Santi del 5 Dicembre - Istituto Aveta

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Santi del 5 Dicembre

Il mio Santo > I Santi di Dicembre

*Beata Agustina (María Anunciación) Peña Rodríguez - Religiosa e Martire (5 dicembre)
Schede dei Gruppi cui appartiene:
1-Beate Martiri Spagnole delle Suore Serve di Maria Ministre degli Infermi Vergini e Martiri
2-Beati 522 Martiri Spagnoli Beatificati nel 2013 - Senza data (Celebrazioni singole)
3-Santi, Beati e Servi di Dio Martiri nella Guerra di Spagna Vittime della persecuzione religiosa - Senza Data (Celebrazioni singole)
Ruanales, Cantabria, Spagna, 23 marzo 1900 – Aravaca, Madrid, 5 dicembre 1936
Suor Agustina Peña Rodríguez, al secolo María Anunciación, era una religiosa delle Suore Serve di Maria Ministre degli Infermi, fondate da santa Maria Soledad de Acosta. Venne incaricata di accudire le consorelle anziane, in particolare suor Aurelia Arambarri Fuente, sofferente di paralisi. Con lo scoppio della guerra civile spagnola, dovette abbandonare il sacro abito e rifugiarsi con suor Aurelia e altre due consorelle in una casa fidata, ma dovette separarsi da loro. Accusata di essere una religiosa e di essere stata sorpresa a pregare, trovò il martirio il 5 dicembre 1936. Aveva trentasei anni, di cui tre di vita religiosa. Papa Francesco, con decreto del 3 giugno 2013, ha autorizzato la sua beatificazione, avvenuta il 13 ottobre 2013 a Tarragona.
María Anunciación Peña Rodríguez nacque a Ruanales, nella regione spagnola della Cantabria, il 23 marzo 1900. I suoi genitori, Melitón e Agustina, la portarono al fonte battesimale della parrocchia del Triunfo de la Santa Cruz (Esaltazione della Santa Croce) due giorni dopo.
Ben presto, nella sua vita, si affacciò il dolore, con la perdita della madre in tenera età e l’impegno nel lavoro. Con il passar del tempo, si formava in lei uno spirito austero, laborioso e sensibile ai bisogni di quanti la circondavano.
Il 14 dicembre 1924 entrò come Postulante nell’Istituto delle Suore Serve di Maria Ministre degli Infermi, fondate da madre Maria Soledad de Acosta (Santa dal 1970), presso la casa di Tudela, ma si trasferì per il Noviziato nella Casa Madre, situata a Madrid. Là prese l’abito di suora coadiutrice
(denominazione simile a quella di conversa, ossia suora proveniente da una famiglia povera) il 4 luglio 1925, assumendo, in ricordo della madre, il nome di suor Agustina. Nel periodo del noviziato venne descritta come «Persona di virtù non comune, sentimenti molto nobili e, benché di scarsa istruzione, molto intelligente».
A Madrid, il 5 luglio 1927, emise i primi voti e quattro giorni dopo entrò a far parte della comunità di Pozuelo de Alarcón, dove divenne un grande sostegno per le suore anziane e malate lì ricoverate. Si dedicava principalmente alla coltivazione dell’orto ed accorreva appena le consorelle avevano bisogno di qualcosa. Appena aveva un momento libero, la si poteva incontrare in cappella, raccolta di fronte a Gesù Eucaristia.
La sua carità si esercitò in maniera palese quando le venne affidata suor Aurelia Arambarri Fuente, sofferente di paralisi. La notte si alzava ogni volta che lei la chiamava, senza emettere il minimo lamento.
Allo scoppio della guerra civile spagnola, nel luglio 1936, le religiose dovettero deporre l’abito e
furono costrette a non poter comunicare le une con le altre, neppure per pregare. Quelle che potevano, si rifugiarono presso case di persone amiche. Quella che ospitava suor Aurelia e suor Agustina custodiva altre due religiose: suor Aurora López González, la più anziana dell’intero Istituto, e suor Daría Andiarena Sagaseta, di cinquantasette anni.
La famiglia ospitante dichiarò che, quando i miliziani vennero a catturarle e le insultarono sospettando che fossero suore in incognito, suor Daría affermò: «In effetti, siamo religiose; potete disporre come volete di noi, ma vi supplico di non far nulla a questa famiglia, perché, al vederci senza casa e autorizzata dal Comitato [organizzazione civile che sostituiva il Municipio] di Pozuelo, ci hanno accolte nella loro casa per carità».
Suor Agustina venne costretta a separarsi dalle consorelle e si unì a un’altra famiglia che stava scappando a Las Rozas e lì, da sola, venne accusata di essere una religiosa e di essere stata vista pregare. Il 5 dicembre 1936 subì il martirio, a trentasei anni. Le altre tre, invece, morirono probabilmente l’indomani o il giorno dopo.
Il 3 giugno 2013 papa Francesco ha firmato il decreto che riconosce l’uccisione in odio alla fede di Suor Daría e delle sue tre compagne, la cui cerimonia di beatificazione si è tenuta il 13 ottobre 2013 a Tarragona.
(Autore: Emilia Flocchini – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Agustina Peña Rodriguez, pregate per noi.


*Beato Bartolomeo Fanti - Carmelitano (5 dicembre)

