Santi del 29 gennaio - Istituto Aveta

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Santi del 29 gennaio

Il mio Santo > Santi di Gennaio

*Sant'Afraate (29 gennaio)

Martirologio Romano: Vicino ad Antiochia di Siria, oggi in Turchia, Sant’Afraate, anacoreta, che, nato ed educato tra i Persiani, seguendo le orme dei magi, a Betlemme si convertì al Signore e, raggiunta Edessa, si ritirò in una piccola abitazione fuori le mura; ad Antiochia, infine, difese la fede cattolica dagli ariani con la predicazione e con gli scritti.  
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*Sant'Agnese da Bagno di Romagna Camaldolese - Vergine (29 gennaio)

Sarsina (Forlì) – Bagno di Romagna (Forlì), XII secolo
Agnese da Bagno di Romagna, Camaldolese.
Originaria di Sarsina, visse nel XII secolo.
Etimologia: Agnese = pura, casta, dal greco
Della Beata Agnese da Bagno di Romagna, detta anche Agnese da Sarsina, ci sono veramente poche notizie disponibili.
Agnese visse nel secolo XII e fu compagna della Beata Giovanna da Bagno († 1105), festa 16 gennaio, nel convento Camaldolese di Santa Lucia, presso Bagno  di Romagna (Forlì).
Evidentemente era originaria di Sarsina (Forlì) da qui la sua doppia denominazione.
Si sa che fu onorata dalle Comunità di Bagno di Romagna e di Pereto e il suo culto fu confermato il 15 aprile 1823, insieme a quello della Beata Giovanna da Bagno.
Le due Beate monache camaldolesi, sono raffigurate nella Chiesa di Camaldoli (Arezzo) in un affresco; la Beata Agnese è ricordata il 29 gennaio.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*Sant'Aquilino - Sacerdote e Martire (29 gennaio)

m. 1015 (?)
Nacque a Würzburg, in Germania, da una famiglia nobile.
Presto si avvicinò alla fede cattolica compiendo gli studi teologici a Colonia, dove diventò prete. Rifiutò, però, la carica di vescovo che gli fu proposta, perché desiderava dedicarsi interamente al ministero e alla preghiera.
Per questo fuggì a Parigi, dove curò gli ammalati di colera, guarendoli miracolosamente e, anche qui, gli fu offerto l'incarico di Vescovo, che rifiutò nuovamente scappando a Pavia.
La città, però, era in mano a seguaci dell'arianesimo e del catarismo, eresie contro cui Aquilino predicava e che gli  costarono la vita nel momento in cui si recò a Milano, dove, in una notte del 1015, venne accoltellato da un gruppo di eretici.
Il suo cadavere fu tratto da una fogna, nei pressi di Porta Ticinese da alcuni facchini, che lo portarono nell'oratorio della vicina basilica di San Lorenzo.
Il suo corpo fu poi sepolto nella Cappella della Regina, che fu subito intitolata al Santo. In questa cappella, a tutt'oggi, si può vedere l'urna che ne conserva le reliquie.  (Avvenire)
Patronato: Facchini
Emblema: Palma.
Nativo delle diocesi di Wurzburg, Germania, divenne prete a Colonia. Fuggiasco per varie città dell’Europa a causa del suo rifiuto dell’episcopato, giunge a Milano, e qui, estremo difensore della dottrina cattolica ostacolata dall’eresia manichea, trova il  martirio presso la Chiesa di San Lorenzo (1015 ?).
Il corpo del Santo Martire è custodito nella Cappella a lui dedicata nella Basilica di San Lorenzo Maggiore in Milano.
É invocato quale patrono dei facchini ed è festeggiato il 29 gennaio.
(Autore: Don Marco Grenci – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*Sant'Arnolfo (Arnulfo) - Martire a Cisoyng (29 gennaio)
sec. VIII

La vita Arnulfi scritta in versi, probabilmente da un canonico di Cysoing (Cisonium), nel sec. XII-XIII, ispirata unicamente alla leggenda popolare, non fornisce alcun dato cronologico o topografico sicuro.
Ecco tuttavia notizia: Arnulfo (Arnoul, in francese), scudiero di un signore potente, sarebbe vissuto nel sec. VIII. La sua carità lo avrebbe spinto a derubare continuamente il suo padrone per beneficare i poveri. Questa maniera di praticare la virtù gli attirò frequenti castighi, ma i miracoli che operava lo trassero fuori dalle peggiori situazioni.
Morì durante un viaggio in compagnia del suo padrone: dei briganti lo appesero ad un albero, ai piedi del quale fu poi seppellito. Sembra che il suo corpo fosse in seguito trasferito a dove stette gran tempo senza culto.
Era invocato, però, contro la febbre: i malati si recavano alla sua tomba e passavano il collo nella corda con cui Arnulfo era stato impiccato.
La sua festa è celebrata il 29 gennaio.
(Autore: Albert D'Haenens – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*Beata Boleslava Maria Lament - Fondatrice (29 gennaio)

