Santi del 3 Giugno - Istituto Aveta

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Santi del 3 Giugno

Il mio Santo > I Santi di Giugno

*Sant'Adalberto (Adelberto) - Vescovo di Como (3 giugno)

VII secolo
Nulla di certo si conosce sulla figura e sull'attività di Adalberto. Il suo episcopato va collocato probabilmente tra il terzo e il quarto decennio del sec. VII.
Il suo nome figura nei cataloghi episcopali dopo quello di San Rubiano, il successore di Sant' Agrippino (+ dopo il 617).
Gli antichi storici locali hanno riferito su Adalberto alcune notizie a carattere favoloso.
Originario della Croazia, Adalberto sarebbe venuto a Como, per ossequiare il suo concittadino Rubiano, che reggeva quella diocesi.
Si noti, tuttavia, che per quanto riguarda San Rubiano, presentato come discepolo di Sant' Agrippino, venuto a Como da Aquileia, l'origine croata non offre difficoltà.
Adalberto sarebbe stato trattenuto a Como da San Rubiano, a cui poi sarebbe stato chiamato a succedere.
La leggenda narra che, accusato presso il Papa di incontinenza, Adalberto riuscì a trionfare di tali calunnie con l'evidenza della sua vita santa, del suo zelo apostolico e dei suoi poteri taumaturgici.
In tale occasione volle recarsi anzi personalmente a Roma, dove compì alla presenza del Papa vari prodigi, annunziando tra l'altro che la sua morte sarebbe seguita alla recuperata piena facoltà visiva dello stesso pontefice, che era monocolo.
Il pontefice, poi, allorché guarì, si sarebbe recato a Como, dove assisté il santo vescovo sul letto di morte e partecipò ai suoi funerali.
Si noti che secondo la leggenda tale Papa sarebbe stato Urbano II (1088-1099), che gli storici seguenti mutarono in Bonifacio IV (f 615), erroneamente ritenuto contemporaneo di Adalberto.
Non si può determinare l'anno della morte di Adalberto.
Fu sepolto nella chiesa dei SS. Apostoli, che dall'818 si chiamò di Sant' Abbondio.
Le sue reliquie, in seguito, furono collocate, insieme con quelle di San Rubiano, sotto un altare a loro dedicato.
Nel 1580 vi fu una ulteriore traslazione delle reliquie dei due santi vescovi, collocate in parte nella cattedrale sotto l'altare del Crocefisso, in parte nella chiesa dei domenicani di San Giovanni.
La festa di Adalberto era celebrata il 7 luglio, e in tal data era ricordato anche nel breviario patriarchino del 1519-23; in seguito fu spostata al 3 giugno.
(Autore: Gian Michele Fusconi - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*Sant'Adamo di Guglionesi - Monaco (3 giugno)

Guglionesi (Campobasso), sec. X ca.
Etimologia:
Adamo = nato dalla terra, dall'ebraico
Purtroppo nonostante che Sant'Adamo sia il patrono dell’operosa cittadina di Guglionesi in provincia di Campobasso nel Molise, i testi specializzati in agiografia, non dicono quasi niente di lui.
L’unica notizia certa che si possiede di questo santo, definito "confessore" quindi nemmeno come abate, è la data della traslazione delle reliquie avvenute a Guglionesi il 3 giugno 1102.
Questa notizia riportata dai Bollandisti (Società di Gesuiti belgi che nel 1600, coordinati da Jean Bolland, dal quale presero il nome, compilarono gli "Acta Sanctorum") è molto antica, tanto è vero che il volume Acta SS.
Iunii” che alle pagg. 336-38 la riporta, è stato stampato nel 1741 a Venezia.
Questa narrazione non offre spunti per capire il tempo in cui visse, il genere di vita, l’attività
svolta dal santo "confessore". Confessore, termine che inizialmente comprendeva anche i martiri, poi è stato riservato ai Santi e Beati che pur non essendo martiri, hanno testimoniato (confessato) con la loro vita, la fede in Cristo, visto anche nei fratelli sofferenti.
L’antico libro dice che da molto tempo la sua tomba era custodita ad un miglio circa dal paese, (questo ci lascia supporre che fosse un Santo monaco - eremita) e che un monaco di nome Benedetto ebbe una visione, con cui lo si invitava a farsi promotore della traslazione delle reliquie nella città di Guglionesi.
Questa traslazione delle reliquie avvenne di notte con la partecipazione di vescovi, sacerdoti, uomini armati.
Non si può escludere che fosse un monaco venuto in zona, da Montecassino per qualche motivo, certamente dato i tempi non era consigliabile uscire dal grande e sicuro monastero, se non per necessità, poi morto nella località e sepolto come si usava fuori dalle mura; escluderei senz’altro che fosse un abate, lo avrebbero riportato nell’abbazia e lì sepolto.
Quando non si conosce la data della morte di un Santo, si può stabilire come giorno della celebrazione, il giorno della traslazione delle reliquie se lo si conosce; ecco perché Sant’ Adamo è ricordato il 3 giugno.
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*Beato Andrea Caccioli da Spello (3 giugno)

Spello, 30 novembre 1194 - 3 giugno 1254
Il Beato Andrea Cacciolla è venerato a Spello, in Umbria. Nacque a Spello nel 1194, e fu ordinato prete nel 1216. Conobbe San Francesco ed abitò nell’oratorio che accolse la prima comunità francescana. Dopo un periodo di predicazioni itineranti si ritirò nell’Eremo delle Carceri (sempre in Umbria) ed in seguito dentro il convento di Sant’Andrea. Morì nel convento di Sant’Andrea nel 1254. I suoi resti venerati si trovano all’interno della chiesa di Sant’Andrea di Spello.
Martirologio Romano: A Spello in Umbria, Beato Andrea Caccioli, che, primo sacerdote aggregato tra i Frati Minori, ricevette l’abito dell’Ordine dalle mani di san Francesco e gli fu accanto al momento della morte.
Il B. Andrea Caccioli nacque a Spello, piccolo e ameno paese dell’Umbria, il 30 novembre 1194. Di nobile famiglia, gli fu dato il nome del glorioso apostolo la cui festa ricorre il giorno della sua nascita. Fu educato secondo i sani principi della fede cristiana, dai primi biografi sappiamo che si distinse presto per la bontà con cui trattava il prossimo e che amava ritirarsi solitario in preghiera. Luogo preferito era il Monte Subasio dove sorgevano due monasteri: quello dei Benedettini e quello delle Clarisse.
Il giovane Andrea spesso vi si recava per cercare la pace interiore. La consacrazione al Signore fu meditata a lungo, si concretizzò a ventidue anni quando venne ordinato sacerdote dal Vescovo di Spoleto (1216). Autentico uomo di Dio, il suo ministero fu incondizionato. Un anno dopo, rimasta vacante la Parrocchia del suo paese, tutti videro in lui il successore ideale. Aveva solo ventitre anni.
Poco distante da Spello, alcuni anni prima, Francesco d’Assisi aveva dato vita al movimento dei Frati Minori. Nel suo pellegrinare il Poverello contagiava molti a vivere in modo distaccato dalle cose terrene, volgendo gli occhi al cielo. Le comunità francescane si diffondevano ovunque; il B. Andrea ne era affascinato.
Giovane parroco, si prodigava instancabilmente nella cura delle anime affidategli, ma era anche attratto dalla preghiera contemplativa che solo un convento può assicurare. Il sospirato incontro con il Padre Serafico avvenne nel monastero delle Clarisse di Vallegloria. Francesco gli disse che doveva ancora per qualche tempo essere parroco per condurre a termine i lavori intrapresi e per badare alla mamma anziana, il Signore avrebbe disposto al meglio. Con l’animo
più sollevato resse ancora per quattro anni la parrocchia preparandosi spiritualmente al tanto sospirato ingresso in convento.
Solo dopo la morte della mamma si ritenne libero di andare dal Vescovo e manifestare i suoi propositi. La notizia si diffuse in un baleno; molti cercarono di fargli cambiare idea ma, arrivato il permesso, benedisse tutti lasciando Spello per il convento di S. Maria degli Angeli di Assisi. Aveva ventinove anni. Prima di partire, come prevede la regola francescana, vendette tutti i suoi beni per distribuirne il ricavato ai poveri.
Fu accolto da S. Francesco che volle dargli personalmente il povero saio: il cuore di Andrea scoppiava di gioia. Visse l’anno di noviziato proprio nella comunità primitiva. Dal Padre assimilò parole, gesti e virtù: la sua esistenza era trasformata. Emise la professione solenne prostrato davanti al Serafico Padre: era il primo parroco-sacerdote che diventava frate. Dalla “Prima Vita” del B. Tommaso da Celano conosciamo il modo eroico in cui viveva la prima comunità di S. Maria degli Angeli, la più amata da Francesco. I primi frati furono degli autentici privilegiati.
Il Santo di Assisi morì, logorato dalle fatiche, il 3 ottobre 1226. Tra i presenti c’era il nostro Beato. Rivolgendosi a lui gli raccomandò l’importanza della proclamazione della Parola di Dio. Dopo tale incarico Andrea rinunciò alla vita eremitica per annunziare a tutti la Lieta Novella. Suo direttore spirituale divenne il Beato Egidio.
Andrea assistette alla canonizzazione di Francesco, che avvenne ad Assisi solo due anni dopo la sua morte, ad opera di Gregorio IX, il 16 luglio 1228. Il giorno successivo si pose mano alla costruzione della nuova basilica, ai cui lavori presenziò anche il nostro beato. Il 25 maggio 1230 si fece la solenne traslazione del corpo del santo. In quell’occasione Andrea ebbe l’ispirazione di chiedere al Papa la consacrazione della chiesa di S. Lorenzo di Spello. In un tripudio di gioia, il corteo papale giunse nella cittadina e si procedette alla celebrazione con tutta la solennità dovuta.
Nel 1233 Andrea venne inviato in Spagna al Capitolo dei Frati di Soria. Si verificò in quell’occasione il miracolo che avrebbe fatto denominare Andrea come “il santo delle acque”. Vi era in quelle terre una gravissima siccità, la popolazione, molto provata, si rivolse ai frati che decisero di intraprendere alcune preghiere penitenziali. Per guidarle fu scelto proprio Andrea, anche se straniero e le sue doti oratorie non erano particolarmente conosciute. Gli argomenti da lui trattati furono il peccato, il castigo di Dio, il pentimento e la divina misericordia. I fedeli rimasero molto colpiti, in breve tempo cadde tanta pioggia e ci fu abbondanza di raccolto. Il popolo riconobbe in lui il salvatore venuto dall’Italia.
Qualche tempo dopo, l’appellativo fu confermato da un fatto altrettanto prodigioso. Avvenne che le Clarisse di Vallegloria rimasero senz’acqua, tanto da essere costrette a uscire fuori dalle mura della clausura per approvvigionarsene. Le monache si rivolsero a lui piene di fiducia. Andrea disse loro di pregare e di meritare la grazia con una santa condotta di vita. In poco tempo fu scoperta una fonte dentro il convento e si gridò al miracolo. Tale fonte è ancora oggi viva e l'acqua che ne scaturisce è considerata dalla popolazione terapeutica e ottima per la cura del mal di fegato. Da quel momento ci si rivolgeva a lui in ogni periodo di siccità, e sempre con successo.
Fu nominato predicatore dell’Ordine, col permesso di predicare sempre e ovunque. Iniziò nel 1235 e per otto anni fu instancabile: si recò a Verona, Como, Crema, Padova, Reggio Emilia, Roma e anche in Francia. Quando le chiese non erano sufficientemente capienti predicava in piazza. La sua parola semplice commuoveva e convertiva. Spesso seguivano i miracoli.
Restava comunque un contemplativo e quindi si imponeva alcuni periodi di ritiro; tra i luoghi preferiti vi era l’Eremo delle Carceri presso Assisi. Durante le lunghe preghiere rimaneva assorto e per due volte ebbe il dono mistico singolare di stringere tra le braccia il Bambin Gesù.
Fino alla fine dei suoi giorni ebbe la cura spirituale delle Monache di Vallegloria che gli erano state affidate direttamente da Santa Chiara. Per le sue preghiere il Monastero fu anche preservato dai soldati dei Federico II.
Carico di fatiche e d’anni, i suoi concittadini manifestarono il desiderio che concludesse la sua vita tra loro. Offrirono all’Ordine la Chiesa di S. Andrea Apostolo con i locali annessi, chiedendo al Ministro Generale, Fra Giovanni da Parma, di mandare una comunità di frati. L’offerta fu benevolmente accolta e Fra Andrea fu eletto Guardiano (1253). Il suo ingresso fu un trionfo.
Con la sua permanenza a Spello riuscì a riconciliare le fazioni opposte dei Guelfi e dei Ghibellini, ma ormai erano numerosi i malanni, a cui si aggiunsero anche alcune aridità spirituali. Confortato dai sacramenti e dalla presenza del Beato Egidio, spirò predicendo a Fra Tommaso l’elezione a Ministro Provinciale. Era il 3 giugno 1254 e aveva sessant’anni. Alle esequie partecipò una moltitudine di popolo.
Il corpo fu deposto in due casse, una di legno e una di marmo; già nei primi dipinti venne raffigurato con l’aureola. Una ricognizione del corpo ci fu nel 1623, il 3 giugno 1597 gli era già stato dedicato un nuovo altare. Anche nella casa natale dei Caccioli la sua stanza era stata trasformata in cappella. Il 25 luglio 1738 Clemente XII confermò il culto, ma dal 1360 era già compatrono di Spello.
Ancora oggi i suoi confratelli e i suoi concittadini custodiscono con venerazione il suo corpo e i suoi luoghi.
(Autore: Daniele Bolognini - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Andrea Caccioli da Spello, pregate per noi.


