Santi del 5 Febbraio - Istituto Aveta

Vai ai contenuti

Menu principale:

Santi del 5 Febbraio

Il mio Santo > I Santi di Febbraio

*Sant'Agata - Patrona di Catania, Vergine e Martire (5 febbraio)

Catania, 235? - 5 febbraio 251
Nacque nei primi decenni del III secolo a Catania in una ricca e nobile famiglia di fede cristiana. Verso i 15 anni volle consacrarsi a Dio.
Il Vescovo di Catania accolse la sua richiesta e le impose il velo rosso portato dalle vergini consacrate.
Il proconsole di Catania Quinziano, ebbe l'occasione di vederla, se ne invaghì, e in forza dell'editto di persecuzione dell'imperatore Decio, l'accusò di vilipendio della religione di Stato, quindi ordinò che la portassero al Palazzo pretorio. I tentativi di seduzione da parte del
proconsole non ebbero alcun risultato. Furioso, l'uomo imbastì un processo contro di lei. Interrogata e torturata Agata resisteva nella sua fede: Quinziano al colmo del furore le fece anche strappare o tagliare i seni con enormi tenaglie. Ma la giovane, dopo una visione, fu guarita. Fu ordinato allora che venisse bruciata, ma un forte terremoto evitò l'esecuzione. Il proconsole fece togliere Agata dalla brace e la fece riportare agonizzante in cella, dove morì qualche ora dopo. Era il 251. (Avvenire)
Patronato: Pompieri, Catania, Repubblica di San Marino
Etimologia: Agata = buona, virtuosa, dal greco
Emblema: Giglio, Palma, Pinze, Seni (su di un piatto)
Martirologio Romano: Memoria di Sant’Agata, vergine e martire, che a Catania, ancora fanciulla, nell’imperversare della persecuzione conservò nel martirio illibato il corpo e integra la fede, offrendo la sua testimonianza per Cristo Signore.
Sant’Agata il cui nome in greco Agathé, significava buona, fu martirizzata verso la metà del III secolo, alcuni reperti archeologici risalenti a pochi decenni dalla morte, avvenuta secondo la tradizione il 5 febbraio 251, attestano il suo antichissimo culto.
Agata nacque nei primi decenni del III secolo (235?) a Catania; la Sicilia, come l’intero immenso Impero Romano era soggetta in quei tempi alle persecuzioni contro i cristiani, che erano cominciate, sia pure occasionalmente, intorno al 40 d.C. con Nerone, per proseguire più intense nel II secolo, giustificate da una legge che vietava il culto cristiano.
Nel III secolo, l’editto dell’imperatore Settimio Severo, stabilì che i cristiani potevano essere prima denunciati alle autorità e poi invitati ad abiurare in pubblico la loro nuova fede.
Se essi accettavano di ritornare al paganesimo, ricevevano un attestato (libellum), che confermava la loro appartenenza alla religione pagana, in caso contrario se essi rifiutavano di sacrificare agli dei, venivano prima torturati e poi uccisi.
Era un sistema spietato e calcolato, perché l’imperatore tendeva a fare più apostati possibile che martiri, i quali venivano considerati più pericolosi dei cristiani vivi. Nel 249 l’imperatore Decio, visto il diffondersi comunque del cristianesimo, fu ancora più drastico; tutti i cristiani denunciati o no, dovevano essere ricercati automaticamente dalle autorità locali, arrestati, torturati e poi uccisi.
In quel periodo Catania era una città fiorente e benestante, posta in ottima posizione geografica; il suo grande porto, costituiva un vivace punto di scambio commerciale e culturale dell’intero Mediterraneo.
E come per tutte le città dell’Impero Romano, anche Catania aveva un proconsole o governatore, che rappresentava il potere decentrato dell’impero, ormai troppo vasto; il suo nome era Quinziano, uomo brusco, superbo e prepotente e circondato da una corte numerosa, con i familiari, un numero enorme di schiavi e con le guardie imperiali, dimorava nel ricco palazzo
Pretorio con annessi altri edifici, in cui si svolgevano tutte le attività pubbliche della città.
Secondo la ‘Passio Sanctae Agathae’ risalente alla seconda metà del V secolo e di cui esistono due traduzioni, una latina e due greche, Agata apparteneva ad una ricca e nobile famiglia catanese, il padre Rao e la madre Apolla, proprietari di case e terreni coltivati, sia in città che nei dintorni, essendo cristiani, educarono Agata secondo la loro religione.
Cresciuta nella sua fanciullezza e adolescenza in bellezza, candore e purezza verginale, sin da piccola sentì nel suo cuore il desiderio di appartenere totalmente a Cristo e quando giunse sui 15 anni, sentì che era giunto il momento di consacrarsi a Dio.
Nei primi tempi del cristianesimo le vergini consacrate, con il loro nuovissimo stile di vita, costituivano un’irruzione del divino in un mondo ancora pagano e in disfacimento.
Il vescovo di Catania accolse la sua richiesta e durante una cerimonia ufficiale chiamata ‘velatio’, le impose il "flammeum", cioè il velo rosso portato dalle vergini consacrate.
Nel mosaico di S.Apollinare Nuovo in Ravenna del VI secolo, è raffigurata con la tunica lunga, dalmatica e stola a tracolla, abbigliamento che lascia supporre che fosse diventata diaconessa.
Il proconsole di Catania Quinziano, ebbe l’occasione di vederla e se ne incapricciò, e in forza dell’editto di persecuzione dell’imperatore Decio, l’accusò di vilipendio della religione di Stato, accusa comune a tutti i cristiani, quindi ordinò che la catturassero e la conducessero al Palazzo Pretorio.
Qui subentrano varie tradizioni popolari, che indicano Agata che scappa per non farsi arrestare e si rifugia in posti indicati dalla tradizione, in una contrada poco distante da Catania, Galermo, oppure a Malta, oppure a Palermo; ma comunque ella viene catturata e condotta da Quinziano.
Il proconsole quando la vede davanti viene conquistato dalla sua bellezza e una passione ardente s’impadronisce di lui, ma i suoi tentativi di seduzione non vanno in porto, per la resistenza ferma della giovane Agata.
Egli allora mette in atto un programma di rieducazione della ragazza affidandola ad una cortigiana di facili costumi di nome Afrodisia, affinché la rendesse più disponibile. Trascorse un mese, sottoposta a tentazioni immorali di ogni genere, con festini, divertimenti osceni, banchetti; ma lei resistette indomita nel proteggere la sua verginità consacrata al suo Sposo celeste, al quale volle rimanere fedele ad ogni costo.
