Santi del 25 Maggio - Istituto Aveta

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Santi del 25 Maggio

Il mio Santo > I Santi di Maggio

*Sant'Agustin Caloca Cortes - Martire Messicano (25 maggio)

Scheda del gruppo a cui appartiene Sant' Agustin Caloca Cortes: “Santi Martiri Messicani”
Emblema: Palma
Martirologio Romano: Nella cittadina di Catatlán nel territorio di Guadalajara in Messico, Santi Cristoforo Magallanes e Agostino Caloca, sacerdoti e martiri, che, durante la persecuzione messicana, confidando strenuamente in Cristo Re, ottennero la corona del martirio.
Nacque a San Juan Bautista de Teúl, Zacatecas (Arcidiocesi di Guadalajara), il 5 maggio 1898.
Priore (diacono, economo) nella parrocchia di Totatiche e Prefetto del Seminario Ausiliare sito nello stesso paese, fu un esempio di purezza sacerdotale.
Un militare, commosso per la sua giovane età, gli offrì la libertà, lui l'avrebbe accettata solo se veniva concessa anche al parroco.
Di fronte al plotone, di esecuzione, l'atteggiamento le parole del suo parroco lo colmarono di forza, tanto che esclamò: "Grazie a Dio viviamo e per Lui moriamo".
Il 25 maggio 1927 venne fucilato a Colotlán, Jalisco (Diocesi de Zacatecas, Zac.).
Di fronte al carnefice ebbe la forza di confortare il suo ministro e compagno di martirio, Padre Agustín Caloca, dicendogli: "Stai tranquillo, figliolo, solo un momento e poi il cielo".
Dopo, rivolgendosi alla truppa, esclamó: "Io muoio innocente, e chiedo a Dio che il mio sangue serva per l`unione dei miei fratelli messicani".
(Autore: Mons. Oscar Sánchez Barba, Postulatore - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Agustin Caloca Cortes, pregate per noi.


*Sant'Aldelmo (Adelmo) - Abate e Vescovo (25 maggio)
Emblema: Bastone pastorale
Martirologio Romano: In Inghilterra, Sant’Aldelmo, vescovo, che, celebre per la dottrina e gli scritti, già abate di Malmesbury, fu poi ordinato primo vescovo di Sherborne tra i Sassoni occidentali.
Aldelmo (Adelmo), abate di  Malmesbury, vescovo di Sherborne, Santo.
Aldelmo è nome anglosassone: Ealdhelm (= vetus galea, “antico elmo”, in senso di ottima “protezione”), latinizzato in Aldhelmus o Althelmus e Adelelmus. Ma l'esatta grafia ci è data da Aldelmo stesso nella prefazione ai suoi Enigmi con l'acrostico “Aldhelmus”. Di questa etimologia tratta espressamente Guglielmo di Malmesbury all'inizio della vita di Aldelmo; se ne occupa pure, criticamente, Rudolf Ehwald.
Lo stesso Guglielmo di Malmesbury considera anche la forma derivata Adelmus (donde il francese Adelme e l'italiano Adelmo), avvertendo che questo modo di scrivere il nome del santo deriva dai distici, che San Dunstano fece scolpire nella restaurata chiesa del monastero, eliminando la prima "l" per “licenza poetica”, ut versus staret (PL, CLXXIX, col. 1660: vi sono riportati due distici con il nome di Aldelmo).
Tuttavia questa forma del nome così abbreviato (Adelmus) ha dato luogo ad una diversa etimologia, cioè, come scrive Carlo Hegger, “a verbis Germanicis adal, quod idem valet ac nobilis, et helm, cuius vis est galea, praesidium, tutamen” .
Aldelmo proveniva da nobilissima famiglia sassone: si è soliti dire da famiglia “reale”. Suo padre, infatti, di nome Kenten, era stretto parente (non “ fratello ” come si è affermato) del re Ina, come chiarisce Guglielmo di Malmesbury: “Beati Aldhelmi patrem non fuisse regis Inae germanum, sed arctissima necessitudine consanguineum”.
Probabilmente quindi Aldelmo, notevolmente più anziano, ed il re Ina (cui è dovuto il primo codice di leggi sassoni) erano cugini.
Aldelmo nacque nel Wessex (non si conosce con precisione la località) verso il 640, forse nel 639, e morì settantenne, il 25 maggio 709. Ebbe come primo istitutore il monaco irlandese Maildulfo “natione Scotus, eruditione philosophus, professione monacus”, fondatore del monastero che da lui prende il nome di Malmesbury (in Beda: Maildulfi urbs; in Guglielmo di Malmesbury: Meldunum, Meldunense coenobium).
Intorno al 670, già religioso, e probabilmente già sacerdote, si recò alla scuola di Canterbury per perfezionarsi negli studi. Qui ebbe maestri l'arcivescovo s. Teodoro di Tarso, greco di origine, e soprattutto l'abate s. Adriano, africano di nascita, che vi erano giunti da poco, e che assai influirono sulla sua formazione spirituale e culturale, tanto che Aldelmo chiama Adriano “venerando maestro della sua rude infanzia”.
Tornato a Malmesbury, vi esercitò con ardore l'insegnamento. Alla morte di Maildulfo (verso il 675), il vescovo di Winchester, Leuterio, lo volle abate del monastero e gli donò il terreno necessario per lo sviluppo del cenobio. Aldelmo ingrandì la chiesa primitiva consacrata al S.mo
Salvatore e ai santi Apostoli Pietro e Paolo, e ne edificò altre due, una in onore della S.ma Vergine e l'altra in onore di s. Michele Arcangelo.
Sotto il pontificato di Sergio I (687-701) intraprese un viaggio a Roma, tornando in patria con l'insigne privilegium di esenzione del suo monastero, posto alla diretta dipendenza della Santa Sede .
Aldelmo diede impulso agli studi e all'arte e in un trentennio di governo portò il suo monastero a grande splendore. Si prodigò per l'evangelizzazione del paese anche con canti popolari in volgare. Nelle controversie disciplinari con i Brettoni (Celti) fu vindice della causa romana e apostolo di pace.
Divisa in due la vasta diocesi di Winchester, unica allora per i Sassoni occidentali (Wessex), Aldelmo fu eletto, nel 705, vescovo della nuova diocesi di Sherborne, pur rimanendo, per volontà dei monaci, superiore del monastero.
Il suo episcopato fu breve, perché egli morì il 25 maggio 709, durante una visita pastorale, nel villaggio di Dulting (Somersetshire). Fu riportato trionfalmente a Malmesbury ed ivi sepolto nella chiesa di S. Michele, “ubi sibi vir sanctissimus olim sepulturam providerat”.
A lungo furono conservate le “lapideae cruces” che furono erette “ad septem milliaria” per segnare le tappe del suo glorioso passaggio.
(Autore: Igino Cecchetti - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*Sant'Antonio Caixal - Mercedario (25 maggio)
+ Costanza, Svizzera, 25 maggio 1417
Maestro in teologia ed arti, Sant’Antonio Caixal, vene eletto XV° Maestro Generale dell’Ordine Mercedario nel settembre 1405.
Strenuo difensore dell’unità della Chiesa, i Re aragonesi trovarono in lui un rappresentante di categoriae come ambasciatore, partecipò ai concili di Perpignano (Francia), e Costanza in Svizzera.
Lottò con efficacia ed impegno per superare lo scisma d’Occidente.
Lì fu nominato vescovo di Lyon che però rinunciò fino a che non fosse raggiunta l’unione della Chiesa.
Famoso per i miracoli e degno di ricordo eterno morì santamente a Costanza il 25 maggio 1417 lasciando
l’Ordine fortificato sia nella vita interna che nella redenzione degli schiavi.
L’Ordine lo festeggia il 25 maggio.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*Beato Bartolomeo Magi di Anghiari - Religioso (25 maggio)
Anghiari, 1460 - Empoli, 1510
È commemorato nel necrologio Francescano nel giorno 25 maggio: “Prope Empolim, in Tuscia, B. Bartholomaei Magi, ab Anglario, Confessoris qui castitate, humilitate et patientia exornatus, vitam prope angelicam duxit.”
Il culto del Beato Bartolomeo Magi, oltre che nelle comunità Francescane, fu costante nei secoli anche nella devozione della Parrocchia di Anghiari: anzi la Chiesa di Santa Croce, con l’annesso Convento, rimane monumento in onore allo stesso Beato.
Del Beato Bartolomeo si ricorda anche il suo fervido incarico di Maestro dei Novizi al Convento della Verna.
Commemorato nel necrologio Francescano nel giorno 25 maggio: “Prope Empolim, in Tuscia, B. Bartholomaei Magi, ab Anglario, Confessoris qui castitate, humilitate et patientia exornatus, vitam prope angelicam duxit”, il culto al Beato Bartolomeo Magi da Anghiari, oltre che all’interno
dell’ordine francescano, fu costante nei secoli anche nella devozione della Parrocchia di Anghiari: anzi la Chiesa di Santa Croce, con l’annesso Convento, rimane monumento in onore allo stesso Beato. Egli con i suoi santi consigli organizzò la costruzione di questa Chiesa, che secondo la sua intenzione, doveva ricordare il passaggio di San Francesco stigmatizzato in Anghiari, avvenuto nel 1224, quando passò vicino al Castello e vi innalzo una Croce.
La Chiesa di Santa Croce in Anghiari fu costruita e quindi consacrata il 15 Ottobre 1566: in essa gli Anghiaresi volevano accogliere i resti mortali del beato Bartolomeo Magi. Ma questa grazia fu ottenuta solamente nel 1603. Era il 29 Agosto, quando nella città di Empoli il Padre Valerio Martelli, consegnò al Sig. Maurizio di Girolamo Magi le reliquie della testa del Beato per collocarle nella Chiesa di Santa Croce in Anghiari, allora uffiziata dai Padri Zoccolanti. Il culto pubblico al beato Bartolomeo Magi fu tributato nella Chiesa di Santa Croce per il Decreto del Vescovo di Sansepolcro Fra Zanobio de Medici O.P. emanato in data 19 Giugno 1635.
Questo privilegio fu concesso per la richiesta dell’Amministrazione Comunale di Anghiari di quei tempi, la quale eresse al Beato Bartolomeo un bel monumento. Nella Sala del Consiglio Comunale di Anghiari ancor oggi domina il busto marmoreo del Beato, come nella Sacrestia della Propositura il quadro fatto pitturare dal Proposto Tuti.
Venendo ai tempi più recenti ricordiamo che fu riconosciuto il culto pubblico al B. Bartolomeo Magi in qualsiasi Chiesa, Oratorio, o Cappella dal Vescovo di Sansepolcro Annibale Tommasi il 2 Maggio 1830, dopo aver compiuta la ricognizione della insigne Reliquia. Nel 1907 Giovanni Volpi, Vescovo di Arezzo, ha compiuto in Anghiari la sua prima visita pastorale e con Decreto del 9 Giugno dello stesso anno ripeté quanto aveva stabilito Mons. Tommasi, e venne concesso al Proposto Giuseppe Conti di trasferire la Reliquia dalla Chiesa di S. Croce a quella di Propositura, onde favorire il culto dei fedeli.
Nell’Agosto 1910 fu celebrato in Propositura di Anghiari il IV° Centenario della morte del Beato: nel 1922 l’Associazione della Gioventù Cattolica Maschile ebbe come protettore il Beato Bartolomeo Magi.
Nel 1950 le Associazioni di Azione Cattolica della Parrocchia costruirono un nuovo Altare in Propositura sotto il quadro del Sogliani per dare una più decorosa sistemazione alla Reliquia della Testa del Beato Magi, collocata in un prezioso Reliquiario. Presso questo altare il 29 Agosto di ogni anno si celebra la Festa del Beato.
(Autore: Alessandro Bivignani – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*San Beda detto il Venerabile - Sacerdote e Dottore della Chiesa (25 maggio)
Monkton in Jarrow (Inghilterra) 672-673 - Jarrow, 25 maggio 735
Fu seguace di San Benedetto Biscop e di S. Ceolfrido, dedicandosi solo alla preghiera, allo studio e all'insegnamento del monastero di Jarrow.
Fu anche amanuense e il Codex Amiatinus, uno dei più preziosi e antichi codici della Volgata, conservato nella biblioteca Laurenziana di Firenze, sarebbe stato eseguito sotto la sua guida.

