Santi del 3 Marzo - Istituto Aveta

Vai ai contenuti

Menu principale:

Santi del 3 Marzo

Il mio Santo > I Santi di Marzo

*Sant'Anselmo di Nonantola - Abate (3 marzo)

m. 3 marzo 803
Di stirpe longobarda, Anselmo fu Duca del Friuli. Nel 749, abbandonata la vita politica, fondò un cenobio ed un ospizio per pellegrini nella valle del Panàro. In seguito ad una donazione del cognato, il Re Astolfo, verso il 752, con i suoi monaci costruì la chiesa e il monastero di Nonatola (nei pressi di Modena), ponendolo sotto la regola di San Benedetto e facendone un centro ragguardevole di ascesi, di cultura, di lavoro e di assistenza ospedaliera. Anselmo fu mediatore di pace nella guerra franco-longobarda.
Morì il 3 marzo 803 e fu sepolto nella chiesa del monastero.
Martirologio Romano: A Nonantola in Emilia, Sant’Anselmo, Fondatore e primo Abate del Monastero del luogo, che per cinquant’anni promosse la disciplina monastica sia con l’insegnamento che con l’esercizio delle virtù.  
Anselmo è uno dei personaggi più imponenti del monachesimo dell’Alto Medioevo e l’unico santo longobardo di cui ci siano pervenute notizie certe.
Di lui parlano numerosi documenti, bolle, rescritti, diplomi e una ‘Vita’ scritta nel secolo XI già nota dal ‘Catalogus Abbatum’ del 1037.
Si suppone che Anselmo sia nato verso il 720 a Cividale o Vicenza, figlio di Wectari di Vicenza, duca del Friuli, era fratello di Giseltrada sposa di re Astolfo (749-756) e di Aidin con cui possedeva insieme, beni terrieri a Verona e Vicenza (documenti del 797 e 820).
Fu per qualche tempo anche duce del Friuli; nel 749, Anselmo però lascia tutte le attività e cariche politiche per dedicarsi ad una vita di santità; lascia il Friuli risalendo la valle dell’Alto Panaro, dove il cognato re Astolfo, gli dona la terra di Fanano e qui si ferma a fondare un cenobio per accogliere i monaci che ormai gli si erano radunati attorno e più in alto verso il passo di S. Croce Arcana, apre un ospizio per pellegrini che prende il nome di S. Jacopo di Val d’Amola. L’opera di accoglienza dei pellegrini, molto numerosi nella valle, che era uno dei passaggi obbligati tra il Nord e la Toscana, costituisce un impegno primario e nessun pellegrino deve allontanarsi senza avere ricevuto con misericordia ogni assistenza. Nel 751 il re Astolfo che comunque aveva mire espansionistiche, aveva occupata Ravenna e dona ad Anselmo un altro territorio tolto dal Ducato di Persiceta, di nome ‘Nonantolae’, che controllava le strade che da Verona e Piacenza scendevano a Bologna.
Il santo abate e i suoi monaci, si danno da fare per costruire una chiesa e il monastero, bonificando e coltivando quelle terre ormai abbandonate e incolte, producendo un vantaggio economico e sociale a tutta la regione.  
Si sa che la chiesa dedicata alla Madonna venne consacrata l’8 ottobre del 752 dal vescovo Geminiano di Reggio Emilia per delega del Papa Adriano I. Una seconda dedica questa volta agli Apostoli è fatta dall’arcivescovo di Ravenna, Sergio (748-769), la ‘Vita’ continua a narrare dicendo che nel 752 Anselmo insieme a re Astolfo va a Roma, per offrire in dono al papa Adriano I il monastero nonantolano.
Il Sommo Pontefice, conferisce ad Anselmo la dignità di abate e gli dona i ‘corpi santi’ di s. Silvestro papa e di altri martiri; così il 20 novembre 756 il vescovo di Bologna, Romano compie una terza dedicazione della chiesa e monastero questa volta a S. Silvestro I Papa.  
Alcune di queste notizie non sono certificate dalla realtà storica del periodo, come il dono delle reliquie, in realtà molte reliquie di martiri romani emigrarono verso il Nord a seguito delle spoliazioni di cimiteri suburbani compiute dai Longobardi durante l’assedio di Roma del 756.
L’opera dell’abate Anselmo è sottolineata dalla grandiosa attività di assistenza sociale e spirituale svolta a favore delle folle degli umili che si sviluppò e proseguì nei secoli, attraverso i suoi monasteri. Oltre quello di Fanano, egli fondò altri tre monasteri con annessi ospizi, dipendenti dall’abbazia di Nonantola: quello di S. Ambrogio dove il fiume Panaro taglia la via Emilia, quello del ‘Vicus Domnani’ a Vicenza (ora S. Silvestro) e quello non meglio identificato nel ‘luogo detto Susonia’ con l’oratorio di S. Giustina.  
Oltre 1100 monaci da lui dipendenti si dedicarono all’ascesi, all’assistenza sociale, alla trascrizione dei codici, all’attività ospedaliera, alla bonifica dei terreni; per un certo numero di anni fu come in esilio a Montecassino, durante il regno di Desiderio (757-774), il perché ci è ignoto, ma Anselmo poté ritornare a Nonantola solo dopo la morte di Desiderio; nel periodo cassinese acquistò per la sua abbazia vari codici, infatti queste operazioni sono registrate nell’Archivio Nonantolano compilato verso il 1000.  
Si prodigò per la pace fra longobardi e franchi, al punto che il re franco Carlo Magno, lo ringraziò con larghi benefici e privilegi per l’abbazia.  
Morì il 3 marzo 803 ad 80 anni di età ed a 50 dalla fondazione del monastero; fu sepolto nella chiesa della stessa abbazia. Nel 1400 l’abbazia aveva già una sua tipografia; codici miniati, pergamene, e reliquiari preziosi sono conservati nel tesoro della chiesa, costruita nelle forme romanico-lombarde e a cui lavorarono insigni artisti medioevali.  
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Anselmo di Nonantola, pregate per noi.  


*Sant'Artellaide - Vergine (3 marzo)

Martirologio Romano: A Benevento, santa Artellaide, vergine.
La BHL (I, p. 116, nn. 718-20) ricorda tre vite di Artellaide. Questi atti, di cui si ignora l'origine e l'epoca, contengono molti elementi leggendari: secondo quanto in essi è riportato, Artellaide era figlia del proconsole Lucio e di santa Antusa. Avendo l'imperatore Giustiniano sentito parlare della sua bellezza, la voleva dare come sposa a qualcuno della sua corte; ma Artellaide aveva fatto il voto di verginità, onde la madre l'affidò a tre domestici con l'incarico di condurla in Italia presso lo zio, il generale bizantino Narsete.
Durante il viaggio la giovanetta cadde in mano dei ladri, mentre i suoi domestici, dopo essere fuggiti, si portarono nella chiesa di Santa Eulalia per chiedere la liberazione della padroncina. I ladri giudicarono opportuno vendere la santa vergine, ma il demonio li colpì a morte e l'angelo del Signore rimise Artellaide in libertà.
Ella poté così riunirsi ai domestici, portandosi a Siponto nelle Puglie per offrire un dono alla chiesa di San Michele sul monte Gargano. Narsete, avendo appreso da un sogno l'arrivo della nipote, la condusse a Benevento, dove ella offrì un ricco dono alla chiesa di Santa Maria.
Qui si stabilì e visse nella preghiera e negli esercizi di pietà, operando molti miracoli. Colpita dalla febbre, si fece trasportare nella chiesa di San Luca, dove, dopo avere ascoltato la messa e ricevuta la comunione, si addormentò nel Signore, il 3 marzo, giorno in cui si celebra la sua festa, forse del 570.
Da questa chiesa le sue reliquie furono trasportate più tardi nella cattedrale di Benevento.

(Autore: Filippo Caraffa – Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - Sant'Artellaide, pregate per noi.


*Beato Benedetto Sinigardi da Arezzo (3 marzo/13 agosto)

Arezzo ca. 1190 - 1282  
La chiamata del Signore di Benedetto Sinigardi avvenne durante una predica che S. Francesco d'Assisi tenne nel 1211 ad Arezzo. La fama del poverello attirava ovunque folle enormi e quel giorno Piazza Grande era piena all'inverosimile.
Tra gli uditori c'era anche il ventenne Benedetto, figlio di Tommaso Sinigardo de' Sinigardi e della Contessa Elisabetta Tarlati di Pietramala. Era dunque esponente di due tra le famiglie più importanti della città ma, le parole di Francesco penetrarono a tal punto nel suo cuore che, commosso, decise di cambiare vita.
Aveva ricevuto una buona istruzione ed era un buon cristiano, frequentava le funzioni sacre digiunando tre volte alla settimana.
Il suo animo era dunque pronto ad accogliere le parole del Serafico Padre e la sua scelta fu radicale, come lui lasciò gli agi e le ricchezze per abbracciare gioiosamente sorella povertà.
Ricevette l'abito direttamente dalle mani di Francesco. Di animo buono, aveva eccellenti qualità che lo  fecero subito amare e stimare dai confratelli e dal popolo.
A soli 27 anni fu nominato Ministro Provinciale delle Marche, regione che tanta importanza aveva per il  movimento francescano. L'ardore di pronunciare il Vangelo gli fece chiedere, successivamente, di andare missionario in terre lontane, anche tra gli infedeli e a rischio della vita.
Andò in  Grecia, in Romania e in Turchia e toccò con mano le realtà causate dallo scisma tra la Chiesa d'Oriente e quella d'Occidente.
Tappa finale della sua missione furono i luoghi in cui si incarnò e visse il Figlio di Dio.
Fu eletto Ministro Provinciale per la Terra Santa e nei sedici anni di permanenza in quelle terre costruì il primo convento francescano di Costantinopoli, avendo rapporti cordiali anche con l'Imperatore.
Secondo la tradizione Giovanni di Brienne, Imperatore di Costantinopoli, seguendo l'esempio di San Luigi dei Francesi e di Sant' Elisabetta d'Ungheria, volle ricevere dalle mani di Benedetto l'abito francescano.
Dopo questa intensa attività apostolica, ormai anziano, fu richiamato in patria nella città natale; ad Arezzo il  convento dei Frati Minori era situato nella zona di Poggio del sole.
Qui morì vecchissimo nel 1282, circondato dalla fama di santità. Gli si attribuirono subito miracoli e fu proclamato beato dal popolo prima che dall'autorità ecclesiastica.
Non ci sono pervenuti suoi scritti, ma abbiamo due testimonianze della sua spiritualità, incentrata sulla devozione alla Passione di Gesù e verso la Santa Vergine. Commissionò, negli ultimi anni di vita, il Crocifisso detto “del Beato Benedetto” che oggi sorge sull'altare maggiore della Basilica di San Francesco, nel centro di Arezzo, dove anche il suo corpo fu trasportato dopo l'abbattimento del convento in cui era morto.  
Fu lui che indicò al pittore, cosiddetto Maestro di S. Francesco, tutti i particolari con cui doveva essere eseguito. Nella stessa Basilica, nella cappella maggiore, si trova anche il ciclo di affreschi della "Leggenda della Croce", dipinti da Piero della Francesca due secoli dopo.
Al Beato Benedetto, inoltre, si attribuisce la bellissima consuetudine di recitare quotidianamente l'antifona "Angelus locutus est Mariae", meditando il mistero salvifico dell'incarnazione del Figlio di Dio nel seno verginale di Maria.  
L'Angelus Domini divenne una pia pratica cara prima a tutto l'ordine francescano, poi a tutta la Chiesa, come lo è tuttora.  
Nella sua visita alla città d'Arezzo Giovanni Paolo II, il 23 maggio 1993, dopo aver sostato in preghiera davanti alla tomba del Beato Benedetto, nel suo discorso disse: " E' sempre molto suggestiva questa sosta a metà della giornata per un momento di preghiera mariana. Lo è oggi in modo singolare, perché ci troviamo nel luogo dove, secondo la tradizione, è nata l'usanza di recitare l'Angelus Domini." La memoria del Beato Benedetto Sinigardi è celebrata il 13 di agosto. Nella Bibliotheca Sanctorum è ricordato al 3 marzo.  
(Autore: Daniele Bolognini - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Benedetto Sinigardi, pregate per noi.  

