Santi del 29 Maggio - Istituto Aveta

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Santi del 29 Maggio

Il mio Santo > I Santi di Maggio

*Sant'Alessandro - Protomartire Trentino  (29 maggio)

+ Val di Non, Trentino, 29 maggio 397
I tre martiri trentini arrivavano dalla Cappadocia, furono martirizzati in Trentino. Sono Alessandro (ostiario), Sisinnio (diacono) e Martirio (lettore), ancora venerati a Trento. Vissuti nel IV secolo, i tre fanno parte della schiera di evangelizzatori giunti dalle comunità cristiane del Mediterraneo per diffondere il Vangelo in quella penisola che era un ponte naturale verso il continente.
L'Italia cristiana deve la sua fede anche a santi come loro: inviati dal vescovo di Milano Ambrogio a quello di Trento Vigilio, furono arsi vivi davanti all'altare del dio Saturno. Le loro reliquie nel '97, a 1600 anni dal martirio, hanno girato le parrocchie della diocesi di Trento. (Avvenire)
Emblema: Palma
Martirologio Romano: In Val di Non nel Trentino, Santi martiri Sisinio, diacono, Martirio, lettore, e Alessandro, ostiario: cappadoci di origine, fondarono in questa regione una chiesa e introdussero l’uso dei cantici di lode al Signore, finendo poi uccisi da alcuni pagani che stavano offrendo sacrifici di purificazione.  
Santi Sisinnio, Martirio e Alessandro, martiri
Antichissimo è nel Trentino il culto dei primi evangelizzatori e martiri: il diacono Sisinio, il lettore Martirio e suo fratello Alessandro, ostiario.
La loro esistenza pare essere storicamente certa: troviamo infatti loro riferimenti nelle lettere
di San Vigilio, vescovo di Trento, e negli scritti di Sant’Agostino e di San Massimo di Torino.
Sant’Ambrogio, celebre vescovo milanese, li aveva vivamente raccomandati a Vigilio, che al momento nella sua diocesi aveva scarsità di pastori.
Questi incaricò i tre missionari di evangelizzare le Alpi Tirolesi ed in particolare la Val di Non.
Naturalmente incontrarono non poche opposizioni alla loro opera, ma nonostante ciò riuscirono a guadagnare non poche persone alla fede in Cristo.
Sisinnio in particolare promosse l’edificazione di una chiesa presso Methon (Medol).
È facile immaginare come i pagani del luogo fossero sempre più adirati per l’adesione di copiose folle alla dottrina cristiana, sottratte così all’adorazione del dio Saturno.
Tentarono allora di convincere i neo-convertiti al cristianesimo a partecipare a cerimonie politeiste, riscontrando però un netto rifiuto.
Sisinio Martirio ed Alessandro, ritenuti responsabili dell’imbonimento della popolazione locale, furono assaliti nella loro chiesa e malmenati violentemente.
Il primo morì subito dopo l’aggressione, mentre i due fratelli vennero arsi insieme dinnanzi all’altare del dio Saturno, usando a tal fine i legni della loro stessa chiesa distrutta.
Era il 29 maggio 397 e la tradizione popolare ritiene quale scena del martirio la chiesa di San Zeno in Val di Non.
Le loro ceneri furono traslate a Trento per volontà dei fedeli, mentre sul luogo del martirio venne eretta una chiesa in memoria.
Nel 1997, nel 1600° anniversario della loro morte, le loro reliquie hanno visitato in pellegrinaggio tutte le parrocchie del Trentino.
Oggi il quadro che li raffigura, abitualmente custodito nel museo Diocesano, è esposto nella piccola abside della cattedrale di Trento.
(Autore: Fabio Arduino - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Alessandro, pregate per noi.


*Beato Bernardo de Roquefort - Domanicano, Martire (29 maggio)

Scheda del gruppo a cui appartiene il Beato Bernardo de Roquefort:
"Beati Guglielmo Arnaud e 10 compagni Martiri di Avignonet"

+ Avignonet, Francia, 29 maggio 1242
È un volto dell'Inquisizione molto diverso da quello che siamo abituati a sentire citato quello mostrato dal domenicano Guglielmo Arnaud e dai suoi dieci compagni morti martiri il 29 maggio 1242 nella regione di Avignonet, vicino a Tolosa.
La loro vicenda si colloca storicamente nel periodo delle dispute con gli albigesi. Guglielmo e i suoi compagni erano il Tribunale dell'Inquisizione che Papa Gregorio IX aveva stabilito per affrontare la questione.
Nel giorno dell'Ascensione il governatore di Avignonet invitò i religiosi per un confronto con gli albigesi. Ma si rivelò una trappola: gli undici vennero percossi a morte. Le cronache raccontano che morirono cantando il Te Deum e proclamando quella fede che erano venuti a difendere.
Nel nome di questi martiri fiorirono miracoli e il loro culto si protrasse lungo i secoli. Fu infine Pio IX nel 1866 ad approvarlo ufficialmente. (Avvenire)
Martirologio Romano: Ad Avignonet vicino a Tolosa in Francia, beati Guglielmo Arnaud e dieci compagni, che, uniti nell’impegno di opporsi all’eresia dei catari, furono arrestati con l’inganno a motivo della loro fede in Cristo e dell’obbedienza alla Chiesa di Roma e morirono trafitti con la spada nella notte dell’Ascensione del Signore, mentre intonavano a una sola voce il Te Deum.
Agli albori del XIII secolo nella Francia meridionale, in particolare nella contea di Tolosa, la vita della Chiesa era turbata dal dilagare dell’eresia albigese. Papa Gregorio IX decise allora di
intervenire in questa situazione che rischiava di degenerare: il 22 aprile 1234 nominò il domenicano Guglielmo Arnaud, oriundo di Montpellier, primo inquisitore nelle diocesi di Tolosa, Albi, Carcassone ed Agen.
Questi non tardò a mettersi all’opera, forse persino con eccessivo rigore, tanto da giungere a far disseppellire i cadaveri degli eretici per bruciarli sul rogo. Iniziò dunque ad incontrare serie difficoltà ed il conte di Tolosa, Raimondo VII, chiese al papa di porre un freno all’indomabile inquisitore, imponendo inoltre ai suoi sudditi di evitare qualsiasi contatto con il frate e ponendo delle guardie alle porte dei conventi.
Il 25 novembre 1225 tutti i frati domenicani furono cacciati dalla città e se allontanarono processionalmente cantando inni sacri.
Un anno dopo poterono fare ritorno al loro chiostro, ma l’odio nei loro confronti da parte degli eretici cresceva e talvolta provocava tumulti. Nel 1242, ormai convintosi che fosse bene farla finita, il balì di Avignonet, Raimondo d’Alfar, invitò i frati nel suo castello vicino a Tolosa col pretesto di instaurare con loro un nuovo rapporto di amicizia basato su propositi di conciliazione.
In realtà era solo un inganno volto a cattirarli: li fece infatti rinchiudere in una grande sala del castello e nel pieno della notte ordinò che fossero trucidati. I religiosi non si fecero intimorire ed andarono incontro a Cristo, affrontando per suo amore il martirio e cantando nell’attesa il Te Deum. Era il 29 maggio, quell’anno vigilia dell’Ascensione.
Tra gli undici martiri che versarono il loro sangue vi era anche il domenicano Bernardo di Roquefort, del qualle però nulla sappiamo. Anche la sua tomba ci è ignota, ma la sua festa veniva celebrata annualmente nell’anniversario della morte insieme ai suoi confratelli Guglielmo Arnaud e Garcia d’Aure.
Il 30 settembre 1809 l’allora arcivescovo di Tolosa, personaggio contraddistintosi per la sua costante mancanza di fedeltà alla Chiesa di Roma, fece rimuovere dalla chiesa di Avignonet un quadro che raffigurava gli undici marti con tanto di aureola. Esso fu poi ricollocato al suo posto, ma scomparse nuovamente nel 1861.
Nonostante queste peripezie il loro processo di canonizzazione, iniziato sin dal 1700 ad opera dei domenicani, durante il lungo pontificato del Beato Pio IX giunse ad una svolta positiva ed il 1° settembre 1886 il culto di Guglielmo Arnaud, Bernardo di Roquefort e dei 10 loro compagni venne ufficialmente confermato dalla Santa Sede.  
(Autore: Fabio Arduino - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Bernardo de Roquefort, pregate per noi.