Sconfitta e delusa, Afrodisia riconsegna a Quinziano Agata dicendo: “Ha la testa più dura della lava dell’Etna”. Allora furioso, il proconsole imbastì un processo contro di lei, che si presentò vestita da schiava come usavano le vergini consacrate a Dio; “Se sei libera e nobile” le obiettò il proconsole, “perché ti comporti da schiava?” e lei risponde “Perché la nobiltà suprema consiste nell’essere schiavi del Cristo”.
Il giorno successivo altro interrogatorio accompagnato da torture, tralasciamo i testi degli interrogatori per motivo di spazio, del resto sono articolati diversamente da una ‘passio’ all’altra. Ad Agata vengono stirate le membra, lacerata con pettini di ferro, scottata con lamine infuocate, ma ogni tormento invece di spezzarle la resistenza, sembrava darle nuova forza, allora Quinziano al colmo del furore le fece strappare o tagliare i seni con enormi tenaglie.
Questo risvolto delle torture, costituirà in seguito il segno distintivo del suo martirio, infatti Agata viene rappresentata con i due seni posati su un piatto e con le tenaglie. Riportata in cella sanguinante e ferita, soffriva molto per il bruciore e dolore, ma sopportava tutto per l’amore di Dio; verso la mezzanotte mentre era in preghiera nella cella, le appare s. Pietro apostolo, accompagnato da un
bambino porta lanterna, che la risana le mammelle amputate.
Trascorsi altri quattro giorni nel carcere, viene riportata alla presenza del proconsole, il quale visto le ferite rimarginate, domanda incredulo cosa fosse accaduto, allora la vergine risponde: “Mi ha fatto guarire Cristo”.
Ormai Agata costituiva una sconfitta bruciante per Quinziano, che non poteva sopportare oltre, intanto il suo amore si era tramutato in odio e allora ordina che venga bruciata su un letto di carboni ardenti, con lamine arroventate e punte infuocate.
A questo punto, secondo la tradizione, mentre il fuoco bruciava le sue carni, non brucia il velo che lei portava; per questa ragione “il velo di sant’Agata” diventò da subito una delle reliquie più preziose; esso è stato portato più volte in processione di fronte alle colate della lava dell’Etna, avendo il potere di fermarla. Mentre Agata spinta nella fornace ardente muore bruciata, un forte terremoto scuote la città di Catania e il Pretorio crolla parzialmente seppellendo due carnefici consiglieri di Quinziano; la folla dei catanesi spaventata, si ribella all’atroce supplizio della giovane vergine, allora il proconsole fa togliere Agata dalla brace e la fa riportare agonizzante in cella, dove muore qualche ora dopo.
Dopo un anno esatto, il 5 febbraio 252, una violenta eruzione dell’Etna minacciava Catania, molti cristiani e cittadini anche pagani, corsero al suo sepolcro, presero il prodigioso velo che la ricopriva e lo opposero alla lava di fuoco che si arrestò; da allora Sant’Agata divenne non soltanto la patrona di Catania, ma la protettrice contro le eruzioni vulcaniche e poi contro gli incendi.
L’ultima volta che il suo patrocinio si è rivelato valido, tramite il miracoloso velo, portato in processione dall’arcivescovo di Catania, è stata nel 1886, quando una delle ricorrenti eruzioni dell’Etna, minacciava la cittadina di Nicolosi, posta sulle pendici del vulcano e che venne risparmiata dalla distruzione.
Nel 1040 le reliquie della santa, furono trafugate dal generale bizantino Giorgio Maniace, che le trasportò a Costantinopoli; ma nel 1126 due soldati della corte imperiale, il provenzale Gilberto ed il pugliese Goselmo, le riportarono a Catania dopo un’apparizione della stessa santa, che indicava la buona riuscita dell’impresa; la nave approdò la notte del 7 agosto in un posto denominato Ognina, tutti i catanesi risvegliatasi e rivestitasi alla meglio, accorsero ad onorare la “Santuzza”.
Nei secoli le manifestazioni popolari legate al culto della santa, richiamavano gli antichi riti precristiani alla dea Iside, per questo Sant'Agata con il simbolismo delle mammelle tagliate e poi risanate, assume una possibile trasfigurazione cristiana del culto di Iside, la benefica Gran Madre, anche se era appena una quindicenne.
Ciò spiegherebbe anche il patronato di Sant'Agata sui costruttori di campane, perché si sa, nei culti precristiani la campana era simbolo del grembo della Mater Magna. Le sue reliquie sono conservate nel duomo di Catania in una cassa argentea, opera di celebri artisti catanesi; vi è anche il busto argenteo della “Santuzza”, opera del 1376, che reca sul capo una corona, dono secondo la tradizione, di Re Riccardo Cuor di Leone.
Il culto per Sant'Agata fu talmente grande, che fino al XVI secolo, essa era contesa come appartenenza anche da Palermo, la questione è stata a lungo discussa, finché a Palermo il culto per la santa, fu soppiantato da quello per Santa Rosalia. Anche a Roma fu molto venerata, papa Simmaco (498-514) eresse in suo onore una basilica sulla Via Aurelia e un’altra le fu dedicata da San Gregorio Magno nel 593.
Nel XIII secolo nella sola diocesi di Milano si contavano ben 26 chiese a lei intitolate. Celebrazioni e ricorrenze per la sua festa avvengono un po’ in tutta Italia, perfino a San Marino, ma è Catania il centro più folcloristico e religioso del suo culto, le feste sono due il 5 febbraio e il 17 agosto, con caratteristiche processioni con il prezioso busto della santa, custodito nel Duomo.
Vi sono undici Corporazioni di mestieri tradizionali, che sfilano in processione con le cosiddette ‘Candelore’ fantasiose sculture verticali in legno, con scomparti dove sono scolpiti gli episodi salienti della vita di Sant' Agata. Il busto argenteo, preceduto dalle “Candelore” è posto a sua volta sul “fercolo”, una macchina trainata con due lunghe e robuste funi, da centinaia di giovani vestiti dal caratteristico “sacco”.
Tante altre manifestazioni popolari e folcloristiche, oggi non più in uso, accompagnavano nei tempi trascorsi questi festeggiamenti, a cui partecipava tutto il popolo con le Autorità di Catania, devotissimo alla sua “Santuzza”.
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Agata, pregate per noi.


