Santi del 29 Ottobre - Istituto Aveta

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Santi del 29 Ottobre

Il mio Santo > I Santi di Ottobre

*Sant'Abramo - Anacoreta (29 ottobre)

† 366
Nato in una ricca famiglia di Edessa in Siria, si fece eremita in una stretta cella. Ordinato sacerdote, evangelizzò la regione di Beth Kiduna e, non appena poté, riprese la sua vita di anacoreta.
Etimologia: Abramo = grande padre, dall'ebraico
Martirologio Romano: A Edessa nell’antica Siria, sant’Abramo, anacoreta, la cui vita fu descritta dal diacono sant’Efrem.
Nacque da una ricca famiglia a Edessa, Siria. Gli fu imposto un matrimonio combinato in tenera età. Durante i festeggiamenti del matrimonio, Abraham fuggì.
SI murò in una piccola cella poco lontano, lasciando un foro piccolo attraverso il quale la sua famiglia potè portargli cibo e acqua, e attraverso il quale potè spiegare il suo desiderio di una vita
religiosa.
La sua famiglia cedette, il matrimonio fu revocato, e così Abraham passò i successivi dieci anni rinchiuso nella sua cella.
Dopo un decennio di una vita da recluso, il vescovo di Edessa, contro i desideri stessi di Abraham, lo ordinò sacerdote e gli impose di partire missionario presso il villaggio intransigentemente pagano di Beth-Kiduna.
Qui, Abraham riuscì a costruire una chiesa, a cancellare idoli, soffrì abusi e violenze, e col suo buon esempio riuscì a convertire il villaggio intero.
Un anno dopo, dopo aver pregato ardentemente che Dio mandasse in quel posto in sua vece un pastore migliore di lui, fece ritorno alla sua cella. E' proprio dalla popolarità che conquistò in Kiduna che divenne famoso come Kidunaia (Qidonaya).
Lasciò la sua cella solamente altre due volte nella sua vita.
Una volta una sua nipote, Santa Maria di Edessa, viveva una vita dissoluta. Abraham si travestì da soldato, seppe attirare l'attenzione di Maria e farsi accogliere in casa sua.
Durante la cena riuscì a convincerla che viveva nel peccato e nell'errore, la convertì e da allora la vita di Maria cambiò.
Dopo di che ritornò alla sua cella. La sua ultima uscita fu al suo funerale, al quale partecipò una gran folla di persone che lo amavano e piangevano per lui. La sua biografia fu scritta dal suo amico Sant'Ephrem.
(Autore: Piero Stradella - Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - Sant'Abramo, pregate per noi.


*Santa Anastasìa la Romana Osiomartire - Chiese Orientali (29 ottobre)
m. 249-251
Anastasia, di stirpe romana, visse sotto gli imperatori Decio e Valeriano, essendo Governatore Probo. Mentre era governatore Probo.
Mentre era Ancora giovane, trascorse un certo tempo in monastero.
Avendo confessato Cristo con ardire, fu percossa in volto e stesa su carboni ardenti, venne bastonata con verghe e appesa ad un legno, stretta con mangani e perforata con uncini a cuti;
appesa, viene lacerata in tutto il corpo e fregiata nel seno, le furono sradicate le unghia dalle mani e mutilata dei piedi.
Venne privata della lingua e divelta dei denti ed infine le venne tagliata la testa.
Santa Anastasia la romana non deve essere confusa con la più nota Santa Anastasia di Sirmio commemorata nei Sinassari bizantini il 22 dicembre e nei martirologi latini il 25 dello stesso mese e che nella tradizione greca prende il titolo di farmacolitria cioè colei che appresta medicine (ai cristiani che si trovavano in carcere).
La nostra Santa appartiene alla categoria delle osiomartiri cioè delle monache (Ή όσια=santa monaca) e martiri.
Sebbene non esistessero monasteri maschili e femminili cosi come oggi noi li troviamo con tipicon, (la regola nella tradizione orientale), e monastero completo in tutte le sue parti; è pur vero che sin dal II secolo esistevano piccole comunità di vergini consacrate a Dio.
Costoro si occupavano del servizio della chiesa locale, ce lo attesta sant’Atanasio nella vita di sant’Antonio il grande e lo stesso Sant’Ignazio di Antiochia (o pseudo) nell’epistola ai Filippesi dove dice: saluto le comunità delle sacre vergini.
Le vergini consacrate a Dio avvolte vivevano nelle loro case e si riunivano insieme per momenti di preghiera o per decidere come assolvere alle necessità della Chiesa locale soprattutto l’assistenza ai poveri alle vedove e agli orfani.
La passio ci è arrivata nella revisione del Metafraste ma abbiamo anche una edizione in Italiano del 1500 nel volume "Storia delle Sante Vergini Romane" di Antonio Gallonio Romano, prete della
congregazione dell’Oratorio.
Il che dimostra come Santa Anastasia la romana era venerata e conosciuta anche dalla Chiesa latina.
Il racconto che ne fa Antonio Galloro è di una grande eleganza e raffinatezza spirituale, ecco come ne descrive l’entrata in monastero.
Avendo compiuto i 20 anni abbandonò i suoi genitori e gli altri parenti e le ricchezze terrene ed stimolata dai pungenti stimoli dell’amor divino, volontariamente si rinchiuse in un monastero nel quale fu istruita da una Santa monaca di nome Sofia sulle cose spirituali dando in pochissimo tempo un chiaro segno della sua santità futura.
Secondo la Passio fu lei Soffia ad infondere coraggio alla ventenne Anastasia nell’affrontare il martirio.
Durante il processo il giudice Probo dopo averla mostrata nuda dinanzi all’intera città di Roma, per umiliarla, promette ricchezze alla martire se abiura la fede in Cristo.
Ecco le parole di risposta di Anastasia: O Probo il mio bene, le mie ricchezze e la mia vita sono Cristo ed il soffrire la morte per suo amore e per me qualcosa di più prezioso della stessa vita, a tal motivo ti faccio sapere che ne oro ne argento ne qualunque altra cosa del mondo è per me cosa lieta.
Infatti solo Cristo mi rende felice e solamente Lui e la sua dolce compagnia è la mia vera allegrezza della quale rivestita di gloria spero eternamente godere.
Ecco perché non reputo tormenti il fuoco, le spade, il ferro, lo slogamento delle membra, le ferite, le battiture, e tutti gli strumenti inventati da voi per tormentare i servi del Signore ma li considero, invece, cose di sommo diletto, e piacere fissando i miei occhi solamente in lui e desiderando, per mostrargli qualche segno dell’amore che gli porto, non una ma mille morti se fosse
possibile patire per lui.
Dunque non mostrare d’aver compassione della mia bellezza che subito come un fiore del campo sfiorisce, ma inizia a far contro di me tutto ciò che puoi poiché non sacrificherò giammai a quei tuoi dei di pietra e di legno”.
Santa Anastasia subirà diversi tormenti compreso lo strappo della lingua in fine morirà decapitata.
Il suo corpo rimase insepolto per alcuni giorni finché la stessa Sofia lo ricompose e lo seppellì a Roma.
Sul suo sepolcro vi furono un susseguirsi di miracoli per cui ne crebbe la venerazione.
Il corpo di Santa Anastasìa è oggi custodito in una piccola chiesa nel monastero di Grigoriu al monte Athos vicino al Katolikon (la chiesa principale del monastero) è veneratissima da tutti i monaci Athoniti e meta di continui pellegrinaggi da parte dei fedeli ortodossi a causa dei continui miracoli e grazie che concede soprattutto agli ammalati.
Nuovi monasteri sono a lei dedicati in Grecia il più famoso è quello vicino il paesino di Rethimnòs dove si venera un’icona taumaturgica ed una sua santa reliquia ma le sue icone si trovano in quasi tutte le chiese della Grecia per il profondo amore della gente per lei.
(Autore: Ier. Giuffrida Carmelo sj – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Anastasìa la Romana Osiomartire, pregate per noi.


