Santi del 26 Luglio - Istituto Aveta

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Santi del 26 Luglio

Il mio Santo > I Santi di Luglio

*Beato Andrea di Phu Yen - Protomartire del Vietnam (26 luglio)

Phú Yên (Vietnam), 1626 – Quang Nam (Vietnam), 26 luglio 1644
Martirologio Romano: Nel villaggio di Phù Yên in Annamia, ora Viet Nam, Beato Andrea, martire, che, catechista, durante la persecuzione contro la dottrina cristiana, crudelmente catturato da soldati, versò il sangue per Cristo, primizia della Chiesa di questa terra.
Il 5 marzo 2000, PYenapa Giovanni Paolo II ha proclamati Beati un gruppo di martiri provenienti da varie regioni del mondo, fra cui alcune terre di missione, come i 30 sacerdoti e laici martiri del Brasile; le 11 suore della Congregazione della Sacra Famiglia di Nazareth, martiri della Bielorussia; Nicola Bunkerd Kitbamrun sacerdote martire della Thailandia; Pietro Calungsod catechista martire delle Filippine e Andrea di Phú Yên catechista proto-martire vietnamita.
Tutti insieme costituiscono, dal 1644 al 1944, una panoramica mondiale del martirio, col quale ancora oggi il cristianesimo come alle origini, paga col sangue generoso dei suoi figli, il diffondersi spesso osteggiato dell’insegnamento evangelico.
Il Beato Andrea di Phú Yên, oggetto di questa scheda, nacque in Vietnam nel 1626, appunto nella provincia di Phú Yên, ultimo dei figli della cristiana Giovanna; il padre morì quando Andrea era un neonato, per cui crebbe educato dalla madre con saggezza e premura.
Dotato di viva intelligenza era fisicamente abbastanza gracile; il gesuita missionario francese padre Alexandre de Rhodes (1591-1660), l’accolse fra i suoi studenti dietro le insistenze della madre.
Nel 1641, a quindici anni, ricevé il battesimo insieme alla madre; nell’anno seguente il giovane Andrea passò a far parte del gruppo dei più stretti collaboratori di padre de Rhodes, iniziando il corso per catechisti nell’Associazione chiamata “Maison Dieu” (La casa di Dio); gli iscritti formulavano una promessa, con la quale si impegnavano formalmente e pubblicamente ad essere sempre al servizio della Chiesa, nell’aiutare i sacerdoti e a diffondere il Vangelo.
Il gruppetto di esemplari convertiti, costituì poi il primo nucleo del clero autoctono del Vietnam.
Il catechista Andrea si distinse per la sua spontaneità e preparazione, per la genuina fede e l’impegno evangelico, che costituirono certamente la base per affrontare coraggiosamente il martirio.
Nel mese di luglio 1644 il Mandarino Ong Nghè Bó, fece ritorno nella provincia di Quang Nam dove viveva Andrea di Phú Yên, con l’ordine del re di Annam di impedire l’espandersi del cristianesimo nel suo regno; i primi ad essere perseguiti furono allora i catechisti vietnamiti.
Padre Alexandre de Rhodes, ignaro dei nuovi ordini del re di Annam, istigato dalla concubina Tong-Thi-Taoim acerrima nemica del cattolicesimo, si recò al palazzo per far visita di cortesia al Mandarino, secondo i buoni rapporti intercorsi fino allora.
Il Governatore avvertì padre de Rhodes dell’ira reale, per il gran numero di cocincinesi che aderivano
alla religione da lui predicata, intimandogli di lasciare il Vietnam e ritornare a Macao; i cristiani locali essendo loro sudditi, se perseveravano, si rendevano colpevoli e meritavano pene severissime.
Padre de Rhodes uscito dal palazzo, avvertì i catechisti e si recò al carcere per sostenere l’anziano catechista di 73 anni di nome Andrea, arrestato un paio di giorni prima.
Mentre era lì, le guardie inviate dal Mandarino entrarono nella sua missione per cercare il capo dei catechisti Ignazio, già alto magistrato del paese; ma non lo trovarono perché fuori città, per non tornare a mani vuote, presero il diciottenne catechista Andrea e dopo averlo bastonato e legato, lo caricarono su una barca fluviale e lo condussero al palazzo del Governatore Ong Nghè Bó.
A sera del 25 luglio 1644, il catechista Andrea fu portato davanti al Mandarino, dove come gli intrepidi ed eroici martiri dei primi tempi, rispose alle accuse ed agli inviti ad abiurare il cattolicesimo, professando la sua fede e il proposito di resistere ai tormenti che avessero voluto infliggergli.
Adirato, il Mandarino gli fece imporre al collo la croce cocincinese e lo fece riportare in prigione, la stessa dove era detenuto l’anziano Andrea. Lì ricevettero la mattina dopo, la visita di padre de Rhodes, scambiandosi vicendevolmente la promessa di pregare per entrambi.
Nella mattinata i due Andrea, il vecchio e il giovane, lasciarono il carcere della città di Quang Nam e oppressi dalla croce cocincinese (una specie di gogna incrociata), furono condotti come malviventi lungo le strade, attraversando il mercato di Kè Chàm, per presentarsi all’udienza pubblica del Mandarino, dove il giovane catechista fu condannato a morte e riportato in carcere.
L’altro Andrea di 73 anni, fu invece liberato per l’età avanzata e per l’interessamento di mercanti portoghesi. Verso le 17 del 26 luglio 1644, i soldati prelevarono Andrea dal carcere e lo condussero sul luogo del supplizio, seguito da padre de Rhodes e da numerosi cristiani portoghesi e vietnamiti.
Il giovane, sereno in viso, salutava ed incoraggiava tutti, contento di concludere la sua breve vita con il martirio. A sera inoltrata, egli fu trafitto da alcuni colpi di lancia al fianco sinistro e mentre uno sgherro stava per decapitarlo con la scimitarra, esclamò a voce alta il nome di Gesù.
Il suo corpo imbalsamato fu trasferito a Macao, colonia portoghese e cristiana, base di partenza dei Missionari per i Paesi della Cocincina; la venerata reliquia della testa del primo martire del Vietnam, rimase presso padre de Rhodes, per tutto il tempo in cui egli rimase nel Paese, poi fu inviata a Roma presso i Gesuiti, dove si trova tuttora. La sua salma si trova nel collegio della Compagnia di Gesù a Macao, Cina. La ricorrenza liturgica è il 26 luglio.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Andrea di Phu Yen, pregate per noi.


*Sant'Anna - Madre della Beata Vergine Maria (26 luglio)

Gerusalemme, I secolo a.C.
Anna e Gioacchino sono i genitori della Vergine Maria. Gioacchino è un pastore e abita a Gerusalemme, anziano sacerdote è sposato con Anna.
I due non avevano figli ed erano una coppia avanti con gli anni.
Un giorno mentre Gioacchino è al lavoro nei campi, gli appare un angelo, per annunciargli la nascita di un figlio ed anche Anna ha la stessa visione. Chiamano la loro bambina Maria, che vuol dire «amata da Dio».
Gioacchino porta di nuovo al tempio i suoi doni: insieme con la bimba dieci agnelli, dodici vitelli e cento capretti senza macchia.
Più tardi Maria è condotta al tempio per essere educata secondo la legge di Mosè.
Sant'Anna è invocata come protettrice delle donne incinte, che a lei si rivolgono per ottenere da Dio tre grandi favori: un parto felice, un figlio sano e latte sufficiente per poterlo allevare.
È patrona di molti mestieri legati alle sue funzioni di madre, tra cui i lavandai e le ricamatrici. (Avvenire)
Etimologia: Anna = grazia, la benefica, dall'ebraico
Emblema: Libro
Martirologio Romano: Memoria dei Santi Gioacchino e Anna, genitori dell’Immacolata Vergine Maria Madre di Dio, i cui nomi sono conservati da antica tradizione cristiana.
Nonostante che di Sant' Anna ci siano poche notizie e per giunta provenienti non da testi ufficiali e canonici, il suo culto è estremamente diffuso sia in Oriente che in Occidente.
Quasi ogni città ha una chiesa a lei dedicata, Caserta la considera sua celeste Patrona, il nome di Anna si ripete nelle intestazioni di strade, rioni di città, cliniche e altri luoghi; alcuni Comuni portano il suo nome.
La madre della Vergine, è titolare di svariati patronati quasi tutti legati a Maria; poiché portò nel suo grembo la speranza del mondo, il suo mantello è verde, per questo in Bretagna dove le sono devotissimi, è invocata per la raccolta del fieno; poiché custodì Maria come gioiello in uno scrigno, è patrona di orefici e bottai; protegge i minatori, falegnami, carpentieri, ebanisti e tornitori.
Perché insegnò alla Vergine a pulire la casa, a cucire, tessere, è patrona dei fabbricanti di scope, dei tessitori, dei sarti, fabbricanti e commercianti di tele per la casa e biancheria.
È soprattutto patrona delle madri di famiglia, delle vedove, delle partorienti, è invocata nei parti difficili e contro la sterilità coniugale.
Il nome di Anna deriva dall’ebraico Hannah (grazia) e non è ricordata nei Vangeli canonici; ne parlano invece i vangeli apocrifi della Natività e dell’Infanzia, di cui il più antico è il cosiddetto “Protovangelo di san Giacomo”, scritto non oltre la metà del II secolo.
Questi scritti benché non siano stati accettati formalmente dalla Chiesa e contengono anche delle eresie, hanno in definitiva influito sulla devozione e nella liturgia, perché alcune notizie riportate sono ritenute autentiche e in sintonia con la tradizione, come la Presentazione di Maria al tempio e l’Assunzione al cielo, come il nome del centurione Longino che colpì Gesù con la lancia, la storia della Veronica, ecc.
Il “Protovangelo di san Giacomo” narra che Gioacchino, sposo di Anna, era un uomo pio e molto ricco e abitava vicino Gerusalemme, nei pressi della fonte Piscina Probatica; un giorno mentre stava portando le sue abbondanti offerte al Tempio come faceva ogni anno, il gran sacerdote Ruben lo fermò dicendogli: “Tu non hai il diritto di farlo per primo, perché non hai generato prole”.
Gioacchino ed Anna erano sposi che si amavano veramente, ma non avevano figli e ormai data l’età non ne avrebbero più avuti; secondo la mentalità ebraica del tempo, il gran sacerdote scorgeva la maledizione divina su di loro, perciò erano sterili.
L’anziano ricco pastore, per l’amore che portava alla sua sposa, non voleva trovarsi un’altra donna per avere un figlio; pertanto addolorato dalle parole del gran sacerdote si recò nell’archivio delle dodici tribù di Israele per verificare se quel che diceva Ruben fosse vero e una volta constatato che tutti gli uomini pii ed osservanti avevano avuto figli, sconvolto non ebbe il coraggio di tornare a casa e si ritirò in una sua terra di montagna e per quaranta giorni e quaranta notti supplicò l’aiuto di Dio fra lacrime, preghiere e digiuni.
Anche Anna soffriva per questa sterilità, a ciò si aggiunse la sofferenza per questa ‘fuga’ del marito; quindi si mise in intensa preghiera chiedendo a Dio di esaudire la loro implorazione di avere un figlio.
Durante la preghiera le apparve un angelo che le annunciò: “Anna, Anna, il Signore ha ascoltato la tua
preghiera e tu concepirai e partorirai e si parlerà della tua prole in tutto il mondo”.
Così avvenne e dopo alcuni mesi Anna partorì. Il “Protovangelo di san Giacomo” conclude: “Trascorsi i giorni necessari si purificò, diede la poppa alla bimba chiamandola Maria, ossia ‘prediletta del Signore’”.
Altri vangeli apocrifi dicono che Anna avrebbe concepito la Vergine Maria in modo miracoloso durante l’assenza del marito, ma è evidente il ricalco di un altro episodio biblico, la cui protagonista porta lo stesso nome di Anna, anch’ella sterile e che sarà prodigiosamente madre di Samuele.
Gioacchino portò di nuovo al tempio con la bimba, i suoi doni: dieci agnelli, dodici vitelli e cento capretti senza macchia.
L’iconografia orientale mette in risalto rendendolo celebre, l’incontro alla porta della città, di Anna e Gioacchino che ritorna dalla montagna, noto come “l’incontro alla porta aurea” di Gerusalemme; aurea perché dorata, di cui tuttavia non ci sono notizie storiche. I pii genitori, grati a Dio del dono ricevuto, crebbero con amore la piccola Maria, che a tre anni fu condotta al Tempio di Gerusalemme, per essere consacrata al servizio del tempio stesso, secondo la promessa fatta da entrambi, quando implorarono la grazia di un figlio.
Dopo i tre anni Gioacchino non compare più nei testi, mentre invece Anna viene ancora menzionata in altri vangeli apocrifi successivi, che dicono visse fino all’età di ottanta anni, inoltre si dice che Anna rimasta vedova si sposò altre due volte, avendo due figli la cui progenie è considerata, soprattutto nei paesi di lingua tedesca, come la “Santa Parentela” di Gesù.
Il culto di Gioacchino e di Anna si diffuse prima in Oriente e poi in Occidente (anche a seguito delle numerose reliquie portate dalle Crociate); la prima manifestazione del culto in Oriente, risale al tempo di Giustiniano, che fece costruire nel 550 ca. a Costantinopoli una chiesa in onore di Sant' Anna.
L’affermazione del culto in Occidente fu graduale e più tarda nel tempo, la sua immagine si trova già tra i mosaici dell’arco trionfale di S. Maria Maggiore (sec. V) e tra gli affreschi di S. Maria Antiqua (sec. VII); ma il suo culto cominciò verso il X secolo a Napoli e poi man mano estendendosi in altre località, fino a raggiungere la massima diffusione nel XV secolo, al punto che Papa Gregorio XIII (1502-1585), decise nel 1584 di inserire la celebrazione di s. Anna nel Messale Romano, estendendola a tutta la Chiesa; ma il suo culto fu più intenso nei Paesi dell’Europa Settentrionale anche grazie al libro di Giovanni Trithemius “Tractatus de laudibus sanctissimae Annae” (Magonza, 1494).
Gioacchino fu lasciato discretamente in disparte per lunghi secoli e poi inserito nelle celebrazioni in data diversa; Anna il 25 luglio dai Greci in Oriente e il 26 luglio dai Latini in Occidente, Gioacchino dal 1584 venne ricordato prima il 20 marzo, poi nel 1788 alla domenica dell’ottava dell’Assunta, nel 1913 si stabilì il 16 agosto, fino a ricongiungersi nel nuovo calendario liturgico, alla sua consorte il 26 luglio.
Artisti di tutti i tempi hanno raffigurato Anna quasi sempre in gruppo, come Anna, Gioacchino e la piccola Maria oppure seduta su una alta sedia come un’antica matrona con Maria bambina accanto, o ancora nella posa ‘trinitaria’ cioè con la Madonna e con Gesù bambino, così da indicare le tre generazioni presenti.
Dice Gesù nel Vangelo “Dai frutti conoscerete la pianta” e noi conosciamo il fiore e il frutto derivato dalla annosa pianta: la Vergine, Immacolata fin dal concepimento, colei che preservata dal peccato originale doveva diventare il tabernacolo vivente del Dio fatto uomo.
Dalla santità del frutto, cioè di Maria, deduciamo la santità dei suoi genitori Anna e Gioacchino.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Anna, pregate per noi.