 

*San Caluppano - Eremita in Alvernia (3 marzo)
526 circa – 3 marzo 576
Nato verso il 526, sarebbe stato ricevuto giovinetto nel monastero di Melitum.  
Di salute malferma, non potendo svolgere le normali mansioni, decise di abbandonare l’abbazia e di vivere da eremita.
Si ritirò, pertanto, in una caverna, su una roccia non molto lontana, dove si nutrì del pane che gli portavano i suoi precedenti confratelli, dei pesci che Dio gli faceva apparire nella grotta e dell’acqua che sgorgava miracolosamente da una sorgente.
Fu molto tentato dal demonio, di cui riuscì sempre a liberarsi.
Visitato dal vescovo di Clermont, Sant' Avito, per la sua cultura fu ordinato Diacono e poi Prete.
Morì un 3 marzo, forse del 576.  
L’Ordine Benedettino lo festeggia il 3 marzo.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Caluppano, pregate per noi.  


*Santa Camilla di Auxerre - Vergine (3 marzo)

Ericio, monaco di Auxerre vissuto nel sec. IX, nel suo opuscolo sui Miracula S. Germani narra che il corpo del santo vescovo fu accompagnato da Ravenna in Francia da un folto gruppo di fedeli.  
Tra questi vi erano le cinque vergini sorelle Magnenzia, Pallasia, Camilla, Massima e Porcaria; le prime tre morirono durante il viaggio prima di arrivare ad Auxerre e sulle loro tombe furono edificate delle chiese, ben presto frequentate dal popolo che le venerava come Sante.
Ad Escoulives, presso Auxerre, esisteva veramente una chiesa dedicata a Camilla, il cui corpo fu poi bruciato dai calvinisti durante le guerre di religione, ma è incerto se la Santa sia vissuta al tempo di San Germano, sia perché nella Vita più antica del santo non si parla delle cinque sorelle, sia perché la notizia di Ericio è in contraddizione  con la tradizione riguardante la festa di Camilla.
Questa, infatti, è venerata il 3 marzo, mentre secondo Ericio sarebbe morta tra il 31 luglio e il 30 settembre (e più precisamente verso la fine di settembre), cioè tra la morte di San Germano a Ravenna e la sua sepoltura ad Auxerre.
In conclusione, pur ritenendo storica l'esistenza di Camilla, va detto che le sue relazioni con San Germano furono probabilmente inventate da Ericio per dare maggior lustro al famoso vescovo.
(Autore: Agostino Amore – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Camilla di Auxerre, pregate per noi.  

 

*Santa Caterina (Katharina) Drexel - Fondatrice (3 marzo)
Filadelfia, Stati Uniti, 26 novembre 1858 - Pennsylvania, 3 marzo 1955
Suo padre è il ricco banchiere Francis A. Drexel. Sua madre, Anna, muore poche settimane dopo che lei è nata. Con la sorella maggiore Elisabetta viene allora affidata a una zia, ma nel 1860 torna a casa, perché suo padre si risposa con Emma Bouvier (del casato di Jacqueline, moglie del presidente J.F. Kennedy) dalla quale avrà una terza figlia, Luisa. Emma sa essere ottima madre per tutte e tre. E per altri ancora. In questa famiglia profondamente cattolica, fede e opere camminano insieme, ed Emma coinvolgerà via via le tre figlie nel soccorso generoso e puntuale alla gente più abbandonata di Filadelfia.
Con gli anni, Caterina studia, viaggia, va a cavallo. E legge la Bibbia, guidata da un sacerdote di origine irlandese,  Padre O’ Connor, che sarà poi Vescovo nel Nebraska. I suoi viaggi si orientano presto verso gli Stati del Sud, dove nelle piantagioni vivono i neri, ufficialmente non più schiavi dal 1865, ma sempre poveri, subalterni, quasi rassegnati all’umiliazione; e verso gli Stati del Nord e Sud Dakota, dove sopravvivono gli indiani sconfitti, la gente Navajo. Caterina si sforza di offrire aiuto col denaro paterno, ma sente che “dare l’offerta” non basta. A questo mondo innocente e punito bisogna dedicare la vita.
Nel gennaio 1887  arriva a Roma, è ricevuta in udienza dal pontefice Leone XIII, e gli chiede di mandare missionari tra quella gente. Risposta del Papa: «Perché non si fa lei stessa missionaria? ». E lei decide, ma non d’impulso. Prepara senza fretta ogni cosa, incominciando da sé stessa.
Fa il noviziato tra le Suore della Misericordia, e nel febbraio 1891 fonda poi con 13 giovani la Congregazione del Santissimo Sacramento con quell’impegno preciso: promozione umana di indiani e neri d’America, partendo dall’istruzione.
Guida tutto lei, percorrendo il Paese sempre con i mezzi pubblici, lottando contro molta avversione bianca all’idea che dei “figli degli schiavi” e “figli dei selvaggi” si istruiscano come i bianchi. E contro i sabotaggi cavillosi o anche maneschi, per impedirle di comprare case e terreni. Fa sorgere 145 missioni cattoliche e scuole speciali, manda le suore a visitare i poveri nelle case, negli ospedali e nelle carceri, a rianimare quelli che non sperano nemmeno più. Nel 1925 fonda  a New Orleans (Louisiana) la Xavier University, l’istituto cattolico che è aperto a indiani e a neri, preparandoli a fare gli insegnanti.
Viene infine il momento in cui la stampa americana fa conoscere a tutti Madre Drexel e la sua opera in difesa dei diritti umani (l’espressione è ancora poco usata; con lei i fatti precedono le parole). Verso gli 80 anni, il crollo fisico la costringe prima al riposo e poi all’immobilità, fino alla morte in età di 97 anni.
Martirologio Romano: A Philadelphia in Pennsylvania negli Stati Uniti d’America, Santa Caterina Drexel, Vergine, fondatrice della Congregazione delle Suore del Santissimo Sacramento, che utilizzò con generosità e carità i beni dai lei ereditati per l’istruzione e il riscatto degli Indiani e dei neri.
Nata a Philadelphia, Pennsylvania, negli Stati Uniti d'America, il 26 novembre 1858, Katharine Drexel era la seconda figlia di Francis Anthony Drexel ed Hannah Langstroth Drexel. Suo padre era un famoso banchiere e filantropo. Entrambi i genitori istillarono nelle loro figlie l'idea che la ricchezza era data loro in prestito  e doveva perciò, essere condivisa con gli altri.  
Durante un viaggio della famiglia nell'ovest degli Stati Uniti, Katharine, da giovane donna, notò
lo stato abietto e degradante dei nativi americani. Fu questa un'esperienza che risvegliò il desiderio di fare qualcosa di specifico per alleviare la loro condizione. Segnò questo il principio di un impegno personale e finanziario di tutta una vita a sostegno di numerose missioni e missionari negli Stati Uniti. La prima scuola da lei fondata fu quella di Santa Caterina, in Santa Fé, New Mexico (1887) per gli Indiani.
In seguito, durante un'udienza a Roma con papa Leone XIII, al quale Katharine chiedeva missionari per alcune missioni tra gli Indiani da lei finanziate, con sua sorpresa il Papa suggerì che diventasse missionaria lei stessa. Dopo essersi consultata con il suo direttore spirituale, il Vescovo James O'Connor, prese la decisione di donarsi totalmente a Dio, insieme con la sua eredità, attraverso un impegno di servizio a favore degli Indiani e degli Afro-Americani.
La sua ricchezza diventava ora la povertà di spirito che fu per lei una realtà vissuta costantemente in una vita in cui per il suo sostentamento c'era il minimo necessario. Il 12 febbraio 1891, fece la prima professione religiosa, fondando le Suore del Santissimo Sacramento, il cui scopo doveva essere quello di diffondere il messaggio evangelico e la vita eucaristica in mezzo agli Indiani ed Afro-Americani.
Donna d'intensa preghiera, Katharine trovò sempre nell'Eucaristia la sorgente del suo amore per i poveri e gli oppressi e l'ansia di combattere gli effetti del razzismo. Conscia del fatto che molti degli Afro-Americani erano ben lungi dall'essere liberi, vivendo essi ancora in condizioni inferiori al normale, o come mezzadri o come domestici insufficientemente retribuiti; consapevole pure che a loro venivano negati sia l'istruzione che i diritti costituzionali di cui altri godevano; mossa da una profonda compassione, sentì l'urgenza e il bisogno di prodigarsi affinché negli Stati Uniti si cambiassero la mentalità e gli atteggiamenti razziali.
Le piantagioni erano a quel tempo un'istituzione sociale senza sbocco, per cui gli Afro-Americani continuavano ad essere vittime di oppressione.
Questo fatto costituiva come una profonda pena per il senso di giustizia di Katharine. La necessità di offrire alla gente di colore un'istruzione di qualità assumeva per lei un'importanza sempre più grande, per cui parlò di questo urgente bisogno con altre persone che condividevano la sua preoccupazione circa l'ineguaglianza esistente per gli Afro-Americani: nelle città era per loro impossibile ricevere una buona istruzione, mentre nelle campagne del sud esistevano anche restrizioni legali che impedivano ad essi di ottenere un'educazione di base.
La fondazione di scuole e la creazione di buoni corpi insegnanti per tutti, Indiani ed Afro-Americani, attraverso gli Stati Uniti diventò così una priorità assoluta per Katharine e la sua Congregazione.
Durante l'intera sua vita ella aprì, dotandole di insegnanti e finanziandole direttamente, circa 60 scuole e missioni, specialmente nell'ovest e sud-ovest degli Stati Uniti. Ciò che costituì l'apice dei suoi sforzi nel campo dell'educazione, fu l'erezione, nel 1925, della "Xavier University" nella Louisiana, l'unica istituzione d'istruzione superiore negli Stati Uniti destinata prevalentemente ai cattolici di colore. Educazione religiosa, servizio sociale, visite alle famiglie, negli ospedali, nelle prigioni, facevano parte del ministero di Katharine e delle sue consorelle.
In maniera molto calma e serena, Katharine armonizzava preghiera e totale dipendenza dalla Divina Provvidenza  con un'attività molto marcata. La sua gioiosa incisività in sintonia con lo Spirito Santo, superava barriere e facilitava il suo procedere sulle vie della giustizia sociale. Attraverso la testimonianza profetica di Katharine Drexel, la Chiesa negli Stati Uniti divenne gradualmente consapevole della grave necessità di un apostolato  diretto in favore degli Indiani ed Afro-Americani.
Essa non esitò mai ad alzare la voce contro l'ingiustizia e prese pubblicamente una chiara posizione ogni qualvolta c'era evidenza di discriminazione razziale.
Negli ultimi 18 anni della sua vita, Katharine Drexel fu ridotta da una grave malattia ad uno stato di quasi completa immobilità. Durante questo periodo si diede interamente ad una vita di adorazione di contemplazione così come aveva desiderato sin dalla sua tenera età. Morì il 3 marzo 1955.
Alle Suore del Santissimo Sacramento, che continuano oggi il suo apostolato, ed in verità a tutti i popoli, Katharine ha lasciato un quadruplice dinamico retaggio:
il suo amore per l'Eucaristia, il suo spirito di preghiera, e la sua visione dell'unità di tutti i popoli, incentrata nell'Eucaristia;
il suo indomito spirito di coraggiosa iniziativa nell'affrontare le ingiustizie sociali esistenti nei riguardi delle minoranze etniche — e ciò cento anni prima che tali problemi diventassero di pubblico interesse negli Stati Uniti;
la sua convinzione sull'importanza di offrire a tutti una istruzione di qualità, e gli sforzi da lei compiuti perché ciò divenisse realtà;
il dono totale di se stessa, della sua eredità e di tutti i suoi beni in un servizio disinteressato per coloro che sono vittime dell'ingiustizia.  Katharine Drexel è stata Beatificata da Papa Giovanni Paolo II il 20 novembre 1988 e proclamata Santa nell'anno 2000.
(Fonte: Santa Sede)
Giaculatoria - Santa Caterina Drexel, pregate per noi.  


