Santi del 4 Maggio - Istituto Aveta

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Santi del 4 Maggio

Il mio Santo > I Santi di Maggio

*Sant'Afra di Brescia - Matrona, Martire (4 maggio)

Brescia, 120 ca
Una Santa Martire di cui si sa poco, a volte secondo alcuni studiosi, viene identificata con Sant'Afra di Augusta, nonostante ciò è stata molte volte raffigurata nelle opere di pittura, da artisti che operarono nell’ambiente bresciano; sempre in abiti sontuosi e con i simboli del suo martirio: la
palma e la lama seghettata.
La ‘passio’ di autore ignoto, inserita negli atti dei santi Faustino e Giovita, non fornisce alcuna notizia precisa circa l’identità della santa; in qualche codice è riportata come moglie di Italico il nobile bresciano, che secondo la ‘passio’ avrebbe recato il simulacro di Saturno nell’anfiteatro, perché ai suoi piedi, i cristiani fossero sbranati dalle belve feroci.
La ‘passio’ dipende da un racconto molto conosciuto nell’VIII e IX secolo; Afra presente nell’anfiteatro di Brescia alle torture e supplizi dei martiri Faustino e Giovita, tracciando un segno di croce, avrebbe fermato la furia di cinque tori, che docilmente si accosciarono ai piedi dei Santi.
Alla vista del prodigio, circa tremila degli spettatori presenti, si convertirono al cristianesimo; Afra venne denunciata all’imperatore Adriano (117-138) come cristiana, subendo il martirio insieme alla schiava Samaritana, dopo la decapitazione di Faustino e Giovita.
La chiesa, che alla fine del III secolo era dedicata ai Santi Faustino e Giovita, costruita sul luogo del martirio, nell’806 fu dedicata a Sant'Afra, dopo che i corpi dei due martiri, vennero traslati in un’altra chiesa, cui in seguito si aggiunsero vari edifici ecclesiastici.  Tutti e tre sono patroni della città di Brescia, a volte Sant'Afra è raffigurata con il modello della città.
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Afra di Brescia, pregate per noi.


*Santi Agapio e Secondino - Martiri di Lambesa (4 maggio)
Martiri a Cirta e Lambesa (Numidia) nel 259
Martirologio Romano:
A Costantine in Numidia, nell’odierna Algeria, commemorazione dei Santi martiri Agapio e Secondino, vescovi, che, durante la persecuzione dell’imperatore Valeriano, nella quale la ferocia dei pagani si era quanto mai scatenata mettendo alla prova la fede dei giusti, dopo un lungo esilio in questa città da esimi sacerdoti divennero gloriosi Martiri.
Insieme a loro subirono il martirio anche i Santi Emiliano, soldato, Tertulla e Antonia, sacre vergini, e una donna con i suoi gemelli.  
Santi Martiri di Lambesa
Agapio, Secondino, Giacomo, Mariano, Tertulla, Antonia, Emiliano e compagni Martiri a Cirta e Lambesa (Numidia) nel 259
Si tratta di un gruppo di martiri africani, che l’ultima edizione del Martirologio Romano celebra in due distinti giorni; Agapio, Secondino, Tertulla, Antonia, Emiliano il 4 maggio e Giacomo e Mariano il 6 maggio.
In effetti pur avendo subito il martirio in giorni e luoghi diversi, essi furono accomunati nel racconto dell’antica ‘Passio’ e così si è andato avanti nei successivi testi storici, fra i quali gli ‘Atti dei Martiri’ e la ‘Bibliotheca Sanctorum’.
La ‘Passio’ dei santi martiri denominati “di Lambesa”, fu scritta da un altro cristiano arrestato insieme a loro e il cui nome è rimasto sconosciuto; per questa comunanza di sofferenza, il testo in XV capitoli, riflette la reale situazione prima del martirio, fornendo particolari della massima attendibilità, cosa abbastanza rara nelle ‘Passio’ degli antichi martiri, compilate in tempi successivi ed integrate per lo più da elementi leggendari.
Nella ‘Passio’ suddetta, il ruolo di protagonisti è coperto dal diacono Giacomo e dal lettore Mariano compagni del cronista; i tre cristiani mentre erano in viaggio attraverso la Numidia (provincia romana dal I secolo), sembra provenienti dall’Africa proconsolare, si fermarono a Mugnae, sobborgo di Cirta (odierna Costantina in Algeria) prendendo alloggio in una villa.
Nello stesso luogo sopraggiunsero due vescovi Agapio e Secondino, che il preside della provincia aveva richiamato dall’esilio, inflitto loro a seguito del primo editto di Valeriano (Valeriano Publio Licinio, imperatore romano dal 253 al 260, successore di Emilio, emanò due editti contro i cristiani, nel 257 e nel 258).
A causa del secondo editto che condannava a morte, subito e senza processo, vescovi, preti e diaconi, i due vescovi, che ebbero l’opportunità di esortare al martirio i due giovani chierici e gli altri cristiani lì radunati per essere interrogati, furono trasferiti a Cirta per essere giudicati dai magistrati civili.
Dopo la loro partenza, qualche giorno dopo la villa fu circondata e Mariano, Giacomo e lo sconosciuto scrittore, furono arrestati insieme ad altri; i due chierici in effetti si erano traditi per aver esortato gli altri alla fermezza nella fede.
Portati davanti ai magistrati di Cirta e sottoposti ad interrogatorio, Giacomo confessò il suo stato di diacono, mentre Mariano fu sottoposto a tortura perché non fu creduto che fosse un semplice lettore, qualificandosi così per salvarsi la vita.
I due giovani chierici cristiani avevano già sofferto per la persecuzione precedente, la settima, ordinata nel 249 dall’imperatore romano Decio (200-251); la loro grandezza d’animo e il loro desiderio di martirio, traspariva dall’atteggiamento nobile e sereno, in occasione dell’arresto e dei tormenti cui furono sottoposti in seguito, nel capitolo V è detto che furono sospesi per le dita delle mani con due pesi ai piedi; nel capitolo XIII l’autore sottolinea l’eroico comportamento della madre di Mariano, che pur angosciata, esultò quando vide il figlio avviarsi al martirio.
Durante il periodo del carcere, il diacono Giacomo vide in sogno Agapio, che già aveva subito il martirio, il quale si mostrava lieto fra i convitati di un’agape fraterna cui partecipavano ex compagni di carcere e di tormenti già martirizzati, mentre dal gruppo si staccava un bambino per annunciare a Mariano e Giacomo, il martirio che avrebbero subito il giorno dopo.
Durante la loro permanenza in carcere, molti altri cristiani, pur non essendo vescovi, preti o diaconi, subirono il martirio, infine il 6 maggio 259 anche i due chierici Giacomo e Mariano, furono decapitati sull’alto di una rupe a strapiombo sul torrente che attraversava Lambesa, capitale della Numidia e dove risiedeva il legato imperiale; i tronchi dei loro corpi furono precipitati nelle acque.
Ai due vescovi Agapio e Secondino, secondo la ‘Passio’ scritta dal cristiano che evidentemente scampò alla morte, sono associate due fanciulle Tertulla e Antonia, che Agapio aveva in custodia.
Il vescovo ormai prossimo a lasciarle sole, pregò ripetutamente il Signore che facesse loro il dono del martirio; ebbe una rivelazione particolare nella quale udì una voce che diceva: “Perché chiedi con tanta insistenza ciò che hai già ottenuto con una sola delle tue preghiere?” (cap. XI).
Nella medesima ‘Passio’ è ricordato anche il soldato Emiliano cavaliere cinquantenne, che per tutta la vita aveva conservato una pura continenza della carne; egli aveva un fratello rimasto pagano che era solito prenderlo in giro per la sua professione cristiana.
Mentre era in carcere, Emiliano sognò il fratello che con voce canzonatoria gli domandava come si trovassero lui e gli altri nelle tenebre del carcere; essendogli stato risposto che per il cristiano splende una chiara luce anche nelle tenebre, insistette chiedendo se per tutti i martiri vi sarebbe stata un’uguale corona in cielo o, altrimenti, a chi tra i presenti sarebbe spettato un premio maggiore.
Gli fu replicato che le stelle sono tutte luminose, anche se diverse fra loro, e che tra i martiri sarebbe stato destinato a splendere di più, chi più fortemente e lungamente avesse sofferto.
Il Martirologio Romano porta al 4 maggio, la commemorazione dei santi martiri Agapio e Secondino vescovi, Emiliano soldato e Tertulla e Antonia vergini, che subirono il martirio a Cirta in Numidia; la data del martirio è posta fra l’anno 258 e 259, il 4 maggio deve essere stato inserito per avvicinare precedendola, la data certa del 6 maggio 659, quando furono martirizzati Giacomo e Mariano; in realtà fra le due esecuzioni dovettero passare dei mesi.
Infine la ‘Passio’ al capitolo X, fa menzione di numerosi martiri laici, caduti prima e dopo i quattro ecclesiastici ricordati, riportando alcuni nomi e fra loro c’erano anche dei bambini: Floriano, Secondino, Gabro, Postumo, Gaiano, Mommino, Quintiano, Cassio, Fasilo, Fiorenzo, Demetrio, Gududo, due Crispino, Donato, e Zeone.
Il culto dei martiri di Lambase dovette essere molto diffuso, se s. Agostino tenne un celebre sermone in loro onore (Sermo, 380); le vicissitudini politiche che nei secoli investirono il Nord Africa, fecero sì che le reliquie di alcuni dei martiri di Lambesa, dalla Numidia, furono trasferite dai profughi verso l’Italia dove si diffuse il loro culto.
Le reliquie dei santi Giacomo e Mariano, approdarono in un primo tempo ad Amelia (Terni), e poi forse tra il V e il VI secolo furono trasferite a Gubbio e deposte nella cattedrale a loro intitolata.
Il culto per i due santi, in parallelo con l’importanza assunta dalla città, ebbe larga diffusione e intensità in tutto il Medioevo, tanto che San Pier Damiani (1007-1072) vescovo e cardinale, ne scisse, fra le tante sue opere, una narrazione approfondita di due episodi (due visioni) della loro ‘Passio’, in occasione della solennità annuale dei due martiri.
Ad ogni modo il gruppo dei martiri africani di Lambesa, fu sempre inserito in tutti i ‘Martirologi’ e negli "Acta Sanctorum" editi lungo i secoli; le date della ricorrenza però furono varie e diverse da un testo all’altro; nel Martirologio Geronimiano i martiri sono commemorati in parte il 30 aprile e in parte il 6 maggio, mentre precedenti edizioni del Martirologio Romano li celebravano il 29 e 30 aprile; ma come già detto, i due gruppi subirono il martirio in giorni diversi e solo per Giacomo e Mariano, il Calendario Cartaginese indica con certezza il 6 maggio.
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santi Agapio e Secondino, pregate per noi.  


*Beate Angela Isabella e Angela Bartolomea dei Ranzi - Agostiniane (4 maggio)
XV-XVI secolo
Due sorelle vercellesi, che si chiamavano Isabella e Bartolomea, ambedue furono monache agostiniane con il nome di Angela nel convento agostiniano della Beata Michela.
La prima morì nel 1492; la seconda ne scelse per sé il nome in suo ricordo.
Costei morì nel 1515, dopo molto soffrire, anche per l’amputazione di un braccio. Erano festeggiate il 4 maggio.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beate Angela Isabella e Angela Bartolomea dei Ranzi, pregate per noi.

