Santi del 4 Febbraio - Istituto Aveta

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Santi del 4 Febbraio

Il mio Santo > I Santi di Febbraio

*Beati Alfonso de Meneses e Dionisio de Vilaregut - Mercedari (4 febbraio)

Nel Convento di Sant’ Eulalia in Monpellier (Francia), i due Mercedari,
Beati Alfonso de Meneses e Dionisio de Vilaregut, testimoniarono la fede in Cristo con il loro esempio di vita dedita alle cose divine.
Chiamati anche all’opera di redenzione a Jàtiva e Granada, liberarono 316 schiavi dalle mani dei mori.
Infine con la stessa età e stessa santità andarono in cielo.
L’Ordine li festeggia il 4 febbraio.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beati Alfonso de Meneses e Dionisio de Vilaregut, pregate per noi.


*Beata Antonia da Siena - Terziaria Francescana (4 febbraio)
† 1455 (?)

La Beata Antonia da Siena è una terziaria francescana che visse nel XV secolo.
Di lei non sappiamo nulla.
Nel volume di don Umberto Meattini sui "Santi Senesi" si riporta che la Beata Antonia era senese di nascita e visse nel monastero di Santa Maria Nuova nella città di Ancona.
Morì intorno al 1455.
Nel martirologio francescano è ricordata il 4 febbraio insieme alla Beata Chiara da Fermo.

(Autore: Mauro Bonato – Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - Beata Antonia da Siena, pregate per noi.


*Sant'Aventino di Chartres - Vescovo (4 febbraio)

Martirologio Romano: A Châteaudun vicino a Chartres in Francia, transito di Sant’Aventino, Vescovo, che aveva prima retto la sede di Chartres.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Aventino di Chartres, pregate per noi.


*Sant'Aventino di Troyes (4 febbraio)

m. 4 febbraio 538
Nasce in Gallia, nella seconda metà del V secolo, a Bourges. Grazie all'educazione cristiana ricevuta, fin da giovane Aventino viene additato come modello. Da adolescente fa visita al vescovo San Lupo di Troyes che nell'anno 451 ha salvato la città dall'invasione di Attila offrendosi come ostaggio.
Il presule lo tiene con sé come collaboratore. Insieme i due santi riscattano quanti più prigionieri stranieri di guerra possono, prendendosi cura di questi uomini resi schiavi.
Lupo muore nel 479 e gli succede san Cameliano, che nomina Aventino economo.
Questi però decide di ritirarsi a vita eremitica. Sebbene non sia incline alle cariche di comando, dopo poco tempo viene eletto superiore della comunità dove è stato accolto. La sua fama, però, va nuovamente diffondendosi tra la gente che spesso lo visita.
Decide così di ritirarsi in un luogo solitario lungo la Senna, a sette miglia da Troyes. È il vescovo Cameliano a conferirgli gli ordini sacri. Vive l'ultimo periodo della vita celebrando la Messa nei pressi della sua capanna, per gli abitanti del posto. Muore nel 538. (Avvenire)
Martirologio Romano: A Troyes nella Gallia lugdunense, ora in Francia, Sant’Aventino, che si ritiene sia stato al servizio del vescovo San Lupo.
Nel cuore dell’antica Gallia (l’odierna Francia), nella seconda metà del V secolo, nacque sant'Aventino, probabilmente a Bourges. Dai pochi documenti a noi pervenuti sappiamo che i genitori appartenevano a un ceto  sociale medio ed erano molto religiosi. Secondo la tradizione il cristianesimo in quelle terre si diffuse già nel III secolo. I sani principi morali e cristiani dei genitori costituiranno la base della sua santità: fin da giovane era additato come modello.  
Divenuto adolescente cominciò ad interrogarsi sullo scopo della sua vita. Volle far visita al personaggio religioso più noto di quella regione, il vescovo S. Lupo di Troyes che nell'anno 451 aveva salvato la città dall’invasione di Attila offrendosi come ostaggio. L’anziano prelato non tardò a scorgere nel giovane sincere virtù cristiane, da far fruttare a gloria del Signore e della Chiesa e lo tenne con sé come collaboratore. Fu l'incontro felice di due veri uomini di Dio. Aventino si distinse per l'umiltà e lo zelo con cui eseguiva il lavoro; costante nelle pratiche di pietà, andava crescendo interiormente. Aveva come esempio un santo che di continuo rivolgeva a lui le sue attenzioni.  
La virtù che in lui rifulse maggiormente fu la carità verso il prossimo. A quei tempi era diffusa la schiavitù dei prigionieri stranieri di guerra: Lupo e Aventino non rimasero indifferenti davanti ai figli di Dio che venivano trattati come bestie. Ne riscattarono più che poterono, raccogliendo a tale scopo le elemosine. Resa loro la libertà si preoccupavano della loro salute spirituale, facendoli sovente avvicinare ai sacramenti.
San Lupo morì nel 479 e gli successe S. Cameliano, il quale, conoscendo bene le virtù di Aventino, lo fece economo, con ampia facoltà di gestire le elemosine. Dio solo sa quanto diffusa fosse la miseria e le attenzioni di Aventino per i poveri non si limitarono mai ai soccorsi materiali. Destava stupore come le finanze del vescovo potessero far fronte a tante spese, vi era del prodigioso. La fama di Aventino andò diffondendosi, anche con attestati di pubblica riconoscenza, ma egli, tenendo fede alla propria umiltà, col vivo rammarico del vescovo, decise di ritirarsi.
Venne accolto in un romitorio con la volontà di santificarsi vivendo in solitudine. Sebbene non fosse incline alle cariche di comando, dopo poco tempo fu eletto superiore della comunità. Prezioso era il suo esempio e il ritiro divenne una scuola di perfezione. Quel luogo fu chiamato in seguito Isola di S. Aventino. Pur vivendo ritirato dal mondo non poté fare a meno di pensare alla redenzione degli schiavi. Tra gli altri gli giunse notizia di un certo Fidolo, dalle rare virtù, forse già chierico,
originario dell’Alvernia, che aveva persa la sua libertà per mano di Teodorico I, Re dell’Austrasia. Era circa l’anno 530. Lo riscattò per dodici monete d’oro.
Somma fu la felicità di Fidolo e sembrò quasi naturale la sua decisione di unirsi alla santa comunità. La fama di Aventino intanto andava nuovamente diffondendosi tra la gente che spesso lo visitava. La tranquillità dei confratelli era compromessa e Aventino decise di allontanarsi. Sarà proprio Fidolo a subentrare nella carica di superiore (morì con fama di santo il 16 maggio del 540).
Aventino si ritirò in un luogo solitario lungo la Senna, lontano circa sette miglia da Troyes. Aveva portato con sé solo del pane, dei legumi, una zappa e qualche semente. Non voleva essere di peso a nessuno. Finalmente aveva raggiunto la tranquillità desiderata, dividendo il suo tempo tra preghiera, lavoro e penitenze. Dormiva poco, indossava una povera e rude veste, si cibava solo tre giorni alla settimana.
Passò qualche anno ma anche qui non sfuggì all’ammirazione del popolo mentre non si era dimenticato di lui neppure il vescovo S. Cameliano. Questi, che ben sapeva anche della sua conoscenza dei Salmi e della Sacra Scrittura, gli conferì gli ordini sacri. La maturità degli anni veniva coronata dal sacerdozio.  
Visse serenamente l'ultimo periodo della vita celebrando la Messa nei pressi della sua capanna, a vantaggio degli abitanti del posto. Esigente con se stesso guardava alle necessità del prossimo con il suo grande cuore, operando anche la guarigione di alcuni malati. La sua carità divenne leggendaria e si racconta che anche un orso, una notte, bussò alla sua porta. Coricatosi a terra gli porse una zampa in cui era conficcata una spina. L’eremita lo curò fasciandogli la ferita.

Si addormentò nella pace del Signore il 4 febbraio dell'anno 538.
Acclamato santo e patrono di quei luoghi, qualche anno dopo il vescovo Vincenzo fece costruire una chiesa ove ripose le preziose reliquie e in cui volle poi essere sepolto. Furono erette in suo onore cappelle e chiese, pure fuori dalla Francia. Da tempo immemorabile è particolarmente invocato contro i mali di capo e per le malattie nervose. Oggi nei pressi di Troyes una cittadina ha il suo nome (Saint Aventin sous Verrières) e Creney lo venera Patrono.
Sant’Aventino, eremita e sacerdote, non è da confondere con l’omonimo santo vescovo di Chartres, morto nel 520, venerato anch’esso il 4 febbraio.  
Preghiera
Fra le molte grazie che il Signore concede a intercessione vostra,
glorioso Sant’Aventino,
frequenti sono le guarigioni dai mali di capo e da altri morbi nervosi,
di cui da tempo immemorabile siete singolare protettore.
Con tutta umiltà e fiducia io ricorro al vostro patrocinio
e vi prego d’ottenermi dal Supremo Dator d’ogni bene la salute di mente
e di corpo affinché possa con maggior fervore servire Dio
e attendere ai doveri del mio stato.
Vi domando non solo la liberazione dai mali di capo  
ma anche la grazia di vivere emulatore studioso dei vostri esempi
affinché possa un dì pervenire all’eterna felicità,
ove la fede mi guida, la speranza m’invita
e regna eternamente la carità. Amen.
(Autore: Daniele Bolognini – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Aventino di Troyes, pregate per noi.

 

*Sant'Eutichio di Roma - Martire (4 febbraio)
IV sec. (?)