Della sua vasta produzione letteraria restano opere esegetiche, ascetiche, scientifiche e storiche.
Tra queste c'è L'Historia Ecclesiastica Gentis Anglorum, un monumento letterario universalmente riconosciuto da cui emerge la Romanità (universalità) della Chiesa.
Studioso di tempra eccezionale e gran lavoratore, ha lasciato nei suoi scritti l'impronta del suo spirito umile sincero, del suo discernimento sicuro e della sua saggezza.
Patronato: Studiosi
Martirologio Romano: San Beda il Venerabile, sacerdote e dottore della Chiesa, che, servo di Cristo dall’età di otto anni, trascorse tutta la sua vita nel monastero di Jarrow nella Northumbria in Inghilterra, dedito alla meditazione e alla spiegazione delle Scritture; tra l’osservanza della disciplina monastica e l’esercizio quotidiano del canto in chiesa, sempre gli fu dolce imparare, insegnare e scrivere.
Beda e basta. Le sue generalità cominciano e finiscono lì. Non conosciamo i suoi genitori. La data di nascita è incerta.
Sappiamo soltanto che a sette anni viene affidato per l’istruzione ai benedettini del monastero di San Pietro a Wearmouth (oggi Sunderland) e che passerà poi a quello di San Paolo di Jarrow, contea di Durham, centri monastici fondati entrambi dal futuro san Benedetto Biscop, che è il primo a prendersi cura di lui.
E tra i benedettini Beda rimane, facendosi monaco e ricevendo, verso i trent’anni, l’ordinazione sacerdotale.
Dopodiché basta: non diventa vescovo né abate: tutta la sua vita si concentra sullo studio e sull’insegnamento.
Unici suoi momenti di “ricreazione” sono la preghiera e il canto corale.
La sua materia è la Bibbia.
E il metodo è del tutto insolito per il tempo, ma ricco d’interesse per gli scolari, mentre i suoi libri raggiungeranno presto le biblioteche monastiche del continente europeo.
In breve, Beda insegna la Sacra Scrittura mettendo a frutto tutta la sapienza dei Padri della
Chiesa, ma non si ferma lì. Inventa una sorta di personale didattica interdisciplinare, che spiega la Bibbia ricorrendo pure agli autori dell’antichità pagana (Beda conosce il greco) e utilizzando le conoscenze scientifiche del suo tempo.
Gran parte di questo insegnamento si tramanda, perché Beda scrive, scrive moltissimo e di argomenti diversi, anche modesti; come il libretto De orthographia.
E anche insoliti, come il Liber de loquela per gestum digitorum, famoso in tutto il Medioevo perché insegna a fare i conti con le dita.
Si dedica ai calcoli astronomici per il computo della data pasquale, indicandola fino all’anno 1063.
E ai suoi compatrioti il monaco benedettino offre la storia ecclesiastica d’Inghilterra, molto informata anche sulla vita civile, e soprattutto non semplicemente riferita, ma anche esaminata con attenzione critica.
Già da vivo lo chiamano “Venerabile”.
E l’appellativo gli rimarrà per sempre, sebbene nel 1899 Papa Leone XIII lo abbia proclamato Santo e dottore della Chiesa.
È stato uno dei più grandi comunicatori di conoscenza dell’alto Medioevo.
E un maestro di probità, col suo costante scrupolo di edificare senza mai venire meno alla verità, col grande rispetto per chi ascoltava la sua voce o leggeva i suoi libri.
A più di dodici secoli dalla morte, il Concilio Vaticano II attingerà anche al suo pensiero, che viene citato nella Costituzione dogmatica Lumen gentium sulla Chiesa e nel decreto Ad gentes sull’attività missionaria.
Beda muore a Jarrow, dove ha per tanto tempo insegnato, e lì viene sepolto. Ma il re Edoardo il Confessore (10021066) farà poi trasferire il corpo nella cattedrale di Durham.
(Autore: Domenico Agasso – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*San Canio (Canione) di Atella - Vescovo e Martire (25 maggio)
Emblema: Bastone pastorale, Palma
Martirologio Romano: Ad Atella in Campania, san Canione, vescovo e martire.
Per ottenere un profilo biografico di San Canione dobbiamo riportarci alla 'PASSIO S.CANIONIS' accolta da Ferdinando Ugelli nella sua Opera "ITALIA SACRA" Tom. VII Col. 14-24.
L'Ughelli asserisce la 'Passio' da un codice membranaceo della Cattedrale di Acerenza.
Secondo la 'Passio' S.Canione fu un Vescovo Africano, della chiesa di Juliana, in Pirenaica.
Sotto l'imperatore Diocleziano, al secondo anno del suo governo (292 d. C.) fu scatenata la famosa persecuzione contro i Cristiani e anche le province romane dell'Africa furono ferocemente setacciate.
Canione fu condotto a Cartagine per essere sottoposto ad estenuanti interrogatori e a torture.
Fu percosso nudo con staffili piombati, gli furono accostate alle carni fiaccole ardenti e, ridotto in fin di vita, fu gettato in carcere, non volendo sacrificare agli dei.
Per ordine di Pigrasio, Prefetto di Cartagine, tratto fuori dalla prigione, persistendo nella testimonianza della sua fede in Cristo, fu sospeso alla catasta, e, percosso violentemente per
un'ora, perdette tutto il suo sangue.
Mentre era ancora nei tormenti il Santo Vescovo predicava il vangelo e convertì moltissimi pagani, di cui molti furono sottoposti al martirio con la decapitazione.
Per la qual cosa il prefetto ordinò che S. Canione fosse sospeso all‚aculeo, e con promesse e lusinghe cercava di distoglierlo dalla vera fede.
Ma Canione maggiormente affermava la sua incrollabile fede in Cristo, per cui fu sottoposto ad altre staffilate e sulle ferite fu fatto colare del piombo fuso.
Il prefetto alla fine ordino` la decapitazione.
Ma mentre conducono al posto designato il venerando martire si scatena un terribile cataclisma, accompagnato da movimenti tellurici, da uragani e da una ridda infernale di fulmini, grandine e tuoni che mettono in fuga i carnefici.
Per ordine del prefetto, Canione viene allontanato dall'Africa, e il campione della fede, su di una barca sdrucita, sotto la guida di un angelo, toccò le sponde campane felicemente.
E mentre gli africani rimproveravano al prefetto la perdita di un sì eccellente Presule per colpa sua, Canione riprendeva la sua opera pastorale in Atella, dove moltissimi pagani abbracciarono la fede cristiana.
Canione confermava la sua opera apostolica con miracoli, guarigioni e con carismi eccezionali.
Segnatamente s'impose per guarigioni dall'angina, per la liberazione degli ossessi e per miracoli di risurrezioni da morte.
Tra i primi miracoli di cui parla la 'Passio' figura appunto la guarigione di un infermo che, appena il Santo giunse in Atella, gli fu presentato, presso l'anfiteatro di Atella, quasi moribondo.
Era affetto dal male di squinanzia, cioè l'angina.
Il Santo lo fece passare per sotto il fornice dell'anfiteatro e l'infermo guarì all'istante. Guarì dalla cecità la vedova Eugenia e un uomo posseduto dal demonio.
Ma anche in Atella gli emissari del male insorsero contro il Santo Vescovo e, provocando un tumulto di popolo, lo inseguirono per lapidarlo.
Il Santo Vegliardo, non sapendo come sfuggire alla pioggia di pietre, si nascose in un roveto e i ragni coprirono il nascondiglio con la loro tela.
Finalmente, fiaccato dai supplizi e dagli anni, raccomandando la sua anima a Dio, se ne volò al cielo.
Il corpo fu vigilato per molti giorni da un uccello.
Poi vennero i Cristiani e lo seppellirono nel cimitero dei Santi Felice e Vincenzo, presso le due basiliche dei suddetti Santi confessori.
Sant' Elpidio vide la sua anima volarsene al cielo in forma di colomba e sulla sua sepoltura costruì una Chiesa e un 'cubiculum' con un'iscrizione che ricordava le fulgide virtù del santo.
Il suo corpo, dalle rovine di Atella, che era stata distrutta da Genserico dal vescovo di Acerenza, Leone, nell'anno 779, fu traslato in quella Chiesa Metropolitana.
Dalle colonne dove è sepolto scaturisce un liquido miracoloso, detto Manna. É venerato anche il 'Baculus' cioè il Pastorale, dotato di un movimento spontaneo.
L'altra fonte che ci dà notizie di S.Canione è la 'VITA S. CASTRENSIS', vita di S. Castrense di autore anonimo medioevale. Questa Vita fu accolta negli 'ACTA SANCTORUM' dai PP. Bollandisti del 1600, come risulta dalla biblioteca Hagiographica Latina 1644 e dallo storico captano Michele Monaco nell'opera 'Sanctuarium Campanum'.
In questa narrazione, scritta per l'edificazione dei fedeli, senza molte preoccupazioni di critica dei documenti, viene esposta la vicenda di Dodici Vescovi Africani, e cioè Castrense, prisco, CANIONE, Elpidio, Secondino, Rosio, Marco, Eraclio, Agostino, Adiutore, Vindonio, Tammaro, che sarebbero stati espulsi dall'Africa durante la persecuzione di Genserico, re dei Vandali e, posti su una nave sdrucita, sarebbero approdati sulle spiaggie campane.
Il re vandalo che si era stabilito a Cartagine, scateno` una persecuzione contro i cristiani, per farli aderire all'eresia ariana.
I primi ad essere imprigionati furono i Vescovi e i presbiteri delle chiese dell'Africa Settentrionale.
I dodici Vescovi, nella prigione, furono confortati da un angelo e resistettero alle torture.
Genserico, dietro consiglio di un suo ufficiale, Aristodemo, decise di far imbarcare i Vescovi su di una nave che non avrebbe potuto reggere il mare. Fu consentito a molti cristiani di imbarcarsi per seguire i loro Pastori nel fortunoso viaggio.
La nave, anziche` essere inghiottita dai flutti, raggiunse felicemente le coste della Campania, secondo alcuni a LITERNUM, secondo altri a VOLTURNUM.
I Vescovi toccano terra e guidati ciascuno da un angelo si dirigono alla volta dei centri abitati e vi predicano il messaggio della salvezza. Canione ed Elpidio entrano in Atella.
Considerando che la leggenda è un genere letterario che contiene elementi storici veri frammisti a molti altri di carattere fantastico e irreale, possiamo dire che di storicamente certo si deve ritenere che San Canione fu Vescovo e Martire in Atella.
Difatti il Martirologio Geronimiano, che è il documento d'indiscussa autenticità, riporta alla data del 25 maggio il 'natalis' cioè il martirio di San Canione con questa espressione: 'In Campania Atellane Canionis'. Quindi è storicamente certo che San Canione morì martire in Atella.
Il Santo viene festeggiato nella parrocchia a lui dedicata il martedì dopo la domenica di Pasqua.
(Autore: Andrea Franzese – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Canio di Atella, pregate per noi.


*San Cristoforo (Cristobal) Magallanes - Martire Messicano (25 maggio)
Scheda del gruppo a cui appartiene San Cristoforo (Cristobal) Magallanes:
“Santi Martiri Messicani”

Guadalajara, 30 luglio 1869 - Zacatecas, 25 maggio 1927
È una pagina recente di storia della Chiesa quella che apriamo oggi con un santo latinoamericano. Pagina sanguinosa: perché anche nel cattolicissimo Messico i credenti sono stati a lungo perseguitati da uno Stato anticlericale. Nato a Guadalajara nel 1869, il sacerdote Cristobal Magallanes Jara fa parte della schiera di martiri messicani che vengono ricordati oggi.
Missionario tra gli indigeni "huichole" e fervente divulgatore del Rosario, suscitò numerosissime vocazioni sacerdotali.
Quando i persecutori chiusero il seminario di Guadalajara, si offrì di fondarne uno nella sua parrocchia. Davanti al plotone di esecuzione, nel maggio 1927, confortò un suo compagno di martirio: «Stai tranquillo, figliolo: solo un momento, e poi il Cielo».
Il primo dei Martiri messicani a essere beatificato è stato il gesuita Miguel Agustin Pro (1988), poi nel 1992 lo seguirono altri 25 beati (22 preti e tre laici). Nel Giubileo del 2000 Giovanni Paolo II ne ha canonizzati 25. (Avvenire)
Emblema: Palma
Martirologio Romano: Nella cittadina di Catatlán nel territorio di Guadalajara in Messico, Santi Cristoforo Magallanes e Agostino Caloca, sacerdoti e martiri, che, durante la persecuzione messicana, confidando strenuamente in Cristo Re, ottennero la corona del martirio.
Nacque a Totaltiche, Jalisco (Arcidiocesi di Guadalajara) il 30 luglio 1869. Parroco nella sua terra natale.
Sacerdote dalla fede ardente, prudente direttore dei suoi fratelli sacerdoti e pastore pieno di zelo fu dedito al miglioramento umano e cristiano dei suoi fedeli.
Missionario tra gli indigeni "huichole" e fervente divulgatore del Rosario a Maria, Vergine Santissima.
Le vocazioni sacerdotali erano ciò a cui maggiormente si dedicava nel lavoro della sua vigna.
Quando i persecutori della Chiesa chiusero il Seminario di Guadalajara, si offrì di fondare nella sua parrocchia un Seminario per proteggere, orientare e formare i futuri sacerdoti, ed ottenne un abbondante raccolto.
Il 25 maggio 1927 venne fucilato a Colotlán, Jalisco (Diocesi de Zacatecas, Zac.). Di fronte al carnefice ebbe la forza di confortare il suo ministro e compagno di martirio, Padre Agustín Caloca, dicendogli: "Stai tranquillo, figliolo, solo un momento e poi il cielo". Poi, rivolgendosi alla truppa, esclamò: "Io muoio innocente e chiedo a Dio che il mio sangue serva per l'unione dei miei fratelli messicani".
(Autore: Mons. Oscar Sánchez Barba, Postulatore - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Cristoforo Magallanes, pregate per noi.