 

*Sant'Antonina di Nicea - Martire (4 maggio)
Nel Martirologio Romano questa santa è menzionata tre volte: il 1 marzo, il 4 maggio e il 12 giugno, e ogni volta in maniera diversa, come se si trattasse di tre persone distinte.
Si tratta invece della stessa persona, il cui "dies natalis" è il 4 maggio, come appare nel Martirologio Siriaco del IV secolo.
Gli elogi del Martirologio Romano rispecchiano un'antica "passio" perduta. Secondo queste fonti Antonina, cristiana di Nicea in Bitinia, durante la persecuzione di Diocleziano arrestata per ordine del prefetto Priscilliano, fu battuta con le verghe, sospesa al cavalletto, dilaniata ai fianchi e infine arsa viva.
Qualche codice del Geronimiano aggiunge che Antonina fu uccisa di spada. Alcuni documenti dicono che fu rinchiusa in un sacco e gettata in una palude; sembra, però, che queste circostanze non appaiano nei documenti più antichi.
Secondo il Martirologio Siriaco e molti codici del Martirologio Geronimiano il martirio sarebbe avvenuto a Nicomedia, mentre altri codici lo pongono a Nicea in Bitinia. Questo dato sembra essere abbastanza certo. (Avvenire)
Etimologia: Antonina (come Antonia) = nata prima, o che fa fronte ai suoi avversari, dal greco
Emblema: Palma
Martirologio Romano: A Nicea in Bitinia, nell’odierna Turchia, Santa Antonina, martire, che, crudelmente torturata e sottoposta a vari supplizi, dopo essere rimasta appesa per tre giorni e rinchiusa in carcere per due anni, fu da ultimo arsa nel fuoco dal governatore Priscilliano mentre professava la sua fede nel Signore.  
Nel Martirologio Romano questa santa è menzionata tre volte: il 1° marzo, il 4 maggio e il 12 giugno, e ogni volta in maniera diversa, come se si trattasse di tre persone distinte.
Il Baronio, sulle tracce dei menologi e dei sinassari greci, che commemorano la santa alle stesse date, non si rese conto che le diverse celebrazioni riguardavano sempre la medesima persona, il cui dies natalis è il 4 maggio, come appare nel Martirologio Siriaco del IV sec. Gli elogi del Martirologio Romano, dipendenti dai sinassari e dal Geronimiano, rispecchiano un'antica passio perduta.
Secondo essi Antonina, cristiana di Nicea in Bitinia, durante la persecuzione di Diocleziano arrestata per ordine del prefetto Priscilliano, fu battuta con le verghe, sospesa al cavalletto, dilaniata ai fianchi e infine arsa viva.
Qualche codice del Geronimiano aggiunge che Antonina fu uccisa di spada. I sinassari al 1° marzo dicono che fu rinchiusa in un sacco e gettata in una palude; sembra, però, che queste circostanze siano estranee alla primitiva redazione della passio.
Secondo il Martirologio Siriaco e molti codici del Martirologio Geronimiano il martirio sarebbe avvenuto a Nicomedia, mentre tutti i sinassari e alcuni codici del Geronimiano stesso lo pongono a Nicea in Bitinia. E questa lezione, secondo il Delehaye, è da preferire.
(Autore: Antonio Koren - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Antonina di Nicea, pregate per noi.


*San Cassiano di Novellara - Vescovo e Martire (4 maggio)

San Cassiano vescovo, martire sotto Diocleziano imperatore, il 26 marzo 303 d.C., con i suoi fedeli: Dionisio, Damiano, Apollo, Bono, Vespasiano, Castoro, Poliano, Tecla, Teodora, Lucilla e Leonida.
Le sue reliquie sono venerate parrocchiale omonima di Novellara (RE) dal 1603.
La sua festa è celebrata, con sagra, il 4 maggio.
É probabile che si tratti di un "corpo santo".
(Autore:
Don Marco Grenci – Fonte: Enciclopedia dei Santi)

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*San Ciriaco di Gerusalemme - Vescovo e Martire (4 maggio)
Data di nascita e morte incerte
Originario, secondo una tradizione, della Palestina. Un testo apocrifo racconta che, ebreo di nome Giuda , assunse il nome di Ciriaco dopo essersi convertito.
Divenuto vescovo di Gerusalemme, subì il martirio insieme alla madre Anna, sotto Giuliano l’Apostata. Secondo un’altra tradizione, appena convertito Ciriaco sarebbe venuto in Italia, ad
Ancona, dove è venerato fin dall’Alto Medioevo.
Dopo un lungo episcopato, durante un pellegrinaggio sui luoghi santi, sarebbe stato martirizzato, sembra, verso il 135. Una terza tradizione racconta invece che egli non sarebbe mai giunto in Italia e che le sue reliquie furono trasportate ad Ancona nel secolo V, per volontà di Galla Placidia.
Patronato: Ancona
Etimologia: Ciriaco = padrone, signore, dal greco
Emblema: Bastone pastorale, Palma
In greco, Ciriaco significa “dedicato al Signore”. Così si chiamano vari santi, e tra essi quello che si ricorda qui, il patrono di Ancona, titolare della cattedrale che dal monte Guasco domina la città e il porto. Qui il culto per lui dura da un millennio e mezzo. Ma non c’è una storia certa della sua vita.
Abbiamo solo tradizioni incomplete, discordi, e se ne tenta qui una succinta rassegna. Secondo una di esse, egli era un dotto ebreo di nome Giuda; e si fece poi cristiano (chiamandosi Ciriaco) dopo aver visto disseppellire nella zona del Calvario quella che fu ritenuta la vera Croce di Gesù. (Aveva promosso la ricerca, nella prima metà del IV secolo, Elena, madre dell’imperatore Costantino).
Questa tradizione aggiunge che Ciriaco fu poi vescovo di Gerusalemme, e che morì martire sotto l’imperatore Giuliano, detto dai cristiani “l’Apostata” per il suo conflitto con la Chiesa. Una seconda tradizione dice che Ciriaco il convertito venne in Italia, fu vescovo di Ancona, e trovò poi morte violenta in Palestina, dove era tornato in visita. Però non c’è alcun indizio di un suo ministero episcopale ad Ancona; qui il primo vescovo sicuro è san Marcellino (V secolo), di cui si conserva tuttora un prezioso codice liturgico.
Ma in base alla tradizione anconetana registrata anche dal Martirologio Romano, e a giudizio di studiosi moderni come Mario Natalucci, un altro scenario pare più attendibile: Ciriaco è venuto sì
ad Ancona; ma solo da morto, avendo trascorso tutta la vita in Palestina, onorato come testimone del ritrovamento della Croce.
A quel tempo gli anconetani insistevano per ricevere da Gerusalemme i resti del primo martire cristiano, santo Stefano (che erano stati ritrovati nel 415), per collocarli in una chiesa a lui dedicata. La richiesta non fu accolta, pur essendo “appoggiata” da un personaggio potentissimo: Galla Placidia, figlia dell’imperatore Teodosio I, sorella degli imperatori Onorio e Arcadio, moglie poi di Costanzo III e madre di Valentiniano III.
Si volle tuttavia venire incontro a lei e agli anconetani, donando loro le spoglie di Ciriaco, anch’egli venerato e in fama di martire. Così incomincia la storia autentica del legame tra Ancona e Ciriaco: quelle spoglie arrivate nel V secolo si trovano oggi nell’alta cattedrale, dove Ciriaco e Stefano sono raffigurati in due plutei marmorei dell’XI secolo.
La città farà di lui il suo patrono principale, incidendo poi la sua immagine nelle monete.
Anche oggi, nel giorno della sua festa, continua a vivere un’amabile tradizione: si distribuiscono ai fedeli mazzolini di giunchi benedetti.
È un richiamo alla leggenda secondo cui la cassa con i resti di Ciriaco arrivò galleggiando sulle onde; e poi, grazie appunto a una corda fatta di giunchi attorcigliati, a forza di braccia raggiunse la terra anconetana.
(Autore: Domenico Agasso – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Ciriaco di Gerusalemme, pregate per noi.


*Sant'Etelredo - Re di Mercia, Abate (4 maggio)

+ Monastero di Bardney, 716
Figlio del pagano Penda, re di Mercia, Etelredo succedette a Wulfhere nel 674.
Durante la guerra contro il re del Kent, distrusse chiese, monasteri e la città di Rochester, ma in seguito, il leone, divenuto agnello, amaramente si pentì dei suoi eccessi.
In seguito alla uccisione della moglie Osthryth, avvenuta nel 697, Etelredo, nel 704, dopo un regno di vent’anni, abdicò in favore del nipote Coenred ed entrò nel monastero di Bardney, dove divenne abate e morì nel 716.
É ricordato il 4 maggio.
(Autore: Edward I. Watkin  - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Etelredo, pregate per noi.


*San Firmino di Verdun - Vescovo (4 maggio)
† 502

San Firmino (o Firmin, Freminus), vescovo di Verdun, nella cronotassi della diocesi occupa il settimo posto, dopo San Possessore e prima di San Vito.
La tradizione ci racconta che dovrebbe essere nato a Toul da nobili genitori, e proprietari di territori a Flavigny sur Moselle.
San Firmino resse la diocesi, alla dine del V secolo, dal 486 al 502.
Secondo la Vita di San Massimino di Micy, era vescovo di Verdun al momento della battaglia di Tolbiac del 496.
La tradizione ci narra che è stato grazie al suo intervento se Clodoveo entrò pacificamente in città.
Sembra sia morto durante la rivolta dei Verdunesi contro i Franchi.
Dopo la scoperta della sua tomba, a S. Vanne nel IX secolo, sotto il vescovo Attone, il suo corpo venne traslato nella chiesa di Flavigny.
La sua festa viene celebrata in diocesi il 4 maggio.

(Autore: Mauro Bonato – Fonte: Enciclopedia dei santi)
Giaculatoria - San Firmino di Verdun, pregate per noi.


*San Floriano di Lorch - Martire (4 maggio)

m. 4 maggio 304
La notizia più antica su questo Santo si trova in un atto di donazione dell'ottavo secolo. Verso la metà dello stesso secolo fu composta una «Passio», che ricalca quella di Sant'Ireneo vescovo di Sirmio, ma che ha delle particolarità proprie; poco dopo il suo nome fu inserito nei codici del Martirologio Geronimiano e nel Martirologio di Lione.
Attraverso quindi i martirologi storici la sua festa è passata anche nel Romano, in cui è ricordata il 4 maggio, data tradizionale della sua morte.
Secondo il racconto della passio, Floriano era un veterano dell'esercito romano che viveva a Mantem presso Krems.
Avendo saputo che Aquilino, preside del Norico Ripense, durante la persecuzione di Diocleziano, aveva arrestato a Lorch quaranta cristiani, desiderando di condividerne la sorte si recò in quella
città.
Prima di entrarvi, però, si imbatté in alcuni soldati, ai quali manifestò di essere cristiano; fu perciò arrestato e condotto dal preside, il quale non riuscendo a farlo sacrificare agli dei, lo fece flagellare e quindi lo condannò a essere gettato nel fiume Enns con una pietra al collo: la sentenza fu eseguita il 4 maggio 304.
Il corpo del martire fu, in seguito, ritrovato e seppellito da una certa Valeria. (Avvenire)
Emblema: Palma, Macina, Brocca d'acqua, Vessillo
Martirologio Romano: A Lorch nel Norico ripense, nell’odierna Germania, San Floriano, martire, che sotto l’imperatore Diocleziano, per ordine del governatore Aquilino, fu precipitato da un ponte nel fiume Ens con un sasso legato al collo.  
La più antica notizia di lui si trova in un atto di donazione del sec. VIII, con il quale il presbitero Reginolfo offriva ad una chiesa alcune possessioni site "in loco nuncupante ad Puoche ubi preciosus martyr Florianus corpore requiescit".
Verso la metà dello stesso secolo fu composta una passio, che ricalca quella di Sant'Ireneo vescovo di Sirmio (v.), ma che ha delle particolarità proprie; poco dopo il suo nome fu inserito nei codd. del Martirologio Geronimiano (seconda redazione della fine del sec. VIII) e nel Martirologio di Lione.
Attraverso quindi i martirologi storici la sua festa è passata anche nel Romano, in cui è ricordata il 4 maggio, data tradizionale della sua morte.
Secondo il racconto della passio, Floriano era un veterano dell'esercito romano che viveva a Mantem presso Krems.
Avendo saputo che Aquilino, preside del Norico Ripense, durante la persecuzione di Diocleziano, aveva arrestato a Lorch quaranta cristiani, desiderando di condividerne la sorte si recò in quella città.
Prima di entrarvi, però, si imbatté in alcuni soldati, ai quali manifestò di essere cristiano; fu perciò arrestato e condotto dal preside, il quale non riuscendo a farlo sacrificare agli dei, lo fece flagellare e quindi lo condannò ad essere gettato nel fiume Enns con una pietra al collo: la sentenza fu eseguita il 4 maggio 304.
Il corpo del martire fu, in seguito, ritrovato e seppellito da una certa Valeria.
Sul sepolcro fu costruita una chiesa che, affidata dapprima ai Benedettini, passò poi ai Canonici Regolari Lateranensi ed è ora il centro di una fiorente Congregazione.
Nel 1183 alcune reliquie di Floriano furono portate dal vescovo Egidio di Modena a Cracovia dove il duca Casimiro di Polonia edificò in onore del martire una splendida basilica.
Il suo culto è molto popolare in Austria e in Baviera ed egli è invocato contro le inondazioni e gli incendi.
(Autore: Agostino Amore – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Floriano di Lorch, pregate per noi.