*Santa Bona da Pisa - Vergine (29 maggio)

Pisa, 1155/6 - 1207
Nel secolo XIII si assiste ad un numero sempre maggiore di sante.
Queste donne cristiane, spesso laiche, sembrano rientrare in una tipologia di santità femminile che non appartiene a Bona.
La santa pisana infatti si distingue da altre figure femminili per la sua vocazione fin da bambina; la scelta della verginità e l'assoluta obbedienza nei confronti dei suoi superiori.
Ma ciò che caratterizza Bona e che la allontana moltissimo da altre sante del suo tempo è la continuità dei viaggi, che non verranno meno anche in periodi particolarmente difficili: Santiago de Compostela (che raggiungerà ben nove volte), San Michele al Gargano, Roma e la Terra Santa sono le sue méte preferite.
Al tempo stesso non rinnegherà mai il suo forte legame con Pisa e i suoi abitanti ed in particolare con i canonici agostiniani di san Martino e con i monaci pulsanesi di san Michele degli Scalzi: i numerosi miracoli compiuti dalla santa pisana dimostrano la sua grande attenzione e premura soprattutto nei confronti dei più deboli e dei più poveri.
Patronato: Hostesses
Etimologia: Dal latino bonum, i; neutro, il
Emblema: Croce e la lettera
Martirologio Romano: A Pisa, Santa Bona, vergine, che compì con devozione frequenti pellegrinaggi in Terra Santa, a Roma e a Compostela.
Il Codice C 181 depositato presso l'Archivio Capitolare del Duomo di Pisa che raccoglie una prima biografia scritta dal monaco pulsanese Paolo, morto nel 1230, quando era ancora in vita la santa pisana ci informa che Bona nacque a Pisa verso il 1155/1156 nella parrocchia di San Martino di Guazzolongo nel quartiere di Kinzica.
Mamma Berta era di origine corsa e dopo essersi stabilita a Pisa conobbe un mercante, Bernardo.
Bona fu l'unico frutto di quel matrimonio: Bernardo si imbarcò quando Bona aveva solo tre anni e non fece più ritorno, lasciando così Berta in grandissime difficoltà economiche in quanto
straniera e unica responsabile della famiglia.
All'età di sette anni ebbe un primo incontro con Gesù e grazie a padre Giovanni dell'Ordine dei Canonici Regolari di San Agostino entrò in convento.
Bona scelse di martoriare il suo corpo con prove sempre più dure e giunse ad indossare il cilicio dopo una nuova visione di Gesù.
All'età di dieci anni ebbe una nuova visione che la segnerà per la vita: insieme con Gesù e Maria incontra San Giacomo.
Preparata da padre Giovanni, all'età di dieci anni si presenta al Priore che la consacrerà al Signore.
Dopo tre anni di raccoglimento ed aspre penitenze (durante le quali continua a punire il suo corpo), nel 1170, a seguito di una nuova visione di Gesù, parte per Gerusalemme, dove il Signore le rivela che vive Bernardo.
Avvertita ancora da Gesù sfugge al suo tentativo di impedirle di scendere dalla nave e si rifugia da un eremita di nome Ubaldo, che diventa il suo padre spirituale.
Nel tentativo di ritornare a Pisa con alcune sue compagne di viaggio viene ferita al costato e catturata dai saraceni.
Riscattata da alcuni mercanti pisani, ripara finalmente verso il 1175 nella sua stanzetta di San Martino.
Qui avviene una nuova visione: con Gesù si presenta San Giacomo che la invita ad unirsi a dei pellegrini in viaggio per Santiago de Compostela.
Il pellegrinaggio era un'autentica avventura che durava circa nove mesi, i pellegrini sapevano di rischiare anche la morte: ragione per la quale era prassi normale stendere il testamento.
Bona, così esile e continuamente sottoposta a prove fisiche che lei stessa si procurava, non esita, partecipa a quel primo pellegrinaggio, al quale seguiranno molti altri.
Il suo compito è di sorreggere nelle difficoltà, incoraggiare nei momenti più difficili, prestare soccorso sanitario ed invitare tutti i pellegrini alla preghiera e alla penitenza.
Raggiungerà ben nove volte Santiago ed altrettante volte ritornerà a Pisa!
Ma guidò anche i pellegrini a Roma e raggiunse anche San Michele Arcangelo sul Monte Gargano.
All'età di 48 anni è costretta ad interrompere i pellegrinaggi e il 29 maggio 1207 raggiungerà il suo Sposo in cielo.
Ora riposa nella Chiesa di San Martino a Pisa.
Il 2 marzo 1962, Giovanni XXIII la dichiarò ufficialmente patrona delle hostesses di Italia.
(Autore: Massimo Salani - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Bona da Pisa, pregate per noi.


*Santi Conone (Cuono) e Conello - Martiri ad Iconio (29 maggio)
m. 29 maggio 275
Patronato:
Acerra
La storia dei Santi Protettori di Acerra ci è stata tramandata da alcuni manoscritti del V secolo. Il nome originale di questi santi è quello di S. Conone e Conello.
Si tramanda che Conone fosse un ingegnere idraulico, uomo di agiate condizioni economiche nella sua città di Iconio in Isauria, piccola regione dell'Asia Minore. Egli era cristiano, come la maggior parte degli abitanti della zona in cui il Cristianesimo si era diffuso moltissimo per la predicazione di S. Paolo.
Conone era sposato con una donna di cui non ci viene tramandato il nome; di lei sappiamo solamente che morì prematuramente.
Conone, ormai vedovo, decise di vivere da monaco. A quell'epoca, nell'area orientale dell'Impero Romano, dove Conone viveva, essere monaco significava condurre una vita solitaria. I monaci erano tenuti in grande considerazione, tanto da essere chiamati ad intervenire per proteggere le comunità dall'imposizione di tasse ingiuste e per opporsi alle violenze dei potenti.
Di suo figlio Conello sappiamo che era un ragazzo che seguì il padre in tutte le sue scelte, anche in quella monacale, che era Diacono della comunità cristiana di Iconio e che era un giovane molto impegnato e riscuoteva la stima della gente fra cui viveva.
A quel tempo, il prefetto Domiziano, che aveva l'incarico di far sentire che il potere dell'imperatore era più forte di qualunque altro, cominciò ad accanirsi contro Conone e Conello. Contro di loro fu fatto un processo per il "miracolo dell'acqua" che in realtà era stata un'opera di bonifica in quelle terre paludose.
Al processo seguirono torture e supplizi per Conone e Conello i quali affrontarono coraggiosamente la morte testimoniando la loro fede, il 29 Maggio 275.
Il culto dei Santi Cuono e Figlio è vivo ad Acerra già prima del 1079. A portare qui il culto e le reliquie dei Santi, si pensa siano stati o dei fedeli che fuggivano dagli iconoclasti (un editto dell'imperatore d'oriente vietava il possesso e l'adorazione delle immagini e reliquie) o dei pellegrini che, di ritorno dalla Terra Santa, si fermavano in un paese in cerca di ricovero e, prima di ripartire, donavano parte delle reliquie al loro benefattore in segno di gratitudine dell'ospitalità ricevuta.
Poichè il territorio acerrano allora era una zona paludosa, da bonificare, il "miracolo dell'acqua" operato da S. Conone nell'Asia minore e tramandato fin qui, certamente fece sì che la città lo accogliesse con lo stesso fervore del suo popolo d'origine e lo eleggesse al proprio patrono.
Ai SS. Patroni fu dedicata una chiesa dove ancora oggi sono custodite le statue che li raffigurano con la pelle nera (forse in segno del martirio subìto: la graticola e poi il fumo), mentre nella Chiesa cattedrale sono offerte alla venerazione dei fedeli le reliquie dei Santi (ulna di un braccio di S.Cuono) che furono consegnate alla città di Acerra, con una solenne cerimonia religiosa nel 1688 dal Vescovo di allora, mons. De Angelis, che le aveva ricevute da Roma.
La loro venerazione è "culto collettivo" perchè essi sono visti come Patroni della città e pertanto ad essi gli Acerrani si sono rivolti per ricevere grazie "collettive", cioè l'intervento dei bisogni per la città, del gruppo sociale.
Di tutti i racconti che vengono tramandati sul loro operato, ne ricordiamo alcuni.
Nel 1806 entrò in Acerra un generale francese che venne ospitato nel palazzo ex-baronale della signora Caterina Ungaretti, moglie del cavaliere Francesco Spinelli. Questi, girando per Acerra, entrò nella chiesa dei SS. Patroni e, quando vide le statue, si fece pallido ed esclamò: "Per Dio, sono loro!" e raccontò che aveva incontrato i due santi quando stava entrando nella città e al Gaudello il Santo gli aveva ordinato: "Generale, bada a non far del male agli Acerrani, essi mi appartengono. Guai a chi tocca i miei figli!". Così il Generale si decise a partire subito.
Si racconta ancora che il 25 Aprile 1872 dal Vesuvio sorse un'immensa nube nera che cominciò ad espandersi sulla pianura acerrana. Il popolo ricorse all'intercessione dei Santi portando la statua e le reliquie in processione.
Dopo pochi minuti si alzò un vento che allontanò la nube sgombrando il cielo acerrano.
(Autore: Pasquale Esposito - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santi Conone e Conello, pregate per noi.


*Beato Egidio Dalmasia - Mercedario (29 maggio)
+ 1399
Insigne dottore in lettere e teologia, il Beato Egidio Dalmasia, fu un zelante redentore mercedario che in Africa liberò molti schiavi e, per il nome di Cristo, lietamente sopportò percosse e fatiche e convertì molti mori alla fede.
Morì santamente nell'anno 1399.
L'Ordine lo festeggia il 29 maggio.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Egidio Dalmasia, pregate per noi.