*Beato Bernardo de Olivella - Arcivescovo di Tarragona (29 ottobre)
+ 1287
Amico del Beato Giacomo 1°, Re d'Aragona.
Il Beato Bernardo de Olivella, mercedario di Tarragona (Spagna), venne eletto arcivescovo della stessa città.
Fu presente al funerale dell'amico Re morto nell'anno 1276; lui stesso poi cinse con la corona regale nella chiesa cattedrale di Valenza e consacrò Re il nuovo sovrano Pietro.
Finché pieno di meriti morì nella pace del Signore nell'anno 1287 nella sua sede di Tarragona.
L'Ordine lo festeggia il 29 ottobre.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Bernardo de Olivella, pregate per noi.


*Beata Chiara Luce Badano - Giovane focolarina (29 ottobre)
Savona, 29 ottobre 1971 – Sassello, Savona, 7 ottobre 1990
Visse a Sassello con il padre Ruggero, camionista, e la madre Maria Teresa, casalinga. Volitiva, tenace, altruista, di lineamenti fini, snella, grandi occhi limpidi, sorriso aperto, ama la neve e il mare, pratica molti sport. Ha un debole per le persone anziane che copre di attenzioni. A nove anni conosce i ‘Focolarini’ di Chiara Lubich ed entra a fare parte dei “Ge”. Dai suoi quaderni traspare la gioia e lo stupore nello scoprire la vita.
Terminate le medie a Sassello si trasferisce a Savona dove frequenta il liceo classico. A sedici anni, durante una partita a tennis, avverte i primi lancinanti dolori ad una spalla: callo osseo la prima
diagnosi, osteosarcoma dopo analisi più approfondite. Inutili interventi alla spina dorsale, chemioterapia, spasmi, paralisi alle gambe. Rifiuta la morfina che le toglierebbe lucidità.
Si informa di tutto, non perde mai il suo abituale sorriso. Alcuni medici, non praticanti, si riavvicinano a Dio.
La sua cameretta, in ospedale prima e a casa poi, diventa una piccola chiesa, luogo di incontro e di apostolato: "L’importante è fare la volontà di Dio...è stare al suo gioco...Un altro mondo mi attende... Mi sento avvolta in uno splendido disegno che, a poco a poco, mi si svela...Mi piaceva tanto andare in bicicletta e Dio mi ha tolto le gambe, ma mi ha dato le ali..." Chiara Lubich, che la seguirà da vicino, durante tutta la malattia, in un’affettuosa lettera le pone il soprannome di ‘Luce’. Mons. Livio Maritano, vescovo diocesano, così la ricorda: "...Si sentiva in lei la presenza dello Spirito Santo che la rendeva capace di imprimere nelle persone che l’avvicinavano il suo modo di amare Dio e gli uomini.
Ha regalato a tutti noi un’esperienza religiosa molto rara ed eccezionale". Negli ultimi giorni, Chiara non riesce quasi più a parlare, ma vuole prepararsi all’incontro con “lo Sposo” e si sceglie l’abito bianco, molto semplice, con una fascia rosa. Lo fa indossare alla sua migliore amica per vedere come le starà.
Spiega anche alla mamma come dovrà essere pettinata e con quali fiori dovrà essere addobbata la chiesa; suggerisce i canti e le letture della Messa. Vuole che il rito sia una festa.
Le ultime sue parole: "Mamma sii felice, perché io lo sono. Ciao!". Muore all’alba del 7 ottobre 1990. É “venerabile” dal 3 luglio 2008. É stata beatificata il 25 settembre 2010 presso il Santuario del Divino Amore in Roma.
Una breve vita la sua, ma così intensa da lasciare un segno profondo nella memoria di chi l’ha conosciuta e in chi viene a contatto oggi con lei. Parliamo di Chiara Badano, chiamata Chiara Luce per la radiosità del suo volto, dei suoi occhi, della sua luminosissima anima.
Un processo di canonizzazione è in corso per questa giovane dalla vita esemplare che conobbe la forza della fede già a nove anni. Trovava Gesù nei lontani, negli atei e tutta la sua vita è stata una tensione all’amore concreto per tutti. Ogni sua giornata fu una gemma da innalzare a Dio, dando un senso eterno ad ogni gesto.
Dinamica, sportiva, bella, Chiara si sente amata da Dio e lo vuole portare a tutti coloro che incontra sulla sua strada. Animata da profondo rispetto per ognuno, manifesta con schiettezza il proprio pensiero di credente, ma evita di prevaricare sulla libertà e coscienza dell’interlocutore: ben più efficace dei ragionamenti è infatti la sua testimonianza di serenità e di generosa disponibilità.
Chiara nasce a Sassello, in provincia di Savona della diocesi di Acqui, dopo undici anni di attesa dei suoi genitori, Maria Teresa Caviglia e Ruggero Badano. È il 29 ottobre 1971.
Cresce nella vivacità e nell’intelligenza, è simpatica e trainante, è leader, ma non lo lascia apparire, perché mette sempre in risalto gli altri. Poi avviene un incontro importante, è in terza elementare quando conosce il Movimento dei Focolari, fondato da Chiara Lubich. Entra così fra le Gen (Generazione nuova).
Lei non parla di Gesù agli altri, lo porta con la sua vita. Dice infatti: «Io non devo dire di Gesù, ma devo dare Gesù con il mio comportamento» e così si ripensa allo straordinario insegnamento di Sant’Ignazio di Antiochia: «È meglio essere cristiani senza dirlo, che proclamarlo senza esserlo».
La gioia di vivere, l’entusiasmo per le piccole cose, la contemplazione del creato, la felicità di godere dell’amicizia erano il nutrimento delle sue giornate.
Alla fine della quinta ginnasio Chiara appare pallida, sorride meno, è stanca. Nell’estate, durante una partita di tennis sente un lancinante dolore alla spalla. Medici, ospedali… e la Tac. Chiara ha un cancro maligno: «processo neoplastico di derivazione costale (7ª di sinistra) con invasione dei tessuti molli adiacenti». Affetta dunque da un tumore osseo di quarto grado, il più grave. Ha 17 anni.
Inizia il pellegrinaggio negli ospedali di Torino, una vera e propria via crucis. Deve subire un intervento e prima di entrare nella sala operatoria dice alla mamma: «Se dovessi morire, celebrate una bella messa e di’ ai Gen che cantino forte».
Si sottopone alla chemioterapia e alle sedute di radioterapia, affrontando tutto come identificazione con i dolori di Cristo. Si abbandona e allora la malattia diventa per lei fatto marginale, vivendolo in Gesù. «Sono sempre stato impressionato», ha raccontato a Maria Grazia Magrini il dottor Brach, «dalla forza di accettazione della malattia da parte di Chiara e dei suoi familiari. Lei conosceva la gravità del male che l’aveva colpita e fui io stesso a spiegarle quanto
fosse grave la sua situazione, e che quindi avrebbe incontrato crisi di vomito, avrebbe perso i capelli e sarebbe andata incontro ad infezioni, emorragie ed altre conseguenze».
Eppure, accanto a lei, parenti e amici continuano a respirare aria di festa. Chiacchiera volentieri, gioca, scherza. Non c’è odore di malattia, né di prossima morte. La vita continua a fuoriuscire da lei e gli altri si abbeverano a questa straordinaria fonte. Si consuma e si offre per amore di Gesù ai dolori della Chiesa, al Movimento dei Focolari e ai giovani.
È molto dimagrita, fatica a respirare e ha forti contrazioni agli arti inferiori. Avrebbe bisogno di morfina, ma non la vuole perché le toglierebbe la lucidità, la consapevolezza.
Nessun risultato, nessun miglioramento. La malattia avanza nell’impotenza sanitaria. Tutti depongono le armi, non c’è più nulla da fare. La giovane scrive a Chiara Lubich, informandola della decisione di interrompere la chemioterapia: «Solo Dio può. Interrompendo le cure, i dolori alla schiena dovuti ai due interventi e all’immobilità a letto sono aumentati e non riesco quasi più a girarmi sui fianchi. Stasera ho il cuore colmo di gioia… Mi sento così piccola e la strada da compiere è così ardua, spesso mi seno soprafatta dal dolore. Ma è lo Sposo che viene a trovarmi». La fondatrice dei Focalarini nel risponderle le assegna un nuovo nome: «Chiara Luce», è da qui che tutti prendono a chiamarla così.
Chiara predispone tutto per il suo prossimo funerale, che chiama la sua messa, le sue nozze con Gesù. Dovrà essere lavata con l’acqua, segno di purificazione e pettinata in modo molto giovanile e chiede alla mamma di non piangere perché «quando in cielo arriva una ragazza di diciotto anni, si fa festa!». Il suo vestito da sposa lo vuole bianco, lungo, semplice, con una fascia rosa in vita.
La sua amica del cuore, Chicca, lo prova di fronte a lei: le piace molto, è semplice come lo desiderava. Chiara Luce muore alle 4,10 del 7 ottobre 1990, festa della Beata Vergine Maria del Rosario. Ma la luce del suo incantevole sguardo non si spegnerà perché i suoi occhi saranno donati a due ragazzi. Dichiarata venerabile il 3 luglio 2008, è stata proclamata beata il 25 settembre 2010.
