Santi del 3 Dicembre - Istituto Aveta

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Santi del 3 Dicembre

Il mio Santo > I Santi di Dicembre

*Sant'Abbone di Auxerre - Vescovo (3 dicembre)
† 3 dicembre 860

Sant’Abbone o Abbon, è un vescovo di Auxerre. In alcune liste figura al trentacinquesimo posto, in altre al trentaseiesimo. Governò la diocesi nella seconda metà del IX Secolo. Nella lista dei vescovi, del "Liber episcopalis" in cui sono state annotate delle brevi note biografiche e i dati cronologici, figura dopo Sant’Eribaldo, che era suo fratello, e prima del beato Cristiano.
Poche sono le notizie che lo riguardano.
Sant’Abbone abbracciò fin da giovane la vita religiosa entrando nel monastero benedettino di San Girolamo ad Auxerre.
In quel monastero ricoprì anche la carica di abate per due anni.
Nell’anno 857 fu eletto vescovo di Auxerre, succedendo a suo fratello Sant’Eribaldo.
Partecipò a due concili: a quello di Metz del 28 maggio 859 e a quello di Savonnièrres  del 14 giugno dello stesso anno.
Il suo governo della diocesi fu molto breve. Forse meno di tre anni.
Egli rinunciò alla carica di vescovo e già negli atti del sinodo di Thusey, che si svolse nell’ottobre 860, c’è la firma del suo successore, il Beato Cristiano.
Sant’Abbone morì il 3 dicembre 86°.
Con la ricognizione dei suoi resti, fatta nel XVII secolo, il suo corpo fu trovato quasi intatto.
Nel testo secentesco "Gallia christiana", si menziona che la sua festa ricorreva il giorno 3 dicembre.

(Autore: Mauro Bonato – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Abbone di Auxerre, pregate per noi.


*Sant’ Audenzio di Toledo - Vescovo (3 dicembre)
sec. IV

Sant’Audenzio o Audencio vescovo di Toledo.
Nella cronotassi della diocesi di Toledo in alcuni casi figura all’ottavo posto in altri al nono e in altri ancora al decimo.
All’ottavo posto è stato inserito dal Vescovo Idelfonso, secondo quanto è giunto a noi attraverso l’esemplare del 956 del "Codes Aemilianensis" dell’Escoriale.
Comunque, aldilà della sua posizione, è unanime convinzione che resse le sorti della diocesi dopo Natal e prima di Sant’Asturio.
Si presume sia stato vescovo dal 385 al 395.
Di lui non sappiamo nulla. Solo Gennadio di Marsiglia nel V secolo, nel suo volume "De viris illustribus" afferma che Sant’Audenzio ha composto uno scritto, che non ci è pervenuto ed è andato perduto, dal titolo "De fide adversus haereticos".
La sua festa si celebra il 3 dicembre.

(Autore: Mauro Bonato – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Audenzio di Toledo, pregate per noi.


*San Birino di Dorchester - Vescovo (3 dicembre)

m. 649/650
Secondo Beda il Venerabile i Sassoni occidentali, al tempo del re Cinigilso, furono convertiti alla fede cristiana da Birino, inviato da papa Onorio I (625-38).
Egli, dopo essere stato consacrato vescovo da Asterio, vescovo di Genova, si diresse in Britannia col proposito di spingersi oltre i territori degli Angli, dove nessun predicatore l'avesse preceduto. Di fatto di dedicò all'evangelizzazione dei Sassoni occidentali (detti allora Gevissi), ancora completamente pagani.
Nel 635, a un anno dal suo sbarco, convertì il re della provincia Cinigilso, che fu tenuto a battesimo da Osvaldo, re della Northumbria.
I due donarono a Birino, come sede episcopale, la città di Dorchester. Birino morì nel 649 o nel 650 e fu sepolto nella stessa città. Dopo molti anni, durante l'episcopato di Edda (876-903), il suo corpo fu traslato nella chiesa della città di Venta (Winchester) che era stata costruita da Cenwalh, figlio di Cinigilso, al centro del proprio regno attorno al 643. La cattedrale, consacrata nel 648, con l'annesso monastero sarebbe diventata, entro il 670 il cuore religioso e amministrativo del Wessex. (Avvenire)
Emblema: Bastone pastorale
Martirologio Romano: A Winchester in Inghilterra, deposizione di San Birino, che, mandato nella Britannia inferiore dal Papa Onorio, tenne per primo la sede di Dorchester e divulgò con impegno tra i Sassoni occidentali il messaggio della salvezza.
Beda il Venerabile racconta che i Sassoni occidentali, al tempo del re Cinigilso (o Cinigislo), furono convertiti alla fede cristiana da Birino, inviato da papa Onorio I (625-38).
Egli, dopo essere stato consacrato vescovo da Asterio, vescovo di Genova, si diresse in Britannia col proposito di spingersi oltre i territori degli Angli, dove nessun predicatore l'avesse preceduto: avendo, però, cominciato a evangelizzare i Sassoni occidentali (detti allora Gevissi), ancora completamente pagani, si fermò tra loro, abbandonando l'idea di andare più oltre.
Nel 635, a un anno dal suo sbarco, il pio missionario poté convertire il re della provincia Cinigilso, che fu tenuto a battesimo da Osvaldo, re della Northumbria, chiamato da Beda "santissimo e vittoriosissimo".
I due donarono a Birino Ia città di Dorchester "ad faciendam inibi sedem episcopalem" e il Santo, dopo avere costruito e dedicato più chiese, "multisque ad Dominum pio eius labore populis advocatis", morì nel 649 o nel 650 e fu sepolto nella stessa città. Dopo molti anni, durante l'episcopato di Edda (876-903), il suo corpo fu traslato nella chiesa della città di Venta (Winchester) che era stata consacrata nel 648.
I resti del vescovo, la cui memoria ricorre il 3 dicembre, furono collocati in una cassa nel 980; nel 1035 in un reliquiario, a cura del re Canuto, e nel 1150 in un luogo più onorifico All'inizio del secolo XIII i Canonici Regolari di Sant' Agostino di Dorchester affermarono, e sostennero poi sempre con grande accanimento, che le ossa del santo erano conservate nella loro chiesa, allegando come prova un miracolo operato da Birino nel monastero in cui era stata scoperta la sua presunta tomba.
Neppure l'intervento del Papa Onorio IV valse a dirimere la disputa, che finì solo con la soppressione del monastero decretata da Enrico VIII.
(Autore: Pietro Burchi – Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - San Birino di Dorchester, pregate per noi.


*San Cassiano di Tangeri - Martire (3 dicembre)

m. Tangeri, 30 ottobre 298
Etimologia: Cassiano = armato di elmo, dal latino
Emblema: Palma
Martirologio Romano: A Tangeri in Mauritania, nell’odierno Marocco, San Cassiano, martire.
Nel Martirologio Geronimiano, al 3 dicembre, è commemorato Carlo, martire a Tangeri, che è nominato anche da Prudenzio.
Il Baronio introdusse nel Martirologio Romano, allo stesso giorno, l'elogio di Cassiano, mutuandolo dal De Natalibus che, a sua volta, l'aveva ricavato da una passio annessa in appendice a quella di San Marcello centurione, martirizzato a Tangeri il 30 ottobre 298.
Secondo questo testo, poco attendibile, Cassiano, segretario (exceptor militaris) del prefetto del pretorio Aurelio Agricolano, dovendo assistere per motivi d'ufficio al processo di Marcello, si indignò per l'ingiusta condanna del martire e protestò clamorosamente, gettando via lo stilo e le tavolette su cui scriveva.
Arrestato immediatamente e giudicato per il grave atto di indisciplina, fu condannato a morte. Oltre che al 3 dicembre, Cassiano è celebrato anche al 1o, assieme ad altri martiri, sia nel Martirologio Geronimiano sia nel Romano: il gruppo, però, è chiaramente fittizio.
È da notare che il De Natalibus confonde Cassiano con il martire omonimo venerato a Imola, poiché afferma che il corpo di Cassiano, sepolto a Tangeri, dopo qualche tempo, fu portato nella città romagnola.
(Autore: Agostino Amore – Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - San Cassiano di Tangeri, pregate per noi.


