Santi del 25 Dicembre - Istituto Aveta

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Santi del 25 Dicembre

Il mio Santo > I Santi di Dicembre

*Sant'Alberto Chmielowski (25 dicembre)

Aigolonija, Polonia, 20 agosto 1845 - Cracovia, 25 dicembre 1916
Etimologia:
Alberto = di illustre nobiltà, dal tedesco
Martirologio Romano: A Cracovia in Polonia, Sant’Alberto (Adamo) Chmielowski, religioso, che, illustre pittore, si consacrò ai poveri, proponendosi di essere disponibile in tutto verso di loro, e fondò le Congregazioni dei Frati e delle Suore del Terz’Ordine di San Francesco al servizio dei bisognosi.  Fratel Alberto, al secolo Adamo Chmielowski, nacque a Igolomia, presso Cracovia (Polonia), il 20 agosto del 1845, primo di quattro figli, da Adalbert e Józefa Borzystawska, discendenti da una famiglia nobile.
Adamo trascorse l'infanzia a Varsavia.
Sin dai primi anni era molto caritatevole verso i poveri e divideva con loro quel che aveva.
Mandato a Pietroburgo, nella scuola dei cadetti, dopo un anno la madre lo fece ritornare in famiglia, preoccupata dell'influsso che aveva sul figlio l'educazione russa, e lo inviò a frequentare il ginnasio di Varsavia. Rimasto orfano dei genitori, fu affidato alle cure della zia paterna Petronela.
Nel 1863 scoppiò in Polonia l'insurrezione contro l'oppressione zarista.
Adamo, allora studente dell'Istituto di Agricoltura a Pulawy, vi aderì con entusiasmo e, durante un combattimento, il 30 settembre 1863, presso Melchów, rimase gravemente ferito; fatto prigioniero,
gli fu amputata, senza anestesia, la gamba sinistra, dimostrando un eccezionale coraggio.
Grazie all'interessamento dei parenti, fuggì dalla prigionia e fu costretto a lasciare la propria Patria.
Fu a Parigi per studiare pittura; passò poi a Gand (Belgio) ove frequentò la facoltà d'ingegneria, quindi riprese gli studi di pittura all'Accademia di Belle Arti a Monaco di Baviera.
In ogni ambiente emergeva la sua personalità cristiana che, tradotta in coerenza di vita e di impegno professionale, influenzava quanti lo frequentavano.
Nel 1874, Chmielowski tornò in Patria. Alla ricerca di un nuovo ideale di vita, si pose la domanda: "Servendo l'arte si può servire anche Dio?".
la sua produzione artistica, che comprendeva per lo più soggetti profani, fu continuata poi con soggetti sacri.
Uno dei migliori suoi quadri religiosi, l' "Ecce Homo", fu il risultato di una profonda esperienza sull'amore misericordioso di Cristo verso l'uomo e condusse Chmielowski ad una metamorfosi spirituale.
Convinto che per servire Dio "bisogna dedicare a lui l'arte ed il talento", nel 1880 entrò nella Compagnia di Gesù come fratello laico.
Dopo sei mesi dovette lasciare il noviziato a cagione della cattiva salute.
Superata una profonda crisi spirituale, cominciò una nuova vita, dedicata tutta a Dio ed ai fratelli.
Abitando dai parenti in Podolia (parte della Polonia assoggettata alla Russia), conobbe il III Ordine di San Francesco, cominciò a visitare le parrocchie della zona, restaurando quadri e diffondendo tra la gente rurale lo spirito terziario.
Costretto a lasciare la Podolia, si recò a Cracovia, dove si stabilì presso i Padri Cappuccini.
Lì continuò la sua attività di pittore e si dedicò contemporaneamente all'assistenza dei poveri, destinando a loro il ricavato dei suoi quadri.
Per caso venne a conoscenza della tragica situazione dei poveri, ammassati nei cosiddetti posti di riscaldamento o dormitori pubblici di Cracovia e decise di venire loro in aiuto.
Per amore verso Dio e verso il prossimo, Chmielowski rinunciò al successo dell'arte, al benessere materiale, agli ambienti aristocratici e decise di vivere tra quei poveri, per sollevarli dalle loro miserie morali e materiali.
Nella loro dignità calpestata scoprì il Volto oltraggiato di Cristo e volle in essi rinnovarlo.
Il 25 agosto 1887 vestì un saio grigio, prese il nome di Fratel Alberto e un anno dopo, con il consenso del Cardinale Dunajewski, pronunciò i voti di terziario francescano, dando inizio alla Congregazione dei Frati del III Ordine di San Francesco, Servi dei Poveri (1888), i quali presero cura del dormitorio maschile.
In seguito Fratel Alberto assunse l'assistenza delle donne del dormitorio pubblico femminile; le sue collaboratrici dettero origine anche al ramo femminile della Congregazione (1891), che affidò alla Serva di Dio Suor Bernardyna Jabkonska.
Insieme con le sue Congregazioni si dedicò, con piena disponibilità, al servizio dei più poveri, dei diseredati, degli abbandonati, degli emarginati e dei vagabondi.
Per loro organizzò i ricoveri come case di assistenza materiale e morale, che offrivano lavoro volontario, di natura artigianale, assieme ai frati e alle suore nella stessa dimora, permettendo loro di guadagnare per il proprio sostentamento.
Nonostante l'invalidità e la protesi rudimentale alla gamba, viaggiava molto per fondare i nuovi asili in altre città della Polonia e per visitare le case religiose.
Queste case erano aperte a tutti, senza distinzione di nazionalità o di religione. Oltre agli asili, fondò anche nidi e orfanotrofi per bambini e giovani, case per anziani e incurabili e cucine per il popolo.
Mandò le suore a lavorare negli ospedali militari e nei lazzaretti durante la prima guerra mondiale.
Nel corso della sua vita sorsero in tutto 21 case religiose, nelle quali prestavano la loro opera 40 frati e 120 suore.
Con l'esempio della sua vita insegnò che "bisogna essere buoni come il pane ... che ognuno può prendere per soddisfare la propria fame".
Osservò lui stesso e raccomandò ai suoi religiosi la massima povertà evangelica sull'esempio di San Francesco d'Assisi. la sua opera caritativa la affidò con fiducia totale alla Provvidenza divina.
La forza per svolgere la sua attività l'attinse dalla preghiera, dall'Eucaristia e dall'amore per il Mistero della Croce.
Colpito da cancro allo stomaco, mori a Cracovia il giorno di Natale del 1916, nel ricovero per i poveri.
Prima di morire, indicando l'immagine della Madonna di Czestochowa, disse ai fratelli e alle suore: "Questa Madonna è la vostra Fondatrice, ricordatevi questo".
E ancora: "Prima di tutto osservate la povertà ".
In quanti lo avevano avvicinato e conosciuto, lasciò un meravigliosa testimonianza di fede e di carità.
A Cracovia e in tutta la Polonia, è conosciuto come i Padre dei poveri e, per la sua povertà evangelica, è chiamati il "S. Francesco polacco del XX secolo".
Fratel Alberto lasciò nella storia della Chiesa una tracci; incisiva.
Egli non soltanto interpretò in modo giusto il Var gelo sulla misericordia del Cristo e lo accettò, ma soprattutto lo introdusse nella propria vitareligiosa.
Oggi i Fratelli Albertini e le Suore Albertine realizzano i carisma del Fondatore prestando il loro servizio in Polonia le suore sono diffuse anche in Italia, USA e America Latina.
Il 22 giugno 1983 Papa Giovanni Paolo II beatificò Frate Alberto a Cracovia, durante il suo secondo viaggio apostolico: in Polonia.
Proclamandolo Santo il 12 novembre 1989 a Roma la Chiesa lo addita come un modello, per i nostri tempi di testimonianza dell'amore verso Dio, che si manifesta nel l'amore cristiano verso il prossimo, nello spirito della bontà evangelica. (Fonte: Santa Sede)
Giaculatoria - Sant'Alberto Chmielowski, pregate per noi.