*Sant'Austindo - Vescovo (26 luglio)

m. 1068
Diresse la diocesi di Auch, in Francia, cercando di riformare gli edifici sacri e perfezionare i costumi dei fedeli.
Martirologio Romano: Ad Auch in Aquitania, in Francia, Sant’Austindo, vescovo, alla cui opera si deve la costruzione della cattedrale, il progresso dei costumi del popolo e l’edificazione della casa di Dio.
Nato verso il 1000 a Bordeaux, monaco benedettino a Sant'Orienzio di Auch, poi abate del monastero fu eletto arcivescovo di Auch poco dopo la metà del sec. XI, in luogo di Raimondo Copa deposto per simonia.
Costruttore, innalzò una casa capitolare con chiostro, cominciò una nuova cattedrale fondò Nogaro e la sua collegiata.
Riformatore fece adottare la regola di Cluny, reintegrò i vescovadi della Guascogna soppressi, diresse dei concili.
La sua lotta contro gli usurpatori laici lo costrinse a rifugiarsi per due anni a Reims. Rientrò nella sua diocesi e morì poco dopo un sinodo, nel 1068.
Il suo culto risale alla metà del sec. XIV e la sua festa si celebra il 25 settembre.
(Autore: Paul Viard – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Austindo, pregate per noi.


*Santa Bartolomea Capitanio - Vergine (26 luglio)

Lovere, Bergamo, 13 gennaio 1807 - 26 luglio 1833
Nasce a Lovere, in provincia di Bergamo e diocesi di Brescia, da Modesto e da Caterina Canossi, il 13 gennaio 1807.
Conseguito il diploma di maestra assistente presso l'educandato delle clarisse nel 1822, comincia nell'istituto stesso la sua attività di insegnante. Nel 1824 torna in famiglia e insegna nella piccola scuola aperta nella sua stessa casa per le bambine povere.
Dalla sua preoccupazione per i segni lasciati dal periodo napoleonico soprattutto tra la gioventù femminile in seguito sorgerà la congregazione col titolo di Maria Bambina.
Bartolomea, infatti, opera nel piccolo ospedale per i poveri, fondato a Lovere dalle sorelle Caterina (che assunse poi il nome di Vincenza) e Rosa Gerosa, dove viene chiamata come direttrice ed economa.
Nel 1829 scrive le regole della nuova istituzione, alla quale guadagna anche l'adesione di Caterina Gerosa.
L'istituto sorge il 21 novembre 1832. Bartolomea, però, morirà il 26 luglio 1833: la congregazione della Suore di Maria Bambina si svilupperà sotto la guida di Caterina Gerosa. Le due fondatrici sono state canonizzate entrambe nel 1950. (Avvenire)
Etimologia: Bartolomea = figlia del valoroso, dall'aramaico
Emblema: Giglio
Martirologio Romano: A Lovere in Lombardia, Santa Bartolomea Capitanio, vergine, che insieme a santa Vincenza Gerosa fondò l’Istituto delle Suore della Carità di Maria Bambina e morì a ventisette anni, consunta dalla tisi, ma ancor più divorata dalla carità.
Nacque a Lovere, in provincia di Bergamo e diocesi di Brescia, da Modesto e da Caterina Canossi, il 13 gennaio 1807. Dopo aver frequentato la scuola elementare, venne affidata, undicenne, alle Clarisse del luogo, ritornate nel proprio convento dopo la dispersione del periodo napoleonico.
Nel loro educandato, grazie anche alla guida di una superiora colta e pia, suor Francesca Parpani,
Bartolomea fece grandi progressi negli studi e nella via della perfezione.
Conseguito il diploma di maestra assistente nel 1822, cominciò nell'istituto stesso la sua attività di insegnante con le scolarette della prima elementare.
Lasciato l'educandato il 18 luglio 1824 e ritornata in seno alla famiglia, continuò la sua carriera didattica nella piccola scuola aperta l'anno seguente nella sua stessa casa in favore delle bambine povere, sperimentando ed elaborando il suo metodo, fatto di intuizione e di penetrazione delle anime delle fanciulle.
Nel 1824 Bartolomea stese il primo schema del regolamento della sua vita, che ebbe in seguito ammirabili sviluppi, ed emise il voto di ubbidienza, con cui si obbligò soprattutto ad eseguire gli ordini del padre, che le aveva affidato il lavoro della bottega.
Ricca di doni e naturalmente espansiva, Bartolomea non tardò a volgere la sua attenzione a un altro campo di apostolato, quello della gioventù femminile, tra la quale le idee della Rivoluzione avevano lasciato segni evidenti di rovine o almeno di disorientamento morale.
Sorse così l'oratorio con cappella, regolamenti ed istruzioni e la Congregazione col titolo di Maria Bambina. Nel 1826, mentre il giubileo veniva esteso a tutta la Chiesa, ella si impose un programma di vita ascetica davvero degno, come ebbe ad esprimersi il suo direttore spirituale, Angelo Bosio, di un'anima dotata di eccezionale pietà e devozione.
Oltre a ciò, la giovane Bartolomea dedicò la sua opera al piccolo ospedale per i poveri, fondato in Lovere dalle sorelle Caterina (che assunse poi in religione il nome di Vincenza) e Rosa Gerosa, dove era stata chiamata in qualità di direttrice ed economa.
Ma programmi ben più vasti occupavano la sua mente. Ella vedeva al di là degli angusti confini di Lovere tante persone che avevano bisogno di assistenza religiosa, morale e fisica, e concepì l'idea di andare in loro aiuto con una grande famiglia religiosa che santificasse i suoi membri attraverso le opere di misericordia.
Durante gli esercizi spirituali, fatti a Sellere nel 1829, scrisse le regole della nuova istituzione, alla quale aveva guadagnato anche l'adesione di Caterina Gerosa.
Preoccupazione non lieve era la ricerca, la scelta e l'acquisto di una casa: le difficoltà erano molte e provenivano dai parenti, dalle autorità e dalla insufficienza di mezzi.
Tuttavia, nel novembre 1832 si stipulò il contratto di compera della Casa Gaia, un antico edificio in abbandono, e la mattina del 21 novembre dello stesso anno, alla presenza delle due fondatrici, del parroco di Lovere, di don Bosio, di parenti ed amiche, avvenne la cerimonia delI'erezione dell'Istituto.
Nella nuova casa, chiamata dal popolo "Conventino", si concentrarono le opere già iniziate da Bartolomea: la scuola gratuita per le figlie del popolo, l'orfanotrofio con dieci alunne, le riunioni festive, le pie unioni e l'assistenza a quanti cercassero aiuto morale e materiale.
I1 22 giugno 1833 venne steso il Capitolo Giuridico in quattordici articoli, in cui Bartolomea e Caterina Gerosa dichiararono di unirsi in società legale, che venne riconosciuta dal governo austriaco. Solo pochi mesi, tuttavia, Bartolomea poté godere della sua fondazione: infatti, il 26 luglio 1833 la morte stroncava la sua esistenza, breve di anni, ma ricca di opere.
Dichiarata venerabile da Pio IX l'8 marzo 1866, fu beatificata da Pio XI il 30 maggio 1926 e canonizzata da Pio XII il 18 maggio 1950. La sua festa si celebra il 26 luglio.
L'istituzione della Congregazione, che alla morte di B. sembrò dover naufragare, si andò sviluppando lentamente, ma senza scosse e interruzioni: il 21 novembre 1835 ebbe luogo la vestizione solenne delle prime suore e l2elezione a superiora di Vincenza Gerosa; il 21 maggio 1837 fu fondato 1'orfanotrofio di Santa Chiara a Bergamo; il 29 giugno 1840 I'Istituto ricevette l'approvazione della Santa Sede (breve: Multa inter pia) e nel febbraio 1841 quella definitiva della Corte di Vienna; il 12 marzo 1842 fu creata la prima fondazione in Milano (ospedale Ciceri); il 7 febbraio 1860 partirono le prime quattro suore missionarie in India (Bengala), chiamate da mons. Marinoni. Le suore di Maria Bambina assommano oggi a circa diecimila con oltre settecento case.
(Autore: Giacomo Drago - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Bartolomea Capitanio, pregate per noi.


*San Benigno di Malcesine - Eremita (26 luglio)

Malcesine (Verona), sec. VIII - IX
Santi Benigno e Caro, eremiti
Benigno e Caro sono due eremiti, che vissero tra l’VIII e il IX secolo nella zona di Malcesine, oggi incantevole Comune sulla sponda veronese del grande Lago di Garda, da cui si può raggiungere il Monte Baldo con una funivia che giunge fino a m. 1780.
Della loro vicenda umana, purtroppo non si sa niente, si ipotizza che fossero eremiti agostiniani; quello che è certo che il loro culto era molto sentito ancora nel secolo XVI.
Ancora oggi a Cassone, presso Malcesine, una chiesa è a loro dedicata; una leggenda attribuisce loro il trasporto in altra sede, delle ossa di San Zenone, vescovo di Verona, che riposavano in quel luogo, ciò sarebbe avvenuto nell’807 circa. A Malcesine, Benigno e Caro sono venerati il 26 luglio nella chiesa di Santo Stefano, dove nel 1314 le loro reliquie, furono collocate in una nuova cappella, dal vescovo Tebaldo.  
Il nome Benigno piuttosto raro, deriva dal latino “Benignus” e significa “che predice il bene”; nonostante che oggi sia poco usato, ci sono ben 18 santi dei tempi passati, che portano questo nome.  
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Benigno di Malcesine, pregate per noi.


