Santi del 4 Luglio - Istituto Aveta

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Santi del 4 Luglio

Il mio Santo > I Santi di Luglio

*Sant'Alberto Quadrelli da Rivolta - Vescovo (4 luglio)

Patronato: Lodi
Etimologia: Alberto = di illustre nobiltà, dal tedesco
Emblema: Bastone pastorale
Nacque a Rivolta, della cui chiesa divenne successivamente preposto.
Il giovedì santo 29 marzo 1168 fu scelto dal clero e dal popolo di Lodi come proprio vescovo
quando Galdino, arcivescovo di Milano e legato pontificio in Lombardia, ordinò loro di staccarsi dal vescovo Alberico Merlin, che era stato eletto a quella sede dall'antipapa Pasquale III, di cui era stato fautore.
Fu pastore attivo e zelante, strenuo difensore del papa Alessandro III, e prese parte al III Concilio Lateranense.
La sua rettitudine fu riconosciuta anche dai suoi nemici tra cui Acerbis Murena, partigiano di Pasquale III.
Come non si conosce la sua data di nascita così è incerta quella della sua morte: il 1173 per il Gams, il 1179 per i Bollandisti.
Traslato solennemente nel 1588, la sua festa viene celebrata il 4 luglio.
(Autore: Sergio Mottironi – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Alberto Quadrelli da Rivolta, pregate per noi.


*Sant'Andrea di Creta (di Gortina) - Vescovo (4 luglio)

Damasco, 660 circa – Lesbo, 740
Nacque a Damasco nel 660, ma fu monaco e membro del clero di Gerusalemme.
Fu mandato a Costantinopoli dove fu diacono e ricevette diversi incarichi.
Nel 700 ca. fu eletto vescovo di Gortina, metropoli dell'isola di Creta. Morì ad Erisso, nell'isola di Lesbo, il 4 luglio 740.
Fu oratore e poeta. Scrise omelie e panegirici e si distinse anche come autore di inni, di cui componeva anche la melodia.
Scrisse anche di teologia mariana.
Martirologio Romano: A Eresso nell’isola di Lesbo, transito di Sant’Andrea di Creta, vescovo di Górtina, che con preghiere, inni e cantici di raffinata fattura cantò le lodi di Dio ed esaltò la Vergine Madre di Dio immacolata e assunta in cielo.
Sant’Andrea nacque a Damasco nel 660 circa, cioè verso la metà del VII secolo. All’età di quindici anni, raggiunta Gerusalemme, decise di entrare nel monastero di San Saba e del Santo Sepolcro.
Teodoro, patriarca di Gerusalemme, nel 685 lo inviò quale suo delegato al VI concilio ecumenico (noto come Costantinopolitano III) per appoggiare la condanna del monotelismo, teoria eretica
che sosteneva l’unica volontà divina di Cristo. Durante il soggiorno nella capitale imperiale Andrea ricevette l’ordinazione diagonale e gli fu affidata la gestione di un orfanotrofio e di un ospizio per anziani.
Non passò molto tempo che forse già nell’anno 700 circa fu eletto alla carica episcopale presso Gortina, sede arcivescovile metropolitana dell’isola di Creta.
Nel 711 ascese al trono Filippico Bardane, che convocò un sinodo per tentare di rovesciare il responso del sinodo precedente ed instaurare il monoteismo quale religione ufficiale dell’impero. Anche Andrea partecipò a tale sinodo e per un breve tempo arrivò addirittura a riconoscerne i decreti eretici, ma finalmente Bardane fu poi cacciato ed al patriarca di Costantinopoli non restò che ritrattare per iscritto al papa, scusandosi anche a nome di coloro che avevano partecipato all’illegittimo sinodo.
Andrea fu celebre come predicatore e compositore di inni sacri. Si sono tramandati ben una cinquantina di sermoni a lui attribuiti e la tradizione gli ha arbitrariamente attribuito l’introduzione del tipo di inno noto come “Kanon”, tipico della liturgia bizantina.
In realtà è pur vero che ne scrisse comunque molti, alcuni dei quali cantati ancora oggi, notevoli per l’originalità della loro forma metrica e musicale. Tra di essi rifulge quello detto “grande kanon”, di carattere quaresimale e formato da duecentocinquanta strofe.
Le sue omelie si rivelarono importanti per lo sviluppo della devozione mariana: esaltò infatti la Vergine Madre di Dio quale Immacolata ed Assunta in Cielo, prefigurando così le definizioni dogmatiche dei Papi Pio IX e Pio XII avvenute nei secoli XIX e XX.
Sant’Andrea di Creta morì nell’isola di Lesbo nel 740 ed il Martyrologium Romanum lo commemora al 4 luglio.
Non è da confondere con un suo omonimo cretese, detto però “il Calibita”, martirizzato nel 766 e festeggiato al 20 ottobre.
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Andrea di Creta, pregate per noi.


*Sant'Antonio Daniel - Sacerdote e Martire (4 luglio)

Scheda del gruppo a cui appartiene:
“Santi Martiri Canadesi” (Giovanni de Brébeuf, Isacco Jogues e compagni) Martiri

Dieppe, Francia, 27 maggio 1601 – Teanaostaye, Canada, 4 luglio 1648
Martirologio Romano: Presso gli Uroni in territorio canadese, Sant’Antonio Daniel, sacerdote della Compagnia di Gesù e martire, che, terminata la celebrazione della Messa, fermo sulla porta della chiesa a tutela dei neofiti dall’assalto di pagani ostili, fu trafitto dalle loro frecce e infine dato al rogo. La sua memoria si celebra insieme a quella dei suoi compagni il 19 ottobre.
Antoine Daniel nacque a Dieppe, nella regione della Normandia in Francia, il 27 maggio 1601. Studente di diritto, entrò nella Società di Gesù il 1° ottobre 1621 e divenne sacerdote. Insegnante a Rouen, ricevette in seguito la vocazione a farsi missionario. Erano in quel tempo fiorenti le missioni dei Gesuiti in Canada e Padre Daniel giunse dunque a Cap-Breton, in Quebec, nel 1632.
Viaggiò per un anno nella Nouvelle-France e studiò la lingua degli uroni, la popolazione indigena. Nel 1634 si recò a Wendake con i padri Brébeuf e Daoust. Trascorse poi gran parte del suo tempo nei villaggi di Teanaostaye e Cahiaguie sul lago Couchiching. Diresse per sette anni una scuola per giovani Uroni, insegnando loro il Padre Nostro, del quale aveva fatto un adattamento musicale, ed il Credo nella loro lingua.
Al suo ritorno a Teanaostaye ai primi di luglio del 1648, il villaggio fu attaccato dagli Irochesi. Come il buon pastore che dà la sua vita per salvare le pecore, egli rifiutò fermamente di lasciare la missione per poter portare soccorso ai moribondi.
Il 4 luglio assalirono la residenza di Santa Maria, quando Padre Antoine aveva appena terminato la celebrazione eucaristica.
Egli invitò allora i fedeli, in particolare i neofiti ed i feriti, a mettersi in salvo e marciò verso gli Irochesi con una croce in mano. Questi, stupefatti, lo crivellarono con frecce e pallottole e buttarono il suo corpo nella cappella ormai in fiamme. I testimoni dell’accaduto ne fecero relazione a Padre Ragueneau.
Furono in tutto otto i martiri gesuiti che effusero con il loro sangue la terra nordamericana, beatificati nel 1925 e canonizzati nel 1930 da Papa Pio XI.
Mentre la commemorazione del singolo Sant’Antonio Daniel ricorre in data odierna nell’anniversario del suo martirio, la festa collettiva di questo gruppo di martiri è fissata dal calendario liturgico al 19 ottobre. Una parrocchia gli è dedicata presso Thetford-Mines.
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Antonio Danie, pregate per noi.


*Santa Berta di Blangy - Badessa (4 luglio)

Francia, 640 ca. – Blangy, Artois (Francia), 725
Figlia di Rigoberto, conte palatino sotto il re carolingio Clodoveo II, sposò ventenne un parente di questi, Sigfrido.
Vent'anni dopo, rimasta vedova, seguì la vocazione monastica.
Costruì due case di preghiera, ma entrambe crollarono. Un angelo, allora, le apparve e le indicò un luogo adatto, dove sorse il monastero di Blangy, nell'Artois. Vi si stabilì con le due figlie maggiori, Deotila e Gertrude.
Alcuni anni prima della morte, avvenuta intorno al 725, lasciò l'incarico di badessa e si ritirò a vita anacoretica in una celletta nelle vicinanze del monastero. (Avvenire)
Martirologio Romano: A Blangy nel territorio di Arras in Francia, Santa Berta, badessa, che, entrata insieme alle figlie Geltrude e Deotila nel monastero da lei fondato, dopo alcuni anni si ritirò come reclusa in una cella.
Sembra un destino già stabilito, ma tutte le sei Sante o Beate di nome Berta, destinatarie di un culto ufficiale, vissero buona parte della loro vita e fino alla loro morte, come badesse di monasteri
e quasi tutte nel XII secolo.
La Santa Berta di cui parliamo, nacque invece in Francia nel 640 ca. da Rigoberto, conte palatino sotto il regno carolingio di Clodoveo II (638-656) e da Ursona; a vent’anni sposò un parente del re di nome Sigfrido, dal matrimonio nacquero cinque figlie.
Vent’anni dopo nel 680, rimasta vedova, poté a 40 anni seguire la sua personale vocazione monastica, a cui aveva dovuto rinunciare per i soliti motivi di Stato.
Si narra che costruì ben due case di preghiera, ma entrambe crollarono dopo un po’ di tempo, a questo punto le apparve un angelo che indicò il luogo adatto per la costruzione e qui sorse nel 686 il monastero di Blangy nell’Artois (regione storica della Francia, compresa nel dipartimento del Pas-de Calais).
In questo monastero si ritirò insieme alle due figlie maggiori Deotila e Gertrude; ricoprendo la carica di badessa per alcuni anni, poi lasciò la carica per vivere come semplice reclusa in una piccola cella prospiciente la chiesa del monastero.
Visse così praticamente sepolta viva per molti anni in preghiera e penitenza; morì nel 725 a circa 85 anni.
Le sue reliquie furono trasportate nell’825 ad Erstein presso Strasburgo, per salvarle dalle invasioni dei Normanni; poi nel 1032 furono riportate a Blangy, divenuto nel frattempo monastero benedettino.
Nella diocesi di Arras (capoluogo dell’Artois) la festa di Santa Berta si celebra il 4 luglio, giorno riportato anche dal ‘Martirologio Romano’.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Berta di Blangy, pregate per noi.