(Autore: Cristina Siccardi – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
A Sassello, ridente paese dell'Appennino ligure appartenente alla diocesi di Acqui, il 29 ottobre 1971 nasce Chiara Badano, dopo che i genitori l'hanno attesa per 11 anni.
Il suo arrivo viene ritenuto una grazia della Madonna delle Rocche, alla quale il papà è ricorso in preghiera umile e fiduciosa.
Chiara di nome e di fatto, con occhi limpidi e grandi, dal sorriso dolce e comunicativo, intelligente e volitiva, vivace, allegra e sportiva, viene educata dalla mamma –attraverso le parabole del Vangelo- a parlare con Gesù e a digli «sempre di sì».
È sana, ama la natura e il gioco, ma si distingue fin da piccola l'amore verso gli «ultimi», che copre di attenzioni e di servizi, rinunciando spesso a momenti di svago. Fin dall'asilo versa i suoi risparmi in una piccola scatola per i suoi «negretti»; sognerà, poi, di partire per l'Africa come medico per curare quei bambini.
Chiara è una ragazzina normale, ma con un qualcosa in più: ama appassionatamente; è docile alla grazia e al disegno di Dio su di lei, che le si svelerà a poco a poco.
Dai suoi quaderni dei primi anni delle elementari traspare la gioia e lo stupore nello scoprire la vita: è una bambina felice.
Nel giorno della prima Comunione riceve in dono il libro dei Vangeli. Sarà per lei un «magnifico libro» e «uno straordinario messaggio»; affermerà: «Come per me è facile imparare l'alfabeto, così deve esserlo anche vivere il Vangelo!».
A 9 anni entra come Gen nel Movimento dei Focolari e a poco a poco vi coinvolge i genitori. Da allora la sua vita sarà tutta in ascesa, nella ricerca di «mettere Dio al primo posto».
Prosegue gli studi fino al Liceo classico, quando a 17 anni, all'improvviso un lancinante spasimo alla spalla sinistra svela tra esami e inutili interventi un osteosarcoma, dando inizio a un calvario che durerà circa tre anni. Appresa la diagnosi, Chiara non piange, non si ribella: subito rimane assorta in silenzio, ma dopo soli 25 minuti dalle sue
labbra esce il sì alla volontà di Dio. Ripeterà spesso: «Se lo vuoi tu, Gesù, lo voglio anch'io».Non perde il suo luminoso sorriso; mano nella mano con i genitori, affronta cure dolorosissime e trascina nello stesso Amore chi l'avvicina.
Rifiutata la morfina perché le toglie lucidità, dona tutto per la Chiesa, i giovani, i non credenti, il Movimento, le missioni..., rimanendo serena e forte, convinta che «il dolore abbracciato rende libero». Ripete: “Non ho più niente, ma ho ancora il cuore e con quello posso sempre amare”.
La cameretta, in ospedale a Torino e a casa, è luogo di incontro, di apostolato, di unità: è la sua chiesa. Anche i medici, talvolta non praticanti, rimangono sconvolti dalla pace che le aleggia intorno, e alcuni si riavvicinano a Dio. Si sentivano “attratti come da una calamita” e ancor oggi la ricordano, ne parlano e la invocano.
Alla mamma che le chiede se soffre molto risponde: «Gesù mi smacchia con la varechina anche i puntini neri e la varechina brucia. Così quando arriverò in Paradiso sarò bianca come la neve». É convinta dell'amore di Dio nei suoi riguardi: afferma, infatti: «Dio mi ama immensamente», e lo riconferma con forza, anche se è attanagliata dai dolori: «Eppure è vero: Dio mi vuole bene!». Dopo una notte molto travagliata giungerà a dire: «Soffrivo molto, ma la mia anima cantava…».
Agli amici che si recano da lei per consolarla, ma tornano a casa loro stessi consolati, poco prima di partire per il Cielo confiderà: «...Voi non potete immaginare qual è ora il mio rapporto con Gesù... Avverto che Dio mi chiede qualcosa di più, di più grande. Forse potrei restare su questo letto per anni, non lo so. A me interessa solo la volontà dì Dio, fare bene quella nell'attimo presente: stare al gioco di Dio”.
E ancora: “Ero troppo assorbita da tante ambizioni, progetti e chissà cosa. Ora mi sembrano cose insignificanti, futili e passeggere… Ora mi sento avvolta in uno splendido disegno che a poco a poco mi si svela. Se adesso mi chiedessero se voglio camminare (l'intervento la rese paralizzata), direi di no, perché così sono più vicina a Gesù”.
Non si aspetta il miracolo della guarigione, anche se in un bigliettino aveva scritto alla Madonna: «Mamma Celeste, ti chiedo il miracolo della mia guarigione; se ciò non rientra nella volontà di Dio, ti chiedo la forza a non mollare mai!» e terrà fede a questa promessa.
Fin da ragazzina si era proposta di non «donare Gesù agli amici a parole, ma con il comportamento». Tutto questo non è sempre facile; infatti, ripeterà alcune volte: «Com'è duro andare contro corrente!». E per riuscire a superare ogni ostacolo, ripete: «E' per te, Gesù!».
Chiara si aiuta a vivere bene il cristianesimo, con la partecipazione anche quotidiana alla S. Messa, ove riceve il Gesù che tanto ama; con la lettura della parola di Dio e con la meditazione. Spesso riflette sulle parole di Chiara Lubich: “Sono santa, se sono santa subito”.
Alla mamma, preoccupata nella previsione di rimanere senza di lei, continua a ripete: «Fidati di Dio, poi hai fatto tutto»; e «Quando io non ci sarò più, segui Dio e troverai la forza per andare avanti».
A chi va a trovarla esprime i suoi ideali, mettendo gli altri sempre al primo posto. Al “suo” vescovo, Mons. Livio Maritano, mostra un affetto particolarissimo; nei loro ultimi, brevi ma intensi incontri,
un'atmosfera soprannaturale li avvolge: nell'Amore diventano una cosa sola: sono Chiesa! Ma il male avanza e i dolori aumentano. Non un lamento; sulle labbra: «Se lo vuoi tu, Gesù, lo voglio anch'io».
Chiara si prepara all'incontro: «E' lo Sposo che viene a trovarmi», e sceglie l'abito da sposa, i canti e le preghiere per la “sua” Messa; il rito dovrà essere una «festa», dove «nessuno dovrà piangere!».
Ricevendo per l'ultima volta Gesù Eucaristia appare immersa in Lui e supplica che le venga recitata «quella preghiera: Vieni, Spirito Santo, manda a noi dal Cielo un raggio della tua luce».
Soprannominata "LUCE" dalla Lubich, con la quale ha un intenso e filiale rapporto epistolare fin da piccina, ora è veramente luce per tutti e presto sarà nella Luce. Un particolare pensiero va alla gioventù: «...I giovani sono il futuro. Io non posso più correre, però vorrei passare loro la fiaccola come alle Olimpiadi. I giovani hanno una vita sola e vale la pena di spenderla bene!».
Non ha paura di morire. Aveva detto alla mamma: «Non chiedo più a Gesù di venire a prendermi per portarmi in Paradiso, perché voglio ancora offrirgli il mio dolore, per dividere con lui ancora per un po' la croce».
E lo «Sposo» viene a prenderla all'alba del 7 ottobre 1990, dopo una notte molto sofferta. É il giorno della Vergine del Rosario. Queste le sue ultime parole: “Mamma, sii felice, perché io lo sono. Ciao”. Ancora un dono: le cornee.
Al funerale celebrato dal Vescovo, accorrono centinaia e centinaia di giovani e parecchi sacerdoti. I componenti del Gen Rosso e del Gen Verde elevano i canti da lei scelti.
Dal quel giorno la sua tomba è meta di pellegrinaggi: fiori, pupazzetti, offerte per i bambini dell'Africa, letterine, richieste di grazie… E ogni anno, nella domenica prossima al 7 ottobre, i giovani e le persone presenti alla Messa in suo suffragio aumentano sempre di più. Vengono spontaneamente e si invitano a vicenda per partecipare al rito che, come voleva lei, è un momento di grande gioia. Rito preceduto, da anni dall'intera giornata di “festa”: con canti, testimonianze, preghiere…
La sua “fama di santità” si è estesa in varie parti del mondo; molti i “frutti”. La scia luminosa che Chiara "Luce" ha lasciato dietro di sé porta a Dio nella semplicità e nella gioia di abbandonarsi all'Amore. è un'esigenza acuta della società di oggi e, soprattutto, della gioventù: il significato vero della vita, la risposta al dolore e la speranza in un “poi”, che non finisca mai e sia certezza della “vittoria” sulla morte.
La sua data di culto è stata stabilita al 29 ottobre.
(Fonte: www.chiaralucebadano.it)
Giaculatoria - Beata Chiara Luce Badano, pregate per noi.