*Beata Camilla Gentili di Rovellone (26 luglio)

m. 26 luglio 1486
Il martirologio ricorda una donna il cui matrimonio ebbe un tragico epilogo: la Beata Camilla Gentili.
Nata nella seconda metà del XV secolo a San Severino Marche da Luca dei signori di Rovellone e da Brandina della nobile famiglia Giusti, fu data in moglie al violento Battista Santucci, che odiava i Giusti.
Dopo aver ucciso uno di loro, fu perdonato proprio per intercessione di Camilla.
Ma non fu sufficiente. Continuò a perseguitarla, impedendole di vedere la madre. Scoperti i loro incontri segreti, uccise sua moglie.
Gregorio XVI la proclamò beata nel 1841. (Avvenire)
Martirologio Romano: A San Severino sempre nelle Marche, Beata Camilla Gentili, martire, uccisa dal suo empio coniuge.
Camilla Gentili nacque nelle seconda metà del XV secolo, da Luca Gentili dei signori di Rovellone e da Brandina della nobile famiglia dei Grassi.
Per volere della famiglia, si sposò con il nobile Battista Santucci, uomo violento e rissoso.
Il marito di Camilla riversava l'odio che aveva per tutti i membri della famiglia Grassi, sulla suocera Brandina e sulla sposa, donna mite, sottomessa e stimata da tutti per la bontà.
Incolpato dell'assassinio di Pierozzo Grassi nel 1482, Battista ebbe salva la vita grazie all'intervento personale e le preghiere di Camilla.
Nonostante ciò il suo odio verso i Grassi non si placò, anzi crebbe a tal punto da proibire alla moglie di avere contatti con la madre Brandina.
Accortosi che il suo divieto non era stato rispettato, il 26 luglio 1486, Battista con finta tenerezza invitò Camilla ad accompagnarlo all' Uvaiolo, località dove possedeva un podere, per trascorrere
qualche ora in serenità. Camilla accondiscese senza rendersi conto che si stava recando al patibolo.
Qui il marito tirò fuori un pugnale e colpì Camilla prima alla gola e poi al seno, mentre lei innalzava al Signore la sua preghiera di perdono e di amore. Battista commesso il grave misfatto tentò la fuga che non poté effettuare come se fosse legato a terra.
L'agghiacciante fatto venne subito scoperto, destando indignazione e pietà.
La salma di Camilla fu tumulata nella chiesa di Santa Maria del Mercato (l'attuale chiesa di San Domenico) dove la famiglia Gentili aveva la sepoltura. Fin da subito la sua tomba fu meta di pellegrinaggi per le grazie ed i prodigi accordati a quanti ricorrevano alla sua protezione.
Devoto di Camilla fu anche il cardinale di Bologna Prospero Lambertini che divenne poi Papa con il nome di Benedetto XIV. Il 15 gennaio 1841 Gregorio XVI la proclamò "Beata" e stabilì la festa della Beata Camilla Gentili di Rovellone il 27 luglio, il giorno dopo la sua morte.
(Autore: Elisabetta Nardi – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Camilla Gentili di Rovellone, pregate per noi.


*San Caro di Malcesine - Eremita (26 luglio)

Malcesine (Verona), sec. VIII - IX
Santi Benigno e Caro, eremiti
Benigno e Caro sono due eremiti, che vissero tra l’VIII e il IX secolo nella zona di Malcesine, oggi incantevole Comune sulla sponda veronese del grande Lago di Garda, da cui si può raggiungere il
Monte Baldo con una funivia che giunge fino a m. 1780.
Della loro vicenda umana, purtroppo non si sa niente, si ipotizza che fossero eremiti agostiniani; quello che è certo che il loro culto era molto sentito ancora nel secolo XVI.
Ancora oggi a Cassone, presso Malcesine, una chiesa è a loro dedicata; una leggenda attribuisce loro il trasporto in altra sede, delle ossa di San Zenone, vescovo di Verona, che riposavano in quel luogo, ciò sarebbe avvenuto nell’807 Circa.
A Malcesine, Benigno e Caro sono venerati il 26 luglio nella chiesa di Santo Stefano, dove nel 1314 le loro reliquie, furono collocate in una nuova cappella, dal vescovo Tebaldo.
Il nome Caro, deriva dal latino “Carus”, nome assai usato dai Latini e significa “diletto”, oggi è solo usato come aggettivo affettuoso.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Caro di Malcesine, pregate per noi.


*Beato Edoardo Twing - Martire (26 luglio)

Martirologio Romano: A Lancaster ancora in Inghilterra, Beati Edoardo Twing, dell’Ordine dei Predicatori, e Roberto Nutter, sacerdoti e martiri, che, dopo lunghe fatiche nella vigna del Signore, condannati per il loro sacerdozio, subirono un glorioso martirio sotto la regina Elisabetta I.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Edoardo Twing, pregate per noi.


*Sant'Erasto - Discepolo di San Paolo (26 luglio)
I sec.

Martirologio Romano: Commemorazione di Sant’Erasto, che, tesoriere della città di Corinto, fu al servizio di San Paolo Apostolo.
Nella lettera ai Romani l'apostolo Paolo invia i saluti da parte di Erasto, tesoriere di Corinto, capo, cioè, dell'amministrazione dei tributi e del pubblico danaro.
Tale ufficio esigeva la sua stabile dimora nella città; non è possibile pertanto identificare questo Erasto con il discepolo omonimo che accompagnò san Paolo in molti dei suoi viaggi e al quale l'apostolo affidò diverse missioni.
I menei greci dicono Erasto vescovo di Panea o Cesarea di Filippo. Secondo il Martirologio Romano, fu vescovo in Macedonia e morì martire a Filippi.
I latini ne celebrano la festa il 26 luglio, i greci il 10 novembre.
(Autore: Francesco Spadafora – Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - Sant'Erasto, pregate per noi.


*San Gioacchino - Padre della Beata Vergine Maria  (26 luglio)

Anna e Gioacchino sono i genitori della Vergine Maria.
Gioacchino è un pastore e abita a Gerusalemme, anziano sacerdote è sposato con Anna.
I due non avevano figli ed erano una coppia avanti con gli anni.
Un giorno mentre Gioacchino è al lavoro nei campi, gli appare un angelo, per annunciargli la nascita di un figlio ed anche Anna ha la stessa visione.
Chiamano la loro bambina Maria, che vuol dire «amata da Dio».
Gioacchino porta di nuovo al tempio i suoi doni: insieme con la bimba dieci agnelli, dodici vitelli e cento capretti senza macchia.
Più tardi Maria è condotta al tempio per essere educata secondo la legge di Mosè.
Sant'Anna è invocata come protettrice delle donne incinte, che a lei si rivolgono per ottenere da Dio tre grandi favori: un parto felice, un figlio sano e latte sufficiente per poterlo allevare.
È patrona di molti mestieri legati alle sue funzioni di madre, tra cui i lavandai e le ricamatrici. (Avvenire)
Etimologia: Gioacchino = Dio rende forti, dall'ebraico
Martirologio Romano: Memoria dei Santi Gioacchino e Anna, genitori dell’immacolata Vergine Maria Madre di Dio, i cui nomi sono conservati da antica tradizione cristiana.
Nella Sacra Scrittura si narra che la madre del profeta Samuele, Anna, nell'affliggente sterilità che le aveva precluso il privilegio della maternità, si rivolse con ardente preghiera al Signore e fece voto di consacrare al servizio divino il nascituro.
Ottenuta la grazia, dopo aver svezzato il piccolo Samuele, lo portò a Silo, dov'era custodita l'arca dell'alleanza e lo affidò al sacerdote Egli dopo averlo offerto al Signore.
Su questa falsariga il Protovangelo di Giacomo, apocrifo del secondo secolo, traccia la storia di Gioacchino e Anna, genitori della Vergine Maria.
La pia sposa di Gioacchino, dopo lunga sterilità, ottenne dal Signore la nascita di Maria, che a tre anni portò al Tempio, lasciandovela al servizio divino in adempimento del voto fatto.
Il fondamento storico, probabile pur nella discordante letteratura apocrifa, è comunque falsamente rivestito di elementi secondari, copiati dalla vicenda della madre di Samuele.
Mancando nei Vangeli ogni accenno ai genitori della Vergine, non restano che gli scritti apocrifi, nei quali non è impossibile rinvenire, tra i predominanti elementi fantastici, qualche notizia autentica, raccolta da antiche tradizioni orali.
Il culto verso i Santi genitori della Beata Vergine è molto antico, tra i Greci soprattutto.
In Oriente si venerava Sant'Anna già nel secolo VI e tale devozione si estese lentamente in tutto l'Occidente a partire dal secolo X fino a raggiungere il suo massimo sviluppo nel secolo XV.
Nel 1584 venne istituita la festività di Sant'Anna, mentre San Gioacchino era lasciato discretamente in disparte, forse per la stessa discordanza sul suo nome che si rivela negli scritti apocrifi, posteriori al Protovangelo di Giacomo.
Oltre al nome di Gioacchino, al padre della Vergine è dato il nome di Cleofa, di Sadoc e di Eli.
I due Santi venivano celebrati separatamente: Sant'Anna il 25 luglio dai Greci e il giorno successivo dai Latini.
Nel 1584 anche S. Gioacchino trovò spazio nel calendario liturgico, dapprima il 20 marzo, per passare alla domenica nell'ottava dell'Assunta nel 1738, quindi al 16 agosto nel 1913 e ricongiungersi alla santa consorte, col nuovo calendario liturgico, al 26 luglio.
"Dai frutti conoscerete la pianta", dice Gesù nel Vangelo.
Noi conosciamo il fiore e il frutto soavissimo derivato dalla pianta annosa: la Vergine, Immacolata fin dal concepimento, colei che per divino privilegio fu esente dal peccato di origine per essere poi il tabernacolo vivente del Dio fatto uomo.
Dalla santità del frutto, da Maria, deduciamo la santità dei genitori di lei, Anna e Gioacchino.
(Autore: Piero Bargellini – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Gioacchino, pregate per noi.   


*San Giorgio Preca - Sacerdote (26 luglio)

