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Santi del 3 Agosto

Il mio Santo > I Santi di Agosto

*Beato Agostino Kazotic - Domenicano (3 agosto)

Trau, 1260 c. - Lucera, 1323
Agostino Kazotic nacque da famiglia patrizia a Traù, in Dalmazia. Entrò nell'Ordine Domenicano a 15 anni. Nel 1286 fu mandato a Parigi per perfezionare i suoi studi.
Al ritorno combatté energicamente l'eresia dilagante in Bosnia. Papa Benedetto XI, nel 1303, nominò e consacrò personalmente Agostino vescovo di Zagabria, dove prestò servizio sollecito durante le lotte interne per la successione al trono che ricadevano sulla gente comune.
Nel 1322 il re Caroberto fece pressioni perché Agostino fosse trasferito a Lucera.
La città era teatro di una sanguinosa lotta tra i saraceni e i cristiani che cercavano di insediarsi dopo quasi un secolo di forzato esilio.
Col fascino del suo esempio, e la forza persuasiva della sua parola, in un solo anno Agostino ridonò alla città desolata un volto cristiano e un tenore di vita sereno.
Morì a Lucera il 3 agosto 1323. La cattedrale ne conserva devotamente il corpo. Papa Innocenzo XII ha confermato il culto il 17 luglio 1700. (Avvenire)
Etimologia: Agostino = piccolo venerabile, dal latino
Martirologio Romano: A Lucera in Puglia, Beato Agostino Kazotic, vescovo, dell’Ordine dei Predicatori, che dapprima resse la Chiesa di Zagabria e poi, per l’ostilità del re di Dalmazia, raggiunse la sede di Lucera, dove ebbe somma cura dei poveri e dei bisognosi.
Agostino Kazotic nacque da famiglia patrizia a Traù, in Dalmazia. Entrò nell’Ordine Domenicano a 15 anni.
Dopo alcuni anni di permanenza a Spalato, nel 1286 fu mandato a Parigi per perfezionare i suoi studi.
Al ritorno combatté energicamente l’eresia dilagante in Bosnia e strinse cordiale amicizia con l’ex Maestro dell’Ordine, Niccolò Boccasini, Legato Pontificio in Ungheria, e futuro Papa Benedetto XI.
Questi, nel 1303, nominò e consacrò personalmente Agostino, Vescovo di Zagabria.
Le lotte interne per la successione al trono, e le prepotenze dei nobili, desolavano quella Diocesi e per venti anni Agostino rifulse per zelo pastorale, sollecito, fino a dimenticare se stesso, dalla rinascita spirituale e temporale dei suoi figli.
Nel 1322 oscuri intrighi lo misero in cattiva luce presso il Re Caroberto, per accondiscendere al suo desiderio Papa Giovanni XXII trasferì Agostino a Lucera.
La città, che da pochi anni soltanto aveva mutato il nome di Lucera Saracenorum in quello di Lucera di Santa Maria, era teatro di una sanguinosa lotta tra i Saraceni superstiti e i cristiani, che cercavano di installarvisi dopo quasi un secolo di forzato esilio.
Col fascino del suo esempio, e la forza persuasiva della sua parola, in un solo anno Agostino ridonò alla città desolata un volto cristiano e un tenore di vita sereno.
Morì a Lucera il 3 agosto 1323.
La cattedrale ne conserva devotamente il corpo. Papa Innocenzo XII il 17 luglio 1700 ha confermato il culto.
(Autore: Franco Mariani - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Agostino Kazotic, pregate per noi.

*Beati Alfonso Lopez Lopez e Michele Remon Salvador - Francescani, Martiri (3 agosto)
Schede dei gruppi a cui appartengono:
“Beati Sei Frati Minori Conventuali di Granollers” Martiri Spagnoli
“Beati 233 Martiri Spagnoli di Valencia” Beatificati nel 2001
“Martiri della Guerra di Spagna”
+ Samalus, Spagna, 3 agosto 1936

Religiosi francescani fucilati a Samalùs, Spagna, durante la Guerra Civile.
Martirologio Romano: Nel villaggio di Samalús vicino a Barcellona sempre in Spagna, Beati martiri Alfonso López López, sacerdote, e Michele Remòn Salvador, religioso, dell’Ordine dei Frati Minori Conventuali, che nella medesima persecuzione per aver testimoniato Cristo ottennero la gloriosa vittoria.
Alfonso López López - sacerdote
Secorun, Spagna, 16 novembre 1878 – Samalus, Spagna, 3 agosto 1936
Federico Lopez Lopez nacque a Secorun, nei pressi di Huesca in Spagna, il 16 novembre 1878. Ricoprì diversi uffici civili ma, sentendosi chiamato alla vita religiosa, nel 1906 lasciò tutto ed entrò nell’Ordine dei Frati Minori Conventuali nel convento di Granollers.
Inviato in Italia, venne ricevuto nella Provincia Serafica dell’Umbria. Compì il noviziato ad Osimo, emettendo la professione temporanea nel 1908 e quella solenne nel 1911, anno in cui fu ordinato
sacerdote. Come religioso aveva assunto il nome di Alfonso. Fu penitenziere nella basilica di Loreto.
Padre Alfonso tornò poi in patria a Granollers, dove svolse fino al 1935 l’incarico di maestro dei postulanti e dei novizi. Si distinse sempre come cristiano virtuoso, principalmente nell’amore a Dio ed al prossimo, nonchè nella devozione alla Vergine Maria.
Fu un ottimo formatore degli aspiranti alla vita consacrata, che dirigeva soprattutto con l’esempio della sua stessa vita.
Allo scoppio della guerra civile spagnola, Padre Alfonso si rifugiò in casa di alcuni amici. Fu comunque scovato ed arrestato il 3 di agosto 1936, insieme con Fra’ Miguel Remon Salvador ed un altro confratello che però si salvò.
I due furono intrepidi di fronte alla sollecitazione all’apostasia. Alla fine li condussero a Samalus e li fucilarono in serata, mentre Padre Alfonso ripeteva, con spirito di fede e di carità: “Perdonali, Signore”.
Miguel Remon Salvador religioso
Caudé, Spagna, 17 settembre 1907 – Samalus, Spagna, 3 agosto 1936