Mantova, 1428 circa - Mantova, 5 dicembre1495
Nativo di Mantova, nel 1452 era già sacerdote carmelitano della Congregazione Mantovana. Per 35 anni, nella chiesa carmelitana della sua città, fu direttore spirituale e rettore della Confraternita della B.V. Maria, per la quale scrisse la regola e gli statuti.
Umile e mansueto, fu per tutti un esempio di preghiera, generosità e fedeltà nel servizio del Signore. Si distinse per il suo amore all'Eucaristia, centro della sua vita apostolica, e per la devozione mariana. Morì nel 1495.
Martirologio Romano: A Mantova, Beato Bartolomeo Fanti, sacerdote dell’Ordine dei Carmelitani, che con le parole e con l’esempio accese nel cuore dei fedeli un santo amore per Dio e una filiale devozione verso Maria sua Madre.
Nativo di Mantova, nel 1452 era già sacerdote carmelitano della Congregazione Mantovana. Per 35 anni, nella chiesa carmelitana della sua città, fu direttore spirituale e rettore della Confraternita
della B.V. Maria, per la quale scrisse la regola e gli statuti. Umile e mansueto, fu per tutti un esempio di preghiera, generosità e fedeltà nel servizio del Signore. Si distinse per il suo amore all'Eucaristia, centro della sua vita apostolica, e per la devozione mariana. Morì nel 1495.
Il Beato Bartolomeo Fanti nacque a Mantova nel 1428 ca. e di lui si sa, che da giovane entrò a far parte dell’Ordine Carmelitano, nella cosiddetta "Congregazione Mantovana" della sua città.
La Congregazione era scaturita nei primi anni del Quattrocento, quale necessità di riforma dell’antico Ordine; fu riconosciuta nel 1442 da papa Eugenio IV (1383-1447).
In quel turbolento periodo per la Chiesa Cattolica, che vide operante il devastante Scisma d’Occidente e il seguente Scisma di Basilea, con papi legittimi e antipapi, eletti da Concili di vescovi e cardinali in dissenso fra loro, nell’Ordine Carmelitano sorgevano idee di riforma dell’antica Osservanza, in contrapposizione ad idee di ristabilimento del rigore della primitiva osservanza della Regola. È di quel periodo, nel quale Bartolomeo Fanti entrò fra i Carmelitani, la grande figura del beato Giovanni Soreth (1394-1471), generale di tutto l’Ordine; egli è ricordato soprattutto come riformatore, cioè per la sua continua opera di ricondurre l’Ordine allo splendore dell’Osservanza regolare, in un periodo storico particolarmente critico.
In questa attività agì in due direzioni; curando che venissero osservate la Regola e le costituzioni, ed introducendo nel maggior numero di conventi che poté, l’Osservanza nel suo significato specifico, riguardo alla povertà ed al raccoglimento interno ed esterno.
Il primo tipo di osservanza veniva dall’alto ed era obbligatorio per tutti, il secondo proveniva dal desiderio di singoli o di gruppi per una maggiore perfezione; desiderio che il Generale riconosceva, favoriva e difendeva, anche emanando decreti e privilegi adatti allo scopo.
E a questo secondo itinerario appartenne la Congregazione Mantovana, che mostrava intenti separatisti, fu detta anche “eugeniana”, perché approvata poi da Papa Eugenio IV.
Il padre Generale Giovanni Soreth fu generoso e comprensivo con la Congregazione, favorendo il passaggio ad essa di alcuni conventi e trattando i suoi religiosi con familiarità, tanto da sembrare il loro priore locale piuttosto che il Generale. Il Beato Giovanni Soreth fu anche l’artefice della fondazione nel 1452, dell’Ordine delle Carmelitane, che si diffuse rapidamente in Spagna e nei Paesi Bassi. Ritornando a Bartolomeo Fanti, carmelitano a Mantova, il 28 febbraio 1452 entrò a far parte della Confraternita della Madonna, che esisteva nella chiesa del Carmine e il 1° gennaio 1460 ne divenne padre spirituale e rettore, scrivendone anche la Regola e gli Statuti.
La regola scritta da padre Bartolomeo Fanti consta di dodici capitoletti, è molto semplice e concisa e
nello stile richiama quella del primo Ordine dei Carmelitani. Fra l’altro compose gli statuti della Compagnia del Carmine e un registro di fatti importanti.
Fu rettore e padre spirituale della Confraternita della Madonna, praticamente fino alla morte, dedicandosi a questo compito con grande fervore e zelo, così come richiedeva allora l’importanza sociale e religiosa delle Confraternite.
Umile e mansueto, fu per tutti un esempio di preghiera, generosità e fedeltà nel servizio del Signore. Si distinse per il suo amore all’Eucaristia, centro della vita apostolica, e per la devozione mariana.
Si ritiene che sia stato anche maestro dei novizi, anche se non è comprovato, perché venne raffigurato mentre parla con fervore dell’Eucaristia, ad un gruppo di giovani novizi carmelitani.
Morì a Mantova il 5 dicembre 1495; successivamente il suo corpo, ancora incorrotto, ebbe varie traslazioni: nel 1516 nella Cappella della Madonna; dopo la soppressione del convento nel 1783, fu traslato in S. Marco e da qui nel 1793 nella Cappella della Madonna Incoronata in cattedrale.
Il suo culto come Beato, fu confermato da Papa San Pio X il 18 marzo 1909.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - Beato Bartolomeo Fanti, pregate per noi.


*San Basso di Nizza - Vescovo e Martire (5 dicembre)

Patronato: Cupra Marittima
Emblema: Bastone pastorale
Santo più controverso di San Basso, è difficile trovarlo, egli è commemorato nel "Martirologio Romano" al 5 dicembre, come martire e vescovo di Nizza (Nicia).
Ma prima del 1583, quando il suo nome fu inserito nel "Romano" da Cesare Baronio, egli era sconosciuto nella zona, non comparendo negli elenchi episcopali della città.
Quando gli studiosi trovarono un San Basso vescovo di Nicaea, sconosciuto alle liste vescovili di Nicea della Bitinia, si concluse che fosse vescovo di Nicaea presso il fiume Varo, cioè Nizza.
Ma altri studiosi lo escludono, giacché nelle due ‘passio’ esistenti e compilate verso il 1350, si parla di “proceres Asiae”, quindi è più probabile che fosse vescovo della Nicea di Bitinia e fu ucciso sotto gli imperatori Decio e Valeriano (251 o 253 ca.).
L’incertezza continua con le reliquie e il culto diffuso in molte città italiane del litorale adriatico, specialmente a Cupra Marittima che crede di possedere il corpo di San Basso; a parte l’autenticità di queste reliquie, il Basso venerato in Italia, sembra che debba essere identificato nel martire Dasio di Dorostoro, chiamato anche Basso, di cui parte delle reliquie furono trasferite ad Ancona e da lì il culto si diffuse sulla costa adriatica, come a Cupra Marittima, Termoli, Fermo, Ascoli Piceno e a Malamocco in Venezia.
Comunque sia, a Nizza a partire dal secolo XVII si sviluppò un diffuso culto per San Basso vescovo e martire, che nel 1922 è stato nominato patrono secondario della città e della diocesi.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Basso di Nizza, pregate per noi.