Lowicz, Polonia, 3 luglio 1862 – Bialystok, Polonia, 29 gennaio 1946
La Beata polacca Boleslava Maria Lament, vergine, cogliendo i segni dei tempi, fondò la Congregazione delle Suore Missionarie della Sacra Famiglia, per favorire l’unità dei cristiani, per aiutare gli ultimi e per formare cristianamente la gioventù femminile. Giovanni Paolo II la beatificò.
Martirologio Romano: Nella città di Białystok in Polonia, Beata Boleslava Maria Lament, vergine, che in mezzo ai rivolgimenti politici fondò la Congregazione delle Suore Missionarie della Sacra Famiglia per promuovere l’unità dei cristiani, aiutare i derelitti e formare le ragazze alla vita cristiana.
Primogenita degli otto figli di Martino Lament e Lucia Cyganowska, Boleslava Lament, nacque il 3 luglio 1862 a Lowicz in Polonia.
Durante la sua fanciullezza, ebbe il dolore di assistere alla morte delle sorelline Elena e Leocadia e del fratellino Martino, si era in un tempo in cui la mortalità infantile decimava i bambini, riducendo i membri di molte famiglie numerose; la piccola Boleslava fu segnata irrimediabilmente da queste esperienze dolorose.
Dopo le scuole elementari e il ginnasio, Boleslava andò a Varsavia in una scuola d’arti e mestieri, dove conseguì il diploma di sarta; ritornata a Lowicz aprì una sartoria insieme alla sorella Stanislava, intanto viveva una vita interiore, profondamente legata alla spiritualità.
E a 22 anni, nel 1884, decise di entrare nella “Congregazione della Famiglia di Maria”, che si andava organizzando a Varsavia in clandestinità, a causa delle persecuzioni zariste.
Era una suora zelante, che si distingueva per il dono della preghiera, del raccoglimento, della serietà e della fedeltà con cui compiva i suoi doveri.
Dopo il noviziato e la professione dei voti semplici, lavorò come maestra di sartoria, insegnante ed educatrice in diverse Case della Congregazione, sparse nel territorio dell’Impero Russo.
Ma dopo nove anni, prima di pronunciare i voti solenni, ebbe una profonda crisi che non la faceva sentire più sicura della propria vocazione in quella congregazione, pertanto la lasciò, ritornando nella sua casa di Lowicz con l’intento, appena possibile, di entrare in una clausura; con il consiglio del suo confessore, optò poi per le opere di assistenza per i senza tetto, attività che continuò anche a Varsavia, quando la famiglia vi si trasferì; qui per sostenersi aprì un laboratorio di sartoria con la sorella minore Maria.
Ben presto le fu affidata la direzione di un dormitorio per i senza tetto, che la vide impegnata a mettere ordine nella vita etica e religiosa dei suoi assistiti.
Li preparava a ricevere i Sacramenti, visitava quelli ammalati nelle loro povere case o rifugi, si occupava dei bambini; nel 1894 l’ennesima epidemia di colera le portò via il padre, caricandola di altre responsabilità familiari; prese con sé la madre e il fratello Stefano tredicenne, che a Varsavia frequentava il ginnasio e che intendeva farsi prete.
Entrò nel Terz’Ordine Francescano e poi si mise in contatto col frate cappuccino Beato Onorato Kozminski (1829-1916), fondatore di diverse congregazioni religiose, che lavoravano nella clandestinità, a causa degli eventi politici che interessavano la Polonia in quel tempo.
Ancora una volta la morte colpì nella sua famiglia nel 1900, prendendosi il giovane fratello Stefano; davanti alla sua bara, Boleslava Lament promise di ritornare alla vita della religiosa; e due anni dopo padre Onorato le fece conoscere una signora giunta dalla Bielorussia, alla ricerca di suore per dirigere il Terz’Ordine e una Casa educativa a Mogilev sul Dniepr.
Boleslava avvertiva l’urgenza di stabilire rapporti e contatti, per indurre gli ortodossi a riunirsi con la Chiesa Cattolica e nel contempo aiutare la popolazione cattolica affinché si conservasse fedele, senza cedere alle difficoltà sorte sotto il regime zarista, pertanto accettò e nel 1903 partì per Mogilev in Bielorussia, una città di circa 40.000 abitanti.
All’inizio abitò presso Leocadia Gorczynska, che dirigeva un laboratorio di tessitura, per far apprendere un mestiere alle ragazze di famiglie povere; poi Boleslava Lament prese in affitto una casa in legno e prese ad adattarla a sartoria.
Ammirata per l’operosità di Boleslava, Leocadia Gorczynska decise di andare ad abitare con lei; alle due donne si aggiunse poi Lucia Czechowska; a questo punto Boleslava cominciò a pensare di fondare una Congregazione, rigorosamente religiosa, dedita all’apostolato fra gli ortodossi.
Poté attuarla con l’aiuto del gesuita padre Felice Wiercinski, che contribuì direttamente alla fondazione; nell’ottobre 1905 le tre donne diedero inizio alla nuova congregazione, detta “Società della S. Famiglia”, che in seguito cambiò denominazione in “Suore Missionarie della Sacra Famiglia”, la cui prima superiora fu Boleslava.
Nell’autunno del 1907, Boleslava con le sei suore della comunità di allora, si trasferì a Pietroburgo, dove sviluppò una vasta attività istruttiva ed educativa, dedicata soprattutto ai giovani, e già nel 1913 poteva estendere la sua attività in Finlandia, aprendo un collegio per ragazze a Wyborg.
A Pietroburgo svolse un’intensa attività catechistica, educativa ed assistenziale nei quartieri più poveri, si sforzò di creare le condizioni per un autentico e sociale ecumenismo, per approfondire la reciproca comprensione e benevolenza fra le allieve e le loro famiglie, che erano differenti per nazionalità e religione.
In questo contesto di ecumenismo, prese a pensare di istituire nella Congregazione un ramo separato di suore di rito orientale.
La vita della sua Istituzione non fu facile, dovette superare le difficoltà frapposte dalla politica religiosa zarista, poi a quelle scaturite dalla Prima Guerra Mondiale e dalle persecuzioni del
Movimento insurrezionalista Bolscevico, che s’impadronì del potere in Russia, con la “Rivoluzione d’Ottobre” del 1917; pertanto nel 1921 fu costretta a lasciare la Russia e ritornare in Polonia, con l’intenzione di riprendere le attività a Pietroburgo, quando le circostanze lo avessero permesso.
Tutto questo procurò enormi perdite materiali, oltre l’annullamento delle sue aspirazioni; anche in Polonia trovò una situazione preoccupante; la Congregazione viveva in povertà, ma madre Boleslava Lament con la sua grande fede, si affidò totalmente alla volontà di Dio e man mano furono superati quell’insieme di circostanze e condizionamenti sociali e politici.
Per alcuni mesi, diresse il lavoro delle suore nella Wolynia, nel 1922 fondò una nuova Casa nella Pomerania nei territori Orientali della Polonia, dove la popolazione era povera e per la maggior parte di religione ortodossa.
A partire dal 1924, cominciò ad aprire altre Case nell’archidiocesi di Vilna e nella diocesi di Pinsk, e nel 1935 queste Case diventarono 33 sparse un po’ in tutta la Polonia e una perfino a Roma. Nel 1925, madre Boleslava si recò a Roma per ottenere l’approvazione pontificia della Congregazione delle “Suore Missionarie della Sacra Famiglia”, ma la pratica si arenò per mancanza di chiarezza sui compiti delle suore, divise in due rami, apostolato-insegnamento e conduzione domestica delle Case.
Nel 1935, madre Boleslava Maria Lament, decise di rinunciare alla carica di Superiora Generale per gravi motivi di salute e d’accordo con la nuova Superiora, si ritirò a Bialystok, dove pur essendo anziana e gravemente ammalata, si dedicò ad aprire scuole, asili, ospizio per le donne sole, una mensa per i disoccupati.
La Seconda Guerra Mondiale portò nuove difficoltà all’anziana madre Boleslava, compreso le minacce naziste; fu costretta a mutare le forme di attività, adattandole ai bisogni del tempo. Nel 1941 fu colpita dalla paralisi e si dedicò ad una vita più ascetica, trasmettendo preziosi consigli alle consorelle.
Morì santamente a Bialystok il 29 gennaio 1946, ad 84 anni; la sua salma fu portata nel convento di Ratow e sepolta nella cripta sotto la Chiesa di S. Antonio.
La Congregazione delle “Suore Missionarie della Sacra Famiglia”, si diffuse ampiamente in Polonia, Russia, Zambia, Libia, U.S.A:, Roma.
l 5 giugno 1991, Boleslava Maria Lament, è stata proclamata beata da Papa Giovanni Paolo II a Bialystok, durante il suo viaggio apostolico in Polonia.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*San Costanzo di Perugia - Vescovo e Martire (29 gennaio)

