Santi del 25 Marzo - Istituto Aveta

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Santi del 25 Marzo

Il mio Santo > I Santi di Marzo

*Beato Andrea Laurenzo (25 marzo)

Fiorì al principio del sec. XVI e da alcuni storici dell'Ordine è chiamato Beato. Visse da perfetto religioso ed ebbe il dono della profezia.
Il Pirro lo ricorda con queste parole: "fuit omnium virtutum genere ornatissimus, sui obitus diem atque imminentem ruinam quibusdam fossoribus qui, sub ripa, suam navabant operam certissime praedixit."
(Fu ornato di ogni virtù, predisse la rovina di una rupe sotto cui lavoravano gli operai (salvandoli) e il giorno della sua morte).
Nel martirologio francescano è ricordato il 25 marzo come Beato. Morì nel 1562 secondo il Caruso e Alimena.  
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)  
Giaculatoria - Beato Andrea Laurenzo, pregate per noi.  


*Beato Andrea Zadeja - Sacerdote e Martire (25 marzo)  
Scheda del Gruppo a cui appartiene:
"Beati Martiri Albanesi" (Vincenzo Prennushi e 37 compagni) – (5 novembre)

Scutari, Albania, 3 novembre 1891 – 25 marzo 1945

Don Ndre Zadeja, sacerdote della diocesi di Scutari, esercitò il ministero in vari paesini albanesi, ma fu più noto come poeta e autore di drammi storici. Arrestato il 3 febbraio 1945 per aver impartito l’ultima assoluzione a un condannato a morte, venne imprigionato e, il 25 marzo seguente, fucilato con altri tredici detenuti.
Compreso nell’elenco dei 38 martiri albanesi capeggiati da monsignor Vinçenc Prennushi, è stato beatificato a Scutari il 5 novembre 2016.
Vocazione e formazione
Ndre (albanese per Andrea) Zadeja nacque a Scutari in Albania il 3 novembre 1891. Il padre, Gjon, era un artigiano; la madre, Lukja, casalinga. Frequentò la scuola primaria e nel 1903, influenzato da un cugino, don Mati Fishta, entrò al Collegio Saveriano dei padri Gesuiti, diplomandosi nel 1912.
Il 30 settembre 1913 partì per Innsbruck, dove studiò filosofia e teologia fino al 16 marzo 1916. Una volta completati gli studi, tornò a casa: celebrò la Prima Messa il 26 aprile 1916 nella chiesa della Madonna del Buon Consiglio, alle pendici del Castello di Rozafa, a Scutari.
Parroco e "poeta della tenerezza"
Poco dopo fu nominato da monsignor Jak Serreqi, arcivescovo di Scutari, suo segretario personale. Terminato l’incarico, fece il parroco a Mal të Jushit, Bogë, Shkrel e Sheldî. Lo stretto rapporto con il popolo gli permise di studiare con attenzione il suo stile di vita, la sua mentalità e anche la lingua.
Per la delicatezza delle sue poesie religiose, molte delle quali dedicate alla Madonna, che apparivano come un vero e proprio catechismo in versi, gli venne attribuito il soprannome di "poeta della tenerezza". Seguendo le orme di padre Gjergj Fishta, sacerdote e poeta, compose inoltre poesie e drammi storici.
Un incidente diplomatico
Tuttavia, la prima del dramma «L’ora albanese» provocò un caso diplomatico nel 1919, quando l’Italia occupava il porto di Vlora. Durante la rappresentazione, infatti, i presenti in sala si alzarono in piedi e gridarono: «Viva Vlora albanese!».
Il Capitano di corvetta Ugo Perricone, reggente il Consolato italiano a Scutari, e il generale Francavia erano sul punto di lasciare l’incarico, quando il Console di Francia, il barone di Geraud, fece loro notare: «Non è avvenuta la stessa cosa alla Scala di Milano, quando gli spettatori italiani si levarono in piedi dinanzi agli austriaci per acclamare Verdi [che i patrioti italiani interpretavano come sigla per Vittorio Emanuele Re d’Italia]? Gli stessi austriaci applaudivano!».
La minaccia comunista incombe
Durante gli anni dell’occupazione italiana fascista prima e di quella nazista poi, era parroco a Sheldija, un paese di montagna a est di Scutari: per aver dato accoglienza agli oppositori di entrambi i regimi, rischiò più volte la vita.
Ma un’altra minaccia incombeva sull’Albania, incarnata nei partigiani comunisti che avevano preso il potere. Don Ndre ne era consapevole, tanto da dichiarare, il 16 agosto 1944, durante la Messa per la festa di San Rocco nella chiesa a lui dedicata a Sheldija: «Due parole devo dire oggi a voi, specialmente a voi giovani; una nuvola nera, portatrice di un’ideologia rossa, sta per piombare sulle vostre teste. La sua intenzione è quella di scaricarsi su di voi.
Allora non potrete fare niente contro di essa, solo sopportarla con tutti i suoi mali, e tra questi la negazione di Dio».
Arrestato per un’assoluzione
Il 3 febbraio 1945, presso la scuola elementare di Sheldija, venne radunata la gente del villaggio, invitata a consegnare le armi. L’unico a rifiutarsi fu un contadino, Tomë Marku, che venne fucilato senza processo.
Don Ndre, noncurante del rischio, ma pienamente consapevole dei suoi doveri di sacerdote, diede l’ultima assoluzione alla vittima: quel gesto fu considerato atto ostile al regime e gli costò l’arresto.
Il martirio
Rinchiuso nel carcere di Scutari, vi trovò altri esponenti del clero cattolico. I capi d’accusa che gli vennero rivolti furono quello di aver ospitato don Lazër Shantoja, anche lui poeta e patriota, e di essere stato un collaborazionista della Gestapo e dei fascisti, per il motivo accennato sopra.
Infine, il 25 marzo 1945, don Ndre venne tratto fuori di prigione con altri tredici detenuti, per essere condotto alla fucilazione. I sacerdoti incarcerati, che li videro passare da dietro le sbarre, impartirono loro l’ultima benedizione.
Il suo corpo venne prelevato dai seminaristi diocesani, guidati da don Tom Laca, che lo seppellirono nel cimitero di Rrëmaj. Prima di chiudere la bara che era stata preparata in fretta, un seminarista, Mark Çuni, adagiò la bandiera albanese sul suo petto.
Di lì a poco avrebbe subito la sua stessa sorte: subì un processo e venne fucilato perché accusato di essere uno dei fondatori dell’«Unione Albanese», in realtà lo pseudonimo con cui aveva firmato, insieme a un compagno, alcuni volantini di protesta contro le elezioni-farsa del regime.
La beatificazione
Compreso nell’elenco dei 38 martiri albanesi capeggiati da monsignor Vinçenc Prennushi, don Ndre Zadeja è stato beatificato a Scutari il 5 novembre 2016. Dello stesso gruppo fanno parte anche don Lazër Shantoja, il seminarista Mark Çuni e altri diciotto sacerdoti diocesani.
(Autore: Emilia Flocchini – Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - Beato Andrea Zadeja, pregate per noi.


 

*Beato Arnaldo de Amer - Maestro Generale dell’Ordine, Mercedario (25 marzo)
+ 1308
Appartenente alla famiglia di San Pietro de Amer, il Beato Arnaldo si distinse nel convento di Santa Maria degli Angeli di El Puig (Spagna), per i tanti meriti e perseveranza nella preghiera e digiuni.
Il 29 settembre del 1301 venne eletto Maestro Generale dell’Ordine Mercedario con l’appoggio di Re Giacomo II° il quale chiese conferma dell’elezione a Papa Bonifacio VIII°, fu inviato in seguito dal Re d’Aragona a trattare una questione di pace.
Come redentore liberò 223 schiavi dalle carceri dei pagani e visitò tutti i conventi di Castiglia.
Morì santamente nel 1308.
L’Ordine lo festeggia il 25 marzo.  
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)  
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*Sant'Aroldo di Gloucester - Martire (25 marzo)

