Santi del 30 Maggio - Istituto Aveta

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Santi del 30 Maggio

Il mio Santo > I Santi di Maggio

*Sant’Anastasio di Pavia - Vescovo (30 maggio)
m. Pavia, 30 maggio 680
Martirologio Romano:
A Pavia, Sant’Anastasio, vescovo, che, abbandonata l’eresia ariana, professò con fermezza la fede cattolica.
Di famiglia lombarda, nobile, fu il vescovo ariano di Pavia al tempo di re Rotari (metà del VII secolo).
Nel 668 ripudiò l’eresia, si convertì e fu eletto vescovo cattolico di Pavia.
Partecipò al sinodo milanese contro l’eresia monotelita e partecipò al Concilio di Roma del 679.
Morì a Pavia il 30 maggio 680.
(Autore: Adriano Disabella - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant’Anastasio di Pavia, pregate per noi.


*Santi Basilio ed Emmelia - Sposi (30 maggio)
+ Cesarea di Cappadocia, 370 circa
Martirologio Romano:
A Cesarea in Cappadocia, nell’odierna Turchia, Santi Basilio e Emmelia, che furono i genitori dei Santi vescovi Basilio Magno, Gregorio di Nissa e Pietro di Sivas e di Santa Macrina, vergine.
Questi santi coniugi, scacciati dalla loro terra al tempo dell’imperatore Galerio Massimiano, abitarono nei deserti del Ponto e, terminata la persecuzione, riposarono in pace, lasciando ai figli l’eredità delle loro virtù.
Innumerevoli, anche se purtroppo poco conosciute, sono le coppie di sposi che in duemila anni di cristianesimo sono ascese alle più alte vette della santità. Talvolta anche i loro figli, più o meno numerosi sono venerati come santi, come si può ben vedere da alcuni esempi che seguono: Santi Vitale e Valeria (con i figli Gervasio e Protasio), Santi Mario e Marta (con i figli Abaco e Audiface), Santi Paolo e Tatta (con i figli Sabiniano, Massimo, Rufo ed Eugenio), Santi Gregorio e Nonna (con i figli Gregorio Nazianzeno, Gorgonia e Cesario), Santi Vincenzo Maldegario e Valdetrude (con i figli Landerico, Dentellino, Aldetrude e Madelberta), Santi Adabaldo e Rictrude (con i figli Adalsinda, Clotsinda, Mauronto ed Eusebia), Santi Fileto e Lidia (con i figli Macedone e Treopepio), Santi xenofobe e Maria (con i figli Arcadio e Giovanni), Santi Flaviano e Dafrosa (con le figlie Bibiana e Demetria), Santi Simeone Stefano Nemanja e Anastasia-Anna (con i figli Saba arcivescovo serbo e Stefano primo incoronato), Santi Nicola II e Alessandra Romanov (con i figli Alessio, Anastasia, Maria, Olga e Tatiana), Sant’Areta martire con la moglie e quattro figlie, Venerabili Louis Martin e Zelie Guerin (con la figlia Santa Teresa di Gesù Bambino) e Servi di Dio Jozef & Wiktoria Ulma (con loro sei piccoli bambini Jozef, Wiktoria, Stanislawa, Barbara, Wladyslaw, Franciszek, Antoni e Maria).
In data odierna, 30 maggio, il Martyrologium Romanum commemora i santi coniugi Basilio ed Emmelia, , genitori dei santi vescovi Basilio Magno (2 gennaio), Gregorio di Nissa (10 gennaio) e Pietro di Sebaste (9 gennaio), e della santa vergine Macrina della “la Giovane” (19 luglio), onde distinguerla dall’omonima nonna paterna, detta invece “l’anziana” (14 gennaio).
Basilio ed Emmelia, originari di Cesarea di Cappadocia, furono mandati in esilio nel Ponto al tempo di Galerio Massimiano.
Finita la persecuzione anticristiana poterono fare ritorno nella loro città, lasciando ai santi figli l’eredità delle loro virtù ed addormentandosi così in pace verso l’anno 370. Anche Macrina l’Anziana patì la persecuzione e l’esilio nei pressi del Mar Nero.
(Autore: Fabio Arduino - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santi Basilio ed Emmelia, pregate per noi.


*Beato Carlo Liviero - Vescovo e Fondatore (30 maggio)
Vicenza, 29 maggio 1866 – Fano, 7 luglio 1932
Vescovo e fondatore delle Piccole Ancelle del Sacro Cuore.
Carlo Liviero nacque a Vicenza il 29 maggio 1866, in quel secolo che ha dato alla Chiesa, specie quella italiana, tante figure splendenti in santità, operosità, apostolato a tutti livelli e che adesso man mano, ottengono il riconoscimento ufficiale della Chiesa e mons. Carlo Liviero è fra essi.
Da Vicenza la famiglia si sposta a Monselice in provincia di Padova, dove il padre ferroviere viene trasferito, qui frequenta le scuole elementari ed il ginnasio, manifestando altresì ben presto la sua vocazione per il sacerdozio e quindi nell’ottobre del 1881 entra nel seminario di Padova, dove si distingue per la sua profonda pietà, diligenza e applicazione allo studio.
Il 30 novembre 1888 viene ordinato sacerdote a 22 anni, poco tempo dopo è inviato a Gallio, sull’altopiano di Asiago (Vicenza) detto dei Sette Comuni, per insegnare ai giovinetti inclini al seminario.
Nel 1890 diventa Arciprete di Gallio e dopo 10 anni (1900) viene trasferito ad Agna nella Bassa Padovana (Padova); il territorio versava in sfavorevoli condizioni economiche, che si ripercuotevano sulla vita religiosa e morale dei suoi abitanti.
Il parroco Liviero dà vita ad opere di ampio respiro, mettendo al servizio del Regno di Dio le sue eccellenti doti umane e spirituali, per sollevare da ogni tipo di miseria i fedeli a lui affidati.
Intraprese altresì una dura lotta contro l’anticlericalismo imperante, propugnato con l’azione sovversiva dei rivoluzionari socialisti; i suoi parrocchiani lo denominarono “martello del socialismo”.
La sua concreta opera di apostolato, di organizzazione e ideologica, gli procurò il riconoscimento dei suoi superiori e il 6 marzo 1910 fu consacrato vescovo di Città di Castello, storica città in provincia di Perugia.
Anche qui e da subito dovette impegnarsi, come ad Agna, a contrastare in campo aperto, i nemici della Chiesa, socialisti, liberali e massoni, con tutto l’ardore della sua giovane età e delle sue fondate convinzioni.
L’iniziale ostilità nei suoi confronti, ben presto si trasformò in ammirazione, per il numeroso complesso di opere spirituali e caritative, che in poco tempo sorsero per il suo impulso pastorale. Il seminario rifiorì con un discreto vivaio di vocazioni; nel 1915 sorse l’”Ospizio del Sacro Cuore” per l’educazione dei fanciulli poveri ed orfani; nel 1920 il “Pensionato S. Cuore” per gli studenti e nel 1925 una colonia marina a Pesaro per gli orfani e per i bambini scrofolosi e rachitici della diocesi.
Inoltre non ci si può dimenticare della ‘Scuola elementare cattolica’ del 1910, della ‘Tipografia Cattolica’ del 1912, della ‘Libreria Cattolica’ del 1919, sostiene una biblioteca circolante; apre una sala per proiezioni di film nel 1912, poi un vero cinema nel 1931.
Per assicurare l’assistenza agli orfani e derelitti, vittime della Prima Guerra Mondiale, ospiti nel suo ‘Ospizio del S. Cuore’ e nella colonia marina, fonda una Congregazione di suore denominate “Piccole Ancelle del S. Cuore” approvata poi il 16 ottobre 1916 da papa Benedetto XV e oggi fiorente in numero di case e di suore.
Fonda il settimanale diocesano “Voce di popolo” e per tutti i suoi sacerdoti un “Bollettino diocesano”. Suo particolare impegno fu la formazione cristiana e morale dei giovani ed il valore educativo insostituibile della famiglia.
Il 24 giugno 1932, mentre si recava a Pesaro alla colonia marina, ebbe un incidente grave con l’auto, ferito, venne ricoverato nell’ospedale di Fano, dove morì il 7 luglio seguente, povero come era vissuto.
Venne inizialmente tumulato nel cimitero di Città di Castello e poi il 5 marzo 1933 le sue spoglie vennero trasferite nella cripta della cattedrale, poste in un sarcofago marmoreo, divenuto meta dell’omaggio riconoscente di tanti fedeli.
Il 5 agosto 1976 è stata introdotta la causa per la sua beatificazione, che prosegue presso la competente Congregazione delle Cause dei Santi, che ha già riconosciuto l’eroicità delle sue virtù e quindi il titolo di venerabile. É stato beatificato il 27 maggio 2007. La memoria liturgica ricorre il 30 maggio (giorno del battesimo, nel 1866), come disposto da Papa Benedetto XVI nel decreto di beatificazione il 24 maggio 2007.
La liturgia prevede il grado di memoria facoltativa nella Diocesi di Città di Castello e il grado di festa nelle case della congregazione delle Piccole Ancelle del Sacro Cuore.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Carlo Liviero, pregate per noi.


*Santa Dinfna - Vergine e Martire (30 maggio)

† Gheel (Anversa), VII secolo
Emblema:
Palma
Martirologio Romano: A Gheel nel Brabante in Austrasia, nel territorio dell’odierno Belgio, Santa Dimpna, vergine e martire.
La storia di Dinfna la si ritrova in una leggenda del secolo XIII, ella sarebbe stata figlia di un re pagano irlandese del VII secolo (segretamente battezzata) il quale dopo la morte della moglie, avrebbe voluta sposarla.
Aiutata dal sacerdote Gerberno, sarebbe fuggita per mare e trovando poi un rifugio nella foresta di Gheel nella provincia di Anversa in Belgio.
La leggenda narra che il padre raggiuntala fece uccidere Gerberno e poi avrebbe ucciso anche la figlia con la spada.
Ambedue sarebbero stati sepolti dagli angeli in due sarcofaghi bianchi.
Questo racconto con elementi di antichissime favole popolari, ebbe una grande diffusione arrivata fino ai nostri giorni.
La “Vita” di Santa Dinfna fu scritta tra il 1238 e il 1247 da un canonico della collegiata di S.
Aubert di Cambrai in Francia, il quale seguì la tradizione orale popolare.
A Gheel o Geel sono visibili i frammenti di due sarcofaghi d’epoca preromanica e con un mattone con la scritta “MA DIPNA”; inoltre nel secolo XIII ebbe luogo una traslazione delle probabili reliquie.
Santa Dinfna era invocata come patrona degli ammalati mentali, indemoniati, epilettici e sonnambuli, perché suo padre era affetto da demenza provocata dal demonio.
A Gheel divenuto centro di pellegrinaggio, i devoti passano curvi o strisciando per nove volte, sotto il cenotafio della Santa (monumento funebre vuoto).
Durante il Medioevo si metteva al collo degli ammalati di mente, il mattone prima citato con l’iscrizione; con i pellegrinaggi si formò a Gheel una numerosa colonia di alienati, i quali venivano e vengono assistiti, vivendo presso le famiglie del luogo: una anticipazione delle moderne "case famiglia", che costituì un fatto importante per la storia delle terapie per gli alienati e della carità cristiana.
Dopo la morte probabilmente avvenuta a Gheel e dopo le varie peregrinazioni delle sue spoglie, queste sono state definitivamente sistemate nel duomo di Gheel, questo spiega perché l’iconografia della Santa è soprattutto belga e fiamminga.
I simboli della Santa sono la spada che la decapitò e il demonio incatenato ai suoi piedi, che spiega il suo patronato sugli ossessi.
Il “Martirologio Romano” la ricorda al 30 maggio.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Dinfna, pregate per noi.


