Santi del 5 Luglio - Istituto Aveta

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Santi del 5 Luglio

Il mio Santo > I Santi di Luglio

*Sant'Agatone - Martire (5 luglio)

Agatone e Trifina, martiri in Sicilia (IV sec.). Nulla di certo si sa di loro. Il primo potrebbe essere Agatone I, vescovo di Lipari.
O addirittura si tratterebbe di un errore di trascrizione del nome di Sant'Agata di Catania.
Emblema: Palma
Il Martirologio geronimiano commemora il 5 luglio i martiri Agatone e Trifina in Sicilia, senza aggiungere altro.
La notizia passò di lì nei martirologi storici, in vari manoscritti siciliani e nel Martirologio romano.
Di questi martiri tutto è ignoto eccetto le scarse notizie forniteci dai martirologi.
Il Lanzoni ha supposto che sotto il nome di Agatone sia da riconoscere "la celebre martire di Catania Agathenis..., trasformata in Agathonis da un imperito copista", ipotesi accolta anche dal Delehaye nel commentario al Martirologio geronimiano.
Si è pure pensato che il martire Agatone potrebbe identificarsi con Agatone I, vescovo di Lipari, di cui si parla negli Atti dei SS. Alfio, Filadelfio e Cirino, il quale, fuggendo per salvarsi dalla persecuzione, si recò a Lentini, dove visse nascosto in una grotta presso la città assieme ad Alessandro, vecchio persecutore convertito; questa supposizione sembra tuttavia improbabile, poiché gli autori dei martirologi non hanno conosciuto gli atti dei tre martiri venuti in Occidente dalla Sicilia, attraverso l'Oriente.
Sicché le conclusioni che oggi si possono presentare alla critica non sono lontane da quanto diceva il Caetani nel Seicento, cioè che, nonostante tutti gli sforzi per identificare questo martire.
(Autore: Giuseppe Morabito – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Agatone, pregate per noi.


*Sant'Antonio Maria Zaccaria - Sacerdote (5 luglio)

Cremona, 1502 - Cremona, 5 luglio 1539
Nasce a Cremona nel 1502. Nel 1524 si laurea in medicina a Padova.
Ma poi, tornato a Cremona, decide di spiegare Vangelo e dottrina a grandi e piccoli. Viene consacrato prete nel 1528.
Cappellano della contessa Ludovica Torelli, la segue a Milano nel 1530.
Qui trova sostegno nello spirito d'iniziativa di questa signora e in due amici milanesi sui trent'anni come lui: Giacomo Morigia e Bartolomeo Ferrari.
Rapidamente nascono a Milano tre novità, tutte intitolate a san Paolo. Già nel 1530 egli fonda una comunità di preti soggetti a una regola comune, i Chierici regolari di San Paolo.
Milano li chiamerà Barnabiti, dalla chiesa di San Barnaba, loro prima sede. Poi vengono le Angeliche di San Paolo, primo esempio di suore fuori clausura.
San Carlo Borromeo ne sarà entusiasta, ma il Concilio di Trento prescriverà loro il monastero. Terza fondazione: i Maritati di San Paolo, con l'impegno apostolico costante dei laici sposati.
Denunciato come eretico e come ribelle Antonio va a Roma: verrà assolto. Durante un viaggio a Guastalla, il suo fisico cede. Lo portano a Cremona, dove muore a poco più di 36 anni. (Avvenire)
Etimologia: Antonio = nato prima, o che fa fronte ai suoi avversari, dal greco
Martirologio Romano: Sant’Antonio Maria Zaccaria, sacerdote, che fondò la Congregazione dei Chierici regolari di San Paolo o Barnabiti allo scopo di rinnovare la vita dei fedeli e a Cremona in Lombardia fece ritorno al Salvatore.  
Dovete correre come pazzi!. Parla così un prete ad altri preti. E quelli davvero corrono, all’epoca sua e dopo: anche nel terzo millennio. "Correre verso Dio e verso gli altri", precisa: questo chiedono i tempi. Lutero mette interi popoli contro la Chiesa: cosa gravissima.

Ma sono un disastro anche molti cattolici in terre cattoliche: pastori miopi, ignoranza religiosa, fede di superficie... Vivaci gruppi cristiani già lottano per riformare la Chiesa “dal di dentro”.
Ed eccone uno qui, che spinge a “correre”. E’ Antonio Maria Zaccaria, di famiglia cremonese.
Perde il padre a pochi mesi dalla nascita. Sua madre ha 18 anni! E lo educa lei, tenera e coraggiosa, tra le guerre e il declinare delle fortune familiari.
Antonio nel 1524 si laurea in medicina a Padova.
Ma poi, tornato a Cremona, eccolo occupato a spiegare Vangelo e dottrina a grandi e piccoli. Deve farsi in quattro, perché i tempi sono tristi e i buoni preti sono pochi. Allora si fa prete lui, consacrato nel 1528. Sta già correndo.
Cappellano della contessa Ludovica Torelli, la segue a Milano nel 1530.
E qui accelera, trovando sostegno nello spirito d’iniziativa di questa signora e in due amici milanesi sui trent’anni come lui: Giacomo Morigia e Bartolomeo Ferrari.
Rapidamente nascono a Milano tre novità, tutte intitolate a San Paolo, il “suo” apostolo (che deve avergli dato l’idea della vita come corsa).
Già nel 1530 egli fonda una comunità di preti soggetti a una regola comune, i Chierici regolari di San Paolo: uomini della riconquista attraverso il sapere, attraverso la Parola di Dio riportata a tutti nei luoghi più diversi, alla gente più diversa.
Milano li chiamerà Barnabiti, dalla chiesa di San Barnaba, loro prima sede.
Poi vengono le Angeliche di San Paolo, primo esempio di suore fuori clausura, apostole a 360 gradi come i Barnabiti, a contatto col popolo. San Carlo Borromeo ne sarà entusiasta, ma il Concilio di Trento prescriverà loro il monastero.
S’interrompe una grande esperienza, seme di future realtà. Terza fondazione: i Maritati di San Paolo, con l’impegno apostolico costante dei laici sposati. La predicazione vivacissima scuote, sorprende, ravviva la fede in molti; e provoca due denunce contro il fondatore: come eretico e come ribelle. Lui ora corre a Roma. Per due processi, con due trionfali assoluzioni.
Ora lo chiamano anche a pacificare le città: e durante una di queste missioni, a Guastalla, il suo fisico cede. Lo portano a Cremona, dove muore a poco più di 36 anni. Nel 1891 il corpo sarà traslato a Milano in San Barnaba, e nel 1897 la Chiesa lo proclamerà Santo. A lui si devono anche le Quarantore pubbliche, con esposizione del Santissimo Sacramento, e i tocchi di campana ogni venerdì alle 15, che ricordano l’ora della morte di Cristo.
(Autore: Domenico Agasso – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Antonio Maria Zaccaria, pregate per noi.