*San Fortunato - Lettore e Martire (4 maggio)

m. 303
Il 24 febbraio del 303, l’imperatore Diocleziano pubblicò un editto che ordinava la distruzione delle chiese e dei libri dei Cristiani, ne scioglieva le comunità, ne confiscava i beni, proibiva le riunioni, escludeva dalle cariche pubbliche e dalla cittadinanza romana i sudditi che appartenevano alla religione di Cristo e rimetteva nella schiavitù i liberti se non ritornavano al paganesimo.
Il magistrato di una località non molto lontana da Cartagine, Thibiuca, oggi Zoustina, obbedendo alle disposizioni imperiali, nel giugno del 303, convocò in giudizio il presbitero Afro ed i lettori Cirillo e Vitale.
Alla pretesa di consegnare i libri sacri, Afro rispose che erano in possesso del vescovo Felice, in quel giorno lontano dalla città. Il giorno successivo furono convocati il vescovo, i presbiteri Adautto e Gennaro con i lettori Fortunato e Settimio i quali anch'essi, alla richiesta del magistrato di consegnare i libri sacri,opposero un deciso rifiuto.
Furono concessi tre giorni per riflettere, passati i quali il vescovo Felice con i suoi compagni furono inviati a Cartagine al proconsole Anulino.
Dopo quindici giorni di permanenza in prigione furono sottoposti ad interrogatorio e gli furono richiesti un'altra volta i libri sacri che gli ardimentosi eroi della fede non vollero consegnare, e di conseguenza furono trasferiti in Italia. Dopo aver soggiornato ad Agrigento, Taormina, Catania e Messina raggiunsero finalmente Venosa dove il prefetto Maddelliano li decapitò il 24 ottobre.
ùLe spoglie del luminoso martire e lettore Fortunato sono degnamente onorate e custodite nella Chiesa Parrocchiale Maria SS.ma Addolorata in Bari e la sua festività è stata stabilita dal fu Arcivescovo di Bari-Bitonto, Mons. Mariano Andrea Magrassi, il 4 maggio in memoria della traslazione delle sante reliquie dalla Cattedrale di Bari alla Chiesa Parrocchiale.
È considerato il patrono dei lettori istituiti della Parola di Dio della Diocesi di Bari-Bitonto.
(Fonte: Enciclopedeia dei Santi)
Giaculatoria - San Fortunato, pregate per noi.


*Beato Giovanni Haile - Sacerdote e Martire (4 maggio)

Scheda del Gruppo a cui appartiene:
“Beati Martiri di Inghilterra, Galles e Scozia” Beatificati nel 1886-1895-1929-1987

+ Londra, Inghilterra, 4 maggio 1535
Martirologio Romano:
A Londra in Inghilterra, Santi sacerdoti martiri Giovanni Houghton, Roberto Lawrence e Agostino Webster, priori delle certose di Londra, Bellavalle e Haxholmie, e Riccardo Reynolds, dell’Ordine di Santa Brigida, che, avendo professato senza paura la fede dei padri, sotto il re Enrico VIII furono trascinati a Tyburn al supplizio dello squartamento.
Insieme a loro anche il Beato Giovanni Haile, sacerdote, parroco di Isleworth, sobborgo della città, fu impiccato allo stesso patibolo.
Cinque sacertodi inglesi furono i primi martiri ad essere uccisi per aver professato la fede cattolica sotto il regno di Enrico VIII, fautore dello scisma anglicano: i certosini Giovanni Houghton, Roberto Lawrence e Agostino Webster, il brigidino Riccardo Reynolds ed il parroco Giovanni Haile.
Tutti beatificati da Papa Leone XIII il 29 dicembre 1886, solamente i primi quattro sono stati anche canonzzati da Paolo VI il 25 ottobre 1970, mentre Giovanni Haile è ancora oggi venerato solo come Beato. A quest’ultimo è dedicata in particolare la presente scheda agiografica.
Quasi nulla sappiamo circa la vita e le attività svolte da John Haile prima della sua eroica morte: già titolare di un beneficio presso Chelmsford nell’Essex, passò poi il 13 agosto 1521 ad Isleworth nel Middlesex, in qualità di vicario. Il matrimonio illegittimo tra il re Enrico VIII ed Anna Bolena scatenò l’ira del sacerdote cattolico, che non esitò ad elargire copiose accuse nei confronti del
sovrano, ritenuto eretico, responsabile dei danni causati all’unità della Chiesa inglese, nonché uno dei peggiori uomini mai seduti sul trono d’Inghilterra.
Seppur John Haile fosse assai stimato per la sua vasta cultura e la santità della sua vita, a causa di uno scritto che testimoniava la sua avversione alla condotta di Enrico VIII redatto da un giovane prete, un certo Feron di Teddington, entrambi furono arrestati.
Insieme ai tre priori certosini ed al monaco brigidino, anche Haile e Feron vennero chiamati a rispondere all’accusa di alto tradimento per aver rifiutato di riconoscere l’atto di supremazia promulgato dal re il 18 novembre 1534, volto a disconoscere l’autorità pontificia sulla Chiesa inglese. In un primo momento, il 28 aprile 1535, i due vennero riconosciuti innocenti, ma poi furono volutamente incolpati e condannati all’esecuzione capitale.
Il giovane Feron fu però graziato.
Il 4 maggio 1535 i tre certosini, Padre Reynolds ed il parroco di Isleworth, indossati gli abiti religiosi furono legati stesi su delle stuoie e trascinati per le vie sassose e fangose che portavano dalla Torre di Londra al Tyburn, famigerato luogo delle esecuzioni capitali. Dalla finestra della sua cella il cancelliere Thomas More poté constatare assieme a sua figlia, in visita da lui, la felicità di questi santi uomini che si apprestavano ad essere i primi martiri di questa nuova persecuzione.
John Houghton, priore di Londra, salì per primo il patibolo e collaborò con il boia per l’impiccagione proferendo parole di perdono e di fiducia in Dio.
Non era ancora morto soffocato, che uno dei presenti tagliò la corda ed il padre cadde a terra, il boia lo denudò e gli cavò ancora vivo le viscere per poter mostrare il cuore ai consiglieri del re. Seguì poi l’esecuzione degli altri quattro.
John Haile fu così il primo sacerdote secolare ad essere ucciso in odio alla fede cattolica in questa feroce persecuzione che ebbe inizio sotto Enrico VIII. I corpi dei martiri furono fatti a pezzi ed esposti al popolo per incutere terrore ai ‘papisti’, ma la Chiesa, che mai si dimentica dei suoi servitori più fedeli, li ha glorificati concedendo loro l’onore degli altari.
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Giovanni Haile, pregate per noi.


*Beata Giovanna di Arrivour - Monaca reclusa (4 maggio)
La Beata Giovanna di Arrivour è stata una monaca cistercense definita, la reclusa di Arrivour in diocesi di Troyes.
Di lei sappiamo solo che visse per oltre vent’anni da reclusa, nel XIII secolo e che dopo la sua morte il suo corpo venne sepolto nella chiesa dei cistercensi il 4 maggio 1246.
Per un certo tempo venne fatta oggetto di un’assidua venerazione.
La Beata Giovanna viene festeggiata nel Menologio Cistercense nel giorno 4 maggio.

(Autore: Mauro Bonato – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Giovanna di Arrivour, pregate per noi.


*Beato Giovanni Haile - Sacerdote e Martire (4 maggio)
Scheda del Gruppo a cui appartiene:
“Beati Martiri di Inghilterra, Galles e Scozia” Beatificati nel 1886-1895-1929-1987

+ Londra, Inghilterra, 4 maggio 1535
Martirologio Romano:
A Londra in Inghilterra, Santi sacerdoti martiri Giovanni Houghton, Roberto Lawrence e Agostino Webster, priori delle certose di Londra, Bellavalle e Haxholmie, e Riccardo Reynolds, dell’Ordine di Santa Brigida, che, avendo professato senza paura la fede dei padri, sotto il re Enrico VIII furono trascinati a Tyburn al supplizio dello squartamento.
Insieme a loro anche il Beato Giovanni Haile, sacerdote, parroco di Isleworth, sobborgo della città, fu impiccato allo stesso patibolo.
Cinque sacertodi inglesi furono i primi martiri ad essere uccisi per aver professato la fede cattolica sotto il regno di Enrico VIII, fautore dello scisma anglicano: i certosini Giovanni Houghton, Roberto Lawrence e Agostino Webster, il brigidino Riccardo Reynolds ed il parroco Giovanni Haile.
Tutti beatificati da Papa Leone XIII il 29 dicembre 1886, solamente i primi quattro sono stati anche canonzzati da Paolo VI il 25 ottobre 1970, mentre Giovanni Haile è ancora oggi venerato solo come Beato. A quest’ultimo è dedicata in particolare la presente scheda agiografica.
Quasi nulla sappiamo circa la vita e le attività svolte da John Haile prima della sua eroica morte: già titolare di un beneficio presso Chelmsford nell’Essex, passò poi il 13 agosto 1521 ad Isleworth nel Middlesex, in qualità di vicario. Il matrimonio illegittimo tra il re Enrico VIII ed Anna Bolena scatenò l’ira del sacerdote cattolico, che non esitò ad elargire copiose accuse nei confronti del
sovrano, ritenuto eretico, responsabile dei danni causati all’unità della Chiesa inglese, nonché uno dei peggiori uomini mai seduti sul trono d’Inghilterra.
Seppur John Haile fosse assai stimato per la sua vasta cultura e la santità della sua vita, a causa di uno scritto che testimoniava la sua avversione alla condotta di Enrico VIII redatto da un giovane prete, un certo Feron di Teddington, entrambi furono arrestati.
Insieme ai tre priori certosini ed al monaco brigidino, anche Haile e Feron vennero chiamati a rispondere all’accusa di alto tradimento per aver rifiutato di riconoscere l’atto di supremazia promulgato dal re il 18 novembre 1534, volto a disconoscere l’autorità pontificia sulla Chiesa inglese. In un primo momento, il 28 aprile 1535, i due vennero riconosciuti innocenti, ma poi furono volutamente incolpati e condannati all’esecuzione capitale.
Il giovane Feron fu però graziato.
Il 4 maggio 1535 i tre certosini, Padre Reynolds ed il parroco di Isleworth, indossati gli abiti religiosi furono legati stesi su delle stuoie e trascinati per le vie sassose e fangose che portavano dalla Torre di Londra al Tyburn, famigerato luogo delle esecuzioni capitali. Dalla finestra della sua cella il cancelliere Thomas More poté constatare assieme a sua figlia, in visita da lui, la felicità di questi santi uomini che si apprestavano ad essere i primi martiri di questa nuova persecuzione.
John Houghton, priore di Londra, salì per primo il patibolo e collaborò con il boia per l’impiccagione proferendo parole di perdono e di fiducia in Dio.
Non era ancora morto soffocato, che uno dei presenti tagliò la corda ed il padre cadde a terra, il boia lo denudò e gli cavò ancora vivo le viscere per poter mostrare il cuore ai consiglieri del re. Seguì poi l’esecuzione degli altri quattro.
John Haile fu così il primo sacerdote secolare ad essere ucciso in odio alla fede cattolica in questa feroce persecuzione che ebbe inizio sotto Enrico VIII. I corpi dei martiri furono fatti a pezzi ed esposti al popolo per incutere terrore ai ‘papisti’, ma la Chiesa, che mai si dimentica dei suoi servitori più fedeli, li ha glorificati concedendo loro l’onore degli altari.
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Giovanni Haile, pregate per noi.