+ 1168  
Sant’Aroldo è uno dei numerosi fanciulli presunti vittime dell’omicidio rituale perpetrado dagli ebrei in odio alla fede cristiana.
Numerosi altri suoi emuli sono venerati localmente, fra i quali:
Varnerio (Werner) di Oberwesel, Simonino di Trento, Rodolfo di Berna, Michele de' Giacobi, Giovannino Costa da Volpedo, Sebastiano da Porto Buffole, Lorenzino Sossio da Marostica, Domenico Del Val, Cristoforo della Guardia, Guglielmo di Norwich, Riccardo di Pontoise, Ugo di Lincoln, Simonino di Vilna, Andrea di Rinn, Corrado Scolaro di Weissensee, Enrico di Monaco, Luigi Von Bruck, Michele di Suppenfeld, Giovanni di Witow, Elisabetta di Punia, Mattia Tillich, Rodberto di Parigi.  
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*San Dismas, il Buon Ladrone (25 marzo)
I secolo
La tradizione evangelica narra che Cristo venne crocifisso tra due malfattori, condannati al medesimo supplizio per essersi macchiati del gravissimo peccato dell'assassinio a scopo di rapina. San Luca (23, 39-43) narra che uno dei due ladroni si unì al coro di ingiurie e scherni rivolti dalla folla a Gesù, mentre l'altro, quello a destra, dopo aver ammesso le proprie colpe e pentendosi dei peccati commessi, implorò il Figlio di Dio affinché si ricordasse di lui una volta giunto nel suo regno.
Cristo accolse la sua preghiera e lo confortò promettendogli il Paradiso.
I testi apocrifi aggiungono allo scarno racconto evangelico molti particolari giungendo perfino a dare un nome ai due ladroni: Gestas, il primo, e Dismas o Dimas il secondo, divenuto ben presto molto popolare. Nel Medioevo fu venerato in molti luoghi, a volte con il nome di Buon Ladrone, talora con il nome di Dismas.  
Patronato: Condannati a morte
Martirologio Romano: Commemorazione del santo ladrone, che, avendo professato la fede in Cristo sulla croce, meritò di udire da lui: «Oggi con me sarai nel paradiso».
Se i santi potessero provare invidia, sentimento molto diffuso tra i comuni mortali, certamente di lui avrebbero  buon diritto di essere invidiosi.  
Perché mentre gli inquilini aureolati del Paradiso più “antichi” sono stati proclamati santi dal vescovo locale e per la canonizzazione degli altri ci ha pensato il Vicario di Cristo in terra (cioè il
Papa), solo lui potrebbe vantarsi (anche questo sentimento non degno di un santo) di essere stato canonizzato da Cristo stesso.  
E non nello splendore della Gloria del Bernini, ma nel momento di maggior desolazione e di strazio umano, Della sua vita i Vangeli nulla dicono, e delle non encomiabili azioni che deve aver compiuto possiamo solo immaginare la gravità dal tipo di pena capitale che gli venne riservata.  
Però hanno conservato tutta la drammaticità della confessione estrema, che ha fatto di lui il primo “pentito” della storia, senza ottenere con ciò sconti di pena, garanzie o protezioni, ma qualcosa di ben più importante, almeno per un cristiano: il perdono e l’ingresso immediato in paradiso.  
E con una procedura “per direttissima” che rasserena e conforta: da quel momento in poi nessuno, per quanto male abbia utilizzato i suoi giorni quaggiù, può dubitare di ottenere il perdono e di salvare l’anima.  
A condizione che abbia il coraggio di gridare ad alta voce la sua fede in Cristo, confessare umilmente i suoi peccati, sperare che anche per lui ci sia un posto nel “suo Regno”. Proprio come ha fatto il “malfattore pentito”.  
Che, in mancanza di dati anagrafici certi, si è visto affibbiare un nome e un “curriculum vitae” che ovviamente appartengono alla leggenda, anche se con tradizioni millenarie.  
Per comodità, o anche solo perché non ci piace definirlo “ladrone” anche se accompagnato dall’aggettivo “buono, lo chiameremo quindi anche noi Disma, o meglio San Disma, visto che ci ha pensato Gesù stesso a proclamarlo tale.  
Nulla diciamo sulla sua poca onorevole professione, perché ci dovremmo affidare solo alla leggenda.
Di sicuro era un uomo che  molto ha sbagliato e che per questo ha pagato, come il “collega” crocifisso con lui, ma, a differenza di questo, senza disperare, che  Gesù anche in extremis avrebbe potuto cambiargli il cuore e regalargli un destino nuovo oltre la morte.
Di sicuro c’è un giorno per festeggiarlo, il 25 marzo; un grande santuario a san Josè dos Campos, in Brasile; una devozione abbastanza diffusa in varie parti del mondo.
In particolare è il protettore degli agonizzanti, soprattutto di quelli la cui conversione nell'ultimo momento sembra più difficile; gli affidano la protezione delle case e delle proprietà contro i ladri; lo invocano nelle cause difficili, specialmente nei problemi finanziari, per la conversione e la correzione degli alcolizzati, dei giocatori d'azzardo e dei ladri; è il protettore dei prigionieri e delle carceri, dei cocchieri e dei conducenti di veicoli. (Autore: Gianpiero Pettiti)
«Commemorazione del santo ladrone che, avendo confessato Cristo sulla croce, meritò di sentirsi dire da lui:  “Oggi sarai con me in Paradiso” ». Così leggiamo nell’elenco universale dei santi, il Martirologio romano, alla data del 25 marzo; e le Chiese orientali lo ricordano due giorni prima, il 23.
È l’uomo che solitamente chiamiamo Buon Ladrone, e che si venera come santo.
Un santo, possiamo anche dire, canonizzato per voce stessa di Gesù.
Non conosciamo il suo nome con certezza. Lo si chiama Disma negli Atti di Pilato, che sono un testo non canonico, ossia non accolto dalla Chiesa fra le Scritture sacre.
E nulla di certo sappiamo della sua vita, se non che per i suoi delitti è stato condannato a morte insieme a un altro. Tutti e due, apprendiamo dai Vangeli, vengono messi in croce sul Calvario insieme con Gesù: uno alla sua destra, l’altro alla sua sinistra, come precisano Matteo, Marco e Luca.  
Quest’ultimo ci dà poi la narrazione più diffusa di quei momenti (Luca 23, 39-43).
Uno dei due condannati, dalla sua croce, si mette a gridare insulti contro Gesù, deridendolo come fanno anche i soldati-carnefici: «Non sei il Cristo? Salva te stesso e anche noi!».
Ed ecco il rimprovero dell’altro condannato per quelle ingiurie: «Neanche tu hai timor di Dio, benché condannato alla stessa pena? Noi giustamente, poiché riceviamo il giusto per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male».
A questo punto l’uomo ha già meritato la qualifica di “buon ladrone”.
È uno, infatti, che sa riconoscere di meritare per i suoi delitti la pena massima e infamante.
Un pentito, insomma, ma che si pente espiando; non per scansare l’espiazione. Infine, un uomo che nel suo soffrire è anche capace di compassione per i dolori di Gesù, che è stato condannato pur essendo innocente.
In genere l’attenzione per l’uomo si ferma qui.
Ma lui parla ancora, rivolgendosi direttamente a Gesù: «Ricordati di me quando entrerai nel tuo regno».
E questo è il suo tranquillo e totale “atto di fede” in Gesù, che in questo momento non sta compiendo miracoli come quelli che meravigliavano  le folle e incoraggiavano i discepoli: ora Gesù pende agonizzante dalla croce, tra ingiurie e disprezzo.
Ma lui gli parla come a un sovrano in trono.
Lo riconosce Signore di un regno nel quale supplica di essere accolto, senza una parola di rimpianto per la sua vita terrena che sta finendo.
Ha quella fede che Gesù si sforzava di instillare nei suoi discepoli, e che ora egli premia nel ladrone con la breve risposta: «Oggi sarai con me nel paradiso».
Nell’antichità cristiana si sono diffuse molte  leggende sul Buon Ladrone.
Secondo una di esse, egli avrebbe partecipato al sequestro di Maria e Giuseppe col piccolo Gesù, durante la loro fuga in Egitto.
Anche queste narrazioni fantasiose confermano l’importanza che fin dai primissimi tempi il mondo cristiano gli ha attribuito, venerandolo subito come Santo.  
(Autore: Domenico Agasso - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Dismas, pregate per noi.  


*San Dula - Martire di Nicomedia (25 marzo)

Martirologio Romano: A Nicomedia, San Dula, martire.  
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*Sant'Ermelando - Abate di Aindre (25 marzo)

† 720 circa

Martirologio Romano: Sull’isola di Indre nei pressi di Nantes in Francia, Sant’Ermelando, che lasciata la corte del re si fece monaco a Fontenelle e fu poi primo abate del monastero del luogo.
Possediamo su di lui una Vita quasi contemporanea, contenuta in un manoscritto dell’anno 767. Secondo questo prezioso documento, Ermelando nacque a Noyon, in seno ad una nobile famiglia, e fece dapprima carriera alla corte di Clotario III (657-673), ottenendo dal favore del re la carica di coppiere, poi, rifiutando una proposta di matrimonio, chiese al sovrano il permesso di entrare in un monastero e divenne monaco a Fontenelle, allora indicato col nome di San Vandrigisilo.
Quivi visse alcuni anni sotto la direzione dell’abate San Lamberto, che doveva diventare arcivescovo di Rouen.
In quel tempo il vescovo di Nantes, Pascario, domandò all’abate Lamberto di inviargli un gruppo di monaci per fondare un’abbazia nella sua diocesi. Ermelando fu designato per mettersi a capo di una comunità di dodici monaci.
Con l’appoggio di Pascario, Ermelando scelse come sito un’isola della Loira, prossima a Nantes, che chiamò Antrum a motivo dell’abbondanza dei boschi. Ottenne anche da Pascario un privilegio che sottraeva il monastero all’autorità dei futuri vescovi di Nantes ed un diploma dal re Childeberto III (695-711) che garantiva la libertà di questa abbazia, concedendole ad un tempo l’esenzione e l’immunità.
Non si sa quanti anni rimase a capo del suo monastero; il suo biografo si contenta di dire che egli era diventato vecchissimo quando abdicò al potere. Morì sotto il suo secondo successore, in una data impossibile a precisarsi, ma che si può collocare tra il 710 e il 730.
L’abbazia di Aindre, fu poi distrutta dai Normanni nell’843 e più non risorse dalle sue rovine.
Nel secolo XII, in una chiesa dedicata a lui, a Rouen, si verificò un miracolo celebre, narrato in un testo che negli Acta Sanctorum è pubblicato in calce alla Vita.
Attualmente il suo culto è attestato a Bagneux, presso Parigi, e a Loches, senza dubbio poiché in queste due località furono trasferite le reliquie del Santo dopo le invasioni normanne. Ermelando è rappresentato con una lampreda, pesce che risale la Loira in primavera; i contadini gli attribuiscono il potere di liberare i loro alberi dai bruchi.
La sua festa ricorre il 25 marzo.

(Autore: Henri Platelle – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*Sant'Everardo di Nellemburg - Monaco (25 marzo)
m. 1078
Etimologia:
Everardo = audace, forte come il cinghiale, dal tedesco
Martirologio Romano: A Schaffhausen in Svevia, Beato Everardo, che, conte di Nellenburg, abbracciò la vita monastica nel cenobio di Tutti i Santi da lui costruito.
Fondò verso il 1050 il monastero benedettino di Allerheiligen (Tutti i Santi) a Schaffhausen, il cui altare fu  consacrato da Leone IX il 22 novembre 1049 e la chiesa da altri il 3 novembre 1054, dotandolo di possessi ed entrandovi come semplice monaco verso il 1070.
Vi morì prima del 1080, un 25 marzo, ma la sua memoria, per la coincidenza con la festa dell'Annunciazione, fu trasferita al 26.
Il sepolcro nella chiesa del monastero, già molto visitato, dall'epoca della Riforma venne dimenticato; si conserva però ancora il sarcofago, anteriore al 1290, con la figura del beato al naturale.  
Anche la sposa di Everardo, contessa Ita, fondatrice del monastero femminile di Sant’ Agnese a Schaffhausen fu venerata come Beata.  
(Autore: Rudolf Henggeler – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*Beato Francesco Bruno - Francescano (25 marzo)

+ Burgio, Agrigento, 25 marzo 1614
Raro esempio di pazienza che meritò tante estasi, e la visione in ispirito del Paradiso, nato a Cammarata, ove vestì l'abito serafico e morto a Burgio, tra i Riformati, coi quali visse tanto tempo, il 25 Marzo 1614, celebre per miracoli in vita e dopo la morte.
(Autore: Raimondo Lentini – Fonte: P. Agostino Gioia ofm, La Minoritica Provincia di Val Mazara, Palermo 1925)
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*Beato Giacomo Bird - Martire (25 marzo)

Scheda del gruppo a a cui appartiene:
“Beati Martiri di Inghilterra, Galles e Scozia" Beatificati nel 1886-1895-1929-1987

Winchester, Inghilterra, 1574 – 1593
Beatificato nel 1929 da Papa Pio XI.
Martirologio Romano: A Winchester sempre in Inghilterra, Beato Giacomo Bird, martire: sotto la stessa regina a diciannove anni, fattosi da poco cattolico, si rifiutò di partecipare a una liturgia che sentiva come estranea e meritò così di pervenire alla celebrazione della liturgia celeste.
Giacomo Bird nacque a Winchester nel 1574, in Inghilterra, da famiglia aristocratica, il cui padre era stato magistrato della città.
Il piccolo fu educato nel Protestantesimo, che, all’età di 15 anni abbandonò per entrare  nella Chiesa Cattolica. Durante la perquisizione nella casa di un certo Hathe, dove si era recato per cercare il sacerdote Norton, venne arrestato come persona sospetta e condotto davanti al giudice.
Venne interrogato e gli fu chiesto da quanto tempo fosse cattolico, egli rispose che lo era da quattro anni e per tale ragione venne condannato a morte come traditore.
Tuttavia gli fu data un’opportunità: se rinunciava alla Chiesa cattolica sarebbe stato graziato; ma il giovane rifiutò categoricamente, così come si rifiutò di partecipare ad una liturgia anglicana, meritando così di «pervenire alla celebrazione della liturgia celeste», come recita il martirologio romano.
Il santo Padre Benedetto XVI il 18 settembre 2010, nell’omelia tenuta in Westminster, ha spiegato l’importanza della Santa Messa come Santo Sacrificio e per la quale molti hanno scelto di morire, piuttosto che di vederla profanata e oltraggiata: «La realtà del sacrificio Eucaristico è sempre
stata al cuore della fede cattolica; messa in discussione nel sedicesimo secolo, essa venne solennemente riaffermata al Concilio di Trento, nel contesto della nostra giustificazione in Cristo.
Qui in Inghilterra, come sappiamo, molti difesero strenuamente la Messa, sovente a caro prezzo, dando vita a quella devozione alla Santissima Eucaristia che è stata una caratteristica del cattolicesimo in queste terre.
Il sacrificio Eucaristico del Corpo e Sangue di Cristo comprende a sua volta il mistero della passione di nostro Signore che continua nei membri del suo Corpo mistico, la Chiesa in ogni epoca.
Il grande crocifisso che qui ci sovrasta, ci ricorda che Cristo, nostro eterno sommo sacerdote, unisce quotidianamente i nostri sacrifici, le nostre sofferenze, i nostri bisogni, speranze e aspirazioni agli infiniti meriti del suo sacrificio».
Suo padre insistette, ma egli rispose: «Ti ho sempre ubbidito volentieri e ubbidirei volentieri anche adesso se potessi farlo senza offendere Dio». Si trovava sul patibolo e Giacomo volle sapere la ragione vera della sua condanna, gli fu detto: «Prometti piuttosto di frequentare la chiesa [anglicana] e allora avrai la grazia della regina».
Il diciannovenne rispose: «Vi sono riconoscente: se posso salvarmi la vita entrando in una chiesa protestante, è segno che sono ucciso unicamente per la causa della religione e della fede».  
Il martire venne così impiccato e squartato il 25 marzo 1593, 58 anni dopo il martirio di San Tommaso Moro, e fu beatificato da Pio XI il 15 dicembre 1929.
(Autore: Cristina Siccardi  - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Giacomo Bird, pregate per noi.  