Martirologio Romano: A Roma ad Catacumbas sulla via Appia, Sant’Eutichio, martire, che, per lungo tempo condannato all’insonnia e alla fame, gettato infine in un baratro, per la fede in Cristo riportò la vittoria su tutti i crudeli ordini del tiranno.
Unica testimonianza su questo martire è l'epitaffio che Papa Damaso aveva posto sulla sua tomba nel cimitero di san Sebastiano, passato ora nella sovrastante basilica. In esso si racconta che Eutichio, vinti gli ordini del tiranno e le molteplici torture dei carnefici, fu rinchiuso per dodici giorni, senza cibo alcuno, in una squallida prigione, pavimentata di cocci taglienti, in modo che non potesse prendere sonno. Gettato quindi in un baratro, chiuse per dissanguamento il suo atroce martirio.
Già P. Franchi de' Cavalieri aveva notato la somiglianza del martirio di Eutichio con quello di san Luciano d'Antiochia.
A. Ferrua, invece, l'avvicina più alla passio di s. Marculi.
Quest'ultima deve essere una semplice somiglianza casuale, perché Marcolo fu martirizzato l’anno stesso della morte di papa Damaso (morto nel 384).
Non sappiamo in quale persecuzione Eutichio abbia subito il martirio. Però il martire rivelò in sogno il luogo della sua sepoltura e, restituito al culto dei fedeli, divenne efficace intercessore.
Il Baronio dice che il suo corpo fu in seguito traslato nella basilica di San Lorenzo in Damaso, ove, aggiunge O. Panciroli, nel 1577 fu posto, assieme al corpo di San Damaso, sotto l’altare maggiore e là continua ad essere venerato.
Nel Geronimiano un Eutichio è commemorato il 2 luglio e il Delehaye, nel Commento, lo identifica col nostro. Il Baronio lo inserì nel Martirologio Romano alla data del 4 febbraio.

(Autore: Ireneo Daniele – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Eutichio di Roma, pregate per noi.


*Santi Filea e Filoromo - Martiri (4 febbraio)

+ 306
Martirologio Romano:
Ad Alessandria d’Egitto, passione dei Santi martiri Filea, vescovo, e Filorómo, tribuno militare, che, durante la persecuzione dell’imperatore Diocleziano, non persuasi da parenti e amici a salvarsi la vita, porgendo il collo alla decapitazione, guadagnarono entrambi la palma dal Signore.Filea, convertitosi al cristianesimo in età adulta, fu eletto vescovo di Thmuis, nella Tebaide in Egitto.   
Secondo il racconto del grande storico ecclesiastico Eusebio di Cesarea, “in patria si era segnalato per le funzioni pubbliche e i servigi resi ed era rinomato per le sue cognizioni filosofiche” ed “anche a causa della sua versatilità nelle discipline profane, si era acquistato grande fama”.  
Fu arrestato ed imprigionato intorno all’anno 303 durante la feroce persecuzione indetta da Diocleziano e, poco prima della morte, scrisse dalla prigione un’eloquente lettera ai suoi fedeli per descrivere le torture subite dai martiri e la loro irreprensibile fermezza: “I martiri che portavano in sé Cristo, sopportano tutte le pene, tutte le specie di tormenti escogitati contro di loro, e ciò non solamente una volta, ma spesso ripetutamente.
E sebbene le guardie con parole minacciose di ogni genere, come pure con i fatti, tentassero a gara di incutere loro terrore, essi non si piegarono nella loro risoluzione, perchè la perfetta carità espelle il timore”.
San Filea patì il martirio insieme a parecchi altri vescovi egiziani, tra i quali Eusebio cita Esichio, Pacomio, Teodoro “e inoltre innumerevoli altri uomini illustri, di cui è celebrata la memoria nelle Chiese di quelle contrade”.
Gli Atti del martirio di Filea, dei quali si conservano alcuni frammenti, furono redatti in lingua greca una quindicina di anni dopo la sua morte e riportano il dialogo finale che ebbe con il prefetto Culciano, molto colpito dal rango e dalla ricchezza di Filea: “Hai sostanze tali da poter mantenere non solo te, ma quasi tutta la provincia”, commosso dalla presenza al processo dei  familiari del santo.
All’esplicita domanda: “Cristo è Dio?”, Filea rispose non solo che lo è, ma anche che mostrò inequivocabilmente il potere che gli derivava da ciò: “Diede la vista ai ciechi, l’udito ai sordi, risuscitò i morti, restituì la parola ai muti e guarì    molte altre malattie [...] operò molti altri prodigi e miracoli”.  
Il prefetto, probabilmente a conoscenza della sua fama di filosofo, in riferimento a San Paolo chiese: “Vuoi  forse dire che era più sapiente anche di Platone?”.
Il vescovo prontamente rispose: “Era più saggio non solo di Platone, ma anche di tutti gli altri filosofi”.Suo fratello tentò di salvarlo, ma l’interessato negò fermamente un suo coinvolgimento nell’iniziativa del congiunto, pregando piuttosto Culciano di “non far caso al mio infelice fratello. Anzi ringrazio tanto il re e il giudice, perché mi hanno fatto credere in Gesù Cristo”.
Secondo un racconto in latino, Filea fu decapitato insieme ad un ufficiale romano, anch’egli cristiano, di nome Filomoro, che durante il processo aveva testimoniato in favore del vescovo.
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santi Filea e Filoromo, pregate per noi.

 

*San Gilberto di Limerick - Vescovo (4 febbraio)

(Inghilterra), ca. 1083 - Ivi, 4 febbraio 1189
Etimologia: Gilberto = nobile ostaggio, dardo brillante, dal tedesco
Martirologio Romano: A Sempringham in Inghilterra, San Gilberto, sacerdote, che, con l’approvazione di Papa Eugenio III, fondò un Ordine monastico, in cui impose una doppia disciplina di vita: alle monache la regola di San Benedetto, ai chierici quella di Sant’Agostino.
Figlio di Jocelino, facoltoso cavaliere di origine normanna stabilitosi in Inghilterra al seguito di Guglielmo il Conquistatore, e di una inglese di modeste condizioni, Gilberto nacque a Sempringham nel Lincolnshire intorno al 1083.
Avviato giovanissimo alla carriera ecclesiastica, andò a completare i suoi studi in Francia, dove si fermò poi anche  per qualche tempo ad insegnare.  
Tornato in patria, aprì una scuola per la gioventù, ottenendo al tempo stesso in beneficio dal padre le due chiese di Sempringham e di Terrington, le cui ricche rendite, tuttavia, soleva distribuire regolarmente ai poveri, essendo andato a vivere nel palazzo episcopale di Lincoln, al servizio del vescovo Roberto Bloet (m. 1123), il quale lo ebbe in grande stima per la sua profonda pietà e da cui ricevette la tonsura e gli ordini minori.  
Seguitò a dimorare in quell'episcopio anche con il nuovo vescovo, Alessandro, che, dopo avergli conferito la sacra Ordinazione, lo nominò penitenziere della diocesi, circondandolo sempre della sua incondizionata fiducia.
Gilberto rimase ancora sette anni a Lincoln, poiché solo nel 1130 ritornò a Sempringham, dove fondò dapprima un monastero di religiose, votate alla vita contemplativa nella più stretta clausura sotto la regola benedettina, e quindi anche una comunità maschile a cui diede la regola dei Canonici Regolari di Sant’ Agostino, dopo che i Cistercensi ebbero rifiutato di assumerne la direzione spirituale; ebbe così vita l'Ordine dei Gilbertini, l'unico Ordine religioso sorto in Inghilterra, i cui statuti particolari furono approvati da Eugenio III nel 1148 e confermati poi da Adriano IV (1154-59) e da Alessandro III (1159-81).
Recatosi in Francia nel 1147, Gilberto ebbe occasione d'incontrarsi, al capitolo generale di Citeaux, con il papa Eugenio III e s. Bernardo al quale rimase poi sempre legato di stretta amicizia.  
Sostenne San Tommaso Becket nella controversia contro Enrico II, per cui ebbe a subire persecuzioni, riuscendo tuttavia a scamparne finalmente per la grande stima che godeva presso il re.
In seguito, dovette soffrire anche le calunnie di alcuni suoi monaci laici, sobillati dai due conversi Oggero e Gerardo, che mal sopportavano i rigori della disciplina imposta dalle costituzioni da lui dettate, ma in sua difesa interposero la loro voce unanime presso il Papa Alessandro III tutti i vescovi inglesi.
Affranto dagli anni e dalla cecità, che lo aveva colpito nell'ultimo periodo della sua lunga esistenza, interamente votata al servizio di Dio e della Chiesa, Gilberto morì ultracentenario il 4 febbraio 1189 in mezzo ai suoi monaci di Sempringham, tra i quali alla fine era voluto entrare anch'egli giurando obbedienza al suo antico discepolo Ruggero, divenuto primo superiore generale dell'Ordine.
L'ordine stesso alla morte del suo fondatore contava ben tredici monasteri, di cui nove doppi e quattro esclusivamente maschili. Fiorenti nei loro ventiquattro conventi sino al sec. XVI, i Gilbertini furono soppressi da Enrico VIII nel 1538-39.
Gilberto è autore dei seguenti scritti: De constructione (o De fundatione) monasteriorum (oggi perduto); Statuti dell'Ordine ed una Lettera al suo Ordine.
Canonizzato da Innocenzo III l'11 gennaio 1202, San Gilberto viene commemorato nel giorno anniversario della sua morte.
(Autore: Niccolò Del Re – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Gilberto di Limerick, pregate per noi.


