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Santi del 31 Ottobre

Il mio Santo > I Santi di Ottobre

*Sant'Alfonso Rodriguez (31 ottobre)
Segovia, Spagna, 25 luglio 1533 - Palma di Maiorca, 30 ottobre 1617
Alfonso era un mercante, nato a Segovia, in Spagna, nel 1533. Si era sposato e aveva avuto due figli ma fu sconvolto dalla perdita della moglie e dei beni. A 35 anni tornò a scuola, proseguendo faticosamente gli studi interrotti in gioventù.
Si presentò, quasi vecchio, come novizio in un convento della Compagnia di Gesù. Venne accolto, ma volle restare fratello coadiutore, addetto al servizio materiale della comunità.
Divenne così portinaio nel convento dell'isola di Maiorca, da dove passavano i missionari diretti in America.
Per tutti l'incontro con il Santo portinaio era un'esperienza illuminante e a volte decisiva, come nel caso di San Pietro Claver, l'«apostolo degli schiavi».
I suoi scritti furono raccolti dopo la morte, avvenuta il 31 ottobre del 1617. (Avvenire)
Etimologia: Alfonso = valoroso e nobile, dal gotico
Martirologio Romano: Nell’isola di Palma di Maiorca, Sant’Alfonso Rodríguez, che, perduti la moglie, i figli e tutti i suoi beni, fu accolto come religioso nella Compagnia di Gesù, dove svolse per molti anni la mansione di portinaio nel Collegio, divenendo un esempio di umiltà, obbedienza e costanza nel sacrificio.
Alfonso Rodriguez che la Chiesa ci fa festeggiare il 31 ottobre, nacque in Spagna, a Segovia nel 1531. Morì nel 1617, a Palma di Maiorca. E’ il patrono dei portieri e degli uscieri e patrono di Palma di Maiorca. Coltivò fin da giovane il desiderio di consacrarsi a Dio e di diventare sacerdote finchè entrò nella Compagnia di Gesù in Spagna. Veniva da una famiglia di mercanti di lana e tessitori di stoffe ed era molto applicato allo studio che seguiva con profitto nel collegio dei gesuiti di Alcalà. A ventitrè anni però, in seguito alla morte prematura del padre, Alfonso fu costretto a ritornare nella sua famiglia per dirigere la piccola impresa familiare ereditata dal padre. Gli affari però non andavano bene e non interessavano affatto il giovane Alfonso, che nel frattempo si era sposato e aveva avuto due bambini. Un’esperienza che gli procurò nuove sofferenze perché, pochi anni dopo, Alfonso perse drammaticamente anche la moglie. Un giorno Alfonso, provato dalle traversie della vita e dalla sofferenza, cedette tutti i suoi beni al fratello e si trasferì a Valencia, per entrare nuovamente nella Compagnia di Gesù.
I padri gesuiti lo accolsero e qualche anno dopo lo inviarono nel Collegio di Monte Sion di Palma di Maiorca dove Alfonso rimase per tutto il resto della sua vita. A Palma di Maiorca svolse, per oltre trent’anni, il compito di portinaio trovando in questa professione la pace dell’anima e anche la via che lo condusse alle vette della santità.
E come i custodi e gli uscieri vigilano sulle case e sui palazzi delle famiglie che vi abitano, così Alfonso Rodriguez vegliava sul Collegio e su quanti si affacciavano alla porta dei gesuiti in cerca di un aiuto, un consiglio, una preghiera. Per tutti aveva parole di incoraggiamento e di stimolo alla conversione del cuore e all’amore fraterno.
Uomo semplice e umile, straordinariamente servizievole, tanto rigido con se stesso quanto caritatevole con gli altri, trovò nel suo ufficio quotidiano l’occasione opportuna per esercitare un
apostolato continuo ed efficace. A rendere più efficace il suo apostolato contribuivano anche i numerosi carismi dei quali il Signore lo aveva dotato, primo fra tutti quello delle visioni e poi della preveggenza e dei miracoli.
All’umile portinaio Dio aveva anche donato una intensa esperienza mistica che contribuì a svolgere con profitto, insieme a quello di portinaio, il compito anche di padre spirituale dei novizi che si rivolgevano a lui con sempre maggiore frequenza per essere illuminati sulle vie di Dio.
Tra i novizi ci fu anche Pietro Claver, il santo apostolo delle Indie che tanto stimava Alfonso Rodriguez per la sua santità, e al quale lo stesso Alfonso profetizzò la sua futura missione. Grande era la devozione che Alfonso nutriva per la Santissima Vergine che pregava soprattutto con il Rosario; grazie all’intercessione della Madre di Dio, infatti, si compirono eventi straordinari.
Ha scritto diversi insegnamenti  di carattere ascetico e mistico tra i quali le famose “ Memorie ” redatte per ordine dei suoi superiori, splendida manifestazione della santità e della sapienza interiore di una creatura straordinariamente plasmata da Dio. Il santo portinaio gesuita aveva una particolare riverenza per il suo angelo custode e ogni giorno, mattina e sera, sia nell’alzarsi da letto che nel coricarsi si raccomandava sempre alla celeste protezione che talvolta sperimentò in un modo anche sensibile.
Una sera fratel Alfonso con la mente rivolta a Dio, come era suo costume abituale, stava salendo per una scala interna del convento, quando da una finestra che dava nel cortile della cisterna sentì emanare un alito pestifero. Era il demonio che in tal modo voleva soffocarlo. Il Santo gesuita svenne e sarebbe caduto per tutte le s cale se non fosse stato materialmente sorretto dal suo angelo custode che immediatamente purificò l’aria e lo accompagnò sano e salvo nella sua stanza.
Fratel Rodriguez ricavò da questo episodio uno scritto che poi fu stampato postumo insieme ad altri suoi documenti, in cui dichiarava quale effetto nefasto produca nell’anima il peccato.
Così scrisse: “ siccome quando taluno di repente venisse sorpreso da un soffio di aria pestilenziale, questa potrebbe con tal violenza colpirlo, da soffocargli in un momento tutta la virtù naturale, e la vita, opprimendolo ed uccidendolo subito,così l’anima perdendo l’amicizia e grazia di Dio viene infetta da quella corruzione pestifera e mortale del peccato, colla quale resta subitamente senza vita e spirito, e sepolta in eterna morte”.
(Autore: Don Marcello Stanzione)
"Dio - scriveva Alfonso Rodriguez - non ci ha chiamati alla vita religiosa e ritirata dal mondo affinché noi ci prendiamo cura delle cose che riguardano il corpo... Egli stesso, nostro Signore e nostro Dio, si prende cura dei nostro corpo, come & Ila nostra anima, e provvede a tutti i suoi bisogni per mezzo dei superiori".
E ancora: '" La strada che l'anima deve seguire per giungere alla santità, è quella di mortificarsi con l'aiuto della preghiera... 1 passi da fare sono gli atti interiori del cuore, con i quali ci si vince ".

Diceva anche: "Ah, Signore! Se lo sapessi, e se lo potessi fare, vi servirei come tutte le creature del cielo e della terra messe insieme".
E: "La più grande carità è obbedire a Dio". Eppure non era né un teologo né un erudito, e neanche uno scrittore ascetico nel senso rigoroso del termine. Era semplicemente il frate portinaio nel convento dei Gesuiti a Palma di Maiorca, nelle Baleari.
Vero è che Alfonso Rodriguez; era giunto a quell'umile lavoro, che svolse fino alla morte, nel 1617, non perché sprovveduto o ignorante, ma per obbedienza e per spirito di mortificazione.
Aveva avuto, nel mondo, vita movimentata. Figlio di un mercante di Segovia era stato egli stesso mercante, dopo aver studiato sotto i primi Gesuiti.
Sposato, padre di due figli, aveva perso la moglie, i bambini e tutti i beni, restando simile a un dolorante Giobbe cristiano.
A trentacinque anni tornò a scuola, e proseguì faticosamente gli studi interrotti in gioventù. Si presentò, quasi vecchio, come novizio in un convento della Compagnia di Gesù. Venne accolto, ma volle restare fratello coadiutore, addetto al servizio materiale della comunità.
Fu e restò così portinaio nel convento dell'isola di Maiorca, che era come l'avamposto della riscossa cattolica proteso verso le terre dell'Islam e quelle, ancor più lontane, del Nuovo Mondo.
Da Maiorca passavano i missionari diretti in America, e per tutti l'incontro con il Santo portinaio fu un'esperienza illuminante e a volte decisiva, come nel caso di San Pietro Claver, l'Apostolo degli schiavi, discepolo spirituale di Sant'Alfonso Rodriguez.
Proverbiale fu la sua obbedienza ai Superiori, al punto di non aprire la porta, un giorno, allo stesso Viceré, dato che il Rettore gli aveva prescritto di non aprire a nessuno prima di una certa ora. 0 al punto di tentare di fare a pezzi e inghiottire un piatto che gli era stato detto di mangiare intendendo, naturalmente, il contenuto!
La sua lezione fu soprattutto quella dell'esempio. Più tardi, dopo la sua morte, furono raccolte le sue parole e i suoi detti, come quelli che abbiamo ascoltato e che ci tramandano la sua voce.
Ma è una voce che, più la si ascolta, più lascia il rimpianto di non averla udita di persona, e soprattutto di non averla vista tradotta in vita.
(Fonte: Archivio della Parrocchia)
Giaculatoria - Sant'Alfonso Rodriguez, pregate per noi.


*Sant'Antonino di Milano - Vescovo (31 ottobre)
Martirologio Romano: A Milano, Sant’Antonino, vescovo, che si adoperò molto per estinguere tra i Longobardi l’eresia ariana.
Il 29 ottobre la Chiesa ambrosiana ricorda Sant’Antonino, chiamato talvolta «Antonio I», sepolto in San Simpliciano, vescovo di Milano dal 669 circa al 671. Il Martirologio Romano e il più antico Catalogo dei vescovi di Milano lo dicono morto il 31 ottobre, ma, probabilmente poiché era la vigilia di Tutti i Santi, la ricorrenza liturgica fu anticipata.
È il segno di quanto i nostri antichi fratelli custodissero la memoria dei loro pastori, ritenendo che non fosse importante quanto essi avessero fatto o quanto a lungo avessero governato, ma valesse molto di più l’essere stati pastori, guide, servi per amore di Gesù e dei fratelli. Non erano importanti le loro azioni, ma il dono che facevano del corpo e del sangue del Signore Gesù nell’Eucaristia, dell’amore misericordioso di Dio nei sacramenti e nella Parola.
Antonino cercò di favorire la fusione tra gli autoctoni e i nuovi arrivati, i longobardi, e persuase re Ariberto, nipote di Teodolinda, a convertire sé e i suoi alla fede cattolica.
Non ne venne la pace: alla sua morte il figlio Bertarido da Milano ingaggiò guerra contro il fratello, Gotefredo, che si era stabilito a Pavia, ma furono ambedue travolti da Grimoaldo, duca di Benevento, il quale, per accontentare tutti, costruì a Pavia una chiesa dedicata ad Ambrogio.
Antonino aveva avuto il coraggio di sperare, come diceva Ambrogio: «Chi agisce da sapiente non ha nulla da temere, il timore, infatti, sta nel peccato. Dove non c’è timore, c’è libertà», quella che il cristiano sempre conosce.
(Autore: Ennio Apeciti - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Antonino di Milano, pregate per noi.