*Beato Guglielmo di Norwich - Fanciullo, Martire (25 marzo)

1132 - 1144  
Emblema:
Palma
La nostra unica fonte riguardante l’esistenza di Guglielmo (1132-1144) è una Vita scritta da un monaco di Norwich, Tommaso di Monmouth, ca. il 1170, e inclusa da Giovanni di Tynemouth (m. ca. 1340) nella sua “Nova Legenda Angliae” che, a sua volta, è la fonte del testo di Giovanni Capgrave pubblicato negli Acta Sanctorum.
Secondo Tommaso di Monmouth, il Sabato Santo (25 marzo) 1144, in un bosco presso Norwich, si trovò appeso ad un albero un sacco contenente un corpo che, in seguito, fu identificato come appartenente a Guglielmo, un apprendista conciatore di dodici anni.
Un mese dopo la scoperta, il corpo fu sepolto dai monaci della cattedrale di Norwich, nel loro comitero. I segni di violenza riscontrati sul corpo suggerirono che Guglielmo fosse stato crocifisso, ma soltanto dopo cinque
 anni si tentò di dare una spiegazione al fatto.
In seguito, un ebreo convertito, di nome Teobaldo, affermò di aver visto degli ebrei assassinare il ragazzo in ossequio ad una credenza giudaica, secondo cui ogni anno si doveva sacrificare un cristiano per ottenere la liberazione  del popolo ebreo.
Una donna, inoltre, disse che veramente il Venerdì Santo (24 marzo 1144) Guglielmo era stato ucciso nella casa ebrea presso cui ella lavorava. Qualunque sia il valore del racconto di Tommaso di Monmouth, questa leggenda costituisce il più antico esempio dell’accusa di sacrifici rituali rivolta agli ebrei.
Probabilmente la leggenda ebbe origine dall’accertato culto tributato ad un bambino Santo, chiamato Guglielmo di Norwich il cui corpo nel 1151, fu  trasferito dal capitolo di Norwich, dove era stato sepolto, nella cattedrale.
In questa occasione vi furono scene di grande fervore religioso ed il culto rimase costante, con attestazione di miracoli, per tutto il Medio Evo. La festa di Guglielmo è celebrata il 26 marzo a Norwich e il 25 altrove.  
(Autore: Leonard Boyle – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*Beato Ilarione (Pawel) Januszewski (25 marzo)

Scheda  del Gruppo a cui appartiene:
"Beati 108 Martiri Polacchi"
 
Krajenki, Polonia, 11 giungo 1907 - Dachau, 25 marzo 1945
Quando nella primavera del 1945 gli americani aprirono la baracca 25 del campo di concentramento tedesco di Dachau, trovarono centinaia di cadaveri. Tra loro il carmelitano polacco Ilario Januszewski, morto pochi giorni prima di tifo.
Nato nel 1907 a Krajenki, a 20 anni era entrato nell'ordine e a 27 era diventato prete. Recatosi per studio a Roma, fu poi destinato al Carmelo di Cracovia. Di qui fu deportato nel 1940, offrendosi in cambio di un confratello più anziano. Stile di carità che seguì anche nel lager, insieme al confratello Beato Tito Brandsma. E' sugli altari dal 1985 con oltre cento martiri polacchi del nazismo. (Avvenire)
Martirologio Romano: Nel campo di prigionia di Dachau vicino a Monaco di Baviera in Germania, Beato Ilario Januszewski, sacerdote dell’Ordine dei Frati Scalzi della Beata Vergine del Monte Carmelo e martire: in tempo di guerra, fu deportato a causa della fede in Cristo dalla Polonia in questo carcere straniero; ammalatosi di tifo nell’assistere i malati, morì insigne per fede e carità.
Padre Ilarione Januszewski nacque l'11 giungo 1907 a Krajenki (Polonia) e fu dato il nome di Pawel. Fu educato cristianamente dai suoi genitori Martin e Marianne.
Dopo aver frequentato il collegio di Greblin (dove la sua famiglia risiedeva dal 1915), continuò i suoi studi nell'Istituto di Suchary che abbandonò più tardi per problemi economici familiari. Nel frattempo la sua famiglia si trasferì a Cracovia, dove conseguì altri studi e nel 1927 entrò nell'Ordine Carmelitano. Dopo aver compiuto il noviziato a Leopoli, il 30 dicembre 1928, emise la professione semplice.
Alla fine degli studi filosofici a Cracovia, fu inviato al Collegio Internazionale Sant'Alberto a Roma. Fu ordinato sacerdote il 15 luglio 1934. Avendo ottenuto il lettorato in teologia e il premio destinato agli studenti più bravi dell'Accademia Romana di S. Tommaso, nel 1935 ritornò in Polonia nel convento di Cracovia.
Appena ritornato in Polonia venne nominato professore di Teologia Dogmatica e della Storia della
Chiesa nell'istituto della Provincia Polacca a Cracovia. Il 1 novembre 1939, P. Eliseo Sánchez-Paredes, Provinciale, lo nominò priore della comunità. A quel tempo, da poche settimane, la Polonia era occupata dai tedeschi. Un anno dopo, gli invasori decretarono l'arresto di numerosi religiosi e sacerdoti.
Il 18 settembre 1940, dal Carmelo di Cracovia, furono deportati dalla gestapo quattro frati. Nel mese di dicembre, all'arresto di altri frati, P. Ilarione decise di consegnarsi in cambio di un frate più anziano e malato.
Da quel giorno incominciò il suo calvario. Venne inviato nella prigione di Montelupi (Cracovia), nel campo di concentramento di Sachsenchausen e nell'aprile 1941 nel campo di concentramento di Dachau.   Là fu un esempio di vita di preghiera, incoraggiando gli altri e suscitando fiducia in un domani migliore. Insieme agli altri Carmelitani, fra i quali il beato Tito Brandsma, si radunava spesso per la preghiera. Nel frattempo, nel  campo di concentramento, nella baracca 25, dilagava il tifo.
Per assistere i malati si presentarono alle autorità del campo 32 sacerdoti. Un paio di giorni dopo si associò spontaneamente il P. Ilarione Januszewski. Il suo apostolato durò 21 giorni, perché infettato dal tifo, morì il 25 marzo 1945, pochi giorni prima dalla liberazione del campo di concentramento. Il suo corpo fu bruciato nel crematorio campestre di Dachau.
Padre Ilarione Januszewski è stato beatificato da Giovanni Paolo II il 13 giugno 1999, durante il suo viaggio apostolico a Varsavia (Polonia). In questa occasione il Papa ha beatificato 108 martiri polacchi della seconda guerra mondiale, vittime della persecuzione nazista.  
(Autore: Anthony Cilia – Fonte: www.ocarm.org)  
Giaculatoria - Beato Ilarione Januszewski, pregate per noi.  


*Sant'Isacco - Patriarca (25 marzo)
Etimologia: Isacco = Dio gli sorride, salvezza di Dio, dall'ebraico
Figlio di Abramo e Sara, padre di Esaú e Giacobbe.
Visse piú a lungo di Abramo, meno nomade di lui, meno ricco di figli, meno favorito di visioni soprannaturali, per quello almeno che il Genesi narra di lui.
Erede delle divine promesse, rinnovategli da Iahweh dopo la morte di Abramo, intensamente devoto, sembra il tipo dell'umile che, nel nascondimento, si rimette sempre  fiducioso alla volontà di Dio.
Sara nonagenaria dà alla luce Isacco, cosí chiamato per il riso di meraviglia e di gioia di Abramo, quando un anno prima gliene fu promessa e annunziata la nascita.
Il figlio della promessa fu cosi anche il figlio del miracolo.
Alcuni moderni hanno pensato che Isacco fosse un nome teoforico con l'apocope del finale el=Dio sorrida, cioè "sia favorevole".
Senza recriminazioni, mansueto ed ossequiente, il giovane Isacco si lascia legare e porre sull'ara per essere immolato a Dio, nella prova rifulse la santità di Abramo e la profonda pietà del figliolo Gen. 22).
Isacco sentì fortemente la perdita di Sara, sua madre; ogni sera si recava nella solitudine della campagna per dare sfogo al suo dolore e meditare sui disegni della Provvidenza divina a rassegnazione del suo animo affranto.
E in tale atteggiamento avvenne il suo incontro con Rebecca, che il vecchio Eliezer portava con sé dalla Mesopotamia.
Isacco l'amò teneramente e la prese quale sua unica sposa.
Aveva allora quarant'anni, ma Rebecca era sterile.
Compreso della missione affidatagli dalla Provvidenza divina, non secondo nella fede al padre suo che morendo, lo lasciava erede legittimo della benedizione messianica, Isacco non dubitò dell'avvenire: "fece preghiere al Signore per avere il dono della posterità desiderata, e il Signore lo esaudì e fece che Rebecca concepisse".
E Rebecca diede alla luce due gemelli: Esaú e Giacobbe, che sarà, per divina elezione, l'erede delle promesse.
Alla nascita dei due gemelli, Isacco aveva sessant'anni.
A centotrenta anni, avendo perduto la vista e credendo  vicina la morte, Isacco volle benedire il suo
primogenito Esaú; ma il furbo gemello, aiutato dalla madre carpí al vecchio genitore la benedizione speciaie che gli attribuiva i diritti di primogenitura.
Isacco anche qui, nelle circostanze che avevano favorito Giacobbe, vide il volere clell'Eterno e non ritrattò la sua benedizione.
Morí ad Hebron a centottanta anni c fu sepolto da Esaú e Giacobbe nella tomba di famiglia, nella grotta di Macpelah, dove egli aveva piamente tumulato Sara ed Abramo.
Il suo ricordo è vivo nel V.T.; San Paolo ricorda l'elezione divina di Isacco ad unico erede delle divine nromesse, con l'esclusione di Ismaele e degli altri figli di Abramo, per dimostrare come eredi e partecipi della salvezza messianica non sono tutti i discendenti carnali di Israele, ma l'Israele di Dio, gli imitatori della fede di Abramo.
La Chiesa ha onorato Isacco come figura o tipo di Gesú, non in una sola azione, come nella maggior parte degli altri tipi, ma in tutta la sua vita: nel preannunzio della nascita, fatto dagli angeli ad Abramo, nella nascita, nelle vicende della sua vita particolarmente nella sua volontaria immolazione, quando si lasciò trattare quale vittima innocente, portando sulle sue spalle le stesse legna necessarie per l'olocausto (Sant' Ambrogio).
Il Cristo  viene denominato "un secondo Isacco".
La stessa Rebecca viene considerata figura della Chiesa, scelta per divenire la sposa di Cristo.
L'incontro di Eliezer con Rebecca prefigura l'Annunciazione e il matrimonio di Rebecca con Isacco viene considerato figura del matrimonio della Vergine con  San Giuseppe.
In quella che i latini chiamano terza domenica d'Avvento, i greci celebrano la memoria dei santi "Propatri del
Salvatore", e principalmente dei tre piú illustri, cioè Abramo, Isacco e Giacobbe, cui accenna il Menologio di Basilio al 16 dicembre.
La loro solennità è posta dai Siri nella feria III dopo Pasqua; dagli Armeni, nel sabato della prima settimana dopo la Trasfigurazione e al 28 mesore (21 agosto) dai copti.
La Chiesa latina ha posto, dopo il sec. IX, la sua memoria al 25 marzo in parecchi martirologi: immolatio Isaaci Patriarchae, ricordando anche gli altri patriarchi, in relazione con la passione del Cristo.  
(Autore: Francesco Spadafora – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Isacco, pregate per noi.   