*Beata Elia di San Clemente (Teodora Fracasso) - Monaca Carmelitana (29 maggio)
Bari, 17 gennaio 1901 – Bari, 25 dicembre 1927
Elia di San Clemente (al secolo Teodora Fracasso), monaca professa dell'Ordine dei Carmelitani Scalzi; fu dichiarata “venerabile” l' 11 dicembre 1987 ed il miracolo per la sua beatificazione è stato riconosciuto il 19 dicembre 2005 e beatificata il 18 marzo 2006.
Terzogenita di Giuseppe Fracasso e Pasqua Cianci, nacque a Bari il 17 gennaio 1901, venendo battezzata quattro giorni dopo con il nome di Teodora nella chiesa di San Giacomo dallo zio don Carlo Fracasso, cappellano del cimitero.
A 5 anni, Teodora affermò di avere visto in sogno una bella “Signora” che si aggirava tra filari di gigli fioriti, prima di sparire all'improvviso in un fascio di luce. Dopo che la madre le ebbe spiegato il possibile significato di quella visione, Teodora promise alla “Signora” di diventare monaca.
Mandata all'asilo dalle Suore Stimmatine, proseguì gli studi fino alla terza elementare. L'8 maggio 1911 ricevette la Prima Comunione; la notte precedente sognò S. Teresa di Gesù Bambino che le predisse “sarai monaca come me”. In seguito frequentò il laboratorio di cucito e di ricamo presso lo stesso istituto.
Entrò quindi a far parte dell'associazione della Beata Imelda Lambertini, domenicana con spiccata pietà eucaristica, e della "Milizia Angelica" di San Tommaso d'Aquino.
Periodicamente, riuniva le amiche per fare meditazione e pregare insieme, leggere il Vangelo, le Massime Eterne, l'Imitazione di Cristo, i Quindici Sabati della Madonna, le vite dei santi ed in particolare l'autobiografia di Santa Teresa di Gesù Bambino.
Padre Pietro Fiorillo, O.P., direttore spirituale di Teodora, la introdusse nel Terz'Ordine Domenicano, nel quale, ammessa come novizia il 20 Aprile 1914 con il nome di Agnese, fece la
professione il 14 maggio 1915, con una speciale dispensa vista la giovane età.
Verso la fine del 1917, il sacerdote gesuita Sergio Di Gioia, suo nuovo confessore, decise di indirizzarla al Carmelo di San Giuseppe di Bari.
La futura beata entrò in comunità l'8 aprile 1920 e vestì l’abito il 24 novembre dello stesso anno, assumendo il nome di suor Elia di San Clemente. Emise i primi voti semplici il 4 dicembre 1921.
“Sola ai piedi del mio Crocifisso Signore, lo guardai lungamente, e in quello sguardo vidi che era tutta la mia vita”, disse allora.
Oltre a Santa Teresa di Gesù, suor Elia prese come sua guida Teresa di Gesù Bambino, seguendo la "piccola via dell'infanzia spirituale ove mi sentivo chiamata dal Signore". Fece la professione solenne l'11 Febbraio 1925.
Il suo cammino non fu facile fin dall’inizio. Il problema più grande sorse dopo che la Madre Priora, Angelica Lamberti, nella primavera del 1923, nominò suor Elia maestra di ricamo a macchina nell'educandato per giovanette annesso al Carmelo.
La direttrice, suor Colomba del SS. Sacramento, dal carattere autoritario e severo, non vedeva di buon occhio la bontà e la gentilezza con cui suor Elia trattava le educande, e dopo due anni la fece rimuovere dall'incarico.
Suor Elia trascorreva gran parte della giornata nella sua cella, dedita ai lavori di cucito che le venivano affidati, pur continuando a godere di grande stima da parte della Madre Priora, che nel 1927 la nominò sagrestana.
Colpita nel gennaio del 1927 da una forte influenza che la debilitò molto, suor Elia cominciò ad accusare frequenti mal di testa di cui non si lamentava e che sopportava senza prendere alcun medicinale.
Quando, il 21 dicembre, iniziò ad accusare anche una forte febbre ed altri disturbi, pensò che si trattasse di uno dei soliti malesseri, ma la situazione peggiorava di giorno in giorno.
Il 24 dicembre fu visitata da un medico, che, pur avendo diagnosticato una possibile meningite o encefalite, non ritenne la situazione particolarmente grave, per cui soltanto il mattino successivo furono convocati al capezzale dell'inferma due medici, che constatarono l'irreversibilità delle sue condizioni.
Suor Elia morì alle 12.00 del 25 dicembre 1927, realizzando ciò che aveva detto: “Morirò in un giorno di festa”.
I funerali furono celebrati il giorno successivo dall'Arcivescovo di Bari, monsignor Augusto Curi, alla presenza dei suoi familiari e di moltissima gente accorsa per visitare la salma.
Il rito della beatificazione si è svolto il 18 marzo 2006 durante una celebrazione eucaristica nella Cattedrale di Bari presieduta dall’Arcivescovo Francesco Cacucci di Bari-Bitonto.
(Fonte: Zenit)
Giaculatoria - Beata Elia di San Clemente, pregate per noi.


*Sant'Esichio di Antiochia - Martire (29 maggio)

† 303 circa

Martirologio Romano: Ad Antiochia di Siria, oggi in Turchia, Sant’Esichio, martire, che, funzionario di palazzo, durante la persecuzione dell’imperatore Diocleziano, udito l’ordine che chiunque si rifiutava di sacrificare agli idoli doveva abbandonare l’esercito, depose immediatamente le armi e fu per questo precipitato nel fiume Oronte con un grande masso legato al braccio destro.
Il Martirologio Sirìaco del secolo IV commemora Esichio al 29 ayyàr (= maggio) e al 26 àb (= agosto). Sotto diverse forme, quali Sicius, Istcius, Isucius, oppure Eusicius, il Martirologio Geronimiano lo ricorda almeno in dieci date diverse: 15 febbraio, 3 e 4 marzo, 29, 30 e 31 maggio, 1, 2, 3 e 10 luglio e 18 novembre; la data del 29 maggio appare in ambedue le fonti.
Nei sinassari bizantini, con una notizia pressapoco identica, Esichio viene ricordato al 4 marzo (data già notata nel Geronimiano) e al 10 maggio.
Di fronte a tale diversità, è molto difficile determinare quale sia il giorno che potrebbe venire considerato come dies natalis di questo santo.
La notizia dei sinassari riporta i particolari del martirio in modo quasi identico ad una passio latina. Dopo un editto di Massimiano Galerio (verosimilmente nel 303) ordinante che chiunque non volesse sacrificare agli idoli doveva lasciare la divisa militare, il palatino Esichio di Antiochia senza esitazione preferì l’amore di Cristo alla gloria umana e si dimise.
Data la sua posizione, non fu però lasciato in pace; fu infatti arrestato e condannato ad essere gettato nel fiume Oronte con una pietra molaria attaccata alla mano destra. B. de Gaiffier, senza mettere in dubbio l’esistenza di Esichio, né il suo martirio, ha tuttavia notato che attraverso i particolari della passio si può intravedere una trasposizione ad Antiochia di ciò che fu descritto sia da Eusebio di Cesarea sia da Lattanzio a proposito del supplizio inflitto ai martiri di Nicomedia dallo stesso Massimiano che, secondo ogni verosimiglianza, non ebbe l’occasione di giungere fino ad Antiochia nel 303.
Nel Martirologio Romano Esichio viene ricordato al 18 novembre (ultima data rilevata nel Geronimiano) insieme con altri due martiri di Antiochia; Romano e Barula. Siccome questo giorno appare come il vero dies natalis di Romano, questi avrà probabilmente attratto a sé i due martiri antiocheni, forse meno celebri.
Si è infatti verificato spesso, come notava, precisamente a proposito di Esichio, H. Delehaye, che nei giorni consacrati alla memoria di un martire celebre (qui Romano) vengono anche ricordati, come per fargli da scorta, santi della stessa Chiesa locale.

(Autore: Joseph-Marie Sauget – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*Sant'Essuperanzio di Ravenna - Vescovo (29 maggio)

430/476-477

Martirologio Romano: A Ravenna Sant’Esuperanzio, Vescovo, che governò con prudenza questa Chiesa, al tempo in cui il re Odoacre si impadronì dell’Italia e della città.
Secondo il Catalogo Episcopale di Ravenna trasmessoci da Agnello, Essuperanzio fu il diciannovesimo successore di Sant'Apollinare, ed il suo episcopato sta tra quello di Neone, a cui scrisse San Leone Magno nel 458 e quello di Giovanni l’Angelopte, il quale, come si ricava dall’iscrizione sepolcrale, ora nel Museo Arcivescovile, venne consacrato nel 477.
Tra questi due termini estremi fu Essuperanzio vescovo di Ravenna e cioè nel tristissimo periodo della caduta dell'Impero d’Occidente e della conquista di Ravenna da parte di Odoacre.
Veramente, gli antichi storici vennero a questo proposito fuorviati dalla confusione cronologica che regna nel Liber Póntificalis agnellino e da alcuni dati offerti dal Chronicon di Flavio Lucio Destro al quale, dopo l’edizione che ne fece il Bivar nel 1627, si diede credito in Spagna ed a Ravenna.
Egli venne quindi identificato senz’altro con l’Essuperanzio destinatario dell'Epistola 146 di san Girolamo, con l’Essuperanzio di Galizia presente al concilio Toletano del 400 ed anche con altri personaggi omonimi testimoniati per le più svariate ragioni.
Fu così ritenuto un soldato iberico datosi alla vita di perfezione dietro suggerimento di san Girolamo, divenuto poi vescovo di Osma in Spagna e di lì traslato a Ravenna nel 385. In realtà, questo tentativo di anticipare di oltre settant’anni l’episcopato di Essuperanzio è assolutamente infondato e per di più contrasta con l’autorevolissima lista episcopale agnelliana la quale, provenendo da fonte liturgica, costituisce la più antica e solida base per ogni ricerca sui vescovi di Ravenna.
Ad ogni modo, di Essuperanzio Agnello sa dirci ben poco e, conscio egli stesso dell’esiguità del suo racconto, si scusa affermando che preferisce tacere piuttosto che inventare.
La memoria di Essuperanzio rimase, comunque, legata alla basilica di Sant'Agnese Maggiore, costruita durante il suo pontificato e da lui dotata di magnifici doni: in essa Essuperanzio venne tumulato il 30 maggio del 477 (o dell’anno prima). Le sue reliquie vennero poi trasferite in cattedrale nel 1809.
Da un’iscrizione sepolcrale del IX secolo, ora nel Museo Arcivescovile, Essuperanzio appare già venerato come santo e confessore: «Hic requiescit in pace corpus sci Exuperantii pontificis et confessoris atque archiepiscopi sce Ravennatis Aecclesiae».
Anche la data della morte conservataci da Agnello, provenendo verosimilmente da fonte liturgica (il fatto che non sia indicato l’anno sembra escludere una derivazione epigrafica), ci prova che nel secolo IX esisteva già in Ravenna una celebrazione a lui dedicata: che, poi, il Liber Pontificatis porti «IIII Kl. iun.» invece di «III Kl. iun.», come riportano invece i calendari ravennati posteriori, dipende evidentemente da errore di copista.
Anche il Martirologio Romano lo celebra in questa data, come pure il Martyrologium Hispanicum di Tamayo Salazar. Per quali concreti motivi, poi, sia stato venerato come santo il vescovo Essuperanzio, di cui, pochi anni dopo la sua morte, papa Simplicio scriveva che «deliquerat faciendo presbyterum invitum», non sappiamo dire.