*Beato Bonifacio di Savoia - Monaco Certosino e Arcivescovo di Canterbury (4 luglio)
Sainte-Hélène-du-Lac, Savoia, 1207 - 4 luglio 1270
Emblema:
Bastone pastorale
Martirologio Romano: Nel monastero di Hautecombe presso il lago di Bourget nella Savoia, in Francia, deposizione del Beato Bonifacio, vescovo, che, di stirpe regale, si ritirò dapprima presso i Certosini e, elevato poi alla sede di Belley ed infine a quella di Canterbury, si dedicò con assiduità alla cura del suo gregge.
Undicesimo dei figli del conte Tommaso I di Savoia e di Margherita di Ginevra, Bonifacio nacque nel 1207 nel castello di Sainte-Hélène-du-Lac in Savoia.
Benché di carattere forte e focoso, era tuttavia portato alla pietà, il padre volle favorire questa inclinazione indirizzandolo alla vita ecclesiastica, pertanto Bonifacio seguendo la volontà paterna, entrò nella Grande Certosa di Grenoble, dove si distinse subito per la sua spiritualità.
Non ancora professo fu eletto priore per breve tempo di Nantua e nel 1232, a 25 anni ancora suddiacono, fu eletto vescovo di Belley, dai canonici della cattedrale, i quali desideravano come capo della loro Chiesa, una persona di illustre casato e di grande importanza; alla morte del fratello Guglielmo, che era vescovo di Valenza, Bonifacio amministrò anche quella diocesi fino al 1242.
Per interessamento della nipote Eleonora sposa di Enrico III d’Inghilterra, venne eletto arcivescovo di Canterbury, succedendo a Sant’ Edmondo Rich; per la morte a breve distanza di due pontefici, la sua carica fu confermata solo il 17 settembre 1243, da Papa Innocenzo IV.
L’anno successivo arrivò per la prima volta in Inghilterra, dove fu ordinato diacono e sacerdote dal vescovo di Worchester, erano procedure consentite in quell’epoca e constatando che il re aveva causato alla sede arcivescovile enormi debiti con le sue esose tasse, egli subito si oppose con energia, ottenendo pieno successo.
Venne consacrato vescovo il 15 gennaio 1245 da Papa Innocenzo IV, durante il Concilio di Lione, ottenendo anche benefici economici per risanare i bilanci della sede di Canterbury.
Prese possesso pieno della diocesi inglese il 1° novembre 1249, iniziando subito la visita generale della diocesi e della provincia ecclesiastica, sostenendo lunghe lotte per reprimere gli abusi del clero.
Scomunicò il decano ed il clero della chiesa di San Paolo di Londra, perché non volevano riconoscere la sua autorità e la sua visita, perché per loro il visitatore era il vescovo di Londra.
Stessa resistenza ricevette al priorato di San Bartolomeo, che non volevano riconoscere altra autorità, se non quella del vescovo di Londra, Bonifacio in un accesso d’ira scaraventò a terra il vecchio vice priore, scatenando contro di lui il furore dei londinesi che lo aggredirono strappandogli le vesti, accusandolo anche di trasferire in Francia i redditi dei benefici inglesi.
Liberato dalla sua guardia, Bonifacio fuggì in barca sul Tamigi, rifugiandosi a Lambeth, da dove scomunicò il clero di San Bartolomeo e il vescovo di Londra. Anche a Sant' Albano si rafforzò la resistenza del clero, che si rifiutò di pagare le tasse appellandosi a Roma.
Anche Bonifacio si rivolse al Papa, recandosi a Roma dove si raggiunse un compromesso, vennero confermati i diritti della visita pastorale ma restringendone l’uso.
Tornò in Inghilterra nel 1252 e si unì con i baroni ribelli al re Enrico III (1207-1272), che costrinsero il sovrano a giurare di osservare i patti della “Magna Charta”, sottoscritti dal padre Giovanni senza Terra ed i notabili del regno.
Nel 1256 Bonifacio si recò a Torino, per ottenere la libertà del fratello Tommaso II prigioniero dei torinesi; proseguì la sua opera in difesa dei diritti della Chiesa in Inghilterra, convocando anche un Concilio nel 1258 a Merton.
In seguito si staccò dai turbolenti baroni e passò dalla parte del re, fu costretto anche a fuggire dall’Inghilterra nel 1262, quando iniziò la guerra civile, riparando in Francia.
Dopo tre anni a seguito della vittoria di Enrico III, poté ritornare in Inghilterra; lasciò l’isola per l’ultima volta nel 1268 per accompagnare alla crociata Edoardo figlio di Enrico III, ma stremato dalle fatiche si spense, durante il viaggio, il 4 luglio 1270, nel suo castello natio di Sainte-Hélène in Savoia; venne sepolto nell’abbazia cistercense di Hautecombe sul lago di Bourget, dove riposa tuttora.
Papa Gregorio XVI il 1° settembre 1838, ne approvò il culto per l’Ordine dei Certosini e per la diocesi di Chambéry.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Bonifacio di Savoia, pregate per noi.


*San Carileffo di Anille - Abate (4 luglio)

Secondo Gregorio di Tours, nel 576 nella diocesi di Le Mans sorgeva il monastero detto Anille (oggi St-Calais) eretto in onore di Carileffo, vissuto, sembra, nel sesto secolo. In realtà, dalle scarse notizie in possesso, si può rilevare che Carileffo non fu il fondatore e neppure l’abate, dal momento che forse conduceva vita eremitica nei pressi di quel luogo.
Al tempo delle invasioni normanne i resti di Carileffo furono trasferiti a Blois e poi riportati a St-Calais nel 1663.
L’Ordine Benedettino lo festeggia il 4 luglio. Secondo Gregorio di Tours (Histo-ria Francorum, V, cap. 14), nel 576, nella diocesi di Le Mans, presso il fiume Anille, sorgeva il monastero detto Anille (Anisola o Anninsola; oggi St-Calais) eretto in onore di Carileffo, vissuto, sembra, nel sec. VI. Delle tre Vitae di Carileffo pervenuteci, una è senza valore, mentre le altre due furono redatte nel sec. IX, in epoca, cioè, molto posteriore a quella in cui visse il santo.  
In un diploma di Clodoveo III del 693 si parla di un monastero costruito in onore del «pio Carìlefus, confessore», e in un testo di Dagoberto III, databile tra il 712 e il 715, Carileffo è definito «beatissimo», mentre un altro diploma del 752 lo chiama Santo.
Secondo la tradizione leggendaria, Carileffo, monaco a Ménat, avrebbe poi lasciato l'Alvernia assieme a Sant’ Avito, si sarebbe recato nel Sologne e nel Perche e avrebbe infine fondato il monastero di Anille. In realtà, dalle scarse notizie certe che mettono Carileffo in relazione con questo monastero, si può ricavare che egli non ne fu il fondatore e neppure l'abate, dal momento che esso fu eretto in suo onore: forse il santo conduceva vita eremitica nei pressi del luogo ove sarebbe poi sorto il monastero. Al momento delle invasioni normanne i resti di Carileffo furono trasferiti a Blois e poi riportati a St-Galais nel 1663.
La sua festa ricorre al 4 luglio nel Proprio di Le Mans.
(Autore: Pierre Villette – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Carileffo di Anille, pregate per noi.


*Beata Caterina Jarrige - Domenicana (4 luglio)

Domus, 1754 - Mauriac, 4 luglio 1836
Nel 1789, durante la Rivoluzione Francese aiutò molti sacerdoti che non avevano aderito alla costituzione civile del clero, provvedendo loro con un rifugio, viveri, ma soprattutto trovando il pane e il vino necessari per la celebrazione del sacrificio eucaristico.
Li prelevava di notte, nascosti nelle foreste della valle d’Auze, e li accompagnava nelle famiglie dove si richiedeva l’amministrazione dei Sacramenti.
Nel 1794 fu processata ed imprigionata. Fu liberata grazie ad un insurrezione popolare. Del resto non temeva di morire e affermava che sulla ghigliottina avrebbe ballato come negli anni giovanili. Accolta nel Terz’Ordine dei Predicatori, imitò Santa Caterina da Siena, soprattutto con un intenso amore per l’Eucaristia e la difesa dei suoi ministri perseguitati, intrepida nella confessione di fede e di amore per la Chiesa.
Martirologio Romano: A Mauriac presso il monte Cantal in Francia, beata Caterina Jarrige, vergine, che, membro del Terz’Ordine di San Domenico, rifulse nell’aiuto ai poveri e ai malati; al tempo della rivoluzione francese, difese con ogni mezzo i sacerdoti dai rivoltosi che l rivoltosi che li ricercavano e si recò a far loro visita in carcere.
“Catinon - Menette” (Caterina la monaca) fu il nome che gli abitanti delle zone francesi in cui operava le avevano dato; anticipatrice della laicità attiva nel campo religioso, contemporanea a
quel vasto fenomeno che vide sia in Italia, in particolare a Napoli, sia in Francia, il proliferare delle cosiddette ‘monache di casa’, donne votate alla vita religiosa ma vivendo nel mondo laico, il più delle volte nella propria casa.
Nacque a Doumis (Cantal) il 4 ottobre 1754 da Pietro Jarrige e Maria Célarier, settima ed ultima figlia, non aveva ancora dieci anni che dovette adattarsi a fare la domestica, poi passò al lavoro di merletto; il suo carattere vivace la spinse per un certo tempo ad una vita più mondana e frivola pur mantenendo la fede nei principi cristiani.
Le considerazioni sulla morte e il richiamo della Madonna la ricondussero nel 1778 sulla retta via, allora si iscrisse al Terz’Ordine Domenicano, prendendo ad esempio di santità ed azione Santa Caterina da Siena, prese ad aiutare i poveri, consolare gli ammalati e ad assistere i moribondi, prendendosene cura anche dopo morti.
Il suo campo d’azione trovò terreno fertile negli sconvolgimenti creati dalla Rivoluzione Francese (1792), gli Ordini religiosi erano stati sciolti e schiere di consacrati erano finiti alla Santé o alla ghigliottina, le Confraternite soppresse, il clero ‘refrattario’, cioè quegli ecclesiastici che avevano rifiutato l’adesione alla ‘Convenzione civile del clero’ era condannato alla deportazione o alla reclusione.
E qui Caterina dimostrò tutto il suo eroismo e astuzia, mentre diventava l’angelo delle prigioni, cercò di aiutare, nascondere e servire i preti ricercati dalla Rivoluzione. Fu chiamata a questo punto “Menette” dei preti e considerata dai rivoluzionari come una fanatica ad oltranza, una nemica dichiarata della Rivoluzione, della libertà, dell’uguaglianza e della repubblica.
Per questo fu arrestata e processata (1794) più volte, ma sempre liberata per l’intervento tumultuoso del popolo; passata la bufera rivoluzionaria e ristabiliti l’ordine e il culto in Francia, Caterina si ritirò a Mauriac continuando le sue opere di carità e vivendo nella preghiera.
Nel 1833 fu proposta per un “premio della virtù” dall’Accademia di Francia, poi accantonato per la parzialità della giuria; morì a Mauriac il 4 luglio 1836; per la fama di santità che l’accompagnò in vita e dopo la morte, le Autorità religiose locali iniziarono i processi informativi che vennero poi trasmessi a Roma nel 1912; il 16 gennaio 1933 la Santa Congregazione promulgò il decreto dell’eroicità delle virtù. É stata beatificata da Papa Giovanni Paolo II il 24 novembre 1996
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Caterina Jarrige, pregate per noi.


*San Cesidio Giacomantonio - Martire (4 luglio)

