Santi del 29 Luglio - Istituto Aveta

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Santi del 29 Luglio

Il mio Santo > I Santi di Luglio

*San Berio - Martire a Costantinopoli (29 luglio)

† Costantinopoli, III secolo?
È un Santo il cui nome è molto controverso, infatti i testi agiografici lo chiamano Beniamino, Berio, Benio, Bineo.
Il “Sinassario Costantinopolitano” commemora il martirio di Beniamino e di Berios il 29 luglio; il 30 luglio viene ripetuto nello stesso Sinassario il martirio di Beniamino, Benios e Binaios.
Gli studiosi hanno pensato che ci si trovi dinanzi a quattro grafie differenti dello stesso nome. Il martirio sarebbe avvenuto presso il palazzo dell’Hebdomon, nei dintorni di Costantinopoli; purtroppo nessuna notizia di ordine biografico o cronologico, ci permette di aggiungere qualche precisazione a questo o a questi personaggi.
É probabile che sia vissuto e morto, prima dell’avvento al potere dell’imperatore Costantino il Grande (280-337), il quale come è noto ricostruì la sconfitta Bisanzio, dandole il nome di Costantinopoli e trasferendovi nel 330 la sede imperiale.
Essendo Costantino favorevole al Cristianesimo e convertito anche lui, le persecuzioni cessarono, quindi Berio o Beniamino, ecc. subì il martirio almeno nel III secolo, quando esse erano in corso, decretate da altri imperatori precedenti.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Berio, pregate per noi.


*San Callinico di Gangra - Martire (29 luglio)

Martirologio Romano: A Gangra in Paflagonia, nell’odierna Turchia, San Calliníco, martire.
Il patriarca di Costantinopoli, Macedonio II, morto in esilio a Gangra in Paflagonia (516), nella parte settentrionale dell'Asia Minore, secondo una notizia trasmessaci da Landolfo Sagace fu «sepolto nella chiesa di San Callinico, martire, vicino alle sue reliquie».
Questo ci permette di supporre che Callinico fosse venerato già da molto tempo all'inizio del sec. VI, epoca in cui Macedonio fu relegato a Gangra dall'imperatore Anastasio che non apprezzava il suo attaccamento alla dottrina di Calcedonia.
Il pellegrino Teodosio, verso il 530, visitò la tomba di Callinico (cf. Itinera Hierosolymitana saec. 1V-Vili, ed. P. Geyer, in CSEL, XXXIX, p. 144, dove il nome di Callinico appare corrotto in Galenicus).
I testi delle passiones, da cui sono estratti gli elogi di Callinico, riportati dai vari sinassari e dal Martirologio Romano, sono di dubbio valore storico e per di più non danno che notizie molto scarse sulla persona del santo.
Egli sarebbe stato originario della Cilicia e avrebbe sofferto il martirio del fuoco a Gangra di Paflagonia, dopo aver miracolosamente dissetato i suoi carnefici.
La sua festa è celebrata il 29 luglio.
(Autore: Placide Bazoche - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Callinico di Gangra, pregate per noi.


*Beato Carlo Nicola Antonio Ancel - Martire (29 luglio)

Martirologio Romano: Nel braccio di mare antistante Rochefort sulla costa francese, Beato Carlo Nicola Antonio Ancel, sacerdote della Società di Gesù e Maria e martire, che, durante la rivoluzione francese, confinato in quanto sacerdote in una galera in condizioni disumane, portò a termine il suo martirio consunto da letale contagio.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Carlo Nicola Antonio Ancel, pregate per noi.


*San Felice - Martire (29 luglio)

Martirologio Romano: A Roma al terzo miglio della via Portuense nel cimitero poi dedicato al suo nome, San Felice, martire.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Felice, pregate per noi.


*Beato Giovan Battista Egozcuezàbal Aldaz - Martire (29 luglio)

Schede dei gruppi a cui appartiene:
"Beati Martiri Spagnoli Fatebenefratelli" (Senza Data - Celebrazioni singole)
"Martiri della Guerra di Spagna" (Senza Data - Celebrazioni singole)

Nuin, Spagna, 13 marzo 1882 - Barcellona, Spagna, 29 luglio 1936
Fra Giovanni Battista Egozcuezàbal, nato nel 1882 a Nuin (Navarra) e fattosi religioso a Ciempozuelos quando era già trentenne.
Il 26 luglio 1936 lasciò l'asilo-ospedale, ma non trovò nessuna famiglia disposta a ospitarlo.
I miliziani, riconosciutolo come religioso, lo fucilarono dopo avergli inutilmente ingiunto di bestemmiare il nome di Dio e della santa ostia.
Il suo cadavere fu trovato in un campo di carrube nel comune di Esplugas de Liobregat, a 5 chilometri da Barcellona.
Fu beatificato da Papa Giovanni Paolo II il 25 ottobre 1992.
Martirologio Romano: Nella città di Esplugues vicino a Barcellona in Spagna, Beato Giovanni Battista Egozcuezábal Áldaz, religioso dell’Ordine di San Giovanni di Dio e martire, ucciso durante la persecuzione contro la fede in odio alla Chiesa.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Giovan Battista Egozcuezàbal Aldaz, pregate per noi.  


*San Giovanni Battista Lou Tingyin - Martire (29 luglio)  

Scheda del Gruppo cui appartiene:
"Santi Martiri Cinesi" (Agostino Zhao Rong e 119 Compagni) - 9 luglio - Memoria Facoltativa

Qingyan, Cina, 1825 – 29 luglio 1861  
Giovanni Battista Luo Tingyin, convertitosi al cristianesimo mentre esercitava la professione medica, attirò alla fede anche tutto il suo casato.
Una volta cessata la sua attività, venne incaricato di occuparsi dell’amministrazione economica del Seminario maggiore di Yaojiaguan. Catturato in quel luogo durante la persecuzione religiosa del 1861, venne imprigionato insieme ai seminaristi Giuseppe Zhang Wenlan e Paolo Chen Changpin.
Lungo la via del patibolo, a loro si unì la cuoca del Seminario, la vedova Marta Wang Luoshi. I quattro, decapitati il 29 luglio 1861, sono stati beatificati il 2 maggio 1909 e, inseriti nel gruppo dei 120 Martiri Cinesi, canonizzati il 1 ottobre 2000.
Martirologio Romano: Nella città di Qingyan nella provincia del Guizhou in Cina, Santi Martiri Giuseppe Zhang Wenlan, Paolo Chen Changpin, seminaristi, Giovanni Battista Lou Tingyin, amministratore del seminario, e Marta Wang Louzhi, vedova, che, rinchiusi in una cava calda e umida, subirono atroci torture, morendo, infine, decapitati per la fede di Cristo.  
Luo (o Ló) Tingyin nacque intorno al 1825 da una famiglia benestante. Oltre a ricevere una buona educazione generale, apprese anche delle conoscenze di medicina, che gli permisero di aprire una piccola clinica. La sua sincerità e gentilezza, insieme al comportamento amichevole che aveva verso tutti, gli valsero una buona reputazione.
Convertitosi al cristianesimo e assunto il nome di Giovanni Battista, coinvolse nella nuova fede anche la moglie, i genitori e tutto il suo casato. Inoltre, approfittava dell’attività medica per battezzare i bambini.
Dopo aver rinunciato alla medicina, si diede a coltivare i campi di sua proprietà, ma anche, su
richiesta, quelli della Chiesa. Ammirandolo per la sua onestà e buona condotta, padre Bai, il rettore del recentemente inaugurato Seminario maggiore di Yaojiaguan, gli chiese di occuparsi degli affari economici dell’istituzione.
Nel 1861 scoppiò una nuova, terribile persecuzione religiosa, che obbligò i seminaristi a sfollare a Yangmeigao. L’unica persona ad essere catturata nel Seminario fu proprio Giovanni Battista. Due allievi, Paolo Chen Changping e Giuseppe Zhang Wenlan, vennero invece arrestati mentre tornavano da un giro di spese in città.
I tre vennero imprigionati in un tempio abbandonato, diventato una cava, sottoposti a numerose torture e tenuti in condizioni miserande, motivo per cui Giovanni Battista si ammalò. Tuttavia, quando venne a trovarlo sua moglie, le raccomandò di restare salda nella fede, perché doveva badare ai loro due figli.
Benché minacciata dalle guardie, la responsabile delle cucine del Seminario, la vedova Marta Wang Luoshi, forniva loro del cibo e portava degli abiti puliti. Fece anche in modo di consegnare delle lettere da parte dei seminaristi al loro vescovo.
Il 29 luglio 1861 arrivò la notizia di un’amnistia da parte dell’imperatore per tutti i cristiani, ma il magistrato incaricato di seguire la loro sorte ignorò il decreto e ordinò in segreto che venissero giustiziati.
Mentre venivano condotti lungo le strade principali, verso il luogo dell’esecuzione, Marta li vide passare mentre lavava i panni sulla riva di un fiume. Li seguì e, quando i soldati le dissero che le avrebbero tagliato la testa se avesse proseguito, rispose: «Se loro possono morire, allora posso farlo anch’io». I quattro prigionieri pregarono continuamente, con i volti raggianti di gioia, fino al luogo dove vennero decapitati.
Giovanni Battista Luo Tingyin e i suoi tre compagni vennero inclusi nel gruppo di 33 martiri dei Vicariati Apostolici di Guizhou, Tonchino Occidentale e Cocincina, il cui decreto sul martirio venne promulgato il 2 agosto 1908. La beatificazione, ad opera di san Pio X, avvenne il 2 maggio 1909. Inseriti nel più ampio gruppo dei 120 martiri cinesi, capeggiati da Agostino Zhao Rong, vennero infine iscritti nell’elenco dei santi il 1 ottobre 2000, da San Giovanni Paolo II.
(Autore: Emilia Flocchini - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Giovanni Battista Lou Tingyin, pregate per noi.  


*Santi Giuseppe Zhang Wenlan, Paolo Chen Changpin, Giovanni Battista Lou Tingyin e Marta Wang Louzhi - Martiri (29 luglio)
La scheda del gruppo a cui appartiene:
“Santi Martiri Cinesi” (Agostino Zhao Rong e 119 Compagni)
9 luglio - Memoria Facoltativa
Martirologio Romano:
Nella città di Qingyan nella provincia del Guizhou in Cina, Santi martiri Giuseppe Zhang Wenlan, Paolo Chen Changpin, seminaristi, Giovanni Battista Lou Tingyin, amministratore del seminario, e Marta Wang Louzhi, vedova, che, rinchiusi in una cava calda e umida, subirono atroci torture, morendo, infine, decapitati per la fede di Cristo.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santi Giuseppe Zhang Wenlan, Paolo Chen Changpin, Giovanni Battista Lou Tingyin e Marta Wang Louzhi, pregate per noi.  