(Autore: Giovanni Lucchesi – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Essuperanzio di Ravenna, pregate per noi.


*Beato Garcia d’Aure - Domanicano, martire di Avignonet - (29 Maggio)
Scheda del gruppo a cui appartiene il Beato Garcia d’Aure: “Beati Guglielmo Arnaud e 10 compagni Martiri di Avignonet”
+ Avignonet, Francia, 29 maggio 1242
È un volto dell'Inquisizione molto diverso da quello che siamo abituati a sentire citato quello mostrato dal domenicano Guglielmo Arnaud e dai suoi dieci compagni morti martiri il 29 maggio 1242 nella regione di Avignonet, vicino a Tolosa.  La loro vicenda si colloca storicamente nel periodo delle dispute con gli albigesi.
Guglielmo e i suoi compagni erano il Tribunale dell'Inquisizione che papa Gregorio IX aveva stabilito per affrontare la questione.
Nel giorno dell'Ascensione il governatore di Avignonet invitò i religiosi per un confronto con gli albigesi, ma si rivelò una trappola: gli undici vennero percossi a morte.  Le cronache raccontano che morirono cantando il Te Deum e proclamando quella fede che erano venuti a difendere.
Nel nome di questi martiri fiorirono miracoli e il loro culto si protrasse lungo i secoli. Fu infine Pio IX nel 1866 ad approvarlo ufficialmente. (Dal giornale: Avvenire)
Martirologio Romano: Ad Avignonet vicino a Tolosa in Francia, Beati Guglielmo Arnaud e dieci compagni, che, uniti nell’ impegno di opporsi all’ eresia dei catari, furono arrestati con l’ inganno a motivo della loro fede in Cristo e dell’ obbedienza alla Chiesa di Roma e morirono trafitti con la spada nella notte dell’ Ascensione del Signore, mentre intonavano a una sola voce il Te Deum.
Agli albori del XIII secolo nella Francia meridionale, in particolare nella contea di Tolosa, la vita della Chiesa era turbata dal dilagare dell’ eresia albigese. Papa Gregorio IX decise allora di intervenire in questa situazione che rischiava di degenerare: il 22 aprile 1234 nominò il domenicano Guglielmo Arnaud, oriundo di Montpellier, primo inquisitore nelle diocesi di Tolosa, Albi, Carcassone ed Agen.
Questi non tardò a mettersi all’opera, forse persino con eccessivo rigore, tanto da giungere a far disseppellire i cadaveri degli eretici per bruciarli sul rogo.
Iniziò dunque ad incontrare serie difficoltà ed il conte di Tolosa, Raimondo VII, chiese al papa di porre un freno all’indomabile inquisitore, imponendo inoltre ai suoi sudditi di evitare qualsiasi contatto con il frate e ponendo delle guardie alle porte dei conventi.
Il 25 novembre 1225 tutti i frati domenicani furono cacciati dalla città e si allontanarono processionalmente cantando inni sacri. Un anno dopo poterono fare ritorno al loro chiostro, ma l’odio nei loro confronti da parte degli eretici cresceva e talvolta provocava tumulti.
Nel 1242, ormai convintosi che fosse bene farla finita, il balì di Avignonet, Raimondo d’Alfar, invitò i frati nel suo castello vicino a Tolosa col pretesto di instaurare con loro un nuovo rapporto di amicizia basato su propositi di conciliazione.
In realtà era solo un inganno volto a cattirarli: li fece infatti rinchiudere in una grande sala del castello e nel pieno della notte ordinò che fossero trucidati. I religiosi non si fecero intimorire ed andarono incontro a Cristo, affrontando per suo amore il martirio e cantando nell’attesa il Te Deum.
Era il 29 maggio, quell’anno vigilia dell’Ascensione.
Tra gli undici martiri che versarono il loro sangue vi era anche Garcia d’Aure, converso domenicano, nativo della diocesi di Comminges.
Insieme al confratello Guglielmo Arnaud, sin dopo la morte fu oggetto di venerazione: la loro tomba fu nella chiesa di San Romano presso il loro monastero di Tolosa. Dal 1381 i loro resti trovarono degna collocazione nella cappella di San Nicola sempre in detta chiesa, ma furono dispersi durante la Rivoluzione Francese. Ogni anno si celebrava la loro festa nell’anniversario della morte insieme al loro confratello Bernardo di Rochefort.
Il 30 settembre 1809 l’allora arcivescovo di Tolosa, personaggio contraddistintosi per la sua costante mancanza di fedeltà alla Chiesa di Roma, fece rimuovere dalla chiesa di Avignonet un quadro che raffigurava gli undici marti con tanto di aureola. Esso fu poi ricollocato al suo posto, ma scomparse nuovamente nel 1861.
Nonostante queste peripezie il loro processo di canonizzazione, iniziato sin dal 1700 ad opera dei domenicani, durante il lungo pontificato del Beato Pio IX giunse ad una svolta positiva ed il 1° settettembre 1886 il culto di Guglielmo Arnaud, Garcia d’Aure e dei 10 loro compagni venne ufficialmente confermato dalla Santa Sede.
In particolare i carnefici infierirono contro Guglielmo, al quale mozzarono la lingua.
Scheda del gruppo a cui appartiene
+ Avignonet, Francia, 29 maggio 1242
Ecco i nomi degli undici gloriosi martiri:

- Guglielmo Arnaud (emessi i voti religiosi a Tolosa, divenne il braccio destro dell’inquisitore Pietro Seila, compagno di San Domenico);
- Bernardo di Roquefort (anch’egli domenicano);
- Garcia d’Aure (converso domenicano, nativo della diocesi di Comminges);
- Stefano di Saint-Thibery (già abate, poi frate minore);
- Raimondo Carbonius (frate minore);
- Raimondo di Cortisan (detto “lo Scrittore”, canonico di Tolosa ed arcidiacono di Lézat);
- Bernardo (chierico dell’arcidiacono Raimondo, appartenente al clero della cattedrale di Tolosa);
- Pietro d’Arnaud (notaio dell’inquisizione);
- Fortanerio (chierico, cursore dell’inquisizione);
- Ademaro (chierico, cursore dell’inquisizione);
- il priore di Avignonet (monaco professo di Cluse, il cui nome purtroppo non ci è stato tramandato).
Assai articolata è la storia del culto che in tempi e luoghi diversi venne tributato a questi martiri. I domenicani Guglielmo Arnaud e Garcia d’Aure sin dopo la morte furono oggetto di
venerazione: la loro tomba fu nella chiesa di San Romano presso il loro monastero di Tolosa. Dal 1381 i loro resti trovarono degna collocazione nella cappella di San Nicola sempre in detta chiesa, ma furono dispersi durante la Rivoluzione Francese. Ogni anno si celebrava la loro festa nell’anniversario della morte insieme al loro confratello Bernardo di Rochefort.
Stefano di Saint-Thibery e Raimondo Carboni, frati minori, trovarono sepoltura nella chiesa del loro ordine presso Tolosa, in due tombe separate e corredate da iscrizioni. Nel 1619 ebbe luogo una ricognizione delle loro spoglie.
L’arcidiacono di Lézat ed il suo chierico Bernardo furono inumati a Tolosa nel chiostro della cattedrale di Santo Stefano, presso il muro della chiesa. Nel 1647 il capitolo compì una ricognizione dei loro corpi ed in seguito vennero traslati nella cappella di Sant’Alessio interna alla cattedrale stessa, cappella oggi dedicata a San Paolo.
Il 30 settembre 1809 l’allora arcivescovo di Tolosa, personaggio contraddistintosi per la sua costante mancanza di fedeltà alla Chiesa di Roma, fece rimuovere dalla chiesa di Avignonet un quadro che raffigurava gli undici marti con tanto di aureola. Esso fu poi ricollocato al suo posto, ma scomparse nuovamente nel 1861. Nonostante queste peripezie il loro processo di canonizzazione, iniziato sin dal 1700 ad opera dei domenicani, durante il lungo pontificato del Beato Pio IX giunse ad una svolta positiva ed il 1° settettembre 1886 il culto di Guglielmo Arnaud e dei suoi 11 compagni venne ufficialmente confermato dalla Santa Sede.
(Autore: Fabio Arduino - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Garcia d’Aure, pregate per noi.


*San Gerardo di Macon - Vescovo (29 maggio)

m. 940 circa
Martirologio Romano:
A Mâcon in Burgundia, in Francia, San Gerardo, che, dapprima monaco e poi eletto vescovo, condusse infine vita eremitica nella foresta.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Gerardo di Macon, pregate per noi.