Fossa (L’Aquila), 30 agosto 1873 - Hoang-scia-wuan (Cina), 4 luglio 1900
Religioso francescano lapidato e bruciato in Cina mentre proteggeva il Santissimo Sacramento dalla profanazione degli adepti della setta Yihetuan.
Martirologio Romano: Nella città di Hengyang nella provincia dello Hunan in Cina, San Cesidio Giacomantonio, sacerdote dell’Ordine dei Minori e martire, che nella persecuzione scatenata dalla setta dei Boxer, mentre tentava di proteggere il Santissimo Sacramento dalla folla dei loro seguaci, lapidato e avvolto in un telo imbevuto di benzina, morì arso vivo.
Il 1° ottobre del 2000 Papa Giovanni Paolo II ha canonizzato un numeroso gruppo di 120 martiri in Cina, vittime delle ricorrenti persecuzioni che si scatenarono contro la cristianità, in quel grande Paese, fino al secolo XX.
Di questi c’è un gruppo di 29 martiri, vittime nei primi giorni di luglio dell’anno 1900, dei famigerati ‘boxers’, che avevano scatenato una furiosa e sanguinosa persecuzione contro i cristiani e gli europei in generale, provocando in soli cinque mesi e nelle sole province dello Shan-si e Hu-nan, una carneficina di circa 20.000 vittime fra vescovi, sacerdoti, religiosi, suore, catechisti e cristiani cinesi.
In questo gruppo di 29 santi martiri, che furono beatificati nel 1946 da Papa Pio XII e che comprende 3 vescovi, 4 sacerdoti, 1 fratello religioso, tutti Minori Francescani, 7 suore Francescane Missionarie di Maria, 5 seminaristi cinesi e nove domestici-collaboratori cristiani cinesi, 26 morirono decapitati a Tai-yuen-fu, sede del Vicariato dello Shan-si e tre nel Vicariato dello Hu-nan.
In questa scheda parleremo di padre Cesidio Giacomantonio, che insieme ai due francescani Giuseppe Maria Gambaro e mons. Antonino Fantosati, diedero la loro vita per Cristo nello Hu-nan in Cina, nei giorni precedenti il massacro del 9 luglio a Tai-yuen-fu; anch’essi vittime dei sanguinari ‘boxers’ e dei loro fiancheggiatori pagani, aizzati dagli invidiosi bonzi confuciani, con vergognose calunnie contro i missionari; favoriti dal crudele viceré Yü-sien e tollerati dalla settantenne imperatrice Tz-Hsi.
Il protomartire della Cina di quel disastroso periodo di persecuzione del 1900, Cesidio Giacomantonio, nacque il 30 agosto 1873 da Giovanni e Maria Loreta Antonucci a Fossa in
provincia de l’Aquila in Abruzzo, e al battesimo fu chiamato Angelo.
Crebbe rispettoso, obbediente e devoto, da giovinetto cominciò a vedersi in lui una spiccata tendenza alla vita religiosa, pregava a lungo nel vicino Convento di S. Angelo in Ocre, dove riposavano le spoglie di due beati francescani, Bernardino da Fossa e Timoteo da Montecchio, ancora vivi nella tradizione e devozione del popolo abruzzese.
Ed a 15 anni chiese ed ottenne di entrare come Postulante nel Convento Francescano di S. Giuliano dell’Aquila; la vestizione del saio avvenne il 21 novembre 1891, cambiando il nome di Angelo in Cesidio (martire della Marsica).
Il suo comportamento, la sua evidente vocazione, lo spirito di sacrificio e serietà, fecero sì che un anno dopo l’8 dicembre 1892 festa dell’Immacolata, con il consenso generale, fu ammesso alla Professione; continuò gli studi superiori teologici e di formazione, in vari conventi e nel noviziato di Magliano dei Marsi, venendo infine ordinato sacerdote nel 1897 dall’arcivescovo dell’Aquila, mons. Carrano; celebrò la sua Prima Messa a Fossa fra la commozione dei genitori e dei compaesani.
Fu assegnato al convento di Capestrano, ma ci rimase poco, perché già nel 1898 padre Cesidio fu chiamato a Roma, dal padre Luigi Laner benemerito promotore del movimento missionario nell’Ordine Francescano, nel Collegio Internazionale di Sant'Antonio, in via Merulana, come candidato alle Missioni Estere.
Di questo Collegio, padre Cesidio sarà il primo martire e il primo Beato e poi Santo. Nelle vacanze del 1899 ritornò in Abruzzo dove incontrò un missionario veterano della Cina, padre Luigi Sondini, venuto in Italia dopo 32 anni di lavoro e per ripartire con nuovi aiuti di volenterosi confratelli; fu un incontro determinante per padre Cesidio, che lasciato in tutta fretta l’Abruzzo, ritornò a Roma dove si stava organizzando la partenza per l’ottobre di quel 1899; il 18 ottobre insieme ad altri due missionari guidati da padre Luigi Sondini, partirono da Roma diretti a Marsiglia dove s’imbarcarono per la Cina il 22 ottobre.
Come per altre spedizioni, lungo le tappe del viaggio, furono accolti con sollecitudine da altri missionari, che infondevano coraggio per il loro apostolato. Poi si divisero e padre Cesidio con padre Bonaventura Schiavo, arrivarono alla meta, dopo un viaggio durato in tutto quattro mesi e sei giorni, accolti a Heng-tciou-fu nei primi giorni del 1900, dal Vicario Apostolico dell’Hu-nan, dai missionari e dai fedeli cinesi.
Padre Cesidio restò a Heng-tciou-fu, un paio di mesi per ambientarsi ma l’urgenza missionaria, lo fece partire per Tong-siang (regione orientale), comunità con 500 battezzati; egli come altri missionari, scrisse di continuo a casa raccontando le vicende, i luoghi, le usanze, le difficoltà; e nel mese che restò a Tong-siang si cominciarono ad avvertire i segni dell’imminente persecuzione e padre Cesidio nelle sue lettere d’inizio luglio ai genitori, presagisce la tempesta e la possibilità di perdere la vita, ma nel contempo conforta i familiari, dicendo loro che se accadesse ciò, sarebbe un premio di Dio per lui.
Il 3 luglio si mosse da Tong-siang per recarsi come al solito alla sede del Vicariato a Hoang-scia-wuan, per incontrare il suo Direttore spirituale padre Quirino, vicario del vescovo Fantosati, assente per motivi pastorali in luoghi più lontani, insieme a padre Gambaro.
I fedeli del villaggio e un prete cinese incontrato poi, lo esortavano a non andare, visto le voci allarmanti della persecuzione in atto, ma padre Cesidio pensava che esagerassero, proseguì e raggiunse padre Quirino; ma verso mezzogiorno del 4 luglio cominciarono gli assalti alla Missione, dopo avere bruciato quella Protestante; la residenza principale fu in un attimo invasa dalla folla di facinorosi, seguita da atti vandalici e grida di morte.
I due missionari cinesi riuscirono a scappare senza farsi riconoscere, ma padre Cesidio e padre Quirino ebbero solo il tempo di salire al piano superiore e chiudersi in una stanza, mentre fuori si gridava “Morte agli Europei!”. Sfondata la porta, la plebaglia si arrestò incredibilmente davanti ai due missionari, i quali approfittarono di questo sbandamento per passare in mezzo a loro e scendere le scale, ma giunti nel cortile la folla urlante li bloccò e mentre padre Quirino dopo essere stramazzato sotto le botte degli scalmanati, veniva tratto in salvo da alcuni cristiani intervenuti e portato lontano a 15 km da lì.
Non fu così per padre Cesidio, il quale vedendo che non poteva scappare, rientrò in casa e tentò di salvarsi per una porta secondaria, ma che purtroppo trovò chiusa; una testimonianza di una cinese cristiana, dice che il missionario temendo che l’Eucaristia venisse profanata, andò in Cappella a consumare le particole consacrate e poi la plebaglia forsennata lo aggredì mortalmente a colpi di lancia e di bastoni e mentre agonizzante, respirava ancora, fu avvolto in un panno imbevuto di petrolio e dato alle fiamme.
Il racconto del martirio fu dato dallo stesso padre Quirino, giunto in città più sicura. Così moriva martire il giovane missionario francescano di Fossa, che non aveva ancora 27 anni. Tre giorni dopo, il 7 luglio, furono martirizzati il vescovo Antonino Fantosati e padre Giuseppe Gambaro, accorsi al Vicariato alla notizia della distruzione.
Questi primi tre martiri furono seguiti il 9 luglio dall’eccidio di altri 26 missionari e fedeli nello Shan-si, come detto all’inizio di questa scheda.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Cesidio Giacomantonio, pregate per noi.


*Beato Damiano Grassi da Rivoli - Sacerdote Domenicano (4 luglio)

Abbiamo informazioni scarse su questo beato. Il culto non è mai stato confermato dalla Santa Sede.
Si racconta che, colpito dalla notizia del martirio del Beato Antonio Neryot si decidesse di entrare nell'Ordine Domenicano, desideroso del martirio. Fece gli studi all’università di Parigi e si laureò nel 1500.
Tornato in patria, il capitolo generale dell’ordine, tenuto a Pavia, lo nominò reggente dello studio generale della città.
In questo incarico gravoso, non abbandonò mai la sacra predicazione.
Fu provinciale della provincia di San Pietro martire con carica elettiva dal 1513.
Nello stesso anno fu scelto come confessore da Carlo III di Savoia.
Morì a Piombino, mentre tornava dal capitolo generale di Napoli, il 4 luglio 1515.
(Autore: Don Marco Grenci - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Damiano Grassi da Rivoli, pregate per noi.


*Sant'Elia I - Patriarca di Gerusalemme (4 luglio)

430 – 518
Nacque nel 430, fu patriarca dal 494 al 516, morì nel 518. É commemorato il 4 luglio.
Elia e Martirio, di origine araba, erano eremiti sulla montagna di Nitria, in Egitto, al tempo della morte del patriarca cattolico di Alessandria, Proterio.
Fuggiti in Palestina per sfuggire la persecuzione dei monofisiti furono accolti da Sant'Eutimio nella laura da lui fondata a Sahel.
Dopo alcuni anni i due si separarono da lui: mentre Martirio si stabilì in una grotta, Elia si costruì una celletta presso Gerico che divenne la culla di due monasteri, i "monasteri di Elia". Alla sepoltura di Eutimio i due si ritrovarono e furono notati dal patriarca di Gerusalemme, Anastasio che li prese con sé facendoli preti della sua chiesa.
Quando morì, gli succedettero Martirio, Sallustio e poi Elia. Il suo primo pensiero fu di costruire un convento per gli Spudei, una confraternita i cui membri erano dediti al servizio divino, in particolare alla celebrazione solenne della liturgia.
Ebbe strette relazioni con an Saba, respinse la comunione con i vescovi monofisiti di Antiochia ed Alessandria.
Strenuo difensore della dottrina del concilio di Calcedonia.
Elia lo era di meno nella difesa del Concilio stesso di cui preferiva non parlare per non svegliare il serpente che dorme, cioè l'imperatore Anastasio che aveva aderito all'eresia.
Nonostante tanta prudenza usata per tenere la chiesa di Gerusalemme lontana dalle dispute, Elia fu esiliato a Eilat dove visse ancora due anni.
A San Saba che lo aveva raggiunto annunziò la propria morte con dieci giorni di anticipo. Morì il 20 luglio 518.
(Fonte: Terra Santa)
Giaculatoria - Sant'Elia I, pregate per noi.


*Sant'Elisabetta di Portogallo - Regina (4 luglio)

Saragozza (Spagna), 1271 - Estremoz (Portogallo), 4 luglio 1336
Nacque a Saragozza, in Aragona (Spagna), nel 1271.
Figlia del re di Spagna Pietro III, quindi pronipote di Federico II, a soli 12 anni venne data in sposa a Dionigi, re del Portogallo, da cui ebbe due figli.
Fu un matrimonio travagliato dalle infedeltà del marito ma in esso Elisabetta seppe dare la testimonianza cristiana che la portò alla santità.
Svolse opera pacificatrice in famiglia e, come consigliera del marito, riuscì a smorzare le tensioni tra Aragona, Portogallo e Spagna.
Alla morte del marito donò i suoi averi ai poveri e ai monasteri, diventando terziaria francescana.
Dopo un pellegrinaggio al santuario di Compostela, in cui depose la propria corona, si ritirò nel convento delle clarisse di Coimbra, da lei stessa fondato.
Dopo la morte avvenuta nel 1336 ad Estremoz in Portogallo, il suo corpo fu riportato al monastero di Coimbra.
Nel 1612 lo si troverà incorrotto, durante un'esumazione, collegata al processo canonico per proclamarla santa. Fu canonizzata a Roma da Urbano VIII nel 1625. (Avvenire)
Etimologia: Elisabetta = Dio è il mio giuramento, dall'ebraico
Martirologio Romano: Santa Elisabetta, che, regina del Portogallo, fu esemplare nell’opera di pacificazione tra i re e nella carità verso i poveri; rimasta vedova del re Dionigi, abbracciò la regola tra le monache del Terz’Ordine di Santa Chiara nel cenobio di Estremoz in Portogallo da lei stessa fondato, nel quale, mentre era intenta a far riconciliare suo figlio con il genero, fece poi ritorno al Signore.
Figlia di re, è normale che debba sposare un re. E questo lo decidono naturalmente gli altri, quando Elisabetta (Isabel in portoghese) ha soltanto dodici anni.
Suo padre, il re Pietro III di Aragona, la dà in moglie a Dionigi re del Portogallo: Dom Dimìs, come lo chiamano i sudditi.
Un re con molti meriti: sviluppa infatti l’economia portoghese, crea una flotta, fonda l’università di Lisbona (che sarà successivamente trasferita a Coimbra).
Dionigi è un buon sovrano, ma anche un pessimo marito, sempre impelagato con altre donne e padre via via di altri figli, oltre ai due che gli dà Elisabetta.
E lei, malgrado le continue offese e i tradimenti del marito, gli rimane impeccabilmente fedele, tutta dedita ai figli Alfonso e Costanza, come ai sofferenti per malattie “brutte” in Lisbona.
Ma non solo: Elisabetta si prende anche molta cura dei bambini messi al mondo dal marito con altre donne.
Un’opera da cristiana autentica.
Da grande regina.
E l’infedele Dionigi deve pur avvertire la sua superiorità morale; tant’è che più tardi, quando il figlio Alfonso gli si ribella, è l’autorità di Elisabetta a evitare lo scontro armato tra padre e figlio.
Poi quel fatto le procura l’accusa di parteggiare per il figlio Alfonso contro Dionigi, e allora la confinano nella cittadina di Alenquer, a nord di Lisbona.
Ma presto il marito la richiama.
Ora la vuole vicina, ha bisogno di lei e del suo consiglio.
Elisabetta torna, riprende serenamente il suo posto accanto al re.
E quando una malattia mortale lo colpisce, è lei a curare in prima persona il marito, fino all’ultimo giorno.
Dopo la morte del re, avvenuta nel 1325, sale al trono suo figlio Alfonso IV, ed Elisabetta non resta a fare la regina madre a Lisbona.
Si fa pellegrina e penitente, con l’abito di terziaria francescana, andando fino al santuario di San Giacomo di Compostella a piedi nudi.
Poi viene accolta dalle Clarisse nel monastero di Coimbra, fondato da lei, e ne condivide la vita, senza però pronunciare i voti (lo farà poco prima di morire).
Il monastero diventa la sua casa per sempre; ma una volta deve uscirne, perché c’è nuovamente bisogno di lei: deve riconciliare suo figlio Alfonso IV col re Ferdinando di Castiglia che è suo genero (è il marito di Costanza.
Elisabetta ha ormai 65 anni, il suo fisico è indebolito dalle dure penitenze, e in piena estate il viaggio è troppo faticoso per lei.
Incontra il figlio e la nuora, fa sosta nella cittadina di Estremoz, ma non riesce ad andare più avanti: la stanchezza e le febbri troncano rapidamente la sua vita. Il suo corpo viene riportato al monastero di Coimbra, e nel 1612 lo si troverà incorrotto, durante un’esumazione, collegata al processo canonico per proclamarla Santa. Ma già nei primi tempi dopo la morte c’erano pellegrinaggi alla sua tomba e circolavano voci di miracoli. Finché, nel 1625, Papa Urbano VIII celebrerà, infine, la sua solenne canonizzazione a Roma.
(Autore: Domenico Agasso – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Elisabetta di Portogallo, pregate per noi.