Eugenio Remon Salvador nacque a Caudé, nella diocesi spagnola di Teruel, il 17 settembre 1907.
Sentendosi chiamato alla vita religiosa, nel 1927 entrò nel convento di Granollers dei Frati Minori Conventuali, ove fece il noviziato sotto la guida del maestro Padre Alfonso Lopez Lopez, poi suo compagno di martirio.
Emise i voti temporanei nel 1928 e quelli solenni nel 1933. Come religioso assunse il nome di Miguel.
Si dimostrò sempre affabile e pacifico: espletava i compiti affidatigli con grande spirito di servizio.
Fu inviato in Italia per due anni, per svolgere alcuni incarichi nella celebre basilica di Loreto. Fece infine ritorno in patria a Granollers nel 1935.
A causa della rivoluzione anticristiana si rifugiò in casa di alcuni amici con il suo maestro, ove furono arrestati il 3 agosto 1936.
La sera dello stesso giorno entrambi vennero fucilati insieme, dopo aver detto: “Non rinnegheremo mai quelle cose che abbiamo professato”.
Alfonso Lopez Lopez, Michele Remon Salvador e quattro loro confratelli appartenenti all’Ordine dei Frati Minori Conventuali furono beatificati l’11 marzo 2001 da Papa Giovanni Paolo II con un gruppo composto complessivamente di ben 233 martiri della medesima persecuzione.  
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beati Alfonso Lopez Lopez e Michele Remon Salvador, pregate per noi.

*Sant'Aspreno di Napoli - Vescovo (3 agosto)

Primo vescovo di Napoli, visse tra la fine del I secolo e gli inizi del II, epoca a cui si fanno risalire gli inizi della Chiesa partenopea. Vari antichi documenti, tra i quali il Calendario marmoreo di Napoli, fissano la durata del suo episcopato in 23 anni.
Secondo una leggenda si sarebbe convertito dopo essere stato guarito da san Pietro, che lo consacrò poi vescovo.
Fece costruire l'oratorio di Santa Maria del Principio, su cui sarebbe poi sorta la basilica di Santa Restituta e la chiesa di San Pietro ad Aram.
Dopo San Gennaro è il secondo dei 47 protettori di Napoli i cui busti sono custoditi nella Cappella del tesoro in Duomo, dove sarebbe anche conservato il bastone con cui san Pietro lo guarì.
Nella città, in epoche diverse, furono elette due chiese in suo onore e una cappella gli è dedicata nell'antichissima basilica di Santa Restituta.È invocato contro l'emicrania e la sua festa liturgica viene ricordata nel Martirologio romano e nel Calendario marmoreo al 3 agosto. (Avvenire)
Emblema: Bastone pastorale
Martirologio Romano: A Napoli, Sant’Asprenato, primo vescovo della città.
Moltissimi napoletani, presi dalla grande devozione per il patrono principale della città San Gennaro e dal suo periodico spettacolare miracolo della liquefazione del sangue, hanno dimenticato o addirittura ignorano che il primo vescovo della nascente comunità cristiana di Napoli fu Sant' Aspreno, mentre San Gennaro fu vescovo di Benevento e morto martire a Pozzuoli vicino Napoli.
Di Sant'Aspreno di certo si sa che è della fine del I secolo, inizi del II, epoca in cui i più recenti studi archeologici, fissano gli inizi della Chiesa napoletana, a conferma di ciò, si sa che il nome
Aspreno era molto diffuso nel periodo della repubblica e nei primi tempi dell’Impero romano, poi cadde in disuso.
Vari antichi documenti compreso il famoso Calendario Marmoreo di Napoli, ne attestano la sua esistenza al tempo degli imperatori Traiano ed Adriano e fissano in ventitrè anni la durata del suo episcopato.
Della sua vita non si sa niente di certo, ma un’antichissima leggenda ripresa poi da testi successivi con rimaneggiamenti, narra che san Pietro, fondata la Chiesa d’Antiochia, dirigendosi verso Roma con alcuni discepoli, passò per Napoli, qui incontrò una vecchietta ammalata (identificata poi con Santa Candida la Vecchia) che promise di aderire alla nuova fede se fosse stata guarita.
Pietro fa un esorcismo contro la malattia e i discepoli antiocheni rispondono con un Amen! Candida guarita, gli raccomanda un suo amico di nome Aspreno da tempo ammalato e che se guarito anche lui certamente si sarebbe convertito. A questo punto Pietro guarisce anche lui e dopo averlo catechizzato, lo battezza. Il cristianesimo ebbe subito una diffusione in Napoli e quando Pietro decise di riprendere il viaggio per Roma, consacrò lo stesso Aspreno come vescovo. Egli fece costruire l’oratorio di S. Maria del Principio su cui sorgerà la basilica di Santa Restituta e fondò la chiesa di S. Pietro ad Aram ove ancora oggi è conservato l’altare su cui l’Apostolo celebrò il Sacrificio.
Il Santo vescovo morì ricco di meriti, e vari miracoli furono ottenuti per sua intercessione; il suo sepolcro fu posto nell’oratorio di S. Maria del Principio, alcuni studi più recenti dicono che fu posto nelle catacombe di San Gennaro, nella cui basilichetta superiore vi erano le immagini, non ben conservate, dei primi 14 vescovi napoletani, il vescovo Giovanni lo Scriba (842-49) fece trasportare i resti nella basilica Stefania, dedicando ad ognuno una tumulazione con immagine e Sant' Aspreno sotto l’altare della cappella a lui dedicata.
Dopo San Gennaro è il secondo dei 47 Santi protettori di Napoli, i cui busti d’argento sono custoditi nella cappella del tesoro di san Gennaro nel Duomo, lì vi sarebbe conservato il bastone con cui San Pietro lo guarì.
Nella città in epoche diverse furono elette due chiese in suo onore e una cappella gli è dedicata nell’antichissima basilica di Santa Restituta.
È invocato contro l’emicrania, la sua festa liturgica viene ricordata nel Martirologio Romano e nel Calendario Marmoreo al 3 agosto.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Aspreno di Napoli, pregate per noi.

