Santi del 4 Aprile - Istituto Aveta

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Santi del 4 Aprile

Il mio Santo > I Santi di Aprile

*Santi Agatopodo e Teodulo - Martiri (4 aprile)

+ Tessalonica, 302 circa
Martirologio Romano:
A Salonicco, in Macedonia, ora in Grecia, Santi martiri Agatopódo, diacono, e Teodúlo, lettore, che, sotto l’imperatore Massimiano, su ordine del governatore Faustino, per aver confessato la fede cristiana furono gettati in mare con un masso legato al collo.
I Santi Agatopodo e Teodulo subirono il martirio presso Tessalonica al tempo dell’imperatore
Massimiano, probabilmente dopo il 302, quando un editto ordinò di bruciare i testi cristiani e di costringere i cristiani a sacrificare agli dei pagani.
Dal messale Vaticano Greco del 1660 apprendiamo che Agatopodo, anziano diacono, e Teodulo, giovane lettore, vivevano santamente in preghiera.
Catturati e condotti al cospetto del governatore Faustino, confessarono coraggiosamente la loro fede.
Condotti in carcere, trascorsero la notte in preghiera lodando Dio, ed il giorno seguente Faustino fece persino avvicinare al collo di Teodulo la spada del carnefice nella speranza che dermodesse, ma né minacce né lusinghe sortirono effetto su di lui e con il suo compagno fu allora nuovamente incarcerato.
Il menologio di Basilio Porfirogenito afferma che, durante la notte, i due fecero un sogno che preannunciava loro l’ormai prossimo martirio.
Il mattino, dopo un terzo infruttuoso interrogatorio, furono entrambi gettati in mare con legata al collo una grossa pietra.
(Autore: Fabio Arduino - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santi Agatopodo e Teodulo, pregate per noi.  


*Beata Aletta - Madre di San Bernardo di Chiaravalle (4 aprile)

XI-XII sec.
Nacque da Bernardo, signore di Montbard di nobile famiglia discendente dai duchi di Borgogna, e da Umberga (Umbelina) di Ricey, nella seconda metà del sec. XI, forse verso il 1070.
A quindici anni andò sposa a Tescelino il Sauro, signore di Fontaine-les-Dijon, uomo di grande virtù. Dal matrimonio nacquero sette figli (Guido, Gerardo, Bernardo, Andrea, Bartolomeo, Nivardo, Ombelina) che, al dire dei biografi, Aletta generò non tanto al marito, quanto a Dio : tutti, infatti, entreranno nel chiostro, attratti dall'esempio del terzo di essi, il grande Bernardo.
Aletta fu sposa e madre esemplare, che rese i figli perfetti cristiani ed eccellenti gentiluomini. Grande fu anche la sua carità verso i poveri : passava di casa in casa alla ricerca dei più bisognosi e dei malati che poi soccorreva generosamente, non rifuggendo dai servizi più umili. Nel giorno della festa di Sant'Ambrosiniano, patrono del villaggio, A. invitava nel castello tutti i sacerdoti accorsi alla festa trattenendoli a mensa.
E fu proprio nella festa di Sant'Ambrosiniano, il 1° settembre di un anno imprecisato, tra il 1105 e il 1110, che Aletta rese, ancor giovane, la sua santa anima a Dio.
L'abate Geranno di San Benigno di Digione ne accolse il corpo nella cripta della chiesa del suo monastero : sul sarcofago fece scolpire le immagini dei figli.
I biografi dicono che per cinque anni Aletta apparve spesso al figlio Andrea, e che anche S. Bernardo fu sostenuto nel momento della conversione dall'apparizione della madre.
Nel 1250 il corpo di Aletta fu trasferito dall'abate Stefano di Lexington a Chiaravalle: il 19 marzo 1251 fu deposto nella chiesa della celebre abbazia presso l'altare, dove riposò fino alla Rivoluzione Francese, quando, distrutto il monastero, anche le reliquie di Aletta furono disperse.
Venerata affettuosamente dal popolo, specialmente in Borgogna, Aletta è stata accolta in parecchi menologi e calendari cistercensi col titolo di beata: nell'ultimo (del 1952) tale titolo è stato sostituito con l'altro di venerabile. Vi è ricordata due volte: il 19 marzo giorno della traslazione e il 1° settembre giorno della morte.
I Bollandisti l' hanno messa tra i « praetermissi » al 4 aprile, dichiarando di voler attendere il giudizio della Chiesa che, finora, non si è pronunziata. La figura soave di Aletta resta indissolubilmente legata a quella del suo grande figlio.
(Autore: Benedetto Cignitti - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Aletta, pregate per noi.  


*San Benedetto il Moro - Religioso (4 aprile)