*San Guglielmo Pinchon - Vescovo (29 luglio)

+ Saint-Brieuc, Francia, 29 luglio 1234/41
Nato nella cittadina di St-Alban, nella diocesi di St-Brieuc, in Bretagna, San Guglielmo, vescovo, rifulse per bontà e semplicità e, per difendere le sue pecore e i diritti della Chiesa, patì con impavida forza d’animo aspre vessazioni e l’esilio.
Martirologio Romano: Nella cittadina di Saint-Brieuc nella Bretagna in Francia, San Guglielmo Pinchon, vescovo, che si adoperò per la costruzione della cattedrale, rifulse per bontà e semplicità e per difendere le sue pecore e i diritti della Chiesa patì con impavida forza d’animo aspre vessazioni e l’esilio.
I biografi di questo santo vescovo, contemporaneo di S. Francesco d'Assisi (+1226) e di S. Luigi IX, re di Francia (+1270), si mostrarono più interessati a descriverne i miracoli e le virtù che i dettagli della vita.
Guglielmo pare che sia nato verso il 1180 a St-Alban, in Francia, nella diocesi di St-Brieuc (Cótes-du-Nord), da una modesta famiglia chiamata Pinchon. Fin dalla più tenera età ricevette un'accurata educazione dai genitori.
Tra tutte le buone qualità, in lui rifulse un'ammirabile castità, virtù che costituisce, secondo S. Bonaventura, la via regale mediante la quale si arriva all'amplesso dello Sposo e alla patria celeste.
Un giorno, mentre si trovava nella casa di un ricco signore, una giovane non si vergognò di approfittare delle ombre della notte per tentarlo al male.
Il Santo, corroborato dalla grazia, invece di intrattenersi in pericolosi ragionamenti con la tentatrice, prese immediatamente la fuga come se si trovasse alla presenza di un velenoso serpente.
Non desta meraviglia perciò che Guglielmo, attratto dalla vita ecclesiastica, abbia meritato di essere ammesso a compiere i suoi studi nella città episcopale di St-Brieuc, governata da Gosselino il quale, soddisfatto dei progressi che faceva nello studio e nella disciplina, gli conferì gli ordini minori.
Poiché lo vedeva crescere tanto pio e saggio, e si riprometteva da lui un grande aiuto, lo prese in casa sua, lo ammaestrò, lo formò e poi lo consacrò diacono e sacerdote. Anche Pietro V e Silvestre, suoi successori, continuarono a tenerlo con sé, non sappiamo con quale compito.
Il fatto tuttavia sta a dimostrare che, avendo riscontrato in Guglielmo delle doti non comuni, essi se ne servirono come uomo di fiducia. In quel tempo il nostro santo ottenne anche un canonicato della chiesa metropolitana di Tours, ma non sappiamo se andò a risiedere in quella città.
Nel 1220 Silvestre morì e Guglielmo fu eletto a succedergli sulla cattedra episcopale tant'era grande la considerazione in cui era tenuto dal clero e dal popolo per la pietà, la scienza e la virtù. In quel tempo la Chiesa della Bretagna era oppressa dal duca Pietro Mauclerc di Dreux. Aveva bisogno perciò di pastori sapienti e coraggiosi che fossero in grado di difenderne i diritti e la libertà.
Guglielmo fu uno di coloro che non venne mai a compromessi con l'ingiustizia e il sopruso. Fin dall'inizio del suo episcopato si considerò il padre dei poveri e, quindi, in obbligo di sollevarli in tutte le loro necessità e di nutrirli. Non soddisfatto delle elargizioni fatte ai miseri dal suo elemosiniere, portava egli stesso con sé una borsa piena di denaro, per non esporsi al pericolo di incontrare qualche povero per strada e non essere in grado di fargli del bene.
La sua sollecitudine per chi si trovava in necessità era così grande che, quando faceva distribuire loro gli avanzi della sua mensa, da una finestra egli vigilava perché sia quelli che procedevano alla distribuzione delle vivande che quelli che le ricevevano non commettessero delle ingiustizie.
Se il numero dei poveri accorsi era superiore ai cibi disponibili, egli ne faceva provvedere degli altri all'istante. Durante una carestia, vedendo che i poveri languivano di fame, fece distribuire loro tutto il frumento che aveva fatto riporre nei suoi granai.
Non avendone avuto a sufficienza, per sovvenire alle necessità di tutti, se ne fece imprestare dai canonici.
Spinse tanto oltre la propria generosità verso gli indigenti che al termine della vita non gli restarono più sostanze di cui fare testamento. Aveva preferito farsi un tesoro in cielo, "dove né ladro si avvicina, né tarlo corrode" (Lc. XII, 33).
Quando si trattava di rendere un servizio al prossimo, la sua dignità non costituiva una ragione per dispensarsene. Fu visto, con edificazione di tutti, inginocchiarsi per terra e soffiare sul fuoco acceso per cuocere il cibo destinato ai bisognosi e ai malati.
Un giorno si recò da lui un uomo a chiedergli un tino per fare prendere un bagno ad una povera donna. Pur essendo solo in casa con il suo cappellano, non disdegnò nella sua umiltà di andare egli stesso a svuotare il tino del grano che conteneva, e con l'aiuto del cappellano caricarlo sulle spalle del richiedente. Una notte, andando a dormire, si avvide che i suoi familiari avevano preparato per terra il letto per un religioso suo ospite, mentre avevano collocato il suo in un luogo più alto e più comodo.
Quella preferenza lo indispose. Non andò difatti a dormire fino a tanto che il suo cameriere non ebbe parificato i due letti. Quando restava da solo, sovente prendeva il suo breve riposo disteso per terra, trattava il proprio corpo come un nemico e lo sottoponeva ad aspre penitenze.
La sua posizione sociale e la sua dignità episcopale molte volte lo costringevano a prendere parte a banchetti in cui regnava una discreta abbondanza e varietà di cibi.
Egli gustava appena le pietanze che venivano servite ai commensali, e si limitava a tingere di vino l'acqua pura che costituiva la sua bevanda ordinaria.
Di fronte alle pene e alle miserie del prossimo, Guglielmo si commuoveva fino alle lacrime. Una donna idropica un giorno andò a chiedergli l'elemosina. Vedendola in quello stato pietoso, non si contentò di sollevarla dalla sua miseria, ma volle procurarle un lenimento al male.
Al momento del desinare incaricò una persona di servizio di portarle il migliore piatto della sua mensa.
Il messo fece ricerche della povera donna e la trovò a letto, in preda a spasmodici dolori. Alla triste notizia il vescovo andò in chiesa a offrire a Dio le sue lacrime e le sue preghiere, e vi rimase finché non gli andarono a riferire che l'idropica si era alzata da letto e godeva perfetta salute. Dio aveva ricompensato con un miracolo la carità e le preghiere del suo servo.
Le occupazioni di ogni giorno non impedivano al santo di vivere di continuo alla presenza di Dio. Oltre le ore canoniche e le devozioni proprie di ogni buon sacerdote, egli recitava quotidianamente tutto il salterio, che sapeva a memoria.
Durante la guerra che la cattiva condotta di Pietro Mauclerc cagionò al ducato, la città di St-Brieuc, non essendo cinta da mura, andò soggetta a saccheggi ora da parte delle truppe francesi, ora da parte di quelle bretoni.
Anche in quelle tristi circostanze brillò lo zelo e la tenerezza del buon pastore, che ebbe cura di riunire e consolare i fedeli dispersi.
Molte volte apparve in mezzo alle bande armate con pericolo della vita per salvare quella degli altri. Molte volte fu ingiuriato, percosso e minacciato di morte, ma egli si mostrò incrollabile nella difesa dei diritti del suo popolo. In caso di necessità fece pure uso delle pene canoniche per piegare la protervia degli ostinati. Il duca, con lo specioso pretesto di rendere la chiesa bretone più evangelica, mirò ad usurparne i beni. Per la difesa dei diritti ecclesiastici Guglielmo avrebbe dato volentieri la vita. Invece fu costretto a prendere la via dell'esilio con i vescovi di Rennes e di Tréguier.
Il Santo, contento di patire persecuzioni per amore della giustizia, si rifugiò a Poitiers, dove il vescovo, malato, lo pregò di prendersi cura del suo gregge.
Il Santo, nei due anni che rimase presso di lui, svolse un ministero molto attivo. Il duca nel 1230 si sottomise alle imposizioni di Gregorio IX di modo che, Guglielmo, poté fare ritorno tra il suo gregge e continuare la costruzione della cattedrale, tuttora esistente, di cui è considerato il fondatore. Si dice che, pensando alle difficoltà dell'impresa e alle spese ingenti di esecuzione, abbia esclamato con sicurezza: "O vivo o morto, porterò a termine la mia chiesa".
Guglielmo morì il 29 luglio di un anno incluso tra il 1234 e il 1241. Fu seppellito nella cattedrale, a lato destro della navata. Due anni dopo la sua morte, Filippo, suo successore, avendo intenzione di continuare i lavori della chiesa, fu costretto, per seguirne gli allineamenti, fare scavare nel luogo in cui il suo predecessore era stato sepolto.
Lo fece esumare alla presenza del clero e del popolo e, con meraviglia di tutti, fu trovato intatto ed emanante un odore aromatico. Da quel giorno sul sepolcro di Guglielmo fiorirono i miracoli.
Da città vicine e lontane affluirono i pellegrini a chiedere grazie per i loro malati. Coi denari che essi offersero alla cattedrale in onore di lui, il vescovo poté portarne a termine la costruzione in breve tempo.
La descrizione dei miracoli operati per intercessione di Guglielmo Pinchon fu portata da Filippo alla corte di Innocenzo IV, in lotta contro l'imperatore Federico II, presente allora a Lione.
Il Papa, dopo avere incaricato un cardinale di fare le dovute inchieste in Bretagna, canonizzò S. Guglielmo di St-Brieuc nel 1247.
(Autore: Guido Pettinati – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Guglielmo Pinchon, pregate per noi.  


*Beato José Calasanz Marqués - Sacerdote e Martire (29 luglio)