*San Colman di Kilmacduagh - Vescovo (29 ottobre)
Martirologio Romano: A Galway in Irlanda, San Colmano, vescovo.
Nato a Corker, nel Kiltartan, verso la metà del sec. VI, Colmàn era figlio di Duach e apparteneva
alla stessa famiglia di Guaire Aidhne, re del Connaught.
Uomo di grandi virtù, visse per qualche tempo nell'isola di Aranmore, quindi, per desiderio di maggiore solitudine, andò a rifugiarsi tra le montagne della contea di Clare, a Burren, dove si ritirò, a quanto si dice, perché fatto vescovo contro la sua volontà.
Ivi dimorò a lungo, assieme a un suo discepolo, nutrendosi unicamente di erbe selvatiche e di acqua.
Intorno al 620 fondò un monastero nel luogo che venne poi chiamato Kilmacduagh (ovvero la «cella del figlio di Duach»), su un terreno che gli era stato donato dal regale suo parente Guaire del Connaught, il quale, come narra la leggenda, guidato dagli angeli, era riuscito a scoprire il suo romitorio.
Considerato come il primo vescovo di Kilmacduagh, Colmàn morì nel 632 ed è venerato in tutta l'Irlanda, che ne celebra la festa il 29 ottobre; nel Martirologio di Tallaght (p. 14) è tuttavia, commemorato alla data del 3 febbraio.
(Autore: Niccolò Del Re – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Colman di Kilmacduagh, pregate per noi.