La Valletta, Malta, 12 febbraio 1880 - 26 luglio 1962
Nacque a Malta il 12 febbraio 1880. Da bambino, secondo l'usanza del tempo, venne incorporato nella Famiglia carmelitana con l'imposizione dello scapolare.
Fu ordinato sacerdote il 22 Dicembre 1906. Nei primi mesi del 1907 raccolse attorno a sé e formò un piccolo gruppo di giovani ventenni.
Iniziò così la Società della dottrina cristiana, detta comunemente Museum, lettere iniziali di «Magister, utinam sequatur evangelium universus mundus» («Maestro, che l'intero mondo segua il Vangelo»), opera dedicata all'educazione religiosa dei bambini e dei giovani.
Preca, da adulto, divenne terziario carmelitano: si iscrisse il 21 luglio 1918 e professò il 26 settembre dell'anno successivo.
Alla sua professione scelse il nome di Franco.
Nel 1952, come riconoscimento alla sua infaticabile divulgazione della devozione alla Madonna del Carmine, venne affiliato all'Ordine Carmelitano.
Morì il 26 luglio 1962.
È stato beatificato da Giovanni Paolo II il 9 maggio 2001 a Malta ed infine canonizzato da Benedetto XVI il 3 giugno 2007 a Roma. (Avvenire)
Martirologio Romano: A La Valletta nell’isola di Malta, Beato Giorgio Preca, sacerdote, che, amorevolmente dedito alla cura dell’istruzione catechistica dei fanciulli, fondò la Società della Dottrina Cristiana per dare testimonianza dell’azione provvidenziale della parola di Dio in mezzo al popolo.
Bambino allegro e vivacissimo, quasi uno scavezzacollo, al punto da rischiare una volta di annegare per un gioco troppo pericoloso: eppure, sulla vita di questo bambino esuberante, esercita un’influenza particolare lo scapolare del Carmine, che secondo la tradizione gli è stato imposto quando ha appena pochi anni.
Così, quasi senza accorgersene, si ritrova in seminario e sta per diventare prete, ma una malattia grave lo blocca all’indomani del diaconato e per i medici è ormai spacciato.
Si salva contro ogni pronostico e viene ordinato prete a 26 anni, prendendo come programma di vita la riflessione del suo direttore spirituale: “Dio ti ha scelto per insegnare al suo popolo”, mentre la sua unica preoccupazione, da quel giorno in poi, è aiutare e incoraggiare gli altri a “cambiare cuore”.
Si tuffa nell’educazione e nell’istruzione dei bambini e gli riconoscono capacità eccezionali nell’avvicinare i giovani, al punto da essere identificato come il “San Filippo Neri di Malta”.
Pochi mesi dopo già raccoglie attorno a sé un gruppo di giovani operai, il nucleo di quello che diventerà poi la “Societas Doctrinae Christianae”: suo sogno è di trasformarli in evangelizzatori e renderli in grado, attraverso un’adeguata formazione, di istruire gli altri nella fede.
É un’esigenza quanto mai sentita a Malta, dove la pratica religiosa è ridotta alla partecipazione alla messa festiva e ad alcune pratiche devozionali, ma è pure un’idea giudicata da molti troppo ardita, perché non si vede di buon occhio che la Bibbia e la teologia sia consegnata in mano ai laici, per lo più semplici operai, ed è addirittura intollerabile che ad essi sia affidata la proclamazione della Parola di Dio.
Anticipando di 60 anni l’Apostolicam actuositatem del Concilio Vaticano II°, questo pretino sfida la mentalità del tempo e, mentre la Chiesa tiene sotto stretta osservazione la sua opera, egli si
preoccupa di formare i membri della sua comunità, ai quali chiede il vincolo del celibato e dai quali esige almeno un’ora di formazione al giorno.
La Chiesa impiega 25 anni per approvare la nuova Associazione ed in questo periodo egli, nell’assoluta fedeltà alla gerarchia, continua ad educare, istruire, formare.
Innanzitutto se stesso, lasciandosi plasmare dalla spiritualità carmelitana, attingendo a piene mani dagli scritti spirituali dei grandi santi, da San Vincenzo de Paoli a Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, ma nello stesso tempo conservando quella carica di novità che è il suo specifico carisma: evangelizzare attraverso i laici.
“Il mio pane lo faccio con la farina che prendo dal sacco degli altri” era solito dire, “ma alla fine tutti dobbiamo attingere da un unico sacco: il Vangelo”.
Nuovi centri di dottrina cristiana si aprono in tutte le parrocchie, mentre la missionarietà lo spinge a nuove fondazioni in Australia, nel Sudan, in Kenya e in Albania, in una fioritura di vocazioni che continua ancora oggi.
Muore il 26 luglio 1962, a 82 anni, e Papa Giovanni Paolo II il 9 maggio 2001 a Malta proclamò “Beato” don Giorgio Preca, un prete il cui unico desiderio era stato “che l’intero mondo segua il vangelo”.
Benedetto XVI, dopo pochi anni, ha infine canonizzato il 3 giugno 2007 il primo Santo maltese.
(Autore: Gianpiero Pettiti – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
É il primo Beato maltese, nato e sempre vissuto nell’isola. Nasce in una famiglia agiata e a otto anni segue i genitori(Vincenzo e Natalina Ceravolo) da La Valletta al sobborgo di Hamrun.
Dopo il liceo entra in seminario, arrivando al sacerdozio nel dicembre 1906.
Già da chierico incontrava ad Hamrun gruppi di ragazzi e giovani per spiegare loro il Vangelo.
Diventato sacerdote, raccoglie e prepara un gruppo di giovani per un compito preciso e duraturo: si dedicheranno regolarmente alla formazione cristiana dell’infanzia e della gioventù, ma senza prendere gli ordini: resteranno laici.
"Le circostanze odierne richiedono assolutamente che l’apostolato dei laici sia più intenso ed esteso": questo dirà il concilio Vaticano II in modo chiaro, ma 60 anni dopo.
Quando comincia lui, invece, lo capiscono in due: il parroco e il confessore.
Ma al suo fianco c’è pure l’apostolo Paolo, che a Malta trovò scampo dopo il naufragio. C’è la sua esortazione a Timoteo: "Le cose che hai udito da me, in presenza di numerosi testimoni, trasmettile a persone fidate, le quali siano in grado di ammaestrare a loro volta anche altri" (2Tim 2,2).
Prepara il gruppetto di partenza ai primi del 1907, e quando si tratta di dargli un nome qualcuno suggerisce scherzosamente: "Chiamiamolo Museum".
Il nome resterà, interpretato da lui come acrostico delle parole Magister, utinam sequatur Evangeliumuniversus mundus!(“Maestro, che tutto il mondo segua il Vangelo!”).
Per molti è una novità attraente sentir spiegare il Vangelo da giovani come tutti, vestiti come tutti.
Già li chiamano varie parrocchie, ma c’è chi fa girare voci di dissenso, e un giorno arriva dal vescovado l’ordine: chiudere le sedi, cessare l’attività.
Don Giorgio obbedisce subito, ma vari parroci intervengono in sua difesa, convincono il vescovo e l’ordine viene ritirato.
Nel 1914-15, c’è un altro attacco e varie accuse, sostenute da una campagna di stampa. La nuova crisi viene superata, ma è interessante il suo comportamento: piena obbedienza quando il vescovo comanda, e silenzio totale di fronte a qualsiasi accusa.
Tace, non reagisce, convince i suoi a fare lo stesso. La vittoria è vincere sé stessi.
Scrive anche una Lettera popolare sulla mansuetudine, che sarà sempre letta nel giorno di Santo Stefano in tutte le sue case.
L’opera si sviluppa col nome di Società della dottrina cristiana, coi rami maschile e femminile, riconosciuta canonicamente nel 1932.
Ne fanno parte laici lavoratori, non sposati, dediti all’apostolato per i piccoli e per gli adulti.
Chi si sposa, può entrare fra i cooperatori della Società, della quale oggi fanno parte più di 1.200 persone operanti in gran parte a Malta, ma presenti anche in Australia, in Sudan, in Kenya, in Perù, in Albania e in Inghilterra.
Don Giorgio Preca, vicino fin da giovane alla spiritualità carmelitana, ne era terziario già nel1918, e nel 1952 l’Ordine ha voluto affiliarlo con il nome di don Franco.
Accanto alla Società della dottrina, il fondatore ha creato pure una casa editrice religiosa, pubblicando 150 libri in linguamaltese, e nella stessa lingua ha fatto tradurre la Bibbia.
Giovanni Paolo II loha beatificato nel 2001. Il corpo riposa nella cripta della Casa generalizia della Società, a Blata l-Bajda (Malta).
(Autore: Domenico Agasso - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Giorgio Preca, pregate per noi.


*Beato Giorgio Swallowell - Martire (26 luglio)

Martirologio Romano: A Darlington sempre in Inghilterra, Beato Giorgio Swallowell, martire, che, nello stesso anno, fu condannato a morte per essersi riconciliato con la Chiesa cattolica e, per quanto sgomento dal terrore e crudelmente vessato dai nemici, forte nella fede accettò per Cristo le più atroci torture.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Giorgio Swallowell, pregate per noi.


*Beato Giovanni Ingram - Martire (26 luglio)
Martirologio Romano:
Nel villaggio di Gateshead vicino a Newcastle-on-Tyne in Inghilterra, Beato Giovanni Ingram, sacerdote e martire, che, di origine inglese, ordinato nella basilica Lateranense, esercitò il suo ministero in Scozia, finché, passato in Inghilterra, fu condannato all’impiccagione a causa del suo sacerdozio sotto la regina Elisabetta I.
(Fonte:
Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - Beato Giovanni Ingram, pregate per noi.


*Beato Giovanni Iraizos - Mercedario (26 luglio)

+ 1629
Commendatore del convento di Santa Maria in Bilbao (Spagna), il mercedario Beato Giovanni Iraizos, trovandosi in Africa per redenzione, stava incoraggiando uno schiavo cristiano condannato a morte affinché non abbandonasse la fede, quando fu preso dai mori.
Lo legarono nudo ad un palo e lo incendiarono, per misericordia di una turca che lo pagò con i soldi, fu liberato e così semi bruciato ritornò presso i suoi cristiani.
Ritornato poi in Spagna, dopo aver predetto il giorno della morte spirò con tanta fama di santità nell’anno 1629 e per devozione dei fedeli il suo corpo rimase per molti giorni non sepolto.
L’Ordine lo festeggia il 26 luglio.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Giovanni Iraizos, pregate per noi.


*Beato Guglielmo Webster - Martire (26 luglio)

Martirologio Romano: A Londra sempre in Inghilterra, Beato Guglielmo Webster, sacerdote e martire, che, dopo avere svolto oltre vent’anni il suo ministero in varie carceri, arrestato su mandato del Parlamento perché sacerdote, portò a termine il suo martirio sotto il regno di Carlo I appeso al patibolo di Tyburn.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Guglielmo Webster, pregate per noi.


*Beato Jorio (26 luglio)

Un'iscrizione pubblicata nel XVI sec. dal Molano ci dà le informazioni essenziali su questo personaggio: "Il Beato Jorio morì il sette avanti le calende di agosto. Venne dalla grande Armenia e fu vescovo del Sinai, suo padre si chiamava Stefano e sua madre Elena.
Egli ebbe sette fratelli.
Macario, anno dell'Incarnazione 1032". Macario era probabilmente il firmatario dell'iscrizione ma è stato ritenuto un fratello di Jorio.
Si desidererebbero particolari più precisi su questo orientale che venne a concludere la sua vita nel Nord della Francia.
Secondo Molano, egli, venuto in pellegrinaggio a Boulogne, si fermò a Béthune dove morì improvvisamente.
Venne sepolto nella chiesa di San Bartolomeo, i cui canonici gli resero culto. Là si trovava l'iscrizione in "caratteri antichi", su una lastra fissata alla tomba.
Jorio è stato scelto come patrono dei "Fratelli d'Oro", corporazione fiamminga. Se ne celebra la festa il 26 luglio.
(Autore: Raymond Janin – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Jorio, pregate per noi.


*Beati Marcello Gaucherio Labigne de Reignefort e Pietro Giuseppe Le Groing de La Romagère - Martiri (26 luglio)
Scheda del gruppo a cui appartengono:
“Martiri della rivoluzione francese”

Martirologio Romano: In una sordida galera all’ancora nel mare antistante Rochefort in Francia, Beato Marcello Gaucherio Labigne de Reignefort, della Società delle Missioni, e Pietro Giuseppe Le Groing de La Romagère, sacerdoti e martiri: il primo dal territorio di Limoges, l’altro di Bourges, durante la rivoluzione francese furono consegnati in odio alla fede ad una disumana prigionia, morendo poi sfiniti dall’inedia e dalla malattia.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beati Marcello Gaucherio Labigne de Reignefort e Pietro Giuseppe Le Groing de La Romagèr, pregate per noi.


*Beate Maria Margherita di Sant'Agostino Bonnet e 4 Compagne - Martiri (26 luglio)
Scheda del gruppo a cui appartengono:
“Beate Martiri di Orange”
(32 suore francesi) Vittime della Rivoluzione Francese

Martirologio Romano: A Orange sempre in Francia, Beate Maria Margherita di Sant’Agostino Bonnet e quattro compagne, vergini dell’Ordine di Sant’Orsola, che subirono il martirio nella medesima persecuzione.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beate Maria Margherita di Sant'Agostino Bonnet e 4 Compagne, pregate per noi.