*Beato Cristoforo di Romagna - Sacerdote  (31 ottobre)
+ Cahors, Francia, 1272
Cristoforo, inizialmente sacerdote diocesano, esercitava il ministero di parroco, forse presso Cesena in Romagna, nache se il suo culto presso tale città potrebbe risalire solo al XVIII secolo.
All'età di circa quarant'anni lasciò tutto per farsi seguace di San Francesco d'Assisi ed entrare nel nascente Ordine dei Frati Minori.
Svolse il suo apostolato tra i lebbrosi e si distinse per l'austerità della sua vita. Venne poi inviato a predicare in Francia contro gli albigesi. Fondò inoltre vari conventi francescani, il primo dei quali fu quello di Chaors nella Guyenne, regione della Francia meridionale.
Ebbe dunque il grande merito di riuscire a diffondere nelle Gallie il francescanesimo. Morì infine nel 1272, forse addirittura centenario. Le sue reliquie andarono perse nel 1580, quando gli ugonotti incendiarono il monastero di Cahors.
Quanto al suo titolo di beato, i bollandisti ritennero non duraturo il culto tributatogli, ma finalmente nel 1902 fu avviato un processo che portò tre anni dopo all'approvazione ufficiale della venerazione nei suoi confronti. (Avvenire)
Martirologio Romano: A Cahors in Aquitania, ora in Francia, Beato Cristoforo di Romagna, sacerdote dell’Ordine dei Minori, che, mandato da san Francesco, morì centenario dopo molte fatiche intraprese per la salvezza delle anime.
Cristoforo, inizialmente sacerdote diocesano, esercitava il ministero di parroco, forse presso Cesena in Romagna, anche se il suo culto presso tale città potrebbe risalire solo al XVIII secolo.
All’età di circa quarant’anni lasciò tutto per farsi seguace di San Francesco d’Assisi ed entrare nel nascente Ordine dei Frati Minori.
Svolse il suo apostolato tra i lebbrosi e si distinse per l’austerità della sua vita.
Venne poi inviato a predicare in Francia contro gli albigesi. Fondò inoltre vari conventi francescani, il primo dei quali fu quello di Chaors nella Guyenne, regione della Francia meridionale.
Ebbe dunque il grande merito di riuscire a diffondere nelle Gallie il francescanesimo.
Morì infine nel 1272, forse addirittura centenario.
Le sue reliquie andarono perse nel 1580, quando gli ugonotti incendiarono il monastero di Cahors.
Quanto al suo titolo di Beato, i bollandisti ritennero non duraturo il culto tributatogli, ma finalmente nel 1902 fu avviato un processo che portò tre anni dopo all’approvazione ufficiale della venerazione nei suoi confronti.
(Autore: Fabio Arduino – Fronte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Cristoforo di Romagna, pregate per noi.


*Beato Domenico Collins - Religioso Gesuita, Martire (31 ottobre)

Scheda del gruppo a cui appartiene:
“Beati Martiri Irlandesi”
Youghal, Irlanda, 1566 circa – 31 ottobre 1602
Si ritiene che Domenico Collins nacque intorno all'anno 1566 nella città di Youghal, nella regione di Cork in Irlanda.
Di là, quando era più o meno ventenne, si trasferì in Francia.
Ivi abbracciò la carriera militare, e compì progressi tali da essere promosso in breve tempo capitano.
Nell'anno 1598 prese la decisione di seguire una vita radicalmente diversa.
Mentre si trovava in Spagna, entrò con disponibilità nel noviziato della Compagnia di Gesù a
Santiago di Compostella, dove pronunciò poi i voti perpetui come Fratello.
Nel 1601 ritornò nella sua Irlanda.
Venne arrestato il 17 giugno 1602 dagli Inglesi, che cercarono invano di fargli rinnegare la fede cattolica.
Per questo fu condannato a morte e salì sul patibolo nella sua città natale il 31 ottobre 1602.
È stato beatificato da Giovanni Paolo II il 27 settembre 1992, insieme ad altri sedici martiri irlandesi.
Martirologio Romano: A Youghall in Irlanda, Beato Domenico Collins, religioso della Compagnia di Gesù e martire, che, a lungo detenuto e ripetutamente interrogato e sottoposto a tortura, professò con fermezza la sua fede cattolica e portò per questo a termine il suo martirio con l’impiccagione.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Domenico Collins, pregate per noi.


*Sant'Epimaco (Epimachio) di Melusio - Martire (31 ottobre)

Martirologio Romano: Ad Alessandria d’Egitto, Sant’Epimachio di Pelusio, martire, che, come si tramanda, durante la persecuzione dell’imperatore Decio, vedendo che il prefetto costringeva i cristiani a sacrificare agli idoli, tentò di rovesciare l’altare e fu per questo arrestato, torturato e, infine, decapitato con la spada.
Il Sinassario Alessandrino di Michele vescovo di Atrib e Malig commemora al 14 basano (= 9 maggio) il martirio di Epimaco. Oltre che dalla notizia del Sinassario in lingua araba, il martirio viene conosciuto anche dalla traduzione dello stesso al giorno corrispondente del 14 genbot dove, però, per una lettura corrotta, il martire viene chiamato Simmaco.
Gli Atti del martirio di Epimaco sono pervenuti pure in copto, ma purtroppo in un testo molto frammentario.
In greco possediamo sia le notizie di diversi sinassari (Menologio di Basilio II, Sinassario sirmondiano) alla data del 30 o 31 ottobre, sia due passiones, la prima anonima e la seconda metafrastica.
Le divergenze che le diverse fonti presentano, nonché il loro stile enfatico, fanno dubitare della loro completa veracità e del grado di valore storico da attribuire ai diversi episodi di un martirio certamente autentico.
Risulta dunque che Epimaco era un cristiano ancora giovane (ventisette anni, secondo il Sinassario Alessandrino), oriundo di El-Farma o Pelusio e, sempre secondo il Sinassario Alessandrino, esercitava il mestiere di tessitore, allorché, secondo la passio metafrastica, si dedicò alla vita eremitica. Desideroso di confessare la sua fede in Cristo, si recò ad El-Barkrug, località vicina a Damirah piuttosto che Manùrat. Dal Sinassario Alessandrino non possiamo ricavare altre precisazioni suU’itinerario di Epimaco, oltre Damirah.
Invece, nelle fonti greche è ad Alessandria che avrebbe subito il martirio. Comunque, Epimaco si presenta davanti al governatore Bùlàmis (in arabo) o Polendo (in copto) forma nella quale si riconosce, più o meno corrotto, e confessa la sua fede rovesciando l’altare delle divinità pagane.
Si succedono quindi le fasi abituali: Epimaco viene messo in carcere, conforta i suoi compagni, rifiuta di adorare gli idoli, è sottoposto a diversi tormenti accompagnati da miracoli spettacolari. Tutte le fonti, per esempio, riferiscono il miracolo della ragazza che assisteva come spettatrice ai tormenti di Epimaco, e alla quale una goccia di sangue sprizzata da una ferita del martire venne a guarire immediatamente un occhio cieco.
Finalmente Epimaco muore decapitato.
Secondo il Sinassario Alessandrino, invece, Epimaco fu sì condannato alla decapitazione, ma morì di esaurimento mentre veniva portato fuori della città con una corda al collo. Dopo la morte del santo la sua salma fu portata a Pelusio dove, in seguito, una chiesa fu costruita in suo onore. Il martirio di Epimaco avvenne il 9 maggio, secondo il Sinassario, il 7, secondo la passio anonima greca. L’epoca, però, non viene precisata. Negli Atti dei martiri egiziani vittime della persecuzione di Diocleziano, il governatore di Alessandria è sempre Armenio; Apelliano (o Polemio) non viene mai altrove menzionato. Basta questo particolare per concludere che il martirio è avvenuto durante un’altra persecuzione (quella di Decio per esempio?).
Si presenta allora il problema di un’eventuale identificazione del nostro martire con l’omonimo martire, compagno di Alessandro di cui conosciamo l’esistenza dal vescovo Dionigi di Alessandria e che è stato martirizzato sotto Decio. Non è più chiara l’identificazione con un altro Epimaco celebrato insieme a Gordiano, benché sia detto che quell'Epimaco è stato venerato a Roma dopo che le sue reliquie vi erano state portate dall'Egitto.
Nel Sinassario Alessandrino vengono celebrati il 4 hartur (31 ottobre) i santi martiri romani Epimaco e Azariano; è molto probabile che sotto quest'ultimo nome si debba riconoscere Gordiano. Rimane molto oscura la soluzione da dare a questi problemi, come alla questione di diverse traslazioni di reliquie del martire (unico o triplo) Epimaco.
(Autore: Joseph-Marie Sauget - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Epimaco di Melusio, pregate per noi.


*San Foillano di Fosses - Abate (31 ottobre)
Martirologio Romano: A Fosses nel Brabante, nel territorio dell’odierno Belgio, San Foillano, sacerdote e abate, che, di origine irlandese, fu fratello e compagno di San Furséo e, sempre fedele alle norme monastiche della sua patria, fondò a Fosses e a Nivelles due monasteri, l’uno maschile e l’altro femminile, e fu ucciso da alcuni briganti mentre si recava in visita dall’uno all’altro.
San Foillano (lat. Foilanus; fr. Feuillen, Pholien), martire a Fosses.
Nato in Irlanda, come i suoi fratelli, Furseo e Ultan, abbracciò la vita monastica, lasciando con essi la patria (630-34) per recarsi nell’Anglia Orientale, il cui re, Sigeberto, li aiutò nella fondazione del monastero di Knoberesburg (Burgh Castle, vicino a Yarmouth).
Dopo la partenza dei fratelli, che si erano ritirati dapprima in un eremitaggio e poi passarono nel regno dei Franchi, Foillano conservò la direzione del monastero, e quando questo fu distrutto da Penda, re pagano della Mercia, egli, dopo aver corso seri pericoli, riuscì a fuggire coi monaci che aveva riscattato a prezzo d’oro, portandosi via le reliquie e i libri che poté.Passato coi monaci nella Gallia, giunse a Péronne, luogo di sepoltura di Furseo, ricevuto con benevolenza da Erchinoaldo, maestro di palazzo.
Le monache di Nivelles, le Santissime Itta e Gertrude, lo aiutarono ad erigere (650-52) un monastero a Fosses sulla Bebrona, affluente della Sambra. La comunità irlandese di Fosses e quella franca di Nivelles rimasero unite da stretti legami spirituali.
Essendo andato un giorno a Nivelles per celebrare i divini uffici presso le monache, al ritorno Foillano fu, coi suoi compagni, catturato dai predoni che uccisero lui e tre altri monaci (31 ottobre 655?) nel luogo chiamato Le Roeulx, dove più tardi i Norbertini edificarono la badia a lui dedicata.
Dopo settantasette giorni i corpi furono ritrovati e trasferiti a Nivelles; la salma di san Foillano fu riportata a Fosses da due dignitari presenti: Dido, vescovo di Poitiers, e Grimoaldo, maestro di palazzo.
Nel 1125 ebbe luogo una traslazione a Le Roeulx.
Le reliquie si trovavano di nuovo a Fosses nel 1176, e solo per breve tempo furono messe al sicuro a Mons, nel 1408, da Guglielmo di Baviera, conte di Hainaut, per poi ritornare a Fosses.
A Mons si conservò tuttavia una tibia e un osso dell’anca. Nel secolo XVI il capitolo della collegiata di Fosses fece costruire una cassa in argento.
Nel 1792 non si poté salvare dalla furia dei rivoluzionari che la testa e alcune altre reliquie che nel secolo XIX furono collocate in una nuova cassa e nel 1907 furono oggetto di una ricognizione. Si conservano ancora reliquie del santo ad Abbeville e altrove.
Il culto cominciò immediatamente dopo la scoperta del corpo e il trasferimento a Mons, e la morte violenta, come in casi analoghi, giustifica il titolo di martire che gli è accordato. Nello stesso modo la tradizione gli ha attribuito il titolo episcopale, con ragione, sembra, perché Beda chiamandolo
sacerdos, qui, come altrove, intende parlare della dignità vescovile.
A Fosses si conoscono tre feste: l’invenzione del corpo (16 gennaio); la traslazione del 1086 (3 settembre) e il natalis (24 ottobre) con la sua ottava il 31. Fino alla Rivoluzione francese il capitolo recitava ogni settimana l’Ufficio di San Foillano.
Dal 1549, almeno, si celebra ogni sette anni una grande processione popolare, detta «la marcia di San Foillano».
Il suo nome si trova il 31 ottobre (talvolta il 30) nell’Auctarium Usuardi e nei martirologi irlandesi del Medio Evo.
La sua festa fu molto diffusa nel Belgio, dove si celebra ancora in parecchie diocesi e monasteri (31 ottobre), e nella diocesi di Cambrai.
A Aix-la-Chapelle si trova una chiesa parrocchiale in onore del Santo, menzionata dal 1166, le cui pareti erano affrescate con scene della vita del martire.
Mancano prove di culto verso i suoi tre compagni, di cui si crede a Nivelles di possedere il corpo, ma che non furono mai oggetto di venerazione.
(Autore: Rombaut Van Doren - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Foillano di Fosses, pregate per noi.