*San Gilberto di Sempringham (4 febbraio)
Sempringham (Inghilterra), ca. 1083 - Ivi, 4 febbraio 1189
Etimologia:
Gilberto = nobile ostaggio, dardo brillante, dal tedesco
Martirologio Romano: A Sempringham in Inghilterra, San Gilberto, sacerdote, che, con l’approvazione di Papa Eugenio III, fondò un Ordine monastico, in cui impose una doppia disciplina di vita: alle monache la regola di san Benedetto, ai chierici quella di Sant’Agostino.
Figlio di Jocelino, facoltoso cavaliere di origine normanna stabilitosi in Inghilterra al seguito di Guglielmo il Conquistatore, e di una inglese di modeste condizioni, Gilberto nacque a Sempringham nel Lincolnshire intorno al 1083. Avviato giovanissimo alla carriera ecclesiastica, andò a completare i suoi studi in Francia, dove si fermò poi anche per qualche tempo ad insegnare.
Tornato in patria, aprì una scuola per la gioventù, ottenendo al tempo stesso in beneficio dal padre le due chiese  di Sempringham e di Terrington, le cui ricche rendite, tuttavia, soleva distribuire regolarmente ai poveri, essendo andato a vivere nel palazzo episcopale di Lincoln, al servizio del
vescovo Roberto Bloet (m. 1123), il quale lo ebbe in grande stima per la sua profonda pietà e da cui ricevette la tonsura e gli ordini minori. Seguitò a dimorare in quell'episcopio anche con il nuovo vescovo, Alessandro, che, dopo avergli conferito la sacra Ordinazione, lo nominò penitenziere della diocesi, circondandolo sempre della sua incondizionata fiducia.
Gilberto rimase ancora sette anni a Lincoln, poiché solo nel 1130 ritornò a Sempringham, dove fondò dapprima un monastero di religiose, votate alla vita contemplativa nella più stretta clausura sotto la regola benedettina, e quindi anche una comunità maschile a cui diede la regola dei Canonici Regolari di Sant’ Agostino, dopo che i Cistercensi ebbero rifiutato di assumerne la direzione spirituale; ebbe così vita l'Ordine dei Gilbertini, l'unico Ordine religioso sorto in Inghilterra, i cui statuti particolari furono approvati da Eugenio III nel 1148 e confermati poi da Adriano IV (1154-59) e da Alessandro III (1159-81).
Recatosi in Francia nel 1147, Gilberto ebbe occasione d'incontrarsi, al capitolo generale di Citeaux, con il Papa Eugenio III e San Bernardo al quale rimase poi sempre legato di stretta amicizia. Sostenne San Tommaso Becket nella controversia contro Enrico II, per cui ebbe a subire persecuzioni, riuscendo tuttavia a scamparne finalmente per la grande stima che godeva presso il re.
In seguito, dovette soffrire anche le calunnie di alcuni suoi monaci laici, sobillati dai due conversi Oggero e Gerardo, che mal sopportavano i rigori della disciplina imposta dalle costituzioni da lui dettate, ma in sua difesa interposero la loro voce unanime presso il papa Alessandro III tutti i vescovi inglesi.
Affranto dagli anni e dalla cecità, che lo aveva colpito nell'ultimo periodo della sua lunga esistenza, interamente votata al servizio di Dio e della Chiesa, Gilberto morì ultracentenario il 4 febbraio 1189 in mezzo ai suoi monaci di Sempringham, tra i quali alla fine era voluto entrare anch'egli giurando obbedienza al suo antico discepolo  Ruggero, divenuto primo superiore generale dell'Ordine.
L'ordine stesso alla morte del suo fondatore contava ben tredici monasteri, di cui nove doppi e quattro esclusivamente maschili.
Fiorenti nei loro ventiquattro conventi sino al sec. XVI, i Gilbertini furono soppressi da Enrico VIII nel 1538-39.
Gilberto è autore dei seguenti scritti: De constructione (o De fundatione) monasteriorum (oggi perduto); Statuti dell'Ordine ed una Lettera al suo Ordine.
Canonizzato da Innocenzo III l'11 gennaio 1202, San Gilberto viene commemorato nel giorno anniversario della sua morte.
(Autore: Niccolò Del Re – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Gilberto di Sempringham, pregate per noi.


*Santa Giovanna di Valois - Regina di Francia, Religiosa (4 febbraio)

Fondatrice dell'Ordine dell'Annunziata.
Etimologia:
Giovanna = il Signore è benefico, dono del Signore, dall'ebraico
Martirologio Romano: A Bourges in Aquitania, Santa Giovanna di Valois, Regina di Francia: essendo stato dichiarato nullo il vincolo di matrimonio con il Re Luigi XII, si rifugiò in Dio, venerò con particolare devozione la Croce e fondò l’Ordine della Santissima Annunciazione della Beata Vergine Maria. Figlia del re di Francia Luigi XI e di Carlotta di Savoia, nacque il 23 aprile 1464 a Nogent-le-Roy, con gran  delusione del padre che desiderava un maschio; il 19 maggio dello stesso anno, a ventisei giorni di età, fu dal padre fidanzata a suo cugino Luigi di Orléans, di due anni.
Deforme e claudicante, a cinque anni è relegata a Linières (Berry) dove il suo maggior piacere è di conversare con la "benedetta Vergine". A sei anni, invitata dal re a scegliersi un confessore, si mette a pregare e ode una voce: "Per le piaghe di mio Figlio tu avrai la madre". Scelse il francescano Giovanni de la Fontaine. A sette anni si sente investita di una missione mariana:
"Prima di morire fonderai una Religione in mio onore. E così facendo mi darai gran piacere e mi renderai un servizio".
Malgrado le resistenze di Maria di Clèves, madre del duca d'Orléans, Luigi XI impone il matrimonio (il contratto è firmato da lui il 21 agosto 1476 e da Maria di Clèves il 28), celebrato a Montrichard l'8 settembre 1476.
Sebbene fosse tenuta sempre in disparte dal marito, salvo qualche giorno a Linières e durante i tre anni di prigionia, dopo la "guerra folle" la  Bretagna, a Lusignan e soprattutto a Bourges, Giovanna fece tuttavia la sua entrata solenne ad Orléans dopo la liberazione del marito nel 1491, ma fu nuovamente abbandonata quando Luigi seguì Carlo VIII in Italia (1494-95).
Il 7 aprile 1498 Carlo VIII morí e Luigi d'Orléans divenne re con il nome di Luigi XII. Ben presto egli desiderò liberarsi del legame che gli pesava da ventidue anni, per poter sposare la vedova di Carlo VIII. Assente dalla consacrazione di Reims (27 maggio 1498), Giovanna vide aprirsi, nell'agosto dello stesso anno, il processo canonico di nullità del suo matrimonio.
Il 10 agosto 1498 ella risponde alla citazione ricevuta e pronuncia nella chiesa di Saint-Gatien di Tours la sua solenne protesta. Vi è tra la sua testimonianza e quella del re una contraddizione: secondo quanto ella dichiara il matrimomo è stato consumato, mentre suo marito afferma il contrario. Giovanna allora gli chiede il ramentum veritatis e Luigi XII non esita a prestarlo: Giovanna si inchina e il 17 dicembre di quell'anno l'annullamento è pronunciato.
Giovanna confiderà piú tardi al suo confessore: "In guel momento nostro Signore mi fece la grazia che quando  udii la notizia, mi mise nel cuore il convincimento che Dio aveva permesso ciò affinché io potessi fare del bene, come avevo tanto desiderato.
Ho considerato che ero rimasta con il re mio marito per ventidue anni, durante i quali non avevo potuto fare gran che di bene, né alcuna di quelle cose che avevo desiderio di fare; ora però potrò prendermi la rivincita e varrà h pena di vivere virtuosamente visto che sono sotttatta alla soggezione di un uomo".
Divenuta, il 26 dicembre 1498, duchessa di Berry, il 15 marzo dell'anno successivo Giovanna fa il suo solenne ingresso a Bourges dove inizia una vita di mortificazioni corporali e di generosità senza limiti, amministrando il suo ducato con saggezza e facendo regnare la giustizia. La peste scoppiata nel 1499 e 1500 le permise di dare la misura della sua carità.
Si diede premura per il salario degli operai e rafforzò la dote del collegio S. Maria. Non tardò, però, a compiere la missione di cui si sapeva investita; assicuratasi della collaborazione del Padre Gilberto Nicolas (il cui nome nel 1517 sarà mutato da Leone X in quello di Gabriele Maria e che diverrà appunto il Beato Gabriele Maria), ella intraprese la fondazione di un Ordine mariano. Si può dedurre che Giovanna la volle realizzare senza ritardo dal fatto che, pur essendole occorso certamente del tempo per informare della sua decisione il buon sacerdote, per sopportare il suo rifiuto, per caderne malata, per convincere il religioso finalmente commosso, per elaborare un programma pratico, tuttavia il 21 maggio 1500 troviamo già il Padre Gabriele a Tours in cerca di novizie.
Ne raccolse infatti undici, dai nove ai quattordici anni, primizie dell'Annunziata, che la buona duchessa adottò, visitandole ogni sera e associandole alle sue devozioni.
Desiderosa di elaborare una Regola, Giovanna udí di nuovo la sua voce interiore: "Fa scrivere tutto
ciò che nel Vangelo è scritto che io ho fatto in questo mondo, fanne una regola trovando il modo di farla approvare dalla Sede apostolica.
E sappi che, per tutti coloro che la vorranno osservare, ciò significherà essere nella grazia di Gesú mio figlio e mia e sarà la via sicura per adempire ai desideri di mio figlio e miei". Docile a questa ispirazione il Padre Gabriele prende dal Vangelo i dieci capitoli che parlano della Vergine e articola su di essi la Regola che è approvata dalia duchessa e che il Padre Morin porta a Roma per l'approvazione. Alessandro VI avrebbe approvato la nuova  Regola, ma i cardinali, adducendo il decreto del IV concilio del Laterano che proibiva la fondazione di nuovi Ordini, vi si opposero: era un rifiuto.
Rientrando in Francia il p. Morin ne perde il testo e di ciò Giovanna rimane "profondamente turbata", ma il p. Gabriele si rimette all'opera e porta lui stesso a Roma il nuovo testo della Regola dell'Ordine delle "Dieci Virtú o Piaceri della Vergine Maria". Da principio a Roma si ha la stessa reazione, ma poi, in seguito ad un sogno significativo, il principale oppositore rinuncia alle sue obiezioni e nel febbraio 1501 la Regola è approvata.
Nell'agosto 1502 Giovanna decide di costruire un convento: si presentano nuove vocazioni, alcuni  miracoli facilitano la costruzione ed il 20 ottobre 1502 cinque giovinette prendono l'abito dalle mani stesse della buona duchessa assistita dal Padre Gabriele e dal p. Girardo. Poco a poco la comunità giunge a comprendere ventuno religiose e Caterina Gauvinelle di Amboise, diviene la prima "madre an cella".
Quanto a Giovanna, pur emettendo la professione il 26 maggio 1504, a titolo privato, resta nel mondo fedele al suo sovrano. Il 3 dicembre 1503, con lettere patenti firmate a Lione, Luigi XII aveva approvato la fondazione della "sua carissima e amatissima cugina Giovanna di Francia, duchessa di Berry" prendendo il convento sotto la sua "protezione e salvaguardia speciale". Il 9 novembre 1504 cinque religiose emettono la professione.
L'intenzione della fondatrice di affidare le sue opere ai Frati Minori dell'Osservanza: il 21 novembre successivo le religiose entrano in clausura.
Il 22 gennaio 1505, colpita da un grave malessere, Giovanna fa murare la porta di comunicazione col convento; dal 2 febbraio non può piú comunicarsi e muore la sera del 4.
Sulla sua tomba fioriscono i miracoli; sempre fedele, il padre Gabriele Maria lavora alla diffusione dell'Ordine. Prima delia Rivoluzione francese, l'Annunziata contava quarantacinque case in Francia e nei Paesi Bassi, delle quali rimangono oggi i monasteri di Villeneuve-sur-Lot e di Thiais.
Introdotta da Urbano VIII il 13 maggio 1632 la causa di Giovanna di Valois portò, il 21 aprile 1742, alla beatificazione da parte di Benedetto XIV ed il 28 maggio 1950, giorno di Pentecoste, alla canonizzazione da parte di Pio XII.
L'Ordine dell'Annunziata, essenzialmente mariano, ha come finalità propria "di piacere a Cristo, imitare la Madre sua e da lei apprendere, in tutte le virtú, a vedere il piacere di Dio"; proprio per questo fu desiderio della Santa consacrare l'Annunziata ai "Dieci Piaceri della Beata Vergine Maria" e cioè la castità, la prudenza, l'umiltà, la povertà, l'obbedienza, la pazienza, la fede, la devozione, la carità, la pietà. I monasteri sopravvissuti pubblicano Caritas, Messaggio Mariano di Pace, un bollettino familiare dell'Ordine della Pace fondato da Giovanna e dal Beato Gabriele Maria e da loro collegato all'Annunziata.
(Autore: André Combes - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Giovanna di Valois, pregate per noi.


