Santi del 27 Settembre - Istituto Aveta

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Santi del 27 Settembre

Il mio Santo > I Santi di Settembre

*Santi Adolfo e Giovanni di Cordova - Martiri (27 settembre)

Martirologio Romano: A Córdova nell’Andalusia in Spagna, Santi martiri Adolfo e Giovanni, fratelli, che durante la persecuzione dei Mori, al tempo del re ‘Abd ar-Rahman II, furono coronati dal martirio per Cristo.
Fioriti nella città di Cordova, in Spagna, durante la dominazione araba nella prima metà del sec. IX. Sant'Eulogio (m. 859) dice che erano originari di Siviglia, figli di un nobile musulmano e di Artemia, cristiana. Questa, morto il marito, si trasferì con Adolfo, Giovanni e la figlia Aurea a Cordova per
potervi più liberamente professare la sua religione.
Lì Adolfo e Giovanni si convertirono al cristianesimo, attirandosi lo sdegno dei parenti paterni, che li denunziarono al califfo Abd-el-Rhaman II (822-852). Arrestati e condannati, subirono il martirio verso l'824. Mentre la madre entrava nel monastero di Cutellara, di cui diventò poi badessa, la sorella Aurea più tardi, attratta dall'eroico esempio dei fratelli, abbracciò la fede cristiana, seguì la madre nel monastero e morì martire il 19 luglio dell'856.
I corpi dei due santi furono sepolti nella chiesa di San Cipriano a Cordova. Qui nell'858 furono visitati da Usuardo, il celebre autore del martirologio, e da Odilardo. Usuardo li introdusse nel suo Martirologio al 27 settembre.
Nello stesso giorno sono ricordati nel Calendario di Cordova del 961, nei martirologi successivi e, finalmente, nel Martirologio Romano.
L'abate Speraindeo, contemporaneo dei due martiri e maestro di sant'Eulogio, ne scrisse la vita, che purtroppo è andata perduta.
La passio, edita nel Martyrologium hispanum, da G. Tamayo Salazar, che propende ad identificarla con quella di Speraindeo, è giudicata dai Bollandisti, che la ripubblicarono negli Acta SS. Septembris, un apocrifo di epoca incerta.
(Autore: Garcia Pietro Altabella - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria -  Santi Adolfo e Giovanni di Cordova, pregate per noi.   


*Beato Antonio de Torres - Mercedario (27 settembre)

Redentore dell'Ordine de la Mercede il Beato Antonio de Torres, fu buon esempio di vita tutta per il Signore.
Trovandosi ad Algeri in Africa fu tanto oltraggiato per la difesa del Vangelo e liberò 80 cristiani dalla prigionia dei mussulmani.
Finché pieno di sante opere emigrò in cielo.
L'Ordine lo festeggia il 27 settembre.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Antonio de Torres, pregate per noi.  


*San Bonfiglio (Bonfilio) di Foligno - Vescovo (27 settembre)

Osimo, Marche, 1040 - Cingoli, 27 settembre 1115
Bonfiglio, abate benedettino, quindi vescovo di Foligno. Rinunciò alla sede per entrare in monastero (XI-XII sec.).
Emblema: Bastone pastorale
Martirologio Romano: A Fara presso Cingoli nelle Marche, San Bonfilio, che, dopo essere stato vescovo di Foligno, trascorse dieci anni in Terra Santa; fatto poi ritorno in Italia, visse da monaco nel monastero di Storaco, di cui in passato era stato abate, e morì, infine, in solitudine.
Nato verso il 1040 a Osimo, nelle Marche, da nobile famiglia, Bonfiglio entrò nell'abbazia di Santa Maria di Storaco di cui, più tardi, divenne abate.
Fu vescovo di Foligno e succedette ad Azzo verso il 1070. La sua vita è stata scritta da San Silvestro Guzzolini fondatore della Congregazione monastica benedettina silvestrina e suo primo biografo, un secolo dopo la morte del Santo.
Bonfiglio, già vescovo, partecipò alla crociata in Terra Santa, dove rimase dal 1096 al 1104, conducendo vita penitente in solitudine perfetta.
Rientrato in Italia, si recò a Roma, poi tornato alla sua diocesi di Foligno, la trovò occupata dal giovane vescovo Andrea, nominato dal Papa alla richiesta del popolo che da molto tempo non aveva più notizie dal loro vescovo precedente.
Bonfiglio ne riconobbe umilmente l'elezione e si ritirò nell'abbazia di Storaco.
Qui, alcuni suoi monaci gli resero la vita impossibile e Bonfiglio costretto a fuggire nell'eremo di Nostra Signora della Fara, in diocesi di Cingoli, morì, logorato dall'austerità e dalla penitenza, il 27 Settembre 1115.
(Autore: Monaci Benedettini Silvestrini – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Bonfiglio di Foligno, pregate per noi.


*San Caio di Milano - Vescovo (27 settembre)
Martirologio Romano: A Milano, San Caio, vescovo.
Secondo una leggenda milanese del sec. XI, contenuta nella Datiana historia, Caio sarebbe stato discepolo di san Barnaba e vescovo di Milano per ventidue anni, dal 63 all'85.

Avrebbe operato numerose conversioni, tra le quali quelle di San Vitale, di sua moglie Valeria e dei figli Gervasio e Protasio, martirizzati durante la persecuzione di Nerone.
Nel quinto anno del suo episcopato Caio si sarebbe recato a Roma per rendere visita di omaggio agli apostoli Pietro e Paolo, ma, durante il viaggio, per arcana intuizione, seppe che essi erano stati uccisi. La sede dell'attività apostolica del vescovo è collocata presso la basilica di Sant'Eustorgio, mentre il suo giorno emortuale è indicato al 31 dicembre.
Caio sarebbe stato sepolto nel giardino di un certo Filippo, facoltoso signore milanese da lui
convertito al cristianesimo, nel quale era stato aperto un cimitero per i cristiani poveri. In realtà, però, San Barnaba non si recò mai a Milano e, del resto, Caio fu vescovo della città tra la fine del sec. II e l'inizio del III, succedendo al primo vescovo sant'Anatalone.
Gli antichi cataloghi milanesi, inoltre, lo dicono morto il 26 settembre e sepolto o presso la basilica di San Babila, ad Concilia Sanctorum, o nella basilica di San Nabore, poi demolita, nei pressi della basilica di Sant'Ambrogio.
Il Liber notitiae sanctorum Mediolani (sec. XIV, posteriore ai cataloghi citt.), invece, ricorda la morte di Caio al 27 settembre, data della attuale celebrazione liturgica. Nel 1571 san Carlo Borromeo curò la ricognizione delle reliquie di Caio, che riposano ora in Sant'Ambrogio.
Secondo il Savio, Caio appartenne alla gens Valeria, cospicua famiglia di Milano, una delle prime convertitasi al cristianesimo; lo stesso autore sostiene anche la storicità della trasformazione dell'hortus Philippi in cimitero cristiano: è infatti nelle vicinanze di Sant'Ambrogio, ove sembra si debba collocare l'hortus, che si trova il più antico cimitero cristiano di Milano.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi - Fonte: Autore: Antonio Rimoldi)
Giaculatoria - San Caio di Milano, pregate per noi.


*Beata Chiara della Resurrezione - Vergine Mercedaria (27 settembre)

La Beata Chiara della Resurrezione, monaca mercedaria del monastero dell'Assunzione in Siviglia (Spagna), fu di esempio alle sue consorelle per l'austerità, la contemplazione e le altre virtù della vita.
Inoltre si distinse per i numerosi miracoli compiuti e sempre con la mente verso le cose divine si addormentò santamente nel bacio del Signore.
L'Ordine la festeggia il 27 settembre.

(Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - Beata Chiara della Resurrezione, pregate per noi.


*Sant'Elzeario - Conte di Ariano (27 settembre)

Martirologio Romano: A Parigi in Francia, Sant’Elzeáro di Sabran, che, conte di Ariano, osservata la verginità e tutte le altre virtù insieme a sua moglie, la Beata Delfina, morì in ancor florida età.
Un Santo laico del XIII secolo, francese di nascita, sposo casto, condottiero di esercito, difensore del Papa, è compatrono di Ariano Irpino città dell’Avellinese, di cui porta il titolo di conte.
Elzeario, il cui nome nei vari processi di canonizzazione è modificato in vari modi fra latino, lingua volgare e francese, nacque ad Apt in Provenza fra il 1284 e il 1287, primogenito di Ermengao de Sabran conte di Ariano e di Laudana d’Albe de Roquemartine.
Studiò presso lo zio Guglielmo de Sabran, abate del monastero benedettino di S. Vittore in Marsiglia.
Per volere del re Carlo II d’Angiò, dovette sposare verso i 18 anni nel 1299, la futura beata Delfina di Signe, così pur non volendo, si incontrarono due anime belle, che riluttanti al matrimonio, stabilirono di comune accordo, di conservare la loro castità..
Elzeario, morto il padre, ereditò fra l’altro il titolo di conte d’Ariano, quindi venne in Italia, in Irpinia, per prendere possesso della contea, ma l’accoglienza di quel popolo fu ostile, in quanto
contrario al vassallaggio, preferendo dipendere direttamente dal re.
Fu suo merito e per le virtù professate, che riuscì a conquistare l’amore del popolo, per questo fu apprezzato dal re di Napoli Roberto d’Angiò, che quando nel 1312, fu necessario inviare dei soldati in aiuto del Papa assediato a Roma dall’esercito dell’imperatore Enrico VII di Lussemburgo, ne affidò il comando ad Elzeario.
Fu inoltre incaricato di delicate missioni presso la corte di Francia, dove nel 1323, durante uno di questi incarichi, si ammalò gravemente, tanto da morire a Parigi il 27 settembre 1323 a soli 38 anni; fu sepolto ad Apt nella chiesa dei Francescani, di cui era fedele Terziario.
La sua fama di grande uomo di carità, specie nell’assistenza ai lebbrosi, si diffuse largamente al punto di attirare l’interesse dei pontefici dell’epoca e fu proprio Papa Urbano V, che era suo figlioccio di battesimo, che ne riconobbe la santità, ma che venne poi proclamata ufficialmente il 5 gennaio 1371 dal suo successore Papa Gregorio XI.
Le sue reliquie furono trasferite nel 1791 dalla chiesa francescana di Apt, alla cattedrale della città, dove sono tuttora venerate, insieme a quelle della sua casta sposa, la beata Delfina.
Ha culto liturgico in Apt, in Avignone, nella Badia di San Vittore di Marsiglia, nell’Ordine Francescano e in Ariano Irpino, dove nel giorno della sua festa il 27 settembre, si tiene un’antichissima fiera con grande partecipazione di popolo.