*Santi Giovanni Houghton, Roberto Lawrence, Agostino Webster e Riccardo Reynolds - Sacerdoti e Martiri (4 maggio)
Scheda del Gruppo a cui appartiene:
“Santi Quaranta Martiri di Inghilterra e Galles”

+ Londra, Inghilterra, 4 maggio 1535
Martirologio Romano: A Londra in Inghilterra, Santi sacerdoti martiri Giovanni Houghton, Roberto Lawrence e Agostino Webster, priori delle certose di Londra, Bellavalle e Haxholmie, e Riccardo Reynolds, dell’Ordine di Santa Brigida, che, avendo professato senza paura la fede dei padri, sotto il re Enrico VIII furono trascinati a Tyburn al supplizio dello squartamento.
Insieme a loro anche il beato Giovanni Haile, sacerdote, parroco di Isleworth, sobborgo della città, fu impiccato allo stesso patibolo.
Cinque sacertodi inglesi furono i primi martiri ad essere uccisi per aver professato la fede cattolica sotto il regno di Enrico VIII, fautore dello scisma anglicano: i certosini Giovanni Houghton, Roberto Lawrence e Agostino Webster, il brigidino Riccardo Reynolds ed il parroco Giovanni Haile.
Tutti beatificati da Papa Leone XIII il 29 dicembre 1886, solamente i primi quattro sono stati anche canonzzati da Paolo VI il 25 ottobre 1970, mentre Giovanni Haile è ancora oggi venerato solo come Beato.
Ai quattro santi è dedicata in particolare la presente scheda agiografica. (Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giovanni Houghton, Roberto Lawrence ed Agostino Webster, priori certosini
I certosini, per quanto benvoluti essendo monaci non dediti ad alcuna attività politica, ricevettero
anch’essi nella Certosa di Londra la visita dei funzionari regi che, in base al decreto emanato, chiedevano a tutti i maggiorenni, religiosi compresi, l’approvazione del ripudio da parte del re della moglie Caterina d’Aragona e dunque l’accettazione quale sovrana di Anna Bolena.
Il priore, John Houghton, ed il procuratore finirono in carcere per aver obiettato circa la legittimità del ripudio, ma un mese dopo, convinti che tale giuramento non toccasse la fede, finirono per giurare e furono quindi liberati. Ritornati alla Certosa, convinsero i loro confretelli delle loro argomentazioni e così il 25 maggio 1534 tutti giurarono dinanzi ai funzionari, che erano tornati accompagnati dai soldati.
La pace tanto auspicata durò però ben poco, infatti verso la fine del 1534 un nuovo decreto promulgato dal re e dal Parlamento ordinò a tutti i sudditi di disconoscere l’autorità del papa, attribuendo al sovrano il ruolo di capo della Chiesa anglicana anche in ambito spirituale, prevedendo il reato di lesa maestà per coloro i quali non avessero approvato tale novità. Avutane notizia, il priore John Houghton riunì tutti i certosini ed all’unanimità si dissero pronti a morire per la fedeltà alla Chiesa di Roma.
Nella certosa erano arrivati anche Robert Lawrence ed Augustine Webster, priori delle certose di Bellavalle e Haxholmie, i quali, messi al corrente della pericolosa situazione dei monaci, di comune accordo si recarono dal vicario del re Thomas Cromwell per implorarlo di convincere Enrico VIII ad esentarli da questo giuramento contrario alla loro fede, ma questi indignato li fece arrestare e rinchiudere nella Torre di Londra quali ribelli e traditori.
Una settimana dopo furono processati presso Westminster, ove ribadirono il loro rifiuto, e vennero quindi condannati a morte e nuovamente incarcerati.
Lì furono raggiunti da altri due sacerdoti condannati per il medesimo motivo: il brigidino Richard Reynolds e John Haile, parroco di Isleworth.
Riccardo Reynolds
Non conosciamo con esattezza la data di nascita di Richard Reynolds, ma dal fatto che fu accettato quale novizio dall’Ordine di Santa Brigina nel 1512 e prese i voti l’anno seguente, deduciamo che sia nato tra il 1488 ed il 1489. Tale ordine religioso prevede infatti che i novizi possano professare i voti solo al raggiungimento dei venticinque anni di età. Trascorsi alcuni anni
all’università di Cambridge, nel 1513 conseguì il baccellierato in teologia e dalla medesima università fu assunto quale predicatore. Prima del Concilio di Trento queste attività non erano ritenute incompatibili con lo stato di novizio di un ordine religioso.
I monasteri brigidini erano composti da due comunità, maschile e femminile, separate dalla chiesa: i monaci fungevano da cappellani per le suore e la badessa era superiora di ambe le comunità. Come i suoi contemporanei, quali ad esempio i celeberrimi San John Fisher e San Thomas More, anche il Reynolds aveva ricevuto un’ottima formazione umanistica ed il cardinal Pole testimonia che “non solo era un uomo dalla vita santissima, ma era anche l’unico monaco inglese che conoscesse bene le tre lingue fondamentali, cioè il latino, il greco e l’ebraico”. Il Registro della biblioteca del monastero di Syon, fondato nel 1415 dal re Enrico V, annoverava ben 94 volumi a lui attribuiti ed egli fu indubbiamente un’eminente personalità della Londra del tempo.
Nel 1535 fu anch’egli imprigionato nella Torre di Londra per essersi rifiutato di prestare il giuramento di supremazia. Il 28 aprile, durante il processo, non demordette dall’opporsi ad un’ingiusta legge contraria alla sua fede: “Per essere a posto con la coscienza mia e di quelli che sono presenti qui con me, io dichiaro che la nostra fede ha maggior peso ed è sorretta da maggiori testimonianze di quella vostra, perché invece delle poche testimonianze che voi avete ricavato dal Parlamento di questo solo regno, io ho dalla mia parte l’intero mondo cristiano”. Un testimone oculare descrisse Riccardo quale “uomo di contegno angelico, amato da tutti, e pieno di Spirito Santo”.
Ormai prossimo al martirio, chiese di rinviare l’esecuzione di alcuni giorni, onde potesse “preparare la sua anima all’incontro con la morte come si conviene ad un religioso e a un buon cristiano”.
Il cardinal Pole, nella sua “Difesa dell’unità della Chiesa”, ebbe a scrivere: “Non posso tralasciare di dare notizie di uno di questi martiri: è Reynolds che ho conosciuto intimamente; fu un uomo che, per la santità di vita, potrebbe essere paragonato ai primissimi che furono di esempio e di guida agli altri... era stabilito che egli dovesse dare testimonianza della verità col proprio sangue. E lo fece veramente... e con tale fermezza che, secondo quanto ho appreso da un testimone oculare, offrì il capo al mortale capestro come se lo porgesse per ricevere una collana regale piuttosto che uno strumento di morte”.
Insieme verso il martirio
Il 4 maggio 1535 i tre certosini, Padre Reynolds ed il parroco di Isleworth, indossati gli abiti
religiosi furono legati stesi su delle stuoie e trascinati per le vie sassose e fangose che portavano dalla Torre di Londra al Tyburn, famigerato luogo delle esecuzioni capitali.
Dalla finestra della sua cella il cancelliere Thomas More poté constatare assieme a sua figlia, in visita da lui, la felicità di questi santi uomini che si apprestavano ad essere i primi martiri di questa nuova persecuzione.
John Houghton, priore di Londra, anch’egli arrestato e condannato, salì per primo il patibolo e collaborò con il boia per l’impiccagione proferendo parole di perdono e di fiducia in Dio.
Non era ancora morto soffocato, che uno dei presenti tagliò la corda ed il padre cadde a terra, il boia lo denudò e gli cavò ancora vivo le viscere per poter mostrare il cuore ai consiglieri del re.
Seguì poi l’esecuzione degli altri quattro. Ultimo a morire fu il Reynolds, dopo aver incoraggiato i compagni senza impallidire e perdersi d’animo nel vederli squartare e sventrare, ma prima dell’esecuzione si rivolse alla folla presente invitandola a pregare per il re, “affinché il re che, all’inizio del suo regno aveva governato con saggezza e pietà, come Salomone, non dovesse, come lui, nei suoi ultimi tempi essere sedotto dalle donne fino alla rovina”.
I corpi dei martiri furono fatti a pezzi ed esposti al popolo per incutere terrore ai ‘papisti’, ma la Chiesa, che mai si dimentica dei suoi servitori più fedeli, li ha glorificati concedendo loro l’onore degli altari.
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santi Giovanni Houghton, Roberto Lawrence, Agostino Webster e Riccardo Reynolds, pregate per noi.