San Fratello (Messina), 1526 - 4 aprile 1589
Copatrono - con Santa Rosalia - della diocesi di Palermo, Benedetto Manassari nacque a San Fratello (Messina) nel 1526 da genitori discendenti di schiavi africani.
A 21 anni entrò in una comunità eremitica e visse sul Monte Pellegrino.
Quando Pio IV sciolse la comunità, passò ai Frati minori.
Visse 24 anni nel convento di Santa Maria di Gesù a Palermo come cuoco, superiore, maestro dei novizi, infine ancora cuoco.
Morto nel 1589 è santo dal 1807. (Avvenire)
Etimologia: Benedetto = che augura il bene, dal latino
A Palermo, San Benedetto Massarari, detto il Moro per il colore della sua pelle, che fu dapprima
Martirologio Romano:eremita e, divenuto poi religioso nell’Ordine dei Frati Minori, si mostrò umile in tutto e sempre pieno di fede nella divina Provvidenza.  
Nacque nel 1526 a San Fratello (Messina) da Diana Larcari e Cristoforo Manassari, cristiani, discendenti da schiavi negri portati dall'Africa. Adolescente, Benedetto custodì il gregge del suo padrone e fin da allora per le sue virtù fu chiamato il "santo moro".
A ventun anno entrò nella comunità degli eremiti fondata nei pressi del suo paese natale da
Girolamo Lanza, che viveva sotto la regola di San Francesco.
Quando gli eremiti si trasferirono sul Monte Pellegrino per vivere in maggior solitudine, Benedetto li seguì e, alla morte del Lanza, fu dai confratelli eletto superiore.
Nel 1562 Pio IV ritirò l'approvazione che Giulio II aveva dato a quell'istituto e invitò i religiosi ad entrare in un Ordine di loro scelta. Benedetto si aggregò ai Frati Minori, entrando nel convento di S. Maria di Gesù a Palermo, fondato dal beato Matteo di Agrigento.
In un primo tempo fu mandato nel convento di Sant'Anna di Giuliana, dove rimase tre anni, ma poi venne richiamato a Palermo, dove visse ventiquattro anni.
Esercitò all'inizio l'umile ufficio di cuoco con tanto spirito di sacrificio e di soprannaturale carità che gli si attribuirono anche dei miracoli. Fu tanto stimato che nel 1578 egli, semplice laico, fu nominato superiore del convento e guidò per tre anni la sua comunità con saggezza, prudenza e grande carità.
In occasione del capitolo provinciale si recò ad Agrigento dove, per la sua fama di santità rapidamente diffusasi, fu accolto con calorose manifestazioni di popolo.
Nominato, in seguito, maestro dei novizi, attese al suo ufficio in modo da far ritenere che avesse il dono della scrutazione dei cuori; infine tornò alla primitiva mansione di cuoco.
Un gran numero di devoti andava da lui per consultarlo, fra i quali anche sacerdoti e teologi e perfino il viceré di Sicilia; egli, sempre umile e devoto, raddoppiava le penitenze, digiunando e flagellandosi a sangue.
I processi della sua canonizzazione riferiscono numerose guarigioni da lui operate. Morì il 4 aprile 1589.
Il suo culto si diffuse dalla Sicilia in tutta Italia, in Spagna, nel resto dell'Europa e anche nell'America del Sud, dove divenne il protettore delle popolazioni negre.
Il senato di Palermo nel 1713 lo scelse come patrono della città. Benedetto XIV lo beatificò nel 1743 e Pio VII lo canonizzò il 24 maggio 1807. La sua festa si celebra il 4 aprile.
(Autore: Giuseppe Morabito - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Benedetto il Moro, pregate per noi.  

 

*Beato Carlo (Ndue) Serreqi - Sacerdote Francescano, Martire (4 aprile)
Scheda del Gruppo a cui appartiene:
"Beati Martiri Albanesi" (Vincenzo Prennushi e 37 compagni) - 5 novembre

Scutari, Albania, 26 febbraio 1911 – Burrel, Albania, 4 aprile 1954

Padre Karl Serreqi, al secolo Ndue, francescano albanese, esercitò il ministero sacerdotale nei villaggi sulle montagne del suo Paese. Fu arrestato il 19 ottobre 1946 perché la polizia segreta voleva obbligarlo a rivelare cosa gli avesse detto, nel corso di una confessione, uno dei montanari che si erano opposti con le armi ai soldati comunisti.
Fu condannato a morte il 18 gennaio 1947, ma dopo pochi giorni la condanna è stata commutata in carcere a vita.
Morì quindi nella prigione di Burrel il 4 aprile 1954. Compreso nell’elenco dei 38 martiri albanesi,
di cui fanno parte altri sei frati e un vescovo francescani, è stato beatificato il 5 novembre 2016 a Scutari.
Ndue Serreqi nacque a Scutari, in Albania, il 26 febbraio 1911. Frequentò le medie nel collegio dei Frati Minori della sua città. Proseguì gli studi in vista del sacerdozio a Brescia: fu ordinato nel 1936 e celebrò la Prima Messa il 29 giugno.
Il suo nome da religioso era padre Karl (Carlo).
Esercitò quindi il ministero come parroco in vari villaggi delle zone di montagna del Paese, quelle stesse dove molti altri suoi confratelli operavano per conservare e tramandare le antiche tradizioni popolari e per ricondurre le popolazioni a un’autentica vita cristiana.
Era parroco a Nikaj-Merkur quando, il 9 ottobre 1946, venne arrestato in seguito a uno scontro tra i montanari e i soldati del regime comunista.
Gli venne quindi ordinato di rivelare quanto gli aveva confidato, durante la confessione, uno di quei patrioti: fedele al segreto sacramentale, il frate rifiutò.
Fu quindi torturato, processato e, il 18 gennaio 1947, condannato a morte. La sentenza venne in seguito cambiata in carcere a vita. Padre Karl morì il 4 aprile 1954, prostrato dai maltrattamenti, nella prigione di Burrel.
L’Ordine dei Frati Minori ha dato altri martiri alla Chiesa in Albania: molti di essi sono compresi nell’elenco dei 38 beatificati a Scutari il 5 novembre 2016. Oltre a padre Karl Serreqi, si tratta del vescovo di Durazzo monsignor Vinçenc Prennushi e dei padri Gjon Shllaku, Serafin Koda, Bernardin Palaj, Mati Prendushi, Cyprian Nikaj e Gaspër Suma.

(Autore: Emilia Flocchini – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Carlo Serreqi, pregate per noi.  

 