(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Elzeario, pregate per noi.


*Beata Erminia Martinez Amigo - Madre di famiglia, Martire (27 settembre)
Schede dei gruppi a cui appartiene:

“Beati 233 Martiri Spagnoli di Valencia” Beatificati nel 2001
“Martiri della Guerra di Spagna”

Herminia Martínez Amigó, nacque in Spagna il 31 luglio 1887 a Puzol (Valencia) e fu battezzata nella stessa chiesa parrocchiale Santos Juanes dove il 24 febbraio del 1916 si sposò.
Ebbe due figlie, morte nell'infanzia. Di famiglia agiata si dedicò alle opere di carità verso i poveri. Fondò una società per la cura dei malati poveri nella sua città e in essa impegnò tutti i suoi beni,
aderendo all'Azione Cattolica.
Malatas di cuore non poté dare voce al suo desiderio di partecipare tutti i giorni all'Eucaristia, recitando, però, sempre il Rosario.
Fu imprigionata insieme a suo marito ed entrambi furono uccisi il 27 settembre 1936 a Gilet, durante la persecuzione religiosa che contraddistinse la Guerra civile spagnola.
È stata beatificata da Papa Giovanni Paolo II l'11 marzo 2001 insieme ad altri 232 martiri spagnoli, testimoni della fede, che vennero giustiziati nel tentativo di annientare la Chiesa cattolica nella nazione iberica. (Avvenire)
Martirologio Romano: Nel villaggio di Gilet nel territorio di Valencia sempre in Spagna, Beate martiri Francesca Saveria (Maria) Fenollosa Alcayna, religiosa del Terz’Ordine delle Cappuccine della Sacra Famiglia, e Erminia Martínez Amigó, madre di famiglia, che, nella stessa persecuzione, confermarono con il loro sangue la fedeltà al Signore.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Erminia Martinez Amigo, pregate per noi.


*Beato Fedele da Puzol (Mariano Climent Sanchís) - Religioso e Martire (27 settembre)
Schede dei gruppi a cui appartiene:
“Beati Martiri Spagnoli Cappuccini di Valencia”
“Beati 233 Martiri Spagnoli di Valencia” Beatificati nel 2001
“Martiri della Guerra di Spagna”

1856-1936
Martirologio Romano: A Sagunto in Spagna, Beati Martiri Giuseppe Fenollosa Alcayna, sacerdote, e Fedele (Mariano) Climent Sanchés, religioso dell’Ordine dei Frati Minori Capuccini, che, nel corso della persecuzione contro la fede, sparsero il loro sangue per Cristo.
Era nato a Puzol, diocesi di Valencia, l’8 gennaio 1856. Crebbe in una famiglia devota. Era figlio di D. Mariano Climent e di Donna Mariana Sanchís. Presto rimase orfano di padre e di madre e fu affidato alle cure della zia materna, Josefa Sanchís, che gli diede un’educazione cristiana.
Fece il servizio militare, giungendo a partecipare alla guerra carlista. Terminata la guerra, entrò fra i Cappuccini, vestendo l’abito come fratello e emettendo la professione temporanea il 14 giugno 1881 e quella perpetua il 17 giugno 1884.
La figura francescana di fr. Fidel ricorda quella dei santi fratelli cappuccini: entrati in convento in età matura, la loro vocazione non è tuttavia frutto delle pazzie proprie dell’età giovanile; lavoratori
instancabili: s’impegnarono a lunghezza di anni come portinai, questuanti, ortolani, sacrestani, cuochi,..., lavori che richiedono, tutti, una complessione fisica robusta.
Erano poi uomini di vita di fede, di profonda preghiera, devoti alla Madonna, obbedienti e sottomessi in tutto, silenziosi, penitenti, austeri, ... Fr. Fidel, durante la sua vita religiosa, passò per i conventi di Barcellona, Totana, Orihuela, Massamagrell e Valencia, lavorando come portinaio, cuoco, aiutante nel Seminario serafico, compagno del P. Provinciale.
Ecco un piccolo ritratto di come lo ricordano i religiosi: “Era di temperamento quieto e mite. Non si turbava per niente e il suo aspetto era sempre sorridente. Era tenuto in grande stima e in buona fama sia dai religiosi che dai fedeli tutti. Adempiva in ottima maniera i suoi doveri e le Regole dell’Ordine.
Era totalmente un uomo di Dio. Era sempre applicato alla preghiera. Aveva sempre il Rosario in mano ed era molto devoto della Vergine. Aveva fama di Santo”.
Quando fu chiuso il convento di Valencia, fr. Fidel cercò rifugio a Puzol, nella casa di alcuni parenti, dalla quale non usciva, data la sua avanzata età di 82 anni, molto più che stava piuttosto male di vista.
Lì rimase, sereno, occupato nella preghiera. E lì sarebbe stato preso il 27 settembre, sulla sera, da alcuni membri del Comitato locale, con il pretesto di portarlo all’asilo delle “Hermanitas de los Pobres” di Sagunto.
Lo portarono invece sulla strada principale di Barcellona fino al distretto municipale di Sagunto, dove, all’entrata della cascina “Laval de Jesús”, fu ucciso.
Fu l’abitante di questa cascina che avvertì della presenza di un cadavere all’entrata, che da due giorni era lì insepolto. Risultò che era il cadavere di fr. Fidel. Fu sepolto nel cimitero di Sagunto insieme ad altri cadaveri; ma i suoi resti non hanno potuto essere identificati.
(Fonte: Santa Sede)
Giaculatoria - Beato Fedele da Puzol, pregate per noi.


*Santi Fidenzio e Terenzio di Todi - Martiri (27 settembre)

Emblema: Palma
Esistono due recensioni della passio di Fidenzio e Terenzio secondo la quale essi sarebbero venuti a Roma ex Calced ona Syriae, per desiderio del martirio, durante l'impero di Diocleziano e Massimiano. Arrestati e sottoposti a tormenti e al supplizio del fuoco, ne uscirono illesi. Mentre venivano condotti fuori Roma per esser decapitati in luogo a tutti ignoto, alcuni orsi sbranarono i soldati ed essi furono da un angelo nascosti in una cripta, donde poi furono guidati verso l'Umbria. Ripresi presso Todi in civitate Martana furono decapitati un 27 settembre. Sul loro sepolcro fu eretta una chiesa che ancora si vede presso Massa Martana.
Questa passio non è che una favola redatta verso il sec. IX sulla falsariga di quella dei dodici fratelli siri e di quella dei Santi Mauro e Felice.
Il Lanzoni fa presente che il Terenzio di Todi potrebbe essere il medesimo santo omonimo di Luni e di Pesaro. Il Delehaye, dopo aver osservato che di questi santi non si hanno notizie, all'infuori di quelle forniteci dalla favolosa passio, fa osservare come il 1 settembre a Todi si commemora Terenziano, avanzando l'ipotesi che il Terenzio del 27 settembre non sia altro che uno sdoppiamento del vescovo tudertino.
Le relique dei due santi sarebbero state asportate da Teodorico di Metz, nel 970, come narra Sigeberto di Gembloux nella sua Vita. Fidenzio e Terenzio sono ricordati nel Martirologio Romano alla data del 27 settembre.

(Autore: Filippo Caraffa - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santi Fidenzio e Terenzio di Todi, pregate per noi.


*Santi Florenziano (Fiorentino) e Ilario - Martiri a Bremur (27 settembre)

Emblema: Palma
Martirologio Romano: Nella fortezza di Brémur in Francia, san Fiorentino, che si tramanda sia stato trafitto con la spada dai Vandali insieme a sant’Ilario.
Florenziano (lat.Florentianus Florentius; fr. Florentin) e Ilario, Santi, Martiri a Brémur.
Di Florenziano non si sa di certo che il nome che si legge nel Martirologio Geronimiano al 27 settembre. Usuardo, seguito dal Martirologio Romano gli dà un compagno, chiamato I. che il de Gaiffier ha dimostrato essere, forse, Sant'Ilario di Ostia.
Una tradizione locale gli dà un terzo compagno, Afrodisio, ma i due ultimi nomi non sono da accettare.
Si è lungamente disputato sul luogo del martirio a causa dell'imprecisa notizia del Martirologio Romano: Seduni in Gallia. In essa è stato visto ora Sion nel Vallese (Svizzera), ora Suin (Francia, Saone-et-Loire). I Bollandisti e molti altri dopo di loro, fondandosi sui testi medievali e sul culto, hanno identificato Sedunum con Semond (Francia Cote-d'Or); e il popolo indicava presso quest'ultimo villaggio una rupe (senza dubbio un dolmen oggi scomparso) col nome di Pierre de saint-Florentin.
La filologia si oppone alla derivazione Sedunum >Semond. Sedunum o Pscudunum s'identifica col vicino villaggio di Brémur (Duesme), come attestano molti documenti del sec. XI. Il Martirologio Geronimiano localizza il culto di Florenziano a Duesme, capoluogo del pagus, da cui dipendeva Brémur.
La passio dei santi martiri di Brémur, documento apocrifo molto tardivo, ne fa dei martiri del mitico re Croco, decapitati dopo l'ablazione della lingua. In realtà si può vedere in Florenziano un martire locale, vittima dell'invasione vandalica (407-11), come molti altri di questa regione.
Il gruppo dei martiri di Brémur è soprattutto conosciuto dalle traslazioni di reliquie (i testi che le descrivono non sono ancora stati fatti oggetto di studi critici) a Saint-Martin d'Ainay (Lione), all'abbazia di Bonneval nella diocesi di Chartres, a Saint-Florentin (Yonne) e all'abbazia di Lagny, presso Parigi.
La festa si celebra il 27 settembre.

(Autore: Jean Marilier - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santi Florenziano e Ilario, pregate per noi.