*Beato Giovanni Pantalia - Religioso Gesuita, Martire (31 ottobre)

Scheda del Gruppo cui appartiene:
"Beati Martiri Albanesi" (Vincenzo Prennushi e 37 compagni) - 5 novembre

Prizren, Kosovo, 2 giugno 1887 – Scutari, Albania, 31 ottobre 1947
Fratel Gjon (albanese per Giovanni) Pantalia, nato in Kosovo, entrò nella Compagnia di Gesù, ma per umiltà volle restare fratello coadiutore. Fu l’animatore principale, a livello sociale e culturale, del Collegio Saveriano dei Gesuiti a Scutari, istituto che curava la formazione della futura classe dirigente dell’Albania.
Durante la prima ondata di persecuzione da parte del regime comunista, in seguito all’arresto e alla fucilazione dei padri Giovanni Fausti e Daniel Dajani, divenne il responsabile morale della congregazione in Albania (padre Fausti era il viceprovinciale).
A sua volta venne arrestato, torturato e infine imprigionato nell’ex convento dei francescani a Gjudahol, quartiere di Scutari. Nel tentativo di evadere, saltò da una finestra, ma si spezzò le gambe: morì, per mancanza di cure, il 31 ottobre 1947. Compreso nell’elenco dei 38 martiri albanesi di cui fanno parte anche i padri Fausti e Dajani, è stato beatificato il 5 novembre 2016 a Scutari.
Fratel Gjon Pantalia era un albanese del Kosovo. Era nato a Prizren il 2 giugno 1887. Era cugino, da parte della madre, di Madre Teresa di Calcutta. Di famiglia modesta, prima di entrare nella Compagnia di Gesù lavorava come fattorino nel bazar della sua città natale.
Dopo aver fatto il Noviziato a Soresina, in Italia, i Superiori volevano che intraprendesse gli studi per essere sacerdote, ma la sua umiltà lo spinse a restare semplice Fratello coadiutore.
Fr.Pantalia, durante gli anni della seconda guerra mondiale, era conosciuto da tutta l’élite cattolica albanese. Era in effetti l’uomo chiave del Collegio dei Gesuiti di Scutari, dedicato a San Francesco
Saverio. Collegio che è stato vivaio di futuri insegnanti, avvocati, uomini politici e sacerdoti.
Era l’animatore di tutte le attività sociali e culturali del Collegio. Era contemporaneamente professore, consigliere pedagogico, animatore teatrale, direttore del coro e dell’orchestra, compositore, scrittore e direttore spirituale.
Malgrado - o proprio perché aveva tutte queste incombenze - Fr.Gjon Pantalia riuscì a salvare molti suoi alunni sia quando erano ricercati dalle autorità italiane che occuparono l’Albania, sia dopo da quelle tedesche.
Tra questi alunni da lui messi in salvo, alcuni dopo la guerra ricoprirono incarichi tra le fila comuniste, e protessero questo coraggioso Fratello durante la prima ondata della persecuzione religiosa, che prese di mira anche i gesuiti nel 1945.
Fr.Pantalia, nonostante fosse strettamente sorvegliato, si adoperò per mettere al sicuro gli oggetti di valore del Collegio e per trovare avvocati che accettassero di difendere i sacerdoti arrestati. Soprattutto si sforzava affinché le attività scolastiche proseguissero nel miglior modo possibile, cosa che faceva notevolmente indispettire il nuovo regime comunista.
Dopo l’arresto dei Padri Fausti e Dajani, Fr.Gjon Pantalia, pur essendo un semplice Fratello coadiutore, appariva agli occhi di tutti – e anche del regime – come il responsabile morale della Compagnia di Gesù. I suoi ragionamenti, la sua influenza sui giovani, la sua straordinaria umiltà, ne facevano agli occhi della dittatura comunista un ostacolo da abbattere.
Per non suscitare reazioni venne arrestato discretamente, nel settembre (o nell’ottobre secondo altri) del 1946. Fu selvaggiamente torturato: bastonate, corrente elettrica, schegge di legno nelle unghie ecc…
Fu quindi portato nel convento francescano di Gjudahol, che era stato trasformato in prigione. Malato, ridotto in pessime condizioni per i maltrattamenti subiti, venne rinchiuso in una cella accanto alla chiesa.
Nonostante le sue precarie condizioni Fr. Pantalia tentò di evadere, senonché, spossato com’era per le torture subite, cadde nel tentativo di fuggire da una finestra e si spezzò le gambe. Morì, per mancanza di cure, tra atroci sofferenze, il 31 ottobre 1947.
Alla fine del 2002 è stato aperto il processo canonico per i Martiri Albanesi, vittime della persecuzione religiosa in Albania durante gli anni della dittatura comunista (1943-1989). Riguarda sette vescovi, molti sacerdoti diocesani, tre gesuiti, tredici francescani, un seminarista. Oltre al Fr.Gjon Pantalia, gli altri gesuiti martiri sono i Padri Giovanni Fausti e Daniel Dajani. Sono stati beatificati il 5 novembre 2016 nella piazza davanti alla cattedrale di Santo Stefano a Scutari.

(Autore: Ernesto Santucci - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Giovanni Pantalia, pregate per noi.