*San Giovanni de Britto - Martire (4 febbraio)

Lisbona, 1 marzo 1647 - Oreiour, India, 11 febbraio 1693
Emblema:
Palma
Martirologio Romano: In località Oriur nel regno di Maravá in India, San Giovanni de Britto, sacerdote della Compagnia di Gesù e martire, che, dopo aver convertito molti alla fede imitando la vita e la condotta degli asceti di quella regione, coronò la sua vita con un glorioso martirio.
"Nuovo Saverio" chiamarono i Portoghesi e gli Indiani del Seicento il missionario Giovanni de Britto, nato a Lisbona, ucciso per la fede di Cristo a Oriur, nel Maravá (India). A dieci anni, Giovanni si ammalò di tisi, e i medici dichiararono il caso disperato. Allora la madre chiese la sua guarigione a San Francesco Saverio, anzi, si obbligò con voto, a vestire per un anno il figliolo, a grazia ottenuta, con l'abito della Compagnia di Gesù. In pochi giorni   Giovanni lasciò il letto, e, in esecuzione del voto, comparve a corte in sottanina nera, portando al fianco una corona della Madonna.  
Finito l'anno del voto, l'abito religioso fu smesso, ma, non molto tempo dopo, Giovanni avanzò istanza per essere ammesso nella Compagnia di Gesù. Da parte del provinciale dei Gesuiti non c'erano difficoltà, ma sia il re, sia l'infante tentarono ogni via pur di scongiurare quella partenza. Ciononostante, il 17 dicembre 1662, a quindici anni, Giovanni entrò nel noviziato di Lisbona e poi fu mandato a Evora ed a Coimbra per attendere agli studi e sempre ebbe la fama d'uno dei migliori ingegni dell'università.

Ma di pari passo con gli studi, sentiva crescere il desiderio di lavorare sulle orme del Saverio. Ebbe il coraggio di scrivere due volte, all'insaputa dei suoi superiori immediati, al p. generale Oliva, supplicandolo insistentemente di concedergli la grazia di andare alle missioni dell'India. Ed ebbe la promessa di essere accontentato alla prima partenza di nuovi operai per quella regione. Doveva però ancora compiere due anni di magistero in un collegio, poi dedicarsi allo studio della teologia e ricevere l'ordinazione sacerdotale: ciò avvenne all'inizio del 1673.

Prima di partire per le missioni, dovette affrontare e superare l'ultima grande difficoltà, cioè sua madre, che non si era ancora riavuta dal dolore della morte in guerra del suo primogenito, Cristoforo. Giovanni ebbe però ragione di tutti gli interventi provocati dalla madre presso il re e presso il nunzio apostolico e, per evitare altri improvvisi intralci, non si recò al porto coi suoi compagni di viaggio, ma uscì di nascosto dal collegio dei Gesuiti e, prendendo delle scorciatoie, si recò diritto alla nave, di dove scrisse l'addio alla madre.
Nel 1673, dopo un viaggio avventuroso, Giovanni arrivò a Goa. Visitando la tomba di San Francesco Saverio, nella chiesa dei Gesuiti, egli ripeté il voto di lavorare per la conversione degli Indiani e s'installò nel collegio della Compagnia di Gesù, ove completò gli studi di teologia.
Si applicò allo studio delle lingue indigene e poi si apprestò a raggiungere la residenza indicatagli dal padre provinciale: Colei, nel regno di Gingia. Scelse la via attraverso le montagne dei Gati e, per l'eccesso di fatica, si ammalò gravemente, ma, come anche altre volte, l'invocato intervento del Saverio lo risanò. Negli anni 1674-1679 lavorò a Colei e Tattuvancheri, poi nei regni di Tangiore e Gingia; negli anni 1685-686 fu anche superiore della missione.
Le fatiche del suo lavoro erano poca cosa rispetto ai patimenti che le accompagnavano.
Avendo saputo che da diciotto anni nessun missionario aveva raggiunto il regno di Maravá, ad est di Madura, egli si decise alla pericolosa impresa, dopo avervi inviato alcuni valenti catechisti. Il 5 maggio 1686 ne varcava il confine, e fu tale l'azione da lui svoltavi, che il 17 luglio dello stesso anno aveva già battezzato più di duemila indiani, passando le notti a confessare e battezzare.
Presto però il primo ministro del re di Maravá spiccò l'ordine di arresto contro il missionario e i suoi compagni, arresto al quale non erano estranee le imprudenze di un missionario di un altro Ordine religioso. In seguito, Giovanni subì, per circa un mese, un vero e crudele martirio, pur senza l'esecuzione della sua condanna a morte. Fra gli altri tormenti, fu flagellato con scudisci, schiaffeggiato, caricato di catene, e poi sdraiato nudo su di un masso di pietra pomice, arroventata dal sole e irta di punte acute, ove lo obbligavano a stare per maggior tormento, ora bocconi, ora supino, mentre sette od otto persone saltavano sul suo corpo. In quel carcere Giovanni rimase ancora ventidue giorni. Finalmente riuscì a parlare col re, il quale apparve soggiogato dalla verità.
Liberato nell'agosto del 1686, Giovanni ricevette una lettera del provinciale con la comunicazione della sua nomina a procuratore della missione essendo morto il precedente; ebbe l'ordine di raggiungere al più presto il Portogallo e di là Roma, e di presentarsi al padre generale. Giovanni fece tutte le obbiezioni che gli erano consentite dall'ubbidienza, ma dinanzi alla incrollabile decisione del provinciale si dispose immediatamente alla partenza. Dopo un viaggio "eccezionalmente felice", durante il quale toccò anche là sponda del Brasile, sbarcò a Lisbona l'8 settembre 1687. Dopo aver ossequiato i superiori, si recò dal re don Pedro II, della cui corte d'infante aveva fatto parte da bambino.
Nell'aprile 1690 Giovanni riuscì alfine a prendere ancora una volta, l'ultima volta, la nave per l'India, arrivando a Goa il 2 novembre, quando i viveri già cominciavano a scarseggiare.
Entrò di nuovo nel regno di Maravá, affrontando le ire di quel sovrano, feroce persecutore dei cristiani, che già   veva avuto occasione di minacciarlo di morte. Lavorava febbrilmente, senza pausa, pur non potendo fermarsi due giorni di seguito in un posto senza correre grave rischio.  
Un fatto singolare aggravò la situazione del futuro martire. Il 6 gennaio 1693, egli conferì il Battesimo a un principe di nome Teriadevem, trovato moribondo e da lui guarito istantaneamente, pronunziando il Credo e l'inizio del Vangelo di s. Giovanni. Secondo l'ordine del santo, il principe aveva scelto una sola fra le cinque donne che aveva già sposato, ripudiando le altre quattro, fra le quali vi era una nipote del re. Giovanni aveva compiuto il suo dovere; ma era facilmente prevedibile che i parenti avrebbero tentato di vendicare sanguinosamente l'affronto del ripudio. Difatti il sovrano diede ordine immediato che fossero arse tutte le chiese cristiane, saccheggiate le case dei fedeli ed arrestato il Santo. E per impedire che fossero messe a ferro e fuoco le case dei cristiani, andò incontro ai nemici, l'8 gennaio, insieme con tre giovani catechisti.
Accolto con ingiurie e percosse, è atterrato, poi, legato, con i suoi tre fedeli, è costretto ad una dolorosa marcia forzata, dietro gli armati a cavallo cadendo e insanguinando la lunga strada affollata di fedeli, accorsi a contemplare la passione generosa del loro padre, ad attingere forza dal suo esempio. Il giorno dopo l'arrivo nel carcere della capitale, al gruppetto dei prigionieri si aggiungono altri tre catechisti. In attesa del re, che giunge alla capitale solo il 20 gennaio, i prigionieri vivono con straordinario fervore le loro giornate.  
L'esempio e la parola del missionario sono il grande lievito di quel coraggio costante, inflessibile. Il 28 gennaio, il re emanò la sentenza. In realtà il re inviava lontano il missionario per farlo uccidere più tranquillamente: lo fece condurre alla città di Oriur, presso la frontiera e contemporaneamente avvisò suo fratello, governatore di quella provincia, di giustiziarlo appena arrivato in sua mano.
Stremato dalla prigionia, dalle privazioni, dalle percosse e dalla incessante preghiera, il missionario attraversò con estrema fatica la regione che si estende tra la capitale e Oriur. Il suo stato miserabile, i suoi piedi insanguinati, muovevano a compassione perfino alcuni pagani che l'incontravano, e un bramino gli offerse il suo cavallo, per farlo arrivare vivo alla meta.
Il giorno seguente fu decapitato. Beatificato da Pio IX il 21 agosto del 1853, fu canonizzato da Pio XII, il 22 giugno 1947.
(Autore: Ferdinand Baumann – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*Beato Giovanni Speed - Martire (4 febbraio)