*Sant'Audito (Ovidio) di Braga - Vescovo e Martire (3 giugno)

Secondo fonti agiografiche del secolo XVI, Sant'Audito era un siciliano cittadino romano; il Papa San Clemente I, lo inviò a Braga in Portogallo, dove divenne il terzo vescovo della città (95) e poi martirizzato per la fede nel 135.
I portoghesi di Braga lo chiamavano Ouvido (traduzione popolare del latino Auditus), che nei racconti dei secoli XVI e XVII si tramutò in Ovidio, tanto è vero che sulla precedente lapide
posta sul suo sepolcro nella cattedrale di Braga, che portava la scritta: “+ ossa b. Audit. Episcopi”, fu posta poi la scritta: “+ ossa S. Ovidii tertii bracarensis episcopi”.
Testimonianze del secolo XVII affermano che in molti antichi romitaggi, posti sui monti lusitani, Sant’ Audito era raffigurato in vesti romane o episcopali o eremitiche, reggendo nella sinistra il Vangelo; queste pitture sono prova dell’antico culto tributatogli.
A causa del suo nome, Sant’Audito è sempre stato invocato contro le malattie dell’apparato uditivo; sotto la base del suo sepolcro nella cattedrale, ci stavano due fori in cui i sordi, infilavano le dita per poi metterle nelle loro orecchie, era il modo usuale e devoto per impetrare l’intercessione del Santo per la loro guarigione.
La festa di questo vescovo di Braga si celebra il 3 giugno.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Audito di Braga, pregate per noi.


*Beata Beatrice Bicchieri - Domenicana (3 giugno)
+ Vercelli, 1320
Beatrice si sposò con Gioachino De Ivachi. Rimasta vedova si fece domenicana nel 1270, seguendo la sorella maggiore (Emilia).
Fondò un altro convento di domenicane in Vercelli, che governò con saggezza e umiltà.
Fu celebre per la vita di preghiera e penitenza che condusse fino alla morte, avvenuta a Vercelli nel 1320.
Alla sua morte, a voce di popolo, fu riconosciuta Beata.
Era ricordata il 3 giugno.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*Santi Carlo Lwanga e 12 Compagni - Martiri (3 giugno)