*Beata Francesca Saveria (Maria) Fenollosa Alcayna - Vergine e Martire (27 settembre)
Scheda del gruppo a cui appartiene:
“Beati 233 Martiri Spagnoli di Valencia Beatificati nel 2001”

“Martiri della Guerra di Spagna”

Rafel-bunol, Spagna, 24 maggio 1901 - Gilet, Spagna, 27 settembre 1936
Beatificata l'11 marzo 2001 da Papa Giovanni Paolo II.
Martirologio Romano: Nel villaggio di Gilet nel territorio di Valencia sempre in Spagna, Beate martiri Francesca Saveria (Maria) Fenollosa Alcayna, religiosa del Terz’Ordine delle Cappuccine della Sacra Famiglia, e Erminia Martínez Amigó, madre di famiglia, che, nella stessa persecuzione, confermarono con il loro sangue la fedeltà al Signore.
Beate Pietra Maria Vittoria “uintana Argos (Rosaria da Soano) e 2 compagne, Martiri
Furono uccise nel corso della Guerra civile spagnola (1936-39) e sono ritenute martiri della fede.
Pietra Maria Vittoria Quintana Argos nacque il 13 maggio 1866 nel paese di Soano, in provincia di Santander (Spagna), da Antonio Quintana Cuesta e Luisa de Argos Cabanzón. Nel 1889 entrò nella Congregazione delle suore terziarie cappuccine della Sacra Famiglia, fondata da Luigi Amigó y Ferrer (1854-1934).
Emise la professione religiosa temporanea nel 1891 e la perpetua nel 1896. Fu superiora in diverse case, maestra delle novizie, consigliera generale (1896-1914), superiora generale (1914-1926) e vicaria generale dal 1926 alla morte.
Ebbe un carattere buono, sereno ed affabile; la fede, la carità, la fedeltà a Dio e alla sua vocazione, la povertà, l'umiltà furono le sue virtù caratteristiche.
Allo scoppio della Rivoluzione in Spagna si trovava nella casa-noviziato di Masamagrell (Valencia) insieme alla superiora locale Emanuela Giusta Fernàndez Ibero (suor Serafina Maria da Ochovi), nata ad Ochovi, in provincia di Navarra (Spagna), il 6 agosto 1872. Entrò fra le terziarie cappuccine nel 1887.
Emise i voti temporanei nel 1891 e cinque anni dopo quelli perpetui. Fu consigliera generale (1902-36) e superiora di diverse comunità. Era esigente con sé e con gli altri, franca, seria, amante
del lavoro, caritatevole. Nel pomeriggio del 21 agosto 1936 suor Rosaria da Soano e suor Serafina Maria da Ochovi furono arrestate, perché religiose, e uccise la notte successiva.
La loro consorella Maria Fenollosa Alcaìna (suor Francesca Saveria da Rafelbunol) nacque a Rafelbunol, in provincia di Valencia (Spagna), il 24 maggio 1901. Entrò in convento nel 1921 ed emise la professione temporanea nel 1924 e quella perpetua nel 1928.
A Masamagrell svolse l'incarico di aiutante della maestra delle novizie. Era stimata da tutti come una suora pia, fervorosa, umile, amante del silenzio, sempre sorridente. Tornata in famiglia a causa del pericolo che incombeva sulla sua comunità, il 27 settembre 1936 fu arrestata insieme al fratello Giuseppe. Il giorno dopo i loro cadaveri furono trovati in cimiteri diversi.
La Santa Sede concesse il nulla osta nel nov. 1990 e la causa di beatificazione fu iniziata nella curia di Valencia con la celebrazione della inchiesta diocesana nel 1991 (fino al 1993).
La Positio super Martyrio è stata esaminata il 14 maggio 1999, con esito positivo, dai consultori teologi della Congregazione delle Cause dei Santi. La causa attende di passare all'esame della Sessione Ordinaria dei cardinali e vescovi.
(Autore: Marcello Bartolucci – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Francesca Saveria Fenollosa Alcayna, pregate per noi.


*Beato Giovanni Battista Laborier du Vivier - Martire (27 settembre)

Martirologio Romano: In una sordida galera ancorata al largo di Rochefort sulla costa francese, beato Giovanni Battista Laborier du Vivier, diacono e martire, che durante la persecuzione della Chiesa fu condannato a una dura prigionia per il suo stato clericale e morì consunto da grave malattia.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - Beato Giovanni Battista Laborier du Vivier, pregate per noi.


*Beato Giuseppe Fenollosa Alcayna - Sacerdote e Martire (27 settembre)

Scheda del gruppo a cui appartiene:
“Beati 233 Martiri Spagnoli di Valencia Beatificati nel 2001”
“Martiri della Guerra di Spagna”

Martirologio Romano: A Sagunto in Spagna, Beati martiri Giuseppe Fenollosa Alcayna, sacerdote, e Fedele (Mariano) Climent Sanchés, religioso dell’Ordine dei Frati Minori Capuccini, che, nel corso della persecuzione contro la fede, sparsero il loro sangue per Cristo.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - Beato Giuseppe Fenollosa Alcayna, pregate per noi.


*Sant'Iltrude (Hiltrude) di Liessies - Vergine (27 settembre)
Poitiers, VIII sec. - Liessies (Belgio), 27 settembre 800 ca.
Si consacrò a Dio, vivendo solitaria nelle prossimità del monastero di Liesse, di cui suo fratello era abate.
Martirologio Romano: Nel cenobio di Liesse nell’Hainault, nel territorio dell’odierna Francia, santa Iltrude, vergine, che visse piamente, ritiratasi presso suo fratello Guntardo abate.
Si premette che la “Vita Hiltrudis”, scritta fra il 1050 e il 1090 da un monaco di Waulsort (Belgio), si rifà ad una tradizione monastica di prima dell’850, priva però di ogni valore storico, perché ogni documento scritto, sembra sia stato bruciato dai barbari; Santa Hiltrude vergine è menzionata al 27 settembre in un Sacramentarlo di Liessies del XII secolo.

Hiltrude era figlia di Ada, una nobile franca e di Wiberto conte di Poitiers, che possedeva terre tra i fiumi Sambre e Mosa, fra la Francia e il Belgio; ed era sorella di Gontrado, primo abate di Liessies.
Fu promessa in sposa ad Ugo conte di Borgogna, ma ella preferì consacrarsi a Dio, ricevendo nel 768 il velo delle vergini, con la benedizione del vescovo di Cambrai; poi in seguito fu accolta dal fratello Gontrado, che la alloggiò dietro la cappella del suo monastero di Liessies.
In questo luogo visse per diciassette anni come monaca solitaria, partecipando alla vita liturgica dell’abbazia; morì il 27 settembre di un anno intorno l’800 e venne sepolta nell’abbazia belga.
La fama della sua santità crebbe nei secoli e il 17 settembre 1004 il vescovo di Cambrai, Erluino, fece aprire la tomba “elevandone” le reliquie.
Nel 1587 le reliquie del cranio, vennero sistemate in un nuovo reliquiario in argento e s. Luigi di Blois, abate di Liessies contribuì allo sviluppo del culto.
Durante la guerra dei “Trent’anni” le reliquie furono messe in salvo a Mons, dove nel 1641 furono poste in un’artistica urna.
Ma le peripezie delle reliquie non erano finite, nel 1793 durante la Rivoluzione Francese, la Convenzione requisì i metalli preziosi e il cranio della santa fu gettato a terra e poi raccolto da un fedele.
Il culto riprese nel 1802 e nel 1842 le reliquie, dopo un’inchiesta, furono riconosciute autentiche. Il Martirologio Romano pone al 27 settembre la festa di Sant’Hiltrude vergine in Austrasia.

(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Iltrude di Liessies, pregate per noi.


*Beato Lorenzo da Ripafratta - Domenicano (27 settembre)

Ripafratta, 1373/74 - Pistoia 1456
Già diacono, desideroso di una vita più perfetta, entrò tra i domenicani a Pisa, ricevendo l'abito nel 1396. Come priore, diede impulso alla riforma dell'ordine. Ricoprì anche gli incarichi di maestro dei novizi, insegnante di teologia, predicatore e direttore di anime.
Quando Pistoia e Fabriano furono colpite dalla peste, incurante del contagio, si distinse nell'assistere i malati. Padre Lorenzo venne soprannominato "arca di scienza" ma acquistò fama anche per le dure penitenze, vigilie e digiuni, che lo resero un maestro di ascesi.
Negli anni di vita soffrì una orribile piaga a una gamba. Sopportò il dolore con edificante pazienza. Morì a Pistoia il 27 settembre 1456. (Avvenire)
Martirologio Romano: A Pistoia, Beato Lorenzo da Ripafratta, sacerdote dell’Ordine dei Predicatori, che osservò fedelmente per sessant’anni la disciplina religiosa e fu assiduo nell’ascolto dei peccatori.
Lorenzo da Ripafratta era già Diacono quando, desideroso di una vita più perfetta, entrò nell’Ordine Domenicano a Pisa. Si distinse subito per un grande amore all’osservanza regolare, della quale comprendeva tutta l’importanza. In seguito fu uno dei più validi e attivi propagatori della Riforma,
che allora ferveva in seno all’Ordine, e che dette tanti frutti di santità e di zelo.
Uno dei primi Conventi in cui Lorenzo dispiegò il suo zelo fu quello di Cortona, dove, nominato Maestro dei Novizi, tante anime elette formò alla perfetta vita domenicana, tra le quali Sant’Antonino Pierozzi, futuro Arcivescovo di Firenze.
L’imperdonabile negligenza degli antichi cronisti, pochissimo ci ha tramandato di questo grande religioso, ma possediamo una lettera di Sant’Antonino, inviata ai padri di Pistoia alla sua morte, nella quale egli paragona il suo santo maestro a San Paolo e ad Elia.
Lo chiama “arca di scienza”, dicendo che fu vergine di corpo e di mente, che amava crocifiggere la sua carne con asprissime penitenze, vigilie e digiuni, devotissimo del culto divino fino alla decrepitezza, senza lasciare mai il Coro di notte e di giorno. Lorenzo tenne Cattedra in diversi Conventi, e fu Predicatore efficacissimo.
In Pistoia e in Fabriano estinse odi inveterati e quando quelle terre furono colpite dalla peste, incurante del contagio, fu infaticabile nell’assistere i colpiti. Negli anni di vita sopportò con edificante pazienza una orribile piaga ad una gamba. Mori dopo sessant’anni di vita regolare, il 27 settembre 1456 a Pistoia. Il suo corpo si venera nella cittadina chiesa dei Domenicani.
Papa Pio IX il 4 aprile 1851 ha confermato il culto.
(Autore: Franco Mariani – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Lorenzo da Ripafratta, pregate per noi.