+ Durham, Inghilterra, 4 febbraio 1594
Il laico John Speed, martire inglese, fu condannato durante la persecuzione di Elisabetta I per aver aiutato i sacerdoti cattolici. Fu beatificato nel 1929 da Papa Pio XI.
Martirologio Romano: A Durham in Inghilterra, Beato Giovanni Speed, martire, che, condannato a morte sotto la regina Elisabetta I per aver prestato aiuto ai sacerdoti, meritò la corona del martirio. (Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*San Giuseppe (Desideri) da Leonessa (4 febbraio)

Leonessa, Rieti, 8 gennaio 1556 – Amatrice, 4 febbraio 1612
Nasce a Leonessa, nel Reatino, l'8 gennaio 1556. Eufranio rimane orfano da piccolo e a sedici entra nel convento dei cappuccini di Assisi e a diciassette anni pronuncia i voti e prende il nome di Giuseppe.
Ordinato sacerdote nel 1580 si dedica alla predicazione. Ma il suo sogno è la missione, sogno che si avvera quando, a trentun'anni, viene mandato a Costantinopoli dove i vescovi cattolici sono
stati allontanati e i fedeli rimasti sono emarginati: a costoro i cappuccini danno assistenza. Ma Giuseppe si spinge oltre, cerca di parlare al sultano Murad III, prova a penetrare nel suo palazzo ma viene arrestato. Dopo essere stato legato ad una trave sotto la quale arde un fuoco per tre giorni, viene espulso dal Paese.
Torna in Italia e riprende a fare il predicatore. In ogni paese che attraversa lascia un segno indelebile: a tal punto che nascono molte confraternite intitolate al suo nome. Muore ad Amatrice il 4 febbraio 1612 a seguito di una dolorosa malattia. È stato proclamato Santo da Benedetto XIV nel 1746. (Avvenire)  
Martirologio Romano: Ad Amatrice nel Lazio, San Giuseppe da Leonessa, sacerdote dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini, che a Costantinopoli aiutò i prigionieri cristiani e, dopo aver duramente patito per aver predicato il Vangelo fin nel palazzo del Sultano, tornato in patria rifulse nella cura dei poveri. Al battesimo gli danno un nome insolito, Eufranio, che non sembra avere molti precedenti (più noto è Eufronio,  nome di due Santi del V e VI secolo).
Famiglia importante, ma sfortunata: i genitori, Giovanni Desideri e Francesca Paolini, muoiono in breve tempo quando lui è ancora piccolo.
Studia sotto la guida dello zio paterno Battista a Viterbo, poi si ammala e ritorna a  Leonessa.
Qui viene in contatto con i frati cappuccini e decide di prendere anche lui il saio.
Eufranio entra sedicenne nel loro convento di Assisi, fa il noviziato, a 17 anni già pronuncia i voti e prende il nome di fra Giuseppe. Prosegue negli studi teologici fino al sacerdozio (1580) e fa le sue prime esperienze di predicatore nelle campagne dell’Italia centrale.
Il suo sogno, però, è la missione. E si realizza per lui a 31 anni, quando il suo Ordine lo manda con altri a Costantinopoli, l’antica capitale dell’Impero romano d’Oriente, che da un secolo è capitale dell’Impero turco (l’ha conquistata nel 1453 il sultano Maometto II sconfiggendo Costantino XI, l’ultimo imperatore, caduto in combattimento con gli ultimi difensori: greci, genovesi e veneziani). I turchi hanno lasciato al loro posto il patriarca e i vescovi “orientali”, cioè separati dalla Chiesa di Roma in seguito allo scisma nel 1094.
I vescovi cattolici sono stati invece colpiti e allontanati. Tra i fedeli, molti vivono in schiavitù, e altri sono isolati e dispersi intorno a chiese in rovina.
I missionari cappuccini hanno un loro programma graduale nella metropoli d’Oriente: assistenza ai cattolici in prigionia, ai malati, collegamento con i gruppi cattolici occidentali che sono a Costantinopoli per lavoro e commercio. E così fa lui, fra Giuseppe.
Ma il suo temperamento lo spinge a fare di più, e subito: pensa di annunciare il Vangelo anche ai turchi, di rivolgersi personalmente al sultano Murad III. Anzi, tenta di infilarsi nel suo palazzo.
E così lo arrestano come sovversivo, poi lo tengono per tre giorni appeso per una mano e un piede a un’alta trave, sotto la quale è acceso un fuoco. Infine, espulso, torna in Italia a fare il predicatore itinerante, accompagnato da qualche confratello; e sempre a piedi, nello stile cappuccino (così può vedere il mondo con gli occhi di coloro che a piedi vivono e muoiono). Si impone ritmi quasi incredibili, che sfiancano i suoi compagni di missione: anche sei-sette prediche in un giorno; e pochissimo riposo, perché   e importantissimo anche il colloquio con la persona singola, la famiglia singola.
O con chi è condannato a morte e lo vuole accanto a sé nel carcere, per le ultime ore di vita. Per i malati, si sforza di far sorgere  piccoli ospedali e ricoveri; a volte ci lavora anche con le braccia. E combatte l’usura che dissangua le famiglie, facendo nascere Monti di Pietà e Monti  frumentari, per il piccolo credito a tasso sopportabile.
Così, per i paesi e le cittadine che attraversa e scuote, questo cappuccino diventa un portavoce, una bandiera. Nasceranno confraternite intitolate al suo nome, dopo la morte tra i cappuccini di Amatrice, a 56 anni, per una malattia molto dolorosa. Fra Giuseppe viene sepolto lì, nella chiesa conventuale. Nel 1639 il corpo è poi trasportato a Leonessa, dove tuttora si trova, nel santuario a lui dedicato. Papa Benedetto XIV lo proclama Santo nel 1746.
(Autore: Domenico Agasso - Famiglia Cristiana)
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*Beato Giusto Takayama Ukon - Padre di famiglia, Martire (4 febbraio)
Haibara-cho, Giappone, 1552 circa – Manila, Filippine, 4 febbraio 1615