*Santa Consolata di Genova - Monaca (5 dicembre)

Epoca incerta
Secondo una leggenda Consolata sarebbe nata nei pressi del lago di Tiberiade durante un pellegrinaggio dei suoi genitori genovesi.
Educata sull'esempio di Giovanni Battista, sarebbe poi entrata in un monastero fondato dal padre in Terra Santa. I Crociati genovesi portarono a Genova il suo corpo nel 1109 e qui le fu dedicata una chiesa.
Etimologia: Deriva dal latino e il suo significato è chiarissimo
Il bel nome di Consolata riecheggerà nei lettori principalmente il titolo con cui la Beata Vergine Maria è venerata da tempo immemorabile presso Torino. Oggi si festeggia però una santa che porta tale appellativo quale nome proprio.
Secondo un’antica leggenda Consolata nacque in Terra Santa, nei pressi del lago di Tiberiade, durante un pellegrinaggio compiuto dai suoi genitori genovesi.
Ricevette un’educazione religiosa sull’esempio di San Giovanni Battista, per poi finalmente entrare nel monastero fondato da suo padre in quelle zone.
É purtroppo incerta l’epoca in cui visse la Santa. I Crociati genovesi portarono a Genova il suo corpo nel 1109 e nella città le fu dedicata una chiesa.
Il culto tributatole fu comunque sempre limitato a livello locale, infatti la sua memoria al 5 dicembre non fu mai riportata dal Martyrologium Romanum.
(Autore: Fabio Arduino - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Consolata di Genova, pregate per noi.


*Santa Crispina di Thagara - Martire a Tebessa (5 dicembre)

Sec. IV
Crispina, martire. Nata a Tagora, in Numidia, nel 304, durante la persecuzione di Diocleziano e Massimiano, venne arrestata e processata a Tebessa, nell'Africa Proconsolare.
Emblema: Palma
Martirologio Romano: A Tebessa in Numidia, nell’odierna Algeria, passione di Santa Crispina di Tagora, madre di famiglia, che, al tempo di Diocleziano e Massimiano, fu decapitata per ordine del proconsole Anulino per essersi rifiutata di sacrificare agli idoli.
Il nome la dice "ricciuta", o "crespa", ma le sue fattezze non ci sono state tramandate. Probabilmente i capelli già si venavano d'argento, perché non era più giovane, e madre di diversi figli. Nel corso del processo che ella subì, i capelli le vennero rasati per oltraggio e dileggio.
Il ricordo di Santa Crispina e del suo martirio è affidato a due documenti di grande valore storico. Uno è la Passione, tratta dagli Atti ufficiali del processo. L'altro è un sermone di Sant'Agostino,
conterraneo della Martire, pronunziato nelle ricorrenze della sua morte.
Nata a Tagora, in Numidia, la donna cristiana, moglie e madre, proveniva da famiglia nobile ed era di condizione agiata. Nel 304, durante la persecuzione di Diocleziano e Massimiano, venne arrestata e processata a Tebessa, nella Africa Proconsolare, davanti al giudice Anulino.
Sant'Agostino commenta così il suo luminoso sacrificio:" I persecutori si accanirono contro Crispina, contro questa donna ricca e delicata: ma ella era forte, perché il Signore era la sua protezione... Questa donna, fratelli, c'è qualcuno in Africa che non la conosca? Fu molto nota, di famiglia nobile, e ricchissima. Ma la sua anima non ha ceduto: è stato il corpo ad esser colpito".
La Passione, imperniata sul dialogo tra Crispina e il giudice, ci fa vedere con quanta tenacia la donna rifiutasse di "sacrificare ai demoni", resistendo ad ogni minaccia piuttosto che "sporcare la propria anima con gli idoli, che sono di pietra, fabbricati dall'uomo".
Prima di lei, erano stati condannati probabilmente altri cristiani. Infatti i calendari fanno i nomi di Giulio, Potamia, Felice, Grato e sette altri. Perciò il giudice le chiese:" Vuoi tu vivere a lungo oppure morire tra i supplizi come gli altri tuoi complici? ". " Se volessi morire - ribatté la donna - non dovrei far altro che dare il mio consenso ai demoni, lasciando che la mia anima si perda nel fuoco eterno".
Venne emessa la sentenza di condanna, "conforme alle prescrizioni della legge di Augusto". Crispina l'ascoltò benedicendo il Signore. Poi tese il collo fragile al taglio della spada, poco fuori Tebessa, in un luogo dove è stata ritrovata l'antichissima "memoria" sepolcrale dedicata alla Martire.
Sant’Agostino, nel suo sermone, non esita a paragonare Crispina a Sant'Agnese; accostando la fanciulla candida e intatta come un'agnella ad una donna anziana e consapevole, sposa e madre. Agostino accenna anche alla sublime e misteriosa comunione che unisce ì morti ai viventi, i Santi ai sofferenti. "Questi Santi -egli dice - non soffrono più. Sono qui in mezzo a noi".
Ciò che era vero per Sant'Agostino, è ancora vero e consolante per noi. Viviamo in mezzo ai Santi, e il loro sacrificio ci è di aiuto.
(Fonte: Archivio della Parrocchia)
Giaculatoria - Santa Crispina di Thagara, pregate per noi.


*San Dalmazio (Dalmazzo) di Pavia - Martire (5 dicembre)

Emblema: Palma
Fu venerato a Pedona (oggi Borgo San Dalmazzo), già in diocesi di Asti, almeno dal sec. VI.
La sua più antica biografia, nota in due recensioni, deriverebbe, secondo il Gabotto, da un originale redatto tra il 570 e il 650, mentre, secondo il Lanzoni, sarebbe stata composta nel sec. VII o nell'VIII.
L'autore, forse un monaco longobardo del monastero di Pedona che attinse a tradizioni orali, lo dice nato a Forum Germarzorum (San Damiano Macra) in epoca precostantiniana e lo presenta come
ecclesiastico ed evangelizzatore di Pedona.
All'inizio del sec. X, quando questa località fu devastata dai Saraceni, il corpo del Santo fu portato a Quargnento, dove sulla sua tomba fu posta l'iscrizione: "ic requiescit corpus sancti Dalmatii repositum ab Audace episcopo Astensi".
In Francia, sin dal sec. IX, Dalmazio è considerato martire.
Fonti più recenti lo dicono oriundo della Germania, evangelizzatore di molte città del Piemonte, dell'Emilia e della Gallia, ucciso per la fede nel 254.
Il Martirologio Romano, fondandosi su liste episcopali manipolate, lo ricorda, a torto, il 5 dicembre, come vescovo di Pavia, dove, tuttavia, gli era dedicata una chiesa.
Di certo si sa che a Pedona esisteva una basilica eretta in suo onore, e che il 5 dicembre molti pellegrini, provenienti anche da paesi lontani, convenivano al suo sepalcro.
Probabilmente Dalmazio fu un evangelizzatore locale di Pedona, in un'epoca non facilmente determinabile, e perciò vi fu venerato come Santo; il 5 dicembre sarebbe l'anniversario della sua morte, oppure della sua elevazione all'onore degli altari.
(Autore: Antonio Rimoldi – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Dalmazio di Pavia, pregate per noi.


