per me
"fiat voluntas tua" in qualsiasi istante della mia vita. Se voglio essere
come l’Eucaristia un buon Pane per essere mangiato dai fratelli, loro divino
nutrimento, devo per forza prima passare attraverso la morte di
croce. Prima il sacrificio poi la gioia di distribuirmi ai fratelli di tutto il
mondo; se mi distribuisco senza passare prima a sublimarmi nel Sacrificio,
do ai fratelli affamati di Dio me stesso, un cencio d’uomo, un residuo
d’inferno; se accetto la mia morte in unione con quella di Gesù, è proprio Gesù che io riesco a dare con le mie stesse mani ai fratelli. Non è pertanto
una rinuncia a me stesso che devo fare, ma il potenziamento di tutto
quello che in me può soffrire, essere immolato, sacrificato in favore delle
anime che Gesù mi ha dato d’amare" (17 novembre 1956).
"Diario di un uomo felice"

(Autore: Pasquale Castrilli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*Beato Paolo Thoj Xyooj - Catechista e Martire (25 aprile)

Scheda del Gruppo a cui appartiene:
"Beati Martiri del Laos - 16 dicembre (celebrazione di gruppo)

Kiukatiam, Laos, circa 1941 – Laos, fine aprile 1960

ThojXyooj (traslitterato anche ThaoShiong), nato nel villaggio di Kiukatiam nel Laos, aderì con slancio all’annuncio del Vangelo, portato nel suo Paese dai Missionari Oblati di Maria Immacolata. Ritenuto adatto per il sacerdozio, fu inviato nella scuola di formazione per catechisti a Paksan, dove maturò la decisione di dedicarsi alla predicazione della Buona Notizia senza ricevere l’ordine sacro.
Dopo sette mesi nel villaggio di Na Vang, rientrò nel villaggio natale, dove affiancò il missionario Padre Mario Borzaga.
Il 25 aprile 1960 s’incamminò, insieme a lui, per visitare altri villaggi nel nord del Laos, i cui abitanti desideravano conoscere meglio il Vangelo. Da allora non si ebbero più loro notizie, fino a quando non venne scoperto che erano stati uccisi da alcuni guerriglieri Pathet Lao, contrari alla presenza dei missionari stranieri. Padre Mario aveva ventisette anni, mentre Paolo circa diciannove. Il loro processo sul martirio si è svolto nella diocesi di Trento dal 2006 al 2008. Il 5 maggio 2015 papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del decreto con cui la loro morte è stata riconosciuta in odio alla fede.
La loro beatificazione, insieme a quella di altri 15 martiri del Laos, è stata fissata all’11 dicembre 2016 a Vientiane, nel Laos.
Nascita e adesione alla fede
ThojXyooj (traslitterato anche ThaoShiong) nacque intorno al 1941 nel villaggio di Kiukatiam, nella provincia di Luang Prabang, nel nord-ovest del Laos. Perse il padre, che era il capo-villaggio, prima di compiere nove anni.
Quando, nel 1950, arrivò padre Yves Bertrais, dei Missionari Oblati di Maria Immacolata, fu sua madre ad accoglierlo per prima. Da allora, lui aderì pienamente alla sua predicazione, diventando un catecumeno convinto, sveglio e intelligente.
Allievo nel seminario minore
A sedici anni, rivelò al missionario che desiderava diventare sacerdote. Ritenendolo idoneo, padre Bertrais lo inviò al seminario minore di Paksan, dove la missione degli Oblati aveva aperto un centro di formazione per i catechisti; lì il ragazzo avrebbe verificato la propria fede anzitutto, poi la vocazione. La madre oppose resistenza, ma uno dei suoi fratelli maggiori, che abitavano con lui, fu più favorevole.
Dato che il ragazzo era solo catecumeno, gli fu anticipato il Battesimo rispetto alla data prevista: avvenne quindi domenica 8 dicembre 1957, occasione nella quale ricevette il nome cristiano di Paolo. Tre giorni dopo partì, insieme a quattro ragazze e ad altri due ragazzi destinati al seminario.