*San Dionigi di Milano - Vescovo (25 maggio)
m. Cappadocia, 360 circa
Martirologio Romano:
A Milano, commemorazione di San Dionigi, vescovo, che per la sua retta fede fu relegato dall’imperatore ariano Costanzo in Armenia, dove concluse la sua vita insignito del giusto titolo di martire. I
l cardinale Dionigi Tettamanzi, centoquarantaduesimo successore di Sant’Anatalone sulla cattedra episcopale milanese, non è in il primo vescovo della città a portare tale nome. Vi fu già
un altro Dionigi nel IV secolo, annoverato fra i ben 40 vescovi di Milano ad essere stati elevati agli onori degli altari come Santi o Beati.
Fu eletto nel 349 circa nono vescovo della città, succedendo ad Eustorgio I. Le informazioni relative a San Dionigi, alla sua vita ed alle sue opere sono alquanto scarse.
Tra i pochi avvenimenti noti del suo episcopato figura la sua partecipazione nel 355 ad un concilio tenutosi nel palazzo dell’imperatore ariano Costanzo, che era stato convocato al fine di condannare Sant’Atanasio.
Quasi all’unanimità i vescovi presenti, spinti da una forte paura, firmarono il decreto, ma Dionigi di Milano, Eusebio di Vercelli e Lucifero di Cagliari si rifiutarono e vennero dunque esiliati in Oriente. San Dionigi fu destinato in Cappadocia e la sede episcopale milanese fu rimpiazzata da Assenzio, definito pertanto “vescovo usurpatore”. Purtroppo nel 360 circa Dionigi morì ancora esiliato, poco prima che l’imperatore Giuliano ne autorizzasse il rientro in patria.
I suoi resti mortali furono poi inviati da San Basilio Magno al nuovo vescovo di Milano, Sant’Ambrogio, spiegandogli in una lettera ancora oggi conservata come autenticarne le reliquie. Ben tre parrocchie nel territorio dell’arcidiocesi milanese sono ancora a lui dedicata, rispettivamente a Milano, a Premana (prov. Lc) e a Carcano, frazione di Albavilla (prov. Co).
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Dionigi di Milano, pregate per noi.


*San Dionigi Ssebuggwawo - Martire (25 maggio)
Scheda del gruppo a cui appartiene:
“Santi Martiri Ugandesi”

†Munyonyo, Uganda, 25 maggio 1886
Martirologio Romano:
In località Munyonyo in Uganda, San Dionigi Ssebuggwawo, martire, che, all’età di sedici anni, avendo affermato davanti al re Mwanga durante un interrogatorio di avere insegnato a due membri della corte i rudimenti della fede cristiana, fu dallo stesso sovrano trafitto con una lancia.
Fece un certo scalpore, nel 1920, la beatificazione da parte di Papa Benedetto XV di ventidue martiri di origine ugandese, forse perché allora, sicuramente più di ora, la gloria degli altari era legata a determinati canoni di razza, lingua e cultura. In effetti, si trattava dei primi sub-sahariani (dell’”Africa nera”, tanto per intenderci) ad essere riconosciuti martiri e, in quanto tali, venerati dalla Chiesa cattolica.
La loro vicenda terrena si svolge sotto il regno di Mwanga, un giovane re che, pur avendo frequentato la scuola dei missionari (i cosiddetti “Padri Bianchi” del Cardinal Lavigerie) non è riuscito ad imparare né a leggere né a scrivere perché “testardo, indocile e incapace di concentrazione”. Certi suoi atteggiamenti fanno dubitare che sia nel pieno possesso delle sue facoltà mentali ed inoltre, da mercanti bianchi venuti dal nord, ha imparato quanto di peggio questi abitualmente facevano: fumare hascisc, bere alcool in gran quantità e abbandonarsi a pratiche omosessuali. Per queste ultime, si costruisce un fornitissimo harem costituito da paggi, servi e figli dei nobili della sua corte.
Sostenuto all’inizio del suo regno dai cristiani (cattolici e anglicani) che fanno insieme a lui fronte comune contro la tirannia del re musulmano Kalema, ben presto re Mwanga vede nel cristianesimo il maggior pericolo per le tradizioni tribali ed il maggior ostacolo per le sue
dissolutezze. A sobillarlo contro i cristiani sono soprattutto gli stregoni e i feticisti, che vedono compromesso il loro ruolo ed il loro potere e così, nel 1885, ha inizio un’accesa persecuzione, la cui prima illustre vittima è il vescovo anglicano Hannington, ma che annovera almeno altri 200 giovani uccisi per la fede.
Il 15 novembre 1885 Mwanga fa decapitare il maestro dei paggi e prefetto della sala reale. La sua colpa maggiore? Essere cattolico e per di più catechista, aver rimproverato al re l’uccisione del vescovo anglicano e aver difeso a più riprese i giovani paggi dalle “avances” sessuali del re. Giuseppe Mkasa Balikuddembè apparteneva al clan Kayozi ed ha appena 25 anni.
Viene sostituito nel prestigioso incarico da Carlo Lwanga, del clan Ngabi, sul quale si concentrano subito le attenzioni morbose del re. Anche Lwanga, però, ha il “difetto” di essere cattolico; per di più, in quel periodo burrascoso in cui i missionari sono messi al bando, assume una funzione di “leader” e sostiene la fede dei neoconvertiti.
Il 25 maggio 1886 viene condannato a morte insieme ad un gruppo di cristiani e quattro catecumeni, che nella notte riesce a battezzare segretamente; il più giovane, Kizito, del clan Mmamba, ha appena 14 anni. Il 26 maggio vemgono uccisi Andrea Kaggwa, capo dei suonatori del re e suo familiare, che si era dimostrato particolarmente generoso e coraggioso durante un’epidemia, e Dionigi Ssebuggwawo.
Si dispone il trasferimento degli altri da Munyonyo, dove c’era il palazzo reale in cui erano stati condannati, a Namugongo, luogo delle esecuzioni capitali: una “via crucis” di 27 miglia, percorsa in otto giorni, tra le pressioni dei parenti che li spingono ad abiurare la fede e le violenze dei soldati. Qualcuno viene ucciso lungo la strada: il 26 maggio viene trafitto da un colpo di lancia Ponziano Ngondwe, del clan Nnyonyi Nnyange, paggio reale, che aveva ricevuto il battesimo mentre già infuriava la persecuzione e per questo era stato immediatamente arrestato; il paggio reale Atanasio Bazzekuketta, del clan Nkima, viene martirizzato il 27 maggio.
Alcune ore dopo cade trafitto dalle lance dei soldati il servo del re Gonzaga Gonga del clan Mpologoma, seguito poco dopo da Mattia Mulumba del clan Lugane, elevato al rango di “giudice”, cinquantenne, da appena tre anni convertito al cattolicesimo.
Il 31 maggio viene inchiodato ad un albero con le lance dei soldati e quindi impiccato Noè Mawaggali, un altro servo del re, del clan Ngabi.
Il 3 giugno, sulla collina di Namugongo, vengono arsi vivi 31 cristiani: oltre ad alcuni anglicani, il gruppo di tredici cattolici che fa capo a Carlo Lwanga, il quale aveva promesso al giovanissimo Kizito: “Io ti prenderò per mano, se dobbiamo morire per Gesù moriremo insieme, mano nella mano”. Il gruppo di questi martiri è costituito inoltre da: Luca Baanabakintu, Gyaviira Musoke e Mbaga Tuzinde, tutti del clan Mmamba; Giacomo Buuzabalyawo, figlio del tessitore reale e appartenente al clan Ngeye; Ambrogio Kibuuka, del clan Lugane e Anatolio Kiriggwajjo, guardiano delle mandrie del re; dal cameriere del re, Mukasa Kiriwawanvu e dal guardiano delle mandrie del re, Adolofo Mukasa Ludico, del clan Ba’Toro; dal sarto reale Mugagga Lubowa, del clan Ngo, da Achilleo Kiwanuka (clan Lugave) e da Bruno Sserunkuuma (clan Ndiga).
Chi assiste all’esecuzione è impressionato dal sentirli pregare fino alla fine, senza un gemito. É un martirio che non spegne la fede in Uganda, anzi diventa seme di tantissime conversioni, come profeticamente aveva intuito Bruno Sserunkuuma poco prima di subire il martirio “Una fonte che ha molte sorgenti non si inaridirà mai; quando noi non ci saremo più altri verranno dopo di noi”.
La serie dei martiri cattolici elevati alla gloria degli altari si chiude il 27 gennaio 1887 con l’uccisione del servitore del re, Giovanni Maria Musei, che spontaneamente confessò la sua fede davanti al primo ministro di re Mwanga e per questo motivo venne immediatamente decapitato.
Carlo Lwanga con i suoi 21 giovani compagni è stato canonizzato da Paolo VI nel 1964 e sul luogo del suo martirio oggi è stato edificato un magnifico santuario; a poca distanza, un altro santuario protestante ricorda i cristiani dell’altra confessione, martirizzati insieme a Carlo Lwanga.
Da ricordare che insieme ai cristiani furono martirizzati anche alcuni musulmani: gli uni e gli altri avevano riconosciuto e testimoniato con il sangue che “Katonda” (cioè il Dio supremo dei loro antenati) era lo stesso Dio al quale si riferiscono sia la Bibbia che il Corano.
(Autore: Gianpiero Pettiti – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Dionigi Ssebuggwawo, pregate per noi.


*Beato Gerardo Mecatti - Terziario Francescano, Cavaliere di Malta (25 maggio)
+ Villamagna, Firenza, 1245 circa
Martirologio Romano:
A Villamagna vicino a Firenze, commemorazione del beato Gerardo Mecatti, che, seguendo con passione l’esempio di san Francesco, distribuì i propri beni ai poveri e, ritiratosi in un eremo, per amore di Cristo si adoperò nell’accoglienza ai pellegrini e nell’assistenza agli infermi.
Nato a Villamagna, presso Firenze, sembra nell'a. 1174, vesti l'abito del Terz'Ordine di San Francesco e, dopo aver distribuito i propri beni ai poveri, si ritirò in un eremo, dove trascorse la vita nella penitenza e nella contemplazione.
Ogni settimana visitava, in pio pellegrinaggio, tre chiese: una il lunedì in suffragio delle anime purganti, una il mercoledì per ottenere la remissione dei propri peccati, la terza il venerdì a sconto dei peccati altrui e per la conversione degli infedeli.
Operò alcuni miracoli: una volta fece trovare mature le ciliege sull'albero durante l'inverno, per soddisfare il desiderio di un malato; un'altra, dovendo trasportare alcune grosse pietre per la costruzione del proprio sepolcro, e non avendo voluto un contadino prestargli i buoi, comandò due paia di giovenchi non domi, ed essi, docili, le trasportarono dove lui indicò.
Si disputa sul giorno e sull'anno della morte, che è fissato al 1242, al 1245, al 1254 o al 1276; per quanto riguarda il giorno si pensa al 13 o al 25 maggio.
Il Papebroch giudica poco probabile il 1276 perché si dovrebbe attribuire al Beato oltre un secolo di vita, contrariamente ai dati della Vita più antica.
Il Martyr. Franc. preferisce, invece, quest'ultima data, però non accenna all'anno di nascita; le Vies des Saints optano per il 1245. Il problema resta pertanto aperto.
Il culto del Mecatti fu confermato da Gregorio XVI il 18 maggio 1833, dopo regolare processo. La sua festa nel Martyr. Franc. è iscritta al 25 maggio.
(Autore: Cassiano da Langasco – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Gerardo Mecatti, pregate per noi.