*Beato Filippo Rinaldi - Sacerdote (5 dicembre)

Lu Monferrato, Alessandria, 28 Maggio 1856 – Torino, 5 dicembre 1931
Nato nel 1856 a Lu Monferrato nell'Alessandrino, Filippo Rinaldi a 21 anni conobbe don Bosco.
Divenuto prete nel 1882 e maestro dei novizi, fu inviato in Spagna dove divenne Ispettore e contribuì allo sviluppo dei Salesiani in loco.
Da vicario generale della congregazione, diede impulso ai cooperatori, alla pastorale vocazionale, istituì le federazioni mondiali degli ex allievi e allieve, fu attento al mondo del lavoro.
Sostenne le Figlie di Maria Ausiliatrice e intuì il ruolo delle «Zelatrici», future «Volontarie di don Bosco».
Nel 1921 fu eletto terzo successore di don Bosco.
Morì nel 1931 a Torino.
È stato beatificato da Giovanni Paolo II il 29 aprile 1990 nella piazza antistante la Basilica di Maria Ausiliatrice a Torino, dove riposa nella cripta della stessa Basilica. (Avvenire)
Martirologio Romano: A Torino, Beato Filippo Rinaldi, sacerdote della Società Salesiana, che si adoperò per la diffusione della fede nelle terre di missione.
Filippo Rinaldi nacque a Lu Monferrato, in provincia di Alessandria, il 28 maggio 1856. Ottavo di nove figli, il suo temperamento giovanile non fu quello che ci si potrebbe propriamente aspettare da un Santo, ma il celebre santo dei giovani seppe scorgere anche in lui una buona stoffa per farne un buon educatore.
Filippo conobbe infatti Don Bosco nel suo paese natio già in tenera età, durante una delle tante passeggiate che il Santo sacerdote faceva con i suoi giovani.
A dieci anni il padre lo iscrisse al collegio di Mirabello, che per sua volontà lasciò pochi mesi dopo. Don Bosco gli scrisse, tentando di indurlo a tornare, ma Filippo si mostrò irremovibile.
Nel 1874 Don Bosco si recò personalmente a Lu per convincere il giovane Filippo a seguirlo a Torino, ma purtroppo senza successo. Solo tre anni dopo Don Bosco riuscì finalmente a persuaderlo conquistando il suo cuore e, all’età di ventuno anni, il Rinaldi intraprese a Sampierdarena il cammino per le vocazioni adulte.
Nel 1880, dopo il noviziato, nelle mani dello stesso don Bosco, emise i voti perpetui. Grazie alla santa insistenza di Don Bosco, nel dicembre del 1882 Filippo rispose alla chiamata del Signore e ricevette l’ordinazione presbiterale. Poco tempo dopo il santo fondatore lo nominò direttore a Mathi, un collegio per vocazioni adulte che poi fu trasferito a Torino.
A pochi giorni dalla morte di Don Bosco, Don Rinaldi volle confessarsi da lui e questi, prima di assolverlo, ormai senza forze, gli disse soltanto una parola: “Meditazione”.
Nel 1889 Don Michele Rua, primo successore di Don Bosco, lo nominò direttore a Sarria, nei pressi di Barcellona in Spagna, dicendogli: “Dovrai sbrigare cose assai delicate”.
In tre anni, con la preghiera, la mansuetudine e una presenza paterna e animatrice tra i giovani e nella comunità salesiana, risollevò l’opera.
Venne allora nominato Ispettore di Spagna e Portogallo, contribuendo in modo allo sviluppo della Famiglia Salesiana in terra spagnola.
In soli nove anni, anche grazie all’aiuto economico dato dalla venerabile nobildonna Dorotea Chopitea, Don Rinaldi fondò ben sedici nuove case.
Don Rua dopo una visita ne restò impressionato e, in seguito, lo nominò Prefetto generale della Congregazione.
Nel nuovo incarico, don Rinaldi continuò a lavorare con zelo, senza mai rinunciare al suo ministero sacerdotale.
Svolse il suo compito di governo con prudenza, carità e intelligenza.
Dopo la morte del Beato Don Rua, nel 1910 Filippo Rinaldi fu rieletto Prefetto e Vicario di Don Albera, nuovo Rettor Maggiore.
Nel 1921 fu eletto egli stesso terzo successore di Don Bosco, il cui spirito dovette adattare ai tempi nuovi, ruolo che evidenziò maggiormente le sue doti di padre e la sua ricchezza d’iniziative: cura delle vocazioni, formazione di centri di assistenza spirituale e sociale per le giovani operaie, guida e sostegno per le Figlie di Maria Ausiliatrice in un particolare momento della loro storia.
Grande impulso diede ai Cooperatori Salesiani, istituì le Federazioni mondiali degli ex-allievi ed ex-allieve.
Lavorando tra le Zelatrici di Maria Ausiliatrice, intuì e percorse una via che portava ad attuare una nuova forma di vita consacrata nel mondo, che sarebbe in seguito fiorita nell’Istituto secolare delle “Volontarie di don Bosco”.
L’impulso che egli diede alle missioni salesiane fu enorme: fondò istituti missionari, riviste e associazioni, e durante il suo rettorato partirono per tutto il mondo oltre milleottocento salesiani.
Compì numerosi viaggi in Italia ed Europa. Dal pontefice Pio XI ottenne l’indulgenza del lavoro santificato.
Maestro di vita spirituale, rianimò la vita interiore dei salesiani mostrando sempre un’assoluta confidenza in Dio ed un’illimitata fiducia in Maria Ausiliatrice, titolo con il quale la Madre di Dio è particolarmente invocata dalla Famiglia Salesiana.
Il grande salesiano Don Francesia asserì: “A Don Rinaldi manca solo la voce di don Bosco”.
Il 5 dicembre 1931 a Torino Filippo Rinaldi concluse santamente e silenziosamente la sua vita terrena, intento a leggere la vita di Don Rua.
Il suo processo di canonizzazione ebbe inizio il 5 novembre 1947 e Don Rinaldi fu dichiarato “venerabile” il 3 gennaio 1987.
Papa Giovanni Paolo II lo ha beatificato il 29 aprile 1990 nella piazza antistante la Basilica di Maria Ausiliatrice a Torino, insieme al giovane Pier Giorgio Frassati ed al Canonico Giuseppe Allamano, fondatore dei Misionari della Consolata.
Ancora oggi le spoglie mortali del Beato Rinaldi riposano nella cripta della suddetta basilica torinese.
Preghiere
Dio, Padre infinitamente buono,