*Santi Claudio, Ilaria, Giasone e Mauro - Martiri a Roma (3 dicembre)
Sec. III
Etimologia: Ilaria = gaia, allegra, dal latino
Emblema: Palma
Santi Claudio e Ilaria sposi, Giasone e Mauro figli
Il gruppo di martiri a cui appartiene Ilaria è composto da quattro Santi, Claudio, Ilaria, Giasone e Mauro e sono tutti celebrati dal “Martirologio Romano” il 3 dicembre.
La notizia del loro martirio proviene dal Martirologio di Adone, che la prese dalla ‘passio’ dei santi Crisanto e Daria; secondo questa ‘passio’ Claudio era un tribuno dell’esercito, che mentre interrogava
i martiri Crisanto e Daria, alla vista di un miracolo da loro operato, si convertì al cristianesimo insieme alla moglie Ilaria ed i figli Giasone e Mauro e 70 soldati.
Informato dell’avvenimento, l’imperatore Numeriano (283-284) dispose che Claudio fosse gettato in mare con una pietra al collo, mentre i due figli Giasone e Mauro con i 70 soldati, furono condannati alla decapitazione.
Affranta dal dolore Ilaria, non poté recuperare il corpo del marito, ormai perso in mare e mentre si accingeva a seppellire i corpi dei suoi figli, venne arrestata e prima di essere uccisa, ottenne di fermarsi a pregare; durante la preghiera fu martirizzata.
I sepolcri di Ilaria, Giasone e Mauro esistevano nel VII secolo sulla via Salaria, anche menzionati negli ‘Itinerari’ dell’epoca, quello di Mauro era stato ornato con un carme di Papa Damaso.
Queste poche note, forzatamente raccontano solo la fine cruenta ma fulgida, di una famiglia cristiana nell’epoca delle persecuzioni romane, nulla sapendo della loro vita vissuta nella società imperiale.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santi Claudio, Ilaria, Giasone e Mauro, pregate per noi.


*Beati Corrado e VII Compagni - Martiri in Siria (3 dicembre)

Siria, 1269
Francescani, furono uccisi, in odio alla fede, dai Saraceni nel 1269.
La leggenda parla di prodigi avvenuti nel luogo del loro martirio. Sono commemorati nel Martirologio Francescano al 3 dicembre.
(Autore: Silvestro Mastrobuoni – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beati Corrado e VII Compagni, pregate per noi.


*Beato Edoardo Coleman - Martire (3 dicembre)

Martirologio Romano:
A Londra in Inghilterra, Beato Edoardo Coleman, martire, che, per aver accolto la fede cattolica, falsamente accusato di cospirazione contro il re Carlo II, fu impiccato a Tyburn e sventrato con la spada mentre era ancora vivo.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Edoardo Coleman, pregate per noi.


*Sant' Emma di Lesum - Contessa (3 dicembre)

ca. 975-980 – 3 dicembre 1038
Etimologia:
Emma = gentile, fraterna, nutrice, dall'antico tedesco.
(Fonte:
Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria -
Sant' Emma di Lesum, pregate per noi.


*San Francesco Saverio - Sacerdote (3 dicembre)