*Beato Giovanni Martino Moye - Fondatore (4 maggio)
Cutting, Francia, 27 gennaio 1730 - Treviri, Germania, 4 maggio 1793
Fondatore delle Suore della Divina Provvidenza di Porthieu
Martirologio Romano: A Treviri in Germania, Beato Giovanni Martino Moyë, sacerdote della Società per le Missioni Estere di Parigi, che in Lorena istituì le Suore della Provvidenza e in Cina le vergini insegnanti e, espulso dalla patria durante la rivoluzione francese, si mostrò sempre animato da vero zelo per le anime.  
Il fondatore delle Suore della Divina Provvidenza di Porthieu nacque il 27-1-1730 a Cutting (Moselle), nella diocesi di Metz (Francia), sesto tra i tredici figli che ebbero i suoi genitori, modesti contadini. In Martino si manifestò presto, come in altri due suoi fratelli, la vocazione allo stato ecclesiastico. Egli fece i suoi studi nei collegi che i Gesuiti avevano aperto a Pont-à-Mousson e a Strasburgo, ma si preparò al sacerdozio nel seminario di Metz.
Il rettore avrebbe voluto farne un professore di belle lettere, ma il beato, dopo l'ordinazione sacerdotale (1754), preferì darsi al ministero sacro come vicario in diverse parrocchie. Molto pio, decisamente austero con sé e con gli altri, predicò un po' ovunque a Metz e nei paesi più abbandonati. Non era un oratore, ma sapeva esporre con semplicità e convinzione quello che pensava e soprattutto quello che praticava. I fedeli rimanevano colpiti dal suo spirito di povertà, dall'amore ai poveri, dalle penitenze che praticava e dalla devozione che nutriva per la Passione del Signore.
Nel corso delle sue predicazioni, vedendo in quale miseria materiale e spirituale versavano gli abitanti delle campagne, pensò di fondare le Suore della Provvidenza, perché facessero scuola alla gioventù che cresceva analfabeta. Trovò presto delle candidate alla vita religiosa disposte ad
assecondarlo nei suoi disegni, di modo che, con il permesso del vicario capitolare, riuscì ad aprire le prime due scuole a Vigy e a Béfey (1672) fidando unicamente nell'aiuto dei buoni. A Metz però influenti laici ed ecclesiastici biasimarono lo zelo del Beato.
Non avendo fondato la sua opera su rendite fisse credevano che fosse necessariamente votata al fallimento. In un primo momento il vescovo gli proibì di aprire altre scuole, ma quando vide che Dio benediceva l'impresa di lui gli restituì la libertà d'azione.
Le scuole di campagna non erano sufficienti ad appagare lo zelo del beato. Vivendo continuamente a contatto del prossimo, costatava con amarezza come, di frequente, molti bambini morissero senza battesimo. Scrisse allora un opuscolo per segnalare la negligenza delle ostetriche e dei parroci della città, ma costoro non gradirono la lezione. Per pacificarli, i vicari generali dovettero allontanare il Moye dall'ufficio di direttore spirituale del seminario e nominarlo vicario di Dieuze. Anziché scoraggiarsi, il beato ne approfittò per reclutare nuove istitutrici e fondare altre scuole. Perché la sua opera si stabilisse su solide basi scrisse per le sue Suore un Progetto delle scuole delle Figlie dette della Provvidenza per le campagne e alcune Regole e Istruzioni per la condotta delle Suore.
Nella direzione spirituale egli insisteva soprattutto sull'abbandono alla Provvidenza, la semplicità, la povertà e la carità. Si rendeva conto che, il vivere senza rendite fisse, poteva sembrare una follia per molti, ma diceva: "O questo progetto è secondo la volontà di Dio o no; se è secondo la sua volontà, essendo onnipotente, Egli ha mille mezzi per condurlo a termine; se non è conforme al beneplacito di Dio, ci rinuncio fin da questo momento". Alle suore insegnava: "Non dobbiamo ostinarci in niente, ma conservarci nella santa indifferenza, non volendo né una cosa né l'altra fino a tanto che non avremo modo di conoscere il beneplacito di Dio".
L'attività del beato da molti non fu bene accetta. Un giorno, chiamato da una madre accanto al figlio caduto nel fuoco, le disse: "Pregate, non desolatevi, vostro figlio guarirà". Essendo avvenuto conforme alla sua parola, la madre si affrettò a spargere la voce che il vicario faceva miracoli. Qualcuno ne rimase scandalizzato e si ritenne in dovere di sporgere denuncia al vescovo, quasi che Moye assumesse atteggiamenti di profeta e di taumaturgo. Nella settimana santa del 1767 egli ricevette l'interdizione di esercitare il ministero a Dieuze. Non avendo un posto fisso, approfittò allora della libertà per predicare un po' ovunque e fondare altre scuole. Nel 1768 il prevosto del capitolo di St-Dié gli offerse la direzione del seminario di quel territorio nullius diocesis, ma dopo un anno la fondazione fu chiusa.
Essendo ancora una volta rimasto senza un'occupazione fissa, il Moyè pensò di mandare ad effetto un progetto che accarezzava da tempo; partire missionario. Alla fine del 1769 si recò al seminario delle Missioni Estere di Parigi e vi trascorse diversi mesi. Nell'attesa di un battello che lo trasportasse fino a Macao, ritornò in diocesi a predicare e a fondare scuole. Partì alla volta di Se-Tchuen (Cina) il 7-9-1771, affidando le sue Suore alla Provvidenza. Scrisse loro da Parigi: "Abbiate fiducia in essa ed ella non vi abbandonerà mai. Amate la povertà; rallegratevi nelle pene e nelle persecuzioni; amatevi le une le altre; siate sottomesse alle vostre superiore, sempre pronte ad andare dove esse vi manderanno. Se dovete scegliere, preferite i posti più difficili, i più umilianti e i meno lucrativi... Insegnate gratuitamente, e non aspettatevi per salario che disprezzi e rimproveri. Aspettatevi di essere considerate come delle insensate; così sarete crocifisse al mondo e il mondo sarà crocifisso per voi. Nelle vostre pene cercate la consolazione presso il SS. Sacramento e ai piedi della croce".
In viaggio verso Macao scrisse ancora loro: "Non attaccatevi a niente, al denaro meno che a qualsiasi altra cosa. Niente provviste per l'avvenire, ma un perfetto spogliamento, una completa fiducia e un totale abbandono alla Provvidenza... Date il poco che avete ai poveri, e Dio vi nutrirà, vi vestirà, vi alloggerà... Se manchiamo di pane, è perché manchiamo di fede". Naturalmente timido, confidò al fratello parroco come si comportava con i viaggiatori: "Io fuggo gli uomini perché preferisco conversare con Dio e con i santi; ma quando si presenta qualche buona azione da fare, qualche anima da guadagnare, mi sento infiammare il cuore.
Non c'è conversazione più insipida per me di quella che ha per unico oggetto le cose del mondo". E ancora: "Benedetto sia il Signore"! Non mi aspetto più alcun piacere umano sulla terra. La natura non vede più nulla nell'avvenire che la colpisca... Io vedo ora da quanti pericoli Dio mi ha preservato... Ho provato nella mia vita molte umiliazioni e tribolazioni. Ebbene, tutto ciò mi era necessario!".
A Macao, il Moyè dovette travestirsi da mercante per raggiungere, dopo tre mesi di viaggio sul fiume Azzurro, la sua residenza, perché ai missionari era interdetta l'entrata in Cina. Il vicario apostolico, Mons. Pottier, gli affidò, da evangelizzare, la parte orientale del paese con il titolo di provicario. Il beato apprese il cinese con sorprendente rapidità e, nonostante la persecuzione, sì diede a percorrere, da un capo all'altro, il suo vasto distretto. Per attirare le benedizioni di Dio sulla cristianità alla quale si dirigeva, indiceva subito dei digiuni e delle preghiere, e poi faceva due prediche oltre le istruzioni particolari. Per facilitare ai fedeli la preghiera, compose egli stesso in cinese diverse raccolte di orazioni.
La sua accortezza e le attenzioni dei cristiani che lo ospitavano per la celebrazione notturna della Messa, non riuscirono a impedirgli di cadere almeno due volte nelle mani dei persecutori, dalle quali fu sottratto quasi miracolosamente dal Signore dopo schiaffi e bastonate. Lieto di essere ritenuto "criminale di Gesù Cristo", scrisse il 15-4-1773 alle sue Suore: "La sola consolazione di soffrire non è poca cosa; un'anima senza croce langue e cade a terra con il suo proprio peso. Un'anima che soffre sente non so quale forza che l'eleva verso Dio e che la rende conforme a Gesù Cristo. Io ero felice di vedere che Dio mi faceva la grazia di partecipare in qualche cosa alle pene e alle umiliazioni di suo Figlio. La vista delle sofferenze di Gesù Cristo mi faceva trovare le mie ben piccole, benché, in certi momenti, avessi visto di buon occhio la morte, se tale fosse stato il beneplacito di Dio". Spostandosi da una cristianità all'altra il beato pregava sempre.
Scrisse ad un amico: "Questi rosari durano quasi un'ora, talora quasi mezza giornata. Quando sono seduto in una barca, in viaggio, i discorsi dei battellieri pagani non mi distraggono. Saluto ancora tre volte al giorno le cinque piaghe di nostro Signore, il suo adorabile Volto, il suo santo Nome, con delle preghiere tratte dalla Sacra Scrittura... I lunedì, quando ne ho il tempo, recito l'ufficio dei morti; il mercoledì i salmi graduali; il venerdì i salmi penitenziali e le preghiere degli agonizzanti". Alle sue Suore raccomandava: "Adorate, sera e mattina, il Sacro Cuore di Gesù. Per parte mia, l'ho incessantemente sulla bocca e nel cuore".
Le continue persecuzioni, le fatiche dei viaggi e l'impossibilità di adattarsi al riso dei cinesi non arrestarono lo zelo del Moye. Giunto in Cina in età matura, forte della propria esperienza e per temperamento poco portato alle concessioni, ancora una volta andò incontro a difficoltà con i confratelli. Costoro rimasero difatti sorpresi quando dichiarò immorali i "contratti di pignoramento" per cui i prestatori conservavano in pegno gli immobili dei loro creditori, in cambio di somme molto inferiori al loro valore. Ne seguirono aspre discussioni, ma quando la Congregazione di Propaganda Fede li dichiarò illeciti, tutti si sottomisero (15-2-1781).
Anche in Cina il beato si pose il problema del battesimo ai bambini. Ritenendo di poter battezzare tutti i figli dei pagani che si trovavano in probabile pericolo di morte, durante la peste e la fame del 1778 e 1779 riuscì a farne battezzare 30.000 nel suo distretto, con l'aiuto delle donne raggruppate nella ''Opera angelica per il battesimo dei fanciulli". Gli altri missionari fecero ricorso a Roma. La Congregazione di Propaganda Fede permise di battezzare soltanto i bambini già personalmente colpiti da grave malattia, ed il beato vi si attenne senza discutere.
I confratelli rimproveravano pure al Moyè un eccessivo rigorismo. Difatti consigliava ai cristiani di non fare uso di grasso nei giorni di digiuno, benché ne avessero ricevuto la dispensa; organizzava delle lunghe riunioni di preghiera; imponeva agli apostati, desiderosi di essere riammessi nella Chiesa, delle penitenze rigide non in armonia con quelle più miti suggerite da Benedetto XIII. Ciononostante, i missionari erano costretti a costatare con meraviglia che i cristiani più ferventi erano proprio quelli catechizzati da lui.
La spiegazione di tanti frutti spirituali va ricercata nell'intensità della vita inferiore del beato, quale traspare dalle sue lettere e nelle quali si firmava sempre: "Moyè, l'ultimo e il più indegno di tutti i missionari".
Il 21-4-1775 raccomandò alle sue Suore: "Non riponete la vostra fiducia negli uomini, ma in Dio solo. Amate le croci, e troverete il paradiso sulla terra, sarete ripiene di gioia spirituale... E con la croce che Gesù Cristo ci ha generati; è con la croce che io pure vi ho generate. Posso dirvi che le pene, le pene interiori soprattutto, che ho sofferto a vostro riguardo, sorpassano l'immaginazione... Soffro oggi altre pene per la conversione dei pagani; tocca a voi soffrire per i progressi delle scuole e la conversione dei bambini... Il vostro genere di vita ed il mio sono simili. Voi siete senza dimora fissa, ed io pure.
Voi siete povere, ed io pure. Coloro che vi danno da mangiare mancano sovente del necessario; capita sovente che se avessi, come voi, delle patate, mi riterrei felice. Voi avete un saccone per coricarvi mentre io non ho sovente due dita di paglia; io dormo sopra una semplice stuoia, sul duro legno. Ciò che dico, non lo dico per lamentarmi, ma per consolarmi e rallegrarmi con voi. Io amo il mio stato".
Nell'ottobre del 1775 in una lettera alle sue Suore ritornò sul medesimo argomento per stimolarle allo spirito di povertà: "Si vive molto poveramente su queste montagne. Io mangio, con i nostri bravi cristiani, del grano saraceno schiacciato e cotto nell'acqua con qualche legume o erba salata; ma la soddisfazione che provo al vedere questi stranieri farsi cristiani è un cibo più delizioso per me che le più squisite carni". Il 19-2-1776 confidò loro; "Io sono, gotto molti aspetti, più povero di voi. Non ho che due camicie, che porto da due o tre anni. Dispongo soltanto di un fazzoletto e di un lenzuolo. Non ho sedie per sedermi, ma un piccolo banco della larghezza di una mano. Per casa ho delle capanne. Quando posso avere del pane di grano saraceno cotto sotto la cenere, mi ritengo felice, perché non posso abituarmi al cibo dei cinesi".
A causa della deficiente alimentazione il Moye non era in grado di praticare i digiuni o di macerare il proprio corpo con flagelli e cilici come aveva fatto nella Lorena. Allora verso sera, credendosi non visto, s'inoltrava tra i canneti ed i cespugli degli acquitrini, ed esponeva le proprie spalle ai morsi delle zanzare fino a sanguinarne. Il desiderio di prendere parte alle sofferenze del Figlio di Dio era in lui veemente. Scriveva difatti: "La Passione del Signore è il mio tesoro. La mia più grande devozione è ripassarne ogni giorno i misteri... Ero così commosso delle sofferenze di nostro Signore, soprattutto il venerdì, che fin dal mio risveglio mi sentivo penetrato da uno di questi misteri dolorosi o da una circostanza particolare della Passione.
Questo ricordo s'imprimeva così fortemente nel mio spirito che vi perseveravo tutta la giornata e per molto tempo dopo. Ne risultava che non osavo prendere nessun piacere, né alcun sollievo naturale, né bere, né mangiare, né riscaldarmi, né sedermi fino alle tre pomeridiane, ora in cui il
Signore è morto, perché la vista delle sue sofferenze era sempre nel mio spirito... La sera non prendevo che del pane e dell'acqua. Questa devozione è una delle più grandi grazie che Dio mi ha fatto nella vita".
Fin dal suo arrivo in Cina il beato aveva pensato alla creazione delle scuole, ma vi attese soltanto dopo sei anni. Scelse qualche vedova e qualche giovane, le istruì convenientemente e poi le lanciò all'azione. Alle prime riservò i compiti di amministrazione e di assistenza; alle seconde affidò il colpito dell'insegnamento ai bambini all'interno delle loro case. Queste ultime vivevano come vere religiose ed il missionario cercava di dare loro una formazione spirituale vasta e solida.
I primi risultati furono talmente soddisfacenti che, diversi suoi confratelli, gli chiesero di mandare alcune vergini cristiane nei loro distretti oppure di formare alla loro scuola le giovani che gli avrebbero affidato. Il fondatore il 13-3-1778 le propose all'imitazione delle Suore scrivendo loro: "Esse pregano con molto fervore e digiunano sovente. Esse hanno un meraviglioso talento per parlare solidamente, metodicamente, chiaramente. Persino i pagani le rispettano e le ascoltano... Sono veramente dei miracoli della Provvidenza".
Tra tante opere di zelo il beato non poteva sfuggire alle contrarietà. Il suo più rude avversario fu Giovanni Didier de St-Martin. Costui mal sopportava l'influsso che il Moye esercitava sul vicariato anche perché gli aveva fatto qualche osservazione sul modo con cui egli amministrava il proprio, il meno fiorente di tutti. Mons. Pottier si lasciò influenzare da lui anziché continuare a incoraggiare il Beato come aveva fatto all'inizio. Il St-Martin pubblicò le preghiere che il Moye aveva messo in onore introducendovi importanti modifiche senza prevenirlo. Le Vergini Cinesi si videro esposte al pericolo della soppressione.
Furono tanti i litigi e le prepotenze alle quali andarono incontro, che una di loro ne morì di dispiacere. Le persecuzioni dei pagani, le incomprensioni dei confratelli e l'impossibilità di nutrirsi indussero il beato a chiedere di ritornare in patria. Lasciò definitivamente la Cina il 2-7-1783. Nel viaggio di ritorno, che durò quasi un anno, scrisse una Relazione dei suoi dieci anni di apostolato.
A Parigi era stato preceduto da relazioni a lui sfavorevoli da parte dei superiori. I dirigenti delle Missioni Estere ne rimasero male impressionati. Senza chiedergli di abbandonare il seminario, gli permisero di ritornare nel paese natio perché si desse alla predicazione, si occupasse della formazione delle Suore della Provvidenza e raccogliesse fondi per le missioni cinesi.
Pochi mesi dopo il suo arrivo in Europa, la Congregazione di Propaganda Fede approvò le opere alle quali aveva dato vita in Cina, in particolare l'Istituto delle Vergini Cristiane.
La loro prosperità indusse i missionari a cambiare opinione nei riguardi del loro fondatore. Oggi il Moye è pure considerato un precursore dell'Opera della Santa Infanzia, fondata a Parigi nel 1843 da Mons. Carlo Augusto de Forbin-Janson, vescovo di Nancy.
Quando, durante la rivoluzione francese, fu imposto ai sacerdoti di giurare la costituzione civile del clero, il Moye incoraggiò i confratelli alla resistenza finché fu costretto a rifugiarsi a Treviri con le Suore e il noviziato.
Si preparò alla morte trascorrendo il tempo nel pregare, nell'assistere i poveri e nel visitare i malati dell'ospedale, a contatto dei quali contrasse il morbo che lo portò alla tomba il 4-5-1793. Fu sepolto nel cimitero di San Lorenzo che nel 1803 fu trasformato in piazza di armi. Il corpo del Moyè non fu ritrovato. Pio XII lo beatificò il 21-11-1954.
(Autore: Guido Pettinati – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Giovanni Martino Moye, pregate per noi.