*Beata Josaphata Michaelina Hordashevska - Fondatrice (25 marzo)

Lviev, Ucraina, 20 novembre 1869 - 25 marzo 1919
Martirologio Romano: Nella cittadina di Chervonohrad vicino a Leopoli in Ucraina, Beata Giosafata (Michelina) Hordáshevska, vergine, che nell’Istituto delle Suore Ancelle di Maria Immacolata da lei fondato servì ovunque ci fosse maggior bisogno.
Nata il 20 novembre 1869 a Lviev, capoluogo provinciale d’Ucraina, Michaelina era quinta di nove figli, famiglia numerosa che si sosteneva con il lavoro di falegname del padre con un aiuto parziale della madre.
Non c’era possibilità di farli studiare e quindi anche Michelina dovette andare a lavorare presso un vetraio. Mentre cresceva con grandi virtù e una vita intensa di pietà, si sviluppava in lei il seme
della vocazione religiosa.
Partecipò nel 1888 ad un ritiro per giovani tenuto dai Padri Basiliani, qui incontrò un degno missionario basiliano, il padre Geremia Lomnitsky che divenne il suo direttore spirituale e colui che sarà il braccio più valido nella fondazione che poi verrà.
Michaelina diventò un’attivissima apostola nel radunare i fedeli, specie i membri della Fraternità del SS. Cuore di Cristo, per partecipare alle celebrazioni liturgiche, ai canti e alle opere di carità. Ben presto confidò al padre Geremia la sua intenzione di consacrarsi come suora; giacché esisteva un solo Ordine di suore di clausura di rito bizantino, il suo Direttore le suggerì un progetto dei padri basiliani, quello di fondare una Congregazione femminile di rito bizantino-ucraino di vita attiva e quindi poteva essere lei la prima delle suore. Dopo un periodo di riflessione, meditazione e preparazione, il 24 agosto del 1892 nella chiesa basiliana di S. Onofrio a Lviev ebbe luogo la vestizione della prima suora, Michaelina cambiò il suo nome con Josaphata dal nome del grande martire d’Ucraina S. Josaphat.
La Congregazione prese il nome di Ancelle di Maria Immacolata, con il compito di un apostolato di vita attiva verso tutti i bisognosi. Suor Josaphata soffrì molto nella sua breva vita a causa di malintesi, calunnie e altrui ambizioni e per i dolori atroci di una tubercolosi ossea che la portò alla morte all’età di 49 anni, il 25 marzo 1919.
Già all’epoca della sua morte, la Congregazione aveva aperto 23 missioni con 123 suore in prevalenza in Ucraina, dove si è già detto, esisteva un solo tipo di suore, le basiliane di clausura, quindi il campo d’apostolato fra la gente era vastissimo e nuovo.
All’inizio della II guerra mondiale, le case erano 92 e circa 600 suore. Ma tutte le Case furono confiscate dal  regime comunista, e per le suore: 36 erano state arrestate e deportate in Siberia, le altre soffrivano nelle prigioni o lavoravano nelle fabbriche, disperdendo così il patrimonio comune di spiritualità della Co-fondatrice, mentre quelle che erano in missione in Canada, Stati Uniti e Brasile più quelle che erano riuscite a fuggire dal regime insieme a tanti profughi ucraini in Francia, Inghilterra e Germania, mantenevano vivo lo spirito della Comunità,  proseguendo la loro opera con gli ucraini profughi per il mondo.
Nel 1990 quando l’Ucraina ha ottenuto l’indipendenza, le Ancelle sparse nel mondo hanno dato una mano a ricostruire in patria la vita religiosa dopo 50 anni di comunismo – marxismo, espandendosi sempre più, presenti in massa in Ucraina e in tanti Stati Esteri, uscendo finalmente dalla clandestinità.
Il corpo della beata Josaphata fu traslato da un antico cimitero abbandonato alla Casa Generalizia di Roma nel 1982. Papa Giovanni Paolo II l’ha beatificata a Leopoli il 27 giugno 2001, prima Beata della gloriosa terra d’Ucraina.  
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Josaphata Michaelina Hordashevska, pregate per noi.


*Santa Lucia Filippini - Vergine (25 marzo)

Tarquinia, 13 gennaio 1672 - 25 marzo 1732
É la fondatrice dell’Istituto delle Maestre Pie Filippine.
Etimologia: Lucia = luminosa, splendente, dal latino
Emblema: Giglio
Martirologio Romano: Presso Montefiascone nel Lazio, Santa Lucia Filippini, fondatrice dell’Istituto delle Maestre Pie per la promozione dell’istruzione cristiana delle ragazze e delle donne, specialmente quelle povere.
Nacque il 13 gennaio 1672 a Tarquinia. I suoi genitori erano di onesta e onorata famiglia; ma la sua vita fu presto segnata dal dolore.
I baci e le carezze materne, che si prodigano sempre generosamente attorno a una culla, vennero presto a cessare, poichè, quando Lucia non contava che undici mesi e pochi giorni, veniva strappata alla terra la madre sua nella fresca età di 27 anni. Pochi anni dopo anche il padre moriva.
La nostra Santa da queste perdite così dolorose, prese motivo per staccarsi sempre più dalla terra, stringersi più fortemente a Dio e darsi all’acquisto delle più belle virtù.
Modesta  ugualmente nell'interno che all’esterno, scansava le amicizie delle compagne cattive che avvelenano coi loro vizi le anime innocenti e si guardava dalla vanità.
La bontà, il candore del suo cuore, il pungolo stesso della sventura, la spingevano a cercare la paee e la gioia solo con Dio.
Tutto le parlava di Dio: il cielo, il mare, le campagne stesse di Tarquinia.
Ancora in giovane età fece gran tesoro dell’apostolato catechistico: ed è a questa missione, in un quadro più grande che la Divina Provvidenza l’ha chiamata.
A 16 anni ebbe il felicissimo incontro con il cardinale Barbarigo e, avuti da lui lumi e consigli, decise di entrare nel monastero di S. Chiara in Montefiascone.

Questa fu la palestra dove si formò. Illuminare le intelligenze e sollevare i cuori, era il suo nobile ideale. Prima nella cerchia ristretta del chiostro poi,  con l’aiuto del cardinale Barbarigo, dietro le norme della Beata Rosa Venerini e con la cooperazione di una piissima signora, realizzò il suo piano apostolico, dando origine al benefico e non mai abbastanza lodato ministero educativo delle suore che, dalla loro madre, si denominarono “Maestre Pie Filippine”. Presto venne a mancare Rosa Venerini, e Lucia sola continuò l’opera.
Aprì parecchie scuole a Montefiascone, estese gli istituti a Roma e in altri centri d’Italia, e ne costituì parecchi anche all’estero, particolarmente nell’America del Nord, dove tuttora lavorano con grande frutto.
Consunta dalle fatiche, ricca di meriti, spirò dolcemente il 25 marzo del 1732.
Il Sommo Pontefice Pio XI nel 1926 l’annoverò tra i Beati e, il 22 giugno 1930, l’iscrisse nel catalogo delle Sante Vergini.  
(Autore: Antonio Galuzzi – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Lucia Filippini, pregate per noi.   

 

*Santa Margherita Clitherow - Martire in Inghilterra (25 marzo)  
Scheda del Gruppo cui appartiene:
“Santi Quaranta Martiri di Inghilterra e Galles”

York, Inghilterra, 1550/1556 - Tyburn, York, 25 marzo 1586
Emblema:
Palma
Martirologio Romano: A York in Inghilterra, Santa Margherita Clitherow, martire, che, con il consenso del coniuge, aderì alla fede cattolica, nella quale educò anche i figli e si adoperò per nascondere in casa i sacerdoti ricercati; per questo motivo fu più volte arrestata durante il regno di Elisabetta I e, rifiutandosi di trattare la sua causa davanti al tribunale per non gravare l’animo dei consiglieri del giudice con il fardello di una condanna a morte, fu schiacciata a morte per Cristo sotto un enorme peso.  
La storia delle persecuzioni anticattoliche in Inghilterra, Scozia, Galles, parte dal 1535 e arriva al 1681; il primo  a scatenarla fu come è noto il re Enrico VIII, che provocò lo scisma d’Inghilterra con il distacco della Chiesa Anglicana da Roma.
Artefici più o meno cruenti furono oltre Enrico VIII, i suoi successori Edoardo VI (1547-1553), la terribile Elisabetta I, la ‘regina vergine’ († 1603), Giacomo I Stuart, Carlo I, Oliviero Cromwell, Carlo II Stuart.
Morirono in 150 anni di persecuzioni, migliaia di cattolici inglesi appartenenti ad ogni ramo sociale, testimoniando il loro attaccamento alla fede cattolica e al Papa e rifiutando i giuramenti di fedeltà al re, nuovo capo della religione di Stato.
Primi a morire come gloriosi martiri, il 4 maggio e il 15 giugno 1535, furono 19 monaci Certosini,
impiccati nel tristemente famoso Tyburn di Londra, l’ultima vittima fu l’arcivescovo di Armagh e primate d’Irlanda Oliviero Plunkett, giustiziato a Londra l’11 luglio 1681.
L’odio dei vari nemici del cattolicesimo, dai re ai puritani, dagli avventurieri agli spregevoli ecclesiastici eretici e scismatici, ai calvinisti, portò ad inventare efferati sistemi di tortura e sofferenze per i cattolici arrestati.
In particolare per tutti quei sacerdoti e gesuiti, che dalla Francia e da Roma, arrivavano clandestinamente come missionari in Inghilterra per cercare di riconvertire gli scismatici, per lo più essi erano considerati traditori dello Stato, in quanto inglesi rifugiatosi all’estero e preparati in opportuni Seminari per il rientro.
Tranne rarissime eccezioni come i funzionari di alto rango (Tommaso Moro, Giovanni Fisher, Margherita Pole) decapitati o uccisi velocemente, tutti gli altri subirono prima della morte, indicibili sofferenze, con interrogatori estenuanti, carcere duro, torture raffinate come “l’eculeo”, la “figlia della Scavinger”, i “guanti di ferro” e dove alla fine li attendeva una morte orribile; infatti essi venivano tutti impiccati, ma qualche attimo prima del soffocamento venivano liberati dal cappio e ancora semicoscienti venivano sventrati.
Dopo di ciò con una bestialità che superava ogni limite umano, i loro corpi venivano squartati ed i poveri tronconi  cosparsi di pece, erano appesi alle porte e nelle zone principali della città.
Solo nel 1850 con la restaurazione della Gerarchia Cattolica in Inghilterra e Galles, si poté affrontare la possibilità di una beatificazione dei martiri, perlomeno di quelli il cui martirio era comprovato, nonostante i due -tre secoli trascorsi.
Nel 1874 l’arcivescovo di Westminster inviò a Roma un elenco di 360 nomi con le prove per ognuno di loro.
A partire dal 1886 i martiri a gruppi più o meno numerosi, furono beatificati dai Sommi Pontefici, una quarantina sono stati anche canonizzati nel 1970.
Margherita Clitherow nacque a York tra il 1550 e il 1556 da Tommaso Middleton e crebbe educata al protestantesimo, ritenendo che questa fosse la vera fede in Cristo.
Contrasse il matrimonio nel 1571 con Giovanni Clitherow protestante, dopo circa tre anni turbata dalla essenza della dottrina protestante e dalla leggerezza dei suoi ministri, prese a studiare i principi cattolici e si convertì.
Il marito rimasto sempre un protestante, non si oppose lasciandola libera di educare anche i figli  nella stessa fede cattolica. Si era al tempo della sanguinaria regina Elisabetta I (1533-1603) salita al trono nel 1558, che aveva ripristinato con mano energica l’anglicanesimo nel regno.
Margherita Clitherow nata Middleton, per la sua conversione, che non era passata inosservata, finì spesso nel mirino dei fedeli alla regina, il suo nome già nel 1576 compare nella lista dei prigionieri, accusata di “trascurare i suoi doveri verso Dio e la regina e di non voler partecipare al servizio divino nella chiesa protestante”.
Subì il carcere varie volte, anche per due anni e più, ma per lei la prigionia costituiva un periodo di riflessione e di una devota conversazione con Dio.
Quando era libera a casa, oltre che pregare con intensità insieme ai figli, provvedeva ad ospitare, di nascosto perché era proibito, i sacerdoti di passaggio in una stanza segreta, lieta di fare qualcosa per la Chiesa perseguitata di quel tremendo periodo. Approfittava della permanenza dei sacerdoti per confessarsi, ricevere i Sacramenti e ascoltare la S. Messa.
Dopo un periodo di libertà di diciotto mesi, il 10 marzo 1586 la sua casa fu perquisita da un drappello di sbirri;  Margherita Clitherow fece appena in tempo a nascondere un sacerdote in un ripostiglio segreto sotto il pavimento, non trovando niente di compromettente gli sbirri presero a malmenare uno dei servi, un atterrito ragazzo di dieci anni, il quale alla fine indicò il nascondiglio.
Il sacerdote era già scappato, ma nel vano furono trovati abiti ecclesiastici e arredi sacri, pertanto Margherita fu arrestata e trascinata in prigione insieme ai figli e servi, questi ultimi dopo alcuni giorni furono liberati, mentre lei fu rinchiusa nel carcere oscuro del castello di York.
Fu sottoposta ad interrogatorio e processata dal tribunale con l’accusa di aver nascosto dei sacerdoti, anche se non si era trovato nessuno e di aver ascoltato la Messa come provavano gli arredi sequestrati, invitata a dichiararsi colpevole o innocente, Margherita eluse la domanda per tutte le udienze successive, dicendo: “Non ho commesso nulla di male per cui dichiararmi colpevole”.
Rifiutando così il verdetto di una giuria, secondo il pensiero di molti martiri dell’epoca, che così facendo non coinvolgevano i giurati nel pronunciare una sentenza, che data la legge vigente era di condanna a morte, lasciando la responsabilità di pronunciarsi al solo giudice.
La sentenza fu della pena capitale e ascoltatala Margherita disse: “Se questa sentenza è di condanna conforme alla vostra coscienza, prego Dio che ve ne riserbi una migliore dinanzi al suo tribunale”.
Il mattino del 25 marzo 1586, nei sotterranei della prigione fu spogliata dei suoi vestiti e dopo aver indossato un abito bianco da lei stessa preparato, fu stesa al  suolo legata con le mani e i piedi a dei pioli; poi sotto la schiena fu posta una pietra aguzza e sul corpo una porta di legno sulla quale furono ammassati grossi pesi fino a schiacciarla mortalmente.
Il martirio durò in tutto una quindicina di minuti, poi il corpo della martire fu gettato in una fossa di acqua putrida e melmosa; per sei settimane i cattolici fecero ricerche del suo corpo, ritrovandolo alfine ancora incorrotto fresco e puro come il giorno della morte.
Dei tre figli, Agnese si fece suora a Lovanio e i due maschi divennero sacerdoti. Margherita Clitherow fu beatificata il 15 dicembre 1929 da Pio XI e canonizzata da Papa Paolo VI il 25 ottobre 1970 insieme a 40 martiri dell’epoca.   
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Margherita Clitherow, pregate per noi.   


