Santi del 31 gennaio - Istituto Aveta

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Santi del 31 gennaio

Il mio Santo > Santi di Gennaio

*Sant'Abramo - Vescovo di Arbela (31 gennaio)

Etimologia: Abramo = grande padre, dall'ebraico
Martirologio Romano: In Persia, passione di Sant’Abramo, vescovo di Arbela, che sotto il re dei Persiani Sabor, avendo rifiutato l’ordine di adorare il sole, fu decapitato.
È uno dei più celebri martiri della persecuzione di Sapore II (310-379). Nel quarto anno della persecuzione persiana (343-44) era stato arrestato il vescovo di Arbela, Giovanni, che fu poi tenuto per un anno intero prigioniero della fortezza di Bdigar e finalmente martirizzato il 1° novembre 344. Durante questo lungo periodo i cristiani di Arbela, rimasti senza pastore, si riunirono segretamente e scelsero Abramo come capo della loro Chiesa. Ricercato a sua volta dai Magi persiani, Abramo restò nascosto per qualche tempo, ma poi fu arrestato per ordine del mobed Adhurpareh. Essendogli stata offerta salva la vita se avesse obbedito agli ordini del mobed, Abramo rifiutò e fu decapitato il quinto giorno della luna di febbraio (31 gennaio 345), nel villaggio di Tell-Niãhã.
Questi fatti sono raccontati nella Cronaca di Arbela pubblicata dal Mingana, nella passio siriaca, testo giudicato positivamente dal Peeters, nelle passiones greche, pubblicate dal Delehaye e che rispettivamente non sono che la traduzione ed il sunto del testo siriaco, e finalmente negli elogi del Sinassario Costantino politano del 4 e 5 febbraio. Tanto nel martirologio di Edessa quanto nelle tavole dittiche di Arbela (un lezionario nestoriano del British Museum, dove, al terzo venerdì dopo Pasqua, sono ricordati tutti i metropoliti di Arbela) e quanto nella Storia Ecclesiastica di Sozomeno ill, il nome di Abramo è sempre unito con quello di Giovanni.
Negli Acta Sanctorum Abramo è ricordato il 4 febbraio, mentre nel Sinassario Costantino politano il 5 dello stesso mese.

(Autore: Giovanni Lucchesi – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Abramo - Vescovo di Arbela, pregate per noi.


*Santi Agostino Pak Chong-Won e Cinque Compagni - Martiri (31 gennaio) Scheda del gruppo a cui appartengono:
“Santi Martiri Coreani” (Andrea Kim Taegon, Paolo Chong Hasang e 101 compagni)

+ Dangkogae, Corea del Sud, 31 gennaio 1840
Questo gruppo si compone di sei laici coreani che insieme subirono il martirio: Agostino Pak Chong-Won, Pietro Hong Pyong-Ju, Maddalena Son So-Byok, Agata Yi Kyong-I, Maria Yi In-Dok ed Agata Kwon Chin-I.  Papa Giovanni Paolo II li canonizzò il 6 maggio 1984.
Martirologio Romano: In Corea, Santi martiri Agostino Pak-Chŏng-wŏn, catechista, e cinque compagni, che, dopo aver subito molti supplizi, con impavida fortezza professarono la loro fede cristiana e glorificarono Dio con la loro decapitazione.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santi Agostino Pak Chong-Won e Cinque Compagni, pregate per noi.


*Sant'Aidano (Medhoc) di Ferns - Vescovo (31 gennaio)

Etimologia: Aidano = splendido capo, dall'antico normanno
Martirologio Romano: A Ferns in Irlanda, San Maedóc o Aidano, vescovo, che fondò in questo luogo un cenobio e rifulse per la grande austerità di vita.
Il nome primitivo Aed sembra che in origine significasse fuoco. Le varie forme del nome derivano dall'aggiunta del suffisso diminutivo an, oppure dall'aggiunta contemporanea del suffisso diminutivo oc e del prefisso possessivo-affettivo mo (Mo-áed-oc). Molto problematico ricavare gli elementi oggettivi dalla leggenda sorta attorno alla figura di Aidano e parimenti è impossibile giungere a determinare accuratamente la cronologia della sua vita. Sembra sia appartenuto alla gente dei Connaught. La sua nascita va collocata nella seconda metà del sec. VI. Anche per Aidano, l'immaginosa agiografia irlandese ci parla di un fantastico sogno presago dei genitori. Alla madre di Aidano infatti,
nella stessa notte della concezione. Parve di vedere la luna caderle in bocca. Il padre a sua volta sognò di vedere una stella cadere in bocca alla sposa. Ed una grande luce si sarebbe diffusa nel luogo della nascita di Aidano.
La sua Vita, pervenutaci sia nella redazione latina che nella redazione irlandese, si presenta come una narrazione di miracoli spesso fantastici e strani che si dicono compiuti dal santo fin dall'infanzia in ogni occasione. Consacratosi ben presto a Dio, Aidano condusse una vita di preghiere e di austerità nei territori del Leinster. Divulgatasi la fama della sua santità e dei suoi prodigi, Aidano, per fuggire i pericoli della popolarità e per dedicarsi allo studio delle Sacre Scritture, si portò nel Galles e fu accolto da San David di Menevia tra i suoi monaci.
Anche nel monastero i prodigi attribuiti al santo sono numerosissimi. Nelle lotte tra Gallesi e Sassoni viene presentato un intervento di Aidano che con la sua benedizione avrebbe posto in fuga questi ultimi. Quindi Aidano riattraversò il mare tornando in Irlanda dove continuò la serie dei prodigi. Nella Vita di san David poi, si narra che un angelo apparve ad Aidano per avvertirlo del rischio che san David correva di essere avvelenato da alcuni suoi monaci.
Ed allora Aidano avrebbe inviato nel Galles per sventare la trama un suo díscepolo, il quale avrebbe attraversato il mare portato sul dorso da un mostro marino. Aidano frattanto in un terreno donatogli dal re Brandubh aveva fondato un monastero secondo la regola da lui praticata nel Galles.
La sua azione di abate ebbe rilievo anche fuori del monastero, e così Aidano divenne il primo vescovo di Ferns nel Leinster meridionale. Morì nel 626. La sua festa è celebrata il 31 gennaio in tutta l'Irlanda, dove numerose chiese sono a lui dedicate
.
É patrono della diocesi di Ferns. Nel Museo Nazionale di Dublino sono esposti un suo reliquiario, la sua campanella e la sua bisaccia.
(Autore: Gian Michele Fusconi – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Aidano di Ferns, pregate per noi.

 

*Beata Candelaria di San Giuseppe (Susanna Paz-Castillo Ramirez) - Fondatrice (31 gennaio)

Altagracia di Orituco, Venezuela, 11 agosto 1863 – Cumaná, Venezuela, 31 gennaio 1940
La Serva di Dio Candelaria di San Giuseppe, nacque l’11 agosto 1863 a Altagracia de Orituco, nella diocesi di Caracas, in Venezuela, da Francisco de Paula Paz Castillo e da María del Rosario Ramírez. Fu battezzata il 27 febbraio 1864 e cresimata il 13 giugno 1870.
A 16 anni ricevette la Prima Comunione. Fin da ragazza la Serva di Dio, spiritualmente diretta dal parroco don Alberto González, era molto devota della Madonna della Candelaria, a cui si rivolgeva con intensa pietà. Sentita la vocazione alla vita consacrata, la Serva di Dio, nel 1906, assieme a quattro compagne, vestì l’abito religioso nell’Istituto delle Suore dei Poveri di Altagracia de Orituco, assumendo il nome di Candelaria di San Giuseppe.
Fece la professione religiosa il 31 dicembre 1910 e il 31 dicembre 1916 emise i voti perpetui. La Serva di Dio si dedicava intensamente al servizio dei poveri e degli ammalati, distinguendosi per l’instancabile zelo nell’apostolato.
In seguito ad una serie di vicende, la Serva di Dio maturò la decisione di abbracciare la spiritualità carmelitana e chiese di entrare nell’Ordine del Carmelo, come fondatrice delle Carmelitane
Terziarie Regolari in Venezuela. Il  25 marzo 1925 la richiesta fu accolta e il 10 luglio 1926 la Serva di Dio ed alcune compagne ricevette l’abito carmelitano; il 9 agosto 1926 Mons.
Sixto Sosa, Vescovo di Cumaná, nominò la Serva di Dio Superiora Generale e Maestra delle Novizie nel Noviziato di Porlamar.
Seguirono anni di intenso lavoro, anche a causa dei terremoti che affissero il Venezuela; molte furono le opere avviate dalla Serva di Dio, tra cui ospedali e una scuola per bambine povere ad Altagracia de Orituco.
La Serva di Dio morì il 31 gennaio 1940 a Cumaná, in odore di santità; la salma venne inumata nel cimitero di Santa Inés; in seguito, il corpo della Serva di Dio venne esumato e collocato nella Casa Madre di Caracas.
Il 19 aprile 2004 Sua Santità Giovanni Paolo II ha riconosciuto l’eroicità delle virtù della Serva di Dio. É stata beatificata il 27 aprile 2008.
Nata l'11 agosto 1863 ad Altagracia de Orituco (Venezuela) fu battezzata col nome di Susanna, terza  figlia di Francisco de Paula Paz Castillo.
La infanzia passa in una famiglia tipica del tempo, con molto un fondo cristiano ben formato e tradotto in un'atmosfera rispettosa e onesta, semplice, ordinata, e laboriose. In quell'atmosfera, impara e assume nella sua vita i valori umani e cristiani. Come si deduce dalla testimonianza della sorella Carmen.
I suoi studi scolastici, anche se ridotti e carenti, furono secondo l'istruzione del tempo e ciò non fu un impedimento per la sua formazione integrale: ha appreso le sue prime nozioni nella  scrittura e nella cultura gettandosi con entusiasmo dalla lettura.
In più, ha imparato il taglio e tutti i tipi di lavori domestici. Ciò le fu molto utile al servizio essenziale che svolse in futuro.
All'alba del secolo XX, il Venezuela visse una grande turbolenza politica economica e sociale come conseguenza  della rivoluzione di liberazione. La madre Candelaria, curò i pazienti e i feriti, prodigandosi con attenzione e offrendo consolazione. Con altri giovani della sua città natale, un gruppo di medici e il supporto del sacerdote della parrocchia di Altagracia de Orituco, p. Sixto Sosa, fonda un ospedale per prendersi cura di tutto i bisognosi: in piccole barche e in accampamenti di tela di canapa, si occupava lei stessa di loro.
Questo centro di cura, nato nel 1903, ha segnato l'inizio della famiglia religiosa che oggi è conosciuta come Suore Carmelitane della madre Candelaria.
La vita di questa donna venezuelana, passata fra gli indigenti, è stata contraddistinta da umiltà profonda e da carità inesauribile verso loro, da una profonda fede, dalla preghiera e dall'amore alla Chiesa. Oltre alla sua attenzione ai pazienti, si è occupata della formazione dei bambini, incarico questo che ha lasciato come eredità per le sue figlie Carmelitane.
Nella sua ultima malattia che è durata quasi due anni e l'ha lasciata disabile, è stata campione singolare di accettazione totale della volontà di Dio e di pazienza. Prostrata nella soffereza, ha detto: “Non dobbiamo cercare per attenuare i dolori ma offrirli a Dio”. All'alba del 31 gennaio 1940 la madre Candelaria muore a Cumanà, pronunciando entro tre volte il nome di Gesù.
(Autore: Sr. Mnerina cmstgb - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Candelaria di San Giuseppe, pregate per noi.