*Santi Cleonico ed Eutropio - Martiri (3 marzo)

Martirologio Romano: Ad Amaséa nel Ponto, nell’odierna Turchia, santi Cleonico ed Eutropio, martiri durante la persecuzione dell’imperatore Massimiano sotto il governatore Asclepiodato.
Santi CLEONICO, EUTROPIO e BASILISCO, Martiri
Nel Martirologio Romano al 3 mar è menzionato Basilico, martire a Comana insieme con Eutropio e con Cleonico; sempre nello stesso Martirologio al 22 maggio è commemorato solamente Basilico. Come mai questa duplice commemorazione, prima con due compagni e poi solo del suo nome? Ciò può dipendere dagli Atti del martirio. Esiste, infatti, una narrazione riguardante i tre martiri nella quale si descrive come Eutropio, Cleonico e Basilico, militari di professione e parenti di s. Teodoro la recluta, vennero scoperti cristiani.
Dopo essere stati sotto a tormenti di vario genere, furono trasferiti a Comana ove Eutropio e Cleonico furono immediatamente uccisi; Basilico, invece, fu suppliziato qualche tempo dopo. Questa distanza di tempo nel martirio può aver fatto sorgere la doppia festa sopra menzio Ma questi Atti vengono dai critici respinti come narrazioni favolose. Con ogni probabilità la leggenda va connessa con il culto, vastissimo in Oriente, di San Teodoro la recluta (7 febbraio). Nelle molte e varie narrazioni del suo martirio si ac ad alcuni soldati da lui convertiti o istruiti nella fede cristiana.
Dato che un martire Basilico è veramente esistito (come appare da fonti indubi gli ignoti autori degli Atti hanno forse pensato di collegare la storia del loro martire con il famoso e più venerato Teodoro per procurargli fama maggiore. Per questo lo hanno fatto parente di Teodoro, ma nessuna prova esiste per affermare simile parentela.
Tuttavia, altre fonti ci parlano di un Basilico vene a Comana. Nella Vita di s. Giovanni Crisostomo, scritta da Palladio si narra che il santo dottore si trovò, negli ultimi giorni del suo
doloroso esilio, a Comana. Quivi ebbe una visione: gli apparve Basilico che, dopo averlo consolato preannunziandogli l'imminente glorifica celeste, si presentò come vescovo di Comana, martirizzato a Nicomedia sotto Massimiano nella stessa epoca di Luciano di Antiochia. Altri storici greci, come Sozomeno (Hist. Eccl., VIII, 28, in PG, LXVII, col. 1591) e Teodoreto (Hist. Eccl., V, 34, in PG, LXXXII, col. 1266) riferiscono più o meno la stessa notizia col particolare di Basilico, vescovo di Comana. È proprio quest'ultimo parti che è oggetto di discussione fra i critici. Infatti, altre fonti greche (cf. Ada SS. Martii e Synax. Constantinop. citt. in bibl.) menzionano Basilico come soldato martire, ma non recano nessun accenno che lo qualifichi vescovo della città.
Nella Vita di San Giovanni Crisostomo, scritta da Giorgio di Alessandria, è narrata la visione, ma Basilico è un soldato, non un vescovo. L'ipotesi di due santi dello stesso nome, uno vescovo e l'altro soldato, è comunemente scartata. Resta il problema di un Basilico vescovo di Comana, oppure di un Basilico soldato, martirizzato in questa città.
La maggioranza dei critici esclude che sia esistito a Comana un vescovo di tal nome; la narrazione di Palladio riguardante la perma di s. Giovanni Crisostomo presso la tomba del martire Basilico è ritenuta vera, ma presenta alcuni particolari descritti assai confusamente e con imprecisione dall'autore. Ad es., come mai Basilico, martirizzato a Nicomedia, stando alla narrazione, era sepolto a Comana?
Il fatto che gli antichi sinassari greci parlino di Basilico soldato, martire e non vescovo, potrebbe essere una prova dell'errore in cui sono incorsi Palladio e gli altri storici greci che hanno seguito la sua narrazione.
È quindi probabile che questo soldato, scoperto come cri fosse decapitato e sepolto nella città di Comana, probabilmente nel 312.

(Autore: Gian Domenico Gordini – Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - Santi Cleonico ed Eutropio, pregate per noi.


*Santa Cunegonda - Imperatrice (3 marzo)

+ 3 marzo 1033
Le notizie che la riguardano sono tratte da fonti sparse, tramandate da cronisti contemporanei quali Tietmaro di Mersburgo e Rodolfo il Glabro, nonché da una vita composta da un canonico di Bamberga a oltre un secolo dalla morte.  
Da queste fonti sappiamo che Cunegonda venne cresciuta con una profonda educazione cristiana.  
A vent'anni circa sposò il duca di Baviera, che nel 1002 fu incoronato re di Germania e nel 1014 imperatore.  
Malgrado fosse sterile Enrico non volle ripudiare la moglie, scelta ammessa dal matrimoniale germanico, tollerato da Roma.  
Per la grande pietà e santità che riscontrava in lei preferì viverle assieme anche senza speranza di prole.   
Così nel 1002 a Paderborn fu incoronata regina e nel 1014 a Roma ricevette, assieme al marito, la corona imperiale da papa Benedetto VIII.  
Assecondata dal marito fece erigere il Duomo di Bamberga (1007) e il monastero benedettino di Kaufungen  (1021) dove, rimasta vedova, si ritirò conducendo vita monastica.
Morì il 3 marzo probabilmente del 1033 anche se qualcuno data la sua scomparsa sei anni dopo. (Avvenire)
Etimologia: Cunegonda = che combatte per la stirpe, dall'antico tedesco
Martirologio Romano: A Oberkaufungen nell’Assia, in Germania, Santa Cunegonda: molti benefici arrecò alla Chiesa insieme al marito sant’Enrico imperatore, e, dopo la morte di costui, ella stessa migrò al Signore nel convento in cui come monaca si era ritirata, facendo di Cristo la sua eredità. Il suo corpo fu deposto con tutti gli onori accanto alle spoglie di Sant’Enrico a Bamberga.
Le Chiese d’Oriente e d’Occidente in due millenni di cristianesimo hanno attribuito l’aureola della santità quale corona eterna a non poche imperatrici, e talvolta anche ai loro mariti, che sedettero sui troni di Roma, di Costantinopoli e del Sacro Romano Impero.
Sfogliando le pagine dell’autorevole Bibliotheca Sanctorum e della Bibliotheca Sanctorum Orientalium possiamo trovare i loro nomi: Adelaide, Alessandra e Serena (presunte mogli di Diocleziano), Ariadne, Basilissa (o Augusta), Cunegonda, Elena, Eudossia, Irene d’Ungheria (moglie di Alessio I Comneno), Irene la Giovane (moglie di Leone IV Chazaro), Marciana, Pulcheria, Placilla, Riccarda, Teodora (moglie di Giustiniano), Teodora (moglie di Teofilo l’Iconoclasta), Teofano.
Anche nel XX secolo non sono mancate sante imperatrici: Sant’Alessandra Fedorovna, moglie dell’ultimo zar russo canonizzata dal Patriarcato di Mosca, la Serva di Dio Elena di Savoia,
imperatrice d’Etiopia, ed in fama di santità è anche Zita di Borbone, moglie del Beato Carlo I d’Asburgo ed ultima imperatrice  d’Austria.
Santa Cunegonda, oggi festeggiata, è venerata anche insieme al marito, l’imperatore Enrico II, la cui festa è però celebrata separatamente al 13 luglio.
Le fonti relative a questa santa sono purtroppo costituite da notizie sparse, tramandate da alcuni cronisti contemporanei quali Tietmaro di Mersburgo e Rodolfo il Glabro, nonché da una vita composta da un canonico di Bamberga oltre un secolo dopo la morte.
I genitori diedero alla figlia, sin dai primi anni, una profonda educazione cristiana. All’età di circa vent’anni, Cunegonda sposò il duca di Baviera, Enrico appunto, che nel 1002 venne incoronato re di Germania e nel 1014 sacro romano imperatore.
Su questo matrimonio, specialmente al principio del XX secolo, sono sorte parecchie polemiche: in alcuni testi antichi infatti, tra i quali la bolla di Papa Innocenzo III, si narra che i due coniugi fecero voto di perpetua verginità e si parlò così di “matrimonio di San Giuseppe” e per tale motivo a Cunegonda è stato talvolta attribuito il titolo di “vergine”, ma secondo altri autori moderni una  simile qualifica non corrisponderebbe alle narrazioni di contemporanei come Rodolfo il Glabro.
Secondo quest’ultimo, I fatti, Enrico si accorse della sterilità della moglie, ma nonostante il matrimoniale germanico ammettesse il ripudio, non volle usare questo diritto per la grande pietà e santità che riscontrava nella consorte e preferì continuare a vivere insieme a lei pur senza speranza di prole.
Fu proprio ciò, unitamente alla fama di santità che circondò i due coniugi, a far nascere in seguito la leggenda del cosiddetto “matrimonio di San Giuseppe”.
Nella Vita e nella bolla pontificia di canonizzazione si legge che Cunegonda fu oggetto di una grande calunnia di infedeltà coniugale ed Enrico, per provarne l’innocenza, decise di sottoporla alla prova del fuoco.
La moglie accettò e passò miracolosamente indenne a piedi nudi sopra vomeri infuocati.
L’imperatore chiese perdono all’augusta consorte per aver dato troppo credito agli accusatori e da quel momento  visse in piena stima e fiducia nei suoi confronti.
Non ci è dato sapere quale validità storica abbia concretamente questo episodio, resta comunque il suo alto valore simbolico.
Il 10 agosto 1002 a Paderborn Cunegonda fu incoronata regina e nel 1014 si recò a Roma con il marito per ricevere la corona imperiale dalle mani di papa Benedetto VIII, il 14 febbraio di quell’anno.
La vita dell’imperatrice costituì un mirabile esempio di carità, umiltà e mortificazione, virtù che la caratterizzarono in molteplici manifestazioni.
Assecondata dal pio marito, nel 1007 fece erigere il duomo di Bamberga e nel 1021 il monastero di
Kaufungen, fondato in seguito ad un voto fatto durante una gravissima malattia da cui uscì pienamente ristabilita.
Proprio in questo monastero benedettino volle ritirarsi nel 1025, addolorata per la perdita del marito.
Nel giorno anniversario della morte di Enrico II, Cunegonda convocò parecchi vescovi per la dedicazione della chiesa di Kaufungen, cui donò una reliquia della Santa Croce.
Dopo la lettura del Vangelo, si spogliò delle insegne e degli abiti imperiali, si fece tagliare i capelli e vestì il rozzo saio benedettino.
Continuò, come già aveva fatto in precedenza, a spendere il suo patrimonio nell’edificazione di nuovi monasteri, decorando chiese ed aiutando i poveri. Intrapresa dunque la vita monastica, visse in assoluta umiltà come se mai fosse stata addirittura imperatrice.
Prese a trascorrere gran parte delle sue giornate in preghiera e nella lettura delle Sacre Scritture, non  disdegnando però i lavori manuali ed i servizi più umili.
Un compito assegnatole che gradì particolarmente fu la visita alle consorelle ammalate per portare loro conforto ed assistenza.
Si distinse inoltre per la pratica severa della penitenza: asumeva infatti esclusivamente il cibo indispensabile per sopravvivere, rifiutando ciò che poteva solleticare in qualche maniera il palato.
Sino al termine dei suoi giorni Cunegonda condusse questo stile di vita. Morì infine il 3 marzo di un anno imprecisato, generalmente viene preferito il 1033 anziché il 1039.
Le sue spoglie mortali trovarono degna sepoltura presso quelle del marito nella cattedrale di Bamberga.
Nei primi anni non fu oggetto di grande culto, ma dal XII secolo la venerazione nei suoi confronti crebbe grandemente fino a superare quella tributata già in precedenza ad Enrico.
La causa di canonizzazione fu introdotta sotto il pontificato di Celestino III, ma solo Innocenzo III con bolla del 29 marzo 1200 ne approvò ufficialmente il culto. Nella diocesi di Bamberga nel XV secolo ben quattro solenni celebrazioni erano dedicate alla memoria della Santa imperatrice: il 3 marzo (anniversario della morte), il 29 marzo (anniversario della canonizzazione), il 9 settembre (traslazione delle reliquie) ed il 1° agosto (commemorazione del primo miracolo).  
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Cunegonda, pregate per noi.  


*Santi Emiterio e Cheledonio - Martiri di Calahorra (3 marzo)
IV sec.