*San Fiorenzo di Cahors - Vescovo (4 luglio)
V sec.

Martirologio Romano: A Cahors in Aquitania, san Fiorenzo, vescovo, che San Paolino da Nola celebra come umile di cuore, forte nella grazia e mite nella parola.
Se l’esistenza di San Fiorenzo è attestata dalla corrispondenza di San Paolino di Nola verso il 405, da cui si ricava che era stato eletto vescovo di Cahors da poco tempo, la moderna storiografia lo nomina vescovo tra la fine del IV secolo e l’inizio del V Secolo.
San Paolino di Nola lo definisce "episcopus Cadurcensis di nome Florentius" attestato storicamente sul finire del IV secolo, e descritto come un uomo umile di cuore e "forte" nella grazia ricevuta da Dio. Inoltre è ricordato per la dolcezza delle sue parole.
Anche se il Duchesne lo considerava il primo vescovo sicuro di Cahors, seguito da Alizio, oggi si conosce come prima di lui vi furono due vescovi a Cahors. Il primo è San Genulfo, attestato nel terzo secolo a cui succedette San Sebastiano.
Solo dopo di loro, si tramanda che San Fiorenzo sia stato nominato vescovo della diocesi francese che comprende il dipartimento del Lot. Pertanto San Fiorenzo è da considerarsi il terzo vescovo di Cahors.
Dopo di lui nella cronotassi dei vescovi troviamo Sant’Alizio, che si pensa abbia governato la diocesi negli anni 407-409.
La sua festa è stata fissata nel giorno 4 luglio.

(Autore: Mauro Bonato – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Fiorenzo di Cahors, pregate per noi.


*San Giocondiano - Martire (4 luglio)

Martirologio Romano: In Africa, San Giocondiano, Martire.
Il Martirologio Geronimiano lo ricorda al 4 luglio con la generica indicazione topografica in Africa.
Sembra che di lui esistesse una passio, oggi perduta, poiché tutti i codici del Martirologio specificano che fu gettato in mare: in alto missi, frase che Floro, seguito dagli agiografi posteriori e quindi anche dal Martirologio Romano, rese più chiara, scrivendo: in mare mersi. Purtroppo di lui oggi non si conosce altro.

(Autore: Giovanni Lucchesi – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Giocondiano, pregate per noi.


*Beato Giovanni da Vespignano (4 luglio)

sec. XIII/XIV
Martirologio Romano:
A Firenze, Beato Giovanni da Vespignano.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*Beati Giovanni detto Cornelio, Tommaso Bosgrave, Giovanni Carey e Patrizio Salmon - Martiri (4 luglio)
Martirologio Romano: A Dorchester un Inghilterra, Beati martiri Giovanni, detto Cornelio, sacerdote da poco ammesso nella Compagnia di Gesù, Tommaso Bosgrave, Giovanni Carey e Patrizio Salmon, laici, suoi collaboratori, che glorificarono tutti insieme Cristo con il martirio sotto la regina Elisabetta I.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beati Giovanni detto Cornelio, Tommaso Bosgrave, Giovanni Carey e Patrizio Salmon, pregate per noi.


*Beato Giuseppe Kowalski - Martire (4 luglio)

Scheda del gruppo a cui appartiene:
“Beati 108 Martiri Polacchi”

Il Beato Giuseppe (Jozef) Kowalski nacque a Siedliska, in Polonia, nel 1911.
Entrò tra i salesiani nel 1927 e divenne prete nel 1938.
Apprezzato conferenziere, secondo il carisma della congregazione di don Bosco, fu educatore.
Anche attraverso la musica: diede vita infatti a un coro giovanile.
Il suo apostolato presso la parrocchia di Maria Ausilio dei Cristiani fu interrotto il 23 maggio del 1941, quando i nazisti lo prelevarono con 11 confratelli.
Divenne la matricola 17.350 di Auschwitz.
Nel 1942, per il suo rifiuto di calpestare un rosario, fu sottoposto a lavori massacranti.
Fu poi torturato e annegato dalle guardie.
Il 13 giugno del 1999 Papa Wojtyla lo ha beatificato a Varsavia con altri 107 martiri del nazismo. (Avvenire)
Emblema: Palma
Martirologio Romano: Nel campo di sterminio di Auschwitz vicino a Cracovia in Polonia, Beato Giuseppe Kowalski, martire, che, in tempo di guerra, fu messo per Cristo in carcere, dove sotto tortura consumò il suo martirio.
Salesiano dal 1927 fece la sua professione solenne il 29 giugno 1934 e ordinato sacerdote il 29 maggio 1939, era segretario dell’Ispettoria Salesiana di Cracovia in Polonia.
Arrestato dai nazisti il 23 maggio 1941 e quindi fu deportato nel campo di sterminio di Auschwitz, dove restò 14 mesi fino a quando il 4 luglio 1942 venne ucciso dalle guardie del campo, perché aveva
rifiutato di profanare il rosario.
Non solo gli ebrei sono stati vittime delle persecuzioni naziste, come si sa queste imperversarono anche contro gli zingari, malati di mente, omosessuali, ecc.
In Polonia, vittima privilegiata, fu anche la Chiesa Cattolica che era vista come guida del popolo molto seguita e dato che nel programma nazista vi era l’annientamento del popolo polacco come entità politica, era chiaro che bisognava colpire, prima di tutto l’Istituzione che maggiormente lo rappresentava e guidava, cioè la Chiesa.
Questa persecuzione ebbe luogo durante l’occupazione nazista dal 1939 al 1945 che provocò più di cinque milioni di vittime tra la popolazione civile polacca.
Papa Giovanni Paolo II nel corso del suo settimo viaggio apostolico in Polonia, beatificò il 13 giugno 1999, 108 martiri morti per la loro appartenenza alla Chiesa Cattolica, sia come consacrati, sia come laici impegnati, accusati di inventati tradimenti, complotti, resistenze, ecc.
Quasi tutti deportati in campi di concentramento, tristemente noti come Auschwitz, Dachau, Majdanek, Ravensbrück, Sachsenhausen, dove morirono uccisi dalle guardie o dalle torture inflitte.
Altri morirono in prigioni varie come i cinque laici capogruppo di Associazioni salesiane giovanili a Poznan, tutti decapitati nel carcere di Dresda il 24 agosto 1942.
I 108 Beati martiri polacchi appartenevano a 18 diocesi e a 22 Congregazioni religiose; 3 vescovi, 52 sacerdoti diocesani, 3 seminaristi, 26 sacerdoti religiosi, 7 fratelli professi, 8 suore professe, 9 laici; testimoni in vita ed in morte della loro grande fede in Cristo e nella Chiesa Cattolica.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Giuseppe Kowalski, pregate per noi.


*Beati Guglielmo Andleby, Enrico Abbot, Tommaso Warcop ed Eduardo Fulthorp - Martiri (4 luglio)
Martirologio Romano: A York sempre in Inghilterra, Beati martiri Guglielmo Andleby, sacerdote, Enrico Abbot, Tommaso Warcop e Edoardo Fulthorp, laici, che, condannati a morte nella stessa persecuzione per la loro fedeltà alla Chiesa cattolica, attraverso il supplizio del patibolo raggiunsero insieme i premi eterni.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beati Guglielmo Andleby, Enrico Abbot, Tommaso Warcop ed Eduardo Fulthorp, pregate per noi.


*San Lauriano - Martire (4 luglio)

Martirologio Romano: Nel villaggio di Vatan presso Bourges in Aquitania, in Francia, San Lauriano, martire.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Lauriano, pregate per noi.  


*San Luarsab Re di Karthli - Martire “Chiese Orientali” (4 luglio)
+ 1622
Luarsab successe al padre Giorgio X re di Kartli, regione della Georgia, nel 1609 all'età di 14 anni.  
Poco dopo i turchi e i tatari della Crimea invasero il paese mentre Luarsab si trovava nella sua residenza estiva e poté sfuggire all'attacco grazie al prete Teodoro che con uno stratagemma riuscì a dirottare i nemici; ciò permise a Luarsab di raccogliere le forze con le quali annientò il nemico.
Anche lo Scià di Persia aveva mire sulla Georgia e tentò ripetutamente di ridurla in suo potere non con la forza, ma attraverso una politica che mirava a mettere l'uno contro l'altro Luarsab re di Kartli e Tamaraz re di Kakheti ma, non essendo riuscito a renderli nemici fra loro, divisò di farli uccidere durante una partita di caccia ma anche questo disegno andò a vuoto.
Tuttavia con l'inganno riuscì a fare prigioniero Luarsab al quale offrì un lauto pranzo durante la quaresima e, avendo egli rifiutato di rompere il digiuno, gli ordinò di abbracciare l'islam ma, al nuovo diniego del Santo re, ordinò che fosse strangolato nel 1622.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Luarsab Re di Karthli, pregate per noi.


*Beata Maria Crocifissa Curcio (4 luglio)

La religiosa siciliana Madre Maria Crocifissa Curcio, al secolo Rosa (1877 - 1957), fondò a Roma le Carmelitane missionarie di Santa Teresa di Gesù Bambino. É stata beatificata nel 2005.
Maria Crocifissa Curcio, al secolo Rosa, nasce a Ispica (Rg) il 30 gennaio 1877, da famiglia agiata e viene battezzata con il nome di Rosa. Dopo la sesta elementare, nonostante sia ben riuscita negli studi, il padre le impone di dedicarsi ai lavori femminili sotto la guida materna.
Avida di conoscenze, trova conforto tra i libri della ben nutrita biblioteca familiare, nella quale s’imbatte casualmente nella Vita di Santa Teresa di Gesù.
Così conosce e ama la vista spirituale e il Carmelo, aprendola allo “studio delle cose celesti”.
Il padre e la maggioranza dei parenti la ostacolano costantemente nella frequenza ai sacramenti e in ogni altro impegno di vita cristiana.
Nel 1890, all’età di tredici anni, ottiene il permesso di iscriversi al Terz’ordine Carmelitano, recentemente rifondato in paese da un sacerdote diocesano, e attraverso la conoscenza della
spiritualità carmelitana comprende meglio i progetti di Dio su di lei.
Assume qui il nome di Suor Maria Crocifissa.
Da Maria, la “tenera madre del Carmelo”, comprende di avere “la missione di far rifiorire il Carmelo nel suo paese e in molti altri” e di doverla realizzare “riunendosi con altre compagne” (Ricordi). A quest’epoca risale la sua prima esperienza mistica: «Mentre ero intenta ad un'occupazione mi sembrò di vedere il Cuore di Gesù, e chiamandomi col mio nome di Rosa del mio cuore, mi scoprì il suo Divin Cuore e lessi questa espressione scritta a caratteri d'oro» (Ricordi) .
Dopo la morte del padre, trascorre un breve periodo di esperienza presso le suore Domenicane residenti in paese, con la benedizione e la guida di mons. Giovanni Blandini, vescovo di Noto, raccoglie attorno a sé alcune giovani Terziarie Carmelitane, con le quali conduce vita comune nella casa paterna, dedicandosi alla preghiera, alla penitenza, all’accoglienza di ragazze alle quali insegna il ricamo e bambini che istruisce nella dottrina cristiana.
Costretta a trasferirsi a Modica nel 1912, con le compagne assume la gestione del “conservatorio ‘Carmela Polara’ ”, per accogliere orfane ed educande.
Mentre segue l’iter per il riconoscimento diocesano, il vescovo Blandini muore e il suo successore, mons. Giuseppe Vizzini, cerca di convincere Suor Maria Crocifissa a entrare in una congregazione diocesana di spiritualità domenicana.
Il rifiuto di “cambiare vocazione” provoca la reazione del prelato e la conseguente impossibilità di ricevere il riconoscimento ecclesiastico.
Trascorrono lunghi anni di sofferenza silenziosa in un ambiente ecclesiale che si fa gradualmente sempre più difficile per sr M. Crocifissa e le sue compagne. Ella chiede aiuto molte volte a religiosi e vescovi carmelitani per via epistolare, ma tutto sembra inutile.
Nel giugno del 1924 una delle sue lettere viene consegnata a un religioso carmelitano olandese residente a Roma: padre Lorenzo van den Eerenbeemt, delegato per le missioni della sua provincia e professore di sacra Scrittura al collegio internazionale “S. Alberto”.
Egli sta cercando una congregazione di Carmelitane disposte a prestare collaborazione ai Carmelitani operanti nell’isola indonesiana di Giava e, perciò, si mette subito in contatto con sr M. Crocifissa.
Dopo un tentativo fallito di fondazione a Napoli, questa giunge a Roma il 17 maggio 1925 per la canonizzazione di Santa Teresa di Gesù Bambino e il giorno seguente, accompagnata da lui, che ormai ne condivide in pieno l’ideale missionario, visita S. Marinella, sulla costa laziale a nord di Roma, e vi scopre il luogo dove poter finalmente realizzare i disegni di Dio.
Il 3 luglio 1925 vi si stabilisce definitivamente con alcune compagne e il 16 seguente riceve il tanto desiderato sigillo dell’appartenenza al Carmelo con l’affiliazione all’Ordine Carmelitano.
Nel 1930, anche se sofferenze e croci continuano a colpire, il suo piccolo nucleo di religiose ottiene il riconoscimento della Chiesa con l’approvazione dall’Ordinario della Diocesi di Porto S. Rufina.
Nel frattempo, padre Lorenzo ha dovuto farsi incardinare nella diocesi e viene incaricato della cura pastorale della zona “Pirgus” di Santa Marinella, che poi sarà una parrocchia affidata ai Frati Carmelitani.
Gradualmente, il piccolo istituto cresce in Italia e all’ estero.
Nel dicembre 1947, poco dopo la fine della guerra, Madre M. Crocifissa realizza il sogno di una missione in terre lontane e invia le prime figlie in Brasile: «Va’, figlia dei miei sogni giovanili, io sono vecchia e non posso andare: mando te per me e non dimenticare i poveri».
”Portare anime a Dio” è l’unico obiettivo che anima le sue molteplici iniziative e attività spirituali e di conduzione della congregazione. Scrive nel diario spirituale: «Padre mio, Gesù ha bisogno di queste anime restauratrici della povera umanità, me lo ripete sempre con diverse e mille espressioni sempre nuove, il Cuore di Gesù Eucaristico.
È una delle importanti Missioni che ci ha affidato in questa novella Istituzione. Ecco perché ci ha portato in questo paese che vive nell'indifferenza, non sente nessun bisogno di Dio, non pensa che ha un'anima da salvare» (3/12/1925). Il corrispettivo si trova nelle lettere che scrive a una figlia: « Nel Cuore SS. di Gesù abbandoniamoci e viviamo in questo Oceano di fuoco d’amore, per avere la luce, la forza nelle nostre azioni, per comunicare tale luce d’amore alle anime a noi affidate, con la carità, con la dolcezza e umiltà della Sorgente Eucaristica.
Beata l’anima che vive con questo intimo segreto dei Santi, sforziamoci di raggiungere anche noi questo grado d’Amore che è il segreto della perfezione religiosa che abbiamo giurato di raggiungere, farci sante! Nella vita attiva è di sostegno l’intimità con Dio e si deve acquistare a qualunque sforzo perché è essenziale per i disegni divini su ciascuna di noi, far del bene alle anime è la nostra Missione , ma questa attività dovrà finire in noi la perfezione, l’Amore verso Colui che ci ama infinitamente» (14/6/1939) .
Il 4 luglio 1957 in S. Marinella si ricongiunge per sempre al Cristo suo Sposo, lasciando nel cuore di tutti un vivo ricordo della sua santità.
Il suo corpo riposa nella Casa madre della congregazione dal 16 giugno 1991 e lo si può venerare nella cappella a lei dedicata in via del Carmelo, 3 a Santa Marinella, Roma. Il 12 febbraio 1989 il vescovo della diocesi Portuense, mons.
Diego Bona ha avviato il processo per la sua Beatificazione che si è concluso presso la Congregazione per le Cause dei Santi il 19 ottobre 2004. É stata beatificata in San Pietro il 13 novembre 2005 sotto il pontificato di Benedetto XVI.
(Autore: Suor M. Nerina de Simone - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Maria Crocifissa Curcio, pregate per noi.