Catechista a Kiukatiam
A scuola, Paolo si dimostrò vivace e simpatico. Tuttavia, a causa di una piaga dolorosa su una gamba, causata da un incidente nell’infanzia, doveva accontentarsi di stare a guardare i compagni nelle attività sportive.
Dopo un anno ritornò a Kiukatiam, per proseguire la sua preparazione come catechista sotto il diretto controllo dei missionari. Insegnò le lingue lao e hmong (quest’ultima parlata dalla sua popolazione) nella scuola del villaggio e, a poco a poco, si specializzò nel catechismo. Testimoni di quell’epoca lo descrivono come dotato di grande gentilezza, sempre sorridente, disponibile e pronto al servizio verso chi era in difficoltà.
Collaboratore dei Missionari Oblati di Maria Immacolata
Nello stesso anno, il 1958, la missione nel Luang Prabang fu affidata agli Oblati italiani, guidati da padre Leonello Berti, che si concentrarono sulla provincia del Luang NamTha, tra la Birmania e la Cina.
La popolazione hmong del villaggio di Na Vang sentì presto parlare del loro operato e volleconoscere, come gli altri del loro popolo, quei "Gesù" che curavano gli ammalati, come chiamavano i missionari.
I due padri inviati nel luogo, Alessandro Staccioli e Luigi Sion, conoscevano però solo la lingua lao, che ihmong non comprendevano; perciò domandarono in prestito un catechista che parlasse il loro linguaggio. Padre Mario Borzaga, ormai responsabile della missione, pensò a Paolo, dietro consiglio di padre Berti. Martedì 21 aprile 1959 il giovane partì per la sua avventura, pieno di entusiasmo e di coraggio.
A Na Vang
Dopo una lunga marcia, arrivò a Na Vang venerdì 1° maggio 1959. Indossava il costume tipico hmong, con un cappello nero sormontato da un pon-pon e tre collane d’argento. Gli abitanti del villaggio, al vederlo, lo scambiarono per un re, ma lui rispose: «Non sono un re hmong, sono solo un giovane ragazzo venuto col Padre. Non sono un capo, sono venuto solo per svolgere un compito: annunciare e insegnare la Buona Notizia di Dio».
Alla richiesta di spiegazioni, Paolo rispose che Gesù era vincitore di tutti i demoni, suscitando nella folla un notevole stupore: avevano infatti molta paura di quegli esseri che, secondo le loro credenze, si nascondevano dovunque.
La sua predicazione
Senza perder tempo, il giovane intraprese il suo incarico già dal giorno seguente, mentre la gente continuava a venire dai visitatori e invitarli, secondo l’usanza, a pranzo da loro. I primi giorni l’insegnamento del catechismo si svolse all’aria aperta, poi nella casa del capovillaggio. Il suo modo di parlare era chiaro e semplice: ad esempio, per spiegare che una preghiera è composta da tante parole, prese una canna e la piegò a fisarmonica. Inoltre, insegnava anche dei canti, dotato com’era di una bella voce.
Già dal terzo giorno di predicazione, metà delle famiglie del villaggio domandò di poter iniziare il catecumenato.
Nella stessa giornata, da mezzogiorno fino a sera, Paolo accompagnò padre Sion a scacciare gli spiriti maligni dalle abitazioni dei catecumeni: distrusse con le sue mani e fece bruciare gli idoli delle divinità domestiche, senz’alcun timore.
La sua buona fama si sparse nei villaggi dei dintorni: pur di ascoltarlo, ci fu gente capace di affrontare da qualche ora a giorni interi di cammino. Il catechista non poteva certo fare tutto da solo, ma si armò di pazienza e di buona volontà. Intanto, stava pensando al matrimonio e aveva trovato, nel villaggio, una ragazza che gli voleva bene.