Martirologio Romano: A Calahorra nella Spagna settentrionale, santi Emeterio e Cheledonio, che, entrambi soldati presso León in Galizia, allo scoppio della persecuzione, condotti a Calahorra per aver confessato il nome di Cristo, vi ricevettero la corona del martirio.
La più antica fonte che parla di essi è Prudenzio che nel primo libro dei Peristephanon, attesta che al suo tempo non esistevano più gli Atti, essendo stati distrutti intenzionalmente dai nemici della fede perché non si avesse un documento del loro martirio.
Forse la ragione addotta da Prudenzio è una scusa per spiegare la mancanza di notizie sui due martiri; comunque, pur riferendo tradizioni orali, il poeta ci fa sapere che i due santi erano soldati: abbandonarono l’esercito per seguire il Cristo e furono decapitati in una città della Guascogna di cui Prudenzio non dice il nome, ma che designa come nostro oppido; durante l’esecuzione della sentenza sarebbe avvenuto un prodigio per cui l’anello di uno e il fazzoletto (orarium) dell’altro sarebbero stati sollevati in cielo al cospetto di tutta la folla; il loro sepolcro era visitato da molta gente e vi si operavano dei prodigi.
Da queste sintetiche notizie possiamo dedurre che Emiterio e Cheledonio siano periti alla fine
del secolo III durante la persecuzione contro i cristiani dell’esercito, suscitata da Galerio.
Il nome della città taciuto da Prudenzio, ci è dato invece da San Gregorio di Tours che, trattando dei nostri martiri, sintetizza le notizie di Prudenzio e afferma che il loro sepolcro si trovava nella cattedrale di Calahorra. La notizia è confermata dal Martirologio Geronimiano che commemora i nostri Santi il 3 marzo; alla stessa data si trovano nel Calendario mozarabico, nei martirologi storici e nel Romano. La diffusione del culto portò ad un arricchimento dei dati biografici dei due martiri, naturalmente fantastici e infondati, ma che possono avere un certo valore per conoscere lo sviluppo di una leggenda agiografica. Poiché si sapeva che essi erano stati soldati, si pensò che fossero «legionari», e per una curiosa associazione di idee si disse perciò che erano di stanza a Léon. Ciò è già attestato da un’omelia recitata probabilmente nel secolo VIII perché è conosciuta dal Martirologio di Lione (composto prima dell’806), ma il cui autore confessa candidamente di non sapersi spiegare come da Léon siano potuti andare a finire a Calahorra, tanto distante.
Una volta fissata la loro sede a Léon si fece un altro passo avanti nella ricostruzione leggendaria; ivi era venerato il martire Marcello di Tangeri, e a lui furono uniti i nostri due martiri, dicendoli suoi figli.
A ciò indusse sia l’abitudine, molto diffusa tra gli autori di passiones, di raggruppare mediante legami familiari i santi venerati nello stesso luogo, sia forse la notizia di Prudenzio, peraltro male interpretata, che chiama i due martiri fratelli nella fede: «Hic duorum cara fratrum convalescunt pectora — fida quos per omne tempus iunxerat sodalitas». Questo nuovo ampliamento della leggenda si trova nel cronista Luca di Tuy, vissuto nel secolo XIII.

(Autore: Agostino Amore – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santi Emiterio e Cheledonio, pregate per noi.


*Beato Federico di Hallum (3 marzo)
Etimologia: Federico = potente in pace, dal tedesco
Martirologio Romano: In Frisia, nel territorio dell’odierna Olanda, Beato Federico, sacerdote, dapprima parroco nella cittadina di Hallum, poi abate del monastero premostratense di Mariengaarde.
Federico nacque ad Hallum (Frisia) da umile famiglia, studiò a Mùnster in W., poi ritornò in  patria, dove fu insegnante e parroco e, dopo essere entrato nell'ordine dei Premostratensi, fondò la badia di Hortus Beatae M. Virginis.
Fondò anche un convento di monache, detto di Bethlehem, ad Oudkerk. Volendo conoscere bene la regola e le costituzioni dell'Ordine, visitò parecchi monasteri premostratensi, tra cui quello di Steinfeld dove ricevette alcuni libri liturgici e, come priore per il suo monastero, Erimanno, uomo di grande scienza ed esperienza.  
Caduto malato presso le monache di Bethlehem, fece ritorno ad Hallum, morendovi il 3 marzo 1175. Fu sepolto in una cappella che lui stesso aveva costruito.
Era invocato dagli ammalati di reumatismi e dai paralitici. Festa il 3 marzo.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Federico di Hallum, pregate per noi.


*Beato Giacomino da Crevacuore (di Canepaci) (3 marzo)

Vercelli, 1438 - 3 marzo 1508
La Chiesa festeggia oggi il "dies natalis" di un beato piemontese di cui poco si conosce: Giacomino de' Canepaci. Nato nel 1438, la peste lo portò via nel 1508.
La data di morte e il luogo di origine, Crevacuore (Biella), sono riportati sulla tomba che si trova presso il campanile del convento dei Carmelitani di Vercelli, cui apparteneva come fratello converso.
Dalle raffigurazioni esistenti, che lo mostrano con una bisaccia sulle spalle, si evince che fosse un frate cercatore. Inoltre, un confratello inglese, che probabilmente era stato a Vercelli, in un'opera racconta della carità totale che Giacomino esercitava verso i poveri, privandosi anche della sua razione di cibo quotidiana. Gregorio XVI ne approvò il culto nel 1845. (Avvenire)  
Martirologio Romano: A Vercelli, Beato Giacomino de’ Canepacci, religioso dell’Ordine dei Carmelitani, insigne per dedizione alla preghiera e alla penitenza,
Le piú antiche testimonianze sul nome, patria e culto sono quelle esistenti già presso il suo sepolcro nell'ambiente a terreno del campanile della chiesa dei Carmelitani di Vercelli: l'immagine
con l'iscrizione "MCCCCCVIII die III Martii. Hic iacet B. Fr. Iacobinus de Crepacorio qui obiit tempore ut supra", ed altre due immagini con iscrizioni (ex-uoto) di poco posteriori, cioè del 1509 e 1511, che i periti in due processi diocesani (1728 e 1843) giudicarono del Giovenone, padre o figlio, prima del 1520. Una delle tre pitture mostrava il beato con la bisaccia sulle spalle, donde si arguisce che era stato frate cercatore.
Che fosse fratello converso lo afferma esplicitamente il carmelitano inglese Giacomino Bale in una sua Collectanea, frutto di un viaggio scientifico nell'Europa settentrionale verso gli anni 1525-27 (non si sa se fu anche a Vercelli): "In conventu Vercellarum provincie Lumbardie requiescit beatus pater Iacobinus laicus frater cognomento de Ctepacorio", e aggiunge: "portarum custos quondam in conventu Vercellarum, mira sed ignota hominibus sanctitate claruit", della sua vita sa solo che il beato dava ai poveri la porzione di pane e di vino a lui spettante e che pregava e lavorava molto.
Essendo poi morto in tempo di peste, fu sepolto nell'orto del convento ed in seguito traslato in luogo piú degno, ma i religiosi non volevano che fosse posto nel coro, poiché era stato semplicemente converso.
Forse questa è la spiegazione del fatto che il luogo di sepoltura fu l'ambiente del campanile, che era in comunicazione col coro della chiesa. Il cognome de Canepacils (sotto il quale oggi è conosciuto), l'anno (1438) ed il luogo di nascita (Piasca, prima nella parrocchia di Crevacuore e poi in quella di Ayloche), nonché i miracoli operati in vita, compaiono piú tardi.
La sua qualifica di converso, poi, uno dei suoi miracoli, e forse lo stesso titolo di beato, sono serviti anche per la Vita di un altro Giacomino detto da Luino, che piú tardi compare col cognome di Eleuteri (?).  
Questi nel 1477 ricevette una donazione di terreno per la fondazione del convento carmelitano di Luino: c'è chi pensa trattarsi della stessa persona, ma allo stato attuale della documentazione non può dirsi l'ultima parola. Varie volte si tentò di ritrovare il corpo del Beato Giacomino ma sempre inutilmente.
Gregorio XVI ne approvò il culto ab immemorabili il 5 marzo 1845.
(Autore: Ludovico Saggi – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Giacomino da Crevacuore, pregate per noi.


*Beato Innocenzo da Berzo - Sacerdote (3 marzo)
Niardo, Brescia, 19 marzo 1844 – Bergamo, 3 marzo 1890
Fu ordinato sacerdote nel 1867 e svolse l’ufficio di vice-rettore del Seminario di Brescia.
A trent’anni, aspirando ad una vita di maggior perfezione entrò nell’ordine dei frati cappuccini, nel convento della Santissima Annunziata a Brescia.
Fu beatificato da Papa Giovanni XXIII il 12 novembre 1961.
Etimologia: Innocenzo = senza peccato, dal latino
Martirologio Romano: A Bergamo, Beato Innocenzo da Berzo (Giovanni) Scalvinoni, sacerdote dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini, che rifulse per lo straordinario amore nel diffondere la parola di Dio e nell’ascolto delle confessioni.
Tra gli ex voto conservati nell’umile casa natale del Beato Innocenzo a Berzo Inferiore, oggi trasformata in museo, vi è un frammento di fune a ricordo di un miracolo avvenuto sull’Adamello negli anni Venti. Un alpinista, durante una scalata, cadde in un crepaccio e non avendo nessuno che lo aiutasse, chiese l’intervento dell’umile cappuccino di cui era devoto. Dall’alto arrivò una corda mentre gli venivano suggeriti i movimenti per risalire il dirupo ma, arrivato in cima, grande fu lo stupore nel vedere che nessuno lo attendeva.
Giovanni Scalvinoni venne alla luce a Niardo (Brescia), il paese materno, il 19 marzo 1844. Pochi mesi dopo una tremenda sciagura colpì improvvisamente la giovane famiglia. Il padre, in soli due giorni, morì stroncato da una polmonite fulminante. Giovannino trascorse la fanciullezza semplicemente, facendo propria la fede forte della gente di montagna. Fin da piccolo ebbe una grande pietà per i poveri, dando generosamente quel poco che possedeva a coloro che bussavano alla porta di casa. Conserverà questo sentimento per tutta la vita: quando da cappuccino andava in giro per la questua, era sommamente soddisfatto di tornare in convento con la bisaccia vuota. Quanto riceveva in offerta lo dava ai bisognosi.
Studiò con ottimi risultati nel collegio municipale di Lovere (Bergamo) e da qui passò al seminario di Brescia dove si impose un’esigente disciplina spirituale. Ordinato sacerdote nel 1867 ricoprì alcuni incarichi, tra cui quello di vice-rettore del seminario, ma ogni volta venne rimosso perché assolutamente privo di autorità. L’innata timidezza lo portava a desiderare di vivere in solitudine, tra preghiere e penitenze. Il 16 aprile 1874 finalmente cominciò il  noviziato tra i cappuccini dell’Annunziata di Borno (ora Cogno). Quattro anni più tardi emise la professione solenne e venne nominato vicemaestro dei novizi. Per alcuni mesi, tra il 1880 e il 1881, fece parte della redazione della rivista Annali Francescani, su incarico del Padre Agostino da Crema, amico del Rosmini.
Eccetto brevi incarichi e la predicazione di esercizi spirituali in alcuni conventi lombardi, fu nel convento-eremo dell’Annunziata che visse intensamente l’abbandono nel Signore, definito “loquela taciturna d’amore”. Nonostante l’eccellente conoscenza della teologia, trasmessa anche ai
confratelli, astutamente appariva dimesso, con la volontà di voler sempre scomparire e mai apparire. Innamorato dell’Eucaristia (se sue S. Messe erano di un’intensità eccezionale), sostava quanto più poteva davanti al tabernacolo. Amava molto il Crocifisso e l’esercizio della Via Crucis che raccomandava ai suoi penitenti.
Il 3 marzo 1890, a soli quarantasei anni, ammalatosi seriamente, morì nell’infermeria del convento di Bergamo. Pochi mesi dopo le sue spoglie mortali furono trasferite solennemente a Berzo, lo circondava già una vasta fama di santità. Il 12 novembre 1961 Papa Giovanni XXIII lo proclamò beato e patrono dei bambini, protagonisti dei due miracoli del processo di beatificazione.
I suoi scritti (poche lettere, frammenti di diario, appunti per prediche), raccolti in un migliaio di pagine, svelano il disarmante segreto della sua santità: l’incondizionato abbandono nella braccia del Padre. “Gesù è da tutti offeso nel mondo: tocca a me non lasciarlo solo nell’afflizione. L’amore di Dio non consiste in grandi sentimenti, ma in una grande nudità e pazienza per l’amato Dio. Non c’è altro mezzo migliore per custodire lo spirito che patire, fare e tacere. Avrò gran desiderio d’esser soggetto a tutti e in orrore l’essere preferito al minimo”.
Un sentiero che porta al convento dell’Annunziata, da lui molte volte percorso per raggiungere varie località della Valcamonica, dove era ricercato confessore e predicatore, è oggi a lui intitolato. Dalla sua cella, meta di continui pellegrinaggi, una piccola finestra permette di contemplare l’incantevole paesaggio della bassa valle, il Lago d’Iseo e il paese natio Berzo.   
Preghiera
Ti ringraziamo, o Padre Santo,  
che nel Beato Innocenzo da Berzo
hai donato a questo nostro tempo tanto lontano da te
e tanto di te bisognoso,
un esemplare di preghiera silenziosa e contemplativa
e un vero innamorato di Te e dell’Eucaristia.
Ti ringraziamo, o Padre Misericordioso,
che nel Beato Innocenzo da Berzo
hai concesso alla tua Chiesa un ministro buono
e un fedele dispensatore del tuo perdono
e della tua grazia, per la pace e la salvezza di molti.
Ti ringraziamo, o Padre Buono,
che nel Beato Innocenzo da Berzo povero e penitente,
hai offerto ai bisognosi, ai disoccupati, ai piccoli
e ai sofferenti un amico e un benefattore,
e per la loro gioia lo hai glorificato con il dono dei miracoli.
Ascolta ora le nostre invocazioni e per la sua intercessione
concedi a noi di imitarne gli esempi
e di ottenere dalla tua bontà la grazia che con fiducia ti chiediamo. Amen  
(Autore: Daniele Bolognini – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Innocenzo da Berzo, pregate per noi.