*Santa Natalia di Tolosa - Vergine Mercedaria (4 luglio)
Gaillac, Francia, 1312 – 4 luglio 1355

Nata nel 1312 a Gaillac in Francia, Santa Natalia, si trasferì all’età di 16 anni nella città di Tolosa.
Ricevuta un’educazione cristiana, entrò nell’Ordine della Mercede nel convento della stessa città dove fece la professione solenne innanzi al Beato Bernardo di Poncelli commendatore di Tolosa.
Pregava zelantemente per la liberazione degli schiavi con infinite mortificazioni e fu rallegrata da Gesù che gli apparve incoraggiandola su questa via di penitenza.
Tutti si rivolgevano a lei, i redentori in particolare, esortandola a pregare per la conversione dei peccatori e per restare lontani dalle tentazioni impure.
Finché trionfante, il 4 luglio 1355, raggiunse la gloria del cielo. L’Ordine la festeggia il 4 luglio.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Natalia di Tolosa, pregate per noi.


Beato Piergiorgio Frassati - Terziario Domenicano (4 luglio)
Torino, 6 aprile 1901 - 4 luglio 1925
Nasce nel 1901 a Torino in una famiglia della ricca borghesia: suo padre è Alfredo Frassati noto giornalista e la mamma è Adelaide Ametis affermata pittrice.
In un periodo in cui Torino inizia un accentuato sviluppo imprenditoriale, Pier Giorgio viene a conoscenza delle difficoltà in cui si dibattono gli operai.
Entra in contatto con la povertà: durante il liceo comincia a frequentare le Opere di san Vincenzo.
Amico di tutti, esprime sempre una fiducia illimitata e completa in Dio e nella Provvidenza ed affronta le situazioni difficili con impegno, ma con serenità e letizia.
Dedica il tempo libero alle opere assistenziali a favore di poveri e diseredati.
Si iscrive a diverse congregazioni e associazioni cattoliche, si accosta con frequenza alla comunione, aderisce alla «Crociata Eucaristica» e frequenta la Congregazione Mariana che lo inizia al culto della Madonna.
Fonda con i suoi amici più cari una «società» allegra che viene denominata «Tipi loschi», giovani attenti ad aiutarsi nella vita interiore e nell'assistenza degli ultimi. Muore di poliomelite fulminante il 4 luglio 1925. (Avvenire)
Martirologio Romano: A Torino, Beato Piergiorgio Frassati, che, giovane militante in associazioni del laicato cattolico, si impegnò con tutto se stesso in iniziative di sviluppo sociale e di carità verso i poveri e i malati, finché morì colpito da paralisi fulminante.
L’ingegnere Pier Giorgio Frassati, la cui laurea post mortem è stata consegnata nel 2001, fu autodidatta della fede perché, pur crescendo in un ambiente avulso dalla presenza di Dio, sostanzialmente sterile e materialista, ha lasciato emergere nella luce la sua oceanica anima.
Cresciuto in una famiglia alto borghese e poco unita, attenta più all’apparenza che all’essere, all’avere più che ai sentimenti, Pier Giorgio Frassati, che portò la tempesta nella sua casa (la santità è sempre “rivoluzionaria”), rappresenta il figlio dei nostri giorni: cresciuto nel benessere e nella superficiale attenzione ai valori della vita e ai principi evangelici. Invece di adeguarsi a quello stereotipo di esistenza sterile, lui si oppone e pur continuando, a differenza di un san Francesco d’Assisi, a vivere fra le pesanti mura domestiche, segue ugualmente un cammino di perfetta carità.
La sua breve, ma intensa esistenza, fu la realizzazione, nel quotidiano, dello straordinario nell’ordinario. Ogni suo atto era svolto con la volontà del missionario, dell’evangelizzatore che grida con gioia al mondo il prodigio della salvezza e molti specchiandosi nel suo sorriso e nei suoi occhi scrutavano la propria anima, non a caso alcuni suoi cari amici scelsero la strada del sacerdozio.
In occasione della sua beatificazione, avvenuta il 20 maggio 1990, il «Times» di Londra gli dedicò un articolo in prima pagina. Ma perché tanto interesse per questo ragazzo ricco, bello, intelligente, dalla vita normale, che non ha fondato né istituti, né scuole, né congregazioni religiose?
Pier Giorgio nasce a Torino il 6 aprile 1901. Cresce in una città di inizio secolo piena di ricordi storici e sabaudi; da poco è stata defraudata del suo titolo di capitale, qualche torinese si è addirittura suicidato per questo, eppure è piena di vitalità, di voglia di produrre e di pensare: da un lato troviamo l’industria, in particolare quella automobilistica e dall’altro intellettuali che fanno della città un laboratorio di idee.
Nel campo della moda Torino ha poco da invidiare a Parigi e i teatri di prosa e di varietà sono numerosissimi.
La Chiesa locale vanta di fronte al mondo la sua santità sociale (Giuseppe Cafasso, Giuseppe Benedetto Cottolengo, Giovanni Bosco, Francesco Faà di Bruno, i marchesi di Barolo), ma possiede anche personalità del suo tempo cariche di energia evangelica come Giuseppe Allamano, fondatore delle Missioni della Consolata, Adolfo Barberis, fondatore del Famulato cristiano (per la moralizzazione del servizio domestico).
In questa Torino dove santità, anticlericalismo e dure lotte operaie convivono, si trasferiscono dal biellese i coniugi Alfredo Frassati e Adelaide Ametis. Il padre di Pier Giorgio è proprietario del quotidiano «La Stampa», nonché stretto amico del primo ministro Giovanni Giolitti. Nel 1913 diventerà senatore e più tardi ambasciatore a Berlino.
I gravosi impegni gli impediscono di seguire l’educazione di Pier Giorgio e di Luciana, nata nel 1902. Spetta alla madre l’educazione dei figli. Adelaide è pittrice, legata ai precetti religiosi, senza troppi approfondimenti spirituali. Pier Giorgio matura personalmente la sua sete di Dio e diventa autodidatta del Vangelo.
Disse nel giorno della beatificazione Giovanni Paolo II, grande ammiratore di Pier Giorgio, che lo definì il ragazzo delle otto beatitudini: «Ad uno sguardo superficiale, lo stile di Pier Giorgio Frassati, un giovane moderno pieno di vita, non presenta granché di straordinario… In lui la fede e gli avvenimenti quotidiani si fondono armonicamente, tanto che l’adesione al Vangelo si traduce in attenzione ai poveri e ai bisognosi».
L’entrata all’Istituto Sociale dei padri Gesuiti è un momento decisivo. Padre Lombardi gli consiglia la comunione quotidiana, con la grande disapprovazione materna, e d’ora in poi l’eucaristia sarà il centro della sua vita. A 17 anni entra a far parte della Conferenza di San Vincenzo, assumendo così un impegno costante di carità. «Lui, che era così allegrone, quando parlava di cose spirituali, diventava un altro.
Tanto è vero che quando veniva in camera mia, era come se entrasse il sole!», racconterà più tardi padre Lombardi.
In casa Pier Giorgio non viene compreso: non si capisce perché preferisca recitare il rosario quotidianamente in una casa dove non si prega, perché non ambisca ad occupare un posto di rilievo nella società come invece suo padre ha sempre fatto raggiungendo il successo. È il giovane che invece di studiare, come i suoi genitori vorrebbero per raggiungere presto la laurea in ingegneria, «bighellona» con gli amici della San Vincenzo, della Fuci (Federazione universitaria cattolica italiana), del Partito Popolare di don Luigi Sturzo, nel convento dei padri domenicani, nelle sacrestie delle chiese per servire messa, «perdendo» continuamente tempo prezioso e invece di pensare ai doveri di un rampollo del suo rango si occupa di preghiere, di celebrazioni eucaristiche, di letture spirituali e come non bastasse alla legazione italiana di Berlino, dove suo padre è ambasciatore, ruba i fiori nelle sale di rappresentanza per portarli sulle tombe della povera gente.
Scrive suo padre nel febbraio del 1922: «Agendo sempre senza riflessione nelle cose che per te dovrebbero essere importantissime (come, nel caso speciale, era il non dimenticare il libro che ti doveva servire per il prossimo esame) diventerai un uomo inutile agli altri e a te stesso».
Destinato a ben altri orizzonti rispetto a quelli della scalata sociale, Pier Giorgio, «l’uomo inutile», ritagliava spazi di eternità. E ancora nel 1922 il beato legge duri biasimi paterni: «Bisogna che ti persuada, caro Giorgio, che la vita bisogna prenderla sul serio, e che così come tu fai, non va né per te, né per i tuoi, i quali ti vogliono bene e sono molto amareggiati per tutte queste cose che succedono troppo spesso e si ripetono sempre monotone e dolorose.
Ho poca speranza che tu cambi, eppure sarebbe strettamente necessario cambiare subito: prendere le cose con metodo, pensare sempre con serietà a quello che devi fare, avere un po’di perseveranza. Non vivere alla giornata, senza pensiero come uno scervellato qualunque. Se vuoi un po’ di bene ai tuoi devi maturare. Io sono molto, ma molto di cattivo umore».
Per un uomo d’azione e di pervicace pragmatismo come il senatore Frassati è incomprensibile un figlio come il suo, votato alla preghiera, alla trascendenza, alla lotta per le idee di giustizia in nome del Vangelo.
Padre e figlio avevano vite completamente diverse, ma entrambe frenetiche, l’una indirizzata al lavoro e all’amministrazione del patrimonio familiare, l’altra per operare nel nome di Dio con amore e carità.
Nel sangue scorreva sangue biellese e come il padre in Pier Giorgio spiccavano dignità, intraprendenza, coerenza, eticità, schiettezza, rettitudine, coerenza e caparbietà.
Già negli anni della giovinezza Alfredo era attraversato da moti di inquietudine spirituale: continuamente spinto a nuovi traguardi di successo, ma costantemente insoddisfatto a causa di una fede soffocata che sarà liberata lentamente, con un personale e sorprendente avvicinamento agli uomini di Chiesa a partire dal 4 luglio 1925 con la tragica morte del figlio.
Pier Giorgio s’innamora delle lettere di san Paolo, le legge e le rilegge anche per strada o sul tram e a 21 anni entra nel Terz’ordine di San Domenico. Un posto tutto particolare nella sua vita lo occupa l’amicizia. Negli anni del Politecnico (Ingegneria meccanica con specializzazione mineraria) dà vita ad un gruppo di ragazzi e ragazze che vivono con serenità e rispetto il valore dell’amicizia: «La Società dei tipi loschi».
Ogni membro, «lestofanti» e «lestofantesse», prendono un nome, Pier Giorgio sceglie «Robespierre». Voglia di vivere e spirito goliardico aleggia fra gli amici di Frassati per poter «servire Dio in perfetta letizia». L’impegno sociale e politico, contro il Regime fascista, lo schiera tra le fila del Partito Popolare italiano, fondato da don Luigi Sturzo nel 1919.
Il suo impegno politico e sociale fu una diretta conseguenza del suo modo di sentirsi cristiano: non gli era sufficiente aiutare i poveri, andare nelle loro misere soffitte, nei tuguri dove la malattia e la fame si confondevano nel dolore, non gli bastava portare ai diseredati una parola di conforto, carbone, viveri, medicinali e denari, voleva dare una soluzione a quei problemi di miseria e di abbandono e la politica gli parve la via idonea per fare pressione là dove si decideva la giustizia.