*San Gerio (Girio) - Venerato a Montesanto (25 maggio)
Gerio, o Girio, era un nobile francese originario della Linguadoca, il quale lasciò tutti i suoi beni per vivere da eremita.
Nato tra il 1270 e il 1274, per una serie di acquisizioni e cessioni territoriali della famiglia, divenne conte di Roccaforte. Volendo vivere da solitario, si recò con il fratello in una zona piena di caverne.
Lì rimasero a lungo isolati per la piena di un fiume e furono due serpenti a salvarli, portando del pane. Recatisi nella vicina chiesa per la Messa, raccontarono il miracolo. Presto la notizia si diffuse e molta gente li cercava. Allora partirono col desiderio di recarsi in Palestina. Prima, però, vollero visitare Roma.
Qui Gerio seppe che ad Ancona un sant'uomo, Liberio, voleva partire per Gerusalemme. Pensando di viaggiare con lui, andò nelle Marche. Ma a Tolentino si sentì male e morì nei pressi di Potenza Picena (allora Monte Santo), che lo venera come patrono. Il culto è stato confermato nel 1742. (Avvenire)
Patronato: Potenza Picena (anticamente chiamata Monte Santo) (MC)
Martirologio Romano: Presso Montesanto nelle Marche, transito di San Gerio, che, un tempo conte di Lunel, visse da eremita e morì durante un santo pellegrinaggio.
Nella Linguadoca, una delle più vaste regioni della Francia, si trova Lionello. Nel 1200 questa piccola città era Baronia posseduta, dagli antenati di San Girio.
Dal matrimonio di Gerardo Amici, Signore di Castelnuovo, proveniente dalla stirpe di Sabram, una delle più antiche e nobili famiglie di Linguadoca, con Teresa Raimondo, nacquero due figli: Gerard, nome corrotto in Girio, ed Effrendo.
Girio nacque tra il 1270 ed il 1274, nessun documento storico fissa con precisione la data di nascita.
Dal suo avo materno, Raimondo Guasselino, Girio ricevette in eredità la metà della Baronia di Lunello, da cui dipendevano 15 villaggi. Alla morte dello zio Guasselino nel 1294, Girio entrò in possesso di altri beni che, essendo costui minorenne, furono amministrati dal padre Gerardo.
Nel 1295 il re di Francia Filippo il Bello, desiderando possedere un porto nel Mediterraneo, espresse il desiderio di avere la Baronia di Lunello, facendo un cambio con altre terre , Gerardo
accondiscese e prese per il figlio la contea di Roccaforte, terra situata ugualmente in Linguadoca, ma in diocesi di Avignone. Per tale cambiamento Girio da Barone divenne Conte.
Girio, avendo in disprezzo i beni terreni, decise, insieme al fratello, di abbandonare il mondo e le sue agiatezze per vivere in solitudine alla ricerca della perfezione spirituale. Abbandonata Roccaforte, i due fratelli andarono a vivere in due caverne nei pressi del ponte Gardone.
Le continue piogge avevano talmente gonfiato il fiume che i due giovani rimasero imprigionati nella loro caverna così da non poter uscire per procurarsi il cibo.
Si salvarono grazie all'aiuto di due serpenti che portarono a ciascuno un pane direttamente nella caverna.
Cessata la piena del fiume, Girio si recò in compagnia del fratello, ad un castello distante quattro chilometri per ricevere la Santa Comunione. Trovato il sacerdote, gli narrò il miracolo operato dal Signore per liberarlo da morte sicura. La notizia del miracolo si diffuse velocemente e molta gente si recò nella grotta del Santo eremita per implorare l'aiuto delle sue preghiere.
L'eremita, volendo rimanere nascosto agli occhi del mondo e fuggire gli onori umani, penso di abbandonare il suo rifugio per recarsi in Palestina insieme al fratello.
Prima di visitare i luoghi santi stabilì di andare a Roma per venerare le tombe dei Santi Apostoli, Pietro e Paolo.
A Roma Girio venne a conoscenza che in Ancona viveva un certo Liberio, la cui fama di santità era diffusa nel popolo, che stava per recarsi in Terra Santa.
Subito gli nacque il desiderio di fare il viaggio insieme a lui. Tentò, con il fratello, di raggiungere Liberio, ma nei pressi di Tolentino (MC), lo colse un acuto dolore di testa che peggiorò notevolmente quando il santo giunse nei pressi di Monte Santo, l'odierna Potenza Picena (MC), e qui morì. Dagli atti del Consiglio Comunale, tenutosi il 1° gennaio 1371, si deduce che la festa di San Girio fu fissata il 25 maggio e fu sempre celebrata con grande pompa. Il 1° agosto del 1742 Papa Benedetto XIV ne approvò il culto.
(Autore: Elisabetta Nardi – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Gerio, pregate per noi.


*Beato Giacomo Filippo Bertoni - Servita (25 maggio)
Faenza, 1454 - Faenza, 1483
Nasce a Celle di Faenza, la stessa parrocchia della Beata Raffaella Cimatti, nel 1454 da una povera famiglia e fu battezzato con il nome di Andrea.
Entrò ancora fanciullo nei Servi di Maria di Faenza.
Ordinato sacerdote, fu procuratore del convento (1478-1479) e svolse altri incarichi.
Servizievole, sobrio nel parlare, mite e modesto, le sue virtù furono poste in evidenza dal suo primo biografo Niccolò Borghese, che guarito miracolosamente dal Beato, ne scrisse la vita a soli tre mesi dalla morte.
Giacomo Filippo Bertoni condusse una vita rigorosa di penitenza, contentandosi spesso di un solo pasto: per questo il suo aspetto, confermato sia dal Borghese che dall'iconografia, era macilento.
Il 24 maggio 1483, vigilia della sua morte avvenuta per tisi, il beato Giacomo Filippo volle visitare i confratelli uno per uno, chiedendo loro perdono e preghiere. (Avvenire)
Martirologio Romano: A Faenza in Romagna, Beato Giacomo Filippo (Andrea) Bertoni, sacerdote dell’Ordine dei Servi di Maria, insigne per il dono delle lacrime e la mirabile umiltà.
Nasce a Celle di Faenza, la stessa parrocchia della Beata Raffaella Cimatti nel 1454 da una povera famiglia e fu battezzato con il nome di Andrea.
Entrò ancora fanciullo nei Servi di Maria di Faenza.
Ordinato sacerdote, fu procuratore del convento (1478-1479) e svolse altri incarichi con la benevolenza di tutti.
Servizievole, sobrio nel parlare, mite e modesto, le sue virtù furono poste in evidenza dal suo primo biografo Niccolò Borghese, che guarito miracolosamente dal Beato, ne scrisse la vita a soli tre mesi dalla morte.
Giacomo Filippo Bertoni condusse una vita rigorosa di penitenza, contentandosi spesso di un solo pasto (a volte scarso e scadente): per questo il suo aspetto, peraltro confermato sia dal Borghese che dalla iconografia, era macilento a tal punto che la pelle aderiva alle ossa.
Il 24 maggio 1483, vigilia della sua morte avvenuta per tisi, il Beato Giacomo Filippo volle visitare i confratelli uno per uno, chiedendo loro perdono e preghiere.
Il suo culto fu praticamente immediato e documentato sin dai giorni successivi al suo transito.
Il 24 maggio 1484, festa della SS. Trinità, si celebrò la festa preceduta da intensi preparativi.
Il 15 aprile 1594 il corpo fu trasferito nella cappella Manfredi e per l’occasione tutti i discendenti della famiglia Bertoni sostennero le spese per il sarcofago di marmo e la decorazione del beato, da allora intitolata al Beato.
Il culto fu approvato da Clemente XIII con decreto del 22 luglio 1761 e il 14 luglio 1762 il consiglio cittadino lo annovera tra i patroni della città di Faenza.
Durante la seconda guerra mondiale, nel novembre del 1944 i tedeschi in fuga minarono il campanile della Chiesa dei Servi, che crollò con l’abside della chiesa che fu chiusa al culto.
Il corpo del Beato Bertoni fu collocato nella Basilica Cattedrale di Faenza, sull’altare dedicato a San Carlo Borromeo, dove si trova tuttora.
La sua memoria si celebra il 25 maggio e, nella diocesi di Faenza, il 23 maggio.
(Autore: Don Tiziano Zoli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Giacomo Filippo Bertoni, pregate per noi.


*San Giovanni da Granada - Martire Mercedario (25 maggio)
+ Granada, Spagna, 1428
Figlio di Ozmin Aben Adriz e nipote del Re di Granada Ismael, entrambi saraceni convertiti alla fede cattolica, San Giovanni da Granada, fece gli studi a Salamanca e vestì l’abito dell’Ordine della Mercede nel convento di Valladolid.
Per 13 anni fu commendatore del convento di Cordova, durante i quali costruì la nuova chiesa e nel 1407 fu eletto provinciale di Castiglia.
Assieme al confratello San Pietro Malasanch fece due redenzioni in Africa nel 1415 e nel 1427, dal ritorno di quest’ultima furono ambedue catturati dai mori.
Dopo vari maltrattamenti vennero assassinati a Granada, San Giovanni meritò la corona dei martiri nell’anno 1428.
L’Ordine lo festeggia il 25 maggio.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Giovanni da Granada, pregate per noi.