Schede dei gruppi a cui appartiene:
“Beati Martiri Spagnoli Salesiani di Valencia”
“Beati 233 Martiri Spagnoli di Valencia” - Beatificati nel 2001
“Martiri della Guerra di Spagna”
Huesca, 23 novembre 1872 – Valencia, 29 luglio 1936
Sacerdote professo della Società Salesiana di S. Giovanni Bosco (Salesiani), nato ad Azanuy (Huesca), Spagna, il 23 novembre 1872, morto in località “ponte di S. Giuseppe” sulla strada per Valencia, Spagna, il 29 luglio 1936.
É sepolto presso il cimitero di Benimaclet (Valencia).
Giovanni Paolo II lo ha beatificato l’ 11 marzo 2001 con altrie 232 vittime della guerra civile spagnola.
Martirologio Romano: A Valencia sempre in Spagna, Beato Giuseppe Calasanzio Marqués, sacerdote della Società Salesiana e martire, che sempre nella stessa persecuzione versò il sangue per Cristo.
Nella grande disumana strage che fu la Guerra Civile Spagnola (1936-1939), il numero delle vittime superò il milione, colpendo persone di ogni classe e di ogni fede.
Ormai gli storici hanno riconosciuto che all’interno di questo terribile massacro, nei territori allora chiamati “zona rossa”, in mano agli anarchici ed ai social comunisti, ci fu una vera e propria persecuzione contro i cristiani.
I fedeli laici solo perché cristiani, furono ammazzati a decine di migliaia e con loro massacrati 4148 sacerdoti diocesani, 12 vescovi, 283 suore, 2365 religiosi (sacerdoti e fratelli) per un totale finora riconosciuto di 6808 martiri, con distruzione di numerose chiese.
Ogni Famiglia Religiosa diede il suo tributo di sangue con un numero più o meno alto di vittime; la Famiglia dei Salesiani di Don Bosco, in questo elenco è presente con 97 suoi membri,
appartenenti a tre fiorenti ‘Ispettorie’ di Salesiani e una ‘Ispettoria’ delle Figlie di Maria Ausiliatrice e così suddivisi: 39 sacerdoti, 26 coadiutori, 22 chierici, 5 salesiani cooperatori, 3 aspiranti salesiani e 2 Figlie di Maria Ausiliatrice.
I martiri Salesiani sono raggruppati in tre Famiglie locali, di Valencia, di Siviglia, di Madrid; quelli di Valencia sono stati dichiarati Beati nel 2001.
Il gruppo di Valencia consta di 32 martiri, è capeggiato dal sacerdote ispettore salesiano don José Calasanz Marqués, il quale nacque a Huesca il 23 novembre 1872, i pii genitori lo educarono nell’austerità e nella fermezza di carattere; nel 1884 a 12 anni entrò nella Casa salesiana di Sarriá; erano trascorsi due anni quando fu testimone della visita di don Bosco a Barcellona nel 1886.
Fece la sua professione nella Congregazione Salesiana col beato Filippo Rinaldi (1856-1931), terzo successore di San Giovanni Bosco; primo sacerdote salesiano in Spagna fu ordinato nel 1895.
Durante i primi anni di sacerdozio lavorò come segretario al fianco di don Rinaldi, imparando a vivere lo spirito salesiano, con la bontà nel cuore; espletò il suo zelo pastorale soprattutto con il Sacramento della Penitenza.
Nei successivi 25 anni fu mandato prima a fondare il collegio di Mataró, poi ad iniziare l’Opera salesiana nelle Antille e dopo a dirigere l’Ispettoria Perù-Bolivia; ritornò in Spagna nel 1925 con la carica di ispettore dell’Ispettoria Tarraconese.
La Guerra Civile lo sorprese in questa carica; il 18 luglio 1936 si trovava a Valencia per presiedere agli Esercizi Spirituali nella locale Casa Salesiana.
All’alba del 22 luglio, i miliziani rossi irruppero armati, trovando i salesiani schierati lungo la scalinata centrale; uno di loro sopraggiunto rimproverò gli altri, perché non avevano sparato come d’accordo, uccidendo ognuno un salesiano.
Furono arrestati e poi rilasciati per essere di nuovo poi arrestati nei giorni seguenti, don Calasanz fu fatto salire con tre confratelli su un camion avviato verso Valencia, lui era sempre sotto la mira del fucile di un giovane miliziano, quando improvvisamente questo gli sparò a bruciapelo forandogli la testa. Padre José Calasanz Marqués si accasciò a terra in un lago di sangue, mormorando “Dio mio”.
Era il 29 luglio 1936 ed aveva 64 anni.
Nello stesso anno 1936, in periodi diversi furono uccisi in odio alla fede cattolica e al loro sacerdozio o alla professione religiosa, altri 10 salesiani di Valencia e 21 di Barcellona, compreso due Suore Figlie di Maria Ausiliatrice; tutti accomunati in un unico processo per la loro beatificazione, avvenuta a Roma l’11 marzo 2001, insieme ad altri 201 martiri della diocesi di Valencia.
Per brevità di spazio si omettono i nomi degli altri 32 martiri salesiani, il cui elenco è comunque presente con la scheda “Beati Martiri Spagnoli Salesiani”.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato José Calasanz Marqués, pregate per noi.


*Beato Julián Aguilar Martín - Martire (29 luglio)  

Scheda del Gruppo cui appartiene:
"Beati 522 Martiri Spagnoli" Beatificati nel 2013
Senza data (Celebrazioni singole)
"Martiri della Guerra di Spagna"  
Senza Data (Celebrazioni singole)

Berge, Spagna, 24 novembre 1912 - Casa de Campo, Spagna, 29 luglio 1936.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Julián Aguilar Martín, pregate per noi.


*San Lazzaro - Fratello di Santa Marta (29 luglio)

sec. I
Originario della Giudea, Lazzaro era il fratello di Santa Marta, che Gesù pianse morto e risuscitò, e di Maria, sua sorella, che, mentre Marta era indaffarata nei suoi molteplici servizi, seduta ai piedi del Signore ascoltava la sua parola.
In ricordo di questa predilezione del Redentore, ogni anno (se ne ha notizia già nel IV secolo) i cristiani di Gerusalemme alla vigilia delle Palme si recavano in processione a Betania e sulla tomba di Lazzaro.
La vicenda di Lazzaro che ebbe il privilegio di due tombe essendo morto due volte è narrata nel Vangelo di Giovanni.
La prima tomba, da cui fu tratto e risuscitato, restò vuota, giacché un'antica tradizione orientale considera Lazzaro vescovo e martire a Cipro.
La notizia del VI secolo prese consistenza nel 900 quando l'imperatore Leone VI il Filosofo fece trasportare le reliquie di Lazzaro da Kition di Cipro a Costantinopoli, insieme con quelle della sorella Maria.
Antichi affreschi rinvenuti nell'isola sembrano confermare la presenza di Lazzaro a Cipro. (Avvenire)
Etimologia: Lazzaro = Dio è il mio soccorso, dall'ebraico
Martirologio Romano: Commemorazione dei Santi Lazzaro, fratello di Santa Marta, che il Signore pianse morto e risuscitò, e di Maria, sua sorella, che, mentre Marta era indaffarata nei suoi molteplici servizi, seduta ai piedi del Signore ascoltava la sua parola.
Lazzaro di Betania, in Giudea, fratello di Marta e Maria, deve all'amicizia di Gesù non solo la strepitosa risurrezione dalla tomba, ma anche il culto con cui la Chiesa lo ha onorato nel corso dei secoli.
Nella sua casa ospitale, a tre miglia da Gerusalemme, Gesù trascorreva brevi pause di riposo
confortato dalle premurose attenzioni di Marta e di Maria e dalla sincera e fidata amicizia del padrone di casa.
In ricordo di questa predilezione del Redentore, ogni anno (se ne ha notizia già nel IV secolo) i cristiani di Gerusalemme alla vigilia delle Palme si recavano in processione a Betania e sulla tomba di Lazzaro il diacono proclamava il Vangelo di Giovanni che narra con molti particolari la risurrezione di Lazzaro.
Giovanni infatti è il solo evangelista che riferisce il miracolo.
La narrazione, con l'insolita abbondanza di particolari, costituisce uno dei punti salienti del quarto Vangelo, poiché la risurrezione di Lazzaro assume, al di là del fatto storico, il valore di simbolo e di profezia, come prefigurazione della risurrezione di Cristo.
La casa di Betania e la tomba furono meta di pellegrinaggi già nella prima epoca del cristianesimo, come riferisce lo stesso S. Girolamo.
Più tardi, i pellegrini medievali ci informano che accanto alla tomba di Lazzaro era sorto un monastero beneficato da Carlo Magno.
Ma Lazzaro ebbe pure il privilegio di due tombe essendo morto due volte.
La prima tomba, da cui fu tratto e risuscitato dall'amore di Cristo ("Vedi quanto l'amava" esclamarono i Giudei scorgendo sul volto di Gesù una lacrima di commozione) restò vuota, giacché un'antica tradizione orientale considera Lazzaro vescovo e martire a Cipro.
La notizia, del VI secolo, prese consistenza nel 900 quando l'imperatore Leone VI il Filosofo fece trasportare le reliquie di Lazzaro da Kition di Cipro a Costantinopoli, insieme con quelle della sorella Maria Maddalena, rinvenute a La Beata Vergine e San Lazzaro, sullo stendardo di un lebbrosario fiammingo (sec. XVI) Efeso.
Antichi affreschi rinvenuti nell'isola sembrano confermare la presenza di Lazzaro a Cipro.
Del tutto leggendario è invece il racconto secondo il quale Lazzaro e le due sorelle sarebbero stati gettati su una barca senza remi e senza timone e lasciati in balia delle onde, che avrebbero sospinto l'imbarcazione sulle coste della Provenza.
Eletto vescovo di Marsiglia, Lazzaro avrebbe colto la palma del martirio all'epoca dell'imperatore Nerone.
I "lazzaretti", gli ospizi per i poveri reietti, gli ospedali, sorsero molto spesso all'insegna della protezione di S. Lazzaro, confondendo il Lazzaro della parabola del ricco Epulone, col fratello di Marta e Maria, "colui che Gesù risuscitò".
(Autore: Piero Bargellini – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Lazzaro, pregate per noi.


*Santi Lucilla, Flora, Eugenio e Compagni - Martiri (29 luglio)
sec. I
Originario della Giudea, Lazzaro era il fratello di santa Marta, che Gesù pianse morto e risuscitò, e di Maria, sua sorella, che, mentre Marta era indaffarata nei suoi molteplici servizi, seduta ai piedi del Signore ascoltava la sua parola.
In ricordo di questa predilezione del Redentore, ogni anno (se ne ha notizia già nel IV secolo) i cristiani di Gerusalemme alla vigilia delle Palme si recavano in processione a Betania e sulla tomba di Lazzaro. La vicenda di Lazzaro che ebbe il privilegio di due tombe essendo morto due volte è narrata nel Vangelo di Giovanni.
La prima tomba, da cui fu tratto e risuscitato, restò vuota, giacché un'antica tradizione orientale considera Lazzaro vescovo e martire a Cipro.
La notizia del VI secolo prese consistenza nel 900 quando l'imperatore Leone VI il Filosofo fece trasportare le reliquie di Lazzaro da Kition di Cipro a Costantinopoli, insieme con quelle della sorella Maria. Antichi affreschi rinvenuti nell'isola sembrano confermare la presenza di Lazzaro a Cipro. (Avvenire)
Etimologia: Lazzaro = Dio è il mio soccorso, dall'ebraico
Martirologio Romano: Commemorazione dei Santi Lazzaro, fratello di Santa Marta, che il Signore pianse morto e risuscitò, e di Maria, sua sorella, che, mentre Marta era indaffarata nei suoi molteplici servizi, seduta ai piedi del Signore ascoltava la sua parola.
Lazzaro di Betania, in Giudea, fratello di Marta e Maria, deve all'amicizia di Gesù non solo la strepitosa risurrezione dalla tomba, ma anche il culto con cui la Chiesa lo ha onorato nel corso dei secoli. Nella sua casa ospitale, a tre miglia da Gerusalemme, Gesù trascorreva brevi pause di riposo confortato dalle premurose attenzioni di Marta e di Maria e dalla sincera e fidata amicizia del padrone di casa.
In ricordo di questa predilezione del Redentore, ogni anno (se ne ha notizia già nel IV secolo) i cristiani di Gerusalemme alla vigilia delle Palme si recavano in processione a Betania e sulla tomba di Lazzaro il diacono proclamava il Vangelo di Giovanni che narra con molti particolari la risurrezione di Lazzaro.
Giovanni infatti è il solo evangelista che riferisce il miracolo. La narrazione, con l'insolita abbondanza di particolari, costituisce uno dei punti salienti del quarto Vangelo, poiché la risurrezione di Lazzaro assume, al di là del fatto storico, il valore di simbolo e di profezia, come prefigurazione della risurrezione di Cristo.
La casa di Betania e la tomba furono meta di pellegrinaggi già nella prima epoca del cristianesimo, come riferisce lo stesso S. Girolamo.
Più tardi, i pellegrini medievali ci informano che accanto alla tomba di Lazzaro era sorto un monastero beneficato da Carlo Magno. Ma Lazzaro ebbe pure il privilegio di due tombe essendo morto due volte.
La prima tomba, da cui fu tratto e risuscitato dall'amore di Cristo ("Vedi quanto l'amava"
esclamarono i Giudei scorgendo sul volto di Gesù una lacrima di commozione) restò vuota, giacché un'antica tradizione orientale considera Lazzaro vescovo e martire a Cipro. La notizia, del VI secolo, prese consistenza nel 900 quando l'imperatore Leone VI il Filosofo fece trasportare le reliquie di Lazzaro da Kition di Cipro a Costantinopoli, insieme con quelle della sorella Maria Maddalena, rinvenute a La B. Vergine e San Lazzaro, sullo stendardo di un lebbrosario fiammingo (sec. XVI) Efeso.
Antichi affreschi rinvenuti nell'isola sembrano confermare la presenza di Lazzaro a Cipro. Del tutto leggendario è invece il racconto secondo il quale Lazzaro e le due sorelle sarebbero stati gettati su una barca senza remi e senza timone e lasciati in balia delle onde, che avrebbero sospinto l'imbarcazione sulle coste della Provenza.
Eletto vescovo di Marsiglia, Lazzaro avrebbe colto la palma del martirio all'epoca dell'imperatore Nerone. I "lazzaretti", gli ospizi per i poveri reietti, gli ospedali, sorsero molto spesso all'insegna della protezione di S. Lazzaro, confondendo il Lazzaro della parabola del ricco Epulone, col fratello di Marta e Maria, "colui che Gesù risuscitò". (Autore: Piero Bargellini – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Un’antica tradizione narra che Flora e Lucilla erano sorelle, cittadine romane, vissute nel terzo secolo. Si distinsero a Roma per fede, amore alla castità e disprezzo del mondo. Un giorno, ad Ostia, furono rapite da un africano di nome Eugenio che in seguito, commosso dal loro esempio, si convertì.
Quando l’imperatore Gallieno pubblicò l’editto di condana dei cristiani, Flora e Lucilla diedero prova di straordinario coraggio, sacrificando per Cristo la propria vita.
Era circa l’anno 260. La tradizione aggiunge che nel secolo IX le loro reliquie vennero portate ad Arezzo, nel monastero benedettino che sorgeva nei pressi dell’Olmo.
Nel 1196 i monaci dovettero lasciare il colle della Torrita (che ancora si chiama S. Flora). Costruirono il monastero ad Arezzo, portando in badia le preziose reliquie, oggi custodite nell’altare dedicato a s. Rita. La festa locale di Flora e Lucilla è fissata al 29 luglio.
Preghiera
O Sante Flora e Lucilla, vergini a mariti gloriose di Cristo, nostre patrone, mentre vi ringraziamo per la singolare protezione che esercitate sopra di noi liberandoci dai pericoli dell’anima e del corpo, umilmente vi preghiamo di intercedere dal Signore la pace con lui e con il prossimo. Benedite la nostra vita, quella delle nostre famiglie e delle nostre comunità parrocchiali, con la speranza di poter essere un giorno, per divina misericordia, con Voi nella gloria di Dio. Amen.
(Autore: Daniele Bolognini - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Il Martirologio Romano li ricorda il 29 luglio e attesta che perirono a Roma al tempo dell'imperatore Gallieno.
La passio, scritta probabilmente nel sec. IX, non è altro che un plagio di quella dei santi Luceia e Auceia con qualche insignificante variazione.
Con molta verosimiglianza essa fu composta nel monastero di Santa Fiora sul monte Amiata, perché, in appendice, si racconta che i loro corpi, seppelliti dapprima in un suburbio di Ostia, al tempo del Papa Benedetto III sarebbero stati trasferiti ad Arezzo; durante il viaggio però la giumenta che li trainava si fermò sul monte Titano, a due miglia da Arezzo ed ivi sorsero una basilica ed un monastero che, insieme col paesetto vicino, presero il nome di Santa Fiora.
Da quel luogo il culto dei nostri Santi si diffuse non soltanto in Italia, ma anche in Germania, Svizzera, Francia e Spagna, dove parecchie città dicono di possederne alcune reliquie.
(Autore: Giuseppe Palazzini - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santi Lucilla, Flora, Eugenio e Compagni, pregate per noi.