*Sant'Asteio di Durazzo - Vescovo (5 luglio)

m. 100 circa
Il Sinassario Costantinopolitano il 5 luglio celebra la memoria di Asteio (o Astio, o Aberisto), vescovo di Durazzo, che, durante l'impero di Traiano, essendo preside dell'Illirico Agricolao, subì il martirio per essersi rifiutato di onorare i simulacri di Dioniso.
Dopo esser stato flagellato, Asteio fu legato ad una croce, cosparso di miele, e lasciato al caldo e agli insetti fino a quando venne a morte. Questo accadde intorno all'anno 100.
Il nome di Asteio ricorre anche nella passio dei martiri Pellegrino, Luciano, Esichio, Papio, Saturnino e Germano che, rifugiatisi a Durazzo, si imbatterono nel corpo di Asteio ancora appeso alla croce e, confortati nella loro fede, si proclamarono cristiani e furono uccisi.
Il Menologio di Basilio celebra Asteio il 6 luglio e così l'Annus ecclesiasticus graeco-slavicus.
Nel Martirologio Romano e nel Sinassario Costantinopolitano, il nome di Asteio ricorre anche il 7 luglio nella celebrazione di Pellegrino e dei suoi compagni.
(Autore: Antonio Koren – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Asteio di Durazzo, pregate per noi.


*Sant'Atanasio di Gerusalemme - Diacono e Martire (5 luglio)

m. 451/2
Etimologia: Atanasio = immortale, dal greco
Emblema: Palma
Martirologio Romano: Commemorazione di Sant’Atanasio di Gerusalemme, diacono della chiesa della Risurrezione e martire, trucidato dal monaco eretico Teodosio, perché aveva rimproverato la sua empietà e difeso contro gli avversari il santo Concilio di Calcedonia.
Atanasio, diacono della Chiesa della Resurrezione di Gerusalemme, fu ucciso nel 451 (o nel 452) dal monaco eutichiano Teodosio perché aveva difeso la dottrina del Concilio di Calcedonia.
Atanasio non è ricordato né nei sinassari, né negli altri libri liturgici greci; fu introdotto nel Martirologio Romano dal Baronio che ne fissò la commemorazione al 5 luglio.
(Autore: Thomas Spidlik – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Atanasio di Gerusalemme, pregate per noi.  


*Sant'Atanasio - l'Atonita (5 luglio)