   

*Sant'Alburga - Principessa

Sorella o sorellastra di Egberto, re del Wessex, andò sposa a Wolstano, conte di Wiltshire, il quale, per onorare il padre, morto in guerra, restaurò la vecchia chiesa di Wilton e vi stabilì una comunità di canonici, ai quali chiese di pregare per il padre defunto.
A sua volta Alburga, rimasta vedova, con l'appoggio del fratello sostituì ai canonici delle religiose, con le quali si ritirò a fare vita in comune» fino alla sua morte, che si calcola sia avvenuta dopo l'800.
La sua festa è celebrata il 25 dicembre.
(Autore: Sergio Mottironi – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant' Alburga, pregate per noi.

     

*Sant'Anastasia di Sirmio - Martire  (25 dicembre)

m. Dalmazia, 304 c.
Emblema:
Palma
Martirologio Romano: A Roma, commemorazione di Santa Anastásia, martire a Srijem in Pannonia, nell’odierna Croazia.
La ‘Vita’ di questa Santa del tempo di Diocleziano, risente di tutta l’influenza che hanno avuto nei secoli successivi le narrazioni della vita e martirio dei tanti Santi dei primi tempi del Cristianesimo.
Una parte storica, una parte leggendaria, una parte per tradizione.
Anastasia figlia di Pretestato e moglie di Publio era tutta dedita all’assistenza dei cristiani di Roma, a cui una legge iniqua, vietava di svolgere qualunque mestiere.
Il marito contrarissimo puniva con crudeltà ogni sua disubbidienza, era confortata comunque dai consigli di San Crisogono, anch’egli perseguitato e incarcerato.
Morto il marito, poté più liberamente esercitare la sua carità cristiana.
Il suo consigliere Crisogono fu trasferito ad Aquileia alla corte imperiale, Anastasia lo accompagnò nel viaggio da Roma e assistette all’interrogatorio e poi alla sua decapitazione, il
corpo fu abbandonato presso l’abitazione delle tre sorelle cristiane Agape, Chionia, Irene, le quali con l’aiuto del santo prete Zoilo, gli diedero sepoltura e per questo furono arrestati tutti.
Poi Diocleziano partì per la Macedonia portando con sé tutti i cristiani imprigionati e con essi anche Anastasia; dalla Macedonia si spostò verso Sirmio nell’Illiria, qui gli furono denunciati come cristiani fuggiaschi, la matrona Teodota e i suoi tre figli, che fece incarcerare.
L’interesse che Anastasia aveva per la sorte dei quattro, insospettì i pagani che la denunciarono al prefetto Probo; questi dopo interrogatori e vani tentativi di farle abiurare la fede cristiana, la tenne ai ceppi per un mese e poi l’imbarcò sopra un naviglio forato, insieme ad altri cristiani e delinquenti e avviati in mare aperto per farli naufragare e morire.
Ma questi scampati miracolosamente alla tempesta, sbarcarono a Palmaria, dove di nuovo presi fu loro offerta la libertà in cambio dell’onore agli dei, ma dietro il loro ennesimo rifiuto furono tutti trucidati, mentre Anastasia fu arsa viva.
Le sue ceneri furono raccolte da una donna di nome Apollonia che le depositò in una piccola chiesa nel suo giardino.
Nonostante che questa ‘passio’ sia priva di valore, è certo che il culto per una Sant' Anastasia martire a Sirmio è antichissimo e si diffuse poi a Costantinopoli e a Roma.
A Sirmio le sue reliquie furono venerate fino al 460 circa, quando poi il patriarca Gennadio le fece trasferire a Costantinopoli nella chiesa che poi da lei prese il nome; a Roma sin dal sec. IV esisteva una chiesa titolare, già a lei intestata in pieno centro delle memorie pagane (Circo Massimo, Palatino).
Agli inizi del sec. VI il nome della martire romana Anastasia fu inserito nel Canone della celebrazione della Messa, la festa era al 25 dicembre.
Sin dai tempi di San Gregorio Magno (590-604) nella chiesa del suo “titolo” si celebravano le tre Messe natalizie e la seconda era già dedicata alla Santa e celebrata dal Papa in persona; oggi la celebrazione è ridotta ad una memoria nella seconda Messa detta in Aurora, data la solennità del Natale.
É raffigurata senza particolari attributi fra le vergini in corteo nella chiesa di Sant' Apollinare Nuovo, presente anche nella porta di bronzo di San Marco a Venezia, nella cattedrale di Zara, nell’abbazia di Benediktbeuren.
Nell’antichità le furono dedicate varie chiese fra cui quella di Verona e l’altra antichissima e importantissima per l’aspetto storico e archeologico a Roma, già citata, la quale nel secolo VII era già elencata come la terza chiesa più importante dopo il Laterano e Santa Maria Maggiore. (Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Anastasia di Sirmio, pregate per noi.

     