*Beato Liberato Weiss e Compagni - Martiri francescani (3 marzo)

Konnersreuth, Baviera, 4 gennaio 1675 - Gondar, 3 marzo 1716
Martirologio Romano: Presso Gondar in Etiopia, Beati Liberato Weiss, Samuele Marzorati e Michele Pio Fasoli da Zerbo, sacerdoti dell’Ordine dei Frati Minori e martiri, che morirono lapidati per la fede cattolica.
Ci fu un tempo in cui ci si accapigliava e ci si uccideva semplicemente in nome di idee contrastanti sulla persona di Gesù. E’ quello che succede ancora oggi, anche se sulla base di altre argomentazioni, quando la religiosità autentica cede il passo all’integralismo, al fanatismo e all’intolleranza. Ne abbiamo un esempio nella vita dei Frati Minori Liberato Weiss, Samuele Marzorati e Michele Pio Fasoli, che nel 1716 coronarono con il martirio la loro testimonianza cristiana e la cui morte non è da imputarsi agli “infedeli” o ai pagani, ma agli stessi fratelli di fede, se pur eretici. Weiss è di origine bavarese, Marzorati varesotto di Biumo Inferiore ed il terzo (il cui cognome è ancora incerto) di Zerbo, in provincia di Pavia: il caso, l’ubbidienza francescana o la Provvidenza li fanno incontrare e li associano in un’impresa che, umanamente parlando, a dir fallimentare è davvero poco.
Liberato Weiss, giovane sacerdote ventottenne, nel 1703 si offre come missionario per l’Etiopia, dove c’è bisogno,  su esplicita richiesta del re, di sacerdoti cattolici per contrastare la predicazione monofisita, cioè delle chiese che si rifanno ad una eresia vecchia di quasi 1400 anni, e come tale condannata dal Concilio di Calcedonia, in base alla quale in Cristo non ci sarebbero le due nature (umana e divina), ma soltanto quella divina. Liberato si imbarca con sette compagni, ma non
mette neppure piede in Etiopia, per via di una insurrezione contro il re che ha chiamato i missionari.
Sei anni di viaggio lungo la riva del Nilo, aspettando che la situazione cambi, senza mai raggiungere la meta; dei suoi sette compagni alcuni desistono e ritornano in patria, altri muoiono, e alla fine anche lui, rimasto solo con Michele Pio, ritorna in Egitto. Un anno dopo si decide di raggiungere l’Etiopia attraverso la via del Mar Rosso ed a Liberato e Michele Pio si aggiunge Samuele Marzorati. Questa volta la spedizione è più fortunata: partiti il 3 novembre da Il Cairo, i tre raggiungono la capitale dell’Etiopia il 20 luglio dell’anno successivo. La situazione politica e religiosa è però sempre turbolenta e devono praticamente vivere in clandestinità: per ordine del nuovo re, che teme disordini: non possono predicare, non possono discutere questioni religiose, neppure possono dichiararsi missionari cattolici mandati da Roma, perché c’è una profonda diffidenza verso i “romani”, e gli europei in genere sono poco graditi. Si limitano così a studiare la lingua del luogo, a curare i malati e a sperare…che dall’Europa si ricordino di loro. I tre, infatti, hanno la sensazione di essere stati dimenticati da Dio e dagli uomini: i soldi da Propaganda Fide arrivano con il contagocce, e comunque in modo insufficiente non solo per acquistare le medicine di cui avrebbero bisogno per curare i malati, ma addirittura per il loro sostentamento. Si aggiustano come possono, Liberato fa l’orefice, ma la situazione è tale da creare anche tensioni fra di loro, soprattutto fra Liberato e Samuele.
Odiati di cuore dal popolo, individuati come “missionari di una religione cattiva”, oggetto di calunnie e di false dicerie, praticamente isolati, vengono infine arrestati e processati il 2 marzo 1716. Confessano apertamente di essere missionari cattolici, rifiutano con decisione la circoncisione in cambio della quale avrebbero salva la vita, contestano ai loro accusatori di essere “cristiani di nome e non di fatto”. Inevitabile la loro condanna a morte mediante lapidazione, eseguita il 3 marzo sulle rive del torrente Angareb.
É un monaco ad incitare l’avvio della lapidazione, dichiarando “maledetto, scomunicato e nemico della Vergine Maria” chi non tirerà contro di loro almeno cinque pietre. I tre muoiono dopo un intenso abbraccio e la vicendevole assoluzione, testimoni dell’autenticità del Cristo non con la predicazione, ma con il loro sangue. Giovanni Paolo II° li ha beatificati a Vienna il 20 novembre 1988. (Autore: Gianpiero Pettiti – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Lungo i secoli vi sono stati tanti tentativi dei missionari cattolici, di poter penetrare nei territori a religione musulmana, per portare il Vangelo anche lì, ma gli sforzi si sono dimostrati in buona parte inefficaci, vista la intolleranza religiosa che ha caratterizzato il sempre presente estremismo islamico.
E in base a questo estremismo più o meno autorizzato dalle autorità del momento, che i nostri missionari hanno dovuto pagare un tributo di sangue costante, in particolare l’Ordine Francescano.
Anche Liberato Weiss era un francescano, nato a Konnersreuth in Baviera (Germania) il 4 gennaio 1675; entrò nell’Ordine dei Frati Minori nel convento di Graz della provincia austriaca di S. Bernardino, il 13 ottobre 1698.
Fu ordinato sacerdote a Vienna il 14 settembre 1699. Nel 1703 il Commissario generale dell’Ordine chiedeva alle province di presentare dei missionari adatti per l’Etiopia, richiesti dal re di quel Paese.
Liberato Weiss subito si offrì e fu accettato da ‘Propaganda Fide’, venne inviato in Etiopia insieme ad altri sette missionari, guidati da padre Giuseppe da Gerusalemme; essi lasciarono Il Cairo in Egitto il 14 gennaio 1705, per raggiungere la carovana dei mercanti che si recava in Etiopia.  
In giugno giunsero a Debba nel Sudan dove incontrarono i soldati in piena ribellione al re di Sennar, questo impedì il loro proseguire e per sfuggire alle violenze dei rivoltosi, il 21 agosto 1705 si rifugiarono ad Allefun, che era rispettata a causa di un famoso santuario musulmano, lì esistente.
Rimasero lì fino al 31 marzo 1708, quando furono chiamati a Sennar dal re, che aveva vinto i ribelli. Degli otto iniziali missionari erano rimasti solo tre: Giuseppe da Gerusalemme, Liberato Weiss, Michele Pio da Zerbo, mentre alcuni erano ritornati al luogo di partenza l’Egitto e alcuni erano invece morti.
A maggio 1709, morì il capo guida padre Giuseppe da Gerusalemme e così rimasti solo in due, gli altri il 30 giugno 1710, ritornarono anch’essi in Egitto. Padre Michele Pio nella sua funzione di segretario del capo guida, descrisse in iscritto il viaggio apostolico che era durato dal 1704 al 1710, lungo la via del Nilo, fermatosi nel Sudan, purtroppo senza raggiungere l’Etiopia.
Propaganda Fide decise di fare un altro tentativo per la via del Mar Rosso e il 20 aprile 1711, incaricò Liberato Weiss come prefetto apostolico, Michele Pio da Zerbo e Samuele Marzorati da Biumo della provincia francescana di Milano, di intraprendere il nuovo viaggio.
Il gruppo partì da Il Cairo il 3 novembre 1711, giungendo il 20 luglio 1712 a Gondar capitale dell’Etiopia, dove furono bene accolti dal re. Ma la situazione generale del regno etiope non era tranquilla, gli europei erano poco graditi e il re Justos era fortemente contrastato, quindi i missionari dovevano stare quasi nascosti in attesa che la situazione migliorasse.
Si diffusero dicerie su di loro e sulla religione professata, per cui il re, prima non diede ascolto ma poi per evitare ulteriori discordie, li mandò in altra provincia, il Tigré. Dopo la loro partenza il re Justos si ammalò e di questo approfittarono i suoi avversari che incoronarono David figlio di un altro re.
I missionari furono richiamati a Gondar dagli usurpatori, processati, furono condannati a morte in “odio alla fede”, il 3 marzo 1716 furono lapidati nella piazza Abbo.  Il processo informativo per la loro beatificazione si tenne a Vienna, provincia francescana d’origine del padre guida della spedizione Liberato Weiss, negli anni 1932-33.  Sono stati beatificati da Papa Giovanni Paolo II il 20 novembre 1988 a Vienna, durante il suo viaggio in Austria.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Liberato Weiss e Compagni, pregate per noi.


*Santi Marino di Cesarea e Asterio - Martiri (3 marzo)

Marino visse nel III secolo sotto Gallieno. Eusebio racconta che”… allorché la pace vigeva per tutte le Chiese…” Marino, nobile ufficiale dell’esercito imperiale, avrebbe dovuto essere nominato centurione.
Accusato di essere cristiano da un collega che voleva quella carica e condotto dal giudice, ebbe tre ore di tempo per riflettere.
Il vescovo Teocteno allora lo condusse in chiesa davanti ad un altare, e, indicandogli la spada che portava, gli domandò di scegliere tra la spada e il Vangelo.
Tre ore dopo, Marino, ancor più fermo nel proclamarsi cristiano, fu condannato alla decapitazione. Il senatore Asterio, anch’egli ricordato oggi, tentò di dargli sepoltura pur sapendocosa rischiava, e per questo ne condivise il martirio.
Etimologia: Marino = uomo del mare, dal latino
Emblema: Palma
Martirologio Romano: A Cesarea in Palestina, santi Marino, soldato, e Asterio, senatore, martiri sotto l’imperatore Gallieno: il primo, denunciato perché cristiano da un commilitone ostile, professò a chiara voce davanti al giudice la propria fede, ricevendo la corona del martiro con la decapitazione; si tramanda che Asterio, stesa a terra la propria veste, raccolse il corpo del martire e ricevette immediatamente egli stesso il medesimo onore da lui reso al martire. Allorché la pace vigeva per tutte le Chiese...": con queste parole lo storico Eusebio inizia il racconto del martirio di Marino, nobile e ricco ufficiale dell'esercito imperiale, a Cesarea di Palestina.
Il periodo di pace di cui parla Eusebio è quello instaurato da Gallieno che nel 260 aveva emanato un editto di tolleranza per i cristiani.
Evidentemente non tutti i magistrati ne condividevano la politica di distensione, se non mancarono episodi di intolleranza come quello che ha per protagonisti il nobile Marino e il senatore Asterio, che il Martirologio Romano celebra oggi congiuntamente col titolo di martiri. Ecco il racconto di Eusebio.
A Cesarea in Palestina era vacante un posto di centurione.
Quel posto toccava a  Marino. La promozione gli era già stata notificata ed egli era in attesa della consegna della verga di vite, simbolo del grado di centurione romano. Altri però ambivano a quella promozione.
Uno dei più ostinati pretendenti si fece avanti dichiarando in tribunale che a Marino, a norma di antiche leggi, era vietato l'accesso a dignità romane, perchè essendo cristiano avrebbe rifiutato di sacrificare all'imperatore. Il giudice, un certo Acheo, infastidito da questo contrattempo, domandò a Marino quale fosse la sua religione. La risposta del soldato fu chiara e pronta: "Sono cristiano".
Il giudice gli diede tre ore di tempo per riflettere.
Uscito dal tribunale, Marino incontrò il vescovo Teotecno, che, dopo essersi intrattenuto con lui, lo guidò per mano verso la Chiesa.
Entrativi, il vescovo lo condusse ai piedi dell'altare. Sollevandogli il mantello gli indicò la spada appesa al fianco e mostrandogli poi il Vangelo gli disse di scegliere.
Marino non ebbe alcuna esitazione e scelse il libro della Sacra Scrittura. "Sii dunque di Dio, concluse il vescovo - sii con Dio e, forte nella grazia, consegui ciò che hai scelto.
Va' in pace!".
Erano trascorse le tre ore. Marino, recatosi di nuovo al tribunale, davanti al giudice proclamò la sua fede "con ardire ancora più grande". Tanto bastò perché fosse condannato, seduta stante, alla pena capitale.
La sentenza fu eseguita immediatamente. Al martirio del giovane ufficiale era presente il senatore Asterio, che volle emularlo nel coraggio, caricandosi sulle spalle il corpo del martire per dargli degna sepoltura, ben sapendo che quel gesto l'avrebbe compromesso.
Infatti - aggiunge Rufino, il traduttore di Eusebio - Asterio condivise quasi subito con Marino l'onore del martirio.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santi Marino di Cesarea e Asterio, pregate per noi.