*Sant'Eufronio di Autun - Vescovo (3 agosto)

V sec.

Martirologio Romano: A Autun nella Gallia lugdunense, in Francia, Sant’Eufronio, vescovo, che costruì la basilica di San Sinforiano martire e ornò con maggior decoro il sepolcro di San Martino di Tours.
Eufronio, prete della Chiesa di Autun, ancor giovane, edificò sulla tomba del martire San Sinforiano una basilica che sarebbe in seguito diventata un celebre monastero. Divenuto vescovo di Autun, offrì alla Chiesa di Tours il marmo che ricopriva la tomba di San Martino.
Nel 452 scrisse al Comes Agrippino una lettera, oggi perduta, ma citata dalla Cronaca di Idazio, a proposito di segni celesti osservati quell’anno per Pasqua.
Si possiede anche la risposta che diede, unitamente a San Lupo, vescovo di Troyes, al vescovo di Angers, Talassio, su molti punti della liturgia e della disciplina ecclesiastica.
Intervenne all'elezione del vescovo di Chalon-sur-Saóne e consigliò il suo amico Sidonio Apollinare nella difficile elezione del vescovo di Bourges (472); si nota la sua presenza al concilio di Tours (467). Viveva ancora all’epoca del concilio di Arles (474 o 475) essendo tuttora in corrispondenza con Sidonio Apollinare. Fu senza dubbio lui (ma la cosa è stata discussa) a figurare nel testamento di Perpetuo di Tours.
Il suo nome si legge nel Martirologio Geronimiano, ma il suo culto ad Autun non sembra risalire oltre il secolo XI.
Era festeggiato il 3 giugno in San Sinforiano di Autun dove fu inumato, e nella chiesa che gli era consacrata (oggi scomparsa) nel villaggio di Saint-Euphròne (Còte d’Or), menzionata dall’865.

(Autore: Jean Marilier – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Eufronio di Autun, pregate per noi.

*Beato Francesco (Francisco) Bandrés Sanchez - Sacerdote Salesiano e Martire (3 agosto)
Scheda del gruppo a cui appartiene:
“Beati Martiri Spagnoli Salesiani di Valencia”
“Beati 233 Martiri Spagnoli di Valencia” - Beatificati nel 2001
“Martiri della Guerra di Spagna”

Hecho, Spagna, 24 aprile 1896 – Barcellona, Spagna, 2 agosto 1936
Martirologio Romano:
A Barcellona ancora in Spagna, Beato Francesco Bandrés Sánchez, sacerdote della Società Salesiana e martire, che sempre nella stessa persecuzione confermò con il suo sangue la propria fedeltà al Signore.
Nacque a Hecho (Huesca) il 24 aprile 1896. Fu allievo delle nostre scuole in Huesca; passò al seminano di Campello (Alicante) e poi al noviziato di Carabanchel (Madrid).
Emise i suoi voti nel I9 I 3 e fu ordinato sacerdote nel 1922.
Svolse la sua attività in Barcellona, Mataro e Sarria, dove lo raggiunsero le conseguenze delle giornate rivoluzionarie dell'ottobre del 1934 in piena Repubblica e, posteriormente, la guerra civile.
Fu un uomo intraprendente, con una serietà gentile e un alto senso della giustizia e della comprensione.
Iniziata la guerra civile, si diede da fare per salvare tutti i salesiani e mettere in buone mani gli allievi del collegio di Sarria.
Quando stava per lasciare un rifugio provvisorio presso un cooperatore, fu incarcerato.
Si tentò in molti modi la sua liberazione, ma la risposta era sempre la stessa: "Non lo troverete né vivo né morto".
Sembra che soffrì il martirio in una delle tante carceri di tortura di Barcellona.
(Fonte: www.sdb.org)
Giaculatoria - Beato Francesco Bandrés Sanchez, pregate per noi.

*Beato Fulgenzio da Quesada - Mercedario (3 agosto)

XIII secolo
Generoso mercedario di nobili origini, il Beato Fulgenzio de Quesada, fu inviato da San Pietro de Amer per la provincia di Castiglia a redimere in Marocco.
Dopo aver sofferto molti tormenti per il nome di Cristo, liberò 204 schiavi nell'anno 1282 strappandoli da una crudele schiavitù.
Finché insigne per santità, glorioso per i meriti e miracoli morì in pace.
L'Ordine lo festeggia il 3 agosto.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Fulgenzio da Quesada, pregate per noi.

*Beato Gregorio - Abate di Nonantola (3 agosto)
† 3 agosto 933

Il Beato Gregorio è il sedicesimo successore di Sant’Anselmo nell’elenco degli abati di Nonantola.
L'abbazia di Nonantola fu fondata nel 752 da Anselmo, su un territorio ricevuto in dono dal proprio cognato, il re Astolfo. Anselmo, già duca del Friuli era diventato un monaco benedettino. La fondazione dell'abbazia dava ai Longobardi, la possibilità di accrescere la loro influenza nella zona con l'esarcato bizantino, che avevano appena conquistato.
La chiesa abbaziale fu dedicata a Maria Vergine e a San Benedetto, poi ai Santi Apostoli e successivamente a San Silvestro.
Il nome del Beato Gregorio compare nell’antico catalogo degli abati quale successore di Pietro III, nel 913e anche in un testamento di Anselmo conte di Verona, all’atto di donare tutti i suoi beni a Nonantola.
Il Beato Gregorio governò il monastero fino al 929, quando decise di abbandonare l’abbazia per ritirarsi a vita eremitica in località Solario, nel modenese.
Fece quest’esperienza di solitudine per tre anni, sei mesi e quattordici giorni e poi ritornò al monastero di Nonantola.
La tradizione ci racconta che a Nonantola condusse una vita esemplare, mentre governava l’abbazia Ingelberto e che morì il giorno 3 agosto 933.
In vari testi è riportato che finì la sua vita in "santa morte".
Negli "Acta" di Mabillon era indicato con il titolo di Beato.
Non sappiamo se a Nonantola avesse un’officiatura propria.
Nei calendari benedettini era fissato quale giorno della sua festa il giorno della sua morte, precisamente il 3 agosto.