*San Gregorio VII - 153° Papa (25 maggio)
Soana, Grosseto, ca. 1020 - Salerno, 25 maggio 1085
(Papa dal 30/06/1073 al 25/05/1085)
La riforma detta “gregoriana” non è solo opera di Ildebrando di Soana, poi Papa Gregorio VII. Ma lui la soffre più di tutti, dopo aver aiutato pontefici riformatori per trent’anni.
Di origine toscana, forse Monaco, studia al Laterano, diventa Cardinale con Alessandro II e nel 1073 gli succede. Riformare significa espellere tutti quelli – vescovi, abati, preti – che hanno mercificato la fede comprando cariche e facendo negozio dei sacramenti.
Contro di essi si sono sviluppati dal basso movimenti di riforma (non sempre esenti da violenza).
Con Gregorio, è il vertice che compie il massimo sforzo per cacciare gli indegni. E si scontra con i loro famelici parentadi, con gli interessi coalizzati, e con molte casate aristocratiche, da tempo abituate a scegliersi vescovi e preti.
Papa Niccolò II (1059-61) ha già tolto ai sovrani e alla nobiltà romana l’ingerenza nelle elezioni papali. Ora Gregorio vieta su tutta la linea al potere laico di conferire i poteri spirituali (Sinodo del 1075). E poco dopo, con un documento detto Dictatus papae, codifica la sua visione di una Chiesa fortemente accentrata sul pontefice, come capo assoluto e diretto di ciascun vescovo, e col potere anche di destituire l’imperatore, esonerando i sudditi dall’obbedienza.
L’imperatore è il tedesco Enrico IV, 25 anni, re in Germania e in Italia, che si scontra col papa facendo eleggere a Milano un vescovo di sua fiducia.
Alta protesta di Gregorio; ma Enrico replica, sostenuto da 30 vescovi tedeschi riuniti a Worms, dichiarando deposto il papa ("il falso monaco Ildebrando", dice il documento). Gregorio VII scomunica Enrico, che ora rischia il trono; vescovi e principi tedeschi gli impongono infatti di riconciliarsi col papa, in un incontro a Worms previsto nel febbraio 1077. Ma Enrico già in gennaio è a Canossa davanti al papa, in saio da penitente.
E ottiene il perdono di Gregorio VII promettendogli di "sottostare al suo parere". Salva così il regno senza prendere impegni precisi. Poi continua come prima a nominare vescovi e abati. Nuovamente scomunicato, nel 1080 fa eleggere a Bressanone un antipapa (Clemente III). E fa occupare dalle sue truppe Roma.
Chiuso in Castel Sant’Angelo, il papa è poi liberato dal normanno Roberto il Guiscardo che viene dal Sud. Ma viene con mercenari predatori e assassini, che si fanno odiare dai romani per le loro atrocità.
E l’odio ricade anche su Gregorio VII, che gli stessi romani nel 1073 avevano acclamato papa, prima ancora dell’elezione. Finisce i suoi giorni a Salerno, in una desolazione ben espressa dalle famose parole che gli sono attribuite: "Ho amato la giustizia e detesto l’iniquità: perciò muoio in esilio". Dice di lui lo storico Muratori: "Pontefice onorato da Dio in vita e dopo morto da vari miracoli, e perciò registrato nel catalogo de’ santi". Papa Paolo V ne autorizzerà il culto nel 1606.
Etimologia: Gregorio = colui che risveglia, dal greco
Martirologio Romano: San Gregorio VII, papa, che, portando il nome di Ildebrando, condusse dapprima la vita monastica e con la sua attività diplomatica aiutò molto i pontefici del suo tempo nella riforma della Chiesa; salito alla cattedra di Pietro, rivendicò con grande autorità e forza d’animo la libertà della Chiesa dal potere secolare e difese strenuamente la santità del sacerdozio; per tutto questo, costretto ad abbandonare Roma, morì in esilio a Salerno.
Gregorio VII è uno dei più grandi papi della storia. Secondo la tradizione egli nacque a Sovana presso Grosseto, verso il 1020, dal fabbro Bonizone il quale al fonte battesimale volle che fosse chiamato Ildebrando.
Ricevette la prima formazione a Roma dallo zio, abate di S. Maria in Aventino. Fu quindi educato nel palazzo lateranense da due celebri precettori: Lorenzo, ex-arci vescovo di Amalfi, e l'arciprete Giovanni Graziano. Costui fu eletto dai romani papa col nome di Gregorio VI dopo che
aveva indotto l'indegno adolescente Benedetto IX, suo figlioccio, ad abdicare, versandogli una somma di denaro.
Nel sinodo di Sutri (1046), tenuto alla presenza di Enrico III, imperatore di Germania, Gregorio depose spontaneamente la sua dignità protestando di aver agito in buona fede, non per simonia.
Ildebrando, riluttante, lo seguì in esilio a Colonia, in qualità di suo cappellano. In quel tempo vestì l'abito benedettino.
Quando però Bruno di Toul fu eletto papa, nella dieta di Worms, col nome di Leone IX, il giovane monaco fu invitato a ritornare a Roma suo malgrado. Per trent'anni Ildebrando fiancheggerà come consigliere, teologo, canonista, diplomatico e legato, l'opera di riforma di cinque pontefici, impegnati a combattere il concubinato del clero e la simonia.
Leone IX lo ordinò suddiacono e lo fece priore ed economo del monastero di San Paolo fuori le mura perché riformasse la disciplina monastica e restaurasse la basilica. Stefano IX lo ordinò diacono e lo costituì arcidiacono della Chiesa romana, Alessandro II lo creò cardinale e cancelliere della medesima. Quando costui morì, tutto il popolo acclamò Ildebrando papa appena terminarono i funerali nella basilica di San Giovanni in Laterano.
L'elezione fu fatta subito dopo dai cardinali nella chiesa di San Pietro in Vincoli. L'austero monaco si chiamò Gregorio. Aveva compiuto cinquant'anni, era pallido e piccolissimo di statura. Si fece ordinare prete, vescovo e quindi intronizzare con il beneplacito di Enrico IV il 30-6-1073.
Conscio della somma potestà che gli derivava dall'essere il successore di S. Pietro, si pose subito ad attuare il programma di riforma già vigorosamente iniziato dai suoi predecessori con l'aiuto di due intrepidi e focosi monaci: Umberto da Selva Candida (+1061) e S. Pier Damiani (+1072). Vera tempra di lottatore, estremamente volitivo, perspicace e di carattere impetuoso - non per nulla il Damiani lo aveva chiamato "santo satana" - Gregorio VII era l'uomo più indicato per rivendicare alla Chiesa le sue libertà, e far trionfare la giustizia e la pace nella sottomissione al Vicario di Cristo delle potenze secolari in tutto ciò che riguardava la salvezza del mondo cristiano.
Lo stesso anno in cui fu eletto papa, Enrico IV, intelligente ma superbo, falso e vizioso, nel tentativo di restaurare la sua autorità all'interno della Germania, aveva dichiarato guerra alla Sassonia, il più potente feudo dell'impero, ed era stato sconfitto e umiliato.
Si rivolse allora al papa per averne l'appoggio, mostrandosi favorevole ai piani di riforma e promettendo di emendarsi da traffici simoniaci.
Confidando nell'indispensabile unione tra il sacerdozio e l'autorità civile per il risanamento della società, Gregorio VII, nel sinodo quaresimale del 1074, rinnovò i decreti di scomunica contro la simonia e il concubinato del clero, omessi dai suoi predecessori, proibì l'esercizio delle funzioni religiose ai preti sposati e incitò il popolo a tenersene lontano. Nonostante le agitazioni e le ribellioni suscitate, il papa sostenne i suoi principi che davano esecuzione ad una antica legge ecclesiastica, convinto che lo stato matrimoniale fosse inconciliabile col sacerdozio.
Tuttavia, le cause principali degli scandali della chiesa erano l'eccessiva implicazione del clero negli interessi terreni, e il dominio dei laici negli affari ecclesiastici. Per tagliare i mali alla radice, nel sinodo del 1075 l'intrepido pontefice proibì anche ogni conferimento di uffici ecclesiastici da parte di laici e, in particolare, l'investitura dei vescovi per mano del re di Germania mediante la consegna simbolica del pastorale e dell'anello.
Contro simile decreto, sovvertitore della secolare consuetudine e della potenza imperiale, insorsero i signori feudali. Enrico IV scese decisamente in lotta aperta . Inebriato della vittoria conseguita sui Sassoni lo stesso anno, riprese i rapporti con i consiglieri scomunicati e nominò i titolari di parecchie diocesi, tra cui quella di Milano, che non era neppure vacante. Alla sua corte accolse persino un Cencio, capo dei malcontenti di Roma, il quale era riuscito a catturare il papa la notte di Natale mentre celebrava la Messa e rinchiuderlo grondante sangue in una torre. Il papa fece allo sconsiderato imperatore nuove rimostranze, gli rimproverò l'intrusione a Milano di Tedaldo, antiriformista, si dichiarò pronto ad un accordo, ma oralmente lo fece minacciare di scomunica e di deposizione qualora si fosse ostinato nella disubbidienza. Per tutta risposta Enrico IV convocò una dieta a Worms, nel gennaio del 1076, in cui ventisei vescovi condannarono e deposero Gregorio VII. Il re stesso, nella sua veste di patrizio romano, diresse a Ildebrando "falso monaco e non più papa" una lettera per ordinargli di scendere dalla cattedra "usurpata". Un mese dopo il papa lanciò la scomunica contro Enrico, gl'interdisse il governo della Germania e dell'Italia e sciolse i sudditi dal giuramento di fedeltà.
L'Europa rimase sbalordita dì fronte a quella punizione fino allora inaudita. Attorno all'imperatore si fece il vuoto. I Sassoni si risollevarono e i principi nella dieta di Tribur, presso Magonza, decisero di abbandonare definitivamente Enrico se fosse rimasto nella scomunica per più di un anno. Una dieta da tenersi ad Augusta il 2-2-1077 avrebbe deciso in proposito alla presenza del papa, invitato a intervenirvi in funzione di arbitro.
Enrico comprese che la sua situazione era drammatica. Piuttosto di umiliarsi dinanzi ai propri vassalli, preferì scendere con poca scorta in Italia, attraverso il Moncenisio, per umiliarsi dinanzi al papa. Gregorio VII, già in viaggio verso Augusta, alla notizia del suo arrivo si era chiuso nella rocca di Canossa (Emilia) della marchesa Matilde, seguace fedele e incondizionata del papato. Enrico si presentò per tre giorni successivi alle porte del castello "scalzo e vestito di saio come un penitente" (Reg. 4, 12) sollecitando l'ammissione e implorante l'assoluzione dalla scomunica. Dopo prolungate trattative, per i buoni uffici della suocera Adelaide di Susa, della cugina Matilde di Canossa e del padrino S. Ugo di Cluny, al quarto giorno ottenne di essere assolto e comunicato dal papa. Enrico riusciva così a spezzare il cerchio dei suoi avversari, mentre il Papa, in quell'occasione più sacerdote che statista, si lasciava sfuggire di mano importanti vantaggi politici.
L'atto generoso di Gregorio non aveva soddisfatto appieno Enrico il quale avrebbe voluto, con l'assoluzione, anche la restituzione del trono, e aveva intiepidito i principi germanici i quali dessero nuovo re Rodolfo di Svezia, ambizioso cognato di Enrico. Nella guerra civile che ne seguì il papa tentò di porsi arbitro tra i due contendenti, ma Enrico, superiore di forze, con la minaccia di far eleggere un antipapa, chiese il riconoscimento per sé e la scomunica per suo cognato. Gregorio, invece, nel sinodo quaresimale del 1080, rinnovò la scomunica e la deposizione di Enrico, confermò Rodolfo e rinnovò il decreto dell'investitura con l'aggravante della scomunica. Nel sinodo tenuto a Bressanone poco dopo, Enrico fece di nuovo dichiarare dai vescovi Gregorio VII deposto. Al suo posto fu eletto Viberto, arcivescovo di Ravenna, con il nome di Clemente III.
Dopo la morte di Rodolfo in battaglia, Enrico sì trasferì in Italia con il suo esercito. Solo dopo quattro anni riuscì a entrare in Roma e occuparla (1084), fatta eccezione di Castel S. Angelo, in cui il papa ancora resisteva.
Tredici cardinali passarono dalla parte di Clemente il quale, a Pasqua, incontrò Enrico imperatore. Gregorio sarebbe caduto in mano del suo avversario se, al suo grido di aiuto, non fosse giunto Roberto il Guiscardo, vassallo della Chiesa, che costrinse i tedeschi alla ritirata. Ma il saccheggio e l'atroce devastazione compiuti dalle sue soldatesche mercenarie provocarono tale inasprimento dei cittadini contro Gregorio, che gli resero impossibile la permanenza in città. Si ritirò quindi a Salerno, capitale dei normanni, dove morì il 25-5-1085 esclamando con il salmista: "Ho amato la giustizia e odiato l'iniquità, perciò muoio in esilio". (SI. 44, 8). Fu sepolto nel duomo. Non fu canonizzato formalmente, però Benedetto XIII ne estese la memoria a tutta la Chiesa nel 1728.
Con la sua morte sembrava sancita la sconfitta del papato per sempre. Era vero invece il contrario. I successori di Gregorio VII raccoglieranno il frutto del suo apparente insuccesso: il consolidamento dell'autorità giuridica, morale e politica della Chiesa che avrà il suo apogeo con Innocenzo III. Neppure egli era conscio del grande bene che operava per la santità e l'unione della Chiesa. Alla fine della sua esistenza terrena scriveva scoraggiato: "Da molto tempo chiedo all'onnipotente Signore di togliermi da questa vita o di rendermi utile alla nostra santa Madre Chiesa, e tuttavia né Egli mi ha tolto dalle mie afflizioni, né mi ha permesso di rendere alla Chiesa i servizi che vorrei" (Reg. 2, 49).
Nonostante che l'idea dominante di questo pontefice, quale appare dal tanto discusso documento detto Dictatus papae, fosse quella della supremazia del papato sull'impero, tuttavia non si può mettere in dubbio la rettitudine del suo operato in difesa dei diritti della Chiesa. Nel 1076 scrisse infatti ai principi e ai vescovi della Germania: "In questi giorni di pericolo, in cui l'anticristo si agita in tutte le sue membra, si troverebbe invano un uomo che preferisca sinceramente l'interesse di Dio ai suoi propri comodi... Voi mi siete testimoni che nessuna idea di secolare potenza mi ha spinto contro i principi cattivi e i sacerdoti empi, ma la comprensione del mio dovere e della missione della Sede Apostolica. Meglio per noi subire la morte da parte dei tiranni che, col nostro silenzio, renderci complici dell'empietà".
Questo "acerrimo difensore della Chiesa" fu pure il primo a concepire l'idea di una crociata. Egli progettò nel 1074 di recarsi personalmente alla testa di un grande esercito in Oriente, per liberare il Santo Sepolcro caduto nel 1070 in mano ai Turchi, e rinnovare l'unione con la Chiesa greca.
Prima della sua elevazione al pontificato romano, egli aveva favorito l'occupazione dell'Inghilterra nel 1066 da parte di Guglielmo I, duca di Normandia. In quella spedizione egli aveva visto una crociata e nel suo capo un campione della Chiesa contro la simonia. E noto pure quanto si sia adoperato per l'estinzione dell'eresia di Berengario, che insegnava a Tours, il quale sosteneva che l'Eucarestia è soltanto segno o simbolo del corpo di Cristo. Il Concilio tenuto nel 1054 in quella città sotto la presidenza del legato pontificio Ildebrando, si era accontentato della sua dichiarazione che il pane e il vino sull'altare dopo la consacrazione sono corpo e sangue di Cristo.
Essendo in seguito ricaduto nel medesimo errore, Gregorio VII lo fece venire a Roma e nel sinodo quaresimale del 1079 l'obbligò ad accettare la dottrina ecclesiastica della "transostanziazione". (Autore: Guido Pettinati)
Meditazione sul “Dictatus Papae”
In occasione della festa del Papa San Gregorio VII (1015? - 1085) vorrei meditare su un testo attribuito al Santo Pontefice e che ne riflette comunque il pensiero, il “Dictatus Papae”, la cui prima redazione nota è del 1090: un testo cordialmente detestato dai teologi progressisti.
È una specie di sommario delle tesi che gli erano care. Storicamente, la più significativa è la tesi – che ha una sua armoniosa bellezza, per quanto sia abitualmente disprezzata – relativa ai rapporti fra il Papa e l’Imperatore.
Ricordiamo che l’Imperatore del tempo, Enrico IV (1050-1106), interveniva pesantemente negli affari della Chiesa e cercava di controllarla attraverso la nomina dei vescovi.
San Gregorio VII combatté questa politica. Voleva eliminare questa pretesa del governo imperiale e dare una lezione all’Imperatore. E ci riuscì.
Il “Dictatus Papae” mostra le relazioni che devono esistere fra il Sacro Romano Impero e il Papato. La seconda proposizione afferma che solo la monarchia del Romano Pontefice “può a buon diritto essere chiamata universale”.
Questa universalità si riferisce al campo spirituale.
Il Papa non pretende affatto di governare direttamente l’Impero.
Ma rivendica il diritto di esercitare un’influenza decisiva.
Nel Sacro Romano Impero il documento vede la spada del Papa: pronta a proteggere la Santa Chiesa Cattolica, a difendere la fede e a combattere i suoi nemici. Da una parte, il potere temporale deve governare in modo indipendente secondo il diritto naturale. Dall’altra, il Papato deve sorvegliare che questo effettivamente avvenga. In questo senso i due poteri sono diversi e indipendenti.
Ma il “Dictatus Papae” afferma pure che, se ci si chiede qual è il potere più elevato ed eminente in Terra, la risposta è chiara – e rappresentata anche nell’arte dell’epoca. Il Papa è sempre un gradino sopra; l’Imperatore sta alla sua sinistra, un gradino sotto, e ancora al di sotto dell’Imperatore stanno tutti i re e sovrani della sfera temporale. Alla destra del Papa, ma anche loro un gradino sotto, stanno tutti i membri della gerarchia cattolica che governa la sfera spirituale. È certo che nella concezione di Gregorio VII dei due poteri il Papa ha un primato e una posizione centrale. In questo giorno della sua festa possiamo chiedere a San Gregorio VII d’intercedere per il mondo perché si recuperi lo spirito della sua nozione di distinzione e insieme di unità dell’ordine spirituale e dell’ordine temporale. Se questa diventasse una nozione generalmente accettata ci troveremmo all’alba del Regno di Maria. È anche vero che se venisse l’alba di una nuova epoca assai favorevole per la Chiesa, appunto il Regno di Maria, questa nozione ne farebbe parte. Preghiamo dunque San Gregorio VII perché chieda a Dio che questa sublime visione torni sulla Terra, in quanto ci è sommamente utile a trovare il giusto cammino.
(Autore: Plinio Correa de Oliveira - Traduzione di Massimo Introvigne - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Gregorio VII, pregate per noi.