*Beata Irene (Aurelia Jacoba Mercede) Stefani - Vergine 31 ottobre

Anfo, Brescia, 22 agosto 1891 – Gekondi, Kenia, 31 ottobre 1930
Mercede Stefani nacque il 22 agosto 1891 ad Anfo nella Val Sabbia (Brescia). Nel 1911 entrò nell’Istituto delle Missionarie della Consolata e il 12 gennaio 1912 vestì l’abito religioso, prendendo il nome di suor Irene. Il 29 gennaio 1914 emise la professione religiosa e alla fine dell’anno partì per la missione in Kenya. Dal 1914 al 1920 si dedicò all’assistenza dei portatori africani al tempo della prima guerra mondiale, che raggiunse anche l’Africa per il coinvolgimento delle colonie inglesi e tedesche. Dal 1920 al 1930, invece, prestò servizio come insegnante nella missione di Gekondi. Per la sua capacità di unire alle cure fisiche la carità e la dolcezza, si meritò il soprannome di «Nyaatha», che in lingua kikuyu significa «madre tutta misericordia».
Curando un ammalato di peste, si ammalò a sua volta: morì il 31 ottobre 1930, a 39 anni. È stata beatificata il 23 maggio 2015 a Nyeri in Kenya, sotto il pontificato di papa Francesco. La memoria liturgica è stata fissata al 31 ottobre, il giorno esatto della sua nascita al Cielo. I suoi resti mortali sono venerati dal 24 ottobre 2015 nella cattedrale di Nyeri, dedicata alla Vergine Consolata.
Suor Irene Stefani, della quale sono state riconosciute da Benedetto XVI le virtù teologali e cardinali vissute in grado eroico il 2 aprile 2011 ed è stata celebrata la solenne beatificazione il 23 maggio 2015, è magnifico esempio di santità missionaria vissuta per il Crocifisso e nel Crocifisso.
Lasciandosi contagiare dalla peste letale del morente che stringeva fra le sue braccia, ella abbracciava Gesù morente in croce, portando a termine il suo programma di vita: «Gesù solo!
Tutta con Gesù/Nulla da me/Tutta di Gesù/Nulla di me/Tutta per Gesù/Nulla per me:/Hoc fac et vives! (Fai ciò e vivrai!)».
Quinta di dodici figli, Aurelia Jacoba Mercede nasce ad Anfo, nel bresciano il 22 agosto 1891. Viene battezzata il giorno seguente e cresce in una famiglia cattolicissima; a tredici anni confida ai genitori: «Mi farò missionaria». Nel 1905 avviene un incontro provvidenziale: passa da Anfo un missionario della Consolata, don Angelo Bellani. Mercede, che ha 14 anni, vorrebbe già farsi suora missionaria, ma il padre non vuole lasciarla partire: è troppo giovane, la sua potrebbe essere un’infatuazione. Don Capitanio, parroco di Anfo, invece, la sostiene e il 5 maggio 1911 scrive una lettera a Torino, indirizzata al canonico Giuseppe Allamano, fondatore dell’Istituto dei Missionari e delle Missionarie della Consolata. Alla fine il padre cede e, a malincuore, accorda il permesso.
Il 19 giugno 1911 Mercede parte per Torino dove si inserisce perfettamente nel neo Istituto fondato dal rettore del Santuario della Consolata, nonché nipote di san Giuseppe Cafasso. Il 28 gennaio 1912 avviene la vestizione e prende il nome di suor Irene. Conclude il noviziato due anni dopo (24 gennaio 1914) ed emette i voti nelle mani del beato Allamano.
Il 28 dicembre è già pronta a salpare per l’Africa. Giunge a Mombasa, in Kenya, il 31 gennaio 1915 ed esclama «Tokumye Yesu Kristo!», ovvero «Sia lodato Gesù Cristo!», l’unica frase, per il momento, che conosce in lingua kikuyu.
Si mette subito all’opera e la prima preoccupazione è evangelizzare: portando Cristo, lei lo sa bene, grazie anche agli insegnamenti del maestro Allamano, arriva automaticamente la civilizzazione, come è sempre avvenuto.
La sua catechesi è quella della Tradizione della Chiesa: Dio ha così amato gli uomini da aver donato il Suo Figlio unigenito affinché tutti gli uomini siano salvi; credere è darsi a Dio con la mente, il cuore e le opere; l’unica ricchezza da custodire è l’anima spirituale e immortale; l’unico male da temere è il peccato che rifiuta Dio e manda l’anima in rovina; il diavolo esiste e bisogna respingere con forza le tentazioni; la morte non è fatalità, ma passaggio alla vera vita, «ingresso felice nella Casa di Dio o caduta rovinosa nel fuoco dell’inferno, a seconda del giudizio che Dio pronuncerà su ognuno», così spiega nel volume Al Lume di una lanterna, suor Gian Paola Mina, missionaria della Consolata, nonché prima biografa di suor Irene Stefani, «Per suor Irene la vita è un guardare in alto, e perciò la grande visione del Cielo permea tutte le sue lettere, con quell’annuncio di Risurrezione che già nella Chiesa primitiva aveva capovolto la concezione della vita e della morte, dando forza inaudita ai martiri: “Se Cristo è risorto, anche noi risorgeremo con lui”».
Dal suo epistolario si può evincere la Fede e la Carità che permeava la vita di suor Irene, come, per esempio dimostra la lettera indirizzata a Filippo Warothe, un cristiano di Gekondi che lavorava a Nairobi (1928): «Filippo caro, ti prego di prenderti cura dei nostri cristiani che vengono lì: tu conosci bene la situazione di Nairobi e sai anche quanti pericoli ci sono, per cui essi, i nostri cristiani, potrebbero perdersi. Abbi cura della loro anima, e cerca anche di ottenere l’aiuto per la chiesa; sono due cose che non possono essere separate: il cuore degli uomini e il tempio materiale. Dice infatti lo Spirito Santo che Dio abita nel cuore degli uomini buoni.
Sappi dunque che se farai come ti ho detto, avrai compiuto un’opera veramente apostolica. Pensa quanto è buono il Signore verso di noi: per una cosa piccola che noi gli diamo, Egli ci ripaga con un premio così grande che supera ogni nostra immaginazione.
Inoltre, non basta che uno diventi ricco, ma bisogna arricchire gli altri: intendo la vera ricchezza, quella necessaria, la ricchezza dell’anima. Tu quindi devi beneficare gli altri gli altri nelle necessità della Chiesa come sei stato beneficato tu dai suoi sacerdoti…».
Durante la prima guerra mondiale assiste all’ospedale militare di Kilwa Kivinje, in Tanzania, i carriers, ovvero i portatori indigeni, vittime di carestie e pestilenze. Suor Irene, bella e solare, assiste tutti con materno amore e dolcezza infinita, custodendo tutto nel proprio cuore, come Maria Santissima. Nel 1920 arriva a Gekondi, dove inizia ad operare nella scuola. Quando non è maestra, gira per le capanne con il rosario in mano e mentre sgrana e recita le Ave Maria, cerca nuovi scolari da alfabetizzare; ma anche mamme in difficoltà, anziani a cui portare Gesù e soccorso… e battezza. Negli anni di missione suor Irene ha ottenuto molteplici conversioni e battezzato circa quattromila persone. Un apostolato silenzioso, ma fertilissimo. Per i malati e la gente di Gekondi, che la vede accorrere, assistere, curare, insegnare con sensibilità tutta angelica, suor Irene è Nyaatha, che significa «Madre misericordiosa». Di questa Madre sono rimasti, come reliquia, segno e simbolo emblematici del suo apostolato, i suoi scarponi che usò per percorrere chilometri e chilometri, a piedi e di corsa, di giorno e di notte, con gioia o spossatezza, al preciso scopo di salvare anime.
Un mattino, entrando in un capannone militare, trova un letto vuoto, appartiene ad un certo Athiambo, un uomo che lei stava preparando al Battesimo. Chiede dove sia e le dicono che è sulla spiaggia, insieme ad altri cadaveri. Lei non si arrende. Corre e lo trova ancora vivo, lo porta lontano dalla marea e lo battezza, poi raggiunge di corsa l’ospedale e torna con una barella e due portantini. Alla consorella suor Cristina Moresco che le domanda se non aveva provato ribrezzo nel toccare tutti quei cadaveri, spostati proprio per trovare Athiambo, suor Irene risponde: «Veramente sì, ma non pensavo che all’anima».
Il 14 settembre 1930 parte per Nyeri dove partecipa agli esercizi spirituali. È qui che accade l’evento straordinario e mistico: suor Irene rivede tutta la sua vita e Gesù… le parla, comunicandole parole che nella sua anima missionaria diventano di fuoco.
«Il peccato ricrocifigge Gesù. Meglio mille morti che un solo peccato» e poi «Dimenticare tutto… Vuotarsi di noi stessi», «Missionaria uguale ad apostola, vergine, martire». In questo contesto del tutto soprannaturale suor Irene Stefani matura la sua offerta, la sua oblazione: per il bene delle missioni e per la salvezza delle anime non è più sufficiente lavorare tanto quanto ha fatto finora, deve donare la sua esistenza. Rivela la sua volontà di sacrificio alla sua Superiora, che non permette quell’atto eroico. Allora lei ricomincia a lavorare con lo zelo e l’efficienza di prima. Tuttavia suor Irene non demorde e domanda altre volte alla Superiora quel desiderio che la rapisce: donare la vita per le missioni. La Superiora cede.
A Gekondi infuria la peste. Domenica 26 ottobre 1930, festa di Cristo Re, suor Irene, durante la Santa Messa, accusa i primi sintomi della peste. Suor Margherita Maria Durando la veglia nella notte e le suggerisce una preghiera: «Cuore di Gesù, vittima di carità, fammi per te, ostia pura, santa, gradevole a Dio» e lei la ripete più volte. Il 31 ottobre 1930 muore, a 39 anni, con il nome di Gesù, Giuseppe e Maria sulle labbra. Con san Paolo poteva ripetere: «Mi son fatto tutto a tutti, per salvare a ogni costo qualcuno. Tutto io faccio per il Vangelo» (1Cor 9,22-23).
(Autore: Cristina Siccardi)
Nascita e primi anni
Quinta dei dodici figli di Giovanni Stefani e Annunziata Massari, nacque ad Anfo nella Val Sabbia (in provincia e diocesi di Brescia) il 22 agosto 1891. Al Battesimo fu chiamata Aurelia Giacomina Mercede.
Crebbe nell’ambiente impregnato di viva fede della sua forte e coraggiosa famiglia. Dimostrò sin da bambina una spiccata sensibilità per l’apostolato tra i suoi coetanei e familiari. Particolarmente
incline alla carità, correva dai malati, aiutava gli anziani, pensava ai poveri, riservandosi sempre i lavori più pesanti.
«Mi farò missionaria»
Desiderosa di amare sempre di più Dio nel prossimo, già a tredici anni Mercede disse ai genitori: «Mi farò missionaria». Tuttavia, la morte prematura della mamma fece ricadere su di lei il compito di educatrice e catechista dei fratelli più piccoli: pertanto, la famiglia divenne il suo primo campo di apostolato, insieme alla parrocchia.
A 20 anni, nel 1911, Mercede Stefani poté entrare tra le Suore Missionarie della Consolata. Si trattava di un istituto religioso femminile, fondato appena l’anno prima a Torino dal canonico Giuseppe Allamano (beatificato nel 1990). In precedenza, nel gennaio 1901, aveva fondato l’Istituto della Consolata per le Missioni Estere, composto da sacerdoti e fratelli coadiutori.
Il 28 gennaio 1912 vestì l’abito religioso, prendendo il nome di suor Irene. Emise la professione religiosa il 29 gennaio 1914. Alla fine dell’anno partì per il Kenya, dove allora l’evangelizzazione era agli inizi. Negli ospedali militari durante la prima guerra mondiale
Dal 1914 al 1920 la missione di suor Irene si svolse negli ospedali militari. In realtà, erano locali organizzati alla meglio per i “carriers”, ovvero i portatori africani, arruolati per trasportare materiale bellico. Era infatti il tempo della prima guerra mondiale, che raggiunse anche l’Africa per il coinvolgimento delle colonie inglesi e tedesche.
Gli ammalati, segnati anche da mali indefinibili e complicati, erano ammassati senza alcun criterio in grandi capannoni. Abbandonati a sé stessi, giacevano in un tanfo insopportabile, in un vociare di tante lingue e dialetti.
ù«Un angelo di suora»
In questo “inferno” sociale, suor Irene trascorreva le sue giornate di giovane missionaria, negli ospedali di Voi, Kilwa e Dar-es-Salaam in Tanzania. Lavava, medicava, fasciava piaghe e ferite. Distribuiva medicine e cibo, imboccando i più gravi e i più deboli con una sconcertante delicatezza.