Tu hai chiamato il Beato Filippo Rinaldi,
Terzo Successore di San Giovanni Bosco,
ad ereditarne spirito ed opere:
ottienici di imitarne la paterna bontà,
l’intraprendenza apostolica,
l’operosità instancabile santificata dall’unione con Dio.
Concedi a noi le grazie che affidiamo alla sua intercessione.
Per Cristo nostro Signore. Amen.
oppure:
Padre d'infinita bontà,
tu hai fatto risplendere nel Beato Filippo Rinaldi
un modello di vita evangelica gioiosamente donata:
concedi a noi di imitarne l'illuminata iniziativa apostolica,
perché, nella quotidiana fedeltà al nostro lavoro,
portiamo a pienezza il tuo progetto d'amore.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell'unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli. Amen.
(Autore: Fabio Arduino - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Filippo Rinaldi, pregate per noi.


*San Geraldo (Gerardo) di Braga - Vescovo (5 dicembre)

m. 1108
Monaco del monastero cluniacense di Moissac, Francia, eletto Arcivescovo di Braga, Portogallo. Rinnovò il culto divino, restaurò chiese e promosse la disciplina ecclesiastica.
Martirologio Romano: A Braga in Portogallo, commemorazione di San Gerardo, vescovo, che rifulse nell’attività di rinnovamento del culto divino, di restauro delle chiese e di promozione della disciplina ecclesiastica e morì nella località chiamata Bornos, mentre svolgeva le sue visite pastorali in una remota regione.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Geraldo di Braga, pregate per noi.


*San Giovanni Almond - Sacerdote e Martire (5 dicembre)

Scheda del gruppo a cui appartiene:
“Santi Quaranta Martiri di Inghilterra e Galles”

Allerton, Inghilterra, 1576 - Londra, Inghilterra, 5 dicembre 1612
Martirologio Romano: A Londra in Inghilterra, San Giovanni Almond, sacerdote e martire, che per oltre dieci anni si prese cura nella clandestinità delle anime a lui affidate, finché sotto il re Giacomo I fu impiccato a Tyburn in quanto sacerdote, senza smettere neppure dal patibolo di elargire elemosine.
Nato vicino ad Allerton (Liverpool) nel Lancashire (Inghilterra) verso il 1576, frequentò la scuola di Much-Wootton nella stessa contea, proseguì i suoi studi in Irlanda e a vent'anni entrò nel Collegio Inglese di Roma per prepararsi al sacerdozio.
Nel 1601 concluse brillantemente i suoi studi con una pubblica disputa scolastica, che fu presieduta dai cardinali Baronio e Tarugi. Tornato in Inghilterra nel novembre dell'anno seguente, contro la legge che vietava l'ingresso dei preti nell'isola, esercitò il ministero sotto il nome fittizio di
Dumoulin, finché nel 1608 fu imprigionato, quindi rilasciato e poi di nuovo incarcerato il 22 marzo 1612. Si conserva una relazione autografa dell'interrogatorio sostenuto dall'Almond davanti al vescovo anglicano di Londra, dott. J. King.
Egli vi si rivela uomo di acuta intelligenza, con idee chiare e pronte risposte, modestissimo, ma pieno di coraggio nello smascherare la falsità.
Alla domanda se voleva prestare il giuramento di sudditanza, rispose : «Qualunque giuramento di sudditanza, purché non contenga altro nelle sue parole che la promessa di essere buoni sudditi».
Gli fu allora presentata la formula solita, che egli sdegnosamente respinse perché formalmente ereticale, in quanto escludeva la fede del primato pontificio su tutta la Chiesa. Nel registro del carcere di Newgate la sua sentenza di morte è motivata «ex praesumptione quod esset sacerdos».
L'Almond fu impiccato a Tyburn la mattina del 5 dicembre 1612. Un testimone oculare ha descritto la sua coraggiosa morte e riferito gran parte dell'ultima predica che egli tenne dal patibolo. In essa spiegava il vero motivo della sua condanna: la fede cattolica romana, per la quale egli dava volentieri la sua vita.
Pio XI lo beatificò il 15 dicembre 1929 insieme con centotrentacinque altri martiri inglesi che avevano testimoniato il loro attaccamento al cattolicesimo negli anni 1537-1680.
L'Almond è commemorato il 5 dicembre.
(Autore: Giovanni Battista Proja – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Giovanni Almond, pregate per noi.


*Beato Giovanni Gradenigo - Monaco (5 dicembre)