*Beati Lucio Martinez Mancebo e 7 Compagni - Domenicani, Martiri (29 luglio)
Scheda del gruppo a cui appartengono:
“Beati Martiri Spagnoli Domenicani d'Aragona” -
“Beati 233 Martiri Spagnoli di Valencia Beatificati nel 2001” - “Martiri della Guerra di Spagna”

+ Calanda, Spagna, 29 luglio 1936
Martirologio Romano:
A Calanda vicino a Teruel sempre in Spagna, Beati Lucio Martínez Mancebo, sacerdote dell’Ordine dei Predicatori, e compagni, martiri, che, sorretti dalla forza di Cristo, morirono nella medesima persecuzione.
Questo gruppo si compone di questi martiri:
- Lucio Martinez Mancebo, sacerdote domenicano, nato a Vegas del Contado (Spagna) il 28 luglio 1902;
- Antonio Lopez Couceiro, sacerdote domenicano, nato a El Ferrol (Spagna) il 15 novembre 1869;
- Felicissimo Diez Gonzalez, sacerdote domenicano, nato a Devesa de Curueño (Spagna) il 26 novembre 1907;
- Saturio Rey Robles, sacerdote domenicano, nato a Devesa de Curueño (Spagna), il 21 dicembre 1907;
- Tirso Manrique Melero, sacerdote domenicano, nato a Alfaro (Spagna) il 26 gennaio 1877;
- Gumersindo Soto Barros, cooperatore domenicano, nato ad Amil (Spagna) il 21 ottobre 1869;
- Lamberto de Navascués y de Juan, novizio cooperatore domenicano, nato a Zaragoza (Spagna) il 18 maggio 1911;
- Emanuele Albert Gines, sacerdote diocesano, nato a Calanda (Spagna) il 3 ottobre 1867.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - Beati Lucio Martinez Mancebo e 7 Compagni, pregate per noi.


*Beati Ludovico Bertrán, Mancio della Santa Croce e Pietro di Santa Maria - Martiri (29 luglio)
Martirologio Romano:
A Omura in Giappone, Beati martiri Ludovico Bertrán, sacerdote dell’Ordine dei Predicatori, Mancio della Santa Croce e Pietro di Santa Maria, religiosi dello stesso Ordine, messi al rogo per Cristo.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beati Ludovico Bertrán, Mancio della Santa Croce e Pietro di Santa Maria, pregate per noi.  


*Beati Luigi Martin e Zelia Guerin - Genitori di Santa Teresa di Gesù Bambino (29 luglio e 28 agosto)
Luigi: Bordeaux, 22 agosto 1823 - La Musse, 29 luglio 1894
Zelia: Gandelain, 23 dicembre 1831 - 28 agosto 1877

“Galeotto fu il ponte….”, e precisamente quello di Saint Leonard, ad Alençon , perché su di esso si incontrarono i due. E fu amore a prima vista, almeno da parte di lei.
Per nessuno dei due, a dire il vero, il matrimonio rappresentava il massimo delle aspirazioni.
Lui, a 22 anni, aveva deciso di consacrarsi a Dio nell’ospizio del Gran San Bernardo, ma l’ostacolo insormontabile era lo studio del latino, ed era diventato così un espertissimo orologiaio, anche se i suoi pensieri continuavano ad abitare il cielo ed il suo cuore restava costantemente orientato a Dio.
Lei pensava proprio di poter diventare una brava Figlia della Carità, ma la Superiora di Alençon, senza mezzi termini, le aveva detto che quella non era sicuramente la volontà di Dio.
Aveva così iniziato a fare la merlettaia, diventando abilissima nel raffinato “punto di Alençon”, anche se il suo capolavoro continuava ad essere il suo silenzioso intreccio di preghiera e carità.
Sul ponte di Saint Leonard, in quell’aprile 1858, sente distintamente che questo, e non altri, è l’uomo che è stato preparato per lei e ne è così convinta che lo sposa appena tre mesi dopo.
Lo scorso 12 luglio, 150 anni dopo, Alençon ha ricordato questo matrimonio “tre volte d’oro”, anche perché la Chiesa si sta preparando (e lo farà domenica prossima) a riconoscere che per Luigi Martin e Zelia Guerin fu proprio il matrimonio la via ordinaria per raggiungere la santità e per questo saranno dichiarati Beati, andando così a fare singolare corona alla loro grande figlia, Santa Teresa di Gesù Bambino.
All’inizio, per le disposizioni interiori di entrambi e forse anche per il troppo breve fidanzamento, per dieci mesi orientano il loro matrimonio verso la verginità fisica e ci vuole l’accompagnamento di un prudente confessore per indirizzare entrambi verso il dono di sè.e per aprirli alla procreazione. Cominciano a nascere i figli, addirittura nove, ma solo cinque di essi raggiungono l’età adulta.
Perché Luigi e Maria conoscono le sofferenze e i lutti delle altre famiglie, soprattutto a quel tempo: la morte, in tenerissima età, di tre figli, tra cui i due maschi; l’improvvisa morte di Maria Elena a neppure sei anni; la grave malattia di Teresa, il tifo di Maria e il carattere difficile di Leonia. Tutto accettato con una grande fede e con la consapevolezza ogni volta di aver “allevato un figlio per il cielo”.
Delle altre famiglie condividono pure lo sforzo del lavoro quotidiano, Luigi nel suo laboratorio di orologiaio con annessa gioielleria, Zelia nella sua azienda di merletti: lavori che assicurano alla famiglia una certa agiatezza, di cui tuttavia non si fa sfoggio.
Perché in casa loro le figlie vengono educate “a non sprecare” e si insegna a fare del “di più” un dono agli altri.
La carità concreta è quella che esse imparano, accompagnando mamma o papà di porta in porta, di povero in povero.
Messa quotidiana, confessione frequente, adorazioni notturne, attività parrocchiali, scrupolosa osservanza del riposo festivo, ma soprattutto una “liturgia domestica” di cui Luigi e Zelia sono gli indiscussi celebranti, fatta di pie pratiche sì, ma anche di esami di coscienza sulle ginocchia di mamma e di catechismo imparato in braccio a papà.
Zelia muore il 28 agosto 1877, a 45 anni, dopo 19 di matrimonio e con l’ultima nata di appena 4 anni, portata via da un cancro al seno, prima sottovalutato e poi dichiarato in operabile. Luigi muore il 29 luglio 1894.
Dopo un umiliante declino e causa dell’arteriosclerosi e di una progressiva paralisi. Prima ha, comunque, la gioia di donare tutte le 5 figlie al Signore, quattro nel Carmelo di Lisieux e una tra le Visitandone di Caen.
Tra queste, Teresa, morta nel 1897 e proclamata Santa nel 1925, che non ha mai avuto coscienza di essere santa, ma sempre ha detto di essere “figlia di santi”, dice spesso: “Il Signore mi ha dato due genitori più degni del cielo che della terra”.
Lei, cui la Chiesa riconosce il merito di aver indicato la “piccola via” per raggiungere la santità, confessa candidamente di aver imparato la spiritualità del suo “sentierino” sulle ginocchia di mamma. “Pensando a papà penso naturalmente al buon Dio”, sussurra, mentre alle consorelle confida: “Non
avevo che da guardare mio papà per sapere come pregano i santi”.
Ora è la Chiesa a “mettere le firma” sulla santità raggiunta da questa coppia: non “malgrado il matrimonio”, ma proprio “grazie al matrimonio”.
A portarli sull’altare, l’inspiegabile guarigione, avvenuta nel 2002 a Milano, da una grave malformazione congenita., manco a farlo apposta, di un neonato.
(Autore: Gianpiero Pettiti – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Il lavoro o l'educazione dei figli, l'amore coniugale o l'apertura e l'attenzione verso gli altri? Rileggendo la vita di Luigi Martiri e Zelia Guerin, i genitori di santa Teresa di Lisieux, si cerca invano il prevalere di un aspetto o dell'altro nello stabilire quale abbia contato di più nel cammino verso la santità. Perché la loro vita è piuttosto la testimonianza di una quotidianità vissuta alla presenza di Dio.
Luigi Giuseppe Stanislao Martin nacque a Bordeaux, nella Francia sud-occidentale, il 22 agosto 1823, mentre Zelia Guèrin nacque il 23 dicembre 1831 a Gandelain, sobborgo di Saint Denis sur Sarthon nell’Orne, Francia nord-occidentale.
Ebbero nove figli, tra i quali quattro morti in tenera età:
Maria (Suor Maria del Sacro Cuore, carmelitana a Lisieux, 22 febbraio 1860 - 19 gennaio 1940);
Paolina (Suor Agnese di Gesù, carmelitana a Lisieux, 7 settembre 1861 - 28 luglio 1951); Leonia (Suor Francesca Teresa, visitandina, 3 giugno 1863 - 16 giugno 1941);
Elena (1864 - 1870),
Giuseppe Luigi (1866 - 1867),
Giuseppe Giovanni Battista (1867 - 1868);
Celina (Suor Genoveffa del Volto Santo, carmelitana a Lisieux, 28 aprile 1869 - 25 febbraio 1959);
Melania Teresa (16 agosto - 8 ottobre 1870);
Teresa (Suor Teresa del Bambino Gesù e del Volto Santo, carmelitana a Lisieux, 2 gennaio 1873 - 30 settembre 1897).
Nella loro giovinezza avevano aspirato ambedue alla vita religiosa, formarono poi una famiglia, animati dalla preoccupazione principale del bene spirituale delle figlie. Teresa scriverà: "Avevo soltanto buoni esempi intorno a me, naturalmente volevo seguirli".
Creano un ambiente familiare di grande laboriosità e di forte sensibilità di fede, che porterà tutte e cinque le figlie a consacrarsi al Signore nella vita religiosa.
Proprio il dolore e la gioia legate ai figli - tre morti ancora bambini, quattro entrate in convento - attraversano gran parte della vita coniugale di Luigi e Zelia, che entrambi, prima del matrimonio, avevano tentato di intraprendere la vita religiosa.
“Quando abbiamo avuto i nostri figlioli - scrive Zelia nel 1877, ormai alla fine della sua vita - le nostre idee sono un po' cambiate: non vivevamo più che per loro, questa era la nostra felicità.
Insomma tutto ci riusciva facilissimo, il mondo non ci era più di peso”.
Non inganni quel "ci riusciva facilissimo": non si riferisce alla facilità delle circostanze, che invece furono durissime, ma alla certezza che quelle circostanze facevano parte di un disegno buono di Dio.
E l'amore tra Luigi e Zelia sembra proprio consistere nell'aiuto a scoprire questa positività.
L'affronto del dolore e delle difficoltà è peraltro uno degli aspetti che rende moderna questa coppia di 150 anni fa: l'educazione dei figli è un altro, con un'attenzione centrata su ciò che formava il loro animo.
Come si deduce dalla dichiarazione delle figlie al processo di beatificazione di Teresa: “La nostra mamma vigilava con grande attenzione sull'amma delle sue bambine e la più piccola mancanza non era lasciata senza rimprovero.
Era un'educazione buona e affettuosa, ma oculata e accurata”.
Analoga immagine si ricava dai ritratti che Teresa fa di suo padre (la mamma morì quando aveva appena 4 anni).
A questa accuratezza e attenzione non creava ostacoli il lavoro.
Già, perché i Martiri lavoravano entrambi, e con mestieri impegnativi: un laboratorio di orologiaio Luigi, imprenditrice tessile lei: “Se avessi lavoro tre volte di meno - scrive Zelia alla cognata - ne avrei ancora abbastanza per non stare spesso senza far niente... ~ un lavoro così dolce occuparsi dei propri figlioletti!
Se non avessi da fare che quello, mi sembra che sarei la più felice delle donne. Ma bisogna bene che il loro padre e io lavoriamo per procurare loro una dote”.
In ogni caso la vera dote lasciata dai Martiri è la testimonianza della fede, come dimostra Santa Teresa quando ringrazia di aver avuto “genitori degni più del Cielo che della Terra”.
Zelia Guèrin muore di cancro il 28 agosto 1877.
Luigi Martin muore dopo un periodo di malattia a Saint Sèbastien de Morsent, a La Musse, il 29 luglio 1894.
I processi per le Cause di beatificazione e canonizzazione dei Servi di Dio Luigi Martin e di Zelia Guerin, furono istruiti rispettivamente nelle diocesi di Bayeux-Lisieux e di Sées, dal 1957 al 1960, e quindi inviati a Roma.
Queste due cause, condotte poi secondo il metodo storico, sono state presentate alla Congregazione delle Cause dei Santi in un unico studio, sono state discusse dai Teologi e dai Cardinali e Vescovi.
Il 26 marzo 1994 Papa Giovanni Paolo II ha proclamato le loro virtù eroiche, e da quel giorno godono nella Chiesa del titolo di "Venerabili".
La loro causa di beatificazione sta sostenendo l'esame della Commissione medica e teologica, che - a poco più di un anno dalla chiusura del processo diocesano a Milano - sta valutando il miracolo attribuito alla coppia, ovvero la vita salvata a Pietro Schilirò, un bambino di Monza nato con una grave malformazione ai polmoni che non lasciava speranza.
(Autore: Carmelo Randello - Riccardo Cascioli)
Giaculatoria - Beati Luigi Martin e Zelia Guerin, pregate per noi.