*Beata Antonia Maria Verna - Fondatrice (25 dicembre)
Rivarolo Canavese, Torino, 12 giugno 1773 – 25 dicembre 1838
Antonia Maria Verna nasce il 12 giugno 1773 a Pasquaro, un minuscolo paese della delicata e fertile pianura del Canavese, irrigato dall’Orco, a pochi chilometri da Rivarolo (Torino), in una povera famiglia di contadini. È la secondogenita di Guglielmo Verna e di Domenica Maria Vacheri.
Riceve il battesimo nello stesso giorno. Una sola stanza funge da dimora per tutti i componenti della famiglia, fortemente unita e ancorata alla Fede e ai suoi principi.
Mamma Domenica è la sua prima catechista. Fin da piccola frequenta la chiesa parrocchiale: segue con attenzione le omelie e partecipa alle lezioni di catechismo e poi, una volta tornata a casa, insegna quello che ha appreso ai bambini che raccoglie intorno a sé. Impara ad amare Gesù Bambino, la Vergine Immacolata (alla quale si consacrerà e tanto influsso avrà nella fondazione del suo Istituto), san Giuseppe, che eleggerà a suo speciale patrono. Tre devozioni che l’accompagneranno per tutto il suo cammino. Già a 15 anni è desiderosa di comprendere la strada che Dio vuole per lei. I genitori vorrebbero trovarle un buon marito, ma Antonia Maria è di tutt’altra idea. Questa divergenza di scelte le produce molta sofferenza. In questo tempo di “combattimento spirituale” trova forza e coraggio nella preghiera e dopo un lungo approfondimento con il suo confessore prende la decisione di consacrarsi a Dio con il voto di perpetua verginità. Non si sa precisamente dove e quando emise il voto: forse nella Chiesa del suo paese nativo, oppure davanti ad una cappella dedicata alla Madonna della Provvidenza.
A causa di reiterate insistenze per il matrimonio (non mancavano, infatti, i pretendenti), Antonia Maria è costretta a lasciare Pasquaro per un certo periodo di tempo. Intanto i sommovimenti causati dalle ideologie confluite nella Rivoluzione francese del 1789 affievoliscono, anche in Italia, il senso religioso, abbassando nella società il senso etico. La coprente e invasiva lava rivoluzionaria è composta di naturalismo e razionalismo ed invade ogni campo per proclamare con violenza i «diritti dell’uomo», diritti che non hanno più nulla a che fare con la dimensione soprannaturale, licenziata con aggressività e livore. Protestantesimo, illuminismo, filosofia laicista, massoneria penetrano nella trama e nell’ordito della civiltà europea. Maria Antonia, intelligente e lungimirante, comprende che è giunto il tempo di fronteggiare il male, anche se ha solo 17-18 anni. Scrive il suo primo biografo, don Francesco Vallosio: «Ella ben presto intuisce la causa del male del suo tempo: la mancanza di istruzione e di una prima educazione cristiana. “E qui sorse in lei il generoso pensiero d’opporsi al rovinoso torrente, far argine al vizio imperversante, diradar le tenebre dell’ignoranza, informare la età giovanile alla virtù e, traviata, ricondurla a Dio».
Dopo il voto di verginità, emesso a 15 anni, decide di ritornare umilmente nei banchi di scuola, percorrendo 8 chilometri a piedi ogni giorno pur di attuare ciò che ha in mente e che sente le venga affidato dal Signore. Preghiera e penitenza sono le armi per la sua prorompente chiamata: inizia così l’apostolato a Pasquaro, con semplicità, ma grande efficacia, prendendosi maternamente cura dei bambini e dei grandi. Scrive ancora Vallosio: «Con amore di Madre ammonisce, prega, scongiura chi disprezza sconsigliatamente le pratiche cristiane: tutta zelo e pazienza l’ignorante istruisce, il debole conforta, l’afflitto consola, e con dolcezza ineffabile spezzando ai pargoli il pane dell’intelletto, li istruisce nei primi rudimenti della religione».
Sente che, ormai, Pasquaro ha confini troppo stretti per la sua missione e allora si trasferisce, fra il 1796 ed il 1800, a Rivarolo Canavese. Sono questi anni duri e difficili: prima i venti della Rivoluzione francese arrivano in Piemonte, poi arrivano le campagne militari di Napoleone: la gente è sempre più povera, gli sbandati sono sempre più frequenti e la delinquenza dilaga a macchia d’olio.
La nuova casa di Antonia Maria è costituita da una sola stanza che serve da «tempio, cattedra e chiostro» e in questo locale impartisce un’istruzione che comprende l’insegnamento del catechismo e l’alfabetizzazione. Tuttavia non è ancora sazia di carità, perciò decide di assistere anche i malati a domicilio. Tuttavia da sola, per tutta quella mole di mansioni, non riesce più a procedere, perciò, fra il 1800 e il 1802 si uniscono a lei già diverse compagne (non si conoscono i dati precisi) e la prima comunità è già costituita. Sorgono così le Suore di Carità dell’Immacolata Concezione.
Per l’erezione canonica della Congregazione Madre Verna dovette attraversare moltissimi ostacoli. Nel 1828 ottenne le Regie Patenti di approvazione dell’Istituto e riuscì a vestire l’abito religioso e soltanto il 27 novembre 1835 ricevette la definitiva approvazione ecclesiastica.
Morì il giorno di Natale del 1838, lasciando le sue figlie in traboccante attività, capaci di donare gratuitamente («a gratis», come usava dire la fondatrice), senza riserve, e per amore di Dio, in «piena disponibilità all’opera della salvezza a immagine di Maria Immacolata», come recita la Regola della Congregazione.
Alla famiglia religiosa delle Suore di Carità dell’Immacolata Concezione è legato il sorprendente fatto accaduto ad un’effigie dell’Immacolata dei miracoli. L'8 dicembre 1859, festa della Immacolata Concezione, i coniugi Pizio di Torino, comicamente indigenti, si fecero protestanti, sotto la promessa di aiuti finanziari.
Lo stesso giorno, il padre, Alberto Pizio, cercò di vendere alcuni vecchi mobili e, tra questi, un bel quadro della Vergine dipinto su legno. Ma i compratori, vedendo l'immagine dell'Immacolata,
iniziarono a bestemmiare e uno di loro tentò addirittura e ripetutamente di farlo a pezzi con una scure, con il risultato che la scure si ruppe e l'immagine rimase illesa. Infuriati i tre malviventi gettarono il quadro sul fuoco, ma il miracolo si ripeté: le fiamme carbonizzarono tutto il legno intorno all’immagine, rispettando prodigiosamente la figura della Vergine. I profanatori fuggirono allora spaventati e Pizio nascose il quadro.
Un mese dopo, sua moglie, saputo l’accadimento, decise di distruggere personalmente il quadro. Lo asperse con alcool e gli diede fuoco. Ma il dipinto rimase illeso.
Tormentati dai rimorsi i due coniugi si consigliarono con un sacerdote, che suggerì loro di consegnare il quadro a qualche persona pia ed essi decisero di donarlo alle prime persone religiose che avrebbero incontrato la sera del mercoledì santo 1860. La Provvidenza dispose che fossero due religiose della Congregazione dell'Immacolata Concezione d'Ivrea. Da allora il quadro venne gelosamente conservato dalle suore di Ivrea, oggi esposto alla pubblica venerazione nella chiesa della loro Casa Madre.
I fatti prodigiosi riguardanti la taumaturga effigie vennero esaminati in un regolare processo canonico indetto nel 1910 dal Cardinale Agostino Richelmy di Torino.
(Autore: Cristina Siccardi – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
La fondatrice delle Suore della Carità dell’Immacolata Concezione di Ivrea, nacque a Pasquaro una frazione di Rivarolo Canavese (TO) il 12 giugno 1773.
Precocemente sentì la chiamata alla vita religiosa, già a 15 anni lasciò la famiglia andandosi ad appartare in un luogo non meglio identificato, dopo un anno nel 1789, ritornò alla casa paterna, dando inizio al suo apostolato tra i fanciulli della frazione, che proseguì fino al 1796-97, quando si trasferì definitivamente a Rivarolo Canavese dando seguito alla sua attività di apostolato.
In seguito frequentò la ‘Scuola del Gesù’ (Istituto Rigoletti) in San Giorgio Canavese, trovandosi così contemporaneamente come maestra in un posto e studente in un altro.
Nel 1806 si unì ad un gruppo di compagne, per espletare quell’apostolato di insegnamento ai fanciulli, istruzione catechistica e assistenza domiciliare agli ammalati, che da sola ormai non riusciva più a far fronte; gettava così le basi a Rivarolo di una nuova Istituzione, che però andò a rilento nella sua realizzazione a causa delle difficoltà e cavilli frapposti dalle autorità civili.
Nel 1819 riuscì ad aprire una casa, finché dopo ventidue anni di continue lotte e speranze, con decreto del 7 marzo 1828, il re Carlo Felice, diede la tanto attesa approvazione sovrana, seguita il 10 giugno dello stesso anno, ad opera del vescovo di Ivrea, dalla vestizione e professione religiosa della fondatrice, madre Antonia Maria Verna e delle prime “Figlie della Carità dell’Immacolata Concezione” nome assunto dalla nuova Congregazione, poi denominata d’Ivrea.
Ne venne confermata superiora e dovette ancora lottare negli anni successivi, in difesa dell’esistenza della sua fondazione, specie negli anni 1834 e 1835.
La “passione del Regno di Dio” fu la padrona del suo animo, sin da quando era fanciulla e il mondo intorno a lei si affannava alla ricerca di un equilibrio che voleva fare a meno di Dio e delle sue leggi; questa passione fu l’unica legge della sua vita.
Sfinita dalle lotte ma con l’animo sereno, dopo breve malattia morì a Rivarolo Canavese il 25 dicembre 1838 e tumulata nel sotterraneo della chiesa parrocchiale.
La fama di santità, continuata per più di un secolo, ha fatto iniziare nel 1937 la causa di beatificazione.
L'iter processuale ha raggiunto il suo culmine il 2 ottobre 2011, vedendo Madre Antonia ascritta nell'Albo dei Beati. (Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Antonia Maria Verna, pregate per noi.  