920 - 1003
Nacque attorno al 920 a Trebisonda da una famiglia originaria di Antiochia e gli fu imposto il nome di Abraamios. Studente a Costantinopoli, vi strinse un'amicizia con l'egumeno del monastero di Kyminas, Michele Maleinos, e con Niceforo Focas, nipote di Maleinos, divenuto in seguito imperatore.
Dopo aver esercitato per qualche tempo la professione di insegnante, Abraamios lasciò la cattedra per ritirarsi a Kyminas a vivere da eremita: celebrò questo cambiamento mutando il nome di battesimo in Atanasio.
Si stabilì poi sul Monte Athos, dove visse assumendo il nome di Barnaba. Raggiunto dall'amico Niceforo, venne convinto a partecipare alla spedizione contro i Saraceni nell'isola di Creta (960).
Venne compensato con i fondi che usò per costruire un monastero dedicato alla Santa Vergine sul Monte Athos: fu il primo cenobio del noto sito monastico. La guida di Atanasio e la sua riforma non sempre furono accettate ma trovarono assenso da parte di Costantinopoli, venne così considerato il fondatore del cenobitismo atonita.
Morì nel 1003, travolto da una trave di una chiesa in costruzione. (Avvenire)
Etimologia: Atanasio = immortale, dal greco
Martirologio Romano: Sul monte Athos, Sant’Atanasio, egúmeno, che, uomo umile e mite, istituì nella Grande Laura una regola di vita cenobitica.
Nacque circa il 920 a Trebisonda da una famiglia originaria di Antiochia e gli fu imposto il nome di Abraamios. Compì gli studi prima nella città natale e poi a Costantinopoli, dove strinse una viva amicizia con l'egumeno del monastero di Kyminas, Michele Maleinos, e con Niceforo Focas, nipote del
Maleinos, divenuto in seguito imperatore. Dopo aver esercitato per qualche tempo la professione di insegnante, Abraamios lasciò la cattedra per ritirarsi a Kyminas, nella Bitinia, a vivere da eremita sotto la direzione di Maleinos: celebrò questo cambiamento mutando il nome di battesimo in Atanasio.
Il desiderio di isolamento e la volontà di impedire la sua elezione ad egumeno del monastero alla morte di Michele lo portarono ad abbandonare Kyminas. La sua nuova sede fu il Monte Athos, dove visse assumendo il nome di Barnaba. Dopo qualche anno di isolamento venne scoperto dall'amico Niceforo, che lo pregò di seguirlo nella spedizione contro i Saraceni nell'isola di Creta (960).
Atanasio assecondò il desiderio dell'amico e, in ricordo dell'ottenuta vittoria, accettò i fondi necessari per costruire un monastero dedicato alla Santa Vergine sul Monte Athos. In questa laura, tuttora esistente, che fu la prima del Monte Athos, si seguiva una regola di vita cenobitica, sotto il comando di un solo capo.
Nonostante la consuetudine alla vita solitaria, Atanasio divenne illuminato legislatore e direttore di monaci e di monasteri. Nel 963 abbandonò, però, il monastero per sfuggire agli onori derivanti dall'amicizia di Niceforo, eletto ormai imperatore. Tuttavia, le reiterate preghiere dei monaci lo costrinsero a tornare. In questo periodo Atanasio si preoccupò di attrezzare un porto sul mare per facilitare le comunicazioni fra i vari monasteri.
La sua opera di riforma religiosa e la sua stessa presenza non furono però gradite agli eremiti del sacro monte, che congiurarono spesso contro di lui fino a metterlo due volte in pericolo di vita. Innumerevoli proteste giunsero a Giovanni Zimisce (969-978), successore di Focas, ma il visitatore Eutimio, mandato in ispezione, approvò la riforma di Atanasio e l'imperatore confermò con una crisobolla la donazione di Focas.
Da quel momento si moltiplicarono i cenobi atoniti e fu compilato un regolamento che fissava le relazioni dei monasteri tra loro, e stabiliva che il capo supremo o Proto risiedesse nel centro della penisola, a Karyès. La fama di Atanasio aumentò con i prodigi che gli vennero attribuiti; numerose sono, infatti, le guarigioni miracolose tramandate dal suo biografo.
L'impulso dato alla fondazione di nuovi monasteri fu così valido da meritare ad Atanasio l'appeliativo di fondatore del cenobitismo atonita. La sua morte (circa 1003) avvenne tragicamente: Atanasio fu travolto da una trave assieme a cinque monaci durante la costruzione della capriata di una chiesa.
Secondo fonti accreditate, restano di Atanasio canoni in onore dei SS. Teodoro e Giovannizio, il typicon già ricordato e un testamento. La tradizione locale mostra i luoghi santificati dalla sua presenza: la grotta ove amava ritirarsi per pregare, la fonte miracolosa scaturita dopo le sue preghiere, il luogo dove definitivamente sconfisse il demonio e la tomba oggetto di grande venerazione.
La Chiesa greca ne celebra la festa il 5 luglio e ne ricorda il nome la domenica di Sessagesima, insieme con quelli che figurano nel Canone di Teodoro Studita.
(Autore: Gian Domenico Gordini – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Atanasio, pregate per noi.


*Santa Cirilla (Ciprilla) di Cirene - Martire (5 luglio)

Cirilla era una cristiana di Cirene, città della Pentapoli, in Libia. Durante la persecuzione di Massimino, verso il 300, fu invitata a sacrificare agli idoli pagani. Poiché rifiutò, le furono messi in mano alcuni carboni ardenti e dell'incenso, nella speranza che, gettando tutto nel braciere per non scottarsi, avrebbe - almeno formalmente - consumato il sacrificio pagano.
Ma la donna fu più forte.
Chiuse il pugno, ustionandosi pur di non sacrificare. Fu solo l'inizio della tortura che la portò a morte, straziata con degli uncini. (Avvenire)
Martirologio Romano: A Cirene in Libia, Santa Ciprilla, martire, che, come si racconta, durante la persecuzione dell’imperatore Diocleziano tenne a lungo nella mano dei carboni ardenti insieme a incenso, pur di non dare l’impressione, rimuovendo la brace, di voler compiere un’offerta di incenso agli dei; in seguito, crudelmente straziata, adorna del suo stesso sangue, migrò allo Sposo.
Sante Ciprilla, Aroa (Rhoa) e Lucia, martiri
I sinassari bizantini il 4 o il 5 luglio celebrano il martirio di Ciprilla, vedova di Cirene in Libia. Sotto Diocleziano e Massimiano ella si sarebbe recata dal vescovo Teodoro per essere guarita da un violento e cronico mal di capo.
Teodoro, allora in libertà vigilata, la risanò trattenendola al suo servizio insieme con le altre pie donne Aroa e Lucia. Dopo il martirio del vescovo la santa vedova fu spinta all'abiura con vari tormenti: le si posero sulla mano carboni ardenti e incenso, supponendo che per sfuggire il dolore li avrebbe lasciati cadere davanti ai simulacri.
Ma Ciprilla preferì perdere la mano e fu sospesa al legno. Dalle sue ferite sgorgò allora sangue e dal suo seno latte finché il martirio fu compiuto. Non tutti i particolari di questo racconto sembrano attendibili.
Sulle altre due donne, Aroa e Lucia, i sinassari non dicono nulla. Si conserva in greco una passio di Ciprilla, Aroa e Lucia, ancora inedita.
Il 5 luglio il Martirologio Romano del 1954 commemorava Cirilla, martire di Cirene.
L'identità di tutti i particolari del racconto testimonia che si tratta, evidentemente, di una corruzione del nome della martire Ciprilla.
(Autore: Joseph-Marie Sauget - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Cirilla di Cirene, pregate per noi.