(Autore: Mauro Bonato – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Gregorio, pregate per noi.

*Beato José Guardiet y Pujol - Sacerdote e Martire (3 agosto)
Schede dei Gruppi a cui appartiene:
"Beati 522 Martiri Spagnoli" Beatificati nel 2013 - Senza data (Celebrazioni singole)
"Martiri della Guerra di Spagna" Senza Data (Celebrazioni singole)

Manlleu, Barcellona, Spagna, 21 giugno 1879 - Barcellona, Spagna, 3 agosto 1936
José Guardiet y Pujol era un sacerdote dell’Arcidiocesi di Barcellona. Ricevuto l’incarico di rettore della parrocchia di San Pedro a Rubí, s’impegnò a fondo per la sua gente, organizzando pellegrinaggi e iniziative culturali e nutrendo una grande devozione per la Madonna di Montserrat.
Con l’insorgere della guerra civile, si mantenne saldo nelle proprie posizioni, giungendo in contrasto con le autorità civili. Assalito da alcuni manifestanti il 20 luglio 1936, fu costretto ad assistere al rogo della chiesa parrocchiale e, poco dopo, tradotto in carcere.
Morì per fucilazione il 3 agosto 1936, presso la località detta “El Pi Bessó”, a Barcellona. Papa Francesco, con decreto del 3 giugno 2013, ha autorizzato la sua beatificazione, avvenuta il 13 ottobre 2013 a Tarragona, insieme a quella di altri 521 martiri della guerra civile. È la prima beatificazione di un sacerdote dell’attuale Diocesi di Tarrasa.
José Guardiet y Pujol nacque il 21 giugno 1879, memoria di san Luigi Gonzaga, nell’operosa cittadina di Manlleu, vicino Barcellona, dove suo padre lavorava come farmacista.
Entrato nel Seminario di Vic, si addottorò in Teologia presso l’Università Pontificia di Tarragona. Nel 1902, a Barcellona, ricevette l’ordinazione sacerdotale.
Negli anni fra il 1902 e il 1905 esercitò il ministero come vicario nelle parrocchie di Ullastrell, Olesa de Montserrat e Argentona. Nel 1912 venne assegnato alla chiesa di Santa Maria del Pi a Barcellona e, dal 1914 al 1916, fu economo della parrocchia del Santo Espíritu a Tarrasa.
Un giorno, durante una gita con i suoi giovani, passando per la città di Rubí, esclamò: «Rubí, Rubí, che qualcuno possa vivere nel tuo paese e dare per te il suo sangue!».
I giovani risposero: «Lo sa che questo è un paese molto cattivo?». Ribatté: «Nessuno è buono del tutto; io sento questo desiderio apostolico». Poco dopo, nel 1917, venne nominato rettore della parrocchia di San Pedro, proprio a Rubí.
Instancabile predicatore e catechista, e allo stesso tempo austero e servizievole, era chiamato “il parroco del sorriso”, per il suo senso dell’umorismo e la sua affabilità, divenuta proverbiale. Casa sua era sempre aperta, con un continuo viavai di persone, che a volte gl’impedivano perfino di mangiare: «Il pasto può attendere, ma il fedele no», affermava.
La sua attività prediletta era la preparazione dei bambini alla Prima Comunione. La gioia dei suoi piccoli era da lui spiegata con un curioso paragone: «Un bambino che riceve la Comunione è più felice di San Giuseppe che lo [Gesù] tiene fra le braccia, perché è meglio mangiarsi una mela che tenerla in mano».
Animatore di svariati pellegrinaggi a Lourdes e verso altri santuari mariani, accolse l’iniziativa del Servo di Dio Manuel Irurita Almándoz, Vescovo di Barcellona, impegnandosi con entusiasmo nell’organizzazione di un’importante manifestazione catechistica interdiocesana, svoltasi a Montserrat il 25 giugno 1933.
Pochi anni dopo, iniziò la prima fase della persecuzione religiosa causata dalla guerra civile spagnola. Con il sorgere della Repubblica, il municipio di Rubí vietò che si suonassero le campane. La creatività di don José produsse una soluzione ingegnosa: illuminare i finestroni del campanile con luci di vari colori, a seconda della festa o dell’evento da annunciare.
Se c’era un battesimo, la luce era bianca; se c’era un matrimonio, rosa; se stavano per tenersi le esequie di un bambino, azzurra; se si trattava di quelle di un adulto, viola. Per le solennità, la luce era rossa, mentre per le feste era verde.
I suoi parrocchiani apprezzarono la forzata novità a tal punto da arrivare a riconoscere gli eventi meglio che dal suono delle campane. L’idea ebbe risonanza internazionale, a tal punto da essere presentata su di una rivista cattolica inglese diretta da Gilbert Keith Chesterton, che l’elogiò col suo abituale stile.
Aggirato quell’ostacolo, ebbe ugualmente contrasti con le autorità civili. Il primo problema da affrontare fu quello a riguardo delle sepolture religiose: nonostante i fedeli, infatti, rilasciassero dichiarazioni in vita per essere sepolti cristianamente, venivano trovati dei difetti di forma, al punto da obbligare i sacerdoti a sciogliere il corteo funebre. Il parroco non si scompose e rimase sulle sue posizioni.
In seguito, il sindaco proibì la tradizionale processione mariana per la conclusione del mese di maggio, per motivi di ordine pubblico. Don José ubbidì e soppresse anche la processione del Corpus Domini, ma in una lettera che trapelava ironia espresse i suoi sentimenti: «Quest’anno Gesù resterà all’interno della chiesa, per il timore che, se uscisse, perturberebbe l’ordine pubblico, Lui che è la pacificazione degli spiriti e dei popoli».