*Beato Francesco Marto - Veggente di Fatima (4 aprile)
Aljustrel, Portogallo, 11 giugno 1908 - 4 aprile 1919
Il Beato Francesco Marto nacque ad Alijustrel, nella parrocchia di Fatima, l'11 giugno 1908.
Con la sorellina Giacinta e la cugina Lucia sarà il terzo protagonista delle apparizioni del 1917.
Alla fine del 1918 Francesco e Giacinta furono colpiti dall'epidemia di broncopolmonite, la terribile "spagnola", che seminò tanti morti in tutta l'Europa.
Sapeva che sarebbe morto e tale certezza gli veniva da quanto la «Bianca Signora» aveva detto a Fatima nell'apparizione del 13 giugno 1917: «Giacinta e Francesco li porterò presto in cielo».
Durante la malattia Francesco si mostrò sempre allegro e contento.
 Nel febbraio 1919 le sue condizioni peggiorarono.
Il 4 aprile, dopo aver pregato il Rosario con con Giacinta, a notte salutò Lucia, dandosi un arrivederci in Cielo.
Poi disse alla madre: «Guarda, mamma, che bella luce là, vicino alla porta!».
Il suo volto si illuminò di un sorriso e spirò.
Erano le 10 di sera.
Ancora non aveva 11 anni.
È stato beatificato da Giovanni Paolo II il 13 maggio 2000. (Avvenire)
Martirologio Romano: Nella località di Aljustrel vicino a Fatima in Portogallo, Beato Francesco Marto, che, rapidamente consumato ancora fanciullo da una malattia, rifulse per la soavità dei costumi, la perseveranza nelle avversità e nella fede e la costanza nella preghiera.  
Il Beato Francesco Marto nacque ad Alijustrel, nella parrocchia di Fatima, l'11 giugno 1908; è il
penultimo degli undici figli di Emanuele Pietro Marto e Olimpia di Gesù. Con la sorellina Giacinta e la cugina Lucia sarà il terzo protagonista delle apparizioni del 1917.
Alla fine del 1918 Francesco e Giacinta furono irrimediabilmente colpiti dall'epidemia di broncopolmonite, la terribile "spagnola", che seminò tanti morti in tutta l'Europa. La malattia lo rendeva così debole da non aver più la forza di recitare il Rosario.
Egli sapeva perfettamente che sarebbe morto e tale certezza gli veniva da quanto la "Bianca Signora" aveva detto a Fatima nell'apparizione del 13 giugno 1917: "Vorrei chiedervi di portarci in cielo", domandò Lucia alla Vergine, a nome suo e dei cugini.
"Sì, Giacinta e Francesco li porterò presto", fu la risposta, "ma tu devi restare qui ancora un po' di tempo".
Durante la malattia Francesco si mostrò sempre allegro e contento.
Quando Lucia gli domandava se soffriva molto, egli così rispondeva: "Abbastanza, ma non fa niente, soffro per consolare il Signore, e poi tra poco vado in cielo!". Nel febbraio 1919 le sue condizioni peggiorarono visibilmente e fu deciso di farlo rimanere a letto, assistito quasi sempre da Giacinta.
Un giorno i due bambini mandarono a chiamare Lucia che, appena entrò da loro, disse: "La Madonna è venuta a trovarci e dice che presto tornerà a prendere Francesco per condurlo in Cielo". Il 2 aprile lo stato di salute di Francesco era così aggravato che fu chiamato il parroco per confessarlo.
Egli temeva di morire senza poter ricevere la prima Comunione e questo pensiero gli causava una grande pena. Ma il parroco lo accontentò somministrandogli per la prima volta l'Eucarestia la sera stessa.
L'indomani Francesco diceva alla sorellina Giacinta: "Oggi sono più felice di te, perché ho Gesù nel mio cuore". E insieme si misero a recitare il santo Rosario.
A notte salutò Lucia, dandosi un arrivederci in Cielo.
Poi disse alla madre: "Guarda, mamma, che bella luce là, vicino alla porta!...
Adesso non la vedo più...".
Il suo volto si illuminò di un sorriso angelico e, senza agonia, senza contrazione, senza un gemito, spirò dolcemente erano le 10 di sera. Ancora non aveva 11 anni. Messaggero di preghiera e penitenza. Lucia descrive Francesco come un bambino vivace, ma non capriccioso, aveva un carattere pacifico; nei giochi, se sorgeva qualche discussione, lui cedeva senza resistere; era di poche parole e anche per fare la sua preghiera e offrire sacrifici gli piaceva nascondersi perfino dalla sorella e da Lucia.
Quando andava a scuola, arrivando a Fatima, gli piaceva restare in chiesa "vicino a Gesù", come egli diceva: "Per me non vale la pena di imparare a leggere, fra poco vado in Cielo.
Quando torni da scuola vieni a chiamarmi".
Francesco Marto non fu solo l'ambasciatore di un invito alla preghiera e penitenza, ma con tutte le forze si sforzò di incarnare nella sua vita tale messaggio, che proclamò al mondo più con le opere che con le parole.
Non perdeva nessuna occasione per unirsi alla Passione di Cristo e così cooperare alla salvezza delle anime, alla pace nel mondo e alla crescita della Chiesa.
L'altra pietra miliare del suo apostolato fu la preghiera: sentì che la sua missione era di pregare incessantemente secondo le intenzioni della Madonna.
Nutrì una speciale devozione all'Eucarestia e trascorreva molto tempo in chiesa ad adorare il Santissimo Sacramento, che chiamava "Gesù nascosto".
Ogni giorno recitava i quindici misteri del S. Rosario e spesso ne aggiungeva altri per soddisfare i desideri della Vergine. Pregava per consolare Dio, per onorare la Madre del Signore, per suffragare le anime del Purgatorio, per sostenere il Sommo Pontefice nella sua missione di pastore universale; pregava per le necessità del mondo sconvolto dall'odio e dal peccato.
La fama di santità, già goduta in vita, si consolidò e si accrebbe dopo la sua morte; molti fedeli e devoti, dopo averlo invocato, dichiaravano di essere stati esauditi.
Il 13 maggio 1989 (72° anniversario di Fatima) il Papa proclamò l'eroicità delle virtù di Francesco e Giacinta e successivamente approvò e promulgò l'autenticità di un miracolo attribuito alla loro intercessione. Infine, Giovanni Paolo II li ha proclamati Beati, proprio a Fatima, luogo delle apparizioni.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Francesco Marto, pregate per noi.  


*San Gaetano Catanoso - Fondatore  (4 aprile e 20 settembre)