*San Domezio - il Medico Eremita (5 luglio)

Martirologio Romano: Commemorazione di San Domezio, detto il Medico, eremita sul monte Quros nell’antica Armenia.
Fu un eremita cappadoce vissuto santamente tra il IV e il V sec. coi compagni Mar Sabai e Mar Abai in una grotta del Kurus Dagi (anticamente Quros o Qouros), una montagna del Kurdistan a quarantacinque chilometri da Mardin, verso il Tigri (Dicle Nehri).
Una tradizione siriaca, concretatasi nella leggendaria sua Vita (BHO, p. 61, n. 263), racconta che Domezio (Dometios, Mar Dimet) ancora pagano era al servizio dell'imperatore Valente (364-78) : una notte gli appare un angelo e lo rimprovera dei suoi sentimenti ostili ai cristiani, predicendogli gravi tribolazioni ma insieme nuove prove della divina misericordia.
Colpito da atrocissima sciatica e costretto a lasciare il servizio dell'imperatore, si reca al monte Quros per impetrare la guarigione dal venerando eremita Sabai.
Ricevette così il Battesimo e anche, dopo qualche giorno, la perfetta sanità, e rimase egli pure nelle grotte di quella montagna per condurvi vita eremitica, per oltre trent'anni.
Vari miracoli ne confermano la santità, come quello di un cammello azzoppato che egli guarisce istantaneamente.
Ma è soprattutto sui sofferenti di sciatica che si esercitano le sue prodigiose virtù taumaturgiche, e la sua fama di santo medico anàrgiro si diffonde dovunque.
Incitati dal demonio, alcuni medici gelosi di lui cercano di farlo morire murandolo nella sua grotta, ma l'iniquo disegno non riesce.
Muore poi assistito da un angelo ed è sepolto nella medesima grotta dove aveva lungamente vissuto ed intorno alla quale sorgerà poi un grande monastero dedicato al suo nome (se ne vedono ancora le rovine).
Il suo nome fu conosciuto anche in Occidente, e di lui parla già san Gregorio di Tours (m. 594) in De Gloria Martyrum, qualificandolo però come martire e come vissuto e morto in Siria: elementi questi che dimostrano una contaminazione tra la tradizione di san Domezio il Medico e quella dell'omonimo Domezio il Persiano, martire (v. BHG, I, p. 169, n. 560).
Altri particolari della sua leggenda (il cammello azzoppato, la muratura della grotta, ecc.) tornano puntualmente anche in quella del Persiano e forse nella stessa data della sua celebrazione (5 luglio: così in Floro, Adone, Usuardo e nel Martirologio Romano; ma anche in due calendari siriaci giacobiti, di cui uno anteriore al sec. VII) dovremo ravvisare il ricordo dell'invenzione delle reliquie di san Domezio martire (5 panemos), piuttosto che una derivazione dal Domitius del Martirologio Geronimiano al «III non. Jun.».
Non è comunque improbabile che sotto i due nomi, dell'asceta e del martire, si celi in realtà un'unica persona, attorno a cui fioriscono due diverse tradizioni.
(Autore: Giovanni Lucchesi - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Domezio, pregate per noi.


*Santa Febronia - Venerata a Patti (5 luglio)

La vita
Patti è uno dei pochi Comuni della nostra Diocesi che ha l’onore di annoverare tra i propri concittadini una giovane eccelsa per santità, a cui ha dato i natali e che si gloria di avere come
Patrona: la Vergine e Martire Santa Febronia.
Secondo un'antichissima tradizione orale Santa Febronia visse agli inizi del quarto secolo dopo Cristo e subì il martirio sotto l’imperatore Diocleziano.
Pur appartenendo ad una famiglia agiata di origine pagana, conobbe la fede cristiana e fu battezzata dal vescovo Sant' Agatone ad una fonte, divenuta poi miracolosa, situata in una località detta per questo “Acqua Santa”.
La giovane Febronia, abbandonato il paganesimo, si consacrò a Cristo Gesù facendo voto di verginità e, a causa di questa scelta, dovette subire angherie di ogni genere da parte del padre, che già aveva in serbo per lei altri progetti di vita.
Per sfuggire infine alla collera paterna si nascose presso le grotte del Mons Iovis, presso l’attuale
località di Mongiove.
Ma il padre, scopertone il rifugio, la raggiunse e, accecato dall’odio per la fede cristiana, la uccise gettandone il corpo in balia delle onde.
Il culto
Il corpo della giovane martire, trasportato prodigiosamente dal mare, fu rinvenuto da una lavandaia sulla spiaggia di Minori (Salerno), località marinara della costiera Amalfitana.
Da qui la devozione verso la nostra Santa si diffuse rapidamente fra gli abitanti della regione che, per quanto l’abbiano chiamata Trofimena a causa di alterne vicende storiche, ne hanno sempre affermato il legame con la nostra città di Patti.
La città di Patti, che custodisce in un’artistica urna argentea, conservata in Cattedrale, alcune reliquie della Santa Concittadina, donate in varie circostanze dai Minoresi, venera come sua celeste Patrona Santa Febronia e ne ha più volte sperimentato la potente intercessione in circostanze drammatiche.
Tra queste ricordiamo la liberazione dalla peste (XVI sec.) e dalla tirannia di Ascanio Anzalone (1656) e la protezione della popolazione in occasione dei violenti terremoti del 1693, 1908 e 1978.
(Autore: Padre Enzo Smriglio – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Febronia, pregate per noi.