Nel luglio 1936, da semi-occulta, la persecuzione divenne sanguinaria. Lo stesso don José rischiò la vita e in molti, incluse persone di idee opposte alle sue, si offrirono di dargli rifugio. Ad esempio, il
medico cittadino, il dottor Parellada, il mattino del 19 luglio corse dal parroco, che stava tenendo una riunione della Gioventù Cattolica Femminile, per avvisarlo che alle tre del pomeriggio sarebbe stata chiusa la frontiera e che avrebbe fatto bene a venire con lui. Il sacerdote ringraziò e declinò l’invito: «Il mio posto è vicino ai miei fedeli».
Lunedì 20 luglio aprì la chiesa e distribuì la Comunione ogni quarto d’ora, come faceva sempre. Ma, all’arrivo della notte, alcuni malintenzionati circondarono la parrocchia. Il vicario, don José Tintó, testimone oculare degli eventi che ebbe salva la vita, raccontò l’accaduto.
A mezzanotte, uno sparo fu il segnale convenuto per l’attacco: alcuni momenti dopo, un gruppo di persone armate si presentò alla casa canonica, reclamando le chiavi della chiesa e la presenza del “signor” Guardiet. Il sacerdote, accompagnato dal vicario, uscì e venne obbligato ad aprire la chiesa e ad accendere la luce. I manifestanti erano rimasti in maggior parte colpiti dalla serenità del parroco, ma, istigati dal loro capo, irruppero all’interno. Don José riuscì, per concessione del capo, a mettere in salvo il Santissimo Sacramento in casa propria, poi si ritirò e si mise a guardare da una finestra cosa accadeva.
I rivoltosi non si limitarono solo a saccheggiare la chiesa: impilarono le panche e diedero loro fuoco con del liquido infiammabile. Sconvolto, il sacerdote trascorse quattro ore davanti all’Eucaristia, preparandosi ad affrontare il martirio.
Giunto il mattino di martedì 21, scese in piazza da solo, con un secchio d’acqua, allo scopo di salvare il salvabile. Andò e tornò due volte, finché un rivoltoso che passava di là lo convinse amichevolmente che era nell’interesse di tutti che tornasse alla canonica. Lo stesso giorno venne arrestato e condotto al carcere di Rubí, dove trascorse quindici giorni pregando e confortando gli altri detenuti.
Il 3 agosto, alle 15, alcuni miliziani forestieri lo tirarono fuori dal carcere e, con altri due cittadini di Rubí, lo condussero lungo la strada detta Arrabassada, che porta da San Cugat al monte Tibidabo. Durante il tragitto, i soldati si tenevano a rispettosa distanza, come se si vergognassero di fronte alla gente. Don José disse loro: «Potete venire con me. Non affliggetevi. In fondo, se fate questo siete obbligati”.
Giunti in un luogo detto “El Pi Bessó” (“Il pino gemello”, segnalato da due alberi che erano cresciuti insieme fino a formare un tronco unico), il sacerdote perdonò i suoi uccisori. Sei dei carnefici, dall’emozione, si lasciarono cadere di mano i fucili, ma il settimo osò sparare sul parroco e sui due fedeli.
Mercoledì 5 agosto il suo corpo venne prelevato dall’ospedale per essere sepolto nel cimitero sud-ovest di Barcellona, sul Montjuic. Era accompagnato, tra gli altri, dalla nipote Magdalena, che custodiva due fazzoletti macchiati col sangue dello zio.
Nel 1939, sul luogo del martirio, venne eretta una stele, che negli ultimi anni è stata più volte profanata e, altrettante volte, rimessa in ordine dagli zelanti membri dell’associazione “Amics del dr. Guardiet” (in Catalogna, i parroci hanno il titolo di “doctor”). Nel 1945 i resti mortali del sacerdote vennero traslati nella chiesa di San Pedro a Rubí, presso l’altare della Madonna di Montserrat, alla quale fu molto devoto.
La causa canonica per accertare il martirio di don José Guardiet y Pujol venne aperta nella diocesi di Barcellona il 12 febbraio 1959, ma ottenne il nulla osta solo trent’anni dopo, l’11 dicembre 1989, perché nel 1964 le cause dei Servi di Dio morti durante la guerra civile vennero fermate. L’inchiesta diocesana venne quindi ripresa il 30 novembre 1992 e chiusa il 5 luglio 1994. Il decreto per la validità dell’inchiesta giunse il 29 gennaio 1999, mentre la “Positio super virtutibus” venne presentata a Roma nel 2002.
Nei giorni 3 e 4 luglio 2013, il vescovo della Diocesi di Tarrasa (suffraganea dell’Arcidiocesi di Barcellona, nel cui territorio si trova Rubí), monsignor Josep Àngel Sáiz Meneses, ha presieduto la riesumazione e il riconoscimento dei resti mortali del sacerdote, posti nuovamente nella parrocchia da lui tanto amata e servita.
L’indomani, 5 luglio, papa Francesco ha firmato il decreto che sancisce la beatificazione di don José. La celebrazione è avvenuta a Tarragona il 13 ottobre 2013, unitamente a quella di altri cinquecentoventuno martiri della guerra civile spagnola.
(Autore: Emilia Flocchini - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato José Guardiet y Pujol, pregate per noi.