*San Ferdinando III - Re di Leon e di Castiglia (30 maggio)
1198 - 30 maggio 1252
Figlio di Alfonso IX re di León e Berenguela di Castiglia, fu governatore modello dai solidi principi cristiani.
Nel1217, all'età di 18 anni, ereditò la Castiglia, la terra di sua madre e nel 1230 il León, quella di suo padre.
In questo modo unificò i due regni. Re prudente, si circondò sempre di persone fidate, con cui si consultava per le questioni più problematiche e urgenti.
Di Ferdinando erano note anche la profonda devozione alla Madonna e la grande umiltà.
Si sposò in prime nozze con Beatrice di Svezia (1219) e poi con Maria de Ponthieu (1235).
Dalle due unioni nacquero complessivamente tredici figli.
Ma la storia ricorda Ferdinando anche per le guerre contro i saraceni che gli permisero di riconquistare i regni di Cordova, Siviglia, Jaén e Murcia.
Nel 1221 il sovrano fondò la cattedrale di Burgos, si deve a lui anche l'ampliamento dell'università di Salamanca.
Morì il 30 maggio 1252 e fu sepolto nella cattedrale di Santa Maria a Siviglia.
È stato canonizzato da Papa Clemente X il 4 febbraio 1671. (Avvenire)
Patronato: Ingegneri
Etimologia: Ferdinando = guerriero audace, dal tedesco
Martirologio Romano: A Siviglia in Spagna, San Ferdinando III, che, re di Castiglia e León, fu saggio amministratore del suo regno, cultore di arti e scienze e solerte nella diffusione della fede.
San Ferdinando nacque nel 1198 da Alfonso IX, re di León, e da Berenguela di Castiglia. Con lui si unirono definitivamente i due regni della penisola iberica, senza guerre e spargimenti di
sangue come spesso capita in simili circostanze.
Tale unione fu infatti dettata dal matrimonio fra i suoi genitori: la morte prematura di Enrico I di Castiglia nel 1217 aveva inaspettatamente portato la corona castigliana alla sorella Berenguela, la quale, con grande prudenza e sagacia, volle cederla spontaneamente al giovane figlio Ferdinando, nel corso di una grande assemblea tenutasi a Valladolid.
Fu così che nel luglio 1217 egli venne finalmente riconosciuto quale sovrano dai nobili castigliani.
Nel 1230 prese anche possesso del regno di León, superati non pochi ostacoli derivanti dalle disposizioni testamentarie del padre, che poco prima della morte, aveva designato eredi universali le figlie Sancia e Dolce.
L’unione definitiva fra i due regni di Castiglia e di León costituì uno dei meriti più gloriosi della vita di Ferdinando: preparata accuratamente dalla madre, favorita dalla gerarchia ecclesiastica ed appoggiata dai Papi Innocenzo III ed Onorio III, tale unione annullò definitivamente una delle più frequenti cause di attrito tra i regni spagnoli e si rivelò vincente nella lotta contro il comune nemico, cioè l’Islam a quel tempo penetrato nel continente europeo.
Ferdinando convolò a nozze prima con Beatrice di Svevia (nota anche come Beata Beatrice de Suabia) nel 1219 e poi, rimasto vedovo, con Maria de Ponthieu nel 1235: da queste felici unioni nacquero ben tredici figli.
Questa politica matrimoniale instaurò strette relazioni con la casata imperiale di Germania e con quella reale di Francia, tanto che il primo matrimonio diede al figlio, Alfonso X il Saggio, fondamento giuridico per aspirare addirittura al trono germanico.
L’aspetto più rilevante del regno di Ferdinando III è però costituito dalla cosiddetta “Riconquista”: armato cavaliere a Burgos nel 1219 e riappacificati all’interno i suoi regni, consacrò per trenta lunghi anni tutta la sua attività bellica alla lotta contro gli invasori musulmani, assumendo quale suo scopo non soltanto la completa liberazione della Spagna, ma anche il riuscire a schiacciare il potere nemico, aspirazione suprema tanto delle crociate quanto del pontificato.
La riconquista di città e fortezze importanti quali Baeza, Jaén, Martos, Córdoba e Siviglia meritarono al sovrano l’appellativo di “Conquistatore dell’Andalusia”.
Di pari passo si procedeva anche alla restaurazione religiosa e grazie alle generose donazioni elargite da re Ferdinando vennero restaurate le diocesi di Baeza-Jaén, Córdoba, Siviglia, Cartagena e Badajoz.
L’impegno di questo santo sovrano nella lotta contro l’Islàm fu riconosciuto e premiato dalla Chiesa di Roma con il riconoscimento del diritto di patronato, benché limitato ad alcuni benefici, delle sedi restaurate.
Ebbe inoltre facoltà di spendere per la “Riconquista” il ricavato della vigesima, raccolto dai collettori pontifici in Spagna per la crociata orientale, ed al medesimo scopo gli venne concesso il tributo delle “terze reali”, consistenti in una terza parte dei beni ecclesiastici destinata all’edificazione delle chiese.
Tutto ciò, insieme alla frequente concessione di indulgenze mediante l’equiparazione dei crociati spagnoli a quelli orientali, permise a San Ferdinando di ingrandire il regno di Castiglia, ormai definitivamente egemone sugli altri stati della penisola iberica, e di rivelarsi un governante modello, dai sani principi cristiani, sagace ed abile nelle trattative.
Il regno di Murcia si arrese mediante un trattato firmato da suo figlio, pattuì una tregua con il re moro di Granada, organizzò la marina castigliana riuscendo così ad avanzare trionfalmente lungo il Guadalquivir.
Intransigente con gli eretici, per contro fu però sempre generoso e magnanimo verso i vinti, tollerante nei confronti dei giudei ed ubbidiente alle indicazioni ricevute dalla Chiesa.
L' iscrizione sul suo sepolcro in quattro lingue, ebraico, arabo, latino e castigliano, è la prova tangibile di come il sovrano seppe accattivarsi pienamente l’unanime rispetto.
Re prudente, fu sempre affiancato da un consiglio di dodici persone circa gli affari gravi ed importanti del suo regno.
Al fine di governare in pace e giustizia i suoi sudditi, intraprese la redazione di un codice di leggi, ultimato poi da suo figlio.
Incrementò le scienze e le arti, avviando l’università di Salamanca, proteggendo quella di Valencia e lo Studio Generale di Valladolid.
Contribuì economicamente all’edificazione delle nuove cattedrali di Leon, Burgos e Toledo, e riportò a Compostella le campane che Almansur aveva rubato.
Accolse in Spagna i Francescani, i Domenicani ed i Trinitari, ordini allora nascenti.
Oltre che quale re magnanimo ed invincibile capitano, Ferdinando si rivelò esemplare anche semplicemente quale uomo.
Seppur in mezzo alle glorie del mondo riuscì a coltivare un’intensa religiosità ed una particolare devozione alla Madonna, nonché dimostrarsi sempre grato al Signore delle sue vittorie ed umile sino al punto di chiedere la pubblica penitenza.
Con edificante umiltà domandò perdono mentre gli venne amministrato il Viatico, che volle ricevere in ginocchio nonostante la grave infermità.
Considerò il suo regno quale dono divino e perciò lo offerse al Signore unitamente alla sua anima il 30 maggio 1252, pronunziando prima di spirare queste parole: “Signore, nudo uscii dal ventre di mia madre, che era la terra, e nudo mi offro ad essa; o Signore, ricevi la mia anima nello stuolo dei tuoi servi”.
San Ferdinando III, re di Lèon e Castiglia, sino ad oggi è stato l’unico sovrano spagnolo ad essere ritenuto dalla Chiesa meritevole della gloria degli altari e tutti i cronisti, persino l’arabo Himyari, concordano nel riconoscergli purezza nei costumi, prudenza, eroismo, generosità, mansuetudine ed un innato spirito di servizio nei confronti del suo popolo.
Furono proprio cotante virtù, unite al saggio governo dei suoi regni, a santificare la sua vita raggiungendo una tale perfezione morale da costituire un vero modello di sovrano e governante cristiano.
Il suo culto, inizialmente limitato alla città di Siviglia, fu poi esteso alla Chiesa universale: nel 1629 ebbe inizio il processo di canonizzazione, volto a dimostrare il suo culto immemorabile, la veridicità di molti miracoli e l’incorruzione del suo corpo, finché il 4 febbraio 1671 fu finalmente canonizzato da Papa Clemente X.
L’arma dei genieri dell’esercito lo elesse suo patrono, ma anche i carcerati, i poveri e i governanti lo invocano loro speciale protettore.
L’iconografia lo raffigura sempre giovane, senza barba, con i classici attributi reali quali corona, scettro e sfera, a volte anche con una statuetta della Madonna che portava con sé nelle sue campagne militari o con una chiave in mano in ricordo di quella consegnatagli dal re moro dopo la conquista di Siviglia.
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Ferdinando III, pregate per noi.