*Beato Isidoro Ngei Ko Lat - Catechista, Martire (25 maggio)  

Ahtet Tawpon, Brimania (oggi Myanmar), 1920 - Shadaw, Birmania (oggi Myanmar), 25 maggio 1950
Isidoro Ngei Ko Lat è il primo Beato della Birmania. Il 24 maggio 1950 il giovane catechista Isidoro accompagnò Padre Mario Vergara, missionario del Pontificio Istituto Missioni Estere, a Shadaw per protestare per un torto subito e lì vennero arrestati come spie del governo centrale.
All’alba del 25 maggio 1950 furono uccisi a colpi di fucile e i loro corpi rinchiusi in sacchi, gettati nel fiume Salween e non più ritrovati.
Con loro fu ucciso anche Padre Pietro Galastri, che dal 1948 era giunto a Shadow ad aiutare Padre Vergara. Il 9 dicembre 2013 Papa Francesco ha decretato il riconoscimento del martirio di Isidoro e di Padre Mario.
E' stato beatificato sabato 24 maggio 2014 nella cattedrale di Aversa Padre Mario Vergara, portando con sé sull’altare il giovane catechista che insieme a lui è stato ucciso e che diventerà in tal maniera il primo beato della Birmania: si conclude così per padre Mario Vergara un processo di beatificazione durato poco più di 10 anni ed in cui, negli ultimi cinque, è stato
affiancato ad Isidoro Ngei Ko Lat.
Mario nasce a Frattamaggiore, in una nidiata di nove figli, nel 1910 e, invece di inserirsi nel canapificio di famiglia, entra in seminario a 11 anni, con il suo stile di vita molto “aperto”, l’aria sbarazzina e il suo “carattere ribelle”: insomma, sono davvero pochi a scommettere sul buon esito della vocazione di questo “tipo curioso”.
Anche la sua salute si mette di traverso e un giorno arriva agli estremi, per un’appendicite degenerata in peritonite, che non lo fa morire, ma lo lascia con il fisico indebolito.
Nonostante tutto arriva in tempo, il 26 agosto 1934, ad essere ordinato prete ed a partire un mese dopo in direzione della Birmania. Subito si dedica allo studio delle lingue locali, imparandone in pochi mesi addirittura tre e viene assegnato al distretto di Citaciò, della tribù dei Sokù, con 29 villaggi cattolici e altrettanti catechisti da mantenere, oltre alla cinquantina di orfani raccolti dalla missione.
Per la sua gente si spende con generosità: è sempre in movimento, noncurante dei disagi, del maltempo, della malaria; va in giro per i villaggi anche con la febbre in corpo, prodigandosi in mille modi: come prete ed educatore, ma anche in qualità di medico, amministratore e spesso di giudice.
Durante la seconda guerra mondiale viene internato per quattro anni in campo di concentramento: gli inglesi non vanno per il sottile e per loro gli italiani sono tutti “fascisti”. Oltre all’inattività, che lo fa soffrire, e alla lontananza dalla sua missione, attraversa periodi brutti per la sua salute e devono asportargli anche un rene. Ha una preoccupazione unica: non essere più “abile” per la missione; nessuno, quindi, è felice come lui, vedendosi assegnare nel 1946 una serie di piccole comunità di nuova evangelizzazione, che si trovano ai duemila metri, sulle catene montuose Prèthole: anche se deve ripartire da zero con la lingua e la conoscenza delle usanze, anche se non ha un buco per dormire e scarseggiano i viveri.
Gli assegnano come compagno di avventura il confratello padre Pietro Galastri, che ha qualche conoscenza in muratura e falegnameria, perché lo aiuti almeno a dotarsi delle strutture indispensabili.
Si conquista i nuovi parrocchiani semplicemente amandoli, con il suo stile di incondizionata donazione: a nessuno sfugge che cura gratuitamente tutti, anche i non cristiani e questo suscita la gelosia e l’avversione dei Battisti (che, per chi non lo sapesse, sono pur essi cristiani, ma si identificano come una “costola” del protestantesimo).
I cristiani, praticamente, si fanno guerra tra loro, con il risultato di allontanare da entrambe le confessioni religiose gli indigeni: non solo sono impediti di andare nella missione cattolica, ma anche di vendere ai missionari viveri e attrezzi, con lo scopo di fare terra bruciata attorno a loro. Padre Mario assiste impotente alla campagna diffamatoria nei suoi confronti, rispondendo con l’amore alle continue provocazioni.
Incontrato il giovane Isidoro e lo “arruola” immediatamente come catechista. Trent’anni, da sempre con il desiderio di essere prete, tra Isidoro e la sua vocazione si è messa di mezzo un’asma bronchiale di una certa importanza, a causa della quale ha lasciato il seminario, ma che non ha spento la sua voglia di fare “qualcosa per Gesù”. In attesa di poter essere catechista, ha aperto una scuola gratuita per i bambini e si fa benvolere da tutti per la sua generosità.
Accanto a padre Mario si tuffa nel lavoro catechistico, seminando amore, tolleranza, perdono nel clima di odio introdotto dai battisti. Che adesso, quindi, odiano anche lui, soprattutto da quando è scoppiata la “guerra dei cariani” per l’indipendenza dal governo.
Tendono una trappola ad entrambi, attirandoli con la prospettiva di trattare la liberazione di un altro catechista che è stato arrestato. La sera del 24 maggio 1950 padre Mario ed Isidoro cadono nelle mani dei ribelli, fomentati dai protestanti, e vengono fucilati all’alba del giorno successivo. Alcune ore dopo la stessa sorte è riservata a padre Galastri e i loro corpi, gettati nel fiume, non sono mai più stati ritrovati.
(Autore: Gianpiero Pettiti - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Isidoro Ngei Ko Lat, pregate per noi.


*San Leone (Lyé) di Mantenay - Abate (25 maggio)

† 550 circa

Martirologio Romano: Nel cenobio di Mantenay presso Troyes in Francia, San Leone, abate.
Il villaggio di Saint-Lyé, a nove kilometri da Troyes (Aube), porta il nome di questo santo che visse nel secolo VI.
Nulla si conosce della sua infanzia e della sua giovinezza. Nel 533 egli succedette come abate di Mantenay-sur-Seine (Aube) al beato Romano, che aveva fondato il monastero due o tre anni prima, succeduto a sua volta a san Remigio come arcivescovo di Reims.
Leone curò la sepoltura di un sacerdote suo amico, di nome Maurelio, in una basilica dedicata a sant'Ursone che, probabilmente, sorgeva a Isle-Aumont (Aube) e dove recenti scavi hanno permesso di ritrovare numerose tombe.
Morì verso il 550 e il suo successore, l’abate Baudemondo, procedette alla traslazione del suo corpo.
La festa è stabilita al 25 maggio.
Nell’Aube, fino ad epoca recente, alcune donne potavano il nome di Lyette, derivato da Lyé. I Bollandisti hanno pubblicato una breve Vita tratta dal Promptuarium Tricassinum di Camuzat, ma non sembra che essa sia antica, poiché l’autore si è limitato ad elencare le virtù del suo eroe e a raccontare che Sant'Ilario, San Martino e Sant'Anziano sarebbero venuti ad annunciare a Leone, in sogno, la sua prossima morte.

(Autore: Philippe Rouillard – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Leone di Mantenay, pregate per noi.