Chorio di San Lorenzo, Reggio Calabria, 14 febbraio 1879 - Reggio Calabria, 4 aprile 1963
Gaetano Catanoso nacque a Chorio di San Lorenzo, Archidiocesi di Reggio Calabria, il 14 febbraio 1879. Ordinato sacerdote il 20 settembre 1902, fu parroco di Pentedattilo e della Candelora in Reggio Calabria, dove realizzò un centro irradiante di vita eucaristica, divulgando la devozione al Volto Santo.
Guida illuminata delle anime, da essere definito "il Confessore della Chiesa reggina", fu anche Cappellano delle carceri e dell'ospedale, Padre spirituale del Seminario diocesano, Canonico Penitenziere della Cattedrale. Promosse e sostenne iniziative di sostentamento per le vocazioni ecclesiastiche e fondò la "Congregazione delle Suore Veroniche del Volto Santo".
Morì il 4 aprile 1963, fu beatificato da Papa Giovanni Paolo II il 4 maggio 1997 e canonizzato nel 2005.
Martirologio Romano: A Reggio Calabria, Beato Gaetano Catanoso, sacerdote, che fondò la Congregazione delle Suore Veroniche dal Volto Santo per l’assistenza ai poveri e agli emarginati.
Diceva in una sua lettera pastorale in preparazione alla beatificazione di padre Catanoso, l’arcivescovo di Reggio Calabria Vittorio Mondello, “diventa beato uno dei nostri preti, di quelli che
vivono a contatto con la gente, nell’esperienza quotidiana della vita parrocchiale, nell’impatto con il complesso mondo dei problemi, delle fatiche e dei disagi di ogni giorno.
Diventa Beato un prete di questo estremo lembo d’Italia, di questa terra che è il sud del Sud”.
E la beatificazione del sacerdote Gaetano Catanoso ebbe anche due aspetti straordinari, uno che essendo morto solo 34 anni prima, egli era conosciuto da tanti suoi contemporanei ancora viventi e poi che nella storia bimillenaria della Chiesa reggina, egli era il primo prete diocesano a diventare Beato. Gaetano Catanoso, terzogenito di otto figli, nacque a Chorio di San Lorenzo (Reggio Calabria) il 14 febbraio 1879; a 10 anni nell’ottobre 1889 entrò nel Seminario Arcivescovile di Reggio Calabria e per motivi di salute fu costretto a vari ritorni temporanei in famiglia e proprio in uno di questi ritorni, aveva solo 15 anni, s’improvvisò predicatore nella chiesa di Chorio, attirando l’attenzione degli ascoltatori; presagio della sua futura missione sacerdotale.
Fu ordinato sacerdote il 20 settembre 1902 dal cardinale Gennaro Portanova, arcivescovo di Reggio. Per due anni rimase nel Seminario come prefetto d’ordine, fino al marzo 1904, quando venne nominato parroco a Pentidattilo, piccolo paese montano dell’Aspromonte sul versante ionico, isolato e poverissimo.
Qui il giovane parroco condivise con i suoi fedeli una vita fatta di stenti e privazioni, sperimentando ogni giorno il peso di un sottosviluppo che favoriva l’inerzia, l’emigrazione all’estero, la rassegnazione.
Promosse la devozione al “Volto Santo”, di cui nel 1918 divenne missionario aderendo all’Arciconfraternita di Tours in Francia e nel 1919 ottenne di erigere nella sua parrocchia di Pentidattilo, una “Confraternita del Volto Santo”; nel 1920 diede vita allo stampato “Il Volto Santo” che si diffuse in tutta la penisola.
Pur essendo costretto ad essere pastore di una piccola località sui monti, ebbe la volontà di conoscere, divenire amico, condividere le opere sociali ed assistenziali, di due futuri Beati: Luigi Orione e Annibale Maria Di Francia, appoggiandone lo sviluppo anche in terra calabrese.
Nel 1921 fu nominato parroco nella chiesa di S. Maria della Candelora o della Purificazione, nella città di Reggio Calabria; qui fu parroco fino al 1940; la sua opera pastorale ebbe uno spazio più vasto, ravvivò nel popolo la devozione eucaristica e mariana, promosse l’istruzione catechistica e la crociata contro la bestemmia; indisse Missioni per il popolo, sia in Quaresima, sia nel mese di maggio, coordinando le cosiddette “Squadre Volanti”, ossia sacerdoti ben disposti ad aiutare i parroci in queste Missioni, sia per le confessioni, sia per le predicazioni.
Nel 1930 divenne canonico del Capitolo della Cattedrale; sempre ricco del carisma di diffondere la riparazione delle offese e la devozione al Volto Santo del Signore sofferente, continuò ad esserne un zelante missionario e nel dicembre 1934 s’impegnò con tutte le sue energie a fondare la Congregazione delle “Suore Veroniche del Volto Santo”, con lo scopo specifico di erigere asili e scuole di formazione catechistica nei posti più sperduti, lontani e disagiati.
Nel luglio 1935 vi fu la vestizione delle prime suore e a dicembre l’apertura della prima Casa a Riparo, nella periferia di Reggio Calabria; nel 1956 ne stese le Costituzioni e nel 1957 iniziò la costruzione della Casa Madre; l’Istituzione delle Suore Veroniche ebbe l’approvazione diocesana il 25 marzo 1958.
Ormai sessantenne, pur continuando a stimolare e guidare spiritualmente le sue suore, si dedicò con grande abnegazione alle confessioni, diventando di fatto “il confessore della Chiesa reggina”, e direttore spirituale di vari Istituti religiosi.
Ebbe la consolazione verso il termine della sua vita, di vedere realizzato l’altro grande sogno, di un santuario dedicato al Volto Santo, eretto presso la Casa Madre delle Suore Veroniche.
Alle suore ripeteva spesso “Voi dovete andare nei centri più abbandonati, là dove altre Congregazioni rifiutano di andare; il vostro posto è quello di raccogliere le spighe sfuggite ai mietitori”. E sempre parlando delle sue suore, Gaetano Catanoso diceva: “Le suore che io volevo non dovevano avere né casa, né mobili, né giardino, dovevano essere ricche di povertà e senza pretese, accontentandosi di tutto, come dono del Signore.
Le presi dal popolo, anime semplici e le mandai così, come gli Apostoli di Nostro Signore, senza nulla, nei paesi che più avevano bisogno”.
Morì a Reggio Calabria il 4 aprile 1963 e la sua santa morte e la sua eroica vita, indusse la Chiesa di Reggio Calabria e le Suore Veroniche a richiedere il processo per la sua beatificazione; la causa iniziò il 15 dicembre 1981, fu proclamato venerabile il 3 aprile 1990 e beato il 4 maggio 1997 in Piazza S. Pietro, da Papa Giovanni Paolo II.
Papa Benedetto XVI, nella sua prima cerimonia di canonizzazione, lo ha proclamato santo il 23 ottobre 2005 in piazza San Pietro.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Gaetano Catanoso, pregate per noi.  

 