Xavier, Spagna, 1506 - Isola di Sancian, Cina, 3 dicembre 1552
Studente a Parigi conobbe Sant'Ignazio di Loyola e fece parte del nucleo di fondazione della Compagnia di Gesù. É il più grande missionario dell'epoca moderna.
Portò il Vangelo a contatto con le grandi culture orientali, adattandolo con sapiente senso apostolico all'indole delle varie popolazioni.
Nei suoi viaggi missionari toccò l'India, il Giappone, e morì mentre si accingeva a diffondere il messaggio di Cristo nell'immenso continente cinese. (Mess. Rom.)
Patronato: Giappone, India, Pakistan, Missioni, Missionari, Marinai
Etimologia: Francesco = libero, dall'antico tedesco
Martirologio Romano: Memoria di San Francesco Saverio, sacerdote della Compagnia di Gesù, evangelizzatore delle Indie, che, nato in Navarra, fu tra i primi compagni di Sant’Ignazio.
Spinto dall’ardente desiderio di diffondere il Vangelo, annunciò con impegno Cristo a innumerevoli popolazioni in India, nelle isole Molucche e in altre ancora, in Giappone convertì poi molti alla fede e
morì, infine, in Cina nell’isola di Sancian, stremato dalla malattia e dalle fatiche.
Questo pioniere delle missioni dei tempi moderni, patrono dell'Oriente dal 1748, dell'Opera della Propagazione della Fede dal 1904, di tutte le missioni con Santa Teresa di Gesù Bambino dal 1927, nacque da nobili genitori il 7/4/1506 nel castello di Xavier, nella Navarra (Spagna).
Francesco non sarebbe diventato un giurista e un amministratore come suo padre, né un guerriero come i suoi fratelli maggiori, ma un ecclesiastico come un qualunque cadetto del tempo.
Per questo nel 1525 si recò ad addottorarsi all'università di Parigi sognando pingui benefici nella diocesi di Pamplona.
Il suo incontro con Ignazio di Loyola fu provvidenziale perché lo trasformò da campione di salto e di corsa in araldo del Vangelo, da professore di filosofia in Santo.
Assegnato nel collegio di Santa Barbara alla medesima stanza del Saverio, il fondatore della Compagnia di Gesù aveva visto a fondo nell'anima di lui, gli si era affezionato e più volte gli aveva detto: "Che giova all'uomo guadagnare anche tutto il mondo, se poi perde l'anima? (Mc. 8, 36).
Più tardi Ignazio confiderà che Francesco fu "il più duro pezzo di pasta che avesse mai avuto da impastare" e il Saverio, nel fare quaranta giorni di ritiro sotto la direzione d'Ignazio prima d'iniziare lo studio della teologia, pregherà: "Ti ringrazio, o Signore, per la provvidenza di avermi dato un compagno come questo Ignazio, dapprima così poco simpatico".
Il 15-8-1534 anche lui, insieme al Loyola, nella chiesetta di Santa Maria di Montmartre fece voto di castità e di povertà e di pellegrinare in Palestina o, in caso d'impossibilità, di andare a Roma per mettersi a disposizione del Papa.
Anche lui, all'inizio del 1537, si trovò con gli altri primi sei compagni all'appuntamento fissato a Venezia, ma la guerra scoppiata tra la Turchia e la Repubblica Veneta impedi loro di mandare ad effetto il voto fatto.
Ignazio e i suoi discepoli si dedicarono allora all'assistenza dei malati nell'ospedale degl'Incurabili fondato da S. Gaetano da Thiene e, dopo essere stati ordinati sacerdoti, alla predicazione per le piazze in uno strano miscuglio di lingue neo-latine.
A Bologna specialmente il Saverio si acquistò fama di predicatore e di consolatore dei malati e dei carcerati, ma in sei mesi si rovinò la salute dandosi ad austerissime penitenze.
Sant'Ignazio lo chiamò a Roma come suo segretario.
Nella primavera del 1539 egli prese parte alla fondazione della Compagnia di Gesù e, l'anno dopo, fu mandato al posto di Nicolò Bobadilla, colpito da sciatica, alle Indie Orientali in qualità di legato papale per tutte le terre situate ad oriente del capo di Buona Speranza, in seguito alle insistenti preghiere rivolte da Giovanni III, re del Portogallo, a Ignazio per avere sei missionari.
Durante il penoso viaggio a vela, protrattosi per tredici mesi, il Saverio si sovraspese per l'assistenza spirituale ai 300 passeggeri facenti parte non certo della "buona società", nonostante che per due mesi avesse sofferto il mal di mare.
Una notte, all'ospedale di Mozambico, avendolo il medico trovato tremante di febbre, gli ordinò di andare a letto. Poiché un marinaio stava morendo impenitente, gli rispose: "Non posso andarci. Un fratello ha tanto bisogno di me".
Stabilitosi nel collegio di San Paolo a Goa, cominciò il suo apostolato (1542) tra la colonia portoghese che con la sua vita immorale scandalizzava persino i pagani.
Poi estese il suo ministero ai malati, ai prigionieri e agli schiavi con tanta premura da meritare il titolo di "Santo Padre" e "Grande Padre".
Con un campanello raccoglieva per le strade i fanciulli e ad essi insegnava il catechismo e cantici spirituali.
Dopo cinque mesi il governatore delle Indie lo mandò al sud del paese dove i portoghesi avevano costruito le loro fortezze, avviato i loro commerci e battezzato gl'indigeni e i prigionieri di guerra
senza sufficiente preparazione.
Molti di essi erano ricaduti nell'idolatria, come i pescatori di perle della costa del Paravi i quali, otto anni prima, avevano chiesto il battesimo per essere difesi dai maomettani.
Francesco, che non possedeva il dono delle lingue, con l'aiuto d'interpreti tradusse subito nei loro idiomi le principali preghiere e verità della fede. Poi, per due anni, passò di villaggio in villaggio, a piedi o su disagevoli imbarcazioni di cabotaggio, esposto a mille pericoli, fondando chiese e scuole, facendosi a tutti maestro, medico, giudice nelle liti, difensore contro le esazioni dei portoghesi, salutato ovunque quale Santo e taumaturgo.
"Talmente grande è la moltitudine dei convertiti - scriveva egli - che sovente le braccia mi dolgono tanto hanno battezzato e non ho più voce e forza di ripetere il Credo e i comandamenti nella loro lingua". In un mese arrivò a battezzare 10.000 pescatori della casta dei Macua, nel Travancore. Mentre era intento ad amministrare il sacramento, ricevette la triste notizia che 600 cristiani di Manaar avevano preferito lasciarsi uccidere anziché tornare al paganesimo.
Ne provò un momento di sconforto: "Sono così stanco di vivere - scrisse - che la migliore cosa per me sarebbe morire per la nostra Santa fede". Lo rattristava il vedere commettere tanti peccati e non poterci fare nulla.
Benché continuamente a disposizione del prossimo, il Santo fu sempre trattato male da ufficiali e mercanti portoghesi, decisi a non permettere che la sua caccia alle anime intralciasse loro la ricerca di piaceri e di ricchezze.
Noncurante degli uomini, negli anni successivi (1545-1547) egli aprì nuovi campi all'apostolato.
Predicò per quattro mesi nell'importante centro commerciale di Malacca; visitò l'arcipelago delle Molucche; nell'isola di Amboina, presso la Nuova Guinea, riuscì ad avvicinare la popolazione impaurita di un villaggio stando seduto e cantando tutti gl'inni che sapeva; si spinse fino all'isola di Ternate, estrema fortezza dei portoghesi, e più oltre ancora, fino alle isole del Moro, al nord delle Molucche, abitate da cacciatori di teste. Colà agli ospiti indesiderati si servivano pietanze avvelenate.
Quando il Saverio decise di visitarle, gli suggerirono di portare con sé degli antidoti, ma egli preferì riporre in Dio tutta la sua fiducia.
"Queste isole - scriverà il 20-1-1548 - sono fatte e disposte a meraviglia perché vi ci si perda la vista in pochi anni per l'abbondanza delle lacrime di consolazione...
Io circolavo abitualmente nelle isole circondate da nemici e popolate da amici poco sicuri, attraverso terre sprovviste di qualsiasi rimedio per le malattie e prive di qualsiasi soccorso per conservare la vita". Ciononostante egli pregava: "Non allontanarmi, o Signore, da queste tribolazioni se non hai da mandarmi dove io possa soffrire ancora di più per amore tuo".
Dopo tre mesi di fatiche, tornò a Ternate.
Il sultano regnante fece buona accoglienza al missionario, ma alla fede cristiana preferì le sue cento mogli e le numerose concubine.
Raggiunta Malacca nel dicembre 1547, la Provvidenza fece incontrare al Saverio un fuggiasco giapponese, Anjiro, desideroso di farsi cristiano per liberarsi dal rimorso cagionatogli da un delitto commesso in patria.
Il Santo rimase talmente sedotto dalle notizie da lui avute sul Giappone e i suoi abitanti che concepì un estremo desiderio di andarli ad evangelizzare.
Dopo aver provveduto per il governo del Collegio di San Paolo a Goa e l'invio di missionari nelle località visitate, parti per il Giappone in compagnia di Anjiro, suo collaboratore.
Sbarcò a Kagoshima, nell'isola di Kiu-Sciu, il 15-8-1548.
Il principe Shimazu Takahisa lo accolse gentilmente, e mentre egli studiava la lingua del paese, Anjíro convertiva al cattolicesimo oltre un centinaio di parenti e amici. "I Giapponesi - scrisse il Saverio in Europa - sono il migliore dei popoli".
Quando il principe, sobillato dai bonzi, vietò ogni ulteriore battesimo, il coraggioso missionario decise di presentarsi addirittura all'imperatore e alle università della capitale, Miyako (Kyoto), ma a causa della guerra civile endemica le università non vollero aprirgli le porte e l'imperatore in fuga non volle riceverlo (1551), perché sprovvisto di doni e poveramente vestito.
Si presentò allora in splendidi abiti e con preziosi doni al principe di Yamaguchí che gli concesse piena libertà di predicazione.
In breve tempo egli riuscì a creare una fiorente cristianità che formò 1e delizie della sua anima" e ad estenderla nel vicino regno di Bungo.
Quando nell'inverno del 1551, richiamato da urgenti affari, il Saverio ritornò in India, in Giappone c'erano oltre 1.000 cristiani.
Le fatiche avevano imbiancato i suoi capelli.
Quante volte, sempre immerso nella preghiera, aveva dovuto camminare a piedi nudi e sanguinanti o passare a guado fiumi gelati! Quante volte, affamato e intirizzito, era stato cacciato dalle locande a
sassate! Sovente cadde esausto sul ciglio delle strade. Per poter proseguire il suo viaggio talora dovette occuparsi come stalliere presso viaggiatori più fortunati.
Per i Giapponesi, i Cinesi erano i maestri indiscussi di ogni scibile. Essendosi sempre sentito opporre dai bonzi che se la religione cristiana fosse stata vera, i cinesi l'avrebbero già conosciuta, decise di andarli a convertire.
Poiché la prigione o la morte erano la sorte che toccava a tutti gli stranieri che cercavano di entrare in quel paese, il Saverio organizzò un'ambasciata alla corte dell'imperatore della Cina, di cui egli avrebbe fatto parte.
A Malacca però l'ammiraglio portoghese in carica, irritato perché non era stato scelto lui come ambasciatore, mandò a monte il progettato viaggio denunciando pubblicamente il Santo come falsificatore di bolle papali e imperiali. Senza lasciarsi abbattere dal grave colpo, l'illuminato apostolo il 17-4-1552 approdò all'isola di Sanciano con un servo cinese convertito, Antonio di Santa Fe. Colà trovò antichi amici che gli offersero ospitalità e un contrabbandiere che per 200 ducati si dichiarò disposto a sbarcarli segretamente alle porte di Canton.
Ad un amico il Santo scrisse: "Pregate molto per noi, perché corriamo grande pericolo di essere imprigionati.
Tuttavia, già ci consoliamo anticipatamente al pensiero che è meglio essere prigionieri per puro amor di Dio, che essere liberi per avere voluto fuggire il tormento e la pena della croce".
Il giorno stabilito il contrabbandiere mancò alla parola data.
Nel rigido inverno, il Saverio si ammalò di polmonite, e privo com'era di ogni cura morì in una capanna il 3-12-1552 dopo avere più volte ripetuto: "Gesù, figlio di Davide, abbi pietà di me! 0 Vergine, Madre di Dio, ricordati di me!".
Il suo corpo fu seppellito dal servo nella parte settentrionale dell'isola, in una cassa ripiena di calce.
Due anni dopo fu trasportato, integro e intatto, prima a Malacca e poi a Goa, dove si venera nella chiesa del Buon Gesù.
Paolo V beatificò il Saverio il 21-10-1619 e Gregorio XV lo canonizzò il 12-3-1622.
Si calcola che il Santo missionario abbia conferito il battesimo a circa 30.000 pagani.
Il suo continuo peregrinare per lontanissime regioni diede ad alcuni l'impressione che fosse di temperamento volubile. Come legato del papa, pioniere, superiore e provinciale dei Gesuiti, era spiegabile che egli, ardentissimo della gloria di Dio e della salvezza delle anime, sospirasse di prendere visione del suo sterminato territorio per inviarvi gli operai occorrenti.
Sant'Ignazio avrebbe preferito che, invece di pagare di persona, fosse rimasto ad amministrare le missioni dell'India, e avesse inviato a dissodare il terreno altri confratelli.
La lettera che gli scrisse per richiamarlo, almeno provvisoriamente, in Europa, giunse quando egli era già morto.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Francesco Saverio, pregate per noi.