La sua personale carità fu capace di addolcire gli animi di medici senza scrupoli, sorveglianti crudeli, increduli musulmani. Imparando le varie lingue, riusciva a parlare agli africani di Gesù, a incoraggiarli e consolarli. Preparò molti al Battesimo: poté contare circa tremila battesimi amministrati in pericolo di morte. Fu definita «un angelo di suora».
A Gekondi
Dal 1920 al 1930, suor Irene visse nella missione di Gekondi (pronunciato “ghikondi”), dedita all’insegnamento scolastico in un ambiente non proprio entusiasta. Con la sua vivacità, percorreva le colline della regione. Invitava chiunque incontrasse alla scuola e al catechismo. Curava i malati, assisteva le partorienti, salvava i bambini abbandonati.
Istruiva le giovani consorelle giunte da lei per il tirocinio missionario, circondandole di affetto e attenzioni. Pur con le difficoltà di allora, continuò a seguire per corrispondenza, i suoi “figli” africani che si spostavano più lontano, nelle città del Kenya, come Mombasa, Nairobi e altre, facendo anche da tramite con le famiglie.
La «madre misericordiosa»
I suoi africani la definirono «Nyaatha», che in lingua kikuyu vuol dire «donna tutta compassione, misericordia, bontà». Per loro era la «madre misericordiosa» e non ne avevano mai trovato un’altra uguale. Bruciante dal desiderio di far conoscere Gesù Cristo e il Vangelo, accorreva ovunque, incurante della fatica e, a volte, delle offese.
Ad esempio, alcune studentesse contestarono il suo operato come insegnante, istigate dal maestro Julius Ngare. Suor Irene, però, volle ugualmente andare ad assisterlo, finché lui non le morì tra le braccia. In quel modo contrasse a sua volta la peste, che imperversava a Gekondi.
La morte
In precedenza, il 14 settembre 1930, durante un corso di esercizi spirituali, aveva maturato la decisione di offrire la sua vita per il vescovo del luogo e per le missioni. La sua superiora le diede il proprio assenso, a fatica, il 17 ottobre.
Nove giorni dopo, domenica 26 ottobre, suor Irene dovette mettersi a letto, colta dai brividi. Morì il 31 ottobre 1930: aveva 39 anni, dei quali 18 trascorsi, salvo un breve periodo, in Kenya. Unanime fu il dolore di coloro ai quali aveva fatto del bene: «Non è stata la malattia a portarla alla morte; l’ha uccisa l’amore», commentò qualcuno.
La causa di beatificazione fino al decreto sulle virtù eroiche
La memoria di suor Irene non venne meno col passare degli anni e portò all’inizio della sua causa di beatificazione, sostenuta dalle Missionarie della Consolata.
L’inchiesta diocesana fu quindi aperta nella diocesi di Nyeri il 30 marzo 1984. Il 19 ottobre dello stesso anno, a Torino, si svolse la prima sessione dell’inchiesta rogatoria, necessaria per ascoltare i testimoni relativi alla vita di suor Irene prima della partenza alla volta del Kenya. Il nulla osta fu rilasciato dalla Santa Sede il 22 luglio 1985.
L’inchiesta diocesana si concluse il 13 febbraio 1987, mentre quella rogatoria terminò il 1° ottobre 1988. Il decreto di convalida degli atti avvenne il 29 gennaio 1993.
La “Positio super virtutibus”, consegnata nel 1996, fu esaminata dai Consultori teologi della Congregazione delle Cause dei Santi il 7 maggio 2010 e, il 15 febbraio 2011, dai cardinali e dai vescovi membri della medesima Congregazione. Infine, il 2 aprile 2011, papa Benedetto XVI autorizzava la promulgazione del decreto con cui suor Irene Stefani veniva dichiarata Venerabile.
Il miracolo per la beatificazione
Come possibile miracolo per ottenere la sua beatificazione è stato preso in esame il fatto avvenuto il 10 gennaio 1989 nel villaggio di Nipepe, in Mozambico. Verso le 6 del mattino, durante la celebrazione della Messa, si udirono degli spari, segno della lotta armata tra le due fazioni contendenti durante la guerra civile; la chiesa fu quindi presa d’assedio.
Nella chiesa si trovavano le persone che partecipavano alla Messa, ma anche i catechisti e gli animatori della parrocchia con le loro famiglie. A essi si unirono altre persone, che speravano di rifugiarsi nell’edificio per non essere uccise. Per tre giorni e mezzo, sotto minaccia di morte, rimasero quindi asserragliate circa duecentosettanta persone, compresi molti bambini.
Col trascorrere delle ore, si fece sentire la sete; oltretutto, in Mozambico l’inverno è una stagione calda. A quel punto, il capo dei catechisti, Bernard Bwanaissa, concesse di poter bere dal fonte battesimale, vista l’emergenza. Il fonte era in realtà una conca, la cui capacità poteva arrivare al massimo a 12 litri, ma ce n’erano sicuramente di meno, dato che due giorni prima erano stati amministrati dei battesimi. In più, il recipiente era pieno di crepe.
Uno dei missionari invitò quindi a pregare chiedendo l’intercessione di suor Irene: proprio in quei giorni, infatti, stava leggendo la sua biografia. L’acqua non solo fu sufficiente a dissetare tutti, ma continuò a sgorgare per diversi giorni, fino a quando, tra il pomeriggio del 12 gennaio e il mattino seguente, gli assediati poterono tornare alle loro case.
La beatificazione
L’asserito miracolo fu esaminato nel corso dell’inchiesta diocesana, svolta a Lichinga in Mozambico in poco più di una settimana, dal 18 al 26 luglio 2010. Gli atti furono convalidati il 2 dicembre 2011.
Il 31 ottobre 2013, i componenti della Consulta Tecnica della Congregazione delle Cause dei Santi
(non trattandosi di una guarigione ritenuta inspiegabile, non serviva la Consulta Medica) dichiararono che la moltiplicazione dell’acqua aveva i caratteri dell’inspiegabilità scientifica.
I Consultori teologi, il 4 febbraio 2014, si pronunciarono a favore del nesso tra la preghiera degli assediati e l’intercessione di suor Irene. Il loro parere fu confermato dai cardinali e dai vescovi della Congregazione delle Cause dei Santi il 20 maggio 2014. Il 12 giugno dello stesso anno, ricevendo in udienza il Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, il cardinal Angelo Amato, papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del decreto con cui l’evento era da ritenersi miracoloso e ottenuto per intercessione della Venerabile Irene Stefani.
La beatificazione, la prima sul territorio africano dopo le nuove normative in merito, è stata celebrata il 23 maggio 2015 nel campus della Dedan Kimathi University a Nyeri. A presiedere il rito, il cardinal Polycarp Pengo, arcivescovo di Dar-es-Salaam in Tanzania, come inviato del Santo Padre. La memoria liturgica è stata fissata al 31 ottobre, il giorno esatto della sua nascita al Cielo.
I resti mortali della Beata Irene Stefani, già custoditi nella cappella della parrocchia del Mathari, presso Nyeri, affidata ai Missionari della Consolata, sono stati traslati il 24 ottobre 2015 nella cattedrale di Nyeri, dedicata alla Vergine Consolata.
(Autore: Antonio Borrelli ed Emilia Flocchini)
Viene battezzata con i nomi di Aurelia Giacomina Mercede; in famiglia preferiscono chiamarla Mercede o, più semplicemente, Cede; vestendo l’abito religioso le danno il nome di Irene; arrivata in Africa la ribattezzano subito «Nyaatha», la donna tutta misericordia, ed in quest’ultimo nome è condensata tutta la giovane vita di suor Irene Stefani, che il 23 maggio 2015 è stata proclamata beata proprio in Kenya, dove si è spesa senza misura, fino al dono della vita.
Nasce ad Anfo (Brescia), in una numerosa famiglia, nel 1891. Desidera diventare missionaria già a 13 anni, ma in casa tutti fanno a gara per dissuaderla o perlomeno la pregano di attendere, anche perché la locanda di papà e i fratellini hanno troppo bisogno di lei. Un bisogno che, però, non diminuisce con gli anni, anzi aumenta con la morte di mamma, portata via da una brutta broncopolmonite.
Lei si spende in casa senza risparmiarsi, ma intanto non permette che venga soffocato il desiderio della missione, in ciò aiutata dal suo parroco, che l’accompagna spiritualmente, le fa fare catechismo, la manda a trovare i poveri e i malati.
E nel 1911, pochi mesi prima del compimento dei suoi vent’anni, la indirizza a Torino, nella neonata congregazione delle missionarie della Consolata, appena fondate dal beato Giuseppe Allamano dove l’anno successivo fa la vestizione religiosa. A fine 1914 riesce ad imbarcarsi in direzione Mombasa, dove la nave attracca il 30 gennaio 1915.
«Tutto con Gesù, nulla da me. Tutta di Gesù, nulla di me. Tutto per Gesù, nulla per me», aveva scritto suor Irene nel suo programma di vita; in terra di missione le viene chiesto di metterlo in pratica: nell’umiltà dei primi incarichi di fattoria, nelle difficoltà di imparare la lingua, nella disponibilità a prendersi in carico i ruderi di uomini ricoverati negli ospedali da campo, stremati dalla fatica disumana cui sono stati sottoposti nei cantieri di lavoro della guerra coloniale.
Suor Irene, insieme ad una consorella, dopo un breve corso infermieristico, va in Tanzania, nell’ospedale militare di Kilwa Kivinje: qui deve lavare piaghe, curare ferite, ma soprattutto restituire dignità a poveri esseri umani sfiancati dal lavoro e dalle privazioni. Sembra ci riesca più con il sorriso che con le parole, secondo il suo stile, fatto di silenzio e carità umile. Non aveva forse scritto un giorno «La missionaria è colei che ha cuore per amare, mani per aiutare, bocca per annunciare»?
Finita la guerra ritorna in Kenya, a Gekondi: lavora nella scuola, si prende cura dei malati, aiuta le mamme, consola gli anziani. Il processo di beatificazione ha fatto emergere la carità eroica di questa suora che non pone limiti alla sua azione missionaria, sempre in movimento da un villaggio all’altro, ovunque c’è bisogno di lei.
Emergono anche conversioni clamorose, un’infinità di battesimi (parlano di 3-4mila) amministrati da lei, come frutto diretto della bontà e della delicatezza seminate a piene mani. Ed è proprio così
facendo che si guadagna sul campo la promozione a «Nyaatha», cioè donna tutta misericordia e dolcezza, perché i poveri capiscono fin troppo bene chi sta dalla loro parte.
Per lei, però, cominciano anche i giorni dell’invidia e dell’incomprensione: in casa, con alcune consorelle che contestano la sua nomina a superiora; nella scuola, con la contestazione della sua attività di insegnante e la richiesta della sua estromissione da parte di alcune giovani studenti, fomentate da un maestro che le vorrebbe subentrare nell’incarico.
È in questo clima di sofferta donazione che suor Irene il 14 settembre 1930 inizia a Nyeri un corso di esercizi spirituali, nel corso dei quali matura la decisione di offrire la sua «povera inutile vita» per il vescovo e per le missioni. Con fatica riesce ad ottenere il consenso della superiora il successivo 17 ottobre, proprio mentre a Gekondi infuria una terribile pestilenza.
È assistendo con squisita carità e tenerezza quel maestro che aveva fomentato la rivolta delle giovani contro di lei, che anche suor Irene viene contagiata dalla peste. Il 26 ottobre è costretta a mettersi a letto con i brividi e muore il 31 ottobre con i nomi di Gesù, Giuseppe e Maria sulle labbra.
A portarla sugli altari un miracolo unico nel suo genere: l’acqua del fonte battesimale di una chiesa, in cui un gruppo di rifugiati mozambicani si era asserragliato, non si è esaurita ed ha continuato a sgorgare e dissetare per diversi giorni in modo miracoloso un centinaio di persone, fino a che tutti sono potuti tornare sani e salvi alle loro case.