Etimologia: Costanzo = che ha fermezza, tenace, dal latino
Emblema: Bastone pastorale, Palma  
Martirologio Romano: A Perugia, San Costanzo, Vescovo.
É ricordato al 29 gennaio già dal Martirologio Geronimiano. Secondo la leggenda, di cui esistono quattro redazioni, fu tradotto davanti al console Lucio durante la persecuzione di Antonino e barbaramente flagellato, indi rinchiuso con altri compagni in una stufa ardente dalla quale uscì illeso.
Ricondotto in carcere, convertì i suoi custodi che lo aiutarono a fuggire.  
Rifugiatosi in casa di un certo Anastasio cristiano, fu, insieme con questi, di nuovo arrestato.
Dopo varie peripezie nelle carceri di Assisi e Spello, fu decapitato presso Foligno.
Le diverse redazioni della passio sono concordi nello assegnare il suo martirio al tempo di Antonino in una località presso Foligno denominata "il Trivio". Il Santo perugino aveva infatti in questa città, vicino a Porta Romana, una chiesa che, secondo lo Iacobilli, fu demolita nel 1527. Questi afferma inoltre che, al suo tempo, tale località era chiamata ancora "campagna di San Costanzo".
Parimenti tutte le redazioni della passio affermano che il Santo, dopo il martirio, fu portato a Perugia e sepolto  non lontano dalla città in, un luogo detto "Areola fuori Porta San Pietro", ove
sorse la prima cattedrale di Perugia, dedicata al principe degli Apostoli.
In questo medesimo luogo fu eretta l'attuale chiesa di San Costanzo consacrata, secondo un'iscrizione esistente nell'antico altare, nel 1205 dal vescovo di Perugia Viviano.
L'episcopato di Costanzo, secondo il Lanzoni ed il Delehaye, riposa su una tradizione antica e seria per cui si può ritenere assai probabile che egli sia stato il primo vescovo di Perugia.
Il suo martirio risale alle persecuzioni dei primi secoli.
I perugini venerano in lui uno dei protettori della città. Il suo culto si diffuse anche fuori dell'Umbria.
Nel 1781 fu fatta una ricognizione delle sue reliquie e nel 1825, con grande solennità, la traslazione delle medesime dal vecchio al nuovo altare, sempre nella attuale chiesa di San Costanzo.  
(Autore: Aldo Brunacci – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*San Gelasio II - 157° Papa (29 gennaio)
m. 1119 - (Papa dal 10/03/1118 al 28/01/1119)
Nato a Gaeta, subì le vendette della famiglia Frangipane, che alla fine lo costrinse a riparare in Francia, dove morì nel monastero di Cluny.
Figlio di Crescenzio, duca di Fondi, il giovane Giovanni di Gaeta, entrò come oblato nel monastero di Montecassino, ove divenne benedettino assai dotto ed aperto nelle scienze teologiche narra la guida illuminata dell'abate Desiderio.
Nel 1082 fa creato da Gregorio VII Cardinale diacono di Santa Maria in Cosmedin, nel 1088 da Urbano II fa  nominato cancelliere e, verso il 1100, da Pasquale II, arcidiacono e bibliotecario. In questi nuovi uffici rese molti servizi alla Chiesa e per difendere il papa e le costituzioni canoniche, subì la prigionia da parte di Enrico V.

Alla morte di Pasquale II (21 gennaio 1118), Giovanni di Gaeta rientrò in Roma da Montecassino ove s'era rifugiato in solitudine mistica e, tre giorni dopo, nel monastero benedettino presso San Sebastiano al Palatino, fu concordemente eletto Papa col nome di Gelasio.
Lo stesso giorno, Cengio Frangipane disperse violentemente i cardinali e fece prigioniero lo stesso Gelasio che però venne subito liberato dal popolo e condotto trionfalmente al Laterano. Ma l'arrivo susseguente di Enrico V impedì la consacrazione di Gelasio che ebbe luogo solamente il 9 marzo del 1118, a Gaeta, ove si era dovuto rifugiare, insieme ai cardinali fedeli.
Durante la celebrazione della Pasqua a Capua Gelasio tenne un concilio, in cui scomunicò l'imperatore ed il suo antipapa Burdino, arcivescovo di Braga.
Essendo Enrico V accorso in Germania per sedarvi la sommosse ivi scoppiate, Gelasio il 29 giugno finalmente potè rientrare a Roma e officiare nella Basilica di San Paolo, dato che quella di San Pietro era occupata dall'antipapa Burdino. Per salvarci dalla prepotenza dei Frangipani, il 2 settembre dovette nuovamente rifugiarsi a Benevento e di là per mare giunse a Pisa, dove consacrò quella cattedrale il 26 settembre e tenne un sermone "degno di Origene", al dire del suo biografo Pandolfo.
Il 10 ottobre seguente era a Genova, dove dedicava la Cattedrale di San Lorenzo; il 10 dicembre a Nimes, dove consacrò vescovo Pietro di Saragozza, concedendo un'indulgenza plenaria alle vittime ed ai difensori di quella città dai Saraceni. Il 16 dicembre Gelasio tenne un concilio di prelati tedeschi e francesi ad Avignone.
Nel 1119 l'infaticabile Papa si recò a Valence, poi a Vienne, a Lione, finchè colpito da pleurite il 18 gennaio si fece condurre nel monastero di Cluny, ove morì santamente il 29 gennaio, senza aver potuto raggiungere il suo ideale di pacificazione con Enrico V.  
(Autore: Carlo Collavini - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Gelasio II, pregate per noi.


*Beato Gerardo - Abate di Kremsmünster (29 gennaio)
XI sec.

Beato Gerardo è stato un abate dell’abbazia benedettina di Kremsmünster che si trova nella cittadina omonima nell’Alta Austria, vissuto nella prima metà del secolo XI.
Nel monastero la chiesa abbaziale che fu fin dall'inizio dedicata al Salvatore, e successivamente, con l’inaugurazione dei nuovi edifici del 1082, si aggiunse il patrocinio di sant’Agapito di Palestrina. Nel monastero esiste una biblioteca abbaziale, considerata tra le maggiori e più antiche d'Austria.
Si presume che Il Beato Gerardo governò l’abbazia per dieci anni dal 1040 al 1050.
Per il Beato Gerardo non esiste alcun culto pubblico. É ricordato e citato quale beato all’interno del monastero e in alcuni martirologi benedettini. Il suo nome si ritrova in alcuni panegirici che ricordano i vari personaggi dell’abbazia. La sua festa è stata fissata nel giorno 29 gennaio.