*San Lupo di Troyes - Vescovo (29 luglio) 

Toul, Alsazia, 383 c. - 479
Nato a Toul, in Alsazia, intorno al 383, Lupo si fece monaco nell'abbazia di Lèrins dopo aver distribuito ai poveri tutti i suoi beni.
Eletto vescovo di Troyes nel 426, difese la città dalla furia devastatrice degli Unni e combatté strenuamente il dilagante clima eretico.
Il martirologio romano nel ricordo romano ne ricorda la «deposizione» il 29 luglio, giorno in cui la Chiesa beneventana ne ha sempre celebrato la memoria.
Il culto di san Lupo, in Benevento e nella sua diocesi, risale almeno al IX-X secolo.
Già nel IX secolo esisteva in Benevento una badia benedettina intitolata a suo nome, i cui abati esercitavano giurisdizione spirituale e temporale sul villaggio fortificato di San Lupo (arcidiocesi e provincia di Benevento).
Quando, nel 1450, Papa Niccolò V soppresse la badia, i beni e la giurisdizione furono annessi al capitolo metropolitano, che da quel tempo onora il santo vescovo trecense come suo insigne patrono.
Patrono di San Lupo (BN) che lo venera dal 27 al 29 luglio con la processione del grano. (Avvenire)
Martirologio Romano: A Troyes nella Gallia lugdunense, nell’odierna Francia, San Lupo, vescovo, che si recò in Bretagna insieme a San Germano di Auxerre per debellare l’eresia pelagiana, difese con la preghiera la sua città dalla furia di Attila e, compiuti onorevolmente cinquantadue anni di sacerdozio, riposò in pace.  
Nato a Toul, in Alsazia, intorno al 383, Lupo si fece monaco nell'abbazia di Lèrins dopo aver distribuito ai poveri tutti i suoi beni.
Eletto vescovo di Troyes nel 426, difese la città dalla furia devastatrice degli Unni e combatté strenuamente la pullulante eresie aria.
Il martirologio romano nel ricordo romano ne ricorda la "deposizione" il 29 luglio, giorno in cui la Chiesa Beneventana ne ha sempre celebrato la memoria. Il culto di San Lupo, in Benevento e nella sua diocesi, risale almeno al IX-X secolo.
Già nel IX secolo esisteva in Benevento una badia benedettina intitolata al suo nome, i cui abati esercitavano giurisdizione spirituale e temporale sul villaggio fortificato di San Lupo (arcidiocesi e provincia di Benevento).
Quando, nel 1450, Papa Niccolò V soppresse la badia, i beni e la a giurisdizione di essa furono annessi al capitolo metropolitano, che da quel tempo onora il santo vescovo trecense come suo insigne patrono.
Patrono di San Lupo (BN) che lo venera dal 27 al 29 luglio con la processione del grano.
(Fonte: www.diocesidibenevento.org)
Giaculatoria - San Lupo di Troyes, pregate per noi.


*Santa Maria di Betania (29 luglio)  

I sec.
Martirologio Romano:
Commemorazione dei Santi Lazzaro, fratello di Santa Marta, che il Signore pianse morto e risuscitò, e di Maria, sua sorella, che, mentre Marta era indaffarata nei suoi molteplici servizi, seduta ai piedi del Signore ascoltava la sua parola.
La troviamo in vari punti dei Vangeli. La prima cosa che salta all’occhio è la sua differenza dalla sorella: mentre Marta è sempre in movimento, indaffarata nella sua premura per essere una brava padrona di casa, lei ama stare ai piedi di Gesù per ascoltarlo: un gesto che non ha nulla di romantico, dato che “sedersi ai piedi di un maestro” significava esserne i discepoli. Maria è quindi una discepola attenta.
Per questo Gesù dirà che lei ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta. Infatti, essere discepolo di Cristo è una possibilità di cui non saremo mai privati.
La vita può rubarci molte opportunità: la salute, le capacità, la giovinezza, un impegno, un ruolo, una posizione, ma in ogni situazione noi possiamo essere discepoli del Signore.
Maria ci fa capire che ci può essere tolto tutto, ma ascoltare Gesù è sempre possibile.
Ritroviamo Maria alla morte del fratello Lazzaro: il suo pianto commuove nel profondo Gesù che a lei mostra la sua umanità sensibile al dolore per la morte dell’amico.
Infine, è suo un gesto che Gesù definirà profetico. Sei giorni prima della sua ultima Pasqua, Gesù va a trovare gli amici e si ferma a cena.
C’è Lazzaro redivivo, Marta che sta servendo e in quel contesto Maria, senza dire nulla, prende trecento grammi di profumo di puro nardo, preziosissimo, unge i piedi di Gesù e li asciuga con i suoi capelli.
Un gesto simile lo aveva compiuto una peccatrice pubblica, mescolando le sue lacrime con il profumo per ringraziare Gesù della sua misericordia (cfr Vangelo di Luca 7,36-50). Maria non piange: usa una gran quantità di un costosissimo profumo e la fragranza si diffonde per tutta la casa; unge l’Unto del Signore. Poi con i suoi capelli asciuga i piedi di Gesù, così che lo stesso profumo avvolge lei e il suo Signore. I suoi capelli profumano come Gesù, come se lei volesse conservare su di sé il ricordo di quel momento.
Nessuno capisce perché Maria abbia fatto questa cosa. Giuda brontola per lo spreco: si poteva utilizzare quel prezioso profumo per ricavarne dei soldi da dare ai poveri.
Anche se non c’è nessuno scambio di parole tra Gesù e Maria, perché spesso i gesti significativi accadono in silenzio, lui capisce e mostra di gradire quel gesto nel quale vede un segno profetico dell’unzione che viene fatta ai defunti.
Maria è stata spinta dall’amore per il suo Signore, a cui ha voluto tributare un segno di onore. Ma questo svela sia la regalità di Gesù che la sua morte imminente. «Ha profumato in anticipo il mio corpo per la sepoltura», dice Gesù, così collega quel momento di intimità familiare al futuro terribile che sta incombendo su di lui, quell’unzione anticipa la pace silenziosa che verrà dopo la tragedia della croce.
Mentre montano gli intrighi dell’odio, dell’inganno, del tradimento, negli ultimi giorni di Gesù c’è un momento luminoso carico di bontà: il profumo dell’amore generoso di Maria.
(Autore: Elide Siviero - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Maria di Betania, pregate per noi.