Durissima fu la sua lotta contro il fascismo, una realtà che respirò anche a casa sua: il padre venne anche perseguitato per la battaglia, condotta sulle colonne del suo giornale, contro il Regime.
Benché molto legato alla sorella Luciana, Pier Giorgio scelse tutt’altra strada: lei il mondo prestigioso e affascinante della diplomazia; lui i poveri e gli infelici.
Luciana, l’unica persona di casa con la quale poteva confidarsi, scriverà anni dopo di aver difeso spesso il candore del fratello dalle incomprensioni del mondo e della sua stessa famiglia, dove il rapporto fra madre e padre si era andato frantumando di anno in anno fino a sgretolarsi.
Le conferenze di San Vincenzo furono il massimo campo di azione per Pier Giorgio: fu in esse che poté esprimere concretamente la sua carità per i poveri, gli orfani, i senza lavoro, i senza tetto.
A quel tempo molti ragazzi e ragazze si recavano nelle soffitte della Torino povera a portare la loro assistenza. Ciò che distingueva Pier Giorgio dagli altri era il modo e lo status a cui apparteneva: il figlio del senatore del Regno si abbassava ad avvicinare gli umili, gli ultimi e ciò si compiva non come atto paternalistico dall’alto in basso, ma per condivisione e partecipazione viva e attiva ai drammi del sociale.
Sollecitava spesso i suoi compagni d’Università e dell’Azione Cattolica ad iscriversi alla San Vincenzo.
Diceva loro: «La San Vincenzo è un’istituzione semplice adatta agli studenti perché non implica impegni, unico e solo quello di trovarsi un giorno della settimana in una determinata sede e poi visitare due o tre famiglie ogni settimana.
Vedrete, vi richiederà poco tempo, eppure quanto bene possiamo fare a noi stessi… L’assistere quotidianamente alla fede con cui le famiglie spesso sopportano i più atroci dolori, il sacrificio perenne che essi fanno e che tutto questo fanno per l’Amore di Dio ci fa tante volte rivolgere questa domanda: “Io che ho avuto da Dio tante cose sono sempre rimasto così neghittoso, così cattivo, mentre loro, che non sono stati privilegiati come me, sono infinitamente migliori di me…”».
Alcuni amici lo chiamavano «il facchino degli sfruttati» e certi inventarono per lui una sigla speciale: «FIT», «Frassati Impresa Trasporti».
Nelle soffitte del centro, ma anche in povere case della periferia, portava infatti di tutto: generi alimentari, legna, carbone, vestiti, mobili…
Amante della montagna, Pier Giorgio trova nell’alpinismo la manifestazione palpabile del suo cammino ascetico «verso l’alto», verso la fede più pura.
Scriveva nel 1925 all’amico Bonini: «Vivere senza una fede, senza un patrimonio da difendere, senza sostenere in una lotta continua la Verità, non è vivere, ma vivacchiare».
Crede nell’associazionismo cattolico e nel 1922 entra nell’Azione cattolica il cui motto è: preghiera, azione, sacrificio.
Pur non ottenendo brillanti risultati universitari, Pier Giorgio è vicino al traguardo della laurea e con essa la realizzazione del suo grande desiderio: lavorare con i minatori per condividere il loro lavoro duro e pesante.
Ma tutti i suoi sogni si frantumano uno ad uno. È confuso, soprattutto perché non comprende il disegno di Dio su di lui. Aveva pensato di farsi sacerdote, ma, oltre alla famiglia contraria a quell’idea «malsana», in Germania, quando di tanto in tanto raggiungeva il padre ambasciatore a Berlino (1921-1922), lui stesso era mutato perché aveva conosciuto il padre domenicano Karl Sonnenschein, chiamato il «San Francesco tedesco», pastore dei cattolici italiani residenti a Berlino e guida spirituale degli studenti.
Il religioso, noto per la sua grande umiltà e grande carità, instaurò un ottimo rapporto di stima e simpatia con il giovane torinese, invitandolo a partecipare alle riunioni dei circoli misti, composti cioè sia da studenti sia da operai. Pier Giorgio avrebbe voluto imitare, in qualità di sacerdote, proprio padre Sonneschein, ma comprese che in Italia un apostolato sacerdotale di questo tipo non sarebbe stato accolto.
Nell’ultimo anno della sua vita Pier Giorgio s’innamorò di una ragazza, Laura Hidalgo (1898-1976), rimasta orfana giovane, laureata in matematica e considerata da casa Frassati socialmente non all’altezza del nome di Pier Giorgio. Quell’esperienza segnò fortemente il beato, non chiamato al matrimonio, ma al laicato cristiano fra la gente e i poveri.
«Sei un bigotto?», gli chiesero un giorno in Università, così come venivano scherniti i cattolici dai massonico-liberali, dai social-comunisti e dai fascisti. La sua risposta fu netta: «No. Sono rimasto cristiano».
Nel gennaio del 1925 Luciana sposa il diplomatico polacco Jan Gawronski. Un durissimo colpo per Pier Giorgio che resta completamente solo nella casa delle discordie. A giugno di quell’anno il padre gli domanda di entrare ne «La Stampa» e dunque di rinunciare alle sue aspirazioni professionali, lavorare fra i minatori.
Il senatore, che provava sempre una certa soggezione di fronte al figlio, non ebbe il coraggio di
parlargli direttamente, così Alfredo Frassati chiese all’amico Giuseppe Cassone, cronista de La Stampa, di farlo al suo posto. Lo stesso Cassone testimonierà: «Un giorno che egli [Pier Giorgio] era venuto a trovarmi in ufficio colsi l’occasione. Gli parlai come si parla a un figlio assennato e caro. Mi ascoltò in silenzio puntandomi, scrutatori e sereni, quei suoi begli occhi di fanciullo, poi mi domandò: “Cassone, crede proprio che venendo io qui a La Stampa il babbo sarà contento?”. Dissi di sì. Egli non esitò più: “Dica al babbo che accetto”. Lo considerai un grande sacrificio per lui, e commosso, l’abbracciai».
La sua proverbiale allegria lo abbandona nell’ultima parte della sua esistenza, quando appare quasi presago della fine prematura; anche il suo aspetto fisico muta e i lineamenti perdono i tratti adolescenziali. Viene meno dunque quel suo spirito perennemente sereno a motivo di una serie di condizionamenti che sembrano soffocarlo: l’amore per Laura Hidalgo, la volontà paterna di integrarlo nell’amministrazione de La Stampa, il timore dolorosissimo di una possibile separazione fra gli amati genitori, la cui convivenza è sempre più difficile.
Un giorno, ad un amico che gli aveva domandato che cosa avrebbe voluto fare dopo gli studi, lui rispose: «Non lo so: sacerdote no, perché è una missione troppo grande e non ne sono degno; il matrimonio no. L’unica soluzione sarebbe quella che il Signore mi prendesse con sé».
È tempo ormai «di raccogliere ciò che ho seminato». La morte lo rapisce, rapidissima. Viene colpito dalla poliomielite fulminante. Sei giorni appena per corrodere quel fisico sano e forte di 24 anni.
E ancora una volta la famiglia non lo comprende: tutti sono attenti all’agonia dell’anziana nonna Ametis, non accorgendosi della gravità del suo male. Non un lamento uscirà dalla sua bocca, non una richiesta. «Il giorno della mia morte sarà il più bello della mia vita» aveva detto ad un amico. Quel giorno arrivò il 4 luglio 1925.
Le grandi incomprensioni svaniscono: Alfredo Frassati è di fronte alla bara del figlio “ribelle”, alla quale rendono omaggio, con suo sconcerto, migliaia e migliaia di persone e di poveri della Torino semplice e umile. Tutti presenti non per i meriti del nome Frassati, ma per Pier Giorgio, solo per ciò che lui e lui solo ha rappresentato e qualcuno scoprirà dopo che quel giovane pronto a soccorrere tutti era il figlio del senatore e direttore de La Stampa. Proprio da qui Alfredo inizia a scoprire l’identità di Pier Giorgio, la sua grandezza umana e spirituale. E il lungo tempo della prova condurrà lui, non credente, alla conversione.
Quattro giorni dopo la morte del figlio, Alfredo scrive a sua madre, Giuseppina Frassati, una lettera colma di strazio, un tormento che perdurerà ancora 36 anni, fino alla morte: «Giorgio era un santo, oggi lo riconoscono tutti… L'impressione per la sua morte qui a Torino è stata pari alla sua bontà. Mai si è visto una folla unanime cantare le lodi di un morto.
Ma il povero Pier Giorgio non c'è più e la mia vita è finita.
Avevo troppo nel mondo: fino a 57 anni ho avuto tutto. Ora sono il più povero dei poveri. Mendico nel mondo, nessuno può darmi anche la minima parte di quello che mi fu tolto.
Ti bacio, cara mamma, auguriamoci di congiungerci presto con lui, il tuo Alfredo».
Pier Giorgio, incompreso da vivo, era stato fonte di tante preoccupazioni e insofferenze ed ora, da morto, è causa di un disperato e inconsolabile rimpianto.
La strana ribellione di Pier Giorgio, che aveva continuato a vivere nella casa paterna, perché amava infinitamente la sua famiglia, ma che aveva scelto comunque e liberamente la sua strada di fede e di impegno sociale, acquista ora una nuova luce per il senatore ed egli ammira, e ne è allo stesso tempo orgoglioso, della coerenza di idee: Pier Giorgio agiva come credeva, parlava come sentiva, e faceva come parlava.
La sua morte aprì dunque gli occhi al padre e alla madre, la quale si occupò di raccogliere le prime testimonianze sul figlio e collaborò con il salesiano don Antonio Cojazzi, che era stato insegnante di Pier Giorgio, per la stesura della prima biografia sul beato, pubblicata nel 1928.
Il 16 luglio arrivò a «La Stampa», preludio della sentenza di morte, il decreto di diffida dove erano elencati i «peccati mortali» del quotidiano che non si allineava con il governo fascista. Alfredo Frassati in un mese perse figlio e giornale, distrutto lasciò Torino, si rifugiò dalla figlia all'Aja e da quella città scrisse una lettera alla cognata Elena (25 agosto 1925) dove rivela un suo impressionante presentimento nel giorno delle nozze di Luciana:
«Cara Elena,
hai ragione: non possiamo più farci auguri, non solo, ma non lo dobbiamo. La vita è finita realmente: ogni giorno che passa vedo più chiaramente l'abisso: mi parevano meno grevi i primi giorni. L'ho sempre nel cuore: nessuno ha compreso cos'era Pier Giorgio per me: il mio orgoglio, la mia passione: vedevo in lui in realtà tutte le belle qualità che avevo sognato di avere io, che non ho avute, ma vedevo anche nel suo carattere intransigente e buono, il mio carattere intransigente e non cattivo: vedevo nell'affetto suo per gli umili, il mio affetto: mi pareva che in lui si fosse moltiplicato per miliardi quel po' di non cattivo che c'è in me.
Da qualche tempo a questa parte non piantavo una pianta che non fosse per lui, mi pareva che qualche cosa mi dicesse che dovevo separarmi da lui, ma sentivo che ero io che dovevo andarmene.