*Sante Licinia, Leonzia, Ampelia e Flavia - Vergini di Vercelli  (3 agosto)

Seconda metà del V secolo
Anche le Sante sorelle, Licinia, Leonzia, Ampelia e Flavia, costituirono il degno corollario di santità, che circondò la figura e l’opera del grande santo protovescovo di Vercelli, Sant'Eusebio († 1° agosto 371); il quale con il suo celebre cenobio, formò e produsse tante figure sante, soprattutto di vescovi, che onorarono con il loro illuminato episcopato, quasi tutte le diocesi dell’Italia Settentrionale, a partire dalla stessa antica diocesi di Vercelli.
Ma Sant’Eusebio fondò anche un monastero femminile a Vercelli, affidandolo alla sorella sant’Eusebia, che ne divenne la prima superiora.
E in questo monastero, sin dai primi tempi, fiorirono esemplari e sante figure di monache, fra le quali le suddette quattro vergini di cui parliamo.
Il monastero sorse presso la chiesa cattedrale, il cui vescovo era Sant' Eusebio, notissimo per la sua austerità e dottrina spirituale, che ne dettò insieme alla sorella, le norme di vita ascetica.
Le monache dovevano praticare digiuni, vivere in rigida povertà, raccogliersi più volte al giorno e anche nella notte, a cantare in coro le lodi del Signore, osservare scrupolosamente la clausura, occupare le ore libere nel lavoro per il soddisfacimento delle necessità del monastero e provvedere anche al servizio della cattedrale con la cura delle suppellettili e dei paramenti.
All’interno della basilica cattedrale, correva sulle navate laterali e nel vestibolo un matroneo, da dove le monache assistevano ai sacri riti, associandosi alle preghiere del popolo.
Oltre il nome della prima superiora Sant’Eusebia, si conoscono solo otto o nove nomi di monache, conservati nelle antiche iscrizioni che ornavano i loro sepolcri; è il caso delle monache Zenobia, Costanza e delle quattro di cui parliamo; anzi Licinia, Leonzia, Ampelia e Flavia, ebbero culto nell’antica liturgia eusebiana e furono invocate con i santi di quella Chiesa nelle litanie.
Un’iscrizione metrica e acrostica ornava il sepolcro delle quattro vergini e ne esaltava le virtù con espressioni colme di ammirazione, in epoca recente il marmo andò smarrito, ma fortunatamente i trenta versi del carme erano stati in precedenza trascritti e sono attualmente l’unica fonte che fornisce notizie su di loro.
Da questa iscrizione si apprende nell’ultimo verso, che la nipote delle sante vergini che erano quattro sorelle, di nome Taurina, monaca anch’essa e forse superiora, volle collocare sul sepolcro che le custodiva tutte insieme, il carme che fu composto probabilmente dal vescovo San Flaviano, già alunno del cenobio eusebiano e poeta celebrante i meriti dei personaggi più degni, fioriti nella Chiesa vercellese.
Caratteristica singolare del carme, è che non sono nominate le quattro sorelle ma l’autore alla fine dell’elogio, avverte i lettori che i suoi versi sono acrostici (componimento poetico in cui le iniziali dei singoli versi, lette nell’ordine, formano una o più parole, come ad esempio, il nome della persona a cui esso è dedicato); quindi i nome delle sorelle si apprendono leggendo di seguito le prime lettere dei 30 versi.
Per quando riguarda l’epoca in cui vissero, calcolando l’età della loro nipote Taurina, vissuta una generazione dopo di esse ed essendo la nipote contemporanea di s. Flaviano († 542), si può calcolare che Licinia, Leonzia, Ampelia e Flavia, siano vissute nella seconda metà del secolo precedente, cioè del V; quindi un centinaio d’anni dopo la fondazione del monastero; inoltre i loro nomi classicamente romani, indicano che vissero in periodo anteriore alle invasioni barbariche.
I versi del suddetto carme elogiano la pietà e la fede dei genitori, che avevano donato e dedicato al celeste Re, tante figlie nel monastero eusebiano; particolare estro poetico, l’autore lo dedica alla madre delle quattro sorelle, Maria, che diede alla luce le elette pecorelle e riposa nella pace eterna illuminata dalla luce dei quattro astri splendenti, così come quando accompagnò nel tempio le sue vergini figlie, che cantando si apprestavano a consacrarsi a Dio.
Il carme continua encomiando le virtù delle quattro sorelle, che nel monastero apparvero ornate di fiori e come le vergini della parabola evangelica, pregando attesero la venuta dello Sposo divino, avvolte nel loro abito monacale.
Sotto il velo imposto sul loro capo dal vescovo celebrante, trascorsero l’innocente vita ricca di opere buone. Ed ora i loro corpi, liberi da ogni sofferenza, giacciono in un unico sepolcro, tanto fu l’amore che le tenne unite in vita, che un sol tumulo le custodisce e conserva alla venerazione dei fedeli. Lo storico M. A. Cusano, pone le quattro Sante al 3 agosto nel Calendario Eusebiano da lui pubblicato.
Le loro reliquie sono nella cattedrale di Vercelli e una parte anche nella Chiesa della Casa Madre della Congregazione delle Suore Figlie di Sant’Eusebio, fondata a Vercelli il 29 marzo 1899 da Mons. Dario Bognetti e da suor Eusebia Arrigoni, la cui spiritualità si rifà al millenario monastero eusebiano.
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sante Licinia, Leonzia, Ampelia e Flavia, pregate per noi.

*Beato Luigi de Ortofin - Mercedario (3 agosto)

Famoso per lo zelo nella fede, la santità della vita ed i miracoli, il Beato Luigi de Ortofin, spinto da un grandissimo amore verso gli schiavi, rimase per 15 anni come ostaggio in Africa servendo gli ammalati e i poveri detenuti.
Liberato dalle catene, pieno di meriti e onorando l'Ordine Mercedario, migrò in cielo.
L'Ordine lo festeggia il 3 agosto.
(Fonte:
Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - Beato Luigi de Ortofin, pregate per noi.