*San Ciro - Martire (31 gennaio)

Patronato: Portici (NA)
Emblema: Palma
Martirologio Romano: Sempre ad Alessandria, Santi Ciro e Giovanni, Martiri, che per la loro fede in Cristo, dopo molti tormenti furono decapitati.
Ciro e Giovanni, Santi, Martiri.  
Sono ricordati nel Martirologio Romano alla data del 31 gennaio. Nello stesso giorno sono commemorati anche dai Greci nei cui libri si trovano molte notizie sulla loro vita e sui loro miracoli mescolate a leggende.
I principali dati sui due martiri sono molto vaghi e generici e si basano su testimonianze incerte.
Secondo questi  racconti, Giovanni fu soldato e Ciro fu monaco dopo aver esercitato l'arte medica: ad Alessandria si mostrava, incorporata alla chiesa dei «Tre Fanciulli», la camera dove Ciro riceveva i clienti. Questa leggenda si è formata, senza dubbio, quando i miracoli da lui operati a Menouthis aumentarono la sua fama di guaritore.
Ciro e Giovanni, avendo un giorno saputo che quattro cristiane di Canopo, Teodosia (o Teodota), Teotista, Eudossia, e la loro madre Atanasia erano state arrestate si portarono a Canopo per incoraggiarle a non venire meno alla loro fede, ma furono anch'essi arrestati e condannati a morte,  come avveniva contemporaneamente per le quattro cristiane.
Gli uni e le altre furono decapitati verso il 303, sotto Diocleziano.
Al principio del sec. V le reliquie dei SS. Ciro e Giovanni risposavano nella chiesa di S. Marco ad Alessandria.
Il Sinassario Costantinopolitano ricorda, insieme con i due santi, le suindicate Teodosia, Teotista, Eudossia e Atanasia.
Santuario dei SS. Ciro e Giovanni
A Menouthis, distante circa due miglia da Canopo, sorgeva un tempio in onore della dea Iside, molto venerata nella zona.
Distrutto il tempio dai cristiani, vi era stata edificata una chiesa in onore degli Evangelisti; ma ciò
non era stato sufficiente a distruggere l'antico culto e a spegnere i resti del paganesimo.
San Cirillo di Alcssandria, per raggiungere questo scopo, pensò di fondarvi un santuario in onore dei SS. Ciro e Giovanni, traslandovi le reliquie.
Fece aprire la tomba e ne fece trasportare i corpi a Menouthis.
La traslazione avvenne in forma solenne e lo stesso San Cirillo durante la cerimonia prese alcune volte la parola pronunziando discorsi che sono arrivati a noi.
Le notizie relative a questo santuario a metà del sec. V ci fanno vedere come il fine voluto da San Cirillo non fu raggiunto e occorsero altri interventi energici per distruggere il paganesimo.
La chiesa acquistò un'importanza di prim'ordine nel sec. Vl, importanza dovuta alle guarigioni che vi avvenivano, divenendo, nel contempo, uno dei più celebri santuari del mondo orientale,  facendo concorrenza all'altro dei SS. Cosma e Damiano di Costantinopoli.
I Santi indicavano, durante la notte, agli ammalati distesi sul pavimento della loro basilica i rimedi, alcune volte anodini e spesso curiosi.
Agli eretici, accorrenti anch'essi, non venivano concesse grazie, se prima non fossero ritornati alla Chiesa cattolica. Nei primi anni del sec. VII Sofronio di Gerusalemme, amico di Giovanni Mosco e di San Giovanni l'Elemosiniere, grato ai due santi per una guarigione agli occhi ottenuta per loro intercessione, fece una raccolta di settanta miracoli operati presso i1 loro sepolcro di Menouthis.
Sofronio ricorda anche i nomi dei guariti e conosce alcuni ex voto di ringraziamento, ma spesso  accetta le testimonianze con una estrema credulità.
Il nome di Abukir è ancora oggi la migliore testimonianza del culto reso a questi martiri nella località, avendo sostituito quello di Menouthis (Abukir non è altro che la deformazione araba del nome di aba Ciro). Non si conosce esattamente l'epoca della rovina del santuario che, probabilmente, avvenne all'inizio dell'invasione araba.
Le reliquie dei due martiri furono, in seguito, trasportate a Roma e deposte in una chiesetta sulla via Portuense, a destra del Tevere, il cui nome, San Ciro, per una serie di trasformazioni linguistiche, da Abbaciro (abate Ciro) diventò per il popolo S. Passera. Essa fu meta di pellegrinaggi i durante il Medioevo ed è ricordata negli Itinerari romani. Altre quattro chiesette furono dedicate in Roma ai SS. Ciro e Giovanni.
(Autore: Filippo Caraffa – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Ciro, pregate per noi.

 

*Sant'Eusebio - Monaco di San Gallo (31 gennaio)

Martirologio Romano: A Viktorsberg vicino a Rankweil nella Baviera meridionale, oggi in Austria, Sant’Eusebio, che, nato in Irlanda, fu pellegrino per Cristo e, divenuto poi monaco nel cenobio di San Gallo, visse infine da eremita.
Benché manchi una Vita antica, la sua esistenza e i dati biografici che seguono sono sicuramente testimoniati dalle fonti storiche della vecchia abbazia di San Gallo (Svizzera). Era un irlandese che nel sec. IX venne in pellegrinaggio alla tomba di San Gallo e, forse, diventò religioso nel monastero benedettino ivi esistente.
Presto si ritirò come recluso al Viktorsberg (Mons S. Victoris martyris) nel Vorarlberg (Austria). Dotato del dono  della profezia, predisse il futuro a molte persone, per esempio ai genitori del Beato Iso e all'imperatore Carlo III.
Presso di lui si stabilirono dei pellegrini irlandesi e sembra sia stato a capo di una piccola comunità religiosa. A sua richiesta, Carlo III donò a San Gallo il Viktorsberg nell'882 e altri possedimenti nell'885, affinché vi si potesse mantenere un ospizio per i pellegrini irlandesi.
Secondo il contemporaneo Ratperto, Eusebio visse su quel monte trent'anni e morì il 31 gennaio 884. Che sia morto martire è soltanto una tardiva leggenda.
La S. Congregazione dei Riti ne concesse il culto nel 1730 al monastero di San Gallo e alla Congregazione benedettina svizzera.  
Dopo la traslazione delle reliquie a San Gallo (1730 e 1786), Eusebio fu venerato fra i patroni del monastero e della diocesi.
(Autore: Johannes Duft – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Eusebio, pregate per noi.


*San Francesco Saverio Maria Bianchi - Barnabita (31 gennaio)

Arpino (Frosinone), 2 dicembre 1743 – Napoli, 31 gennaio 1815
Nato ad Arpino, nel Frusinate, il 2 dicembre 1743, Francesco Saverio Maria Bianchi studiò nel Seminario di Nola e all'università di Napoli.
Nel 1762 entrò nell'Ordine dei Barnabiti e proseguì gli studi a Macerata, Roma e ancora Napoli dove fu ordinato sacerdote nel 1767. Dedicatosi all'insegnamento rivestì importanti incarichi.
Ma oltre che allo studio si dedicò alle opere di carità.
Dedito alla penitenza non vi rinunciò neanche quando fu colpito da una misteriosa malattia alle gambe che lo immobilizzò negli ultimi tredici anni della sua vita: anzi, negli ultimi tre anni riuscì prodigiosamente a celebrare Messa reggendosi in piedi sulle gambe gonfie e piagate.
A Napoli il 31 gennaio 1815. Leone XIII lo beatificò il 22 gennaio 1893 e Pio XII lo canonizzò il 21 ottobre 1951. Il suo corpo è conservato nella chiesa di Santa Maria di Caravaggio a Napoli. (Avvenire)
Martirologio Romano: A Napoli, San Francesco Saverio Maria Bianchi, sacerdote dell’Ordine dei Chierici regolari di San Paolo, che, ricco di doni mistici, indusse molti a vivere con lui nella grazia del Vangelo.
Papa Leone XIII lo proclamò nel 1893 “Apostolo di Napoli”. Francesco Saverio Bianchi nacque ad Arpino (Frosinone) il 2 dicembre 1743, crebbe in un’atmosfera di vita fervorosa e di carità verso il prossimo, infatti sua madre aveva trasformato parte della casa in un piccolo ospedale di sedici letti, per ammalati poveri e senza assistenza.
L’adolescenza la trascorse con i pregi e i difetti tipici dell’età, lui stesso si confessa goloso e
commettendo anche  piccoli furterelli di denaro in casa; come si vede, contrariamente alle biografie tradizionali, la santità in Francesco Saverio Bianchi, appare come una conquista lenta e sicura della sua volontà.
La sua vita fu tutto un conoscere e frequentare altre figure sante della spiritualità napoletana, cominciando con Sant’ Alfonso Maria de’ Liguori, conosciuto nel seminario di Nola, che frequentava per studio nel 1758; frequentò anche l’Università di Napoli per gli studi di Diritto.  
Vinte le iniziali resistenze dei genitori, finalmente nel 1762, riuscì ad entrare nell’Ordine dei Barnabiti fondato da Sant' Antonio Maria Zaccaria, nel 1530 a Milano, professando i voti nel 1763 nel noviziato di Zagarolo.
Continuò gli studi filosofici e teologici prima a Macerata poi a Roma e Napoli, dove fu ordinato sacerdote nel 1767; per un paio d’anni insegnò ad Arpino poi a Napoli, dove restò fino alla morte.
La sua fama di dotto barnabita gli diede vari incarichi di prestigio che espletò con grande capacità. Superiore per 12 anni del Collegio di S. Maria in Cosmedin a Portanova; professore straordinario dal 1778 nella Regia Università; socio della Reale Accademia di Scienze e Lettere e dell’Accademia Ecclesiastica.  
Ben presto fu conosciuto come un santo, perché sempre più in lui avveniva la sostituzione degli studi e della frequentazione dei circoli degli eruditi, con le opere di carità, la contemplazione e l’apostolato specie fra gli umili del suo quartiere.
Il cambiamento di vita porta, secondo i biografi, la data del giorno di Pentecoste del 1800, cioè dall’estasi da lui avuta davanti al SS.mo Sacramento solennemente esposto nella chiesa del Divino Amore; da quel giorno si inasprirono le sue penitenze e l’impegno nell’apostolato divenne totale.
Non si arrestò neanche quando una misteriosa malattia alle gambe lo immobilizzò per gli ultimi tredici anni della sua vita; a questo punto divenne ancora di più il formatore di anime elette e sante.
Dal 1777 al 1791 fu confessore di Santa Maria Francesca delle Cinque Piaghe (la Santa dei Quartieri Spagnoli di Napoli); intorno a lui si formarono alla santità i venerabili Placido Baccher, Mariano Arciero, Francesco Maria Castelli, Giovanni Battista Jossa, il servo di Dio Agnello Coppola.  
Ebbero relazioni spirituali con lui anche il beato Vincenzo Romano e la venerabile Maria Clotilde di Savoia in esilio a Napoli, il marito Carlo Emanuele IV e molti cardinali e vescovi.
Rimase nel suo convento, quando le leggi napoleoniche nel 1809 soppressero il suo Ordine, ebbe il dono della profezia e visioni di avvenimenti lontani, miracoli e doni carismatici aumentarono la sua fama di santità, come l’arresto della lava eruttata dal Vesuvio nel 1804 e 1805.  
Simile nella giocondità a San Filippo Neri, aveva come lui i misteriosi tremiti e le palpitazioni di cuore, durante la preghiera e la celebrazione della Messa, che officiava con un fervore da far stupire chi assisteva.
Santa Maria Francesca delle Cinque Piaghe diceva: “Due Filippo abbiamo uno nero e uno bianco” riferendosi alle qualità spirituali simili e anche ai due cognomi ‘Neri e Bianchi’.
Negli ultimi tre anni, la celebrazione della Messa era l’unica azione che riusciva a fare, reggendosi in piedi sulle gambe orribilmente gonfie e piagate; morì a Napoli il 31 gennaio 1815.
Già nel 1816 furono avviati i processi per la sua beatificazione; Papa Leone XIII lo beatificò il 22 gennaio 1893 e Papa Pio XII lo canonizzò il 21 ottobre 1951. Il suo corpo è conservato nella chiesa di Santa Maria di Caravaggio a Napoli, la sua festa liturgica è al 31 gennaio.  
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Francesco Saverio Maria Bianchi, pregate per noi.