*Beata Gherardesca - Vedova, Monaca Camaldolese (29 maggio)

Pisa, 1200 circa - 1270 circa
Etimologia:
Gherardesca = lancia ardita, dal germanico
Martirologio Romano: A Pisa, Beata Gherardesca, vedova, che trascorse la vita in una cella accanto al monastero Camaldolese di San Savino, dedita alle lodi di Dio e all’intimità con il Signore.
Gherardesca, nacque a Pisa intorno al 1200 e si sposò assai giovane. Fervente cristiana e modello di sposa, non avendo figli in seguito a visioni celesti persuase il marito a farsi monaco presso il monastero Camaldolese di San Savino in Pisa, per poi ritirarsi anch’essa quale oblata reclusa in una celletta del medesimo monastero.
Qui, lodando e conversando con il Signore, raggiunse i più alti gradi della contemplazione.
Gherardesca infine morì presso Pisa verso l’anno 1270 circa.
Nella "Histoire dell'antichissima città di Pisa" non manca un dovuto riferimento alla Beata Gherardesca Pisana delle Conti Gherardesca monaca camaldolese.
Il Martyrologium Romanum la commemora quale “Beata” al 29 maggio, mentre secondo il Menologio Camaldolese è considerata “Santa” con festa posta al 9 giugno.
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Gherardesca, pregate per noi.


*Beato Giuseppe Gerard - Sacerdote, Missionario (29 maggio)

Bouxières-aux-Chênes, Nancy, Francia, 12 marzo 1831 – Roma, Lesotho, Africa, 29 maggio 1914
Sacerdote della Congregazione dei Missionari Oblati di Maria Immacolata, il Beato francese Giuseppe Gérard si recò missionario nel Basùtoland, in Africa, ove annunciò senza sosta il Vangelo agli indigeni.
Giovanni Paolo II lo beatificò il 15 settembre 1988.
Martirologio Romano: In località Roma in Lesotho nell’Africa australe, Beato Giuseppe Gérard, sacerdote degli Oblati di Maria Immacolata, che dapprima nella provincia del Natal e poi soprattutto nel Basutoland annunciò instancabilmente Cristo.
Il Beato Giuseppe Gérard, nacque il 12 marzo 1831 a Bouxières-aux-Chênes (Nancy, Francia), primo dei cinque figli di Giovanni Gérard e Orsola Stoffler, contadini; la povertà della famiglia lo temprò alle fatiche della terra e della vita, ricevendo nel contempo una solida educazione cristiana.
Da ragazzo frequentò la scuola elementare del suo paese, diretta allora dalle Suore della Dottrina Cristiana; nel contempo era assiduo nelle attività della parrocchia, dove il parroco, l’abbé Cayens, ex missionario in Algeria, lo preparò alla Prima Comunione, parlandogli spesso delle sue esperienze missionarie nel Nord Africa.
Giuseppe Gérard fece la Prima Comunione il 2 febbraio 1842 a 13 anni, secondo le consuetudini di allora, e ciò fu l’inizio di un percorso spirituale che coinvolse tutta la sua vita.
Il parroco, profondo conoscitore di anime, intuì in Giuseppe una naturale predisposizione alla vocazione sacerdotale e prese ad insegnargli le prime nozioni di latino e altre materie scolastiche; poi grazie all’aiuto di un generoso benefattore, Giuseppe poté entrare nel Seminario Minore di Pont-à-Mousson, dove studiò per cinque anni.
Nell’ottobre 1849 passò nel Seminario Maggiore di Nancy, dove continuò gli studi in teologia e filosofia, impegnandosi con serietà e profitto; ma già nel 1847, quando era studente della terza liceo, il giovane seminarista aveva conosciuto i padri della Congregazione degli Oblati di Maria Immacolata, i quali durante una loro visita al Seminario Minore di Pont-à-Mousson, avevano raccontato ai giovani studenti, le loro esperienze missionarie fra gli Indiani d’America e gli Inuit del Canada, ciò suscitò l’entusiasmo di Giuseppe Gérard, tanto che nell’estate del 1851 a 20 anni, lasciò il Seminario diocesano per diventare Oblato di Maria Immacolata.
La Congregazione era stata fondata, con fini missionari, qualche decennio prima da san Carlo
Giuseppe Eugenio De Mazenod (1782-1861), vescovo di Marsiglia e senatore durante il secondo Impero Napoleonico; inizialmente, nel 1816, i membri si chiamarono “Missionari di Provenza” poi “Oblati di san Carlo” e infine dal 1826, “Oblati di Maria Immacolata”.
Il 9 maggio 1851, dopo aver salutato i suoi familiari nel paese natio, Giuseppe Gérard entrò nel Noviziato degli Oblati a Notre-Dame de l’Osier, presso Grenoble; la sua modestia, la pietà straordinaria, la mortificazione volontaria, associata alla bontà e gioiosità e allo spirito di intensa preghiera, attrassero l’attenzione su di lui dei suoi insegnanti e compagni, particolarmente del maestro dei novizi, che disse di lui: “È impressionante come la grazia conduce questo giovane; basta vederlo in chiesa per sentirsi portati a Dio“.
Dopo aver fatta la professione perpetua, il 10 maggio 1852, al termine del suo noviziato, fu inviato al Seminario Maggiore di Marsiglia, per continuare lo studio della teologia.
Ma la giovane Congregazione, aveva urgente necessità di inviare missionari per l’apostolato nell’Africa del Sud, che era stato affidato dalla Chiesa, all’Istituto degli Oblati; pertanto il Fondatore e Superiore Generale, De Mazenod lo mandò il 3 aprile 1853, appena diacono, nella missione del Natal in Sud Africa; partì nel maggio 1853 insieme a padre Barret e fratel Bernard, lasciando così la Francia a 22 anni, senza più ritornarvi.
Il viaggio fu avventuroso, la nave, lasciato il Mediterraneo tramite lo Stretto di Gibilterra, invece di costeggiare l’Africa, fu spinta dai venti contrari verso l’altra sponda dell’Atlantico, fino a Rio de Janeiro in Brasile; da qui imbarcatosi su un’altra nave, i tre missionari furono condotti all’Isola Maurizio, dove l’oblato Gérard ebbe l’occasione d’incontrarsi con il beato Giacomo Desiderio Laval (1803-1864), attivo missionario nell’isola, il cui esempio e zelo, influirà moltissimo sulla sua futura attività missionaria.
Dopo vari mesi di sosta all’Isola Maurizio, i missionari ripartirono e il 21 gennaio 1854 sbarcarono a Port Natal (Durban), sull’Oceano Indiano.
Il Natal, dal 1845 era unito alla Colonia inglese del Capo; e dal 1839-43 i Boeri, che lo avevano popolato dopo gli inglesi, avevano costituito la Repubblica del Natal.
Qui, il primo Vicario Apostolico, mons. Francesco Allard degli Oblati di Maria Immacolata, apprezzò ben presto le qualità del diacono Gérard e quindi dopo un appropriato ritiro di preparazione, lo ordinò sacerdote il 19 febbraio 1954 a Pietermaritzburg, la capitale.
Dopo una certa preparazione per imparare le lingue inglese e zulù, padre Gérard e padre Barrett, ebbero l’incarico nel febbraio 1855, di fondare la missione St-Michel a 50 km a sud della capitale, fra le tribù degli zulù.
Ma il lavoro missionario non ebbe successo, per cui dopo sette anni, il 4 settembre 1860, il fondatore s. Eugenio De Mazenod, da Marsiglia ordinò di lasciare quelle tribù e di penetrare all’interno del Continente africano; seppure dispiaciuto e deluso, mons. Allard ubbidì e ritirò i missionari.
Avendo sentito parlare di re Moshoeshoe e del suo popolo, mons. Allard decise di andare a trovarlo in mezzo alle montagne, nel territorio dei Basotho, raggiungendolo insieme a padre Gérard il 17 febbraio 1862. Chiesta al re l’autorizzazione di stabilirsi nel suo Paese, Moshoeshoe la concesse, scegliendo lui stesso il luogo.
La prima missione cattolica venne chiamata “Villaggio della Madre di Gesù”, nome che più tardi verrà cambiato in “Roma”, perché i protestanti locali si riferivano a loro con un’espressione che diceva “presso quelli di Roma”.
Tutta l’opera missionaria di padre Giuseppe Gérard, fra la popolazione dei Basotho, fu impostata essenzialmente sull’amore per loro, prima ancora dell’evangelizzazione; con pazienza, amorevole cura per gli ammalati e gli anziani, si guadagnò la loro stima e la fiducia.
Quando i boeri invasero il regno tribale, mettendo in difficoltà re Moshoeshoe, padre Gérard, senza badare al pericolo, soccorse i feriti degli scontri, attraversando incolume le linee nemiche; dopo anni di completa dedizione ai Basotho, venne ormai considerato anch’egli un vero basotho.
Nel Basutoland, padre Gérard aprì ben presto una prima cappella, insegnando il catechismo, con un suo metodo semplice, ma adatto allo spirito di quanti l’ascoltavano; in seguito arrivarono come aiuto dalla Francia, le Suore della Sacra Famiglia.
Trascorsi 22 anni nel Basutoland, padre Gérard lasciò la missione di “Roma”, per andare a fondarne un’altra nel Nord del Paese, e il 15 agosto 1876 poté inaugurarla con il nome di “Santa Monica”.
Qui trascorse vent’anni di duro lavoro missionario, che purtroppo per molti anni non diede frutto, provocando in padre Gèrard uno scoramento, ritenendo egli che non fosse più capace di raggiungere il cuore dei pagani; ma alla fine le conversioni arrivarono numerose e al dolore interiore subentrarono tante gioie spirituali.
Nel 1897, ritornò nella sua prima missione a ‘Roma’, continuando a spostarsi nelle varie zone, con il suo fedele cavallo ‘Artaba’; vero pioniere dell’apostolato cattolico nell’Africa del Sud, divenuta per lui ormai la sua seconda patria, dove in effetti trascorse i tre quarti della sua vita.
Nel 1902, poté celebrare il giubileo d’oro della sua professione religiosa; verso la fine della vita, la vista gli si indebolì e l’artrosi lo piegò tutto; due mesi prima della sua fine, ebbe la gioia di battezzare e dare la Prima Comunione al re Griffith Lerotholi, successore di re Moshoeshoe, fondatore della Nazione; ancora un mese prima della sua morte, avvenuta il 29 maggio 1914 a “Roma” nel Lesotho (attuale nome del Basotholand, assunto dopo l’indipendenza avvenuta nel 1966), padre Gérard ad 83 anni, andava ancora a cavallo sulle montagne per visitare i suoi cristiani.
L’apostolo del Basotholand riposa nella Chiesa dell’Immacolata Concezione nella sua missione.
La causa di beatificazione fu introdotta il 1° marzo 1955; Papa Giovanni Paolo II lo proclamò Beato il 15 settembre 1988, a Maséru capitale del Lesotho, durante il suo 39° viaggio apostolico, svoltosi in Zimbabwe, Botswana, Lesotho, Swaziland e Mozambico.
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Giuseppe Gerard, pregate per noi.


