Santi del 26 Maggio - Istituto Aveta

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Santi del 26 Maggio

Il mio Santo > I Santi di Maggio

*Beato Andrea Franchi - Vescovo, Domenicano  (26 maggio)

Pistoia, 1335 - 1401
Nato a Pistoia ancora giovinetto entrò nel convento di S. Domenico della sua città. Grande predicatore e fervido propagatore della regolare osservanza, nel 1382 fu eletto vescovo per volontà del popolo e tanto fu lo zelo che mostrò per la salute delle anime e nell'aiutare i poveri, da essere chiamato 'Padre dei poveri'.
Emblema: Bastone pastorale
Martirologio Romano: A Pistoia, Beato Andrea Franchi, Vescovo, che, Priore dell’Ordine dei Predicatori, cessata l’epidemia della peste nera, riportò nei conventi dell’Ordine di questa regione l’osservanza della disciplina e approvò nella sua città le Confraternite dei penitenti al fine di favorire la pace e la misericordia. Andrea Franchi, nato a Pistoia nel 1335, ancora giovanissimo, nel 1349, a quattordici anni, indossò il Santo Abito Gusmano nel convento di Santa Maria Novella.
Rifulse ben presto per santità di vita e per profondità di dottrina. Fu predicatore di gran fama, dalla parola calda e persuasiva, animata da una verace carità, a cui le anime non potevano resistere.
Fu amante zelantissimo della sua Regola, come lo sono i santi, e né la predicazione indefessa, né le cure dell’Episcopato, né il peso degli anni non gliene fecero mai rallentare l’osservanza.
Fu Priore dei Conventi di Pistoia, Lucca e Orvieto, dove sempre si mostrò modello di superiore. Nel 1382, a soli 42 anni, fu eletto Vescovo di Pistoia, sede che governò santissimamente. Nulla sfuggì al suo occhio e al suo cuore, e soprattutto i poveri e gli ammalati ebbero le sue preferenze. In premio ebbe la grazia di ricevere Gesù stesso in sembianze di pellegrino.
Fu il grande paciere del suo popolo, che si sarebbe distrutto per le atroci guerre civili. Il Signore venne in suo aiuto in questa opera santa anche con miracoli.
Nel 1400, dopo diciannove anni di mirabile governo, ottenne di lasciare la Diocesi e di ritirarsi a vita privata nel suo caro convento di Pistoia, dove, corroborato da grazie insigni, sopportò, con animo lieto, una lunga malattia che lo condusse alla tomba il 26 maggio 1401.
Il suo corpo venne tumulato nella chiesa di S. Domenico. Quando nel 1613 il sepolcro si aprì per eseguire i restauri della chiesa, un odore soavissimo si sprigionò da quelle sacre spoglie, ritrovate intatte. Papa Benedetto XV il 21 novembre 1921 ha confermato il culto.  
(Autore: Franco Mariani - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Andrea Franchi, pregate per noi.


*Sant'Andrea Kaggwa - Martire (26 maggio)

Scheda del gruppo a cui appartiene Sant'Andrea Kaggwa: “Santi Martiri Ugandesi“
† Munyonyo, Uganda, 26 maggio 1886
Martirologio Romano:
In località Munyonyo in Uganda, Sant’Andrea Kaggwa, martire, che, capo dei suonatori di timpano del re Mwanga e suo familiare, da poco iniziato a Cristo, insegnò la dottrina del Vangelo ai pagani e ai catecumeni e fu per questo crudelmente ucciso.
Fece un certo scalpore, nel 1920, la beatificazione da parte di Papa Benedetto XV di ventidue martiri di origine ugandese, forse perché allora, sicuramente più di ora, la gloria degli altari era legata a determinati canoni di razza, lingua e cultura. In effetti, si trattava dei primi sub-sahariani (dell’”Africa nera”, tanto per intenderci) ad essere riconosciuti martiri e, in quanto tali, venerati dalla Chiesa cattolica.
La loro vicenda terrena si svolge sotto il regno di Mwanga, un giovane re che, pur avendo frequentato la scuola dei missionari (i cosiddetti “Padri Bianchi” del Cardinal Lavigerie) non è riuscito ad imparare né a leggere né a scrivere perché “testardo, indocile e incapace di concentrazione”.
Certi suoi atteggiamenti fanno dubitare che sia nel pieno possesso delle sue facoltà mentali ed inoltre, da mercanti bianchi venuti dal nord, ha imparato quanto di peggio questi abitualmente facevano: fumare hascisc, bere alcool in gran quantità e abbandonarsi a
pratiche omosessuali. Per queste ultime, si costruisce un fornitissimo harem costituito da paggi, servi e figli dei nobili della sua corte.
Sostenuto all’inizio del suo regno dai cristiani (cattolici e anglicani) che fanno insieme a lui fronte comune contro la tirannia del re musulmano Kalema, ben presto re Mwanga vede nel cristianesimo il maggior pericolo per le tradizioni tribali ed il maggior ostacolo per le sue dissolutezze.
A sobillarlo contro i cristiani sono soprattutto gli stregoni e i feticisti, che vedono compromesso il loro ruolo ed il loro potere e così, nel 1885, ha inizio un’accesa persecuzione, la cui prima illustre vittima è il vescovo anglicano Hannington, ma che annovera almeno altri 200 giovani uccisi per la fede.
Il 15 novembre 1885 Mwanga fa decapitare il maestro dei paggi e prefetto della sala reale. La sua colpa maggiore? Essere cattolico e per di più catechista, aver rimproverato al re l’uccisione del vescovo anglicano e aver difeso a più riprese i giovani paggi dalle “avances” sessuali del re. Giuseppe Mkasa Balikuddembè apparteneva al clan Kayozi ed ha appena 25 anni.
Viene sostituito nel prestigioso incarico da Carlo Lwanga, del clan Ngabi, sul quale si concentrano subito le attenzioni morbose del re.
Anche Lwanga, però, ha il “difetto” di essere cattolico; per di più, in quel periodo burrascoso in cui i missionari sono messi al bando, assume una funzione di “leader” e sostiene la fede dei neoconvertiti.
Il 25 maggio 1886 viene condannato a morte insieme ad un gruppo di cristiani e quattro catecumeni, che nella notte riesce a battezzare segretamente; il più giovane, Kizito, del clan Mmamba, ha appena 14 anni. Il 26 maggio vengono uccisi Andrea Kaggwa, capo dei suonatori del re e suo familiare, che si era dimostrato particolarmente generoso e coraggioso durante un’epidemia, e Dionigi Ssebuggwawo.
Si dispone il trasferimento degli altri da Munyonyo, dove c’era il palazzo reale in cui erano stati condannati, a Namugongo, luogo delle esecuzioni capitali: una “via crucis” di 27 miglia, percorsa in otto giorni, tra le pressioni dei parenti che li spingono ad abiurare la fede e le violenze dei soldati. Qualcuno viene ucciso lungo la strada: il 26 maggio viene trafitto da un colpo di lancia Ponziano Ngondwe, del clan Nnyonyi Nnyange, paggio reale, che aveva ricevuto il battesimo mentre già infuriava la persecuzione e per questo era stato immediatamente arrestato; il paggio reale Atanasio Bazzekuketta, del clan Nkima, viene martirizzato il 27 maggio.
Alcune ore dopo cade trafitto dalle lance dei soldati il servo del re Gonzaga Gonga del clan Mpologoma, seguito poco dopo da Mattia Mulumba del clan Lugane, elevato al rango di “giudice”, cinquantenne, da appena tre anni convertito al cattolicesimo.
Il 31 maggio viene inchiodato ad un albero con le lance dei soldati e quindi impiccato Noè Mawaggali, un altro servo del re, del clan Ngabi.
Il 3 giugno, sulla collina di Namugongo, vengono arsi vivi 31 cristiani: oltre ad alcuni anglicani, il gruppo di tredici cattolici che fa capo a Carlo Lwanga, il quale aveva promesso al giovanissimo Kizito: “Io ti prenderò per mano, se dobbiamo morire per Gesù moriremo insieme, mano nella mano”. Il gruppo di questi martiri è costituito inoltre da: Luca Baanabakintu, Gyaviira Musoke e Mbaga Tuzinde, tutti del clan Mmamba; Giacomo Buuzabalyawo, figlio del tessitore reale e appartenente al clan Ngeye; Ambrogio Kibuuka, del clan Lugane e Anatolio Kiriggwajjo, guardiano delle mandrie del re; dal cameriere del re, Mukasa Kiriwawanvu e dal guardiano delle mandrie del re, Adolofo Mukasa Ludico, del clan Ba’Toro; dal sarto reale Mugagga Lubowa, del clan Ngo, da Achilleo Kiwanuka (clan Lugave) e da Bruno Sserunkuuma (clan Ndiga).
Chi assiste all’esecuzione è impressionato dal sentirli pregare fino alla fine, senza un gemito. E’ un martirio che non spegne la fede in Uganda, anzi diventa seme di tantissime conversioni, come profeticamente aveva intuito Bruno Sserunkuuma poco prima di subire il martirio “Una fonte che ha molte sorgenti non si inaridirà mai; quando noi non ci saremo più altri verranno dopo di noi”. La serie dei martiri cattolici elevati alla gloria degli altari si chiude il 27 gennaio 1887 con l’uccisione del servitore del re, Giovanni Maria Musei, che spontaneamente confessò la sua fede davanti al primo ministro di re Mwanga e per questo motivo venne immediatamente decapitato.
Carlo Lwanga con i suoi 21 giovani compagni è stato canonizzato da Paolo VI nel 1964 e sul luogo del suo martirio oggi è stato edificato un magnifico santuario; a poca distanza, un altro santuario protestante ricorda i cristiani dell’altra confessione, martirizzati insieme a Carlo Lwanga. Da ricordare che insieme ai cristiani furono martirizzati anche alcuni musulmani: gli uni e gli altri avevano riconosciuto e testimoniato con il sangue che “Katonda” (cioè il Dio supremo dei loro antenati) era lo stesso Dio al quale si riferiscono sia la Bibbia che il Corano.
(Autore: Gianpiero Pettiti - Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - Sant’Andrea Kaggwa, pregate per noi.


*Beati Arnaldo Buysson e 11 Compagni - Martiri Mercedari (26 maggio)
+ Algeli, Africa, 1397
Ad Algeri in Africa, il Beato Arnaldo Buysson e 11 Santi compagni, dopo aver redento 124 schiavi, per la fede di Cristo furono torturati crudelmente e rimanendo costanti nel loro credo ricevettero la palma del martirio nell’anno 1397, onorando l’Ordine Mercedario.
L’Ordine li festeggia il 26 maggio.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beati Arnaldo Buysson e 11 Compagni, pregate per noi.


*San Berengario di Saint-Papoul - Monaco (26 maggio)
m. 1093
Martirologio Romano:
Nel monastero di Saint-Papoul in Francia, San Berengario, monaco.
La Vita di Berengario, monaco benedettino a Saint-Papoul, presso Tolosa, fu scritta dal monaco di Bec, Flavio Anselmo vissuto molto dopo il santo; la più antica notizia della Vita infatti è degli inizi del sec. XIV.
Flavio, però, per dare maggiore credito alla sua opera, si finse vissuto nel sec. XI. Secondo, dunque, questo biografo, Berengario sarebbe morto il 26 maggio 1093, dopo aver praticato le virtù monastiche e aver operato dei miracoli.
La sua festa cade il 26 maggio.
(Autore: Marco A. Calabrese - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Berengario di Saint-Papoul, pregate per noi.