*San Dodone di Wallers-en-Fagne - Abate (29 ottobre)
Martirologio Romano: A Moutiers-en-Fagne nel territorio di Cambrai in Francia, San Dodone, abate, che, posto alla guida del monastero di Wallers, preferì la vita eremitica.
Folcuino, abate di Lobbes (m. 990) consacra un capitolo a Dodone, discepolo di San Ursmaro, in Gesta abbatum Lobiensium. Poco dopo il 980 un monaco di Lobbes riprese questi dati e, diluendoli, mise insieme una Vita Dodonis (Acta SS. Octobris, XII, Bruxelles 1867, pp. 625-39), in cui solo il
racconto delle due elevazioni di reliquie del santo e delle traslazioni è da prendere in considerazione dallo storico.
Segnaliamo infine che la notizia dei Gesta episcoporum Cameracensium (MGH, Script.. VII, pp. 393-94), secondo cui Dodone sarebbe stato inviato a Wallers da Landelino e non da Ursmaro, è poco verisimile.
Originario dei villaggio di Vaux, nel pago di Lomme, presso Fague, Dodone sarebbe stato affidato dai suoi parenti a Ursmaro, abate di Lobbes, che lo battezzò e lo istruì. Una volta formato, fu inviato come superiore nell'abbazia di Wallers, una dipendenza di Lobbes.
Ma preferendo la vita eremitica, Dodone si ritirò tosto un pò distante al nord della sua abbazia, nel luogo dove sorge attualmente Moustiers-en-Fagne, ed ivi morì, verso la metà del sec. VIII.
I suoi resti furono esumati nell'888 sotto il vescovo di Cambrai, Dodilone (m. dopo il 901), e furono inumati nella chiesa del priorato di Wallers.
Verso il 930, furono quindi dissotterrati di nuovo ed elevati sull'altare della chiesa priorale. Poi, un pò più tardi, vennero portati nel paese di Porcien e nella regione di Ath, al fine di raccogliere il danaro necessario al restauro degli edifici caduti in rovina. Riposano oggi nella piccola chiesa di Moustiers-en-Fagne.
(Autore: Albert D'Haenens - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Dodone di Wallers-en-Fagne, pregate per noi.


*Sant'Ermelinda - Vergine nel Brabante (29 ottobre)
Etimologia: Ermelinda = scudo del potente o la dolcezza del dio Irmin, dal tedesco
Emblema: Giglio
Ermelinda nacque a Lovenjoul nel Brabante (attuale Belgio), da Ermeonoldo ed Armensinda legati alla Famiglia dei Pipini.
Decise ancora giovane di rifiutare ogni proposta di matrimonio e abbandonò ogni ricchezza e beneficio, che la sua ricca famiglia le aveva comunque dato e si mise alla ricerca di solitudine e silenzio.
Si fermò all’attuale villaggio di Beauvechain, dove si dedicò alle pratiche religiose, frequentando la chiesa durante la notte ed a piedi nudi.
Dovette resistere a due fratelli, signori del luogo che tentarono di sedurla, essi si accordarono di prelevarla durante le preghiere notturne, ma avvertita da un angelo Ermelinda riuscì a fuggire e
partì per Meldert, dove morì a 48 anni verso la fine del VI secolo.
Fu venerata a Tirlemont e soprattutto a Lovenjoul e Meldert. A Lovenjoul sgorga una sorgente d’acqua ritenuta miracolosa per la cura degli occhi, chiamata “Sorgente di Sant'Ermelinda”, perché irriga le terre appartenute ai suoi parenti.
A Meldert il suo culto era molto popolare e lì sarebbe stata sepolta, nella chiesa sono attualmente conservate le sue reliquie che ebbero, a partire dal secolo XIII, una serie di vicissitudini, traslazioni, nascondimenti dai vari invasori, più di una ricognizione, finché il 22 luglio 1849 furono deposte definitivamente nella chiesa di Meldert.
In questa città esiste ancora la Confraternita dedicata a lei (ristabilita il 2 aprile 1849).
É festeggiata anche nella diocesi di Malines il 29 ottobre giorno ritenuto tradizionalmente quello della morte.
Il nome è caduto abbastanza in disuso ma prosegue nella forma abbreviata di Linda, diventato ormai nome a sé stante.
Il significato del solo nome Linda si confonde in Italia e vari Paesi Europei con l’aggettivo “gradevole, pulita”.
Il nome Ermelinda è di origine tedesca, si divide in Erme ‘potente’ e linda da ‘linta’ “scudo” quindi abbiamo “scudo del potente”.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Ermelinda, pregate per noi.


*San Feliciano - Martire (29 ottobre)
Martirologio Romano:
A Cartagine, nell’odierna Tunisia, San Feliciano, martire.
(Fonte:
Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria -
San Feliciano, pregate per noi.