   

*Beato Artale - Mercedario (25 dicembre)

Cavaliere laico dell'Ordine Mercedario, il Beato Artale, fu un uomo pieno di santità che rifulse nel suo tempo.
Redentore in Africa si prodigò completamente con grandissimo impegno per la redenzione degli schiavi liberandone 150 da una barbara schiavitù.
Pieno di meriti e le virtù della vita si addormentò nella pace dei Signore, nella città di Oran in terra africana.
L'Ordine lo festeggia il 25 dicembre.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Artale, pregate per noi.

 

*Beato Bentivoglio de Bonis da San Severino Marche (25 dicembre)
San Severino Marche, Macerata, 1188 - San Severino, 25 dicembre 1232
Martirologio Romano:
A San Severino nelle Marche, Beato Bentivoglio de Bonis, sacerdote dell’Ordine dei Minimi, insigne predicatore.
Bentivoglio de Bonis nacque nel 1188 a San Severino Marche (MC). Dopo aver ascoltato predicare il fervoroso francescano Paolo da Spoleto, decise di dedicare la sua vita agli ideali evangelici e si recò ad Assisi dove fu ammesso nell'Ordine dei Frati Minori dallo stesso San Francesco.
Ordinato sacerdote giunse ad essere un modello di perfezione cristiana ed ebbe il dono da Dio di far miracoli. Don Masseo, parroco di San Severino, dopo aver assistito ad un'estasi del Beato Bentivoglio,
decise di abbandonare il mondo per entrare nell'Ordine Francescano.
Fra Bentivoglio abitò per un periodo solo nel convento chiamato "Ponte della Trave" per assistere e curare un lebbroso. Un giorno ricevette dai sui superiori l'ordine di andare in un altro convento vicino a Potenza Picena (MC, distante una ventina di Chilometri. L'amore caritatevole che lo animava non gli permetteva di lasciare solo lo sventurato lebbroso e così decise di caricarselo sulle spalle di condurlo con se alla nuova destinazione tra l'ammirazione e lo stupore generale.
Il Beato Bentivoglio abbracciò con grande valore la vita di abnegazione e di penitenza tanto da diventare un modello di umiltà, obbedienza e carità. Animato da grande zelo per la salvezza delle anime dedicò tutta la sua vita al ministero apostolico sia dal pulpito che dal confessionale. Le sue parole infiammavano talmente le anime dei fedeli che un giorno mentre predicava al popolo, apparve nella sua fronte una stella luminosa che fece brillare tutta la sua persona. Con questo prodigio Dio volle ricompensare il suo grande lavoro per la salvezza delle anime.
Il Beato Bentivoglio sentiva una grande compassione per i poveri, nei quali la sua carità gli faceva scorgere il volto di Cristo. Fu favorito da Dio con il dono dei miracoli. Frequentemente fu visto alzarsi in estasi con il corpo illuminato di luce.
In tal modo commosse tante persone, da indurle alla conversione.
Dopo una vita di virtù e di opere buone, il Beato Bentivoglio ritornò alla casa del Padre nel convento di San Severino, il 25 dicembre 1232. Fu sepolto nella chiesa del convento e la sua tomba fu a lungo visitata dai suoi devoti per rendergli omaggio.
(Autore: Elisabetta Nardi – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Bentivoglio de Bonis da San Severino Marche, pregate per noi.


*Beato Diego de Aro - Mercedario (25 dicembre)  

Il Beato Diego de Aro, fu un'esemplare religioso del convento mercedario di Santa Maria a Guardia des Prats in Spagna.
Assieme ad altri confratelli redentori liberò 132 schiavi dalle catene dei mori, nella città di Granada.
Predicando la fede del Signore e testimoniandola con la penitenza, la mortificazione e le altre virtù, migrò santamente nella patria del paradiso.
L'Ordine lo festeggia il 25 dicembre.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Diego de Aro, pregate per noi.

    

*Sant'Eugenia di Roma - Martire (25 dicembre)  

Etimologia: Eugenia = ben nata, di nobile stirpe, dal greco
Emblema: Palma
Martirologio Romano: Sempre a Roma nel cimitero di Aproniano sulla via Latina, Santa Eugenia, martire.
Il racconto della Vita di Sant’ Eugenia (Passio) ebbe nell’antichità un successo incredibile, visto le versioni in lingua greca, armena, siriaca, etiopica.
Essa era figlia del nobile romano Filippo il quale per ordine dell’imperatore Commodo fu nominato prefetto di Alessandria d’Egitto, sede che raggiunse con tutta la famiglia.
Ad Alessandria, Eugenia rifiutò le nozze con Aquilio, figlio del console e aiutata dagli eunuchi Proto e Giacinto, suoi educatori, entrò di nascosto vestita da uomo in un monastero, che allora erano solo maschili.
La sua famiglia la credette dispersa e morta; nel monastero con il nome di Eugenio si distinse per
eccezionali virtù, per cui i monaci lo elessero loro abate.
Una nobile matrona, Melanzia attratta dalla fama di santità, volle conoscere l’abate, ma se ne innamorò non sospettando che fosse una donna, respinta, Melanzia piena di odio denunciò l’abate per proposte immorali.
Fu iniziato un processo durante il quale la vera identità di Eugenia venne fuori con grande gioia della famiglia, la quale si convertì al Cristianesimo.
Il padre Filippo si distinse per l’aiuto ai poveri al punto che gli alessandrini lo vollero vescovo della città; il nuovo prefetto lo fece uccidere perché cristiano; il resto della famiglia si trasferì a Roma dove la madre Claudia istituì un asceterio per vedove ed Eugenia si interessava delle giovani, fra queste una certa Bassilla parente dell’imperatore Gallieno fu affidata ai due eunuchi Proto e Giacinto per essere educata cristianamente.
Il fidanzato di Bassilla, Pompeio essendo stato rifiutato si vendicò denunziando tutti all’imperatore, il quale fece uccidere Bassilla, Proto e Giacinto e successivamente il 25 dicembre anche Eugenia, la madre Claudia la seguì dopo non molto tempo.
Il racconto abbastanza fantasioso, pur intessuto da personaggi storici, non è legato con i tempi ed i luoghi, anzi gli stessi personaggi non dovrebbero avere un vero legame fra loro.
Eugenia è certamente una martire romana e il suo sepolcro è vicino a quello di Proto, Giacinto e Bassilla. A Roma fu costruita sul suo sepolcro una basilica, è raffigurata nei mosaici di Ravenna, di Napoli e della Grecia.
Oggi le reliquie della martire riposano nella chiesa romana dei Ss. Apostoli; nella Chiesa greca la festa invece che al 25 dicembre e anticipata al 24 dello stesso mese.
Il nome è di origine greca e significa “nata bene”.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Eugenia di Roma, pregate per noi.  