Scheda del gruppo a cui appartiene:
“Santi Martiri Ugandesi”
† Namugongo, Uganda, 3 giugno 1886
Tra il 1885 e il 1887, in Uganda i cristiani subirono una violenta persecuzione. Le vittime furono un centinaio.
Tra loro Carlo, domestico del re Muanga dell'antico regno indipendente del Buganda, bruciato vivo insieme a dodici compagni il 3 giugno 1886.
Carlo Lwanga, capo dei paggi reali, era stato battezzato durante l'evangelizzazione attuata dai Padri Bianchi, fondati dal cardinale Lavigerie.
Inizialmente la loro opera, avviata nel 1879, venne ben accolta dal re Mutesa così come dal successore Muanga, che però si fece influenzare dal cancelliere del regno e dal capotribù.
Tanto che decise la soppressione fisica dei cristiani, alcuni dei quali uccise con le proprie mani.
Oggi il calendario ricorda ventidue martiri dell'Uganda, beatificati il 6 giugno 1920 da Benedetto XV e canonizzati da Paolo VI l'8 ottobre 1964.
A loro è stato inoltre dedicato un grande santuario a Namugongo consacrato da Paolo VI nel 1969. (Avvenire)
Patronato: Uganda
Etimologia: Carlo = forte, virile, oppure uomo libero, dal tedesco arcaico
Emblema: Palma
Martirologio Romano: Memoria dei Santi Carlo Lwanga e dodici compagni, martiri, che, di età compresa tra i quattordici e i trent’anni, appartenenti alla regia corte dei giovani nobili o alla guardia del corpo del re Mwanga, neofiti o fervidi seguaci della fede cattolica, essendosi rifiutati di accondiscendere alle turpi richieste del re, sul colle di Namugongo in Uganda furono alcuni trafitti con la spada, altri arsi vivi nel fuoco.
Fece un certo scalpore, nel 1920, la beatificazione da parte di Papa Benedetto XV di ventidue martiri di origine ugandese, forse perché allora, sicuramente più di ora, la gloria degli altari era
legata a determinati canoni di razza, lingua e cultura.
In effetti, si trattava dei primi sub-sahariani (dell’”Africa nera”, tanto per intenderci) ad essere riconosciuti martiri e, in quanto tali, venerati dalla Chiesa cattolica.
La loro vicenda terrena si svolge sotto il regno di Mwanga, un giovane re che, pur avendo frequentato la scuola dei missionari (i cosiddetti “Padri Bianchi” del Cardinal Lavigerie) non è riuscito ad imparare né a leggere né a scrivere perché “testardo, indocile e incapace di concentrazione”.
Certi suoi atteggiamenti fanno dubitare che sia nel pieno possesso delle sue facoltà mentali ed inoltre, da mercanti bianchi venuti dal nord, ha imparato quanto di peggio questi abitualmente facevano: fumare hascisc, bere alcool in gran quantità e abbandonarsi a pratiche omosessuali.
Per queste ultime, si costruisce un fornitissimo harem costituito da paggi, servi e figli dei nobili della sua corte.
Sostenuto all’inizio del suo regno dai cristiani (cattolici e anglicani) che fanno insieme a lui fronte comune contro la tirannia del re musulmano Kalema, ben presto re Mwanga vede nel cristianesimo il maggior pericolo per le tradizioni tribali ed il maggior ostacolo per le sue dissolutezze.
A sobillarlo contro i cristiani sono soprattutto gli stregoni e i feticisti, che vedono compromesso il loro ruolo ed il loro potere e così, nel 1885, ha inizio un’accesa persecuzione, la cui prima illustre vittima è il vescovo anglicano Hannington, ma che annovera almeno altri 200 giovani uccisi per la fede.
Il 15 novembre 1885 Mwanga fa decapitare il maestro dei paggi e prefetto della sala reale.
La sua colpa maggiore?
Essere cattolico e per di più catechista, aver rimproverato al re l’uccisione del vescovo anglicano e aver difeso a più riprese i giovani paggi dalle “avances” sessuali del re.
Giuseppe Mkasa Balikuddembè apparteneva al clan Kayozi ed ha appena 25 anni.
Viene sostituito nel prestigioso incarico da Carlo Lwanga, del clan Ngabi, sul quale si concentrano subito le attenzioni morbose del re.
Anche Lwanga, però, ha il “difetto” di essere cattolico; per di più, in quel periodo burrascoso in cui i missionari sono messi al bando, assume una funzione di “leader” e sostiene la fede dei neoconvertiti.ù
Il 25 maggio 1886 viene condannato a morte insieme ad un gruppo di cristiani e quattro catecumeni, che nella notte riesce a battezzare segretamente; il più giovane, Kizito, del clan Mmamba, ha appena 14 anni.
Il 26 maggio vemgono uccisi Andrea Kaggwa, capo dei suonatori del re e suo familiare, che si era dimostrato particolarmente generoso e coraggioso durante un’epidemia, e Dionigi Ssebuggwawo.ù
Si dispone il trasferimento degli altri da Munyonyo, dove c’era il palazzo reale in cui erano stati condannati, a Namugongo, luogo delle esecuzioni capitali: una “via crucis” di 27 miglia, percorsa in otto giorni, tra le pressioni dei parenti che li spingono ad abiurare la fede e le violenze dei soldati.
Qualcuno viene ucciso lungo la strada: il 26 maggio viene trafitto da un colpo di lancia Ponziano Ngondwe, del clan Nnyonyi Nnyange, paggio reale, che aveva ricevuto il battesimo mentre già infuriava la persecuzione e per questo era stato immediatamente arrestato; il paggio reale Atanasio Bazzekuketta, del clan Nkima, viene martirizzato il 27 maggio.
Alcune ore dopo cade trafitto dalle lance dei soldati il servo del re Gonzaga Gonga del clan Mpologoma, seguito poco dopo da Mattia Mulumba del clan Lugane, elevato al rango di “giudice”, cinquantenne, da appena tre anni convertito al cattolicesimo.
Il 31 maggio viene inchiodato ad un albero con le lance dei soldati e quindi impiccato Noè Mawaggali, un altro servo del re, del clan Ngabi.
Il 3 giugno, sulla collina di Namugongo, vengono arsi vivi 31 cristiani: oltre ad alcuni anglicani, il gruppo di tredici cattolici che fa capo a Carlo Lwanga, il quale aveva promesso al giovanissimo Kizito: “Io ti prenderò per mano, se dobbiamo morire per Gesù moriremo insieme, mano nella mano”.
Il gruppo di questi martiri è costituito inoltre da: Luca Baanabakintu, Gyaviira Musoke e Mbaga Tuzinde, tutti del clan Mmamba; Giacomo Buuzabalyawo, figlio del tessitore reale e appartenente al clan Ngeye; Ambrogio Kibuuka, del clan Lugane e Anatolio Kiriggwajjo, guardiano delle mandrie del re; dal cameriere del re, Mukasa Kiriwawanvu e dal guardiano delle mandrie del re, Adolofo Mukasa Ludico, del clan Ba’Toro; dal sarto reale Mugagga Lubowa, del clan Ngo, da Achilleo Kiwanuka (clan Lugave) e da Bruno Sserunkuuma (clan Ndiga).
Chi assiste all’esecuzione è impressionato dal sentirli pregare fino alla fine, senza un gemito.
É un martirio che non spegne la fede in Uganda, anzi diventa seme di tantissime conversioni, come profeticamente aveva intuito Bruno Sserunkuuma poco prima di subire il martirio “Una fonte che ha molte sorgenti non si inaridirà mai; quando noi non ci saremo più altri verranno dopo di noi”.
La serie dei martiri cattolici elevati alla gloria degli altari si chiude il 27 gennaio 1887 con l’uccisione del servitore del re, Giovanni Maria Musei, che spontaneamente confessò la sua fede davanti al primo ministro di re Mwanga e per questo motivo venne immediatamente decapitato.
Carlo Lwanga con i suoi 21 giovani compagni è stato canonizzato da Paolo VI nel 1964 e sul luogo del suo martirio oggi è stato edificato un magnifico santuario; a poca distanza, un altro santuario protestante ricorda i cristiani dell’altra confessione, martirizzati insieme a Carlo Lwanga.
Da ricordare che insieme ai cristiani furono martirizzati anche alcuni musulmani: gli uni e gli altri avevano riconosciuto e testimoniato con il sangue che “Katonda” (cioè il Dio supremo dei loro antenati) era lo stesso Dio al quale si riferiscono sia la Bibbia che il Corano.
(Autore: Gianpiero Pettiti – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*Beato Carlo Renato Collas du Bignon - Martire (3 giugno)

m. 1794
Martirologio Romano:
Nel braccio di mare antistante Rochefort in Francia, Beato Carlo Renato Collas du Bignon, sacerdote della Compagnia di San Sulpizio e Martire, che, rettore del Seminario Minore di Bourges, durante la rivoluzione francese, per il suo sacerdozio fu rinchiuso in una galera, dove morì consunto dalle piaghe infette.
Nato il 25 agosto 1743 a Mayenne (Mayenne), sacerdote della Compagnia di Saint-Sulpice, superiore del seminario minore di Bourges, morto il 3 giugno 1794.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*San Cecilio di Cartagine (3 giugno)

sec. III
Martirologio Romano:
A Cartagine, nell’odierna Tunisia, San Cecilio, sacerdote, che condusse San Cipriano alla fede di Cristo.
Il suo vero nome è Ceciliano, come risulta dall'unica fonte coeva che ne parla, la Vita San Cypriani del diacono Ponzio.
San Gerolamo (De viris illustribus, 67, in PL, XXIII, col. 714) per una svista lo chiamò Cecilio e tale lezione fu seguita dal Baronio, che lo introdusse nel Martirologio Romano il 3 giugno.
Erronea è, pertanto, la sua identificazione con Cecilio Natale, uno degli interlocutori dell'Octavius di Minucio Felice.
Prete cartaginese, Cecilio convertì il futuro San Cipriano, il quale gli restò tanto devoto che egli, vicino a morte, gli affidò serenamente la moglie e i figli.
«Uomo giusto e di lodata memoria», secondo Ponzio, non risulta che abbia avuto culto nell'antichità.
(Autore: Ireneo Daniele – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*Santa Clotilde - Regina dei Franchi (3 giugno)

Lione (Francia), ca. 474 - Tours (Francia), 3 giugno 545
Nasce intorno al 474 da Chilperico re dei Burgundi.
Orfana, andrà sposa a Clodoveo re dei Franchi, popolo di origine germanica che si sta espandendo in Gallia.
Accetta il figlio di Clodoveo, Teodorico, avuto da una concubina, ma si preoccupa per la loro diversa fede: lei è cristiana, il re è pagano.  
Nato il primo figlio, Ingomero, Clotilde ottiene che sia battezzato, ma il piccolo muore subito.
La serenità torna con la nascita del secondo, battezzato col nome di Clodomiro.
Seguono Childeberto, Clotario e una bambina, Clotilde.
La regina riesce poi a convincere Clodoveo a farsi cristiano: lo battezzerà Remigio di Laon, vescovo di Reims.
La sua però suona come una mossa politica: a Clodoveo serve l'aiuto della Chiesa.
Ma le lotte tra i figli di Clotilde e del re scoppiano alla morte di Clodoveo.
Per sanare la guerra fratricida la regina si affida con la preghiera a San Martino di Tours.
E morirà nel 545 proprio nella città del vescovo santo. (Avvenire)
Etimologia: Clotilde = illustre in battaglia, dall'antico franco
Martirologio Romano: A Tours nella Gallia lugdunense, ora in Francia, Santa Clotilde, regina, le cui preghiere indussero suo marito Clodoveo, re dei Franchi, ad accogliere la fede di Cristo;
dopo la morte del coniuge, si ritirò presso la basilica di San Martino, per non essere più ritenuta una regina, ma una vera serva del Signore.
Nasce in un clima da fine del mondo. Crollato l’Impero d’Occidente, la Gallia romana si frantuma in tanti regni che si aggrediscono, in famiglie reali che si scannano.
Lo storico e vescovo Gregorio di Tours, scrivendo a qualche decennio dai fatti, racconta che Clotilde, figlia di Chilperico re dei Burgundi, ha avuto padre e madre assassinati da uno zio.