Takayama Ukon, figlio di un proprietario terriero convertito al cattolicesimo, venne a sua volta battezzato insieme ai membri della sua famiglia, all’età di dodici anni. Intraprese la carriera militare sulle orme paterne e, come lui, ebbe anche la carica di daimyō, ossia di signore feudale. Nel pieno dellepoca Sengoku (“epoca degli Stati in guerra”) contribuì a diffondere la fede che gli era stata trasmessa e favorì la predicazione dei missionari.
Sotto lo shogun Tokugawa Ieyasu fu costretto definitivamente all’esilio a Manila, nelle Filippine, dove sbarcò nel dicembre 1614 insieme a un gruppo di altri trecento fratelli nella fede. Provato dalle persecuzioni e dal viaggio, fu colto da violenti febbri e morì il 4 febbraio 1615, a circa 62 anni. È stato beatificato a Osaka il 7 febbraio 2017, sotto il pontificato di papa Francesco.
Figlio di un nobile convertito
Takayama Ukon (secondo l’uso giapponese, il cognome va prima del nome), noto anche come Hikogoro Shigetomo, nacque tra il 1552 e il 1553 nel castello di Takayama, nei pressi di Nara. Suo padre, Takayama Zusho (o Takayama Tomoteru), apparteneva alla nobiltà
militare che allepoca era spesso coinvolta nella varie guerre tra daimyō o signori feudali: infatti, dal 1538 in poi, militò come samurai al servizio del nobile Matsunaga Hisashide e divenne comandante del castello di Sawa.
In quel frangente, nel 1563, Zusho fu anche uno dei giudici incaricati di esaminare l’operato del gesuita padre Gaspar Vilela, che quattro anni addietro aveva fondato la prima missione cattolica a Kyoto, sede dell’imperatore. Il sacerdote rispose con tale fermezza alle accuse che venivano rivolte a lui e al catechista Lorenzo, suo fedele collaboratore, che il samurai rimase convinto che avesse ragione: riconobbe la serietà della dottrina cristiana e volle viverla in prima persona, ricevendo il Battesimo e cambiando nome in Dario.
Tanto fece e tanto disse che anche gli altri due giudici fecero lo stesso. Non solo: quando tornò al castello di Sawa, invitò il catechista Lorenzo a presentare la sua fede ai familiari. Nel 1563 furono quindi battezzati, oltre a molti soldati, la moglie del sa
murai e i loro sei figli; Ukon, che era il maggiore, ebbe il nome cristiano di Giusto.
A causa delle lotte militari tra i vari daimyō, anche i Takayama subirono un colpo notevole: dovettero abbandonare Sawa a causa dei nemici del nobile presso cui prestava
servizio.
Dario, quindi, si associò all’amico Wada Koremasa e al suo esercito. Con lui si mise all’opera perché i missionari cattolici potessero ritornare a Kyoto: il signore del luogo, Oda Nobunaga, acconsentì e protesse in seguito la piccola comunità cristiana.
Un duello che segna la vita
Quanto a Giusto, era ormai dell’età adatta per prendere le armi: nel 1571, ad esempio, partecipò a una battaglia vittoriosa e rilevante. Tuttavia, alla morte di Wada Koremasa, si sviluppò un contrasto col figlio di lui, Korenaga: i figli dei due amici dovettero scontrarsi in duello.
Giusto vinse, uccidendo l’avversario, ma lui stesso rimase ferito gravemente. Rimase a lungo tra la vita e la morte e, mentre si riprendeva, riconobbe di essersi curato poco della fede che gli era stata insegnata.
Due anni dopo, come ricompensa per i loro servigi, i Takayama ricevettero il feudo di Takatsuki, al cui comando passò Giusto perché il padre era ormai anziano. Venne per lui anche il tempo di formarsi una famiglia: nel 1574 sposò una cristiana, Giusta, dalla quale ebbe di certo tre figli maschi, due dei quali morti poco dopo la nascita, e una figlia.
Sotto la sua guida, Takatsuki divenne un importante centro di attività missionaria, dove i catecumeni potevano riunirsi in locali adatti e ricevere regolarmente l’istruzione catechistica da parte di sacerdoti e religiosi.
Lui stesso approfondiva i contenuti del Vangelo e, ben presto, venne ritenuto esemplare dagli altri fratelli nella fede.
Una resa per non spargere sangue
Tuttavia, le
questioni di guerra non erano ancora concluse. Nel 1578 il daimyō Araki Murashige si ribellò apertamente contro Oda Nobunaga e prese in pegno la sorella e il figlio di Giusto, il quale si trovò preso dai dubbi: sapeva che suo padre voleva restare fedele all’impegno con il nobile, ma intanto il rivale di lui si era accampato di fronte al castello di Takatsuki, domandandone la resa e minacciando di mettere in pericolo i credenti cristiani.
Pregò a lungo, poi prese la sua decisione: restituì i diritti feudali al padre e si consegnò inerme. Oda apprezzò il suo gesto e lo confermò come signore del luogo, ma esiliò Dario nella provincia settentrionale di Echizen (oggi prefettura di Fukui). Proprio per questo, l’anziano contribuì a diffondere il cristianesimo anche in quelle zone del Giappone.
Alle dipendenze degli shogun, portatore del Vangelo
Giusto, intanto, aveva fatto carriera alle dipendenze di Oda Nobunaga, diventando uno dei suoi primi generali. Proseguì anche nell’aiuto ai cristiani: ottenne la costruzione della prima chiesa di Kyoto (oggi non più esistente) e di un altro edificio sacro, insieme a un seminario, ad Azuchi, sul lago Biwa. Anche a Takatsuki il numero dei credenti aumentava di anno in anno.
Quando Oda Nobunaga fu assassinato da Akechi Mitsuhide, i generali che gli erano fedeli gli diedero battaglia, poi passarono al seguito di Toyotomi Hideyoshi, il nuovo shogun. Giusto ottenne presto di grandi stima e fiducia da parte di lui e poté ancora una volta agire per aiutare i cristiani, fruttando molte conversioni anche tra personalità di spicco. Nel 1585 lo shogun lo ricompensò con un nuovo feudo, quello di Akashi: anche lì la popolazione si accostò al cristianesimo.
In conflitto con Toyotomi Hideyoshi
Tuttavia, per vari fattori, a partire del 1587 Toyotomi Hideyoshi non fu più favorevole ai cristiani: ordinò l’espulsione di tutti i missionari e degli stranieri in genere e fece pressione sui nobili affinché tornassero alla religione dei loro antenati.
Toccò anche a Giusto: la notte del 24 luglio fu convocato dallo shogun, che gli manifestò il suo dispiacere perché aveva convertito molti signori feudali. Gli ordinò quindi di abbandonare la fede, pena l’esilio in Cina e l’esproprio dei suoi beni. Il daimy
ō rifiutò, dichiarando che per nulla al mondo avrebbe rigettato il Dio nel quale i missionari gli avevano insegnato a credere.
La rappacificazione
La sua pena fu quindi limitata alla perdita dei beni: insieme a tutta la famiglia, Giusto mendicò a lungo, finché non venne ospitato sull’isola di Shodoshima da un suo amico, Konishi Yukinaga.
Lo shogun, però, venne a sapere del suo nascondiglio e gli propose di essere reintegrato nel suo incarico, ma ottenne un nuovo rifiuto. Giusto fu quindi condotto prigioniero a Kanazawa, dove subì notevoli privazioni.
Alla fine, Toyotomi Hideyoshi gli assegnò una rendita annua, forse perché si era pentito, e nel 1592 si riappacificò con lui nel corso di una solenne cerimonia. Pur non reintegrato come daimy
ō, laltro poté muoversi liberamente nellarcipelago giapponese: contribuì quindi all’azione missionaria dei Gesuiti, ripresa nell’anno precedente alla rappacificazione.
La persecuzione sotto Tokugawa Ieyasu
Tuttavia, nel 1597, 26 cattolici, sia stranieri sia autoctoni, furono crocifissi sulla collina di Nagasaki e un nuovo editto bandì i cristiani dal Giappone. La morte improvvisa dello shogun sembrò aprire qualche speranza, ma il suo successore, Tokugawa Ieyasu, si sostituì gradualmente all’erede legittimo.
Dopo un’iniziale fase di accondiscendenza verso la religione cristiana, cominciò a proibire ai vari dignitari e nobili di ricevere il battesimo. Infine, nel 1614, emanò l’ordine di espulsione di tutti i missionari, col quale i cristiani giapponesi venivano obbligati a riprendere le usanze dei loro avi.
La prigionia, poi l’esilio
Giusto, che dopo le prime proibizioni si era trasferito a Kanazawa, fu subito raggiunto dall’ordinanza. Gli amici gli suggerivano di compiere degli atti di abiura formale, come calpestare le immagini sacre, ma lui rispondeva invariabilmente di essere consapevole di quale tesoro costituisse la religione cristiana e che, quindi, non dovevano fargli quella proposta neanche per scherzo.
Insieme ai suoi familiari, venne quindi condotto sotto scorta a Nagasaki, dove venivano radunati anche i missionari e i cristiani che non avevano abiurato. Trascorse sette mesi in attesa di morire da martire, ma l’8 novembre 1614 fu imbarcato, insieme a un gruppo di circa 300 cristiani, su una giunca che faceva vela verso Manila, nelle Filippine.
Durante il viaggio fu capace di confortare gli altri, ammassati su quella piccola imbarcazione. Una volta sbarcato, ebbe un’accoglienza trionfale, da vero eroe della fede.
La morte
Tuttavia, appena quaranta giorni dopo, iniziò ad avere la febbre molto alta. Certo di essere alla fine della vita, fece chiamare il suo direttore spirituale, padre Morejón, e ricevette gli ultimi sacramenti. Incoraggiò ancora una volta quanti gli stavano attorno a perseverare nella fede e, infine, morì ripetendo il nome di Gesù. Era verso la mezzanotte del 3 febbraio 1615; Giusto aveva circa 62 anni.
Gli spagnoli, che al tempo governavano le Filippine e che gli avevano proposto di assisterli per abbattere lo shogun Tokugawa, ma ottennero il suo rifiuto, gli riservarono un funerale solenne con gli onori militari. Tempo dopo, in piazza Dilao a Manila, è stata posta una sua statua, nella quale veste gli abiti tipici del suo rango, ma alla katana (la spada tradizionale giapponese) che regge in mano è sovrapposto il Crocifisso.
Un percorso complicato verso la beatificazione
La Chiesa cattolica giapponese lo ha sempre considerato un autentico testimone della fede e ha più volte cercato di avviare il suo processo di beatificazione. Il primo tentativo rimonta già a pochi anni dalla sua morte, ad opera dei sacerdoti di Manila: tuttavia, la politica isolazionista sotto i Tokugawa impedì la raccolta delle prove documentali a riguardo. Nel 1965, poi, alcuni vizi di forma nelle fasi preliminari ne causarono l’arresto.
L’ultimo e più proficuo intervento in tal senso parte dall’ottobre 2012, monsignor Leone Jun Ikenaga, arcivescovo di Osaka e all’epoca presidente della Conferenza episcopale giapponese, ha consegnato a papa Benedetto XVI una lettera per chiedere l’esame della causa. L’agosto dell’anno successivo, la Conferenza episcopale del Giappone ha inviato alla Congregazione delle Cause dei Santi i documenti del processo.
Nel 2015 è stata quindi trasmessa la "Positio": in essa Giusto Takayama figurava come martire, in quanto la sua morte appariva come conseguenza delle privazioni e dei maltrattamenti subiti in patria. Infine, il 20 gennaio 2016, Papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del decreto con cui effettivamente veniva riconosciuto il suo martirio.
La beatificazione
Il rito della beatificazione di Giusto Takayama si è svolto nella Osaka-j
ō Hall di Kyōbashi, presso Osaka, presieduto dal cardinal Angelo Amato come inviato del Santo Padre.
È la prima volta per un singolo candidato agli altari come martire originario del Giappone: questo Paese conta infatti già 42 Santi e 393 Beati, tutti martiri e uccisi in prevalenza durante il periodo Edo, ossia dal 1603 al 1867; sono tutti ricordati in gruppo.
(Autore: Emilia Flocchini – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Giusto Takayama Ukon, pregate per noi.