*Beato Giovanni Nepomuceno Tschiderer Von Gleifheim (3 dicembre)

Bolzano, 15 aprile 1777 - Trento, 3 dicembre 1860
Nella diocesi di Trento, si dedicò instancabilmente alle visite pastorali.
Martirologio Romano: A Trento, Beato Giovanni Nepomuceno De Tschiderer, vescovo, che governò questa Chiesa con evangelico ardore di fede e senso di umanità e in tempo di sventura offrì una mirabile testimonianza di amore per il suo gregge.
Quinto di sette fratelli, Giovanni Nepomuceno de Tschiderer nacque a Bolzano il 15 aprile 1777 da Giuseppe Gioacchino de Tschiderer di Gleifheim, esattore generale del Tirolo e Caterina de’ Giovanelli. Da piccolo ebbe problemi di pronuncia e rimase leggermente balbuziente anche da adulto.
Dalla famiglia ricevette un’educazione accurata e severa.. Nel 1785 la famiglia dovette trasferirsi a Inssbruck, ma l’anno successivo Giovanni torno a Bolzano presso il nonno materno per poter frequentare il ginnasio dei francescani dove si distinse “per onesta e diligente applicazione”.
A Innsbruck sostenne gli studi filosofici e li frequentò padre Ercolano Oberrauch che lo guidò nello studio della Sacra Scrittura e della Patristica quando tra il 1794 4 il 1798 frequentò gli studi teologici. Il 27 luglio 1800 venne ordinato sacerdote a Bolzano fal principe vescovo di Trento Emanuele Maria Thun. Celebrò la prima messa nella chiesetta di Sant'Antonio da Padova a Collalbo/Klobenstein sull’altipiano del Renon, dove svolse il periodo di tirocinio di due anni come prete ausiliario nella parrocchia di Longomoso/Lengmoos.
Nel 1802 poté recarsi per un anno a Roma dove fu più volte ricevuto in udienza da papa Pio VII. Fu cooperatore a Auna di Sotto/Unterinn nel 1803 e a San Pancrazio/Sankt Pankraz nel 1804 e quando venne il momento di diventare parroco nel 1807 fu nominato docente di teologia nel seminario di Trento per nomina governativa (in quegli anni il Tirolo e il Trentino erano domini bavaresi).
A Trento si dimostrò, nonostante le difficoltà nella lingua italiana, “un insegnante ricco di talento e di grande abilità didattica”.
Nel 1810 con l’annessione del Trentino al francese Regno d’Italia, i docenti tedeschi a Trento furono sostituiti da docenti italiani e per questo motivo Giovanni poté realizzare il suo desiderio di diventare parroco a Sarentino/Sarntal (25/08/1810), una parrocchia impegnativa per le molte frazioni e i molti masi sparsi. Giovanni vi fondò piccole scuole nelle varie località, seguendo i maestri e impegnandosi anche personalmente, soprattutto nel catechismo.
Nonostante i molti chilometri da percorrere a piedi su sentieri di montagna, visitava con regolarità i malati e i parrocchiani più poveri distribuendo loro viveri.
Il 13 settembre 1819 fu nominato parroco di Merano.
A Merano continuò il suo operato con dedizione: favorì la scuola delle Dame Inglesi, aiutando studenti e artigiani in difficoltà, visitava settimanalmente i carcerati e dedicava molto tempo alle confessioni. Il 26 ottobre 1826 fu chiamato a Trento dal vescovo Francesco Saverio Luschin e divenne canonico e membro del Capitolo della cattedrale di Trento.
L’anno successivo il 26 dicembre 1827 fu nominato provicario con l’incarico di provvedere alla parte di lingua tedesca della diocesi..
Il 24 febbraio 1832 papa Gregorio XVI gli conferì il titolo di vescovo titolare di Ellenopoli sul Ponto e di ausiliare del principe vescovo di Bressanone per la provincia del Vorarlberg. La consacrazione
episcopale avvenne nella chiesa dei Serviti in Innsbruck il 20 maggio 1832 per mano del vescovo di Bressanone Bernardo Galura. Il 15 luglio 1834 su proposta del vescovo di Trento Luschinm designato arcivescovo di Leopoli, l’imperatore Francesco I nomina Giovanni Nepomuceno de Tschiderer vescovo di Trento, nomina ratificata da papa Gregorio XVI il 19 dicembre dello stesso anno. Giovanni giunse a Trento il 1 maggio 1835.
Nel suo episcopato si distinse per le numerosissime visite pastorali in tutte le località della diocesi, che per estensione era seconda solo a quella di Milano. Consacrò sessanta nuove chiese e continuò la sua opera in favore dei più poveri sostenendo tra gli altri il Johanneum di Bolzano e l’Istituto per sordomuti di Trento.
Nel 1859 l’aggravarsi della sua malattia, idropisia cardiaca, gli impediva quasi di muoversi, ma continuò le celebrazioni episcopali fino a che nel 1860 colto da febbri alte fu costretto a letto.
Dopo aver ricevuto l’unzione degli infermi e la benedizione papale la sera del 3 dicembre 1860 spirò serenamente. Nel 1873 il suo successore Benedetto de Riccabona provvedette all’avvio del processo diocesano informativo sulle virtù di Giovanni Nepomuceno, primo passo che ha portato alla beatificazione del vescovo trentino avvenuta a Trento il 30 aprile 1995.
(Autore: Maurizio Misinato – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Giovanni Nepomuceno Tschiderer Von Gleifheim, pregate per noi.