*San Geminiano di Modena - Vescovo (31 gennaio)

m. 348
Emblema:
Bastone pastorale
Martirologio Romano: A Modena, San Gimignano, vescovo, che riportò la sua Chiesa dall’eresia ariana alla retta fede.
Non è possibile stabilire con esattezza la data del suo episcopato. Gli studi piú recenti lo collocano tra il 342-44 e il 396 ca. É ritenuto originario del territorio modenese e probabilmente di famiglia romana, come indica il suo nome.
La tradizione ci dice che fu diacono del vescovo Antonio a cui successe per unanime designazione dei suoi concittadini, e che per sottrarsi al gravissimo compito, fuggi da Modena, ma ben presto raggiunto, dovette piegarsi al volere divino.
Il suo governo, sempre secondo la tradizione, fu particolarmente fecondo: la conversione totale della città al Cristianesimo e la consacrazione dei templi pagani al nuovo culto.
Queste notizie trovano conferma nelle condizioni generali del tempo; è proprio infatti nel sec. IV, che si realizza quella maturazione ambientale che rese il Cristianesimo preminente sul paganesimo, e  che determinò Teodosio I a proclamare il Cristianesimo religione ufficiale dell'impero e a bandire il culto pagano.
Geminiano ci è presentato come uomo di molta preghiera e pietà, inoltre è ricordato il suo potere sui demoni, ed è per questo che la fama della sua santità ne portò il nome fino alla corte di Costantinopoli, dove si recò per  ridonare la salute alla figlia dell'imperatore Gioviano.
Episodio da ritenersi leggendario perché facilmente ricorrente nella vita di altri santi del tempo.
Così pure deve ritenersi leggendaria la presenza di s. Severo di Ravenna ai funerali di Geminiano, come riferito nel Liber Pontificalis di Agnello di Ravenna.
Con ogni probabilità il patrono di Modena è il vescovo Geminiano che nel 390 fu presente al concilio dei vescovi dell'Italia settentrionale, presieduto  da Sant' Ambrogio per condannare l'eretico Gioviniano.
Nella lettera sinodale di Sant' Ambrogio a papa Siricio tra le sottoscrizioni dei vescovi si legge: "ex jussu Domini Episcopi Geminiani, ipso praesente, Aper presbiter subscripsi".
I dubbi sorti, che il Geminiano presente a Milano nel 390 fosse il vescovo di Alba, possono dirsi superati dopo gli ultimi studi del Promis, del De Rossi, del Savio e del Lanzoni, che non conoscono nessun vescovo di questo nome ad Alba in quel tempo.
La ricognizione delle sue reliquie, compiuta nel 1955, ha permesso di constatare che il sarcofago, che attualmente le contiene, è certamente quello in cui originariamente è stato deposto il corpo del santo dopo la sua morte.
Infatti questo sarcofago presenta tutte le caratteristiche e rispecchia tutte le condizioni di decadenza della fine del IV sec. a cui accenna Sant' Ambrogio, nella lettera ad Faustinum, descrivendo lo stato di miserevole abbandono, in cui si trovano le già fiorenti città dell'Emilia, tra cui Mutina, da lui visitate.
É in mezzo a tanta desolazione che si manifesta la grandezza di Geminiano ed è proprio questo il motivo fondamentale del più che millenario culto verso di lui e delle espressioni appassionate dell'antica liturgia modenese che lo invoca a difensore contro le avversità: a  qui nos ab errore duxit ad rectum tramitem, habeamus defensorem contra cunctam adversariam potestatem".
La Relatio translationis San Giminiani, manoscritto del sec. XII, conservato nell'Archivio capitolare, descrive la traslazione e la ricognizione del corpo di San Geminiano avvenute rispettivamente il 30 aprile ed il 7 ottobre 1106, alla presenza di papa Pasquale II, Matilde di Canossa e di tutta la cittadinanza modenese.
Dopo questa del 1106 segue un'altra ricognizione per opera di Lucio III, il 12 luglio 1184, quando, in viaggio per Verona, si fermò a Modena per consacrarvi il duomo.
La bellissima iscrizione sulla parete esterna del duomo testimonia il fervore con cui fu accolto il pontefice e la vivissima fede e devozione verso il Santo patrono.
Dopo il 1184 nessun'altra ricognizione fu compiuta fino al 1955 e ciò si deduce non solo dal silenzio delle cronache sull'argomento, ma anche dagli oggetti ritrovati nel sarcofago: due piccole croci d'argento, un anello e circa settanta monete d'argento dell'epoca comunale di data anteriore al 1184, con l'esclusione di qualsiasi moneta modenese in circolazione solo dopo il 1200, argomento più che sufficiente per concludere che la ricognizione del 1955 ha come sua precedente solo  quella del 17 luglio 1184.
Tutta la storia modenese è permeata del ricordo di San Geminiano.
I più antichi documenti dell'Archivio capitolare fanno continua menzione della Ecclesia San Geminiani, il duomò di Modena nel rifacimento iniziato nel 1099 è la Domus clari Geminiani, il sigillo antico della comunità modenese e dell'Università portano l'immagine sua e così pure nelle monete modenesi costantemente viene efEigiato il santo patrono.
La devozione non è solo diffusa nel modenese ma a San Gimignano in Toscana, a Pontremoli ed a Venezia dove sorgeva una chiesa, rifatta dal Sansovino ed ora abbattuta.
La festa si celebra il 31 gennaio, giorno anniversario della depositio, ed il 30 aprile anniversario della traslazione del corpo.
(Autore: Giuseppe Russo – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Geminiano di Modena, pregate per noi.


*San Giovanni - Martire (31 gennaio)