*San Godeberto di Angers - Vescovo (4 maggio)

VII sec.

San Godeberto è il diciannovesimo vescovo dell’antica diocesi Angers, attestata per la prima volta nel 372 quando San Difensore partecipò all’elezione dell’arcivescovo di Tours.
Nella lista episcopale di quella città ricostruita da Louis Dichesne, sulla scorta del catalogo primitivo del IX secolo e di quello di "Archanald" riportato da sei manoscritti diversi, San Godeberto viene posto dopo San Agilberto  e prima di Gariario.
Ci sono due date entro cui Godeberto governò la diocesi.
La prima attestazione si riferisce a San Magnobodo che fu vescovo fino al 660 e la seconda a Bosone verso il 700.
Per questi quarant’anni vengono tramandati i nomi ben cinque vescovi: Niulfo, San Lupo, Agilberto, Godeberto, Gariario.
San Godeberto si pensa abbia governato la diocesi negli ultimi anni del VII secolo, di sicuro dopo il 683.
Di lui, non conosciamo nulla. Sappiamo solo il nome e che la sua festa ricorre il 4 maggio.
Nell’abbazia di San Serge d’Angers sono conservate le sue reliquie.

(Autore: Mauro Bonato – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Godeberto di Angers, pregate per noi.


*Beato Ladislao da Gielnow (4 maggio)

Gielniow (Polonia), 1440 – 1505
Patronato:
Lituania, Galizia, Polonia
Martirologio Romano: A Varsavia in Polonia, Beato Ladislao di Gielniów, sacerdote dell’Ordine dei Minori, che predicò con straordinario zelo la Passione del Signore e la celebrò con pii inni.  
Il Beato Ladislao nacque nella città polacca di Gielniow. Frequentò l’università di Varsavia, per poi entrare nel convento cittadino dei Frati Minori Francescani riformati da San Giovanni da
Capestrano.
Nel giro di pochi anni fu eletto superiore provinciale dell’ordine, carica che ricoprì a lungo, facendosi promotore della revisione delle costituzioni che furono poi approvate dal capitolo generale dell’ordine che si tenne ad Urbino nel 1498. Selezionò accuratamente i frati più idonei da inviare in Lituania per l’evangelizzazione di quel paese.
Rammentò però loro la maggiore importanza da attribuire alla santità personale, che è da anteporre sempre all’annuncio del Vangelo al prossimo.
Questa iniziativa riuscì a riconciliare parecchi scismatici con la Chiesa ed ottenne anche la conversione di numerosi pagani, tanto da valere a Ladislao il titolo di “Apostolo della Lituania”.
Ardente ed eloquente predicatore, Ladislao fu sempre assai ricercato ed apprezzato dal popolo. Le sue omelie, come ricorda anche il Martyrologium Romanum”, erano solite sottolineare in modo particolare il valore salvifico intrinseco alla Passione di Cristo. Fu dunque autore di vari inni proprio su questo tema, destinati al canto nei Vespri.
Quando nel 1498 la Polonia si trovò a dover affrontare l’invasione da parte dei tartari e dei turchi, cioè complessivamente un armata di 70.000 uomini, Ladislao non poté far altro che ritirarsi in preghiera per invocare un repentino intervento divino. Proprio a ciò la tradizione attribuisce le conseguenti straordinarie inondazioni dei fiumi Dnepr e Prut che bloccarono gli invasori stranieri.
Questa particolare intercessione non fece che accrescere per Ladislao la sua fama di grande uomo di preghiera. Si narra inoltre che, durante l’ultimo Venerdì Santo della sua vita, sperimentò anche la levitazione assumendo la posizione del Crocifisso.
A causa della sua debolezza dovette poi essere ricoverato e morì nel 1505. Beatificato nel 1586, il suo culto ricevette conferma ufficiale nel 1769.
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Ladislao da Gielnow, pregate per noi.


*Beato Luca da Toro - Mercedario (4 maggio)

XIII-XIV secolo
Nobile castigliano, il Beato Luca da Toro, entrò nell’Ordine Mercedario, e fu molto più nobile per le virtù della vita.
Nominato redentore ed inviato in Marocco nell’anno 1403, liberò 118 schiavi dalle catene degli oppressori e predicò la fede ai mori finché raggiunse il regno celeste.
L’Ordine lo festeggia il 4 maggio.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)  
Giaculatoria - Beato Luca da Toro, pregate per noi.

 

*San Malulfo di Senlis - Vescovo (4 maggio)
VII sec.

San Malulfo (Madelulph o Malou) è vescovo un vescovo di Senlis. Nella cronotassi della diocesi è stato inserito al quattordicesimo posto dopo San Santino e prima di Sant’Agmaro.
Il nome di Malulfo non compare nel più antico catalogo episcopale di Senlis, contenuto in un sacramentario della fine del IX Secolo, ma in una lista dei vescovi stata aggiunta nel secolo successivo.
C’è un’attestazione su di lui da parte di San Gregorio di Tours. Il grande Santo ci dice che San Mandulfo presiedette alle esequie del re Chilerico, che era stato assassinato a Chelles nel 584. Inoltre fu lui ad imbalsamare personalmente il re, anche se questi non lo aveva trattato bene, negandogli perfino una specifica udienza.
Si presume che San Malulfo sia morto verso la fine del VI Secolo.
La sua festa era stata fissata nel giorno, 4 maggio.

(Autore: Mauro Bonato – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Malulfo di Senlis, pregate per noi.

 

*Beato Marco Ongaro da Conegliano - Francescano (4 maggio)

Conegliano (TV), XII sec. - † 1248
Marco Ongaro, nacque certamente alla fine del secolo XII a Conegliano, oggi importante centro industrioso e vinicolo in provincia di Treviso; l’appellativo ‘Ongaro’ indicherebbe l’origine ungherese della sua famiglia, la quale si era stabilita nella cittadina veneta, in occasione di una delle ricorrenti invasioni da parte degli ungari.
Da giovane, Marco entrò come fratello laico, tra i frati Minori francescani, i quali si erano stabiliti nel 1225 a Conegliano, cioè un anno prima della morte di s. Francesco il fondatore, e avevano preso ad abitare in un piccolo convento al di fuori delle mura della città.
La storia della sua vita si svolse tutta in questo luogo, esercitando l’umile compito di cuoco; durante questa permanenza, nel 1227 si incontrò con Sant'Antonio di Padova (1195-1231) il grande mistico francescano, taumaturgo e Dottore della Chiesa, il quale eletto quell’anno Provinciale dell’Ordine, aveva iniziato la visita ai vari conventi della sua provincia e per questo si fermò anche a Conegliano.
Ancora in vita, Marco Ongaro da Conegliano, godette fama di santità, operando anche vari miracoli, ciò è testimoniato da vari documenti e dalla tradizione. Morì nel 1248 e fu sepolto nella chiesa di S. Francesco Vecchio.
I coneglianesi tributarono da subito un culto al loro frate, considerandolo come un beato; nel 1337 egli era già venerato come santo compatrono della città. Conegliano come tutta la regione in quell’epoca, era soggetta ad ogni tipo di calamità, come invasioni, guerre locali di piccoli tiranni, epidemie virulenti e mortali; allora il Magnifico Consiglio unanimemente deliberò di portare in processione, l’arca del beato Marco con l’intervento di ogni ceto sociale della città e dintorni, per impetrarne la protezione.
Diverse tradizioni del secolo XVII, affermano che in quel tempo erano ancora frequenti i pellegrinaggi di devozione alla sua tomba, essi provenivano anche dall’Ungheria.
Costruito all’interno delle mura cittadine, il nuovo convento di S. Francesco, le sue reliquie furono trasportate nel 1464, nella nuova chiesa conventuale.
Quando entrarono in vigore le leggi napoleoniche di scioglimento degli Ordini religiosi, anche la comunità di Conegliano venne soppressa, nel 1808 le reliquie furono traslate nell’attuale duomo e oggi conservate in un’urna di bronzo fatta costruire nel 1948 dai coneglianesi, per adempiere al voto fatto dalla città, che durante la Seconda Guerra Mondiale, si era posta sotto la particolare protezione del Beato Marco.
Ancora nel 1965, dopo gli ultimi restauri del duomo, l’urna venne sistemata a fianco dell’altare dedicato ai due santi compatroni Sant'Antonio di Padova e il Beato Marco da Conegliano; una pala di recente esecuzione, raffigura l’antico incontro dei due francescani nel 1227.
Esiste un’immagine ritenuta vero ritratto del Beato, che fortunosamente, attraverso copie di originale andato perduto, è arrivato fino a noi.
La festa del Beato Marco Ongaro, a Conegliano è celebrata il martedì dopo la Pentecoste, invece nel Martirologio Francescano è posta al 4 maggio.
(Autore: Antonio Borrelli  - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Marco Ongaro da Conegliano, pregate per noi.


*Santi e Beati Martiri Certosini di Londra - 18 monaci (4 maggio)

m. 1535/7
Diciotto monaci Certosini di Londra morirono martiri tra il 1535 e il 1537, durante la persecuzione scatenata dal re d'Inghilterra Enrico VIII dopo lo scisma.
Per aver rifiutato di disconoscere l'autorità del Papa i priori padre Roberto Laurance e padre Agostino Webster furono imprigionati nella Torre di Londra come ribelli e traditori.
Al patibolo il 4 maggio 1535 salirono insieme a padre Giovanni Houghton che si presentò al boia pronunciando parole di perdono e di fiducia in Dio.
Ma la persecuzione non si fermò: altri tre Certosini furono arrestati, torturati e martirizzati poche settimane dopo. E dieci ancora vennero imprigionati il 29 maggio 1537 nel carcere di Newgate, dove morirono di stenti.
Beatificati da Leone XIII il 9 dicembre 1886, tre di loro poi sono stati anche canonizzati da Paolo VI il 25 ottobre 1970. Sono comunemente festeggiati al 4 maggio, anniversario del martirio dei primi tre.  
Nella grande persecuzione contro i cattolici, decretata da Enrico VIII re d’Inghilterra, ogni Ordine religioso dell’epoca, unitamente al clero diocesano, lasciò un tributo di sangue e martirio per la difesa della Chiesa Cattolica.
Anche i certosini, per quanto benvoluti essendo monaci non dediti a nessuna attività politica, contribuirono a questo martirio; i monaci della Certosa di Londra ricevettero anch’essi la visita dei funzionari del re che in base al decreto emanato, chiedevano a tutti i maggiorenni, religiosi compresi, l'approvazione del ripudio da parte del re, della regina Caterina d'Aragona e quindi l'accettazione come sovrana di Anna Bolena.
Il priore e il procuratore finirono in carcere per aver obiettato sulla legittimità del ripudio, ma dopo un mese, convinti che questo giuramento non toccava la fede, finirono per giurare e quindi liberati; ritornati alla Certosa convinsero gli altri monaci delle loro argomentazioni e così il 25 maggio 1534, essi giurarono ai funzionari, che erano tornati accompagnati dai soldati.
La pace così sperata durò poco, perché a fine anno 1534 un nuovo decreto del re e del Parlamento, stabilì che tutti i sudditi dovevano disconoscere l’autorità del papa e riconoscere invece il re come capo della Chiesa anglicana anche nelle cose spirituali e chi non consentiva era reo di lesa maestà.
Avutane notizia, il priore Giovanni Houghton riunì tutti i certosini comunicando ciò e tutti questa volta si dissero pronti a morire per la Chiesa romana.
Nella certosa erano arrivati anche due priori di altre case, i quali messi al corrente della pericolosa situazione dei monaci, si recarono di comune accordo presso il vicario del re Tommaso Cromwell, per chiedergli di convincere il re Enrico VIII di esentarli da questo giuramento che non era possibile fare.
I due priori dopo aver fatto le loro richieste, furono fatti arrestare dal Cromwell indignato e rinchiusi nella Torre di Londra come ribelli e traditori.
Dopo una settimana subirono un processo a Westminster dove ribadirono il loro rifiuto e quindi condannati a morte e di nuovo rinchiusi, lì furono raggiunti da altri due religiosi condannati per lo stesso motivo.
Il 4 maggio 1535 i due priori padre Roberto Laurence e padre Agostino Webster, unitamente al padre Riccardo Reynolds dell’Ordine di Santa Brigida e al sacerdote Giovanni Haile, parroco di Isleworth, indossati gli abiti religiosi furono legati stesi su delle stuoie e trascinati per le vie sassose e fangose che portavano al Tyburn, famigerato luogo delle esecuzioni capitali.
Il padre Giovanni Houghton, priore di Londra, anch’egli arrestato e condannato, salì per primo il patibolo e collaborò con il boia per l’impiccagione proferendo parole di perdono e di fiducia in Dio; ma non era ancora morto soffocato che uno dei presenti tagliò la corda e il padre cadde a terra, il boia lo denudò e gli cavò ancora vivo le viscere per poter mostrare il cuore ai consiglieri del re; seguì l’esecuzione degli altri quattro e i loro corpi furono fatti a pezzi ed esposti al popolo per incutere terrore ai ‘papisti’.
Altri tre certosini Umberto Middlemore vicario, Guglielmo Exmew dotto latinista e Sebastiano Newdigate di nobili origini furono arrestati, torturati e martirizzati il 19 giugno 1535.
Altri due che si erano trasferiti da Londra alla Certosa di Hull furono denunziati, arrestati e impiccati l’11 maggio 1537.
Ancora altri dieci certosini furono imprigionati il 29 maggio 1537 nel carcere di Newgate e lì morirono di stenti e patimenti in breve tempo, tranne uno Guglielmo Horn che sopravvissuto al carcere, venne impiccato il 4 novembre 1540.
Nella certosa rimasero diciotto monaci, che speranzosi di salvare il monastero avevano aderito al giuramento, ma dopo qualche tempo essi vennero espulsi e la certosa venduta a privati.
I 18 Certosini di Londra, unitamente ad altri 35 martiri di quel periodo, furono beatificati da Papa Leone XIII il 9 dicembre 1886.
I primi tre morti nel 1535 sono stati canonizzati da Papa Paolo VI il 25 ottobre 1970 compresi in un gruppo di 40 martiri della medesima persecuzione inglese.
Festività religiosa il 4 maggio.
Ecco l’elenco completo dei 18 martiri certosini di Londra:
3 Santi
John Houghton, Sacerdote certosino, 4 maggio
Robert Lawrence, Sacerdote certosino, 4 maggio
Augustine Webster, Sacerdote certosino, 4 maggio
15 Beati
William Exmew, Sacerdote certosino, 19 giugno
Humphrey Middlemore, Sacerdote certosino, 19 giugno
Sebastian Newdigate, Sacerdote certosino, 19 giugno
John Rochester, Sacerdote certosino, 11 maggio
James Walworth, Sacerdote certosino, 11 maggio
William Greenwood, Sacerdote certosino, 6 giugno
John Davy, Diacono certosino, 8 giugno
Robert Salt, Monaco certosino, 9 giugno
Walter Pierson, Religioso certosino, 10 giugno
Thomas Green, Sacerdote certosino, 10 giugno
Thomas Scryven, Monaco certosino, 15 giugno
Thomas Reding, Religioso certosino, 16 giugno
Richard Bere, Sacerdote certosino, 9 agosto
Thomas Johnson, Sacerdote certosino, 20 settembre
William Horne, Monaco certosino, 4 agosto
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santi e Beati Martiri Certosini di Londra, pregate per noi.    