*Beato Lorenzo della Pietà - Mercedario (27 settembre)

Pio e Santo mercedario, il Beato Lorenzo della Pietà, fu inviato in missione di redenzione in Africa.
Ad Algeri ebbe a soffrire molto per il nome di Cristo e patì molti tormenti da parte dei mori in difesa della sua fede e liberò 121 schiavi da una triste servitù. Al termine della sua vita si addormentò nel bacio del Signore.
L'Ordine lo festeggia il 27 settembre.

(Fonte:
Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Lorenzo della Pietà, pregate per noi.


*Beate Maria del Carmine, Rosa e Maddalena Fradera Ferragutcasas - Vergini e Martiri (27 settembre)

Schede dei gruppi a cui appartengono:
“Beati 498 Martiri Spagnoli” Beatificati nel 2007
“Martiri della Guerra di Spagna”
+ Lloret de Mar, Spagna, 27 settembre 1936
Suor Maria Carmen, suor Rosa e suor Magdalena Fradera Ferragutcasas furono sorelle di sangue e d’abito: entrarono infatti l’una dopo l’altra nelle Figlie del Santissimo e Immacolato Cuore di Maria (oggi Missionarie del Cuore di Maria). Tuttavia, ebbero appena il tempo di pronunciare i voti solenni quando scoppiò la guerra civile del 1936: in via precauzionale, tutte le suore della loro congregazione dovettero rientrare in famiglia, in abiti secolari. Anche suor Carmen, suor Rosa e suor Magdalena tornarono al loro paese e cercarono, nella misura del possibile, di continuare la vita di preghiera e ritiro che avevano scelto.
Dopo circa un mese e mezzo cominciarono ad essere minacciate dai miliziani comunisti, finché, all'alba del 27 settembre 1936, non accettarono di essere portate via da loro. Furono condotte in un bosco lontano, nei pressi di Lloret de Mar: sottoposte a numerose torture per l'energia con cui difesero la loro verginità, vennero infine uccise a colpi d’arma da fuoco. Sono state beatificate a Roma il 28 ottobre 2007: in tutto, in quella data, sono stati elevati agli altari 498 martiri caduti nel periodo della guerra civile.
Tre sorelle di sangue e d’abito
Nel panorama dei martiri uccisi durante la guerra civile spagnola spicca il caso di tre sorelle, non solo nate dai medesimi genitori, ma anche appartenute alla stessa congregazione religiosa.
Suor Maria Carmen, suor Rosa e suor Magdalena Fradera Ferragutcasas erano infatti entrate l’una dopo l’altra nelle Figlie del Santissimo e Immacolato Cuore di Maria. Si tratta di una congregazione, oggi denominata Missionarie del Cuore di Maria, dedita all’educazione di bambini e ragazzi. Era stata fondata nel 1848 da don Joaquín Masmitjà y de Puig, sacerdote della diocesi di Gerona (per lui è in corso il processo di beatificazione), amico e seguace di sant’Antonio Maria Claret, fondatore dei Missionari del Cuore Immacolato di Maria.
Suor Maria Carmen Fradera Ferragutcasas
La maggiore delle tre, Maria Carmen, nacque il 25 ottobre 1895 nel “Manso Pellicer” di Riudarenes, paese di valle situato nei pressi di Gerona. Fu battezzata a due giorni dalla nascita nella chiesa parrocchiale di San Martino e ricevette la Cresima il 9 maggio 1903 a Santa Coloma de Farners, presso Gerona.
Entrò tra le Figlie del Santissimo e Immacolato Cuore di Maria il 2 luglio 1921, iniziando il noviziato nella casa di Mataró vicino Barcellona. Vestì l’abito da novizia il 2 febbraio 1922 e professò i voti religiosi il 3 febbraio 1923 a Mataró. Entrambe le celebrazioni furono presiedute dal parroco del luogo, come delegato del vescovo: don José Samsó Elias, che avrebbe trovato una morte da martire il 1° settembre 1936 (è stato beatificato il 23 gennaio 2010).
Suor Carmen fu quindi assegnata alla scuola di Mataró, come incaricata delle bambine dai cinque anni in giù. Tutti ammiravano la sua dedizione come insegnante, compiuta con pazienza, carità e molto
affetto. Era molto delicata di salute, ma nella sua prossimità e nella sua delicatezza traspariva l’amore di Dio.
Suor Rosa Fradera Ferragutcasas
Nacque il 20 novembre 1900 a Riudarenes e venne battezzata il giorno seguente nella chiesa parrocchiale. Fece anche lei la Cresima lo stesso giorno di sua sorella Carmen, il 9 maggio 1903, a Santa Coloma de Farners.
A differenza di Carmen, godeva di buona salute, per cui sapeva divertirsi onestamente: cantava bene ed era un’abile danzatrice della “sardana”, la danza tipica della Catalogna. Di alta statura e di bell’aspetto, aveva un certo gusto nello scegliere i vestiti. All’occorrenza, proprio come le sue sorelle, sapeva però restare a casa, per aiutare la famiglia nei lavori agricoli e col bestiame.
Il suo carattere gioviale ed espansivo le otteneva di fare facilmente amicizia, ma anche di ricevere varie proposte di matrimonio. Tuttavia rispondeva evasivamente e le rifiutava, perché era già stata contagiata dall’esempio delle sorelle nella scelta della vita religiosa.
Così entrò anche lei tra le Figlie del Santissimo e Immacolato Cuore di Maria: l’8 dicembre 1922 arrivò al noviziato di Olot. Vestì l’abito religioso il 16 giugno 1923 a Olot ed emise i voti il 25 luglio 1924.
Iniziò il suo servizio a Olot, ma nel 1927, dopo aver professato i voti perpetui, passò alla comunità di Santa Coloma de Farners, dedicandosi alle bambine di sette e otto anni, che si conquistava con il suo atteggiamento timido e semplice.
Si distinse per gioia, semplicità e serenità, tanto che da risultare simpatica a tutte le consorelle proprio come quando era nel mondo. Era comunque anche religiosa, pura, rispettosa, caritativa e obbediente.
Suor Magdalena Fradera Ferragutcasas
Ultima delle tre, Magdalena nacque a Riudarenes il 12 dicembre 1902 e fu battezzata anche lei nella parrocchiale di San Martino. Il 20 novembre 1910 fece la Cresima nel suo paese.
Da piccolissima si ammalò di bronchite, che la condusse in fin di vita; si riprese, ma restò di salute fragile. Ciò nonostante, cercava sempre di essere d’aiuto in famiglia e in parrocchia. In particolare, si occupava di portare a scuola Loreto, un’altra sorella, minore di lei.
Precedette suor Rosa nell’ingresso in noviziato a Olot il 19 giugno 1922 e, con lei, compì la vestizione il 16 giugno 1923 e professò i voti temporanei il 25 luglio 1924. Fece i voti perpetui nel 1926.
Camprodon fu il luogo del suo primo servizio pastorale, svolto con grande amore ed entusiasmo. In seguito a una grave malattia, rimase per quattro mesi del 1928 a Besalú. Quando si riebbe, fu destinata a Cassà de la Selva, di clima più salubre.
Lì spiccò, nella vita comunitaria e nell’apostolato, per la sua generosità e la sua dedizione. Aveva il dono d’irradiare pace, gioia e accoglienza in tutto quel che faceva. Nella sua attività d’insegnante di Storia e di catechista riusciva a trasmettere il nucleo del carisma della sua congregazione, ossia la preghiera al Cuore Immacolato di Maria per la salvezza del mondo.
Nella persecuzione della guerra civile
Al momento dello scoppio della guerra civile, ognuna delle sorelle si trovava in una casa diversa. In via precauzionale, fu deciso che tutte le religiose della congregazione dovessero andare via dalle scuole e dirigersi, in abiti secolari, in casa dei genitori o di familiari.
Il 19 luglio 1936, il giorno dopo il “sollevamento nazionale”, la comunità di Mataró, dove risiedeva suor Carmen, si disperse. Lei venne accolta dalla famiglia Camp, ma alcuni giorni dopo tornò a Riudarenes.
Suor Rosa, dal canto suo, dovette lasciare il convento di Santa Coloma il 21 luglio, alle otto di sera, e
riparò in casa di un’altra sorella, Francesca; per prudenza, decise di tornare dai loro genitori, che erano molto anziani, ma ancora in vita.
Suor Magdalena, invece, dopo aver dovuto abbandonare il convento di Cassà con le altre suore, fu ricevuta da una vicina e rimase da lei finché non venne a prenderla suo fratello Francesc.
Le tre suore, scappate con addosso abiti civili, cercarono, nella misura del possibile, di continuare la vita di preghiera e ritiro che avevano scelto: recitavano il Piccolo Ufficio della Vergine, facevano meditazione e lettura spirituale e collaboravano nei lavori casalinghi e agricoli, insieme al resto dei familiari.
L’ultimo addio
All’alba del 25 settembre 1936, alcuni membri del comitato rivoluzionario di Riudarenes vennero a perquisire la casa e non mancarono d’interrogare le tre sorelle con costanti minacce. Carmen e Rosa erano in casa con la madre, mentre Magdalena, insieme alla cognata Dolors, era in campagna e assistette alla perquisizione: si diresse dal padre, che lavorava in un campo più lontano, e con lui e la cognata si riunì agli altri. I perquisitori avevano portato via 4000 pesetas e avevano obbligato a versarne altre 500 come «contributo per la guerra», dissero.
Due giorni più tardi, alle 4 del mattino del 27 settembre 1936, arrivò un’automobile con tre miliziani, che bussarono alla porta dicendo: «Veniamo per “quelle lì”, che devono venire a deporre a Gerona».
Le tre sorelle avevano capito e si rivolsero ai genitori e al fratello Francesc: «Se vengono per noi, aprite loro. Siamo disposte a morire per Gesù». Francesc si rifiutò di aprire, ma i colpi alla porta continuarono, insieme a minacce di morte. A quel punto una delle tre, probabilmente suor Magdalena, affermò: «Sappiamo che dobbiamo presentarci a Dio e dobbiamo farlo pulite nell'anima e nel corpo». Poi aggiunse: «Non c’ingannate; andiamo contente a offrire il sangue per il nostro Dio».
Si acconciarono sommariamente, poi si misero in ginocchio e recitarono l’atto di dolore; infine, si consegnarono ai loro persecutori. Passando di fronte al loro pozzo, distante circa cinque metri dalla porta, le tre si abbracciarono e gridarono, in direzione dell’edificio dov’erano nate e cresciute: «Addio, casa nostra. Padre, fratello e cognata, andiamo a morire, ma andiamo tranquille».
Il martirio
I persecutori furono esasperati di fronte alla prontezza di spirito e alla docilità delle tre sorelle: le fecero salire a botte e spintoni nella loro auto e non aspettarono nemmeno che si sedessero per bene, tanto che, nel chiudere la portiera, fratturarono un piede di suor Magdalena, che era rimasto fuori. Suor Rosa strappò un brandello del proprio vestito e bendò il piede della sorella.
L’automobile percorse la strada di Vidreras fino a Lloret de Mar, in un bosco a circa venti chilometri dalla cittadina. Quando giunsero ai piedi di un leccio vicino alla strada, i miliziani cercarono di violentarle: le sorelle lottarono con le unghie e con i denti nel vero senso della parola, dato che l’autopsia in seguito dimostrò che Carmen aveva effettivamente vari denti rotti.
Dato che non erano riusciti a privarle della verginità direttamente, usarono tronchi d’albero: si accanirono specialmente con Maddalena, alla quale furono riscontrati pezzetti di legno nei genitali. Fecero uso anche delle canne delle loro armi da fuoco per quello scopo: in più, spararono intenzionalmente verso le parti intime delle tre suore.
Infine, diedero loro fuoco e le terminarono con colpi d’arma da fuoco. Senza curarsi se fossero vive o meno, le trascinarono verso un fosso e le lasciarono sedute lì, con la testa sul ciglio e i piedi sulla strada. I dettagli del martirio furono diffusi dagli stessi esecutori, ma sono stati comprovati dagli esami sui cadaveri.
La sepoltura
I familiari delle tre sorelle iniziarono la loro ricerca e si presentarono al presidente del comitato rivoluzionario per sapere dove fossero finite, ma ricevettero risposte negative. Intanto, i cadaveri erano stati seppelliti in una fossa comune, l’uno sull’altro, nel luogo dell’assassinio.
Il 28 agosto 1937, dietro richiesta dei familiari, vennero riesumati e traslati nel cimitero di Riudarenes, dopo l’identificazione di ciascun corpo e l’intervento di giudici e medici. Il 28 aprile 1939 ebbero un’ulteriore traslazione nella tomba delle Figlie del Santissimo e Immacolato Cuore di Maria presso il cimitero di Gerona: «Passano le sante», fu il commento unanime di chi osservò la processione con i tre feretri per le strade della città.
Dal 1° luglio 1974 hanno trovato sistemazione definitiva in una cappella della chiesa situata nella casa madre delle Figlie del Santissimo e Immacolato Cuore di Maria a Olot, vicino al luogo dov’erano stati deposti i resti mortali del fondatore, Joaquin Masmitjà Puig.
Sul luogo del martirio, invece, venne eretto un monolite con i nomi di ciascuna suora e la data del martirio; fu benedetto il 12 ottobre 1946.
La causa di beatificazione
Il processo informativo per l’accertamento del martirio in odio alla fede cattolica delle tre sorelle Fradera Ferragutcasas si è svolto nella diocesi di Gerona negli anni 1952-1953 ed è stato introdotto
nella fase romana il 18 gennaio 1954.
In seguito alla pausa prudenziale di tutte le cause di presunti martiri uccisi durante la guerra civile spagnola, il decreto di convalida del processo informativo è stato promulgato solo il 6 dicembre 1991.
La “Positio super martyrio”, consegnata nel 1996, venne esaminata positivamente dai consultori teologi il 28 gennaio 2005 e, il 17 ottobre 2006, dai cardinali e vescovi membri della Congregazione delle Cause dei Santi. Infine, il 16 dicembre 2006, Papa Benedetto XVI ha autorizzato la promulgazione del decreto con cui suor Maria Carmen, suor Rosa e suor Magdalena sono state dichiarate ufficialmente martiri.
La loro beatificazione si è svolta a Roma il 28 ottobre 2007: in tutto, in quella data, sono stati elevati agli altari 498 martiri caduti nel periodo della guerra civile.