*Santa Filomena - Venerata a Sanseverino Marche (5 luglio)

Etimologia: Filomena = amante del canto, dal greco
Nel 1527 (1526), compiendosi scavi sotto l'altare maggiore di S. Lorenzo in Doliolo a Sanseverino Marche (l'antica Settempeda), fu rinvenuto un corpo di donna con una schedula (non facilmente
leggibile) nella quale si afferma trattarsi della salma di Santa Filomena della stirpe dei Chiavelli traslata da San Severino vescovo in quella chiesa al tempo dei re goti (Totila).
Nello stesso anno il card. Ciocchi del Monte sistemò il corpo sotto l'altare dedicato alla santa.
La festa, dapprima celebrata il 5 luglio, data nella quale Filomena figura nel Martirologio Romano, successivamente fu rinviata alla prima domenica dello stesso mese.
Il corpo ritrovato è veramente quello di una Santa martire? Da un punto di vista strettamente storico la risposta è negativa, giacché prima del sec. XVI nessuna menzione né del nome, né del culto, né del corpo di una santa Filomena si ha a Sanseverino.
Lo stesso contenuto della schedula, attribuente la depositio a San Severino, non presenta elementi che possano essere sostenuti da una sana critica storica.
É molto probabile perciò che si tratti di un "corpo santo" analogo a quello più famoso della Filomena romana.
Sopra l'altare ove riposa il corpo esisteva una tela del Pomarancio con la Santa rappresenta l'insieme con San Lorenzo.
(Autore: Gian Domenico Gordini - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Filomena, pregate per noi.


*Beati Giorgio Nichols, Riccardo Yaxley, Tommaso Belson e Humphred Pritchard - Martiri (5 luglio)
Martirologio Romano: A Oxford in Inghilterra, Beati martiri Giorgio Nichols, Riccardo Yaxley, sacerdoti, Tommaso Belson, destinato al sacerdozio, e Unfredo Pritchard, che, condannati sotto la stessa regina, i primi perché entrati in Inghilterra da sacerdoti, gli altri per averli aiutati, subirono il supplizio del patibolo.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beati Giorgio Nichols, Riccardo Yaxley, Tommaso Belson e Humphred Pritchard, pregate per noi.


*Beato Giuseppe Boissel - Sacerdote e Martire (5 luglio)

Scheda del Gruppo a cui appartiene:
"Beati Martiri del Laos" - 16 dicembre (celebrazione di gruppo)
Le Loroux, Francia, 20 dicembre 1909 - Hat I-Et, Laos, 5 luglio 1969