*Sant'Adelaide - Vergine (5 febbraio)


Giaculatoria - Sant'Adelaide, pregate per noi.


*Sant'Albuino di Bressanone - Vescovo (5 febbraio)

Martirologio Romano: A Bressanone nell’Alto Adige, commemorazione di Sant’Albuino, Vescovo, che trasferì la cattedra episcopale da Sabiona a questa sede.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant' Albuino di Bressanone, pregate per noi.


*Sant'Alice (Adelaide) di Vilich - Badessa (5 febbraio)

Geldern (Germania) 960 ca. – Colonia, 5 febbraio 1015
Nata verso il 960, Adelaide fu mandata dai genitori a studiare presso le canonichesse di San Gerolamo del monastero di Sant'Orsola a Colonia.
La morte in battaglia di un fratello, caduto nel 977 contro i Boemi, fece sì che i genitori usassero la parte di eredità che a lui spettava per costruire un monastero a Vilich, presso Bonn, designando proprio Adelaide come prima Badessa.  
Nonostante la giovane età governò con saggezza. Dopo la morte della madre (994),   adottò la Regola di san Benedetto, aiutata dalle monache di Santa Maria in Capitolio a Colonia, di cui era badessa la sorella Bertrada.
Quando anche questa morì, il vescovo di Colonia sant'Eriberto volle Adelaide alla guida di entrambi i monasteri. Dotata di doni mistici, alla sua intercessione sono attribuiti molti miracoli. Morì a Colonia nel 1015 ed è sepolta a Vilich. Il culto è diffuso anche in Francia, dove è nota con il nome di Alice. (Avvenire)
Etimologia: Adelaide = dal nobile aspetto, dall'antico tedesco
Martirologio Romano: A Colonia in Lotaringia, oggi in Germania, Sant’Adelaide, prima badessa del monastero di Vilich, in cui introdusse la regola di San Benedetto, e poi del monastero di Santa Maria di Colonia, dove morì.
Nacque verso il 960, probabilmente nel castello di Geldern in Germania; fanciulla fu affidata per l’educazione alle canonichesse di San Gerolamo del monastero di S. Orsola in Colonia, dove si distinse per il profitto nello studio e per la pietà innata.
Il fratello Goffredo morì durante la guerra contro i Boemi nel 977 ed i genitori destinarono la quota ereditaria che gli spettava, alla costruzione di un monastero di canonichesse a Vilich, presso Bonn, designando Adelaide come prima badessa; nonostante la giovane età, ella si dimostrò all’altezza del compito, promuovendo nel convento lo studio e le opere di pietà.
Dopo la morte della madre (994) Adelaide decise di introdurre nella Comunità la Regola di San Benedetto e dopo averla sperimentata personalmente per un intero anno, si pose sotto la direzione delle benedettine del monastero di S. Maria in Capitolio di Colonia, di cui era badessa la sorella Bertrada.
Verso il 1000 la sorella morì e Adelaide fu posta dal vescovo di Colonia Sant'Eriberto, con il consenso dell’imperatore Ottone III, alla direzione anche del monastero di Colonia.
La guida dei due monasteri, la vide impegnata con grande prudenza ed energia decisionale e nella carità verso i poveri a cui destinò stabilmente certe rendite del monastero di Vilich.
Ebbe doni mistici e grazie alla sua intercessione, avvennero anche dei miracoli.
Morì a Colonia il 5 febbraio del 1015 e il corpo, per suo desiderio, venne tumulato nel chiostro del monastero di Vilich, in seguito fu trasferito nella chiesa, visto il gran numero di pellegrini che si recavano a pregare sulla sua tomba, disturbando però la quiete del chiostro.
Il culto per Sant' Adelaide (Alice) di Vilich, iniziò subito dopo la morte ed ebbe grande diffusione, arrivando così anche in Francia, dove fu conosciuta appunto con il nome di Alice.
La sua festa si celebra il 5 febbraio.
Il nome Alice curiosamente deriva dalla stessa lontana base che ha dato origine al nome Adelaide.
Athalaid è germanico, divenne però Alis in francese antico, latinizzato poi in Alicia, nome che fu ripreso poi dagli inglesi e trasformato in Alice, quindi ‘riesportato’ in Francia ed Italia.
Il nome lo si fa risalire anche dal greco ‘alyké’ che significa “marina”.
Ebbe grande diffusione in seguito al successo letterario del romanzo fantastico “Alice nel paese delle meraviglie” di Lewis Carroll, pseudonimo dello scrittore inglese Charles Lutwidge Dodgson (1832-1898).  In campo cristiano è ricordata al 5 febbraio Sant’ Alice (Adelaide) badessa di Vilich, mentre una piccola citazione si trova al 13 giugno in ricordo di Sant' Alice di La Chambre morta nel 1250, di cui purtroppo non si riesce a reperire notizie, deve trattarsi di una devozione verso una figura locale, che non è nemmeno citata nel “Martirologio Romano”, testo ufficiale dei Santi e Beati della Chiesa Cattolica.
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Alice di Vilich, pregate per noi.

   

*Sant'Avito - Vescovo di Vienne (5 febbraio)