(Autore: Emilia Flocchini - Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - Beate Maria del Carmine, Rosa e Maddalena Fradera Ferragutcasas, pregate per noi.


*Beata Maria della Purificazione - Vergine Mercedaria (27 settembre)
Religiosa del monastero mercedario dell'Assunzione in Siviglia (Spagna), la Beata Maria della Purificazione, si distinse per la sua santità.
Con una vita colma di virtù in quello stesso monastero raggiunse la gloria eterna del Signore e dopo la morte risplendette per insigni miracoli.
L'Ordine la festeggia il 27 settembre.

(Fonte:
Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - Beata Maria della Purificazione, pregate per noi.


*Beato Paolo Sanson - Martire Mercedario (27 sttembre)

Missionario in terra Capayana, il Beato Paolo Sanson, mercedario zelante per il bene delle anime si prodigò tanto per portare la parola di Cristo Convertì molti indios capayani alla religione cattolica ma infine da un gruppo di questi che esortava alla conversione, fu preso e trafitto dalle frecce raggiungendo così vittorioso la corona dei martiri.
L'Ordine lo festeggia il 27 settembre.

(Fonte:
Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - San, pregate per noi.


*San Sigeberto II - Re dell'Est Anglia (27 settembre)

m. 27 settembre 637
Poche e scarne notizie ci sono pervenute circa l’esistenza terrena del re martire Sigeberto II dell’Est Anglia, come anche per gli altri sovrani inglesi venerati come santi risalenti all’incirca a quel periodo.
Il nome “Sigeberto” fu portato da diversi sovrani dell’Est Anglia, dell’Essex e d’Austrasia. Alcuni di essi furono venerati come santi, come per esempio San Sigeberto il Buono, re dell’Essex, e San Sigeberto III il Giovane, re d’Austrasia. Il santo invece oggi in questione sarebbe stato un figliastro del re Redwald dell’Est Anglia.
Tra i due vi era però un irrefrenabile e costante attrito, che portò il giovane Sigeberto ad essere esiliato in Gallia per tutta la durata dei regni del patrigno e del fratello Earpwald. Nel frattempo Sigeberto ebbe occasione di ricevere il battesimo ed in seguito si cimentò in una vita cristiana
sempre più attiva ed impegnata. Nel 629 fu assassinato Earpwald e, dopo ben tre anni d’interregno, poté finalmente essere incoronato Sigeberto II.
Il suo principale progetto fu la conversione al cristianesimo del suo popolo e in ciò fu coadiuvato dal prezioso ausilio di San Felice di Dunwich e di San Fursa, missionario irlandese. Quest’ultimo, grazie all’aiuto del re Sigeberto, fondò un nuovo monastero a Cnobheresburg.
Dopo alcuni anni di regno Sigeberto II decise di abdicare in favore di suo cognato Ecgric e di entrare nel monastero di Betrichsworth, oggi conoscito come Bury St. Edmunds.
Nel 636 l’Est Anglia fu attaccata da un re pagano, Penda di Mercia, e Sigeberto si vide dunque costretto a lasciare l’abito monastico per guidare l’esercito. Accettò però con riluttanza e, secondo la tradizione, pose la condizione di partecipare alla battaglia disarmato. San Beda il Venerabile scrisse di lui che “non voleva portare con sé neanche un bastone”.
Inevitabilmente il 27 settembre 637 Sigeberto cadde in battaglia con il re Ecgric. I suoi ex sudditi acclamarono subito Sigeberto quale “martire” e fu da allora commemorato nell’anniversario della morte e talvolta in alcuni calendari inglesi il 25 gennaio.
In seguito gli fu erroneamente attribuito l’epistolario con San Desiderio di Cahors, redatto in realtà da San Sigeberto III d’Austrasia.
La vicenda San Sigeberto II è paragonabile a quella di altri santi re anglosassoni, come San Chenelmo e Sant’Edoardo II, e scandinavi, come Erik IX di Svezia e Olav II di Norvegia. Come avvenuto anche per molti martiri del XX secolo, il concetto di martirio è stato dunque esteso a casi di morte violenta a causa della giustizia, “per testimonium caritatis heroicis”.

(Autore: Fabio Arduino - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Sigeberto II, pregate per noi.


*San Vincenzo de'Paoli - Sacerdote e Fondatore (27 settembre)