(Autore: Gianpiero Pettiti - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Irene Stefani, pregate per noi.


*Beato Leone (Leon) Nowakowski - Sacerdote e Martire (31 ottobre)
Scheda del gruppo a cui appartiene:

“Beati 108 Martiri Polacchi”
Byton, Polonia, 28 giugno 1913 - Piotrków Kujawski, Polonia, 31 ottobre 1939

Il Beato Leon Nowakowski, sacerdote diocesano polacco, nacque a Byton (Cuiavia) il 28 giugno 1913 e morì a Piotrków Kujawski tra il 31 ottobre ed il 1° novembre 1939.
Fu beatificato da Giovanni Paolo II a Varsavia (Polonia) il 13 giugno 1999 con altri 107 martiri polacchi.
Martirologio Romano: Nella cittadina di Piotrków Kujawski in Polonia, Beato Leone Nowakowski, sacerdote e martire, che, durante l’occupazione militare della Polonia, fu fucilato per aver difeso strenuamente la fede davanti al regime nemico di Dio.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Leone Nowakowski, pregate per noi.


*Santa Lucilla di Roma - Vergine e Martire (31 ottobre)

Lucilla è una Santa poco conosciuta, dal nome antico e familiare. Era attribuito dagli antichi romani alle bambine nate alle prime luci del nuovo giorno.
Lucilla, diminutivo di Lucia, vuol dire appunto “nata all'alba”, così come Crepusca significa “nata al tramonto”, o anche ”piccola luce”.
Di Lucilla martire non sappiamo nulla di certo, se non la storia leggendaria che tanto favore incontrò nei primi anni del cristianesimo.
La piccola martire cieca, riportata più volte alla luce da vari Papi si presenta, come simbolo della forza della fede, una fiaccola di carità, accesa sul mondo pagano, illuminando con una nuova alba le vie di Roma.
Etimologia: Lucilla = luminosa, splendente, dal latino
Emblema: Palma
Due pregnanti termini esprimono l'inizio e la fine di un giorno: l'alba e il tramonto. Due splendidi nomi propri sono legati all'arco dello scorrere del bene luce: il comunissimo Lucia "nata all'alba" e il desueto Crepusca “nata al tramonto”.
Lucilla è il graziosissimo diminutivo di Lucia; quale vergine e martire del III secolo viene ricordata dal calendario il 31 ottobre.
Poco di documentale intorno a S. Lucilla, ma molto di simbolico con uno stretto legame tra luce e fede che illumina.
Un “corpo santo” di Lucilla, estratto dal cimitero di Callisto nel 1642, fu portato a Reggio Emilia dapprima nella basilica di San Prospero, patrono reggiano, e successivamente nella cappella della
Madonna delle Grazie. Per integrare il semplice nome con dati biografici si volle, in quei tempi, ricordare la martire dell'alba dell'Era Cristiana.
Il racconto, lontano e leggendario, vuole che ai tempi della persecuzione di Valeriano nel 257 il tribuno Nemesio abbia chiesto e ottenuto dal Pontefice il battesimo per sé e per la figlia Lucilla. Questa, cieca dalla nascita, avrebbe poco dopo la cerimonia recuperato immediatamente la vista.
La nuova fede e il miracolo ottenuto dalla figlia rese il tribuno romano sordo alle esortazioni dell'imperatore che esigeva il suo ritorno sollecito alla vecchia religione. Per il reiterato rifiuto, padre e figlia furono condannati a morte e martirizzati l'uno tra la via Appia e la via Latina e l'altra sulla via Appia nei pressi del tempio di Marte.
I loro corpi furono sotterrati ed esumati diverse volte e, secondo alcune interpretazioni, le ripetute traslazioni avrebbero avuto e manterrebbero il significato simbolico di scintilla luminosa e santa che segna nel mondo l'itinerario trionfale del Cristianesimo. A noi basta pensare al padre San Nemesio e alla figlia Santa Lucilla quale fiaccole di carità reciproca e di testimonianza convinta, poste nelle realtà della fede e nella poesia incerta delle ombre di ogni giorno.
(Autore: Mario Benatti – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Lucilla di Roma, pregate per noi.  