Padre Joseph Boissel, nato in una famiglia di contadini bretoni, entrò nello iuniorato dei Missionari Oblati di Maria Immacolata dopo essere rimasto, a quattordici anni, orfano di padre. Maturò la vocazione missionaria e, ordinato sacerdote il 4 luglio 1937, ricevette l’obbedienza per il Laos.
Fu tra i pionieri in quella missione, cominciando dalle popolazioni di etnia hmong, che risiedevano nella provincia montana di Xieng Khouang. Nel marzo 1945 cadde prigioniero dei giapponesi in Vietnam, ma, una volta liberato, trovò la missione in rovina.
Nonostante la salute danneggiata dalle privazioni, si mise all’opera per la costruzione e la gestione, nel 1949, del Seminario minore di Paksane. Nel 1952 partì nuovamente per le montagne, ma nel novembre 1957 rientrò al distretto di Paksane, per occuparsi anche dei villaggi dove si erano nascosti i rifugiati per scampare alla guerriglia crescente.
Sabato 5 luglio 1969, mentre, in compagnia di due consacrate laiche Oblate Missionarie di Maria Immacolata, si dirigeva a Hat I-Êt per le funzioni religiose domenicali, fu attaccato dai guerriglieri e ucciso con due scariche di mitragliatrice, mentre le due Oblate rimasero gravemente ferite da una granata. È stato beatificato l’11 dicembre 2016 a Vientiane, nel Laos, insieme ad altri sedici tra sacerdoti e laici.
Vocazione e formazione
Joseph Boissel nacque il 20 dicembre 1909 a Le Loroux in Bretagna, da una famiglia di poveri contadini. Fu battezzato lo stesso giorno nella parrocchiale del suo paese, appartenente alla diocesi di Rennes.
Rimasto orfano di padre a quattordici anni, frequentò gli studi secondari nello iuniorato dei Missionari Oblati di Maria Immacolata a Jersey, nel Regno Unito. Passò quindi al noviziato nell’isola di Berder, nel dipartimento francese del Morbihan: il maestro dei novizi lo giudicò «soggetto molto ordinario, poco intelligente».
Grazie alle sue altre qualità, poté proseguire la formazione nello scolasticato: a Liegi in Belgio seguì il corso di Filosofia, mentre compì gli studi teologici a La Brosse-Montceaux, di nuovo in Francia.
In comunità aveva due incarichi specifici: faceva da parrucchiere e riproduceva gli spartiti di canzoni o canti religiosi per i confratelli. Il parere dei superiori, intanto, era più sfumato rispetto a quello del noviziato, ma sostanzialmente positivo: apprezzavano soprattutto l’attaccamento alla vocazione e il fatto che non avesse paura del sacrificio.
Così Joseph fu ammesso ai voti definitivi: compì l’oblazione perpetua all’ospedale di Montereau il 29 settembre 1935. Il 4 luglio 1937 fu ordinato sacerdote e, il 26 maggio 1938, ricevette con altri tre compagni l’obbedienza, ossia l’invio in missione. Contrariamente all’uso generale degli Oblati, non volle chiedere al Superiore generale di essere mandato in un luogo specifico.
Missionario in Laos
Fu quindi inviato in Laos, tra i primissimi Missionari Oblati a operare in quella terra dell’Estremo Oriente. Arrivò nell’ottobre 1938 e venne destinato alla stazione missionaria di Nong Ét, nella provincia di Xieng Khouang, detta all’epoca Tran Ninh: era una zona alla frontiera col Vietnam, dove l’evangelizzazione cominciava a fatica.
A causa della guerra, dovette abbandonare quella località, ma presto poté tornare in missione. Pur senza ottenere conversioni rilevanti, suscitò una notevole simpatia, specie tra le popolazioni di etnia hmong.
Prigioniero in Vietnam, poi di nuovo in missione
Nel marzo 1945, l’esercito giapponese marciò sul Laos. Il 1° giugno seguente, padre Joseph venne fatto prigioniero insieme al confratello Vincent Le Calvez e al Prefetto apostolico, anche lui Missionario Oblato di Maria Immacolata, monsignor Jean Mazoyer. Tutti e tre furono condotti a Vinh, in Vietnam, ma poterono tornare in Laos nel 1946.
La missione di Nong Ét era devastata e ben presto, a causa della persistente situazione d’insicurezza, divenne inaccessibile. Padre Joseph scrisse: «È tempo d’installarsi definitivamente; non so al momento dove vado a stabilirmi; il primo lavoro sarà scegliere un terreno, poi farmi legnaiolo, carpentiere e tutto il resto».
Le condizioni materiali, in effetti, erano parecchio precarie. Il missionario stesso coltivava personalmente il riso, per avere da mangiare. Così si rivolse a monsignor Mazoyer, all’epoca in Europa: «Tra una decina di giorni sarete ai piedi del Santo Padre: che cosa penserà del Laos? Povero Laos, povera Indocina; nulla sembra sistemarsi, la follia regna sempre e dovunque. Restiamo legati a Dio e poniamo fiducia in Lui.
Sa Lui ciò di cui abbiamo bisogno».
Nel 1948 prese un anno di riposo, perché la sua salute era compromessa, e rimase presso la sua famiglia. Tornato in Laos, si dedicò alla formazione dei catecumeni prima, dei neofiti poi nei villaggi delle popolazioni kmhmu’, nei dintorni di Ban Pha, dove aveva la sua residenza. Tuttavia, gli abitanti sembravano estranei a ogni tentativo di conversione.
Un pellegrinaggio in Europa
Nel novembre 1957 lasciò quindi il villaggio nelle mani del confratello padre Louis Leroy e si prese un nuovo periodo di riposo. Dato che, dei suoi parenti prossimi, era rimasta in vita solo sua sorella Victorine, padre Joseph intraprese un progetto cui teneva molto.
In compagnia del parroco del suo villaggio, l’abbé Louaisil, partì per un pellegrinaggio in varie località d’Europa: viaggiavano in automobile, ma dormivano perlopiù in tenda.
Toccarono Solignac, sede del nuovo scolasticato degli Oblati, Lourdes e Ars, ma i superiori di padre Joseph gl’impedirono seccamente di andare fino a Fatima e anche di visitare i santuari belgi, più vicini. L’ultima tappa fu Roma.
Nel distretto di Paksane
Rientrato dal pellegrinaggio, il missionario fu assegnato al distretto di Paksane. Inizialmente ebbe l’incarico del villaggio agricolo di Nong Veng; in seguito, a partire dal 1963, si stabilì a Ban Na Chik, a quattro chilometri da Paksane. Sostituì quindi padre Henri Delcros nell’opera di riorganizzazione dei cristiani kmhmu’, rifugiati dalla regione di Xieng Khouang.
Costantemente sotto le minacce della guerriglia, cercava comunque di donare speranza. «Il più delle volte», scrisse, «arrivo con le mani vuote e soffro per quegli occhi lucidi che si accostano a me, che attendono qualche conforto materiale che non posso arrecare loro… Schiacciati da tali miserie, ci resta la morte nell’anima, rattristati per la propria impotenza».
Un giorno, mentre i combattimenti erano giunti in prossimità del suo villaggio, scappò a cavallo: in una mano teneva le briglie, nell’altra il ciborio con la riserva eucaristica.
Gli anni difficili vissuti in missione, nella boscaglia e nei villaggi di montagna, avevano indurito alcuni tratti del suo carattere, ma non rovinarono le sue buone qualità: era di gran cuore, fedele alla preghiera, piacevole nelle conversazioni e nella vita comune; lo testimoniarono sia i confratelli sia i testimoni laotiani.
L’ultimo viaggio
Ogni sabato, padre Joseph si recava verso la fine del giorno in un villaggio e ripartiva l’indomani a mezzogiorno, per assicurare le funzioni religiose domenicali. Sabato 5 luglio 1969 decise di andare a Hat I-Et, villaggio di rifugiati kmhmu’ a circa venti chilometri da Paksane, lungo il fiume Nam San. A causa della situazione rischiosa, quell’anno non aveva potuto prestare il suo minister lì per qualche mese. Il catechista André Van, che si occupava dell’istruzione religiosa, aveva bisogno di sentirsi appoggiato.
Partì verso le 4 del pomeriggio, prendendo con sé due giovani laiche consacrate delle Oblate Missionarie di Maria Immacolata: come di consueto, avrebbero dovuto aiutarlo per le visite, le cure ai malati e il servizio religioso.
La nipotina di una di loro, di dieci anni, salì di nascosto sulla jeep, ma padre Joseph se ne accorse: «Non devi venire con noi», la rimproverò, ordinandole di scendere. «Io, sacerdote, e le
due Oblate abbiamo donato la nostra vita al Signore. Morire, per noi, non importa nulla, la nostra vita è offerta al Signore. Ma tu non devi venire con noi!».
Per tutto il viaggio espresse lo stesso concetto: «Non dobbiamo aver paura di morire. Noi abbiamo già donato tutta la nostra vita al Signore.
Non siamo in sicurezza viaggiando come facciamo noi; non è prudente… c’è sempre pericolo». Le due passeggere ascoltarono tutto senza replicare.
Due o tre chilometri prima di arrivare a destinazione, una delle due Oblate sentì una scarica di proiettili d’arma da fuoco diretta verso di loro. Gli pneumatici del fuoristrada vennero bucati, mentre la consacrata rimase ferita alla mano. Dopo aver visto una bandiera rossa sventolare nella foresta sul ciglio della strada, sentì un’altra scarica: Thérèse, la sua compagna di viaggio, era stata colpita alla testa, come anche padre Joseph.
Mentre la vettura si capovolgeva e prendeva fuoco, la consacrata si rese conto che il missionario era morto sul colpo.
Poco dopo, tre guerriglieri uscirono allo scoperto e girarono tre volte attorno alla vettura; infine, allontanandosi, gettarono una granata. L’esplosione rese momentaneamente sorde le due Oblate, che si trascinarono fuori e attesero, sdraiate sul ciglio della strada, i soccorsi. Thérèse aveva avuto seri danni cerebrali, ma era ancora viva, mentre l’altra riferì tutto l’accaduto. Quanto al cadavere di padre Joseph, era talmente bruciato da essere quasi irriconoscibile.
La causa di beatificazione
La consacrata che raccontò l’imboscata affermò che, a suo parere, si sapeva che il missionario andava tutti i sabati nei villaggi: l’aggressione aveva quindi tutti i caratteri di una manifestazione d’odio contro gli stranieri, i sacerdoti e la religione cattolica.
Per questo motivo, padre Joseph Boissel è stato inserito, come il già menzionato padre Louis Leroy, in un elenco di quindici tra sacerdoti, diocesani e missionari, e laici, uccisi tra Laos e Vietnam negli anni 1954-1970 e capeggiati dal sacerdote laotiano Joseph Thao Tiên.
La fase diocesana del loro processo di beatificazione, ottenuto il nulla osta dalla Santa Sede il 18 gennaio 2008, si è svolta a Nantes (di cui era originario un altro dei potenziali martiri, padre Jean-Baptiste Malo) dal 10 giugno 2008 al 27 febbraio 2010, supportata da una commissione storica.
A partire dalla fase romana, ovvero dal 13 ottobre 2012, la Congregazione delle Cause dei Santi ha concesso che la loro "Positio super martyrio", consegnata nel 2014, venisse coordinata, poi studiata, congiuntamente a quella di padre Mario Borzaga, suo confratello dei Missionari Oblati di Maria Immacolata, e del catechista Paul Thoj Xyooj (la cui fase diocesana si era svolta a Trento).
L’accertamento del martirio e la beatificazione
Il 27 novembre 2014 la riunione dei consultori teologi si è quindi pronunciata favorevolmente circa il martirio di tutti e diciassette. Questo parere positivo è stato confermato il 2 giugno 2015 dal congresso dei cardinali e vescovi della Congregazione delle Cause dei Santi, ma solo per Joseph Thao Tiên e i suoi quattordici compagni: padre Borzaga e il catechista, infatti, avevano già ottenuto la promulgazione del decreto sul martirio il 5 maggio 2015. Esattamente un mese dopo, il 5 giugno, Papa Francesco autorizzava anche quello per gli altri quindici.
La beatificazione congiunta dei diciassette martiri, dopo accaniti dibattiti, è stata infine fissata a domenica 11 dicembre 2016 a Vientiane, nel Laos.
A presiederla, come inviato del Santo Padre, il cardinal Orlando Quevedo, arcivescovo di Cotabato nelle Filippine e Missionario Oblato di Maria Immacolata.
La memoria liturgica di tutto il gruppo cade il 16 dicembre, anniversario del martirio di un altro Missionario Oblato di Maria Immacolata, padre Jean Wauthier.
(Autore: Emilia Flocchini – Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - Beato Giuseppe Boissel, pregate per noi.