*Santa Maria Alfonsina (Mariam Sultaneh) Danil Ghattas - Religiosa, Fondatrice (25 marzo)

Gerusalemme, 4 ottobre 1843 - Ain Karem, 25 marzo 1927

Mariam Sultaneh Danil Ghattas, nata a Gerusalemme, entrò nella congregazione delle Suore di San Giuseppe dell’Apparizione e prese il nome di suor Maria Alfonsina.
Il 6 gennaio 1874 ebbe un’apparizione della Vergine Maria, che si ripeté a distanza di un anno esatto, con un’indicazione precisa: fondare una nuova famiglia religiosa, col nome di Congregazione del Santo Rosario. Con l’aiuto del sacerdote Joseph Tannous, riuscì a trovare delle compagne tra le Figlie di Maria. Il 6 ottobre 1880 prese il nuovo abito religioso e professò
i voti il 7 marzo. Morì ad Ain Karem il 25 marzo 1927. Beatificata il 22 novembre 2009 a Nazareth sotto il pontificato di papa Benedetto XVI, è stata canonizzata a Roma da Papa Francesco il 17 maggio 2015.
Appena eletto, il patriarca Mons. Giuseppe Valerga (il primo vescovo latino a Gerusalemme dopo il ristabilimento del patriarcato nel 1847), pensò di creare il seminario e le scuole parrocchiali.
Secondo il costume del tempo, bisognava pensare ad avere personale femminile per l'educazione delle bambine, perciò si rivolse ad istituti missionari d'Europa.
Il primo a rispondere fu quello delle Suore di San Giuseppe dell'Apparizione, fondato in Francia nel 1832 ed arrivato a Gerusalemme nel 1848. Cominciarono ad entrare nell'istituto delle vocazioni locali. Quando si presentò la diciassettenne Sultaneh (Regina), figlia di Danil Ghattàs, il patriarca pose la condizione che per la sua formazione non andasse all'estero. Le autorità competenti ottennero i debiti permessi. Con la vestizione religiosa sul santo Calvario, la giovane ricevette il nome di suor Maria Alfonsina. Ricevette la formazione di novizia «fuori dei quadri», rimanendo in patria. Sempre sul santo Calvario emise i voti.
Nata nel 1843 a Gerusalemme, Maria Alfonsina Danil Ghattas fu assegnata a insegnare religione. Le giovani allieve si affezionarono alla suora, quasi loro coetanea, e questa pensò di riunirle come Confraternita dell'Immacolata Concezione. In seguito suggerì al parroco di organizzare in associazione anche le mamme cristiane, di cui si offriva come assistente. Queste associazioni esistono ancora oggi a Gerusalemme.
La giovane suora si faceva notare per lo zelo nella scuola e nelle associazioni, tuttavia restava umile e cercava in ogni modo di scomparire. Ma aveva dei doni davvero «speciali». Conosciamo i fenomeni soprannaturali della sua vita interiore per la volontà del suo direttore spirituale, il sacerdote don Joseph Tannùs, che l'8 novembre 1879 le ordinò di scrivere un diario.
Questo documento rimase sconosciuto a tutti, fin quando, in punto di morte, suor Alfonsina ne consegnò i quaderni alla sorella, madre Giovanna.
La Santa Vergine appare a suor Alfonsina la prima volta il 6 gennaio 1874, festa dell'Epifania. Sta recitando il rosario nell'oratorio delle suore, quando le si presenta la Vergine in piedi, in una nube luminosa, con le mani aperte.
Sul petto una croce, da cui pende un rosario aperto a cerchio, che le tocca le mani aperte e scende fin quasi ai piedi. Il capo della Vergine è attorniato da quindici stelle; sotto i suoi piedi due nubi, su ciascuna delle quali brillano due serie di sette stelle. Il 31 maggio del medesimo anno, nello stesso oratorio e sempre durante la preghiera del rosario, la suora ha una seconda visione della Vergine. In quell'occasione ha per la prima volta l'ispirazione interiore che la porta alla fondazione delle Suore del Rosario.
Una serie di visioni nell'anno successivo la rendono sempre più cosciente di quanto la Vergine le sta chiedendo: fondare una nuova congregazione intitolata al Santo Rosario.
Si reca perciò dal patriarca, che l'ascolta benevolmente e come direttore spirituale le consiglia
don Antonio Belloni. Il missionario italiano nel 1874 aveva fondato a Betlemme un istituto per l'assistenza degli orfani (oggi Opera salesiana) ed era popolarmente chiamato «il padre degli orfani».
Nel giorno del rosario dell'anno 1877, dopo la comunione, suor Maria Alfonsina ha una nuova visione: «Ho visto un convento disposto a forma di cerchio come una corona. Nostra Signora del Rosario era ritta sulla terrazza, al di sopra dell'entrata. Nel perimetro del convento si aprivano quindici finestre e ogni vano di essa inquadrava una suora del Rosario. Ogni suora recava scritto al di sopra del capo il suo nome e il nome del mistero [del rosario] che le era stato dato in sorte.
Si aveva così: Maria dell'Annunciazione, Maria della Visitazione, Maria della Natività, ecc. Quanto a me, mi vidi alla decima finestra, sotto il nome di Maria della Croce».
Il nome era appropriato. Sul Calvario aveva fatto la vestizione ed emesso i voti sul Calvario e la via iniziata realizzava un vero Calvario.
Far nascere una nuova congregazione non era certo facile. Prima di tutto bisognava abbandonare la famiglia religiosa d'appartenenza. Dopo vent'anni di attività e con risultati apostolici unanimemente riconosciuti, non era prevedibile che le superiore, completamente all'oscuro della sua esperienza mistica, acconsentissero a una simile richiesta.
Un incontro decisivo è quello con padre Joseph Tannus, che diventa suo direttore spirituale e si interessa in prima persona alla fondazione delle Suore del Rosario. Il sacerdote conosce da tempo lo zelo della religiosa, ma vuole essere sicuro del carattere soprannaturale delle visioni. Una volta convintosi dell'autenticità, chiede alla suora di redigere la narrazione completa delle richieste della Santa Vergine riguardanti la congregazione e le domanda di stendere un progetto di Costituzioni. È l'8 novembre 1879.
Cinque sono le ragazze disponibili per l'impresa. Don Tannus trova una modesta casa di cinque locali sulla via tra il patriarcato e la parrocchia di San Salvatore. L'affitta per la somma di 660 franchi annuali. La piccola famiglia dei «cinque misteri gaudiosi» si sarebbe riunita in quel piccolo convento il 24 luglio 1880 alle tre del pomeriggio. Ognuna delle ragazze ne avrebbe parlato in famiglia quindici giorni prima, cioè il sabato 10 luglio.
Quel mattino il sacerdote le riunisce sul Calvario all'altare dell'Addolorata e dopo la Messa ciascuna torna a casa. Tutte le famiglie frappongono delle difficoltà, ma alla fine lasciano che le giovani seguano il loro ideale. Sabato 24 luglio la piccola famiglia religiosa si riunisce e fa il suo ingresso nel convento provvisorio. Povera è la casa, tipico dei poveri il primo pasto formato di pane e zatar (timo in polvere).
Il patriarca Vincenzo Bracco, che segue ogni progresso con occhio di padre, acquista per loro una dimora vicino alla sede del patriarcato. Il 7 marzo 1884 le novizie ammesse alla professione emettono i voti, consacrandosi a Dio e alla Madonna. Hanno iniziato in dieci, ma per il regime severo del noviziato una di loro deve rinunciare. Così il fondamento della congregazione, voluta dalla Santa Vergine, è posto con nove suore.
Con l'istituzione delle parrocchie, il patriarcato aveva iniziato anche la costruzione delle scuole, che servivano solo i maschietti. Per le fanciulle i parroci non aspettavano che la venuta delle
suore, premendo su don Tannus per affrettarne l'invio. Dopo la professione, in pochi giorni viene steso il programma. Quattro sono le località privilegiate, dove vengono mandate a coppia otto suore, Nablus, Zababdeh, Bir Zeit e Giaffa di Galilea.
È l'inizio della diffusione della congregazione in molte parti del Medio Oriente, ma anche di una lunga serie di difficoltà e incomprensioni che hanno segnato i primi anni di questa nuova famiglia religiosa.
Dopo una vita di preghiera, il 25 marzo 1927, men tre recita i quindici misteri del rosario, pronunciando distintamente le parole «Prega per noi adesso e nell'ora della nostra morte», Maria Alfonsina rende l'anima a Dio. Viene sepolta a Gerusalemme, nella cripta di quella che nel 1937 divenne la chiesa del Rosario.
Dopo la sua morte, seguendo le istruzioni della sorella, madre Giovanna recupera i due quaderni che compongono il diario; uno è ben sigillato con cera rossa e contiene i racconti delle apparizioni. Consegna gli scritti al patriarca Luigi Barlassina, che non conoscendo l'arabo se li fa tradurre e poi li mette nelle mani della superiora generale.
Solo allora si svela il segreto di Madre Maria Alfonsina: era stata la Santa Vergine a volere Congregazione del Rosario per la promozione della donna nella sua sempre amata patria terrena.
(Autore: Giovanni Bissoli – Fonte: www.terrasanta.net)