E certo lascia volentieri quell’inferno, andando sposa a Clodoveo re dei Franchi, popolo di origine germanica che si sta espandendo in Gallia.
Dopo quello che ha passato, va tutto bene; anche se Clodoveo ha già un figlio (Teodorico) nato da una concubina.
Ha preoccupazioni religiose, piuttosto.
Lei è cattolica e Clodoveo pagano, come tutti i suoi.
Nato il primo figlio, Ingomero, lei ottiene che sia battezzato, ma il piccolo muore subito.
La serenità torna con la nascita del secondo, battezzato col nome di Clodomiro.
Seguono Childeberto, Clotario e una bambina, Clotilde.
La regina vuole ora convincere Clodoveo a farsi cattolico.
Con lei insiste Remigio di Laon, vescovo di Reims.
E a Reims, appunto, sarà lui a battezzarlo, nel Natale di un anno imprecisato, tra il 496 e il 506.
A migliaia i Franchi imitano subito il re, nel cui gesto c’è assai più politica che fede.
Gli serve l’aiuto della Chiesa per estendersi nell’intera Gallia, che dal nome del suo popolo si chiamerà Francia.
Più tardi stabilirà la sua sedes regia a Parigi, e lì saranno sepolti lui e Clotilde.
Lei preferisce Tours, dove c’è la tomba di san Martino, dove può passare inosservata.
Ma le tocca vedere altro sangue.
Morto Clodoveo (511), i tre figli si spartiscono il regno secondo l’uso franco; ma quando uno di loro, Clodomiro, muore in guerra, i fratelli Childeberto e Clotario uccidono subito due dei suoi tre figli, ancora bambini, per depredarli dell’eredità; il terzo riesce a mettersi in salvo.
E tocca a nonna Clotilde comporre e portare al sepolcro le piccole vittime.
Ma non è finita: Childeberto, per diventare unico re, tenta di eliminare in battaglia il fratello e complice Clotario (con l’aiuto di Teodeberto, figlio del loro fratellastro Teodorico).
In questo groviglio sanguinoso, Clotilde lotta con le suppliche ai figli, con notti di preghiera sulla tomba di San Martino.
E proprio al santo attribuisce l’evento risolutore: un nubifragio che impedisce il combattimento, quando Clotario è già circondato.
Clotilde resta l’unica a ostacolare l’autodistruzione della famiglia. Dice Gregorio: "Non era più considerata regina, ma un’ancella di Dio, lei che non fu portata alla rovina dall’ambizione, ma che dall’umanità fu innalzata alla grazia".
Clotilde muore in pace a Tours “piena di giorni”, e viene proclamata Santa dalla voce popolare.
La porta al sepolcro di Parigi una lunga “processione cantata”: un incredibile corteo di povera gente e di predoni, di innocenti e di criminali.
E in testa i suoi figli, due assassini.
(Autore: Domenico Agasso - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*San Cono - Venerato a Diano (3 giugno)

Martirologio Romano: Nel cenobio di Santa Maria di Cadossa in Lucania, San Cono, monaco, che nella pratica monastica e nell’innocenza di vita, con l’aiuto di Dio giunse in breve tempo al culmine di ogni virtù.
Notizie assai tardive dicono che si diede alla penitenza fin da bambino, fuggì da casa e si ritirò nel monastero benedettino di Cardossa, presso Padula in Lucania.
Un giorno che i genitori andarono a fargli visita, per evitarli, Cono si sarebbe gettato in un forno acceso rimanendo, tuttavia, incolume.
Morì giovanissimo, sembra nella prima metà del sec. XIII, lasciando fama di santità. Quando il monastero di Cardossa fu abbandonato, il suo corpo fu trasferito, nel 1261, a Diano: qui e a
Teggiano Cono è tuttora venerato come protettore principale.
Anche in altre località dell'Italia meridionale è assai venerato; il culto fu riconosciuto ufficialmente nel 1871 e la festa si celebra il 3 giugno Non è commemorato nel Martirologio Romano.
Folklore
San Cono di Diano o Teggiano (Salerno) oltre a proteggere il paese dalla peste e dai terremoti, secondo alcune leggende guerriere diede prove d'amor patrio e di valore non inferiori a quelle del suo omonimo di Naso (v.).
Anzi con l'aiuto di Sant’ Antonio, nella guerra fra Diano e Saba, fermò a mezza via i proiettili e li respinse contro il castello avversario.
I crani dei due santi, entrambi privi di capelli e in pieno sole, indicavano il cammino ai combattenti. Infine San Cono, questa volta da solo, fece da paciere in numerose rivolte contadine.
Esistono numerosi canti dialettali che illustrano i suoi miracoli e i suoi tempestivi interventi nelle vicende dei cittadini e, quando queste erano già troppo imbrogliate, direttamente presso il trono dell'Eterno Padre.
(Autore: Benedetto Cignitti e Cesarina Vighy – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Cono, pregate per noi.


*San Davino Armeno - Venerato a Lucca (3 giugno)

Nato in Armenia - m. Lucca, 3 giugno 1050
Martirologio Romano:
A Lucca, San Davino, che, di origine armena, venduti tutti i beni, si tramanda si sia fatto pellegrino per Cristo e sia morto di malattia, di ritorno dalla visita ai luoghi Santi e alle basiliche degli Apostoli.
Nato, come sembra potersi dedurre dalle scarne fonti, in Armenia, avendo per tempo conosciuta la vanità delle cose terrene, distribuì i suoi beni ai poveri, poi abbandonò la terra natale per compiere il grande pellegrinaggio al sepolcro di Cristo a Gerusalemme, alle tombe degli Apostoli Pietro e Paolo a Roma e di San Giacomo in Compostella.
Si vestì succintamente e poveramente, si pose la conchiglia sul petto, prese il bordone con la zucca per l'acqua e si mise in cammino.
Raggiunse Gerusalemme, poi Roma.
A Lucca, l'anno 1050, fu alloggiato nel piccolo ospedale che sorgeva presso la chiesa di San Michele in Foro. Dopo qualche tempo venne accolto in casa da una pietosa vedova, chiamata Atha.
Ma vi stette per poco perché, consunto dalla fatica e dalle penitenze, il 3 giugno 1050, cessò di vivere.
Venne sepolto nel cimitero di San Michele in Foro, donde in seguito a miracoli fu portato in chiesa, in un'urna presso l'altare di San Luca.
Nel 1567 le sue reliquie furono riposte in un'urna più decorosa. Il 3 settembre 1592 vennero sistemate sopra l'altare maggiore e finalmente nel 1656 furono esposte ai fedeli, i quali il 3 giugno di ogni anno, accorrono numerosissimi a venerarle.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Davino Armeno, pregate per noi.


*Beato Diego Oddi (3 giugno)

Vallinfreda, Roma, 6 giugno 1839 - 3 giugno 1919
Martirologio Romano:
Nel villaggio di Bellegra vicino a Roma, Beato Diego (Giuseppe) Oddi, religioso dell’Ordine dei Frati Minori, insigne per dedizione alla preghiera e per semplicità di vita.
Il Venerabile Diego Oddi, nacque a Vallinfreda (Roma) il 6 giugno 1839.
A 32 anni, su consiglio del Ven. Mariano da Roccasale, vestì l’abito francescano e il 6 maggio 1889 professò la Regola di San Francesco.
Avviato al delicato ufficio della questura, fu apostolo di bontà e di buon esempio, angelo consolatore in tutta la zona del Sublacense.
Dispensò in nome di Dio e di San Francesco grazie e prodigi specialmente nelle case degli umili e dei diseredati.
Dopo 47 anni di vita religiosa e di ininterrotta preghiera, si spense il 3 giugno 1919, cantando lodi alla Madonna.
La Sua fama di santità non è venuta mai meno e la sua tomba nella chiesa del Ritiro di Bellegra è meta frequenta di pellegrinaggi.
É stato beatificato da Papa Giovanni Paolo II il 3 ottobre 1999
(Fonte: Postulazione Provinciale O.F.M. Roma)
Giaculatoria - Beato Diego Oddi, pregate per noi.


*Beato Francesco Ingleby - Martire (3 giugno)

m. 1580
Martirologio Romano:
A York in Inghilterra, Beato Francesco Ingleby, sacerdote e martire, che, allievo del Collegio Inglese di Reims, per il sacerdozio esercitato in patria fu condotto, sotto la regina Elisabetta I, al supplizio del patibolo.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Francesco Ingleby, pregate per noi.


*San Genesio di Clermont - Vescovo (3 giugno)
† 650 circa

Martirologio Romano: A Clermont-Ferrand in Aquitania, in Francia, san Genesio, vescovo, il cui corpo fu deposto a Manglieu nella chiesa del monastero da lui stesso fondato con l’annesso ospizio.
La lista espiscopale di Clermont in Alvernia fa menzione di Genesio (lat. Genesius; fr. Genès, Genet) come ventunesimo vescovo di quella sede dopo san Gallo II il cui episcopato si colloca alla metà del VII secolo, e prima di Gyroind, iscritto sul privilegio di Emmone di Sens per St-Pierre-le-Vif (660 circa).
La vita di san Proietto, uno dei suoi successori (morto circa nel 676), scritta da un contemporaneo, riferisce che Genesio arcidiacono, poi vescovo, diede a Proietto giovinetto un'accurata educazione ("paternale affectu cum omnia diligenti enutrivit ac erudivit") facendolo in seguito suo consigliere e dispensatore delle sue elemosine ai poveri.
La Vita di san Bonito (circa 623-706), altro vescovo di Clermont, anch'essa opera di un contemporaneo, chiamato Genesius nobilissimus pontifex.
Usufruendo del suo patrimonio Genesio costruì a Clermont una chiesa dedicata a san Sinforiano, dove fu sepolto e che portò in seguito il suo nome. Fondò anche una chiesa dedicata a san Sinforiano, dove fu sepolto e che portò in seguito il suo nome. Fondò anche un ospedale ed un monastero chiamato Manglieu, su un suo terreno personale ad una trentina di chilometri da Clermont.
La sua diocesi ne ha fissato la festa il 3 giugno. Il bollandista G. Henskens ha pubblicato una leggenda assai tardiva di Genesio. Di famiglia senatoriale egli avrebbe dapprima rifiutato l'episcopato, poi pensò di chiedere a Roma il permesso di farsi eremita, ma i suoi fedeli non lo permisero.