Non ti ho mai detto la visione che ho avuto all'Arcivescovado il giorno delle nozze di Luciana? Chiedilo ad Alda. Quando sono entrato nella sala dov'era l'altare, invece di esso ho visto una bara: una bara che doveva distruggere tutto, cosa non so, non vidi, non sentii, ma tutto, capisci.
E per la prima volta in vita mia mi sentii venir meno; per un secondo, forse meno, ma la coscienza la perdei: e non mi avvenne nemmeno quando Giorgetto morì, nemmeno quando seguii la sua bara, nemmeno quando la terra lo inghiottì. Cosa strana nevvero, mia cara Elena? Incredibile se non l'avessi detto prima. La bara era la sua: il tutto che doveva spazzare era la sua morte e il matrimonio; soli, soli, soli. Addio mia cara Elena. Voglimi bene, perdona, sopporta i miei difetti; siamo almeno uniti di fronte alla sventura. Addio, addio».
È proprio di quell’epoca la trascrizione che Alfredo compie di una lettera inviata da Pier Giorgio alla sorella il 14 febbraio di quel luttuoso 1925: «Tu mi domandi se sono allegro; e come non potrei esserlo? Finché la fede mi darà forza sempre allegro! Ogni cattolico non può non essere allegro: la tristezza deve essere bandita dagli animi cattolici; il dolore non è la tristezza, che è una malattia peggiore di ogni altra.
Questa malattia è quasi sempre prodotta dall'ateismo, ma lo scopo per cui noi siamo creati ci addita la via, seminata sia pure di molte spine, ma non una triste via: essa è allegria anche attraverso i dolori».
Dal 29 settembre al 2 novembre 1925 «La Stampa» venne sequestrata e furono interrotte le pubblicazioni. Frassati fu costretto a ritirarsi dalla direzione della testata e la Fiat ne divenne proprietaria.
«Così per oltre un ventennio», scriverà anni dopo il senatore, «"La Stampa" si asservì al fascismo, ma la Fiat fece sempre ottimi affari noncurante che il fascismo avesse soppresso ogni libertà ed avere violato l'intero Statuto albertino, il capolavoro del nostro Risorgimento, e lo sbocco logico dell'opera eroica di pensatori e di soldati.
Il giornale appoggiò incondizionatamente il fascismo, e non solo quello della prima maniera, che aveva serbata ancora un'ombra di costituzionalità, ma anche quando il potere venne usurpato totalmente da Mussolini, come fondatore e capo della repubblica di Salò, in guerra contro il potere legittimo, rappresentato dal Re».
Dopo il funerale di Pier Giorgio ebbe inizio un'infausta passerella di sciacalli, i quali si presentavano come presunti amici di Pier Giorgio. Approfittando del dolore dei genitori molti si accaparravano oggetti appartenuti al beato. Altri si recavano dal senatore per chiedere aiuti e favori e alcuni di loro iniziarono magnifiche carriere. Il gruppo degli amici si dilatava a dismisura e padre e madre, disperati nella loro sciagura, non sapevano discernere e valutare essendo anche stati sempre all'oscuro delle frequentazioni di Pier Giorgio. Bastava essere stati conoscenti di Pier Giorgio per ottenere molto, anche in denaro.
Un giorno di qualche tempo prima, Pier Giorgio aveva bussato alla porta degli istituti di assistenza di Torino per trovare ospitalità a due bambini bisognosi di soccorso. Provò anche al Cottolengo, ma senza risultato, perciò rivelò all'amico Giovanni Maria Bertini: «Non appena potrò disporre dei mezzi di mio padre, per prima cosa farò costruire un grande edificio per bambini che ne avranno bisogno». Sarà suo padre a far erigere un grande padiglione (chiamato ancora oggi «Pier Giorgio Frassati») per bambini privi di assistenza nella Piccola Casa della divina Provvidenza come aveva desiderato il figlio.
«La vita è dolore e tristezza. Ora posso dire con Brunilde: "Alles ist num mir klar"(«Ora tutto mi è chiaro»)» . Scrive il senatore in una lettera all’amico Spartaco Fazzari nel 1926. Parole forti quelle di Alfredo Frassati che cambia vita e accantona i desideri di potere, le ambizioni di profitti sempre maggiori e guarda agli altri con occhio partecipe; si apre alla carità, sulla scia del figlio e al suo «Giorgetto» fa risalire le opere benefiche.
Frassati trascorre sempre la stagione estiva a Pollone, in provincia di Biella e la sua meta è una sola: il cimitero, dove è sepolto Pier Giorgio. L'incubo lo condurrà alla conversione dell'anima.
Nel 1927 scrive ancora a Spartaco Fazzani: «Per mia enorme disgrazia non credo che ci sia una seconda vita. Ma Lui ci ha creduto: così è come se realmente ci sia… Lo ricordi quel suo sorriso? Se sapessi, caro Spartaco, come è ancora oggi (viva) la straziata nostalgia di Lui! E vuoi credere che mentre ti scrivo queste due righe le lagrime scendono ininterrotte.
E ne ho versate tante!…». Alfredo lascia perciò in eredità un prezioso patrimonio di sentimenti, dove il dolore cocente è messo a nudo e non lascia più spazio ai materialismi.
Di fronte a noi un cuore di padre si spappola, anno dopo anno, per ricomporsi nelle mani del figlio:
«Carissima Luciana,
tutti i giorni sono tristi: tutti i giorni sono pieni di lagrime: ma hai ragione tu; questi giorni sono i più tristi fra i tristi: i santi, i morti: il giorno tristissimo della sua morte: oggi. Veniamo in questo momento dalla parrocchia. Abbiamo fatto la strada che egli faceva ogni mattina, così pieno di salute, così sereno, così credente. Mi era penoso fino allo spasimo camminare dove egli ha camminato. Com'è doloroso vivere ormai, Luciana. Io prego Iddio, e tu pregalo ferventemente che fra tutti i dolori della vita uno solo ti sia risparmiato: quello di sopravvivere ai tuoi figli» (4 novembre 1926).
Uomo travolgente e attivissimo, Alfredo si sente impazzire in quel tunnel di solitudine angosciante e per resistere al «disfacimento», cerca lavoro, non chiede e non desidera compensi, se ci saranno andranno ad accrescere le larghe somme che già provvede a destinare in beneficenza.
È così che il senatore Frassati nel 1930 assume la presidenza della Società Italgas e ricoprirà l’incarico fino all'età di 90 anni e, oltre ad essere ambasciatore onorario, sarà anche membro dell'Assemblea costituente (25 giugno 1946-22 dicembre 1947), nonché senatore di diritto nominato con decreto il 22 aprile 1948.
Nel 1959 la Fuci tenne il suo congresso a Torino. Si aprì il 1° settembre, con la prolusione di monsignor Giovanni Battista Montini, arcivescovo di Milano (1958-1963), già chiamato a far parte del Collegio cardinalizio dal beato papa Giovanni XXIII, e che Frassati aveva conosciuto a Roma come Sostituto della segreteria di Stato, accompagnandolo di tanto in tanto anche in passeggiate campestri.
L’antico assistente della Fuci iniziò il suo discorso con queste parole: «C'è qualcuno qui ch'io vedo e non si vede… eppure è presente», con l'occhio cercava Pier Giorgio «il volto d'uno studente bello e vigoroso, di cui in questi anni la gioventù nostra ha studiato i lineamenti e meditato la virile bontà, un modello di fratello ideale».
Presentò con grande trasporto la figura di Pier Giorgio Frassati che non conobbe personalmente, ma di lui gli erano giunti i forti echi di un’esperienza di vita svolta tutta in salita.
Montini, quel giorno, non si fermò a ricordare pubblicamente Pier Giorgio, andò, di persona, a salutare il padre recandosi alla sede dell'Italgas a dimostrazione dell'interesse vivo e vero per il Giovane delle otto beatitudini e per il dolore con il quale era stato segnato a fuoco Alfredo Frassati.
Quella illuminata e significativa visita fu balsamo benefico per il senatore, il quale provava una sconfinata ammirazione per il cardinale Montini. Il colloquio durò a lungo e il commiato fu commovente ed affettuoso. Emozionatissimo e straordinariamente contento Frassati non tentò neppure di nascondere le lacrime ed era convinto che il cardinale Giovanni Battista Montini un giorno sarebbe diventato Pontefice.
Il percorso di fede di Alfredo Frassati fu inesorabile e nell'archivio arcivescovile di Milano, in un dossier dedicato alla corrispondenza del cardinale Montini con i laici, è custodito un carteggio che conferma tale percorso e l'avvicinamento del senatore Alfredo Frassati alla Chiesa.
Già nel Natale 1957, Alfredo, vedovo dal 18 giugno 1949 (Adelaide Frassati morì cinque anni dopo la sorella Elena Ametis) scriveva con cuore aperto:
«Eccellenza,
Accolga da un umilissimo suo ammiratore gli auguri più caldi per le prossime feste. Seguo con gioia il suo luminoso cammino e mille volte ho progettato di dirle a voce tutti questi miei sentimenti. Ma sono, come V.E. sa, un solitario…
Ma un giorno vincerò questa paura… e verrò a baciarle la mano, portando tutti gli auguri.
Mi ricordi qualche volta nelle sue preghiere e mi abbia sempre Suo umilissimo servitore Alfredo Frassati».
Giunse la calorosa risposta dell'arcivescovo:
«Cara Eccellenza!
Il suo biglietto mi commuove, perché mi dice un ricordo che mi fa molto piacere e che ricambio con affettuosa devozione.
Così Le presento i miei auguri più sinceri e prego Dio per Lei che li renda validi e forieri d'ogni miglior bene.
RivederLa farebbe anche a me molto piacere, ma penso che ora non Le sia facile viaggiare. Sappia, ad ogni modo, che Le sono vicino spiritualmente nel ricordo del Suo e nostro Pier Giorgio e nel desiderio della Sua prosperità e della Sua pace.
Mi consenta di darLe come ad Amico venerato e stimato la mia benedizione. G.B. Montini Arcivescovo ».
Il futuro Paolo VI, che fu sempre molto attento al recupero spirituale delle anime con un interesse tutto speciale per intellettuali, artisti e sacerdoti, aveva compreso che esisteva nel senatore un terreno di fede coltivabile e fertile.
La profonda devozione di Alfredo Frassati per Montini, protagonista della sorprendente e meravigliosa conversione, maturata lentamente alla luce del figlio, lo accompagnò fino alla morte che giunse serena il 21 maggio 1961, giorno di Pentecoste. Intorno alla sua salma non ci saranno, per sua volontà, fiori e fra le mani inanimate vorrà il Crocifisso e una fotografia del suo diletto Pier Giorgio, una di quelle che Alfredo non era più riuscito a guardare, raccomandando ai suoi eredi che non fossero presenti ritratti del figlio quando andava loro a far visita, così come non aveva voluto che i suoi nipoti (sette) portassero come primo nome quello del figlio: Pier Giorgio era uno, lui e solo lui.
La notizia della morte non fu comunicata ufficialmente perché il senatore aveva manifestato la volontà che fosse resa pubblica a funerali avvenuti.
Dopo un lungo travaglio spirituale, nella luce della fede, Alfredo Frassati, giunto all’approdo della grazia, si congedò dal mondo in pace con se stesso perché in pace con Dio. Questo fu, a nostro giudizio, il primo miracolo del Beato Pier Giorgio Frassati.
Per approfondire: Cristina Siccardi -  Pier Giorgio Frassati, modello per i cristiani del Duemila Ed. San Paolo
(Autore: Cristina Siccardi - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Piergiorgio Frassati, pregate per noi.