*Sant'Imerio di Bosto - Pellegrino e Martire (4 febbraio)

Emblema: Palma
Gode di un culto locale nella provincia di Varese, associato a San Gemolo compagno di martirio. Vari
studiosi ritengono che comunque si tratta della stessa persona.
A Bosto (Varese) gli è stata dedicata una chiesa che porta il suo nome, è rappresentato vestito da pellegrino con un pugnale infisso nel petto.
Un’antica tradizione del secolo XI li presenta come accompagnatori di un vescovo in viaggio  per Roma proveniente da Oltre Alpi, che si recava dal Papa per adempiere all’obbligo della visita ad limina apostolorum; si tratta di una visita di tutti i  vescovi residenziali di una diocesi, o di una nazione che sono tenuti a fare ogni cinque anni o altro periodo concordato, in tale occasione oltre a ribadire la fedeltà della Chiesa locale o nazionale alla Santa Sede, si passano in rassegna tutte le opere fatte e i problemi  che assillano la vita ecclesiale della comunità.
Imerio e Gemolo (se si tratta di due persone) furono uccisi durante una rapina a colpi di pugnale in Valganna da una banda di malfattori provenienti da Uboldo (VA). Gemolo fu sepolto a Ganna (nel luogo nel 1095 sorse una abbazia a lui dedicata) mentre Imerio che era fuggito verso Varese ferito mortalmente, fu sepolto nella chiesa di San Michele di Bosto che in seguito prenderà il suo nome.
Inizialmente ricordati nella zona in due giorni diversi 4 e 5 febbraio, nel 1960 con decreto del 12 febbraio, la Sacra Congregazione dei Riti, ha concesso la Messa propria nelle parrocchie di Bosto e Ganna il 4 febbraio.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Imerio di Bosto, pregate per noi.


*Sant'Isidoro di Pelusio - Abate (4 febbraio)

+ 450 circa
Martirologio Romano:
A Pelusio sempre in Egitto, Sant’Isidoro, sacerdote, che, illustre per dottrina, disdegnando il mondo e le sue ricchezze, preferì imitare la vita di Giovanni Battista nel deserto indossando l’abito monastico.

Isidoro nacque probabilmente ad Alessandria d’Egitto ed in giovane età, desideroso di imitare lo stile di vita di  San Giovanni Battista nel deserto, rinunciò alle sue ricchezze e si fece monaco.

In seguito, dopo aver ricevuto l’ordinazione presbiterale, divenne abate di un monastero nei pressi di Pelusio, sempre in Egitto, e la perfezione cristiana che contraddistinse la sua esistenza divenne esemplare per i suoi contemporanei.
Il patriarca San Cirillo di Alessandria, nonostante il suo carattere, pare sia stato suo grande ammiratore.
Il Santo abate, grande diplomatico, non mancò di rivelarsi prudente consigliere per il patriarca.
Isidoro volle farsi imitatore di un grande Santo del mondo bizantino, Giovanni Crisostomo.
Del suo abbondante epistolario restano oltre duemila esemplari, lettere redatte in un greco talmente elegante che secondo alcuni esperti il loro studio potrebbe addirittura sostituire quello dei testi classici. Questi preziosi documenti testimoniano l’ampiezza della sua erudizione teologica e sovrabbondano di ottimi consigli sulla pietà, la prudenza e l’umiltà.
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*Beati Martiri Gesuiti in Giappone (4 febbraio)

Scheda del gruppo a cui appartengono:
“Beati Martiri Giapponesi” Beatificati nel 1867-1989-2008

Nagasaki, Giappone, († 1617-1632)
I Gesuiti con San Francesco Saverio (1506-1552) furono i primi ad incominciare l’evangelizzazione del Giappone, che si sviluppò con notevoli risultati nei decenni successivi al 1549, tanto che nel 1587 i cattolici giapponesi erano circa 300.000, con centro principale a Nagasaki.
Ma proprio nel 1587 lo ‘shogun’ (maresciallo della corona) Hideyoshi, dai cristiani denominato ‘Taicosama’, che fino allora era stato condiscendente verso i cattolici, emanò un decreto di
espulsione contro i Gesuiti (allora unico Ordine religioso presente nel Giappone) per delle ragioni non chiarite.
Il decreto fu in parte eseguito, ma la maggior parte dei Gesuiti rimase nel paese, mettendo in atto una strategia  di prudenza, in silenzio e senza esteriorità, continuando con cautela l’opera evangelizzatrice.
Tutto questo fino al 1593, quando provenienti dalle Filippine sbarcarono in Giappone alcuni Frati Francescani, i  quali al contrario dei Gesuiti, iniziarono senza prudenza una predicazione pubblica, a ciò si aggiunsero complicazioni politiche tra la Spagna e il Giappone, che provocarono la reazione dello ‘shogun’ Hideyoshi, che emanò l’ordine di imprigionare i francescani e alcuni neofiti giapponesi.
I primi arresti ci furono il 9 dicembre del 1596 e i 26 arrestati, fra cui tre gesuiti giapponesi, subirono il martirio il 5 febbraio 1597, i protomartiri del Giappone furono crocifissi e trafitti nella zona di Nagasaki, che prese poi il nome di “santa collina” e proclamati santi da Papa Pio IX nel 1862. Subentrato un periodo di tregua e nonostante la persecuzione subita, la comunità cattolica aumentò, anche per l’arrivo di altri missionari, non solo gesuiti e francescani ma anche domenicani e agostiniani.
Ma nel 1614 la numerosa comunità cattolica subì una furiosa persecuzione decretata dallo shogun Ieyasu (Taifusama), che si prolungò per alcuni decenni distruggendo quasi completamente la comunità in Giappone, causando moltissimi martiri, ma anche molte apostasie fra gli atterriti fedeli giapponesi.
I motivi che portarono a questa lunga e sanguinosa persecuzione, furono vari, a partire dalla gelosia dei bonzi buddisti che minacciavano la vendetta dei loro dei; poi il timore di Ieyasu e dei suoi successori Hidetada e Iemitsu, per l’accresciuto influsso di Spagna e Portogallo, patria della maggioranza dei missionari, che erano ritenuti loro spie, per gli intrighi dei violenti calvinisti olandesi e infine per l’imprudenza di molti missionari spagnoli.
Dal 1617 al 1632 la persecuzione toccò il picco più alto di vittime; i supplizi secondo lo stile orientale, furono vari e raffinati, non risparmiando nemmeno i bambini; i martiri appartenevano ad ogni condizione sociale, dai missionari e catechisti, ai nobili di famiglia reale; da ricche matrone a giovani vergini; da vecchi a bambini; dai padri di famiglia ai sacerdoti giapponesi.
La maggior parte furono legati ad un palo e bruciati a fuoco lento, cosicché la “santa collina” di Nagasaki fu illuminata sinistramente dalla teoria di torce umane per parecchie sere e notti; altri decapitati o tagliati membro per membro.  
Non stiamo qui ad elencare le altre decine di tormenti mortali cui furono sottoposti, per non fare una galleria degli orrori, anche se purtroppo testimoniano come la malvagità umana, quando si sfrena nell’inventare forme crudeli da infliggere ai suoi simili, supera ogni paragone con la ferocia delle bestie, che perlomeno agiscono per istinto e per procurarsi il cibo.
Oltre i primi 26 santi martiri del 1597 già citati, la Chiesa raccogliendo testimonianze poté riconoscere la validità del martirio per almeno 205 vittime fra le migliaia che persero la vita anonimamente e papa Pio IX il 7 luglio 1867 poté proclamarli beati.
Dei 205 Beati, 33 erano dell’Ordine della Compagnia di Gesù (Gesuiti); 23 Agostiniani e Terziari agostiniani giapponesi; 45 Domenicani e Terziari O.P.; 28 Francescani e Terziari; tutti gli altri erano fedeli giapponesi o intere famiglie, molti dei quali Confratelli del Rosario.
Non c’è una celebrazione unica per tutti, ma gli Ordini religiosi a gruppi o singolarmente, hanno fissato il loro giorno di celebrazione.
Il gruppo dei 33 Gesuiti, oltre la celebrazione singola nel giorno del martirio, hanno la ricorrenza comune al 4  febbraio; essi subirono il martirio negli anni dal 1617 al 1632, quasi tutti a Nagasaki, si riportano i loro nomi:
13 sacerdoti; Francisco Pacheco, Carlo Spinola, Joao Baptista Maciado, Sebastiano Kimura, Camillo Costanzo, Pietro Paolo Navarra, Girolamo De Angelis, Diego Carvalho, Miguel Carvalho, Baltasar De Torres, Giambattista Zola, Tommaso Tzuji, Antonio Ixida.
13 Fratelli coadiutori; Leonardo Kimura, Ambrosio Ferrnandes, Agostino Ota, Dionisio Fugiscima, Pietro Onizzuca Sandaju, Simone Yempo, Vincenzo Caun, Giovanni Kinsaco, Pietro Rinscei, Gaspare Sadamatzu, Michele Xinsuki, Michele Nacascima, Michele Tozò.
7 novizi; Tommaso Akaboshi, Ludovico Kawara, Gundisalvus Kimura, Giovanni Kingocu, Antonio Kyùni, Pietro Sampo, Michele Saitò.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - Beati Martiri Gesuiti in Giappone, pregate per noi.