*Beato Guglielmo de Bas - Mercedario (3 dicembre)

+ 1260
Illustre cavaliere di Montpellier (Francia), il Beato Guglielmo de Bas, fu il secondo Maestro Generale dell'Ordine Mercedario.
Designato dalla Madre di Dio come successore di San Pietro Nolasco nella" carica di generalato, fu eletto il 12 giugno 1245 e degnamente svolse tale mansione fino alla fine.
Molto compassionevole verso gli schiavi per i quali subì molte pene rimanendo anche in ostaggio per essi, benvoluto da Re e Prìncipi che ne seppe conquistare la loro fiducia con la parola e l'esempio di vita.
In età molto avanzata, famoso per la gloria ed i miracoli compiuti, morì all'inizio del 1260 nella città di Barcellona in Spagna.
L'Ordine lo festeggia il 3 dicembre.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Guglielmo de Bas, pregate per noi.


*Beato Ladislao Bukowinski - Sacerdote (3 dicembre)

Berdyczów, Ucraina, 22 dicembre 1904 - Karaganda, Kazakhstan, 3 dicembre 1974
Władysław (in italiano Ladislao) Bukowiński, nato a Berdyczównellattuale Ucraina il 22 dicembre 1904, fu ordinato sacerdote dallarcivescovo di Cracovia Adam Stefan Sapieha il 28 giugno 1931. Dal 1931 al 1935 fu catechista a Rabka e, dal 1935 al 1936, viceparroco e catechista a SuchaBeskidzka; poi chiese di essere inviato a Łuck, nel voivodato di Volinia, dove operò fino al gennaio 1945 a favore degli abitanti della Polonia orientale. Nominato nel frattempo parroco della cattedrale di Łuck, fu arrestato una prima volta dallNKVD (la polizia segreta) il 22 agosto 1940 e condannato ai lavori forzati. Scampò alla morte fortunosamente e, con l’arrivo dei tedeschi, poté riprendere a operare nella cattedrale. Durante l’occupazione tedesca si diede alla catechesi dei bambini, cercò di prendersi cura delle famiglie dei prigionieri, nascose bambini ebrei in famiglie cattoliche e difese le vittime dei massacri da parte dei nazionalisti ucraini. Fu arrestato per la seconda volta nella notte tra il 3 e il 4 gennaio 1945, insieme al vescovo di Łuck e ad altri sacerdoti. Nel 1946 venne condannato a dieci anni di lavori forzati nelle miniere di Karaganda, nell’odierno Kazakhstan, ma gli vennero ridotti di cinque mesi per buona condotta. Per i seguenti vent’anni svolse il suo ministero a Karaganda, dove morì il 3 dicembre 1974. È stato beatificato l’11 settembre 2016 nella cattedrale di Karaganda, dove, dal 2008, sono conservati i suoi resti mortali.
Padre Wladyslaw Bukowiński pregava, fra i tormenti dei gulag sovietici, con un Rosario che si era fatto con le molliche di pane e l’11 settembre scorso è stato beatificato nella cattedrale di Karaganda durante una celebrazione eucaristica presieduta, a nome del Papa, dal cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle cause dei santi.
Attraver
so i dolorosi passaggi della biografia di Bukowiński i processi, le detenzioni, i lavori forzati nelle miniere di rame, le messe clandestine e gli aiuti ai più poveri nei villaggi kazaki – il cardinale Amato ha ripercorso nell’omelia i tratti caratteristici della spiritualità del nuovo beato: sacerdote dalla fede «profonda, solida, incrollabile, come quella di Abramo» e «missionario coraggioso di Cristo nei vasti territori dell’Europa orientale, dove allora regnava un’ideologia repressiva, che cercava di estirpare dal cuore dell’uomo ogni sentimento religioso».
Il 2 febbraio del 1930, festa della Purificazione di Maria Vergine, Pio XI nel documento chirografo Ci commuovono, vergato all’indirizzo del Cardinale Basilio Pompilj, riportava parole di profondo dolore sulle «orribili e sacrileghe scelleratezze che si ripetono e si aggravano ogni giorno contro Dio e contro le anime nelle innumerevoli popolazioni della Russia, tutte care al nostro cuore, anche solo per il tanto che soffrono, e alle quali appartengono tanti devoti e generosi figli e ministri di questa santa Chiesa, cattolica, apostolica e romana, devoti e generosi fino all’eroismo e al martirio».
In quella circostanza il Papa parlò della Lega dei senza Dio militanti, fondata nel 1925 e formalmente sciolta nel 1947, che si propose di sradicare, con una violenta e spaventosa repressione, la fede religiosa, estendendo l’ateismo nella società russa con una propaganda invasiva.
Affermava il Pontefice: «gli organizzatori delle campagne d’ateismo e del "fronte antireligioso" vogliono soprattutto pervertire la gioventù, abusare della sua ingenuità e della sua ignoranza, e in luogo di impartirle istruzione, scienza e civiltà – che del resto come l’onestà, la giustizia e il benessere stesso, non possono prosperare e fiorire senza la religione –, l’organizzano nella Lega dei senza Dio militanti, dissimulando la decadenza morale, culturale e anche economica con un’agitazione altrettanto sterile quanto inumana, in cui i figli sono istigati a denunziare i genitori, a distruggere e insozzare gli edifici e gli emblemi religiosi e soprattutto a contaminare le loro anime con tutti i vizi e con le più vergognose aberrazioni materialistiche, i cui promotori, volendo colpire la religione e Dio stesso, procurano la rovina delle intelligenze e della medesima natura umana».
Quando il beato Bukowiński venne imprigionato il 22 giugno 1940 dai bolscevichi, la Lega dei senza Dio militante esisteva ancora. Wladyslaw era nato il 22 dicembre 1904 a Berdyczów, allora Polonia, oggi Ucrain
a. Era figlio di una famiglia di proprietari terrieri. Studiò a Kiev e mentre sosteneva l’esame di maturità la Polonia venne invasa dai bolscevichi.
Prende la laurea in Giurisprudenza all’Università Jagellonica di Cracovia, intanto matura la vocazione sacerdotale e per tale ragione frequenta la facoltà di Teologia. Colpito da una grave malattia, utilizza quel tempo della prova per approfondire la fede e compiere il passo definitivo. Viene ordinato sacerdote il 28 giugno 1931 dal Cardinale arcivescovo di Cracovia Adam Stefan Sapieha.
Nel 1936 viene chiamato nella regione polacca di Volinia, dove insegna in Seminario, tiene ritiri parrocchiali, si occupa del catechismo nelle scuole, si adopera per l’Azione Cattolica, scrive per la rivista Vita cattolica e viene nominato direttore dell’Istituto di Scienze religiose. Dal settembre 1939 è parroco della Cattedrale di Luck: qui svolge il proprio ministero con fervore e grande carità, tanto che, quando la città cade sotto il dominio sovietico, presta eroico conforto e soccorso ai polacchi condannati alla deportazione in Siberia.
Il 22 giugno 1940 però viene lui stesso incarcerato. Un giorno, nella prigione sovraffollata, le guardie staliniane decimano i detenuti, sparando a raffica su di loro. Don Wladyslaw esce da quella mattanza miracolosamente illeso. Il Signore lo vuole vivo quale testimone della Sua presenza in tanto orrore. Scarcerato il 26 giugno 1941, soccorre tutti quelli che può: fuggitivi, prigionieri di guerra, bambini, ebrei… Tuttavia nella notte tra il 3 e il 4 gennaio 1945 è nuovamente arrestato, insieme al Vescovo e l’intero Capitolo della Cattedrale.
Viene accusato di essere una spia del Vaticano, pertanto è condannato ai lavori forzati senza processo. Deportato e internato nel campo di Czelabinsk in Siberia, gli ordinano di tagliare legna e scavare fossi. Poi viene trasferito nel campo di Žezkazgan (attuale Kazakistan) ai lavori forzati nelle miniere di rame per dieci ore al giorno. La sua santità emerge come sole luminoso. Mai iracondia, ostilità, rancore nei confronti dei persecutori, mai epiteti escono dalle sue labbra. Anzi, rimangono le testimonianze a raccontarci che egli benediceva i nemici.
Compie la volontà di Dio fino in fondo e allora all’alba, mentre tutti dormono ancora, celebra la Santa Messa su una panca, utilizzando come paramenti liturgici gli indumenti della prigionia. Visita i malati nell’ospedale del gulag, tiene conferenze spirituali, conforta, confessa, comunica. La buona condotta gli permette di essere deportato a Karaganda, nel Kazakistan centro-settentrionale, per assumere la mansione di guardiano di un cantiere edile, proprio nella città dove Monsignor Athanasius Schneider supervisionò i lavori di costruzione (2003-2012) della cattedrale di Nostra Signora di Fatima: un immenso capolavoro di arte e di fede, in stile gotico, costruito sul luogo di uno dei più grandi e terribili campi di concentramento, Karlag.
E a Karaganda, mentre celebra la Santa Messa, arriva la milizia sovietica, ordinandogli perentoriamente di smettere. I militari se ne vanno e don Wladyslaw si rivolge ai fedeli in questi termini: «Chi vuole uscire esca, ma io continuerò». Neppure uno uscì. L’anno seguente gli propongono di fare ritorno nella sua patria, la Polonia. Ma lui no, non accetta, chiede la cittadinanza sovietica per essere libero di muoversi e poter proseguire la sua missione di evangelizzatore.
Sprezzante di ogni pericolo, questo sacerdote secondo il cuore di Dio, va dritto per la sua strada, il Calvario. Il 3 dicembre 1958 viene catturato per la terza volta con l’accusa di aver formato una chiesa illegale, di aver fatto propaganda fra bambini e giovani e di possedere materiale antisovietico. Questa volta subisce un processo i cui esiti potrebbero essere tragici. Don Wladyslaw rifiuta l’avvocato di difesa, che potrebbe essere a suo svantaggio e, memore degli studi giurisprudenziali, si autodifende, tenendo un’arringa di tal valore e forza che i giudici lo lasciano in vita e lo condannano a tre anni di lavori forzati.
L’orazione è la sua àncora e, nonostante i divieti, egli prega continuamente, sgranando migliaia di palline di pane. Ma un giorno un giudice lo coglie sul fatto: «Cosa fai?», «Sto pregando». «Ma è proibito». «Si calmi, in futuro pregherò in modo che lei non se ne accorga». Fatiche, lavoro, sofferenze, soprusi fisici e morali… Tredici anni nei gulag. Ma ancora resiste e ancora esce libero, pronto a proseguire il suo ministero e la sua missione in Kazakistan fino al 1974, quando, il 3 dicembre, sfinito per Nostro Signore, unica ragione della sua vita, prima di ricevere l’estrema unzione, celebra l’ultima Santa Messa. Le sue reliquie corporali sono venerate nella cripta della Cattedrale di Karaganda.
Il suo segreto era la Fede, quella autentica, in grado di dissolvere ogni asprezza dettata dalla paura. Paura che oggi vediamo serpeggiare in ogni dove, in ogni ambiente. Don Wladyslaw non coltivava la paura, occupava il suo tempo a compiere la volontà di Dio: «La Provvidenza agisce talvolta anche attraverso gli atei, che mi hanno mandato là dove serviva un prete».
(Autore: Cristina Siccardi – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Infanzia e primi anni