*San Desiderio di Vienne - Vescovo e Martire (26 maggio)
Autun (Francia), ca. 550 - Regione di Lione, maggio 607-611
Nacque ad Autun intorno al 550, ma abitò a Vienne, nel Delfinato, fin dalla giovinezza e fu incorporato al clero di questa città. Vi ricevette il diaconato sotto il vescovo Verus, cui successe negli ultimi anni del secolo VI. Desiderio aveva fatto studi letterari e, divenuto vescovo, continuava ad insegnare la grammatica.
In seguito a certe inimicizie fu vittima di calunnie: tradotto davanti ad un concilio riunito a Chalon-sur-Saone nel 602 o 603, fu deposto ed esiliato.
Qualche anno più tardi, tuttavia, fu richiamato Vienne, accolto con gioia dai suoi diocesani, ma poiché la sua coscienza di vescovo lo portava a stigmatizzatizzare apertamente la dissolutezza della corte, un giorno fu arrestato in chiesa. Condotto verso una destinazione sconosciuta, fu ucciso dalla scorta in un luogo che poi prese il nome di St.-Didier-sur-Chalaronne nel territorio lionese.
Si è voluto affermare che egli sia stato condannato e lapidato su ordine della corte, ma sebbene la responsabilità del re Teodorico II sia incontestabile, si trattò dell'eccesso di zelo di un soldato che lo abbattè con una pietra e lo finì a colpi di bastone. Era il maggio del 607 o 611, secondo le fonti. (Avvenire)
Etimologia: Desiderio = figlio tanto atteso
Emblema: Bastone pastorale, Palma
Martirologio Romano: Nel territorio di Lione in Francia, passione di San Desiderio, vescovo di Vienne, che dalla regina Brunechilde, da lui redarguita per le sue nozze incestuose e altre depravazioni, fu dapprima mandato in esilio e poi, sempre per suo ordine, lapidato, meritando così la corona del martirio.
Nato prima del 550 ad Autun, abitò a Vienne nel Delfinato fin da quando era giovane, sostenendo solidi studi letterari, fu ammesso nel clero della città e ricevette il diaconato e ordinato presbitero dal vescovo Verus di cui diventò poi successore negli ultimi anni del secolo VI. Fu in contatto epistolare con San Gregorio Magno, la corrispondenza risentiva della sua passione
per la letteratura, ricevé dal grande papa parecchie lettere su varie argomentazioni nel 596, 599 e 601.
Egli visse in un periodo di decadenza morale e di torbida politica denominato ‘l’epoca di Brunechilde’ (534-613) regina d’Austrasia, vedova di re Sigeberto, governò per il figlio Childeberto II e che fu uccisa da Clotario II.
Desiderio fu anch’egli coinvolto cadendo vittima di odiose calunnie, per questo fu giudicato in un Concilio riunito a Chalon-sur-Saône nel 602/603 e presieduto da un suo accanito avversario Aredio di Lione, il giudizio sfociò nella deposizione da vescovo di Vienne e l’esilio.
Passati qualche anno, la reggente Brunechilde lo richiamò e poté ritornare fra i suoi fedeli, ma questo non gl’impedì di parlare apertamente contro la dissolutezza della corte, pertanto un giorno fu arrestato mentre era in chiesa. Fu trasferito in un posto sconosciuto ma durante il viaggio fu ucciso da una guardia della scorta, che presa da eccessivo zelo, lo abbatté con una pietra e finendolo con un bastone, anche se si trattò di un gesto sconsiderato di un solo soldato, la responsabilità della corte è incontestabile; era il 23 maggio del 607 o 611, il luogo dell’assassinio prese poi il nome di St-Didier-sur-Chalaronne nel territorio di Lione.
Desiderio fu da subito considerato un martire, i suoi resti furono traslati tre anni dopo nella cattedrale di Vienne; la sua biografia fu scritta da un contemporaneo bene informato, il re visigoto Sisebut in persona, qualche anno dopo un anonimo viennese ne scrisse un’altra che fu a sua volta origine di altre.
La sua festa liturgica è fissata al 23 maggio. (Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi). Sono incerti i dati su nascita e morte, ma non quelli della sua vita. Desiderio ne trascorre gran parte nella Gallia centro-orientale, poi passa a Vienne, nell’attuale Delfinato. La città è il cuore di una diocesi tra le più antiche della Gallia. Qui, nell’anno 470, il vescovo Mamerto ha istituito la pratica delle Rogazioni, processioni mattutine nelle campagne per tre giorni consecutivi, tra Pasqua e Ascensione, al canto delle litanie dei santi: una pratica estesa poi a tutta la Chiesa da papa Leone III (intorno all’anno 900).
A Vienne, Desiderio compie i suoi studi, quando «in tutte le città della Gallia va scomparendo la conoscenza delle lettere», come scriverà il suo quasi coetaneo Gregorio di Tours. E fa l’insegnante di “belle lettere”, appunto. Questa passione gli durerà per tutta la vita. E gli procurerà qualche richiamo da Papa Gregorio Magno, che lo apprezza molto, ma che non ama il suo interesse anche per la letteratura “profana”.
A Vienne, Desiderio riceve il diaconato e poi il sacerdozio dal vescovo Verus. E alla sua morte gli succede come capo della diocesi, sul finire del VI secolo. Questo è il tempo in cui la Gallia, conquistata un secolo prima da Clodoveo e divenuta regno unitario dei franchi, è stata poi divisa alla sua morte (511), in due regni, affidati a due suoi figli: il regno orientale (Austrasia), e quello occidentale (Neustria). Due regni che più volte si uniscono e si dividono, due dinastie consanguinee e nemiche. È l’epoca del furor regum, scrive Gregorio di Tours: il furore dei re, che praticano la politica dell’omicidio.
Desiderio è suddito della regina Brunechilde, che tiene il potere a lungo, dapprima come moglie del re Sigeberto I d’Austrasia, poi come reggente per suo figlio e per il suo nipotino. Intelligente e autoritaria, punta a fare dei due regni uno Stato unitario forte. E certo non bada ai mezzi. I suoi parenti nemici di Neustria l’accusano di inaudite turpitudini, e la metteranno a morte con ripugnante crudeltà. La regina ha sostenitori anche tra i vescovi. E uno di essi, Aredio di Lione, durante un concilio regionale a Chalon- sur-Saône, accusa Desiderio «con odiose menzogne», come dicono i suoi biografi (tra i quali c’è il re visigoto di Spagna, Sisebuto).
La sua colpa è il parlare chiaro, anche contro la corte. E così, dopo l’accusa di Aredio, eccolo destituito e mandato al domicilio coatto su un’isoletta. Ma, dopo qualche anno, proprio Brunechilde ordina che venga ricondotto a Vienne, e reintegrato nella sua autorità episcopale.
Desiderio ha accettato la condanna e poi la liberazione, ha ripreso a fare il vescovo. In lui Brunechilde non ha un nemico. Ma neppure un servo. Sicché, quando c’è un altro scandalo a corte, lui denuncia in chiesa peccato e peccatore, che è il giovane Teodorico II di Borgogna, nipote di Brunechilde. Vengono ad arrestarlo prontamente, lì in chiesa.
Poi, l’ordine è probabilmente quello di esiliarlo di nuovo: eccolo infatti partire, sotto scorta militare. Ma il suo cammino si interrompe nei pressi di Lione: un soldato della scorta lo colpisce con una pietra alla testa, poi lo finisce a bastonate. Forse non aveva quest’ordine, e lo ha ucciso per un suo impulso omicida.
Però la voce pubblica parla dimartirio: lo fanno santo i fedeli. Tre anni dopo, il corpo viene portato nella cattedrale di Vienne. E si dà il suo nome (Didier, in francese) al luogo dell’assassinio: Saint-Didier-sur-Chaleronne.
(Autore: Domenico Agasso – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Desiderio di Vienne, pregate per noi.


*Sant'Edmondo - Re degli Angli (26 maggio)
Inghilterra, 921 - Pucklechurch, 26 maggio 946
Nato da Edward il Vecchio nel 921, sposò Elfgivu e ne ebbe due figli, i re Edwy ed Edgaro. Al tempo delle battaglie di Brunanburk, sebbene contasse solo sedici anni, aiutò suo fratello Athelstan a cacciare dall'Inghilterra gli invasori Norvegesi e Scozzesi.
Quando Athelstan morì (939) egli divenne re di gran parte del territorio che era conosciuto col
nome di Inghilterra. La giovane età del re indusse Olaf Guthfrithson, re di Dublino, ad invadere l'Inghilterra, ma fu ricacciato nel 944.
Sfortunatamente Edmondo non fu immune dalla barbarie del suo tempo e fece accecare i due figli di Dumail, re di Strathclyde.
Nel 948 fu padrino di due re norvegesi, Anlaf Sihtricson e Ragnald di Northumbria, battezzati alla sua corte.
Si conosce una vivace leggenda riguardante un privilegio del 940 col quale Edmondo fece dono a Dunstano di terre a Glastonbury: mentre Edmondo stava cavalcando presso Cheddar, il suo cavallo si imbizzarrì in vista delle rupi; nel panico Edmondo si rese improvvisamente conto che Dunstano era stato ingiustamente trattato, cosicché immediatamente lo ricercò e lo fece condurre a Glastonbury, ove gli dette delle terre e provvide ai bisogni del monastero.
Edmondo concedette l'abbazia di Bath come rifugio ai monaci di St. Bertin che rifiutavano la riforma di Gerard de Brogne.
Questo fruttuoso e felice regno si concluse con un atto di alta carità: Edmondo eroicamente perse la sua vita a Pucklechurch, il 26 maggio del 946, mentre difendeva il suo domestico in lotta con un criminale di nome Leofa, che ritornava dall'esilio.
(Autore: Joachim Dolan – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Edmondo, pregate per noi.


*Sant'Eleuterio - 13° Papa e Martire (26 maggio)

m. 189  (Papa dal 175 al 189)
Greco. Nato a Nicopoli nell'Epiro, fu papa dal 175 al 189. Dopo il martirio probabilmente fu sepolto in Vaticano, vicino al corpo di san Pietro. Il suo pontificato fu segnato da movimenti ereticali che giunsero fino a Roma.
Tra di essi il montanismo, che sosteneva l'imminente fine del mondo accanto a un forte rigore morale. Eleuterio fu tollerante per evitare una scissione fra i cristiani. Invece contro i marcioniti, che ammettevano tre principi e tre battesimi, e gli gnostici emanò un decreto nel quale, tra l'altro, si autorizzavano i cristiani a cibarsi con qualsiasi alimento e superare così la distinzione tra cibi puri ed impuri.
Sembra inoltre che con un altro suo decreto ordinò che il giorno di Pasqua si celebrasse di domenica. Il Martirologio Romano di lui riporta: «A Roma Sant'Eleuterio, Papa e martire, il quale convertì alla fede di Cristo molti nobili romani, e mandò nella Gran Bretagna Damiano e Fugazio, i quali battezzarono il Re Lucio, insieme a sua moglie e a quasi tutto il popolo». (Avvenire)
Emblema: Palma
Martirologio Romano: Sempre a Roma, Sant’ Eleuterio, papa, al quale i celebri martiri di Lione, a quel tempo detenuti in prigione, scrissero una nobile lettera sul mantenimento della pace nella Chiesa.
Sant' Eleuterio, di Nicopoli (Epiro), martire (?), fu probabilmente sepolto in Vaticano, vicino al corpo di S.Pietro.
Menzionata unicamente da fonti agiografiche tarde (sec. VIII), la sua incerta biografia si basa principalmente sul Liber Pontificalis.
Il suo episcopato fu segnato da movimenti ereticali che giunsero fino a Roma: il montanismo che sosteneva l’imminente fine del mondo, l’esagerato rigore di condotta morale e la prerogativa di profetizzazione.
Eleuterio fu tollerante per evitare una dolorosa scissione fra i cristiani. Invece contro i marcioniti, che ammettevano tre principi (buono, giusto e cattivo) e tre battesimi, e gli gnostici,
seguaci di Pitagora e Platone, emanò un decreto nel quale, tra l’altro, si autorizzavano i cristiani a cibarsi con qualsiasi alimento e superare così ogni eretica distinzione tra cibi puri ed impuri.
Con un altro suo decreto, si reputa, ordinò che il giorno di Pasqua si celebrasse di domenica. Secondo il Liber Pontificalis, che non accenna minimamente al suo martirio, fu in rapporto con Lucio, re dei Britanni.
La sua festa si celebra il 26 maggio ed è così menzionato nel Martirologio Romano: A Roma Sant’ Eleuterio, papa e martire, il quale convertì alla fede di Cristo molti nobili romani, e mandò nella Gran Bretagna Damiano e Fugazio, i quali battezzarono il Re Lucio, insieme a sua moglie e a quasi tutto il popolo.
Nell’arte Sant' Eleuterio viene raffigurato o con gli abiti pontificali e un libro nella mano sinistra o con abiti pontificali e una grande tonsura.  
(Autore: Giovanni Sicari - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Eleuterio, pregate per noi.