*Beati Guglielmo Arnaud e 10 compagni - Martiri di Avignonet (29 maggio)
+ Avignonet, Francia, 29 maggio 1242
È un volto dell'Inquisizione molto diverso da quello che siamo abituati a sentire citato quello mostrato dal domenicano Guglielmo Arnaud e dai suoi dieci compagni morti martiri il 29 maggio 1242 nella regione di Avignonet, vicino a Tolosa.
La loro vicenda si colloca storicamente nel periodo delle dispute con gli albigesi. Guglielmo e i suoi compagni erano il Tribunale dell'Inquisizione che Papa Gregorio IX aveva stabilito per affrontare la questione.
Nel giorno dell'Ascensione il governatore di Avignonet invitò i religiosi per un confronto con gli albigesi. Ma si rivelò una trappola: gli undici vennero percossi a morte.
Le cronache raccontano che morirono cantando il Te Deum e proclamando quella fede che erano venuti a difendere. Nel nome di questi martiri fiorirono miracoli e il loro culto si protrasse lungo i secoli. Fu infine Pio IX nel 1866 ad approvarlo ufficialmente. (Avvenire)
Martirologio Romano: Ad Avignonet vicino a Tolosa in Francia, Beati Guglielmo Arnaud e dieci compagni, che, uniti nell’impegno di opporsi all’eresia dei catari, furono arrestati con l’inganno a motivo della loro fede in Cristo e dell’obbedienza alla Chiesa di Roma e morirono trafitti con la spada nella notte dell’Ascensione del Signore, mentre intonavano a una sola voce il Te Deum.
Agli albori del XIII secolo nella Francia meridionale, in particolare nella contea di Tolosa, la vita della Chiesa era turbata dal dilagare dell’eresia albigese.
Papa Gregorio IX decise allora di intervenire in questa situazione che rischiava di degenerare: il 22 aprile 1234 nominò il domenicano Guglielmo Arnaud, oriundo di Montpellier, primo inquisitore nelle diocesi di Tolosa, Albi, Carcassone ed Agen. Questi non tardò a mettersi all’opera, forse
persino con eccessivo rigore, tanto da giungere a far disseppellire i cadaveri degli eretici per bruciarli sul rogo.
Iniziò dunque ad incontrare serie difficoltà ed il conte di Tolosa, Raimondo VII, chiese al papa di porre un freno all’indomabile inquisitore, imponendo inoltre ai suoi sudditi di evitare qualsiasi contatto con il frate e ponendo delle guardie alle porte dei conventi.
Il 25 novembre 1225 tutti i frati domenicani furono cacciati dalla città e se allontanarono processionalmente cantando inni sacri. Un anno dopo poterono fare ritorno al loro chiostro, ma l’odio nei loro confronti da parte degli eretici cresceva e talvolta provocava tumulti. Nel 1242, ormai convintosi che fosse bene farla finita, il balì di Avignonet, Raimondo d’Alfar, invitò i frati nel suo castello vicino a Tolosa col pretesto di instaurare con loro un nuovo rapporto di amicizia basato su propositi di conciliazione. In realtà era solo un inganno volto a cattirarli: li fece infatti rinchiudere in una grande sala del castello e nel pieno della notte ordinò che fossero trucidati.
I religiosi non si fecero intimorire ed andarono incontro a Cristo, affrontando per suo amore il martirio e cantando nell’attesa il Te Deum. Era il 29 maggio, quell’anno vigilia dell’Ascensione. In particolare i carnefici infierirono contro Guglielmo, al quale mozzarono la lingua.
Ecco i nomi degli undici gloriosi martiri:
Guglielmo Arnaud (emessi i voti religiosi a Tolosa, divenne il braccio destro dell’inquisitore Pietro Seila, compagno di San Domenico);
Bernardo di Roquefort (anch’egli domenicano);
Garcia d’Aure (converso domenicano, nativo della diocesi di Comminges);
Stefano di Saint-Thibery (già abate, poi frate minore);
Raimondo Carbonius (frate minore);
Raimondo di Cortisan (detto “lo Scrittore”, canonico di Tolosa ed arcidiacono di Lézat);
Bernardo (chierico dell’arcidiacono Raimondo, appartenente al clero della cattedrale di Tolosa);
Pietro d’Arnaud (notaio dell’inquisizione);
Fortanerio (chierico, cursore dell’inquisizione);
Ademaro (chierico, cursore dell’inquisizione);
il priore di Avignonet (monaco professo di Cluse, il cui nome purtroppo non ci è stato tramandato).
Assai articolata è la storia del culto che in tempi e luoghi diversi venne tributato a questi martiri. I domenicani Guglielmo Arnaud e Garcia d’Aure sin dopo la morte furono oggetto di venerazione: la loro tomba fu nella chiesa di San Romano presso il loro monastero di Tolosa.
Dal 1381 i loro resti trovarono degna collocazione nella cappella di San Nicola sempre in detta chiesa, ma furono dispersi durante la Rivoluzione Francese. Ogni anno si celebrava la loro festa nell’anniversario della morte insieme al loro confratello Bernardo di Rochefort.
Stefano di Saint-Thibery e Raimondo Carboni, frati minori, trovarono sepoltura nella chiesa del loro ordine presso Tolosa, in due tombe separate e corredate da iscrizioni. Nel 1619 ebbe luogo una ricognizione delle loro spoglie.
L’arcidiacono di Lézat ed il suo chierico Bernardo furono inumati a Tolosa nel chiostro della cattedrale di Santo Stefano, presso il muro della chiesa. Nel 1647 il capitolo compì una ricognizione dei loro corpi ed in seguito vennero traslati nella cappella di Sant’Alessio interna alla cattedrale stessa, cappella oggi dedicata a San Paolo.
Il 30 settembre 1809 l’allora arcivescovo di Tolosa, personaggio contraddistintosi per la sua costante mancanza di fedeltà alla Chiesa di Roma, fece rimuovere dalla chiesa di Avignonet un quadro che raffigurava gli undici marti con tanto di aureola. Esso fu poi ricollocato al suo posto, ma scomparse nuovamente nel 1861. Nonostante queste peripezie il loro processo di canonizzazione, iniziato sin dal 1700 ad opera dei domenicani, durante il lungo pontificato del Beato Pio IX giunse ad una svolta positiva ed il 1° settettembre 1886 il culto di Guglielmo Arnaud e dei suoi 11 compagni venne ufficialmente confermato dalla Santa Sede.
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beati Guglielmo Arnaud e 10 compagni, pregate per noi.


*Beati Guglielmo Scott e Riccardo Newport - Martiri (29 maggio)
m. 1612
Martirologio Romano:
Sempre a Londra, trent’anni più tardi, Beati Guglielmo Scott, dell’Ordine di San Benedetto, e Riccardo Newport, sacerdoti e martiri: a motivo del loro sacerdozio, sotto il regno di Giacomo I, il primo fu strangolato con un laccio e il secondo sventrato con la spada mentre era ancora vivo.
(Fonte:
Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - Beati Guglielmo Scott e Riccardo Newport, pregate per noi.


*Beato José Pérez Fernàndez - Giovane laico e Martire (29 maggio)

Scheda del Gruppo a cui appartiene:
"Beati 115 Martiri spagnoli di Almería" Beatificati nel 2017
Sorbas, Spagna, 4 settembre 1912 – Turón, Spagna, 29 maggio 1938

José Pérez Fernández nacque a Sorbas, in provincia e diocesi di Almería, il 4 settembre 1912. Membro di Azione Cattolica, propagò con tutte le sue forze l’associazione nella sua città.
In tempi di palese ostilità contro la Chiesa, diffuse il periodico cattolico «La Independencia».
Imprigionato nel carcere «El Ingenio» di Almería, fu condotto il 2 maggio 1938 a Turón. Il 29 maggio fu costretto a scavarsi la fossa da solo, ma si prese gioco del suo carnefice e cercò di rifugiarsi in un oliveto, dove venne ucciso; aveva 25 anni.
Inserito in un gruppo di 115 martiri della diocesi di Almeria, è stato beatificato ad Aguadulce, presso Almería, il 25 marzo 2017.

(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato José Pérez Fernàndez, pregate per noi.