 

*San Nicola Studita - Abate (4 febbraio)

+ 863
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Martirologio Romano: A Costantinopoli, San Nicola Studita, monaco, che, più volte scacciato in esilio a motivo della venerazione delle sacre immagini, divenuto infine egúmeno del monastero di Studio, morì in pace.
Nativo dell’isola di Creta, più precisamente di Sidone (odierna Khania), all’età di nove anni Nicola fu mandato al monastero di Studion, il cui abate era suo zio Teofane, e qui si dedicò agli studi sino a quando, raggiunta la maggiore età, vi entrò come monaco.
Nel frattempo era scoppiata la seconda feroce ondata del conflitto iconoclastico ed i sostenitori di tale  battaglia, con il favore dell’imperatore Leone l’Armeno, costrinsero all’esilio parecchi ortodossi, in primis il patriarca San Niceforo di Costantinopoli ed il celebre abate San Teodoro di Studion.
Solo alla morte di Leone essi poterono fare ritorno e nell’826, quando morì Teodoro, Nicola gli succedette quale egumeno della comunità monastica.
L’imperatore Teofilo riaccese la persecuzione per l’intera durate del suo regno, ma alla sua morte, nell’842, sua moglie Santa Teodora ristabilì l’ortodossia in materia di venerazione delle icone e richiamò dall’esilio quanti erano stati allontanati.
Sotto l’imperatore Michele III scoppiò poi un acceso dibattito, quando questi decise di deporre dal soglio patriarcale di Costantinopoli Sant’Ignazio per sostituirlo con il celebre Fozio, oggi venerato come Santo dalla Chiesa bizantina.
Il pontefice allora regnante, San Niccolò I, si oppose fermamente alle istanze autonomiste così manifestate e continuò a sostenere Ignazio, dando origine ad una diatriba che si rivelò nei secoli successivi di grande portata. Anche Nicola Studita appoggiò Ignazio e rifiutò di avere alcun rapporto con Fozio, esiliandosi volontariamente.
L’imperatore lo invitò a tornare, ma constatando il suo netto rifiuto nominò un nuovo abate.
Dopo aver peregrinato per alcuni anni, Nicola fu arrestato e tenuto in stretto isolamento in un monastero, impedendogli così anche di incontrare il pontefice che avrebbe desiderato avvalersi della sua testimonianza in favore del patriarca deposto.
Nell’867 Michele III fu infine assassinato ed il suo successore ristabilì Ignazio nella sua sede legittima e manifestò il desiderio di ristabilire anche Nicola come egumeno.
Il Santo, ormai in età avanzata, preferì rifiutare, ma concluse comunque la sua vita circondato dall’affetto dei suoi monaci. Morì nell’863 e fu sepolto accanto il suo santo predecessore.
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Nicola Studita, pregate per noi.


*Santi Papia, Diodoro e Claudiano - Martiri (4 febbraio)

Martirologio Romano: A Perge in Panfilia, nell’odierna Turchia, Santi Pápia, Diodoro e Claudiano, martiri.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*San Rabano Mauro - Abate di Fulda (4 febbraio)

Magonza, 780 ca. - Magonza, 4 febbraio 856
Rabano Mauro fu uno dei protagonisti della cultura carolingia. Nato a Magonza, in Germania nel 780, studiò nella celebre scuola del monastero benedettino di Fulda. Si recò poi a Tours, dove gli fu maestro Alcuino. Ritornato all'abbazia di Fulda, ne divenne la guida e la portò al suo massimo splendore.  
Nell'847 diventò arcivescovo di Magonza fino alla morte, avvenuta nell'856. Noto come «Magister Germaniae», è considerato il teologo occidentale più erudito del suo tempo. Fine poeta, è autore del «De laudibus sanctae Crucis» e alcuni gli attribuiscono anche l'inno «Veni creator». (Avvenire)
Martirologio Romano: A Magonza nella Franconia in Germania, San Rabáno, detto Mauro, vescovo, che, da monaco di Fulda eletto alla sede di Magonza, prelato di provata dottrina, di ricca eloquenza e accetto a Dio, nulla trascurò di quanto potesse fare a gloria di Dio.
Alcuni testi ed enciclopedie, lo considerano come Beato, ma la recente edizione del “Martyrologium Romanum” lo  classifica come santo e a questo testo ufficiale della Chiesa, bisogna attenersi.
Rabano nacque a Magonza verso il 780; frequentò come oblato (consacrato) la scuola monastica di Fulda, fondata nel 744 da s. Bonifacio Winfrid (680-755), monaco anglosassone, evangelizzatore della Germania e che nel Medioevo divenne famosa, insieme al monastero benedettino da cui prendeva il nome.
Da lì si spostò a Tours in Francia, per proseguire la sua formazione alla “Schola Palatina” fondata da Carlo Magno e guidata dal grande teologo, filosofo, letterato, il beato Alcuino (735-804), il quale poi gli impose il soprannome di Mauro (dal discepolo di s. Benedetto).  
Dopo il periodo trascorso in Francia, ritornò a Fulda, dove venne ordinato sacerdote nell’814 e dall’817 divenne direttore della Scuola, per divenire poi nell’822 abate del grande monastero che governò per 20 anni.
Nell’842 rinunciò alla carica e si ritirò a Petersberg nei pressi di Fulda; dopo cinque anni di questo ritiro, nell’847 fu chiamato dal re Ludovico il Germanico (804-876), quale quinto successore di s. Bonifacio, alla sede arcivescovile di Magonza.
Rabano Mauro fu il più grande dotto del suo tempo, trasmise alla sua epoca tutto il sapere teologico dei Padri della Chiesa e collegato con Alcuino, contribuì sostanzialmente alla vita spirituale dell’età carolingia; si meritò il titolo di “Precettore della Germania”.  
Spiegò e commentò molti libri sacri del Vecchio e del Nuovo Testamento, utilizzando con sapienza le opere dei grandi Padri, San Girolamo, Sant'Agostino e San Gregorio Magno; inoltre scrisse vari manuali e omelie per l’educazione del clero, poesie e iscrizioni per chiese e sepolcri.
Ma la sua opera più grande fu il “De Universo”, un compendio enciclopedico in 22 libri, di tutto il sapere del suo tempo; compilò anche un ‘Martirologio’, elenco dei santi venerati con note della loro vita o del martirio.
Ancora gli viene attribuito il celebre inno “Veni Creator Spiritus”; come abate di Fulda e come arcivescovo di Magonza, espletò con sollecitudine un’attività pastorale intensa, anche con la convocazione di Sinodi e la costruzione di chiese. Rabano Mauro morì il 4 febbraio 856 a Magonza e le sue reliquie deposte nel monastero di Sant'Albano, poi sistemate in luogo visibile al culto, dal suo successore Albrect di Brandenburgo.
Le reliquie poi dall’epoca della Riforma Protestante (XVI sec.) sono scomparse; ebbe culto sia di beato che di santo nelle diocesi di Magonza, Limburgo, Breslavia e a Fulda. Dante lo ricorda tra gli spiriti sapienti del cielo del Sole (Par., XII, 139).
La sua ricorrenza liturgica è al 4 febbario.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Rabano Mauro, pregate per noi.  

*Altri Santi del giorno (4 febbraio)

*Beato Maria Eugenio di Gesù Bambino

*Beata Marianna Rivier (ricordata il 3 febbraio)
Giaculatoria - Santi tutti, pregate per noi.


 
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