*Beata Maria de Requesens - Vergine Mercedaria (31 ottobre)

+ 1345
Di nobile origine catalana, la Beata Maria de Requesens, distribuì il suo ricco patrimonio ai bisognosi ed entrò fra le prime religiose mercedarie appena fondate da Santa Maria de Cervellón.
Ben presto si distinse in quel primo Ospedale convento di Sant'Eulalia in Barcellona, per grandissime virtù e per i tanti miracoli attribuiti tanto da essere considerata fra le più splendide stelle dell'Ordine Mercedario.
Quasi centenaria raggiunse la pace del Signore nell'anno 1345.
L'Ordine la festeggia il 31 ottobre.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Maria de Requesens, pregate per noi.


*Santa Maria dell’Immacolata Concezione (María Isabel Salvat Romero) - Vergine (31 ottobre)
Madrid, Spagna, 20 febbraio 1926 – Siviglia, Spagna, 31 ottobre 1998
María Isabel Salvat Romero, nativa di Madrid in Spagna, avvertì nell’adolescenza un forte desiderio di consacrarsi a Dio per servire i poveri. Entrò quindi nelle Sorelle della Compagnia della Croce, assumendo il nome di suor Maria della Purissima della Croce. Fu Madre Generale per 22 anni, rieletta per tre mandati consecutivi. Fedele interprete del carisma di Sant’Angela della Croce, sua fondatrice, si spese per i più abbandonati della Spagna e non solo, fondando nuove case e trasmettendo a tutti serenità e fiducia in Dio. Colpita da un tumore ai polmoni e al fegato, morì a Siviglia il 31 ottobre 1998, a 72 anni.
Beatificata sotto il pontificato di Papa Benedetto XVI il 18 settembre 2010, è stata canonizzata
da Papa Francesco il 18 ottobre 2015, insieme ai coniugi Martin e a don Vincenzo Grossi. I suoi resti mortali, esumati prima della beatificazione, attualmente riposano nella cappella della Casa Madre delle Sorelle della Compagnia della Croce, a Siviglia, accanto all’urna che conserva il corpo incorrotto della Santa Fondatrice.
Una suora spagnola, morta nel 1998, cioè appena diciassette anni fa, è entrata in un ipotetico “guiness dei primati”, raggiungendo la canonizzazione, tra i santi degli ultimi secoli, prima ancora di Madre Teresa e del fondatore dell’Opus Dei (che pure sono stati superveloci) e seconda solo a Giovanni Paolo II°, per il quale tuttavia è stata imboccata una “corsia preferenziale” che ha derogato al limite temporale dei cinque anni dalla morte per l’avvio della causa. A dire il vero, le consorelle avevano provato anche con lei, tanta era la fama di santità di cui era circondata, avanzando nel 1999 una richiesta di dispensa per avviare anzitempo l’inchiesta diocesana. La Congregazione per le Cause dei santi non ha ritenuto accondiscendere e il nulla osta è arrivato solo a gennaio 2004, tuttavia madre Maria della Purissima Salvat Romero ha rimontato in fretta e bene, arrivando al traguardo in appena 11 anni: un tempo da record.  E non ci troviamo di fronte ad una fondatrice, bensì ad una suora che ha cercato, nel nascondimento e nel servizio umile, di essere fedele custode del carisma della sua congregazione.
Maria Isabella nasce nel 1926 nel quartiere di Salamanca a Madrid da una famiglia agiata, che si rifugia in Portogallo durante la guerra civile, per poi rientrare nel 1939 nella capitale spagnola. Entra a 18 anni tra le Suore della Compagnia della Croce, fondate a Siviglia nel 1875 da Angela de la Cruz, e che in particolar modo si dedicano al servizio, anche a domicilio, dei poveri e degli anziani infermi, oltre che all'educazione delle ragazze. Con il nuovo nome di suor Maria della Purissima (o dell’Immacolata Concezione), questa ragazza dell'alta società madrilena cerca di modellare la sua vita, nello spirito della congregazione, sull’austerità, la povertà, il servizio umile nei tuguri in cui bisogna andare a cercare i malati più poveri ed abbandonati. “Nella casa di Dio non ci sono servizi più umili di altri, tutti sono alti”, sussurra a se stessa ed alle altre; così le testimonianze concordano nel ricordare come Suor Maria, pur nello svolgimento degli incarichi che di volta in volta le vengono assegnati come direttrice di collegi, superiora o maestra delle novizie, riesce sempre a ritagliarsi, non si sa come, lo spazio per visitare i malati, lavando le loro piaghe, facendo il bucato dei loro effetti personali, cucinando i loro pasti.
“Quanto più è forte il nostro amore per il Signore, tanto più amiamo la nostra vocazione e ci entusiasma tutto ciò che ci compete: l’amore per i poveri, lo stare ai piedi di tutti… perché vediamo in esso delle occasioni per dimostrare a Lui il nostro amore”, suggerisce alle novizie, che capiscono non trattarsi soltanto di pie intenzioni, vedendo lo sforzo quotidiano con cui cerca di tradurre in pratica ciò che insegna. Malgrado gli sforzi di non mettersi in evidenza e di passare inosservata, nel 1977 viene eletta superiora generale e in tale carica viene confermata per tre volte: 21 anni in tutto, passati a consolidare le comunità, aprirne di nuove, sostenere le sorelle più fragili, sopportare avversità e incomprensioni, come la temporanea e dolorosa divisione dell’istituto in due province e la porta che le viene chiusa in faccia in una comunità “ribelle”.
Un intervento di mastectomia nel 1994 sembra frenare la progressione di un tumore che la sta divorando: si riprende in fretta e prosegue la sua attività di superiora senza risparmiarsi e senza lamentarsi.
Intraprende nel 1998 l’ultima visita canonica alle comunità dell’America del sud, già arsa dalla febbre e resa quasi inappetente, anche se cerca in tutti i modi di non far pesare sulle consorelle la sua indisposizione. Che a settembre, invece, si rivela in tutta la sua gravità, con metastasi che ormai hanno intaccato fegato e polmoni. Non si perde d’animo e sorride alla morte, pur accettando i cicli di chemioterapia che le vengono proposti Si spegne, dolcemente e silenziosamente, il 31 ottobre, ma evidentemente “parla ancora”. Per la cronaca, il miracolo che ha portato suor Maria alla beatificazione ha riguardato una bimba di tre anni, nata con una cardiopatia congenita e senza la vena cava inferiore, ripresasi nel 2004, in modo inspiegabile da un arresto cardiorespiratorio. Per la canonizzazione, invece, la ripresa dopo due settimane di coma, durante le quali già si parlava di morte clinica e donazione degli organi, di un uomo di 44 anni in seguito ad un arresto cardiorespiratorio durato 27 minuti, con i conseguenti danni cerebrali: giudicati irreversibili, ma che invece così non sono stati.
(Autore: Gianpiero Pettiti)
Nacque a Madrid il 20 febbraio 1926, nell’abitazione, situata in calle Claudio Coello 25 (oggi 23), dai coniugi Ricardo Salvat Albert e Margarita Romero Ferrer. Era stata preceduta da un fratello e una sorella e, dopo di lei, ne vennero altri cinque. Fu battezzata sette giorni dopo la nascita nella parrocchia dell’Immacolata Concezione a Madrid e le vennero dati i nomi di María Isabel.
La bambina trascorse l’infanzia tra la casa paterna e quella di campagna a Cercedilla, a 59 chilometri da Madrid. Venne poi iscritta nello stesso collegio della sorella Margarita, tenuto dalle “Madri irlandesi”, ossia quelle fondate dalla Venerabile Mary Ward. Si trovò subito molto bene: il suo sorriso conquistava sia le suore sia le altre bambine. Il 24 maggio 1932 fece la sua Prima Comunione. Allo scoppio della guerra civile spagnola, nel 1936, dovette fuggire a Figueira da Foz, in Portogallo; tornò in patria due anni dopo.
María Isabel godeva complessivamente di buona salute, anche se era incline a prendere il raffreddore. In una di quelle occasioni, rimasta in casa, confidò un segreto a Margarita: alcuni giorni prima, era rimasta commossa per aver visitato con la zia Carmen, suora delle “irlandesi”, una famiglia bisognosa. Da allora, le era sorto in cuore il desiderio di vivere come i bambini poveri che ne facevano parte, perché Gesù li amava molto e lei stessa sentiva di amare molto Gesù. Appena guarì, andò a portare di persona delle scarpe nuove a quei piccoli.
La vita di collegio proseguì e, di pari passo, cresceva nella ragazza l’amore per la Vergine Maria. Con alcune compagne, il 10 dicembre 1943, aderì all’associazione delle Figlie di Maria e ogni sabato s’impegnava a compiere qualche azione speciale per farle piacere.
Un giorno bussò alla porta di casa per la questua una religiosa, suor Ana Maria, che faceva parte delle Sorelle della Compagnia della Croce, fondate da suor Angela della Croce (al secolo María de los Ángeles Guerrero González) nel 1875. Tornò altre volte per aggiornare la signora Margarita sulla situazione di alcuni ammalati, che lei aiutava come poteva. In María Isabel, che ascoltava quelle conversazioni, iniziò a sorgere il desiderio di seguire quella stessa strada.
Prese quindi a frequentare il convento delle Sorelle e, dopo aver lungamente pregato, si confidò in primo luogo con Margarita, che però l’avrebbe vista meglio tra le “irlandesi”. Infine, comunicò la sua decisione alla madre, che l’abbracciò felice e, prendendola per mano, la condusse di fronte a un busto del Sacro Cuore di Gesù, che si trovava nel salone di casa. Pregarono insieme, poi l’incoraggiò a non perdere tempo nel rispondere a quella chiamata. Mancava da avvisare il padre, ma la madre seppe preparare bene il terreno.
Così, ormai diciottenne, l’8 dicembre 1944 entrò come postulante nella Compagnia delle Sorelle della Croce. Compì la vestizione religiosa il 9 giugno 1945, assumendo il nuovo nome di suor Maria della Purissima della Croce. La professione temporanea avvenne il 27 giugno 1947, mentre quella perpetua fu il 9 dicembre 1952.
Sin dal noviziato le sue virtù si accrebbero continuamente. Inoltre, grazie all’educazione ricevuta, conosceva bene tre lingue: il francese, l’inglese e l’italiano. Per le sue doti umane e spirituali, appena
professa fu destinata alla casa di Estepa e 5 anni dopo, nel 1959, fu eletta Superiora di questa comunità. Nel 1966 venne chiamata alla Casa madre di Siviglia, dove servì come ausiliare del noviziato e poi come maestra delle novizie.
Tre anni dopo, la Compagnia della Croce tentò un’organizzazione in Province: suor Maria della Purissima fu responsabile di una di esse, ma l’esperienza non ebbe seguito. Divenne quindi Consigliera Generale e, in seguito, Superiora della comunità di Villanueva del Río y Minas, provincia di Siviglia. Durante quel mandato si svolse il Capitolo Generale: l’11 febbraio 1977 venne eletta Madre Generale. Per altre due volte fu rieletta all’unanimità.
L’evento più grande del suo generalato fu la beatificazione di suor Angela della Croce, svolta a Siviglia nel novembre 1982 per opera di san Giovanni Paolo II, durante il suo primo viaggio apostolico in Spagna. Terminata la celebrazione, il Papa visitò il convento delle suore per pregare davanti al corpo incorrotto della neo-beata e parlò a lungo con madre Maria della Purissima.
Pur rivestendo una responsabilità così grande, ella cercò sempre di passare inosservata e di attirare l’attenzione il meno possibile. Le sue cure maggiori erano rivolte verso le donne anziane e ammalate: quand’era superiora a Villanueva del Rio y Minas, scendeva personalmente nelle caverne dove abitavano e, con sua gran gioia, preparava loro da mangiare, le lavava e faceva il bucato.
Grande era anche la sua preoccupazione per le consorelle, in particolare per quelle che incontravano difficoltà: era per tutte una madre comprensiva, dedicava tempo ad ascoltare e consigliare le sue figlie, infondendole amore e fedeltà alla vocazione, spirito di fede, di abbondono e ubbidienza alla vontà di Dio. In una sua lettera circolare, lasciò scritto: «Quanto più è forte il nostro amore per il Signore, tanto più amiamo la nostra vocazione e ci entusiasma tutto ciò che ci compete: l’amore per i poveri, lo stare ai piedi di tutti… perché vediamo in esso delle occasioni per dimostrare a Lui il nostro amore».
Nel frattempo, la Compagnia della Croce crebbe di numero, tanto da rendere necessarie le nuove fondazioni di Puertollano, Huelva, Cadice, Lugo, Linares e Alcázar de S. Juan. Anche in Italia se ne creò una, a Reggio Calabria (nel 1984), per l’assistenza delle anziane inferme e ammalati a domicilio.
Nel 1994 apparve la grave malattia che la condurrà alla morte: durante l’estate di quell’anno fu sottoposta a una mastectomia e in poco tempo riprese la sua attività normale, adempiendo tutti gli obblighi inerenti alla sua carica come se nulla fosse successo. Nei quattro anni che sopravvisse raddoppiò il suo sforzo per infondere unione, gioia, e un grande amore a Dio in tutte le Sorelle: accanto a lei si respirava Dio.
A settembre del 1998, madre Maria della Purissima iniziò una ulteriore visita canonica alle comunità in America del Sud. Intraprese il viaggio accusando già febbre alta, ma non si fermò fino al ritorno a Siviglia. A causa del malessere era divenuta inappetente, ma cercava di non pesare alle consorelle.
Nel mese di novembre si recò dal medico per avere i referti di alcuni esami, chiedendogli di essere sincero nei suoi confronti: aveva ormai cinquant’anni di professione religiosa alle spalle e la morte non le faceva paura. Il medico, ringraziandola per avergli facilitato il compito di darle una notizia tanto gravosa, le spiegò la natura del suo male: un tumore al fegato e ai polmoni. Sorridendo, la religiosa citò il Salmo 122: «Quale gioia, quando mi dissero: “Andiamo alla casa del Signore!”».
Il 30 ottobre 1998, dopo aver ricevuto un ciclo di chemioterapia, si ritirò in infermeria perché si sentiva stanca: all’alba dell’indomani si addormentò per sempre. Aveva 72 anni.
Fu sepolta nella cripta della Casa Madre, nello stesso punto dove per 50 anni era rimasta seppellita la Fondatrice.
La sua fama di santità, non solo tra le consorelle, fu da subito tanto vasta che già il 16 dicembre 1999 il Consiglio Generale della Compagnia della Croce domandò all’Arcivescovo di Siviglia di richiedere, presso la Congregazione vaticana per le Cause dei Santi, la dispensa per l’avvio del processo diocesano per la beatificazione e canonizzazione di madre Maria della Purissima.
Il nulla osta per l’avvio della causa venne comunicato il 13 gennaio 2004; nel frattempo, si era già cominciato a raccogliere testimonianze “ad futuram rei memoriam”. Anche per questo motivo, la fase diocesana fu rapidissima: durò dal 20 febbraio al 15 novembre 2004. Il decreto sulla validità del processo fu emesso il 2 luglio 2005.
Nel frattempo, venne individuato un presunto miracolo. Ana María Rodríguez Casado, di Palma del Condado, era nata con una cardiopatia congenita e senza la vena cava inferiore, motivo per cui era portatrice di un pace-maker da quando aveva tredici mesi. Una notte del gennaio 2004, quando aveva 3 anni, svenne tra le braccia della madre: era stata colpita da un arresto cardiorespiratorio, causato dalla rottura di un cavo del dispositivo che le era stato installato. Per via della carenza di ossigeno al cervello, dopo una lunga degenza in ospedale, venne ricondotta a casa in sedia a rotelle: era come una bambola di stoffa.
Due Sorelle della Compagnia della Croce diedero alla mamma di Ana María un’immaginetta di madre Maria della Purissima: lei, mossa dal dolore e dalla disperazione, iniziò a passarla sulla testa della bambina. Pochi minuti dopo, appena le suore si furono allontanate, la bambina chiamò la madre e la nonna, chiedendo di essere aiutata a scendere dalla carrozzella perché voleva camminare. Nel giro di pochi giorni, riprese a parlare normalmente.
Il processo sul miracolo, dietro richiesta del postulatore generale, venne istruito non nella diocesi di Huelva, nel cui territorio si trova Palma del Condado, ma in quella di Siviglia: durò dal 4 novembre 2005 al 13 febbraio 2006. Il 29 settembre dello stesso anno venne presentata in Vaticano la “positio super virtutibus” della Serva di Dio.
Ottenuto parere positivo da parte dei periti teologi della Congregazione delle Cause dei Santi, riuniti il 6 giugno 2008, il 17 gennaio 2009 papa Benedetto XVI autorizzò la promulgazione del decreto con cui madre Maria della Purissima era dichiarata Venerabile.
Il 2 luglio 2009 i membri della Consulta Medica della Congregazione dichiararono che la guarigione presa in esame era scientificamente inspiegabile. Il 5 dicembre, quindi, i periti teologi si pronunciarono unanimemente circa l’effettivo miracolo, come anche i cardinali e vescovi membri della Congregazione, il 2 marzo 2010. Infine papa Benedetto XVI firmò, il 27 marzo 2010, il decreto con cui la guarigione di Ana María era dichiarata miracolosa.
Sabato 18 settembre 2010, alle 10 di mattina, lo Stadio Olimpico de la Cartuja a Siviglia era pieno di fedeli, suore, sacerdoti per la Messa della beatificazione, presieduta dal cardinal Angelo Amato, Prefetto delle Cause dei Santi, in qualità d’inviato del Santo Padre. In quell’occasione, la piccola miracolata, che aveva dieci anni, fece la sua Prima Comunione.
Come secondo miracolo per ottenere la canonizzazione è stato preso in esame il caso di Francisco José Carretero Diez, detto “el Carre”, membro della confraternita della Madonna della Speranza (la “Macarena”) di Siviglia. Nel settembre 2012, a 44 anni, era finito in coma in seguito a un arresto cardiorespiratorio durato 27 minuti con i conseguenti danni cerebrali irreversibili: dopo due settimane, quando i medici parlavano già di donazione di organi e di morte clinica, si riprese all’improvviso e completamente. Nel periodo in cui fu incosciente i suoi amici avevano messo in moto, grazie anche alle reti sociali, una catena di preghiere alla Beata Maria della Purissima.
Ricevendo il cardinal Amato il 5 maggio 2015, papa Francesco ha firmato il decreto con cui questa guarigione è stata effettivamente riconosciuta come evento inspiegabile, aprendo la via per la canonizzazione. Il rito, che comprendeva l’elevazione al massimo onore degli altari anche dei coniugi Martin e di don Vincenzo Grossi, è stato celebrato a Roma il 18 ottobre 2015, nel corso della XIV Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi sul tema «La vocazione e la missione della famiglia nella Chiesa e nel mondo contemporaneo».
Come ha fatto notare il giornalista Giorgio Bernardelli su «Vatican Insider», santa Maria della Purissima della Croce risulta essere, alla data di pubblicazione del decreto sul miracolo, seconda solo a Giovanni Paolo II per la breve distanza tra data di morte e quella di canonizzazione, se ci si limita ai santi dell’epoca contemporanea.
I suoi resti mortali riposano nella cappella accanto al sepolcro dove riposa il corpo incorrotto della Fondatrice, Sant’Angela della Croce, nella Casa Madre delle Sorelle della Compagnia della Croce a Siviglia.
Nota: Il nome religioso, in spagnolo, suona come “Maria de la Purísima de la Cruz”. La traduzione presente nei bollettini della Sala Stampa vaticana a partire dall’annuncio della canonizzazione è invece “Maria dell’Immacolata Concezione”. Nel testo, tranne che nel titolo, abbiamo utilizzato l’altra traduzione perché è quella adoperata nelle comunità italiane (Roma e Reggio Calabria) delle Sorelle della Compagnia della Croce.