*Beato Giuseppe Benedetto Dusmet - Vescovo (4 aprile)
Palermo, 15 agosto 1818 - Catania, 4 aprile 1894
Emblema: Bastone pastorale
Martirologio Romano: A Catania, Beato Giuseppe Benedetto Dusmet, vescovo, dell’Ordine di San Benedetto, che con sollecitudine promosse il culto divino, l’istruzione cristiana del popolo e lo zelo del clero e in tempo di pestilenza portò aiuto ai malati.
Alla svolta socio-politica verificatasi nell'isola con il 1860 necessitava far seguire quella spirituale e pastorale della Chiesa di Catania: di tale compito si sentì investito l'arcivescovo Giuseppe Benedetto Dusmet (1867-1894). Benedettino cassinese, abate del monastero catanese S. Nicola l'Arena dal 1858 - a causa della legge di soppressione del 1866 ultimo abate della serie iniziatasi con l'abate-vescovo Ansgerio (1091-1124), voluto da Ruggero il normanno alla rifondazione della diocesi dopo la dominazione saracena -, per le note vicende della questione romana, poté essere nominato dopo sei anni di sede vacante - il suo predecessore Felice Regano era morto nel 1861 - durante i quali la diocesi era stata governata dal priore del capitolo della cattedrale, Gaetano Asmondo Paternò Castello, in qualità di vicario capitolare.
Per i suoi meriti di pastore della chiesa catanese, per i servizi prestati alla Chiesa con l'amministrazione apostolica della vicina diocesi di Caltagirone e, in particolare, con la riunificazione della famiglia benedettina e l'apertura del Collegio S. Anselmo, Leone XIII lo volle cardinale e lo pubblicò nel concistoro dell'11 febbraio 1889 con la seguente motivazione: "dignis episcopo virtutibus, maximeque prudentia et charitate spectatum".
Tutt'ora vivo nella memoria del popolo catanese per l'eroicità della sua carità, capace di tenere in costante mobilitazione la comunità diocesana in favore dei poveri e dei bisognosi, seppe imprimere un orientamento squisitamente pastorale al clero e grazie alla sua statura spirituale acquisì
autorevolezza in ambito ecclesiale e civile. Alla sua fede venne attribuita la liberazione dalla colata lavica del comune di Nicolosi: tutti riconobbero che, sebbene le previsioni fossero ben diverse, la lava si fermò grazie all'intercessione di Sant' Agata e alla preghiera del "santo cardinale", come comunemente ancora oggi molti lo appellano. La Chiesa ne ha ufficialmente riconosciuto la statura spirituale e pastorale e, a conclusione del prescritto processo canonico, il 25 settembre 1988 Giovanni Paolo II lo ha proclamato Beato.
Al fine di porre un robusto argine alle moderne ideologie e alla cultura laica e positivista, Dusmet si mosse in costante sintonia con le direttive di Pio IX e di Leone XIII, ma anche con l'attività zelante e riformatrice di altri vescovi italiani come il card. Sisto Riario Sforza di Napoli e Tommaso Ghilardi di Mondovì. E anche con gli altri vescovi dell'isola seppe mantenere rapporti di cordiale fraternità, in particolare con il card. Michelangelo Celesia, anche lui benedettino e arcivescovo di Palermo, e con il card. Giuseppe Guarino, arcivescovo di Messina. Figlio della Chiesa del suo tempo, fondamentale sua preoccupazione pastorale fu indubbiamente la "salus animarum" e la salvaguardia dei valori religiosi e morali fra il popolo che, fin dall'inizio del suo episcopato, egli mostrò di ben conoscere: "Alla classe elevata del nostro gregge, alla classe soprattutto che discute, e scrive, e cammina sempre e non arriva mai a quel meglio dietro cui s'infiamma e si precipita a capofitto, facciamo un solo invito: Venite ad me omnes.
Le sale del nostro episcopio sono aperte per voi. Là, se vi piaccia, converseremo insieme, vi favelleremo apertamente come amico che favella ad amico. L'altra classe del popolo più numerosa che non discute, non scrive, non comprende le teorie del giorno, ma domanda pane e fede, oh si affidi pure tutta intiera al nostro amore di padre. Sin quando avremo un panettello, Noi lo divideremo col povero. La nostra porta per ogni misero che soffra sarà sempre aperta. ... Ma la fede... ah il nostro buon popolo vuol conservata la fede, e incombe a noi che la gli si conservi".
Pur mantenendolo privo del "munus" di parroco nel senso pieno del termine - per la peculiarità della diocesi in cui solo il vescovo era giuridicamente l'unico parroco - Dusmet chiese al clero, costantemente e con insistenza, la indispensabile coerenza di vita, necessaria espressione dell'Ordine sacro, e l'adempimento dei doveri di maestro, predicazione e catechesi, e di sacerdote, amministrazione dei sacramenti e culto. E al fine di liberarlo da residui di cultualismo, insisteva sulla necessità di un "aumento di zelo sacerdotale", che non si limitasse ad "una condotta che non dia da ridire, perché il Sacerdote stia sereno di aver fatto il proprio dovere". L'ideale sacerdotale, a cui anche i chierici venivano formati, dipendeva dalla teologia della Lettera agli Ebrei, "ex hominibus assumptus", ma ben conciliata con il modello agostiniano, del sacerdote dedito totalmente al servizio del popolo.
Sebbene non fossero maturi i tempi per un'azione autonoma del laicato cattolico, Dusmet si premurò di promuovere varie forme associative, a carattere religioso e caritativo-assitenziale, nelle quali volle la partecipazione attiva dei fedeli, in vista anche di una aperta e combattiva difesa della Chiesa, dei suoi diritti e dei valori cristiani.
Al suo episcopato, vera chiave di volta della storia contemporanea della diocesi, è certamente debitore il cammino della Chiesa catanese di questo secolo, grazie all'impegno pastorale dimostrato da non pochi sacerdoti da lui formati. Tra essi vanno ricordati almeno mons. Francesco Castro (1824-1893) anima della pastorale giovanile e formatore, fra gli altri, del can. Tullio Allegra (1862-1934), fondatore delle Suore Sacramentine: al suo apostolato eucaristico si è alimentata una buona fascia del laicato cattolico catanese nei primi decenni di questo secolo; e accanto a loro va ricordato il frate minore p. Giuseppe Guardo (1791-1874), verso il quale Dusmet nutriva una speciale stima e morto in fama di santità. E fra il laicato non mancò chi assimilasse la lezione spirituale del Dusmet e la incarnasse in modo esemplare, seppur per breve tempo, come il caso della giovane Giuseppina Faro (1847-1871): di lei è in corso la causa di beatificazione.
Altre figure di rilevante statura spirituale hanno fatto seguito a loro, e per le quali è in corso la causa di beatificazione: la superiora delle domenicane del S. Cuore madre Giuseppina Balsamo (1887-1969), l'orsolina Lucia Mangano (1896-1946), il francescano Gabriele Maria Allegra (1907-1976) che, nei lunghi anni della sua missione in Cina, tradusse per primo il testo biblico in cinese. E ad essi, in qualche modo, si può anche associare la salesiana Maddalena Caterina Morano (1847-1908), che Giovanni Paolo II proprio in occasione della sua visita alla Chiesa catanese proclamerà Beata. Il Martyrologium Romanum lo ricorda il 4 aprile, mentre la diocesi di Catania lo festeggia il 25 settembre.
(Autore: Gaetano Zito – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Giuseppe Benedetto Dusmet, pregate per noi.  