*San Martino - Eremita (3 agosto)

500 - 3 agosto 580
Patronato:
Carinola (CE)
Martirologio Romano: Sul monte Massico in Campania, San Martino, che condusse vita solitaria e rimase per molti anni recluso in un angustissimo speco.
Nobile romano o comunque laziale, si chiamò Marco, o Marzio, da cui venne poi il nome di Martino, datogli da San Gregorio Magno che nei suoi Sermoni elogiò la santità e la grandezza di questo umile seguace di Cristo.
Nacque intorno all’anno 500. Si desume ciò dal fatto che quando nell’anno 529 S. Benedetto si trasferì da Subiaco a Montecassino, trovò già sul posto questo giovane eremita, che aveva dai 25 ai 30 anni. Difatti Martino aveva scelto la montagna sovrastante Cassino come luogo di preghiera e di penitenza. Solitario abitava in un anfratto di roccia quando lo raggiunse San Benedetto.
Insieme digiunarono e pregarono per un po’ di tempo, ma non concordarono sul sistema di vita: mentre S. Benedetto voleva unire alla preghiera e alla penitenza anche l’apostolato a favore dei pastori e della povera gente che abitava in quelle case sperdute, S. Martino prediligeva la vita di solitario, eremita, dedicandosi solo alla lode perenne a Dio. Cosicché non andando d’accordo, decisero di separarsi.
San Benedetto rimase a Montecassino, San Martino emigrò ancora e scelse come suo luogo di preghiera Monte Massico, nella terra di Falerno, tra le contee di Carinola e di Mondragone.
Trovò un anfratto di roccia, che adattò come sua cella, e tutto il giorno Martino lo passava tra preghiere, penitenze e contemplazione, rimanendo in contatto con S. Benedetto. Per rendere più dura la sua penitenza S. Martino si legò una catena al piede, fissando l’altro capo ad un ceppo di pietra e visse così per quasi tre anni. Fu poi S. Benedetto a pregarlo di sciogliersi da quella catena, bastandogli essere incatenato a Cristo per amore. S. Martino obbedì, pur continuando in una vita di estrema mortificazione e penitenza.
Il Papa S. Gregorio Magno ricorda i miracoli operati in vita da S. Martino. E la fama della santità di Martino era sempre più diffusa tra la gente dei circostanti villaggi, per cui varie persone, a gruppi spesso, andavano per chiedere preghiere ed essere benedetti dal Santo eremita. Santo taumaturgico.
Ma Santo eccezionale per spirito di preghiera e penitenza. Alla fascinosità di corti imperiali o di corti di ricchi e potenti, contrappone la spelonca oscura di un monte solitario, sul quale si consuma, come un olocausto, l’umanità e la santità di questo eroe cristiano, che rifulgerà nel tempo e nei secoli
successivi. Ammirazione popolare e desiderio di imitazione che portarono intorno a Martino altri giovani che man mano formano con Lui una piccola comunità che cresce anno per anno e Martino li assunse quali suoi discepoli, per i quali costruì delle celle per abitazione e una Chiesa per la preghiera comune. Martino diviene Padre.
Abate di questa nuova comunità che fiorisce intorno a Lui, sul Monte Massico. E sono i suoi Monaci che lo sostengono nel periodo di debolezza fisica che lo porterà all’incontro col Signore che viene.
E così quando il 3 agosto dell’anno 580 Martino chiuse gli occhi a questa terra, i Suoi Monaci seppellirono il suo corpo nella Chiesa del Monastero, dove rimase alla venerazione dei fedeli fino al 26 giugno 1094, quando S. Bernardo Vescovo di Carinola raccolse i resti del Santo per portarli nel Duomo di Carinola, da lui costruito.
Ed il Signore veglia sul corpo di S. Martino che altri volevano rimuovere da Monte Massico.
Vari Vescovi del circondario ed anche autorità civili avevano più volte tentato di impossessarsi del corpo di S. Martino per portarlo nelle loro Chiese. Ma ogni tentativo era sempre andato male, perché come si avvicinavano alla Chiesa avvenivano dei segni straordinari: terremoti o temporali violenti per cui dovevano desistere dall’impresa.
Vi tentò invano anche il Principe di Benevento, (758-787), ma il Santo non volle e fece tremare la terra per cui tutti tornarono indietro spaventati. I Saraceni tra l’anno 840-881 si preparavano ad assalire e a saccheggiare il Monastero.
Ma Martino appare ai suoi Monaci (circa 300), si unisce a loro per sconfiggere i Saraceni, che nel trambusto della battaglia, lasciarono circa 2000 morti. Bernardo, da autentico carinolese, aveva un culto speciale a S. Martino, eremita del Monte Massico.
Così che appena la Cattedrale fu coperta, Bernardo volle arricchirla trasferendovi le reliquie di S. Martino, che Egli stesso proclamò Patrono della Città e Diocesi di Carinola.
E così organizzò un grande pellegrinaggio ed il mattino del 26 giugno 1094, seguito dal clero, dalle autorità e dal popolo raggiunse il Cenobio di Monte Massico e con le sue mani raccolse le reliquie ossee di San Martino, le sigillò in un’urna di marmo, e tra canti e preghiere, ridiscese il Monte Massico e translò la sacre reliquie nella nuova Cattedrale. Il Monastero, dunque, dal VI secolo fu attivo fino al X secolo e forse anche oltre.
(Autore: Giovanni Iannettone – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Martino, pregate per noi.