Emblema: Palma
Martirologio Romano: Sempre ad Alessandria, Santi Giovanni e Ciro, martiri, che per la loro fede in Cristo, dopo molti tormenti furono decapitati.
Giovanni e Ciro, Santi, Martiri.
Sono ricordati nel Martirologio Romano alla data del 31 gennaio.
Nello stesso giorno sono commemorati anche dai Greci nei cui libri si trovano molte notizie sulla loro vita e sui loro miracoli mescolate a leggende.
I principali dati sui due martiri sono molto vaghi e generici e si basano su testimonianze incerte.
Secondo questi racconti, Giovanni fu soldato e Ciro fu monaco dopo aver esercitato l'arte medica: ad Alessandria si mostrava, incorporata alla chiesa dei «Tre Fanciulli», la camera dove Ciro riceveva i clienti.  
Questa leggenda si è formata, senza dubbio, quando i miracoli da lui operati a Menouthis aumentarono la sua fama di guaritore.
Ciro e Giovanni, avendo un giorno saputo che quattro cristiane di Canopo, Teodosia (o Teodota), Teotista, Eudossia, e la loro madre Atanasia erano state arrestate si portarono a Canopo per incoraggiarle a non venire meno alla loro fede, ma furono anch'essi arrestati e condannati a morte,  come avveniva contemporaneamente per le quattro cristiane.
Gli uni e le altre furono decapitati verso il 303, sotto Diocleziano.
Al principio del sec. V le reliquie dei SS. Ciro e Giovanni risposavano nella chiesa di S. Marco ad Alessandria.
Il Sinassario Costantinopolitano ricorda, insieme con i due santi, le suindicate Teodosia, Teotista, Eudossia e Atanasia.
Santuario dei SS. Giovanni e Ciro
A Menouthis, distante circa due miglia da Canopo, sorgeva un tempio in onore della dea Iside, molto venerata nella zona.
Distrutto il tempio dai cristiani, vi era stata edificata una chiesa in onore degli Evangelisti; ma ciò non era stato sufficiente a distruggere l'antico culto e a spegnere i resti del paganesimo.
San Cirillo di Alcssandria, per raggiungere questo scopo, pensò di fondarvi un santuario in onore dei SS. Ciro e Giovanni, traslandovi le reliquie.
Fece aprire la tomba e ne fece trasportare i corpi a Menouthis.
La traslazione avvenne in forma solenne e lo stesso San Cirillo durante la cerimonia prese alcune volte la parola pronunziando discorsi che sono arrivati a noi.
Le notizie relative a questo santuario a metà del sec. V ci fanno vedere come il fine voluto da San Cirillo non fu raggiunto e occorsero altri interventi energici per distruggere il paganesimo.
La chiesa acquistò un'importanza di prim'ordine nel sec. Vl, importanza dovuta alle guarigioni che vi avvenivano, divenendo, nel contempo, uno dei più celebri santuari del mondo orientale, facendo concorrenza all'altro dei SS. Cosma e Damiano di Costantinopoli.
I Santi indicavano, durante la notte, agli ammalati distesi sul pavimento della loro basilica i rimedi, alcune volte anodini e spesso curiosi.
Agli eretici, accorrenti anch'essi, non venivano concesse grazie, se prima non fossero ritornati alla Chiesa cattolica.
Nei primi anni del sec. VII Sofronio di Gerusalemme, amico di Giovanni Mosco e di San Giovanni l'Elemosiniere, grato ai due santi per una guarigione agli occhi ottenuta per loro intercessione, fece una raccolta di settanta miracoli operati presso i1 loro sepolcro di Menouthis.
Sofronio ricorda anche i nomi dei guariti e conosce alcuni ex voto di ringraziamento, ma spesso accetta le testimonianze con una estrema credulità.  
Il nome di Abukir è ancora oggi la migliore testimonianza del culto reso a questi martiri nella località, avendo sostituito quello di Menouthis (Abukir non è altro che la deformazione araba del nome di aba Ciro).
Non si conosce esattamente l'epoca della rovina del santuario che, probabilmente, avvenne all'inizio dell'invasione araba.
Le reliquie dei due martiri furono, in seguito, trasportate a Roma e deposte in una chiesetta sulla via Portuense, a destra del Tevere, il cui nome, San Ciro, per una serie di trasformazioni linguistiche, da Abbaciro (abate Ciro) diventò per il popolo S. Passera.
Essa fu meta di pellegrinaggi i durante il Medioevo ed è ricordata negli Itinerari romani. Altre quattro chiesette furono dedicate in Roma ai SS. Ciro e Giovanni.
(Autore: Filippo Caraffa – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Giovanni, pregate per noi.


*San Giovanni Bosco - Sacerdote (31 gennaio)