Sec. X-XI
La storia della famiglia illustre dei Gradenigo, s’intreccia con la storia di Venezia e della sua Repubblica sin dalle origini e che affonda nella storia di Aquileia e del patriarcato di Grado, da cui alcuni studiosi fanno derivare l’origine etimologica del casato Gradenigo.
Si ha notizia di un Gradenigo partecipante all’elezione dogale ad Eraclea nel 697; durante il Medioevo li ritroviamo in oscuri episodi come l’uccisione del doge Pietro Tradonico nell’864, oppure in episodi di pietà, che coinvolgono il Beato Giovanni Gradenigo, il quale con la sua intercessione ottenne la pietosa ricomposizione e la cristiana sepoltura delle salme del doge Pietro Candiano IV e del suo figlioletto, che assassinati, erano rimasti esposti alla pubblica ignominia in piazza delle Beccherie.
La famiglia, quasi una ‘dinastia’, prosegue la sua ascesa nella vita sociale veneziana, fino a raggiungere fra il 1232 e il 1285 con tre duchi, il potere interno e fra il 1289 e il 1356 il massimo del potere con tre dogi, instaurando così ‘l’età dei Gradenigo’ che vide la ‘Serenissima’ stabilizzarsi sia all’interno che sulla terra ferma.
La storia della famiglia continuerà con alterne vicende, con alti e bassi, fino al declino del luminoso crepuscolo della Repubblica Veneta. Come già detto a questa millenaria e illustre famiglia appartenne il beato Giovanni di cui si sa che visse nel periodo della tragica morte del doge Pietro Candiano IV,
avvenuta nel 976. Verso il 978, fuggì da Venezia insieme con San Romualdo, l’eremita Marino, il Beato Giovanni Morosini e col doge Pietro Orseolo, diretti verso il monastero cluniacense di Cuxa nei Pirenei Orientali.
Qui ebbe per un anno l’esperienza monastica sotto la guida dell’abate Guarino e poi l’esperienza eremitica come discepolo di San Romualdo attuata nell’eremo di Longadera, attiguo al monastero, con una vita dedita al lavoro agricolo e alla penitenza.
Per incarico di San Romualdo, fondatore dei Camaldolesi, si spostò insieme a Guarino al cenobio di Ravenna.
Nel 988 San Romualdo ritornò in Italia e incaricò Giovanni di accompagnare il conte di Vich, Óliba Cabreta, al monastero di Montecassino perché voleva farsi monaco e dicendogli di rimanere con lui per fargli da guida spirituale.
Giovanni Gradenigo, però dopo un po’ decise di accompagnare Guarino nel pellegrinaggio in Terra Santa, ma un po’ distante dal monastero il cavallo di Guarino disarcionò l’instabile cavaliere e diede un calcio a Giovanni, fratturandogli una gamba, il quale vide in ciò la volontà di Dio di non abbandonare Montecassino.
Si costruì vicino al monastero una chiesetta dedicata alla Vergine, vivendo una vita eremitica; tanti monaci, abati, ecclesiastici, un futuro Papa si rivolsero alla sua scuola; è ricordato per i suoi digiuni, le sue grandi virtù, l’avversione che aveva per le mormorazioni. Morì agli inizi dell’XI secolo e sepolto nella chiesetta, compì alcuni miracoli; il catalogo dei Santi del patriarca veneziano Tiepolo del 1620, lo ricorda al 5 dicembre, come pure in tutti i calendari benedettini.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Giovanni Gradenigo, pregate per noi.


*San Guglielmo Saggiano - Mercedario, Martire (5 dicembre)

Di origine italiana, San Guglielmo Saggiano, proveniva da una delle case più nobili di Ancona nelle Marche, quando la sua famiglia si stabilì in Linguadoca (Francia).
Alla morte dei familiari il giovane Guglielmo entrò risoluto nell’Ordine della Mercede nel convento di Tolosa.
Poi passò in Spagna, prima a Barcellona poi a Valenza, dove prese l’abito, nominato in seguito redentore in Africa si imbarcò per Algeri.
Arrivato in terra mussulmana iniziò a redimere schiavi, ma preso dai mori in odio alla fede cattolica, venne consegnato a dei fanciulli che lo presero a sassate ed infine fu mandato al rogo dove consumò un decoroso martirio.
L’Ordine lo festeggia il 5 dicembre.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Guglielmo Saggiano, pregate per noi.


*San Lucido di Aquara - Monaco (5 dicembre)

n. Aquara, 960 circa
Martirologio Romano: Nel cenobio di San Pietro di Aquara in Campania, San Lucido, monaco.
San Lucido nacque ad Aquara intorno al 960 dell'era volgare. All'età di 15 anni circa i suoi genitori Albino della Croce e Sabina Nicodemo lo affidarono ai monaci del monastero di San Pietro poco distante da Aquara.
Formatosi a quella scuola, quando divenne maturo per l'apostolato, da Aquara passò a Montecassino. Di là, in vari intervalli, ritornava al Monastero di San Pietro e a Salerno, dove, per la sua saggezza, divenne il consigliere del Principe Guaimaro.
Nelle mirabili vicende della sua infaticabile vita, Lucido trovò il tempo di visitare non solo il monastero della Santissima Trinità di Cava dei Tirreni, ma anche di recarsi in Terra Santa.
Al ritorno dal suo pellegrinaggio fondò, nelle vicinanze di Montecassino, il monastero di S. Maria dell'Albaneta, fissandovi la sua dimora con il grado di priore costruì nelle vicinanze di Aquara, una
chiesetta di Maria Santissima del Piano.
Dopo nove secoli di ininterrotta memoria della sua santità il Papa Leone XIII con decreto della Sacra Congregazione dei Riti dell'8 gennaio 1880, dietro insistenza del vescovo di Teggiano Mons. Domenico Fanelli, riconosceva il culto prestato a San Lucido fin dalla morte.
Dopo la morte di San Lucido gli antenati fecero scolpire in legno un busto con le mani giunte e la testa in rame solidamente innestata nel legno (nella testa) era contenuta la reliquia del teschio del santo che nel 1500 fu saggiamente trasferito da S. Pietro nella chiesa parrocchiale di S. Nicola.
Le reliquie furono (poi) racchiuse in un'artistica statua d'argento... Data la sua bellezza, i ladri non si lasciarono sfuggire l'occasione per trafugarla. Il 23 marzo 1895 fecero il colpo...
Fortunatamente però, il 31 luglio di quello stesso anno, 1985, le sacre reliquie furono trovate in una crollante casa di campagna e furono riportate trionfalmente nella chiesa parrocchiale.
I figli di Aquara fecero cesellare una seconda statua di argento nella quale furono chiuse le sacre reliquie. Nella notte tra il 28 febbraio e il 1° marzo 1975, ignoti ladri hanno ripetuto il detestabile atto dei loro antichi colleghi, trafugando, ancora una volta, l'artistica statua San Lucido.
Grazie però alla generosità dei cittadini aquaresi la Statua è stata rifatta quasi a testimonianza della sfida tra fedeli e profanatori.
(Autore: Don Pasquale Marino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Lucido di Aquara, pregate per noi.


*Beato Narciso (Narcyz) Putz - Sacerdote e Martire (5 dicembre)

Scheda del gruppo a cui appartiene:
“Beati 108 Martiri Polacchi”

Sierakow, Polonia, 28 ottobre 1877 – Dachau, Germania, 5 dicembre 1942
Narcyz Putz, sacerdote dell’arcidiocesi di Poznan, cadde vittima dei nazisti nel celebre campo di concentramento tedesco di Dachau.
Papa Giovanni Paolo II il 13 giugno 1999 lo elevò agli onori degli altari con ben altre 107 vittime della medesima persecuzione.
Martirologio Romano:
Vicino a Monaco di Baviera in Germania, Beato Narciso Putz, sacerdote e martire, che, durante l’occupazione della Polonia in tempo di guerra da parte di un regime straniero, fu per la sua perseveranza nella fede messo in carcere nel campo di prigionia di Dachau, dove morì tra atroci supplizi.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Narciso (Narcyz) Putz, pregate per noi.