*Beata Maria Pierina (Giuseppa Maria) De Micheli - Vergine (26 luglio)  
Milano, 11 settembre 1890 - Centonara d'Artò, Novara, 26 luglio 1945
Giuseppina De Micheli nacque a Milano l’11 settembre 1890. Entrata tra le suore Figlie dell’Immacolata Concezione di Buenos Aires, che curavano l’oratorio femminile della sua parrocchia, San Pietro in Sala, prese il nome di suor Maria Pierina.
Rivestì numerosi incarichi di responsabilità nella sua Congregazione, ma è più nota per le apparizioni che ricevette e per la diffusione della medaglia del Santo Volto, che le venne presentata in visione dalla Vergine Maria. Morì di tifo il 26 luglio 1945, a Centonara d’Artò.
Dichiarata Venerabile con decreto di papa Benedetto XVI il 17 dicembre 2007, è stata proclamata Beata il 30 maggio 2010. Le sue spoglie mortali sono conservate dal 2007 nella cappella dell’Istituto Spirito Santo a Roma.
La sua memoria liturgica, per la diocesi di Novara e per le Figlie dell’Immacolata Concezione di Buenos Aires, cade l’11 settembre.
Giuseppina De Micheli nacque a Milano l’11 settembre 1890 in una famiglia profondamente religiosa. Orfana di padre a due anni, aveva solo dodici anni quando fu protagonista di un fatto quasi premonitore. Trovandosi nella sua parrocchia di S. Pietro in Sala, il Venerdì Santo, sentì una voce: “Nessuno mi dà un bacio d'amore in volto, per riparare il bacio di Giuda?”.
Quasi non capì ma, giunto il suo turno, baciò il volto del Crocifisso con tutto il trasporto possibile.
Alcuni suoi fratelli abbracciarono la vita religiosa: il 27 maggio 1899 fu ordinato sacerdote Riccardo, l’anno successivo la sorella Angelina entrò nel monastero delle Sacramentine, nel 1908 Maria si fece Orsolina di San Carlo. Fu durante la sua cerimonia di vestizione, il 1° ottobre 1909, che Giuseppina sentì la propria chiamata. Il 15 ottobre 1913 entrò dalle Figlie dell'Immacolata Concezione (dette di Buenos Aires), nella casa di Milano, accolta dalla fondatrice Madre Eufrasia Jaconis.
Il 16 maggio 1914 indossò l'abito prendendo il nome di suor Maria Pierina, l’anno successivo fece la professione religiosa. Nel 1916, in Argentina, moriva la fondatrice. Tre anni dopo suor Pierina e altre compagne partirono per il paese sudamericano.
La giovane suora amava contemplare la Passione di Cristo e in particolare il S. Volto divenne la fonte principale delle sue riflessioni. Nella Casa Madre di Buenos Aires, nel 1921, emise i voti perpetui.
Il 5 novembre di quell’anno ritornò in Italia, dove pianse due anni dopo la morte della madre. Il 12 aprile 1928 fu eletta superiora della casa di Milano, nel 1930 divenne delegata della Madre Generale per gli affari all'estero.
Aveva incarichi importanti, ma nel profondo del suo animo viveva un’incredibile e profonda esperienza mistica. Nell'orazione notturna del 1° Venerdì di Quaresima 1936, Gesù la fece partecipe dei dolori spirituali patiti nel Getsemani.
Mentre dal viso sudava sangue, le disse: “Voglio che il mio Volto, il quale riflette le pene intime del mio animo, il dolore e l'amore del mio Cuore, sia più onorato. Chi mi contempla mi consola”.
Il Martedì Santo seguente Gesù tornò a dirle: “Ogni volta che si contempla la mia faccia, verserà l'amor mio nei cuori, e per mezzo del mio S. Volto si otterrà la salvezza di tante anime”.
Il primo martedì del 1937 le riferì: “Potrebbe essere che alcune anime temano che la devozione e il culto del mio S. Volto diminuiscano quella del mio Cuore.
Dì loro, che al contrario, sarà completata ed aumentata. Contemplando il mio Volto le anime parteciperanno alle mie pene e sentiranno il bisogno di amare e di riparare. Non è forse questa la vera devozione al mio Cuore?”.
Il 31 maggio 1938, di notte, mentre si trovava in cappella, le apparve la Vergine Maria. Suor Pierina era immersa in profonda adorazione davanti al tabernacolo. La Madonna aveva tra le mani uno scapolare formato da due panni bianchi: su un lato era impressa l'immagine del Volto di Gesù, circondato dalla scritta: "Illumina, Domine, vultum tuum super nos" (Illuminaci col Tuo Volto o Signore). Sull'altro era raffigurata un'ostia splendente con scritto intorno: "Mane nobiscum Domine" (Rimani con noi Signore).
La Vergine le disse: “Ascolta bene e riferisci al Padre Confessore: questo scapolare è un'arma di difesa, uno scudo di fortezza, un pegno di misericordia che Gesù vuol dare al mondo in questi tempi di sensualità e di odio contro Dio e la Chiesa. I veri apostoli sono pochi. E' necessario un rimedio divino e questo rimedio è il S. Volto di Gesù. Tutti quelli che indosseranno uno scapolare, come questo, e faranno, potendo, una visita ogni martedì al SS. Sacramento per riparare gli oltraggi che ricevette il S. Volto del mio Figlio Gesù durante la Sua Passione, e che riceve ogni giorno nel Sacramento Eucaristico, verranno fortificati nella fede, pronti a difenderla ed a superare tutte le difficoltà interne ed esterne.
Di più faranno una morte serena, sotto lo sguardo amabile del mio Divin Figlio”. Pochi giorni dopo la Madonna rivelò a Madre Pierina il compito di coniare una Medaglia. In quel periodo il fotografo Giovanni Bruner di Trento fotografò la S. Sindone e donò l'immagine al beato cardinale Ildefonso Schuster, che a sua volta la donò a Madre Pierina. Dall’immagine sindonica la beata fece ritrarre il Santo Volto.
Nello stesso anno Gesù si presentò grondante sangue e con grande tristezza le disse: “Vedi come soffro? Eppure da pochissimi sono compreso. Quante ingratitudini da parte di quelli che dicono di amarmi! Ho dato il mio Cuore come oggetto sensibilissimo del mio grande amore per gli
uomini, e dò il mio Volto come oggetto sensibile del mio dolore per i peccati degli uomini: voglio sia onorato con una festa particolare nel martedì di Quinquagesima, festa preceduta da una Novena in cui tutti i fedeli riparino con me, unendosi alla partecipazione del mio dolore”.
Le consorelle furono testimoni solo di qualche fatto, Pierina aveva chiesto a Gesù di condurre la sua missione nel nascondimento, mentre cresceva in lei il desiderio di immolarsi per la salvezza delle anime.
Nel settembre 1939 la Beata Pierina fu eletta superiora della nuova casa di Roma (all’Aventino), Istituto Spirito Santo. Nel 1940 incontrò l'Abate Ildebrando Gregori (1894-1985) che divenne il suo direttore spirituale, fino alla morte. Benché priva di mezzi mise mano all'opera della Medaglia: ottenne dal fotografo Bruner di utilizzare l’immagine da lui riprodotta dalla S. Sindone e ci fu il permesso e la benedizione del Cardinale Schuster, monaco benedettino. Madre Pierina, un mattino, trovò “per caso” una busta con il denaro necessario.
Obbedendo al confessore fece coniare una medaglia e non lo scapolare.
Era turbata e si rivolse alla Madonna, ma Lei le disse: “Figlia mia, sta tranquilla che lo scapolare è supplito dalla medaglia con le stesse promesse e favori: rimane solo a diffonderla di più. Ora mi sta a cuore la festa del Volto Santo del mio Divin Figlio: dillo al Papa che tanto mi preme”. La medaglia iniziò il suo cammino, si diffuse e i fedeli ottennero grazie morali e fisiche. Si comprende bene così il significato delle sue parole: “Voglio tutto quello che vuole Gesù, costi quel che costi”.
Il 7 giugno 1945 Madre Pierina lasciò per sempre Roma e, con mezzi di fortuna, tornò a Milano. La sua missione terrena era compiuta, morì nella casa di Centonara d'Artò (Novara) il 26 luglio.
Nel 1962 ebbe inizio il processo di beatificazione, il 2 maggio 1970 i suoi resti mortali furono solennemente trasportati nella cripta della cappella dell’Istituto, nel 1973 gli scritti furono esaminati e approvati dai teologi censori.
Del diario abbiamo solo i quaderni del periodo 1940-1945, avendo lei distrutto i precedenti. Leggendoli si apprende in maniera toccante la straordinaria esperienza di un’anima. Il diario fu scritto negli anni angoscianti del secondo conflitto mondiale e la vicenda terrena di Madre Pierina si concluse quasi contestualmente alla fine della guerra.
Padre Ildebrando, Venerabile dal 2014, già impegnato in opere a favore dei bisognosi, diventò, grazie alla beata, diffusore della devozione al Santo Volto. Adempì al compito con grande energia e lo trasmise come carisma fondando la Congregazione Benedettina delle Suore Riparatrici del Santo Volto.
La medesima missione fu recepita dai Benedettini Silvestrini cui Padre Ildebrando apparteneva, che oltre al Monastero di Giulianova hanno dedicato al Santo Volto il Santuario di Bassano Romano e quello di Clifton negli Stati Uniti.
Preghiera della Beata Pierina
Illumina, Signore, la Tua faccia sopra di noi, perché solo alla luce Tua divina possiamo comprendere le arcane, dolorose bellezze del Tuo Santo Volto.
Le lagrime di sangue, che bagnarono le Tue guance immacolate, mi dicono la Tua agonia nel Getsemani, il martirio spaventoso dell'ani¬mo Tuo di fronte all'orrenda visione dell'ingratitudine dei peccati, che spinto dal Tuo infinito amore hai voluto addossarti.
I Tuoi occhi velati, mi parlano di tristezza mortale, e la Tua bocca divina pare aprirsi a ripetere: Padre, perdona loro perché non sanno quel che fanno.
O Gesù, lascia che noi, contemplando il Tuo S. Volto, penetriamo negli abissi di dolore e di amore del Tuo Cuore, facciamo nostre le Tue pene, e uniamo le nostre povere riparazioni alle Tue. Vorremmo asciugare le Tue lacrime con l'accettazione generosa del Tuo Santo Volere, col sacrificio e con le sofferenze.
Vorremmo o Gesù, contemplarti, con lo stesso dolore con cui Ti contemplò Maria SS. nella Tua dolorosa Passione, ma essendo ciò impossibile alla nostra miseria, deponiamo le nostre intenzioni, le nostre opere, i nostri cuori, nelle Sue Mani, perché li purifichi e li renda più graditi al Tuo divino sguardo.
O Gesù, lascia che ripetiamo coi Salmista, la bella invocazione: Il mio Volto Ti ha cercato: Il Tuo Volto cercherò lo o Signore e nell'attesa di contemplarti svelatamente in Cielo, fa che camminiamo sempre alla luce del Tuo Santo Volto, perché le sembianze Tue divine, si imprimino nei nostri cuori e sia nostra gioia il patire per Te. Così sia.
A Gesù Sacramentato “Mane nobiscum Domine”
Sì, o dolcissimo Gesù, rimani con noi, che si fa sera, e un raggio della Tua Divina Faccia, che noi adoriamo sotto i veli eucaristici, illumini le nostre menti, e dissipi le tenebre che avvolgono la povera umanità. Gesù amabilissimo, rimani con noi, a consolarci nelle angosce della vita, ad insegnarci a soffrire con Te, nella pace e ad impreziosire il nostro dolore.
Rimani con noi, Maestro amabile di verità, perché fiduciosi camminiamo all'eterna salvezza, nel trionfo del Regno di Dio.
O Gesù, rimani con noi, nutrendoci delle Tue Carni Immacolate, perché germoglino i Vergini, gli Apostoli, i Santi a rinnovare la faccia della terra.
Gesù dolcissimo, fonte di ogni bene, rimani con noi nella Eucaristia, e nel Tuo Vicario in terra, perché tutti uniti in un solo Pastore, glorifichiamo Dio qui, nella luce della fede, per glorificarlo eternamente nella visione e nell'amore, in Paradiso.
Così sia.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Maria Pierina De Micheli, pregate per noi.


*Beato Mariano di San Giuseppe (Santiago Altolaguirre Altolaguirre) - Sacerdote trinitario, martire (26 luglio)
Schede dei Gruppi a cui appartiene:

"Beati Martiri Spagnoli Trinitari di Cuenca e Jaén" Beatificati nel 2007 - Senza Data (Celebrazioni singole)
"Beati 498 Martiri Spagnoli" Beatificati nel 2007 - 6 novembre
"Martiri della Guerra di Spagna  - Senza Data (Celebrazioni singole)

Yurre, Spagna, 30 dicembre 1857 - Villanueva del Arzobispo, Spagna, 26 luglio 1936
Beatificato il 28 ottobre 2007.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Mariano di San Giuseppe, pregate per noi.


*Beato Roberto Nutter - Domenicano (26 luglio)
Scheda del Gruppo cui appartiene:
"Beati Martiri Inglesi" Beatificati nel 1987 (4 maggio)
"Martiri di Gran Bretagna e Irlanda" - Senza data (Celebrazioni singole)