*Beato Guglielmo di Noto - Eremita (4 aprile)

Noto (Siracusa), c.a. 1309 - Scicli (Ragusa), 4 aprile 1404
Nato a Noto (SR) nel 1309, dalla nobile famiglia Buccheri, da giovanissimo entrò a far parte della corte di Re Federico II col ruolo di paggio.
Un giorno in una battuta di caccia alle falde dell'Etna un grosso cinghiale stava aggredendo il Sovrano, allorché il giovane paggio Guglielmo si gettò armato sulla bestia, salvando la vita al Re, ma riducendosi in fin di vita per un morso ricevuto dal cinghiale.
Guarito per intercessione della Martire Agata, decide di darsi alla vita eremitica prima nella sua città di Noto, dopo, per ispirazione della Vergine Maria nella città di Scicli (RG) dove morirà il 4 aprile 1404. Beatificato con breve del 9 aprile 1537 da Papa Paolo III.
Patronato: Invocato per ottenere la pioggia
Martirologio Romano: A Scicli in Sicilia, Beato Guglielmo Cuffitelli, eremita, che, abbandonata la passione per la caccia, visse per cinquantasette anni in solitudine e in povertà.
Nato a Noto (SR) in un giorno imprecisato del 1309 dalla nobile famiglia "Buccheri", giovanissimo fu introdotto alla corte del re di Sicilia Federico II, dove per molti anni occupò il ruolo di uno degli scudieri del monarca.
Nel 1337 durante una battuta di caccia nei boschi alle falde dell'Etna, Guglielmo cavalcava al fianco del suo Re, quando da un cespuglio sbuca fuori un enorme cinghiale che si lancia addosso al sovrano.
Guglielmo prontamente si getta sulla bestia, riuscendo a salvare la vita al Re, ma non riesce ad
evitare un ferale morso al fianco che lo riduce in fin di vita.
Trasportato a Catania, un consiglio di medici prontamente convocato dal Re, non può far altro che costatare la gravità della ferita e concludere che allo sfortunato scudiero non restano che poche ore di vita.
Mentre Guglielmo è in agonia in sogno gli appare la Martire Sant'Agata che gli dice queste parole: "Sorgi Guglielmo, Fratello mio, abbandona la corte e va nella solitudine, dove Dio parlerà al tuo cuore".
L'indomani, tra lo stupore generale della corte, Guglielmo si leva dal letto perfettamente guarito.
Portatosi al cospetto del suo Sovrano, che lo accoglie con gioia, gli parlò della visione avuta nella notte, e del suo desiderio di darsi alla vita eremitica.
Il Re riconoscente verso il suo scudiero tenta di trattenerlo a se, ma vista l'irremovibilità di Guglielmo, lo convince ad accettare almeno un cavallo e una borsa di denaro.
Partito da Catania per rientrare nella natia Noto, giunto in località chiamata "primosole", incontra un mendicante, con cui scambia gli abiti, e gli dona pure il cavallo e la borsa di denaro che aveva ricevuto dal Re.
Da questo momento incomincia la nuova vita di Guglielmo, che rientrato a Noto occupa un eremitorio detto "Le Celle" attiguo alla chiesetta di Santa Maria del Crocefisso, dove si dedica alla preghiera e al servizio dei poveri, tra lo stupore dei suoi concittadini, che lo ricordavano bello e potente al servizio del Re e ora lo vedono umile e dimesso eremita nel saio di terziario Francescano.
Nel 1343 accolse nel suo eremitorio delle "celle" un altro terziario Francescano, il piacentino Corrado Confalonieri, oggi Santo anche lui e patrono della città di Noto.
Nel 1340 dopo diversi anni di fraterna convivenza, i due anacoreti decidono di separarsi, pare perché continuamente molestati da un nipote di Guglielmo, cotal Pietro Buccheri, che non sopportava che lo zio avesse abbandonato la corte reale e si fosse dato alla vita di misero eremita.
Corrado si ritirerà nell'impervia contrada dei "pizzoni" sempre nei dintorni di Noto, dove passerà al cielo il 19 febbraio 1351. Guglielmo, pare per ispirazione della Vergine Maria, si porterà a Scicli, dove vivrà in una misera casupola adiacente alla chiesetta di Santa Maria della Pietà, esistente fuori dell'abitato. La sua lunga vita (vivrà 95 anni) passerà tra il servizio alla suddetta chiesa in qualità di sagrestano, e la questua tra i benestanti del paese, a cui chiedeva cibarie da donare ai poveri.
Si racconta che per mettere in atto il consiglio evangelico di fare la carità in modo che la " Sinistra non sappia ciò che fa la tua destra", egli, quando sapeva un caso di una famiglia bisognosa, lasciasse gli aiuti dietro la porta di notte, bussava e correva a nascondersi in modo che nessuno potesse sapere che era lui a lasciare quei doni.
Un altro suo merito fu di accendere nell'animo della popolazione di Scicli, una grandissima devozione per il culto a Maria SS. della Pietà, e di aver istituito una processione la domenica delle palme, detta della "penitenza", i cui partecipanti si flagellavano a sangue. La processione si svolge ancora oggi, con l'antichissimo simulacro di Maria SS. Della Pietà, anche se dal 1840 sono proibite le flagellazioni. Moltissimi sono i miracoli che si attribuiscono al Beato Guglielmo, sia in vita che in morte, come sono attestati negli atti del processo di beatificazione. Passò alla gloria del cielo il 4 aprile 1404, venerdì Santo, allorché per salutare la sua anima benedetta, nonostante il divieto imposto dalla liturgia del venerdì Santo, le campane delle chiese di Scicli suonarono da sole a festa.
Fu beatificato con breve del 9 aprile 1537 da Papa Paolo III.
I suoi resti mortali sono rinchiusi in un prezioso busto di argento che lo raffigura, busto che a sua volta viene custodito in una preziosa urna d'argento nella chiesa madre di Scicli. L'iconografia tradizionale lo raffigura nel saio Francescano con un bastone in una mano (pare fosse claudicante per i postumi della ferita del cinghiale), e nell'altra mano tiene un crocefisso. Il crocefisso che tiene in mano il busto reliquiario è lo stesso che stringeva al petto la mattina del 4 aprile 1404 allorché fu trovato morto.
La popolazione di Scicli lo invoca nel mese di aprile, allorché a causa della siccità ingialliscono i campi, per ottenere la pioggia. Nel passato veniva invocato per ottenere la guarigione dall'ernia e ancor più per guarire dal morbo durante le pestilenze.
Quando la data di culto cade nella settimana santa il calendario liturgico regionale della Sicilia ne celebra la memoria il II sabato dopo Pasqua.
(Autore: Claudio Magro – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Guglielmo di Noto, pregate per noi.  