*Beato Pietro Kibe Kasui - Sacerdote Gesuita, Martire (4 luglio)

Scheda del gruppo a cui appartiene:
“Beati Martiri Giapponesi” Beatificati nel 1867-1989-2008

Kibe, Giappone, 1587 circa – Tokyo, Giappone, 4 luglio 1639
Pietro Kibe Kasui nacque nel 1587, nell'anno in cui il maresciallo della corona a Nagasaki, lo shogun Hideyoshi, emise un editto che ingiungeva ai missionari stranieri di lasciare il paese.
Dieci anni dopo cominciarono le persecuzioni.
A quell'epoca in Giappone si contavano circa 300 mila cattolici, evangelizzati prima dai gesuiti, con San Francesco Saverio, e poi anche dai francescani.
Nel febbraio 1614 un altro editto impose la chiusura delle chiese cattoliche e il confinamento a Nagasaki di tutti i sacerdoti rimasti, stranieri e locali.
Nel novembre dello stesso anno i sacerdoti e i laici che guidavano le comunità furono costretti ad andare in esilio. Kibe riparò prima a Macao e poi a Roma.
Fu ordinato sacerdote il 15 novembre 1620 e, dopo aver completato il noviziato a Lisbona, pronunciò i primi voti da gesuita il 6 giugno 1622.
Tornato in Giappone fra i cattolici sottoposti a crudele persecuzione, nel 1639 fu catturato a Sendai assieme ad altri due sacerdoti.
Torturato per dieci giorni di fila, rifiutò di abiurare.
E fu martirizzato a Edo, l'attuale Tokyo.
Di Pietro Kibe Kasui e di altri 187 martiri in terra giapponese uccisi tra il 1603 ed il 1639, Papa Benedetto XVI ha riconosciuto ufficialmente il martirio il 1° giugno 2007 e la cerimonia di beatificazione è stata fissata per il 24 novembre 2008.
Benedetto XVI, il 1° giugno 2007, firmò il decreto che aprì la via alla beatificazione di Pietro Kibe e di 187 compagni martiri, distribuiti, a seconda del luogo del martirio, su nove delle diocesi del Giappone, coprendo così quasi tutta la geografia del Paese.
Le date della loro morte vanno dal 1603 al 1639, cioè all'epoca della persecuzione degli Shogun Tokugawa.
Molti di loro vissero nella fase più dura di quella persecuzione.
Pietro Kibe e i suoi 187 compagni martiri sono ben noti nella Chiesa in Giappone e fra le popolazioni di origine, ma generalmente sconosciuti al di fuori del Paese.
Perciò nascono spontaneamente le domande: Perché ora? Perché così tanti? La risposta è semplice: quando furono canonizzati i 26 santi (1862) e beatificati i 205 martiri della persecuzione degli Shogun Tokugawa (1867), la Chiesa in Giappone non esisteva in quanto tale. I cristiani sopravvissuti alla persecuzione vivevano nelle catacombe. Non vi erano vescovi né sacerdoti giapponesi che potessero parlare a nome di quella Chiesa martire. Il numero dei martiri conosciuti supera i diecimila.
Quando vennero aperti i processi di canonizzazione a Roma, i diversi ordini religiosi che avevano operato in Giappone presentarono subito i loro membri e i loro collaboratori martiri. Continuano però
a restare nell'ombra i cristiani che subirono tutto il peso della persecuzione, i più crudeli tormenti, che si assunsero la responsabilità della comunità alla morte degli ultimi missionari e trasmisero la fede che è giunta fino ai nostri giorni.
Quando nel 1865 il Giappone si aprì di nuovo al mondo esterno, sebbene limitatamente, vennero riscoperti i cristiani vissuti in clandestinità e rinacque così l'interesse per quei martiri. Si consultarono gli archivi e si raccolsero le tradizioni locali. In occasione della visita pastorale di Giovanni Paolo II, "pellegrino dei martiri", a Nagasaki (febbraio 1981), sorse l'idea di riunire un gruppo di martiri importanti di quella persecuzione e di indicarli come esempio di coerenza cristiana.
In quel processo, iniziato nel 1981, si è cercato di scegliere quei martiri sul cui sacrificio vi fossero chiare testimonianze, che rappresentassero un gran numero di regioni del Giappone, i cui monumenti o luoghi di martirio fossero già ben noti e che come gruppo fossero rappresentativi della società giapponese di allora: uomini e donne, anziani e bambini, personaggi della classe dirigente, invalidi, mendicanti. Dei 188 scelti, quattro sono sacerdoti, uno religioso e 183 cristiani laici.
Fra questi cristiani vi sono intere famiglie di martiri. Ad esempio la famiglia di Gaspare Nishi, dell'isola Ikitsuki di Hirado, nobile samurai divenuto catechista, che morì con sua moglie e il loro primogenito e che offrì altri due figli come martiri, uno di essi già canonizzato, il domenicano san Tommaso Nishi.
Un altro è Ogasawara Kenya, martire insieme a sua moglie Miya (Maria) e ai loro nove figli, uno di essi nato in carcere, battezzato ed educato lì.
Un altro magnifico esempio è anche quello dei tre catechisti di Yatsushiro (Kumamoto), Gioacchino Watanabe, Michele Mitsuishi e Giovanni Hattori, uomini del popolo che vivevano modestamente del loro lavoro, ma quando il Daimyo, Kato Kiyomasa, espulse i missionari dal suo territorio, assunsero la responsabilità di quella Chiesa, guidarono i cristiani, aiutarono gli altri martiri, recuperarono i loro corpi, e condannati per questo al duro carcere, da lì continuarono per diversi anni il loro apostolato, educando i propri figli piccoli. Il martirio di Pietro Hattori, di cinque anni, è una pagina commovente per l'atteggiamento del bambino.
Rientra in questo processo il "grande martirio di Kyoto", nel quale 52 martiri furono arsi vivi per espresso ordine dello Shogun Hidetada (1619). Fra quei martiri vi furono molte madri con bambini piccoli: è il "martirio degli innocenti" della Chiesa in Giappone, descritto con queste parole dall'agente della ditta inglese di Hirado Richard Cooks, che si trovava a Kyoto in quell'occasione: "Fra i martiri vi erano bambini di cinque e sei anni, bruciati fra le braccia delle madri, che gridavano: Gesù, accogli le loro anime". In questo gruppo si distinse per il suo fervore la famiglia Hashimoto, composta da padre, madre e cinque figli, dai 3 ai 14 anni.
Alcune parole sui quattro sacerdoti martiri. Erano stati tutti studenti del seminario di Arima, anche se provenivano da diverse regioni del Giappone. La loro storia è simile: la lotta per realizzare la propria vocazione, l'apostolato instancabile sotto la più feroce persecuzione, il martirio durissimo. Dell'agostiniano Tommaso di Sant'Agostino "Kintsuba" un luogo nell'area di Nagasaki conserva ancora il nome: è la "valle del Kintsuba", nome trasmesso da generazione di cristiani nascosti di questa regione e legato alle grotte che servirono loro da rifugio. Giuliano Nakaura fu uno dei quattro giovani che nel 1582 si recarono come legati a Roma; sacerdote gesuita nel 1608, martire nel 1633, dopo 19 anni di apostolato come missionario nascosto.
Il suo monumento nel villaggio natale lo presenta "mentre indica il cammino per Roma". Diogo Yuri Ryosetsu, membro della famiglia degli antichi Shogun Ashikaga, percorse il Giappone incoraggiando i cristiani, convertendo gli altri, entrando nelle carceri per portare ai cristiani detenuti la grazia dei sacramenti. Pietro Kibe, che si recò a piedi fino a Roma, passando per Gerusalemme, per essere ordinato sacerdote ed entrare nella Compagnia di Gesù, ebbe come principale testimone della veridicità del suo martirio il giudice inquisitore dei cristiani Inoue Chikugo: "Kibe Pietro fu condannato a morte perché non voleva rinnegare la propria fede e incoraggiava i catechisti martoriati accanto a lui".
(Autore: Diego Yuuki - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Pietro Kibe Kasui, pregate per noi.


*Sant'Ulrico (Ulderico) - Vescovo (4 luglio)

m. 4 luglio 973
Martirologio Romano:
Ad Augsburg nella Baviera, in Germania, Sant’Ulderico, vescovo, che fu insigne per il mirabile spirito di penitenza, la generosità e la vigilanza e morì nonagenario dopo cinquant’anni di episcopato.
Nasce nell'890 da Hupaldo della famiglia dei Conti di Kirpurg di Dillingen e da Thetpirga.
Lo zio Adalberone è il vescovo e principe di Augusta e sarà lui che curerà la formazione del giovane chierico Ulderico, allorché mortogli il padre è costretto a rientrare ad Augusta, dopo aver trascorso gli anni dell'adolescenza nel famoso monastero di San Gallo in Svizzera.
Dell'esperienza trascorsa tra i benedettini Ulderico conserverà sempre un ottimo ricordo e la sua vita rimarrà sempre improntata allo stile tipico voluto da San Benedetto l'"ora et labora".
Lo zio vescovo Adalberone, descritto negli annali come "personaggio assai dotto, distinto cultore dell'arte della musica, magnifico e potente principe che condivide con il re di Germania il peso del governo dello stato", nell'anno 908 avvia il nipote al sacerdozio, affidandogli l'amministrazione dei beni privati e pubblici del vescovado e dandogli modo di terminare gli studi intrapresi nel monastero.
Ulderico si dimostra particolarmente zelante e saggio, di grande disciplina e di fine spiritualità, meritandosi fin da subito, la stima della sua gente.
Nel primo anno di sacerdozio chiede ed ottiene dallo zio di potersi recare, pellegrino, a Roma. Durante la permanenza nella città eterna apprende la notizia della morte dello zio Adalberone. Per Ulderico è come perdere per la seconda volta il padre, tanto gli era affezionato.
Il Papa Sergio III°, estimatore del vescovo appena scomparso, desidererebbe nominare Ulderico quale successore nella cattedra episcopale di Augusta, carica che Ulderico rifiuta garbatamente sia per umiltà sia per la consapevolezza della propria giovane età e della responsabilità che questo onere avrebbe significato.
Il pontefice, accettando il diniego, profetizza tuttavia a Ulderico che ciò che oggi rifiuta gli sarà comunque affidato in avvenire con l'unica differenza che probabilmente in avvenire troverà la diocesi in una situazione molto più difficile ed economicamente più povera di quanto non lo sia al presente.
Per quattordici anni Ulderico rimane in disparte, accudendo alle necessità della sua famiglia e
prendendosi cura della madre e dei beni paterni, fino a che nel 923, alla morte del vescovo Hiltino, all'età di trentatre anni, la popolazione di Augusta e lo stesso re di Germania Enrico I° (l'Uccellatore) lo designano Vescovo; la consacrazione avverrà il 28 dicembre di quello stesso anno.
Da quel momento e per cinquanta anni Ulderico sarà l'insigne custode sia del cammino spirituale della popolazione e del clero, sia il difensore coraggioso e avveduto della città di Augusta e del territorio limitrofo.
La sua opera di zelante Pastore della Diocesi fu stimata e apprezzata, ma a questa ben presto si dovette aggiungere anche una sapiente opera di mediazione e di lungimiranza politica.
Le tensioni tra il re di Germania, Ottone I, e suo figlio Luitolfo, duca degli Alamanni, che vorrebbe usurpare il trono del padre, trovano in Ulderico un fedele e coraggioso difensore della legittimità del re, subendo così le ire del duca che spedisce il conte palatino Arnoldo contro il Vescovo e la città di Augusta.
Alla fine Arnoldo ebbe la peggio e la accorta diplomazia di Ulderico ottenne la conciliazione tra il re Ottone I e suo figlio, che avvenne ufficialmente a Illertissen nel 954.
Appena in tempo per prepararsi a una minaccia ben più sanguinosa: l'avanzata delle orde barbariche degli Ungari.
Anche in questa vicenda il santo Vescovo si pose al fianco della propria gente ottenendo sia la sconfitta dell'avversario, ma soprattutto facendosi carico della cura delle ferite fisiche e morali del suo popolo, mettendo a disposizione della Diocesi i propri beni per la ricostruzione di quanto era stato distrutto, e soprattutto per la cura degli orfani e degli indigenti.
Ulderico celebrò quella vittoria con un pellegrinaggio a Roma sulla tomba degli Apostoli, come aveva fatto appena sacerdote e come rifarà ormai ottantunenne, l'anno prima della sua morte.
Le tombe dei martiri di Roma e la figliale devozione per il successore di Pietro, dimostrarono, se ancora ci fosse stato bisogno quanto grande e quanto profonda era in lui la consapevolezza di essere un umile strumento di Dio incasellato dentro una Chiesa cattolica alla quale egli volle donare il meglio di sé.
La fama della sua santità deve essere stata ben fondata se alla sua morte, avvenuta il 4 luglio del 973 la gente cominciò subito a chiedere ed ottenere grazie attraverso la sua intercessione, tanto da convincere il vescovo Luitolfo, suo terzo successore alla cattedra di Augusta, ad intraprendere una operazione allora inusuale: la raccolta ponderata e verificata di tutti i miracoli e i prodigi che venivano attribuiti alla intercessione di Ulderico.
Questo materiale fu portato a Roma e sottoposto il 31 gennaio del 993 al vaglio del Pontefice, Papa Giovanni XV, e dei Cardinali riuniti nel Sinodo Lateranense.
Dopo la lettura e la valutazione di quanto esposto, con il parere positivo del Santo Padre, dei Cardinali e dei Diaconi e Arcidiaconi presenti, di lì a qualche giorno, il 3 febbraio, venne proclamata, con una Bolla pontificia, la santità di Ulderico.
É stato il primo santo ad essere proclamato dopo un "processo" canonico, e da quel momento ogni altra canonizzazione seguirà questo iter.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Ulrico, pregate per noi.


*San Valentino - Sacerdote ed Eremita (4 luglio)

sec. V
Martirologio Romano:
Presso Langres ancora in Aquitania, San Valentino, sacerdote ed eremita. (Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Valentino, pregate per noi.


*Altri Santi del giorno (4 luglio)

*San
Giaculatoria - Santi tutti, pregate per noi.

 
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