*Santa Maddalena Sofia Barat - Vergine (25 maggio)
Joigny, Borgogna, 13 dicembre 1779 - Parigi, Francia, 25 maggio 1865
Figlia di un bottaio, Maddalena Sofia Barat nacque il 13 dicembre 1779 a Joigny, presso Auxerre, nella Borgogna; morì a 86 anni nel 1865.
Fondò a Parigi nel 1800 la Società del Sacro Cuore con lo scopo dell'educazione e dell'istruzione delle ragazze, specialmente dei ceti superiori; a queste scuole ella sempre annetterà alcune classi per i bambini poveri.
La sua spiritualità è essenzialmente ignaziana, così come i principi della sua regola.
La stessa santa spiega che "lo spirito della società è fondato essenzialmente sull'orazione e la vita interiore" e che il suo fine è di "glorificare il Sacro Cuore".
Nel corso del Giubileo del 1925 indetto da Papa Pio XI furono celebrate da marzo a giugno numerose canonizzazioni: Pietro Canisio, dottore della Chiesa; Teresa di Lisieux (o di Gesù Bambino), religiosa professa dell'Ordine del Carmelo; Maria Maddalena Postel e Maddalena Sofia Barat, due sante educatrici della gioventù.
Etimologia: Maddalena = di Magdala, villaggio della Galilea - Sofia = sapienza, saggezza, dal greco
Emblema: Giglio
Martirologio Romano: A Parigi in Francia, Santa Maddalena Sofia Barat, vergine, che fondò la Società del Sacro Cuore di Gesù e si adoperò molto per la formazione cristiana delle giovani.
Maddalena Sofia Barat è una straordinaria testimone della vitalità della Chiesa all’indomani della Rivoluzione Francese. Ultima di tre figli, nacque nella famiglia, molto religiosa e modestamente agiata, di un bottaio della Borgogna, a Joigny (Auxerre), nella notte del 13 dicembre 1779.
Venne alla luce mentre in una casa vicina divampava un incendio, era talmente gracile che fu battezzata il mattino seguente. Il fratello Luigi, futuro gesuita, più grande di undici anni e suo padrino di battesimo, ritenne suo dovere trasmetterle l’amore per il sapere e istruirla secondo la fede che avevano in comune. Con un metodo molto esigente, le insegnò latino, greco, storia, fisica e matematica. Nel 1793, durante il periodo del Terrore, fu però imprigionato e rischiò seriamente la ghigliottina.
Libero grazie alla caduta di Robespierre, il giovane fu ordinato sacerdote nel 1795. Trasferitosi a Parigi con la sorella, continuò ad insegnarle la teologia, lo studio della Bibbia e dei Padri della Chiesa. Maddalena, apprendendo pure l’italiano e lo spagnolo, raggiunse un livello d’istruzione eccezionale per una donna di quei tempi. Nel tempo libero ricamava e insegnava clandestinamente il catechismo ai bambini del quartiere Marais.
Fin da giovanissima si era imposta un’esigente disciplina spirituale con la quale maturò la decisione di vestire l’abito delle carmelitane. I disegni divini erano però differenti.
Il fratello le presentò Padre Giuseppe Varin che stava ricostituendo, in Francia, la Compagnia dei Gesuiti e pensava alla riapertura delle scuole cristiane, chiuse durante la Rivoluzione. Il sacerdote vide il soggetto ideale per dar vita al suo progetto proprio in Maddalena che così, ventunenne, il 21 novembre 1800 si consacrò al Signore con tre compagne.
Nasceva la Società del Sacro Cuore per l’educazione e l’istruzione femminile. La denominazione però, per motivi politici, fu ufficiale solo dal 1815.
Nel 1801 il concordato tra la Santa Sede e la Francia finalmente pose fine alle persecuzioni e Maddalena poté andare ad insegnare ad Amiens, in quella che fu poi la prima casa dell’Istituto. Nel 1804 si acquisì un ex monastero visitandino di Grenoble e, per mirabile disegno divino, suor
Maddalena conobbe Filippina Duchesne (canonizzata nel 1988). La giovane, figlia di un avvocato che a causa della soppressione del convento si dedicava all’insegnamento, entrò nella Società.
Nel 1805 suor Maddalena fu eletta, a soli venticinque anni, superiora generale: ricoprirà la carica fino alla morte, spendendo tutte le energie per lo sviluppo dell’Istituto.
A Poitiers, in un’antica abbazia cistercense, aprì il noviziato. Grazie alla serietà dell’insegnamento le scuole erano continuamente richieste e si moltiplicarono in pochi anni. Non mancarono le prove, a causa di problemi interni con le suore o quando dovette chiudere alcune case per le leggi anti-clericali.
Con un carisma eccezionale e con la forza della preghiera, seppe valutare ogni situazione con saggezza. Convocò nella Casa Madre di Parigi tutte le superiori locali affinché venisse stabilito il programma dell’Istituto e, con lungimiranza, si approvarono regole anche per le necessità mutevoli dei tempi. Nel 1831 Madre Maddalena scrisse a S. Filippina: ”i tempi cambiano ed anche noi dobbiamo cambiare il nostro modo di essere”. I collegi erano prevalentemente per i ceti agiati ma affiancati da classi di bambini poveri e da laboratori di cucito. Con i proventi delle prime si finanziavano le seconde.
Madre Barat viaggiò instancabilmente su e giù per la Francia e in molti paesi europei. Trattò con personalità, negoziò, comprò, costruì e cedette case, a volte in contesti ostili. Ne fondò in Svizzera, Inghilterra, Austria, Italia, Irlanda, Belgio, Spagna, Olanda, Germania, Polonia e pure in Algeria. Si recò tre volte a Roma e a Torino (1823) collaborò con Tancredi e Giulia di Barolo, anch’essi impegnati nella istruzione della gioventù. Per merito di Santa Filippina, nel 1818, l’Istituto andò oltre oceano, in America del Nord, e in condizioni durissime raggiunse persino le tribù Potawatomi.
L’epistolario della Fondatrice conta migliaia di lettere, spesso scritte durante i viaggi: con esse guidava le suore sparse per il mondo. Affermava: “ il troppo lavoro è un pericolo per un’anima incompleta, per chi ama Nostro Signore esso è un abbondante raccolto”. Madre Barat diede vita complessivamente a centocinque case. Nel dicembre del 1826 la Società ebbe, con una celerità inusuale, l’approvazione pontificia di Leone XII.
La spiritualità di S. Maddalena Sofia era ispirata a S. Ignazio di Loyola e alla devozione al Sacro Cuore. Diceva: “Questa piccola Società è tutta consacrata alla gloria del Sacro Cuore di Gesù e alla propagazione del suo culto; tale è il fine che devono prefiggersi tutte quelle che ne diverranno membri”, “lo spirito della Società è fondato essenzialmente sull’orazione e la vita interiore”.
Compito principale è l’educazione della gioventù per “rifare nelle anime i fondamenti solidi della fede nell’Eucaristia ed allevare una folla di adoratrici”. Venerava la Vergine Maria, “Mater Admirabilis”, guardando al suo “Cuore Immacolato” che svela i tesori della vita interiore e come “Madre Addolorata”, per restare “fedeli e calme ai piedi della Croce”.
Dal carattere garbato e imparziale, fu perseverante nelle grandi fatiche che dovette affrontare. Ebbe il merito di istruire le donne, in un contesto sociale rinnovato, quando la cultura era prerogativa maschile.
Nel 1864, ormai ottantacinquenne, voleva dimettersi ma le suore non rinunciarono alla sua guida. Le fu affiancata una vicaria. L’anno successivo fu colpita da una paralisi nella Casa Madre di Parigi. Spirò il 25 maggio 1865, festa dell’Ascensione del Signore. Per umiltà non aveva mai acconsentito ad un ritratto che fu dunque fatto sul letto di morte. La congregazione contava tremilacinquecento suore, in sedici paesi.
Papa Pio XI la canonizzò durante il Giubileo del 1925. Il suo corpo, trovato incorrotto nel 1893, fu traslato nel 1904 in Belgio (a Jette), a seguito dell’espulsione delle religiose dalla Francia. Dal 1998 è a Bruxelles, mentre le sue figlie sono oggi presenti in tutti i continenti per educare i giovani, nei grandi centri come nei piccoli villaggi.
Preghiera
O Santa Maddalena Sofia,
che foste scelta da Dio in modo ammirabile per far conoscere
ed amare il Divin Cuore di Gesù
e compiste così fedelmente questa missione,
gradite oggi l’omaggio della nostra fiducia e delle nostre preghiere.
Guidateci nella via della dolcezza e dell’umiltà,
infiammate i nostri cuori dello zelo da cui il vostro fu consumato,
proteggeteci sempre affinché meritiamo di vedere un giorno
i nostri nomi scritti in quel Cuore Sacratissimo
e di fare in Lui solo la nostra dimora, nel tempo
e nell’eternità.
Amen.

(Autore: Daniele Bolognini – Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - Santa Maddalena Sofia Barat, pregate per noi.


*Santa Maria Maddalena de' Pazzi - Vergine (25 maggio)
Firenze, 2 aprile 1566 - 25 maggio 1607
Nasce nel 1566 e appartiene alla casata de' Pazzi, potenti (e violenti) per generazioni a Firenze, e ancora autorevoli alla sua epoca. Battezzata con il nome di Caterina, a 16 anni entra nel monastero carmelitano di Santa Maria degli Angeli in Firenze e come novizia prende il nome di Maria Maddalena.
Nel maggio 1584 soffre di una misteriosa malattia che le impedisce di stare coricata.
Al momento di pronunciare i voti, devono portarla davanti all'altare nel suo letto. Da questo momento vivrà diverse estasi, che si succederanno per molti anni.
Le descrivono cinque volumi di manoscritti, opera di consorelle che registravano gesti e parole sue in quelle ore.
Più tardi le voci dall'alto le chiedono di promuovere la «rinnovazione della Chiesa» (iniziata dal Concilio di Trento con i suoi decreti), esortando e ammonendo le sue gerarchie.
Scrive così a papa Sisto V, ai cardinali della curia; e tre lettere manda ad Alessandro de' Medici, arcivescovo di Firenze, predicendogli il suo breve pontificato.
La mistica morirà nel 1607 dopo lunghe malattie. (Avvenire)
Etimologia: Maria = amata da Dio, dall'egiziano; signora, dall'ebraico
Emblema: Giglio
Martirologio Romano: Santa Maria Maddalena de’ Pazzi, vergine dell’Ordine delle Carmelitane, che a Firenze in Cristo condusse una vita nascosta di preghiera e di abnegazione, pregò ardentemente per la riforma della Chiesa e, arricchita da Dio di doni straordinari, fu per le consorelle insigne guida verso la perfezione.
Una Santa da capogiro. Parte della sua vita si svolge come fuori dal mondo, in lunghe e ripetute estasi, con momenti e atti quasi “intraducibili” oggi: come lo scambio del suo cuore con quello di Gesù, le stigmate invisibili, i colloqui con la Santissima Trinità...
Scene vertiginose di familiarità divino-umana; dopo le quali, però, lei ritorna tranquilla e laboriosa monaca, riassorbita nella quotidianità delle incombenze.
Appartiene alla casata de’ Pazzi, potenti (e violenti) per generazioni in Firenze, e ancora autorevoli alla sua epoca.
Battezzata con il nome di Caterina, a 16 anni entra nel monastero carmelitano di Santa Maria degli Angeli in Firenze e come novizia prende il nome di Maria Maddalena.
Nel maggio 1584 soffre di una misteriosa malattia che le impedisce di stare coricata.
Al momento di pronunciare i voti, devono portarla davanti all’altare nel suo letto, dove "dì e notte sta sempre a sedere".
Ed ecco poi quelle estasi, che si succederanno per molti anni. Le descrivono cinque volumi di manoscritti, opera di consorelle che registravano gesti e parole sue in quelle ore.
(Parole sorprendenti: nelle estasi, lei usava un linguaggio colto, “specialistico”, di gran lunga superiore al livello della sua istruzione).
Questi resoconti, che lei legge e corregge, e che acuti teologi perlustrano in punto di dottrina, contengono – espresso in mille modi e visioni e voci – l’invito appassionato a ricambiare l’amore di Cristo per l’uomo, testimoniato dalla Passione.
Più tardi le voci dall’alto le chiedono di promuovere la “rinnovazione della Chiesa” (iniziata dal
Concilio di Trento con i suoi decreti), esortando e ammonendo le sue gerarchie.
Maria Maddalena esita, teme di ingannarsi. Preferirebbe offrire la vita per l’evangelizzazione, segue con gioia l’opera dei missionari in Giappone...
Voci autorevoli la rassicurano, e allora lei scrive a papa Sisto V, ai cardinali della Curia; e tre lettere manda ad Alessandro de’ Medici, arcivescovo di Firenze, che poi incontra in monastero.
"Questa figliola ha veramente parlato in persona dello Spirito Santo", dirà lui.
Maria Maddalena gli annuncia pure che presto lo faranno Papa, ma che non durerà molto (e così gli ha predetto anche Filippo Neri).
Infatti, Alessandro viene eletto il 10 maggio 1605 con il nome di Leone XI, e soltanto 26 giorni dopo è già morto.
Per Suor Maria Maddalena finisce il tempo delle estasi e incomincia quello delle malattie.
Del “nudo soffrire”, come lei dice, che durerà fino alla sua morte, già accompagnata da voci di miracoli, che porteranno nel 1611 l’apertura del processo canonico per la sua beatificazione, a pochi anni dalla morte avvenuta nel 1607.
Papa Clemente IX, il 22 aprile del 1669, la canonizzerà.
Le spoglie di Santa Maria Maddalena de’ Pazzi ora riposano nell’omonimo monastero, a Firenze.
(Autore: Domenico Agasso - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Maria Maddalena de' Pazzi, pregate per noi.