*Santa Felicissima - Martire (26 maggio)
sec. III/IV
Martirologio Romano:
A Todi in Umbria, Santa Felicissima, martire
Santi Gratiliano (Graciliano) e Felicissima, martiri

Secondo una passio composta verso il sec. VII, già nota ad Usuardo e collegata con quella di Sant'Eutizio di Ferento, sarebbero morti a Faleri, nell’Etruria suburbicaria, al tempo dell’imperatore Claudio (270).
Sulla loro personalità però non abbiamo notizie sicure; la passio infatti non può considerarsi una fonte attendibile, ma, chiaramente leggendaria, ricalca, plagiandole, quelle dei santi Agnese, Lucia, Euplo, Vito, ecc.
Di Gratiliano, oltre la passio, nessun altro documento riporta alcuna notizia; Felicissima invece, molto venerata nell’Umbria e nella Toscana è ricordata nel Martirologio Geronimiano al 26 maggio come martire di Todi e al 24 novembre come martire di Perugia.
Il Lanzoni pensava che una sola fosse la martire Felicissima venerata in diversi giorni, in varie località, ma la diversa cronologia forse non permette tale identificazione.
La martire di Faleri poi, secondo la passio, sarebbe morta il 12 agosto e a questa data era ricordata nel Martirologio Romano.
Quando fu distrutta Faleri nel VII sec., le reliquie di Gratiliano furono trasportate a Civita
Castellana e collocate sotto l’altare maggiore della cattedrale.
Al tempo dell’invasione dei barbari furono trasferite nella cripta della medesima cattedrale, che in epoca più recente fu dedicata ai due martiri e dove fu installato un magnifico bassorilievo di marmo bianco che li rappresenta.
Le reliquie di Felicissima nello stesso tempo furono trasportate probabilmente a Ferento, donde, nel sec. XII furono trasferite a Viterbo ed onorevolmente collocate nella chiesa di San Sisto.
Il Martirologio di questa chiesa celebra la detta traslazione il 2 settembre, e l’invenzione delle reliquie nella medesima chiesa il 2 maggio.
Gratiliano è molto venerato anche a Bassano di Sutri, di cui è patrono principale. La chiesa parrocchiale di questo paese si gloria di possedere una reliquia del martire.
Secondo notizie tutt’altro che certe l’insigne reliquia sarebbe stata donata nel 1437 dal vescovo di Civita Castellana al vescovo di Sutri e successivamente sarebbe stata trasportata a Bassano. In onore del martire furono costruite chiese anche a Capranica di Sutri ed a Gallese.
A causa della relazione che i martiri avrebbero con Sant’Eutizio di Ferento, i nostri santi sono venerati anche in Carbognano.

(Autore: Goffredo Mariani – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Felicissima, pregate per noi.


*Santi Felicissimo, Eraclio e Paolino - Martiri a Todi (26 maggio)
Poiché alcuni codici del Geronimiano commemorano il 26 maggio «in Tuder Tusciae Felicissimi Eracli Paulini», Floro, Adone e altri scrittori fino al Baronio, convinti che i nomi posti dopo Felicissimo siano quelli di suoi compagni, attribuiscono tutti e tre i Santi a Todi, città dell'Umbria.
Ma è un errore perché solo Felicissimo appartiene a Todi, dove sarebbe stato ucciso sotto Diocleziano, mentre gli altri due sono autentici martiri di Noviodunum o Nividunum e la loro festa è celebrata il 17 maggio.
Si deve poi aggiungere che la lezione Felicissimi, originata da un gruppo di codici, è sbagliata poiché il codice E, che è di gran lunga il più autorevole, porta Felicissimae.
La lezione erronea ha prevalso, oltre che a Todi, a Perugia, dove Felicissimo è festeggiato il 24 novembre e, sotto il nome di Felino, insieme con Gratiniano, il 10 giugno, e a Nocera Umbra (15 luglio); quella giusta invece è seguita a Civita Castellana (12 agosto con Gratiniano), a Orte e a Viterbo (2 maggio).
Non c'è infatti dubbio che si tratti di una sola persona, anzi sembra che anche Santa Firmina di Amelia e Sant' Illuminata di Todi debbano identificarsi con la nostra Felicissimae.
(Autore: Pietro Burchi – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santi Felicissimo, Eraclio e Paolino, pregate per noi.

 

*San Filippo Neri - Sacerdote (26 maggio)
Firenze, 1515 - Roma, 26 maggio 1595
L'uomo che sarebbe stato chiamato "l'Apostolo della città di Roma" era figlio di un notaio fiorentino di buona famiglia.
Ricevette una buona istruzione e poi fece pratica dell'attività di suo padre; ma aveva subito l'influenza dei domenicani di san Marco, dove Savonarola era stato frate non molto tempo prima, e dei benedettini di Montecassino, e all'età di diciotto anni abbandonò gli affari e andò a Roma. Là visse come laico per diciassette anni e inizialmente si guadagnò da vivere facendo il precettore, scrisse poesie e studiò filosofia e teologia.
A quel tempo la città era in uno stato di grande corruzione, e nel 1538 Filippo Neri cominciò a
lavorare fra i giovani della città e fondò una confraternita di laici che si incontravano per adorare Dio e per dare aiuto ai pellegrini e ai convalescenti, e che gradualmente diedero vita al grande ospizio della Trinità.
Filippo passava molto tempo in preghiera, specialmente di notte e nella catacomba di san Sebastiano, dove nel 1544 sperimentò un'estasi di amore divino che si crede abbia lasciato un effetto fisico permanente sul suo cuore.
Nel 1551 Filippo Neri fu ordinato prete e andò a vivere nel convitto ecclesiastico di san Girolamo, dove presto si fece un nome come confessore; gli fu attribuito il dono di saper leggere nei cuori.
Ma la sua occupazione principale era ancora il lavoro tra i giovani.
Sopra la chiesa fu costruito un oratorio in cui si tenevano conferenze religiose e discussioni e si organizzavano iniziative per il soccorso dei malati e dei bisognosi; là, inoltre, furono celebrate per la prima volta funzioni consistenti in composizioni musicali su temi biblici e religiosi cantate da solisti e da un coro (da qui il nome "oratorio").
San Filippo era assistito da altri giovani chierici, e nel 1575 li aveva organizzati nella Congregazione dell'Oratorio; per la sua società (i cui membri non emettono i voti che vincolano gli ordini religiosi e le congregazioni), costruì una nuova chiesa, la Chiesa Nuova, a santa Maria "in Vallicella". Diventò famoso in tutta la città e la sua influenza sui romani del tempo, a qualunque ceto appartenessero, fu incalcolabile.
Ma San Filippo non sfuggì alle critiche e all'opposizione: alcuni furono scandalizzati dall'anticonvenzionalità dei suo discorsi, delle sue azioni e dei suoi metodi missionari.
Egli cercava di restituire salute e vigore alla vita dei cristiani di Roma in modo tranquillo, agendo dall'interno; non aveva una mentalità clericale, e pensava che il sentiero della perfezione fosse aperto tanto ai laici quanto al clero, ai monaci e alle monache.
Nelle sue prediche insisteva più sull'amore e sull'integrità spirituale che sulle austerità fisiche, e le virtù che risplendevano in lui venivano trasmesse agli altri: amore per Dio e per l'uomo, umiltà e senso delle proporzioni, gentilezza e gaiezza - "riso" è una parola che compare spesso quando si tratta di san Filippo Neri.
Patronato: Giovani
Etimologia: Filippo = che ama i cavalli, dal greco
Martirologio Romano: Memoria di san Filippo Neri, sacerdote, che, adoperandosi per allontanare i giovani dal male, fondò a Roma un oratorio, nel quale si eseguivano letture spirituali, canti e opere di carità; rifulse per il suo amore verso il prossimo, la semplicità evangelica, la letizia d’animo, lo zelo esemplare e il fervore nel servire Dio.
Filippo Neri nasce a Firenze il 21 luglio 1515, e riceve il battesimo nel "bel san Giovanni" dei Fiorentini il giorno seguente, festa di S. Maria Maddalena.
La famiglia dei Neri, che aveva conosciuto in passato una certa importanza, risentiva allora delle mutate condizioni politiche e viveva in modesto stato economico.
Il padre, ser Francesco, era notaio, ma l'esercizio della sua professione era ristretto ad una piccola cerchia di clienti; la madre, Lucrezia da Mosciano, proveniva da una modesta famiglia del contado, e moriva poco dopo aver dato alla luce il quarto figlio.
La famiglia si trovò affidata alle cure della nuova sposa di ser Francesco, Alessandra di Michele Lenzi, che instaurò con tutti un affettuoso rapporto, soprattutto con Filippo, il secondogenito, dotato di un bellissimo carattere, pio e gentile, vivace e lieto, il "Pippo buono" che suscitava affetto ed ammirazione tra tutti i conoscenti.
Dal padre, probabilmente, Filippo ricevette la prima istruzione, che lasciò in lui soprattutto il gusto dei libri e della lettura, una passione che lo accompagnò per tutta la vita, testimoniata dall'inventario della sua biblioteca privata, lasciata in morte alla Congregazione romana, e costituita di un notevole numero di volumi.
La formazione religiosa del ragazzo ebbe nel convento dei Domenicani di San Marco un centro forte e fecondo.
Si respirava, in quell'ambiente, il clima spirituale del movimento savonaroliano, e per fra Girolamo Savonarola Filippo nutrì devozione lungo tutto l'arco della vita, pur nella evidente
distanza dai metodi e dalle scelte del focoso predicatore apocalittico.
Intorno ai diciotto anni, su consiglio del padre, desideroso di offrire a quel figlio delle possibilità che egli non poteva garantire, Filippo si recò da un parente, avviato commerciante e senza prole, a San Germano, l'attuale Cassino.
Ma l'esperienza della mercatura durò pochissimo tempo: erano altre le aspirazioni del cuore, e non riuscirono a trattenerlo l'affetto della nuova famiglia e le prospettive di un'agiata situazione economica.
Lo troviamo infatti a Roma, a partire dal 1534. Vi si recò, probabilmente, senza un progetto preciso.
Roma, la città santa delle memorie cristiane, la terra benedetta dal sangue dei martiri, ma anche allettatrice di tanti uomini desiderio di carriera e di successo, attrasse il suo desiderio di intensa vita spirituale: Filippo vi giunse come pellegrino, e con l'animo del pellegrino penitente, del "monaco della città" per usare un'espressione oggi di moda, visse gli anni della sua giovinezza, austero e lieto al tempo stesso, tutto dedito a coltivare lo spirito.
La casa del fiorentino Galeotto Caccia, capo della Dogana, gli offrì una modesta ospitalità - una piccola camera ed un ridottissimo vitto - ricambiata da Filippo con l'incarico di precettore dei figli del Caccia.
Lo studio lo attira - frequenta le lezioni di filosofia e di teologia dagli Agostiniani ed alla Sapienza - ma ben maggiore è l'attrazione della vita contemplativa che impedisce talora a Filippo persino di concentrarsi sugli argomenti delle lezioni.
La vita contemplativa che egli attua è vissuta nella libertà del laico che poteva scegliere, fuori dai recinti di un chiostro, i modi ed i luoghi della sua preghiera: Filippo predilesse le chiese solitarie, i luoghi sacri delle catacombe, memoria dei primi tempi della Chiesa apostolica, il sagrato delle chiese durante le notti silenziose.
Coltivò per tutta la vita questo spirito di contemplazione, alimentato anche da fenomeni straordinari, come quello della Pentecoste del 1544, quando Filippo, nelle catacombe si San Sebastiano, durante una notte di intensa preghiera, ricevette in forma sensibile il dono dello Spirito Santo che gli dilatò il cuore infiammandolo di un fuoco che arderà nel petto del Santo fino al termine dei suoi giorni.
Questa intensissima vita contemplativa si sposava nel giovane Filippo ad un altrettanto intensa, quanto discreta nelle forme e libera nei metodi, attività di apostolato nei confronti di coloro che egli incontrava nelle piazze e per le vie di Roma, nel servizio della carità presso gli Ospedali degli incurabili, nella partecipazione alla vita di alcune confraternite, tra le quali, in modo speciale, quella della Trinità dei Pellegrini, di cui Filippo, se non il fondatore, fu sicuramente il principale artefice insieme al suo confessore P. Persiano Rosa.
A questo degnissimo sacerdote, che viveva a san Girolamo della Carità, e con il quale Filippo aveva profonde sintonie di temperamento lieto e di impostazione spirituale, il giovane, che ormai si avviava all'età adulta, aveva affidato la cura della sua anima. Ed è sotto la direzione spirituale di P. Persiano che maturò lentamente la chiamata alla vita sacerdotale.
Filippo se ne sentiva indegno, ma sapeva il valore dell'obbedienza fiduciosa ad un padre spirituale che gli dava tanti esempi di santità.
A trentasei anni, il 23 maggio del 1551, dopo aver ricevuto gli ordini minori, il suddiaconato ed il diaconato, nella chiesa parrocchiale di S. Tommaso in Parione, il vicegerente di Roma, Mons. Sebastiano Lunel, lo ordinava sacerdote.
Messer Filippo Neri continuò da sacerdote l'intensa vita apostolica che già lo aveva caratterizzato da laico.
Andò ad abitare nella Casa di san Girolamo, sede della Confraternita della Carità, che ospitava a pigione un certo numero di sacerdoti secolari, dotati di ottimo spirito evangelico, i quali attendevano alla annessa chiesa.
Qui il suo principale ministero divenne l'esercizio del confessionale, ed è proprio con i suoi penitenti che  Filippo iniziò, nella semplicità della sua piccola camera, quegli incontri di meditazione, di dialogo spirituale, di preghiera, che costituiscono l'anima ed il metodo dell'Oratorio.
Ben presto quella cameretta non bastò al numero crescente di amici spirituali, e Filippo ottenne da "quelli della Carità" di poterli radunare in un locale, situato sopra una nave della chiesa, prima destinato a conservare il grano che i confratelli distribuivano ai poveri.
Tra i discepoli del santo, alcuni - ricordiamo tra tutti Cesare Baronio e Francesco Maria Tarugi, i futuri cardinali - maturarono la vocazione sacerdotale, innamorati del metodo e dell'azione pastorale di P. Filippo.
Nacque così, senza un progetto preordinato, la "Congregazione dell'Oratorio": la comunità dei preti che nell'Oratorio avevano non solo il centro della loro vita spirituale, ma anche il più fecondo campo di apostolato.
Insieme ad altri discepoli di Filippo, nel frattempo divenuti sacerdoti, questi andarono ad abitare a San Giovanni dei Fiorentini, di cui P. Filippo aveva dovuto accettare la Rettoria per le pressioni dei suoi connazionali sostenuti dal Papa.
E qui iniziò tra i discepoli di Filippo quella semplice vita famigliare, retta da poche regole essenziali, che fu la culla della futura Congregazione.
Nel 1575 Papa Gregorio XIII affidò a Filippo ed ai suoi preti la piccola e fatiscente chiesa di S. Maria in Vallicella, a due passi da S. Girolamo e da S. Giovanni dei Fiorentini, erigendo al tempo stesso con la Bolla "Copiosus in misericordia Deus" la "Congregatio presbyterorm saecularium de Oratorio nuncupanda".
Filippo, che continuò a vivere nell'amata cameretta di San Girolamo fino al 1583, e che si trasferì, solo per obbedienza al Papa, nella nuova residenza dei suoi preti, si diede con tutto l'impegno a ricostruire in dimensioni grandiose ed in bellezza la piccola chiesa della Vallicella.
Qui trascorse gli ultimi dodici anni della sua vita, nell'esercizio del suo prediletto apostolato di sempre: l'incontro paterno e dolcissimo, ma al tempo stesso forte ed impegnativo, con ogni categoria di persone, nell'intento di condurre a Dio ogni anima non attraverso difficili sentieri, ma nella semplicità evangelica, nella fiduciosa certezza dell'infallibile amore divino, nella letizia dello spirito che sgorga dall'unione con Dio.
Si spense nelle prime ore del 26 maggio 1595, all'età di ottant'anni, amato dai suoi e da tutta Roma di un amore carico di stima e di affezione.
La sua vita è chiaramente suddivisa in due periodi di pressoché identica durata: trentasei anni di vita laicale, quarantaquattro di vita sacerdotale.
Ma Filippo Neri, fiorentino di nascita - e quanto amava ricordarlo! - e romano di adozione - tanto egli aveva adottato Roma, quanto Roma aveva adottato lui! - fu sempre quel prodigio di carità apostolica vissuta in una mirabile unione con Dio, che la Grazia divina operò in un uomo originalissimo ed affascinante.
"Apostolo di Roma" lo definirono immediatamente i Pontefici ed il popolo Romano, attribuendogli il titolo riservato a Pietro e Paolo, titolo che Roma non diede a nessun altro dei pur grandissimi santi che, contemporaneamente a Filippo, aveva vissuto ed operato tra le mura della Città Eterna.
Il cuore di Padre Filippo, ardente del fuoco dello Spirito, cessava di battere in terra in quella bella notte estiva, ma lasciava in eredità alla sua Congregazione ed alla Chiesa intera il dono di una vita a cui la Chiesa non cessa di guardare con gioioso stupore.
Ne è forte testimonianza anche il Magistero del Santo Padre Giovanni Paolo II che in varie occasioni ha lumeggiato la figura di san Filippo Neri e lo ha citato, unico dei santi che compaiano esplicitamente con il loro nome, nella Bolla di indizione del Grande Giubileo del 2000.
(Fonte: www.oratoriosanfilippo.org)
Giaculatoria - San Filippo Neri, pregate per noi.