*Santi Gavino, Proto e Gianuario - Martiri di Porto Torres (30 maggio e 25 ottobre)
† Porto Torres, 25 e 27 ottobre 303 ca.
Emblema:
Palma
Martirologio Romano: A Porto Torres in Sardegna, San Gavino, martire.
Nel “Martirologio Romano”, elenco ufficiale dei Santi e Beati della Chiesa Cattolica, San Gavino viene celebrato il 30 maggio, data proveniente già dal Martirologio Geronimiano.
Ma a Porto Torres, di cui è il Santo patrono, San Gavino è ricordato con gli altri Martiri Turritani, Proto e Gianuario, il 25 ottobre; inoltre la festa della città in onore dei Santi patroni, si tiene la domenica di Pentecoste e il lunedì successivo. I tre martiri sono compatroni anche dell’archidiocesi di Sassari, la cui cattedrale è dedicata a San Nicola di Bari.
Il nome Gavino deriva dal latino ‘Gabinus’, nome etnico che vuol dire ‘abitante di Gabium’, antica località del Lazio, per questo è conosciuto anche come Gabino, usato prevalentemente nell’Impero romano, come il padre di Santa Susanna, San Gabino (19 febbraio).
Comunque voler narrare le vicende terrene e il martirio di San Gavino, è effettivamente arduo, per il numero di tradizioni locali, di compagni affiancatigli nel martirio, di luoghi di provenienza, di culto e celebrazioni in varie città sarde, per le epoche diverse in cui è menzionato; per semplificare, si dà qui la versione più accreditata, tralasciando le altre ipotesi, che vedono San
Gavino o Gabino affiancato nel martirio con Crispolo (di Nicomedia), con Crescenziano o Crisogono (di Aquileia) o secondo San Gregorio Magno con Lussorio (Rossore), e per finire come presunto vescovo di Torres.
Nella basilica di San Gavino a Porto Torres, un pittore del XVII secolo ha rappresentato il martirio di Gavino, Proto e Gianuario; il primo è in divisa militare romana, gli altri due in abiti ecclesiastici, anziano con barba Proto e giovane Gianuario.
L’anonimo estensore della “Passio” del XII sec., pervenuta dall’abbazia di Clairvaux, poté utilizzare le poche notizie riportate dal ‘Martirologio Geronimiano’ del VI secolo, cioè i loro nomi, la città e la data del martirio. Gavino era morto decapitato il 25 ottobre 303 ca. al tempo della persecuzione di Diocleziano; Proto e Gianuario ebbero stessa sorte il 27 ottobre, due giorni dopo.
Che Gavino fosse un soldato, e Proto un sacerdote e Gianuario un diacono, l’autore deve averlo dedotto da altre antiche fonti, oppure da tradizione orale tramandata localmente.
La ‘Passio’ narra che Proto sacerdote e Gianuario suo diacono, erano nati in Sardegna e allevati a Turris (in seguito Turres e poi Porto Torres), fondata nel 46 a.C., situata nel Golfo dell’Asinara, di fronte all’omonima isola; e predicavano il Vangelo sul Monte Agellus, quando fu pubblicato l’editto di Diocleziano e Massimiano, per la persecuzione contro i cristiani.
Alcuni pagani del luogo, irritati per la loro presenza, si recarono in Corsica, dove risiedeva il preside Barbaro, inviato nelle due grandi isole per fare applicare l’editto imperiale, e denunziarono la loro presenza.
Barbaro li fece arrestare e condurre alla sua presenza, alle loro convinte risposte, ordinò di portare Proto nelle isole ‘Cuniculariae’(arcipelago della Maddalena), mentre trattenne Gianuario con la speranza di convertirlo.
Trasferitosi in Sardegna a Turris, il preside Barbaro fece rientrare Proto riunendolo a Gianuario e ancora una volta, cercò di convincerli a ritornare al paganesimo.
Al loro fiero rifiuto li fece torturare, lacerando le loro carni con unghie di ferro; poi feriti furono messi in prigione, sotto la custodia di un soldato semplice di nome Gavino; il soldato di idee non ostili ai cristiani, colpito dal loro comportamento e dalle loro parole, li liberò chiedendo solo di ricordarsi di lui nelle loro preghiere.
I due fuggitivi lasciarono la città e si rifugiarono in una caverna; il giorno seguente il preside Barbaro ordinò che gli fossero portati i due prigionieri, ma il soldato Gavino, professandosi cristiano, confessò di averli liberati.
Fu subito condannato a morte e mentre lo conducevano sul luogo del supplizio, lungo la strada incontrò una donna cristiana che l’aveva spesso ospitato, la quale gli diede un velo per bendarsi gli occhi; Gavino fu decapitato vicino al mare e il suo corpo gettato dalle rupi nelle onde, dove scomparve.
Dopo la morte Gavino apparve a Calpurnio marito della donna cristiana e dopo averlo aiutato a rialzare le sue bestie cadute, gli affidò il velo prestatogli, dicendo di restituirlo a sua moglie.
Quando l’uomo tornò a casa, trovò la moglie piangente per la morte di Gavino, ma Calpurnio non poteva crederci visto che l’aveva incontrato lungo la strada, tanto è vero che gli aveva dato il velo per lei; ma una volta spiegato il velo, si accorsero che era macchiato di sangue.
Poi il martire Gavino apparve ai due fuggitivi nella caverna, invitandoli a tornare a Turris per ricevere come lui il martirio; Proto e Gianuario obbedirono e furono decapitati il 27 ottobre, e i loro corpi seppelliti.
Il 3 maggio c’è l’inizio di una festa per celebrare la traslazione dei corpi dei santi patroni a Porto Torres. Dalla Basilica di San Gavino, la più grande e antica delle chiese romaniche della Sardegna, parte una processione imponente che accompagna i “Corpi Santi”, cioè i simulacri lignei dei tre santi Gavino, Proto e Gianuario, fino alla chiesetta di Balai-vicino, detta anche di S. Gavino a Mare, dove adiacenti e comunicanti con la cappella, vi sono tre ambienti ricavati nella roccia, utilizzati come sepolcri in epoca romana, uno di questi sulla sinistra della chiesetta, sarebbe il sepolcro dei tre martiri.
Qui vengono lasciati fino a Pentecoste e la chiesa, chiusa per il resto dell’anno, diventa in questo periodo meta di continuo pellegrinaggio. La sera del giorno di Pentecoste con altra solenne processione i tre “Corpi Santi” vengono riportati nella Basilica di Monte Agellus, passando per il lungomare.
Infine il lunedì seguente, dopo la Messa solenne, una processione Eucaristica giunge fino al porto dove viene impartita la solenne benedizione.
Una leggenda, ignorando la ‘Passio’ che dice che il corpo di s. Gavino fu gettato a mare, racconta che i corpi furono scoperti nel Medioevo dal giudice Comita, che era stato colpito dalla lebbra; San Gavino apparsagli in sogno, gli disse che se voleva guarire doveva cercare il suo corpo e quello dei compagni sepolti a Balai-vicino e portarli in un luogo migliore, costruendo una chiesa; così sorse l’attuale Basilica che risale all’inizio del XII secolo.
Ma un’altra ipotesi, dice che verso l’VIII-X secolo, l’antica cattedrale di Turris del 517, andò in rovina insieme con la città, a causa delle continue scorrerie dei Saraceni; quando grazie alle vittorie di Pisa e Genova sugli Arabi, il porto ricominciò a fiorire, una delle prime decisioni dei Giudici che si erano trasferiti all’interno, fu quella di costruire una nuova chiesa in onore dei tre martiri; e grazie al giudice Comita fu innalzata l’attuale Basilica, utilizzando materiale della precedente chiesa.
Un’altra leggenda, in contrasto con la ‘Passio’, dice che tutti e tre i martiri, dopo giustiziati furono gettati in mare e i loro corpi riaffiorarono proprio nel punto dove sorse poi la chiesetta di Balai-lontano, detta anche di San Gavino decollato.
Il culto per San Gavino, oltre che in Sardegna è molto diffuso nella vicina Corsica, dove ben cinque paesi portano il suo nome; inoltre è da segnalare la presenza di chiese dedicate al santo, nella zona del Mugello in Toscana e in Campania.
È da segnalare che il culto dei sardi per il loro Santo, ha portato ad un fatto singolare, l’intero mese di ottobre, il mese del martirio è per i sardi Santu Aini (Gavini).
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santi Gavino, Proto e Gianuario, pregate per noi.


*Santa Giovanna d'Arco - Vergine (30 maggio)
Domrémy, Francia, 1412 circa - Rouen, Francia, 30 maggio 1431
Figlia di contadini, analfabeta, lasciò giovanissima la casa paterna per seguire il volere di Dio, rivelatole da voci misteriose, secondo il quale avrebbe dovuto liberare la Francia dagli Inglesi.
Presentatasi alla corte di Carlo VII, ottenne dal re di poter cavalcare alla testa di un'armata e, incoraggiando le truppe con la sua ispirata presenza, riuscì a liberare Orleans e a riportare la vittoria di Patay.
Lasciata sola per la diffidenza della corte e del re, Giovanna non poté condurre a termine, secondo il suo progetto, la lotta contro gli Anglo-Borgognoni; fu dapprima ferita alle porte di Parigi e nel 1430, mentre marciava verso Compiegne, fatta prigioniera dai Borgognoni, che la cedettero agli Inglesi.
Tradotta a Rouen davanti a un tribunale di ecclesiastici, dopo estenuanti interrogatori fu condannata per eresia ed arsa viva. Fu riabilitata nel 1456. Nel 1920 Benedetto XV la proclamava Santa.
Patronato: Francia, Radiofonisti, Telegrafisti
Etimologia: Giovanna = il Signore è benefico, dono del Signore, dall'ebraico
Emblema: Corona d’oro, Gigli, Spada
Martirologio Romano: A Rouen in Normandia, in Francia, Santa Giovanna d’Arco, vergine, detta la pulsella d’Orléans, che, dopo aver combattuto coraggiosamente in difesa della patria, fu infine consegnata nelle mani dei nemici, condannata con iniquo processo e bruciata sul rogo.
Santa Giovanna d’Arco, celeberrima patriota francese, fu in un primo tempo arsa viva sul rogo e non molti anni dopo, nel 1456, riabilitata dalla Santa Sede.
Il suo ruolo fu decisivo nel risollevare il morale francese nel corso della guerra dei Cento Anni e certamente avrebbe meritato una sorte migliore che essere data dai borgognoni in mano agli inglesi, rifiutata dai suoi stessi compatrioti ed infine giustiziata sotto pressione inglese.
Molto è stato scritto su questa Santa quasi leggendaria, purtroppo però gli agiografi non hanno fatto altro che rivestirla di loro proprie convinzioni.
Fu indubbiamente una grande patriota francese, perita di morte violenta, ma non una “martire” in senso cristiano, cioè uccisa non in odio alla sua fede, quanto piuttosto per motivi politici.
Indubbi furono il suo immenso coraggio e la sua grande determinazione.
Nata a Domrémy verso il 1412 da una famiglia contadina, imparò a cucire e filare, ma non a leggere e scrivere.
Ebbe un’infanzia tutto sommato felice, anche se turbata dal pericolo dell’invasione lorenese e dalla Guerra dei Cento Anni.
Giovanna aveva solamente tre anni quando Enrico V d’Inghilterra vinse la battaglia d’Azincourt e rivendicò il trono francese, sul quale sedeva allora Carlo VI il Folle.
La Francia era inoltre indebolita dalle divisioni insorte fra la casa d’Orléans e quella di Borgogna, che comportarono l’assassinio del duca da parte del Delfino, il futuro Carlo VII.
Queste vicende sugellarono il legame tra i borgognoni e gli inglesi ed i britannici portarono avanti, seppur fra non poche difficoltà economiche, la battaglia per conquistare il trono di Francia.
Nel frattempo Giovanna, allora quattordicenne, dal 1426 iniziò a udire delle misteriose voci celesti accompagnate da bagliori di luce e due anni dopo proprio in tal modo fu invitata a presentarsi volontariamente alle autorità militari allo scopo di “salvare la Francia”.
Orléans era in stato d’assedio e le sorti della nazione parevano incerte.
Nel 1429 Giovanna riconobbe a Chinon il Delfino, nonostante questi si fosse mascherato fra i suoi cortigiani, ed ottenne un colloquio segreto con lui, riuscendo a guadagnarne la stima.
Venne tuttavia condotta a Poitiers per sottoporla all’esame da parte di teologi circa la sua fede ed i suoi costumi, ma poiché non fu scorta in lei alcuna ombra, al Delfino venne dunque consigliato di sfruttare al meglio i carismi della ragazza.
Giovanna chiese che delle truppe fossero messe a sua disposizione per liberare Orléans e, vestitasi di un’armatura bianca, cavalcò alla loro testa con uno stendardo recante i nomi di Gesù e Maria.
In effetti la spedizione militare ebbe successo ed Orléans fu liberata: ciò dipese indubbiamente dall’intervento della “pulzella”, che seppe risollevare il morale francese e far percepire a tutti l’aiuto divino. L’entusiasmo popolare crebbe ancora in seguito ad altre vittorie, sino alla liberazione di Reims, ove Carlo VII poté essere incoronato con accanto Giovanna ed il suo stendardo.
Forti opposizioni si levarono però ben presto dal mondo maschilista di corte, dell’esercito e della Chiesa, che guardavano a Giovanna con sospetto.
Ben presto emersero gli effetti di questa avversione nei suoi confronti: rimasta ferita durante un fallito attacco a Parigi, il suo carisma fu ridimensionato e, quando mesi dopo ella liberò Compiègne, il ponte levatoio fu sollevato prima che Giovanna potesse mettersi in salvo.
Catturata dai borgognoni, il re di Francia non fece alcuno sforzo per ottenere il suo rilascio e dunque il 21 novembre 1430 venne venduta agli inglesi.
Questi, desiderando che la giovane fosse condannata quale ribelle o eretica, la sottoposero ad un interrogatorio incrociato da un tribunale presieduto dal vescovo di Beauvais.
Furono esaminati le “voci” misteriose che ella udiva, l’uso di abiti maschili, la sua fede e la sua volontà di sottomissione alla Chiesa.
Non essendo particolarmente colta, Giovanna diede talvolta risposte non appropriate, ma seppe sempre difendersi da sola con coraggio e precisione.
Il processo terminò con una “rozza e sleale ricapitolazione dei fatti”, in cui i giudici giudicarono diaboliche le rivelazioni da lei ricevute e l’università di Parigi la denunciò duramente.
In parte, anche se non ci è chiaro in quale misura, convinsero Giovanna a ritrattare le sue posizioni, ma poi tornò ad indossare gli abiti maschili, divenuti ormai provocatori non trattandosi più di protezioni per la guerra, e confermò di aver esclusivamente agito per mandato di Dio stesso, che grazie alle “voci” le aveva affidato tale missione.
I giudici, accogliendo anche le istanze del vescovo, condannarono infine Giovanna d’Arco quale eretica recidiva ed il 30 maggio 1431, non ancora ventenne, venne arsa via sul rogo nella piazza del mercato di Rouen.
Il suo comportamento fu esemplare sino alla fine: richiese che un domenicano tenesse elevata una croce ed alla morì atrocemente invocando il nome di Gesù.
Le sue ceneri furono gettate nella Senna, onde evitare una venerazione popolare nei loro confronti.
Un funzionario reale inglese ebbe a commentare circa l’accaduto: “Siamo perduti, abbiamo messo al rogo una Santa”.
Una ventina di anni dopo, sua madre ed i due fratelli si appellarono alla Santa Sede affinchè il caso di Giovanna fosse riaperto.
Papa Callisto III nel 1456 riabilitò l’eroina francese, annullando l’iniquo verdetto del vescovo francese. Ciò costituì una premessa essenziale ber giungere alla sua definitiva glorificazione terrena: nel 1910 San Pio X beatificò Giovanna d’Arco ed infine nel 1920 Benedetto XV la proclamò “Santa”.
Il suo culto fu particolarmente incentivato in Francia durante i momenti di particolare crisi in campo militare, sino ad essere proclamata patrona della nazione.
Anche in Inghilterra la sua fugura è stata rivalutata ed una sua statua è stata posta nella cattedrale di Winchester, dinnanzi alla tomba del Cardinal Beaufort, colui che ebbe un ruolo decisivo nell’iniquo processo contro Giovanna.
Non manca chi ha voluto considerare questa intraprendente ragazza vissuta nel Basso Medioevo quale “prima protestante”, oppure in tempi più recenti una sorta di anticipatrice del femminismo.
In realtà, Giovanna d’Arco non fu altro che una semplice ragazza di campagna, che seppe adempiere fedelmente la vocazione ricevuta tramite le rivelazioni attribuite a San Michele Arcangelo, Santa Margherita di Antiochia e Santa Caterina d’Alessandria.
Seppur possa sembrare una vicenda incredibile, è impressionante la mole di documenti raccolti dalla Santa Sede grazie alla quale si rese postuma giustizia alla giovane innocente vittima.
La cosa più deprecabile sta nella presenza di ecclesiastici fra i colpevoli di questo errore giudiziario che nel XV secolo fu responsabile della sua morte.
In tempi recenti vasta è stata la produzione letteraria e cinematografica sulla vita di Santa Giovanna d’Arco.
Solo nel 1996, nella soffitta di una casa colonica francese, è stata rinvenuta quella che verosimilmente pare essere stata l’armatura di Giovanna, con tanto di segni coincidenti con le ferite che la Santa riportò in battaglia.
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Giovanna d'Arco, pregate per noi.