*Beato Mario Vergara - Sacerdote e Martire (25 maggio)  
Frattamaggiore, Napoli, 18 novembre 1910 – Shadaw, Birmania (oggi Myanmar), 25 maggio 1950
Padre Mario Vergara, nato a Frattamaggiore (Napoli) il 18 novembre 1910, ultimo dei nove figli, spinto dal desiderio di amare Dio nei fratelli lontani e non credenti, a 19 anni nel 1929 entrò nel Pontificio Istituto Missioni Estere (PIME). Inviato in Birmania, giunse a Toungoo nel 1934; qui si dedicò allo studio delle lingue delle tribù cariane e dopo qualche mese gli venne assegnato il distretto di Citaciò, della tribù dei Sokù con 29 villaggi.
Era amato da tutti e tutti avevano una grande stima di lui, anche i sacerdoti indigeni; prediligeva i più deboli e gli ammalati che
assisteva e accudiva con grande dedizione, diventando per tutti, cattolici e non, un punto di riferimento, noncurante dei disagi, del maltempo, della malaria che spesso lo colpì.
Scoppiata la Seconda Guerra Mondiale, il 10 giugno 1940 l’Italia dichiarò guerra all’Inghilterra che aveva il protettorato sulla Birmania oggi Myanmar.
Tutti i missionari italiani furono considerati fascisti, costretti ad interrompere tutte le attività e il 21 dicembre 1941 furono inviati nei campi di concentramento inglesi situati in India. Dopo tre anni, verso la fine del 1944 alcuni missionari compreso padre Mario Vergara, furono rilasciati e quindi poterono ritornare alle loro missioni.
Il suo fisico si era molto indebolito, perché oltre alla spossatezza dovuta alla detenzione di quegli anni, aveva subito alcuni interventi chirurgici, fra cui l’asportazione di un rene. Nonostante la sua fragilità padre Vergara nel 1947 fondò un’altra missione in Birmania, quella di Shadaw.
I suoi sforzi apostolici diedero subito ottimi risultati, provocando però il risentimento dei protestanti battisti; intanto in Birmania, che nel 1948 aveva ottenuta l’indipendenza dall’Inghilterra, scoppiò la guerra civile. La posizione di padre Mario Vergara diventò molto precaria, anche per la sua opposizione forte e coraggiosa ai soprusi delle truppe cariane ribelli di religione battista, che opprimevano l’indifesa popolazione, requisendo viveri e imponendo tasse insopportabili.
Il 24 maggio 1950 padre Vergara, accompagnato dal suo catechista, il maestro Isidoro Ngei Ko Lat, si recò a Shadaw per protestare per un torto subito e lì vennero arrestati come spie del governo centrale; all’alba del 25 maggio 1950 furono uccisi a colpi di fucile e i loro corpi rinchiusi in sacchi, gettati nel fiume Salween e non più ritrovati; con loro fu ucciso anche padre Pietro Galastri, che dal 1948 era giunto a Shadow ad aiutare padre Vergara.
Il 9 dicembre 2013 Papa Francesco ha decretato il riconoscimento del martirio di Padre Mario ed Isidoro.
Giovane missionario, gloria del suo Istituto Religioso e della sua terra Campana. Mario Vergara nacque a Frattamaggiore (Napoli) il 18 novembre 1910, ultimo dei nove figli di Gennaro Vergara e Antonietta Guerra e due giorni dopo venne battezzato nella parrocchia arcipretale di S. Sossio (Diocesi di Aversa).
Una volta terminate le Scuole Elementari nel 1921, vincendo l’opposizione del padre, entrò nel Seminario di Aversa, ma spinto dal desiderio di amare Dio nei fratelli lontani e non credenti, a 19 anni nel 1929 entrò nel Pontificio Istituto Missioni Estere (PIME), fondato dal venerabile mons. Angelo Ramazzotti (1800-1861), vescovo di Pavia e patriarca di Venezia, che ha dato alla Chiesa tanti santi sacerdoti missionari, fra i quali il Beato Paolo Manna (1872-1952).
Nella Casa di Monza iniziò il terzo anno di liceo, ma prima del termine dell’anno scolastico, fu costretto a ritornare in famiglia per gravi motivi di salute (forti attacchi di appendicite e addirittura una peritonite).
Una volta guarito, pensò bene di non esporre il suo debole fisico ai freddi invernali del Nord Italia, pertanto riprese gli studi momentaneamente nel Seminario Campano di Posillipo a Napoli, diretto dai Padri Gesuiti.
A 23 anni il 31 agosto del 1933 rientrò nel PIME, frequentando a Milano l’ultimo anno di teologia e il 24 agosto 1934 fu ordinato sacerdote.
Dopo qualche giorno, dopo aver salutato perenti ed amici, padre Mario Vergara venne inviato in Birmania, dove giunse a Toungoo alla fine di ottobre 1934; qui si dedicò allo studio delle lingue delle tribù cariane e dopo qualche mese gli venne assegnato il distretto di Citaciò, della tribù dei Sokù con 29 villaggi.
Si faceva amare da tutti e tutti avevano una grande stima di lui, anche i sacerdoti indigeni; aveva un cuore d’oro, prediligeva i più piccoli e gli ammalati che assisteva e accudiva con grande dedizione.
Era sacerdote, educatore, medico, amministratore e spesso anche giudice ed arbitro; divenne per tutti, cattolici e non, un punto di riferimento, noncurante dei disagi, del maltempo, della malaria che spesso lo attaccò.
Ma sul mondo incombeva l’inizio della Seconda Guerra Mondiale, il 10 giugno 1940 l’Italia dichiarò guerra all’Inghilterra che aveva il protettorato sulla Birmania oggi Myanmar.
Tutti i missionari italiani furono considerati fascisti, costretti ad interrompere tutte le attività e il 21 dicembre 1941 furono inviati nei campi di concentramento inglesi situati in India.
Dopo tre anni, verso la fine del 1944 alcuni missionari compreso padre Mario Vergara, furono rilasciati e quindi poterono ritornare alle loro missioni.
Il suo fisico si era molto indebolito, perché oltre alla spossatezza dovuta alla detenzione di quegli anni, aveva subito alcuni interventi chirurgici, fra cui l’asportazione di un rene.
Ormai temeva di essere rimpatriato, perché considerato inutile, ma in realtà non fu così, mons. Lanfranconi vescovo di Toungoo gli espose il suo progetto di fondare una nuova missione all’estremità della frontiera orientale della Diocesi missionaria di Toungoo; padre Vergara accettò con entusiasmo e partì da solo; nel 1947 fondò la missione e poi parrocchia di Shadaw.
I suoi sforzi apostolici diedero subito ottimi risultati, provocando però il risentimento dei protestanti battisti; intanto in Birmania, che nel 1948 aveva ottenuta l’indipendenza dall’Inghilterra, scoppiò la guerra civile.
La posizione di padre Mario Vergara diventò molto precaria, anche per la sua opposizione forte e coraggiosa ai soprusi delle truppe cariane ribelli di religione battista, le quali opprimevano l’indifesa popolazione, requisendo viveri e imponendo tasse insopportabili.
Il 24 maggio 1950 padre Vergara, accompagnato dal suo catechista, il maestro Isidoro, si recò a Shadaw per protestare per un torto subito e lì vennero arrestati come spie del governo centrale; all’alba del 25 maggio 1950 furono uccisi a colpi di fucile e i loro corpi rinchiusi in sacchi, gettati nel fiume Salween e non più ritrovati; con loro fu ucciso anche padre Pietro Galastri, che dal 1948 era giunto a Shadow ad aiutare padre Vergara.
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - Beato Mario Vergara, pregate per noi.


*Beato Nicola (Mykola) Cehelskyj - Sacerdote e Martire (25 maggio)
Scheda del gruppo a cui appartiene:
“Beati 25 Martiri Greco-Cattolici Ucraini”

Strusiv, Ucraina, 17 dicembre 1896 - Javas, Ucraina, 25 maggio 1951
Martirologio Romano: Nel campo di prigionia della cittadina di Javas in Moldavia, Beato Nicola Cehelskyj, sacerdote e martire, che, sotto un regime di persecuzione contro la religione, vinse con la forza della fede i supplizi del martirio.
Mykola Cehelskyj nacque il 17 dicembre 1896 nel villaggio ucraino di Strusiv, nei pressi di Ternopil.
Nel 1923 si diplomò al dipartimento di teologia dell’università di Lviv e fu ordinato sacerdote
due anni più tardi, il 5 aprile 1925, dal metropolita André Shaptytsky, divenendo così sacerdote diocesano di rito bizantino dell’Arcieparchia di Lviv degli Ucraini.
Affidatagli la parrocchia del villaggio di Soroko, fu un prete zelante che si prendeva cura della vita spirituale, dell’educazione e del benessere dei suoi parrocchiani.
Promosse l’edificazione di una nuova chiesa. Dopo la seconda guerra mondiale cominciò un periodo di repressione totalitaria nei confronti della Chiesa.
Padre Nicola sperimentò in prima persona l’intimidazione da parte del regime, sino a quando fu arrestato il 28 ottobre 1946.
Il 17 gennaio 1947 venne condannato a dieci anni di prigione. Nonostante egli avesse una moglie, due figli e due figlie, fu comunque deportato in un campo di lavori forzati.
Conobbe così le tremende condizioni di vita del campo di Javas, celebre per il suo rigore e la sua crudeltà.
Dopo aver patito terribili sofferenze, sostenuto dalla forza della fede, morì infine il 25 maggio 1951 e fu seppellito nel cimitero del campo.
Mykola Cehelskyj fu beatificato da Giovanni Paolo II il 27 giugno 2001, insieme con altre 24 vittime del regime sovietico di nazionalità ucraina.
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Nicola Cehelskyj, pregate per noi.


*San Pietro Doan Van Van - Martire (25 maggio)
m. 1857
Martirologio Romano:
Nel Tonchino, ora Viet Nam, San Pietro Doàn Văn Vân, martire, che, catechista e responsabile della parrocchia di Bầu Nọ, ottuagenario suggellò con il sangue la sua perseveranza nella fede sotto l’imperatore Tự Đức.
(Fonte:
Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - San Pietro Doan Van Van, pregate per noi


*San Pietro Malasanch - Martire Mercedario (25 maggio)
+ Granada, Spagna, 1428
Di nobile famiglia catalana, San Pietro Malasanch, nacque a Lerida (Spagna); all’età di 18 anni, dopo aver assistito ad una predica, prese la decisione di entrare nell’Ordine Mercedario.
Cominciò così una vita in povertà e santità che tutti i religiosi ne ammiravano il fervore.
Nominato redentore compì due redenzioni in Africa con il confratello San Giovanni da Granada negli anni 1415 e 1427, ma dal ritorno dell’ultima, appena arrivati a Granada vennero arrestati dai mori.
Subirono diversi maltrattamenti ed infine ricevettero il martirio, San Pietro Malasanch raggiunse la gloria celeste trafitto da frecce nel 1428.
L’Ordine lo festeggia il 25 maggio.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Pietro Malasanch, pregate per noi.


*San Senzio di Bieda - Martire (25 maggio)
Emblema: Palma
Di Lui si sa poco. Era un eremita, vissuto nel V secolo. é il secondo patrono e protettore di Blera (in provincia di Viterbo) dopo San Vivenzio.
Un percorso naturalistico nei pressi di Blera, molto interessante anche dal punto di vista storico-archeologico, passa anche davanti all’eremo del Santo.
Camminando lungo il sentiero infatti, dopo il ponte del diavolo (II secolo a.C.) si riprende l’antica via Clodia e si sale alla fontana di San Sensia e alla grotta omonima che, secondo la tradizione, il Santo eremita abitò nel V secolo d.C. Blera, che fu al centro dell’attività evangelizzatrice di San Sensia, è una cittadina molto legata alla cristianità; fu infatti la prima diocesi della Tuscia Romana, con 16 vescovi tra il 457 al 1093, primo dei quali San Vivenzio, principale patrono e protettore della cittadina. Blera diede i natali anche a due Pontefici: Sabiniano I (604-606) e Pasquale II (1099-1118).
A San Sensia era dedicata l’attuale chiesa di San Nicola in Blera. Un’immagine del Santo si trova all’interno della chiesa Collegiata di Blera. Nella prima cappella della navata destra infatti, dedicata al SS. Sacramento, troviamo un grande stendardo in tela raffigurante un ostensorio sotto il quale pregano San Sensia e San Vivenzio e la Madonna Assunta in Cielo.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Senzio di Bieda, pregate per noi.


*San Zanobi (Zenobio) - Vescovo di Firenze (25 maggio)
Firenze, IV secolo - † 417
Martirologio Romano:
A Firenze, San Zenobio, vescovo.
L’unica notizia storica e sicura che ci è pervenuta di San Zenobio è quella riferita dal biografo di Sant’ Ambrogio, Paolino, il quale scrivendo verso il 422 dice che a Firenze: “è ora vescovo il Sant’uomo Zenobio”.
Egli nacque nel capoluogo toscano verso la metà del secolo IV e l’arcivescovo di Amalfi, Lorenzo
(† 1049) che scrisse la prima biografia mentre era in esilio a Firenze, racconta che Zanobi (Zenobio) ebbe una educazione cristiana impartitagli dal vescovo Teodoro, poi si sarebbe trasferito a Roma dove avrebbe ricevuto dal Papa Damaso († 384) l’incarico di una missione presso la corte imperiale di Costantinopoli.
Ritornato a Firenze riprese il suo ministero, forse non ancora episcopale, ma certamente di rilievo, se nel 394, come narra il su citato Paolino ebbe l’occasione di conoscere e conversare con Sant'Ambrogio di Milano, di passaggio per Firenze.
Divenuto vescovo della città, esercitò con abnegazione l’attività episcopale, evangelizzando completamente Firenze ed i dintorni; si meritò la definizione da parte di Paolino di “vir sanctus”, avendolo conosciuto personalmente, è riconosciuto in antichi documenti successivi, come “Apostolo di Firenze”; lottò contro l’arianesimo, eresia che si diffondeva in quei tempi, secondo cui il Verbo incarnato in Gesù, non è della stessa sostanza del Padre, ma rappresenta la prima delle sue creature e condannata da vari Concili del IV sec.
Morì verso il 417 e sepolto prima in San Lorenzo che secondo alcuni, aveva fatto costruire lui stesso, poi traslato nel sec. IX in Santa Reparata (oggi Santa Maria in Fiore), le reliquie sono custodite in un’urna scolpita da Lorenzo Ghiberti.
Patrono assieme a Sant'Antonino della città di Firenze, la sua celebrazione religiosa è al 25 maggio.
Egli è raffigurato nell’arte fiorentina, sempre in abiti e insegne vescovili, in cui compare costantemente il giglio simbolo di Firenze, inoltre raramente è da solo, ma sta sempre in compagnia di altri Santi per lo più in preghiera davanti alla Vergine.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Zanobi, pregate per noi.


*Altri Santi del giorno (25 Maggio)
*xxx
Giaculatoria - Santi tutti, pregate per noi


 
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