Castelnuovo d’Asti, 16 agosto 1815 – Torino, 31 gennaio 1888  
Grande apostolo dei giovani, fu loro padre e guida alla salvezza con il metodo della persuasione, della religiosità autentica, dell’amore teso sempre a prevenire anziché a reprimere.
Sul modello di san Francesco di Sales il suo metodo educativo e apostolico si ispira ad un umanesimo cristiano che attinge motivazioni ed energie alle fonti della sapienza evangelica.
Fondò i Salesiani, la Pia Unione dei cooperatori salesiani e, insieme a santa Maria Mazzarello, le Figlie di Maria Ausiliatrice.
Tra i più bei frutti della sua pedagogia, San Domenico Savio, quindicenne, che aveva capito la sua lezione: “Noi, qui, alla scuola di Don Bosco, facciamo consistere la santità nello stare molto allegri e nell’adempimento perfetto dei nostri doveri”.
Giovanni Bosco fu proclamato Santo alla chiusura dell’anno della Redenzione, il giorno di Pasqua del 1934. Il 31 gennaio 1988 Giovanni Paolo II lo dichiarò Padre e Maestro della gioventù, “stabilendo che con tale titolo egli sia onorato e invocato, specialmente da quanti si riconoscono suoi figli spirituali”.
Patronato: Educatori, Scolari, Giovani, Studenti, Editori
Etimologia: Giovanni = il Signore è benefico, dono del Signore, dall'ebraico
San Giovanni Bosco è indubbiamente il più celebre santo piemontese di tutti i tempi, nonché su scala mondiale il più famoso tra i santi dell’epoca contemporanea: la sua popolarità è infatti ormai giunta in tutti i continenti, ove vi è L'umile casetta dove "Giovannino" trascorse i primi anni della sua vita.diffusa la fiorente Famiglia Salesiana da lui fondata, portatrice del suo carisma e della sua operosità, che ad oggi è la congregazione religiosa più diffusa tra quelle di recente fondazione.
Don Bosco fu l’allievo che diede maggior lustro al suo grande maestro di vita sacerdotale, nonché suo compaesano, San Giuseppe Cafasso: queste due perle di santità sbocciarono nel Convitto Ecclesiastico di San Francesco d’Assisi in Torino.
Giovanni Bosco nacque presso Castelnuovo d’Asti (oggi Castelnuovo Don Bosco) in regione Becchi, il 16 agosto 1815, frutto del matrimonio tra Francesco e la Serva di Dio Margherita Occhiena. Cresciuto nella sua modesta famiglia, dalla santa madre fu educato alla fede ed alla pratica coerente del messaggio evangelico.
A soli nove anni un sogno gli rivelò la sua futura missione volta all’educazione della gioventù. Ragazzo dinamico e concreto, fondò fra i coetanei la “società dell’allegria”, basata  sulla “guerra al peccato”.
Entrò poi nel seminario teologico di Chieri e ricevette l’ordinazione presbiterale nel 1841. Iniziò dunque il triennio di teologia morale pratica presso il suddetto convitto, alla scuola del teologo Luigi Guala e del santo Cafasso.
Questo periodo si rivelò occasione propizia per porre solide basi alla sua futura opera educativa tra i giovani, grazie a tre provvidenziali fattori: l’incontro con un eccezionale educatore che capì le sue doti e stimolo le sue potenzialità, l’impatto con la situazione sociale torinese e la sua straordinaria genialità, volta a trovare risposte sempre nuove ai numerosi problemi sociali ed educativi sempre emergenti.
Come succede abitualmente per ogni congregazione, anche la grande opera salesiana ebbe inizi alquanto modesti: l’8 dicembre 1841, dopo l’incontro con il giovane Bartolomeo Garelli, il giovane Don Bosco iniziò a radunare ragazzi e giovani presso il Convitto di San Francesco per il catechismo.
Torino era a quel tempo una città in forte espansione su vari aspetti, a causa della forte immigrazione dalle campagne piemontesi, ed il mondo giovanile era in preda a gravi problematiche: analfabetismo, disoccupazione, degrado morale e mancata assistenza religiosa. Fu infatti un grande merito donboschiano l’intuizione del disagio sociale e spirituale insito negli adolescenti, che subivano il passaggio dal mondo agricolo a quello preindustriale, in cui si rivelava solitamente inadeguata la pastorale tradizionale.
Strada facendo, Don Bosco capì con altri giovani sacerdoti che l’oratorio potesse costituire un’adeguata risposta a tale critica situazione. Il primo tentativo in tal senso fu compiuto dal vulcanico Don Giovanni Cocchi, che nel 1840 aveva aperto in zona Vanchiglia l’oratorio dell’Angelo Custode. Don Bosco intitolò invece il suo primo oratorio a San Francesco di Sales, ospite dell’Ospedaletto e del Rifugio della Serva di Dio Giulia Colbert, marchesa di Barolo, ove dal 1841 collaborò con il teologo Giovanni Battista Borel.
Quattro anni dopo trasferì l’oratorio nella vicina Casa Pinardi, dalla quale si sviluppò poi la grandiosa struttura odierna di Valdocco, nome indelebilmente legato all’opera salesiana.
Pietro Stella, suo miglior biografo, così descrisse il giovane sacerdote: “Prete simpatico e fattivo, bonario e popolano, all’occorrenza atleta e giocoliere, ma già allora noto come prete straordinario che ardiva fare profezie di morti che poi si avveravano, che aveva già un discreto alone di venerazione perché aveva in sé qualcosa di singolare da parte del Signore, che sapeva i segreti delle coscienze, alternava facezie e confidenze sconvolgenti e portava a sentire i problemi dell’anima e della salvezza eterna”.
Spinto dal suo innato zelo pastorale, nel 1847 Don Bosco avviò l’oratorio di San Luigi presso la stazione ferroviaria di Porta Nuova. Nel frattempo il cosiddetto Risorgimento italiano, con le sue articolate vicende politiche, provocò anche un chiarimento nell’esperienza degli oratori torinesi, evidenziando due differenti linee seguite dai preti loro responsabili: quella apertamente politicizzata di cui era fautore Don Cocchi, che nel 1849 aveva tentato di coinvolgere i suoi giovani nella battaglia di Novara, e quella più religiosa invece sostenuta da Don Bosco, che prevalse quando nel 1952 l’arcivescovo mons.
Luigi Fransoni lo nominò responsabile dell’Opera degli Oratori, affidando così  alle sue cure anche quello dell’Angelo Custode.
La principale preoccupazione di Don Bosco, concependo l’oratorio come luogo di formazione cristiana, era infatti sostanzialmente di tipo religioso-morale, volta a salvare le anime della gioventù.
Il Santo sacerdote però non si accontentò mai di accogliere quei ragazzi che spontaneamente si presentavano da lui, ma si organizzò al fine di raggiungerli ed incontrarli ove vivevano.
Se la salvezza dell’anima era l’obiettivo finale, la formazione di “buoni cristiani ed onesti cittadini” era invece quello immediato, come Don Bosco soleva ripetere. In tale ottica concepì gli oratori quali luoghi di aggregazione, di ricreazione, di evangelizzazione, di catechesi e di promozione sociale, con l’istituzione di scuole professionali.
L’amorevolezza costituì il supremo principio pedagogico adottato da Don Bosco, che faceva notare come non bastasse però amare i giovani, ma occorreva che essi percepissero di essere amati. Ma della sua pedagogia un grande frutto fu il cosiddetto “metodo preventivo”, nonché l’invito alla vera felicità insito nel detto: “State allegri, ma non fate peccati”.
Don Bosco, sempre attento ai segni dei tempi, individuò nei collegi un valido strumento educativo, in particolare dopo che nel 1849 furono regolamentati da un’opportuna legislazione: fu così che nel 1863 fu aperto un piccolo seminario presso Mirabello, nella diocesi di Casale Monferrato.
Altra svolta decisiva nell’opera salesiana avvenne quando Don Bosco si sentì coinvolto dalla nuova sensibilità missionaria propugnata dal Concilio Ecumenico Vaticano I e, sostenuto dal pontefice Beato Pio IX e da vari vescovi, nel 1875 inviò i suoi primi salesiani in America Latina, capeggiati dal Cardinale Giovanni Cagliero, con il principale compito di apostolato tra gli emigrati italiani. Ben presto però i missionari estesero la loro attività dedicandosi all’evangelizzazione delle popolazioni indigene, culminata con il battesimo conferito da Padre Domenico Milanesio al Venerabile Zeffirino Namuncurà, figlio dell’ultimo grande cacico delle tribù indios araucane.
Uomo versatile e dotato di un’intelligenza eccezionale, con il suo fiuto imprenditoriale Don Bosco considerò la stampa un fondamentale strumento di divulgazione culturale, pedagogica e cristiana. Scrittore ed editore, tra le principali sue opere si annoverano la “Storia d’Italia”, “Il sistema metrico decimale” e la collana “Letture Cattoliche”.
Non mancarono alcune biografie,tra le quali spicca quella del più bel frutto della sua pedagogia, il quindicenne San Domenico Savio, che aveva ben compreso la sua lezione: “Noi, qui, alla scuola di Don  Bosco, facciamo consistere la santità nello stare molto allegri e nell’adempimento perfetto dei nostri doveri”. Scrisse inoltre le vite di altri due ragazzi del suo oratorio, Francesco Besucco e Michele Magone, nonché quella di un suo indimenticabile compagno di scuola, Luigi Comollo.
Pur essendo straordinariamente attivo, Don Bosco non avrebbe comunque potuto realizzare personalmente dal nulla tutta questa immane opera ed infatti sin dall’inizio godette del prezioso ausilio di numerosi sacerdoti e laici, uomini e donne. Al fine di garantire però una certa continuità e stabilità a ciò che aveva iniziato, fondò a Torino la Società di San Francesco di Sales (detti “Salesiani”), congregazione composta di sacerdoti, e nel 1872 a Mornese con Santa Maria Domenica Mazzarello le Figlie di Maria Ausiliatrice.
L’opinione pubblica contemporanea apprezzò molto la preziosa opera di promozione sociale da lui svolta, anche se la stampa laica gli fu sempre avversa, tanto che alla sua morte la Gazzetta del Popolo si limitò a citarne cognome, nome ed età nell’elenco dei defunti, mentre la Gazzetta Piemontese (l’odierna “La Stampa”) gli riservò l’articolo redazionale dosando accuratamente meriti e demeriti del celebre sacerdote: “Il nome di Don Bosco è quello di un uomo superiore che lascia e suscita dietro di sé un vivo contrasto di apprezzamenti e opposti giudizi e quasi due opposte fame: quello di benefattore insigne, geniale, e quello di prete avveduto e procacciate”.
Personalità forte ed intraprendente, bisognosa di particolare autonomia nella sua azione a tutto campo, non lasciava affatto indifferenti coloro che gli erano per svariati motivi a contatto. Ciò costituisce inoltre una spiegazione ai ripetuti scontri che ebbe con ben due arcivescovi torinesi: Ottaviano Riccardi di Netro e soprattutto Lorenzo Gastaldi.
Lo apprezzò e lo appoggiò invece costantemente e senza riserve papa Pio IX, che con la sua potente intercessione permise all’opera salesiana di espandersi non solo a livello locale, sorte invece subita da numerosissime altre minute congregazioni.
Giovanni Bosco morì in Torino il 31 gennaio 1888, giorno in cui è ricordato dal Martyrologium Romanum e la Chiesa latina ne celebra la Memoria liturgica. Alla guida della congregazione gli succedette il Beato Michele Rua, uno dei suoi primi fedeli discepoli. La sua salma fu in un primo tempo sepolta nella chiesa dell’istituto salesiano di Valsalice, per poi essere trasferita nella basilica di Maria Ausiliatrice, da lui fatta edificare. Il pontefice Pio XI, suo grande ammiratore, beatificò Don Bosco il 2 giugno 1929 e lo canonizzò il 1° aprile 1934.
La città di Torino ha dedicato alla memoria del santo una strada, una scuola ed un grande ospedale. Nel centenario della morte, nel 1988 Giovanni Paolo II, recatosi in visita ai luoghi donboschiani, lo dichiarò Padre e Maestro della gioventù, “stabilendo che con tale titolo egli sia onorato e invocato, specialmente da quanti si riconoscono suoi figli spirituali”.
La venerazione che Don Bosco ebbe, in vita ed in morte, per sua madre fu trasmessa alla congregazione, che negli anni ’90 del XX secolo ha pensato di introdurre finalmente la causa di beatificazione di Mamma Margherita.
Merita infine ricordare la prolifica stirpe di santità generata da Don Bosco, tanto che allo stato attuale delle cause, la Famiglia Salesiana può contare ben 5 santi, 51 beati, 8 venerabili ed 88 servi di Dio.
Dalle “Lettere” di San Giovanni Bosco
Se vogliamo farci vedere amici del vero bene dei nostri allievi, e obbligarli a fare il loro dovere, bisogna che voi  non dimentichiate mai che rappresentate i genitori di questa cara gioventù, che fu sempre tenero oggetto delle mie occupazioni, dei miei studi, del mio ministero sacerdotale, e della nostra Congregazione salesiana. Se perciò sarete veri padri dei vostri allievi, bisogna che voi ne abbiate anche il cuore; e non veniate mai alla repressione o punizione senza ragione e senza giustizia, e solo alla maniera di chi vi si adatta per forza e per compiere un dovere.
Quante volte, miei cari figliuoli, nella mia lunga carriera ho dovuto persuadermi di questa grande verità! É certo più facile irritarsi che pazientare: minacciare un fanciullo che persuaderlo: direi ancora che è più comodo alla nostra impazienza e alla nostra superbia castigare quelli che resistono, che correggerli col sopportarli con fermezza e con benignità. La carità che vi raccomando è quella che adoperava san Paolo verso i fedeli di fresco convertiti alla religione del Signore, e che sovente lo facevano piangere e supplicare quando se li vedeva meno docili e corrispondenti al suo zelo.
Difficilmente quando si castiga si conserva quella calma, che è necessaria per allontanare  ogni dubbio che si opera per far sentire la propria autorità, o sfogare la propria passione.
Riguardiamo come nostri figli quelli sui quali abbiamo da esercitare qualche potere. Mettiamoci quasi al loro servizio, come Gesù che venne a ubbidire e non a comandare, vergognandoci di ciò che potesse aver l’aria in noi di dominatori; e non dominiamoli che per servirli con maggior piacere.
Così faceva Gesù con i suoi apostoli, tollerandoli nella loro ignoranza e rozzezza, nella loro poca fedeltà, e col trattare i peccatori con una dimestichezza e familiarità da produrre in alcuni lo stupore, in altri quasi scandalo, e in molti la Santa speranza di ottenere il perdono da Dio.
Egli ci disse perciò di imparare da lui ad essere mansueti e umili di cuore (4r.Mt 11,29.
Dal momento che sono i nostri figli, allontaniamo ogni collera quando dobbiamo reprimere i loro falli, o almeno  moderiamola in maniera che sembri soffocata del tutto.
Non agitazione dell’animo, non disprezzo negli occhi, non ingiuria sul labbro; ma sentiamo la compassione per il momento, la speranza per l’avvenire, e allora voi sarete i veri padri e farete una vera correzione.
In certi momenti molto gravi, giova più una raccomandazione a Dio, un atto di umiltà a lui, che una tempesta di parole, le quali, se da una parte non producono che male in chi le sente, dall’altra parte non arrecano vantaggio a chi le merita.
Ricordatevi che l’educazione è cosa del cuore, e che Dio solo ne è il padrone, e noi non potremo riuscire a cosa alcuna, se Dio non ce ne insegna l’arte, e non ce ne mette in mano le chiavi.
Studiamoci di farci amare, di insinuare il sentimento del dovere, del santo timore di Dio, e vedremo con mirabile facilità aprirsi le porte di tanti cuori e unirsi a noi per cantare le lodi e le benedizioni di colui, che volle farsi nostro modello, nostra via, nostro esempio in tutto, ma particolarmente nell’educazione della gioventù.
Novena a San Giovanni Bosco
1° giorno
O gloriosissimo San Giovanni Bosco, per l'amore ardente che portasti a Gesù nel Santissimo Sacramento e per lo zelo con cui ne propagasti il culto, soprattutto con l'assistenza alla Santa Messa, con la Comunione frequente e con la visita quotidiana, ottienici di crescere sempre più nell'amore, nella pratica di queste sante devozioni e di terminare i nostri giorni rinvigoriti e confortati dal cibo celeste della Santa Eucaristia. Gloria al Padre...
2° giorno
O gloriosissimo San Giovanni Bosco, per l'amore tenerissimo che portasti alla Vergine Ausiliatrice che fu sempre tua Madre e Maestra, ottienici una vera e costante devozione alla nostra dolcissima Mamma, affinché possiamo meritare la sua potentissima protezione durante la nostra vita e specialmente nell'ora della morte. Gloria al Padre...
3° giorno
O gloriosissimo San Giovanni Bosco, per l'amore filiale che portasti alla Chiesa e al Papa, di cui prendesti costantemente le difese, ottienici di essere sempre degni figli della Chiesa Cattolica e di amare e venerare nel Sommo Pontefice l'infallibile vicario di Nostro Signore Gesù Cristo. Gloria al Padre...
4° giorno
O gloriosissimo San Giovanni Bosco, per il grande amore con cui amasti la gioventù, della quale fosti Padre e Maestro e per gli eroici sacrifici che sostenesti per la sua salvezza, fa' che anche noi amiamo con amore santo e generoso questa parte eletta dei Cuore di Gesù e che in ogni giovane sappiamo vedere la persona adorabile del nostro Salvatore Divino. Gloria al Padre...
5° giorno
O gloriosissimo San Giovanni Bosco che per continuare ad estendere sempre più il tuo santo apostolato fondasti la Società Salesiana e l'istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice, ottieni che i membri delle due Famiglie Religiose siano sempre pieni del tuo spirito e fedeli imitatori delle tue eroiche virtù. Gloria al Padre...
6° giorno
O gloriosissimo San Giovanni Bosco che per ottenere nel mondo più abbondanti frutti di fede operosa e di tenerissima carità istituisti l'Unione dei Cooperatori Salesiani, ottieni che questi siano sempre modelli di virtù cristiane e sostenitori provvidenziali delle tue Opere. Gloria al Padre...
7° giorno
O gloriosissimo San Giovanni Bosco che amasti con amore ineffabile tutte le anime e per salvarle mandasti i tuoi figli fino agli estremi confini della terra, fa' che anche noi pensiamo continuamente alla salvezza della nostra anima e cooperiamo per la salvezza di tanti nostri poveri fratelli. Gloria al Padre...
8° giorno
O gloriosissimo San Giovanni Bosco che prediligesti con amore particolare la bella virtù della purezza e la inculcasti con l'esempio, la parola e gli scritti, fa' che anche noi, innamorati di così indispensabile virtù, la pratichiamo costantemente e la diffondiamo con tutte le nostre forze. Gloria al Padre...
9° giorno
O gloriosissimo San Giovanni Bosco che fosti sempre tanto compassionevole verso le sventure umane, guarda a noi tanto bisognosi dei tuo aiuto. Fa' scendere su di noi e sulle nostre famiglie le materne benedizioni di Maria Ausiliatrice; ottienici tutte le grazie spirituali e temporali che ci sono necessarie; intercedi per noi durante la nostra vita e nell'ora della morte, affinché possiamo giungere tutti in Paradiso e inneggiare in eterno alla Misericordia divina. Gloria al Padre...
Preghiera a San Giovanni Bosco
O San Giovanni Bosco, padre e maestro della gioventù,
che tanto lavorasti per la salvezza delle anime,
sii nostra guida nel cercare il bene delle anime nostre e la salvezza dei prossimo;
aiutaci a vincere le passioni e il rispetto umano;
insegnaci ad amare Gesù Sacramentato, Maria Ausiliatrice e il Papa;
e implora da Dio per noi una buona morte,
affinché possiamo raggiungerti in Paradiso. Amen.
Orazione dal Messale
O Dio, che in san Giovanni Bosco
hai dato alla tua Chiesa un padre e un maestro dei giovani,
suscita anche in noi la stessa fiamma di carità
a servizio della tua gloria per la salvezza dei fratelli.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con Te, nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. Amen.
(Autore: Fabio Arduino - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Giovanni Bosco, pregate per noi.