 

*Beato Folco di Tolosa (25 dicembre)

1155 circa - 25 dicembre 1231
I due nomi sotto i quali questo personaggio è conosciuto, Folchetto di Marsiglia e Folco di Tolosa, manifestano i due aspetti della sua vita.
Nato verso il 1155, era figlio di un negoziante genovese stabilitosi a Marsiglia. Preferì, alla vita opulenta del commerciante, frequentare le corti principesche del Sud come trovatore, brillandovi, dal 1175, per i suoi versi piacevoli, benchè talvolta oscuri, le sue canzoni d'amore o i poemi incitanti alla lotta contro i Saraceni
Prima del 1200 si fece monaco cistercense nel l’abbazia di Grandselve in diocesi di Tolosa.
I suoi due figli e la sua sposa entrarono come lui in religione. Nel 1201 egli era abate del Thoronet, nella diocesi di Frejus. Alla fine del 1205 l’abate di Citeaux, Arnaldo Amalrico, legato del papa Innocenzo III contro l’eresia albigese, lo fece eleggere vescovo di Tolosa in sostituzione di Raimondo de Rabasteins, sospetto albigese. Feroce avversario del conte di Tolosa, che proteggeva gli eretici, partecipò alla crociata contro gli albigesi andando nel Nord della Francia a cercare rinforzi.
Tuttavia egli era più preoccupato di risvegliare la fede nelle anime che di partecipare alla guerra: fondò a Tolosa la "Confraternita Bianca", formata da cattolici decisi a combattere l’eresia, e incoraggiò vivissimamente l’opera di conversione intrapresa da s. Domenico e dai Frati Predicatori. Al concilio del Laterano (1215) sostenne Simone di Montfort contro le pretese di Raimondo di Tolosa. Nel 1217 sollecitò da Onorio III il permesso di ritornare nel chiostro; il Papa glielo rifiutò ed egli rimase sul suo seggio episcopale per il resto della vita.
Morì il 25 dicembre 1231 e fu sepolto a Grand-selve. I Domenicani lo considerano come il secondo fondatore del loro Ordine, di cui fu, per l’appoggio costante e le donazioni, il primo grande protettore. I Cistercensi lo venerano come Beato alla data del 25 dicembre.
(Autore: Roger Desreumaux - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Folco di Tolosa, pregate per noi.  

 

*Santi Giovino e Basileo - Martiri (25 dicembre)  
Martirologio Romano: Ancora a Roma sulla via Latina, Santi Giovíno e Basiléo, martiri.
Nel capitolo XIV della passio di santo Stefano papa si narra che alcuni chierici, compagni di martirio del papa, furono sepolti da un certo Tertullino, ancora pagano, presso i corpi dei martiri Giovino e Basileo sulla via Latina.
Il Sacramentario Leoniano ricorda questi due martiri, insieme con altri, ma senza dare alcuna indicazione topografica. I nomi di Giovino e Basileo non ricorrono invece in alcun antico itinerario della città di Roma. Non si può tuttavia dubitare della loro esistenza, anche se non è possibile conoscere altri particolari sulla vita.
Adone prima, ed Usuardo poi, li dissero martiri della persecuzione di Valeriano e Gallieno e ne posero la festa, di loro arbitrio, al 2 marzo, mentre il Geronimiano ed il Sacramentario Leoniano li commemorarono il 25 dicembre. Secondo P. Ugonio i corpi dei martiri furono traslati nel secolo IX nella basilica romana dei santi Apostoli. A Roma, invece, è tradizione che il capo di Giovino sia venerato nella basilica di san Lorenzo in Damaso, dove sarebbe stato trasferito in seguito a varie traslazioni compiute sotto Papa Pasquale I.
(Autore: Gian Domenico Gordini - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santi Giovino e Basileo, pregate per noi.

  

*Beato Jacopo (Iacopone) da Todi - Francescano (25 dicembre)

Todi, 1236 c. - 25 dicembre 1306  
Jacopo di Benedetto nacque in Todi, verso il 1236. Compiuti, forse a Bologna, gli studi giuridici, esercitò in patria la professione di notaio e di procuratore (si noti nella Lauda XIV il verso: "Pro un becchieri una vultura") Sposò tra il 1265 e il 1267 Vanna di Bernardino di Guidone dei conti di Coldimezzo, nipote di suor Francesca compagna di Santa Chiara.
L'improvvisa tragica morte della giovane sposa, la quale nascondeva sotto le vesti eleganti un cilicio, costituì un motivo di rottura, già predisposto dalla grazia, tra la vita mondana di ser Iacopo e la ricerca della religiosa perfezione.
Si spiegano così nel primo decennio della conversione, stranezze, sia pure esagerate, conciliabili, secondo la tendenza mirifica degli agiografi, col temperamento proclive all'estremismo e, comunque, consono alla "Santa pazzia", logica conseguenza della "follia della croce".
Quel decennio in cui fu " bizzocone ", ossia terziario francescano, è caratterizzato da atteggiamenti di vita individualistica e dall'impegno ascetico, avendo egli del messaggio serafico colto, in principio, piuttosto la parte negativa, della rinuncia e dell'austerità, che non la novità costruttiva e profondamente mistica del gioioso senso cosmico dell'incarnazione, cui giunse piú tardi.