Pouy, Guascogna, Francia, 1581 - Parigi, Francia, 27 settembre 1660
Nato a Pouy in Guascogna il 24 aprile 1581 e fu ordinato sacerdote a 19 anni. Nel 1605 mentre viaggiava da Marsiglia a Narbona fu fatto prigioniero dai pirati turchi e venduto come schiavo a Tunisi. Venne liberato dal suo stesso «padrone», che convertì. Da questa esperienza nacque in lui il
desiderio di recare sollievo materiale e spirituale ai galeotti.
Nel 1612 diventò parroco nei pressi di Parigi. Alla sua scuola si formarono sacerdoti, religiosi e laici che furono gli animatori della Chiesa di Francia, e la sua voce si rese interprete dei diritti degli umili presso i potenti. Promosse una forma semplice e popolare di evangelizzazione. Fondò i Preti della Missione (Lazzaristi) e insieme a santa Luisa de Marillac, le Figlie della Carità (1633).
Diceva ai sacerdoti di San Lazzaro: «Amiamo Dio, fratelli miei, ma amiamolo a nostre spese, con la fatica delle nostre braccia, col sudore del nostro volto».
Per lui la regina di Francia inventò il Ministero della Carità. E da insolito «ministro» organizzò gli aiuti ai poveri su scala nazionale. Morì a Parigi il 27 settembre 1660 e fu canonizzato nel 1737. (Avvenire)
Patronato: Società caritatevoli
Etimologia: Vincenzo = vittorioso, dal latino
Martirologio Romano: Memoria di san Vincenzo de’ Paoli, sacerdote, che, pieno di spirito sacerdotale, a Parigi si dedicò alla cura dei poveri, riconoscendo nel volto di ogni sofferente quello del suo Signore e fondò la Congregazione della Missione, nonché, con la collaborazione di santa Luisa de Marillac, la Congregazione delle Figlie della Carità, per provvedere al ripristino dello stile di vita proprio della Chiesa delle origini, per formare santamente il clero e per assistere i poveri.
«Il cristianesimo dipende dai preti», questa l’idea-forza di san Vincenzo de’ Paoli, idea condivisa dai riformatori cattolici della prima metà del XVII secolo, quando la Controriforma rispose efficacemente al Protestantesimo. San Vincenzo de’ Paoli è l’autentico ritratto di che cosa sia vivere la terza virtù teologale.
Il come vivere la carità dipende dai preti e San Vincenzo de’ Paoli è stato un sacerdote di piena carità perché pienamente santo. Lo storico e critico letterario francese Henri Brémond scrisse di lui: «Non è la sua carità che ha fatto di lui un santo, ma la sua santità che l’ha reso veramente caritatevole».
Vincent de Paul nacque il 24 aprile del 1581 a Pouy in Guascogna (oggi Saint-Vincent-de-Paul) e morì a Parigi il 27 settembre 1660. Benché dotato di acuto intelletto, fino a 15 anni lavorò nei campi per la sua povera famiglia. Nel 1595 venne iscritto al collegio francescano di Dax, sostenuto finanziariamente da un avvocato e giudice che venne colpito dalla sua intelligenza. Vincenzo ricevette la tonsura e gli Ordini minori il 20 dicembre 1596, poi si iscrisse all’Università di Tolosa per gli studi di teologia.
Fu ordinato sacerdote a 19 anni, il 23 settembre 1600, e si laureò nell’ottobre 1604. Venduto come schiavo, dopo un rapimento, avvenuto alla fine di luglio del 1605, per mano di pirati turchi su una nave (tratta Marsiglia-Narbona), riacquistò la libertà fuggendo due anni dopo con il suo terzo padrone, un frate rinnegato che si fece musulmano per denaro e che lui convertì.
Nel 1612 fu nominato parroco di Clichy, alla periferia di Parigi. È di questo periodo l’incontro con il teologo e Cardinale Pierre de Bérulle, uno dei protagonisti della Contro-Riforma francese che, ispirandosi a san Filippo Neri, fondò a Parigi l’Oratorio di Gesù e di Maria Immacolata. Grazie a questa eccezionale guida spirituale, Padre Vincenzo iniziò a non badare più ai suoi problemi economici, dedicandosi alla vita apostolica fatta prevalentemente di catechismo e di carità.
Tuttavia accettò l’incarico di precettore del primogenito di Filippo, Emanuele Gondi, governatore generale delle galere, un incontro che si rivelerà provvidenziale per l’innesto delle sue molteplici attività. Lasciato momentaneamente il castello della famiglia Gondi, Vincenzo fu invitato dagli oratoriani di de Bérulle, ad esercitare il suo ministero nella parrocchia di campagna di Chatillon-le-Dombez.
Il contatto con la povertà rurale e gli ammalati mossero il santo alla costituzione di una confraternita di pie persone, impegnate a turno ad assistere gli ammalati della parrocchia. Il 20 agosto 1617 nasceva così la prima Carità, le cui associate presero il nome di Serve dei poveri e in tre mesi l’Istituzione ebbe un suo regolamento, approvato dal Vescovo di Lione. La signora Gondi riuscì a convincerlo a tornare nelle sue terre, in tal modo, dopo la parentesi di sei mesi come parroco, Padre Vincenzo divenne cappellano di ottomila contadini.
Prese così a predicare le Missioni nelle zone rurali, fondando le Carità in numerosi villaggi, intanto, nel 1623, si laureò in diritto canonico a Parigi e anche qui fondò le Carità; sei anni dopo le Suore dei poveri presero il nome di Dame della Carità.
L’istituzione cittadina più importante fu quella detta dell’Hotel Dieu (Ospedale), che san Vincenzo organizzò nel 1634. Fra le centinaia di associate a questa Carità, vi furono la futura regina di Polonia Luisa Maria Gonzaga e la duchessa d’Auguillon, nipote del Primo Ministro, il Cardinale Richelieu. Le Carità vincenziane comparvero anche a Roma (1652), Genova (1654), Torino (1656).
Nel 1618 prese consistenza la predicazione rurale, tanto che altri sacerdoti si unirono a lui, i signori Gondi incrementarono il finanziamento a Padre Vincenzo e l’Arcivescovo di Parigi diede il suo appoggio, approvando la Congregazione della Missione il 24 aprile 1626, mentre il beneplacito del Re di Francia giunse nel maggio 1627 e quello di papa Urbano VIII il 12 gennaio 1632.
Nel frattempo sacerdoti missionari si raccolsero nel priorato di San Lazzaro, da cui prenderanno il nome di Lazzaristi. Per la formazione delle suore, affidò le giovani (1633) a santa Luisa de Marillac, vedova Le Gras. La nuova Congregazione prese il nome di Figlie della Carità, approvate nel 1646 dall’Arcivescovo di Parigi e nel 1668 dalla Santa Sede. Con il loro alare bianco copricapo, mantenuto fino alle nuove disposizioni del 1964, hanno sparso in ogni dove caritatevole assistenza ai malati negli ospedali, agli orfani, ai carcerati, ai feriti di guerra, agli invalidi e ad ogni sorta di miseria umana. Ancora oggi le Figlie della Carità costituiscono la Famiglia religiosa femminile più numerosa della Chiesa.
Attraverso l’Opera degli Esercizi Spirituali, i Lazzaristi divennero prestigiosi e qualificati formatori dei futuri sacerdoti, al punto che l’Arcivescovo di Parigi dispose che i nuovi ordinandi trascorressero quindici giorni di preparazione nelle loro case, in particolare nel parigino Collegio dei Bons-Enfants, di cui de’ Paoli era superiore. Più tardi, nel priorato di San Lazzaro, l’Opera degli Esercizi Spirituali si estese a tutti gli ecclesiastici che avessero voluto fare un ritiro annuale e anche a folti gruppi laici. A partire dal 1633, un ampio gruppo di ecclesiastici, con la guida di Vincenzo de’ Paoli, prese a riunirsi il martedì, dando vita alle celebri Conferenze del martedì.
Il Cardinale Richelieu volle essere informato sulla loro attività e chiese al fondatore una lista di nomi degni di essere elevati all’episcopato. Lo stesso re Luigi XIII chiese a monsieur Vincent una lista di degni ecclesiastici idonei a reggere diocesi francesi e quando fu sul punto di morte lo volle accanto al suo letto per ricevere gli ultimi conforti spirituali. Significativo poi che la direzione dei costituendi Seminari delle diocesi, disposti dal Concilio di Trento, venne assegnata nel 1660 a ben dodici rettori appartenenti ai Lazzaristi.
Nel 1643 de’ Paoli fu chiamato a far parte del Consiglio della Coscienza o Congregazione degli Affari Ecclesiastici, dalla reggente Anna d’Austria; ma l’opportunistica presenza del Cardinale Giulio Mazzarino impedì di fatto l’azione benefica di Padre Vincenzo, il quale giunse a chiedere alla regina (1649), invano, l’allontanamento di Mazzarino stesso. Fu lui ad essere rimosso, ma in compenso divenne Ministro della Carità, ministero mai esistito prima e preposto all’organizzazione, su scala nazionale,degli aiuti ai poveri.
Nei dodici capitoli delle Regulae, san Vincenzo ha riunito lo spirito che deve distinguere i suoi figli: la spiritualità contemplativa secondo il pensiero del Cardinale de Bérulle, sotto la cui direzione egli rimase per oltre un decennio; l’umanesimo devoto di san Francesco di Sales, suo grande amico, del quale lesse più e più volte le opere spirituali; l’ascetismo di sant’Ignazio di Loyola, del quale assimilò il temperamento pratico. Da queste tre fonti elaborò quella carità che vede nel povero e nel malato le sembianze di Cristo, e a quel povero e a quel malato viene portato Cristo, attraverso la carità.
Le virtù caratteristiche dello spirito vincenziano, secondo la Regola dei Missionari, sono le cosiddette cinque pietre di Davide: la semplicità, l’umiltà, la mansuetudine, la mortificazione, lo zelo per la salvezza delle anime. Suoi libri prediletti: L’imitazione di Cristo; Filotea. Introduzione della vita devota; il Trattato dell’Amor di Dio (gli ultimi due di san Francesco di Sales). Che cosa è, allora, per san Vincenzo de’ Paoli la carità? È ciò che la Tradizione insegna in merito.
Il termine carità deriva dal latino chiarita (benevolenza, affetto, sostantivo di carus, cioè caro, amato). Fra le migliori definizioni sicuramente è da annoverare quella del Dizionario Treccani: «L’amore che, secondo il concetto cristiano, unisce gli uomini con Dio e tra loro, attraverso Dio. Il termine latino caritas, che implica insieme l’idea di stima e di benevolenza, è stato preferito dagli scrittori cristiani ad amor, e quasi contrapposto a questo, come più preciso equivalente del grecoἀγάπη (contrapposto all’ἔρως)».
La carità è la terza delle tre virtù teologali, anzi, la maggiore di tutte (Mc 12, 28-31 – Cor 13, 1-13), quella per cui gli uomini possono attuare il fondamentale precetto di amare Dio sopra ogni cosa e il prossimo come se stessi per amore di Dio. «La caritade» secondo sant’Agostino, censisce il Vocabolario degli Accademici della Crusca del 1612, il secolo di san Vincenzo, «è un movimento d’animo a servíre a Dio, per se, e a se, e al prossimo, per Domeneddio».