*Sant'Isidoro di Siviglia - Vescovo e Dottore della Chiesa (4 aprile)

560? - 4 aprile.636
Ultimo dei Padri latini, Isidoro di Siviglia (560-636) fu molto letto nel Medioevo, soprattutto per le sue «Etimologie», un'utile "somma" della scienza antica.
Fu però soprattutto un vescovo zelante preoccupato della maturazione culturale e morale del clero spagnolo.
Per questo motivo fondò un collegio ecclesiastico, prototipo dei futuri seminari, dedicando molto spazio della sua laboriosa giornata all'istruzione dei candidati al sacerdozio.
Dei suoi fratelli due furono vescovi e santi, Fulgenzio e Leandro, che fece da tutore a Isidoro, e una sorella, Fiorentina, fu religiosa e santa.
Successe a Leandro nel governo episcopale della diocesi di Siviglia.
Presiedette l'importante quarto concilio di Toledo (nel 633). Sapienza, mai disgiunta da profonda umiltà e carità, gli hanno meritato il titolo di «doctor egregius» e l'aureola di santo. (Avvenire)
Etimologia: Isidoro = dono di Iside, dal greco
Emblema: Bastone pastorale
Martirologio Romano: Sant’Isidoro, vescovo e dottore della Chiesa, che, discepolo di suo fratello Leandro, gli succedette nella sede di Siviglia nell’Andalusia in Spagna; scrisse molte opere erudite, convocò e presiedette vari concili e si adoperò sapientemente per il bene della fede cattolica e per l’osservanza della disciplina ecclesiastica.
Ultimo dei Padri latini, Sant’Isidoro di Siviglia (560-636) ricapitola in sè tutto il retaggio di acquisizioni dottrinali e culturali che l'epoca dei Padri della Chiesa ha trasmesso ai secoli futuri.
Scrittore enciclopedico, Isidoro fu molto letto nel medioevo, soprattutto per le sue Etimologie, un'utile "somma" della scienza antica, della quale con più zelo che spirito critico condensò i principali risultati.
Questo volgarizzatore dotatissimo della scienza antica, che avrebbe esercitato su tutta la cultura medioevale un influsso considerevole, era soprattutto un vescovo zelante preoccupato della maturazione culturale e morale del clero spagnolo. Per questo motivo fondò un collegio ecclesiastico, prototipo dei futuri seminari, dedicando molto spazio della sua laboriosa giornata all'istruzione dei candidati al sacerdozio.
La santità era di casa nella nobile famiglia, oriunda di Cartagena, che diede i natali verso il 560 a Isidoro: tre fratelli furono vescovi e Santi, Leandro, Fulgenzio e il nostro Isidoro; e una sorella, Fiorentina, fu religiosa e santa.
Leandro, il fratello maggiore, fu tutore e maestro di Isidoro, rimasto orfano in tenera età. Il futuro dottore della Chiesa, autore di una immensa mole di libri che trattano di tutto lo scibile
umano, dall'agronomia alla medicina, dalla teologia all'economia domestica, fu dapprima uno studente svogliato e poco propenso a stare chino sui libri di scuola.
Come tanti coetanei marinava la scuola e vagava per la campagna.
Un giorno si accostò a un pozzo per dissetarsi e notò dei profondi solchi scavati dalla fragile corda sulla dura pietra del bordo.
Comprese allora che anche la costanza e la volontà dell'uomo possono aver ragione dei più duri scogli della vita. Tornò con rinnovato amore ai suoi libri e progredì tanto avanti nello studio da meritare la reputazione di uomo più sapiente del suo tempo.
Chierico a Siviglia, Isidoro successe al fratello Leandro nel governo episcopale della importante diocesi. Come il fratello, sarebbe stato il vescovo più popolare e autorevole della sua epoca, presiedendo pure l'importante quarto concilio di Toledo (nel 633).
Formatosi alla lettura di S. Agostino e S. Gregorio Magno, pur senza avere la vigoria di un Boezio o il senso organizzativo di un Cassiodoro, con essi Isidoro condivide la gloria di essere stato il maestro dell'Europa medievale e il primo organizzatore della cultura cristiana.
Un'amena leggenda racconta che nel primo mese di vita uno sciame d'api, invasa la sua culla, depositasse sulle labbra del piccolo Isidoro un rivoletto di miele, come auspicio del dolce e sostanzioso insegnamento che da quelle labbra sarebbe un giorno sgorgato.
Sapienza, mai disgiunta da profonda umiltà e carità, gli hanno meritato il titolo di "doctor egregius" e l'aureola di Santo.
(Autore: Piero Bargellini – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Isidoro di Siviglia, pregate per noi.  


*San Pietro di Poitiers - Vescovo (4 aprile)

m. 1115
Martirologio Romano:
A Poitiers in Aquitania, in Francia, San Pietro, vescovo, che favorì la nascita dell’Ordine di Fontevrault e, ingiustamente rimosso dalla sua sede, morì esule a Chauvigny.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Pietro di Poitiers, pregate per noi.  