*San Gaetano Errico - Sacerdote (29 ottobre)
Secondigliano, Napoli, 19 ottobre 1791 - 29 ottobre 1860
Nasce a Secondigliano, Napoli, il 19 ottobre 1791, figlio di un umile maccaronaio e terzo di nove fratelli. Cominciò subito a lavorare ma ben presto entrò in Seminario (tutti i giorni dove percorrere un tragitto di 16 chilometri e viceversa per raggiungerlo) e si dedicò completamente all'aiuto ai
poveri, ai malati terminali e ai carcerati.
Fu soprattutto un confessore, a tutte le ore del giorno e della notte, e un predicatore instancabile. Ma fu anche un ricercato consigliere spirituale, apprezzato dai vescovi di Napoli e dal re Ferdinando.
Fondò, nel 1833, la congregazione dei «Missionari dei sacri cuori di Gesù».
Assai dedito alla preghiera, spesso trascorreva l'intera notte in adorazione davanti al Santissimo Sacramento. È stato canonizzato da Benedetto XVI il 12 ottobre 2008 in piazza San Pietro a Roma. (Avvenire)
Martirologio Romano: A Secondigliano vicino a Napoli, Beato Gaetano Errico, sacerdote, che promosse con impegno i ritiri spirituali e la contemplazione dell’Eucaristia come strumenti per avvicinare le anime a Cristo e a tal fine fondò i Missionari dei Sacri Cuori di Gesù e Maria.
Strade difficili quelle di Secondigliano, alle porte di Napoli; non solo in questi giorni, ma già due secoli fa: miseria morale e materiale, violenza, malattie incurabili.
Tra tutto ciò, ogni domenica, perfettamente a suo agio, si muove un seminarista, armato solo di un crocifisso, di tanta pazienza e di un’infinita carità.
Nato nel 1791, Gaetano non ha voluto fare il maccaronaio come papà, perché ha in testa il chiodo fisso di farsi prete.
E dato che si è già fatto chiudere in faccia la porta dai Cappuccini e dai Redentoristi, perché troppo giovane, a 16 anni appena compiuti, si presenta direttamente nel seminario diocesano di Napoli.
In casa, dove ci sono ben dieci figli da allevare, gli affari non devono andare proprio a gonfie vele, se i genitori non sono in grado di pagargli la retta e così deve adattarsi a frequentare la scuola da esterno, sgambettando ogni giorno per otto chilometri, con il bello e il brutto tempo, arrivando a casa ancora in tempo per dare una mano, o a papà nel laboratorio di maccheroni, o a mamma nella tessitura della felpa.
Il tempo libero del giovedì lo passa all’ospedale degli Incurabili di Napoli, dove oltre ad un sorriso o
un umile servizio, porta ai malati piccoli regali, frutto delle sue privazioni e dei suoi risparmi, mentre di domenica va per le strade di Napoli a raccogliere i ragazzi per insegnare loro un po’ di catechismo. Non cambia stile neppure a 24 anni, quando viene ordinato prete: maestro elementare a tempo pieno, ma negli scampoli quotidiani di tempo, al giovedì e alla domenica sempre in movimento, per le strade, nelle soffitte, nei crocicchi, per far sapere a ciascuno che Dio ama tutti.
E lo fa a modo suo: predicando e catechizzando quando gli riesce, confessando, assistendo materialmente e spiritualmente i bisognosi, esercitando la carità anche quando ciò significa togliersi il pane di bocca o regalare la camicia che ha indosso. Vita ordinaria di un prete straordinariamente impegnato e assetato di anime, ma nulla più.
Qualcosa di nuovo si verifica in lui tre anni dopo l’ordinazione: mentre è in preghiera a Pagani, nella casa dei Redentoristi, è lo stesso Sant’Alfonso de’ Liguori a preannunciargli in visione la fondazione di una nuova congregazione.
Quanto don Gaetano si senta portato per una simile missione oppure quanto si senta spaventato dal disegno di Dio su d lui, non è dato sapere.
Quello che si sa è il “segno” che sant’Alfonso gli promette: la costruzione di una chiesa dedicata alla Madonna Addolorata, progetto avversato, contestato, ostacolato in mille modi. Saranno necessari 12 anni, ma la chiesa viene costruita con, accanto, due umili stanzette come sede della nuova congregazione.
Che viene, su, come la chiesa, malgrado le difficoltà e i bastoni tra le ruote che qualcuno si premura di mettere, esattamente come nella visione era stato predetto.
Don Gaetano dedica la Congregazione ai Sacri Cuori di Gesù e di Maria e le trasmette la sua passione per le anime e per i corpi, da raggiungere, qui come in terra di missione, con la catechesi,
le missioni al popolo e l’amministrazione dei sacramenti, ma anche con una premurosa attenzione ai bisogni materiali che all’uomo rendono difficile la vita.
Se già quand’era adolescente e scarpinava da Secondigliano a Napoli per andare in seminario di lui si diceva “passa San Gaetano”, nella maturità è circondato da una sempre più consistente fama di santità.
Sono centinaia e centinaia i “fioretti” che parlano di guarigioni prodigiose, di predizioni avverate, di grano moltiplicato, di patate rese improvvisamente grandi e saporite; e tutto per l’intercessione di quel prete che si divide tra il confessionale (dove passa la gran parte della giornata), il letto dei moribondi e le case dei bisognosi, mentre le ore libere sono trascorse in preghiera, inginocchiato sul pavimento, segnato da due fossette in corrispondenza delle sue ginocchia, tanto è prolungato il suo colloquio con Dio. “O Superiore”, come da tutti viene chiamato, muore il 29 ottobre 1860, ad appena 69 anni.
Beatificato da Giovanni Paolo II° il 24 aprile 2001, don Gaetano Errico è stato canonizzato da Papa Benedetto XVI il 12 ottobre 2008.
(Autore: Gianpiero Pettiti – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Gaetano Errico, pregate per noi.


*San Narciso di Gerusalemme - Vescovo (29 ottobre)
Sec. III

Narciso aveva quasi cent'anni quando venne eletto 30° vescovo di Gerusalemme. Era nato nel 96 da famiglia non israelita. Nonostante l'età, governò a lungo e con fermezza. Presiedette il Concilio in cui si decise che la Pasqua dovesse cadere di domenica.
E a lui si attribuisce, proprio nel giorno di Pasqua, il miracolo di aver mutato l'acqua in olio per le lampade della sua chiesa, rimaste a secco. Per il suo rigore furono sparse calunnie sul suo conto. Si allontanò da Gerusalemme e, creduto morto, vennero eletti uno dopo l'altro due successori. Ma lui, alla morte del secondo, ricomparve. L'ultima notizia su di lui è in una lettera del coadiutore sant'Alessandro: si dice che aveva compiuto 116 anni. (Avvenire)
Emblema: Bastone pastorale
Martirologio Romano: Commemorazione di San Narciso, vescovo di Gerusalemme, esemplare per santità, pazienza e fede, che, in pieno accordo con il papa san Vittore sulla data della celebrazione della Pasqua cristiana, affermò che il mistero della Risurrezione del Signore non poteva che celebrarsi di domenica e alla veneranda età di centosedici anni passò felicemente al Signore.
Nella mitologia, Narciso era stato l'infelice giovinetto che, per la sua bellezza, si era innamorato di se stesso, morendo miseramente in una polla d'acqua che, come uno specchio, rifletteva la sua immagine.
Il mitologico Narciso è dunque simbolo di amore sterile ed egoista, e di bellezza inutile e senz'anima. Ben diversa, anzi opposta, è -per fortuna - la figura del Santo di oggi, che con il triste giovane della mitologia non ebbe in comune altro che il nome.
Il Santo di oggi visse lungamente, e proprio nell'estrema vecchiaia seppe conquistarsi fama e affetto. Se l'antico Narciso può essere preso come simbolo di una gioventù psicologicamente malata, il nuovo Narciso è immagine della vecchiaia spiritualmente vigorosa, nella salute del corpo e della mente.
Egli fu il trentesimo Vescovo di Gerusalemme, ma non fu di origine israelita. ra sicuramente gentile, nato verso il 96, quando a Gerusalemme erano ancor fresche le rovine della distruzione di Tito.
Per quasi un secolo, egli vide la città di David faticosamente risorgere e ripopolarsi, ospitando, accanto agli Ebrei, una vasta comunità cristiana. Aveva quasi cent'anni quando fu eletto Vescovo di Gerusalemme, per i suoi meriti non tanto di età quanto di virtù.
Nonostante gli anni, fu Vescovo attivo, e presiedé un concilio nel quale fu deciso che la festività
della Pasqua dovesse cadere sempre di domenica. Proprio in un giorno di Pasqua, San Narciso compì il miracolo di tramutare l'acqua in olio per le lampade della chiesa, i cui lucignoli erano rimasti secchi.
E fu anche Vescovo energico, tanto da attirarsi l'odio dei corrotti e dei disonesti, i quali si sentirono minacciati dalla sua severità. Per difendersi, pensarono di attaccare, spargendo una terribile calunnia sul conto del vecchissimo Vescovo.
La storia non ci dice quale fosse questa calunnia, ma ricorda che fu confermata da solenni giuramenti da parte degli accusatori. Non tutti i fedeli prestarono fede alle insinuazioni, ma per evitare ogni scandalo il vecchio Vescovo, benché innocente, preferì lasciare la città.
Gli spergiuri, uno ad uno, furono colpiti da terribili castighi, finché qualcuno rivelò la menzogna. Tutti pensavano però che il Vescovo, ormai riabilitato, fosse morto nel frattempo, perciò un altro fu eletto a succedergli, e dopo di questo, un altro ancora.
Alla morte del secondo, San Narciso ricomparve a Gerusalemme, e i fedeli lo riportarono con grande onore sulla Cattedra vescovile. Vi restò ancora molti anni, prendendosi però un coadiutore, il primo nella storia dell'episcopato, secondo un'usanza che ancora continua.
Da una lettera di questo coadiutore, che fu Sant'Alessandro, conosciamo le ultime notizie sul conto del longevo Vescovo di Gerusalemme: "Narciso vi saluta, - si legge. - Ha compiuto centosedici anni, e vi esorta, come me, a mantenere la concordia".