(Autore: Paul Viard – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Genesio di Clermont, pregate per noi.


*Beato Giovanni da Salazar - Martire Mercedario (3 giugno)

+ 1552
Nel secolo XVI°, i mercedari arrivarono in Argentina il 2 febbraio 1536, furono presenti alla
fondazione del porto di Buenos Aires, fra i quali vi fu il Beato Giovanni da Salazar.
A lui si deve anche il merito di aver fatto conoscere l'appellativo mariano-mercedario di Nostra Signora di Buenos Aires; con lo stesso nome venne fondata quella città da Pietro de Mendoza.
In seguito il Beato Giovanni di diresse verso il Paraguay assistendo alla fondazione della città di Assuncion, il 15 agosto 1537.
In quella occasione fondò lì un convento e la chiesa del suo Ordine e vi restò per 10 anni.
Fu insigne predicatore annunziando il vangelo agli arborigini finché dagli stessi venne martirizzato, trafitto da frecce e lance ed infine bruciato nell'anno 1552.
L'Ordine lo festeggia il 3 giugno.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Giovanni da Salazar, pregate per noi.


*San Giovanni Grande (3 giugno)

Carmona (Spagna), 1544/6 - Jerez de la Frontera, 3 giugno 1600
Era nato a Carmona (Spagna) nel 1546 e da giovane, dopo una breve esperienza eremitica nella quale maturò la decisione di dedicarsi al servizio del prossimo, decise di trasferirsi a Jerez e cominciò con l'assistenza ai carcerati.
Ma presto focalizzò il suo interesse nel settore sanitario e gli venne affidata un'infermeria per i malati rifiutati dagli ospedali.
Ben presto gli si affiancarono dei discepoli e verso il 1574 egli decise di fondere il suo gruppo con quello sorto a Granada per iniziativa di San Giovanni di Dio.
Vestito l'abito dei Fatebenefratelli, egli continuò a prodigarsi nella città andalusa di Jerez de la Frontera, dove nel 1589 ebbe anche l'incarico dalle autorità locali di riorganizzare l'intera rete ospedaliera della città. Morì assistendo gli appestati il 3 giugno 1600.
Martirologio Romano: A Jerez nell’Andalusia in Spagna, San Giovanni Grande, religioso dell’Ordine di San Giovanni di Dio, che rifulse per la sua carità verso i prigionieri, gli abbandonati e gli emarginati e morì contagiato lui stesso dalla peste mentre curava i malati.
A undici anni perde il padre, l’artigiano Cristoforo Grande. Più tardi ne segue le orme, andando a imparare il mestiere di tessitore nella vicina Siviglia. Sui 17 anni ritorna a Carmona, avvia un commercio di tessuti, ma due anni dopo è già diventato un altro. Non veste più il buon panno di cui è intenditore: lo vedono girare col saio di penitente. E non si presenta più come Giovanni
Grande Román (con i cognomi del padre e della madre, secondo l’uso spagnolo). Vuole essere chiamato “Giovanni Peccatore”. Accoglie in casa due vecchi coniugi abbandonati. Chiede anche l’elemosina, per mantenerli, dà tutto sé stesso. E questi due infelici col loro soffrire gli danno un’idea. L’idea della sua vita.
L’idea lo spinge, verso i vent’anni, da Carmona a Jerez de la Frontera (così chiamata perché era un centro fortificato dei sovrani di Castiglia sul confine del regno arabo di Granada). Anche qui va in giro per le strade a chiedere. Ma soprattutto a spiegare: di strada in strada e di anno in anno, sensibilizza la gente su due situazioni inique di sofferenza: quella dei convalescenti di cui gli ospedali si liberano alla svelta, dichiarandoli guariti; e quella dei cosiddetti incurabili, abbandonati dalle “strutture” del tempo. In queste sue campagne di informazione e di denuncia gli danno aiuto i Francescani di Jerez. “Giovanni Peccatore” scuote molte coscienze e ottiene aiuti per una prima infermeria, destinata a tutti quelli che gli ospedali respingono.
Non ha ancora trent’anni e ormai in Jerez è un’autorità, che aiuta e orienta i governanti locali. Nelle emergenze sanitarie si ricorre a lui, e quando chiede sostegno per la sua attività la risposta è positiva. Anche perché tutti vedono, per esempio, come funziona la sua infermeria per i “malvisti”: e sono pronti ad aiutarlo quando decide di trasformarla in un vero e completo ospedale, da lui dedicato alla Madonna, col titolo di Nostra Signora della Candelora.
Si arriva al 1574. Giovanni Grande ha 30 anni. Un singolo e semplice laico, che qualcosa ha costruito anche per la fiducia personale che ispira; è lui che ascoltano e che aiutano. Ma ora pensa al dopo. Alla stabilità di quello che ha già potuto creare. E a questo punto scopre che un altro semplice laico ha lavorato come lui per i malati e ha messo insieme un gruppo di altri laici, che dopo la sua morte si sono costituiti in congregazione religiosa. Quest’altro laico, di origine portoghese, è conosciutissimo in Spagna col nome di Giovanni di Dio (1495-1550). E altrettanto conosciuti sono i membri della sua congregazione, col nome popolare di “Fatebenefratelli”.
Giovanni Grande li incontra a Granada, nello stesso anno 1574. E decide di unirsi a loro, introducendo nel suo ospedale i precetti e le norme che essi seguono. E così avviene per gli ospedali da lui fondati nelle città dell’Andalusia, tutti pilotati dal comandamento dell’accoglienza per i rifiutati di ogni condizione: incurabili, detenuti, prostitute, e anche gli espulsi dall’esercito reale di Filippo II. Nel 1600 scoppia a Jerez una violenta epidemia di peste.
Giovanni organizza l’assistenza, e va a farla di persona nelle strade e nelle case, finché la peste colpisce anche lui, che ne muore con tanti altri, a 56 anni.
Nel 1986 papa Giovanni Paolo II lo ha proclamato santo. Custodisce i suoi resti il santuario a lui dedicato, nell’ospedale dei Fatebenefratelli di Jerez. (Autore: Domenico Agasso – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giovanni Grande Román nasce a Carmona presso Siviglia in Spagna il 6 marzo 1546 da Cristoforo Grande e Isabella Román, una famiglia profondamente cristiana, e viene battezzato dal parroco Andrés Muñoz. Suo padre, che di professione fa l'artigiano, muore, quando Giovanni ha 11 anni.
Riceve un'accurata istruzione cristiana, prima in seno alla famiglia, poi, dall'età di sette fino a dodici anni, come " fanciullo del coro " nella sua parrocchia.
Perfeziona la sua formazione umana e professionale apprendendo l'arte della tessitura a Siviglia. A 17 anni torna a Carmona e si dedica al commercio di tessuti. Ma ben presto la sua professione gli provoca una profonda crisi spirituale.
Opzione per Dio
Lascia la sua famiglia e si ritira nell'eremo di Santa Olalla a Marchena, un paese vicino a Carmona, dove per un anno conduce una vita eremitica di preghiera per conoscere la sua vera vocazione. Si sveste degli abiti secolari, indossa un ruvido saio e decide di dedicarsi totalmente a Dio. Rinuncia al matrimonio e adotta l'appellativo " Giovanni Peccatore " come soprannome.
Nello stesso tempo si prende cura di un'anziana coppia di coniugi completamente abbandonati a se stessi: li conduce nella sua abitazione e provvede alle loro necessità chiedendo l'elemosina. In questo modo intuisce che la sua nuova vocazione è il servizio ai poveri e ai bisognosi.
Opzione definitiva per i poveri
A soli 19 anni, Giovanni Peccatore si trasferisce nella città di Jerez de la Frontera, presso Cadice, dove inizia una nuova vita prendendosi cura dei detenuti del Carcere Reale e di malati convalescenti e incurabili abbandonati a se stessi. Per aiutarli chiede l'elemosina sulle strade della città.
Contemporaneamente frequenta la chiesa dei Padri Francescani, dove si raccoglie in preghiera e si consiglia con uno dei Padri.
Fondazione dell'Ospedale della Candelora
Giovanni Peccatore si guadagna presto l'ammirazione dei cittadini di Jerez per la sua generosa vita dedita alla carità.
Nel 1574 scoppia una grave epidemia a Jerez. Scosso dall'inerzia generale, Giovanni indirizza un memoriale alle autorità municipali sollecitando urgenti misure di assistenza per il crescente numero di malati abbandonati a se stessi sulle strade, mentre si prodiga per soccorrerli. Forte di questa esperienza, decide alla fine di fondare un proprio ospedale che poco a poco va realizzandosi ed ampliandosi. Lo dedica alla Santissima Vergine chiamandolo Ospedale di Nostra Signora della Candelora.
Aggregazione a San Giovanni di Dio
L'essere e l'agire di Giovanni Peccatore hanno come unica ragione Dio: rendere visibile Dio attraverso il servizio ai poveri. In questo sforzo si poggia su un'intensa vita di fede e di preghiera.
Appreso che a Granada esiste un'istituzione con scopi molto simili ai suoi, fondata da Giovanni di Dio, vi si reca nel 1574 e decide di unirsi ad essa, seguendone le regole ed adottando nel suo ospedale la stessa forma di vita professata.
Il suo progetto, la sua testimonianza e il suo impegno esemplare attraggono altri uomini che diventeranno suoi compagni a cui dà una formazione secondo " gli statuti di Giovanni di Dio ".
Ciò gli rende possibile ampliare la sua azione attraverso la creazione di altre fondazioni a Medina Sidonia, Arcos de la Frontera, Puerto Santa Maria, San Lúcar de Barrameda e Villamartín.
La riduzione degli ospedali di Jerez
L'assistenza ai malati più poveri di Jerez lasciava molto a desiderare. D'altro canto, nella città andavano aumentando a dismisura i piccoli centri assistenziali.
Di fronte a questa situazione le autorità decidono la riduzione dei molteplici piccoli ospedali per favorire una maggiore efficacia del servizio sanitario. Ma la misura urta gli interessi di non pochi, affezionati ai piccoli centri non tanto per amore ai malati, quanto per i benefici personali che ne traevano. Perciò il piano incontra forti critiche, resistenze e opposizioni.
La misura tocca anche l'ospedale di Giovanni Peccatore che, al pari degli altri interessati, presenta alle autorità un suo memoriale in cui spiega come vengono assistiti i malati nel suo ospedale.
Chiamato a decidere a chi affidare una missione tanto delicata, l'arcivescovo di Siviglia, Cardinale Rodrigo de Castro, sceglie Giovanni Peccatore, in cui scorge la persona più adatta e capace a tale scopo per il suo spirito, la sua vocazione e la sua esperienza ospedaliera.
Giovanni Grande affronta la riduzione con coraggio e amore dimostrando di fronte ai non pochi dissapori che ne nascono, grande sensibilità, capacità, carattere e virtù.
Del suo ospedale si legge in una nota informativa redatta all'epoca che l'assistenza viene realizzata " con diligenza, cura e molta carità, facendosi un'opera molto utile e un buon servizio a Dio nostro Signore, perché egli e i suoi fratelli d'abito sono uomini virtuosi e professano la carità di curare i poveri infermi".
Attualità di Giovanni Grande
Forte di un'intensa vita interiore, Giovanni Peccatore si è dedicato anima e corpo ad assistere, curare e servire i poveri e gli infermi dedicando una speciale attenzione ai casi più gravi ed urgenti quali: detenuti, malati convalescenti e incurabili, prostitute, soldati malati cacciati dall'esercito, bambini abbandonati, ecc. A ben guardare, praticò tutte le opere di misericordia.
In Giovanni Grande incontriamo un uomo che seppe "far bene il bene" a partire dalla bontà del suo essere. Uomo di poche parole, votato all'efficienza pratica, servo misericordioso del "Vangelo della Vita", Buon Samaritano, organizzatore esperto di ospedali e del servizio sanitario, coscienza critica di fronte alle ingiustizie, agli abusi e alle carenze, Giovanni Grande era in definitiva un vero profeta ed apostolo dell'assistenza sanitaria.
Epidemia di peste e morte
All'età di 54 anni, Giovanni Grande, pienamente occupato a gestire il suo ospedale e a guidare la sua comunità, si trova a fronteggiare una terribile epidemia di peste che in quell'epoca colpì Jerez. Si prodiga con tutte le sue forze per i contagiati, rimanendo alla fine egli stesso contagiato, e muore per le conseguenze della malattia il 3 giugno 1600.
Glorificazione
Viene beatificato da Pio IX il 13 novembre 1853 e canonizzato da Giovanni Paolo II il 2 giugno 1996. Proclamato patrono della diocesi di Jerez de la Frontera nel 1986, i suoi resti sono conservati nel Santuario Diocesano di San Giovanni Grande nell'omonimo ospedale dei Fatebenefratelli di Jerez.
(Fonte: Santa Sede)
Giaculatoria - San Giovanni Grande, pregate per noi.