*Beato Francesco Patrizi da Siena - Sacerdote (26 maggio)

Siena, 1266 - 1328
Martirologio Romano:
A Siena, Beato Francesco Patrizi, sacerdote dell’Ordine dei Servi di Maria, che si dedicò con mirabile zelo alla predicazione, alla direzione delle anime e al ministero della penitenza.
Nacque a Siena nel 1266. A 22 anni entrò nell'Ordine dei Servi. Ordinato sacerdote, si distinse per la sua carità, nell'impegno della predicazione e per la sua saggezza. Su di lui ci è rimasta una "legenda" scritta con tutta probabilità da fra Cristoforo da Parma, contemporaneo e confidente del Beato. Francesco morì nel 1328. Il suo corpo si venera a Siena, nella chiesa dei Servi. Benedetto XIV ne confermò il culto nel 1743.
Orazione
Degnati di infondere in noi, o Signore,
lo spirito religioso e mite del tuo servo Francesco,
con quale egli onorò mirabilmente la Madre di Cristo
e condusse il tuo popolo verso i beni celesti.
Per Cristo nostro Signore.
Amen.

Dalla "Legenda" del Beato Francesco da Siena scritta da frà Cristoforo da Parma
Scelse la Vergine Gloriosa come Madre e Signora.
II giovane Francesco si era scelto come speciale madre e signora la Vergine gloriosa, e l'onorava con tanta riverenza di mente e di cuore da non chiamarla se non col nome di Signora.
Aveva la consuetudine di inginocchiarsi davanti alla sua imma­gine almeno cinquecento volte tra il giorno e la notte: recitava l'Ave Maria e altre lodi della Ver­gine e la supplicava perché il giglio della sua verginità non venisse mai reciso. Pregava intensamente per ottenere l'umiltà del cuore, pazienza nelle avversità e fortezza nel respingere le insidie del maligno.
Costringeva la carne a servire docilmente lo spirito, e quando impetuose passioni scuotevano il suo animo, con la sua supplice preghiera le sfracellava sulla roccia, Cristo, e sulla Vergine gloriosa, sua Signora. Con lacrime e sospiri lavava le colpe veniali che talvolta, subdole, si infiltrano nella mente; portava il cilicio sulla carne e domava il corpo con flagelli e percosse.
Dopo la morte della madre, il pio giovane, sciolto da ogni legame col mondo, si propose di
mettere in atto ciò che andava meditando in cuor suo: ben volentieri si sarebbe ritirato a vita solitaria, per servire tutta la vita il creatore dell'universo e la gloriosa Vergine Maria sua Signora, ma essi avevano disposto altrimenti di lui.
Frequentemente meditava e ruminava in cuor suo quelle parole: «Fuggi lontano dagli uomini», ma lo Spirito Santo gli fece intendere che la colpa sta nell'imitazione dei vizi e non nelle relazioni con gli uomini. Anzi, questo contatto gli avrebbe procurato una quantità maggiore di meriti se, con le sue esortazioni e con gli esempi della sua vita, fosse riuscito a strappare dalle fauci del maligno e indirizzare sulle vie della santità quanti camminavano come bestie selvatiche per le vie pericolose del mondo ed avevano deviato dietro i vizi per inganno del demonio.
Comprese allora il servo di Dio, Francesco, secondo il vaticinio del profeta, che nel suo intimo parlava il Signore. Mosso da questa ispirazione celeste, decise di entrare immediatamente in religione, dove sotto l'obbedienza, che Dio preferisce ai sacrifici e alle vittime (cfr. 1 Sam 15,22), e spogliato di ogni suo avere, senza niente di proprio, avrebbe potuto più liberamente imitare Cristo povero e la Vergine gloriosa; e nel fiore della sua verginità e purezza, lui vergine, avrebbe servito in modo più gradito alla Vergine Madre e al Figlio della Vergine.
All'età di ventidue anni, dunque, Francesco, servo della Vergine, entrò felicemente, come ne fa prova la sua vita, nell'Ordine dei Servi di lei. I frati che sono vissuti con lui possono testimoniare a quale grado di perfezione egli sia giunto col favore del Signore di ogni santità.
Esulta il servo di Cristo vedendo che la grazia divina operava nel suo cuore.
E fattosi più fervente nel divino servizio e divenuto dominio esclusivo della Vergine gloriosa, giorno e notte meditava sulla legge del Signore e come accrescere la bellezza di ogni virtù. Mai stendeva le sue deboli membra sul molle giaciglio, tranne quando era gravemente ammalato; di solito si adagiava, stanco morto, su delle assi o per terra, con un piccolo cuscino sotto il capo.
E se lo sorprendeva il sonno, di notte o di giorno, all'improvviso risvegliarsi si portava subito all'altarino che aveva eretto nella sua cella, rivolgendosi all'immagine della Vergine gloriosa. Oltre la consueta ufficiatura, quasi ad ogni momento era solito ripetere con intensa devozione l'Ave Maria ed altre lodi alla Vergine.
Nel cibo era parco, ma senza esagerazioni: diceva infatti che «al servo asino», cioè al corpo, non si devono negare gli alimenti necessari, perché non recalcitri o diventi arrogante (cfr. Sir 33,25; Pro 29, 21), ma sia pronto e forte nel compiere il bene. E aggiungeva: «Sappiamo che Dio fa tendere ogni cosa al bene dì quelli che lo amano» (Rm 8,28).
Nel 1328, il giorno dell'Ascensione, dopo la Messa, si sentì completamente sfinito da non reggersi in piedi; aveva però un impegno di predicazione a Prisciano, un paese nei pressi di Siena.
Prima di partire, si inginocchiò dinanzi al priore, gli domandò la benedizione e l'assoluzione di tutti i peccati e gli chiese rispettosamente il bastone da viaggio. Il priore ricusava questi gesti di profonda riverenza: non poteva rendersi conto di quel che avveniva in Francesco ed ignorava completamente il disegno del Signore.
Allora il servo di Dio disse: «Padre, non so se potrò ancora chiedervi la benedizione». Detto questo, se ne andò come poté, appoggiandosi al bastone e al frate che lo doveva accompagnare. Ma si era appena allontanato dalla porta della città un tiro di freccia che, ormai esausto, cadde a terra sul ginocchio destro e disse: «Ti amo. Signore, mia forza; Signore, mia roccia, mia fortezza, mio liberatore» (Sal 17,2b-3).
E siccome aveva sempre sulle labbra il saluto angelico aggiunse: «Ave Maria, piena di grazia, il Signore è con te» (cfr. Le 1,28). E sostenuto dal compagno, volle proseguire la strada, per essere obbediente fino alla morte.
(Fonte: www.servidimaria.org)
Giaculatoria - Beato Francesco Patrizi da Siena, pregate per noi.