*Beato Nicola (Niccolò) Stenone (5 dicembre)

Copenaghen (Danimarca), 11 gennaio 1638 - Schwerin (Meclenburgo, Germania), 5 dicembre 1686
Martirologio Romano: A Schwerin nella regione di Mecklenburg in Germania, transito del Beato Nicola Stensen, vescovo di Dindebol, che, di origine danese, fu tra i più illustri ricercatori di scienze naturali del suo tempo; abbracciata la fede cattolica, desideroso di servire Dio a difesa della verità, divenne sacerdote e, ordinato poi vescovo, si dedicò con zelo all’evangelizzazione dell’Europa settentrionale.
Non c’è un prete cattolico per confessarlo nell’agonia, e allora lui si confessa in pubblico, elencando a viva voce i suoi peccati.
Così muore Niels Stensen (Nicola Stenone, nella forma latinizzata).
Nato da ricca famiglia luterana (il padre è orefice di corte), studia medicina alle università di Copenaghen, Rostock e Amsterdam, dove scopre e descrive il condotto che va dalla ghiandola parotide alla bocca, e che sarà per sempre chiamato dotto di Stenone.
Resteranno fondamentali anche i suoi studi di geologia e cristallografia: è un luminare, ormai, accolto da sovrani e accademie di tutta Europa.
Ma l’ansia di conoscenza si estende anche ai problemi della fede, specie da quando ha posto il “campo base” dei suoi viaggi a Firenze.
Qui, in terra cattolica, segue i riti, studia i princìpi dialogando con dotti religiosi, con la gentildonna
lucchese Lavinia Arnolfini, con la clarissa Maria Flavia del Nero; a Livorno lo commuove la processione del Corpus Domini nel giugno 1667.
E nel novembre successivo lo accoglie con i suoi sacramenti la Chiesa di Roma. L’uomo di scienza e di fede continua le sue ricerche, e già si dedica a una sorta di predicazione, con le lettere che spiegano a tanti amici luterani la sua scelta cattolica.
E poi il suo sacerdozio.
Ordinato nel 1675 a Firenze, due anni dopo è vescovo: Papa Innocenzo XI lo manda come vicario apostolico nella Germania del Nord, quasi tutta luterana.
Lui va a piedi da Roma ad Hannover, e il suo agire da vescovo cattolico in terra di Riforma è oggi considerato uno splendido preannuncio ecumenico, con la chiarezza sui princìpi e l’apertura limpida alle persone.
Il vescovo-scienziato fa a piedi molte visite pastorali, umilmente; ma dice “no” se un principe cattolico carpisce illecitamente un vescovado.
E accetta di farsi semplice missionario a Schwerin, benché sfiancato dalle crisi renali.
Si spegne con quell’eroico omaggio al sacramento della Penitenza. E dall’altra sponda viene un “segno” grande: i luterani ospitano il suo corpo nella loro chiesa. Di qui esso arriverà poi a Firenze, nella basilica di San Lorenzo, dove si trova tuttora. Giovanni Paolo II lo ha beatificato nel 1988.
(Autore: Domenico Agasso – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Nicola Stenone, pregate per noi.


*San Pelino - Vescovo di Brindisi (5 dicembre)

Sec. VII
Emblema: Bastone pastorale
L'episcopato di Pelino va inquadrato nella temperie culturale del settimo secolo, negli anni che immediatamente precedono la distruzione longobarda di Brindisi del 674. Tale nuovo riferimento cronologico, più attendibile rispetto a quello tradizionale che colloca l'episcopato peliniano nel IV secolo, rende piena comprensione della biografia del santo.
Pelino, monaco basiliano formatosi in Durazzo, si trasferisce in Brindisi, in uno coi siri Gorgonio e Sebastio e col suo discepolo Ciprio, in quanto non aderente al Tipo ossia all'editto dogmatico voluto dall'imperatore bizantino Costante II nel 648.
Durante l'anno successivo il pontefice Martino scomunica gli autori della nuova eresia; il papa deve, per questo, subire l'arresto, la deportazione a Costantinopoli e l'esilio a Cherson in Crimea ove muore fra il 655 e il 656. Ferme opposizioni al Tipo si ebbero anche in oriente; Massimo il Confessore, maggiore fra i teologi graci del periodo, esiliato nella Lazia, è ucciso nel 662.
Pelino, coi suoi compagni, è anch'egli difensore dell'ortodossia e in Brindisi, i cui vescovi venivano confermati da Roma, pensa di trovare un asilo sicuro. Deve tuttavia accorgersi che non è così; il vescovo Aproculus o Proculus pare sulle posizioni concilianti che già erano state proprie del pontefice Onorio I. L'arrivo dei profughi albanesi, su posizioni molto radicali, non consente tuttavia una politica di mediazione.
Pelino spinge su posizioni chiare in difesa dell'ortodossia. Proculus, con procedura inconsueta ma che non manca di esempi comparabili, associa allora il nuovo venuto nell'episcopato designandolo quale suo successore. A tal fine è richiesto l'avallo papale; i sinodi avevano infatti costantemente contrastato ogni tentativo dei vescovi di designarsi un successore. Valga per tutti il caso di Felice III (526-30) che nominò suo successore l'arcidiacono Bonifacio la cui ascesa al soglio pontificio, proprio per la modalità occorsa, venne ampiamente contestata. Ancora, nel 531, non passò il tentativo di papa Bonifacio II di proporre quale suo successore il diacono Vigilio.
La disposizione con cui Proculus aveva designato il proprio arcidiacono Pelino all'immediata successione aveva dunque bisogno dell'avallo diretto della sede patriarcale romana. Ottenuta la desiderata conferma, seguita la morte di Proculus, il non ancora quarantenne Pelino assume la dignità episcopale; si mostra, in questa veste, fermo e intransigente innanzi ai funzionari imperiali che, infine, lo allontanano dalla cattedra brindisina.
Deportato a Corfinio, viene qui condannato a morte e ucciso probabilmente nel 662, il 5 dicembre, in uno con Sebastio e Gorgonio, bibliotecari ossia archivisti della sede episcopale di Brindisi. Da qui il vasto culto che negli Abruzzi è riservato al santo: patrono della diocesi di Valva - Sulmona, dedicatario della basilica cattedrale di Corfinio e di un piccolo centro abitato nella diocesi dei Marsi.
La vita di San Pelino ha una prima redazione già nel VII secolo, allorché Ciprio, eletto da clero e popolo vescovo di Brindisi, seguita verosimilmente la morte di Costante II nel 668, poté erigere una chiesa in onore del predecessore in cui furono collocate le reliquie di Sebastio e Gorgonio. L'atto sanziona la canonizzazione di Pelino di cui, per l'occasione, sarà stata scritta la vita da proporre come paradigmatica alla popolazione.
Nella basilica Cattedrale di Brindisi gli fu dedicato nel 1771 l'altare che chiude la navata sinistra, ove è rappresentato in una tela dipinta da Oronzo Tiso (1726-1800).
La sua memoria, il 5 dicembre, è stata per secoli ampiamente solennizzata considerandosi Pelino principale protettore della città insieme a Leucio.
(Fonte: Sito Arcidiocesi di Brindisi-Ostuni)
Giaculatoria - San Pelino, pregate per noi.