Vienne, Francia, 450 – 5 febbraio 523
Avito fu arcivescovo di Vienne dal 494 circa al 5 febbraio 523. Apparteneva a un'importante famiglia gallo-romana imparentata con l'imperatore romano Avito e altri illustri personaggi e che si tramandava gli onori ecclesiastici (il padre Isichio era stato prima di lui vescovo di Vienne). In un periodo difficile per la Chiesa nella Gallia meridionale, Avito si impegnò alacremente e con successo nello sradicamento dell'arianesimo tra i burgundi. Riuscì a vincere le resistenze di re Gundobado e a convertire il figlio, re Sigismondo (516-523). Avito presiedette il Concilio di Epaon nel 517.
Martirologio Romano: A Vienne Nella Gallia lugdunense, ora in Francia, Sant’Avito, vescovo, per la cui fede e operosità, al tempo del re Gundobaldo, le Gallie furono difese dalla diffusione dell’eresia ariana. Figura tra le più notevoli della Chiesa delle Gallie alla fine del sec. V e nei primi decenni del VI, Alcimo Ecdicio Avito nacque a Vienne verso il 450 da famiglia senatoria originaria dell'Alvernia alla quale apparteneva anche Sidonio Apollinare e probabilmente l'imperatore Avito (m. 456). Suoi genitori furono il senatore Esichio e la nobile Audenzia, che alla nascita di Fuscina, quarta figlia, fecero voto di continenza.
Fuscina poi, a dodici anni, si consacrò a Dio nella vita monastica; un fratello, Apollinare, fu vescovo di Valenza ed è venerato come santo il 5 ottobre. Avito fu battezzato dal vescovo san Mamerto che Avito chiama «praedecessorem suum et spiritalem sibi a baptismo patrem ». Cresciuto in un clima familiare dove virtù e cultura avevano trovato una felice alleanza, Avito si sentì ben presto più
attratto dallo studio e dalla vita ritirata che dagli onori del mondo. Si sposò ed ebbe figli. Ma verso l'età di quarant'anni, rimasto forse vedovo, distribuì il suo patrimonio ai poveri e si ritirò in un monastero alle porte di Vienne. Intanto alla morte di Mamerto, verso il 475, il padre di Avito era stato eletto vescovo di Vienne.
Quando, verso il 490, Esichio morì, Avito fu chiamato a succedergli. La vita di Avito nell'episcopato ci è nota dai suoi scritti e da numerose testimonianze di scrittori contemporanei o non troppo posteriori quali Ennodio di Pavia (In vita beati Epiphanii episcopi), Gregorio di Tours (Historia Francorum, lI, 34), Venanzio Fortunato (In Vita S. Martini), Isidoro di Siviglia (De illustribus Ecclesiae scriptori bus, 23), Agobardo di Lione (Adversus le gem Gundobaldi), Adone di Vienne (Chronicon, aet. sexta). Esiste anche una breve Vita (BHL, I, p. 137, n. 885) compilata nel sec. XI, che nelle grandi linee è attendibile, tratta com'è, in parte, dalla Vita di Apollinare, fratello di Avito, del sec. VI.
A queste testimonianze si può aggiungere l'epitaffio di Avito: venticinque versi che incisivamente fissano i tratti salienti della sua personalità. Vito si rivelò zelantissimo pastore, pieno di carità verso i poveri, umile, dotato di squisita umanità nell'avvicinare gente di ogni condizione sociale, vigorosamente impegnato alla diffusione della fede, all'estirpazione dell'eresia, alla difesa dell'unità della Chiesa. Nel 494 contribuì al riscatto dei prigionieri liguri catturati dai Burgundi nelle loro scorrerie durante le lotte tra Odoacre e Teodorico.
La sua generosa offerta consentì al vescovo Epifanio di Pavia mandato da Teodorico alla corte burgunda di liberare molte migliaia di prigionieri. Ennodio che accompagnava Epifanio così scrisse: «Dedit etiam praestantissimus inter Gallos Avitus, Viennensis episcopus... et actum est, ne Gallis diutius servitum pubes Ligurum duceretur» (Vita Epiphanii). Lavorò senza soste alla conversione dei Burgundi ariani allora padroni di Vienne. Ebbe a tal fine frequenti colloqui col re Gundobaldo, gli scrisse molte lettere per illustrargli la fede cattolica, per confutare l'arianesimo, e pur non essendo riuscito a convertirlo, ne guadagnò però la stima, la simpatia, la tolleranza verso il cattolicesimo.
Le sue fatiche furono premiate dalla conversione del figlio di Gundobaldo, Sigismondo, che nel 493 divenne cattolico con la sua famiglia e più tardi, succeduto al padre nel 516, diede ad Avito tutto il suo appoggio per la liquidazione dell'arianesimo nello stato burgundo. In questa lotta contro la eresia si inquadra la lettera vibrante di entusiasmo che Avito indirizzò a Clodoveo all'indomani del suo battesimo, nel 496. La conversione di Clodoveo e dei Franchi al cattolicesimo apparve ad Avito come il colpo di grazia per l'arianesimo in Gallia e fu per questo che scrisse al re: «Invenit quippe tempori nostro arbitrum quemdam Divina provisio: dum vobis eligitis, omnibus iudicatis: vestra fides nostra victoria est» (Epist. XLI). Lottò, inoltre, contro le eresie di Nestorio, di Eutiche, di Fotino (Epist. II, III), e contro il semipelagianesimo di Fausto di Riez (Epist. IV).
Si preoccupò dell'unità della Chiesa, minacciata dallo scisma dell'antipapa Lorenzo a Roma e dal perdurare dello scisma acaciano a Costantinopoli. In difesa di papa Simmaco scrisse una importantissima lettera ai senatori romani Fausto e Simmaco. Parlando a nome di tutto l'episcopato delle Gallie, Avito riaffermò con energia il principio che il papa non può essere giudicato da alcuno, e riferendosi alle conclusioni del sinodo romano del 501 prosegue: «Quibus cognitis, quasi Senator ipse Romanus, quasi Christianus episcopus obtestor... ut in conspectu vestro non sit Ecclesiae minor, quam Reipublicae status... nec minus diligatis in Ecclesia vestra Sedem Petri, quam in civitate apicern mundi. In sacerdotibus ceteris potest, si quid nutaverit, reformari: at si Papa Urbis vocatur in dubium, Episcopatus iam videbitur, non Episcopus, vacillare» (Epist. XXI). Una viva amicizia legò Avito al successore di Simmaco, Ormisda, del quale seguì gli sforzi per la composizione dello scisma acaciano (Epist. LXXX VII). L'autorità di Avito era tanto sentita in tutta la Gallia che da ogni parte si guardava a lui quasi ad una guida, come prova il suo epistolario.
Avito restaurò templi e monasteri, in special modo quello di Agaune; promosse il culto dei martiri; convocò e partecipò a sinodi provinciali. Celebre tra tutti quello di Epaone (Saint Romain d'Albon) del 517 che radunò sotto la presidenza di Avito tutto l'episcopato della regione e diede alla Chiesa burgunda la sua organizzazione.
L'anno della morte di Avito è incerto. L'anonimo autore della Vita la pone «Anastasio adhuc principe». L'imperatore Anastasio morì il 1° luglio 518, quindi Avito sarebbe morto prima di tale data. Secondo Adone, invece, Avito sopravvisse al re Sigismondo, sconfitto e ucciso dai Franchi nel 523, della cui morte fu profondamente addolorato. Il bollandista G. Heschen basandosi su questo passo di Adone e sull'Epist. VII di Avito indirizzata a un patriarca di Costantinopoli, in cui sembra felicitarsi per la conclusione dello scisma acaciano, colloca la morte del santo dopo il 523 come fanno alcuni dei più recenti studiosi. A. Gallandi (PL, LIX, coli. 191-96) è, invece, per il principio del 518: Adone avrebbe confuso l'Avito di Vienne con I'Avito abate di Perche o di Micy che era ancora in vita alla morte di Sigismondo.
Il Duchesne (Fastes, I, p. 147) è di questo stesso parere. Per lui l'«Anastasio adhuc principe» proviene dalle indicazioni cronologiche della tomba di Avito copiate dall'autore della Vita. D'altra parte, egli osserva, nessuna lettera di Avito è posteriore al 517. L'Epistola VII non si riferisce alla conclusione dello scisma acaciano del 519, ma solo a voci d'una riconciliazione, in verità premature. Potrebbe quindi essere stata diretta al patriarca Timoteo, anziché a Giovanni il Cappadoce, in occasione delle sue velleità pacifiste del 515.
Le ragioni del Gallandi e del Duchesne sembrano valide. A. Ferrua (Enc. Catt., IT, col. 552) è di questa opinione. J. R. Palanque, invece (DHGE, V, col. 1205) è per il 525.
Il giorno della morte di Avito è noto con certezza. Il Martirologio Geronimiano e la tradizione liturgica viennense la fissano al 5 febbraio. A questa stessa data è ricordato nel Martirologio Romano. Avito fu sepolto fuori delle mura di Vienne nella chiesa del monastero dei SS. Pietro e Paolo. L'epitaffio si è conservato ed è pubblicato dai Bollandisti e in testa all'edizione delle opere di Avito (in PL LIX, col. 198).
Grande vescovo e grande santo, Avito fu anche scrittore elegante e fecondo. Della sua produzione letteraria, ci son pervenute molte lettere, alcune omelie e due poemetti, opere di cui Avito stesso curò l'edizione nel 507. Gli epigrammi andarono perduti nel sacco di Vienne del 500, compiuto dai Franchi.
Si escludono venti lettere la cui paternità è incerta, a noi ne sono giunte settantotto delle molte che Avito scrisse e che al tempo di Gregorio di Tours erano divise in nove libri (Hist. Franc., II, 34): ottantotto lettere pubblica Sirmond, novantotto il Peiper. Due di esse, la II e la III, sono dei piccoli trattati contro l'eresia di Eutiche, e così la IV contro il semipelagianesimo. Tutti i problemi religiosi del suo tempo si riflettono in queste lettere di cui abbiamo già rilevato l'importanza storica e il valore dottrinale, nonostante qualche confusione e qualche inesatta valutazione.
Abbiamo poi qualche omelia intera e molte frammentarie, di speciale interesse quella sulle rogazioni di cui Avito ricorda l'istituzione ad opera di Mamerto.
I due poemetti hanno più di ogni altro scritto contribuito alla fama di Avito. Il primo in cinque libri, dal titolo De mosaicae historiae gestis o De spiritualis historiae gestis, riprende con originalità poetica i racconti del Genesi dalla creazione al passaggio del Mar Rosso. Gli storici della letteratura merovingica hanno giudicato i primi tre libri, De initio mundi, De originali peccato, De sententia Dei, come un'anticipazione del Paradiso Perduto di Milton, che forse ne trasse ispirazione. L'altro poemetto De laude castitatis è un inno alla verginità, indirizzato alla sorella Fuscina, ricco di spunti autobiografici. Queste opere resero famoso il nome di Avito. Vivissima ammirazione spirano gli elogi di Ennodio, di Gregorio di Tours, di Venanzio Fortunato, di Isidoro di Siviglia e di Adone. Nel giudizio positivo su Avito poeta concordano, sostanzialmente, gli studiosi moderni.
(Autore: Benedetto Cignitti – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Avito, pregate per noi.