(Autore: Mauro Bonato – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*San Gildas di Rhuys - Abate (29 gennaio)

Gran Bretagna, V sec. – Houat (Bretagna, Francia), 29 gennaio 570 ca.
Nacque verso la fine del V sec, sulle rive della Clyde, in Gran Bretagna, da una famiglia principesca.
Fin dalla prima infanzia fu affidato al Santo abate Iltud e fu condiscepolo dei Santi Paolo di Lèon, Sansone di Dol e Lunario.
Ordinato prete verso il 518, decise di ricondurre alla fede, attraverso la sua predicazione, le regioni settentrionali della Gran Bretagna in cui il Cristianesimo era quasi scomparso.
Poco più tardi, chiamato da Santa Brigida, passò in Irlanda, dove la Chiesa era in piena decadenza dopo la morte di San Patrizio.
Gildas ristabilisce la disciplina nei monasteri, opera numerose conversioni. Terminata la sua missione torna in Inghilterra e si ritira in solitudine nell’isola di Houat, in pieno Oceano. Ma i
pescatori dei dintorni non tardano a scoprirlo e così circondato da una numerosa schiera di discepoli egli deve ben presto stabilirsi nella vicina penisola di Rhuys dove fonda un monastero.
In quello stesso luogo avrebbe risuscitato S. Trifida, madre di S. Tremoro, assassinata dal marito, il tiranno di Conomor.
In seguito percorre la Cornovaglia predicando e fondando monasteri. Ritorna a Rhuys, ma muore ad Houat, dove amava isolarsi, il 29 gennaio del 570. Il corpo, per suo espresso desiderio, affidato al mare in una barca, fu ritrovato sulle coste di Rhuys l’11 maggio seguente e inumato nella chiesa del monastero.
Emblema: Bastone abbaziale, campanella
Era circa il 1060, quando Vitale, abate del monastero di Rhuys, situato sulla riva del mare nella regione di Vannes, scrisse la ‘Vita’ del fondatore del monastero, San Gildas.
L’autore stesso, assicurò che si era ispirato ad antichi documenti e tradizioni, ma nello stesso tempo egli ampliò il suo racconto con episodi e dati edificanti o folcloristici, secondo la tendenza degli agiografi del tempo; fatto sta, che oggi è impossibile distinguere fra le parti storiche e quelle leggendarie.
Gildas nacque verso la fine del V secolo in Gran Bretagna sulle rive della Clyde, fiume scozzese, da una famiglia principesca.
Fin dalla prima infanzia, fu affidato al santo abate Iltuto († 540 ca.), fondatore del monastero di Llanilltud Fawr nel Galles, celebre centro culturale con molti discepoli; ebbe come condiscepoli i santi celtici Sansone vescovo di Dol, s. Paolo di Léon e San Lunario.
Verso i 20 anni, Gildas si trasferì nel Galles “per raccogliere le dottrine di altri studiosi sulla filosofia e le divine lettere”; fu ordinato sacerdote nel 518 e decise di fare opera missionaria, e attraverso la sua predicazione  ricondurre al Cristianesimo quasi scomparso, le regioni settentrionali della Gran Bretagna.
Poco più tardi, fu chiamato da Santa Brigida di Kildare († 525 ca.) in Irlanda, per rivitalizzare la Chiesa locale, che dopo la morte del vescovo evangelizzatore san Patrizio († 461), era in piena decadenza.
Gildas ristabilì la disciplina nei monasteri e fra l’altro fondò la celebre scuola di Armagh, operando numerose conversioni.
Ritornato in Inghilterra, insieme a due studiosi bretoni David e Cadoc, compose una “Messa nuova” per le Chiese celtiche; poi si ritirò nel sud del territorio francese dell’Armorica (l’antico nome della Penisola della Bretagna, detta Britannia dai bretoni che vi si rifugiarono nel V secolo), vivendo in solitudine nell’isoletta di Houat in pieno Oceano.
Ma la sua presenza orante, sebbene nascosta e isolata, fu ben presto notata dai pescatori dei dintorni e la notizia si diffuse, tanto che numerosi discepoli si aggregarono a lui.
Per questo Gildas ritenne necessario fondare un monastero per accoglierli, edificio che fu costruito nel luogo di un’antica fortezza romana, nella vicina penisola di Rhuys, striscia di terra della Francia settentrionale, di fronte all’isola di Houat.
Dopo qualche tempo però, riprese a condurre vita solitaria insieme a san Bieuzy, altro santo eremita bretone,  sulle rive del Blavet ai piedi del picco di Castennec. In questo luogo avrebbe scritto il “De Excidio et conquestu Britanniae”, che gli procurò il soprannome di “Saggio”.
E sempre in prossimità di questo luogo, avrebbe resuscitato santa Trifida, madre di san Tremoro, che era stata uccisa dal marito, il tiranno di Conomor.
In seguito percorse la Cornovaglia armoricana, sempre predicando, facendo conversioni e fondando monasteri; poi chiamato da re Ainmir, ritornò in Irlanda.
Infine si recò di nuovo a Rhuys, ma in uno dei suoi ritiri nell’isoletta di Houat, morì il 29 gennaio del 570 ca. Per suo espresso desiderio, il suo corpo deposto su una barca, fu affidato al mare, rituale spesso usato dalle popolazioni costiere nordiche.
Ma la barca fu poi ritrovata arenata sulla costa di Rhuys, l’11 maggio seguente; il corpo fu così inumato nella chiesa del suo monastero.
Verso il 919, per timore delle scorrerie dei Normanni, i monaci di Rhuys trasferirono il corpo del fondatore san Gildas, a Bourg-Dieu presso Châteauroux (Indre) nell’interno della Bretagna, dove fu edificata una chiesa in suo onore; l’abbazia di Rhuys all’inizio dell’XI secolo, fu rilevata da San Felice e divenne il centro della spiritualità di tutta la regione; tomba di numerosi figli dei duchi di Bretagna e fu conservata intatta fino alla Rivoluzione Francese.
Oggi il monastero è occupato dalle Suore della Carità di S. Luigi, dette del Padre Eterno, e nel coro romanico della chiesa abbaziale, oggi parrocchia, si venera ancora dietro l’altare maggiore, la tomba e qualche reliquia del santo abate Gildas.
Finché durò l’abbazia, tutte le parrocchie della penisola di Rhuys, furono obbligate a compiervi pellegrinaggi in occasione delle principali feste: il 29 gennaio per la morte di Gildas, il 30 settembre per la dedicazione della chiesa abbaziale e soprattutto per le Rogazioni, in cui si ricordava la scoperta del corpo del Santo.
Attualmente esiste solo la festa del 29 gennaio, spostata al 30 con Ufficio e Messa propri.
San Gildas gode in Bretagna di un culto molto sentito; nella sola diocesi di Vannes, è patrono di otto parrocchie, ben nove chiese e dieci cappelle gli sono dedicate; varie località portano il suo nome.  
È raffigurato in vesti di monaco, col bastone abbaziale e spesso con una campanella, che ricorda la leggendaria campana fusa dallo stesso San Gildas, che non volle suonare quando fu donata al Papa, perché era stata dapprima promessa all’amico San Bieuzy.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*San Gioventino e Massimo – Martire (29 gennaio)