*Beato Giovanni XXIII (Angelo Giuseppe Roncalli) - 257° Papa (3 giugno e 11 ottobre)
Sotto il Monte, Bergamo, 25 novembre 1881 - Roma, 3 giugno 1963
(Papa dal 04/11/1958 al 03/06/1963).
Angelo Roncalli nacque a Sotto il Monte, piccolo borgo del bergamasco, il 25 novembre 1881, figlio di poveri mezzadri.
Divenuto prete, rimase per quindici anni a Bergamo, come segretario del vescovo e insegnante al seminario.
Allo scoppio della prima guerra mondiale fu chiamato alle armi come cappellano militare.
Inviato in Bulgaria e in Turchia come visitatore apostolico, nel 1944 è Nunzio a Parigi, per divenire poi nel 1953 Patriarca di Venezia.
Il 28 ottobre 1958 salì al soglio pontificio, come successore di Pio XII, assumendo il nome di Papa Giovanni XXIII.
Avviò il Concilio Vaticano II, un evento epocale nella storia della Chiesa.
Morì il 3 giugno 1963.
Un breve ma intenso pontificato, durato poco meno di cinque anni, in cui egli riuscì a farsi amare dal mondo intero.
È stato beatificato il 3 settembre del 2000.
Martirologio Romano: A Roma, Beato Giovanni XXIII, Papa: uomo dotato di straordinaria umanità, con la sua vita, le sue opere e il suo sommo zelo pastorale cercò di effondere su tutti l’abbondanza della carità cristiana e di promuovere la fraterna unione tra i popoli; particolarmente attento all’efficacia della missione della Chiesa di Cristo in tutto il mondo, convocò il Concilio Ecumenico Vaticano II.
Nell’aria c’era già l’odore dell’estate, ma il giorno era triste. Quel 3 giugno 1963 una luce si spegneva nel mondo: il “Papa buono” era morto.
Calde lacrime solcavano il viso delle tante persone che appresero in quei momenti la notizia della sua scomparsa.
Nel suo breve ma intenso pontificato, durato poco meno di cinque anni, Papa Giovanni era riuscito a farsi amare dal mondo intero, che adesso ne piangeva la perdita.
Ma già subito dopo la sua morte incominciava il fervore della devozione popolare, che doveva avvolgere la sua figura di una precoce quanto indiscussa aureola di santità, e prendeva avvio il processo di beatificazione: un lavoro ciclopico, durato ben 34 anni, con l’avvicendarsi di diversi Postulatori e montagne di documenti da vagliare prima di pronunciarsi sulla sua eroicità. (…)
Il 12 ottobre 1958 Angelo Roncalli era partito alla volta di Roma per partecipare insieme agli altri cardinali al conclave, ma non immaginava assolutamente di essere eletto Papa.
Il suo desiderio era sempre stato quello di essere un pastore di anime, modesto e semplice come un parroco di campagna.
Era nato a Sotto il Monte, piccolo borgo del bergamasco, il 25 novembre 1881, figlio di poveri mezzadri che lo battezzarono il giorno stesso della sua nascita nella locale Chiesa di S. Maria; la stessa dove, divenuto prete, avrebbe celebrato la sua prima Messa, il 15 agosto 1915, festa dell’Assunzione.
Angelino era molto intelligente e terminò le scuole in un lampo, tanto che in seminario era il più giovane della sua classe.
A 19 anni aveva completato i corsi, ma per la legge ecclesiastica non poteva essere ordinato sacerdote prima dei 24 anni, così fu mandato a Roma per laurearsi alla Gregoriana.
Divenuto prete, rimase per quindici anni a Bergamo, come segretario del vescovo e insegnante al seminario.
Allo scoppio della prima guerra mondiale fu chiamato alle armi come cappellano militare.
Nel 1921 Roncalli è a Roma e, successivamente, viene inviato in Bulgaria e in Turchia come visitatore apostolico: iniziava così la sua carriera diplomatica. Nominato Nunzio a Parigi nel 1944, diventa Patriarca di Venezia nel 1953.
Un’esistenza piuttosto appartata, senza fatti eclatanti, fino all’elezione al soglio di Pietro. Aveva allora 77 anni ed aveva già fatto testamento.
Intendeva essere sepolto a Venezia e si era fatto costruire la tomba, nella cripta di S. Marco.
Era naturale che ritenesse ormai imminente il suo commiato dal mondo. L’anno prima, 1957, aveva scritto infatti nel suo diario: “O Signore, siamo a sera.
Anni settantasei in corso. Grande dono del Padre celeste la vita.
Tre quarti dei miei contemporanei sono passati all’altra riva.
Dunque anch’io mi debbo tener preparato al grande momento…”. Ma le vie del Signore sono sovente imprevedibili.
Il 28 ottobre 1958 l’allora cardinale e patriarca di Venezia salì al soglio pontificio, come successore di Pio XII, e molti ne restarono sorpresi.
Un vecchio avrebbe dovuto reggere la Chiesa? I giornali presto ci ricamarono su perché veniva da una famiglia di contadini. “Il papa contadino”, cominciarono a chiamarlo.
Ma Roncalli aveva ben chiara la propria missione da compiere.
“Vocabor Johannes…”. Mi chiamerò Giovanni, esordì appena eletto. Era il primo punto fermo del suo pontificato. Un nome che era già tutto un programma. E non si smentì.
Nel 1959, un anno soltanto dopo la sua elezione, “tremando un poco di commozione, ma insieme con umile risolutezza di proposito”, come disse ai cardinali riuniti, annunciò il Concilio Vaticano II.
Un evento epocale, destinato a cambiare il volto della Chiesa, a segnare un netto spartiacque nella storia della cristianità.
Fu il leit-motiv della sua vita e del suo pontificato. Dopo la S. Messa, nulla era per lui più importante del Rosario.
Ogni giorno lo recitava per intero, meditando su ogni mistero. “Sono entusiasta – egli diceva - di questa devozione, soprattutto quando è capita ed appresa bene.
Il vero Rosario è il cosiddetto Rosario meditato.
Questo supplisce a molte altre forme di vita spirituale. È meditazione, supplicazione, canto ed insieme incantesimo delle anime.
Quanta dolcezza e quanta forza in questa preghiera!”.
Mons. Loris Capovilla, suo segretario e fedele custode di memorie, ha detto che Papa Giovanni “durante tutta la sua esistenza si comportò con Maria di Nazareth come un figlio con la madre, uno di quei figli che un tempo davano del lei o del voi alla propria genitrice, manifestando amore dilatato dalla venerazione e rispetto alimentato dall’entusiasmo”.
Una venerazione tenera e forte, delicata e incrollabile, in cui possiamo vedere racchiuso il segreto della sua santità.
Durante il suo pontificato fu pubblicato su “L’Osservatore Romano” un suo “Piccolo saggio di devoti pensieri distribuiti per ogni decina del Rosario, con riferimento alla triplice accentuazione: mistero, riflessione ed intenzione”: in una scrittura limpida e chiara c’è il succo delle riflessioni che egli veniva maturando nella personale preghiera del S. Rosario.
“Nell’atto che ripetiamo le Avemarie, quanto è bello contemplare il campo che germina, la messe che s’innalza…”, diceva con efficace metafora presa da quel mondo contadino a lui così familiare.
“Ciascuno avverte nei singoli misteri l’opportuno e buon insegnamento per sé, in ordine alla propria santificazione e alle condizioni in cui vive”.
Papa Giovanni auspicava che il Rosario venisse recitato ogni sera in casa, nelle famiglie riunite, in ogni luogo della terra.
Ma quanti oggi si radunano per fare questo?
Il vento gelido della secolarizzazione ha finito per spazzare via questa antica consuetudine.
Le case assomigliano oggi a isole di solitudine e incomunicabilità e se ci si riunisce è per celebrare i rituali del “caminetto” televisivo che mescola con la stessa indifferenza massacri etnici e telequiz, futilità e orrori.
Il suo paese natale da oltre un trentennio è meta incessante di pellegrinaggi.
Lo si era immaginato come un papa di transizione, che sarebbe passato in fretta, presto dimenticato, ma non è stato così.
Per un disegno provvidenziale di Dio la giovinezza della Chiesa si è realizzata attraverso l’opera di un vecchio.
Fu veramente un dono inatteso del Cielo.
Attento ai segni dei tempi, Papa Giovanni promosse l’ecumenismo e la pace.
Uomo del dialogo e della viva carità, fece sentire a tutti gli uomini, anche ai non cattolici e ai lontani, l’amicizia di Dio.
 La sua spiritualità, delicata e robusta al tempo stesso, aveva, come abbiamo visto, le sue radici in Maria.
A Lei sempre si rivolgeva, in Lei confidava. Non si staccava mai da Lei, né mai si macerava nel dubbio: la sua fede era limpida e sorgiva, riposava in Maria, attraverso il Rosario.
Anche il miracolo, la guarigione “clinicamente inspiegabile” di una suora malata di cancro, grazie a cui è ora elevato alla gloria degli altari, si è realizzato nel segno di Maria.
Suor Caterina Capitani, delle Figlie della Carità, era affetta da un tumore allo stomaco che l’aveva ridotta in fin di vita.
Papa Giovanni era morto da soli tre anni e la suorina con le consorelle l’aveva pregato a lungo, con grande insistenza e fiducia.
Quel giorno, era il 25 maggio 1966, il “Papa buono” le apparve e le disse di non temere, perché sarebbe stata guarita, aggiungendo: “Me l’avete strappato dal cuore questo miracolo”.
Prima di scomparire però le fece una grande raccomandazione: di pregare sempre il rosario.
Era il suo chiodo fisso durante la vita, era il segreto della sua santità nell’alba eterna che non conosce tramonto.
Il Martirologium Romanum pone la data di culto al 3 giugno, mentre le diocesi di Bergamo e Milano celebrano la memoria del Beato Giovanni XXIII per la Chiesa locale in data 11 ottobre, anniversario dell'apertura del Concilio Vaticano II avvenuta l'11 ottobre 1962.
(Autore: Maria Di Lorenzo - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*San Glunsalach - Monaco di Glendalough (3 giugno)