Lancaster, 1557 – 26 luglio 1600

Roberto Nutter fa parte di un gruppo di 85 martiri, tra sacerdoti, religiosi e laici che subirono la morte in Inghilterra nel XVI° secolo per testimoniare la fede nella Chiesa Cattolica e nel Primato Petrino. Roberto nacque nel 1557. Appartenente al clero secolare, esiliato e rientrato in patria, esercitò per due anni il ministero, fino a quando, nel 1585, venne catturato, restando in prigione per cinque anni.
In carcere decise di emettere la Professione nell’Ordine dei Predicatori. Sostenne una disputa con teologi protestanti nel castello di Lancaster. Fu martirizzato a Lancaster il 26 luglio 1600 col supplizio della forca, e il suo corpo dopo venne tagliato a pezzi.
Martirologio Romano: A Lancaster ancora in Inghilterra, Beati Edoardo Twing, dell’Ordine dei Predicatori, e Roberto Nutter, sacerdoti e martiri, che, dopo lunghe fatiche nella vigna del Signore, condannati per il loro sacerdozio, subirono un glorioso martirio sotto la regina Elisabetta I.  
La storia delle persecuzioni anticattoliche in Inghilterra, Scozia, Galles, parte dal 1535 e arriva al 1681; il primo a scatenarla fu come è noto il re Enrico VIII, che provocò lo scisma d’Inghilterra con il distacco della Chiesa Anglicana da Roma.
Artefici più o meno cruenti furono oltre Enrico VIII, i suoi successori Edoardo VI (1547-1553), la terribile Elisabetta I, la ‘regina vergine’ († 1603), Giacomo I Stuart, Carlo I, Oliviero Cromwell,
Carlo II Stuart.
Morirono in 150 anni di persecuzioni, migliaia di cattolici inglesi appartenenti ad ogni ramo sociale, testimoniando il loro attaccamento alla fede cattolica e al papa e rifiutando i giuramenti di fedeltà al re, nuovo capo della religione di Stato.
Primi a morire come gloriosi martiri, il 4 maggio e il 15 giugno 1535, furono 19 monaci Certosini, impiccati nel tristemente famoso Tyburn di Londra, l’ultima vittima fu l’arcivescovo di Armagh e primate d’Irlanda Oliviero Plunkett, giustiziato a Londra l’11 luglio 1681.
L’odio dei vari nemici del cattolicesimo, dai re ai puritani, dagli avventurieri agli spregevoli ecclesiastici eretici e scismatici, ai calvinisti, portò ad inventare efferati sistemi di tortura e sofferenze per i cattolici arrestati.
In particolare per tutti quei sacerdoti e gesuiti, che dalla Francia e da Roma, arrivavano clandestinamente come missionari in Inghilterra per cercare di riconvertire gli scismatici, per lo più essi erano considerati traditori dello Stato, in quanto inglesi rifugiatosi all’estero e preparati in opportuni Seminari per il loro ritorno.
Tranne rarissime eccezioni come i funzionari di alto rango (Tommaso Moro, Giovanni Fisher, Margherita Pole) decapitati o uccisi velocemente, tutti gli altri subirono prima della morte, indicibili sofferenze, con interrogatori estenuanti, carcere duro, torture raffinate come “l’eculeo”, la “figlia della Scavinger”, i “guanti di ferro” e dove alla fine li attendeva una morte orribile; infatti essi venivano tutti impiccati, ma qualche attimo prima del soffocamento venivano liberati dal cappio e ancora semicoscienti venivano sventrati.
Dopo di ciò con una bestialità che superava ogni limite umano, i loro corpi venivano squartati ed i poveri tronconi cosparsi di pece, erano appesi alle porte e nelle zone principali della città.
Solo nel 1850 con la restaurazione della Gerarchia Cattolica in Inghilterra e Galles, si poté affrontare la possibilità di una beatificazione dei martiri, perlomeno di quelli il cui martirio era comprovato, nonostante i due-tre secoli trascorsi.
Nel 1874 l’arcivescovo di Westminster inviò a Roma un elenco di 360 nomi con le prove per ognuno di loro.
A partire dal 1886 i martiri a gruppi più o meno numerosi, furono beatificati dai Sommi Pontefici, una quarantina sono stati anche canonizzati nel 1970.
Per altri 85 nel 1987 si sono conclusi gli adempimenti necessari e così il 22 novembre 1987 papa Giovanni Paolo II li ha beatificati a Roma, con il capofila Giorgio Haydock, confermando il giorno della loro celebrazione comune al 4 maggio.
Il domenicano Roberto Nutter nacque nel 1557 a Lancaster, frequentò con il fratello John il Collegio fondato a Reims dal card. Allen, per la formazione dei giovani inglesi aspiranti al sacerdozio.
Nel 1581 a 24 anni fu ordinato sacerdote in Francia; ritornato in Inghilterra fu inserito nel clero diocesano di Lancaster, sebbene in clandestinità, poté esercitare il suo ministero per poco più di due anni, finché scoperto venne arrestato il 2 febbraio 1584.
Nel lungo periodo trascorso in prigione, volle emettere i voti religiosi nell’Ordine dei Predicatori ed ebbe l’opportunità di sostenere una disputa con teologi protestanti nel castello di Lancaster.
Dopo 15 anni di detenzione nella Torre di Londra, sotto il regno di Elisabetta I, fu impiccato a Lancaster il 26 luglio 1600 a 43 anni, insieme al sacerdote diocesano Eduard Thwing di 35 anni, e i loro corpi smembrati come sopra descritto.
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Roberto Nutter, pregate per noi.  


*Beata Sancia di Leon - Sposa, Religiosa (26 luglio)
+ 22 maggio 1271
Figlia illegittima di re Alfonso IX di Leon (m. 1230) e della nobildonna Teresa Gil, andò sposa a Simone Ruiz, e morto questi entrò nel ramo femminile dell’Ordine militare di San Giacomo, nel monastero di Tolmancos (21 febbraio 1270).
In questa data fece donazione all’Ordine di tutti i suoi beni dei regni di Galizia, Portogallo e Leon.
Morì il 22 maggio 1271, e fu sepolta nel monastero di Sant'Eufemia (Valencia); le sue spoglie vennero trasferite a Santa Fe di Toledo nel 1608, e si lavorò assiduamente al processo di beatificazione, che però non venne portato a termine.
É commemorata al 26 luglio.
(Autore: Justo Fernandez Alonso - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Sancia di Leon, pregate per noi.


*San Simeone di Polirone - Eremita (26 luglio)
Armenia - † Polirone (Mantova), 26 luglio 1016
Nato in Armenia, fu monaco ed eremita pellegrino. Giunse a San Benedetto di Polirone, dove morì il 26 luglio 1016. Il suo corpo è venerato nella Basilica di San Benedetto Po.
Etimologia: Simeone = Dio ha esaudito, dall'ebraico
Martirologio Romano: Nel monastero di San Benedetto Po nei pressi di Mantova, San Simeone, monaco ed eremita.
Sulla sua vita si hanno poche notizie, mentre invece paradossalmente dopo la sua morte, vi sono ben tre documenti papali che lo riguardano.
Esiste una ‘Vita’ scritta da un monaco di Polirone, ma non contemporaneo, il quale raccolse le notizie
della tradizione popolare e come al solito aggiungendovi qualche nota di fantasia.
Secondo questo racconto Simeone era un armeno, che lasciata la sua patria, si ritirò per un certo tempo in solitudine come eremita.
Poi prese a peregrinare a piedi verso i più famosi santuari del Medioevo; si recò a Gerusalemme, poi a Roma dove venne accusato di eresia, ma il papa Benedetto VII (974-983) lo giustificò.
Visitò l’Italia, Compostella, Tours, impresa considerevole per quei tempi, finché si fermò al monastero di S. Benedetto di Polirone, nel territorio di Mantova, dove compì alcuni miracoli.
Visse nel monastero procurandosi una fama di santità e di virtù e vi morì il 26 luglio 1016.
Sulla sua canonizzazione, che in quei tempi non aveva la procedura odierna, vi sono tre lettere papali; la prima è di Papa Benedetto VIII (1017-1024) che autorizzava il marchese Bonifacio a costruire una chiesa dedicata a s. Simeone e di depositarvi il suo corpo.
La seconda lettera è di Leone IX (1048-1054) e riguarda la consacrazione della chiesa e la ricognizione delle reliquie; ma si vede che queste disposizioni, non ebbero una sollecita attuazione, in quanto la terza lettera di Papa Alessandro II (1061-1073) interveniva perché fossero eseguite le disposizioni di Leone IX.
La ricorrenza liturgica di San Simeone di Polirone è al 26 luglio. Il Messale Proprio della Chiesa mantovana (ed. 2006) lo ricorda il 25 luglio.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Simeone di Polirone, pregate per noi.


*Beato Teofilo Casajùs Alduàn - Seminarista Clarettiano, Martire (26 luglio)
Scheda del Gruppo a cui appartiene:
"Beati 109 Martiri Spagnoli Clarettiani" Beatificati nel 2017 - 1 febbraio
"Santi, Beati e Servi di Dio Martiri nella Guerra di Spagna" Vittime della persecuzione religiosa - Senza Data (Celebrazioni singole)