*San Giuseppe Marello - Vescovo (30 maggio)

Torino, 26 dicembre 1846 - Savona, 30 maggio 1895
Giuseppe Marello nacque a Torino il 26 dicembre 1846, dove suo padre gestiva un negozio ed era amico di don Giuseppe Cottolengo al quale regalava lenzuola per gli ospiti della «Piccola Casa».
A dodici anni andò in pellegrinaggio al Santuario della Misericordia di Savona e qui, nella cripta davanti all'altare di Maria riconobbe la sua vocazione.
Fu ordinato sacerdote nel 1868 ad Asti dal vescovo Carlo Savio che lo nominò suo segretario. Diventato vescovo di Acqui nel 1872, partecipò ai lavori del Concilio Vaticano I e si sentì particolarmente felice per la proclamazione di San Giuseppe a patrono della Chiesa universale.
A lui si ispirò per gli Oblati di San Giuseppe, congregazione religiosa che sorse nel 1878. Sin dagli inizi del suo sacerdozio aveva intuito i bisogni della gioventù e dei poveri. Ai suoi preti chiedeva di essere «certosini in casa, apostoli fuori». Morì, quasi cinquantenne, a Savona il 30 maggio 1895. È Santo dal 2001. (Avvenire)
Emblema: Mitra, Pastorale, Croce pettorale
Martirologio Romano: A Savona, transito di San Giuseppe Marello, vescovo di Acqui in Piemonte, fondatore della Congregazione degli Oblati di San Giuseppe per l’educazione morale e cristiana della gioventù.
Era nato il 26 dicembre 1844 a Torino, dove suo padre, originario di San Martino Alfieri (Asti) gestiva un negozio ed era stato amico di Don Giuseppe Cottolengo al quale regalava le lenzuola per gli ospiti della “Piccola Casa”.
Battezzato con il nome di Giuseppe nella chiesa del Corpus Domini, a quattro anni era già orfano di mamma.
Il papà lo riportò, con l’altro figlioletto, Vittorio, ancora più piccolo, a San Martino Alfieri, dove vivevano i nonni.
Lì, nella sua bella casa, sui colli astigiani, a un passo dal fiume Tanaro, bello come un nastro d’argento tra il verde delle vigne e dei prati, Giuseppe Marello crebbe, ragazzo intelligente e generoso, chierichetto assiduo e già catechista in mezzo ai compagni, sovente, più piccoli di lui.
Al centro della sua esistenza già c’era un grande Amore: Gesù.
Giovane appassionato
A 12 anni, si recò in pellegrinaggio al Santuario della Madonna della Misericordia, presso Savona: davanti all’altare di Maria, nella penombra della cripta, si sentì chiamato da Dio a farsi sacerdote.
Il 31 ottobre 1856, entrò nel Seminario di Asti. Si rivelò ai compagni e ai superiori come un ragazzo straordinario.
Purtroppo, nella primavera del 1859, a causa della seconda guerra d’indipendenza, il Seminario diventò una caserma.
I chierici furono dispersi. La vita si fece difficile per molti di loro. Giuseppe sentì il dubbio invadergli il cuore: “Devo continuare? Sarò prete o laico impegnato nel mondo?”.
A 18 anni, uscì dal Seminario e intraprese gli studi da geometra a Torino.
Nella capitale subalpina, provò il fascino dell’impegno sociale e politico e fu impressionato dagli uomini illustri del tempo: Cavour, Garibaldi, Mazzini che sembravano conquistare il mondo con le
forze della ragione senza Cristo e contro la Chiesa... Tutto in quell’ora sembrava loro favorevole.
Ma Giuseppe, segnato anche dalla malattia e affidatosi alla Madonna, intuì che quel mondo “incantatore” poteva essere salvato solo da Gesù Cristo. Rientrò in Seminario, deciso: “Sarò prete, solo prete”.
Don Michele Rua, che aveva sentito parlare di lui dai compagni del Seminario di Asti e che Don Bosco aveva accolto all’oratorio di Valdocco nei mesi della loro dispersione, aveva definito il Marello, “il migliore”, anche se purtroppo non era con loro. In Seminario, ad Asti, Marello approfondì gli studi teologici accostando anche i più grandi pensatori cattolici: Pascal, Chateaubriand, Manzoni, Lacordaire.
Nella preghiera intensa, si faceva ogni giorno di più una cosa sola con il Signore Gesù. Il 19 settembre 1868, nella cattedrale di Asti, è ordinato sacerdote, dal Vescovo diocesano Carlo Savio, che lo tiene con sé come segretario.
Don Giuseppe non si limita a essere un buon curiale, ma si dedica, quale vero apostolo, alle confessioni, al catechismo in mezzo ai ragazzi, al servizio dei più poveri. Percorre tutta la diocesi con il suo Vescovo in visita pastorale, rendendosi conto delle necessità dei confratelli sacerdoti e delle popolazioni.
Nel 1869-70, partecipa con il suo Vescovo al Concilio Vaticano I, a Roma, dove incontra più volte il Santo Papa Pio IX, e il Card. Pecci, futuro Papa Leone XIII. È guardato con simpatia e ammirato da molti Vescovi di tutta la Chiesa. Da quello di Pechino a quello di L’Avana! Il Card. Pecci non lo dimenticherà più.
Lui si apre alle dimensioni della Chiesa e del mondo, felice che il Concilio si chiuda con la definizione che il Papa come maestro della fede, è infallibile (18 luglio 1870).
Padre dei poveri e fondatore
Al ritorno in Asti, nell’estate del 1870, Don Marello intuisce che Dio lo chiama a qualcosa di nuovo e di grande. In Piemonte, dopo il 1855, e in Italia dopo il 1866, in seguito alle inique leggi di Cavour e di Rattazzi, gli istituti religiosi erano stati chiusi. I frati e le suore dispersi. I loro beni confiscati dallo Stato. Ma Dio se la ride dei potenti anche se hanno un alto pennacchio sul cappello.
Proprio in quegli anni a Torino, dove era iniziata l’offesa alla Chiesa, Dio suscita uomini come Don Cafasso, il Cottolengo, Don Bosco, Don Faà di Bruno e Don Murialdo, che danno inizio a nuove e grandi Famiglie religiose. Ad Asti, guardando al loro esempio, Don Marello fa la stessa cosa sognando di ripristinare la vita consacrata resa difficile e rara dalle leggi oppressive dello Stato.
Il 14 marzo 1878, all’Istituto Michelerio di Asti, dà vita con quattro giovani alla “Compagnia di San Giuseppe”: un’umile Famiglia di Fratelli, laici consacrati, dediti al catechismo e alla collaborazione con i parroci. Ma quasi subito gli arrivano giovani già orientati al sacerdozio: Giorgio Medico, Giovanni Cortona, Enrico Carandino. Nascono così gli Oblati di San Giuseppe (i Giuseppini di Asti).
Non gli mancano le difficoltà, ma spesso trova luce in incontri segreti con Don Bosco, presso la chiesetta della Madonnina di Villanova d’Asti. Don Bosco lo incoraggia e gli dà il diploma di cooperatore salesiano. Nel 1883, Don Marello riscatta in corso Alfieri il monastero di Santa Chiara che diventa la sede della sua comunità e delle sue opere: la congregazione nascente, l’ospizio per gli anziani e i malati, gli orfani, le sue scuole.
Egli stesso, che è diventato direttore spirituale in Seminario e Canonico della cattedrale, va a vivere con i suoi “Figli” tra i poveri di San Chiara. Qualcuno, ammirandolo o commiserandolo, commenta: “Il Canonico Marello poteva essere qualcuno, invece si è seppellito tra i cronici”. Ma lui è un prete che pensa solo “a curare gli interessi di Gesù”, come aveva fatto San Giuseppe di Nazareth, che gli appare come modello di silenzio e di preghiera, di relazione intima con Gesù, di servizio alla sua causa, di dono ai più poveri.
Ispirandosi a San Giuseppe, Don Marello diventa sempre più un “altro Cristo”, così come deve essere il prete. Ed è diventato il padre dei poveri e il fondatore di una nuova Congregazione. Ad Asti, e ovunque è conosciuto, lo chiamano “il Canonico buono” e più ancora lo chiamano “Il Padre”, il nome più bello che davvero gli spetti.
Nell’autunno del 1888, gli giunge la nomina a Vescovo di Acqui. Leone XIII si è ricordato di lui e lo chiama a diventare successore degli Apostoli. Consacrato Vescovo a Roma, Mons. Giuseppe Marello il 10 giugno 1889 entra in Acqui: fin dal primo giorno, tutti vedono in lui l’immagine di Gesù buon Pastore. Ancora semplice sacerdote ad Asti, si era occupato con cura assidua delle vocazioni sacerdotali e religiose. Dalla sua direzione spirituale nel Seminario di Asti erano usciti uomini come Don Giuseppe Gamba, futuro Cardinale Arcivescovo di Torino, e decine e decine di sacerdoti santi e apostoli.
In Acqui, il giovane Vescovo mite e umile di cuore, si preoccupa di far conoscere e amare la Verità del Vangelo, di essere, con i suoi sacerdoti e con il suo popolo, un cuore solo e un’anima sola attorno a Cristo, per portare la sua luce e la sua salvezza a tutti. Senza risparmiarsi, nonostante la salute già fragile, percorre tutta la diocesi, fino nei luoghi più sperduti, trovando alimento e coraggio alla sua azione pastorale nell’affezione a Maria Santissima e nella preghiera intensa come quella dei monaci e degli eremiti.
Attento ai problemi gravi del suo tempo, Mons. Marello presenta Gesù come l’unica risposta all’uomo che cerca e si interroga come costruire la vita della società. Le sue lettere pastorali sono capolavori di direttive per l’evangelizzazione, non solo per il suo tempo, ma anche per il nostro, sui grandi temi dell’educazione cristiana dei giovani, del catechismo, della testimonianza dell’apostolato cattolico e delle missioni.
Si preoccupa della formazione di un valido laicato cattolico per rendere presente Cristo nella famiglia, nel lavoro, nella scuola, nel sindacato, nell’azione sociale. Proprio per questo partecipa al Congresso dei Cattolici a Genova tra il 4 e l’8 ottobre 1892, con la presenza dei leader dei cattolici italiani, G. B. Paganuzzi, Giuseppe Toniolo e Medolago Albani. Nei suoi anni di episcopato ad Acqui nascono le prime associazioni laicali, ma Mons. Marello non può vederne la fioritura.
Andato a Savona per le feste del terzo centenario di San Filippo Neri, nel maggio 1859, celebra la sua ultima Messa nel Santuario della Madonna della Misericordia, proprio là dove era iniziata la sua avventura sacerdotale. Il 30 maggio 1895, nel vescovado di Savona, si spegne improvvisamente a soli 50 anni di età, tra il pianto dei suoi diocesani e dei suoi “Figli”, i Giuseppini di Asti.
Il Papa Leone XIII lo aveva definito, lui presente, tra migliaia di pellegrini in San Pietro a Roma nel 1891, “una perla di Vescovo”. Oggi questa perla risplende in tutta la Chiesa: il 26 settembre 1993, il Papa Giovanni Paolo II, in visita pastorale ad Asti lo ha beatificato. E a soli otto anni di distanza, riconosciuto il miracolo della guarigione di due bambini peruviani da gravissima malattia, il 25 novembre 2001, in San Pietro a Roma, lo ha iscritto tra i Santi.
Come Giuseppe di Nazareth, San Giuseppe Marello è l’apostolo di una sola grande Parola, il Verbo stesso di Dio incarnato e sacrificato per noi. “Gesù, solo Gesù”, amava ripetere, e soltanto con Lui, Gesù, unico Salvatore, il mondo può essere salvato e, anche nelle ore più buie, trasalire di gioia.
(Autore: Paolo Risso – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Giuseppe Marello, pregate per noi.