Figlio, con una certa probabilità, di Costa-mhail di Sliabh Fuaid (nelle vicinanze di Newton Hamilton, contea di Armagh), Glunsalach, il cui nome significa «dal ginocchio sporco», infestava come fuori legge la strada reale di Midhluachair che dava accesso a Tara dall'Irlanda del Nord.
Pentitosi della sua vita irregolare, Glunsalach si recò a confessare i suoi peccati da San Kevino, nel monastero di Glen­dalough, e li rimase fino alla morte, venendo poi seppellito accanto a Kevino stesso.
Il Martirologio di Tallaght e quello del Donegal lo commemorano al 3 giugno.
(Autore: Léonard Boyle – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*Sant'Ilario di Carcassonne - Vescovo (3 giugno)

sec. VI
Martirologio Romano:
A Carcassonne nella Gallia narbonense, in Francia, Sant’Ilario, che si ritiene sia stato il primo vescovo di questa città, al tempo in cui i Goti diffondevano in questa regione l’eresia ariana.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*Sant'Isacco di Cordova - Monaco e Martire (3 giugno)

† Cordova, 3 giugno 851

Martirologio Romano: A Córdova nell’Andalusia in Spagna, sant’Isacco, martire, che, monaco, durante la dominazione dei Mori, spinto non da un umano impulso, ma da ispirazione divina, sceso dal cenobio di Tábanos si presentò nel foro al giudice per disputare con lui circa la vera religione e fu per questo condannato a morte.
È uno dei martiri volontari di Cordova. La vita e il martirio ci vengono illustrati da sant'Eulogio nel suo Memoriale Sanctorum. Nato da ricchi e nobili genitori, fu accuratamente educato e istruito, divenendo tra l’altro perfetto conoscitore della lingua araba.
Esercitò l’ufficio di exceptor (scrittore pubblico e notaio), e abbracciò poi, nell’848, lo stato religioso nel monastero doppio di Tàbanos, a circa sette miglia dalla città di Cordova, tra i monti. Per tre anni vi si esercitò nelle virtù e nella disciplina della vita monastica, finché un giorno, sotto l’impulso dello Spirito Santo (extemplo divinitus illustratus), scese dal monastero e si presentò al tribunale di Cordova col pretesto di chiedere una illustrazione sulla religione musulmana.
Il giudice dissertò con grande entusiasmo, pensando di avere davanti a sé un proselita dell’islamismo; ma Isacco rispose ingiuriando detta religione come menzognera e diabolica, ed esortando i membri del tribunale ad abbandonarla per abbracciare il Cristianesimo.
Il giudice rimase dapprima interdetto, poi reagì schiaffeggiando Isacco suscitando la disapprovazione dei presenti, poiché la stessa legge musulmana vietava che il reo di un crimine punibile con la morte subisse altre pene.
Dopo un tentativo del giudice di attribuire ad ubriachezza la pazzia e le espressioni ingiuriose di Isacco, da questo confermate, aggiungendo di essere pronto a morire per questa causa, il santo fu mandato in carcere e il caso deferito all’emiro. Questi allora emanò un editto, decretando la pena di morte contro quanti avessero ingiuriato o ingiuriassero in modo simile la fede musulmana e il suo profeta.
Isacco fu quindi giustiziato il 3 giugno 851; il suo corpo rimase esposto per parecchi giorni, poi fu bruciato e le ceneri gettate nel fiume Guadalquivir, Secondo sant'Eulogio I. Apparve qualche giorno dopo la morte a un monaco di Tàbanos per annunciargli l’avvenuto martirio di Geremia, fondatore dello stesso monastero e di cinque compagni.
Pochi anni dopo, Isacco venne accolto nel Martirologio di Usuardo, secondo il quale sarebbe morto a ventisette anni.
La festa, anche nel Martirologio Romano, ricorre il 3 giugno.

(Autore: Justo Fernindez Alon – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Isacco di Cordova, pregate per noi.


*San Kevin (Coemgen) - Abate di Glendalough (3 giugno)
Leinster, Irlanda, 498 c. - 3 giugno 618
Nobile di Leinster in Irlanda, battezzato da San Cronan ed educato da San Petroc. Fondò il monastero di Glendalough.
Martirologio Romano: A Glandáloch in Irlanda, San Coemgen, abate, che fondò un monastero, nel quale si ritiene sia stato padre e guida di molti monaci.
Kevin, questo nome molto diffuso nei Paesi anglosassoni è pressoché sconosciuto da noi, deriva dal celtico gwen o kwen, che significa “bianco” e ‘puro’.
Kevin nacque in Irlanda nel 498 nella contea di Wicklow, discendente di stirpe reale; a sette anni fu affidato alle cure di San Petroc, con cui rimase cinque anni.
Da lì passò sotto la disciplina dello zio paterno Eogan abate del monastero di Kilnamanagh, dove divenuto giovane, ricevé l’ordinazione sacerdotale dal vescovo Lugaidh.
Quando lo zio Eogan, dovendo spostarsi nell’Irlanda settentrionale, voleva nominarlo abate del monastero, Kevin se ne scappò e si nascose nel deserto detto “La valle dei due laghi”, l’odierna Glendalough.
Visse per un certo tempo in solitudine e vita eremitica, finché un pastore non lo scoprì; attirati dal suo ascetismo vari giovani si associarono a lui al punto che verso il 549 costruì un grande monastero con annessa una scuola.
In breve tempo la fondazione divenne per tutta l’Irlanda orientale, un centro di ascetica, un tempio di santità e di sapere, dove la pratica delle virtù si affiancava alle arti liberali.
Diresse il grande complesso monastico per oltre 60 anni, conducendo una vita di penitenza, guidando i monaci con la parola e con l’esempio verso la difficile via della santità.
Secondo gli “Annales Ultonienses” morì il 3 giugno 618 all’età di 120 anni e sepolto nella chiesa del monastero di Glendalough, che divenne uno dei quattro luoghi principali per i pellegrinaggi in Irlanda.
Molto venerato, nella devozione e culto popolare irlandese viene subito dopo i tre grandi patroni nazionali: San Patrizio, Santa Brigida, Santa Columba. La sua festa ricorre il 3 giugno e in tale data è ricordato nel “Martirologio di Tallaght”.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Kevin, pregate per noi.