Murchante, Spagna, 4 novembre 1914 – Lerida, Spagna, 26 luglio 1936

Teófilo Casajús Alduán, originario della regione spagnola della Navarra, fu educato in un contesto familiare e sociale profondamente religioso. A quasi undici anni iniziò il postulandato tra i Missionari Figli del Cuore Immacolato di Maria, detti Clarettiani: professò i voti religiosi il 15 agosto 1931 e ricevette i primi due Ordini minori il 13 giugno 1935. Giovane entusiasta, dotato di franchezza e onestà, aspirava al sacerdozio missionario, secondo lo stile della sua congregazione.
A causa della guerra civile spagnola, dovette abbandonare la casa di Cervera, dove stava compiendo gli studi teologici, e fuggire insieme agli altri religiosi. Dopo essere stato catturato e imprigionato, venne fucilato a Lerida il 26 luglio 1936, insieme ai suoi compagni di studi e al loro professore di Latino, padre Manuel Jové Bonet. Non aveva ancora ventidue anni.
La sua causa e quella dei suoi quindici compagni fu inserita nel gruppo denominato «Jaime Girón e 59 compagni», accomunati dall’essere membri della comunità clarettiana di Cervera.
Il processo informativo fu aperto nella diocesi di Solsona l’11 febbraio 1948 e concluso il 26 dicembre 1954. Col decreto del 13 settembre 2006, la causa fu inclusa in un più ampio elenco che contava in tutto 109 potenziali martiri, tutti Clarettiani.
Teófilo fu indicato come capogruppo insieme a Mateo Casals Mas, religioso sacerdote, e Fernando Saperas Aluja, religioso fratello, in rappresentanza delle tre vocazioni presenti nella congregazione. La beatificazione di tutti e 109 è stata celebrata il 21 ottobre 2017, nella basilica della Sagrada Familia a Barcellona, sotto il pontificato di papa Francesco.
Infanzia
Teófilo Casajús Alduán nacque a Murchante, in provincia di Navarra e diocesi di Tudela, il 4 novembre 1914. Fu battezzato nella parrocchia di Nostra Signora dell’Assunzione della stessa cittadina il giorno successivo. Il 30 giugno 1915, secondo l’uso del tempo, ricevette il Sacramento della Cresima.
Suo padre, Jacinto Casajús, era falegname, mentre sua madre, Agustina Alduán, si prese cura dei figli, che in tutto furono sette.
Teófilo ricevette una buona educazione umana e religiosa, sia in famiglia sia alla scuola delle Religiose della Consolazione, che iniziò a frequentare a tre anni.
Mostrò presto un’intelligenza sveglia e una certa vivacità, dato che finiva col distruggere i suoi sandali nel giro di quattro giorni. Nonostante la sua tenera età, era comunque molto giudizioso e amava fare il chierichetto.
Vocazione tra i Clarettiani
In quell’ambiente, Teófilo maturò la vocazione religiosa. Scelse i Missionari Figli del Cuore Immacolato di Maria, detti Clarettiani dal nome del fondatore, sant’Antonio Maria Claret. Due suoi zii materni, padre Medardo Alduán Fuentes e padre Nicolás Alduán Fuentes, erano sacerdoti in quella congregazione.
Il 2 luglio 1926, accompagnato dalla madre, entrò in postulandato ad Alagón, dove compì gli studi di Umanità. Nelle lettere che inviò ai familiari manifestò sempre la sua soddisfazione e la sua determinazione nel perseguire la vocazione missionaria.
In noviziato
Nell’agosto 1928 si trasferì a Cervera, dopo un viaggio di oltre mezza giornata con tappa a Saragozza, dove visitò la cattedrale ("la Seo") e la basilica di Nostra Signora del Pilar. Concluse gli studi di Umanità con notevole profitto.
Il 29 luglio 1930 giunse a Vic per il noviziato e compì la vestizione religiosa il 14 agosto dello stesso anno. Il 15 agosto 1931 professò i voti, mentre undici giorni dopo si diresse a Solsona per gli studi teologici.
Sereno nonostante i pericoli
Già dal mese di maggio, però, la situazione in Spagna si era fatta pericolosa. Nel mese di maggio si erano verificati incendi di chiese e conventi, ma Teófilo cercava di rincuorare i suoi. Il 4 luglio 1931 scrisse a suo padre: «Io e tutti noi qui siamo disposti a qualunque cosa; non dovete preoccuparvi per me, so già che mia madre ha scritto una lettera a Cervera per incoraggiare José [un altro figlio che studiava lì]: questo è buono; si ricevono notizie molto diverse da altre famiglie piene di timore per i loro figli, che quasi li chiamano perché fuggano dal pericolo. Ogni volta che vedo una cosa di queste mi sento ardere… (in quanto navarro, direbbero qui)».
In un’altra lettera, il 20 novembre 1931, ribadisce la sua serenità: «Anche in mezzo a queste circostanze si può gioire. Vedi, Carmen, né paura, né ombra di tristezza mi causano queste persecuzioni attraverso cui passiamo». In effetti, la città in sé era pacifica, ma era l’ambiente attorno a dare segnali di preoccupazione.
Verso il sacerdozio
Le tappe verso il sacerdozio che Teófilo sognava si succedevano: a Solsona iniziò il corso di Teologia e il 12 giugno 1935, nella cattedrale del luogo, ricevette la tonsura, accompagnata, il giorno seguente, dai due primi Ordini minori. Il 26 agosto successivo si trasferì a Cervera, per terminare gli studi.
Nei rapporti dei superiori su di lui si legge che era dotato di un grande talento per la musica ed era un buon direttore. La sua pigrizia era compensata da una certa franchezza e onestà, che gli permettevano di non emettere facilmente giudizi temerari.
Nei propositi che annotò il 3 novembre 1935, parlava di «olocausto, un sacrificio completo, senza riserve, in piena volontà. Fermezza di parola… religiosità… mire elevate… perseveranza», disponendosi a manifestare quei sentimenti all’esterno senza paura né vergogna della verità.
Nella persecuzione della guerra civile spagnola
Il 21 luglio 1936, due giorni dopo l’inizio della guerra civile spagnola, alla comunità di Cervera arrivò telefonicamente, da parte del sindaco della città, di lasciare nel giro di un’ora l’edificio dell’ex università, che dal 1887 era la loro casa. Usciti dalla porta del giardino, i Clarettiani si divisero: 21 si rifugiarono nell’ospedale o presso famiglie amiche, mentre gli altri (15 Padri, 44 Scolastici, 25 Fratelli e 38 Postulanti) salirono su alcuni autobus inviati dal Municipio.
Fecero per dirigersi verso Solsona, ma i rivoluzionari di quella città non li accolsero. Così, ormai di notte, i mezzi fermarono a San Ramon, presso il cui convento dei Mercedari vennero accolti i fuggitivi. Trascorsero lì la notte, poi, al mattino seguente, fu celebrata la Messa: alcuni rinnovarono i voti religiosi, mentre altri li professarono per la prima volta.
Il mattino del 23 luglio si dispersero di nuovo. Gli Scolastici e alcuni Fratelli si avviarono verso Mas Claret, una fattoria a sette chilometri da Cervera, già luogo di vacanze per i Missionari.
Arrivati a destinazione, un gruppo, formato da quattordici Scolastici professi e dal loro docente di Latino, padre Manuel Jové Bonet, si diresse a Vallbona de les Monges, villaggio natale di quest’ultimo. Al tramonto giunsero a Montornés, dove ebbero un’accoglienza calorosa e poterono sfamarsi.
L’arresto
Il mattino seguente, passando per Guimerà, decisero di andare a coppie, muovendosi a dieci minuti di distanza. La precauzione non valse a nulla: i giovani furono catturati mentre si stavano riposando. Padre Jové, che si era allontanato per pianificare con un amico il modo di ospitare tutto il gruppo, si consegnò al Comitato rivoluzionario di Ciutadilla, dov’erano stati imprigionati, deciso a non abbandonarli.
I giovani studenti e il loro superiore furono sottoposti a torture fisiche e psicologiche: alcuni erano presi a pugni e spintoni, ad altri furono sottratti Rosari e crocifissi. Al giovane Luis Plana fu tirata fuori dal portafogli la foto di sua sorella Maria, che era una Suora di Carità di santa Gioacchina Vedruna, ma i persecutori la presentarono come la sua "fidanzata".
Il martirio
Alle otto di mattina di domenica 26 luglio, legati ai polsi a gruppi di due, furono caricati su un camion e legati anche ai piedi, sempre a due a due. Dopo un paio d’ore di viaggio, trascorse in preghiera e meditazione, furono slegati ai piedi e condotti presso il cimitero di Lerida.
Padre Jové esortò per l’ultima volta i suoi quattordici studenti: «Ci uccideranno, ma noi moriremo per Dio. Viva Cristo Re!». Fu il primo a essere fucilato, con altri due giovani. A tutti, man mano che toccava il loro turno, venne chiesto in tono ironico se volessero morire per Dio o per la Repubblica: «Viva Cristo Re!», risposero invariabilmente. Toccò quindi a quattro condannati, poi ad altri quattro, infine agli ultimi tre. Teófilo faceva parte della loro lista; non aveva ancora ventidue anni.
La causa di beatificazione
La sua causa e quella dei suoi quindici compagni fu inserita nel gruppo denominato «Jaime Girón e 59 compagni», accomunati dall’essere membri della comunità clarettiana di Cervera. Il processo informativo fu aperto nella diocesi di Solsona l’11 febbraio 1948 e concluso il 26 dicembre 1954. Il decreto sugli scritti si ebbe il 22 giugno 1966, mentre la convalida del processo informativo porta la data del 3 giugno 2000.
Col decreto del 13 settembre 2006, la causa fu inclusa in un più ampio elenco che contava in tutto 109 potenziali martiri, tutti della stessa congregazione. Teófilo fu indicato come capogruppo insieme a Mateo Casals Mas, religioso sacerdote, e Fernando Saperas Aluja, religioso fratello, in rappresentanza delle tre vocazioni presenti tra i Clarettiani.
Il riconoscimento del martirio e la beatificazione
La "Positio super martyrio", consegnata nel 2006, fu esaminata dai consultori teologi della Congregazione delle Cause dei Santi dieci anni dopo, l’8 febbraio 2016. La valutazione positiva fu confermata dalla riunione dei cardinali e dei vescovi membri della medesima Congregazione.
Il 21 dicembre 2016, ricevendo in udienza il cardinal Angelo Amato, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, Papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del decreto con cui Teófilo Casajús Alduán e i suoi 108 compagni e confratelli sono stati riconosciuti martiri in odio alla fede cattolica.
La loro beatificazione è stata celebrata il 21 ottobre 2017, nella basilica della Sagrada Familia a Barcellona. A presiedere il rito, in qualità d’inviato del Santo Padre, il cardinal Amato.
(Autore: Emilia Flocchini – Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - Beato Teofilo Casajùs Alduàn, pregate per noi


*Beato Tito Brandsma (26 luglio)

Bolsward, Frisia (Olanda), 23 febbraio 1881 - Dachau (Germania), 26 luglio 1942
Nasce il 23 febbraio 1881 a Bolsward, Paesi Bassi. Entrato nell'Ordine Carmelitano diviene professore di filosofia, pioniere della stampa cattolica e delle speranze ecumeniche.
Deportato nel campo di concentramento di Dachau, viene ucciso con un'iniezione da un medico del campo il 26 luglio 1942.
Nei Paesi Bassi padre Tito è uno dei primi avversari della dittatura nazista: rifuggendo ogni compromesso, si esprime a chiare lettere contro la persecuzione degli ebrei. La Gestapo lo arresta il 19 gennaio 1942 nel suo monastero di Nijmwegen.
Per quanto gravemente ammalato, il 13 giugno viene deportato a Dachau.
I tentativi dei confratelli tedeschi di Brandsma di far trasformare la sua condanna in un ergastolo si rivelano fallimentari.
In un rapporto inviato a Berlino dalla Gestapo si legge: «Il professor Brandsma deve essere considerato un nemico della causa nazionalsocialista.
Si tratta di un uomo molto pericoloso». Dopo atroci tormenti, viene ucciso e fino all'ultimo prega per i suoi carnefici. Il 3 novembre 1985 Giovanni Paolo II lo proclama beato. (Avvenire)
Etimologia: Tito = (forse) il difensore, dal latino
Martirologio Romano: Nel campo di prigionia di Dachau vicino a Monaco di Baviera in Germania, Beato Tito Brandsma, sacerdote dell’Ordine dei Carmelitani e martire, che, di origine olandese, affrontò serenamente ogni genere di sofferenze e di umiliazioni in nome della difesa della Chiesa e della dignità dell’uomo, offrendo un esempio insigne di carità verso i compagni di detenzione e verso gli stessi carnefici.
La fattoria della famiglia Brandsma, in Frisia, ha lavoro per tutti, ma Anno Bjoerd (questo il nome di battesimo) è fragile e inadatto alla fatica.
Dopo il ginnasio presso i francescani di Megen, a 17 anni viene accolto tra i carmelitani di Boxmeer, prendendo il nome di Tito (quello di suo padre).
Nel 1905 viene ordinato sacerdote.
Nel 1909, all’Università Gregoriana di Roma, si addottora in filosofia, disciplina che insegnerà poi per 33 anni, prima ai carmelitani di Oss, poi all’Università Cattolica di Nimega.
Padre Tito studia la spiritualità di santa Teresa d’Avila, ispiratrice di ogni carmelitano, viaggia attraverso l’Europa e l’America, diventa giornalista e assistente nazionale dei giornalisti cattolici.
Nel 1933 il nazismo va al potere in Germania.
Arrivano le prime persecuzioni contro gli ebrei tedeschi, e dall’Olanda si reagisce (1936) con la pubblicazione di una raccolta di articoli antinazisti.
Uno di essi dice: "Ciò che si fa ora contro gli ebrei è un atto di vigliaccheria".
Quello che chiama vigliacchi i superuomini del nazismo è proprio lui, il fragile padre Tito.
Maggio 1940: Adolf Hitler invade l’Olanda.
Il piccolo partito nazista locale alza la testa ed esige che i giornali cattolici pubblichino i suoi annunci, che sono propaganda per l’occupante e per i suoi vassalli.
Padre Tito è chiamato a percorrere l’Olanda portando ai direttori dei giornali il “no” dell’episcopato a tale richiesta. No, anche a costo di chiudere i giornali.
Più tardi il rifiuto sarà reso pubblico, perché tutti sappiano.
Il 19 gennaio 1942 la Gestapo arresta padre Tito a Nimega. E poi, di carcere in carcere, di interrogatorio in interrogatorio, il 19 giugno 1942 il religioso arriva al Lager di Dachau.

Hanno tentato di farlo cedere, ma sempre invano, perché, come dice la Gestapo: "Egli ritiene suo dovere difendere la fede cristiana contro il nazionalsocialismo".
A Dachau, padre Tito è lieto nei tormenti, perché ha con sé l’ostia della comunione, dono di preti tedeschi deportati.
“Predica” sottovoce a gruppetti di compagni, recita a memoria le parole della Messa.
Quando non può più muoversi c’è il lazzaretto, per i suoi ultimi otto giorni.
E poi viene l’“infermiera” con la siringa: acido fenico nelle vene, morte e crematorio.
C’è ordine di bruciare anche le carte che lo riguardano.
Ma qualcuno le salva; serviranno per la sua beatificazione quale martire (3 novembre 1985). Ma da un suo nascondiglio chiede di testimoniare anche l’infermiera assassina di Dachau: la donatrice di morte.
Rivela che il prigioniero, giunto ormai agli ultimi sussulti di vita, le offrì la sua corona del Rosario (fatta con materiale di fortuna).
"Non prego, io non so pregare!", rispose lei.
Non la voleva. E padre Tito del Carmelo la rassicurò: "Basta che tu dica: Prega per noi peccatori".
Il calendario liturgico dell'Ordine Carmelitano ne ricorda la memoria non nel giorno del dies natalis ma il 27 luglio.
(Autore: Domenico Agasso – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Tito Brandsma, pregate per noi.


*San Tomman - Ecclesiastico (26 luglio)

San Tómmán, è un ecclesiastico irlandese.
Di lui non sappiamo nulla.
C’è solo una citazione nei martirologi medievali irlandesi, dove si dice fosse un ecclesiastico.
Con questo nome ci sono altri due Santi, un vescovo e due ecclesiastici.
Nei martirologi di Donegal (1864), di Gorman (1895) e in quello di Tallagh (1931) è festeggiato nel giorno 26 luglio.

(Autore: Mauro Bonato – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Tomman, pregate per noi.


*Beato Ugo de Actis - Monaco Silvestrino (26 luglio)

+ Sassoferrato, 26 luglio 1270
Ugo degli Atti da Serra San Quirico era fratello del Beato Giuseppe, immediato successore di San Silvestro.
Fu accolto da Silvestro nel monastero di San Giovanni di Sassoferrato, dove morì il 26 luglio del 1270 circa, dopo una vita dedita alle opere di misericordia e alla edificazione dei fedeli tramite il ministero della predicazione.
Attualmente è sepolto a Sassoferrato nella chiesa di S. Maria del Piano.
Nel 1756 il pontefice Benedetto XIV ne approvò il culto e lo inserì nell’albo dei “Beati”.
A Sassoferrato, di cui è patrono, la festa si celebra il 26 luglio; nella Congregazione Silvestrina, invece, e a Serra San Quirico, di cui è compatrono, il giorno successivo.
Martirologio Romano: A Sassoferrato nelle Marche, Beato Ugo de Actis, monaco della Congregazione dei Silvestrini dell’Ordine di San Benedetto.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Ugo de Actis, pregate per noi.