*Giulio d'Orta - Sacerdote  (31 gennaio)

IV secolo
Il culto di San Giulio è molto vivo nella zona del Lago d’Orta, nell’Alto Novarese, dove esiste una chiesa, che sarebbe stata originariamente da lui edificata, nella quale è sepolto.
Sulla sua figura storica non ci sono, però, notizie certe. La sua vicenda si intrecciò, infatti, con quella di un San Giuliano.  
Alcune fonti li indicano come fratelli, altri studiosi ipotizzano una confusione di nomi per la stessa persona.  Secondo la più antica "Vita" (VII sec.), i due fratelli erano greci del IV secolo, trasferitisi in Italia perché disgustati dagli errori degli eretici e perseguitati.
Dimorarono presso Roma e poi attraversarono la Penisola, fermandosi sul Lago d’Orta.
Qui costruirono la novantanovesima chiesa, a Gozzano, e la centesima, dedicata ai santi Pietro e Paolo, sull’isola lacustre.
Nella prima, dedicata a San Lorenzo, rimase Giuliano. Dei due antichi edifici non resta nulla e gli attuali non risalgono a prima del IX secolo. (Avvenire)
Martirologio Romano: A Novara, San Giulio, sacerdote.
I documenti che parlano dei due Santi, San Giulio e San Giuliano, non sono molto antichi e la loro storia non è  molto chiara. Nel Martirologio Romano è commemorato al 31 gennaio il solo Giulio, introdottovi dal Baronio, e con la generica indicazione topografica: in provincia Mediolanensi.
Il Ferrari invece ricorda anche Giuliano al 7 gennaio.Esiste una Vita dei due Santi che il Savio stimava "antica e degna di riguardo", mentre il Lanzoni la giudicava piena di " parecchie esagerazioni e leggende". In realtà essa non è più antica del sec. VIII e contiene notizie piuttosto strane ed inverosimili. Secondo questo scritto, Giulio e Giuliano erano fratelli oriundi della Grecia; educati cristianamente dai genitori, abbracciarono lo stato clericale e Giulio fu ordinato presbitero mentre Giuliano
diacono. Nauseati dagli errori diffusi dagli eretici e per sfuggire alle loro persecuzioni, decisero di allontanarsi dalla patria; si recarono allora dall'imperatore Teodosio dal quale ottennero l'autorizzazione a distruggere altari e boschi pagani ed edificare chiese cristiane.  
Passati poi in Italia dimorarono per un po' di tempo nei pressi di Roma ad Aqua Salvia, quindi attraversarono il Lazio e pervennero nell'Italia settentrionale predicando, convertendo molti alla vera fede e soprattutto edificando un cospicuo numero di chiese, che raggiunsero il centinaio.
Le due ultime le costruirono nei pressi del lago di Orta e precisamente la novantanovesima a Gozzano, dedicata a San Lorenzo, dove rimase Giuliano che ivi anche morì e vi fu sepolto; l'altra, la centesima, Giulio la costruì sulla piccola isola esistente nel lago, dedicandola agli apostoli Pietro e Paolo e nella quale egli stesso fu poi sepolto.
Quando l'autore scriveva questa Vita il culto di Giulio doveva essere molto fiorente nell'isola, poiché afferma che la chiesa era frequentata da molti pellegrini e Iddio vi operava anche dei miracoli; tuttavia nel sec. VIII, Paolo diacono attesta che al suo tempo l'isola era detta sancti Iuliani.
Avrà, l'autore della Vita scambiato il luogo di sepoltura dei due Santi, o essi erano una sola persona chiamata indifferentemente con l'uno e l'altro nome?
Il Savio afferma poi che nella diocesi di Milano molte chiese erano dedicate a Giulio ed il suo nome era anche  recitato nel canone ambrosiano dei secoli V-VI; il Lanzoni però contesta quest'ultima affermazione e pensa che si trattasse invece, del Papa Giulio, poiché quel nome è unito a quelli di altri vescovi (Martino di Tours, Eusebio di Vercelli e Ilario di Poitiers) che si distinsero nella lotta contro gli ariani.
In conclusione, pur dovendo affermare che il culto di San Giulio è abbastanza antico nell'isola del lago di Orta ed è tuttora vivo nella regione circostante, bisogna purtroppo aggiungere che non sappiamo niente di sicuro sulla sua personalità, come su quella del presunto fratello Giuliano.
Delle due antiche chiese attribuite ai santi fratelli, oggi non esiste più alcun vestigio e le attuali non sono più antiche del sec. IX.
Le reliquie di Giulio sono tuttora conservate nella sua basilica del lago, quelle di Giuliano invece, nel 1360 furono trasferite nella nuova chiesa di Gozzano a lui dedicata sulla rocca e deposte sotto l'altare maggiore, mentre nella vecchia chiesa di San Lorenzo è rimasto il cenotafio.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Giulio d'Orta, pregate per noi.


*Beata Ludovica Albertoni - Terziaria Francescana (31 gennaio)

m. 1533
Dopo la morte del suo sposo, si fece Terziaria francescana e si dedicò alle opere di carità, accogliendo i bisognosi nel proprio palazzo.
Martirologio Romano: A Roma, B.Ludovica Albertoni, che, dopo avere educato cristianamente i figli, alla morte del marito, entrata nel Terz’Ordine di S.Francesco, portò aiuto ai poveri, scegliendo di divenire da ricca poverissima. Della B. Ludovica degli Albertoni, esiste una pregevolissima statua, opera tutta di sue mani, del grande scultore Gian Lorenzo Bernini, che la raffigura coricata in estasi e posta sul suo sepolcro nella chiesa di S. Francesco a Ripa in Roma; questa bellissima scultura perpetua attraverso la storia dell’arte e del flusso turistico specializzato, la figura della beata romana. Ludovica nacque nel 1474 a Roma dalla nobile famiglia degli Albertoni, orfana del padre in tenera età, fu allevata dalla nonna materna e da alcune zie, perché la madre si era risposata.
A venti anni, contro i suoi desideri, fu data in sposa al nobile Giacomo della Cetera, che comunque amò devotamente e dal quale ebbe tre figlie.
Nel 1506 a 32 anni, rimase vedova ed allora entrò nel Terz’Ordine Francescano, prendendo a vivere una vita tutta dedicata alla preghiera, meditazione, penitenza e opere di misericordia, come quelle di dare una dote per maritare le ragazze povere e la visita ai poveri ammalati nei loro miseri tuguri.
Con la sua generosità diede fondo a tutti i suoi beni, fra la contrarietà dei parenti per tanta liberalità.
Il Signore le diede il dono dell’estasi, che all’epoca dovevano essere molto note, se dopo la sua morte, avvenuta il 31 gennaio 1533, lo scultore Bernini la raffigura proprio nell’atto di una estasi. Ludovica ebbe subito un culto pubblico dopo la morte, culto che fu definitivamente confermato da Papa Clemente X il 28.1.1671.
Una ricognizione delle reliquie fu fatta il 17.1.674 quando le sue spoglie furono deposte nel magnifico sepolcro marmoreo di San Francesco a Ripa, dove sono tuttora.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Ludovica Albertoni, pregate per noi.