Nel 1278 fu ricevuto nell'Ordine dei Minori come frate laico; tuttavia in un documento inedito di Matteo d'Acquasparta, allora ministro generale, rogato ad Assisi nel 1287, si cita la presenza dei testimoni "fratris Jacobi de Tuderto, fratris Rainaldi de Tuderto lectorum"; di più, il 7 novembre 1287 e il 15 marzo 1289, figura, con fra Lorenzo da Todi, come cappellano del card. Bentivenga, vescovo di Albano; ed il b. Bernardino da Feltre, tra numerose citazioni di passi del poeta, affermò di lui: "B. Jacoponus, semel vocatus coram Romana curia ut faceret sermonem...".
Fra Iacopone aderì al movimento allora vivacissimo degli Spirituali e forse al gruppo autonomo autorizzato da Celestino V, sebbene egli presagisse difficile l'adattamento dell'eremita di Monte Morrone all'arduo compito pontificio (cf. Lauda LIV).
Il 10 maggio 1297 Iacopone firmò il manifesto di Lunghezza dei cardinali Giacomo e Pietro Colonna contro Bonifacio VIII e, dopo la caduta di Palestrina (settembre 1298), scomunicato, fu processato
e rinchiuso in una sotterranea prigione conventuale, descritta, non senza umorismo, nella Lauda LV.
Tale Lauda dimostra la rassegnazione alle pene fisiche ed insieme l'angoscia per la scomunica, dalla quale non ottenne l'assoluzione neppure nel giubileo del 1300, ma solo gli fu concessa da Benedetto XI, eletto il 22 ottobre 1303.
Liberato dal carcere, trascorse gli ultimi tre anni non nel patrio convento di San Fortunato, ma nell'ospizio dei frati presso il monastero di San Lorenzo a Collazzone, dove spirò piamente la notte di Natale, confortato dai sacramenti, somministratigli dall'amico fra Giovanni della Verna o da Fermo.
Subito dopo morte il corpo di Iacopone fu portato da Collazzone a Todi, nel monastero di Montecristo, proprietà delle Clarisse che i biografi, per l'assonanza dei nomi, hanno confuso con Montesanto; così nel 1385 Bartolomeo da Pisa scriveva: " In Tuderto, non in loco fratrum, sed in monasterio S. Clarae de Monte Sancto iacet sanctus frater Tacobus Benedictoli, qui dicitur fr. Jacobus de Tuderto".
Nel gennaio 1433 il vescovo di Todi, Antonio da Anagni, fatta la ricognizione delle ossa, ed espostele a venerazione nella vicina chiesa dell'Ospedale della Carità, le trasferì processionalmente a San Fortunato, in una cassa lignea recante l'immagine raggiata.
Nel 1596, a cura del vescovo Angelo Cesi, i resti vennero posti in un sarcofago di marmo con il busto del Beato ed epitaffio del Possevino (autore anche di una Vita); mentre il capo, in reliquiario, fu collocato tra le reliquie dei cinque santi martiri, protettori di Todi: Fortunato, Callisto, Cassiano, Degna e Romana, che si trovavano nella cripta di quella chiesa.
Onori di culto si tributavano annualmente a Iacopone anche in cattedrale e nella chiesa di San Terenziano, e inoltre a Collazzone, Montecastrilli, Collevalenza, Pontacuti, Santa Maria in Camucia, Montecristo, nella chiesa della Concezione e nei monasteri delle Servite della S. ma Annunziata, delle Clarisse di S. Francesco, delle Benedettine dette le "Milizie". Per disposizione testamentaria (19 dicembre 1631) di Costanza Benedettoni, della famiglia che si riteneva consanguinea di Iacopone, si fece ardere in perpetuo una lampada davanti al sepolcro del beato (cf. Strumento degli eredi, 22 apr. 1655); ve la trovò mons. Formeliari nella sua visita e l'uso perdurava ancora nel 1868.
Nel 1595 il vescovo Cesi avanzò richiesta di celebrare l'Ufficio di Iacopone, ma dal Baronio, che pur lodava l'epitaffio, ebbe risposta negativa, mancando al titolo di beato il riconoscimento della Santa Sede.
Il 28 maggio 1618 il consiglio comunale decretava di rinnovare la petizione, di cui non si conosce l'esito. Il Wadding, pubblicando nel 1634 il vol. VI degli Annales, annotava l'errore nella data di morte fatto dal Possevino (25 marzo 1296, che potrebbe sospettarsi voluto per scagionare Iacopone dalle accuse di ribellione contro Bonifacio VIII) e scriveva che: "memoria eius requiritur de generatione in generat?onem, cu? sacros honores universus populus attribuit".
Il legato del 7 settembre 1775 di Carlo Dionisio Battisti, perugino, a Girolamo e Giacomo Benedettoni "ad promovendam canonizationem B. Jacoponis" venne più tardi commutato in cappellanie di Messe (Pio VII, 6 settembre 1801).
Nel 1868 si avviò dalla postulazione dei Frati Minori un serio tentativo di introdurre la causa, ma esso non ebbe seguito.
Padre Luigi da Costamolle con lettera del 12 settembre 1869 suggeriva una "via di disincaglio" per l'ostacolo costituito dalle invettive di Iacopone contro il Papa Caetani, composte "nel bollore della passione, mentre molti autori e personaggi di dottrina tenevano per nulla l'elezione di Bonifacio" e richiamava "i cantici di penitenza, la morte preziosissima, il culto susseguente amplissimo gloriosissimo".
Oggi, distinguendosi serenamente tra potestà spirituale del papato e potere temporale, e riconosciuta l'ortodossia di Dante, non vi sarebbe neppure bisogno di appigliarsi ad una presunta apocrificità di quel gruppo di Laudi, per spianare la via al riconoscimento dell'anulata tradizione del culto del Beato Iacopone. Nel Martirologio Francescano, Iacopone figura al 25 dicembre.
(Autore: Fausta Casolini – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Jacopo da Todi, pregate per noi.