*San Gennadio - Monaco Benedettino (26 maggio)

(Santi Guinizzone e Gennadio)
Nella millenaria storia dell’abbazia di Montecassino, vi sono stati vari periodi di distruzione e dispersione della Comunità e della stessa abbazia, ma sempre seguiti da un periodo di fulgida ripresa; nell’uno e nell’altro periodo però splendettero figure mirabili di Santi monaci e abati, alcuni perfino martiri.
E in uno di questi periodi di contrasto violento, nel secolo XI, troviamo i monaci Santi Guinizzone e Gennadio (il cui nome reale è Gennaro, ma conosciuto come Gennadio).
Il primo originario della Spagna, si fece monaco a Montecassino, trovandosi implicato nelle disavventure che l’abbazia subì alla fine del X secolo, per colpa di Pandolfo IV di Capua e dell’efferato complice Todino.
Depredato il monastero, erano rimasti pochi monaci per recitare il divino Ufficio; Guinizzone chiese di ritirarsi a vita eremitica in una celletta costruita fra i boschi dei dintorni, un giorno fu pregato dai pochi monaci rimasti di recarsi dal malvagio Todino, che risiedeva nell’attuale Roccadevandro, per chiedergli il soccorso per una provvista di cibo; il santo monaco eremita acconsentì e si recò da Todino, il quale invece con cattiveria lo rinchiuse in una chiesa, togliendogli anche il bastone che era il suo simbolo eremitico, consegnandolo in custodia alla moglie.
Ma qui intervenne un miracolo di Dio, egli prodigiosamente poté uscire nonostante le porte chiuse e rendendolo invisibile, lo fece giungere ai piedi del colle, con il bastone recuperato.
Il monaco Gennadio (Gennaro) è legato a lui nella memoria, perché probabilmente è vissuto con Guinizzone nello stesso eremo; di questo monaco si conosce un miracolo che attesta la sua santità; inviato da Guinizzone ad un fabbro di Aquino per riparare alcuni strumenti di ferro, fu preso in giro dal fabbro e dai presenti per il suo aspetto prosperoso, che non sembrava quello di un asceta dedito alle penitenze corporali.
Ma mentre si proseguiva nel lavoro, cadde dall’incudine un ferro incandescente e Gennadio chinatosi lo raccolse con la nuda mano senza riportare nessuna scottatura, fra lo stupore dei presenti.
Guinizzone morì il 26 maggio di un anno intorno al 1050, nello stesso giorno la sua morte fu rivelata prodigiosamente ad un monaco che stava nei pressi di Benevento; fu sepolto nella chiesa di S. Nicola della Cicogna (poco lontano da Montecassino, alle falde del monte Cairo) e posto in un loculo di piombo a destra dell’altare; accanto a lui dopo qualche tempo fu deposto anche il corpo del suo discepolo Gennadio.
In seguito le due spoglie furono trasportate a Montecassino e collocate sotto l’altare maggiore vicino a quelle di San Benedetto e di Santa Scolastica.
Nel 1627, durante i lavori in corso nel presbiterio, le reliquie dei due santi, insieme a quelle dei Santi Simplicio, Carlomanno e Costantino, furono sistemate nell’antica cappella di San Bertario; ancora nel 1691 le reliquie di Guinizzone e Gennadio furono sistemate in una cappella dedicata solo a loro, artisticamente ornata di pitture di Luca Giordano, con marmi, stucchi e dorature.
Rimaste indenni dalla distruzione del bombardamento americano della II guerra mondiale, le reliquie sono state deposte sotto l’altare della ricostruita cappella del SS. Sacramento.
Furono molto venerati e celebrati dall’abate Desiderio (poi Papa Vittore III) come operatori di miracoli.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Gennadio, pregate per noi.


*Beata Giannetta - Veggente di Caravaggio (26 maggio)
XV sec.
É il personaggio più caro alla devozione popolare. Per animi semplici è naturale identificarsi in questa donna "tribolata" dal marito ma "consolata" dalla Madre di Dio, di umili condizioni ma innalzata al di sopra dei potenti di questo mondo a causa dell'evento che, al declinare di quel lunedì 26 maggio 1432 segneràper sempre la sua vita, e del messaggio che porta a tutti, anche ai grandi della terra.
Tra luci e ombre
Giannetta permane tuttavia avvolta in un'ombra di discrezione, nella quale si è voluta nascondere o è stata nuovamente lasciata dagli uomini dopo che ne fu strappata dalla irruzione della celeste Apparizione.
La sua stessa identità resta celata nella tenebra dell'anonimato impersonale delle “lettere patenti” (31 luglio 1432) del vicario generale An­tonio Aleardi in cui si precisa solamente il giorno del mese e l’ora dell’Apparizione della Vergine - “il lunedì 26 del mese di maggio verso l’ora ventunesima” (le cinque della sera) – ma non a chi.
Però la scritta latinadella Madonna con Bambino nel Sacro Fonte, testimonianza storica tra le più antiche, ci svela il nome della veggente: Giannetta, la “più felice tra tutte le donne”.
Invece dalla luce sobria e quasi notarile del documento scritto su carta pergamena esistente in Santuario e trascritto negli atti della visita pastorale (27 aprile 1599) del vescovo Speciano la
sua figura emerge.
La veggente, di Caravaggio, ha nome Giannetta, è figlia di Pietro Vacchi, sposata con Francesco Varoli, ha 32 anni. Tutti la conoscono "per i suoi virtuosissimi costumi, la sua cristiana pietà, la sua vita sinceramente onesta": dunque ricca di fede, e di vita Santa.
Nessun riferimento ad altre Apparizioni, se non quella del 26 maggio 1432, e tanto meno ai viaggi di Milano e di Costantinopoli.
É nella tradizione che si vede Giannetta nello scena­rio di corti principesche e imperiali!
Sappiamo invece per certo che alla corte dei duchi di Milano erano ascoltati volentieri "profeti" e "carismatici", anche donne, ma non ci sono prove che ci rendano certo il viaggio di Giannetta a Milano, mentre si ha prova documentata dell'interesse dei Visconti e degli Sforza per il Santuario.
Nella prima storia a stampa di Paolo Morigi del 1599 si parla ancora dell’andata di Giannetta a Costantinopoli.
Più recentemente Giovanni Castelli (1932), e l’arcivescovo Natale Mosconi (1962) avanzano l’ipotesi di un incontro tra Giannetta e l'imperatore Giovanni VIII Paleologo o a Venezia o a Ferrara o a Firenze in occasione della venuta in Italia del sovrano bizantino per il Concilio di Ferrara-Firenze (1438-1439).
Un viaggio in Oriente da parte di Giannetta, accompagnata da personaggi ragguardevoli negli anni seguenti l’Apparizione e prima della morte di Giovanni VIII (1448) non è tanto improbabile. Sono note le intense relazioni tra la corte dei Visconti e quella dell'imperatore bizantino, il quale aveva sposato l’italiana principessa Sofia della dinastia Monferrato-Paleologo; si sa che i viaggi d'affari e di pellegrinaggio per Costantinopoli via Venezia o via Genova erano ordinari; l’imbarco dei pellegrini aveva come meta finale la Terra Santa e fin dal secolo XV alcuni personaggi caravaggini si ritrovano alla corte imperiale d’Oriente per ragioni diplomatiche o militari.
Siamo negli anni della preparazione e celebrazione del Concilio di Ferrara-Firenze e viene spontaneo il collegamento tra l’Apparizione di Caravaggio, il viaggio di Giannetta a Costantinopoli e il decreto di unione tra Greci e Latini sancita il 6 luglio 1439. Una ricerca storico-documentaria da approfondire.
La "Beata Giannetta"
Giannetta la vide una sola volta, la Vergine? Saputo che il duca di Milano la vuole incontrare, Giannetta è turbata e passa la notte in preghiera; e, narra Paolo Morigi nel 1599: ...vicino all'alba la gloriosissima Vergine di nuovo si degnò d'apparire dicendole: Giannetta, serva mia, non dubitare, ma scaccia da te ogni timore e va volentieri ove sei chiamata, che io sarò teco. E così detto, ella sparì.
Sempre in questa prima storia a stampa dell'Apparizione ritroviamo Giannetta testimone e garante del miracolo di Bernardo di Bancho guarito dall’infermità alla gamba sinistra il 31 agosto 1432!
"Beata" la dice la tradizione, e sembra volerne illustrare le virtù esemplari. Ma i due tratti salienti della religiosità intensa e della santità nella sua condizione di sposa, che sono il fondamento della veridicità del fatto dell'Apparizione da lei riferito, spiccano a garanzia nella stessa pergamena trascritta negli atti della visita Speciano. Da sempre nella storia della Chiesa 1'opera di discernimento della "autenticità", ossia della origine soprannaturale di una apparizione, oltre che nel vaglio della natura della visione e del messaggio, consiste quasi tutta nell’esame approfondito della personalità morale e religiosa del soggetto veggente.
Non sappiamo se Giannetta avesse figli; non sappiamo con certezza se risiedesse in porta Vicinato come vuole la tradizione caravaggina, anche se è molto probabile; non sappiamo se era tanto povera.
Il ramo dei Vacca di Caravaggio conta, nel Quattrocento e nel Cinquecento oltre che degli impresari edili, maestri carpentieri e muratori che lavorarono a Salò, Brescia, Chiari e anche a Roma almeno due notevoli "architetti": Filippo Vacca (secolo XV, operante soprattutto nel bresciano) e Flaminio Vacca (secoloXVI, operante a Roma).
Non sappiamo la data della morte di Giannetta; se quando vide la Madonna aveva 32 anni, quella della nascita dovrebbe essere il 1400. Tenuto conto della durata media della vita all'epoca, Giannetta non sarà forse vissuta molto oltre la metà secolo.
Nessuna parola di lei ci è stata conservata. Eppure ha parlato, avrà parlato più volte e a lungo, interrogata su ciò che aveva visto e udito. Ma tutto l’essenziale è contenuto e detto nel dialogo fissato nel “memoriale” in pergamena tra Giannetta, così spontaneo e diretto, che anche sotto il rivestimento latino sembra di sentire la sua spiccia parlata popolaresca, e la Vergine dell’Apparizione.
A Giannetta la Madonna affida la missione di annunciare un messaggio di penitenza e di conversione ma anche di festoso rendimento di grazie: questo è tutto ciò che conta.
Lei, Giannetta, compie fedelmente il mandato cui è stata chiamata e non ha altro da ricordarci. Questa è la parola che ci dice, non la sua, ma quella di colei che l’ha mandata. Come per il Vangelo, come compete a un discepolo, che non è più grande del maestro. La tradizione che la vuole sepolta nella chiesa parrocchiale, che aveva più di un cimitero all’intorno, è assai probabile; la Schola S. M., che dopo l’Apparizione tenne ininterrottamente la cura della chiesa della Madonna e dell’ospedale, aveva sepolcreti all’interno della chiesa parrocchiale. Ma Giannetta non ebbe mai un culto, se non popolare.
(Fonte: www.santuariodicaravaggio.it)
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*Santi Giovanni Doan Trinh Hoan e Matteo Nguyen Van Phuong - Martiri (26 maggio)
m. 1861
Martirologio Romano:
Nella città di Đồng Hới in Annamia, oggi Viet Nam, Santi martiri Giovanni Đoàn Trinh Hoan, sacerdote, e Matteo Nguyễn Văn Phượng, che, padre di famiglia e catechista, offrì ospitalità al compagno di martirio; per la loro fede furono insieme sottoposti a tortura e ferocemente decapitati sotto l’imperatore Tự Đức.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santi Giovanni Doan Trinh Hoan e Matteo Nguyen Van Phuong, pregate per noi.


*San Giuseppe Chang Song-jib - Martire (26 maggio)

m. 1839
Martirologio Romano:
A Seul in Corea, San Giuseppe Chang Sŏng-jib, martire, che, di professione farmacista, divenuto cristiano, fu messo in prigione e morì tra crudeli supplizi.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*San Guinizzone - Monaco Benedettino (26 maggio)
(Santi Guinizzone e Gennadio)
Nella millenaria storia dell’abbazia di Montecassino, vi sono stati vari periodi di distruzione e dispersione della Comunità e della stessa abbazia, ma sempre seguiti da un periodo di fulgida ripresa; nell’uno e nell’altro periodo però splendettero figure mirabili di Santi monaci e abati, alcuni perfino martiri.
E in uno di questi periodi di contrasto violento, nel secolo XI, troviamo i monaci Santi Guinizzone e Gennadio (il cui nome reale è Gennaro, ma conosciuto come Gennadio).
Il primo originario della Spagna, si fece monaco a Montecassino, trovandosi implicato nelle disavventure che l’abbazia subì alla fine del X secolo, per colpa di Pandolfo IV di Capua e dell’efferato complice Todino.
Depredato il monastero, erano rimasti pochi monaci per recitare il divino Ufficio; Guinizzone chiese di ritirarsi a vita eremitica in una celletta costruita fra i boschi dei dintorni, un giorno fu pregato dai pochi monaci rimasti di recarsi dal malvagio Todino, che risiedeva nell’attuale Roccadevandro, per chiedergli il soccorso per una provvista di cibo; il santo monaco eremita acconsentì e si recò da Todino, il quale invece con cattiveria lo rinchiuse in una chiesa, togliendogli anche il bastone che era il suo simbolo eremitico, consegnandolo in custodia alla moglie.
Ma qui intervenne un miracolo di Dio, egli prodigiosamente poté uscire nonostante le porte chiuse e rendendolo invisibile, lo fece giungere ai piedi del colle, con il bastone recuperato.
Il monaco Gennadio (Gennaro) è legato a lui nella memoria, perché probabilmente è vissuto con Guinizzone nello stesso eremo; di questo monaco si conosce un miracolo che attesta la sua santità; inviato da Guinizzone ad un fabbro di Aquino per riparare alcuni strumenti di ferro, fu preso in giro dal fabbro e dai presenti per il suo aspetto prosperoso, che non sembrava quello di un asceta dedito alle penitenze corporali.
Ma mentre si proseguiva nel lavoro, cadde dall’incudine un ferro incandescente e Gennadio chinatosi lo raccolse con la nuda mano senza riportare nessuna scottatura, fra lo stupore dei presenti.
Guinizzone morì il 26 maggio di un anno intorno al 1050, nello stesso giorno la sua morte fu rivelata prodigiosamente ad un monaco che stava nei pressi di Benevento; fu sepolto nella chiesa di S. Nicola della Cicogna (poco lontano da Montecassino, alle falde del monte Cairo) e posto in un loculo di piombo a destra dell’altare; accanto a lui dopo qualche tempo fu deposto anche il corpo del suo discepolo Gennadio.
In seguito le due spoglie furono trasportate a Montecassino e collocate sotto l’altare maggiore vicino a quelle di San Benedetto e di s. Scolastica.
Nel 1627, durante i lavori in corso nel presbiterio, le reliquie dei due santi, insieme a quelle dei Santi Simplicio, Carlomanno e Costantino, furono sistemate nell’antica cappella di S. Bertario; ancora nel 1691 le reliquie di Guinizzone e Gennadio furono sistemate in una cappella dedicata solo a loro, artisticamente ornata di pitture di Luca Giordano, con marmi, stucchi e dorature.
Rimaste indenni dalla distruzione del bombardamento americano della II guerra mondiale, le reliquie sono state deposte sotto l’altare della ricostruita cappella del SS. Sacramento.
Furono molto venerati e celebrati dall’abate Desiderio (poi Papa Vittore III) come operatori di miracoli.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Guinizzone, pregate per noi.