*San Lifardo - Vescovo (3 giugno)
sec. VI
Martirologio Romano:
A Mehun-sur-Loire nel territorio di Orléans sempre in Francia, San Lifardo, sacerdote, che condusse in questo luogo vita eremitica.
Secondo una biografia di dubbio valore storico, Lifardo, fratello di San Leonardo di Vandoeuvre, si ritirò in un romitorio a Meung-sur-Loire (Loiret).
Alcuni discepoli vennero a raggiungerlo ed egli, insieme con Sant’ Urbicius, fondò in quel luogo un monastero.
Assistette ai funerali dell'abate di Micy, San Teodemiro, dandogli come successore il suo discepolo San Massimo (Mesmin).
Egli tuttavia non appartenne mai alla comunità di Micy. Morì verso il 570 come abate del monastero di Meung, che venne secolarizzato nel 1068, passando la chiesa a un collegio di canonici.
Una elevazione delle reliquie di Lifardo avvenne il 14 ottobre 1104 e di essa possediamo una relazione contemporanea (BHL, cit., nn. 4932-33).
Vi fu poi una ricognizione nella chiesa parrocchiale di Meung, nel 1865.
Il nome di Lifardo è nel Martirologio Geronimiano al 3 giugno, da esso passò nei Martirologi di Rabano Mauro, di Adone, di Usuardo, di Notkero, nel Romano e in quelli benedettini.
La sua festa già molto diffusa in Francia, si trova oggi nel Proprio di Orléans. In alcune località della diocesi di Le Mans, si invoca un San Leone Forte, che forse si può identificare con L.
(Autore: Rombaut Van Doren – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Iconografia
Il Santo eremita è rappresentato per lo più di fronte alla sua grotta in atto di lottare contro il dragone che gli impediva l'accesso alla fontana o mentre lo uccide con il suo bastone.
Così appare ad es. in una vetrata ducentesca della cattedrale di Chartres; in una miniatura di Jean Bourdichon (1507), nel cod. del Libro d'Ore di Anna di Bretagna della Biblioteca Nazionale di Parigi e in un'incisione del 1606 di Thomas de Leu.
(Autore: Angelo Maria Raggi – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Lifardo, pregate per noi.


*San Morando - Monaco in Alsazia (3 e 13 giugno)

Martirologio Romano: Nel villaggio di Altkirch nel territorio di Basilea nell’odierna Svizzera, San Morando, monaco, che, nato in Renania, già sacerdote si recò a Compostela e, al suo ritorno, si fece monaco a Cluny, fondando poi il monastero in cui concluse il corso della sua intensa vita.
Nacque a Worms in Renania (Germania), intorno al 1050 da nobile famiglia; Morando aveva già ricevuto l’ordinazione sacerdotale, quando decise di fare un pellegrinaggio a S. Giacomo di
Compostella, una delle grandi mete dei pellegrinaggi già dal Medioevo.
Durante il viaggio si fermò per una sosta presso l’abbazia di Cluny, fondata nel 910 da San Brunone e che allora era governata da Sant' Ugo (1049-1109); rimase colpito favorevolmente dallo stile di vita dei monaci, e al ritorno dal suo pellegrinaggio, volle chiedere di essere accolto nella abbazia.
Divenuto un monaco esemplare fu mandato nei monasteri d’Alvernia, nel Massiccio Centrale della Francia.
Nel 1100 un signore alsaziano (Regione della Francia ma con dialetto tedesco, decise di restaurare un santuario dedicato a San Cristoforo, sito nelle sue proprietà ad Altkirch e chiese all’abate di Cluny di gestirlo, l’abate acconsentì di fondare un monastero accanto alla chiesa e inviò alcuni monaci per la fondazione, ma l’impresa si rivelò difficoltosa a causa dell’ignoranza della lingua da parte dei monaci.
Allora Sant’ Ugo chiamò dall’Alvernia Morando e lo inviò ad Altkirch come interprete, qui rifulse per la sua bontà, la sua calma e per la conoscenza dei luoghi; fu apprezzato da quelle popolazioni che presero a ricorrere spesso da lui per consigli, saggezza e aiuto, attribuendogli anche dei miracoli.
Il Santo monaco, morì nel 1115 e fu canonizzato verso la fine del secolo XII, la sua antica tomba è ancora nella chiesa di Altkirch e la sua festa è fissata al 3 giugno.
È considerato patrono dei vignaioli nella regione meridionale dell’Alsazia, perché si racconta che Morando abbia trascorso una Quaresima senza altro cibo che un grappolo d’uva e con il grappolo è stato rappresentato in alcune sculture sui portali di varie chiese.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Morando, pregate per noi.


*Santa Oliva di Anagni - Eremita (3 giugno)

Anagni, sec. VI-VII
Santa Oliva si dedicò ad una vita di contemplazione e di penitenza, in luoghi aspri e solitari, quali la località “Peschio” di Santa Oliva presso la centrale elettrica di Ferentino.
Morta ancora giovinetta, le sue spoglie vennero traslate nella cattedrale di Anagni e rinchiuse in un’urna dorata.
Etimologia: Oliva = dal frutto dell'olivo, segno di pace
Martirologio Romano: Ad Anagni oggi nel Lazio, Santa Oliva, vergine.
Di questa santa venerata ad Anagni, Cori, Castro dei Volsci, Trivigliano, Pontecorvo, non si hanno notizie certe; nell’Ufficio proprio della Diocesi di Anagni (Frosinone) si dice che ella visse nel secolo VI-VII.
La tradizione locale narra che Oliva per rinunziare a delle nozze terrene, si rifugiò in un monastero di sacre vergini, si pensa nella zona anagnina, dove venne gratificata con frequenza da celesti visioni.
Per il resto il culto protrattosi nei secoli, si collega alla presenza delle reliquie, la cui più antica testimonianza che ci è pervenuta è l’epigrafe commemorativa della consacrazione dell’altare a lei
dedicato in Anagni il 7 settembre 1133, dall’antipapa Anacleto II (Pietro de’ Pierleoni, 1130-1138).
Dall’iscrizione sappiamo che l’antipapa, insieme al vescovo Raone, consacrò l’altare di S. Oliva nella omonima chiesa fatta costruire da certo Giovanni da Patrica; nel 1564 a seguito della guerra di Campagna, si dovette fortificare il bastione della città, che si doveva innalzare in contrada Castello proprio sul luogo ove sorgeva la chiesa di S. Oliva, pertanto questa venne abbattuta.
Prima della demolizione però il vescovo di Anagni Michele Torella aveva provveduto allo spostamento del corpo della santa, nella cripta della cattedrale in un nuovo altare.
All’inizio del secolo XVIII l’abate Michele Hacki del monastero cistercense di Oliva, città nella diocesi di Wladislavia (Polonia), costruì una chiesa dedicata a Santa Oliva e volendo arricchirla con una reliquia della santa, ne chiese una al vescovo ed al capitolo di Anagni.
Il vescovo Pier Paolo Gerardi accondiscese e aperto il sepolcro, prese dall’urna di marmo fatta erigere da Anacleto II, un braccio della santa e lo inviò in una teca all’abate di Oliva il 27 marzo 1703.
Le reliquie di Anagni, raccolte in un’urna di cristallo, furono esposte in un nuovo altare nella cripta; la chiesa di Oliva è ora la cattedrale della nuova diocesi di Danzica eretta nel 1925.
Dopo il 1880, nella cattedrale di Anagni furono eseguiti lavori di restauro e l’altare nella cripta fu disfatto e a cura del Seminario, ne fu costruito uno nuovo di marmo ornato di mosaici.
Infine il 1° agosto 1899 il vescovo Antonio Sardi ricompose le reliquie in una grande urna di bronzo dorato, che attualmente si conserva tra i reliquiari della sagrestia; inoltre tra questi vi è una statuetta barocca argentea con reliquie di Santa Oliva, che si espone sull’altare maggiore della cattedrale, il giorno della sua festa, il 3 giugno.
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Oliva di Anagni, pregate per noi.


*San Pietro Dong - Martire (3 giugno)

Martirologio Romano: Nella città di Âu Thi nel Tonchino, ora Viet Nam, San Pietro Đông martire, che, padre di famiglia, preferì subire crudeli supplizi piuttosto che calpestare la croce e, dopo essersi fatto incidere sul volto le parole ‘vera religione’ anziché ‘falsa religione’, fu decapitato sotto l’imperatore Tự Đức.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Pietro Dong, pregate per noi.

*Altri Santi del giorno (03 Giugno)
*xxx
Giaculatoria - Santi tutti, pregate per noi


 
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