*San Valenzio (o Valente) di Verona - Vescovo (26 luglio)

San Valenzio (o Valente) è il diciottesimo vescovo di Verona. Nella cronotassi ufficiale della diocesi scaligera figura dopo San Gaudenzio e prima di San Germano.
Di questo vescovo non si può garantire la cronotassi esatta, infatti per i vescovi di Verona fino al XI secolo le questione resta ancora aperta.
Nel Velo di Classe risulta al sedicesimo posto e il suo nome si trova in un’iscrizione in San Zeno risalente al 1502.
San Valenzio (+467) è attestato nel Corpus Inscriptionum Latinarum per l’anno 531.
Nel "Catalogus Sanctorum Ecclesiae Veronensis", Mons. Franco Segala ne trascrive l’elogium dal Martirologio della chiesa veronese: "Veronae sancti Valentis  eiusdem civitatis episcopi (qui, episcopalis muneris onus optime considerans, nulli unquam labori visus est percepisse ut veronensis populi saluti consuleret).
Nel martirologio diocesano, era ricordato nel giorno della sua festa il giorno 26 luglio, fino alla riforma del Proprio veronese, del 1961, voluta dal vescovo Carraro, quando venne annoverato nella festa comune di tutti i vescovi veronesi, e la sua festa venne a cessare.

(Autore: Mauro Bonato – Fonte: Enciclopedia dei santi)
Giaculatoria - San Valenzio di Verona, pregate per noi.


*Beati Vincenzo Pinilla ed Emanuele Martin Sierra - Sacerdoti e Martiri (26 luglio)
Scheda del gruppo a cui appartengono:
“Beati Martiri Spagnoli Agostiniani Recolletti”  

Martirologio Romano: Nel villaggio di Motril vicino a Granada sulla costa spagnola, Beati Vincenzo Pinilla, dell’Ordine degli Agostiniani Recolletti, e Emanuele Martin Sierra, sacerdoti e martiri, che, trascinati via dalla chiesa, furono fucilati il giorno dopo il martirio di altri cinque loro compagni.
Giovanni Paolo II ha tolto il velo di omertà culturale sulla feroce e crudele persecuzione e violenza ai danni della cattolicità proclamando martiri centinaia di religiosi, ecclesiastici e fedeli laici. Anche Benedetto XVI sta proseguendo in questa direzione.
La Chiesa, dunque, sta innalzando all’onore degli altari Beati a gruppi più o meno numerosi, quindi tanti suoi figli che persero la loro vita in odio alla fede cattolica, per mano dei miliziani rivoluzionari socialcomunisti, in quella che fu la pagina più nera della storia d’Europa, fra la prima e seconda Guerra Mondiale, cioè la Guerra Civile Spagnola (1936-1939).
Fra le migliaia di religiosi martiri, vi sono i sette Agostiniani Recolletti (Ordine scaturito da un ramo degli Agostiniani nel 1588 a Toledo, autonomi dal 1911; il nome «Recolletti» deriva dalla sentita necessità di un maggiore raccoglimento) accomunati ad un sacerdote diocesano, che sono stati beatificati il 7 marzo 1999 da papa Giovanni Paolo II nella Basilica di San Pietro.
Non è stato facile raccogliere documenti e testimonianze durante i processi di beatificazione, perché sovente le esecuzioni avvenivano di notte, in luoghi solitari e senza testimoni; a volte è stato difficile provare anche la morte, perché di molti non si seppe più nulla, scomparsi dopo l’arresto e non più ritrovati.
Tuttavia, per quanto concerne i martiri Agostiniani non è stato così, perché gli abitanti delle strade in cui vennero uccisi, furono testimoni oculari degli atroci accadimenti: nascosti dietro le tende delle finestre osservarono tutto.
Inoltre era presente al massacro anche un giovane di Azione Cattolica, il quale, pur colpito da tre proiettili, riuscì a scappare e salvarsi, potendo, in seguito, raccontare i fatti.
Il Calvario degli Agostiniani si svolse nella città di Motril, presso Granada. La persecuzione ebbe inizio già nei primi mesi del 1936, quando la loro comunità religiosa divenne vittima delle minacce, degli insulti e delle perquisizioni. Pure i fedeli che frequentavano la loro chiesa venivano continuamente vessati. Pur tuttavia gli Agostiniani non fuggirono, rimanendo uniti ai fedeli della parrocchia.
All’alba del 25 luglio 1936 cinque Agostiniani, ovvero i padri Deogracias Palacios, León Inchausti, José Rada, Julian Benigno Moreno e il frate José Ricardo Diez, furono catturati e trascinati per le strade di Motril fino ad un giardino e lì barbaramente fucilati, lasciando le loro salme sanguinanti a terra per ore.
Tragico fu anche l’assassinio di padre Vincenzo Pinilla e del parroco diocesano don Manuel Martín Sierra; quando il 25 luglio i rivoluzionari assaltarono il convento degli Agostiniani, padre Pinilla insieme al parroco si rifugiarono nell’ospedale, dove rimasero nascosti tutto il giorno; la notte la trascorsero nella chiesa parrocchiale della Divina Pastora.
Il 26 luglio mattina don Manuel celebrò la Santa Messa, presenti le suore del vicino ospedale che ricevettero la Comunione insieme a padre Pinilla; verso le 10,30 arrivarono i rivoluzionari, i quali presero i due sacerdoti rimasti in chiesa e li trascinarono fuori, fucilandoli, alla presenza di molti passanti, sul sagrato della chiesa. Fra quei passanti ci fu anche chi testimoniò che padre Pinilla non morì subito: lo videro muovere, lungo tre ore di agonia, il braccio destro in segno di benedizione.
Padre Vincenzo Soler si rifugiò in una famiglia amica, ma il 29 luglio fu catturato. In prigione il suo fervore apostolico divenne balsamo benefico per il conforto dei detenuti. Era l’una di notte del 15 agosto 1936, giorno della Beata Vergine Assunta, quando venne fucilato insieme ad altri 18 prigionieri, davanti alle mura del cimitero cittadino.
I resti mortali degli otto martiri sono venerati nel mausoleo riservato alle vittime della Guerra Civile, nel cimitero di Motril. I sacerdoti Agostiniani avevano speso buona parte della loro vita lavorando nelle difficili Missioni delle Filippine e del Sud America e quando ormai in età avanzata avevano concentrato il loro apostolato tra i fedeli di Motril ricevettero qui, in patria e dai loro connazionali, la palma del martirio.
Come in appello li chiamiamo ora uno ad uno, ricordando le loro esistenze d’amore, completamente votate a Dio, diffondendo la Buona Novella.
Padre Vicente Soler nacque il 4 aprile 1867 a Malón, Saragozza. Nel 1882 entrò fra gli Agostiniani Recolletti. Il 20 settembre 1889 fu mandato nelle missioni delle Filippine, dove il 31 maggio 1890 venne ordinato sacerdote; per otto anni fu parroco, subendo nel 1898 la persecuzione religiosa durante la rivoluzione filippina; nel 1906 ritornò in Spagna.
Fu superiore della Provincia di Andalusia per cinque anni e nel 1926 fu eletto Priore Generale dell’Ordine degli Agostiniani Recolletti, carica a cui rinunciò dopo sette mesi. A Motril rinnovò l’Associazione di Santa Rita, fondò nel 1914 il Circolo Cattolico dei Lavoratori e aprì una scuola serale. Morì fucilato il 15 agosto 1936, a 69 anni.
Padre Deogracias Palacios nacque il 22 maggio (giorno di Santa Rita) 1901 a Baños de Valdearados, Burgos; a 15 anni entrò nel convento degli Agostiniani, nel 1923 fu mandato missionario in Brasile, dove venne ordinato sacerdote il 28 marzo 1925. Negli otto anni successivi svolse la sua attività apostolica in Brasile e in Argentina.
Nel 1933 ritornò in Spagna dove fu superiore della comunità di Monachil (Granada); allo scoppio della Guerra Civile nel 1936, era superiore del convento di Motril. Morì fucilato il 25 luglio 1936, a 35 anni.
Padre Leóne Inchausti nacque il 27 giugno 1859 in una fattoria di Ajanguiz, Vizcaya. Suo padre, uomo di profonda fede religiosa, godeva fama di santità; con il bagaglio degl’insegnamenti spirituali paterni, a 19 anni fece il suo ingresso fra gli Agostiniani Recolletti nel noviziato di Monteagudo. Il 1° giugno
1884 fu trasferito a Manila nelle Filippine, dove venne ordinato sacerdote il 22 dicembre 1884; per quattordici anni svolse il suo apostolato in diverse parrocchie filippine e a causa della rivoluzione scatenata in quel Paese, nell’ottobre 1898 fece ritorno in Spagna. Venne quindi destinato alle missioni in Brasile, svolgendo anche qui apostolato nelle parrocchie; rimase in Sud America fino al 1921 per fare ritorno in patria, a Granada.
Nel 1927 fu a Bilbao e infine nel 1928 nel convento di Motril. Morì fucilato il 25 luglio 1936, a 77 anni.
Padre José Rada nacque a Tarazona (Saragozza) il 17 novembre 1861. A 16 anni entrò nel Noviziato a Monteagudo; il 1° giugno 1884 partì per le Filippine insieme a padre Inchausti, fu ordinato sacerdote a Cebú nel novembre 1884. Per quattordici anni fu parroco nell’isola di Bohol e venne incarcerato per tre mesi, durante la rivoluzione filippina. Nel 1912 i superiori lo mandarono in Brasile, dove resse le parrocchie di Minas Gerais e dello Spirito Santo. Nel 1925, ritornato in Spagna, ricevette l’incarico di visitare le comunità agostiniane dell’Andalusia e nel 1936 a Montril si dedicò soprattutto alla confessione e alla predicazione. Morì fucilato il 25 luglio 1936, a 75 anni.
Padre Julian Benigno Moreno nacque il 16 marzo 1871 ad Alfaro (La Rioja). A 14 anni entrò nel Noviziato a Monteagudo, dove era superiore suo zio sant’Ezechiele Moreno. Fu ordinato sacerdote il 18 maggio 1894 e a settembre dello stesso anno fu trasferito nelle Filippine, dove lavorò nelle parrocchie di San Narciso e San Filippo. Fece ritorno in Spagna 1898 e quattro anni dopo, nel 1902, fu trasferito in Sud America, in Colombia, Panama, Venezuela e Brasile, dedito alla predicazione e all’educazione dei giovani. Religioso molto colto, scrisse centinaia di articoli pubblicati in Venezuela e Spagna. Ritornò in patria nel 1933, destinato al convento di Motril. Morì fucilato il 25 luglio 1936, a 65 anni.
Frate José Ricardo Diaz nacque a Camposalinas (León) il 16 febbraio 1909. Orfano dei genitori, a 17 anni entrò nell’Ordine degli Agostiniani Recolletti e nel 1926 fece la professione religiosa a Villaviciosa (Madrid). Dopo una parentesi di crisi vocazionale, nel 1932 ritornò a Villaviciosa, dove nel gennaio 1934 fece la professione perpetua come Fratello. Dopo un periodo di residenza a Monachil fu mandato a Motril. Venne fucilato il 25 luglio 1936, a 27 anni: il più giovane del gruppo.
Padre Vicente Pinilla nacque il 5 aprile 1870 a Calatayud, Saragozza. A 15 anni entrò nel Noviziato agostiniano e il 7 novembre 1886 fece la professione religiosa a Monteagudo, ricevendola dalle mani di san Ezechiele Moreno, allora Superiore della Comunità.
Il 19 agosto 1892 partì per le Filippine dove venne ordinato sacerdote il 23 settembre 1893.
Fu parroco a Santa Cruz di Manila e poi a Caplan, fino al 1898, quando fu imprigionato a causa della rivoluzione filippina.
Nel 1900 fu liberato e ritornò in Spagna da dove ripartì nel 1902 per il Brasile, dove per 25 anni profuse tutte le sue energie pastorali fra la popolazione locale.
Era devotissimo della Madonna della Consolazione.
Il 25 gennaio 1927 ritornò a Motril in Spagna dove espletò altri incarichi in seno all’ordine agostiniano.
Morì fucilato, con il crocifisso in mano, il 26 luglio 1936, a 66 anni. Don Manuel Martín Sierra nacque il 2 ottobre 1892 a Churriano de la Vega (Granada). Fu ordinato sacerdote il 24 ottobre 1915, laureato in teologia ebbe vari incarichi nella diocesi: cappellano di conventi, professore di seminario, segretario nell’Università Pontificia di Granada.
Nel 1929 arrivò a Motril e dal 1930 fu parroco della chiesa della Divina Pastora.  Morì fucilato il 26 luglio 1936, a 44 anni.
(Autore: Cristina Siccardi – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beati Vincenzo Pinilla ed Emanuele Martin Sierra, pregate per noi.


*Altri Santi del giorno (26 luglio)

*San
Giaculatoria - Santi tutti, pregate per noi.

 
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