*Beati Guglielmo Filby, Lorenzo Johnson e Tommaso Cottam - Sacerdoti e Martiri (30 maggio)
Scheda del gruppo a cui appartengono:
"Beati Martiri di Inghilterra, Galles e Scozia" - Beatificati nel 1886-1895-1929-1987
+ Tyburn, Inghilterra, 30 maggio 1582

Thomas Cottam, figlio di genitori protestanti, nacque nel 1549 a Lancashire, Inghilterra. Dopo essersi laureato ad Oxford, si trasferì a Londra dove diventò insegnante.
Qui incontrò un cattolico fervente, Tommaso Pound, sotto l'influenza del quale diventò «papista».
Incoraggiato da Pound, crebbe nella fede e decise di intraprendere la via del sacerdozio. Entrò nel Collegio Inglese a Douai nel 1577, dove fu ordinato diacono nel 1579.
Accortosi di essere chiamato alla Compagnia di Gesù, partì subito per Roma ed entrò nel
noviziato di Sant'Andrea l'8 aprile. Dopo qualche mese, per motivi di salute, lasciò il noviziato e partì per Lyon (Francia) dove svelò a un certo Signor Sledd (che fu difatti una spia del governo inglese), il suo piano di ritornare in patria dopo l'ordinazione.
Nel maggio 1580 fu ordinato sacerdote a Rheims e partì per l'Inghilterra. Appena sbarcato a Dover, fu riconosciuto dalle autorità su informazioni di Sledd ed affidato ad un certo signor Ely per essere condotto a Londra e consegnato al giudice Lord Cobham.
Arrivati a Londra Ely decise di lasciarlo libero.
Tommaso successivamente venne a conoscenza che Ely era stato accusato della sua fuga, e si consegnò spontaneamente a Cobham.
Fu subito imprigionato, nell'ottobre del 1581 venne trasferito alla Torre di Londra. Dopo un mese di torture, fu condannato a morte per alto tradimento. Venuto a conoscenze della presenza dei gesuiti in Inghilterra, chiese ed ottenne la riammissione in Compagnia. Venne portato alla forca ed impiccato il 30 maggio del 1582.
Nel 1886 fu dichiarato Beato da Leone XIII.
Martirologio Romano: A Londra in Inghilterra, San Luca Kirby, sacerdote e martire, che, durante la persecuzione della regina Elisabetta I, dopo molti supplizi, fu appeso alla triplice forca di Tyburn.
Insieme a lui patirono sul medesimo patibolo i Beati sacerdoti e martiri Guglielmo Filby, Lorenzo Johnson e anche Tommaso Cottam, della Compagnia di Gesù.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beati Guglielmo Filby, Lorenzo Johnson e Tommaso Cottam, pregate per noi.


*Beati Guglielmo Scott e Riccardo Newport (30 maggio)
A Londra in Inghilterra, ricordo dei Beati Guglielmo Scott e Riccardo Newport, presbiteri e martiri, che, sotto Giacomo I, per il loro sacerdozio cattolico, furono impiccati e quindi squartati mentre ancora agonizzavano.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beati Guglielmo Scott e Riccardo Newport, pregate per noi.


*Sant’Isacco - Fondatore del Monastero di Dalmazio a Costantinopoli (30 maggio)
+ 30 maggio 383
Avendo abbracciato il modello di vita ascetico, le agiografie che lo riguardano riferiscono abbia passato alcuni anni in solitudine e meditazione nel deserto, per poi tornare a Costantinopoli dopo l'ascesa al trono dell'Imperatore Valente il quale, seguace dell'eresia ariana aveva confiscato e
chiuso i luoghi di culto dei cristiani fedeli al credo di Nicea.
Secondo la leggenda Isacco, fattosi incontro all'imperatore, lo ammonì per ben tre volte di permettere ai sacerdoti "ortodossi" di officiare nelle proprie chiese e, a causa della sua insistenza, fu imprigionato per ordine dei Valente.
Poco prima di essere arrestato profetizzò a quest'ultimo che avrebbe trovato la morte arso vivo nella campagna che si stava accingendo a porre in essere contro i Goti, che in quel periodo avevano oltrepassato il Danubio.
L'imperatore morì effettivamente bruciato vivo nella sua tenda (o in altre versioni in un granaio), dove era stato trasportato ferito.
Dopo la sua dipartita salì al trono Teodosio I il quale liberò Isacco, dichiarò fuorilegge l'arianesimo e riaprì le chiese al culto niceano.
Isacco tornò allora alla vita monastica ma, invece che proseguire la propria ascesi nel deserto, fu convinto da un proprio discepolo a fondare un monastero all'interno delle mura di Bisanzio, che fu intitolato a Dalmato, egumeno successore del Santo nella guida dello stesso.
Morì il 30 maggio 383.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant’Isacco, pregate per noi.  


*San Luca Kirby - Sacerdote e Martire (30 maggio)
Scheda del gruppo a cui appartiene:
“Santi Quaranta Martiri di Inghilterra e Galles”

Richmond, Inghilterra, 1549 – Tyburn, Inghilterra, 30 maggio 1582
Martirologio Romano:
A Londra in Inghilterra, San Luca Kirby, sacerdote e martire, che, durante la persecuzione della regina Elisabetta I, dopo molti supplizi, fu appeso alla triplice forca di Tyburn.
Insieme a lui patirono sul medesimo patibolo i Beati sacerdoti e martiri Guglielmo Filby, Lorenzo Johnson e anche Tommaso Cottam, della Compagnia di Gesù.
San Luca Kirby appartiene alla folta schiera di martiri inglesi uccisi in odio alla fede cattolica in seguito allo scisma anglicano, causato dal divorzio del re Enrico VIII e dall’imposizione di un giuramento di fedeltà al sovrano medesimo quale nuovo capo della Chiesa d’Inghilterra.
Luca nacque nel 1549 probabilmente a Richmond, nella contea di York, da un’antica e nobile famiglia originaria del Lancashire. Conseguì il dottorato in lettere presso l’università di Cambridge, poi a Lovanio si riconciliò con la Chiesa cattolica e, desideroso di spendere la sua vita per cristo nel ministero sacerdotale, nel 1576 entrò nel Collegio inglese di Douai. Nel
settembre 1577 poté finalmente ricevere l’ordinazione presbiterale a Cambrai, ma solo il 18 ottobre successivo officiò la sua prima Messa.
L’anno seguente, nel mese di maggio, fu destinato alla missione inglese, ma già nell’agosto si trasferì a Roma per perfezionare i suoi studi. Nella primavera del 1579 il Kirby fu incluso tra il gruppo di studenti che seguirono Padre Edmondo Campion nelle missioni inglesi: partì dunque da Roma il 18 aprile 1580, giunse a Reims il 27 maggio, finché il 16 giugno insieme a Matteo Fox e Guglielmo Hartley proseguì a piedi sino a Dunkerque, ove si imbarcò per l’Inghilterra.
Nell’isola tuttavia non gli fu possibile svolvegere alcuna attività missionaria, poiché a Dover venne arrestato e rinchiuso per qualche tempo a Westminster nelle prigioni di Gatehouse, per essere poi trasferito insieme ad altri sacerdoti, il 5 dicembre 1580, alla Torre di Londra, ove fu sottoposto a torture atroci.
Il 14 novembre 1581 Luca Kirby fu processato insieme al Padre Campion ed altri compagni di prigionia, imputato per un presunto complotto contro la regina. Riconosciuto colpevole da una discutibile giuria, fu inevitabile la sua condanna a morte.
Per ragioni a noi ignote, venne però rinviata per mesi l’esecuzione e solo il 30 maggio 1582 Luca Kirby affrontò il patibolo dichiarando sino all’ultimo la sua innocenza, ma anche la sua ferma contrarietà alla supremazia della regina in ambito spirituale. Insieme a lui affrontarono il martirio quel giorno anche Guglielmo Filby, Lorenzo Johnson e Tommaso Cottam.
Alcuni documenti hanno tramandato ai posteri la vicenda di questo eroico testimone della fede cattolica, nonché una sua lettera inviata ad alcuni amici il 10 gennaio 1582. A Stonyhurst sono conservate ancora oggi le sue reliquie.
La Chiesa, che mai dimenticò la sua fedeltà alla sede di Roma, ha glorificato in terra il suo servo: Papa Leone XIII lo ha beatificato il 29 dicembre 1886 insieme a numerose altre vittime della medesima persecuzione, mentre Paolo VI infine lo dichiarò “Santo” insieme ai 40 Martiri d’Inghilterra e Galles.
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Luca Kirby, pregate per noi.


*Beata Maria Celina della Presentazione (Giovanna Germana Castang) - Clarissa (30 maggio)
Nojals, Francia, 24 maggio 1878 – Bordeaux, Francia, 30 maggio 1897
Marie-Céline della Presentazione della Beata Vergine Maria (al secolo Jeanne-Germaine Castang), monaca professa del Second'Ordine di San Francesco, nacque il 24 maggio 1878 a Nojals (Francia) e morì il 30 maggio 1897 a Bordeaux (Francia).
Dichiarata “venerabile” il 22 gennaio 1957, è stato riconosciuto un miracolo attribuito alla sua intercessione in data 16 dicembre 2006. È stata beatificata il 16 settembre 2007 nella cattedrale di Bordeaux.
Jeanne-Germaine Castang nacque il 24 maggio 1878 a Nojals, nel Sud della Francia, quinta di dodici figli, in una famiglia povera ma profondamente cristiana. Sin dall’infanzia una paralisi la privò dell’uso di una gamba, rendendola così claudicante. Nonostante ciò non mancò di rendersi utile per quanto possibile nei lavori domestici e nella cura dei fratelli e sorelle minori, in
particolare dopo la morte prematura della madre e l’ingresso della sorella maggiore in convento.
Ella poté frequentare le scuole presso le Suore di San Giuseppe, nella sua città natale, e lo studio la condusse ad una più intensa religiosità, nonchè alla nascita del desiderio di abbracciare la vita claustrale.
Tale desiderio dovette però attendere e Jeanne-Germaine, passata all’istituto delle suore di Nazareth di Bordeaux, poté qui rivecere per la prima volta l’Eucaristia e dare inizo ad una vera e propria opera di perfezionamento interiore, accompagnata anche dalla sofferenza fisica. Poche giovamento le avevano infatti portato le cure cui era stata sottoposta per ovviare ai problemi della gamba malata.
Rimase cinque anni presso le Suore di Nazareth, finché il 12 giugno 1896 fu ammessa, seppur a stento per le sue precarie condizioni di salute, dal monastero delle clarisse di Bordeaux. La sua singolare modestia ed umiltà fecero però sì che le venissero spalancate le porte del chiostro. Il 21 novembre seguente vestì l’abito del Second’Ordine Francescano, assumendo il nome religioso di Marie-Céline della Presentazione della Beata Vergine Maria ma purtroppo la sua salute proseguì inesorabilmente verso un declino che si rivelò fatale.
Sopraggiunse anche una tisi ossea, ma fu proprio in tale periodo che Maria Celina dimostrò fulgidamente la sua pazienza e la sua gioia nel portare la pesante croce che Cristo le aveva affidato. Ormai sul letto di morte ottenne di pronunciare i voti religiosi ed infine il 30 maggio 1897 spirò all’età di soli diciannove anni.
La fama di santità che già in vita aveva circondato questa giovane monaca, portò il 18 giugno 1930 all’introduzione della sua causa di canonizzazione. Il 22 gennaio 1957 fu dichiarata “venerabile” ed il 16 settembre 2007 è stata beatificata nella cattedrale di Bordeaux. Nella medesima città, presso il monastero delle clarisse, riposano le spoglie della novella Beata.
(Autore: Fabio Arduino - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Maria Celina della Presentazione, pregate per noi.