*San Guglielmo di Hirsau - Abate (5 luglio)

+ Hirsau, Germania, 5 luglio 1091
Non si conosce la data della sua nascita, di certo si sa che vide i natali nella città bavarese di Ratisbona in Germania.
Ben presto Guglielmo fu affidato, in tenera età, al monastero di San Emmeranno perché vi fosse educato.
Crescendo, qui aderì all'ordine benedettino e successivamente venne ordinato sacerdote.
Intorno al 1069 venne nominato abate del monastero di Hirsau "nella Selva Nera" che, dopo un periodo buio, sotto la sua guida conobbe la massima fioritura, grazie alla riforma ispirata a quella di Cluny.
Guglielmo morì proprio ad Hirsau il 5 luglio 1091 e venne sepolto nella chiesa dei Santi Pietro e Paolo, che egli stesso aveva edificata.
Intorno al 1500 la sua tomba venne aperta e si constatò che sia il corpo sia le vesti dell'abate erano ancora ben conservati.
L’Ordine Benedettino lo festeggia il 5 luglio.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Guglielmo di Hirsau, pregate per noi.


*Santa Marta - Madre di San Simeone Stilita il Giovane (5 luglio)
Martirologio Romano: Sul monte Mirabile in Siria, Santa Marta, madre di San Simeone Stilita il Giovane.
Nata ad Antiochia all'inizio del sec. VI, Marta, benché avesse fatto voto di verginità, sposò Giovanni, originario di Edessa, per obbedire ai genitori ed in seguito ad una rivelazione di s. Giovanni
Battista il quale le avrebbe annunciato anche il nome del figlio che sarebbe nato da lei.
Essendole morto il marito dopo qualche anno, ella si dedicò con zelo alla formazione cristiana del figlio Simeone, nato nel 520, che doveva poi divenire celebre per la sua vita e la sua attività sul Monte Ammirabile presso Antiochia.
Nel secolo successivo un autore, probabilmente un monaco del convento di San Simeone, scrisse una Vita di Marta che supera, nell'immaginar meraviglie, la Vita stessa del figlio che apparirà più tardi.
Lo scritto è ricco soprattutto di luoghi comuni sulle sue virtù, di continue apparizioni di San Giovanni Battista e di angeli, oltre che di numerosi miracoli.
L'autore fa compiere alla santa azioni inverosimili e tra l'altro la presenta recante una croce in testa alla processione, durante l'istallazione ufficiale del figlio sulla colonna.
Un angelo le annunciò con un anno di anticipo la data della sua morte ed ella ne informò Simeone e gli chiese di essere sepolta nel cimitero degli stranieri a Daphne, presso Antiochia.
Morì il 5 luglio 551 e per i funerali fu rispettata la sua volontà.
Avvertito della morte della madre, Simeone mandò a ricercare il corpo di lei e lo fece seppellire nell'abside della Chiesa della Ss.ma Trinità a destra della sua colonna.
Ma Marta gli apparve per chiedergli di costruirle un sepolcro nella parte meridionale della chiesa, dove fu costruita una cappella nella quale fu trasferito il corpo con grande solennità e dove avvennero molti miracoli.
(Autore: Raymond Janin – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Marta - Madre di San Simeone Stilita il Giovane, pregate per noi.