*San Pietro di Anagni - Vescovo (3 agosto)

+ 1105
San Pietro de’ Principi di Salerno, monaco benedettino, fu eletto dal clero e dal popolo alla cattedra episcopale di Anagni dopo la morte del vescovo Bernardo.
Fu consacrato a Roma dal Papa Alessandro II, del quale era stato cappellano.
Curò la costruzione della cattedrale dal 1073 al 1104 e si impegnò nella riforma della vita del clero e di tutti i cristiani.
Morto nel 1105, la sua canonizzazione avvenne a Segni nel 1110 ad opera di Papa Pasquale II.
Martirologio Romano: Ad Anagni nel Lazio, San Pietro, vescovo, che rifulse dapprima per l’osservanza monastica e in seguito per lo zelo pastorale, portando a termine la costruzione della cattedrale.
Con Bolla data da Segni il 4 giugno 1110, indirizzata ai vescovi di Anagni e della Campania romana, il Papa Pasquale II annoverava Pietro, già vescovo di Anagni, nel catalogo dei Santi, ne autorizzava il culto per le diocesi della Campania e ne assegnava la celebrazione al 3 agosto Per le virtù esercitate dal Santo ed i fatti miracolosi con cui la divina grazia lo aveva illustrato in vita e dopo morte, la Bolla faceva riferimento alla fedele narrazione di Bruno, vescovo di Segni.
Questa narrazione non ci è pervenuta, ma per la conoscenza di Pietro ci è rimasta una leggenda composta poco prima del 1181. purtroppo non conservata nella sua integrità. Essa manca, infatti, del prologo ed ha subito qualche altro taglio quando, nel 1325, fu distribuita in parti che dovevano servire come lezioni per la celebrazione dei divini Uffici nel giorno festivo del Santo e nell'ottava. L'Ufficio del santo con le dette lezioni è riportato dal Lectionarium per annum ad usum ecclesiae Anagninae.
Per la composizione della leggenda l'anonimo autore, che probabilmente appartiene al clero della cattedrale, ebbe a disposizione - oltre la Vita scritta da Bruno di Segni, che forse ne costituisce l'ordito - la relazione, composta tra il 1113 ed il 1117 dal vescovo Pietro II di Anagni, dei prodigi
verificatisi durante la duplice traslazione del martire Magno e durante la ricognizione ad onera di Pietro delle reliquie e, infine, la tradizione orale della Chiesa anagnina.
Pertanto, quantunque manifesti alcune incongruenze riguardanti la cronologia e le circostanze dei fatti narrati, la leggenda è da ritenere sostanzialmente attendibile.
Essa ci presenta il santo vescovo, animato dallo spirito della riforma gregoriana, tutto intento, nella sede a lui affidata da Papa Alessandro II, all'opera di restauro della disciplina ecclesiastica, a ravvivare il culto del martire Magno, a rivendicare i beni della sua Chiesa, usurpati dai laici, e ricostruire dalle fondamenta l'edificio fatiscente della cattedrale.
Lo avevano preparato all'ufficio pastorale la vita di raccoglimento e di preghiera, cui era stato avviato fin da fanciullo, quando, discendente dalla famiglia dei principi longobardi di Salerno e rimasto orfano dei genitori, fu offerto al monastero di S. Benedetto, lo studio quivi perseguito dei sacri canoni e la pratica nella trattazione degli affari ecclesiastici acquisita presso Alessandro II, al cui servizio, come cappellano, lo volle addetto il cardinale Ildebrando, dopo averlo tratto dal monastero salernitano.
Durante il suo episcopato Alessandro II si valse ancora di lui, inviandolo come apocrisario presso l'imperatore d'Oriente Michele VII pro concordia fidei.
Mancò poi nuovamente dalla sua sede avendo seguito, nella crociata, Boemondo di Taranto, recandosi poi ancora a Costantinopoli presso l'imperatore.
In Anagni, dovette molto soffrire a causa dei chierici nemici della riforma, ma quando, dopo quarantatrè anni di episcopato, venne a morte il 3 agosto 1105, l'ardua opera era compiuta: ricostruita la cattedrale e restaurata la disciplina canonica, con la vita comune; ecclesiastici da lui formati erano pronti a succedergli degnamente nel regime della Chiesa anagnina.
Il suo amico e collaboratore, Bruno di Segni, poté allora, dopo averne celebrato le esequie, narrarne la vita edificante e preparare la sua glorificazione.
Per le vicende del culto, ricordiamo che, dopo la proclamazione della santità di Pietro, avvenuta il 4 giugno 1110, il secondo successore del santo, Pietro II, come è riferito nella leggenda, curò la traslazione del corpo di lui dalla basilica superiore alla inferiore.
Quivi, dopo oltre due secoli, il canonico anagnmo Jacopo de Guerra restaurava l'altare eretto in suo onore, consacrato poi il giorno 11 febbraio 1324, e, in un'ampia nicchia scavata nella parete di fondo, faceva dipingere, nobilmente seduto in cattedra, il Santo vescovo, tra le figure erette delle Sante Aurelia e Neomisia.
Infine, una costituzione capitolare del 15 gennaio 1325 stabiliva che la celebrazione festiva del Santo fosse elevata a rito doppio con ottava, come quelle di San Magno e di Santa Secondina. La Chiesa anagnina celebra tuttora la sua festa il 3 agosto, ma poiché egli è paironus minus principalis della città e diocesi, il suo busto di rame argentato, con reliquia, opera del 1541, viene esposto accanto al busto simile del martire Magno nelle celebrazioni patronali del 19 agosto.
(Autore: Vincenzo Fenicchia – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Pietro di Anagni, pregate per noi.

*Beato Salvatore Ferrandis Seguì - Sacerdote e Martire (3 agosto)

Schede dei gruppi a cui appartiene:
“Beati 233 Martiri Spagnoli di Valencia” - Beatificati nel 2001
“Martiri della Guerra di Spagna”
Martirologio Romano: Ad Alicante in Spagna, Beato Salvatore Ferrandis Seguì, sacerdote e martire, che versò il sangue per Cristo durante la persecuzione contro la fede e conseguì la palma della vittoria.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Salvatore Ferrandis Seguì, pregate per noi.

*Altri Santi del giorno (3 agosto)
*San Dalmazio - Abate

*Santa Lidia di Tiatira
Giaculatoria - Santi tutti, pregate per noi.

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