*San Lamberto di Vence - Vescovo (26 maggio)

Bauduen, Francia, 1084 – Vence, Francia, 26 maggio 1154

Martirologio Romano: A Vance in Provenza, in Francia, San Lamberto, vescovo, prima monaco di Lérins, che si prese cura dei poveri e fu vero amante della povertà.
San Lamberto è un vescovo di Vence. Nella cronotassi della diocesi è stato inserito al diciottesimo posto dopo Pietro I d’Opio e prima di Raimondo I.
In alcune liste, dove sono inseriti dei vescovi sconosciuti, figura al ventunesimo posto.
San Lamberto è a Bauduen nel 1084, in una famiglia appartenente alla piccola nobiltà della Provenza. Dopo gli studi presso Riez, diventa monaco nel monastero di Saint Honorat nell’abbazia di Lerino.
Nel 1114 è stato nominato vescovo della diocesi di Vence.
Durante il suo episcopato fece erigere una cattedrale in stile romanico, intitolata alla Natività di Maria. Riformò il capitolo della cattedrale, imponendo la vita comunitaria ai canonici.
San Lamberto viene ricordato come un monaco e vescovo che si prese cura dei poveri e fu un vero amante della povertà.
Fondò a Vence il primo ospedale della città destinato ai poveri.
Morì a Vence, il 26 maggio 1154. Sulla sua tomba in cattedrale, in ricordo di questo grande vescovo è stata posta questa iscrizione "Qu'il soit dit à celui qui ne le sait pas que l'évêque qui repose ici s'appelait Lambert, qu'il a apporté de nombreux bienfaits pendant chacune des 40 années où il gouverna ce siège (épiscopal), il ne s'est jamais laissé élever par les choses flatteuses ni courber par les choses pénibles.
Que la source de la piété lui enlève tous ses péchés et que luise pour lui la lumière du perpétuel repos."
La sua festa ricorre il giorno 26 maggio.

(Autore: Mauro Bonato – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Lamberto di Vence, pregate per noi.


*Beata Maria Angelica Mastroti di Papasidero (26 maggio)
Papasidero 1851 - Castelluccio Superiore, 26 maggio 1896
Visse in odore di santità.
A sei anni si ammalò di tubercolosi che la costrinse all'immobilità per ben 13 anni.
Quando tutti erano in attesa della sua imminente fine, fu miracolata: era il 1870.
Non cessarono, però, i suoi patimenti: un calcolo alla vescica le procurò indicibili sofferenze fino al 1873 quando un secondo intervento soprannaturale la liberò dal male; ma il suo desiderio di
espiazione la indusse a mortificare il suo corpo facendo uso di cilici, giacigli di spine e sottoponendosi a lunghi digiuni.
La sua vita ascetica le procurò frequenti estasi durante le quali colloquiava con la Madonna e il Figlio che la Vergine aveva tra le braccia.
Il coinvolgimento spirituale ebbe anche conseguenze fisiche.
Infatti una ferita da cui sgorgava spesso sangue si aprì spontaneamente sul costato e non si rimarginò più.
Nel 1890, per seguire il suo nipote Nicola, avviato al sacerdozio, si trasferì a Castelluccio Superiore (Pz) dove continuarono a verificarsi fatti prodigiosi, tanto che la fama si sparse in tutti i paesi limitrofi.
A Castelluccio si spense il 26 Maggio del 1896.
La sua tomba è ancora oggi meta di numerosi fedeli.
Non esiste un pronunciamento ufficiale di beatificazione della Serva di Dio, ma la città di Castelluccio venera Maria Angelica come Beata, dedicando a lei nel giorno del 26 maggio una fiera e una Messa in suffragio con visita al cimitero ove si trova la tomba della stessa: a quest’ultimo avvenimento partecipano anche i pellegrini di Papasidero, luogo di nascita della Beata.
(Autore: Don Marco Grenci – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Maria Angelica Mastroti di Papasidero, pregate per noi.


*Santa Maria Anna di Gesù de Paredes (26 maggio)

Quito, Equador, 1618 – ivi, 26 maggio 1645
Rimasta orfana dei genitori ancora fanciulla, si consacrò a Dio; ma non potendo essere accolta in un monastero, iniziò nella sua casa un particolare tipo di vita ascetica, dedicandosi all’orazione, al digiuno e ad altre pie pratiche.
Tentò anche di recarsi tra gli Indios pagani per portare loro la fede.
Accolta poi nel Terz’Ordine Francescano, si dedicò con grande generosità all’assistenza dei poveri e all’aiuto spirituale ai suoi concittadini.
Fu proclamata Patrona dell’Ecuador; canonizzata da Pio XII nel 1950. È il primo fiore francescano sbocciata alla santità in America Latina.
Patronato: Ecuador
Martirologio Romano: A Quito in Ecuador, santa Marianna di Gesù de Paredes, vergine, che nel Terz’Ordine di San Francesco consacrò la propria vita a Cristo e dedicò le proprie forze ai bisogni degli indigeni poveri e dei neri.
Santa Maria Anna di Gesù nacque a Quito (nell’odierno Ecuador, all’epoca dominio del Perù) il 31 ottobre 1618. Era una bella bambina sudamericana, ottava figlia del nobile di Toledo Capitano Don Girolamo Paredes y Flores. Venne educata cristianamente: il gesuita P. Juan Camacho rimase più volte meravigliato dall’intelligenza e dalla comprensione dei misteri divini della straordinaria fanciulla. Dormiva poco, costruiva in giardino altari emulando le cerimonie religiose e un giorno cercò di convincere alcuni coetanei ad andare in missione con lei a convertire i pagani. Raccomandava spesso ai familiari la recita del S. Rosario.
Marianna aveva pochi anni quando conobbe il dolore della perdita di entrambi i genitori e venne affidata agli zii che vivevano fuori città. Fece la Prima Comunione, eccezionalmente, all’età di otto anni e, a partire dai dodici, poté comunicarsi quotidianamente. Molti del villaggio erano invidiosi e le proteste arrivarono persino al vescovo con grande pena di Marianna. Per la sua educazione si pensò al convento di Santa Caterina da Siena, ma ci furono alcuni impedimenti che lei vide come una contraria volontà divina a tale progetto. Decise che sarebbe rimasta in famiglia, consacrandosi al Signore per il bene dei suoi concittadini.
Il confessore, Padre Monosalvas, convinse i parenti ad accettare tale decisione. Tornò a vivere in città, presso una sorella sposata che le mise a disposizione alcune stanze appartate della casa. Professò privatamente i voti di povertà, castità e obbedienza, indossando un abito scuro simile a quello dei gesuiti. La sua giornata trascorreva secondo uno schema stabilito dal confessore: cinque ore di preghiera, letture spirituali e lavori domestici (tipo la tessitura) il cui ricavato era destinato ai poveri che riceveva in casa quotidianamente.
Questi erano da lei lavati, vestiti e all’occorrenza curati, con umiltà e senza ostentazione. Ai bimbi, soprattutto agli indios, insegnò a leggere, spesso la vita dei santi, a scrivere, cantare e suonare. Marianna suonava bene la chitarra e il piano.
Lasciava la casa solo per partecipare alla Messa quotidiana. Rispettava lunghi digiuni durante i quali il suo unico nutrimento era l’Eucaristia. Secondo l’abitudine dei tempi usava inoltre alcuni strumenti di penitenza. Il Signore la ricompensò con doni mistici: leggeva i cuori, cadeva in estasi, faceva delle profezie. A ventuno anni, il 6 novembre 1639, fu accolta nel Terz’Ordine Francescano che ben si addiceva al suo spirito di rinuncia.
Marianna nutriva una particolare devozione per la Santissima Trinità, per lo Spirito Santo, per la Passione e Morte di Gesù e per la Madonna di Loreto. Amava molto pregare pensando alla S. Casa di Nazareth e all’Annunciazione di Nostro Signore. La sua era una preghiera interiore, secondo la spiritualità ignaziana.
Nel 1645 Quito fu colpita prima da un terremoto, che uccise circa duemila persone, poi da una terribile epidemia. Era la quarta Domenica di Quaresima quando nella Chiesa dei gesuiti Padre Alonso de Rojas, suo confessore, offrì pubblicamente la vita per la salvezza del paese. Marianna, che era seduta davanti al pulpito, alzandosi dichiarò che prendeva il suo posto, giudicando il ministero sacerdotale più importante. Da lì a poco si ammalò mentre le sciagure cessarono. Aveva donato, a soli ventisei anni, la vita per la sua tanto amata città. La notizia si diffuse in un baleno e lo stesso sacerdote la presentò come una eroina. Il suo olocausto di carità era d’esempio a tutta la nazione.
Il Giglio di Quito morì il 26 maggio, giovedì dell’Ascensione. Ai solenni funerali seguirono molti
miracoli ottenuti per sua intercessione mentre, nella memoria della gente, era impressa la sua umiltà straordinaria e il suo grado altissimo di orazione. La giovane equadoregna venne beatificata nel 1853 da Papa Pio IX e canonizzata da Papa Pio XII il 9 giugno del 1950. E’ patrona dell’Ecuador: il 30 novembre 1946, nel trecentesimo anniversario dalla morte, l’Assemblea Costituente la proclamò “Eroina Nazionale della Patria”.  (Autore: Daniele Bolognini)
Anche là dove non avremmo voluto essere e facendo quello che mai ci saremmo sognati di fare, ci si può fare santi. E’ la lezione che questa settimana ci lascia “Marianita”. Nasce a Quito, l’attuale capitale dell’Ecuador, il 31 ottobre 1618, in una famiglia benestante che discende direttamente dai “conquistadores” spagnoli.
Orfana di entrambi i genitori a sette anni, a otto, in via del tutto eccezionale, viene ammessa alla prima comunione, attirandosi la gelosia e l’invidia di tutto il paese. All’esame di ammissione, come si usava allora, stupisce il sacerdote per la sua devozione, la sua maturità e la profondità della sua preparazione al sacramento. Come tutte le adolescenti, sogna ad occhi aperti e con alcune amiche sarebbe disposta anche a scappare di casa per andare ad evangelizzare gli indios. Cresce con la chiara vocazione alla vita religiosa alla quale si sente prepotentemente chiamata, ma nessun convento le spalanca le porte.
Marianita vede in queste difficoltà a farsi suora la volontà di Dio e organizza la sua vita di conseguenza. Chiede ospitalità ad una sua sorella sposata, facendosi assegnare alcune stanzette indipendenti dal resto della casa e in queste si ritira. Prima di tutto si lega a Dio con i tre voti di povertà, castità ed obbedienza, poi si affida ad un bravo direttore spirituale, che le prepara un programma di vita così rigido da far impallidire il più consumato degli asceti. Tanta preghiera, tanta penitenza, tante ore di lettura spirituale, lunghi digiuni: una vita di intensa e profonda comunione con Dio. Dalle sue stanzette esce soltanto, di mattino presto, per andare a messa.
In compenso le sue porte sono continuamente aperte per accogliere poveri e malati, che lava, veste, nutre e cura, con delicatezza e senza tanta pubblicità, pagando di tasca sua con tutto quello che guadagna dai suoi lavoretti di tessitrice. Anche per i bambini le sue porte sono sempre aperte: fa loro catechismo, insegna a leggere e scrivere. E a suonare, perché Marianita con il violino e il pianoforte sa davvero il fatto suo. Permeata fin da bambina della spiritualità ignaziana, tanto da sentirsi tutta gesuita, e 21 anni entra nel Terz’Ordine francescano che si sposa magnificamente con il suo spirito di rinuncia e di sacrificio.
Nel 1645 Quito è squassata da un terremoto, cui fa seguito un’epidemia che miete vittime soprattutto tra la povera gente.
Il 25 marzo, durante la messa festiva, il celebrante dal pulpito offre a Dio la propria vita per ottenere la cessazione del flagello. Marianita scatta in piedi e dichiara di voler prendere il posto del sacerdote nell’offerta della vita, giudicando troppo importante il ministero sacerdotale. Mentre lei si ammala, l’epidemia cessa come d’incanto.
Muore 60 giorni dopo, il 26 maggio, a 26 anni e la gente vede subito in lei un’eroina e una santa. Questa fama, confermata da un’infinità di miracoli, la porta alla beatificazione nel 1853 e alla canonizzazione nel 1950, prima santa dell’Ecuador di cui è patrona e, dal 1946, anche “Eroina Nazionale”.
Lo scorso 19 ottobre il papa ha benedetto la statua di Santa Mariana de Jesùs Paredes y Flores e l’ha fatta collocare tra le centinaia che ornano l’esterno della basilica vaticana.  
(Autore: Gianpiero Pettiti - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*San Pardo - Vescovo di Larino o di Mira (26 maggio)
Mira?, Grecia – Lucera (Foggia), VII secolo
La dignità di vescovo non è messa in discussione dagli studiosi, quello che invece li fa trovare discordanti è la città di cui fu vescovo.
Un gruppo di esperti afferma che san Pardo fu vescovo di Larino (Campobasso) nel Molise, considerandolo il primo della sede episcopale. Mentre un altro gruppo afferma che fu vescovo di una città del Peloponneso in Grecia (Mira?), del quale la leggenda racconta, che costretto a fuggire dalla sua sede a causa della persecuzioni (forse quelle derivate dall’iconoclastia), si rifugiò a Roma presso il Papa Gregorio II.
Il pontefice gli offrì più volte un’altra sede episcopale, ma egli rifiutò costantemente,
desideroso di vivere in solitudine e penitenza in un eremo situato presso Lucera (Foggia), dove poi effettivamente visse in santità gli ultimi anni della sua vita.
A questo punto bisogna ricordare che in quei tempi era diventata una vera ossessione per i fedeli delle comunità, avere nella propria chiesa il corpo di un Santo o di un martire da venerare; per cui fiorivano i furti o le appropriazioni più o meno violente di dette reliquie, da altri centri che le possedevano, gli agiografi le chiamano “sacre rapine”.
Così anche gli abitanti di Larino riuscirono ad impossessarsi del corpo di San Pardo nel X secolo, e gli eressero una chiesa dedicata al suo nome, che divenne poi la cattedrale della città, tuttora esistente.
Ad ogni modo qualunque sia la versione giusta, il periodo in cui visse e morì San Pardo, fu nel VII secolo; c’è da aggiungere che il ‘furto’ delle reliquie di San Pardo, scaturì per la necessità di sostituire le reliquie di San Primiano e di San Firmiano, martiri larinesi, che in precedenza erano state a loro volta trafugate dagli abitanti di Lesina, città sorta sulla costa ad opera degli abitanti di Lucera, la cui città era stata distrutta dai bizantini, e quindi costretti a fuggire in altro luogo.
Come patrono della città e della diocesi di Larino, San Pardo viene celebrato il 26 maggio, ma i festeggiamenti in suo onore vanno dal 25 al 27 maggio, con sfilata di carri infiorati sul tipo degli antichi carri romani (plaustri) tirati da coppie di buoi e fiaccolata.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Pardo Vescovo di Larino o di Mira, pregate per noi.