*San Saba Archimandrita - Abate (5 dicembre)

Mutalasca, Cesarea di Cappadocia, 439 - Mar Saba, Palestina, 5 dicembre 532
Nasce nel 439 a Cesarea di Cappadocia. La sua famiglia, cristiana, lo indirizza verso gli studi presso il vicino monastero di Flavianae. Ne esce con un'istruzione e con il desiderio di farsi monaco. Attorno ai 18 anni arriva pellegrino in Terrasanta.
Sul cammino sosta sempre in comunità monastiche di diverso tipo: di vita comune, anacoretiche, nelle loro grotte o capanne. È così che trova una guida nel monaco Eutimio detto «il grande», col quale condividerà la vita eremitica in Giordania. Dopo la morte del maestro si ritira verso Gerusalemme, nella valle del Cedron.
Qui, col tempo, si forma intorno a lui un'aggregazione monastica frequente in Palestina: la laura. Una comunità destinata a crescere fino ad ospitare 150 monaci e far da guida ad altri «villaggi» monastici di questo tipo.
Nel 492, Saba viene ordinato sacerdote, e il patriarca Elia di Gerusalemme lo nomina archimandrita, capo di tutti gli anacoreti di Palestina. Muore, ultranovantenne, nel 532. (Avvenire)
Emblema: Bastone pastorale
Martirologio Romano: Vicino a Gerusalemme, San Saba, abate, che, nato in Cappadocia, raggiunse il deserto di Giuda in Palestina, dove istituì una nuova forma di vita eremitica in sette monasteri, che ebbero il nome di laure, nelle quali gli eremiti si riunivano sotto la guida di un unico superiore; passò lunghi anni nella Grande Laura, in seguito insignita del suo nome, rifulgendo come modello di santità e lottando strenuamente in difesa della fede calcedonese.
Nasce suddito dell’Impero romano d’Oriente, in una famiglia di cristiani, che da ragazzo lo mettono agli studi nel monastero di Flavianae, presso Cesarea di Cappadocia (attuale Kayseri in Turchia). Ne esce con un’istruzione e con il desiderio di farsi monaco. Si scontra con i suoi, che invece vorrebbero avviarlo alla carriera militare.
E la spunta allontanandosi. Sui 18 anni arriva pellegrino in Terrasanta, facendo sempre tappa e
soggiorno tra i monaci: quelli di vita comune, e anche gli anacoreti, nelle loro grotte o capanne. Trova una guida decisiva nel monaco Eutimio detto “il grande”: ha convertito molti arabi nomadi, è stato consigliere spirituale dell’imperatrice Eudossia (la moglie di Teodosio II) nella prima metà del secolo.
Con Eutimio, Saba condivide la vita eremitica nei luoghi meno accoglienti: il deserto della Giordania, la regione del Mar Morto. Assiste poi fino all’ultimo questo suo maestro (morto intorno al473) e si ritira più tardi verso Gerusalemme, andando a stabilirsi in una grotta nel vallone del Cedron.
Qui, col tempo, si forma intorno a lui un’aggregazione monastica frequente in Palestina: la laura o lavra (“cammino stretto”, in greco), che è un misto di solitudine e di comunità, dove i monaci vivono isolati per cinque giorni della settimana, e si riuniscono poi il sabato e la domenica per la celebrazione eucaristica in comune. Vivono sotto la guida di un superiore, e dal gennaio fino alla Domenica delle palme sperimentano la solitudine totale in una regione desertica.
Insieme a lui, nel vallone, i monaci raggiungono il numero di 150, ma nuovi “villaggi” nascono in altre parti della Palestina, imitando il suo, che prende il nome di Grande Laura. Nel 492, Saba viene ordinato sacerdote, e il patriarca Elia di Gerusalemme lo nomina poi archimandrita, cioè capo di tutti gli anacoreti di Palestina.
Ma non è un capo dolce, Saba. Non fa sconti sulla disciplina e non tutti lo amano: tant’è che per qualche tempo lui si dovrà allontanare. E andrà a fondare un’altra laura a Gadara, presso il lago di Tiberiade.
Poi il patriarca lo richiama, perché i monaci si sono moltiplicati: c’è bisogno della sua energia, per la disciplina e per la difesa della dottrina sulle due nature del Cristo, proclamata nel 451 dal concilio di Calcedonia, e contrastata dalla teologia “monofisita”, che nel Signore ammetteva una sola natura. Scontro teologico, con la politica di mezzo: c’è frattura a Costantinopoli tra l’imperatore Anastasio e il patriarca; e Saba accorre nella capitale, nel vano tentativo di riconciliarli.
Poi vi ritornerà altre volte. E l’ultima, nel 530 è per lui una fatica enorme: ha quasi novant’anni. Ma affronta il viaggio per difendere i palestinesi da una dura tassazione punitiva. La gente lo venera già da vivo come un Santo.
E ancora da vivo gli si attribuisce un intervento miracoloso contro i danni di una durissima siccità. Canonizzato da subito, dunque. E sempre ricordato anche dal grande monastero che porta il suo nome: Mar Saba. È stato per lungo tempo centro di ascesi e di studio; ed esiste tuttora, dopo avere attraversato tempi di fioritura e di decadenza, di saccheggi e di devastazioni.
(Autore: Domenico Agasso – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Saba Archimandrita, pregate per noi.


*Altri Santi del giorno (5 dicembre)

*San
Giaculatoria - Santi tutti, pregate per noi.

 
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