(Fonte: Archivio della Parrocchia)
Giaculatoria – San Narciso di Gerusalemme, pregate per noi.


*Sant'Onorato di Vercelli Vescovo (29 ottobre)
IV sec.

Il vescovo Onorato di Vercelli ha legato il suo nome a quello del contemporaneo Ambrogio. In molti dipinti è infatti raffigurato mentre dà la Comunione al grande vescovo di Milano morente. Segno di un legame forte nell’episcopato, vissuto in anni difficili come quelli tra la fine del III e l’inizio del IV secolo.
Anni di confronti serrati, in comunità scosse da scismi e movimenti ereticali. A Vercelli capitò alla morte del vescovo Limenio: la designazione di Onorato come successore trovò fortissime resistenze. Ambrogio dovette spendere tutta la sua autorità, recandosi personalmente a consacrarlo.
I fatti dimostrarono che la sua fiducia era ben fondata: come ricorda una lapide nella cattedrale di Vercelli (dove risposano tuttora le sue spoglie) il vescovo Onorato fu un degno discepolo di Eusebio (il grande padre e maestro di questa Chiesa piemontese) e un predicatore infaticabile della dottrina cattolica contro gli influssi ariani. Il suo episcopato durò circa un ventennio. (Avvenire)
Martirologio Romano: A Vercelli, Sant’Onorato, vescovo: discepolo di sant’Eusebio in monastero e suo compagno nel carcere, tenne per secondo dopo il suo maestro questa sede episcopale che istruì nella retta dottrina ed ebbe il privilegio di offrire il viatico a Sant’Ambrogio in punto di morte.
Un particolare legame unisce, nella figura del vescovo Onorato, la chiesa vercellese a quella milanese, fu, infatti, lui a somministrare i sacramenti a Sant’Ambrogio in punto di morte, così come il grande vescovo milanese aveva appoggiato la proposta di Onorato, sulla cattedra episcopale di Vercelli, come successore del vescovo Limenio
Alla morte di quest’ultimo, infatti, la chiesa eusebiana era scossa da contrasti non indifferenti in merito alla scelta del vescovo e queste divisioni erano ancor più acuite dalla predicazione di due sacerdoti milanesi, che contestavano la riforma voluta dal defunto vescovo in merito alla disciplina
ascetica e al celibato dei sacerdoti, idee già presenti nella regola di vita del clero voluta dal grande Sant’Eusebio.
La questione venne risolta anche grazie all’intervento di Ambrogio, prima con una lettera, che fu il suo ultimo scritto, poi personalmente, consacrando Onorato, già stimato membro del cenobio eusebiano, quale vescovo, nel 396.
Dell’azione pastorale del santo è testimonianza un carme, inciso sulla lastra sepolcrale della sua tomba, posta nella cattedrale cittadina accanto a quelle di Eusebio e Limenio. Nel testo Onorato è descritto come degno discepolo del maestro Eusebio, del quale aveva condiviso le pene dell’esilio e del carcere e come predicatore della ortodossa dottrina cattolica contro gli influssi ariani ancora presenti.
Il suo episcopato durò circa un ventennio e si concluse un 29 di ottobre, giorno in cui ancora è ricordato nel calendario liturgico delle diocesi di Vercelli e di Milano.
Le sue reliquie riposano sotto la mensa di un altare laterale della cattedrale di Vercelli. L’iconografia del santo, nelle tipiche sembianze di un anziano santo vescovo, ha un tratto specifico nel presentarlo mentre comunica Ambrogio morente.

(Autore: Damiano Pomi – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria – Sant’Onorato di Vercelli, pregate per noi.


*Santo Stefano Minicillo - Vescovo e Confessore (29 ottobre)