*Beato Michele da Zerbo e Compagni - Martiri (3 marzo)
Etimologia: Michele = chi come Dio?, dall'ebraico
Emblema: Palma
Martirologio Romano: Presso Gondar in Etiopia, Beati Liberato Weiss, Samuele Marzorati e Michele Pio Fasoli da Zerbo, sacerdoti dell’Ordine dei Frati Minori e martiri, che morirono lapidati per la fede cattolica.
Lungo i secoli vi sono stati tanti tentativi dei missionari cattolici di poter penetrare nei territori a religione musulmana per poter portare il Vangelo anche lì, ma gli sforzi si sono dimostrati in buona parte inefficaci, vista la intolleranza religiosa che ha sempre distinto il sempre presente estremismo arabo.
E in base a questo estremismo più o meno autorizzato dalle autorità del momento, che i nostri missionari hanno dovuto pagare un tributo di sangue costante, in particolare l’Ordine Francescano.
Anche Michele Pio da Zerbo (da laico Fasoli), era un francescano della provincia di Pavia, nato intorno al 1670, fu dichiarato missionario apostolico dalla Sacra Congregazione di Propaganda Fide, il 21 gennaio 1704 ed inviato in Etiopia insieme ad altri sette missionari, guidati da padre
Giuseppe da Gerusalemme, essi lasciarono il Cairo in Egitto il 14 gennaio 1705 per raggiungere la carovana dei mercanti che si recava in Etiopia.  
In giugno giunsero a Debba dove incontrarono i soldati in piena ribellione al re di Sennar, questo impedì il loro  proseguire e per sfuggire alle violenze dei rivoltosi, il 21 agosto 1705 si rifugiarono ad Ailefun, che era rispettata a causa di un famoso santuario musulmano, lì esistente.
Rimasero lì fino al 31 marzo 1708, quando furono chiamati a Sennar dal re, che aveva vinto i ribelli. Degli otto iniziali missionari erano rimasti solo tre: Giuseppe da Gerusalemme, Liberato Weiss, Michele Pio da Zerbo, mentre alcuni erano ritornati al luogo di partenza l’Egitto e alcuni erano invece morti. A maggio 1709, morì anche il capo guida padre Giuseppe da Gerusalemme e così rimasti solo in due, gli altri il 30 giugno 1710, ritornarono anch’essi in Egitto.
Padre Michele Pio nella sua funzione di segretario del capo guida, descrisse in iscritto il viaggio apostolico che era durato dal 1704 al 1710, lungo la via del Nilo fermatosi nel Sudan, purtroppo senza raggiungere l’Etiopia.
Propaganda Fide decise di fare un altro tentativo per la via del Mar Rosso e il 20 aprile 1711, incaricò Liberato Weiss come prefetto apostolico, Michele Pio da Zerbo e Samuele Marzorati da Biumo della provincia francescana di Milano, di intraprendere il nuovo viaggio.
Il gruppo partì da Il Cairo il 3 novembre 1711, giungendo il 20 luglio 1712 a Gondar capitale dell’Etiopia, dove furono bene accolti dal re.
Ma la situazione generale del regno etiope non era tranquilla, gli europei erano poco graditi e il re Justos era fortemente contrastato, quindi i missionari dovevano stare quasi nascosti in attesa che la situazione migliorasse.
Si diffusero dicerie su di loro e sulla religione professata, per cui il re, prima non diede ascolto ma poi per evitare ulteriori discordie li mandò in altra provincia, il Tigré. Dopo la loro partenza il re Justos si ammalò e di questo approfittarono i suoi avversari che incoronarono David figlio di un altro re.
I missionari furono richiamati a Gondar dagli usurpatori, processati, furono condannati a morte in ‘odio alla fede’. Il 3 marzo 1716 furono lapidati nella piazza Abbo.
Il processo informativo per la loro beatificazione si tenne a Vienna, provincia francescana d’origine del padre guida della spedizione Liberato Weiss, negli anni 1932-33. Sono stati beatificati da papa Giovanni Paolo II il 20 novembre 1988 a Vienna, durante il suo viaggio in Austria.  
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Michele da Zerbo e Compagni, pregate per noi.


*Santa Non - Religiosa inglese (3 marzo)

475 (?) - 3 marzo VI sec.

Santa Non, Nonita o Nonna è la madre di San David, patrono del Galles.
Si ritiene sia nata nell’anno 475. Era una figlia di lord Cynyr Ceinfarfog di Caer Goch e sua sorella era santa Wenna.
Si tramanda che una volta rimasta vedova, abbia deciso di diventare suora a Ty Gwyn, presso Whitesands Bay nel Dyfed.
Durante la sua esperienza religiosa, sul finire del secolo V, fu violentata dal principe Sandde di Ceredigion.
Rimasta incinta, decise di mantenere la gravidanza per andare a partorire sulla costa a St
David’s, durante una violenta tempesta.
La leggenda vuole che durante il parto, si sia aggrappata in maniera forte ad una roccia della costa, tanto da lasciarci le proprie impronte. Il bambino nacque durante un’esplosione di luce e la roccia venne spaccata in due da un fulmine.
Il bimbo fu chiamato Dewi, che divenne dopo David del Galles.
Nel luogo del parto era stata costruita una cappella che oggi cade in rovina.
Santa Non Portò il piccolo figlioletto a Henfeynyw, presso Aberaeron e successivamente si trasferì a Llanon dove fondò un monastero.
Alcuni anni dopo, per stare vicina alla sorella, si trasferì nel Cerniw. La leggenda narra che qualche tempo dopo prese due buoi, a cui fece trascinare un altare. Gli animali si fermarono ad Altarnur, luogo dove la santa, si stabilì e fondò un’altro monastero.
Infine si ritirò in Bretagna, a Dirion, dove fondò un terzo monastero e dove morì il 3 marzo di un anno imprecisato nel VI secolo.
Nel luogo dove morì sorse un santuario.
Santa Non fu sepolta ad Altarun in Cornovaglia, e i suoi resti andarono perduti durante la Riforma protestante.
Va rilevato che alcune fonti indicano la stretta somiglianza fra il nome della santa, "Non", e la parola inglese "nun", "suora", e ipotizzano che l'intera storia della santa sia completamente inventata.
Ad Altarun esiste una chiesa eretta per ricordare la santa; un’altra chiesa che la ricorda si trova a Llanerchaeron.
Santa Non è la patrona di Pelynt.
La sua festa ricorre il giorno 3 marzo.

(Autore: Mauro Bonato – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Non, pregate per noi.


*Santi Nove Fratelli Chercheulidze - Martiri (3 marzo) “Chiese Orientali”

+ 1625
Eroi georgiani, abitanti nel villaggio di Marabda (Georgia orientale, provincia di Kacheti), dove, nel 1625, ebbe luogo una famosa battaglia contro gli invasori persiani.
I nove fratelli avevano
fatto voto al Signore che nessuno di loro avrebbe lasciato il campo di battaglia nel caso in cui le truppe georgiane fossero state sconfitte dal nemico, superiore per forze.  
Secondo la tradizione, assieme ai nove fratelli scesero in campo anche la madre e la sorella; queste curavano i feriti, cucinavano e lavavano per i combattenti.
Tutti i fratelli, insieme con la madre e la sorella, caddero nella battaglia presso Marabda e furono sepolti sul campo stesso.
Il racconto della loro lotta per la libertà della patria e per la difesa della fede cristiana, oltre che nelle tonti ecclesiastiche, si è tramandato in parecchi canti e poesie popolari e nella cronaca Descrizione del regno di Kartli di V. Bagrationi (La vita della Georgia). Il giorno della commemorazione dei fratelli Chercheulidze e degli altri novemila georgiani, periti nella stessa battaglia, è il 3 marzo, coincidente con la commemorazione del protomartire Razhden.
(Autore: Enrico Gabidzashvili - Bibliotheca Sanctorum Orientalium)
Giaculatoria - Santi Nove Fratelli Chercheulidze, pregate per noi.  


*Santa Piamun - Vergine in Egitto (3 marzo)

IV secolo
Il 3 marzo i menei bizantini annunciano la memoria di Piamun con un distico di lode, ma senza fornire alcuna notizia biografica.
Questa Santa, che non è commemorata altrove, è nota attraverso Palladio, che le dedica un capitolo della sua Historia Lausiaca, e ciò permette di pensare che ella vivesse nella seconda metà del IV sec. in Egitto, come indica il racconto.
Piamun viveva con sua madre, lavorava alla tessitura del lino e si nutriva soltanto la sera; la santità della sua vita le aveva meritato il dono della profezia.  
In occasione di una piena del Nilo, gli abitanti di un villaggio vicino erano entrati in conflitto con quelli del paese della santa, e si apprestavano ad occuparlo.
Piamun, avvertita dei progetti del nemico, tentò di convincere i preti del villaggio ad intercedere presso costoro per risparmiare i propri concittadini, ma i preti non ne ebbero il coraggio e chiesero a Piamun di andare ella stessa.
Allora la fanciulla si ritirò in casa rimanendo in preghiera per tutta la notte; il mattino seguente alle prime luci dell'alba, i nemici, mentre erano soltanto a tre miglia dal villaggio, furono misteriosamente fermati senza poter più avanzare.
Ad alcuni di loro fu rivelato che si trattava dell'effetto delle preghiere di Piamun; allora vennero essi stessi a chiedere la pace ai loro vicini invitandoli a rendere grazie a Dio che, attraverso le preghiere di Piamun, li aveva salvati.
(Autore: Joseph-Marie Sauget - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Piamun, pregate per noi.

  