*San Domiziano - Duca di Carinzia (5 febbraio)

Secondo una leggenda del sec. XII o XIII, sarebbe vissuto in Carinzia verso la fine del paganesimo e avrebbe dedicato al culto dei santi un tempio pagano a Millstadt in Austria.
La leggenda, che è senza fondamento, nacque per una serie di interpretazioni false di Beda e di altre fonti locali.
Il suo culto toccò l’apice dal sec. XIII al XVIII.
É ricordato il 5 febbraio.
(Autore: Ludwig Falkenstein – Fonte: Eciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Domiziano, pregate per noi.

 

*Beata Elisabetta Canori Mora - Sposa (5 febbraio)
Roma, 21 novembre 1774 - Roma, 5 febbraio 1825
Sposa e madre dell'ordine secolare della SS.ma Trinità.
Martirologio Romano: A Roma, Beata Elisabetta Canori Mora, madre di famiglia, che, dopo avere a lungo sofferto a causa dell’infedeltà del marito, per le ristrettezze economiche e le crudeli molestie da parte dei parenti, tutto sopportò con insuperabile carità e pazienza e offrì la vita al Signore per la conversione, la salvezza, la pace e la santificazione dei peccatori aggregandosi al Terz’Ordine della Santissima Trinità.
Elisabetta Canori Mora nasce a Roma il 21 novembre 1774 da Tommaso e Teresa Primoli.
La sua è una famiglia benestante, profondamente cristiana e attenta all'educazione dei figli.
Il padre era importante proprietario terriero e gestiva molte tenute agricole, un gentiluomo vecchio stampo, amministrava senza avidità disdegnando il sopruso e la sopraffazione.
I coniugi Canori hanno dodici figli, sei dei quali muoiono nei primi anni di vita.
Quando nasce Elisabetta trova cinque fratelli maschi ed una sorella, Maria; dopo due anni arriva un'altra sorella, Benedetta.  
Nel giro di pochi anni, i cattivi raccolti, la moria di bestiame e l'insolvenza dei creditori, cambia la situazione economica e Tommaso Canori si trova costretto a ricorrere all'aiuto di un fratello che abita a Spoleto che si fa carico delle nipoti Elisabetta e Benedetta. Lo zio decide di affidare le nipoti alle Suore Agostiniane del monastero di Santa Rita da Cascia, qui Elisabetta si distingue per intelligenza, profonda vita interiore e spirito di penitenza.
Rientrata a Roma, conduce per alcuni anni vita brillante e mondana, facendosi notare per raffinatezza di tratto e bellezza.
Elisabetta giudicherà questo periodo della sua vita un "tradimento", anche se la sua coerenza morale non viene meno e la sua sensibilità religiosa è in qualche modo salvaguardata.
Un alto prelato che conosce bene i problemi economici e le qualità spirituali della famiglia Canori, propone di far entrare Elisabetta e Benedetta nel monastero delle Oblate di San Filippo, facendosi carico di tutte le spese.
Benedetta accetta e si fa suora nel 1795, Elisabetta no, non se la sente di lasciare la famiglia in difficoltà.
Il 10 gennaio 1796 nella chiesa di Santa Maria in Campo Corleo, si celebra il matrimonio con Cristoforo Mora, ottimo giovane, colto, educato, religioso, ben avviato nella carriera di avvocato.
Il matrimonio è una scelta maturata attentamente ma, dopo alcuni mesi, la fragilità psicologica di Cristoforo Mora compromette tutto. Allettato da una donna di modeste condizioni, tradisce la moglie e si estranea dalla famiglia, riducendola sul lastrico.
Elisabetta alle violenze fisiche e psicologiche del marito risponde con una totale fedeltà. La nascita delle figlie Marianna nel 1799 e Maria Lucina nel 1801 non migliora le cose.
Costretta a guadagnarsi da vivere col lavoro delle proprie mani, segue con la massima attenzione le figlie e la cura quotidiana della casa, dedicando nello stesso tempo molto spazio alla preghiera, al servizio dei poveri e all'assistenza degli ammalati.
La sua casa diventa punto di riferimento per molte persone che a lei si rivolgono per necessità materiali e spirituali. Svolge un'azione particolarmente attenta alle famiglie in difficoltà.
Conosce ed approfondisce la spiritualità dei Trinitari e ne abbraccia l'ordine secolare, rispondendo con dedizione alla vocazione familiare e di consacrazione secolare.
La fama della sua "santità", l'eco delle sue esperienze mistiche e dei suoi "poteri taumaturgici" hanno grande risonanza particolarmente a Roma e nelle sue vicinanze.
Niente, però, incide sul suo stile di vita povero, improntato ad una grande umiltà e ad un generoso spirito di servizio ai poveri e ai lontani da Dio.
Dona se stessa per la conversione del marito, per il Papa, la Chiesa e la sua città di Roma, dove muore il 5 febbraio 1825. È sepolta nella Chiesa di San Carlino.
Subito dopo la sua morte, il marito si converte, entra nell'Ordine secolare dei Trinitari e diviene, poi, frate  Minore Conventuale e sacerdote, come gli aveva predetto la consorte.
Elisabetta Canori Mora viene beatificata il 24 aprile 1994 -Anno Internazionale della Famiglia.
"Mi distaccai dalle vanità, vinsi molti ostacoli che m 'impedivano d'andare a Dio…". "Propongo di non desiderare niente che sia di mio profitto, ma di compiere in ogni istante della mia vita la santa volontà di Dio".  
"Figlia mia diletta, offriti  al mio celeste Padre a pro della Chiesa: ti prometto il mio aiuto …".
(dall'autobiografia)
"Una simile madre non si trova al mondo, e io sono indegno di esserle consorte".
(il marito Cristoforo alle figlie) .
(Autore: Carmelo Randello - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Elisabetta Canori Mora, pregate per noi.

   

*Beata Eulalia Pinos - Vedova (5 febbraio)

Nata da nobile famiglia, la Beata Eulalia Pinos, rinunciò alla vita secolare e ricchezze entrando fra le mercedarie di Barcellona e fu anch’essa una delle prime a seguire Santa Maria di Cervellon, ricevendo l’abito dal Beato Bernardo da Corbara.
Insigne per molte virtù aprì le sue mani ai poveri e abbracciando la Santa croce con una morte preziosa volò al regno celeste.
L’Ordine la festeggia il 5 febbraio.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Eulalia Pinos, pregate per noi.