*Santa Marcella di Roma - Vedova (31 gennaio)

Appartiene ad una delle più illustri famiglie romane: quella dei Marcelli. Nata verso il 330, rimane orfana del padre. Sposatasi da giovane dopo sette mesi rimane vedova e lo spirito ascetico la conquista e rifiuta le seconde nozze.  
Il suo palazzo diventa un luogo dove ove confluiscono altre nobili romane come Sofronia, Asella, Principia, Marcellina, Lea. Lo stesso vescovo di Alessandria, Pietro, nel 373 è suo ospite.
E proprio dopo il 373 la casa di Marcella diventa un centro di propaganda monastica. Riservatezza, penitenza, digiuno, preghiera, studio, vesti dimesse caratterizzano la vita quotidiana come risulta dalle lettere di san Girolamo, divenuto dal 382 il direttore spirituale del gruppo ascetico.
Nella domus di Marcella entravano vergini e vedove, preti e monaci per intrattenersi in conversazioni sulla Sacra Scrittura.
Verso la fine del IV sec. si trasferisce in un luogo isolato vicino a Roma dove fa ritorno nel 410 per timore dell'invasione gota.
Muore nello stesso anno. (Avvenire)
Etimologia: Marcella, diminutivo di Marco = nato in marzo, sacro a Marte, dal latino
Martirologio Romano: A Roma, commemorazione di Santa Marcella, vedova, che, come attesta san Girolamo, dopo avere disprezzato ricchezze e nobiltà, divenne ancor più nobile per povertà e umiltà.
Alcune lettere di San Girolamo, in particolar modo l'Ep. 127, alla vergine Principia, discepola di Marcella, costituiscono le fonti principali per la vita della Santa.
Appartenne ad una delle più illustri famiglie romane: quella dei Marcelli (secondo altri dei Claudi). Nacque verso il 330, ma non ebbe la giovinezza felice, essendo ben presto rimasta orfana del padre. Contratto matrimonio in giovane età fu nuovamente colpita da un gravissimo lutto per la morte del
marito avvenuta sette mesi dopo la celebrazione delle nozze.  
Questi luttuosi avvenimenti fecero maggiormente riflettere Marcella sulla caducità delle cose terrene tanto più che nella fanciullezza era rimasta assai affascinata dalle mirabili attività del grande anacoreta Antonio, narrate nella sua casa dal vescovo Atanasio (340-343).
Lo spirito ascetico propugnato dal monachesimo, consistente nell'abbandono di ogni bene mondano, andò sempre più conquistando l'animo della giovane vedova. Quando perciò le furono offerte vantaggiose seconde nozze col console Cereale (358), nonostante le premurose pressioni della madre Albina, oppose al ventilato matrimonio un netto rifiuto, motivato dal desiderio di dedicarsi interamente ad una vita ritirata facendo professione di perfetta castità.
Così Marcella, secondo San Girolamo, fu la prima matrona romana che sviluppò fra le famiglie nobili i principi del monachesimo.
Il suo maestoso palazzo dell'Aventino andò trasformandosi in un asceterio ove confluirono altre nobili romane come Sofronia, Asella, Principia, Marcellina, Lea; la stessa madre Albina si associò a questa nuova forma d i vita.
Più che di vita monastica in senso stretto può parlarsi di gruppi ascetici senza precise regole, ma ispirati ai principi di austerità e di disprezzo del mondo, propri della scuola egiziana, assai conosciuti attraverso la vita di s. Antonio  e le frequenti visite di monaci orientali. Lo stesso vescovo di Alessandria, Pietro, fu nel 373 ospite della casa Marcella e narrò la vita e le regole dei monaci egiziani.
Porse proprio dopo il 373 la casa di Marcella divenne un vero centro di propaganda monastica. Riservatezza, penitenza, digiuno, preghiera, studio, vesti dimesse, esclusione di vane conversazioni furono il quadro della vita quotidiana quale risulta dalle lettere di San Girolamo, divenuto dal 382 il direttore spirituale del gruppo ascetico dell'Aventino.
Nella domus di Marcella entravano vergini e vedove, preti e monaci per intrattenersi in conversazioni basate specialmente sulla S. Scrittura.  
Il sacro testo, specie il Salterio, non fu studiato solo superficialmente: per meglio comprenderne il significato Marcella imparò l'ebraico e sottopose al dotto Girolamo molte questioni esegetiche, come ne fanno fede varie lettere a lei dirette.
Fra Girolamo e Marcella si strinse una profonda spirituale amicizia, continuata anche dopo la partenza del monaco per la Palestina.
Tuttavia questa donna fu di spirito più moderato tanto da non condividere pienamente le violente diatribe e le acerbe polemiche del dotto esegeta. Simile moderazione dimostrò nelle pratiche ascetiche; pur amando e professando la povertà non alienò in favore della Chiesa e dei poveri tutti i suoi beni patrimoniali, anche per non recare dispiacere alla madre.  
Né volle trasferirsi a Betlemme, nonostante una pressante lettera delle amiche Paola ed Eustochio. Preferì invece continuare la diffusione della vita ascetica e penitente in Roma; per molti anni infatti la sua domus dell'Aventino rimase un cenacolo ascetico specie fra le vergini e le vedove della nobiltà.
Verso la fine del IV sec. si trasferì in un luogo più isolato nelle vicinanze di Roma, forse un suo ager suburbanus, nel quale visse con la vergine Principia come madre e figlia. Rientrò in Roma nel 410 sotto il timore dell'invasione gota; in tale occasione Marcella subì percosse e maltrattamenti e a stento riuscì a salvare Principia dalle mani dei barbari, rifugiandosi nella basilica di S. Paolo.
Morì nello stesso anno e la sua festa è celebrata il 31 gennaio.
(Autore: Gian Domenico Gordini – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Marcella di Roma, pregate per noi.