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*Beata Maria Rosa (Margaretha) Flesch - Fondatrice (25 marzo)

Schönstatt, Germania, 4 febbraio 1826 – Niederweningern, Germania, 25 marzo 1906
Madre Maria Rosa Flesch, al secolo Margaretha, dopo una giovinezza trascorsa nella più estrema povertà si diede alla carità verso gli ammalati, gli anziani e gli orfani.
Insieme a un gruppo di compagne, fondò l’Istituto delle Suore Francescane di Santa Maria degli Angeli, o Francescane di Waldbreitbach.
Terminato il suo servizio come Madre Generale, venne ingiustamente esiliata in una casa filiale dell’Istituto, ma sopportò pazientemente le prove cui venne sottoposta. Morì a 80 anni il 25 marzo 1906. È stata beatificata a Treviri il 4 maggio 2008, per decreto di papa Benedetto XVI. I suoi resti mortali riposano presso la Casa Madre dell’Istituto a Waldbreitbach.
Primogenita di Georg Fleisch e Agnes Breitbach, nacque a Schönstatt, presso Coblenza in Germania (lo stesso luogo dove sarebbe sorto il Movimento Apostolico di Schoenstatt ad opera del Servo di Dio Joseph Kentenich), il 4 febbraio 1826.
A quell’epoca il padre lavorava presso il frantoio dell’antico monastero agostiniano, ma in seguito alla nascita di altre due figlie, Marianna e Cristina, dovette cercare un’attività più redditizia e la trovò a Urbach, vicino a Unkel: fu solo il primo di numerosi traslochi, fino a quello definitivo, a Niederbraitbach, nella valle del torrente Focken.
Nel 1832 la famiglia venne colpita dalla morte della madre. Il signor Fleisch si risposò con Helena Richarz, vedova con un figlio. Margaretha, come le sue sorelle, soffrì molto per il trattamento che subiva da parte sua, ma si mise completamente a disposizione dei suoi familiari. Oltre che nel padre, trovava sostegno nella fede, che maturava ogni giorno di più mediante la
frequentazione della sua parrocchia. Verso i sette anni, si accorse per la prima volta di un quadro che raffigurava san Francesco d’Assisi nel momento di ricevere le Stimmate: da allora prese a coltivare una sincera devozione verso di lui.
A quattordici anni, venne ammessa alla Prima Comunione. Trascorse tutta la sera successiva al suo primo incontro con Gesù in preghiera davanti al Tabernacolo e, da allora, partecipò quotidianamente alla Messa, ricevendo l’Eucaristia.
Alla morte del padre, il 2 aprile 1845, la famiglia (che contava altri tre figli dal secondo matrimonio) venne gettata nella miseria più nera. Margaretha, ormai sedicenne, non si scoraggiò: si mise a lavorare come sarta e raccoglitrice di erbe medicinali. Ricevette anche delle buone proposte di matrimonio, ma le respinse tutte: dalla più tenera età, infatti, aveva espresso il proposito di restare vergine. Coi guadagni del suo duro lavoro, nel 1851 poté acquistare il mulino dove da tempo viveva con i suoi familiari.
Dato che i suoi fratelli erano ormai in grado di mantenersi da soli, poté dedicarsi completamente ai poveri, agli anziani e agli orfani. Il giorno di Ognissanti di quell’anno, insieme alla sorella Marianna, che soffriva di epilessia, si trasferì presso l’eremo annesso a una cappella intitolata alla Santa Croce.
Nel 1856 venne raggiunta dalla sua prima compagna, Margaretha Bonner e, poco dopo, da un’altra, Gertrudis Beisel. Insieme a loro, benché l’ambiente fosse privo di riscaldamento e comodità, continuò la sua opera caritativa, mantenendosi con lavoretti di cucito e facendo scuola ai bambini, ma le piccole stanze di cui disponeva non erano più sufficienti: cominciò, così, la costruzione di un nuovo ambiente, sulla vetta della montagna situata dietro la cappella.
Tuttavia, le difficoltà continuarono: la piccola comunità dovette cedere la cappella e gli ambienti ai Fratelli Francescani della Santa Croce, fondati da fratel Giacomo (al secolo Peter) Wirth, vecchio compagno di scuola di Margaretha, che pure la sostenne e l’incoraggiò.
Il parroco di Waldbreitbach, Jakob Gomm, con cui lei aveva rapporti dal 1850, respinse la sua prospettiva di fondare una nuova istituzione.
Tuttavia, aiutata da un suo fratello, riuscì ad acquistare una casa nel 1857, dedicandone un’ala per ospitare gli ammalati. Riuscì però ad ottenere, senza il sostegno della parrocchia, una comoda abitazione con un'ala per gli ammalati. Alla fine, il 13 marzo 1863 il vescovo di Treviri approvò la nuova fondazione e ammise Margaretha e compagne alla vestizione religiosa.
Col nuovo nome di suor Maria Rosa, guidò le sue consorelle e seguì la loro espansione, a partire dall’inaugurazione delle prime case filiali nella regione dell’Eifel, in Westfalia.
Le religiose non disponevano ancora di uno statuto, che sarebbe giunto il 21 ottobre 1869, col primo Capitolo generale. In quella medesima circostanza, suor Maria Rosa venne eletta Madre Generale e l’Istituto ricevette il nome di Religiose Francescane di Santa Maria degli Angeli; condivideva quindi l’intitolazione con la chiesa della Porziuncola di Assisi.
La sua dedizione a Cristo era marcata da una genuina spiritualità francescana, come si evince da altre sue parole: «Solo nella povertà mi è stato promesso l’aiuto di Dio, non nell’abbondanza».
La determinazione delle suore venne alla luce durante la guerra franco-prussiana del 1870. Più di cinquanta di esse, vale a dire circa la metà dei membri dell’Istituto, si diedero all’assistenza dei feriti. Morirono in dodici, mentre la stessa Fondatrice, ferita alla spalla da un proiettile, ricevette una decorazione al valore.
Del resto, ella era persuasa che «È mediante il servizio agli altri, dato con amore, che raggiungiamo una speciale realizzazione e unione con nostro Signore». Tuttavia, a causa del Kulturkampf, il campo educativo e di assistenza agli orfani venne precluso alle suore, che dovettero limitarsi alla cura dei malati.
Madre Maria Rosa venne rieletta per due mandati consecutivi fino al 1878, quando cedette l’incarico a suor Agatha Simons, fino a quel momento Segretaria generale. Senz’alcun motivo ragionevole, inviò colei che l’aveva preceduta nella filiale più lontana, a Niederwenigern, dove le venne assegnata una cella senza finestre: era trattata come l’ultima delle suore converse.
Dal canto suo, accettò tutte quelle umiliazioni per ventotto anni, perdonando a più riprese coloro che gliele procuravano, incluso il direttore spirituale della comunità, padre Konrad Probst. Morì il 25 marzo 1906, dopo aver ricevuto devotamente i Sacramenti, e venne sepolta in una semplice tomba nel cimitero della Casa madre.
Per molti anni la sua memoria rimase volutamente occultata, tanto che le suore più giovani avevano sentito parlare di lei solo per la sua abilità di ricamatrice di paramenti sacri e di ricercatrice di erbe medicinali. Solo dopo la morte di padre Probst, venne traslata in una nuova cripta, sempre nel cimitero della Casa madre.
Il 18 marzo 1857, presso la diocesi di Treviri, iniziò il suo processo di beatificazione, durato fino al 1972. Venne convalidato il 19 febbraio 1999; nello stesso anno, venne trasmessa la "Positio super virtutibus" alla Congregazione vaticana per le Cause dei Santi.
Secondo le norme previste, si procedette alla ricognizione canonica dei suoi resti mortali, che ricevettero definitiva collocazione nella chiesa della Casa madre.
Nel frattempo, proseguirono gli studi di alcuni teologi, volti a scoprire le reali cause delle persecuzioni da lei subite.
Il decreto con cui venne ufficialmente sancita l’eroicità delle sue virtù giunse il 28 aprile 2006. Nel frattempo, era stata esaminata una possibile guarigione ottenuta per sua intercessione: nella notte tra il 5 e il 6 settembre 1986, Monica Schneider era stata guarita da un grave trauma cranio-encefalico aperto con frattura della calotta, sofferenza del tronco cerebrale con coma e midriasi bilaterale rigida, secondaria all'edema cerebrale diffuso.
L’inchiesta diocesana sul miracolo, svolta sempre a Treviri, venne dichiarata valida il 26 gennaio 2001. A seguito degli incontri tra i membri delle commissioni medica e teologica, il 6 luglio 2007 è stato reso pubblico il decreto, firmato da Papa Benedetto XVI, che lo riconosceva come guarigione inspiegabile.
La beatificazione di madre Maria Rosa è avvenuta nel Duomo di Treviri il 4 maggio 2008, con la celebrazione eucaristica presieduta dal cardinal Joachim Meisner, Arcivescovo di Colonia, in qualità di inviato del Santo Padre.
Oggi le Suore Francescane di Santa Maria degli Angeli, o Francescane di Waldbreitbach, aggregate all’Ordine dei Frati Minori del 28 agosto 1903 e di diritto pontificio dal 12 dicembre 1912, sono diffuse in Germania, nei Paesi Bassi, negli Stati Uniti e in Brasile.
(Autore: Emilia Flocchini – Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - Beata Maria Rosa Flesch, pregate per noi.


* Santa Matrona di Tessalonica - Martire (25 marzo)
Martirologio Romano:
A Salonicco nella Macedonia, ora in Grecia, Santa Matrona, martire, che, serva di una Giudea, mentre adorava Cristo di nascosto, fu scoperta dalla sua padrona e punita con vari supplizi; infine fu percossa a morte e, professando la sua fede in Cristo, rese incorrotto lo spirito a Dio.   
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Matrona di Tessalonica, pregate per noi.  


*San Mona di Milano - Vescovo (25 marzo)
m. 300 circa
Martirologio Romano:
 A Milano, San Mona, vescovo.
Una folta schiera di pastori alternatisi sulla cattedra episcopale di Milano ha meritato l’aureola della santità.
Fra questi troviamo San Mona, quindicesimo vescovo del capoluogo lombardo, ed il suo
episcopato si collocherebbe tra quelli di San Calimero e San Mirocle.
Quest’ultimo risulta che parteciparono ai sinodi di Roma nel 313 e di Arles nel 314.
Sarebbe dunque da considerare assolutamente fantasiosa la narrazione della “Datiana historia ecclesiae Mediolanensis” che pone la data della sua morte verso il 250, dopo ben cinquantanove anni di episcopato durante i quali avrebbe fondato le più antiche parrocchie rurali sparse nella campagna milanese.
Quanto al giorno della morte, gli antichi cataloghi dei vescovi milanesi indicano il 25 marzo, anniversario ancora oggi riportato dal Martyrologium Romanum, mentre il calendario liturgico ambrosiano per evitare la concomitanza con il tempo quaresimale ha traslato la festa del Santo al 12 ottobre, anniversario della ricognizione delle reliquie, avvenuta a quanto pare nell’XI secolo ad opera dell’arcivescovo Arnolfo.
San Mona fu inizialmente sepolto nella Basilica Fausta, poi conosciuta come chiesa di San Vitale, ma San Carlo il 6 febbraio 1576 ne trasferì le reliquie in duomo.
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Mona di Milano, pregate per noi.  