  

*Beata Maria degli Apostoli (Therese von Wullenweber) (25 dicembre)  
Mönchengladbach, Germania, 19 febbraio 1833 – Roma, 25 dicembre 1907
Martirologio Romano:
A Roma, Beata Maria degli Apostoli (Maria Teresa) von Wüllenweber, vergine, di origine tedesca, che, accesa da ardore missionario, fondò a Tivoli nel Lazio l’Istituto delle Suore del Divino Salvatore.
La notte di Natale del 1907 il cuore generoso di Madre Maria degli Apostoli cessava di battere. Concludeva a Roma la sua vita operosa, lasciando un’eredità che ancora oggi attraverso le Suore Salvatoriane produce abbondanti frutti nella Chiesa, in ventisette paesi del mondo.
Therese (questo era il suo nome) nacque in Germania nel castello di Myllendonk, nei pressi di Mönchengladbach, il 19 febbraio 1833. Primogenita delle cinque figlie del Barone Theodor von Wüllenweber, crebbe in un ambiente profondamente religioso, per certi aspetti austero ma caratterizzato da forti legami di affetto familiare.
Il padre, uomo retto e affabile, era ben voluto da tutti. Therese ricevette la prima istruzione in casa da parte della madre e di alcuni sacerdoti. All’età di quindici anni perfezionò la propria educazione ed istruzione dalle Benedettine di Liegi dove, pensando a Roma come cuore della cristianità, volle studiare anche l’italiano.
Tornata in famiglia aiutò per alcuni anni il padre nell’amministrazione del patrimonio familiare, anche se maturava in lei il desiderio di consacrarsi al Signore. Componendo una poesia confidò: “E’ cosa davvero tempestosa, il cuore, raramente ha un quieto dì sereno”. Nel 1853 e nel 1857 partecipò con la madre e la sorella ai ritiri spirituali dei Gesuiti (consuetudine, all’epoca, prettamente maschile) durante i quali nacque il grande amore per le missioni.
Scrisse: ”É tutto inganno quel che non porta a Dio”, “Mi piaceva soprattutto studiare nel Vangelo i passi che ci dicono come ai tempi di Gesù gli apostoli e le pie donne lavoravano insieme per Cristo”. A ventiquattro anni, contro il volere del padre ma con il permesso della madre, che da lì a breve morì improvvisamente, entrò nel convento del Sacro Cuore a Blumenthal, vicino ad Aquisgrana.
Ricoprì vari incarichi a Warendolf e ad Orleans (in Francia) ma, sebbene fosse felice per il proprio apostolato e ormai vicina alla professione solenne, sentiva in cuor suo che il Signore aveva per lei disegni differenti. Lasciò amichevolmente l’Istituto nel marzo 1863. Nella nota di dimissione la fondatrice, Santa Maddalena Sofia Barat, annotò: “pia e di buon carattere … non si è riscontrata in lei la disposizione per essere educatrice”.
Fu un’esperienza molto importante, per tutta la vita fu grande devota del Sacro Cuore. Col padre si recò il giorno stesso dalle Suore della Visitazione, anch’esse impegnate nell’istruzione delle giovani, ma pure questa esperienza durò poco, nell’imbarazzo comprensibile della famiglia. Per qualche tempo si preoccupò della casa e delle sorelle fino a quando, nel 1868, fece il suo ingresso nella Congregazione dell’Adorazione Perpetua di Bruxelles, con incarichi anche a Liegi. Constatò di persona quanto fosse necessario l’apostolato tra gli indigenti.
Scrisse: “Migliaia di tedeschi poveri emigrano a Liegi perché, non essendovi l’obbligo scolastico per i bambini, li mandano a lavorare nelle miniere di carbone. Divengono, così, vittime della corruzione, senza religione, rovinati spiritualmente e fisicamente”.
Si pensava ad una fondazione in Germania che non si poté fare. Erano gli anni della kulturkampt con persecuzioni anticlericali, diocesi vacanti, seminari chiusi, sacerdoti in esilio. Due anni dopo fece nuovamente ritorno a casa.
Nel 1872 Therese conobbe il parroco di Neuwerk che divenne suo direttore spirituale. Tutti i giorni andava a trovarlo a piedi, con qualsiasi tempo. Si cominciò a parlare di una nuova fondazione. Tra i suoi scritti leggiamo: “Voglio donarmi interamente a te, totalmente, per quel che vuoi tu, voglio sparire in piena umiltà quale povero tuo strumento”, “O Signore! Tu devi aver buttato una scintilla d’amore nel mio cuore – e quando penso ai non credenti sento un profondo dolore”. Nel 1876 prese in affitto (l’avrebbe poi comprato) una parte dell’ex monastero benedettino di Neuwerk e vi aprì l’Istituto S. Barbara per l’assistenza agli orfani, alle ragazze e alle donne sole. Visti i tempi difficili tentò, senza successo, l’unione con un istituto simile.
Tra gli altri conobbe S. Arnold Janssen.
La svolta arrivò finalmente dopo aver letto un annuncio sul giornale della Società Apostolica Istruttiva ! Il 4 luglio 1882 incontrò il giovane sacerdote Giovanni Battista Jordan (Francesco della Croce) che sei anni prima aveva fondato a Roma l’Istituto (in seguito il termine Apostolica sarà sostituito da Cattolica). La differenza d’età tra i due era di quindici anni e anche l’estrazione sociale era differente (Padre Jordan era di umili origini) ma subito i due cuori iniziarono a battere all’unisono. Nel suo diario Therese scrisse: “Difficilmente poteva esserci per me gioia più grande! Mi ha fatto l’impressione di un apostolo con grande zelo. Il mio unico e sincero desiderio è di appartenere sempre più saldamente a questa Società fino alla morte. Buon Dio, a Te grazie in eterno”.
Padre Jordan era nato in un piccolo villaggio della Foresta Nera e fin da giovane aveva dovuto provvedere alle necessità familiari a causa dell’infermità del padre. Lavorò come pittore edile per poi intraprendere gli studi liceali e finalmente entrare nel seminario di Friburgo. Ordinato sacerdote nel 1878, andò a Roma col desiderio di fondare un’opera apostolica per il rinnovamento cattolico, composta sia da uomini che da donne, consacrati e laici, di tutte le estrazioni sociali. In un mondo sempre più secolarizzato ogni cristiano doveva sentirsi un apostolo. Un’importanza particolare aveva la diffusione della buona stampa.
Due mesi dopo il primo incontro Therese (che aveva quarantanove anni) si legò con voti privati alla Società, donandole “il suo convento”. A Roma Superiora delle Suore della Società era Madre Streitel. Nel luglio 1884 Therese soggiornò brevemente nella città eterna, in un periodo di contrasti tra Padre Jordan e Madre Streitel che, volendo dare un’impronta francescana alla sua opera, da lì a poco si staccherà dalla Società dando vita alle Suore dell’Addolorata. Therese intanto, tornò a Neuwerk e trascorse alcuni anni nell’incertezza fino al novembre del 1888 quando, con un piccolo gruppo di consorelle, fu chiamata da Padre Jordan a Tivoli. L’8 dicembre 1888 nacque il nuovo ramo femminile della Società Cattolica Istruttiva, Therese fu eletta Superiosa col nome di Suor Maria degli Apostoli.
La nuova congregazione fu presto benvoluta dalla gente mentre arrivarono vocazioni dalla Germania, dalla Svizzera, dall’Austria, dall’Ungheria e dal Tirolo del Sud. Fin dai primi tempi, quindi, lo spirito fu internazione e missionario, tanto che dopo pochi anni Madre Maria inviò le prime suore in India ed in Ecuador, seguendole sempre, con grande impegno, attraverso la corrispondenza. A Tivoli, nel 1894, aprì il seminario magistrale per una maggiore preparazione delle suore, sotto l’occhio vigile di padre Jordan.
Dopo poco tempo scoppiò un’epidemia di tifo e alcune suore furono alloggiate a Roma mentre dalla Germania giungeva la triste notizia della morte del padre della Beata. Mentre l’opera prendeva il nome definitivo di Società del Divin Salvatore si realizzò il desiderio di trasferire la casa madre vicino a S. Pietro. Tivoli resterà, per anni, sede del noviziato dove, più volte, Madre Maria manifestò una materna attenzione per le novizie (arrivando persino a giocare con loro a “mosca cieca”).
L’obbedienza al Fondatore fu per Maria degli Apostoli sempre un dovere. Quando a Tivoli ci furono alcune incomprensioni e malcontenti si superarono con amore e umiltà. Nel frattempo si aprirono case negli Stati Uniti, in Svizzera, in Ungheria, in Austria e in Belgio. Verso la fine del 1905 si tenne il Primo Capitolo con la Madre ormai malata e anziana, che aveva quasi perso la vista.
Venne rieletta ma purtroppo le condizioni di salute, sopportate con religiosa pazienza, peggiorarono progressivamente con attacchi di asma e problemi di mobilità. Due anni dopo una meningite fu letale: sorella morte le venne incontro proprio mentre le sue suore erano in chiesa per la Messa della notte di Natale. Il 4 agosto 1903 aveva scritto il suo testamento spirituale: “Spero umilmente che le mie buone Suore pregheranno molto per me. Che continueranno a lavorare con santo zelo alla propria perfezione, cercando sempre di fare del vero bene al prossimo, tenendosi ferme allo Spirito del Fondatore”.
Madre Maria è stata beatificata il 13 ottobre 1968 da Papa Paolo VI, con festa al 5 settembre. Le sue reliquie sono venerate nella chiesa della Casa Generalizia di Roma, in Via Mura Gianicolensi 67.
Preghiera
Beata Maria degli Apostoli
ottienici da Dio
la tua forte immutabile fede,
la tua incrollabile speranza,
il tuo amore universale
verso tutti gli uomini,
la tua intrepida pazienza
nella sofferenze e nelle prove,
il tuo zelo ardente
per il regno di Dio,
il tuo spirito tutto apostolico.
Prega per noi
Beata Maria degli Apostoli.
(Autore: Daniele Bolognini – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Maria degli Apostoli, pregate per noi.   


*Beato Michele Nakashima - Martire (25 dicembre)

Martirologio Romano: Nella città di Unzen in Giappone, Beato Michele Nakashima, religioso della Compagnia di Gesù e martire, che, catechista, per la sua fede in Cristo fu immerso nell’acqua bollente e conseguì, in tal modo, la corona del martirio.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Michele Nakashima, pregate per noi.