Ed ecco cosa diceva a proposito della carità il santo guascone: «La carità quando dimora in un’anima occupa interamente tutte le sue potenze; nessun riposo; è un fuoco che agita continuamente: tiene sempre in esercizio, sempre in moto la persona una volta che ne è infiammata». Nella carità Dio è al primo posto e in quest’ordine l’Onnipotente agisce con un dispiegamento soprannaturale di forze elargite a chi Lo amasinceramente, a chi si impegna, per puro amore di Gesù, con vera carità.
I giorni e le notti di san Vincenzo de’ Paoli, che visse come consigliava ai suoi, «nel riposo e nella fiducia in Dio, addirittura nell’allegria di Dio», erano inanellati di Santa Messa, lodi, adorazione al Santissimo, meditazioni, Angelus, vespri, compieta, come lui stesso rivela in una lettera del 1640 a santa Giovanna di Chantal. E proprio quella quotidianità, che iniziava alle 4:00 e terminava alle 21:00, edificata al cospetto di Dio, era in grado di concretizzare divinamente ciò che la solidarietà non potrà mai realizzare, perché dominata dai limiti umani. «Quando lascerete la preghiera per curare un malato», diceva alle sue Figlie della Carità, «lascerete Dio per Dio: curare un malato è come recitare la preghiera» e la preghiera compie miracoli, per sé e per gli altri.
(Autore: Cristina Siccardi - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Nella storia della cristianità, fra le innumerevoli schiere di martiri e santi, spiccano in ogni periodo storico delle figure particolari, che nel proprio campo di apostolato, sono diventate dei colossi, su cui si fonda e si perpetua la struttura evangelica, caritatevole, sociale, mistica, educativa, missionaria, della Chiesa.
E fra questi suscitatori di Opere, fondatori e fondatrici di Congregazioni religiose, pastori zelanti di ogni grado, ecc., si annovera la luminosa figura di san Vincenzo de’ Paoli, che fra i suoi connazionali francesi era chiamato “Monsieur Vincent”.
Gli anni giovanili
Vincenzo Depaul, in italiano De’ Paoli, nacque il 24 aprile del 1581 a Pouy in Guascogna (oggi Saint-Vincent-de-Paul); benché dotato di acuta intelligenza, fino ai 15 anni non fece altro che lavorare nei campi e badare ai porci, per aiutare la modestissima famiglia contadina.
Nel 1595 lasciò Pouy per andare a studiare nel collegio francescano di Dax, sostenuto finanziariamente da un avvocato della regione, che colpito dal suo acume, convinse i genitori a lasciarlo studiare; che allora equivaleva avviarsi alla carriera ecclesiastica.
Dopo un breve tempo in collegio, visto l’ottimo risultato negli studi, il suo mecenate, giudice e avvocato de Comet senior, lo accolse in casa sua affidandogli l’educazione dei figli.
Vincenzo ricevette la tonsura e gli Ordini minori il 20 dicembre 1596, poi con l’aiuto del suo patrono, poté iscriversi all’Università di Tolosa per i corsi di teologia; il 23 settembre 1600 a soli 19 anni,
riuscì a farsi ordinare sacerdote dall’anziano vescovo di Périgueux (in Francia non erano ancora attive le disposizioni in materia del Concilio di Trento), poi continuò gli studi di teologia a Tolosa, laureandosi nell’ottobre 1604.
Sperò inutilmente di ottenere una rendita come parroco, nel frattempo perse il padre e la famiglia finì ancora di più in ristrettezze economiche; per aiutarla Vincent aprì una scuola privata senza grande successo, anzi si ritrovò carico di debiti.
Fu di questo periodo la strabiliante e controversa avventura che gli capitò; verso la fine di luglio 1605, mentre viaggiava per mare da Marsiglia a Narbona, la nave fu attaccata da pirati turchi ed i passeggeri, compreso Vincenzo de’ Paoli, furono fatti prigionieri e venduti a Tunisi come schiavi.
Vincenzo fu venduto successivamente a tre diversi padroni, dei quali l’ultimo, era un frate rinnegato che per amore del denaro si era fatto musulmano.
La schiavitù durò due anni, finché riacquistò la libertà fuggendo su una barca insieme al suo ultimo padrone da lui convertito; attraversando avventurosamente il Mediterraneo, giunsero il 28 giugno 1607 ad Aigues-Mortes in Provenza.
Ad Avignone il rinnegato si riconciliò con la Chiesa, nelle mani del vicedelegato pontificio Pietro Montorio, il quale ritornando a Roma, condusse con sé i due uomini.
Vincenzo rimase a Roma per un intero anno, poi ritornò a Parigi a cercare una sistemazione; certamente negli anni giovanili Vincenzo de’ Paoli non fu uno stinco di santo, tanto che alcuni studiosi affermano, che i due anni di schiavitù da lui narrati, in realtà servirono a nascondere una sua fuga dai debitori, per la sua fallimentare conduzione della scuola e pensionato privati.
Riuscì a farsi assumere tra i cappellani di corte, ma con uno stipendio di fame, che a stento gli permetteva di sopravvivere, senza poter aiutare la sua mamma rimasta vedova.
Parroco e precettore
Finalmente nel 1612 fu nominato parroco di Clichy, alla periferia di Parigi; in questo periodo della sua vita, avvenne l’incontro decisivo con Pierre de Bérulle, che accogliendolo nel suo Oratorio, lo formò a una profonda spiritualità; nel contempo, colpito dalla vita di preghiera di alcuni parrocchiani, padre Vincenzo ormai di 31 anni, lasciò da parte le preoccupazioni materiali e di carriera e prese ad insegnare il catechismo, visitare gli infermi ed aiutare i poveri.
Lo stesso de Brulle, gli consigliò di accettare l’incarico di precettore del primogenito di Filippo Emanuele Gondi, governatore generale delle galere.
Nei quattro anni di permanenza nel castello dei signori Gondi, Vincenzo poté constatare le condizioni di vita che caratterizzavano le due componenti della società francese dell’epoca, i ricchi ed i poveri.
I ricchi a cui non mancava niente, erano altresì speranzosi di godere nell’altra vita dei beni celesti, ed i poveri che dopo una vita stentata e disgraziata, credevano di trovare la porta del cielo chiusa, a causa della loro ignoranza e dei vizi in cui la miseria li condannava.
Anche la signora Gondi condivideva le preoccupazioni del suo cappellano, pertanto mise a disposizione una somma di denaro, per quei religiosi che avessero voluto predicare una missione ogni cinque anni, alla massa di contadini delle sue terre; ma nessuna Congregazione si presentò e il cappellano de’ Paoli, intimorito da un compito così grande per un solo prete, abbandonò il castello senza avvisare nessuno.
Gli inizi delle sue fondazioni – Le “Serve dei poveri”
Le fondazioni di Vincenzo de’ Paoli, non scaturirono mai da piani prestabiliti o da considerazioni, ma bensì da necessità contingenti, in un clima di perfetta aderenza alla realtà.
Lasciato momentaneamente il castello della famiglia Gondi, Vincenzo fu invitato dagli oratoriani di de Bérulle, ad esercitare il suo ministero in una parrocchia di campagna a Chatillon-le-Dombez; il contatto con la realtà povera dei contadini, che specie se ammalati erano lasciati nell’abbandono e nella miseria, scosse il nuovo parroco.
Dopo appena un mese dal suo arrivo, fu informato che un’intera famiglia del vicinato, era ammalata e senza un minimo di assistenza, allora lui fece un appello ai parrocchiani che si attivassero per aiutarli, appello che fu accolto subito e ampiamente.
Allora don Vincenzo fece questa considerazione: “Oggi questi poveretti avranno più del necessario, tra qualche giorno essi saranno di nuovo nel bisogno!”. Da ciò scaturì l’idea di una confraternita di pie persone, impegnate a turno ad assistere tutti gli ammalati bisognosi della parrocchia; così il 20 agosto 1617 nasceva la prima ‘Carità’, le cui associate presero il nome di “Serve dei poveri”; in tre mesi l’Istituzione ebbe un suo regolamento approvato dal vescovo di Lione.
La Carità organizzata, si basava sul concetto che tutto deve partire da quell’amore, che in ogni povero fa vedere la viva presenza di Gesù e dall’organizzazione, perché i cristiani sono tali solo se si muovono coscienti di essere un sol corpo, come già avvenne nella prima comunità di Gerusalemme.
La signora Gondi riuscì a convincerlo a tornare nelle sue terre e così dopo la parentesi di sei mesi come parroco a Chatillon-les-Dombes, Vincenzo tornò, non più come precettore, ma come cappellano della massa di contadini, circa 8.000, delle numerose terre dei Gondi.
Prese così a predicare le Missioni nelle zone rurali, fondando le ‘Carità’ nei numerosi villaggi; s. Vincenzo avrebbe voluto che anche gli uomini, collaborassero insieme alle donne nelle ‘Carità’, ma la cosa non funzionò per la mentalità dell’epoca, quindi in seguito si occupò solo di ‘Carità’ femminili.
Quelle maschili verranno riprese un paio di secoli dopo, nel 1833, da Emanuele Bailly a Parigi, con un gruppo di sette giovani universitari, tra cui la vera anima fu il beato Federico Ozanam (1813-1853); esse presero il nome di “Conferenze di S. Vincenzo de’ Paoli”.
Intanto nel 1623 Vincenzo de’ Paoli, si laureò in diritto canonico a Parigi e restò con i Gondi fino al 1625.
Le “Dame della Carità”
Vincenzo de’ Paoli, vivendo a Parigi si rese conto che la povertà era presente, in forma ancora più dolorosa, anche nelle città e quindi fondò anche a Parigi le ‘Carità’; qui nel 1629 le “Suore dei poveri” presero il nome di “Dame della Carità”.
Nell’associazione confluirono anche le nobildonne, che poterono dare un valore aggiunto alla loro vita spesso piena di vanità; ciò permise alla nobiltà parigina di contribuire economicamente alle iniziative fondate da “monsieur Vincent”.
L’istituzione cittadina più importante fu quella detta dell’”Hotel Dieu” (Ospedale), che s. Vincenzo organizzò nel 1634, essa fu il più concreto aiuto al santo nelle molteplici attività caritative, che man mano lo vedevano impegnato; trovatelli, galeotti, schiavi, popolazioni affamate per la guerra e nelle Missioni rurali.
Fra le centinaia di associate a questa meravigliosa ‘Carità’, vi furono la futura regina di Polonia Luisa Maria Gonzaga e la duchessa d’Auguillon, nipote del Primo Ministro, cardinale Richelieu.
Le prime ‘Carità’ vincenziane sorsero in Italia a Roma (1652), Genova (1654), Torino (1656).