*San Nicodemo di Mammola - Asceta (25 marzo)
Martirologio Romano: A Mámmola presso Gerace in Calabria, San Nicodemo, eremita, che rifulse per austerità di vita e virtù e fu vero maestro di vita monastica.
Teofane e Pandia furono i genitori di Nicodemo, che nacque a Cirò (Catanzaro) nei primi anni del X secolo, lo affidarono alla cura spirituale di un pio e dotto sacerdote, Galatone, contemporaneamente il ragazzo progredì nelle scienze sacre e nella pietà.
Da giovane poté vedere il comportamento licenzioso di alcuni suoi contemporanei, che lo disgustarono, cosicché sentì maggiormente l’attrazione per la vita monastica, che veniva professata
nel secolo X, da quegli asceti con fama di santità, nella zona del Mercurion, sulle balze del Pollino in Calabria.
Lasciata Cirò, andò a chiedere l’abito monastico all’austero abate San Fantino, ma gli fu rifiutata più volte questa richiesta, perché non veniva ritenuto adatto a quella vita di studi, penitenze e mortificazioni, vista la sua gracile costituzione fisica.
Deluso ma non convinto, insisté tramite i buoni auspici di altri monaci, finché San Fantino commosso dalle sue insistenze, gli concesse l’abito angelico , così chiamato tra i monaci greci di quel tempo.  
Nicodemo divenne insieme a San Nilo di Rossano, esempio splendente di vita ascetica del Mercurion, cresciuti e formati tutti e due alla rigida scuola dell’abate San Fantino; essi accomunati ad altri santi monaci calabro-siculi  resero famosa in tutta la Cristianità la loro Comunità, al punto che Oreste, patriarca di Gerusalemme la descrisse elogiandola, nei suoi autorevoli scritti e biografie.  
Il tipo di vita praticato è impensabile ai nostri giorni, ma costituiva il perno dell’ascesi, insieme alla purezza, dei monaci calabro-siculi di quell’epoca; vestiva con una pelle di capra, andava a piedi nudi in ogni stagione, dormiva su paglia in una grotta, mangiava castagne e lupini.
In età abbastanza matura, decise di lasciare il Mercurion e si ritirò in un eremo del Monte Cellerano nella Locride, ma la fama di santità che lo seguiva, attirò molti monaci che gli si affidarono e quindi Nicodemo si vide costretto a fondare una laura, cioè una colonia di anacoreti, vivendo divisi, ognuno in una capanna e riunitasi una volta la settimana, più tardi il termine designerà un grande convento.
La sua laura fu visitata anche da San Fantino e altri monaci del Mercurion; purtroppo però era troppo esposta alla curiosità dei fedeli e soprattutto alle scorrerie dei Saraceni, per cui prevedendone la distruzione, disperse i monaci in altri monasteri e lui si ritirò presso Gerace in un cenobio, accentuando l’austerità della sua vita.
Ma anche qui non restò a lungo e dopo alcuni anni si ritirò in un luogo solitario vicino a Mammola, che presto anch’esso si trasformò in un famoso monastero di monaci greci.
Nonostante i settanta anni passati nell’asprezza della vita ascetica, Nicodemo visse circa 90 anni, tantissimi per quei tempi e a dispetto della sua gracile costituzione fisica; morì nel monastero di Mammola, che prese poi il suo nome, il 25 marzo 990.
I miracoli fiorirono sulla sua tomba e quindi venne proclamato santo, allora non c’erano tutte le procedure che occorrono oggi.
Nel 1080 i Normanni trasformarono il piccolo oratorio con la sua tomba, in una grande chiesa, restaurando anche il monastero e concedendo privilegi e beni.
Le reliquie furono poi traslate nella chiesa di Mammola nel 1580 che lo proclamò suo patrono nel 1630, fissando la festa liturgica al 12 marzo.
I pontefici nei secoli successivi concessero particolari indulgenze nell’occasione della sua festa e altre celebrazioni.
Il Comune di Mammola nel 1884 fece decorare artisticamente la cappella, una ricognizione delle reliquie è stata effettuata il 12 maggio 1922 nella coincidenza dell’inaugurazione della ricostruita e abbellita chiesa.  
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Nicodemo di Mammola, pregate per noi.  


*Beato Omeljan (Emilian) Kovc - Parroco (25 marzo)
Kosmach, Stanislaviv, 20 agosto 1884 - Majdanek, Lublin, 25 marzo 1944
Nella solennità dell'Annunciazione la Chiesa ricorda anche il sacerdote ucraino Emilian (Omeljan) Kovc, martire dei tedeschi. Giovanni Paolo II l'ha beatificato a Leopoli nel giugno del 2001 insieme con altri 26 martiri, stavolta del comunismo.  
Nato nel 1884, venne ordinato sacerdote nel 1911, dopo aver studiato a Roma presso il Collegio dei santi Sergio e Bacco.
Sacerdote di rito greco, era sposato e aveva sei figli, si prodigò per i suoi parrocchiani di Peremysljany, nel nord del Paese. Senza distinzione di nazionalità in una zona dove i conflitti etnici erano acuti, tra polacchi, russi e ucraini. Arrestato nella primavera del 1943, venne condotto nel lager di Majdanek, dove venne bruciato vivo il 25 marzo del 1944.
Aiutò anche molti ebrei, cosa che gli è valsa la proclamazione nel 1999 a "Giusto dell'Ucraina" da parte del Consiglio ebraico nazionale. (Avvenire)
Martirologio Romano: Nella cittadina di Majdanek presso Lublino in Polonia, Beato Emiliano Kovč, sacerdote e martire, che, in tempo di guerra, deportato in un campo di prigionia, raggiunse la vita eterna combattendo per la fede.
Omeljan Kovc nacque il 20 agosto 1884, nel villaggio di Kosmach, regione di Stanislaviv; nel 1911 fu ordinato  sacerdote dell’Archidiocesi Maggiore di Lviv (Leopoli), dal 1922 al 1944 fu parroco del villaggio di Peremysliany nell’Ucraina occidentale.
Nel 1941 i comunisti sovietici, lo rinchiusero in carcere, ma fu poi liberato dalle truppe tedesche; l’anno successivo il 1942, i tedeschi chiusero gli ebrei nella zona del ghetto, come ormai  facevano in tutte le zone occupate.
Omeljan tentò varie volte di aiutare gli ebrei a fuggire dalla deportazione nei campi di concentramento, ma scoperto, fu arrestato il 30 dicembre 1942 e trasferito nel campo di Majdanek presso Lublin in Polonia.
Quindici mesi dopo il suo ingresso nel campo, il 25 marzo 1944, morì all’età di 60 anni a causa di una trombosi delle vene della gamba destra.
Vittima dei tedeschi, il Papa Giovanni Paolo II l’ha beatificato insieme ad altri 26 martiri però dei sovietici il 27 giugno 2001 a Leopoli in Ucraina.  
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Omeljan Kovc, pregate per noi.


*San Pelagio di Laodicea - Vescovo (25 marzo)

Etimologia: Pelagio = del mare, marino, dal latino
Emblema: Bastone pastorale
Teodoreto di Ciro, con la sua Storia Ecclesiastica è la fonte quasi unica che ci fornisca qualche informazione su questo personaggio.
Pelagio era originario della Siria, si sposò molto giovane, ma, nello stesso giorno delle nozze, ottenne dalla sposa il  consenso ad una vita di perfetta castità. Di fronte all'esempio di virtù che essi offrivano ai cristiani di Laodícea (oggi Lataquieli), in Siria, costoro lo scelsero, nel 360, quale vescovo della città ed egli ricevette dalle mani di Acacio di Cesarea di Palestina la consacrazione episcopale.
Nel 363 assistette al concilio di Antiochia, dove fu ardente difensore della fede nicena contro gli Ariani e firmò la professione di fede in cui era incluso il termine "consustanziale". Partecipò anche al sinodi Tiana (367).
L'imperatore Valente, avendo aderito all'eresia ariana, privò i vescovi ortodossi delle loro sedi e Pelagio, compreso nel loro numero, venne esiliato in Arabia.
Nel 378, dopo la morte di Valente, salì al trono imperiale Graziano e Pelagio poté rientrare in possesso  della sua carica aderendo al partito di Melezio di Antiochia; successivamente si schierò tra i vescovi favorevoli all'elezione in Costantinopoli di San Gregorio di Nazianzo.
Nel 381, infine, lo ritroviamo al secondo concilio ecumenico di Costantinopoli. Si ignora la data della sua morte.
Non pare che la Chiesa bizantina abbia mai reso un culto particolare a Pelagio.  
Anche in Occidente, il Santo vescovo è rimasto ignoto alle liste dei martirologi storici; si dovette attendere C. Baronio perché la sua memoria fosse introdotta nel Martirologio Romano alla data, arbitrariamente scelta, del 25 marzo.  
(Autore: Joseph-Marie Sauget – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Pelagio di Laodicea, pregate per noi.


*San Pietro Formica - Mercedario (25 marzo)

+ Barcellona, Spagna, marzo 1302
Nato a Savona, San Pietro Formica, fu dotato di santo comportamento, sincero e puro diede esempio di vita religiosa non tanto con l’insegnamento quanto con le opere.
Famoso per i prodigi e miracoli da lui compiuti, dopo essere stato eletto Maestro Generale dell’Ordine Mercedario morì santamente a Barcellona nel marzo del 1302.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Pietro Formica, pregate per noi.


*Beato Placido Riccardi - Benedettino (25 marzo)

Trevi, Umbria, 24 giugno 1844 - Roma, 15 marzo 1915
Martirologio Romano:
A Roma presso San Paolo sulla via Ostiense, B.Placido Riccardi, sacerdote dell’Ordine di San Benedetto, che, pur sofferente di continue febbri, malattie e paralisi, coltivò con instancabile dedizione l’osservanza alla regola e la preghiera, insegnando anche agli altri a praticarle.
Nacque a Trevi in Umbria il 24.6.1844 e fu battezzato con il nome di Tommaso. A Roma  frequentò il corso di filosofia, nell’anno accademico 1865-66 presso i domenicani alla Minerva. Dopo un pio pellegrinaggio al Santuario di Loreto e dopo un corso di Esercizi spirituali, decise di entrare come postulante nell’Abbazia benedettina di San Paolo fuori le Mura a Roma il 12
novembre 1866.
Fece la professione religiosa il 19.1.1868 prendendo il nome di Placido. Era da poco stato ordinato Diacono, quando il 5 novembre 1870 fu arrestato, imprigionato e condannato per non aver fatto il servizio militare e quasi fosse un disertore, il 24 dicembre dello stesso anno fu liberato e inviato a Livorno presso il 57° reggimento di fanteria. Fu riformato a Pisa l’anno seguente e poté così ritornare al monastero dove il 25 marzo ricevé l’ordinazione sacerdotale.
Nel 1884 ebbe l’incarico come vicario presso il monastero benedettino delle monache di San Magno in Amelia dove si distinse per il fervore che  seppe infondere, nell’illuminare le menti e nel difendere la disciplina monastica.
Dieci anni dopo fu mandato come rettore nel monastero di Farfa in Sabina, dove stette ininterrottamente per 20 anni con una vita d’intensa preghiera e zelo apostolico per le popolazioni vicine. Fu colpito da una paralisi e quindi trasportato di nuovo a San Paolo fuori le Mura dove il 15 marzo 1915 rendeva l’anima a Dio, monaco fedele alla sua consacrazione. Pio XII, il 5 dicembre 1954 lo beatificò in San Pietro a Roma.  
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Placido Riccardi, pregate per noi.