*Santa Marta di Betania (29 luglio)

sec. I
Marta è la sorella di Maria e di Lazzaro di Betania. Nella loro casa ospitale Gesù amava sostare durante la predicazione in Giudea.
In occasione di una di queste visite conosciamo Marta.
Il Vangelo ce la presenta come la donna di casa, sollecita e indaffarata per accogliere degnamente il gradito ospite, mentre la sorella Maria preferisce starsene quieta in ascolto delle parole del Maestro.
L'avvilita e incompresa professione di massaia è riscattata da questa Santa fattiva di nome Marta, che vuol dire semplicemente «signora».
Marta ricompare nel Vangelo nel drammatico episodio della risurrezione di Lazzaro, dove implicitamente domanda il miracolo con una semplice e stupenda professione di fede nella onnipotenza del Salvatore, nella risurrezione dei morti e nella divinità di Cristo, e durante un banchetto al quale partecipa lo stesso Lazzaro, da poco risuscitato, e anche questa volta ci si presenta in veste di donna tuttofare.
I primi a dedicare una celebrazione liturgica a S. Marta furono i francescani, nel 1262. (Avvenire)
Patronato: Casalinghe, Domestiche, Albergatori, Osti, Cuochi, Cognate
Etimologia: Marta = palma, dall'aramaico o variante di Maria
Emblema: Chiavi, Mestolo, Scopa, Drago
Martirologio Romano: Memoria di Santa Marta, che a Betania vicino a Gerusalemme accolse nella sua casa il Signore Gesù e, alla morte del fratello, professò: «Tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo».
Marta è la sorella di Maria e di Lazzaro di Betania, un villaggio a circa tre chilometri da Gerusalemme. Nella loro casa ospitale Gesù amava sostare durante la predicazione in Giudea.
In occasione di una di queste visite compare per la prima volta Marta.
Il Vangelo ce la presenta come la donna di casa, sollecita e indaffarata per accogliere degnamente il gradito ospite, mentre la sorella Maria preferisce starsene quieta in ascolto delle parole del Maestro.
Non ci stupisce quindi il rimprovero che Marta muove a Maria: "Signore, non t'importa che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti".
L'amabile risposta di Gesù può suonare come rimprovero alla fattiva massaia: "Marta, Marta, tu t'inquieti e ti affanni per molte cose; una sola è necessaria: Maria invece ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta". Ma rimprovero non è, commenta Sant'Agostino: "Marta, tu non hai scelto il male; Maria ha però scelto meglio di te".
Ciononostante Maria, considerata il modello evangelico delle anime contemplative già da San Basilio e San Gregorio Magno, non sembra che figuri nel calendario liturgico: la santità di questa dolce figura di donna è fuori discussione, poiché le è stata confermata dalle stesse parole di Cristo; ma è Marta soltanto, e non Maria né Lazzaro, a comparire nel calendario universale, quasi a ripagarla delle sollecite attenzioni verso la persona del Salvatore e per proporla alle donne cristiane come modello di operosità.
L'avvilita e incompresa professione di massaia è riscattata da questa Santa fattiva di nome Marta, che vuol dire semplicemente "signora".
Marta ricompare nel Vangelo nel drammatico episodio della risurrezione di Lazzaro, dove implicitamente domanda il miracolo con una semplice e stupenda professione di fede nella onnipotenza del Salvatore, nella risurrezione dei morti e nella divinità di Cristo, e durante un banchetto al quale partecipa lo stesso Lazzaro, da poco risuscitato, e anche questa volta ci si presenta in veste di donna tuttofare.
La lezione impartitale dal Maestro non riguardava, evidentemente, la sua encomiabile laboriosità, ma l'eccesso di affanno per le cose materiali a scapito della vita interiore.
Sugli anni successivi della Santa non abbiamo alcuna notizia storicamente accertabile, pur abbondando i racconti leggendari.
I primi a dedicare una celebrazione liturgica a Santa Marta furono i francescani, nel 1262, il 29 luglio, cioè otto giorni dopo la festa di Santa Maria Maddalena, impropriamente identificata con sua sorella Maria.
(Autore: Piero Bargellini – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Marta di Betania, pregate per noi.


*Santa Marta Wang Louzhi - Vedova, Martire (29 luglio)  

Scheda del Gruppo cui appartiene:

Santi Martiri Cinesi (Agostino Zhao Rong e 119 Compagni) - 9 luglio - Memoria Facoltativa

Zunyi, Cina, 1802 – Qingyan, Cina, 29 luglio 1861  
Marta Wang, nata Luo (erroneamente nota come Marta Wang Luo Mande), dopo essere rimasta vedova aderì al cristianesimo, a seguito dell’incontro con un missionario itinerante presso la locanda che gestiva fuori dalla città di Guiyang.
Presa a lavorare nel Seminario maggiore di Yaojiaguan, aiutò l’economo Giovanni Battista Luo Tingyin e due seminaristi, Paolo Chen Changping e Giuseppe Zhang Wenlan, durante la loro prigionia a seguito della persecuzione religiosa del 1861.
Il 29 luglio dello stesso anno li seguì volontariamente fino al luogo del supplizio: venne quindi decapitata insieme a loro.
È stata beatificata, come i suoi compagni di martirio, il 2 maggio 1909 e, inserita nel gruppo dei 120 Martiri Cinesi, canonizzata il 1 ottobre 2000.
Martirologio Romano: Nella città di Qingyan nella provincia del Guizhou in Cina, santi martiri Giuseppe Zhang Wenlan, Paolo Chen Changpin, seminaristi, Giovanni Battista Lou Tingyin, amministratore del seminario, e Marta Wang Louzhi, vedova, che, rinchiusi in una cava calda e umida, subirono atroci torture, morendo, infine, decapitati per la fede di Cristo.
Nacque intorno al 1802 nella città di Zunyi, nella provincia cinese del Guizhou. Con il marito, dal momento che non poté aver figli, adottò due nipoti; tuttavia, alla morte del coniuge, si vide sperperare da loro le magre sostanze che aveva guadagnato con lui coltivando ortaggi. Rimasta senza danaro, la donna si trasferì fuori dalla porta della città, dove inaugurò una piccola locanda e, nel tempo libero, fabbricava scarpe di paglia. Grazie al suo carattere gentile, si guadagnò l’amicizia e il rispetto dei vicini.
Nel 1852 ricevette la visita di un missionario itinerante, che le parlò del cristianesimo. Desiderosa di saperne di più, una sera invitò a cena un sacerdote e ne fu molto incoraggiata. Ogni giorno prese a dirigersi alla vicina città di Yaojiaguan per studiare il catechismo.
I suoi sforzi vennero premiati con il Battesimo, ricevuto il giorno di Natale di quell’anno, nel quale prese il nome cristiano di Marta (“Mande”, un altro nome con cui è conosciuta, altro non è che la
traslitterazione di “Marta” dal mandarino). Da allora, nelle maggiori solennità, andava a Guiyang, compiendo un viaggio di tre giorni.
A cinquant’anni vi si trasferì definitivamente, per lavorare in una casa di vergini consacrate. Era felice di aiutare in cucina e in lavanderia, ma la sua gioia più profonda era prendersi cura dei bambini. Nel 1857 venne aperto il Seminario maggiore a Yaojiaguan e il Rettore, padre Bai, la prese a lavorare come responsabile delle cucine.
Quattro anni dopo, nel 1861, scoppiò una nuova, terribile persecuzione religiosa, che obbligò i seminaristi a sfollare a Yangmeigao. L’unica persona ad essere catturata nel Seminario fu l’amministratore, il laico Giovanni Battista Luo Tingyin. Due allievi, Paolo Chen Changping e Giuseppe Zhang Wenlan, vennero invece arrestati mentre tornavano da un giro di spese in città.
I tre vennero imprigionati in un tempio abbandonato, diventato una cava, sottoposti a numerose torture e tenuti in condizioni miserande, motivo per cui Giovanni Battista si ammalò. Benché minacciata dalle guardie, Marta forniva loro del cibo e portava degli abiti puliti. Fece anche in modo di consegnare delle lettere da parte dei seminaristi al loro vescovo.
Il 29 luglio 1861 arrivò la notizia di un’amnistia da parte dell’imperatore, ma il magistrato incaricato di seguire la loro sorte ignorò il decreto e ordinò in segreto che venissero giustiziati. Mentre venivano condotti lungo le strade principali, verso il luogo dell’esecuzione, Marta li vide passare mentre lavava i panni sulla riva di un fiume.
Li seguì e, quando i soldati le dissero che le avrebbero tagliato la testa se avesse proseguito, rispose: «Se loro possono morire, allora posso farlo anch’io». I quattro prigionieri pregarono continuamente, con i volti raggianti di gioia, fino al luogo dove vennero decapitati.
Marta Wang Luoshi e i suoi tre compagni vennero inclusi nel gruppo di 33 martiri dei Vicariati Apostolici di Guizhou, Tonchino Occidentale e Cocincina, il cui decreto sul martirio venne promulgato il 2 agosto 1908.
La beatificazione, ad opera di san Pio X, avvenne il 2 maggio 1909. Inseriti nel più ampio gruppo dei 120 martiri cinesi, capeggiati da Agostino Zhao Rong, vennero infine iscritti nell’elenco dei santi il 1 ottobre 2000, da san Giovanni Paolo II.
(Autore: Emilia Flocchini - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Marta Wang Louzhi, pregate per noi.


*Sant'Olav (Olaf) - Re di Norvegia, Martire (29 luglio)

m. 1030
Diffuse la fede cristiana e distrusse l'idolatria nel Regno di Norvegia. Fu assassinato dai suoi nemici.
Patronato: Norvegia
Emblema: Corona, Stendardo di battaglia, Scudo, Elmo, Spada, Ascia, Scettro, Globo
Martirologio Romano: A Trondheim in Norvegia, sant’Olaf, martire, che, re della sua gente, diffuse nel suo regno la fede cristiana da lui conosciuta in Inghilterra, debellando con scrupolo l’idolatria, ma morì, infine, trafitto con la spada durante un assalto dei suoi nemici.
Olav II Haraldsson chiamato anche “il Voluminoso”, nacque nel 995 e come era consuetudine del suo popolo vichingo, prese parte ad alcune spedizioni dirette verso l’Inghilterra e l’Islanda.
Fu proprio in Inghilterra che conobbe il cristianesimo e fu battezzato poi nel 1014 a Rouen.
Dal 1015 al 1016 fu impegnato, una volta ritornato in Norvegia, a combattere e scacciare Haakon, che già come suo padre Erik-jarl, aveva usurpato il trono, la guerra interna finì con la battaglia navale di Nesjar, il 25 marzo 1016, vinta da Olav che divenne così il re del paese, superando anche il fratello Harald pagano, che lo pretendeva.
Organizzò lo Stato secondo le leggi e le usanze dei cristiani, distrusse il paganesimo; costruì varie chiese facendo venire dall’Inghilterra sacerdoti cattolici e con lui si cominciò ad applicare in Norvegia, il diritto ecclesiastico anglosassone.
Sotto il regno di Olav ‘il Santo’, la Norvegia ebbe un periodo di notevole prosperità economica, anche se il suo governo fu osteggiato dai potenti ‘jarls’ suoi nemici; per costringere all’obbedienza le popolazioni pagane ribelli, si alleò con suo cognato Amund Jacob lottando, con qualche successo, contro Canuto di Danimarca.
Nel 1028 in seguito a lotte più cruente, dovette abbandonare la Norvegia e con i suoi seguaci andò a Gärdarike (sull’isola Gotland, allora governata dai russi) presso suo cognato Jaroslav.
Nello stesso 1028, il partito contrario al suo governo, formatosi in seno all’aristocrazia norvegese,
aveva proclamato re, Canuto di Danimarca; nell’estate del 1030, Olav aiutato dagli svedesi, guidando un esercito, ritornò per riconquistare la Norvegia ma il 29 luglio, durante una decisiva battaglia, vicino Nidaros, cadde colpito a morte.
Sul luogo chiamato Stiklestad fu eretta una cappella in legno, sostituita nel 1075 da una chiesa in muratura; qualche tempo dopo a Nidaros fu eretto il duomo nel cui interno furono trasportate le reliquie del santo re, che già nella cappella di legno, erano oggetto di devozione.
Le sue reliquie furono deposte in un magnifico sarcofago d’argento; verso la metà del ‘500, con la venuta della Riforma Protestante, il prezioso scrigno fu portato in Danimarca e fuso.
A seguito dei miracoli avvenuti sulla sua tomba, il vescovo Grimkel decretò il 3 agosto 1031, la sua venerazione come martire.
Il duomo di Nidaros divenne per tutto il Medioevo il santuario più famoso della Norvegia e da lì si sparse largamente il culto per Sant'Olav o Olaf come si chiama in Svezia, che divenne ben presto il Santo più popolare del Nord, che nella fantasia del popolo, sostituì o a volte si fuse con il dio pagano nordico Tor.
Il cristianesimo norvegese trovò nella sua figura e nel culto delle sue reliquie, un punto fermo e centrale, mentre la monarchia nazionale che alimentò tale culto, ne guadagnò più prestigio a causa del suo più illustre rappresentante.
Molte chiese furono costruite e dedicate al suo nome, non solo in Norvegia, ma anche in Inghilterra e nei Paesi del Nord; la sua urna veniva portata in processione oltre che nel giorno della sua festa, anche per la cerimonia dell’elezione dei re norvegesi ad Öreting, come simbolo della collaborazione tra la Chiesa e il potere civile.
La Riforma Protestante nei Paesi del Nord, tese a cancellare ogni culto e la stessa memoria del Santo, ma da qualche decennio la festa di Sant' Olav (29 luglio) è stata ripristinata in Norvegia, come giorno di festa nazionale.
È evidente l’importanza storica di Olav per la Norvegia, egli non soltanto è considerato l’organizzatore della Chiesa nel Paese; l’apostolo del cristianesimo affermatosi sul mondo pagano di allora, ma anche come il primo legislatore e nello stesso tempo fondatore del regno norvegese, vincendo lo strapotere degli ‘jarls’, i grandi clan, costringendoli all’obbedienza, nell’ambito di un progetto di unità nazionale.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Olav, pregate per noi.  