Martirologio Romano: Ad Antiochia di Siria, oggi in Turchia, Santi Martiri Gioventino e Massimino, coronati dal martirio sotto l’imperatore Giuliano l’Apostata.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*San Giuliano l'ospitaliere (29 gennaio e 31 agosto)

Patronato: Albergatori, Viaggiatori, Macerata
Etimologia: Giuliano = appartenente alla 'gens Julia', illustre famiglia romana, dal latino
San Giuliano L'Ospitaliere, protettore della città, è rappresentato a Macerata dappertutto, come protagonista o come Santo laterale, nelle chiese, sulle porte d'accesso intorno alle mura, nelle opere conservate in pinacoteca, nell'antico sigillo dell'università, nelle medaglie commemorative del comune, nei palazzi signorili, sugli stendardi.
La sua immagine più antica, a cavallo, è del 1326, una scultura in pietra un tempo nella Fonte maggiore e oggi nell'atrio della pinacoteca comunale; la più scenografica nelle chiesa delle Vergini mentre tiene in mano il modellino della città; la più moderna nel ciclo della vota del presbiterio del Duomo dove negli anni 30 è stata affrescata la storia della sua redenzione dopo un tragico, incredibile evento.
Gustave Flubert ne aveva già tratto una novella-romanzo, Saint Julien l'Hospitalier, raccontando con tinte fosche la giovinezza di questo fiammingo patito per la caccia anche violenta, cavaliere
infaticabile e carattere vendicativo che non aveva esitato a uccidere il padre e la madre coricati nel suo letto credendoli la moglie e il suo presunto amante.
Poi una vita di espiazione e di preghiera dedicata all'accoglienza dei poveri e al traghetto dei pellegrini da una riva  all'altra di un periglioso fiume.
Ma sull'identità del Santo ci sono non pochi dubbi, in parte espressi anche dalla curia maceratese e che un viaggio a Parigi per confrontare la storia del San Giuliano cui è dedicato il duomo di Macerata con quella della chiesa gemella ; Saint Julien-le Pauvre nel quartiere latino, non hanno chiarito del tutto.
La chiesa parigina, costruita dai benedettini tra il 1170 e il 1240 su una originaria cappella del VI secolo dedicata a Saint Julien-l'Hospitalier, faceva parte della ventina di chiese edificate nei dintorni di Notre - Dame, tutte scomparse tranne quella. Situata nel cuore del centro universitario del XII e XIV secolo, fu luogo d'incontro di studenti e mastri, quando le lezioni si tenevano all'aria aperta, e al suo interno si riuniva l'assemblea per l'elezione del Rector Magnificus.  
Pare che Dante vi ascoltò le lezioni di Sigieri e che certamente la frequentarono Alberto Magno, Tommaso d'Aquino e Petrarca e più tardi Villon e Rabelais. Solo quando furono costruiti nelle vicinanze i collegi della Montagne Sainte Geneviève tra i quali si impose quello della Sorbona,, la chiesa perdette di importanza.  
Quanto al santo cui è intitolata, la fama popolare ha sempre fatto coincidere il Giuliano storico con l'ospitaliere, tant'è che in veste di traghettatore compare in piedi sulla barca in un bassorilievo medievale incastrato nella facciata numero 42 della rue de Galande, di fianco alla chiesa: nel vicino giardino, che la separa dalla Senna e dalla fiancata destra dell'imponente Notre-Dame, una fontana in bronzo, questa recente, porta scolpiti tutti intorno a cascata i fatti salienti della sua storia.
Ma l'opuscolo predisposto dalla parrocchia di rito greco-melkita e il prete interpellato propendono per  l'identificazione del Santo con Giuliano martire di Brioude.
Il Giuliano leggendario, al quale la voce popolare ha dato il nome di ospitaliere rendendolo patrono di fatto anche nella chiesa di Parigi, sarebbe perciò usurpatore del titolo e in ogni caso, come ribadisce anche l'attento custode, non sarebbe riconosciuto come santo dall'autorità ecclesiastica.
Un bell'impiccio per tutte le chiese francesi, italiane e spagnole che lo hanno scelto come loro protettore. E la reliquia del braccio sinistro conservata nel duomo di Macerata a chi dovrebbe appartenere?
Il miracoloso ritrovamento avvenne il 6 gennaio del 1442, e l'atto notarile che lo descrive è depositato nell'archivio priorale mentre le ossa, dopo varie collocazioni, sono conservate in una urna d'argento cesellata dall'orafo Domenico Piani.
Quello che conta è che in nome del patrono, Santo reale o possibile, si aggreghino interessi culturali e iniziative utili alla città proprio nel senso e nella direzione dell'"ospitalità".  
La pensa così il comitato "Amici di San Giuliano" che si è costituito con spirito attivo e che non si preoccupa tanto dei riconoscimenti ufficiali quanto il promuovere in suo nome in tempi tanto angoscianti il valore dell'accoglienza.
Il 14 gennaio 2001, riprendendo un'antica tradizione, è stata innalzata in cielo una stella luminosa in onore del Santo e la sua storia raccontata per le vie, quasi in veste di banditore, dall'attore Giorgio Pietroni mentre risuonavano i canti della Pasquella, continuazione allegra di un evento che sarebbe durato troppo poco se esaurito nel giorno dell'Epifania.
Non è citato nel Martirologio Romano, mentre la Bibliotheca Sanctorum lo pone al 29 gennaio. É patrono della Diocesi e della città di Macerata che lo festeggiano il 31 agosto.
(Autore: Donatella Donati – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Giuliano l'ospitaliere, pregate per noi.


*Santi Papia e Mauro - Martiri (29 gennaio)
Martirologio Romano:
A Roma sulla Via Nomentana nel Cimitero Maggiore, ricordo dei Santi Martiri Pápia e Mauro, soldati.
(Fonte:
Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria -
Santi Papia e Mauro, pregate per noi.