*Beata Marta Maria Wiecka - Suora Vincenziana (30 maggio)
Nowy Wiec, Polonia, 12 gennaio 1874 – Sniatyn, Polonia, 30 maggio 1904
La sua vita in famiglia
Marta Anna Wiecka nacque il 12 gennaio 1874 a Nowy Wiec, in territorio polacco, nella zona occupata allora dalla Prussia. Era la terza di 13 figli dei quali tre morirono in tenerissima età e cinque in età giovanile. La famiglia Wiechi era una delle più importanti del paese. Il padre, un ricco proprietario terriero (100 ettari di terreno) occupava gran parte del suo tempo nella conduzione dell'azienda. Si capisce quindi come tutto o quasi tutto l'andamento familiare fosse affidato alla madre la quale molto presto insegnò alle sue tre figlie più grandi a dare il loro contributo in famiglia.
A Marta venivano affidati i fratellini che giungevano puntualmente a distanza di due o tre anni. Perciò imparò molto presto cosa volessero dire dedizione, pazienza, mediazioni nei piccoli litigi infantili, sonni interrotti, attenzione e senso di responsabilità, emergenze ecc. ecc.
Potremmo definire, la sua, una fanciullezza donata agli altri, ma non del tutto priva di quella spensieratezza che richiede l' età.
Infatti, molto portata alla vita di relazione, Marta aveva intorno a sé un piccolo gruppo di amiche di cui era il naturale leader. Era l'anima dei loro giochi, colei che proponeva le iniziative più svariate.
Forte delle convinzioni religiose acquisite in famiglia dalla mamma, si improvvisava catechista delle sue amichette e… guai a chi non seguiva le sue spiegazioni!
A 11 anni, secondo l'uso del tempo, iniziò la preparazione alla Prima Comunione. Le lezioni bisettimanali venivano fatte al mattino, prima della scuola, nella Parrocchia distante 12 chilometri. C'era di che scoraggiarsi, ma Marta fu la prima a reagire: alzata alle cinque del mattino, cammino attraverso scorciatoie, passo cadenzato e continuo, partecipazione alla Santa Messa, lezione di catechismo e poi ritorno a casa dove un'altra giornata di scuola e di lavoro era già spuntata.
Il catechista, Don Marian Dabrowski, avrà un ruolo molto importante nella vita di Marta. A lui affiderà la guida della sua anima, con lui inizierà a rendere più nitidi i contorni di una vocazione religiosa nascente. Don Marian, infatti, era il Cappellano delle Figlie della Carità nella loro Casa Provinciale a Chelmno. Non c'è quindi da meravigliarsi se la giovanissima Marta sentiva insorgere mille interrogativi da sottomettere a Don Marian per sapere sempre più notizie sulla vita delle Figlie della Carità.
Fu Don Marian che, dopo ripetute richieste, suggerì a Marta di scrivere alla Visitatrice di Chelmno per chiederle di essere accolta in comunità. La risposta non si fece attendere e fu positiva, ma c'era una clausola: se voleva conoscere le Suore ed essere a sua volta conosciuta, Marta avrebbe dovuto trascorrere il periodo natalizio a Chelmno.
Volitiva come era, Marta accettò e partì. Fu un'esperienza bella che la segnò per sempre. Al momento di congedarsi si sentì dire di tornare dopo due anni. La giovane Aspirante aveva infatti soltanto sedici anni.
Tornò in famiglia dove riprese il suo posto tra genitori e fratellini da accudire, contando i giorni che mancavano al suo diciottesimo compleanno.
Verso una nuova meta
In questo periodo si inserì un fatto nuovo. Monica Gdaniec, la sua amica del cuore, di due anni più grande, le comunicò un giorno che anche lei voleva diventare Figlia della Carità. Aveva già inoltrato la sua domanda alla Visitatrice di Chelmno, ma le era stato detto di aspettare un po' perché….non c'era posto!
Una soluzione per accelerare i tempi c'era: le Figlie della Carità erano anche a Cracovia. Senza dir niente a nessuno, facendosi coraggio l'una con l'altra, le due ragazze scrissero alla Visitatrice di Cracovia. La risposta arrivò e fu positiva.
Ma come comunicare il tutto ai genitori? Cracovia era molto lontana; per raggiungerla ci volevano due giorni di viaggio. La provvidenza appianò le varie difficoltà. Monica e Marta si avviarono insieme verso lo stesso indirizzo. Era il 25 aprile 1892. Il giorno dopo iniziarono il loro Postulato. Monica aveva 20 anni e Marta 18. Dopo poco più di tre mesi, cominciarono la seconda tappa della loro formazione: il Seminario.
Tutto nella norma: vita di unione profonda con il Signore, conoscenza e approfondimento dello spirito e del carisma vincenziano, esperienze di servizio tra i poveri.
Nelle corsie degli ospedali
21 aprile 1893: Suor Wiecka, rivestita dell'abito delle Figlie della Carità riceve la sua prima destinazione: l'ospedale di Leopoli, il più grande ospedale diretto dalle Figlie della Carità della provincia di Cracovia. Poteva ricevere fino a 1000 malati e vi lavoravano 50 Suore.
Suor Marta vi imparò la professione di infermiera aiutata dalle Sorelle più anziane: il metodo, la precisione, l'attenzione e tutto quel piccolo-grande bagaglio che fa di un'infermiera una maestra in umanità e una messaggera di fede.
Dopo pochi mesi Suor Marta aveva superato gli esami: in molti avevano avuto modo di apprezzarla e di capire che in quella giovanissima Suora c'era stoffa buona.
La ritroveremo l'anno dopo nell'ospedale di Podhajce, una cittadina di circa 6.000 abitanti. Le Suore erano solo in sei e si dedicavano a una sessantina di malati. Le condizioni di lavoro non erano certo le più facili perché, oltre ai malati, le Suore avevano ogni giorno a che fare con gli operai, i disoccupati in cerca di lavoro, i poveri che chiedevano un po' di pane.
Se a Leopoli Suor Marta aveva dovuto dimostrare le sue capacità di infermiera, qui le erano molto necessarie l'intraprendenza e l'iniziativa. Era stata mandata lì proprio per questo. Anche qui superò brillantemente l'esame: competenza, professionalità, capacità di relazione, dedizione, pazienza, disponibilità e poi quei momenti tutti intrisi di preghiera per chiedere a Dio una guarigione o una conversione. Nessuno dei suoi malati moriva senza riconciliarsi con Dio.
Spalle robuste per portare la croce
Leopoli, Podhajce: due trampolini di lancio per arrivare fino a Bochnia, una cittadina non lontana da Cracovia, di circa 8.000 abitanti. C'erano 5 Suore per circa 55 malati.
La Suor Servente, Suor Maria Cablo si rese subito conto che la giovane Suora di appena 25 anni era un vero tesoro sia per i malati che per le consorelle: sempre serena, sempre pronta ad aiutare, sempre disposta a prendere su di sé i lavori più pesanti. Non era difficile andare d'accordo con lei.
E invece proprio a Bochnia avvenne quello che nessuno mai avrebbe potuto prevedere: una calunnia odiosa che gettò sulla sua persona un fango pesante.
L'ospedale non disponeva di reparti ben definiti a seconda delle malattie; il criterio base era quello di separare gli uomini dalle donne.
Un brutto giorno accadde il fattaccio. Nel reparto in cui prestava servizio Suor Marta venne ricoverato un giovane studente piuttosto grave. Fu affidato alle sue cure. Nella stessa camera c'era un uomo affetto da malattie veneree.
Suor Marta, proprio in ottemperanza a disposizioni precise della comunità delle Figlie della Carità, non poteva e non doveva occuparsi di lui. A lei era stato affidato il ragazzo che cercava di curare nel miglior modo. I suoi gesti, le sue premure non sfuggivano al poveretto che, attratto da quella giovane bellezza vestita da Suora, fu preso da una incontenibile gelosia e cercava ogni occasione per mettere in atto un piano diabolico.
Un giorno, mentre aspettava il risultato del termometro, Suor Marta, in un gesto istintivo, si sedette sul letto del giovane. Un gesto innocente che pagò molto caro. L'uomo aveva trovato quello che cercava. Appena uscito dall'ospedale si recò dal Parroco al quale disse che Suor Marta era incinta; il padre del bambino era il giovane malato.
La calunnia era così ben confezionata che al Sacerdote non venne neppure in mente di costatarne la veridicità. Informò immediatamente i Superiori delle Figlie della Carità a Cracovia.
Anche qui nessun approfondimento, nessun confronto. Venne chiamata d'urgenza la Suor Servente alla quale, senza spiegare neppure il perché, fu servita una di quelle docce fredde che lasciano il segno per anni. Finalmente, dopo tante porte chiuse, Suor Maria riuscì a sapere dal suo Confessore di un tempo ciò che era successo. La sua reazione di sorpresa e l' assoluta fiducia nella sua giovane compagna non vennero prese neppure in considerazione.
Tornò a Bochnia col cuore spezzato, impedita di comunicare ad altri l'ingiusta accusa. Soprattutto non voleva che Suor Marta sapesse qualcosa. Ma la Suora sentiva che, all'improvviso, la terra le stava franando sotto i piedi, si vedeva circondata da sguardi sospetti e da voci appena sussurrate. Non sapeva che qualcuno aveva già bussato alla porta delle Suore per lasciare una culla per il nascituro, accompagnando il dono col più ironico sorriso. Non sapeva che per due volte il calunniatore aveva tentato di accoltellare la Suor Servente perché, diceva, proteggeva troppo Suor Marta.
Fu a questo punto che qualcuno cominciò a porsi degli interrogativi sulla personalità dell'incallito personaggio. Ne venne fuori un curriculum da far accapponare la pelle. Solo allora il Parroco capì in che specie di tranello era così ingenuamente caduto. Si recò in fretta in casa delle Suore e lì, davanti a tutte, pianse la sua colpa e chiese ripetutamente perdono.
L'incubo era finito, ma per Suor Marta le cose non cambiarono molto: durante la terribile calunnia era rimasta salda alla croce, in piedi, forte della sua innocenza. In un giorno imprecisato, durante la preghiera, le era apparsa una croce dalla quale uscivano raggi. Aveva sentito anche una voce: "Figlia, sopporta pazientemente tutte le calunnie e tutte le accuse. Fra poco ti prenderò con me"!
Da quel momento Suor Marta aveva sentito un grande desiderio del cielo. Aveva capito che le restava poco da vivere.
Dare la vita
Era il luglio 1902. Nell'ospedale di Sniatyn, una cittadina di circa 11.000 abitanti, c'erano alcuni problemi causati dal carattere molto autoritario di una Suora che pretendeva di far camminare tutti, medici, infermieri, malati, consorelle secondo i suoi rigidi schemi. Occorreva riportare tranquillità. I Superiori pensarono a Suor Wiecka che aveva già dato prove di serietà e di equilibrio.
Suor Marta arrivò a Sniatyn disponibile come sempre. Infinitamente paziente, sempre servizievole e premurosa, lasciava trasparire dal volto una gioia interiore che aveva qualcosa di
soprannaturale. Lavorava nel silenzio e nella preghiera. Lei sapeva cose che gli altri non potevano sapere. Ormai poteva contare i giorni che le rimanevano da vivere.
Quando, durante il tempo del Seminario, aveva imparato a conoscere alcune figure delle prime Figlie della Carità, era rimasta affascinata da Suor Giovanna Dalmagne, morta a 33 anni, pienamente felice di aver servito i poveri. Morire giovane era il desiderio di Suor Marta.
"Il prossimo anno farò il Natale in cielo" aveva affermato con convinzione nel dicembre 1903. Le Suore l'avevano guardata sorprese: non c'era assolutamente nulla che facesse presagire una fine a breve scadenza. Anzi le sue forze sembravano aumentare un po' più ogni giorno, sempre disponibile a servire, sempre pronta ad aiutare chi si trovava in difficoltà.
"Sarà molto difficile portare la mia salma per questa scala" aveva continuato a dire un altro giorno guardando dall'alto la ripida scala di servizio. "Ma Suor Marta, cosa dice? I morti sono portati sempre per la scala principale"! protestarono le Suore. "Ma io sarò portata di qui"!
A Sniatyn a Suor Marta era stato affidato il reparto infettivi. Le misure di igiene e le regole di prudenza non erano mai troppe. Il pericolo del contagio era sempre in agguato.
Nella stanza d'isolamento era stata ricoverata una donna colpita da tifo petecchiale, una malattia altamente contagiosa in quel tempo e sicuramente mortale. Invece quella donna ce l'aveva fatta a sopravvivere ed era tornata a casa sua, lasciando però nell'ospedale mille problemi: bisognava procedere ad una accurata disinfezione dell'ambiente e delle suppellettili. Il compito venne affidato al portiere dell'ospedale.
Il poveretto si sentì distrutto. Sapeva benissimo che c'era una percentuale altissima di probabilità che contraesse a sua volta la terribile malattia. Pensò alla sua giovane sposa, al suo bambino di pochi anni. Pianse, si disperò, implorò.
Suor Marta lo vide e si commosse profondamente. Senza pensarci due volte propose la soluzione: "Vado io"! Nessun ripensamento, nessun tentennamento. Quella determinazione che l'aveva caratterizzata per tutta la vita, si rivelò in tutta la sua pienezza. Suor Marta andò, disinfettò.
Erano trascorsi solo pochi giorni. Il 23 maggio 1904 si sentì invasa da una grande debolezza. Si mise a letto. Le cure che le vennero somministrate non valsero a nulla.
Qualcuno pensò che le previsioni da lei fatte sulla sua fine contenevano qualcosa di vero. Suo fratello Don Jan (1878 - 1970), Sacerdote da pochi anni, accorse al suo capezzale.
Il 30 maggio le condizioni fisiche di Suor Marta si erano ulteriormente aggravate. Quasi per scongiurare la sua fine prematura, una Suora le disse: "Maggio sta ormai per finire e tu sei ancora qui con noi"! Suor Marta abbozzò un sorriso e precisò che era solo questione di ore.
Morì quella sera stessa. La notizia della sua morte si diffuse in un baleno. Tutti volevano sapere, tutti volevano vederla. La gravità del male che l'aveva colpita non permetteva assembramenti. Molti piansero quella giovane vita stroncata; molti lodarono il gesto che aveva coronato la sua vita.
Per disposizione delle autorità sanitarie, la salma di Suor Marta fu portata attraverso quella scala secondaria di cui aveva parlato. Per misure di prudenza non fu permesso portarla in Parrocchia.
Il corteo funebre si diresse direttamente verso il cimitero di Sniatyn. A presiedere il tutto c'era suo fratello Don Jan.
La salma venne tumulata accanto alla tomba di San Giovanni Nepomuceno, il Sacerdote morto martire per non aver voluto infrangere il sigillo sacramentale e di cui Suor Marta era devotissima fin dalla fanciullezza.
Solo alcuni giorni dopo le Suore si resero conto che anche questo particolare era entrato nelle "profezie" di Suor Marta.
Dopo 100 anni….
Gli anni trascorsero più o meno rapidi, pieni di vicende politiche che parlavano di guerra, di spartizioni, di germanizzazione. La Polonia conobbe pagine durissime della sua storia.
Le Figlie della Carità dovettero lasciare molte delle loro attività a servizio dei Poveri, tra cui l'ospedale di Sniatyn (1920).
Inspiegabilmente la tomba di Suor Marta continuò ad essere sommersa di fiori. Pochissimi a Sniatyn sapevano ormai chi fosse colei il cui corpo riposava nel loro cimitero. La chiamavano la Madre, la Monaca, ma le conoscenze non andavano molto più lontano. Una cosa però la sapevano: la Madre aiutava tutti.
Primavera 1990: un gruppetto di turisti polacchi giunse a Sniatyn. Cercavano una tomba del 1904.
Entrarono nel cimitero. Guardando attentamente scoprirono una tomba con alcune caratteristiche che le altre non avevano: fiori freschi, tanti asciugamani ucraini ricamati posti sui bracci della croce e molte candele accese. Inciso sulla pietra c'era un nome: Suor Marta Anna Wiecka. Era proprio la tomba che cercavano.
Una donna ucraina si avvicinò e offrì loro del cibo (gli Ucraini portano cibo sulle tombe perché chi lo mangia si senta obbligato a pregare per il defunto). In cambio voleva preghiere per suo figlio morto poche settimane prima.
Intorno ai visitatori si radunò un gruppetto di donne : "Mio figlio, dice una di loro, era stato condannato dalla legge, ma era innocente. Ho percorso quattro chilometri in ginocchio e sono arrivata qui dalla nostra Madre perché lo salvasse. L'ha salvato".
Una tomba come quella di Suor Rosalia Rendu? A Parigi come a Sniatyn arrivano migliaia di persone. Tutte hanno una particolare preghiera da rivolgere, tutte un fiore da offrire. Sr. Marta Anna Wiecka sarà beatificata il 24 Maggio 2008 a Leopoli (Ucraina): La cerimonia sarà presieduta dal Card. Tarcisio Bertone, Segretario di Stato, a ciò delegato dal Santo Padre.
(Autore: Sr Maddalena Castrica FdC - www.vincenziani.com)
Giaculatoria - Beata Marta Maria Wiecka, pregate per noi.