*San Paolo Chen Changpin - Seminarista e Martire (29 luglio)  
Scheda del Gruppo a cui appartiene:

Santi Martiri Cinesi (Agostino Zhao Rong e 119 Compagni)  9 luglio - Memoria Facoltativa

1838 – Qingyan, Guizhou, Cina, 29 luglio 1861
Paolo Chen Changping, seminarista del Vicariato Apostolico del Guizhou, morì per decapitazione nel corso della persecuzione religiosa esplosa in Cina nel 1861, insieme al compagno di studi Giuseppe Zhang Wenlan e ai laici Giovanni Battista Luo Tingyin e Marta Wang Luoshi.
È stato beatificato, come i suoi compagni di martirio, il 2 maggio 1909 e, inserito nel gruppo dei 120 Martiri Cinesi, canonizzato il 1 ottobre 2000. Le sue reliquie sono venerate, dal 10 giugno 1920, nella cattedrale di Notre Dame a Parigi, presso la cappella della Santa Infanzia, in quanto era stato allevato col sostegno dell’odierna Pontificia Opera dell’Infanzia Missionaria.
Martirologio Romano: Nella città di Qingyan nella provincia del Guizhou in Cina, santi martiri Giuseppe Zhang Wenlan, Paolo Chen Changpin, seminaristi, Giovanni Battista Lou Tingyin, amministratore del seminario, e Marta Wang Louzhi, vedova, che, rinchiusi in una cava calda e umida, subirono atroci torture, morendo, infine, decapitati per la fede di Cristo.  
Chen Changping nacque intorno al 1838 nella contea di Xingren, situata nella regione cinese del Guizhou.
A causa di una lite in famiglia, suo padre abbandonò la famiglia e si guadagnò da vivere praticando l’arte medica. Obbligato a tornare a casa da parte di padre Li Wanmei, scoprì che la moglie si era risposata e prese con sé Changping.
Tuttavia, incapace di crescere il bambino da solo, l’affidò alle cure di padre Li, che era a sua volta sostenuto dalla Pontificia Opera della Santa Infanzia (oggi Pontificia Opera dell’Infanzia Missionaria). Insieme a padre Hu, rettore del seminario locale, padre Li gl’impartiva lezioni di latino, in vista del suo ingresso in seminario.
A sedici anni, il giorno di Natale 1853, Changping venne battezzato e cresimato, ricevendo il nome cristiano di Paolo; fece la sua Prima Comunione l’anno successivo. Poco dopo, intraprese gli studi presso il Seminario minore di Liuchongguan.
Dal punto di vista intellettivo, era sulla media, ma era molto più bravo nella sua lingua natia che in latino. Trattava i suoi compagni con rispetto e in modo amichevole, ma non era incline a socializzare:
spesso trascorreva da solo il suo tempo libero, intento alla lettura o alla scultura. Inoltre, amava molto pregare, giocare e cantare e sapeva a memoria interi brani di Vangelo.
Ciò gli sarebbe servito per diventare, un giorno, missionario come padre Louis Faurie, il suo catechista.
Nel 1857, suo padre venne senza preavviso e gli chiese di abbandonare il Seminario, ma Paolo era decisissimo a restare. Per porre fine alla lite, padre Hu propose al ragazzo di decidere da solo. La sua scelta non cambiò: voleva continuare gli studi per diventare sacerdote. Così, il giorno di Tutti i Santi del 1860, entrò nel Seminario maggiore a Yaojiaguan, che era stato inaugurato tre anni prima.
Ma l’anno successivo scoppiò una nuova, terribile persecuzione religiosa, che obbligò i seminaristi a sfollare a Yangmeigao. L’unica persona ad essere catturata nel Seminario fu l’amministratore, il laico Giovanni Battista Luo Tingyin. Anche Paolo e il suo compagno Giuseppe Zhang Wenlan vennero arrestati, di ritorno da un giro di spese in città.
I tre vennero imprigionati in un tempio abbandonato, diventato una cava, sottoposti a numerose torture e tenuti in condizioni miserande, motivo per cui Giovanni Battista si ammalò. Benché minacciata dalle guardie, la responsabile delle cucine del Seminario, la vedova Marta Wang Luoshi, forniva loro del cibo e portava degli abiti puliti; s’incaricò inoltre di far arrivare al loro vescovo alcune lettere.
Il 29 luglio 1861 arrivò la notizia di un’amnistia da parte dell’imperatore, ma il magistrato incaricato di seguire la loro sorte ignorò il decreto e ordinò che venissero giustiziati in segreto. Mentre venivano condotti lungo le strade principali, verso il luogo dell’esecuzione, Marta li vide passare mentre lavava i panni sulla riva di un fiume.
Li seguì e, quando i soldati le dissero che le avrebbero tagliato la testa se avesse proseguito, rispose: «Se loro possono morire, allora posso farlo anch’io». I quattro prigionieri pregarono continuamente, con i volti raggianti di gioia, fino al luogo dove vennero decapitati.
Paolo Chen Changping e i suoi tre compagni vennero inclusi nel gruppo di 33 martiri dei Vicariati Apostolici di Guizhou, Tonchino Occidentale e Cocincina, il cui decreto sul martirio venne promulgato il 2 agosto 1908.
La beatificazione, ad opera di san Pio X, avvenne il 2 maggio 1909. Inseriti nel più ampio gruppo dei 120 martiri cinesi, capeggiati da Agostino Zhao Rong, vennero infine iscritti nell’elenco dei santi il 1 ottobre 2000, da san Giovanni Paolo II.
Le reliquie di san Paolo Chen Changping sono venerate, dal 10 giugno 1920, nella cattedrale di Notre Dame a Parigi, presso la cappella della Santa Infanzia.
(Autore: Emilia Flocchini - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Paolo Chen Changpin, pregate per noi.  


*Beato Pietro - Mercedario, Martire (29 luglio)

+ Algeri, Africa, 1451
Il mercedario Beato Pietro, fu inviato ad Algeri in Africa per redenzione.
In difesa della fede di Cristo, si consumò come schiavo e lasciato brutalmente morire per fame e sete nell’anno 1451, vincitore emigrò in cielo.
L’Ordine lo festeggia il 29 luglio.
(Fonte:
Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - Beato Pietro, pregate per noi.


*San Prospero di Orleans - Vescovo (29 luglio)

Martirologio Romano: A Orléans sempre nella Gallia lugdunense, San Prospero, vescovo.
San Prospero è un vescovo d’Orléans.
Nella cronotassi dei vescovi in alcuni testi è stato inserito al secondo posto dopo il protovescovo, mentre in altri testi è avanzata l’ipotesi più accreditata che San Prospero sia il decimo vescovo della diocesi, dopo San Monitore e prima di San Floscolo.
Quest’ipotesi, è suffragata proprio dal più antico catalogo episcopale contenuto in un manoscritto del monastero di Saint-Aubin di Angers.
In quella lista si arriva fino al vescovo Renier de Flandre, che governò la diocesi fino alla fine dell’XI° Secolo.
Dell’esistenza di questo vescovo è rimasta solo una lettera di Sidonio Apollinare, nella quale viene riportato come San Propero gli aveva chiesto di narrare  le gesta di Sant’Aniano, suo predecessore che aveva governato la diocesi all’epoca dell’invasione si Attila.
Non sappiamo nulla su questo vescovo. Sembra che il suo culto sia molto antico.
La sua festa era celebrata nel giorno 29 luglio, come riporta il Martirologio Gerominiano, che segnala la "depositio" di Prospero.
(Autore: Mauro Bonato – Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - San Prospero di Orleans, pregate per noi.  


*Santa Serafina di Mamie - Vergine (29 luglio)

Mamie, Galizia (Spagna), I secolo
Etimologia:
Serafina = velenosa come il serpente
Emblema: Giglio
Pur essendoci due Serve di Dio con il nome di Serafina, che attendono il riconoscimento della loro santità: Suor Serafina - Vittoria Gregoris (1873-1935 di Venezia) e Suor Serafina di Dio - Prudenza Pisa, venerabile (1621-1699 di Capri), la recente edizione del ‘Martyrologium Romanum’ riporta con questo nome solo due beate e nessuna santa: la Beata suora cappuccina spagnola, martire nel 1936, Serafina Fernandez Ibero (Emanuela Iusta) e la beata Serafina Sforza clarissa (1434-1478).
Ma nelle precedenti edizioni il ‘Martirologio Romano’ riportava al 29 luglio, l’unica santa con questo nome, essa fu inserita in questo celebre catalogo dei santi della Chiesa Romana,
compilato dal cardinale Cesare Baronio (1538-1607), prendendolo dal ‘Martirologio’ di Belini, pubblicato nel 1498 e che sembra sia il primo testo a nominare questa Santa.
Bisogna dire che nello stesso giorno è commemorata Santa Serapia, compagna di Santa Sabina e qualche studioso tende ad identificare Serapia con Serafina, se non fosse che i luoghi inerenti la loro vita sono diversi.
Serapia e Sabina erano delle martiri di Roma, mentre le poche notizie riportate dalle fonti su citate, dicono che Serafina era una vergine spagnola di Mamie in Galizia (regione montuosa della Spagna nord-occidentale), che avrebbe ricevuto i primi insegnamenti cristiani direttamente dall’apostolo San Giacomo, che come è noto è veneratissimo in Spagna, dove predicò e poi morì martire a Gerusalemme nel 43.
Con questa ipotesi e tradizione si deve posizionare la vita della vergine Serafina di Mamie intorno alla prima metà del I secolo.
Il nome è molto usato in buona parte dell’Italia e Francia; la sua origine ebraica significa “angelo risplendente” e secondo la tradizione ebraica, gli angeli serafini e cherubini reggono il trono di Dio.  
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Serafina di Mamie, pregate per noi.  