*Beata Francesca Meziere - Vergine e Martire (5 febbraio)

Scheda del gruppo a cui appartiene:“Beati Martiri di Laval” Vittime della Rivoluzione Francese
Mézangers, Francia, 1745 - Laval, Francia, 5 febbraio 1794
Francoise Méziére, laica della diocesi di Laval e martire della Rivoluzione Francese, fu beatificata il 19 giugno 1955. Educata dalle Suore di Nostra Signora della Carità di Evron, nel 1768 si consacrò all’opera delle scuole parrocchiali a St-Léger, nel distretto di Laval.
Quando le fu richiesto di giurare la costituzione repubblicana come maestra, preferì smettere la sua attività e vivere dei piccoli proventi che ricavava dall’assistenza ai malati.
Fu infine ghigliottinata per avere ospitato e curato due soldati vandeani, per non avere voluto rivelare il nascondiglio di altri sette ed aver rifiutato il giuramento di “libertà e uguaglianza” nuovamente impostole.
Prima di salire sul patibolo ringraziò i giudici per il beneficio che le recavano di potersi unire subito a Dio.
Martirologio Romano: A Laval in Francia, Beata Francesca Mézière, vergine e martire, che si dedicò all’educazione dei fanciulli e alla cura dei malati e durante la rivoluzione francese fu uccisa in odio alla fede.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Francesca Meziere, pregate per noi.


*San Geniale - Martire (5 febbraio)

sec. III
San Geniale, sebbene non incluso nel martirologio cristiano, è un martire del terzo secolo, che sotto Diocleziano diede la vita per affermare i valori della sua giovane fede.
Le sue reliquie, conservate nella catacombe di San Lorenzo in Roma, vennero donate per intercessione del cardinale Cybo alla universitas aiellese di cui la sua famiglia era feudataria.
La cassetta con le ossa, ed un’ampolla di sangue, giunsero ad Aiello nel 1667, il 26 di luglio, e furono custodite nel monastero degli Osservanti.
Dal 6 maggio 1668, domenica, con la verifica dei sigilli della cassetta, alla presenza dell’inviato del vescovo di Tropea, venne acclamato dal popolo aiellese come patrono della città.
Da allora, la tradizione del culto si perpetua ogni anno nella prima domenica di maggio.
E dal 1783, anno del terremoto, per lo scampato pericolo, in segno di ringraziamento, di penitenza e di devozione, anche come ex voto, il 5 di febbraio.
Patronato: Aiello Calabro (CS)
Storia del Culto
Quella successiva alla Riforma protestante fu una fase storica, in cui studiosi e dottori della Chiesa, come Cesare Baronio (Sora 1538 - Roma 1607), cardinale e storico che scrisse una monumentale storia della Chiesa per confutare i contenuti delle “Centurie di Magdeburgo” ed Antonio Bosio (1629-1652), il “Colombo della Catacombe” a cui è dovuta la mappatura dei cimiteri romani, riaffermano e rinsaldano la fede, la centralità vaticana e le proprie radici storiche, riscoprendo il Paleocristianesimo.
Dalle fondamenta della Città Eterna, da quelle Catacombe in cui “di notte, mentre il sonno assopiva i rimorsi degl’imperatori e del popolo di Roma, i generosi fedeli raccoglievano il Sangue e i Corpi dei Martiri, rimasti esposti nel giorno al pubblico ludibrio, e con gelosa cura li depositavano.... (Solimena)”, parte l’operazione di rinsaldare la fede, minacciata dalla Riforma, irradiando in tutto il mondo cattolico le ossa e il sangue di questi primi eroi del Cristianesimo.
In questo periodo, gli Aiellesi, dopo le sciagure provocate dal terremoto del 1638, cantate in una poesia di Giuseppe Di Valle, si sentono indifesi contro la forza devastante della natura. Sentono il bisogno di farsi proteggere.
L’occasione si offre con Alderano Cybo, cardinale molto influente della famiglia allora feudataria di Aiello. A lui chiedono di intercedere per ottenere qualche reliquia di santo martire. E le ottengono nel 1667 quando arrivano ad Aiello quelle di Geniale, un giovane che muore tra il I e III secolo d.C. da martire “a testimonianza dell’Evangelo, di quell’Evangelo – scrive il Solimena nel libro sul patrono aiellese, ripubblicato nel 1992 dall’editore Brenner – ch’è il più santo ed il più giusto di tutti i codici dell’umanità”.
Purtroppo però, come ebbe ad evidenziare lo stesso Solimena, e come risulta dagli studi dei Bollantisti, “nel Martirologio non si parla del Martire nostro. L’omissione – spiega – potrebbe attribuirsi al fatto che in certi giorni era così grande il numero dei Martiri, da riuscire difficile e qualche volta impossibile il prenderne nota”.
Tuttavia, questa circostanza nulla toglie alla venerazione delle spoglie del santo, sostenuta negli anni cinquanta, in occasione di una visita pastorale, anche dal vescovo di Tropea, Monsignor Agostino Saba (Aiello faceva parte sino a quegli anni di quella Curia vescovile, mentre ora fa parte della Diocesi Cosenza-Bisignano).
I resti mortali del martire cristiano erano state estratte dalle Catacombe di S. Lorenzo, per ordine di Papa Alessandro VII, il 4 di maggio del 1656 e consegnati in custodia al cardinale Alderano Cybo, sino a quando non vennero concesse (atto notarile del 10 giugno 1656) alla “terra di Aiello”, dove giunsero il 26 luglio del 1667. La “capsula quadrata”, contenente le reliquie e la boccia con il sangue del martire, era partita da Roma per Napoli e consegnate a Padre Francesco da Pietramala del Monastero dei Padri Zoccolanti di Santa Maria delle Grazie a cui era destinata. Da Napoli, via mare, arrivarono ad Amantea.
Depositata sulla spiaggia, fu oggetto di contesa tra alcuni amanteani che volevano appropriarsene, ed
una eroica donna aiellese a nome Tarquinia Ferrise. Lì avvennero i primi miracoli: la cassa, durante il tentativo degli amanteani di sollevarla, divenne tanto pesante che solo Tarquinia riuscì a sollevare e portare ad Aiello, liberandosi, nel medesimo tempo, anche dal demonio da cui era posseduta.
Qui giunta, la cassa viene portata nella Chiesa del Monastero di Santa Chiara, ma ci volle il 6 maggio del 1668, con l’arrivo del Vicario generale di Tropea, Don Orazio D’Amato, inviato dall’allora vescovo titolare, monsignor Luigi De Morales Agostiniano Spagnolo, per constatare che i sigilli erano intatti e nominare Geniale patrono di Aiello Calabro. Le reliquie furono così portate fuori le mura della città, nel Convento dei Zoccolanti e depositate nella Cappella gentilizia Cybo, dove rimasero sino al 1808.
Il simulacro fu costruito con tre serrature, le chiavi furono consegnate rispettivamente al Guardiano del Convento, al Vicario Foraneo e al Sindaco di Aiello.
Da allora ogni prima domenica di maggio si celebra la festa di S. Geniale, Patrono di Aiello. E dalla quella data inizia la lunga serie di “miracoli” del Santo Patrono, non solo a favore degli Aiellesi, ma di tutti i paesi del Circondario che ne divennero così molto devoti. A partire dal 1783, anno del sisma disastroso, si comincia a festeggiare anche come ex voto il 5 di febbraio, per avere, il patrono, preservato la città e limitato i danni del terribile "tremuoto".
A partire dal 1808, e per volere dei fedeli, la Statua del Patrono fu custodita nella chiesa Matrice dove attualmente si trova.
La Ricognizione delle Reliquie
Nel mese di novembre del 2003, si è conclusa – con il patrocinio ed il contributo dell’Amministrazione Comunale - la Ricognizione Canonica sul 'corpo santo' di Geniale martire, voluta da monsignor Giuseppe Agostino, Metropolita di Cosenza-Bisignano. Un atto questo che si colloca, come è scritto nella relazione di don Enzo Gabrieli, presidente della Commissione diocesana di Ricognizione, "nel cammino che la nostra Chiesa locale sta facendo, per la riscoperta e la valorizzazione della memoria dei Santi e dei Martiri".
La Commissione, di cui ha fatto parte, tra gli altri, anche il Rev. Don Ortensio Amendola, parroco di Santa Maria Maggiore (dove sono custodite le Reliquie), ha provveduto in 6 sessioni a catalogare ed esaminare i resti di Geniale. Dall’analisi medica è risultato che le ossa appartenenti ad un giovinetto (14/16 anni) di 160/170 cm, rinvenute nel simulacro, erano dignitosamente conservate e munite di autentica.
Oltre alle ossa sono stati rinvenuti altri reperti (tra questi il frammento di muro in malta e resti dell’ampolla in vetro contenente il sangue del martire, provenienti dalla catacomba di S. Lorenzo in Roma). Le ossa repertate sono state poste in un’urna sigillata. Così gli altri reperti, messi in una urna, esterna al simulacro, anch’essa munita di sigillo arcivescovile.
Il Restauro
Con il finanziamento della famiglia Solferino, da sempre devota al patrono, nel 2004 è stato effettuato il restauro (descialbatura e disinfestazione) del busto reliquiario del Martire.
Il busto consiste in un pregevole opera di bottega partenopea della prima metà del 1700, nella cui predella sono ospitate le reliquie del Santo Martire. Raffigura un giovinetto dalle armoniose ed aggraziate fattezze, in abiti romani in atteggiamento orante e incoronato da un angelo.
Le operazioni di restauro – affidate alla ditta “Daniela del Francia” di Roma – si sono rese possibili grazie ai nulla osta della Curia e della Soprintendenza ai beni artistici di Cosenza ed al supporto dell’Assessorato alla Cultura del Comune.
Bibliografia
Per la storia del culto:
“San Geniale Martire” di Scipione Solimena, Palmi 1902;
Atti Conferenza sul Culto di San Geniale – Aiello maggio 2003 (Relazione di Fausto Cozzetto, docente di Storia Moderna dell’Università della Calabria);
Mostra documentale Archivio di Stato di Cosenza, Aiello aprile 2003 (Documentazione notarile dell’epoca, conservata presso l’Archivio, diretto dalla dott.ssa Anna Maria Fazio);
Per la Ricognizione:
Relatio Recognitionis Reliquiarium Geniali Martyris – a cura della Arcidiocesi di Cosenza-Bisignano – Commissione per la Ricognizione sulle Reliquie;
Conferenza sulla Ricognizione – dicembre 2003 (relatori: Don Enzo Gabrieli, presidente Commissione e vicepostulatore causa dei Santi; Don Ortensio Amendola, parroco di Santa Maria Maggiore; Elisabetta Mazzei, storico delle Religioni; sindaco di Aiello Calabro, Francesco Iacucci; assessore cultura comune, Bruno Pino).  
(Autore: Bruno Pino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Geniale, pregate per noi.