Nacque il 22 dicembre 1904 a Berdyczów, oggi in Ucraina ma all
epoca in territorio polacco. I suoi genitori, Cyprian Józef Bukowiński e Jadwiga Scipio del Campo, appartenevano a famiglie di proprietari terrieri; era il figlio primogenito. Il 26 dicembre, quattro giorni dopo la nascita, venne prtato al fonte battesimale della chiesa parrocchiale di Santa Bargare a Berdyczów, dove gli fu imposto il nome di Władysław Antoni (ossia Ladislao Antonio).
T
rascorse quindi l’infanzia nel villaggio di Hrybienikówka, poi a Opatów, vicino Sandomiersz. Dopo aver ricevuto la prima educazione a casa, a dieci anni iniziò a frequentare il ginnasio a Kiev; proseguì gli studi a Żmerynka e a Płoskirów, dove, nel 1918, morì sua madre. Due anni dopo, mentre la Polonia era oggetto dell’invasione bolscevica, fuggì con la famiglia a Święcica.
Studi e vocazione
Il 24 settembre 1921, Władysław ottenne il diploma di maturit
à come studente esterno. In seguito frequentò la scuola polacca di Scienze politiche presso la facoltà di Giurisprudenza dell’Università Jagellonica di Cracovia, laureandosi con ottimi voti il 24 giugno 1926.
Nei suoi anni universitari, fu anche membro del Circolo Accademico dei Confinanti, del quale facevano parte studenti che, come lui, provenivano dai territori orientali della Polonia e che si occupavano di sostenere materialmente i giovani più poveri.
Formazione al sacerdozio e inizi del ministero
Nel 1926, come detto, terminò gli studi di Giurisprudenza e abbracciò quelli di Teologia, in vista del sacerdozio: entrò infatti nel seminario maggiore di Cracovia e frequentò i corsi alla Jagellonica. Per quasi due anni, tuttavia, il giovane fu molto malato: quell'esperienza gli fece comprendere che la sofferenz
a poteva essere un modo per approfondire la sua fede. Alla fine venne ordinato sacerdote nella cattedrale di Cracovia dallarcivescovo di Cracovia Adam Stefan Sapieha il 28 giugno 1931.
Dal 1° settembre 1931 al 20 giugno 1935 don Władysław prest
ò servizio come catechista nel ginnasio di Rabka, senza dimenticare gli aspetti caritativi del ministero. L’anno dopo divenne viceparroco a SuchaBeskidzka e catechista nelle scuole di quel paese.
Evangelizzatore nella Polonia orientale
Non aveva dimenticato, però, la regione da cui proveniva e la passione che l’aveva animato negli anni universitari. Il 18 agosto 1936 partì dunque per la Polonia orientale: la sua attività si concentrò in particolare nel voivodato di Volinia. Fu quindi insegnante nel seminario di
Łuck e si occupò di curare ritiri parrocchiali, senza dimenticare l’insegnamento del catechismo nei ginnasi. Nel 1938 fu nominato segretario diocesano di Azione Cattolica e direttore dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose. Il suo antico interesse per il giornalismo – prima della laurea aveva infatti lavorato nella redazione di un quotidiano – gli tornò utile quando divenne redattore della rivista di Azione Cattolica e dovette sostituire il redattore della rivista «Vita Cattolica».
Dopo aver ottenuto di ess
ere incardinato nella diocesi di Łuck, diventò parroco della cattedrale nel settembre 1939, poco prima che la città finisse sotto il controllo sovietico. Si mise dunque d’impegno per risollevare le condizioni degli abitanti: andava a visitare gli anziani o quanti erano rimasti soli e si prendeva cura, spesso di notte, dei malati gravi, cui portava anche i Sacramenti. Quando sapeva che c’erano prigionieri polacchi condannati alla deportazione in Siberia, correva alla stazione, per portare loro dei libretti di preghiera e, ancora meglio, confortarli con qualche parola buona.
Prima prigionia
Tutto questo avvenne finché, il 22 giugno 1940, non venne imprigionato dai bolsevichi. Un giorno i soldati della prigione cominciarono a sparare all’impazzata sui detenuti
, allo scopo di ridurne il numero.
Per una circostanza che ebbe del miracoloso, don Władysław ne usc
ì indenne, senza neppure un graffio: sdraiato sul pavimento della prigione, confessò quindi e preparò alla morte i suoi compagni. Scarcerato il 26 giugno 1941, continuò il suo servizio e la sua azione caritativa verso i fuggitivi e i prigionieri di guerra: salvò anche molti bambini, compresi quelli ebrei, e li preparava clandestinamente alla Prima Comunione.
Seconda prigionia
Nella notte tra il 3 e il 4 genn
aio 1945 venne nuovamente arrestato insieme al vescovo di Łuck e allintero capitolo della cattedrale: accusato di essere una spia del Vaticano, venne condannato senza giudizio ai lavori forzati.
Per pi
ù di quattro anni fu internato nel campo di lavoro di Czelabinsk in Siberia: doveva tagliare la legna e scavare fossi. Nel 1950 passò in un altro campo a Žezkazgan, nell’attuale Kazakhstan, per lavorare nelle miniere di rame.
Sempre sacerdote
In tutti questi tormenti, non dimenticava mai di essere un sacerdote. Alla mattina presto, mentre gli altri prigionieri erano immersi nel sonno, celebrava la Messa sulla panca dove dormiva. I suoi paramenti erano gli stracci della sua prigionia. Terminato il lavoro che l’occupava per oltre dieci ore, visitava i malati nell’ospedale del campo, impartiva i Sacramenti e teneva conferenze spirituali. Scrisse in seguito: «La Provvidenza divina agisce talvolta anche attraverso gli atei, che mi hanno mandato là, dove serve un prete».
Non ebbe mai una parola di lamento verso i suoi persecutori, anzi, li benedisse. Una notte, mentre si recava a ricevere la prima confessione di un detenuto polacco, venne sorpreso da una guardia, che gli sferrò uno schiaffo in faccia. Riflettendo sull’accaduto, don W
ładysław capì che avrebbe potuto andargli molto peggio, se l’avessero mandato in cella d’isolamento.
Cittadino sovietico per continuare la sua missione
La sua pena venne ridotta a nove anni, sette mesi e sei giorni per buona condotta, venendo liberato il 10 agosto 1954 e deportato a Karaganda, capitale del Kazakhstan. Lì visse come guardiano di un cantiere edile, ma continuò il suo apostolato nascosto.
Nel 1955 gli venne proposto di tornare in Polonia: accolse la notizia con gioia, ma preferì diventare cittadino sovietico, per restare fedele alla sua vocazione e alla sua missione. Dato che la cittadinanza gli permetteva di muoversi liberamente in tutta l’Unione Sovietica, lasciò il lavoro e si occupò esclusivamente dell’apostolato, sia tra i cattolici latini, polacchi e tedeschi, sia tra i greco-cattolici.
Un’autodifesa persuasiva
Il 3 dicembre 1958 venne imprigionato per la terza volta. Le accuse che gli vennero rivolte durante l’udienza processuale del 25 febbraio 1959, furono: aver formato una chiesa illegalmente, aver fatto propaganda
tra i bambini e i giovani e di essere in possesso di materiale antisovietico. Don Władysław pensò dunque di far fruttare i suoi studi in Giurisprudenza e proclamò che si sarebbe difeso da sé. La sua arringa colpì a tal punto i giudici che gli vennero comminati tre anni di lavori forzati; era la pena più leggera. Dal 1965 compì molti viaggimissionari, ma dovette spesso tornare in Polonia per curarsi: i periodi di prigionia e il lavoro pastorale l’avevano sfibrato. Fu durante quelle visite che gli accadde d’incontrare il cardinal Karol Wojtyła, molto interessato al suo apostolato in Kazakhstan.
La morte
Nell’ottobre 1974 partì per un periodo di riposo a Wierzbowiec, in casa di un amico sacerdote, e fece i suoi Esercizi spirituali. Rientrò a Karaganda, ma di lì a poco ebbe un crollo fisico: il 25 novembre celebrò la sua ultima Messa, poi ricevette l’Estrema Unzione e venne trasportato in ospedale. La sua morte avvenne il 3 dicembre 1974, suscitando un compianto generale in quanti l’avevano conosciuto.
Il processo di beatificazione
La fase diocesana del suo processo di beatificazione si è svolta a Cracovia, ottenuto il trasferimento dal tribunale ecclesiastico di Karaganda il 28 febbraio 2005 e il nulla osta dalla Santa Sede il 16 maggio 2005. Il processo si è quindi svolto dal 19 giugno 2006 all’8 marzo 2008 ed è stato convalidato il 6 febbraio 2009. Nel 2012 è stata depositata la sua "Positio super virtutibus".
Il congresso dei consultori teologi, il 22 dicembre 2013, si è pronunciato favorevolmente circa l’esercizio in grado eroico delle virtù cristiane da parte di don W
ładysław; anche i cardinali e vescovi membri della Congregazione delle Cause dei Santi sono stati di parere positivo. Il 22 gennaio 2015, quindi, papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del decreto che lo dichiarava Venerabile.
Dopo poco più di un anno è stato promulgato anche il decreto circa un miracolo ottenuto per sua intercessione, la cui convalida risaliva al 22 dicembre 2015. La beatificazione si è quindi svolta domenica 11 settembr
e 2016 nella cattedrale di Nostra Signora di Fatima a Karaganda, presieduta dal cardinal Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, come inviato del Santo Padre.
I resti mortali del Beato Władysław Bukowiński, gi
à traslati nel 1991 nella chiesa di San Giuseppe a Karaganda, riposano dal 2008 nella cripta della cattedrale.
(Autore: Emilia Flocchini – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Ladislao Bukowinski, pregate per noi.