*San Potamione (Potamio) di Agrigento - Vescovo (29 gennaio)

Sarebbe successo a Felice-Macario (?).
É ricordato da Leonzio e dal Metafraste perché nel 571 ammise San Gregorio II tra i chierici, dopo
averlo fatto istruire dal 567. Viene raffigurato, nella serie dei ritratti dei vescovi che si vedono nel salone dell'episcopio agrigentino, mentre accoglie il piccolo Gregorio e, nella cattedrale, al lato destro dell'organo mentre lo battezza e poi quando lo ammette tra i chierici.
É pure rappresentato in una trave del soffitto ligneo della cattedrale (1688?) e tra i sette santi vescovi agrigentini in una sala del palazzo vescovile.
Le notizie sulla sua vita provengono dalla biografia di S.Gregorio II, scritta dall'egumeno Leonzio, secondo il quale, battezzò San Gregorio, lo fece istruire da Damiano e, accoltolo fra i chierici. lo affidò per l'ulteriore istruzione ed educazione all'arcidiacono Donato.
Poiché San Gregorio fu eletto vescovo attorno al 590, come successore di Teodoro o Teodosio, si pensa che questi sarà stato successore di Potamio e possibilmente si potrebbe stabilire il suo episcopato attorno al 560.
Secondo il Pirro sarebbe vissuto nell'epoca tra Teodorico (518-526) e l'imperatore Giustiniano (527-565).
La sua festa, nel calendario della Chiesa Agrigentina, è segnata al 29 gennaio.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Potamione, pregate per noi.


*Santa Sabrina (Savina, Sabina) - Vergine di Troyes (29 gennaio)

Samo, Grecia, III secolo – † Troyes, Gallia, 288
Etimologia: Sabrina = affilata, pungente, dall'ebraico
Emblema: Palma
Catalogata anche come Sabina o Savina, (in Francia Savine); santa Sabrina (29 gennaio), da non confondere con Santa Savina vedova di Lodi martirizzata nel 311 a Milano, che si ricorda il 30 gennaio, né con santa Sabina martire romana del 119, che si ricorda il 29 agosto, fu una vergine della diocesi di  Troyes in Francia vissuta nel III secolo.
Secondo le notizie leggendarie, Sabrina (Savine) era la sorella di s. Sabiniano (Savenien), ricordato il
25 gennaio martire per la fede, decapitato sotto Aureliano (270-275) nella città gallica dei Tricassi, non lontano da Troyes.
I due fratelli erano nativi di Samo, isola della Grecia e appartenenti ad una famiglia pagana; Sabrina, come il fratello, era convertita al cristianesimo; per un richiamo interiore partì per Roma per ricevervi il battesimo e da lì si diresse in Gallia, passando per Ravenna alla ricerca del fratello partito già da tempo, compiendo molti miracoli durante il viaggio.
Arrivata così a Troyes, apprese del martirio del fratello; morì subito dopo, come aveva chiesto al Signore nelle sue preghiere, era l’anno 288.
Se le notizie sulla sua vita, data l’antichità del testo, non sono certe, il suo culto invece dà maggiori garanzie.
Sappiamo che nel secolo VII, il Vescovo Ragnegisillo, fece costruire una chiesa a lei dedicata nei dintorni di Troyes, nell’attuale località di Sainte-Savine.
Il suo nome comparve per la prima volta, nel Martirologio di Usuardo alla fine del secolo IX, collegato erroneamente alla santa Sabina romana e posta al 29 agosto; poi la sua festa fu fissata al 29 gennaio nel calendario di Troyes.
Qualche antico catalogo, come la ‘Legenda aurea’ di Giacomo da Varagine, celebra i due fratelli insieme; santa Sabrina (Savine) è raffigurata a Troyes coperta di vesti da pellegrina, con il grande mantello, il bordone e la bisaccia. Il nome Sabrina, secondo alcuni studi etimologici, troverebbe la sua origine nell’ebraico ‘sabre’, il frutto del cactus, dolce all’interno ma esternamente pieno di spine e viene generalmente attribuito a bambine ebree nate in Israele e non provenienti da altri paesi. Si fa anche l’ipotesi, che possa derivare dal celtico, per il nome di una terra vicina al fiume Severn, che in latino era chiamata ‘Sabrina’.
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Sabrina, pregate per noi.


*Santi Sarbelio e Bebaia - Martiri (29 gennaio)

Martirologio Romano:
A Edessa nell’Osroene, (Mesopotamia Occidentale) oggi in Turchia, ricordo dei Santi Martiri Charbel, Sacerdote, e Bebáia, sua sorella, che si tramanda siano stati condotti al battesimo dal Vescovo San Barsimeo e abbiano subito il martirio per Cristo.
(Fonte:
Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - Santi Sarbelio e Bebaia, pregate per noi.


*San Seustio e Compagni - Martiri di Todi (29 gennaio)

Seustio fa parte di un gruppo di ottanta martiri cristiani, battezzati dal vescovo Cassiano, che furono martirizzati a Todi durante la persecuzione indetta da Diocleziano nel 303.
Il proconsole di Todi Ablavio diede esecuzione nella sua zona, alla persecuzione, arrestando e poi condannando a morte i suddetti ottanta cristiani, fra loro c’era Seustio, nipote dello stesso Ablavio, il quale tentò in tutti i modi di liberarlo, con l’aiuto della madre e della sorella di  Seustio.  
Ma dopo aver scoperto che anche la sorella era cristiana e dopo aver tentato inutilmente di farli apostatare, li condannò a morte.
Secondo la tradizione, il corpo di Seustio fu portato in una zona chiamata Confino, presso il lago Trasimeno e lì sepolto.
Purtroppo non si sa altro di lui, chi fosse e quando sia realmente vissuto, oltre la leggendaria ‘Passio’ da  cui sono state tratte le notizie su riportate; la Chiesa di Todi celebra il 29 gennaio la loro festa liturgica.
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Seustio e Compagni, pregate per noi.

 

*Beato Simone Kim Gye-wan - Ministrante, Martire (29 gennaio)

Scheda del Gruppo a cui appartiene:
"Beati Martiri Coreani" (Paolo Yun Ji-chung e 123 compagni)