*Beati Martiri della Gran Bretagna (4 maggio)

85 martiri dal 1535 al 1681 - † Inghilterra, Galles, Scozia
La storia delle persecuzioni anticattoliche in Inghilterra, Scozia, Galles, parte dal 1535 e arriva al 1681; il primo a scatenarla fu come è noto il re Enrico VIII, che provocò lo Scisma d’Inghilterra con il distacco della Chiesa Anglicana da Roma.
Artefici più o meno cruenti furono oltre Enrico VIII, i suoi successori Edoardo VI (1547-1553), la terribile Elisabetta I, la “regina vergine” († 1603), Giacomo I Stuart, Carlo I, Oliviero Cromwell, Carlo II Stuart.
Morirono in 150 anni di persecuzione, migliaia di cattolici inglesi appartenenti ad ogni ramo sociale, testimoniando il loro attaccamento alla fede cattolica e al papa e rifiutando i giuramenti
di fedeltà al re, nuovo capo della religione di Stato.
Primi a morire come gloriosi martiri, il 4 maggio e il 15 giugno 1535, furono 19 monaci Certosini, impiccati nel tristemente famoso Tyburn di Londra, l’ultima vittima fu l’arcivescovo di Armagh e primate d’Irlanda Oliviero Plunkett, giustiziato a Londra l’11 luglio 1681.
L’odio dei vari nemici del cattolicesimo, dai re ai puritani, dagli avventurieri agli spregevoli ecclesiastici eretici e scismatici, ai calvinisti, portò ad inventare efferati sistemi di tortura e sofferenze per i cattolici arrestati.
In particolare per tutti quei sacerdoti e gesuiti, che dalla Francia e da Roma, arrivavano clandestinamente come missionari in Inghilterra per cercare di riconvertire gli scismatici, per lo più essi erano considerati traditori dello Stato, in quanto inglesi rifugiatosi all’estero e preparati in opportuni Seminari per il loro ritorno.
Tranne rarissime eccezioni, come i funzionari di alto rango (Tommaso Moro, Giovanni Fisher, Margherita Pole) decapitati o uccisi velocemente, tutti gli altri subirono prima della morte, indicibili sofferenze, con interrogatori estenuanti, carcere duro, torture raffinate come “l’eculeo”, la “figlia dello Scavinger”, i “guanti di ferro” e dove alla fine li attendeva una morte orribile; infatti essi venivano tutti impiccati, ma qualche attimo prima del soffocamento venivano liberati dal cappio e ancora semicoscienti venivano sventrati.
Dopo di ciò con una bestialità che superava ogni limite umano, i loro corpi venivano squartati ed i poveri tronconi cosparsi di pece, erano appesi alle porte e nelle zone principali della città.
Solo nel 1850 con la restaurazione della Gerarchia Cattolica in Inghilterra e Galles, si poté affrontare la possibilità di una beatificazione dei martiri, perlomeno di quelli il cui martirio era comprovato, nonostante i due - tre secoli trascorsi.
Nel 1874 l’arcivescovo di Westminster inviò a Roma un elenco di 360 nomi con le prove per ognuno di loro. A partire dal 1886, i martiri a gruppi più o meno numerosi, furono beatificati dai Sommi Pontefici, una quarantina sono stati anche canonizzati nel 1970.
Per altri 85 nel 1987, si sono conclusi gli adempimenti necessari e così il 22 novembre 1987 papa Giovanni Polo II li ha beatificati a Roma, con il capofila Giorgio Haydock, confermando il giorno della loro celebrazione al 4 maggio.
Di essi 63 sono sacerdoti, di cui 2 gesuiti, 1 domenicano, 5 francescani e 55 diocesani; gli altri 22 sono laici, fra cui il tipografo William Carter.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beati Martiri della Gran Bretagna, pregate per noi.

  

*Beati Martiri Inglesi - Beatificati nel 1987 (4 maggio)  
Scheda del Gruppo a cui appartengono:
"Martiri di Gran Bretagna e Irlanda"  Senza data (Celebrazioni singole)

George Haydock e 84 compagni furono beatificati da Papa Giovanni Paolo II il 22 novembre 1987.
Durante il periodo che va dal 1535 al 1681 la persecuzione religiosa fu molta diffusa in Inghilterra, Galles e Scozia. Fin da quel tempo di persecuzione, i cattolici che diedero la loro vita per la fedeltà a Cristo e alla Chiesa vennero considerati come martiri. Come tali, essi furono venerati segretamente nel Regno Unito - ancora in stato di persecuzione - e più apertamente all'estero.
All'origine delle cruente persecuzioni contro i cattolici inglesi del secolo XVI e XVII sta lo scisma d'Inghilterra, provocato da Enrico VIII con l'Atto di supremazia del 3 novembre 1534. Questo solco scavato tra Roma e Londra venne poi approfondito dalle riforme anticattoliche di Edoardo VI (1547-1553) e, dopo un fragile periodo di restaurazione cattolica da parte di Maria Tudor (1553-1558), di Elisabetta (1558-1603), che dimostrò un implacabile odio antiromano.
Fu proibita la messa con l'Atto di uniformità (1559), furono imposte le idee luterane e calviniste con i 39 articoli del 1563 e la dottrina cattolica fu proclamata un coacervo di superstizioni e di pratiche idolatriche. Furono eseguite altre esecuzioni capitali, specialmente dopo la scomunica del 1570 e le conseguenti leggi di rappresaglia del 1571, che fece numerosissime vittime soprattutto tra i cosiddetti preti seminaristi. Il loro arrivo, infatti, segnò l'immediata ripresa della persecuzione.
Molti di essi erano stati educati in diversi Collegi all'estero: nel collegio di Douai (poi Reims) in Francia, fondato dal futuro cardinale Guglielmo Allen nel 1568, a Valladolid in Spagna, a Roma in Italia e a Vilna in Lituania, eretti appunto per la formazione dei giovani sacerdoti da inviare poi nella loro patria di origine. Tutti sapevano come il loro ritorno in Inghilterra equivaleva ad una sentenza di morte.
Questi collegi erano inoltre centri di informazione e di diffusione di notizie su ciò che accadeva in quelle terre. In essi si custodiva anche il ricordo di quanti, una volta partiti, erano stati
arrestati e giustiziati in Inghilterra, Galles e Scozia.
Qui si pregava davanti ai loro ritratti e si teneva viva, come anche in molti altri posti, la venerazione di questi martiri.
Ciò portò alla formulazione della teoria governativa che ogni prete inglese, ogni missionario era un traditore, e che tutti quelli che erano inviati da Roma erano spie, agitatori, cospiratori contro la vita della regina, fino a giungere alla proclamazione dell'editto del 23 novembre 1584 circa la sicurezza personale della regina.
Nel gennaio del 1585 fu approvata una legge ancora più severa contro i cattolici, allo scopo di privarli di ogni assistenza spirituale e di ogni ministero sacerdotale.
Infatti, la legge ordinava a tutti i sacerdoti di abbandonare entro un dato tempo l'Inghilterra, proibiva ai giovani inglesi di diventare seminaristi nel continente, diffidandoli in caso contrario dal ritornare, pena la morte per alto tradimento. Infine, la legge estendeva la pena capitale a tutti coloro che li avessero ospitati ed avessero fornito loro vitto e alloggio.
L'ultimo editto di persecuzione emanato da Elisabetta il 2 novembre 1602 ordinò l'esilio di tutto il clero cattolico, pena la consueta sentenza di morte riservata ai traditori per chi fosse rimasto nel regno o vi fosse rientrato ed anche per chiunque avesse dato alloggio o aiuto a qualche sacerdote. Dopo la morte di Elisabetta e con l'avvento al trono di Jakob I Stuart (1603-1625), la situazione non mutò. Ai cattolici venne imposto, tra l'altro, il giuramento contro i poteri del papa e di assoluta fedeltà al re, che comportava l'immediata condanna contro chiunque si fosse rifiutato di prestarlo.
Vittima di queste leggi di repressione fu, fra altri, anche il gruppo degli 85 martiri qui elencati, composto da 63 sacerdoti, di cui 55 diocesani, 5 francescani, 2 gesuiti e 1 domenicano, e 22 laici. La maggior parte di essi fu condannata in base alla Legge Parlamentare del 1585, Legge contro Gesuiti, sacerdoti diocesani e persone similmente disobbedienti.
In forza di questa legge, chiunque era stato ordinato sacerdote cattolico all'estero dopo il 24 giugno 1559 e penetrava nel Regno Unito o vi rimaneva era considerato colpevole di alto tradimento. Oltre a ciò, questa legge dichiarava reato ogni assistenza data a tali persone. Degli ottantacinque qui elencati ben settantacinque furo­no condannati in base a questa legge.
Non sorprende il fatto che in questo gruppo di martiri il numero dei sacerdoti sia così alto se si pensa che la legge del 1585 era primariamente diretta a sopprimere i sacerdoti cattolici. È da rilevare, che molti di questi sacerdoti condannati a morte erano di giovane età. Essi, sfidando i rigori della legge tornavano clandestinamente ma coraggiosamente nella loro patria, dopo essere stati formati nei collegi di Douai, Valladolid, Roma e Vilna, con l'unico scopo di diffondere il vangelo e di garantire la vita della Chiesa cattolica. Scoperti, furono giustiziati per la loro fedeltà alla chiesa di Cristo.
Il primo esempio di tale fermezza fu dato da Georg Haydock. Nato nel 1556 a Lancashire, studiò a Douai e Roma e fu ordinato sacerdote il 21 di­cembre 1581. Al suo arrivo a Londra, il 6 febbraio 1582, venne subito arrestato e chiuso nella Torre ove per un anno e tre mesi visse nel buio e in piena solitudine. Messo poi sotto custodia normale, ebbe la possibilità di amministrare i sacramenti ai suoi compagni. Denunciato di nuovo insieme ad altri, il 2 febbraio 1584, venne impiccato. Quando lo tolsero dal patibolo era ancora vivo e perciò fu sventrato.
Insieme ai sacerdoti furono perseguitati anche i laici che davano loro ospitalità o che collaborarono con essi. Infatti, i 22 laici di questo gruppo di martiri sono stati condannati, perché erano stati sorpresi ad aiutare i sacerdoti o la Chiesa cattolica. Essi testimoniano per le migliaia di persone che misero a rischio la loro vita per sostenere e facilitare il compito di coloro che erano stati ordinati sacerdoti nei seminari allora funzionanti all'estero.
Senza l'aiuto dei laici, i sacerdoti non avrebbero potuto vivere e operare in Gran Bretagna in quei tempi. Si deve inoltre ricordare che la maggior parte di questi sacerdoti proveniva da famiglie in cui la generosità verso i sacerdoti era grande.
Il primo di questo gruppo, che dovette pagare il suo lavoro con la vita, fu il tipografo William Carter. Nato a Londra nel 1548, tipografo e per anni segretario dell'ultimo Arcidiacono di Canterbury, Nicola Harpsfield, dopo la morte di questi fondò una tipografia. In essa stampò, tra altri libri cattolici, anche la nuova edizione di «Un trattato sullo scisma» di Gregory Martins, per cui nel 1580 venne messo in prigione e torturato. Infine il 10 gennaio 1584 fu impiccato e sventrato.
Fu soltanto in seguito alla restaurazione della Gerarchia Cattolica in Inghilterra e Galles, avvenuta nel 1850, che si poté affrontare efficacemente il lavoro per la Causa dei martiri di quei tempi nel Regno Unito. Cinquantaquattro di essi furono beatificati da Papa Leone XIII nel 1886, e altri nove nel 1895. Due di questi, John Fisher e Thomas More, furono poi canonizzati da Pio XI nel 1935.
Nel 1923 vennero svolte indagini e nel 1929 duecentotrentaquattro martiri vennero considerati, da parte del Promotore della Fede, come possibili candidati alla beatificazione.
Il 25 ottobre 1970, vennero canonizzati da Paolo VI quaranta dei predetti martiri, undici dei quali appartenevano al gruppo dei beati del 1886 e ventinove a quello del 1929. Nel corso della cerimonia di Canonizzazione Papa Paolo VI pronunciò questo messaggio: «Possa il sangue di questi Martiri sanare le profonde ferite che sono state inflitte alla Chiesa di Dio dalla separazione della Chiesa Anglicana dalla Chiesa Cattolica. None è forse una – ci chiedono questi Martini – la Chiesa fondata da Cristo? None è questa la loro testimonianza?».
Mentre si svolgevano i lavori di preparazione per la canonizzazione dei Quaranta Martiri, il materiale storico e giuridico riguardanti gli altri non ancora beatificati veniva accuratamente riesaminato ed arricchito. Infine, all'inizio di ottobre 1978, si poté consegnare alla Congregazione per le Cause dei Santi il materiale riferentesi a ottantaquattro martiri. Ad esso si aggiunse in seguito, dietro richiesta della Gerarchia Scozzese, anche quello riguardante  il Venerabile George Douglas.
Può fare meraviglia, forse, che nel gruppo dei martiri beatificati nel 1987 non ci sia nemmeno una donna. Chi conosce la storia di queste penose persecuzioni sa che furono molte le donne che si prodigarono con uguale intrepida generosità. Però il numero di quelle che furono di fatto giustiziate è notevolmente inferiore, per il semplice fatto che le autorità di allora avevano un grande ritegno nel mandare a morte delle donne. Quindi, pur essendo parecchie le condannate, poche furono condotte al patibolo e subirono una morte violenta. Fra queste siano menzionate due grandi figure: Margaret Clitherow e Anne Line, entrambe canonizzate da Paolo VI nel 1970.
Al termine di questo elenco di martiri ci si può chiedere se in un'era contrassegnata da un autentico movimento verso la riconciliazione e l'unità non sia opportuno considerare la Riforma come uno scomodo episodio del passato che deve essere dimenticato. Dinanzi a tali opinioni è doveroso ricordare che soltanto quando saremo capaci di guardare oggettivamente gli eventi del passato, per quanto penosi essi possono essere, saremo sinceri nella ricerca dell'unità. Così si legge nella dichiarazione congiunta dell'Arcivescovo di Canterbury, Dr. Robert Runcie, e dell'Arcivescovo di Westminster, Cardinale Basile Hume, diffusa in occasione della beatificazione degli 85 martiri: «In occasione della beatificazione di ottantacinque martiri d'Inghilterra, Scozia e Galles, ci uniamo per esprimere la nostra gratitudine a Dio...
La loro semplicità e l'eroica testimonianza data della fede dei loro padri, insieme alla priorità che essi attribuivano a Cristo e alla coscienza, possono essere di ispirazione anche per coloro i cui padri spirituali avevano convinzioni cristiane diverse».
Il 22 novembre 1987 Georg Haydock e ottantaquattro compagni sono stati beatificati da Papa Giovanni Paolo II.
(Autore: Andreas Resch - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beati Martiri Inglesi, pregate per noi.