     

*San Gesù Mendez Montoya - Sacerdote e Martire (5 febbraio)

Schede dei gruppi a cui appartiene:
“Santi Martiri Messicani” (Cristoforo Magallanes Jara e 24 compagni)

“Martiri Messicani”
Tarimbaro, Messico, 10 giugno 1880 - Valtiervílla, Messico, 5 febbraio 1928
Nacque a Tarimbaro, Michoacán (Arcidiocesi di Morelia) il 10 giugno 1880. Vicario di Valtierrilla, Guanajuato (Arcidiocesi di Morelia). Fu un sacerdote completo che dedicò completamente se stesso agli altri, e non lesinò mezzi per intensificare la vita cristiana tra i suoi fedeli.
Si sottopose a confessare per lunghe ore e da queste confessioni uscivano cristiani convertiti o anuati a maggiore perfezione grazie ai suoi giusti consigli. Conviveva con le famiglie povere, era un'catechista ed una guida per gli operai e per i contadini; un solerte maestro di musica che riuscì ad organizzare un nutrito coro per le celebrazioni.
Il 5 febbraio 1928 le forze federali cercarono di reprimere un gruppetto di praticanti e si diressero verso l'abitazione in cui si nascondeva il Padre Jesús, che cercò di salvare un calice contenente ostie consacrate. Notato dai soldati chiese loro che gli venisse concesso un attimo per poter consumare il Santissimo Sacramento; gli venne concesso. Successivamente con dolcezza si avvicinò ad una sorella e le disse: "E la volontà di Dio.
Che si compia la sua volontà". I soldati lo condussero a pochi metri dal tempio, fuori dell'atrio, e lo sacrificarono con tre colpi d'arma da fuoco.
Il sacerdote che seppe cogliere le sue doti umane e la sua conoscenza di Dio per far amare Gesù Cristo, con il suo sangue proclamò il suo gran amore a Cristo Re.  
Emblema: Palma
Martirologio Romano: In località Valtiervílla in Messico, San Gesù Méndez, sacerdote e martire, che morì per il regno di Cristo durante la persecuzione messicana.
Potrebbe essere, a ragione, invocato come patrono da chi vive il dramma, spesso sottovalutato, dell’esaurimento e  della depressione. Perché lui, San Jesus Mendez Montoya, sperimenta due volte il “male oscuro” e ne viene fuori, certamente grazie alle terapie di 100 anni fa, ma soprattutto con una fede salda e con tanto coraggio.
Nasce in Messico nel 1880 e al battesimo gli danno un nome molto impegnativo, cui è difficile fare
onore. Figlio di gente povera, che non potrebbe permettersi il lusso di farlo studiare, entra in seminario a 14 anni grazie ad alcuni benefattori.
Diacono il 23 luglio 1905 e sacerdote il 3 giugno dell’anno successivo, subito dopo l’ordinazione entra nel tunnel dell’esaurimento nervoso, che dev’essere particolarmente grave, almeno a giudicare dalla preoccupazione dei familiari. Ne esce dopo un anno e il vescovo lo manda in un’altra parrocchia, dove, nel 1913, i suoi nervi hanno un altro cedimento. Viene allora trasferito a Valtierilla, dove pian piano si rimette in sesto.
Nei ricordi dei testimoni è rimasta soprattutto impressa la sua profonda devozione alla Madonna, che cerca di trasmettere ai suoi parrocchiani; la solennità con cui celebra le feste mariane; la sua continua preghiera, che riesce a fare più e meglio di tante prediche.
E poi c’è il catechismo, che padre Mendez mette al primo posto nei suoi impegni pastorali; ma anche l’apostolato della preghiera, l’adorazione perpetua, le Figlie di Maria, l’associazione degli Operai Guadalupani, la scuola parrocchiale cui si dedica anima e corpo, la cooperativa di consumo che ha fondato e le opere sociali che è riuscito a promuovere. Un prete così, quando nel 1926 scoppia la persecuzione del generale Calles contro la Chiesa, non può fare come i tanti altri che si nascondono o fuggono; difatti lui resta, per continuare a svolgere il suo ministero, pur con tutte le precauzioni del caso. Celebra messa alle prime luci dell’alba; di giorno gira in incognito di casa in casa per amministrare i sacramenti ai malati; di notte va nelle case a battezzare i neonati; in qualsiasi ora è disponibile per le confessioni.
Anzi, proprio in questo ministero si rivela eccellente direttore di coscienze, quale solo può essere un prete che ha raggiunto una solida familiarità con Dio, anche attraverso il crogiolo della sofferenza. Sa di rischiare grosso e lo dice anche ai suoi collaboratori, con tanta serenità, commentando i fatti di sangue di quel periodo.
La guerra “cristera”, infatti, si sta estendendo a macchia d’olio e anche a Valtierilla la situazione precipita: il 5 febbraio 1928 è il giorno scelto da un gruppo di cittadini per passare nelle file dei “cristeros” per contrastare la persecuzione religiosa, diventata ormai intollerabile. All’alba di quel giorno, mentre si stanno facendo i preparativi, in paese arrivano i soldati, probabilmente grazie ad una “soffiata”: si perquisiscono le case, vengono istituti posti di blocco e postazioni di avvistamento anche sul campanile, per stroncare sul nascere ogni sommossa.
I primi spari nelle strade vengono avvertiti proprio mentre padre Mendez sta terminando la celebrazione della messa. La sua prima preoccupazione è nascondere la pisside con le ostie consacrate per evitare ogni profanazione, ma poi, pensando che in caso di irruzione nella stanza queste sarebbero state comunque a rischio, scavalca la finestra e scende in strada, sperando di raggiungere un posto più sicuro in cui nasconderle.  
I suoi movimenti vengono intercettati dal soldato posto di sentinella sul campanile che dà l’allarme e, in pochi istanti, si trova circondato da una decina di soldati. Lo scambiano per un cristiano qualunque che sta cercando riparo, ma alla loro richiesta esplicita risponde con fermezza di essere un sacerdote. Ottiene il permesso di consumare tutte le ostie della pisside, prima di essere trascinato in una strada secondaria, poco lontano dalla chiesa.
Probabilmente pensano per lui ad una esecuzione sommaria, ma la pistola del capitano puntata alla sua tempia si inceppa, come anche per tre volte fanno cilecca le carabine dei soldati, commossi di fronte a tanta  serenità coraggiosa.
Sono scoccate da poco le sette del mattino, quando finalmente il suo corpo cade sotto il piombo dei fucili. Il cadavere viene trasportato sulla ferrovia con lo scopo di farlo travolgere dal primo treno in transito, probabilmente per inscenare una disgrazia o un suicidio, ma sono le mogli degli ufficiali a spostarlo in tempo e a dargli degna sepoltura. Padre Jesus Mendez Montoya viene riconosciuto come autentico martire della fede e come tale è stato beatificato il 22 novembre 1992; Govanni Paolo II° lo ha poi canonizzato il 21 maggio 2000.
(Autore: Gianpiero Pettiti – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Gesù Mendez Montoya, pregate per noi.