*Beato Pier Renato (Pierre-René) Rogue - Sacerdote Vncenziano, Martire (3 marzo)
Vannes, Francia, 11 giugno 1758 – 3 marzo 1796
Emblema:
Palma
Martirologio Romano: A Vannes in Bretagna, in Francia, Beato Pietro Renato Rogue, sacerdote della Congregazione della Missione e martire: durante la rivoluzione francese, rifiutatosi di prestare l’empio giuramento imposto al clero, rimase in città per servire di nascosto i fedeli e, condannato a morte, raggiunse la misericordia del Signore nella stessa chiesa in cui celebrava i sacri misteri.
La figura di Pierre-René Rogue, missionario vincenziano e martire nel tragico contesto della Rivoluzione francese, è più che mai attraente e di grande attualità . Definito “Martire dell’Eucaristia e della Carità”, è così egregiamente compendiata la sua giovane vita al servizio di Dio e dei fratelli.
Pierre-René nacque l’11 giugno 1758 a Vannes, antica città della Bretafia franca. I suoi genitori Claudio Rogue e Francisca Loisea appartenevano alla classe media della città e da buoni cristiani battezzarono il figlio subito il giorno dopo la nascita. La disgrazia si abbattè sulla famiglia con la morte prematura del padre, quando il piccolo Pierre-René aveva appena tre anni. Sua madre lo affidò allora per l’educazione al Collegio di Sant’Ivo, diretto dai gesuiti.
Fece inoltre parte della Congregazione mariana del collegio ed in essa approfondì la devozione alla Vergine, che coltivo per tutta la vita. In quell’ambiente propizio sbocciò in lui il germoglio della vocazione al sacerdozio, alimentato anche dalla sua generosa madre. Il seminario diocesano di Vannes, diretto dai vincenziani, lo accolse nel 1776, all’età di diciott’anni. Forse per non lasciare completamente sola sua madre, trascorse un periodo come alunno esterno. Si dimostrò dotato di virtù e scienza, qualità necessarie per la vita presbiterale. Terminati gli studi , fu ordinato sacerdote il 21 settembre 1782 ed il giorno seguente celebrò la sua prima messa nella chiesa del seminario.
Il vescovo lo nominò cappellano della Casa di Esercizi spirituali per donne, ove proseguì il suo impegno nella preghiera e nello studio, che stimolarono nel suo animo il desiderio di una maggiore
dedizione nel servizio verso Dio e verso il prossimo. Pensò allora di entrare tra i figli di San Vincenzo de Paoli, che già erano stati i suoi formatori, nonostante alcune difficoltà in questa decisione: doversi separarsi da sua madre quale figlio unico, le continue cure che la sua malferma salute esigeva ed il grande impegno che comportava il suo stesso apostolato nella diocesi.
Ma la chiamata divina gli fece superare tutto ciò ed il 25 ottobre 1786 entrò così nel noviziato vincenziano presso la casa madre di San Lazzaro a Parigi. Coloro che lo conobbero nei due anni di noviziato, notarono come la sua bontà si esprimesse in tutto il suo essere, il suo carattere dolce ed affabile attraeva quanti avevano a che fare con lui. Già al termine del primo anno, considerata la sua formazione spirituale e teologica i superiori ritennero che potesse seguire il suo secondo anno di noviziato come professore di teologia nel seminario di Vannes, sua città natale. Qui il 26 ottobre 1788 emise i voti solenni entrando così definitivamente nella Congregazione della Missione.
Padre Jacquier, Superiore Generale dei Figli di San Vincenzo de’ Paoli, tratteggiò un bel ritratto del missionario, quale sacerdote della Congregazione della Missione: “Esatto nell'ora di alzata, nella preghiera comunitaria e negli esercizi di pietà della Regola. Esatto nei suoi doveri. Dedica tutto il suo tempo all'esercizio delle sue funzioni sacerdotali o a prepararle con la preghiera e lo studio. Amico del silenzio, separato dal mondo, e se vi sta è per aiutare tutti. Fedele imitatore di San Vincenzo de Paoli nella semplicità, umiltà, mansuetudine, mortificazione e zelo per la salvezza delle anime. Lascia dappertutto il buon profumo di Cristo”. Questa in sostanza fu a tutti gli effetti la vita di Padre Rogue. Dio lo aveva dotato di non pochi doni preziosi per la conquista delle anime, tra i quali un aspetto sereno ed una bella voce che lo aiutava nella predicazione. Instancabile nel confessionale, vi dedicava la gran parte del tempo libero.
L’orizzonte della Francia non appariva però molto sereno: alle legittime pretese del popolo di un equo regime sociale, si accompagnò una feroce persecuzione contro la Chiesa. Il 13 luglio 1789 anche la casa madre parigina  dei vincenziani fu assalita e profanata dai rivoluzionari. Il giorno seguente fu presa la Bastiglia con uno scontro sanguinoso. Il 12 luglio 1790 fu votata la celebre Costituzione civile del clero, che disconosceva il Papa quale capo della Chiesa, sostituito dallo stato. Nell’aprile 1791 Papa Pio VI dichiarò scismatica tale costituzione. La persecuzione si scatenò violenta contro i cristiani fedeli a Roma. Il re Luigi XVI fu incarcerato, i beni della Chiesa confiscati, gli ordini religiosi soppressi. Il 2 settembre del 1792 iniziano i massacri a Parigi, ove furono martirizzati tre vescovi e numerosi altri sacerdoti e religiosi.
Il vescovo ed il clero di Vannes non accettarono la Costituzione e rifiutarono di prestare giuramento. Alcuni sacerdoti però, tra i quali il Superiore del Seminario, si lasciarono convincere e promisero di prestare il giuramento. Qui emerse la figura di Padre Rogue, che iniziò ad esortare il Superiore del Seminario affinchè ritrattasse la promessa del giuramento. Tutti i sacerdoti che avevano promesso di giurare lo ascoltarono, con una sola eccezione. Pierre-René era infatti molto ammirato dal clero di Vannes come difensore della Chiesa. Il vescovo, i sacerdoti ed i religiosi furono espulsi. La casa dell’anziana madre costituì l’unico rifugio possibile per il Rogue. Quando la persecuzione infuriò ancor di più, egli anziché nascondersi o cambiare domicilio proseguì la sua opera di visita ai malati ed incoraggiamento dei più deboli. Il suo coraggio ed il suo animo giovanile lo spinsero perfino a varcare la soglia delle prigioni per incoraggiare i prigionieri ed amministrare loro i sacramenti. Fu riconosciuto, ma era tanto ammirato e rispettato che nessuno osò denunciarlo.
La sera della vigilia del Natale 1795 Padre Rogue fu chiamato ad assistere un moribondo ed amministrargli il Viatico. Fu catturato poco prima di entrare nella casa del malato e non oppose resistenza ai suoi persecutori, tra i quali uno che proprio da lui aveva ricevuto molti aiuti di ogni genere. Fu condotto in tribunale, formato anche da alcuni suoi vecchi compagni, che si scontrarono con quelli che lo avevano arrestato, segno del grande affetto e stima che provavano per lui. Gli proposero di fuggire e nascondersi, ma egli non accettò per evitari di comprometterli. “Porto con me la Sacra Eucaristia” disse loro e, ritirantosi in disparte, consumo la specie eucaristica nel silenzio rispettoso di tutti. Portato in carcere lo stesso giorno, vi rimase sino al 3 marzo seguente. Fu imprigionato in una delle torri dell’antica prigione di Vannes, umida e fredda, e dalle sue labbra mai uscì un solo lamento.
In quel periodo la persecuzione parve attenuarsi ed essendosi egli illuso del martirio, che sembrava sempre più vicino, giunse ad esclamare: “Signore, non son degno...”. Ma la pausa nella persecuzione fu purtroppo solo temporanea. Chiamato nuovamente in tribunale e sottoposto ad un duro interrogatorio, Padre Rogue confessò e non negò la sua condizione di sacerdote refrattario alla Costituzione civile ed ammise di aver continuato ad esercitare il suo ministero sacerdotale, fedele al Papa: di ciò fu riconosciuto colpevole e dunque fu condannato alla ghigliottina. La sentenza doveva essere eseguita entro ventiquattro ore nella pubblica piazza, senza possibilità di eventuali ricorsi. Gli fu concesso di abbracciare un’ultima volta sua madre. Terminato l’iniquo processo, fu ricondotto in carcere, ove indirizzò un’ultima lettera all’anziana madre ed ai suoi confratelli, annunciando loro che moriva per la fede, felice di donare la sua vita per Cristo. Vi furono vari tentativi per liberarlo, ma egli trascorse la notte in preghiera ed aiutando gli altri condannati a morte.
Giovedì 3 marzo 1796, alle tre del pomeriggio, Pierre-René fu fatto uscire di prigione con le mani legate dietro le spalle e condotto alla ghigliottina, che era posta vicino al collegio ove si era consacrato al Signore. La lama della ghigliottina tagliò imperterrita la sua testa, facendo sue le ultime parole di Cristo: “Nelle tue mani, Signore, consegno il mio spirito”. La folla, per niente impaurita, si precipitò verso il patibolo per bagnare nel sangue del nuovo martire dei pezzi di stoffa, conservati come preziose reliquie. I soldati tornarono dalla esecuzione pieni di rispetto ed ammirazione per l’eroico martire, riconoscendo: “Non era un uomo, era un angelo!”.
Il giorno successivo il suo corpo fu sepolto nel cimitero cittadino. Tra le cinque persone che si trovarono ad assistere all’inumazione, una di loro scrisse il suo cognome “Rogue”, su un pezzo di lavagna e lo collocò sul suo corpo, onde poterlo un giorno identificare. Terminata la rivoluzione, sua madre fece collocare una croce sulla tomba.
Vannes considerò Pierre-René, suo illustre figlio, come un santo martire. La sua tomba era assai frequentata e gli vennero attribuite grazie di ogni genere. Papa Pio XI il 10 maggio 1934 lo dichiarò “beato” nella Basilica di San Pietro in Vaticano. La sua città natale lo onorò con grandi festeggiamenti e collocò le sue reliquie ed un bel quadro in sua memoria nella Cattedrale.
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Pier Renato Rogue, pregate per noi.


*Beato Pietro Geremia - Domenicano (3 marzo)
Palermo 1399 - 1452
Nato a Palermo, si recò a Bologna per studiare diritto.
Qui alla vigilia della laurea entrò in convento nel 1424. Fu novizio a Fiesole sotto la guida di Sant’Antonino. Come Sacerdote predicò e insegnò con generosità, acquistando la stima della Curia papale. Il suo desiderio di conformarsi a Cristo crocifisso era tale da spingerlo a lamentarsi con Dio quando rimaneva per un po' di tempo senza prove.
Promosse la riforma spirituale dell'Ordine in Sicilia e, per incarico di papa Eugenio IV, il riordinamento del clero secolare.
Si spense il 3 marzo a Palermo, nel convento di Santa Zita.
Martirologio Romano: A Palermo, B. Pietro Geremia, Sacerdote dell’Ordine dei Predicatori, che, confermato da San Vincenzo Ferrer nel ministero della parola di Dio, si consacrò interamente alla salvezza delle anime.
Pietro nacque nel 1399 dalla nobile famiglia di Geremia, a Palermo. Crebbe tutto grazia e modestia e mostrò ingegno non comune. Inviato all’Università di Bologna per studiarvi Diritto, sorpassò in
breve tutti i suoi colleghi. Ma mentre i nobili genitori facevano su di lui sogni dorati, una terribile visione orientò per sempre Pietro verso altre mete. Gli apparve un suo parente dannato, che in vita aveva esercitato l’avvocatura, il quale gli disse che, pur avendo difese tante cause, non aveva trovato difensori davanti al divino tribunale.
Commosso e atterrito il giovane studente si prostrò davanti a Dio e gli offrì il fiore di quella verginità, che per  divina grazia aveva conservato, e dopo poco si fece Domenicano. Era il 1429. I progressi nelle virtù e negli studi, presso il Convento Domenicano di Fiesole, furono mirabili. Ben presto la sua ispirata parola risuonò in tutta Italia.  San Vincenzo Ferreri l’amò di tenero affetto e l’assicurò, da parte di Dio, che il suo zelo era molto gradito alla Divina Maestà.
Il Maestro Generale Bartolomeo Tesserio, dopo aver divisa la Provincia di Sicilia da quella di Napoli, ne affidò a  lui, nel 1417, la restaurazione della Regolare Disciplina, assai decaduta.
Pietro vi si dedicò con tutto l’ardore d’un santo e i frutti consolanti che ne riportò, più che con la parola, li ottenne con l’esempio e con la preghiera. Papa Eugenio IV lo volle al Concilio di Firenze, indetto per trattare la riunificazione dei Greci con la Chiesa Latina. La sua parola fu ascoltatissima da tutti i Padri Conciliari. Alla sua morte, avvenuta a Palermo nel Convento di Santa Zita il 3 marzo 1452, gli fu trovata ai fianchi una catena che portava da cinquantadue anni. Il Senato Palermitano fin dal 1675 ottenne che Pietro fosse dichiarato Compatrono della città. Il culto è stato confermato da Papa Pio VI il 12 maggio 1784. La Chiesa lo ricorda oggi, anniversario della dichiarazione a Patrono della città di Palermo.
(Autore: Franco Mariani - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Pietro Geremia, pregate per noi.  