Una partenza forzata
Tuttavia, dopo poco più di sette mesi, dovette lasciare Na Vang. Le motivazioni sono poco chiare, in quanto i documenti non spiegano sufficientemente perché i missionari giunsero a quella decisione. Forse fu perché non ritenevano abbastanza formato il giovane e che, pertanto, la sua predicazione avesse presentato un Vangelo più annacquato rispetto a come l’intendevano loro.
Un’altra ipotesi è che la sua piaga fu ritenuta, a torto, indizio della sifilide: da lì a ritenere che avesse sedotto le ragazze del villaggio approfittando del suo successo non ci voleva molto.
O ancora, come ipotizzato da numerosi testimoni, era stato calunniato da un missionario protestante, il quale, non avendo avuto una risposta tanto positiva come la sua, aveva messo in giro delle false voci sul suo conto. Uno dei collaboratori della missione, che era interessato alla stessa ragazza che piaceva a lui, contribuì a diffonderle.
In ogni caso, la partenza doveva essere una prova per i suoi catecumeni, che dovevano imparare a conoscere davvero il messaggio di Gesù, ma anche per lui, affinché non venisse dominato dall’orgoglio.
Nel mese di dicembre 1959, Paolo venne mandato nella nuova scuola per catechisti a Luang Prabang, ma tornò presto a casa, in preda a un’atroce crisi. Nei mesi successivi, seguì da vicino padre Mario Borzaga, che lo menzionò più volte nel suo «Diario di un uomo felice».
L’ultimo viaggio
Lunedì 25 aprile 1960, partì insieme a lui per raggiungere altri villaggi nel nord del Laos. Non si ebbero più notizie di entrambi finchénon venne scoperto che erano stati uccisi da alcuni guerriglieri
Pathet Lao, contrari alla presenza dei missionari stranieri. Padre Mario aveva ventisette anni, mentre Paolo circa diciannove. Un testimone riferì le sue ultime parole: «Non me ne vado, resto con lui; se l’ammazzate, ammazzate anche me. Dove lui sarà morto, io sarò morto, e dove lui vivrà, io vivrò». I loro corpi, gettati in una fossa comune, non furono mai ritrovati. Probabilmente furono uccisi nella regione di Muong Met, sulla pista per Muong Kassy.
La causa di beatificazione
Postulatore della Causa di beatificazione di Paolo ThojXyooj e padre Mario Borzaga è stato nominato il P. Angelo Pelis OMI. La stessa si è aperta nella diocesi di Trento, dopo aver ottenuto il trasferimento dal vicariato apostolico di Luang Prabang,il 7 ottobre 2006 e chiusa il 17 ottobre 2008. Ha ottenuto la convalida il 19 giugno 2009. La "positio super martyrio" è stata firmata dal Relatore P. Joseph Kijasofmcv il 9 luglio 2014. Sia i consultori teologi, il 27 novembre 2014, sia i cardinali e vescovi membri della Congregazione per le Cause dei Santi, il 5 maggio 2015, si sono detti favorevoli al riconoscimento della loro uccisione come martirio in odio alla fede cattolica. Sempre il 5 maggio 2015 papa Francesco, ricevendo in udienza il cardinal Angelo Amato, Prefetto della Congregazione vaticana per le Cause dei Santi, ha autorizzato la promulgazione del decreto con cui padre Borzaga e il suo catechista sono stati ufficialmente dichiarati martiri.
La loro beatificazione, insieme a quella di altri 15 martiri del Laos, è stata fissata all’11 dicembre 2016 a Vientiane, nel Laos. A presiedere il rito, il cardinal Orlando Quevedo OMI, Arcivescovo di Cotabato nelle Filippine, come rappresentante del Santo Padre.
(Autore: Emilia Flocchini e padre Angelo Pelis OMI, Postulatore – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Paolo Thoj Xyooj, pregate per noi  