*San Lucio di Coira - Vescovo e Martire (3 dicembre)

Etimologia: Lucio = luminoso, splendente, dal latino
Emblema: Bastone pastorale, Palma
Martirologio Romano: A Coira nell’odierna Svizzera, San Lucio, eremita.
Secondo la Vita leggendaria, Lucio nel II sec. d.C. dall'Inghilterra andò in Rezia, della quale fu apostolo, divenendo vescovo.
Qui subì poi il martirio intorno all'a. 200, ad opera del governatore pagano.
Si riteneva fin dai tempi antichi che il santo fosse morto il 3 dicembre.
Sulla sua tomba fu assai presto edificato un monastero e la cripta reliquiario dell'epoca merovingica si è conservata fino ai nostri giorni.
Il culto è attestato fin dall'VIII sec. e si estendeva alla diocesi del principe vescovo di Coira, della quale faceva parte anche il Tirolo, e alle vicine diocesi di Costanza e Sion.
Indagini recenti dimostrano che il Santo visse quale eremita al Luziensteig (Grigioni), ma non si sa altro; reliquie del Santo si trovano in molte chiese della diocesi di Coira e in alcuni monasteri.
Nel Martirologio Romano la sua festa si celebra al 3 dicembre.
(Autore: Rudolf Henggeler – Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - San Lucio di Coira, pregate per noi.