 

*San Pietro Sanz i Jordà - Vescovo e Martire (26 maggio)

Ascò (Tortosa), 1 settembre 1680 – Fuchen (Cina), 26 maggio 1747
Nato ad Ascò in Spagna, entrò nel convento Domenicano di Lerida nel 1697 e fu ordinato Sacerdote nel 1704. Sentito il richiamo missionario, chiese ed ottenne di trasferirsi in Estremo Oriente e arrivò a Manila nel 1713 dopo un viaggio faticosissimo.
Dopo aver appreso il cinese si trasferì in Cina come vicario provinciale della regione di Fukien. Esercitò il suo apostolato indefessamente e con successo, nonostante la ripresa della persecuzione anticristiana. Rifugiatosi a Canton, fu ordinato Vescovo nel 1730, ma dopo poco fu esiliato a Macao.
Nel 1738 riuscì finalmente a tornare nel Fukien, riprendendo con rinnovato vigore a evangelizzare, curare gli ammalati e gli indigenti e a confortare i perseguitati. Nel 1746 si fece spontaneamente catturare dai persecutori per risparmiare ulteriori danni e afflizioni ai suoi buoni fedeli.
Dopo una penosa prigionia, vissuta insieme ai confratelli domenicani i Santi Francesco Serrano, Gioacchino Royo e Giovanni Alcober, fu decapitato il 26 maggio 1747.
Emblema: Bastone pastorale, Palma
Martirologio Romano: In località Fuzhou nella provincia del Fujian in Cina, san Pietro Sans i Jordá, vescovo dell’Ordine dei Predicatori e Martire, che, arrestato insieme ad altri sacerdoti, attraverso un lungo cammino fu tratto in catene nel tribunale; giunto al luogo del supplizio, si inginocchiò e, terminata la preghiera, porse serenamente il capo alla scure.
La presenza del Cristianesimo e segnatamente del Cattolicesimo, ha avuto sin dal XII secolo, nel quale cominciò ad affacciarsi in Cina, degli alti e bassi e purtroppo anche ricorrenti sanguinose persecuzioni, con centinaia di missionari e migliaia di fedeli uccisi in odio alla fede cristiana.
Nei secoli XII e XIII, il Cristianesimo cominciò ad affermarsi nel vasto Impero cinese, ma con l’avvento al potere della dinastia dei Ming nel 1370, ci fu una battuta d’arresto e di cristianesimo non se ne parlò più fino alla fine del secolo XVI.
La ripresa dell’evangelizzazione si ebbe soprattutto con il gesuita Matteo Ricci (1552-1610) arrivato in Cina nel 1583, che con un fruttuoso apostolato fra i sapienti e i mandarini di Canton e
di Nanchino, giunse il 4 gennaio 1601, ad entrare a Pechino e nel palazzo imperiale come letterato d’Occidente.
Con i suoi confratelli, padre Ricci si adattò per quanto possibile agli usi, costumi e mentalità cinesi, conseguendo uno splendido successo specie fra i notabili locali; i cristiani che nel 1584 erano appena tre, nel 1585 furono una ventina, nel 1605 un migliaio, nel 1608 più di duemila e nel 1610, anno della morte a Pechino del gesuita Matteo Ricci, erano più di 2500.
Le condizioni politiche continuarono ad essere favorevoli al cristianesimo, anche al tempo della dinastia Manciù (1644) e fino quasi alla morte dell’imperatore Kang-Hi, anche se nel 1648, in una isolata esplosione di violenza perse la vita il missionario domenicano san Francesco Fernandez de Capillas (1607-1648), protomartire della Cina, beatificato nel 1909 e canonizzato l’ 1-10-2000.
A seguito della questione dei riti cinesi e delle disposizioni provenienti dalla Santa Sede, l’imperatore Kang-Hi si inasprì, cominciando ad avversare i missionari cattolici, fino a bandirli dall’Impero aprendo così la via alle persecuzioni, che esplosero con i suoi successori.
Infatti nel 1724 l’imperatore Young-Cheng ordinò che si distruggessero le chiese e si scacciassero o arrestassero i missionari e si incarcerassero e decapitassero i cristiani; nel 1736-37 con Kien-Lung si proibì la predicazione della religione cristiana, furono esiliati tutti i missionari europei, uccidendone molti; rimasero a Pechino solo i Gesuiti francesi che godevano della fama di letterati, pittori, idraulici.
Bisogna dire che all’opera di evangelizzazione della Cina cooperarono, i Domenicani dal 1587, i Francescani dal 1590, gli Agostiniani dal 1680, i Lazzaristi dal 1711.
Nel 1747-48 si ebbero i cinque martiri domenicani Pietro Sanz, Francesco Serrano, Gioacchino Royo, Giovanni Alcober, Francesco Diaz.
Con la soppressione della Compagnia di Gesù nel 1773 da parte di papa Clemente XIV, le missioni cinesi decaddero quasi completamente nelle città, mentre eroicamente gli altri Ordini religiosi, dispersi nelle varie regioni dell’Impero, continuarono a lavorare con eroismo e con gravi difficoltà.
Nel 1799 si avevano in Cina tre diocesi e tre vicariati apostolici, ma l’imperatore Kia-King era apertamente ostile al cristianesimo, i cui seguaci erano a torto sospettati di simpatia verso i gruppi ribelli alla sua autorità, cioè l’associazione della ‘Regione Celeste’.
Anche con questo imperatore scoppiò una nuova e sanguinosa persecuzione in tutto l’Impero, che durò fino alla sconfitta cinese nella guerra dell’oppio nel 1842; la libertà di religione subentrò con il trattato di Pechino del 1860.
Ci fermiamo qui con la storia del Cristianesimo in Cina, che continuò ad essere perseguitato nei decenni successivi, specie con i famosi violenti e sanguinari ‘Boxers’ nel 1900, sotto la protezione dell’imperatrice Tze-Hsi, e poi in epoca moderna con il regime maoista-comunista.
Il vescovo Pietro Sanz i Jordà, nacque il 1° settembre 1680 da Andrea Sanz e Caterina Jordà, nella cittadina di Ascò, diocesi di Tortosa (Spagna).
Uno zio cappellano della cattedrale di Lerida, avendolo visto bambino virtuoso e pieno di zelo cristiano, volle prendersi cura della sua educazione.
Da giovane Pietro Sanz attratto dalla vita religiosa, volle entrare nel convento dei Domenicani di Lerida, dove fece la sua professione il 6 luglio 1698 e fu ordinato sacerdote il 20 settembre 1704; fu trasferito dietro sua richiesta, al convento di S. Ildefonso in Saragozza di osservanza più rigorosa.
A 32 anni, si sentì attratto dal richiamo missionario e chiese ed ottenne di essere inviato in Estremo Oriente; lasciò la Spagna verso la metà del 1712 e raggiunse Manila nelle Filippine a fine agosto del 1713, dopo due lunghe soste in Messico e nelle Isole Marianne.
Restò due anni a Manila, dove oltre all’esercizio del suo ministero sacerdotale, prese ad imparare la lingua cinese, perché considerava come sua meta missionaria la Cina; e qui fu inviato nel giugno 1715 stabilendosi nel Fukien.
Un anno dopo nel 1716 fu nominato vicario provinciale, carica che ricoprì per 14 anni, associata alla sua opera di missionario, che diede ottimi frutti in conversioni, nonostante la ripresa della persecuzione che si era abbattuta sulla sua provincia di Fukien e in quella di Chekiang, che erano le più cristiane.
Essendo ricercato dai persecutori in ogni posto, fu costretto a rifugiarsi a Canton, l’unico luogo dell’immenso Impero dove i missionari europei erano ancora tollerati; qui lo raggiunse la nomina a vescovo titolare di Mauricastro e venne consacrato il 24 febbraio 1730.
Avendo continuato anche a Canton l’opera di evangelizzazione, mons. Pietro Sanz venne esiliato nel 1732 a Macao dove rimase quasi sei anni, pensando sempre di poter ritornare fra i suoi fedeli del Fukien; desiderio che si avverò il 9 maggio 1739, riprese la sua vasta attività missionaria, predicando, catechizzando, soccorrendo i bisognosi, raffermando nella fede i fedeli perseguitati, agendo con prudenza e tenendosi ben nascosto.
Ma le sofferenze che i fedeli cristiani e la popolazione dovevano subire da parte dei persecutori, erano molte, per cui volendo sollevarli da ulteriori danni ed afflizioni, il vescovo Sanz decise di consegnarsi, uscì dal suo nascondiglio nel villaggio di Moc-Yong e si fece catturare il 30 giugno 1746.
Condotto a Fuchen, capitale del Fukien, fu sottoposto ad estenuanti interrogatori, maltrattamenti e vessazioni di ogni genere; dopo un lungo processo mons. Sanz fu condannato alla decapitazione il 18 dicembre 1746 e dopo la conferma della condanna da parte dell’imperatore, la sentenza fu eseguita il 26 maggio 1747.
Suoi compagni di prigionia furono altri quattro confratelli domenicani, sopra citati, che furono poi uccisi soffocati il 28 ottobre 1748.
Le reliquie di tutti e cinque martiri della fede, furono raccolte dai fedeli e portate a Manila nelle Filippine, dove si venerano nella Chiesa di S. Domenico.
Gli eroici martiri domenicani, furono beatificati il 6 gennaio 1893 da Papa Leone XIII e canonizzati da papa Giovanni Paolo II il 1° ottobre del 2000; la loro ricorrenza liturgica è per tutti il 9 luglio, oltre il giorno singolo del martirio, 26 luglio.  
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Pietro Sanz i Jordà, pregate per noi.