*Beato Samuele Marzorati e Compagni - Sacerdote e Martire (3 marzo)

Etimologia: Samuele = il Signore ha ascoltato, dall'ebraico
Emblema: Palma
Martirologio Romano: Presso Gondar in Etiopia, Beati Liberato Weiss, Samuele Marzorati e Michele Pio Fasoli da Zerbo, sacerdoti dell’Ordine dei Frati Minori e martiri, che morirono lapidati per la fede cattolica.
Lungo i secoli vi sono stati tanti tentativi dei missionari cattolici di poter penetrare nei territori a religione musulmana per poter portare il Vangelo anche lì, ma gli sforzi si sono dimostrati in buona parte inefficaci, vista la  intolleranza religiosa che ha sempre distinto, il sempre presente estremismo arabo.
E in base a questo estremismo più o meno autorizzato dalle autorità del momento, che i nostri missionari hanno dovuto pagare un tributo di sangue costante, in particolare l’Ordine Francescano.
Anche Samuele Marzorati era un francescano della provincia di Milano, nato a Biumo nel 1670; arrivò come missionario nel Cairo il 10 settembre 1701; dal 1705 al 1711 tentò inutilmente di
fondare una missione nella isola di Socotra. Nel frattempo erano falliti i tentativi di stabilire una missione in Etiopia, guidata da padre Giuseppe da Gerusalemme, durati dal 1705 al 1710.
‘Propaganda Fide’ decise di fare un altro tentativo per la via del Mar Rosso e il 20 aprile 1711, incaricò il francescano tedesco Liberato Weiss come prefetto apostolico, Michele Pio da Zerbo e Samuele Marzorati da Biumo, di intraprendere il nuovo viaggio.
Il gruppo partì da Il Cairo il 3 novembre 1711, giungendo il 20  luglio 1712 a Gondar capitale dell’Etiopia, dove furono bene accolti dal re. Ma la situazione generale del regno etiope non era tranquilla, gli europei erano poco graditi e il re Justos era fortemente contrastato, quindi i  missionari dovevano stare quasi nascosti in attesa che la situazione migliorasse.
Si diffusero dicerie su di loro e sulla religione professata, per cui il re, prima non diede ascolto ma poi per evitare ulteriori discordie li mandò in altra provincia, il Tigré. Dopo la loro partenza il re Justos si ammalò e di questo approfittarono i suoi avversari che incoronarono David figlio di un altro re.
I missionari furono richiamati a Gondar dagli usurpatori, processati, furono condannati a morte in ‘odio alla fede’. Il 3 marzo 1716 furono lapidati nella piazza Abbo.
Il processo informativo per la loro beatificazione si tenne a Vienna, provincia francescana d’origine del padre guida della spedizione Liberato Weiss, negli anni 1932-33.
Sono stati beatificati da Papa Giovanni Paolo II il 20 novembre 1988 a Vienna, durante il suo viaggio in Austria.  
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Samuele Marzorati e Compagni, pregate per noi.


*Santa Teresa Eustochio Verzeri - 3 marzo (o 27 ottobre)

Bergamo, 31 luglio 1801 - Brescia, 3 marzo 1852
Nasce il 31 luglio 1801 a Bergamo. Primogenita dei sette figli di Antonio Verzeri e della Contessa Elena Pedrocca-Grumelli, Teresa fa i primi studi in casa, guidata dal canonico Giuseppe Benaglio. Più tardi la troviamo con le monache benedettine di Santa Grata, a Bergamo.
Sono periodi di grande travaglio interiore e di ricerca. Teresa lascia il monastero, per dedicare la sua vita e il suo impegno nel mondo. L'8 febbraio 1831, insieme al canonico Benaglio, fonda la Congregazione delle Figlie del Sacro Cuore di Gesù. Saranno educatrici e guide delle ragazze povere, orfane e abbandonate.
Morto il canonico Benaglio nel 1836, gravano su di lei le fatiche per la formazione delle religiose, per le costituzioni, per i rapporti con Roma.
Un lavoro imponente, testimoniato da volumi sui doveri delle religiose, dalle costituzioni, dalle oltre 3.500 lettere che scrive di persona.  
Muore a Brescia il 3 marzo 1852. (Avvenire)
Etimologia:  Teresa = cacciatrice, dal greco; oppure donna amabile e forte, dal tedesco
Martirologio Romano: A Brescia, Santa Teresa Eustochio (Ignazia) Verzeri, Vergine, Fondatrice dell’Istituto delle Figlie del Sacratissimo Cuore di Gesù.  
Teresa Verzeri nasce il 31 luglio 1801 a Bergamo (Italia); è la primogenita dei sette figli di Antonio Verzeri e della contessa Elena Pedrocca-Grumelli. Il fratello Girolamo diventerà Vescovo di Brescia. La madre, dubbiosa se scegliere il matrimonio o abbracciare la vita monastica, si era
sentita rispondere in tono profetico dalla zia M. Antonia Grumelli, monaca clarissa: "Dio ti destina a quello stato per renderti madre di santa prole".
Nella più tenera età Teresa impara dalla mamma, donna eminentemente cristiana, a conoscere e ad amare Dio ardentemente. Nel suo cammino spirituale viene seguita dal Canonico Giuseppe Benaglio, Vicario Generale della Diocesi di Bergamo, che già accompagnava la famiglia.
Teresa compie gli studi iniziali in ambito domestico. Intelligente, dotata di spirito aperto, vigilante, retto, viene educata al discernimento, alla ricerca dei valori perenni e alla fedeltà all'azione della grazia. Dalla fanciullezza fino all'età più matura Teresa si lascia illuminare dallo Spirito di Verità che l'animerà ad un costante e acceso combattimento spirituale: alla luce della fede scopre e sperimenta il peso della propria fragilità, smascherando, per quanto è possibile a creatura umana, ogni forma idolatrica di menzogna, di egoismo, di paura, per arrendersi totalmente a Dio. Percorre, nella Grazia, un cammino fatto di spogliamento, di purezza di intenzione, di rettitudine e semplicità che la porta a cercare "Dio solo".
Interiormente Teresa vive la particolare esperienza mistica "dell'assenza di Dio", anticipando qualcosa della vita religiosa dell'uomo di oggi: il peso della solitudine umana davanti al senso inquietante della lontananza da Dio. Nella fede incrollabile, tuttavia, Teresa non smarrisce la confidenza e l'abbandono nel Dio vivente, Padre provvidente e misericordioso, al quale vota in obbedienza la vita, e come in Gesù, il suo grido di solitudine diventa consegna di tutta se stessa per amore.
Nell'intento di piacere a Dio e di fare solo la sua volontà, matura la sua vocazione religiosa tra la famiglia e il Monastero Benedettino di Santa Grata, dal quale esce dopo lunga e travagliata ricerca, per fondare a Bergamo, insieme al Canonico Giuseppe Benaglio, l'8 febbraio 1831, la Congregazione delle Figlie del Sacro Cuore di Gesù.
Teresa Verzeri vive nella prima metà dell'800, un periodo di grandi trasformazioni nella storia d'Italia e della società di Bergamo, segnata da cambiamenti politici, rivoluzioni, persecuzioni che non risparmiano la Chiesa, attraversata anche dal Giansenismo e dalla crisi dei valori, frutto della Rivoluzione Francese.
Nel momento in cui la devozione al Sacro Cuore trova resistenze, ella consegna alle prime Figlie del Sacro Cuore questo testamento, che caratterizza il patrimonio spirituale della loro famiglia religiosa: "Gesù Cristo, a voi e al vostro Istituto ha fatto il prezioso dono del suo Cuore, perché non da altri impariate la santità, essendo Egli della vera santità la sorgente inesausta". (Libro dei Doveri, vol. I, p. 484).
Teresa vede benissimo le urgenze, coglie i bisogni del suo tempo. Con disponibilità assoluta a qualunque situazione ove la carità lo richiede, anche a quelle più pericolose e gravi, con le sue prime compagne si dedica a diversi servizi apostolici: "educazione delle giovani di media ed infima classe; convitti delle orfane pericolanti, abbandonate ed anche traviate; scuole, dottrina cristiana, esercizi spirituali, ricreazioni festive, assistenza agli infermi" (Pratiche, 1841).
Nella sua missione rivela le sue doti speciali di maestra di spirito, di apostola e di pedagoga. Teresa professa espressamente il sistema preventivo: "Coltivate e custodite molto accuratamente la mente ed il cuore delle vostre giovinette mentre sono ancora tenere, per impedire, per quanto possibile, che in essi entri il male, essendo migliore cosa preservare dalla caduta coi vostri richiami ed ammonimenti che risollevarle con correzione" (Libro dei Doveri, vol. III, p. 368).
L'educazione è opera di libertà e di persuasione, nel rispetto dell'individualità: per questo raccomanda di lasciare alle giovani "una santa libertà sì che operino volentieri e in pieno accordo quello che, oppresse da comando, farebbero come peso e con violenza"; che la scelta dei mezzi si adatti "al temperamento all'indole, alle inclinazioni, alle circostanze di ognuna... e sul conoscimento di ciascuna" si stabilisca il modo con cui trattarla (Libro dei Doveri,vol. I, p. 447 e 349).
Nel 1836 muore il Canonico Benaglio; Teresa, appoggiata all'obbedienza che le garantisce essere la Congregazione voluta da Dio, si dedica totalmente alla sua approvazione, consolidamento ed espansione. Affronta, per questo, tanti ostacoli frapposti dalle autorità civili, ed anche da persone della gerarchia ecclesiastica che mettono a dura prova la sua virtù. Teresa si mostra eroica nell'abbandono alla volontà di Dio che la sostiene.
Dopo una vita di intensa donazione, Teresa Verzeri muore a Brescia il 3 marzo 1852. Lascia alla Congregazione, già approvata dalla Chiesa e da parte civile, una vasta documentazione - soprattutto nelle Costituzioni, nel Libro dei Doveri e in più di 3.500 lettere - dalla quale è possibile attingere tutta la ricchezza della sua esperienza spirituale e umana.
Il prezioso patrimonio spirituale trasmesso alla Congregazione trova il suo centro nel Cuore di Gesù da cui la Figlia del Sacro Cuore eredita lo spirito di esimia carità che la spinge a farsi "tutta a tutti" in un'intima relazione con il Padre e nella sollecitudine amorosa verso ogni essere umano.
Teresa così si esprime: "Le Figlie del Sacro Cuore di Gesù, come quelle che attingono la loro carità alla sorgente stessa dell'amore, cioè dal Cuore di Gesù Cristo, devono ardere verso i loro prossimi della carità medesima di quel Cuore divino. Carità purissima che non ha vista se non alla gloria di Dio e al bene delle anime; carità universale che non eccettua persona, ma tutti abbraccia; carità generosa che non si perde per patimento, non si sgomenta per contraddizione, ma anzi, nel patimento e nell'opposizione cresce in vigore e vince col pazientare" (Libro dei Doveri, vol. I, p. 58).ù Animate da questo spirito, le Figlie del Sacro Cuore di Gesù continuano la missione di Teresa, oggi, in Italia, in Brasile, Argentina e Bolivia, nella Repubblica Centrafricana e nel Camerun, in India e in Albania. Nella contemplazione del Cuore di Cristo ricevono il mandato di andare ad ogni uomo e donna con dedizione che predilige i poveri, aperte ad ogni servizio, sollecite nel promuovere sempre la dignità della persona, ad essere Cuore di Cristo là dove più grande è il bisogno.
Le reliquie di Teresa Verzeri sono venerate nella cappella delle Figlie del Sacro Cuore di Gesù, in Bergamo. É stata Canonizzata da Giovanni Paolo II il 10 giugno 2001.   
(Fonte: Santa Sede - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Teresa Eustochio Verzeri, pregate per noi.  


*San Tiziano di Brescia - Vescovo (3 marzo)

Etimologia: Tiziano = figlio di Tito, dal latino
Emblema: Bastone pastorale
Martirologio Romano: A Brescia, San Tiziano, vescovo.
Dal 1962 la sua festa liturgica è stata conglobata al 20 aprile insieme a tutti i santi bresciani, in un'unica celebrazione.
Nell’elenco dei vescovi di Brescia occupa il 15° posto tra Vigilio e Paolo II, il suo episcopato si pone alla fine del secolo V, nulla si sa di lui oltre il nome.
Fu sepolto nella chiesa dei Santi Cosma e Damiano, forse fatta costruire proprio da lui, in seguito fu annesso un  monastero, l’intero complesso fu demolito dal vescovo Berardo Maggi nel 1302 per dare spazio al Palazzo Broletto, attualmente in Piazza del Duomo.
La chiesa e il monastero furono ricostruiti ad occidente della città, nella zona dei Campi Bassi ove stanno tuttora.
Le sue reliquie vennero deposte dal vescovo Paolo Zane nel 1505 in un arca marmorea eretta sull’altare nella cappella di sinistra.
Il suo primitivo sarcofago, dopo vari spostamenti, fu alla fine dell’800 posto a fontana in un angolo di piazzetta Tito Speri, ove è attualmente.
Tiziano deriva dal latino Titus poi divenuto Titius (figlio di Tito).
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Tiziano di Brescia, pregate per noi.


*San Vinvaleo - Abate di Landevennec (3 marzo)

Martirologio Romano:
Nella Cornovaglia in Inghilterra, San Vinvaléo, primo abate di Landévennec, che si tramanda sia stato discepolo di San Budoc nell’isola di Lavret e abbia dato lustro alla vita monastica.
(Fonte:
Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - San Vinvaleo, pregate per noi.


*Altri Santi del giorno (3 marzo)
*San Marino di Cesarea - Martire
Giaculatoria - Santi tutti, pregate per noi.


 
Torna ai contenuti | Torna al menu