+ Seul, 29 gennaio 1802
Simone Kim Gye-wan, come numerosi coreani sul finire del diciottesimo secolo, entrò in contatto col cattolicesimo tramite la lettura di alcuni libri.
Arrestato una prima volta, venne liberato perché ritrattò le sue posizioni, ma, pentitosi, decise di darsi a una vita di fede più intensa. Fece quindi da ministrante al primo sacerdote missionario in Corea, padre Giacomo Zhou Wen-mo. Nuovamente arrestato nel 1801, rimase saldamente convinto che ciò in cui credeva fosse vero.
Morì per decapitazione il 29 gennaio 1802, insieme al catechista Gervaso Son Gyeong-yun e a Carlo Yi Gyeong-do, Barnaba Jeong Gwang-su e Antonio Hong Ik-man. Inseriti tutti nel gruppo di martiri capeggiato da Paolo Yun Ji-chung, sono stati beatificati da papa Francesco il 16 agosto 2014, nel corso del viaggio apostolico in Corea del Sud.
Simone Kim Gye-wan, detto anche Baek-sim, nacque in una famiglia di ceto umile a Seul. Di mestiere gestiva un negozio in città. Nel 1791 ottenne dei libri cattolici da Tommaso Choe
Pil-gong: leggendoli, decise di credere a quanto contenevano. Ricevette quindi il Battesimo dal catechista Giovanni Choe Chang-hyeon.
Arrestato durante la persecuzione Sinhae, esplosa nello stesso anno della sua conversione, venne però liberato perché apostatò.
Tornato a casa, se ne pentì e s’impegnò a vivere la fede con fervore più intenso.
Sul finire del 1794, quando arrivò in Corea il primo sacerdote missionario, il cinese padre Giacomo Zhou Wen-mo, Simone e alcuni compagni cercarono di trovargli un rifugio sicuro. Insieme ad altri fedeli, formò una comunità per studiare gli insegnamenti del cattolicesimo. Inoltre, si recava da padre Giacomo per ricevere i sacramenti e gli faceva da ministrante.
Intorno al dicembre 1800, colui che fu il suo tramite per conoscere la fede, Tommaso Choe, venne arrestato. Simone si nascose a casa di Giuliana Kim Yeon-i, ma la persecuzione divenne palese sul principio della primavera 1801.
Il suo nome venne rivelato durante gli interrogatori ad alcuni fedeli: a quel punto, non potendo più rimanere nel suo nascondiglio, dovette fuggire da un luogo all’altro.
Nel frattempo, il suo anziano padre venne arrestato dalla polizia. Lo stesso avvenne a lui, mentre stava viaggiando in cerca d’informazioni circa i suoi familiari. Benché torchiato dagli interrogatori, rimase saldo e rispose, a chi l’interpellava: «Mi è impossibile rinunciare alla mia religione, in cui ho creduto per molti anni.
Ho un padre che è molto anziano e vorrei essere in grado di prendermi cura di lui, ma penso che la pietà filiale verso Dio sia più importante di quella verso il mio padre terreno, anche se sarà difficile che mi prenda cura di lui».
Più le pressioni crescevano, più la sua fede aumentava. Il giudice e gli esecutori materiali rimasero allibiti nel sentirlo dichiarare: «Sono più che mai deciso a vivere gli insegnamenti della mia fede».
Venne trasferito quindi al Ministero della Giustizia di Seul, dove venne ulteriormente interrogato e torturato e, infine, condannato a morte. Prima della condanna, rilasciò questa dichiarazione: «Sono un uomo ignorante, ma sono profondamente pervaso dalla religione cattolica e ho creduto in essa per molti anni. Benché adesso stia soffrendo sotto crudele tortura, non ho la minima intenzione di cambiare idea. Credo davvero in ciò che la mia religione m’insegna».
Così il 29 gennaio 1802 (26 dicembre 1801 per il calendario lunare), Simone, il catechista Gervaso Son Gyeong-yun, Carlo Yi Gyeong-do, Barnaba Jeong Gwang-su e Antonio Hong Ik-man, vennero decapitati presso la Piccola Porta Occidentale o Saenamnteo a Seul. Inseriti nel gruppo di martiri capeggiato da Paolo Yun Ji-chung (del quale fanno parte anche i già menzionati Giovanni Choe Chang-hyeon, padre Giacomo Zhou Wen-mo e Giuliana Kim Yeon-i), sono stati beatificati da Papa Francesco il 16 agosto 2014, nel corso del viaggio apostolico in Corea del Sud.
(Autore: Emilia Flocchini - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Simone Kim Gye-wan, pregate per noi.


*San Sulpizio Severo - Vescovo di Bourges (29 gennaio)
Martirologio Romano:
Presso Bourges in Aquitania, in Francia, San Sulpicio Severo, Vescovo, Senatore delle Gallie, di cui San Gregorio di Tours lodò la saggezza, la cura pastorale e lo zelo nel restaurare la disciplina.  
(Fonte:
Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria -
San Sulpizio Severo, pregate per noi.


*San Valerio di Ravenna - Vescovo (29 gennaio)

sec. III-IV
Etimologia:
Valerio = che sta bene, forte, robusto, dal latino
Emblema: Bastone pastorale
La data di oggi unisce due santi omonimi, il protovescovo di Treviri, vissuto tra la fine del III secolo e gli inizi del IV, e il Vescovo di Ravenna, morto il 15 marzo dell'810, e ricordato oggi da una Chronica del 1286, probabilmente per una confusione di nome col vescovo di Treviri.
Per entrambi non vi sono elementi dai quali si possa ricavare un ritratto esauriente sotto il profilo agiografico. Anzi, per quanto riguarda il Vescovo ravennate, una lettera di Papa Leone III a Carlomagno non deporrebbe a favore della sua santità, anche se le critiche hanno probabilmente una giustificazione solo politica: essa racconta che due conti palatini, ospiti nella curia ravennate il giorno delle Palme (8 aprile 808), durante il pranzo ascoltarono parole "che per noi è un obbrobrio riferirvi per lettera".
Da altre fonti storiche risulta invece che l'arcivescovo Valerio, che resse la diocesi di Ravenna tra il 788 e l'810,  fu un pastore zelante non solo per il decoro delle splendide chiese della Romagna ma anche per la salvaguardia dell'ortodossia, costantemente insidiata dall'eresia ariana.
Nel secolo XIII l'arcivescovo Simeone ne trasferì le reliquie in cattedrale (9 maggio 1222), concedendo una speciale indulgenza alla basilica di Sant’ Apollinare in classe "per riverenza verso il Beato Valerio".
Più incerte sono le notizie sull'omonimo vescovo di Treviri, che una ragionata cronologia colloca alla fine del terzo secolo, ma una più appetibile leggenda, con l'evidente intenzione di attribuire alle Chiese della Gallia e della Germania una patente di apostolicità, fa di San Valerio un discepolo dell'apostolo Pietro, che l'avrebbe inviato a Treviri, in compagnia di Eucario e Materno.
Abbellimenti posteriori di questa leggenda sì trottavano nelle ‘Gesta episcoporum Tungrensium’, composte  attorno all'anno mille, nelle quali vengono ripetuti i motivi tradizionali della santità dei grandi missionari dell'epoca apostolica: conversioni di folle di pagani e strepitosi miracoli, spesso ingenui ma suggestivi come la risurrezione del compagno di missione Materno, operata da Valerio col bastone espressamente inviatogli da S. Pietro.
L'altro compagno di missione, che lo aveva preceduto nella tomba, Eucario, lo avrebbe avvertito in sogno dell'imminenza della sua morte, che avvenne il 29 gennaio dell'anno 88, data tuttavia da posticipare agli inizi del IV secolo, come si deduce dal Catalogo episcopale della città di Treviri e da antiche iscrizioni epigràfiche. Le sue reliquie si conservano nella chiesa di San Mattia, a Treviri, in un sarcofago di tardo stile romanico.  
(Autore: Piero Bargellini - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Valerio di Ravenna, pregate per noi.