*San Pasicrate e Valenzio - Martiri (25 aprile)

Martirologio Romano: A Silistra in Mesia, nell’odierna Bulgaria, Santi Pasícrate e Valenzione, martiri, che, per aver professato Cristo come unico Dio, porsero coraggiosamente il collo alla spada.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Pasicrate e Valenzio, pregate per noi


*San Pedro de S.Josè (Pietro di San Giuseppe) di Betancur - Fondatore in Guatemala (25 aprile)
Tenerife, Canarie, 19 marzo 1626 - Guatemala, 25 aprile 1667
La Chiesa ricorda oggi anche uno degli ultimi santi canonizzati: Pedro de Betancour proclamato santo da Giovanni Paolo II nel luglio 2002 a Città del Guatemala davanti a una folla immensa.
Nato a Chasna nell'isola di Tenerife nel 1626; dal 1649 si trasferì nel Nuovo Mondo: in Guatemala diede vita all'Ospedale di Nostra Signora di Bethleem, con annessa scuola per i bimbi poveri. Nel 1658 fondò i Fratelli dell'Ordine di Betlemme, meglio noti come Betlemiti. Morì il 25 aprile 1667. (Avvenire)
Martirologio Romano: Ad Antigua presso Città del Guatemala nell’America Centrale, San Pietro di Betancur, membro del Terz’Ordine di San Francesco, che sotto il patrocinio di Nostra Signora di Betlemme si adoperò con tutte le forze nell’assistenza agli orfani, ai mendicanti, agli infermi, ai giovani incolti e abbandonati, agli stranieri e ai condannati ai lavori forzati.
É uno dei pochi Santi canonizzati dallo stesso Papa che l’aveva beatificati.
Infatti San Pedro de San Josè de Betancur, fu beatificato da Papa Giovanni Paolo II il 22 giugno del 1980 in Piazza S. Pietro ed è stato proclamato santo dallo stesso Papa il 30 luglio 2002 con una solenne celebrazione a Città del Guatemala.
In questo Stato del Centro America, perché Fratel Pedro (così è chiamato), è divenuto l’apostolo del Guatemala, un san Francesco dei suoi tempi.
S. Pedro de Betancur nacque a Chasna nell’isola di Tenerife, dell’arcipelago spagnolo delle Isole Canarie, il 19 marzo 1626 da una nobile famiglia di origine normanna.
Nel 1649 si trasferì nel Nuovo Mondo, prima all’Avana, nell’Isola di Cuba e poi nel 1651 a Guatemala dove condusse una vita austera, dedicandosi alle opere di carità e formandosi alla scuola dei gesuiti; l’anno successivo, non essendo riuscito ad entrare nello stato ecclesiastico, divenne Terziario Francescano, fondando l’Ospedale di Nostra Signora di Bethleem, con annessa scuola per i bimbi poveri.
Nel 1658 fondava i Fratelli dell’Ordine di Betlemme, con la Regola del Terz’Ordine Francescano, chiamati Fratelli Betlemiti, per dare un futuro alla sua opera di assistenza.
Continuò a fondare e costruire ospedali e Istituti di istruzione, ancora a Guatemala e in altre città dello Stato.
La Comunità fu approvata il 2 maggio 1667, pochi giorni dopo la morte del fondatore, avvenuta il 25 aprile 1667.
Il suo successore fratello Antonio della Croce, trasformò l’Istituzione laicale in una Famiglia religiosa, con voti solenni e sotto la Regola di S. Agostino, approvata poi il 26 marzo 1687 da Papa Innocenzo XI.
Alla solenne cerimonia di canonizzazione, oltre i Fratelli Betlemiti erano presenti circa 200 suore Betlemite, il ramo femminile della Congregazione, scaturito dall’ispirazione riformatrice della prima Beata del Guatemala Madre Encarnación Rosal, artefice nella seconda metà dell’800, del recupero dei valori fondamentali dell’opera di Fratel Pedro.  
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Pedro de S.Josè di Betancur, pregate per noi


*Beati Roberto Anderton e Guglielmo Marsden - Martiri (25 aprile)

Scheda del Gruppo a cui appartengono:
“Beati Martiri di Inghilterra, Galles e Scozia” Beatificati nel 1886-1895-1929-1987

+ Isola di Wight, Inghilterra, 25 aprile 1586
Beatificati nel 1929.
Martirologio Romano: Nell’isola di Wight in Inghilterra, Beati Roberto Anderton e Guglielmo Marsden, sacerdoti e martiri, che, condannati a morte sotto la regina Elisabetta I per essere entrati, sia pure solo per naufragio, come sacerdoti in Inghilterra, affrontarono con animo fermo e sereno il martirio.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beati Roberto Anderton e Guglielmo Marsden, pregate per noi

 

*Santo Stefano di Antiochia - Vescovo e Martire (25 aprile)
Martirologio Romano: Ad Antiochia di Siria, oggi in Turchia, Santo Stefano, vescovo e martire, che patì molto da parte degli eretici che si opponevano al Concilio di Calcedonia e, al tempo dell’imperatore Zenone, morì precipitato nel fiume Oronte.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santo Stefano di Antiochia, pregate per noi


*Altri Santi del giorno (25 Aprile)
*Sant'Olivio - Martire
Giaculatoria - Santi tutti, pregate per noi


 
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