*Beati Matteo Lambert, Roberto Meyler, Edoardo Cheevers e Patrizio Cavanagh - Martiri (5 luglio)
Scheda del gruppo a cui appartengono:
“Beati Martiri Irlandesi”

+ Wexford, Irlanda, 5 luglio 1580
I Beati Matthew Lambert, Robert Meyler, Edward Cheevers e Patrick Cavanagh erano, il primo, fornaio a Wexford, gli altri marinai.
Nel luglio 1580, incoraggiato dallo sbarco di James Fitzmaurice
Fitzgcrald in aiuto dei ribelli di Desmond nel Sud-Ovest, il visconte Baltinglass, appoggiato dalla fazione gaelica di O'Byrne, combatté a Leinster dalla parte del Papa e contro la Chiesa della Regina.
Il tentativo fallì e nel febbraio 1581 Baltinglass e il cappellano gesuita Robert Rockford giunsero a Wexford dove Matthew Lambert e i suoi compagni offrirono loro un rifugio e una via di fuga.
Per questo i quattro vennero arrestati, processati e condannati come ammonimento per gli altri cattolici.
Insieme ad altri due marinai, di cui non conosciamo il nome, i quattro furono impiccati, tirati «a coda di cavallo» e squartati. Le parole dell'umile panettiere Lambert arrecano tuttora particolare impressione: egli si dichiarava incapace di entrare nei grandi problemi teologici riguardanti la Regina e il Pontefice Romano, ma intendeva credere soltanto a quanto insegnava la Chiesa Cattolica. Papa Giovanni Paolo II ha beatificato questi quattro laici il 27 settembre 1992.
Martirologio Romano: A Wexford in Irlanda, Beati Matteo Lambert, Roberto Meyler, Edoardo Cheevers e Patrizio Cavanagh, martiri, che, fornaio il primo, marinai gli altri, furono impiccati e poi sventrati sotto la regina Elisabetta I per la loro fedeltà alla Chiesa di Roma e l’aiuto prestato ai cattolici.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beati Matteo Lambert, Roberto Meyler, Edoardo Cheevers e Patrizio Cavanagh, pregate per noi.


*Santo Stefano di Nicea - Vescovo e Martire (5 luglio)
Martirologio Romano: A Reggio Calabria, Santo Stefano di Nicea, vescovo e martire.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santo Stefano di Nicea, pregate per noi.


*Sante Teresa Chen Jinxie e Rosa Chen Aixie - Vergini e Martiri (5 luglio)

Scheda del gruppo a cui appartengono:
“Santi Martiri Cinesi”
(Agostino Zhao Rong e 119 Compagni) (9 luglio - Memoria Facoltativa)

Martirologio Romano: Presso il villaggio di Huangeryin vicino a Ningjinxian nella provincia dello Hebei in Cina, Sante sorelle Teresa Chen Jinxie e Rosa Chen Aixie, vergini e martiri, che, durante la persecuzione scatenata dai Boxer, per conservare l’onore della verginità e la loro fede cristiana si opposero con coraggio alla depravazione e alla barbara crudeltà dei persecutori e furono da loro trafitte a colpi di lancia.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sante Teresa Chen Jinxie e Rosa Chen Aixie, pregate per noi.


*San Tommaso di Terreti - Abate (5 luglio)

Martirologio Romano: Nel monastero di Santa Maria di Terreto vicino a Reggio Calabria, San Tommaso, abate.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Tommaso di Terreti, pregate per noi.


*Santa Trifina - Martire (5 luglio)

Emblema: Palma
Il Martirologio geronimiano commemora il 5 luglio i martiri Agatone e Trifina in Sicilia, senza aggiungere altro.
La notizia passò di lì nei martirologi storici, in vari manoscritti siciliani e nel Martirologio romano. Di questi martiri tutto è ignoto eccetto le scarse notizie forniteci dai martirologi.
Il Lanzoni ha supposto che sotto il nome di Agatone sia da riconoscere "la celebre martire di Catania Agathenis..., trasformata in Agathonis da un imperito copista", ipotesi accolta anche dal Delehaye nel commentario al Martirologio geronimiano.
Si è pure pensato che il martire Agatone potrebbe identificarsi con Agatone I, vescovo di Lipari, di cui si parla negli Atti dei Santi Alfio, Filadelfio e Cirino, il quale, fuggendo per salvarsi dalla persecuzione, si recò a Lentini, dove visse nascosto in una grotta presso la città assieme ad Alessandro, vecchio persecutore convertito; questa supposizione sembra tuttavia improbabile, poiché gli autori dei martirologi non hanno conosciuto gli atti dei tre martiri venuti in Occidente dalla Sicilia, attraverso l'Oriente.
Sicché le conclusioni che oggi si possono presentare alla critica non sono lontane da quanto diceva il Caetani nel Seicento, cioè che, nonostante tutti gli sforzi per identificare questo martire.
Quanto a Trifina, il Delehaye e il Lanzoni pensano che sia una forma corrotta, derivata da un Trifone o Trofimo o Trofima.
(Autore: Giuseppe Morabito – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Trifina, pregate per noi.


*Altri Santi del giorno (5 luglio)

*San
Giaculatoria - Santi tutti, pregate per noi.

 
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