*San Ponziano Ngondwe - Martire (26 maggio)

Scheda del gruppo a cui appartiene:
“Santi Martiri Ugandesi”

† Ttaka Jiunge, Uganda, 26 maggio 1886
Martirologio Romano:
In località Ttaka Jiunge sempre in Uganda, san Ponziano Ngondwe, martire, che, ministro del re, mentre già infuriava la persecuzione, ricevette il battesimo; gettato subito in carcere, mentre veniva condotto sul colle del supplizio, fu trafitto con la lancia dal carnefice.
Fece un certo scalpore, nel 1920, la beatificazione da parte di Papa Benedetto XV di ventidue martiri di origine ugandese, forse perché allora, sicuramente più di ora, la gloria degli altari era legata a determinati canoni di razza, lingua e cultura. In effetti, si trattava dei primi sub-sahariani (dell’”Africa nera”, tanto per intenderci) ad essere riconosciuti martiri e, in quanto tali, venerati dalla Chiesa cattolica.
La loro vicenda terrena si svolge sotto il regno di Mwanga, un giovane re che, pur avendo frequentato la scuola dei missionari (i cosiddetti “Padri Bianchi” del Cardinal Lavigerie) non è riuscito ad imparare né a leggere né a scrivere perché “testardo, indocile e incapace di concentrazione”. Certi suoi atteggiamenti fanno dubitare che sia nel pieno possesso delle sue facoltà mentali ed inoltre, da mercanti bianchi venuti dal nord, ha imparato quanto di peggio questi abitualmente facevano: fumare hascisc, bere alcool in gran quantità e abbandonarsi a
pratiche omosessuali. Per queste ultime, si costruisce un fornitissimo harem costituito da paggi, servi e figli dei nobili della sua corte.
Sostenuto all’inizio del suo regno dai cristiani (cattolici e anglicani) che fanno insieme a lui fronte comune contro la tirannia del re musulmano Kalema, ben presto re Mwanga vede nel cristianesimo il maggior pericolo per le tradizioni tribali ed il maggior ostacolo per le sue dissolutezze. A sobillarlo contro i cristiani sono soprattutto gli stregoni e i feticisti, che vedono compromesso il loro ruolo ed il loro potere e così, nel 1885, ha inizio un’accesa persecuzione, la cui prima illustre vittima è il vescovo anglicano Hannington, ma che annovera almeno altri 200 giovani uccisi per la fede.
Il 15 novembre 1885 Mwanga fa decapitare il maestro dei paggi e prefetto della sala reale. La sua colpa maggiore? Essere cattolico e per di più catechista, aver rimproverato al re l’uccisione del vescovo anglicano e aver difeso a più riprese i giovani paggi dalle “avances” sessuali del re. Giuseppe Mkasa Balikuddembè apparteneva al clan Kayozi ed ha appena 25 anni.
Viene sostituito nel prestigioso incarico da Carlo Lwanga, del clan Ngabi, sul quale si concentrano subito le attenzioni morbose del re. Anche Lwanga, però, ha il “difetto” di essere cattolico; per di più, in quel periodo burrascoso in cui i missionari sono messi al bando, assume una funzione di “leader” e sostiene la fede dei neoconvertiti.
Il 25 maggio 1886 viene condannato a morte insieme ad un gruppo di cristiani e quattro catecumeni, che nella notte riesce a battezzare segretamente; il più giovane, Kizito, del clan Mmamba, ha appena 14 anni. Il 26 maggio vemgono uccisi Andrea Kaggwa, capo dei suonatori del re e suo familiare, che si era dimostrato particolarmente generoso e coraggioso durante un’epidemia, e Dionigi Ssebuggwawo.
Si dispone il trasferimento degli altri da Munyonyo, dove c’era il palazzo reale in cui erano stati condannati, a Namugongo, luogo delle esecuzioni capitali: una “via crucis” di 27 miglia, percorsa in otto giorni, tra le pressioni dei parenti che li spingono ad abiurare la fede e le violenze dei soldati. Qualcuno viene ucciso lungo la strada: il 26 maggio viene trafitto da un colpo di lancia Ponziano Ngondwe, del clan Nnyonyi Nnyange, paggio reale, che aveva ricevuto il battesimo mentre già infuriava la persecuzione e per questo era stato immediatamente arrestato; il paggio reale Atanasio Bazzekuketta, del clan Nkima, viene martirizzato il 27 maggio.
Alcune ore dopo cade trafitto dalle lance dei soldati il servo del re Gonzaga Gonga del clan Mpologoma, seguito poco dopo da Mattia Mulumba del clan Lugane, elevato al rango di “giudice”, cinquantenne, da appena tre anni convertito al cattolicesimo.
Il 31 maggio viene inchiodato ad un albero con le lance dei soldati e quindi impiccato Noè Mawaggali, un altro servo del re, del clan Ngabi.
Il 3 giugno, sulla collina di Namugongo, vengono arsi vivi 31 cristiani: oltre ad alcuni anglicani, il gruppo di tredici cattolici che fa capo a Carlo Lwanga, il quale aveva promesso al giovanissimo Kizito: “Io ti prenderò per mano, se dobbiamo morire per Gesù moriremo insieme, mano nella mano”. Il gruppo di questi martiri è costituito inoltre da: Luca Baanabakintu, Gyaviira Musoke e Mbaga Tuzinde, tutti del clan Mmamba; Giacomo Buuzabalyawo, figlio del tessitore reale e appartenente al clan Ngeye; Ambrogio Kibuuka, del clan Lugane e Anatolio Kiriggwajjo, guardiano delle mandrie del re; dal cameriere del re, Mukasa Kiriwawanvu e dal guardiano delle mandrie del re, Adolofo Mukasa Ludico, del clan Ba’Toro; dal sarto reale Mugagga Lubowa, del clan Ngo, da Achilleo Kiwanuka (clan Lugave) e da Bruno Sserunkuuma (clan Ndiga).
Chi assiste all’esecuzione è impressionato dal sentirli pregare fino alla fine, senza un gemito. E’ un martirio che non spegne la fede in Uganda, anzi diventa seme di tantissime conversioni, come profeticamente aveva intuito Bruno Sserunkuuma poco prima di subire il martirio “Una fonte che ha molte sorgenti non si inaridirà mai; quando noi non ci saremo più altri verranno dopo di noi”.
La serie dei martiri cattolici elevati alla gloria degli altari si chiude il 27 gennaio 1887 con l’uccisione del servitore del re, Giovanni Maria Musei, che spontaneamente confessò la sua fede davanti al primo ministro di re Mwanga e per questo motivo venne immediatamente decapitato.
Carlo Lwanga con i suoi 21 giovani compagni è stato canonizzato da Paolo VI nel 1964 e sul luogo del suo martirio oggi è stato edificato un magnifico santuario; a poca distanza, un altro santuario protestante ricorda i cristiani dell’altra confessione, martirizzati insieme a Carlo Lwanga. Da ricordare che insieme ai cristiani furono martirizzati anche alcuni musulmani: gli uni e gli altri avevano riconosciuto e testimoniato con il sangue che “Katonda” (cioè il Dio supremo dei loro antenati) era lo stesso Dio al quale si riferiscono sia la Bibbia che il Corano.
(Autore: Gianpiero Pettiti – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Ponziano Ngondwe, pregate per noi.


*San Prisco - Martire (26 maggio)

Martirologio Romano: Nella regione di Auxerre in Francia, passione di San Prisco, martire, e compagni.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Prisco, pregate per noi.


*San Quadrato - Apologista Cristiano (26 maggio)

Ci parla di lui l’antico scrittore storico Eusebio, che lo cita in quattro passi della sua “Storia” e della sua “Cronaca”.
Quadrato è il più antico apologista cristiano; alla morte dell’imperatore Traiano, subentrò al governo Elio Adriano (agosto 117) e a lui Quadrato indirizzò e consegnò un discorso appassionato in difesa della nuova religione, perché gente malevole cercava di attaccare i cristiani con bugie.
Scrive Eusebio che questo “libro” era conservato presso di loro e presso altri fratelli,
aggiungendo che anche Aristide, un cristiano fedele, ci lasciò un’apologia della fede indirizzata ad Adriano; come pure annota che anche il proconsole d’Asia, Serenio Graniano, aveva inviato una lettera all’imperatore, dicendo che gli sembrava ingiusto condannare a morte gli innocenti cristiani, solo in base a voci della gente; una decina d’anni prima la stessa cosa era stata fatta da Plinio, che chiedeva chiarimenti a Traiano.
Quadrato è certamente il più antico fra i difensori della fede cristiana, perché nella sua lettera egli asserisce di aver conosciuto alcuni dei miracolati da Gesù, che al suo tempo erano ancora viventi, quindi le opere straordinarie del Salvatore non solo erano vere per il tempo della Sua esistenza, ma riscontrabili anche dopo molto tempo, grazie a questi longevi testimoni dei miracoli da lui operati e che loro avevano ricevuto.
Per questo Eusebio lo chiama ‘Discepolo degli Apostoli’, infatti egli dice ancora: “tra i personaggi che brillavano in quest’epoca (di Policarpo, Papia di Gerapoli, Ignazio di Antiochia) c’era anche Quadrato che si distingueva, come si dice, per il carisma profetico, alla pari delle figlie di Filippo.
Molti altri ancora godevano gran fama ed erano i primi successori degli Apostoli”.
Quadrato diede la sua lettera apologetica ad Adriano nel 125, quando l’imperatore si recò in Asia Minore e dell’Asia quindi era originario Quadrato. Successivi studi molto controversi lo danno come vescovo di Atene, successore del martire Publio.
I vari Martirologi compreso il ‘Romano’ lo pongono nel calendario al 26 maggio, mentre altri al 21 settembre.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Quadrato, pregate per noi.


*Beata Regintrude di Nonnberg - Badessa (26 maggio)
m. 750 ca.
Badessa benedettina morta intorno al 750. Quarta badessa del convento di Nonnemberg presso Salisburgo.
(Fonte:
Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - Beata Regintrude di Nonnberg, pregate per noi.


*San Simitrio (Simetrio) di Roma - Martire (26 maggio)
Martirologio Romano: Sempre a Roma nel cimitero di Priscilla sulla via Salaria Nuova, San Simetrio, martire.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Simitrio di Roma, pregate per noi.


*San Zaccaria di Vienne - Vescovo (26 maggio)

Seconda metà III sec.

San Zaccaria è il secondo vescovo della diocesi di Vienne. Nella cronotassi dei vescovi figura dopo il protovescovo San Crescente e precede San Martino.
É inserito nel più antico e ritenuto affidabile catalogo contenuto nella "Cronaca" di Adone, arcivescovo della diocesi nel IX Secolo.
San Zaccaria fa parte di quella lunga schiera di oltre quaranta Santi vescovi che ressero l’arcidiocesi di Vienne, che secondo la tradizione venne eretta nel I o II secolo.
Sulla base dell’attestazione, del quarto vescovo, San Vero I, menzionato nel 314, possiamo ipotizzare il suo governo della diocesi nella seconda metà del III secolo.
Su San Zaccaria non sappiamo nulla.
Adone lo definisce un martire vissuto all’epoca di Traiano e lo introduce nella sua lista con la sua festa nel giorno 26 maggio.
San Zaccaria era considerato uno dei santi patroni della diocesi.
Nel lezionario del breviario di Vienne, redatto nel 1522, sono lungamente citate le circostanze del suo martirio, ma sicuramente tali avvenimenti sfociano nel racconto leggendario.
Anche nel Martirologio romano è indicato quale giorno della sua festa il 26 maggio.

(Autore: Mauro Bonato – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Zaccaria di Vienne, pregate per noi.


*Altri Santi del giorno (26 Maggio)
*xxx
Giaculatoria - Santi tutti, pregate per noi


 
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