*Beato Luigi Gallo - Mercedario, Martire (3 dicembre)

+ Marocco, 1258
Redentore mercedario, il Beato Luigi Gallo, fu inviato in Marocco per redenzione, venne catturato dai mori mentre predicava il Vangelo e spiegava le eresie dei mussulmani.
Per la difesa della religione di Cristo subì molte pene e prigionia, in ostaggio per gli schiavi più volte venne flagellato ed infine ricevette gloriosamente il martirio fra le fiamme di un rogo nell’anno 1258.
L’Ordine lo festeggia il 3 dicembre.
(Fonte:
Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - Beato Luigi Gallo, pregate per noi.

 

*San Sofonia - Profeta (3 dicembre)

VII secolo a.C.
Sofonia fu il primo di una serie di profeti inviati da Dio nel regno meridionale di Giuda, tra la caduta del regno settentrionale nel 722 a.C. e prima della sua caduta nel 587 a.C.
Il contesto storico in cui si colloca la sua vicenda è dopo la morte del re Ezechia con l'ascesa al trono di suo figlio Manasse.
Ma questo favorì il ritorno alle pratiche pagane, quali il culto di Baal, l'astrologia, l'adorazione degli spiriti e il sacrificio di bambini. Perseguitò infine i profeti ed arrivò addirittura a sopprimere il culto a Dio. Suo figlio Amon proseguì sulla strada tracciata dal padre, mentre Giosia, figlio di Amon, tentò di invertire la disastrosa rotta intrapresa dai suoi avi. Nel 621 a.C. infatti attuò una riforma religiosa e morale di vasta portata, in parte stimolato proprio dagli ammonimenti del profeta Sofonia.
Sofonia definì il "resto" con l'immagine della Figlia di Sion (3,14-18): una piccola comunità povera di beni materiali, ma soprattutto libera di falsa ricchezza interiore, una comunità sicura della presenza del suo Dio, i cui occhi sono perciò illuminati dalla fede e dalla certezza della vittoria di Dio. (Avvenire)
Martirologio Romano: Commemorazione di San Sofonia, profeta, che nei giorni di Giosia, re di Giuda, preannunciò la rovina degli empi nel giorno dell’ira del Signore e confortò il popolo dei poveri e dei bisognosi nella speranza della salvezza.
Nei primi giorni del tempo d'Avvento, il 3 dicembre, il nuovo Martyrologium Romanum pone la “commemorazione di San Sofonia profeta”, annoverato tra i profeti minori dell'Antico Testamento per la brevità dei suoi scritti, ma non per la secondarietà del suo messaggio, e dunque non meno importante al cospetto di Dio.
Il libro biblico a lui attribuito si suddivide principalmente in tre parti: messaggio del giudizio di Dio (1,1-2,3); oracoli contro specifiche nazioni (2,4-3,8); promessa di benedizioni future (3,9-20).
Sofonia non fu che il primo di una serie di profeti inviati da Dio nel regno meridionale di Giuda, prima della sua caduta avvenuta nel 587 a.C. e dopo la caduta del regno settentrionale di Israele giunta nel 722 a.C.. Isaia e Michea erano stati invece testimoni della presa di Samaria, capitale del suddetto regno settentrionale, ma morirono prima del periodo di Sofonia.
Dopo quest'ultimo vennero invece Geremia, Abacuc ed Ezechiele, tutti portatori di un messaggio
particolare per il regno di Giuda. Sfortunatamente, però, anche tale nazione non prestò attenzione alcuna agli avvertimenti inviatigli da Dio.
Il contesto storico in cui si colloca la vicende è dopo la morte di Ezechia, uno dei pochi re di Giuda osservanti della legge, con l'ascesa al trono di suo figlio Manasse. Questi era però un uomo estremamente malvagio, in tutto opposto al suo genitore e tollerare verso la dilagante corruzione nel suo paese.
Favorì inoltre il ritorno alle pratiche tipiche dei culti pagani, quali il culto di Baal, l'astrologia, l'adorazione degli spiriti ed il sacrificio di bambini. Perseguitò infine i profeti ed arrivò addirittura a sopprimere il culto a Dio. Secondo un'antica leggenda ebraica, Manasse sarebbe stato colui che diede il via libera alla condanna a morte del profeta Isaia, anche se in favore di questo dato non sussiste alcuna documentazione storica.
Suo figlio Amon perseguì in tutto le orme tracciate dal padre, mentre invece Giosia, figlio di Amon, tentò di invertire la disastrosa rotta intrapresa dai suoi avi.
Nel 621 a.C. infatti attuò una riforma religiosa e morale di vasta portata, in parte stimolato proprio dagli ammonimenti del profeta Sofonia. Fu proprio con quest'ultimo che Israele si rese conto che la sua miserevole situazione l'aveva portato ad riconoscere la sua povera realtà anche dinnanzi a Dio.
Sofonia definì il “resto” con l'immagine della Figlia di Sion (3,14-18): una piccola comunità povera di beni materiali, ma soprattutto libera di falsa ricchezza interiore, una comunità sicura della presenza del suo Dio, i cui occhi sono perciò illuminati dalla fede e dalla certezza della vittoria di Dio.
Questa è in sostanza l'immagine che Sofonia ci fornisce del “resto”, dell'Israele che egli sperava. L'immagine tratteggiata dal profeta è poi divenuta dopo la venuta di Cristo un modello perfetto per la Chiesa, ciò che essa punta a realizzare.
La parola di Sofonia “Rallegrati, Figlia di Sion” (3,14), parendo in grado di esprimere e cantare il messaggio di amore del Nuovo Testamento, è così stata ripresa dall'evangelista Luca: “Rallegrati, Maria!” (Lc 1,28).
Quello di Sofonia non è altro che un messaggio di denuncia del male dilagante nel suo paese, con la terribile minaccia del mancato pentimento di Giuda, che sarebbe stato causa della rovina finale.
Sofonia approfondì inoltre il concetto di “giorno del Signore” che, mentre secondo la credenza popolare significava la rivincita della nazione sui suoi nemici, per lui si tratta invece del giorno del giudizio innanzitutto per il popolo giudaico, ed in un secondo momento anche per i suoi nemici. Infine si conclude con una promessa di restaurazione (3,9-20), che va ben oltre il semplice ritorno in patria, ma si sbilancia sino a prevedere finalmente una sospirata era di benessere universale per tutta l'umanità.
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Sofonia, pregate per noi.


*Altri Santi del giorno (3 dicembre)

*San
Giaculatoria - Santi tutti, pregate per noi.

 
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