*San Paolino Bigazzini (4 maggio)
Paolino della nobile famiglia dei Bigazzini, si fece monaco nel monastero dei Ss. Marco e Lucia del Sambuco, fondato intorno al 1260 nel territorio di Perugia, non lontano dal castello di Coccorano, feudo di famiglia.
Fu ricevuto da San Silvestro Guzzolini, abate e fondatore del monastero di Montefano, e raggiunse in breve un alto grado di perfezione monastica, comprovato da vari miracoli.
Alla morte di Silvestro, Paolino sentì suonare a distesa la campana maggiore dell’eremo di Montefano.
Egli annunciò ai fratelli il transito del padre spirituale; in seguito si ebbe la conferma che ciò era avvenuto precisamente nell’ora da lui indicata.
Fu sepolto nella chiesa del monastero di Sambuco, poi fu trasferito nella chiesa di S. Maria Nuova di Perugia.
Il suo culto è attestato fin dal sec. XIV a Perugia.
(Autore: Monaci Benedettini Silvestrini – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Paolino Bigazzini, pregate per noi.


*San Silvano di Gaza e 39 compagni - Vescovo e Martiri (4 maggio)
m. 304 circa
Martirologio Romano:
Nelle miniere di Mismiyā in Palestina, passione dei Santi martiri Silvano, vescovo di Gaza, e trentanove compagni, che, condannati ai lavori forzati, nella medesima persecuzione, su mandato del cesare Massimino Daia, ricevettero con la decapitazione la corona del martirio.  
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Silvano di Gaza e 39 compagni, pregate per noi


*Beato Tommaso (Acerbis) da Olera - Cappuccino (4 maggio)  

Olera, Val Seriana, Bergamo, 1563 - Innsbruck, Austria, 3 maggio 1631
Fra Tommaso da Olera fu un campione della difesa della Fede e della promozione della pietà popolare, nel Tirolo e nel Veneto, nella prima metà del ‘600.
Si chiamava Tommaso Acerbis e nacque nel piccolo paese di Olera, posto nella Val Seriana (Bergamo) nel 1563, fece il pastorello fino ai 17 anni, dividendo con i genitori la povertà dell’epoca, rimanendo nel contempo analfabeta, perché nel suo piccolo paese non vi erano scuole.
Entrò a 17 anni nell’Ordine Francescano dei Cappuccini il 12 settembre 1580 nel convento di Verona, ottenendo di imparare a leggere e scrivere, dimostrandosi subito un giovane novizio colmo di ogni virtù.
Fece la sua professione il 5 luglio 1584 ricevendo l’incarico di addetto alla questua a Verona fino al 1605 e poi a Vicenza fino al 1612 e a Rovereto dal 1613 al 1617. Nel suo giro fuori dal convento fra le popolazioni di allora, operava riappacificazioni e spingeva al perdono; visitava e confortava i malati; ascoltava ed incoraggiava i poveri, denunciava il male e operava molte conversioni.
La sua opera d’apostolato era alimentata dalla preghiera spesso notturna, dalle penitenze che infliggeva al suo corpo, dai digiuni ed austerità; fu suscitatore di vocazioni religiose, specialmente
delle suore. A Vicenza promosse la costruzione del monastero delle cappuccine nel 1612-13, nei pressi di Porta Nuova; lo stesso interessamento ci fu per il monastero delle clarisse a Rovereto, costruito poi nel 1624.
Nel 1618 lo si trova a Padova come portinaio del convento, intanto dall’anno precedente fu guida spirituale e amico dello scienziato Ippolito Guarinoni di Hall, medico di corte a Innsbruck; nel 1619 su richiesta dell’arciduca del Tirolo, Leopoldo V d’Asburgo, fu destinato ad Innsbruck quale questuante.
Ma anche qui non fu solo un questuante, fu guida spirituale delle Vergini di Hall, che era un centro di educazione per le ragazze nobili tirolesi; con lettere e colloqui guidò spiritualmente le arciduchesse d’Asburgo Maria Cristina ed Eleonora, sorelle di Leopoldo V, al quale insieme alla moglie Claudia de’ Medici, dedicò frequenti incontri nel loro palazzo e indirizzando loro anche delle lettere.
Seguì pure la vita spirituale dell’imperatore d’Austria Ferdinando II, rimanendo suo consigliere durante la guerra dei Trent’anni (1618-48); amico e consigliere dei duchi di Baviera Massimiliano I ed Elisabetta, alla loro corte di Monaco, dove nel 1620 riuscì a convertire al cattolicesimo il luterano duca di Weimar; come pure convertì alla corte imperiale di Vienna nel 1620-21, dal luteranesimo la vedova di Giorgio Fleicher, Eva Maria Rettinger che divenne badessa nel monastero delle benedettine di Salisburgo.
In definitiva era un semplice frate laico, cioè non sacerdote, ma era in grado di parlare altamente di Dio, suscitando in chi lo ascoltava stupore e meraviglia; istruì nella fede persone umili e nobili regnanti, impegnando tutti nell’amore.
L’obbedienza e l’umiltà lo fecero diventare il “fratello della questua” per quasi 50 anni; fu consigliere dell’arcivescovo Paride Lodron, principe di Salisburgo. Svolse opera sociale a favore degli operai delle miniere di Taufers e nelle Valli dell’Inn e dell’Adige, prese a combattere le ideologie luterane che si espandevano velocemente.
Per ordine dei Superiori nel 1620 a Vienna, stese per iscritto le sue conversazioni a difesa della fede, dal titolo “Concetti morali contra gli heretici”, pubblicati postumi nel 1692 e le sue parole indicano bene la sua spiritualità: “Né mai ho letto una sillaba di libri; ma bene mi fatico a leggere il passionato Christo”.
Nei suoi scritti riconosce già in quell’epoca l’Immacolata Concezione e l’Assunzione in cielo della Madonna; si recò in pellegrinaggio tre volte (1623, 1625, 1629) alla Santa Casa di Loreto; fu il promotore dell’erezione della prima chiesa in terra di lingua tedesca, dedicata all’Immacolata Concezione, che iniziata nel 1620, con vari aiuti, superando difficoltà di ogni genere, venne completata nel 1654; viene considerata monumento nazionale dell’Austria.
Frate Tommaso da Olera morì piamente e santamente il 3 maggio 1631 a Innsbruck e sepolto nella cripta della Cappella della Madonna, nella locale chiesa dei Cappuccini, dopo alcuni giorni di ininterrotta venerazione dei fedeli austriaci. Nei secoli successivi, la Chiesa ha dato testimonianza alla fama di santità e all’opera fulgida dell’umile frate bergamasco, che seppe parlare di Dio ai poveri ed ai potenti del suo tormentato tempo.
Papa Giovanni XXIII lo definì un “santo autentico e un maestro di spirito”, Paolo VI lo ricordò come: “valido strumento della generale rinnovazione spirituale… tanto da brillare nella storia di quel glorioso periodo insieme coi più ardenti sostenitori della Riforma Cattolica”.
Secoli dopo il 28 febbraio 1967 a Bergamo, s’iniziò il processo informativo; il decreto d’Introduzione della causa di beatificazione si ebbe il 4 dicembre 1980, il decreto sulle virtù e il titolo di venerabile si ebbe il 23 ottobre 1987. Il 10 maggio 2012 è stato promulgato il Decreto che lo dichiara Beato.
Il 21 settembre 2013 è stato proclamato Beato, a Bergamo, con celebrazione presieduta dal Card. Angelo Amato.
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*Altri Santi del giorno (04 Maggio)
*Sant'Ada di Soisson - Badessa
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