(Autore: Emilia Flocchini - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Maria dell’Immacolata Concezione, pregate per noi.


*San Quintino di Vermand - Martire (31 ottobre)

Etimologia: Quintino = il quinto figlio nato, dal latino
Emblema: Palma
Martirologio Romano: Nella cittadina in seguito insignita del suo nome nel territorio dell’odierna Francia, San Quintino, martire, che, senatore, subì la passione per Cristo sotto l’imperatore Massimiano.
Un proverbio popolare dice: ”Povero come San Quintino, che suonava a Messa con i tegoli del tetto”.
Il detto, efficacissimo e colorito, rappresenta bene una estrema, eppur serena povertà; ma fa pensare a San Quintino nelle vesti di prete, anzi di parroco, dandocene una immagine che mal corrisponde alla figura del Santo che la Chiesa festeggia l'ultimo giorno di ottobre, e che fu missionario in Gallia, nei primissimi secoli cristiani.
É vero che, per quanto sia il più celebre, egli non è l'unico Santo di questo nome.
Un altro è festeggiato il 4 di questo stesso mese, ma neanche la sua figura corrisponde a quella di un povero prete che suoni i tegoli del tetto invece delle campane, forse perché le campane si incominciarono a fondere, nel “bronzo campano” di Nola, soltanto dopo il IV secolo.
Anche questo San Quintino fu francese, di Tours, e sarebbe stato al servizio di un nobile della Turingia, di nome Gontrano.
La moglie di questo ultimo si sarebbe invaghita follemente del servitore, e invano avrebbe tentato di sedurlo. Delusa nelle sue voglie, ordì una crudele vendetta e, incaricato Quintino di portare i
cavalli al fiume per l'abbeverata, ordinò agli altri servi di decapitarlo.
La sua testa fu gettata in una fontana, che divenne miracolosa, testimoniando la santità del casto servitore. E l'ignoto biografo del Santo, dopo aver narrato la sua storia, molto simile a quella biblica di Giuseppe Ebreo, inutilmente tentato e velenosamente calunniato dalla lasciva moglie di Putifarre, esce a questo punto in una aspra invettiva contro le donne malvagie, che noi però non riporteremo, per non dispiacere alle gentili lettrici.
Il San Quintino di oggi, vien detto romano di nascita, e sarebbe giunto in Gallia al seguito di San Luciano di Beauvais.
Dopo aver evangelizzato alcune regioni del Nord-Est, avrebbe posto il centro della sua predicazione ad Ambianus, cioè ad Amiens.
Qui anch'egli cadde vittima, non di una donna, ma dei celebre e leggendario persecutore francese Riziovaro, prefetto militare sotto Massimiano Imperatore, cioè agli inizi dei III secolo. In mancanza di notizie precise sulla passione di questo celebre Martire francese, leggiamo quanto dice lacopo da Varagine nella sua Legenda Aurea: "Quintino, facendo molti miracoli, per comandamento di Massimiano Imperatore fu preso dal prefetto di Roma, e battuto tanto che i battitori vennero meno ne le battiture, poscia messo in prigione.
Ma l'angelo di Dio sciolse i legami de la prigione, e andoe nel miluogo de la città, e predicava al popolo.
Onde preso poi un'altra volta, e disteso alla colla infino a la rottura de le vene, battuto ancora co' nerbi crudi durissimamente, sostenne l'olio e la pece 'l grasso boglientissimo; e faccendosi scherno
del prefetto, adirato il prefetto gittogli in bocca la calcina e l'aceto e la senape ".
Dopo questi e altri raffinatissimi tormenti, Quintino fu decapitato e il suo corpo gettato nel fiume.
Per cinquantacinque anni non se ne seppe più nulla, finché a Vermand, sulla Somme, una " gentile dama romana " non ritrovò e riconobbe nelle acque il corpo del Santo.
Anche a Vermand, il corpo del Martire, nel corso dei secoli, venne smarrito, e fu ritrovato, nel VII secolo, da Sant'Eligio, il celebre orafo francese, che modellò una preziosa teca dove furono riposte le reliquie del Santo, il cui culto, da allora, si diffuse sempre di più, tanto che anche la città di Vermand prese il nome del Santo, e si chiamò, e ancora si chiama, Saint Quentin.
La città di Saint-Quentin è anche famosa per un avvenimento storico di grande importanza: la battaglia tra gli eserciti francese e spagnolo, che vi si scontrarono nel 1557.
A San Quintino si concluse la decennale lotta per l'egemonia in Europa, prima tra Carlo V e Francesco I, poi tra Filippo II ed Enrico XI. L'esercito vincitore a San Quintino, quello di Filippo XI, era comandato, come si ricorderà, da un condottiero italiano, Emanuele Filiberto, il quale, mentre gli Spagnoli assumevano il dominio dell'Italia, ebbe come ricompensa il territorio della Savoia, di cui fu primo Duca.
(Fonte: Archivio della Parrocchia)
Giaculatoria - San Quintino di Vermand, pregate per noi.


*San Stachys - Discepolo di San Paolo, Vescovo di Costantinopoli (31 ottobre)
I sec.
«Al 31 ottobre a Costantinopoli, San Stachys, vescovo, ordinato primo vescovo di quella città dal Beato Andrea, apostolo», così il Martirologio Romano. Stachys è nome greco, che significa «spiga, frutto».
È nominato in Rom. 16, 9: «Salutate Urbano e il mio carissimo Stachys».
Niente altro sappiamo di lui, al di fuori dei racconti conservatici dai greci: l'apostolo Sant'Andrea l'avrebbe consacrato primo vescovo di Bisanzio o di Argiropoli.
Queste leggende sorsero verso la fine del sec. VIII ad opera di ignoti che si presentavano sotto i nomi di Epifanio, Doroteo e Ippolito.
Esse passarono nella letteratura sui discepoli del Signore (De LXX apostolis, falsamente attribuito a Sant'Ippolito).

(Autore: Francesco Spadafora - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Stachys, pregate per noi.


*Beato Tommaso Bellacci da Firenze - Religioso (31 ottobre)

Firenze, ca. 1370 - Rieti, 31 ottobre 1447
Figlio di macellai, Tommaso Bellacci (o Tommaso di Scarlino) vive a Firenze una giovinezza irrequieta. Trentenne, nel 1400 entra tra i Minori osservanti di Fiesole. Resterà semplice fratello laico. Bernardino di Siena lo invia a Scarlino (Grosseto), dove fonda o riforma conventi.
Tra essi quello di Monte Muro. In vista del Concilio di Firenze, viaggia in Oriente con Alberto di Sarteano, cercando di arrivare in Etiopia, via Arabia. Invano. Sarà più volte imprigionato e frustato. Muore nel 1447 a Rieti, mentre si reca a Roma per chiedere al Papa di tornare in Oriente. (Avvenire)
Patronato: Macellai
Martirologio Romano: A Rieti, beato Tommaso da Firenze Bellaci, religioso dell’Ordine dei Minori, che, partito per la Terra Santa e l’Etiopia, patì il carcere e le torture per Cristo da parte degli infedeli e, tornato infine in patria, riposò in pace quasi centenario.
I suoi di casa sono macellai: beccai, come si dice a quei tempi. Lui invece frequenta i peggiori teppisti fiorentini, ma quelli poi lo 'rinnegano' quando rischia il carcere a causa di una calunnia.
Caduto in crisi nera, gli è di aiuto un concittadino dal nome augurale: Angelo Pace. Gli fa conoscere gli amici suoi, i 'confratelli del Ceppo', e Tommaso in mezzo a loro si ritrova.
Sui 30 anni, chiede di entrare tra i Frati minori osservanti di Fiesole; la cosa non scatena entusiasmi tra quei frati di buona memoria. Lo accettano, comunque, come fratello laico, senza gli Ordini. E tale resterà sempre. Ma presto diventa maestro dei novizi, poi capo dei conventi calabresi dell’Osservanza. Nel 1423, il futuro santo Bernardino da Siena lo manda a Scarlino, nel Grossetano, a guidare altre comunità fondate da lui.
Per questo viene chiamato anche Tommaso da Scarlino; ma è più noto come Tommaso da Firenze. Raggiunge e supera i 60 anni tra un convento e l’altro. Ma nel 1438 è mandato in Oriente al seguito di Alberto da Sarteano (una delle più illustri figure dell’Osservanza) per invitare le Chiese separate al concilio di Ferrara (poi spostato a Firenze) che papa Eugenio IV ha indetto con uno scopo grandioso: l’unità fra tutti i cristiani. I delegati svolgono la loro missione in Siria e poi passano in Egitto, dove anche il sultano li accoglie bene.
Lì, Alberto da Sarteano si ammala e torna in Italia: il capo è ora Tommaso, che cerca di arrivare in Etiopia via Arabia, perché il sultano vieta di percorrere la valle del Nilo. Tenta tre volte. E per tre volte è catturato coi compagni dai turchi.
Tre prigionie successive, tra frustate e minacce di morte. Per due volte essi vengono liberati con riscatto da mercanti fiorentini. La terza volta è il Papa che paga, su richiesta di Alberto da Sarteano.
Tommaso e compagni tornano così in Italia nel 1444-45 (e intanto l’unione dei cristiani non s’è fatta). Ma quella terra gli è rimasta dentro. A dispetto degli anni e dei turchi, vuole tornarci come missionario. Così, nel 1447, ultrasettantenne, lascia con un compagno il convento abruzzese di Montepiano e s’incammina per Roma: chiederà direttamente al Papa di tornare in Oriente. Ma il suo viaggio e la sua vita terminano a Rieti, dove crolla stremato.
Muore poco dopo nella casa dei Francescani conventuali, che gli danno sepoltura nella loro chiesa. Papa Clemente XIV ne approverà il culto come beato nel 1771.
Nel 2006 i resti mortali sono stati traslati nel santuario francescano di Fonte Colombo.
(Autore: Domenico Agasso - Fonte: Enciclopedia dei Santi)

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*San Volfango di Ratisbona - Vescovo (31 ottobre)

Svevia, Germania, ca. 924 - Pupping, Austria, 994
Nato nel 924 in Svevia, diventò monaco a Ginsiedeln. Inviato missionario in Ungheria nel 971, l'anno successivo fu eletto vescovo di Ratisbona. Riorganizzazò la diocesi e operò per la sua prosperità fino alla morte che giunse nel 994.
Patronato: Taglialegna
Etimologia: Volfango = che cammina come il lupo
Emblema: Bastone pastorale
Martirologio Romano: A Ratisbona nella Baviera, in Germania, San Volfango, vescovo, che, dopo aver svolto l’ufficio di maestro di scuola e aver fatto professione di vita monastica, elevato alla sede episcopale, ristabilì la disciplina del clero e morì umilmente mentre era in visita nel territorio di Pupping. E’ riuscito addirittura a farsi aiutare dal diavolo a costruire una chiesa. Questa è una delle molte leggende sorte intorno alla popolarissima figura del vescovo Volfango, uomo di Chiesa e organizzatore della vita civile; costruttore di edifici sacri, e anche di case e di villaggi nelle campagne germaniche. E questo nel X secolo, in prossimità dell’anno Mille. Cioè nell’epoca in cui, secondo invenzioni messe in giro vari secoli dopo, l’Europa sarebbe vissuta nel terrore apatico della “fine del mondo”.
Al contrario, questi sono anni di grandi speranze fondate su realtà evidenti: fine delle aggressioni ungare in Germania e in Italia; cacciata degli arabi dalle teste di ponte sulle coste italiane e
francesi. Nell’imminenza dell’anno Mille, si fondano addirittura nuovi Stati (Polonia e Ungheria). E anche la piccola Boemia conia la sua prima moneta d’argento: il “denaro”. Tra i costruttori dell’Europa nuova c’è appunto Volfango, tedesco di Svevia. Educato nel monastero benedettino di Reichenau, sul lago di Costanza, dal 956, pur non essendo prete, ha diretto la scuola arcivescovile di Treviri, in Renania.
Nel 965 lascia l’incarico e si ritira nell’abbazia di Einsiedeln (attuale Svizzera), e tre anni dopo viene ordinato sacerdote. Vorrebbe lavorare alla cristianizzazione degli Ungari che, smesse le razzie, stanno diventando agricoltori. Ma i suoi sforzi hanno poca fortuna. Nel 972 viene nominato vescovo di Ratisbona, la città bavarese che le valli dei fiumi Regen e Naab collegano con le terre boeme; e queste, dal punto di vista ecclesiastico, dipendono da lui, dalla diocesi di Ratisbona.
Ma questo non piace a Volfango, che vede il futuro d’Europa meglio di molti altri, e fa perciò una cosa che sbalordisce: vuole rimpicciolire la sua diocesi, per dare ai cristiani boemi una diocesi boema, con sede a Praga e con un loro vescovo. Intorno a lui si protesta: ma come, se quasi tutti i vescovi cercano di ingrandire le loro diocesi, perché questo qui vuole mutilare la sua? Volfango sa che per incarnare il cristianesimo in un popolo bisogna riconoscerne e valorizzarne la personalità, anche con sede e gerarchia ecclesiastica locale. Un problema che occuperà anche il XX secolo, e che Volfango aveva già compreso. Infatti lascia che a Ratisbona si mormori e si protesti, ma la diocesi di Praga si fa. E nel 976 ha il suo primo vescovo, Tiethmaro, predecessore del grande sant’Adalberto.
Nel 974 la lotta del duca Enrico II di Baviera e l’imperatore Ottone II lo costringe a rifugiarsi nel monastero di Mondsee (regione di Salisburgo). E lì vicino egli innalza una chiesa dedicata a san Giovanni (quella appunto di cui parla la leggenda). Ingrandita e abbellita, essa verrà più tardi dedicata al suo nome. Volfango muore sul lavoro, durante una campagna di predicazione, in Austria. Nel 1052 il Papa Leone IX lo proclamerà Santo.
(Autore: Domenico Agasso - Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - San Volfango di Ratisbona, pregate per noi.


*Altri Santi del giorno (31 ottobre)

*San
Giaculatoria - Santi tutti, pregate per noi.

 
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