Macerata Campania, 935 - Caiazzo 29 ottobre 1023
Fu vescovo a Caiazzo per 44 anni tra il X e l'XI secolo. Di lui si ricordano diversi fatti miracolosi che già prima della morte nel 1023 lo aveva reso molto noto anche oltre i confini della diocesi
caiatina. Il luogo della sepoltura nella cattedrale divenne subito meta di pellegrinaggi da tutta la Campania. Grazie alle guarigioni che avvennero in questo luogo a santo Stefano venne attribuito il titolo di taumaturgo.
Il 22 luglio 1284 la cattedrale venne consacrata a Stefano, ormai dichiarato Santo. Nel 1512 altri eventi prodigiosi guidarono il vescovo di allora al ritrovamento del corpo del santo patrono.
Santo Stefano, in realtà, giaceva totalmente incorrotto, ancora vestito del piviale, della mitria e con la croce pettorale, che ancora oggi rappresenta una reliquia di notevole valore.
Il corpo fu poi collocato in un altare laterale della cattedrale e nei secoli fu detinato a diverse collocazioni all'interno dell'edificio. (Avvenire)
Emblema: Bastone pastorale
Cenni storici
L’episcopato di Stefano a Caiazzo durò 44 anni, tempo lunghissimo durante il quale il vescovo donò tutte le sue forze alla testimonianza della carità. Soleva chiamarsi confessore di Dio, così impegnato nella preghiera, nel digiuno, nella penitenza. Era questo il motivo, forse, per cui la sua fama di “prediletto del Signore” aveva varcato i confini della stessa chiesa caiatina. Già in vita, infatti, avevano cominciato a destare stupore fatti miracolosi, come quello del 982: “Santo Stefano amministra la comunione ad una grande folla, nella chiesa cattedrale, quando una colonna di marmo cade sulla massa dei fedeli senza arrecare alcun danno”.
Fu il primo di una lunga serie di miracoli.
Nell’anno successivo, ricorrendo la Pasqua, accadde: “Il santo vescovo ha celebrato l’Eucaristia e porge il calice ad un chierico perché lo asterga. Il calice era di vetro, secondo l’uso del tempo, e per la forza usata si frantuma in mille pezzi. Stefano vede e, dopo aver pregato, il sacro vaso ritorna, fra lo stupore degli astanti che vedono manifesto il dito di Dio, alla primitiva integrità”.
Il 29 ottobre 1023 Stefano passava alla gloria del cielo e la sua salma fu deposta nel sottosuolo della cattedrale, divenuta subito meta di pellegrini provenienti da ogni parte della Campania. Numerosi furono gli eventi prodigiosi accaduti presso il suo sepolcro, come ad esempio la guarigione di alcuni sacerdoti e di molte altre persone da mali fisici e la liberazione di una donna da Satana. Numerosi altri prodigi si manifestarono in ogni tempo, che valsero a Stefano l’appellativo di taumaturgo.
Il 22 luglio 1284 la cattedrale rifatta ed abbellita, originariamente dedicata alla Vergine Assunta, fu consacrata in onore di Stefano, acclamato santo, secondo le consuetudini del tempo.
Il culto verso il santo crebbe sempre più e questo indusse nel 1512 il vescovo di Caiazzo a risistemare il corpo del Patrono. Si scavò molto nella cattedrale ma la salma di Stefano non venne
alla luce, facendo temere il furto. Fu allora che al vescovo, rivoltosi alla santa Vergine, fu indicato di scavare ancora più profondamente fino all’apparire delle acque.
Durante lo scavo si cominciò ad avvertire un soavissimo profumo che, crescendo di intensità, portò al rinvenimento del sepolcro di santo Stefano e del suo corpo totalmente incorrotto, ancora vestito del piviale, della mitria e con la croce sul petto (croce di grande interesse storico-artistico che ancora oggi si conserva.
Si veda “Osservatore Romano” n. 25 del 1940, p. 3). Il corpo fu poi collocato in un altare laterale della cattedrale e nei secoli ancora risistemato, fino a giungere alla ubicazione attuale.
La concezione cristiana di Stefano
Stefano ebbe piena la consapevolezza di essere “uomo di Dio” e di essere mandato per i figli di Dio. Non ebbe mai esitazione, infatti, a schierarsi dalla parte dei poveri e degli oppressi, secondo lo spirito di Gregorio Magno e di Gregorio di Tours, monaci come lui, che univano la vita contemplativa a quella attiva.
Naturalmente in tempi così tormentati dalla violenza della forza di un diritto esclusivamente a salvaguardia e privilegio di pochi uomini, il levarsi di una voce che additava un regno di giustizia, di misericordia, di bontà, fu come una luce improvvisa che rischiarava le tenebre ed indicava senza incertezza all’uomo la via da seguire.
Nella parola del santo appare chiaro il sorgere di un nuovo incomparabile senso della vita. L’affermazione del dolore, rappresentandolo come qualcosa di insignificante al confronto della realtà in Cristo, apre all’uomo un nuovo mondo.
L’aspirazione all’amore e alla felicità rileva ed accresce necessariamente il senso del dolore insito nella gran parte degli aspetti della vita umana. Porre in luce le miserie e i dolori dell’esistenza
rende più acuto il desiderio dell’amore e della felicità in Cristo e la vita acquista in verità ed interiorità.
Stefano però è anche lontano da ogni pessimismo sfiduciato come da ogni superficiale ottimismo; il mondo immediato, la cui miseria minaccia l’uomo, non è per lui una realtà ultima: una fede incrollabile lo rinvia al regno della vita di Dio, superiore a tutti i contrasti.
Tali concezioni venivano esposte ai numerosi fedeli che sempre seguivano le sue prediche, con parole semplici, comprensibili soprattutto alla povera gente che costituiva la gran massa degli uditori e che vedevano in lui Stefano il protettore degli oppressi, l’intermediario col più potente dei potenti, ma un potente infinitamente giusto.
Il santo vescovo diede un volto nuovo alla Chiesa, fece rivivere negli atteggiamenti e nelle opere quel Magistero che non aveva temuto di affermare la propria supremazia su tutto il potere temporale. Aveva riacceso nel cuore degli uomini oppressi e sfiduciati quella fede, quell’amore, quella sicurezza, quella completa fiducia in una Chiesa che si erigeva potente a salvaguardia del rispetto della personalità e di una legge morale che era insita nel diritto naturale delle genti.

(Autore: Giovanni Cosenza - Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - Santo Stefano Minicillo, pregate per noi.


*San Terenzio di Metz - Vescovo (29 ottobre)

V sec.
San Terenzio è il diciassettesimo vescovo di Metz.
Nella cronotassi ufficiale dei vescovi della diocesi, figura dopo San Bonolo e prima di San Gossellino. La sua posizione è stata assegnata dal più antico catalogo dei vescovi della città, compilato intorno al 776 e giunto ai nostri giorni nel cosiddetto “Sacramentario” di Drogone, vescovo di Metz tra gli anni 823 e 855.
San Terenzio visse verso la fine del V Secolo. Di lui è rimasta una “Vita”, scritta almeno cinque o sei secoli più tardi. In quel testo, poco attendibile, si dice che era nato in Aquitania. Inoltre si afferma, che per farlo vescovo di Metz, lo si era andato a cercare in un luogo solitario, nei dintorni di Treviri, dove si era ritirato a vivere. Sempre in quella biografia si narra, con racconti molto generici, che San Terenzio compì vari miracoli.
Fu sepolto a Metz, il 29 ottobre di un anno imprecisato.
Il vescovo Advenzio, suo successore, trasferì le sue reliquie nell’abbazia di Neumunster. Reliquie che al tempo della Riforma sono state disperse.
La sua festa si celebrava il 29 ottobre.

(Autore: Mauro Bonato - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Terenzio di Metz, pregate per noi.


*San Teuderio (Teodario) - Abate (29 ottobre)

Martirologio Romano: Nel territorio di Vienne in Francia, San Teodario, abate, che, discepolo di san Cesario di Arles, fondò delle celle per i monaci e fu costituito dal vescovo intercessore presso Dio e sacerdote penitenziere per tutto il popolo della città.

Giaculatoria - San Teuderio, pregate per noi.


*San Zenobio di Sidone - Martire (29 ottobre)

Martirologio Romano: A Sa‘ida in Fenicia. nell’odierno Libano, San Zenobio, sacerdote, che, durante l’aspra persecuzione dell’imperatore Diocleziano, mentre esortava gli altri al martirio, fu dal martirio egli stesso coronato.

Giaculatoria - San Zenobio di Sidone, pregate per noi.


*Altri Santi del giorno (29 ottobre)

*Beato Michele Rua - Sacerdote
Giaculatoria - Santi tutti, pregate per noi.

 
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