*San Platone - Abate in Bitinia (4 aprile)
Costantinopoli, 740 circa – Studion, 4 aprile 814
Martirologio Romano:
A Costantinopoli, San Platone, egúmeno, che combattè a lungo con invitto animo contro i nemici delle sacre immagini e insieme al nipote Teodosio riordinò il celebre monastero di Studio.
San Platone fu nel Medioevo uno dei monaci che diedero maggior lustro al Monte Olimpo, presso Brussa, ma fu anche perseguitato per la sua ortodossia in materia di fede e per la sua fedeltà alle norme ecclesiastiche.
Nato a Costantinopoli verso il 740 da una ricca e celebre famiglia, rimase orfano a soli sette anni in seguito ad un’epidemia di peste. Fu allora educato da uno zio, tesoriere-pagatore imperiale, grazie al
quale acquisì un’eccellente formazione intellettuale e religiosa. Raggiunta l’età adulta, Platune vendette tutti i suoi beni distribuendo ai poveri il ricavato, per poi dirigersi verso il Monte Olimpo e farsi monaco nel convento dei Simboli, del quale divenne anche egumeno.
I parenti non avevano piò avuto sue notizie e lo credevano ormai morto, ma verso l’880 ricomparve inaspettatamente a Costantinopoli ove fu accolto dal nipote San Teodoro Studita, figlio di sua sorella Teoctista. Il suo aspetto ascetico emanò una potente forza di attrazione verso tutti coloro che incontrava e parecchie furono le conversioni ad una vita cristiana.
L’intera sua famiglia abbracciò la vita monastica, in primis i genitori Fotino e Teoctista. Platone divenne anche consigliere del nipote San Teodoro e sotto la loro guida i monaci presero a dedicare allo studio delle Scienze tutto il tempo libero. La vita monastica fu riformata secondo i principi di San Basilio, improntata ad una maggiore sobrietà, e questa riforma fu adottata anche da numerosi monasteri vicini. Viste le peculiari qualità di Teodoro, tra il 787 ed il 788 Platone volle fargli conferire l’ordinazione presbiterale dal patriarca Tarasio e dal 794, per l’aggravarsi della sua salute, all’unanimità lo fece eleggere nuovo egumeno. L’anno seguente si affacciò però un nuovo problema nella cristianità bizantina: il giovane imperatore Costantino VI, figlio di Irene, ripudiò con falsi pretesti la sua moglie legittima Maria d’Armenia per convolare a nozze con Teodota, dama d’onore di sua madre, parente prossima di Platone e Teodoro.
Il patriarca Tarasio rifiutò fermamente di sciogliere senza valido motivo il matrimonio dell’imperatore, ma questi minacciò una nuova persecuzione iconoclasta. Un sacerdote benedisse di sua iniziativa il secondo matrimonio ed il patriarca non osò opporsi, ma una restistenza giunse comunque da Platone e Teodoro, parenti dell’imperatrice adultera. Costantino VI allora li fece imprigionare, il monastero di Saccoudion fu saccheggiato e la comunità religiosa sciolta. Pochi mesi dopo una congiura di palazzo detronizzò l’imperatore, Platone e Teodoro furono liberati ed Irene fece accecare l’augusto figlio causandone in breve tempo la morte.
I monaci poterono tornare a Saccoudion, ma un’invasione araba ben presto li cotrinse a trovare rifugio nella capitale. Qui l’imperatrice Irene donò loro il vecchio monastero fondato nel 462 dal senatore Studius e devastato dalla recente persecuzione iconoclasta.
San Teodoro, detto poi “Studita”, ne divenne egumeno e con la collaborazione di Platone fece dei ruderi ricevuti in dono un grande centro al tempo stesso religioso e culturale. I due si dedicarono anche in prima persona all’attività di copiatura di manoscritti.
La vita della comunità era però destinata a subire nuovi traumi: nell’806 alla morte di Tarasio, l’imperatore Niceforo volle imporre un suo candidato alla successione della carica patriarcale e fece riabilitare il prete Giuseppe. Queste ad altre sue discutibili iniziative in ambito ecclesiastico fecero insorgere Platone e Teodoro, che due anni dopo furono imprigionati e poi esiliati.
Dopo tre anni di dura sopravvivenza, nell’811 l’imperatore morì in battaglia e Platone poté tornare a Studion, ove morì il 4 aprile 814 all’età di circa sessantacinque anni.
Poco dopo si scatenò per mano dell’imperatore Leone V l’Armeno una nuova persecuzione iconoclasta di cui rimasero vittime San Teodoro e numerosi suoi monaci.
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Platone, pregate per noi.  

  

*Beato Tommaso da Napoli - Mercedario, Martire (4 aprile)

+ Montpellier, Francia, 1540
Esperti in scienze e Sacre Scritture, il Beato Tommaso da Napoli, venne inviato in Francia nel periodo della rivolta protestante, durante la quale l’Ordine Mercedario, come gli altri Ordini Religiosi, subì gravi perdite di beni e di vite umane.
Questo dotto mercedario difese con tanto fervore e zelo la verità della fede, specialmente quello dell’eccellenza della gran Madre di Dio, da essere ucciso a pugnalate dagli eretici Ugonotti nel convento di Sant'Eulalia in Montpellier nell’anno 1540.
L’Ordine lo festeggia il 4 aprile.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Tommaso da Napoli, pregate per noi.  


*Transito di Sant’Ambrogio (4 aprile)  

† Milano, 4 aprile 397
L’Arcidiocesi di Milano commemora, il giovedì in albis, il transito del suo santo vescovo Ambrogio. Nella Messa del giorno è possibile la proclamazione, in alternativa al brano degli Atti degli Apostoli previsto dal Lezionario Ambrosiano per il Tempo di Pasqua, di un testo tratto dalla «Vita di Ambrogio» scritta da Paolino di Milano, suo segretario.
Martirologio Romano: A Milano, deposizione di sant’Ambrogio, vescovo, che, nel giorno del Sabato Santo andò incontro a Cristo vincitore della morte. La sua memoria si celebra il 7 dicembre nel giorno della sua ordinazione.
Chi forse legge, potrà trovare strano che si parli di Sant’Ambrogio all’inizio di aprile. Eppure a Sant’Ambrogio sono dedicate almeno quattro celebrazioni: il 4 aprile, giorno della sua morte; il 14 maggio, quando il suo corpo fu «elevato», come si diceva nel Medioevo, per essere sepolto dove ancora oggi riposa, accanto ai due martiri a lui cari, Gervaso e Protaso; il 30 novembre, giorno del suo battesimo, e finalmente il 7 dicembre, quando fu ordinato vescovo per la nostra Chiesa.
A dire il vero, neppure il 4 aprile è ricordato dalla nostra liturgia, che sin dall’antichità ha celebrato il «transito» – come si definiva la morte di un santo – di Ambrogio il giovedì «in albis», indipendentemente dalla cronologia.
Vi è un senso ben noto: Ambrogio morì all’alba del Sabato Santo 397 e solo dopo aver celebrato i riti solenni della risurrezione del Signore Gesù, si poté sostare in preghiera per intercedere per il santo Vescovo e per chiederne l’intercessione, per la Chiesa che aveva amato e servito con tutte le sue energie. Molti insistevano perché egli stesso chiedesse a Dio il dono della guarigione, tanto era prezioso per la Chiesa e l’impero.
Il Vescovo rispose: «Non sono vissuto tra voi così da vergognarmi di vivere: ma nemmeno temo di morire, perché noi abbiamo un Signore buono».
(Autore: Ennio Apeciti - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant’Ambrogio, pregate per noi.  


*Altri Santi del giorno (04 Aprile)
*xxx
Giaculatoria - Santi tutti, pregate per noi


 
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