*San Mattia Kalemba - Martire (30 maggio)
Scheda del gruppo a cui appartiene:
“Santi Martiri Ugandesi”

† Kampala, Uganda, 30 maggio 1886
Martirologio Romano:
A Kampala in Uganda, San Mattia Kalemba, detto Mulumba o il Forte, martire, che, lasciata la religione maomettana, ricevette il battesimo in Cristo e, deposto l’incarico di giudice, si impegnò nella diffusione della fede cristiana; per questo, sotto il re Mwanga fu sottoposto a tortura e, privo di ogni conforto, rese il suo spirito a Dio.
Fece un certo scalpore, nel 1920, la beatificazione da parte di Papa Benedetto XV di ventidue martiri di origine ugandese, forse perché allora, sicuramente più di ora, la gloria degli altari era
legata a determinati canoni di razza, lingua e cultura. In effetti, si trattava dei primi sub-sahariani (dell’”Africa nera”, tanto per intenderci) ad essere riconosciuti martiri e, in quanto tali, venerati dalla Chiesa cattolica.
La loro vicenda terrena si svolge sotto il regno di Mwanga, un giovane re che, pur avendo frequentato la scuola dei missionari (i cosiddetti “Padri Bianchi” del Cardinal Lavigerie) non è riuscito ad imparare né a leggere né a scrivere perché “testardo, indocile e incapace di concentrazione”. Certi suoi atteggiamenti fanno dubitare che sia nel pieno possesso delle sue facoltà mentali ed inoltre, da mercanti bianchi venuti dal nord, ha imparato quanto di peggio questi abitualmente facevano: fumare hascisc, bere alcool in gran quantità e abbandonarsi a pratiche omosessuali. Per queste ultime, si costruisce un fornitissimo harem costituito da paggi, servi e figli dei nobili della sua corte.
Sostenuto all’inizio del suo regno dai cristiani (cattolici e anglicani) che fanno insieme a lui fronte comune contro la tirannia del re musulmano Kalema, ben presto re Mwanga vede nel cristianesimo il maggior pericolo per le tradizioni tribali ed il maggior ostacolo per le sue dissolutezze. A sobillarlo contro i cristiani sono soprattutto gli stregoni e i feticisti, che vedono compromesso il loro ruolo ed il loro potere e così, nel 1885, ha inizio un’accesa persecuzione, la cui prima illustre vittima è il vescovo anglicano Hannington, ma che annovera almeno altri 200 giovani uccisi per la fede.
Il 15 novembre 1885 Mwanga fa decapitare il maestro dei paggi e prefetto della sala reale. La sua colpa maggiore? Essere cattolico e per di più catechista, aver rimproverato al re l’uccisione del vescovo anglicano e aver difeso a più riprese i giovani paggi dalle “avances” sessuali del re. Giuseppe Mkasa Balikuddembè apparteneva al clan Kayozi ed ha appena 25 anni.
Viene sostituito nel prestigioso incarico da Carlo Lwanga, del clan Ngabi, sul quale si concentrano subito le attenzioni morbose del re. Anche Lwanga, però, ha il “difetto” di essere cattolico; per di più, in quel periodo burrascoso in cui i missionari sono messi al bando, assume una funzione di “leader” e sostiene la fede dei neoconvertiti.
Il 25 maggio 1886 viene condannato a morte insieme ad un gruppo di cristiani e quattro catecumeni, che nella notte riesce a battezzare segretamente; il più giovane, Kizito, del clan Mmamba, ha appena 14 anni. Il 26 maggio vemgono uccisi Andrea Kaggwa, capo dei suonatori del re e suo familiare, che si era dimostrato particolarmente generoso e coraggioso durante un’epidemia, e Dionigi Ssebuggwawo.
Si dispone il trasferimento degli altri da Munyonyo, dove c’era il palazzo reale in cui erano stati condannati, a Namugongo, luogo delle esecuzioni capitali: una “via crucis” di 27 miglia, percorsa in otto giorni, tra le pressioni dei parenti che li spingono ad abiurare la fede e le violenze dei soldati. Qualcuno viene ucciso lungo la strada: il 26 maggio viene trafitto da un colpo di lancia Ponziano Ngondwe, del clan Nnyonyi Nnyange, paggio reale, che aveva ricevuto il battesimo mentre già infuriava la persecuzione e per questo era stato immediatamente arrestato; il paggio reale Atanasio Bazzekuketta, del clan Nkima, viene martirizzato il 27 maggio.
Alcune ore dopo cade trafitto dalle lance dei soldati il servo del re Gonzaga Gonga del clan Mpologoma, seguito poco dopo da Mattia Mulumba del clan Lugane, elevato al rango di “giudice”, cinquantenne, da appena tre anni convertito al cattolicesimo.
Il 31 maggio viene inchiodato ad un albero con le lance dei soldati e quindi impiccato Noè Mawaggali, un altro servo del re, del clan Ngabi.
Il 3 giugno, sulla collina di Namugongo, vengono arsi vivi 31 cristiani: oltre ad alcuni anglicani, il gruppo di tredici cattolici che fa capo a Carlo Lwanga, il quale aveva promesso al giovanissimo Kizito: “Io ti prenderò per mano, se dobbiamo morire per Gesù moriremo insieme, mano nella mano”. Il gruppo di questi martiri è costituito inoltre da: Luca Baanabakintu, Gyaviira Musoke e Mbaga Tuzinde, tutti del clan Mmamba; Giacomo Buuzabalyawo, figlio del tessitore reale e appartenente al clan Ngeye; Ambrogio Kibuuka, del clan Lugane e Anatolio Kiriggwajjo, guardiano delle mandrie del re; dal cameriere del re, Mukasa Kiriwawanvu e dal guardiano delle mandrie del re, Adolofo Mukasa Ludico, del clan Ba’Toro; dal sarto reale Mugagga Lubowa, del clan Ngo, da Achilleo Kiwanuka (clan Lugave) e da Bruno Sserunkuuma (clan Ndiga).
Chi assiste all’esecuzione è impressionato dal sentirli pregare fino alla fine, senza un gemito. E’ un martirio che non spegne la fede in Uganda, anzi diventa seme di tantissime conversioni, come profeticamente aveva intuito Bruno Sserunkuuma poco prima di subire il martirio “Una fonte che ha molte sorgenti non si inaridirà mai; quando noi non ci saremo più altri verranno dopo di noi”.
La serie dei martiri cattolici elevati alla gloria degli altari si chiude il 27 gennaio 1887 con l’uccisione del servitore del re, Giovanni Maria Musei, che spontaneamente confessò la sua fede davanti al primo ministro di re Mwanga e per questo motivo venne immediatamente decapitato.
Carlo Lwanga con i suoi 21 giovani compagni è stato canonizzato da Paolo VI nel 1964 e sul luogo del suo martirio oggi è stato edificato un magnifico santuario; a poca distanza, un altro santuario protestante ricorda i cristiani dell’altra confessione, martirizzati insieme a Carlo Lwanga. Da ricordare che insieme ai cristiani furono martirizzati anche alcuni musulmani: gli uni e gli altri avevano riconosciuto e testimoniato con il sangue che “Katonda” (cioè il Dio supremo dei loro antenati) era lo stesso Dio al quale si riferiscono sia la Bibbia che il Corano.
(Autore: Gianpiero Pettiti - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Mattia Kalemba, pregate per noi.