*San Valerio di Treviri - Vescovo (29 gennaio)

Valerio Vescovo di Treviri, visse tra il III e il IV secolo. Poco si sa di lui. La tradizione lo descrive come un uomo buono, eloquente ed evangelizzatore.
La sua esistenza è attestata da un’iscrizione che un tempo era nella chiesa di San Mattia di Treviri, dove in un sarcofago di tardo stile romanico, sono conservate oggi le sue reliquie.
Etimologia: Valerio = che sta bene, forte, robusto, dal latino
Emblema: Bastone pastorale
Martirologio Romano: A Treviri nella Gallia belgica, ora in Germania, San Valerio, vescovo, che resse per secondo questa sede.
La data di oggi unisce due santi omonimi, il protovescovo di Treviri, vissuto tra la fine del III secolo e gli inizi del IV, e il Vescovo di Ravenna, morto il 15 marzo dell'810, e ricordato oggi da una Chronica del 1286, probabilmente per una confusione di nome col vescovo di Treviri.
Per entrambi non vi sono elementi dai quali si possa ricavare un ritratto esauriente sotto il profilo agiografico.
Anzi, per quanto riguarda il Vescovo ravennate, una lettera di papa Leone III a Carlomagno non deporrebbe a favore della sua santità, anche se le critiche hanno probabilmente una giustificazione solo politica: essa racconta che due conti palatini, ospiti nella curia ravennate il giorno delle Palme (8 aprile 808), durante il pranzo ascoltarono parole "che per noi è un obbrobrio riferirvi per lettera".
Da altre fonti storiche risulta invece che l'arcivescovo Valerio, che resse la diocesi di Ravenna tra il 788 e l'810, fu un pastore zelante non solo per il decoro delle splendide chiese della Romagna ma anche per la salvaguardia dell'ortodossia, costantemente insidiata dall'eresia ariana.
Nel secolo XIII l'arcivescovo Simeone ne trasferì le reliquie in cattedrale (9 maggio 1222), concedendo una speciale indulgenza alla basilica di Sant' Apollinare in classe "per riverenza verso il beato Valerio".
Più incerte sono le notizie sull'omonimo vescovo di Treviri, che una ragionata cronologia colloca alla fine del terzo secolo, ma una più appetibile leggenda, con l'evidente intenzione di attribuire alle Chiese della Gallia e della Germania una patente di apostolicità, fa di San Valerio un discepolo dell'apostolo Pietro, che l'avrebbe inviato a Treviri, in compagnia di Eucario e Materno. Abbellimenti posteriori di questa leggenda sì trottavano nelle ‘Gesta episcoporum Tungrensium’, composte attorno  all'anno mille, nelle quali vengono ripetuti i motivi tradizionali della santità dei grandi missionari dell'epoca apostolica: conversioni di folle di pagani e strepitosi miracoli, spesso ingenui ma suggestivi come la risurrezione del compagno di missione Materno, operata da Valerio col bastone espressamente inviatogli da S. Pietro.
L'altro compagno di missione, che lo aveva preceduto nella tomba, Eucario, lo avrebbe avvertito in sogno dell'imminenza della sua morte, che avvenne il 29 gennaio dell'anno 88, data tuttavia da posticipare agli inizi del IV secolo, come si deduce dal Catalogo episcopale della città di Treviri e da antiche iscrizioni epigràfiche. Le sue reliquie si conservano nella chiesa di San Mattia, a Treviri, in un sarcofago di tardo stile romanico.
(Autore: Piero Bargellini - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Valerio di Treviri, pregate per noi.

  

*Beata Villana Delle Botti - Madre di famiglia e Terziaria (29 gennaio)

Firenze, 1332 - 29 gennaio 1361
Nata a Firenze da nobile famiglia, nella vita matrimoniale dimenticò i suoi doveri cristiani, conducendo una vita dissipata nel fasto e frivolo ambiente dei mercanti fiorentini.
La terrificante visione del demonio sullo specchio davanti al quale si pavoneggiava prima di partecipare a una festa mondana, segnò l'inizio della sua profonda conversione.
Entrata nel Terz'Ordine della penitenza di San Domenico, condusse una vita di straordinaria austerità, di preghiera e di assistenza ai bisognosi.
Martirologio Romano: A Firenze, Beata Villana de Bottis, madre di famiglia, che, abbandonata la vita mondana, prese l’abito delle Suore della Penitenza di San Domenico e rifulse nella meditazione sulla passione di Cristo e nell’austera condotta di vita, mendicando anche per le strade l’elemosina per i poveri. Villana Delle Botti, nata a Firenze da un noto e ricco mercante, visse al secolo di Santa Caterina da Siena, sentendo fin da giovinetta l’attrattiva per i santi silenzi del chiostro.
Tuttavia suo padre la costrinse a sposarsi nel 1351 con Rosso Benintendi. La timida fanciulla non seppe opporre la forte volontà di Caterina da Siena e si trovò così trascinata nel turbinio delle feste mondane, che ben presto sedussero e allacciarono l’inesperto suo cuore.  
Ma Dio, geloso di quella anima, che aveva scelta per sé dall’infanzia, intervenne in modo insolito. Una sera, Villana, davanti a uno specchio sontuoso, splendida nella sua acconciatura, cercò invano di contemplare la sua figura. Un orribile mostro le stava davanti. Non era un’illusione, tutti gli specchi gli mostrarono il medesimo spettacolo.
Allora capì, corse al convento Domenicano di S. Maria Novella e, ai piedi di un confessore, rinnovò il suo cuore in un profluvio di lacrime. Vestito l’Abito del Terz’Ordine intraprese una vita di generoso fervore. Una viva fiamma di carità la consumava letteralmente e fu favorita da sublimi favori.
Sopportò con animo lieto penosissime prove, desiderandone ancora di più per conformarsi a Gesù Crocifisso. Amò e soccorse i poveri come solo sa fare una tenerissima madre. Mai venne meno ai suoi doveri familiari, vero modello di matrona cristiana.
Sul letto dell’agonia, il 29 gennaio 1361, volle indossare il bianco Abito Domenicano e mentre le si leggeva la Passione, giunti alle parole: “Et inclinato capite emisit spiritum” dolcemente spirò.
È sepolta nella Basilica di Santa Maria Novella, in una tomba marmorea opera di Bernardo Rossellino. Papa Leone XII il 27 marzo 1824 ha confermato il culto.  
(Autore: Franco Mariani - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Villana Delle Botti, pregate per noi.

*Altri Santi del giorno (29 gennaio)
*Beata Arcangela Girlani, Carmelitana
*Santi Charbel e Bebàia
Giaculatoria - Santi tutti, pregate per noi.


 
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