   

*San Pietro il Venerabile - Abate di Cluny (25 dicembre)
Martirologio Romano: Nel monastero di Cluny in Burgundia, nell’odierna Francia, Beato Pietro il Venerabile, abate, che resse l’Ordine monastico secondo i precetti della primitiva osservanza e compose numerosi trattati.  
Pierre de Montboissier nacque nella regione francese dell’Alvernia, verso il 1094, da nobile famiglia. I genitori, Maurizio e Ragengarda, lo offrirono al Signore e, quando era ancora bambino, entrò nel priorato di Sauxillanges. Professò a quindici anni.
Ricoprì, ancora giovane, la carica di priore claustrale, la più importante dopo l’abate, a Vèzelay e poi di priore conventuale nel monastero di Domène (Grenoble). Il 22 agosto 1122 fu eletto nono abate di Cluny.
È considerato l'ultimo dei grandi abati del celebre cenobio che governò fino alla morte.
Nel 1125 dovette fronteggiare uno scisma interno a causa dei contrasti con il suo predecessore, Ponzio, deposto da Papa Callisto II a seguito di un periodo di cattiva amministrazione.
Pietro procedette ad un riordino disciplinare ed economico, riformò l’abbazia con la Dispositio rei familiaris.
Gli inventari indicati nella Constitutio expense cluniaci costituiscono oggi una fonte preziosa per gli
storici, attestando redditi, semenze, tecniche agricole utilizzate a quei tempi.
Nel 1130 svolse un importante ruolo diplomatico con l'elezione al papato di Innocenzo II che riconobbe, contro l’antipapa Anacleto II. Pietro il Venerabile viaggiò molto, si recò in Germania, numerose volte in Italia e in Spagna per discutere con abati e vescovi del pericolo dell’avanzata dei mori.
A Toledo fece tradurre il corano da un gruppo di lavoro composto dall’inglese Robert Kennet, da  un arabo e guidato da Pietro di Toledo. La traduzione fu ultimata nel 1143 e, nonostante alcuni errori, fu il punto di partenza per le future trattazioni del Corano, fino al secolo XVII.
Pietro rifiutò i racconti leggendari che in Occidente si facevano su Maometto, delineando un quadro storico della diffusione dell’islam. Probabilmente, leggendo queste opere, p. Abelardo si ispirò per il personaggio del filosofo nella sua ultima opera Dialogo tra un filosofo, un giudeo e un cristiano, scritta a Chalon-sur-Saône.
San Pietro il Venerabile si recò due volte in Inghilterra nel tentativo di portare sotto l’egida di Cluny l’abbazia di Peterborough ma non vi riuscì. Durante il discusso regno di Re Stefano (1135-54), entrò in contatto con suo fratello Enrico di Blois, vescovo di Winchester e monaco cluniacense. Alla morte di Stefano, divenuto re il rivale Enrico II, Enrico di Blois tornò a Cluny dove, guidato da Pietro, concluse i suoi anni religiosamente.
Verso il 1138 Pietro il Venerabile scrisse l’Epistola adversus petrobrusianos, un trattato contro i seguaci di Pietro di Bruys attivi nel sud della Francia. Ebbe inoltre un ruolo determinante nella contesa tra Abelardo e S. Bernardo di Clairvaux a seguito della scomunica del primo nel Concilio di  Sens, convocato su richiesta di Bernardo per condannare la teologia abelardiana e le sue tesi sulla Trinità.
San Pietro ospitò a Cluny Abelardo, che era in viaggio per Roma per incontrare Innocenzo II. In seguito, con la sua mediazione, Bernardo e Abelardo si riconciliarono e anche la scomunica fu sospesa. Pietro accolse quindi l’anziano Abelardo in una prioria cluniacense dove trascorse gli ultimi anni della sua vita. Egli stesso provvide alla sua sepoltura nel monastero femminile di Paraclete, presso Troyes, dov’era badessa Eloisa. Pietro scrisse un epitaffio in cui mise a confronto il pensiero di Abelardo, Socrate, Platone e Aristotele.
Nella sua lunga vita il santo abate, mantenendosi teologicamente ortodosso, trattò giudei ed eretici sempre con grande rispetto. Per questioni dottrinali, ben sei volte si recò a Roma. Affrontò i lunghi e disagevoli viaggi anche se non sempre in buona salute.
Grande letterato, costituì nella biblioteca dell’abbazia un importante fondo librario di circa cinquecento manoscritti con le opere dei primi padri della Chiesa.Vasta la sua fama di intellettuale e teologo, scrisse trattati, omelie e inni. Per comporre amava ritirarsi in luoghi solitari. È celebre l’inno “Coelum gaude, terra plaude”. Le sue opere sono ancora oggi di continua trattazione e studio. Pietro fu aperto ai problemi della Chiesa e della società. Fu attento alla funzione dell’Impero di Bisanzio tanto da schierarsi a favore del mantenimento del rito greco. Dal ricco epistolario a noi pervenuto spiccano le riflessioni sull'importanza dell’amicizia e del ruolo dei laici nella Chiesa. In un periodo complesso, Pietro governò con equilibrio, signorilità e concretezza il vasto impero monastico di Cluny che contava al termine del suo priorato 400 monaci e 2000 case sottoposte. Vi erano entrati anche alcuni suoi fratelli che abbracciarono la vita religiosa, come anche fece sua madre quando rimase vedova. Pietro, soprannominato il “Venerabile” da Federico Barbarossa, morì il 25 dicembre 1156.
(Autore: Daniele Bolognini – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Pietro il Venerabile, pregate per noi.

  

*Santa Susanna - Martire (25 dicembre)  

+ 458
Figlia di San Verdan e pronipote di Sant’ Isacco katholicos, fu chiamata Vardeni (Rosa) dai genitori e Susanik (Gigliola) in seguito.
Ereditò una profonda pietà dai genitori, però ebbe come marito Vasken, - governatore della Georgia armena e figlio di Asusa -, di carattere perverso.
Infatti Vasken rinnegò la fede cristiana quando si recò dal re persiano e prese in seconda moglie la madre della regina persiana, impegnandosi a convertire alla religione persiana i figli e la moglie, cioè Susanna.
Susanna seppe che il marito aveva rinnegato la fede mentre egli stava ritornando in patria; allora
prese con sé i figli e andò in chiesa a piangere il marito e raccomandare sé e i figli al Signore; poi, invece di ritornare a casa prese alloggio in una casetta presso la chiesa.
Quando arrivò Vasken, non trovando né la moglie né i figli, chiamò il vescovo ed un sacerdote per mandarli presso sua moglie ed invitarla a tornare a casa promettendole gloria e ricchezza più di prima.
Susanna, avuto il messaggio del vescovo, lo riprese severamente, ma quello replicò dicendo: se non ritorni a casa l’ira del principe si riverserà sui fedeli, mentre col tuo ritorno potresti calmarlo e risparmiarci la sua collera.
A questo ragionamento Susanna cedette e ritornò a casa, però non partecipò al banchetto preparato per il ritorno di Vasken.
Di fronte all’ostinato rifiuto di lei il principe si adirò, la trasse per forza nella sala e la picchiò tanto finché la credette morta.
Però il giorno seguente seppe che era ancora in vita ed ordinò di incarcerarla legandole con catene le mani, i piedi ed il collo.
In questa situazione Susanna rimase per sei anni.
Intanto seppe che i tre figli erano stati uccisi in una imboscata, ed ella ringraziò il Signore per averli salvati dalle mani del marito rinnegato.
Dopo sei anni di carcere, trascorsi nelle mortificazioni e nella preghiera tra l’ammirazione dei sacerdoti e monaci, anche lei morì.
Erano presenti all’agonia il katholicos della Georgia, Samuele, il vescovo della città, Jovhan con i suoi sacerdoti e diaconi, molti magnati e dame della Georgia.
La morte della Santa avvenne il 17 Kaloc dell’anno 458 ca.
La festa nell’odierno calendario armeno viene celebrata nell’ottava settimana dopo la Pentecoste, mentre nel Sinassario di Ter Israel è indicato al 25 o 29 dicembre.
(Autore: Paolo Ananian – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Susanna, pregate per noi.


*Altri Santi del giorno (25 dicembre)  
*
San
Giaculatoria - Santi tutti, pregate per noi.


 
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