*Beato Ottone Neururer - Sacerdote e Martire (30 maggio)
Fliess (Tirolo), 25 marzo 1882 - Buchenwald (Germania), 3 giugno 1940
Emblema:
Palma
Martirologio Romano: Nel campo di prigionia di Buchenwald nella Turingia in Germania, passione del Beato Ottone Neururer, sacerdote e martire, che, avendo dissuaso una giovane cattolica dal prestarsi ad una forma solo apparente di matrimonio con un uomo già sposato e seguace dell’empio regime nemico di Dio e degli uomini allora in vigore, fu messo in carcere, dove tuttavia tra difficoltà di ogni genere proseguì clandestinamente il suo ministero, finché coronò il suo martirio, lasciato morire sospeso per i piedi a testa in giù.
È stato beatificato il 24 novembre 1996 da Papa Giovanni Paolo II; Otto Neururer, nacque il 25 marzo 1882 a Pillet, un piccolo villaggio di montagna nel Tirolo (Austria), nel Comune di Fliess,
dodicesimo figlio di umili genitori, mugnai e contadini.
Fin da ragazzo sentì la chiamata al sacerdozio e quindi studiò per questo scopo in seminario, venne ordinato sacerdote nel 1907 e subito fu nominato vicario cooperatore, in sette successive parrocchie del Tirolo del Nord.
Per quindici anni, dal 1917 al 1932 fu cooperatore e insegnante di religione nella parrocchia di San Giacomo, ora cattedrale di Innsbruck, poi nel 1932 fu nominato parroco nel paese di Götzene, situato nei dintorni della città.
Nonostante che si addensavano sull’Austria nubi di tempi politici difficili, padre Otto Neururer, svolse il suo apostolato di pastore con grande zelo fra i fedeli di Götzene, che lo amarono come un padre.
A metà anno 1938, l’Austria operò l’annessione alla Germania nazista e nel mese di dicembre, il parroco consigliò ad una giovane fedele cattolica, di non sposare un uomo di trent’anni più grande di lei, divorziato ed apostata ed infine facente parte del partito nazionalsocialista e soprattutto fanatico osservante delle idee razziste di questo partito.
La ragazza ascoltando il consiglio, lo rifiutò; l’uomo per dispetto denunciò il parroco alla polizia segreta, la famigerata Gestapo, “per aver impedito un matrimonio tedesco”.
Pertanto padre Otto Neururer venne arrestato il 15 dicembre 1938 e condotto in carcere ad Innsbruck, dove restò fino al 3 marzo 1939, quando venne trasferito al campo di concentramento di Dachau e poi da lì, il 26 giugno seguente al campo di Buchenwald, presso Weimar in Germania.
Nel periodo in cui fu tenuto prigioniero in questi famigerati campi, egli non smise, per quel che poteva, di sostenere e confortare con coraggio i suoi compagni di sventura. Sopportò con grande pazienza i disagi e le sofferenze del campo di concentramento e le umiliazioni cui era fatto oggetto.
Mosso da questi sentimenti, istruì nella fede cattolica un altro prigioniero e lo ammise segretamente nella Chiesa.
Questo fatto, gli procurò un segregamento nel ‘bunker’ del campo; poi dagli aguzzini nazisti fu appeso a testa in giù, lasciandolo così morire lentamente e dolorosamente, il 3 giugno 1940.
Fulgido esempio che il nazismo non colpì solo ebrei e nemici, ma anche chiunque si opponesse alla sua politica ultranazionalista e di esaltazione della razza ariana.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Otto Neururer, pregate per noi.


*San Restituto di Cagliari - Vescovo e Martire (30 maggio)
Cagliari, I-II sec.
Emblema:
Bastone pastorale, Palma
Di San Restituto vescovo di Cagliari, non ci sono pervenute notizie della sua vita; è un vescovo dei primi secoli del cristianesimo nell’Isola di Sardegna.
Il suo nome non compare oggi nelle celebrazioni della diocesi cagliaritana, probabilmente era
inserito nei ‘Messali’ o ‘Proprio’ dei secoli scorsi, poi essendo il culto decaduto, è stato tolto dai libri liturgici.
Le sue reliquie comunque sono nella cripta o Santuario della Cattedrale di Cagliari; questa cripta posta sotto il presbiterio, è divisa in tre cappelle nelle cui pareti, decorate a stucchi, vi sono piccoli loculi, con reliquie di martiri e santi cristiani della Sardegna.
Nel XVII secolo quando la Sardegna era suddita dell’Impero di Spagna, il vescovo di Cagliari di origine spagnola, Monsignor Franciscus Desquivel, durante i grandi lavori di ristrutturazione della cattedrale, durati dal 1660 al 1702, originariamente in forme romanico-gotiche pisane, e trasformata in forme barocche; raccolse molte reliquie di Santi e di martiri, sparse nella zona cagliaritana e le sistemò tumulandole nella cripta o Santuario della ristrutturata Cattedrale.
Fra esse vi sono anche quelle del vescovo San Restituto la cui festa religiosa era al 30 maggio, è considerato anche martire, essendo dei primi tempi del cristianesimo.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Restituto di Cagliari, pregate per noi.


*Sant'Uberto di Tongeren-Maastricht - Vescovo (30 maggio)
Regione delle Ardenne (?), ca. 685 - Tervuren (Belgio), 30 maggio 727
Patronato:
Cacciatori, Fonditori, Cani
Etimologia: Uberto = spirito brillante, dal tedesco
Emblema: Bastone pastorale, Libro, Cervo, Cane
Martirologio Romano: A Tervueren sempre nel Brabante in Austrasia, transito di Sant’Uberto, vescovo di Tongeren e Maastricht, che, discepolo e successore di San Lamberto, si adoperò con tutte le forze per diffondere il Vangelo nel Brabante e nelle Ardenne, dove estirpò i costumi pagani.
Il suo nome fa subito venire in mente la leggenda del cervo che gli sarebbe apparso, con un crocifisso splendente sul capo, mentre egli cacciava nei boschi delle Ardenne, in un giorno di raccoglimento: un Venerdì santo.
Leggenda, e nemmeno esclusiva, perché cose simili si raccontano di altri santi. Su di lui le notizie certe scarseggiano.
Sappiamo che era di famiglia nobile e che fu discepolo di san Lamberto vescovo di Tongres
(Belgio), il quale trasferì poi la sua sede a Maastricht (Olanda).
Lamberto lo ordinò sacerdote, e morì tragicamente – forse per una vendetta – ai primi dell’VIII secolo.
A succedergli fu chiamato appunto Uberto, che ricevette la consacrazione episcopale a Roma dal Papa Sergio I.
Questo, non più tardi del 701, perché in quell’anno papa Sergio morì, in settembre.
La sua allora era una diocesi di boschi e di gente dei boschi, in parte ancora lontana dal cristianesimo, sicché egli dovette dedicarsi soprattutto alla predicazione.
Nel dicembre del 717-718 fece portare il corpo del predecessore Lamberto da Maastricht a Liegi, dov’era stato ucciso e dove ebbe definitiva sepoltura.
Nel 722 trasferì a Liegi anche la sede vescovile.
Dopodiché, per anni, ci sono soltanto narrazioni postume e fantasiose.
Di certo sappiamo che anche da vescovo Uberto andava a pescare: e che un giorno, trafficando con un amo, si ferì a una mano.
Secondo un’altra leggenda, in quel momento una voce dall’alto gli preannunciò la morte vicina.
Dopo l’incidente – che deve avere avuto sviluppi infettivi – Uberto dà disposizione di essere seppellito a Liegi.
Ma non interrompe la sua attività, e nel maggio 737 consacra una nuova chiesa vicino a Lovanio. Poi crolla.
Il male si è aggravato, e lui muore sei giorni dopo quel rito, a Tervuren (una ventina di km da Lovanio).
Sepolto in San Pietro a Liegi, è presto venerato come Santo in Belgio e Olanda, poi anche in Francia e in Germania.
Sedici anni dopo la morte (3 novembre 743) il suo corpo viene trasferito davanti all’altar maggiore della chiesa di San Pietro, e per l’evento è accorso a Liegi addirittura Carlomanno, Maestro di Palazzo, e in sostanza padrone del regno franco: un altro segno di questa diffusa venerazione e del suo “peso” anche politico.
Intanto si diffondono leggende sulla sua vita, e lungo il tempo nasceranno confraternite intitolate al suo nome; in Germania, l’Ordine cavalleresco di Sant’Uberto durerà fino al 1918.
Nell’825 i resti del Santo vengono portati in un’abbazia benedettina delle Ardenne, che prenderà il suo nome, e vi resteranno fino alle devastazioni e incendi della rivolta dei Gueux (“pezzenti”) nel 1568, scomparendo nel saccheggio del monastero.
I cacciatori lo hanno proclamato loro patrono, e così i fonditori e lavoratori di metalli e i pellicciai.
Già nel IX secolo la festa di Sant’Uberto si celebrava il 3 novembre, e a questa data lo ricorda il Martirologio romano.
(Autore: Domenico Agasso – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant' Uberto di Tongeren-Maastricht, pregate per noi.


*San Valstano di Bawburgh (30 maggio)
Nel Mille, era molto popolare presso gli agricoltori e lavoratori del Norfolk; le offerte per la sua tomba nella cappella nella parte settentrionale della chiesa di Bawburgh furono sufficienti a ricostruire il coro nel 1309. Secondo Bale «tutti i falciatori e i mietitori ricorrevano a lui una volta l'anno».
La sua leggenda è stata conservata in latino e in inglese con delle piccole variazioni. L'ultima versione fu montata su un trittico di legno ed appesa sulla tomba in modo che i pellegrini potessero leggerla.
Nacque molto probabilmente a Blythburgh (Suffolk) da nobile e forse reale casato e rinunciò al mondo e alla sua famiglia per servire Dio come bracciante. Il fattore per cui egli lavorò sempre
industriosamente e di buon umore desiderava farlo suo erede; mentre Valstano gli chiese in dono soltanto una mucca gravida.
Nacquero due vitellini, ed essi, alla fine della vita del santo, trasportarono il suo corpo su un carro per i funerali. La Vita di Valstano mostra chiaramente su diversi punti l'influsso del folklore celtico.
Si dice ad esempio che sulla superficie di uno stagno vicino a Cossey è possibile vedere l'impronta della ruota del carro; e ancora che un profeta può comunicare le sue previsioni ad un'altra persona, se quest'ultima tiene un piede sopra quello del profeta.
Ci sono altri elementi improbabili: che il corteo funebre attraversò un muro; che il vescovo ed i monaci di Norwich furono presenti al suo funerale nel 1016 sebbene la sede non fosse stata stabilita a Norwich che dopo la Conquista.
Ma nonostante tutti questi dettagli favolosi il suo culto è molto interessante come raro esempio, nel Medioevo, di un lavoratore venerato come Santo.
Valstano è ritratto su cinque transenne a Norfolk: i suoi attributi iconografici sono una corona o scettro con una falce e due vitelli.
La festa è celebrata il 30 maggio.
(Autore: Hugh Farmer – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Valstano di Bawburgh, pregate per noi.


*Altri Santi del giorno (30 Maggio)
*xxx
Giaculatoria - Santi tutti, pregate per noi


 
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