*San Martirio - Protomartire Trentino (29 maggio)

+ Val di Non, Trentino, 29 maggio 397
I tre martiri trentini arrivavano dalla Cappadocia, furono martirizzati in Trentino.
Sono Alessandro (ostiario), Sisinnio (diacono) e Martirio (lettore), ancora venerati a Trento.
Vissuti nel IV secolo, i tre fanno parte della schiera di evangelizzatori giunti dalle comunità cristiane del Mediterraneo per diffondere il Vangelo in quella penisola che era un ponte naturale verso il continente.
L'Italia cristiana deve la sua fede anche a santi come loro: inviati dal vescovo di Milano Ambrogio a quello di Trento Vigilio, furono arsi vivi davanti all'altare del dio Saturno.
Le loro reliquie nel '97, a 1600 anni dal martirio, hanno girato le parrocchie della diocesi di Trento. (Avvenire)
Emblema: Palma
Martirologio Romano: In Val di Non nel Trentino, Santi martiri Sisinio, diacono, Martirio, lettore, e Alessandro, ostiario: cappadoci di origine, fondarono in questa regione una chiesa e introdussero l’uso dei cantici di lode al Signore, finendo poi uccisi da alcuni pagani che stavano offrendo sacrifici di purificazione.
Santi Sisinnio, Martirio e Alessandro, martiri
Antichissimo è nel Trentino il culto dei primi evangelizzatori e martiri: il diacono Sisinio, il lettore Martirio e suo fratello Alessandro, ostiario.
La loro esistenza pare essere storicamente certa: troviamo infatti loro riferimenti nelle lettere di San Vigilio, vescovo di Trento, e negli scritti di Sant’Agostino e di San Massimo di Torino.
Sant’Ambrogio, celebre vescovo milanese, li aveva vivamente raccomandati a Vigilio, che al momento nella sua diocesi aveva scarsità di pastori.
Questi incaricò i tre missionari di evangelizzare le Alpi Tirolesi ed in particolare la Val di Non.
Naturalmente incontrarono non poche opposizioni alla loro opera, ma nonostante ciò riuscirono a guadagnare non poche persone alla fede in Cristo.
Sisinnio in particolare promosse l’edificazione di una chiesa presso Methon (Medol).
É facile immaginare come i pagani del luogo fossero sempre più adirati per l’adesione di copiose folle alla dottrina cristiana, sottratte così all’adorazione del dio Saturno. Tentarono allora di convincere i neo-convertiti al cristianesimo a partecipare a cerimonie politeiste, riscontrando però un netto rifiuto.
Sisinio Martirio ed Alessandro, ritenuti responsabili dell’imbonimento della popolazione locale, furono assaliti nella loro chiesa e malmenati violentemente.
Il primo morì subito dopo l’aggressione, mentre i due fratelli vennero arsi insieme dinnanzi all’altare del dio Saturno, usando a tal fine i legni della loro stessa chiesa distrutta.
Era il 29 maggio 397 e la tradizione popolare ritiene quale scena del martirio la chiesa di San Zeno in Val di Non.
Le loro ceneri furono traslate a Trento per volontà dei fedeli, mentre sul luogo del martirio venne eretta una chiesa in memoria.
Nel 1997, nel 1600° anniversario della loro morte, le loro reliquie hanno visitato in pellegrinaggio tutte le parrocchie del Trentino.
Oggi il quadro che li raffigura, abitualmente custodito nel museo Diocesano, è esposto nella piccola abside della cattedrale di Trento.
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Martirio, pregate per noi.


*San Massimino di Treviri - Vescovo (29 maggio)

m. 346 circa
Martirologio Romano:
A Treviri nella Gallia belgica, nell’odierna Germania, San Massimino, vescovo, che, intrepido difensore dell’integrità della fede contro l’arianesimo, accolse fraternamente Sant’Atanasio di Alessandria e altri vescovi esuli e, pur scacciato dalla sua sede da parte dei suoi nemici, morì in patria a Poitiers.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Massimino di Treviri, pregate per noi.


*San Massimo di Cittanova - Vescovo (29 maggio)
IV sec.

I dati certi della sua vita sono pochi: nelle sottoscrizioni del concilio di Aquileia del 381 figura anche un Maximus episcopu Emonensis, per quanto la collocazione topografica della sede sia difficile, fluttuando tra Aemonia (Lubiana), Aemona (Cittanova d’Istria) o Nona, presso Zara.
Nel quadro della storia del suo culto va collocata l’iscrizione in suo onore, posta nel 1146 dal vescovo Adamo di Cittanova nella cattedrale. In base a tale iscrizione, agiografi posteriori,
ritenendo Aemona eguale a Cittanova, fecero di Massimo il protovescovo.
Secondo i dati della sua passio avrebbe patito sotto Decio oppure sotto Diocleziano in provincia Aviensi.
Quando nel 1443 la diocesi di Cittanova fu unita a quella di Parenzo, anche qui si diffuse il culto del santo.
Dopo l’unione temporanea di Parenzo al patriarcato di Venezia nel 1451, si operò la traslazione delle reliquie del martire nella capitale della laguna, a cura di un patrizio di casa Badoer, che abitando nella parrocchia di San Canciano, le volle collocare in codesta chiesa.
Nel 1477 il Manerbi, pur confondendolo con Massimo vescovo di Reggio Emilia, poteva già constatare la devozione dei fedeli, dando vita, con questa confusione ad una tradizione, in base alla quale, nel 1558, il corpo del martire fu rubato e trasportato a Reggio.
Solo il 21 novembre dello stesso anno avvenne la restituzione dopo l’intervento del senato veneziano, che dapprima torturò il clero della parrocchia alla ricerca del ladro e poi, conosciuta la verità, incaricò i suoi oratori presso papa Sisto V di insistere per il ritorno delle reliquie nella città d’origine.
Nel 1638 la famiglia Widmann gli eresse una cappella, decorata con una statua del Moli; successive ricognizioni furono compiute nel 1879 e 1906.
La festa di Massimo nel Calendario veneziano del 1556 è indicata al 29 maggio, come già segnava il Kalendarium venetum del sec. XI, data derivante però dalla confusione con il vescovo di Verona; solo nei calendari del secolo XIX si spostò la festa al 24 ottobre; ora nel Proprium veneziano è stata riportata al 29 maggio.

(Autore: Antonio Niero – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Massimo di Cittanova, pregate per noi.


*San Massimo di Verona - Vescovo (29 maggio)
Etimologia: Massimo = grandissimo, dal latino
Emblema: Bastone pastorale
La storicità di Massimo vescovo di Verona è alquanto difficile da stabilire, probabilmente è esistito nel IV secolo.
Esso è ricordato in un Martirologio della Chiesa veronese del secolo XVI e nel “Martirologio Romano” al 29 maggio, chiamandolo prelato di esimia dottrina e di specchiata virtù.
Ma il nome di Massimo vescovo, però non è nel ‘Velo di Classe’ del secolo VIII, autorevole e genuino elenco degli antichi vescovi veronesi.
In favore della sua esistenza, sta l’antica memoria e il relativo culto, documentato anche dall’invocazione in due litanie veronesi dei secoli XI e XII.
La coincidenza della celebrazione liturgica di san Massimo vescovo di Verona, il 29 maggio, con quella dell’omonimo vescovo di Emona (Cittanova d’Istria), che era presente al sinodo di Aquileia del 381, convinse gli studiosi veronesi a parlare di una traslazione di reliquie di Massimo, da Verona ad Emona.
Anche in questa antica città la venerazione per San Massimo, data dal 1146 e le su citate litanie veronesi, coincidono con il culto datogli ad Emona.
Decenni prima dell’anno 1000, esisteva fuori dalle mura della città di Verona, una chiesa dedicata a San Massimo vescovo, che fu distrutta durante le invasioni degli Ungari e poi ricostruita sotto il vescovo Milone nel 981.
Questa chiesa, divenuta anche parrocchia nel 1459, fu poi demolita nel 1518 a causa dell’abbattimento di tutte le costruzioni vicine alla cinta muraria, distanti fino ad un miglio tutto intorno, cinta eretta dai veneziani, per motivi di difesa.
Il nome di San Massimo passò poi al borgo sorto ad ovest della basilica di San Zeno e alla chiesa lì eretta.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Massimo di Verona, pregate per noi.


*Beato Riccardo Thirkeld - Sacerdote e Martire (29 maggio)
Scheda del gruppo a cui appartiene:
“Beati Martiri di Inghilterra, Galles e Scozia” Beatificati nel 1886-1895-1929-1987

Martirologio Romano: A York in Inghilterra, Beato Riccardo Thirkeld, sacerdote e martire, che, condannato a morte sotto la regina Elisabetta I perché sacerdote e per aver riconciliato molti con la Chiesa cattolica, fu consegnato al supplizio del patibolo.
Studiò al Queen’s College di Oxford nel 1564-1565, da cui partì per Reims, dove fu ordinato sacerdote il 18 aprile 1579. Partì il 23 maggio per esercitare il ministero a York o dintorni, che prestò anche come confessore della venerabile Margaret Clitheroe.
Alla vigilia dell'Annunciazione del 1583 fu arrestato durante la visita a uno dei prigionieri cattolici dell’Ousebridge Kidcote, a York, subito confessando il suo sacerdozio, sia alle guardie che lo avevano arrestato, sia al sindaco di fronte al quale egli era portato, e per la notte fu alloggiato nella casa del sommo sceriffo.
Il giorno dopo si svolse il suo processo, al quale riuscì a comparire in abito talare e berretta. L’imputazione era di aver riconciliato sudditi della Regina alla Chiesa di Roma. Fu riconosciuto colpevole il 27 maggio e condannato 28 maggio.
Trascorse la notte istruendo i suoi compagni di prigione, e la mattina della sua condanna difendendo la fede e la costanza di quelli che venivano portati alla sbarra. Non risultano dettagli sulla sua esecuzione.