I “Preti della Missione” o “Lazzaristi”
Anche in questa fondazione ci fu l’intervento munifico dei signori Gondi; la sua origine si fa risalire alla fortunata predicazione che il fondatore tenne a Folleville il 25 gennaio 1617; le sue parole furono tanto efficaci che non bastarono i confessori.
Il bene ottenuto in quel villaggio, indusse la signora Gondi ad offrire una somma di denaro a quella comunità che si fosse impegnata a predicare periodicamente ai contadini; come già detto non si presentò nessuno, per cui dopo il suo ritorno a Parigi, Vincenzo de’ Paoli prese su di sé l’impegno, aggregandosi con alcuni zelanti sacerdoti e cominciò dal 1618 a predicare nei villaggi.
Il risultato fu ottimo, ed altri sacerdoti si unirono a lui, i signori Gondi aumentarono il finanziamento e anche l’arcivescovo di Parigi diede il suo appoggio, assegnando a Vincenzo ed ai suoi missionari rurali, una casa nell’antico Collegio dei Bons-Enfants in via S. Vittore; il contratto fra Vincenzo de’ Paoli ed i signori Gondi porta la data del 17 aprile 1625.
La nuova comunità, si legge nel contratto, doveva fare vita comune, rinunziare alle cariche ecclesiastiche, e predicare nei villaggi di campagna; inoltre occuparsi dell’assistenza spirituale dei forzati e insegnare il catechismo nelle parrocchie nei mesi estivi.
La “Congregazione della Missione” come si chiamò, fu approvata il 24 aprile 1626 dall’arcivescovo di Parigi, dal re di Francia nel maggio 1627 e da papa Urbano VIII il 12 gennaio 1632.
Intanto i missionari si erano spostati nel priorato di San Lazzaro, da cui prenderanno anche il nome di “Lazzaristi”.
In seguito Vincenzo accettò che i suoi Preti della Missione o Lazzaristi, riuniti in una Congregazione senza voti, si dedicassero alla formazione dei sacerdoti, con Esercizi Spirituali, dirigendo Seminari e impegnandosi nelle Missioni all’estero come in Madagascar, nell’assistenza agli schiavi d’Africa.
Quando morì nel 1660, la sola Casa di San Lazzaro, aveva già dato 840 missioni e un migliaio di persone si erano avvicendate in essa, per turni di Esercizi Spirituali.
Le “Figlie della Carità”
La feconda predicazione nei villaggi, suscitò la vocazione all’apostolato attivo, prima nelle numerose ragazze delle campagne poi in quelle della città; desiderose di lavorare nelle ‘Carità’ a servizio dei bisognosi, ma anche consacrandosi totalmente.
Vincenzo de’ Paoli intuì la grande opportunità di estendere la sua opera assistenziale, lì dove le
“Dame della Carità” per la loro posizione sociale, non potevano arrivare personalmente.
Affidò il primo gruppo per la loro formazione, ad una donna eccezionale Santa Luisa de Marillac (1591-1660) vedova Le Gras, era il 29 novembre 1633; Luisa de Marillac le accolse in casa sua e nel luglio dell’anno successivo le postulanti erano già dodici.
La nuova Congregazione prese il nome di “Figlie della Carità”; i voti erano permessi ma solo privati ed annuali, perché tutte svolgessero la loro missione nella più piena libertà e per puro amore; l’approvazione fu data nel 1646 dall’arcivescovo di Parigi e nel 1668 dalla Santa Sede.
Nel 1660, anno della morte del fondatore e della stessa cofondatrice, le “Figlie della Carità” avevano già una cinquantina di Case.
Con il loro caratteristico copricapo, che le faceva assomigliare a degli angeli, e a cui le suore hanno dovuto rinunciare nel 1964 per un velo più pratico, esse allargarono la loro benefica attività d’assistenza ai malati negli ospedali, ai trovatelli, agli orfani, ai forzati, ai vecchi, ai feriti di guerra, agli invalidi e ad ogni sorta di miseria umana.
Ancora oggi le Figlie della Carità, costituiscono la Famiglia religiosa femminile più numerosa della Chiesa.
La formazione del clero
Attraverso l’Opera degli Esercizi Spirituali, i Preti della Missione divennero di fatto, i più prestigiosi e qualificati formatori dei futuri sacerdoti, al punto che l’arcivescovo di Parigi dispose che i nuovi ordinandi, trascorressero quindici giorni di preparazione nelle Case dei Lazzaristi, in particolare nel Collegio dei Bons-Enfants di cui Vincenzo de’ Paoli era superiore.
Più tardi, nel priorato di San Lazzaro, l’Opera degli Esercizi Spirituali si estese a tutti gli ecclesiastici che avessero voluto fare un ritiro annuale e anche a folti gruppi di laici.
Da ciò scaturì nei sacerdoti il desiderio di riunirsi settimanalmente, per esortarsi a vicenda nel cammino di una santa vita sacerdotale; così a partire dal 1633, un folto gruppo di ecclesiastici, con la guida di Vincenzo de’ Paoli, prese a riunirsi il martedì, dando vita appunto alle “Conferenze del martedì”.
Tale meritoria opera di formazione non sfuggì al potente cardinale Richelieu, il quale volle essere informato sulla loro attività e chiese pure al fondatore, una lista di nomi degni di essere elevati all’episcopato.
Lo stesso re Luigi XIII, chiese a ‘monsieur Vincent’, una seconda lista di degni ecclesiastici adatti a reggere diocesi francesi; il sovrano poi lo volle accanto al suo letto di morte, per ricevere gli ultimi conforti spirituali.
Anche la direzione dei costituendi Seminari delle diocesi francesi, voluti dal Concilio di Trento, vide sempre nel 1660, ben dodici rettori appartenenti ai Preti della Missione
Alla corte di Francia
Nel 1643, Vincenzo de’ Paoli fu chiamato a far parte del Consiglio della Coscienza o Congregazione degli Affari Ecclesiastici, dalla reggente Anna d’Austria; presieduto dal card. Giulio Mazzarino, il compito del Consiglio era la scelta dei vescovi ed il rilascio di benefici ecclesiastici.
Il potente Primo Ministro faceva scelte di opportunità politica, soprassedendo sulle qualità morali e religiose; era inevitabile lo scontro fra i due, Vincenzo gli si oppose apertamente, anche criticandolo nelle sue scelte di politica interna, specie nei giorni oscuri della Fronda, quando Mazzarino tentò di mettere alla fame Parigi in rivolta, Vincenzo allora organizzò una mensa popolare a San Lazzaro, dando da mangiare a 2000 affamati al giorno.
Nel 1649 giunse a chiedere alla regina, l’allontanamento del Mazzarino per il bene della Francia; la richiesta non poté aver seguito e quindi Vincenzo de’ Paoli cadde in disgrazia e fu definitivamente allontanato dal Consiglio di Coscienza nel 1652.
La reggente Anna d’Austria gli concesse l’incarico di Ministro della Carità, per organizzare su scala nazionale gli aiuti ai poveri; si disse che dalle sue mani passasse più denaro che in quelle del ministro delle Finanze.
Altri aspetti della sua opera
Vincenzo de’ Paoli divenne il maggiore oppositore alle idee gianseniste propugnate in Francia dal suo amico Giovanni du Vergier, detto San Cirano († 1642) e poi da Antonio Arnauld; dopo la condanna del
giansenismo da parte dei papi Innocenzo X nel 1653 e Alessandro VIII nel 1656, Vincenzo si adoperò, affinché la decisione pontificia fosse accettata con sottomissione da tutti gli aderenti alle idee del vescovo olandese Giansenio (1585-1638).
Il movimento eterodosso del giansenismo affermava, che per la salvezza dell’uomo, a causa della profonda corruzione scaturita dal peccato originale, occorreva l’assoluta necessità della Grazia, la quale sarebbe stata concessa solo ad alcuni, per imperscrutabile disegno di Dio.
Fu riformatore della predicazione, fino allora barocca, introducendo una semplice tecnica oratoria: della virtù scelta per argomento, ricercare la natura, i motivi di praticarla, ed i mezzi più opportuni
Per lui apostolo della carità fra i prigionieri ed i forzati, re Luigi XIII, su suggerimento di Filippo Emanuele Gondi, istituì la carica di Cappellano capo delle galere (8 febbraio 1619), questo gli facilitò il compito e l’accesso nei luoghi di pena e di partenza dei galeotti rematori; dal 1640 il compito passò anche ai suoi Missionari e alle Dame e Figlie della Carità.
Inoltre si calcola che tra il 1645 e il 1661, Vincenzo de’ Paoli e i suoi Missionari, liberarono non meno di 1200 schiavi cristiani in mano ai Turchi musulmani.
Monsieur Vincent fu fin dai primi anni, membro attivo della potente “Compagnia del SS. Sacramento”, sorta a Parigi nel 1630, composta da ecclesiastici e laici insigni e dedita ad “ogni forma di bene”.
Vincenzo de’ Paoli fu spesso ispiratore della benefica attività della Compagnia e da essa ricevé aiuto e collaborazione, per le sue tante opere assistenziali.
Il pensiero spirituale
Nei dodici capitoli delle “Regulae”, Vincenzo ha condensato lo spirito che deve distinguere i suoi figli come religiosi: la spiritualità contemplativa del pensiero del card. de Bérulle, sotto la cui direzione egli rimase per oltre un decennio; l’umanesimo devoto di s. Francesco di Sales, suo grande amico, del quale lesse più volte le opere spirituali e l’ascetismo di s. Ignazio di Loyola, del quale assimilò il temperamento pratico; elaborando da queste tre fonti una nuova dottrina spirituale.
Le virtù caratteristiche dello spirito vincenziano, secondo la Regola dei Missionari, sono le “cinque pietre di Davide”, cioè la semplicità, l’umiltà, la mansuetudine, la mortificazione e lo zelo per la salvezza delle anime.
La morte, patronati
Il grande apostolo della Carità, si spense a Parigi la mattina del 27 settembre 1660 a 79 anni; ai suoi funerali partecipò una folla immensa di tutti i ceti sociali; fu proclamato Beato da papa Benedetto XIII il 13 agosto 1729 e canonizzato da Clemente XII il 16 giugno 1737.
I suoi resti mortali, rivestiti dai paramenti sacerdotali, sono venerati nella Cappella della Casa Madre dei Vincenziani a Parigi.
È patrono del Madagascar, dei bambini abbandonati, degli orfani, degli infermieri, degli schiavi, dei forzati, dei prigionieri. Leone XIII il 12 maggio 1885 lo proclamò patrono delle Associazioni cattoliche di carità.
In San Pietro in Vaticano, una gigantesca statua, opera dello scultore Pietro Bracci, è collocata nella basilica dal 1754, rappresentante il “padre dei poveri”.
La sua celebrazione liturgica è il 27 settembre.
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Vincenzo de'Paoli, pregate per noi.


*Altri Santi del giorno (27 settembre)
*San

Giaculatoria - Santi tutti, pregate per noi.

 
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