*Santi Simplicio, Faustino, Viatrice e Rufo - Martiri (29 luglio)

Martirologio Romano: Sempre a Roma nel cimitero di Generosa, Santi Simplicio, Faustino, Viatrice e Rufo, martiri.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santi Simplicio, Faustino, Viatrice e Rufo, pregate per noi.  


*Beato Urbano II - 155° Papa (29 luglio)

Châtillon-sur-Marne (Francia), 1040 ca. - Roma, 29 luglio 1099
(Papa dal 12/03/1088 al 29/07/1099)
Francese, durante il suo pontificato dovette affrontare una situazione drammatica, nella quale Roma era teatro di scontri tra opposte fazioni. Approvò le predicazioni di Pietro l'Eremita, e proclamò la prima crociata, dopo la presa di Gerusalemme per opera di Goffredo di Buglione.
Martirologio Romano: A Roma presso San Pietro, Beato Urbano II, Papa, che difese la libertà della Chiesa dall’assalto di poteri secolari, combattè la simonia e la corruzione del clero e nel Concilio di Clermont-Ferrand esortò i soldati cristiani a liberare, segnati con la croce, i fratelli oppressi dagli infedeli e il Sepolcro del Signore.
Il suo nome era Eudes (Oddone) e nacque verso il 1040 a Châtillon-sur-Marne in Francia, nell’attuale diocesi di Reims da nobile famiglia.
Compì i suoi studi a Reims, dove fu allievo di s. Bruno, che poi divenne fondatore dell’Ordine dei Certosini nel 1084.
Eudes in seguito divenne monaco nell’abbazia di Cluny fondata nel 910 da Guglielmo il Pio, duca di Aquitania, assorbendo lo spirito di riforma e di libertà della Chiesa, che regnava nella Comunità cluniacense fondata nel 910 da s. Brunone di Cluny.
Lo si ritrova nel 1077 insieme all’abate sant' Ugo di Cluny (1024-1109) a Canossa (Reggio Emilia) presso il Papa San Gregorio VII (1073-1085) e l’anno successivo venne eletto vescovo di Ostia, succedendo a San Pier Damiani (1007-1072); per due volte ebbe l’incarico di Legato pontificio in Germania, nella controversia con l’imperatore Enrico IV (1050-1106).
Morto nel 1085 Papa Gregorio VII, gli successe con il breve pontificato il Beato Vittore III (1086-1087) il quale si trovò in lotta con l’antipapa Clemente III.
E proprio a causa dell’antipapa stabilitasi a Roma, il conclave per il nuovo papa si dovette riunire a Velletri e qui il 12 marzo 1088 il vescovo di Ostia, Eudes venne eletto Papa prendendo il nome di Urbano II; non gli fu permesso di entrare in Roma e si dovette fermare all’Isola Tiberina dove visse di elemosine.
Ma il 3 luglio 1089 entrò trionfalmente a Roma mentre l’antipapa Clemente III (1080-1100) voluto dall’imperatore, fuggì a Tivoli.
Urbano II si spostò molto per quei tempi, da Roma tornò nell’Italia Meridionale e nel 1090 riunì a Melfi (Potenza) un Concilio, cui parteciparono 70 vescovi, emanando sedici importanti canoni per condannare la simonia, proibire le investiture laiche, ordinare il celibato ai chierici a cominciare dal suddiaconato e riformare la disciplina monastica.
Dopo il Concilio raggiunse la famosa abbazia di Cava dei Tirreni, per consacrarne la stupenda chiesa; una grande statua lo ricorda sul posto dove si riposò in vista della chiesa, costruita sul fianco del
monte.
Si recò in pellegrinaggio a Montecassino, sulla tomba di san Benedetto, dove ottenne la guarigione dai calcoli renali; proseguì poi fino a Bari per consacrare la basilica di San Nicola, riponendovi le reliquie portate dall’Oriente.
Tenne altri concili a Benevento nel 1091 ed a Troia nel 1093; rientrato a Roma poté riavere il Laterano con una somma di denaro offertagli da Goffredo abate di Vendome e celebrando con solennità la Pasqua del 1094.
Poi subito ripartì per il suo ministero apostolico fuori Roma; si recò a Pisa, a Pistoia, a Firenze ed a Cremona; nel marzo 1095 indisse un Concilio generale a Piacenza, che fu tenuto all’aperto, visto la partecipazione di 4.000 chierici e 30.000 laici; furono promulgati dei decreti pontifici, con i quali Urbano II dichiarò di non riconoscere le ordinazioni simoniache, cioè comprate e quelle ricevute da vescovi scismatici, rinnovò le condanne delle eresie, scomunicò l’antipapa e i suoi fautori.
Nei primi tempi del suo pontificato, Urbano II si dimostrò indulgente con vescovi e principi, ad esempio concesse il pallio arcivescovile ad Anselmo vescovo di Milano e consacrò Ivo di Chartres, tutti e due eletti dall’imperatore; ma dopo aver consolidato la sua carica, combatté tutte le ingerenze dei laici nelle cose ecclesiastiche.
Papa Urbano II divenne il mediatore di situazioni politiche dell’epoca; appoggiò Matilde di Canossa e le città lombarde contro l’imperatore Enrico IV, il quale nel 1092 fallì la sua discesa in Italia e se ne ritornò in Germania, a sua volta l’antipapa Clemente III, perso il suo appoggio, si ritirò a Ravenna.
Mediò sulle dispute fra Guglielmo il Rosso d’Inghilterra e Sant' Anselmo di Canterbury; scomunicò Filippo I di Francia per le sue vicende matrimoniali.
D’altra parte ebbe il sostegno di Alfonso VI di Castiglia, che stava liberando la Spagna dalla dominazione dei Mori.
Nell’agosto 1095 si trasferì in Francia, dove da Le Puy emanò una Bolla per convocare un Concilio a Clermont nell’anno successivo. In detto Concilio vennero di nuovo condannate le investiture laiche e scomunicato il vescovo di Cambrai perché l’aveva accettata dall’imperatore.
Papa Urbano istituì la “tregua di Dio” cioè una breve pausa tra le battaglie per seppellire i morti; poi sulla pubblica piazza di Clermont, proclamò la “prima crociata” per la liberazione dei luoghi santi, provocando un grande entusiasmo e organizzandola personalmente, nominò come capo il vescovo di Le Puy Ademaro di Monteil e il duca Raimondo di Tolosa; incitò principi e fedeli a prendere la croce, trattò con i Genovesi per le navi.
L’esito della Crociata portò alla conquista di Gerusalemme il 15 luglio 1099, anche se con numerose perdite umane, ma il Papa non lo seppe perché morì a Roma il 29 dello stesso luglio 1099.
In precedenza aveva continuato a visitare altre città francesi tenendo Concili più o meno grandiosi; nel 1096 rientrò in Italia passando per Asti, Como e Pavia e per il Natale era giunto a Roma; ma l’infaticabile papa non si fermò, ancora discese nell’Italia Meridionale giungendo a Salerno, per incontrarsi con Ruggero di Sicilia e poi a Bari dove tenne un Concilio insieme ai Greci, sulla questione della processione dello Spirito Santo a cui diede il suo illuminato apporto Sant' Anselmo di Canterbury.
Ritornato a Roma nell’aprile del 1099, tenne il suo ultimo concilio in S. Pietro e come già detto morì il 29 luglio.
Venne sepolto in San Pietro ma non è stato possibile identificare la sua tomba; del suo pontificato si può dire, che fu discepolo e collaboratore di papa San Gregorio VII, ma seppe attuare la riforma della Chiesa con una tenacia ed un tratto apostolico maggiore.
Condusse vita ascetica, austera, con zelo instancabile e comunicativo e grande pietà, così da guadagnarsi la venerazione dei fedeli.
Approvò e diffuse il Piccolo Ufficio della Beata Vergine, l’uso di recitare l’Ave Maria mattino e sera e la dedicazione del sabato alla Madonna.
Papa Urbano II ebbe sempre un culto fra i fedeli, in particolare in Francia e la sua immagine è riprodotta fra altri pontefici santi in vari celebri edifici italiani; per questi motivi il vescovo di Reims Langénieux chiese a Papa Leone XIII la conferma di questo culto, che dopo i dovuti esami della Congregazione competente, fu approvato il 14 luglio 1881 con il titolo di beato; la sua festa si celebra il 29 luglio.
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Urbano II, pregate per noi.


*Santa Valentina - Martire (25 luglio)

Etimologia: Valentina = che sta in buona salute, dal latino
Emblema: Palma
Martirologio Romano: A Cesarea in Palestina, Santi Valentina, Tea e Paolo, martiri nella persecuzione dell’imperatore Massimiano, sotto il governatore Firmiliano.
La vergine Valentina, che aveva rovesciato a calci un altare dedicato agli idoli pagani, dopo varie crudeli torture, corse incontro allo Sposo gettata nel fuoco insieme alla vergine Tea; Paolo, invece, condannato a morte, dopo avere ottenuto un breve tempo per la preghiera e aver implorato con tutto il cuore Dio per la salvezza di tutti, ricevette la corona del martirio con la decapitazione.
Paolo, Valentina, Thea e compagni, martiri di Cesarea di Palestina nel 309, la cui festa ricorre al 25/7.
Questo è quello che si trova in un documento: "Una cristiana, minacciata di prostituzione, non sopportò e disse una parola al tiranno, come mai avesse potuto conferire il potere a giudici tanto spietati, fu allora torturata (qua si parla di Thea).
Mentre i carnefici con accanimento e violenza le applicavano, eseguendo l'ordine del giudice, le torture, un'altra donna non sopportò la spietatezza, la crudeltà e l'inumanità di quanto si andava facendo.
Come quella dinanzi nominata, aveva abbracciato il proposito della verginità.
Fisicamente per nulla perfetta e d'aspetto disprezzabile, ma di spirito virile, aveva preso una risoluzione superiore alle forze del suo corpo.
«E sino a quando - gridò essa al giudice in mezzo alla folla - torturerai questa mia sorella in modo così crudele».
Egli, amaramente punto, comanda che la donna sia subito presa.
Essa è trascinata in mezzo al tribunale e, poiché ricorse all'augusto nome del nostro Salvatore, dapprima è esortata con blandi discorsi a sacrificare e, visto il suo rifiuto, è spinta con violenza all'altare.
Ma essa agisce coerentemente con se stessa e, permanendo nella sua prima coraggiosa determinazione, dà all'altare un intrepido e audace calcio e rovescia quanto vi era sopra col braciere.
Pertanto il giudice, a guisa di bestia feroce eccitato a collera, le fa applicare dapprima ai fianchi una tortura, che nessuno aveva mai sopportato, in modo da sembrare avidamente satollarsi di quelle carni crude.
Ma quando la sua follia fu sazia, le unì tutt'e due e le condannò a morte per fuoco.
Di queste due donne l'una, a quanto si dice, era oriunda della contrada di Gaza, l'altra proveniva da Cesarea, era molto conosciuta e si chiamava Valentina".
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Valentina, pregate per noi.


*Altri Santi del giorno (29 luglio)

*Santa Beatrice - Martire
Giaculatoria - Santi tutti, pregate per noi.

 
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