*San Procopio di Sazava - Abate (25 marzo)

Kourim, Chotoun (Boemia), 975 ca. – Sázava (Boemia), 25 marzo 1053
Patronato:
Repubblica Ceca
Martirologio Romano: A Sázava in Boemia, San Procopio, che, lasciati la moglie e il figlio, si dedicò alla vita eremitica, resse poi il monastero in questo luogo da lui stesso fondato e celebrò le lodi divine secondo il rito greco e in lingua slava.
É uno dei Santi Patroni della Boemia (attuale Repubblica Ceca), e la sua raffigurazione è abbondante nel Paese, specie nell’episodio leggendario, secondo cui San Procopio riuscì a legare il demonio all’aratro, facendoglielo tirare.
Sulla sua esistenza sono state scritte ben otto ‘Vitae’, la prima delle quali è del 1061-67 e altre due sono in lingua boema, una in versi e una in prosa.
Purtroppo queste ‘Vitae’ scritte molti secoli fa, danno notizie differenti e a volte contrastanti, per forza di cose, bisogna riassumere e conglobare le varie notizie, che non si esclude possono essere anche in parte leggendarie.
Procopio nacque verso il 975, nel castello di Kourim vicino a Chotoun e ricevette la sua istruzione nelle lettere slave a Vysehard, che era il centro amministrativo ed ecclesiastico della Boemia, presso Praga e dove era attiva una famosa scuola della lingua slava.
Ciò è comprovato dal fatto che le lettere slave erano già state inventate dal santo vescovo Cirillo e approvate dalla Chiesa, tenendo conto che il Cristianesimo slavo influenzò la Boemia sin dagli anni 869-870, cioè dopo il battesimo del duca Borivoj ad opera di San Metodio.  
Aggiungiamo ancora che negli anni intorno alla sua nascita, quindi verso il 975, la Boemia apparteneva ecclesiasticamente parlando, alla diocesi di rito latino di Ratisbona e da quell’anno fu eretta la nuova diocesi latina di Praga; ma fino a questo evento i duchi boemi sostennero fermamente che si usasse la liturgia slava.
Le buone relazioni che intercorrevano fra Procopio e la famiglia ducale, indicano la sua nobile origine e che il nome greco Procopio giunse certamente in Boemia attraverso la liturgia slava.
Egli fu sacerdote secolare dalla vita onesta e casta, dedicata al servizio di Dio; dopo l’ordinazione fu ricevuto tra i canonici di Vysehard presso la chiesa di S. Clemente.
Secondo l’uso locale e come altri sacerdoti, Procopio era sposato ed aveva un figlio di nome Jimram (Emeramo) che in seguito sarà monaco nel suo monastero.
Poi come succedeva spesso in quell’epoca, influenzata dal grande movimento benedettino, anche Procopio attratto dall’ascetismo dei benedettini, divenne monaco, quasi certamente nel monastero di Brevnov, uno dei due esistenti in quell’epoca in Boemia.
Ma dopo un breve tempo, Procopio chiese ai suoi superiori di dedicarsi ad una vita ancora più austera e con il loro permesso, si ritirò in solitudine in una grotta presso il fiume Sázava a circa due miglia dal natio castello di Kourim.
Era il 1009 ca.; costruì una chiesetta dedicata alla Madonna e a San Giovanni Battista; dedito alla preghiera e alla meditazione, non trascurò la Regola benedettina “Ora et labora”, quindi prese a disboscare la foresta tutta intorno, per preparare un’area arabile. E qui si inserisce la leggenda prima accennata, di aver costretto il diavolo tentatore, a tirare l’aratro per lui.
Come per tanti santi eremiti, la solitudine attirò molti visitatori, ai quali parlava della fede, guariva i loro malanni con delle erbe; fu naturale che alcuni volessero compartecipare a quella vita di preghiera e penitenza, per cui diede inizio ad un piccolo villaggio di eremiti, l’attuale nome boemo della località, significa “le capanne nere” e ne ricorda probabilmente le origini.
Un giorno il duca Oldrich (Ulderico) inseguendo un cervo nella foresta, si smarrì ed incontrò Procopio; da tale incontro scaturì un rapporto di amicizia e di stima, per cui il duca favorì la costruzione di un monastero in muratura, che annoverò fra i suoi monaci, anche il figlio e il nipote di Procopio, Jimram e Vito.
Dopo la morte del munifico duca Oldrich, gli successe il figlio Bretislav allora duca di Moravia, il quale recatosi in visita al monastero e compiacendosi della vita di Procopio, decise di farlo eleggere abate, anche se lui non avrebbe voluto.
Il nuovo e primo abate di Sázava, volle che la Comunità seguisse la Regola di San Benedetto, la liturgia del rito occidentale romano, la lingua liturgica slava. Sotto la sua guida, i monaci oltre ai lavori normali, si dedicavano ad opere letterarie e artistiche, allargando sempre più le relazioni con il mondo slavo.
Fu paterno con i suoi monaci oltre ogni dire, sollecitandoli con l’esempio e anche con le ammonizioni; durante il suo governo, non mancò loro mai nulla.
Procopio prese parte comunque alla vita ecclesiastica boema dei suoi tempi, era in buoni rapporti con il duca Bretislav e con il vescovo di Praga Sebér (Severo), il quale curò la sepoltura del santo abate di Sázava, quando morì il 25 marzo 1053.
I monaci lo venerarono subito come un santo, lo testimonia il culto resogli in Ungheria, paese che accolse fra il  1056 e il 1061, quindi pochi anni dopo la morte dell’abate, i monaci espulsi dal duca Spytihnev II; la sua “elevazione”, come allora era definita la proclamazione di un santo da parte di un vescovo, avvenne 40 anni dopo la sua morte nel 1093, ma in seguito non fu riconosciuta, forse perché operata solo dall’abate Bozetech.
Ad ogni modo, la canonizzazione ufficiale avvenne il 4 luglio 1204 ad opera di Papa Innocenzo III; si racconta che il papa si affrettò a fare tale proclamazione, dopo che in sogno fu colpito in testa da Procopio con il pastorale degli abati.
La cerimonia fu officiata dal cardinale Guido di S. Maria in Trastevere, inviato come ‘legato’ a Sázava da parte del Papa.  
La festa religiosa per San Procopio di Sázava si celebra il 4 luglio; egli è venerato come Patrono dei contadini e dei minatori e anche alcune fonti di acque salutari, presso il monastero, portano il suo nome.  Le sue reliquie, escluso un braccio riportato nel 1669 a Sázava, furono trasferite nel 1588 dal monastero a Praga, dove ancora si venerano nella Chiesa d’Ognissanti nel castello reale. Il Martyrologium Romanum lo ricorda al 25 marzo.  
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Procopio di Sazava, pregate per noi.


*San Quirino di Roma - Martire (25 marzo)  

Martirologio Romano:
A Roma nel cimitero di Ponziano sulla via Portuense, San Quirino, martire.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Quirino di Roma, pregate per noi.


*San Riccardo di Pontoise - Martire (25 marzo)
+ 25 marzo 1179
I cronisti del regno di Filippo Augusto, Roberto di Torigny e Guglielmo il Brettone, riportarono la menzione di parecchie uccisioni di bambini cristiani che sarebbero state operate dagli Ebrei, cosa che valse a questi ultimi l’espulsione dalla Francia nel 1182.
Nel numero di queste pretese vittime figura un bambino, Riccardo, originario di Pontoise, che sarebbe stato ucciso il 25 marzo 1179, e il cui corpo fu trasportato a Parigi nella chiesa dei Santi Innocenti, dove, alla vigilia della Rivoluzione, si trovava ancora la testa.
Roberto Gaguin, generale dell’Ordine dei Trinitari (m. 1502) ne scrisse un’orazione funebre passata negli Acta Sanctorum.
La realtà storica e l’interpretazione di questi pretesi crimini sono oggi assai contestate e sarà bene attenersi a una valutazione prudente sull’esempio di Vacandard.
(Autore: Gérard Mathon – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Riccardo di Pontoise, pregate per noi.


*San Roberto di Bury St. Edmund’s - Fanciullo, Martire (25 marzo)

+ Bury St. Edmund’s, Inghilterra, 10 giugno 1181
L’assassinio di Guglielmo di Norwich nel 1144, attribuito agli ebrei, generò in Inghilterra
un’ondata di isterismo e Guglielmo fu soltanto il primo di una serie di ragazzi inglesi la cui morte misteriosa fu attribuita agli ebrei.  
Uno di questi fu Roberto, che i cronisti riferiscono sia stato ucciso il 10 giugno 1181 vicino a Bury St. Edmund’s,   dove fu sepolto nella chiesa del monastero.  
La fonte più autorevole di questo episodio è Jocelyn di Braklund, un monaco di St. Edmund’s, il quale nella sua cronaca del monastero (prima del 1202) scrive riguardo alla morte di Roberto: “et fiebant prodigia et signa multa sicut alibi scripsimus”.
Quest’opera a cui fa riferimento Jocelyn non la possediamo, sebbene possa essere la Vita Roberti martyris che il biografo Giovanni Bale attribuisce a Jocelyn nel compilare il suo indice degli scrittori nel 1550.
Secondo l’Holweck la festa di Roberto si celebrava il 25 marzo.  
(Autore: Leonard Boyle – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Roberto di Bury St. Edmund’s, pregate per noi.  


*Beato Tommaso da Costacciaro - Eremita Camaldolese (25 marzo)

Costacciaro, metà XIII secolo – Montecucco, 25 marzo 1337
Il Beato Tommaso da Costacciaro, monaco ed eremita camaldolese, dopo una visita a camaldoli s’innamorò della solitudine e volle professare vita eremitica a Sitria.  
Con licenza del priore si ritirò poi a vita ancor più solitaria sul Montecucco, ove trascorse oltre sessant’anni in continua preghiera e macerazione, non cibandosi che di erbe crude e non bevendo che acqua.
Dio ne illustrò la santità con innumerevoli miracoli in vita e dopo la sua morte. Quest’ultima lo colse il 25 marzo 1337 ed in tale anniversario è commemorato dal Martyrologium Romanum e dal Menologio Camaldolese. É patrono del suo paese natio.
Patronato: Costacciaro
Martirologio Romano: Presso Costacciaro in Umbria, Beato Tommaso, eremita, che per sessantacinque anni praticò vita di anacoreta e la insegnò ad altri.
Tommaso nacque verso la metà del XIII secolo nel castello di San Savino, odierna frazione della cittadina umbra di Costacciaro, in diocesi di Gubbio.
Nel 1270 ebbe modo di visitare il Sacro Eremo di Camaldoli ed in tale occasione si accese in lui una fiamma  d’amore per la vita eremitica.
Tornato in patria, andò quale converso nell’abbazia di Santa Maria di Sitria, fondata in diocesi di Nocera nel 1021 dal celebre San Romualdo.
Dopo alcuni anni ottenne dal suo superiore di condurre vita solitaria in una spelonca presso Monte Cucco. Qui per sessantacinque anni visse in contemplazione e rigida penitenza e morì infine il 25 marzo 1337.
Per acclamazione popolare da subito Tommaso da Costacciaro fu considerato Santo e la sua salma
fu sepolta nella chiesa cittadina di  San Francesco dei Minori Conventuali.
Nei dintorni fu eretta una cappellina in suo onore, ma un vero e proprio culto pubblico ebbe inizio quando nel 1546 le sue spoglie furono traslate sotto l’altar maggiore della chiesa, ove tuttora sono collocate e venerate. L’artistica urna, ornata di cristalli, custodisce il corpo del beato rivestito del bianco abito camaldolese.
Il suo culto, già concesso dal pontefice Clemente VIII, fu riconfermato da Pio VI il 18 marzo 1778 ed esteso alla diocesi eugubina. Nel 1833 infine Gregorio XVI concesse il culto del beato anche ai Camaldolesi.
Il Beato Tommaso da Costacciaro è particolarmente invocato per le malattie addominali.
Negli anni 1726 e 1748 fu composta una raccolta di miracoli attribuiti alla sua potente intercessione.
Sempre a tale periodo risalirebbe anche la ricognizione delle sue reliquie ad opera del vescovo di Gubbio, Giacomo Cingari. Il Menologio Camaldolese ed il Martyrologium Romanum commemorano il Beato nell’anniversario della morte, mentre a Costacciaro è solennemente festeggiato quale patrono la prima domenica di settembre.
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - Beato Tommaso da Costacciaro, pregate per noi.


*Altri Santi del giorno (25 marzo)
*San
Giaculatoria - Santi tutti, pregate per noi.


 
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