*Beata Maria Cristina di Savoia - Regina della Due Sicilie (31 gennaio)  
Cagliari, 14 novembre 1812 - Napoli, 31 gennaio 1836
Maria Cristina di Savoia, figlia del re Vittorio Emanuele I e di Maria Teresa d’Asburgo, ricevette dai pii genitori una solida formazione cristiana. Nel 1832 sposò Ferdinando II, re delle Due Sicilie, e nel duplice stato di moglie e di regina fu modello luminoso di ogni virtù.
Vera madre dei poveri, seppe farsi carico delle sofferenze del suo popolo, per la cui promozione ideò ardite opere sociali.
Morì ancora giovane, dopo aver dato alla luce il primogenito Francesco, tra l’unanime compianto della famiglia reale e del popolo napoletano. Fu sepolta nella basilica di Santa Chiara in Napoli. Il 6 maggio 1937 papa Pio XI dichiarò eroiche le sue virtù.
Da duecento anni si parla della Venerabile Maria Cristina di Savoia, figlia di Vittorio Emanuele I (1759-1824) e di Maria Teresa d’Asburgo Lorena (1773-1832), perché il suo ricordo è ancora molto vivo, testimonianza  di un profondo legame che esiste fra lei e il popolo del Sud, che fece suo. Ventiquattro anni appena di vita e tre anni di regno sono stati sufficienti per lasciare un’impronta indelebile nella storia: settentrionale per carattere e abitudini, è tuttora venerata come santa nel Mezzogiorno d’Italia.
Nacque il 14 novembre 1812 a Cagliari, dove Casa Savoia si trovava in esilio, essendo il Piemonte occupato dalle forze napoleoniche. Subito venne consacrata a Maria Santissima. Adolescente, dopo l’abdicazione del padre Vittorio Emanuele I a favore di Carlo Felice (1765-1831), il soggiorno a Nizza, il trasferimento a Moncalieri (dove il padre morì) e dopo una breve sosta a Modena, si stabilì con la madre e la sorella Maria Anna (1803-1884), che diverrà Imperatrice d’Austria, a Palazzo Tursi nella città di Genova.
Tutte e tre nel 1825 decisero di recarsi a Roma per l’apertura dell’Anno Santo: la paterna benevolenza di Papa Leone XIII, la solennità delle sacre funzioni, la visita alle numerose chiese, ai tanti monasteri e alle catacombe fecero accrescere d’intensità la fede di Maria Cristina.
Appena ventenne, dopo la morte della madre, lasciò Genova, sola ed affranta, per volere di Re Carlo Alberto (1798-1849), che la invitò a raggiungere Torino.
A sorreggerla e confortarla in tanto succedersi di lutti e distacchi, non le rimase che la sua salda e forte fede, così forte che avrebbe desiderato divenire monaca di clausura, ma Carlo Alberto, la Regina Maria Teresa di Toscana (1801-1855) e l’entourage di Corte cercarono di dissuaderla, ricordandole le ragioni di Stato. Infine, il suo direttore spirituale, l’olivetano Giovan Battista Terzi, fece cadere ogni sua resistenza. Scriverà: «Ancora non capisco come io abbia potuto finire, col mio carattere, per cambiare parere e dire di sì; la cosa non si spiega altrimenti che col riconoscervi proprio la volontà di Dio, a cui niente è impossibile».
Il 21 novembre 1832 nel Santuario di Nostra Signora dell’Acquasanta, presso Veltri, venne celebrato il matrimonio con Ferdinando II delle Due Sicilie (1810-1859). La Regina decise, in accordo con il Re, che una parte del denaro destinato ai festeggiamenti per le loro nozze fosse utilizzato per donare una dote a 240 spose e per riscattare un buon numero di pegni depositati al Monte di Pietà.
Il suo credo cattolico non fu un sentimento, ma un fatto di vita: ogni giorno assistette alla Santa Messa; non giunse mai al tramonto senza aver recitato il Rosario; suoi libri quotidiani furono la Bibbia e l’Imitazione di Cristo; partecipò intensamente agli esercizi spirituali; fermò la carrozza, ogni qual volta incontrasse il Santo Viatico per via e si inginocchiò anche quando vi fosse fango… in cappella tenne lungamente lo sguardo sul Tabernacolo per meglio concentrarsi su Colui ch’era padrone del suo cuore. Affidò la protezione della sua esistenza  a Maria Santissima e donò il suo abito da sposa al Santuario di Santa Maria delle Grazie a Toledo, dove tuttora si conserva con venerazione.
Non si occupò del governo dello Stato, ma fu assai benefica la sua influenza sul marito, che con coraggio si oppose alle idee risorgimentali e liberali. «Cristina mi ha educato», soleva dire Ferdinando II, avvezzo all’uso di espressioni talvolta indecenti, ed ella divenne la sua preziosa consigliera, trasformandosi nel suo «Angelo», come egli stesso la chiamava.
Benedetto Croce riferisce che Maria Cristina ottenne per molti condannati a morte la grazia e fra questi persino Cesare Rosaròll (1809-1849), il quale cospirò per uccidere Ferdinando II.
Fu donna di intelligenza non comune, colta ed esperta in discipline come la fisica e la classificazione delle pietre preziose. Le eccezionali esperienze mistiche e di estasi arricchirono il suo profondo cammino spirituale. Inoltre la sua umiltà e la sua carità erano immense e conquistarono i napoletani: inviava denaro e biancheria, dava ricovero agli ammalati, un tetto ai diseredati, assegni di mantenimento a giovani in pericolo morale, sosteneva economicamente gli istituti religiosi e i laboratori professionali, togliendo dalla strada gli accattoni.
L’opera più grande legata al suo nome fu la «Colonia di San Leucio», con una legislazione ed uno statuto propri, dove le famiglie avevano casa, lavoro, una chiesa ed una scuola obbligatoria. L’attività produttiva era basata sulla lavorazione della seta che veniva esportata in tutta Europa.
Il 16 gennaio 1836 nacque Francesco II, l’ultimo Re di Napoli, che verrà detronizzato dalla nefasta e massonica impresa garibaldina. Ma il parto condusse alla morte la giovane Maria Cristina, morte che lei stessa aveva predetto e che accolse con rassegnazione, nella gioia di dare al mondo una nuova creatura di Dio. Era il 31 gennaio e le campane suonarono il mezzogiorno. Maria Cristina, con in braccio il tanto atteso Francesco, giunto dopo tre anni di matrimonio, lo porse al sovrano, affermando: «Tu ne risponderai a Dio e al popolo… e quando sarà grande gli dirai che io muoio per lui».
Rivestita del manto regale, adagiata nell’urna ricoperta di un cristallo, venne trasportata nella Sala d’Erede per l’esposizione al pubblico. Per tre giorni il popolo sfilò in mesto pellegrinaggio per rivedere per l’ultima volta la «Reginella Santa», come ormai tutti la chiamavano. La salma venne tumulata nella Basilica di Santa Chiara (la stessa che accoglie le spoglie anche di Salvo d’Acquisto), dove si trova tuttora. Subito si verificarono fatti prodigiosi grazie alla sua intercessione. Pio IX nel 1859 firmò il decreto di introduzione della sua causa di beatificazione. Nel 1958 l’autorità ecclesiastica dispose una ricognizione del corpo della Venerabile e, nonostante i danni provocati dal tempo, dall’umidità e dall’incuria, esso risultò intatto.
(Autore: Cristina Siccardi - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Ancora una appartenente alla Casa di Savoia è testimone con la sua vita, della religiosità che ha contraddistinto la Casa reale nei secoli, tanto è vero che vi è un buon numero di beati, venerabili e servi di Dio a far da corona di santità a questo antico casato.
Fra questi annoveriamo la venerabile Maria Cristina, regina del Regno delle due Sicilie, nata a Cagliari il 14 novembre 1812, mentre i genitori Vittorio Emanuele I di Savoia e Maria Teresa d’Asburgo d’Austria, erano in esilio. Fu subito consacrata alla Madonna dalla regina sua madre, consacrazione che fu poi rinnovata da Maria Cristina stessa, appena fu in grado d’intendere e volere.
Nel 1815 le quattro principesse Maria Beatrice, le gemelle Marianna e Maria Teresa e Maria Cristina, insieme alla loro madre raggiunsero Torino, dove il re un anno prima aveva fatto ritorno, essendo mutate le condizioni politiche. Le principesse e soprattutto Maria Cristina, crescevano a corte come se fossero in un ambiente oratoriano, guidate dalla regina e dal padre confessore l’olivetano Giovan Battista Terzi.
Crebbe nella sua fanciullezza formandosi ad una cultura consona ad una principessa e ad una spiritualità profonda; quando ebbe nove anni, il re Vittorio Emanuele I, dovette rinunziare al trono e dopo un periodo d’esilio a Nizza si stabilì a Moncalieri con tutta la famiglia e qui morì dopo tre anni nel 1824.
Nei due anni successivi partecipò insieme alla madre ed alla sorella Marianna ai riti del Giubileo del 1825 andando a Roma, al ritorno si stabilì a Genova, riducendo le sue attività alla formazione e alla conduzione della casa, intanto a 20 anni le morì anche la madre e suo unico conforto rimase padre Terzi.
Ritornò a Torino per disposizione del re Carlo Alberto, dove però le incomprensioni in cui si venne a trovare a corte la fecero molto soffrire, qui sorse in lei il desiderio di diventare suora di clausura; ma il suo direttore spirituale la dissuase, essendo al corrente dei piani di Carlo Alberto che l’aveva destinata come sposa al re di Napoli Ferdinando II, al che lei accettò la richiesta di matrimonio come volontà di Dio.
Il rito religioso avvenne a Genova il 21 novembre 1832, nel santuario di Maria SS. dell’Acqua Santa. Il 26 novembre, gli sposi s’imbarcarono per Napoli, dove giunsero il giorno 30; sotto una pioggia torrenziale furono accolti da una folla festante ed in preda ad un entusiasmo che ha sempre contraddistinto l’espansività dei napoletani.
Iniziò il suo regno accanto al ventiduenne Ferdinando, che già regnava da tre anni; a corte leggeva ogni giorno la Bibbia e l’Imitazione di Cristo e la sua religiosità fu ben presto conosciuta nel palazzo e dal popolo; quando in carrozza, incontrava un sacerdote con il Viatico per qualche ammalato, fermava la carrozza, scendeva e si inginocchiava a terra anche nel fango delle strade di allora; fece in modo che a tutti a corte, fosse possibile partecipare alla s. Messa nei giorni festivi.
La carità verso i bisognosi, l’occupò in pieno, si dice che il Terzi avesse presso di sé un baule pieno di ricevute di chi aveva avuto un beneficio. Provvide d’accordo con il re, che una parte del denaro destinato ai festeggiamenti per il loro matrimonio, venisse usato per dare una dote a 240 giovani spose e al riscatto di un buon numero di pegni depositati al Monte di Pietà.
Dopo tre anni di sposa, la mancanza di un figlio che non veniva, faceva molto soffrire Maria Cristina, che pregava incessantemente per ciò e finalmente nel 1835, avvertì in sé il sorgere di una gravidanza; passò gli ultimi mesi nella reggia di Portici per stare più calma, ma già presagiva qualcosa, perché all’avvicinarsi del parto, scriveva alla sorella, duchessa di Lucca: “Questa vecchia va a Napoli per partorire e morire”, purtroppo era vero, infatti l’erede al trono nacque il 16 gennaio e già il 29 Maria Cristina era morente per complicazioni sopravvenute; prendendo in braccio il tanto atteso piccolo Francesco e porgendolo al re suo marito, disse: “ Tu ne risponderai a Dio e al popolo… e quando sarà grande gli dirai che io muoio per lui”.
Il 31 gennaio 1836 in piena comunione con Dio, si addormentò per sempre fra la costernazione generale. Aveva poco più di 23 anni ed era stata regina per appena tre anni; i solenni funerali furono celebrati l’8 febbraio e il giorno seguente il suo corpo fu tumulato nella Basilica di s. Chiara, dove è tuttora.
Dopo la sua morte la fama di santità, che già godette in vita, si accrebbe e il popolo accorreva a pregare presso la tomba della ‘Regina santa’ e fatti prodigiosi si avverarono per sua intercessione.
Pio IX nel 1859, firmò il decreto d’introduzione della causa di beatificazione, dandole il titolo di venerabile. La pratica andò avanti nei vari stadi con le relative approvazioni canoniche, anche per l’interessamento del re Francesco II “il figlio della santa”; il 6 maggio 1937, Pio XI dichiarò eroiche le sue virtù.
Preghiera
O Dio, che hai posto nei tuoi santi una grande luce
e un provvido sostegno per il tuo popolo in cammino,
ascolta con bontà la nostra preghiera,
e glorifica la sua Serva la Ven. Maria Cristina di Savoia,
nella cui vita di sposa e di regina
ci hai offerto un modello fulgido di carità sapiente e coraggiosa,
e concedi a noi, per sua intercessione,
la grazia ..... che da te, con fiducia, invochiamo.
Per Cristo nostro Signore. Amen.
oppure:
O beata Trinità che sebbene felice in voi stessa,
pure trovaste le vostre compiacenze nel cuore di Maria Cristina di Savoia,
deh! ascoltate le nostre povere preghiere.
Questa vostra serva fedele in mezzo ai fastigi della corte
vi servì costantemente in profonda umiltà, in ardente carità, in pietà fervorosa,
da rendersi modello di perfezione alla Corte e al popolo.
Fiduciosi della divina parola, che Voi avreste onorato che vi avrebbe glorificato,
noi vi chiediamo di elevare al culto degli Altari la vostra serva fedele Maria Cristina
che vivente altro cercò, altro non volle se non il vostro onore e la vostra gloria.
Per questi altissimi meriti concedeteci la grazia che ardentemente vi domandiamo...
tornerà a vostra gloria e contribuirà all’esaltazione della vostra diletta serva Maria Cristina di Savoia.
Per maggiori informazioni e relazioni di grazie rivolgersi al: Monastero di Santa Chiara - Via Santa Chiara 49/c - 80134 Napoli
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Marcella di Roma, pregate per noi.


*San Metras (Metrano) di Alessandria - Martire (31 gennaio)

Martirologio Romano: Commemorazione di San Metrano, martire ad Alessandria d’Egitto, che sotto l’impero di Decio, non avendo voluto, su ingiunzione dei pagani, pronunciare parole empie, fu ferocemente colpito dagli astanti e poi lapidato fuori della città.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Metras di Alessandria, pregate per noi.

 

*San Valdo (o Gaudo) di Evreux - Vescovo (31 gennaio)
sec. VII

Martirologio Romano: Nel territorio di Coutances in Neustria, oggi in Francia, San Valdo, vescovo di Évreux.
San Valdo (Waldo, Waldus, Gaudo o Gaud) è un vescovo della diocesi di Évreux. Nella cronotassi dei
vescovi, è stato posto al secondo posto dopo il protovescovo San Taurino e prima di Maurusio.
La diocesi fu eretta in epoca antica.
Secondo le fonti tradizionali, l’evangelizzatore della zona e primo vescovo sarebbe vissuto tra il IV e il V Secolo, mentre il primo riscontro storico certo è la presenza si Maurusio al Concilio di Orléans nel 511.
Sulla scorta di quest’attestazione, si può ipotizzare che San Valdo governò la diocesi alla fine del V° Secolo.
Di lui non sappiamo nulla. Sappiamo solo che è menzionato negli antichi cataloghi della diocesi.
Le sue reliquie furono ritrovate nel 1311 in un luogo solitario a Saint-Pair-sur-Mer, in diocesi di Coutances, in un sarcofago in cui era inciso il suo nome.
Attraverso questa scoperta si può ipotizzare che San Valdo, dopo essersi dimesso da vescovo abbia terminato la sua vita quale eremita nella più completa solitudine.
Esiste un resoconto circa la scoperta delle sue reliquie.
La festa di San Valdo ricorre il 31 gennaio.

(Autore: Mauro Bonato – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Valdo, pregate per noi.


*Santi Vittorino, Vittore, Niceforo, Claudio, Diodoro, Serapione e Papia – Martiri (31 gennaio)

Martirologio Romano: A Corinto in Acaia, in Grecia, Santi martiri Vittorino, Vittore, Niceforo, Claudio, Diodoro, Serapione e Pápia, che si tramanda abbiano subito il martirio con vari supplizi sotto l’imperatore Decio.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santi Vittorino, Vittore, Niceforo, Claudio, Diodoro, Serapione e Papia, pregate per noi.

*Altri Santi del giorno (31 gennaio)
*San
Giaculatoria - Santi tutti, pregate per noi.


 
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