Rimangono sei sue lettere, che sono state trascritte da Dom Bede Camm.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - Beato Riccardo Thirkeld, pregate per noi.


*San Senatore di Milano - Vescovo (29 maggio)
Vescovo di Milano dal 472 al 475
Emblema:
Pastorale, Mitria
Martirologio Romano: A Milano, San Senatore, vescovo, che, ancora sacerdote, il Papa San Leone Magno aveva mandato come legato a Costantinopoli.
San Senatore fu il ventunesimo vescovo di Milano. Sant’Ennodio di Pavia nei suoi scritti riferisce che questo vescovo era un uomo di grande eloquenza e sagacia.
Di San Senatore non si sa molto. Di certo si sa che nell’anno 450 circa, quando era ancora
sacerdote, assieme al famoso vescovo di Como Sant’Abbondio, fu mandato da San Leone Magno come legato papale a Costantinopoli.
La missione consisteva nel notificare al patriarca di questa città e alla corte imperiale la condanna papale dell’eresia di Eutiche.
Tornato da Costantinopoli, sempre insieme a Sant’Abbondio, fu incaricato di recapitare una lettera del Papa San Leone I all’allora vescovo di Milano, Sant’ Eusebio.
Nel settembre del 451, sempre con Sant’Abbondio di Como, fece nel sinodo milanese, presenti 16 vescovi di tutta l’Italia settentrionale, una relazione del suo viaggio in Oriente.
Secondo la lista dei vescovi di Milano, San Senatore successe a S. Benigno e resse la cattedra ambrosiana per tre anni, dal 472 al 475.
A San Senatore viene attribuito la costruzione della basilica milanese che il santo vescovo dedicò alla Santa martire calcedonese Sant’Eufemia, nella cui chiesa si tenne il IV concilio ecumenico che condannò, appunto, l’eresia di Eutiche. San Senatore è sepolto in questa basilica.
Il Santo viene festeggiato, da solo, il 28 maggio e, insieme a tutti i santi vescovi milanesi, il 25 settembre.
(Autore: Francesco Roccia – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Senatore di Milano, pregate per noi.


*San Sisinnio - Protomartire Trentino (29 maggio)
+ Val di Non, Trentino, 29 maggio 397
I tre martiri trentini arrivavano dalla Cappadocia, furono martirizzati in Trentino.
Sono Alessandro (ostiario), Sisinnio (diacono) e Martirio (lettore), ancora venerati a Trento.
Vissuti nel IV secolo, i tre fanno parte della schiera di evangelizzatori giunti dalle comunità cristiane del Mediterraneo per diffondere il Vangelo in quella penisola che era un ponte naturale verso il continente.
L'Italia cristiana deve la sua fede anche a santi come loro: inviati dal vescovo di Milano Ambrogio a quello di Trento Vigilio, furono arsi vivi davanti all'altare del dio Saturno.
Le loro reliquie nel '97, a 1600 anni dal martirio, hanno girato le parrocchie della diocesi di Trento. (Avvenire)
Emblema: Palma
Martirologio Romano: In Val di Non nel Trentino, santi martiri Sisinio, diacono, Martirio, lettore, e Alessandro, ostiario: cappadoci di origine, fondarono in questa regione una chiesa e introdussero l’uso dei cantici di lode al Signore, finendo poi uccisi da alcuni pagani che stavano offrendo sacrifici di purificazione.
Santi Sisinnio, Martirio e Alessandro, martiri
Antichissimo è nel Trentino il culto dei primi evangelizzatori e martiri: il diacono Sisinio, il lettore Martirio e suo fratello Alessandro, ostiario.
La loro esistenza pare essere storicamente certa: troviamo infatti loro riferimenti nelle lettere di San Vigilio, vescovo di Trento, e negli scritti di Sant’Agostino e di San Massimo di Torino.
Sant’Ambrogio, celebre vescovo milanese, li aveva vivamente raccomandati a Vigilio, che al momento nella sua diocesi aveva scarsità di pastori.
Questi incaricò i tre missionari di evangelizzare le Alpi Tirolesi ed in particolare la Val di Non. Naturalmente incontrarono non poche opposizioni alla loro opera, ma nonostante ciò riuscirono a guadagnare non poche persone alla fede in Cristo.
Sisinnio in particolare promosse l’edificazione di una chiesa presso Methon (Medol).
É facile immaginare come i pagani del luogo fossero sempre più adirati per l’adesione di copiose folle alla dottrina cristiana, sottratte così all’adorazione del dio Saturno.
Tentarono allora di convincere i neo-convertiti al cristianesimo a partecipare a cerimonie politeiste, riscontrando però un netto rifiuto.
Sisinio Martirio ed Alessandro, ritenuti responsabili dell’imbonimento della popolazione locale, furono assaliti nella loro chiesa e malmenati violentemente.
Il primo morì subito dopo l’aggressione, mentre i due fratelli vennero arsi insieme dinnanzi all’altare del dio Saturno, usando a tal fine i legni della loro stessa chiesa distrutta.
Era il 29 maggio 397 e la tradizione popolare ritiene quale scena del martirio la chiesa di San Zeno in Val di Non.
Le loro ceneri furono traslate a Trento per volontà dei fedeli, mentre sul luogo del martirio venne eretta una chiesa in memoria.
Nel 1997, nel 1600° anniversario della loro morte, le loro reliquie hanno visitato in pellegrinaggio tutte le parrocchie del Trentino.
Oggi il quadro che li raffigura, abitualmente custodito nel museo Diocesano, è esposto nella piccola abside della cattedrale di Trento.
(Autore: Fabio Arduino  - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Sisinnio, pregate per noi.


*Santa Urszula (Orsola) Ledochowska - Religiosa (29 maggio)
17 aprile 1865 - Roma, 29 maggio 1939
Giulia Maria Ledochowska, Orsola in religione, nacque nel 1865 a Loosdorf, in Austria.
A 21 anni entrò tra le Orsoline di Cracovia.
Spese la sua vita a favore del prossimo peregrinando tra la Russia, la Svezia e la Finlandia.
Nel 1920 istituì una nuova Congregazione, le Orsoline del Sacro Cuore di Gesù agonizzante.
Morì nel 1939.
Etimologia: Orsola = dal latino “ursus” (orso), molto usato nell’età imperiale e in ambienti cristiani in memoria di Sant’ Orsola vergine e martire.
Martirologio Romano: A Roma, Sant’Orsola (Giulia) Ledóchowska, vergine, che fondò l’Istituto delle Suore Orsoline del Cuore di Gesù Agonizzante e affrontò faticosi viaggi attraverso la Polonia, la Scandinavia, la Finlandia e la Russia.
La Beata Giulia Ledóchowska, questo il suo nome da laica, appartiene ad una famiglia benedetta da Dio in quanto è sorella di un’altra beata Maria Teresa Ledóchowska e del 26° preposito generale della Compagnia di Gesù, Wladimiro Ledóchowski, nacque il 17 aprile 1865 da una nobile famiglia polacca residente nell’Austria Inferiore.
Dopo aver frequentato la scuole di formazione a Sankt Polten, seguì i suoi genitori che si erano trasferiti nella tenuta di Lipnica Murowana nei pressi di Cracovia, comprata dal padre. A 21 anni entrò nel convento delle Orsoline di Cracovia, pronunciando i voti nell’aprile 1899.
Attiva educatrice ed insegnante, istituì un pensionato per signorine, promovendo tra le studentesse l’Associazione delle Figlie di Maria, fu anche superiora del suo convento per circa quattro anni dal 1904 al 1907.
Fu chiamata dal parroco della chiesa di S. Caterina a Pietroburgo che le affidò la direzione di un internato di studentesse polacche in esilio, per far ciò dovette indossare abiti civili per sua sicurezza; nel 1909 fondò anche una casa delle Orsoline a Sortavale in Finlandia dove
sperimentò un pensionato e una scuola all’aria aperta per ragazze cagionevoli di salute, sul modello inglese, nel contempo fondò nella stessa Pietroburgo una casa delle Orsoline.
La sua cittadinanza e origine austriaca la fece diventare oggetto di persecuzione da parte della polizia russa, durante la Prima guerra mondiale e quindi nel 1914 si rifugiò in Svezia a Stoccolma dove fondò anche qui un pensionato ed una scuola; animata da grande senso di apostolato fondò per i cattolici svedesi il giornale Solglimstar che ancora si pubblica sotto altra dicitura. Proseguì la sua opera con lo spostarsi in Danimarca ad Aalborg nel 1917 per l’assistenza dei profughi polacchi, dove rimase fino al 1919, quando poté rientrare in Polonia nel suo convento di origine.
Nel 1920 ubbidendo ad un suo anelito interiore si distaccò dalla sua congregazione, per fondarne un’altra denominata Orsoline del S. Cuore Agonizzante con il compito dell’assistenza delle giovani non abbienti e per la cura di poveri, vecchi, bambini.
In Polonia vengono dette "Orsoline grigie" e in Italia le "Suore polacche"; la Congregazione ebbe l’approvazione definitiva nel 1930 e si sviluppò velocemente cosicché alla morte della madre, il cui nome era diventato Orsola in polacco Urszula, si contavano già 35 case con oltre 1000 suore; ha lasciato vari scritti per meditazioni tutti in polacco, alcuni tradotti anche in italiano e francese.
Morì a Roma il 29 maggio 1939. Beatificata da Papa Giovanni Paolo II il 20 giugno 1983 a Poznan in Polonia.
É stata canonizzata da Papa Giovanni Paolo secondo a Roma il 18 maggio 2003.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Urszula Ledochowska, pregate per noi.


*Altri Santi del giorno (29 Maggio)
*xxx
Giaculatoria - Santi tutti, pregate per noi


 
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