*Sant'Ingenuino (Genuino) - Vescovo di Sabiona (5 febbraio)

Martirologio Romano:
A Sabiona nella Rezia, oggi nel Tirolo, Sant’Ingenuino, primo vescovo di questa sede.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria -
Sant'Ingenuino, pregate per noi.


*San Luca di Demenna o d'Armento (5 febbraio)
m. 5 febbraio 995
Martirologio Romano:
In Basilicata, San Luca, abate secondo gli insegnamenti dei Padri orientali, che condusse un’intensa vita monastica dapprima in Sicilia, sua patria, poi in vari luoghi in seguito all’invasione dei Saraceni, per morire infine presso Armento nel monastero dei Santi Elia e Anastasio del Carbone da lui stesso fondato.
E. Santoro lo fece nativo di Tauriana in Calabria, figlio di Giovanni e di Tedibia e fratello di San
Fantino (uno dei maestri di SanNilo al Mercurion), inducendo in errore F. Ferrari, A. Agresta, G. Fiore, D. Martire e altri scrittori.
In realtà San Luca nacque in Sicilia, a Demenna (Castrogiovanni), e fu avviato all'ascesi basiliana nel monastero di San Filippo d'Agira dove si formarono anche altri famosi monaci greci del sec. X.
Per sfuggire alle vessazioni dei Saraceni, che avevano conquistato l'isola attraversò lo stretto e andò a mettersi sotto la disciplina di Sant’ Elia Speleota di Reggio.
Ma ben presto anche la zona dell'Aspromonte divenne meta delle incursioni saracene, per cui egli prese la via del Nord fino a raggiungere la famosa eparchia monastica del Mercurion, ai confini tra Calabria e Lucania, meta di tutti i santi italo-greci del sec. X.
Fondò una laura nel territorio di Noia (Noepoli), dove restaurò la cadente chiesa di San Pietro e dimorò con i suoi discepoli per sette anni, praticando il più rigoroso ascetismo e dandosi ai lavori dei campi, sì da cambiare il deserto in giardino. Desideroso di maggiore solitudine, passò nel territorio di Agromonte, presso il fiume Agri, dove restaurò il monastero di S. Giuliano.
Prestò la sua opera di cristiana carità ai soldati feriti nel conflitto tra i Saraceni e i Tedeschi di Ottone II; fortificò il castello di Armento e la chiesa della Madre di Dio, lasciandone la custodia ai propri discepoli.
Di qui ebbe origine intorno al 971 il celebre monastero dei SS. Elia ed Anastasio del Carbone, che divenne il quartiere generale di San Luca sia come baluardo fortificato contro le incursioni dei Saraceni, sia come palestra dei molti miracoli, che egli vi operò.
Qui Luca morì assistito da San Saba di Collesano il 5 febbraio 995 e fu sepolto nella chiesa del monastero, dove ebbe culto pubblico.
(Autore: Francesco Russo – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Luca di Demenna, pregate per noi.

    

*Santi Martiri del Ponto (5 febbraio)

Martirologio Romano: Nel Ponto, commemorazione di molti Santi martiri nella persecuzione dell’imperatore Massimiano, i quali, alcuni cosparsi di piombo fuso, altri torturati con canne appuntite conficcate nelle unghie e straziati da vari e ripetuti supplizi, con la loro gloriosa passione ottennero dal Signore la palma e la corona.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santi Martiri del Ponto, pregate per noi.


*San Saba il Giovane - Monaco (5 febbraio)

Martirologio Romano: A Roma nel monastero di San Cesario, San Saba, detto il Giovane, monaco, che insieme al fratello San Macario, al tempo delle devastazioni saracene, diffuse instancabilmente per la Calabria e la Lucania la vita cenobitica.  
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Saba il Giovane, pregate per noi.     

*Altri Santi del giorno (5 febbraio)
*San
Giaculatoria - Santi tutti, pregate per noi.


 
Torna ai contenuti | Torna al menu