Santi del 5 Marzo - Istituto Aveta

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Santi del 5 Marzo

Il mio Santo > I Santi di Marzo

*Sant'Adriano di Cesarea - Martire (5 marzo)

m. 309
Etimologia:
Adriano = nativo di Adria - Rovigo
Emblema: Palma  
Martirologio Romano: A Cesarea in Palestina, Sant’Adriano, Martire, che, durante la persecuzione dell’imperatore Diocleziano, nel giorno in cui gli abitanti erano soliti celebrare la festa della Fortuna, per ordine del governatore Firmiliano, fu per la sua fede in Cristo dapprima fu gettato in pasto a un leone e poi sgozzato con la spada.
Subì il martirio con Eubulo il 5 o 7.3.309, «6 anno della persecuzione», secondo la testimonianza di Eusebio.
Essendo venuti ambedue a Cesarea in Palestina per aiutare i Martiri di quella città, i due santi furono scoperti e, per aver confessato la loro fede, furono condannati alle belve.
Adriano, dopo essere stato gettato in pasto ad un leone, fu finito con la spada.
Nei sinassari greci il giorno 7 o 8.5. è celebrata la festa dei Ms. Mm. Eubulo e Giuliano, ma è chiaro, come ha acutamente osservato il Delehaye, che sotto questo secondo nome si nasconde una corruzione del nome di Adriano.
Qualche cosa di analogo è accaduto nel Martirologio Geronimiano, dove fra i Santi ricordati il 5 marzo sono menzionati Adriano ed Euvolo, il cui nome appare corrotto nei codd. secondo la pronunzia bizantina.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Adriano di Cesarea, pregate per noi.  


*San Ciarano (Kieran) – Vescovo (5 marzo)

Martirologio Romano: A Saighir nella regione dell’Ossory in Irlanda, san Chierano, Vescovo e abate.
La figura di Ciarano, (gael. Cìarán, irl. Kieran), di Saighir, vescovo di Ossory, chiamato spesso con l'appellativo di senior per essere distinto dall'omonimo abate di Clonmacnoise, è avvolta
tutta nella leggenda ed è impossibile stabilire con certezza la cronologia della sua vita.
Secondo alcuni autori, Ciarano farebbe parte della seconda generazione dei santi irlandesi e sarebbe stato uno dei dodici vescovi che San Patrizio consacrò al suo arrivo in Irlanda per associarseli nell'opera di evangelizzazione dell'isola.
Tuttavia, una tenace tradizione, non priva di una certa attendibilità (cf. P. Grosjean, in Anal. Boll., LIX [1941], pp. 265-66), lo considera come uno dei vescovi impegnati nella diffusione del cristianesimo in Irlanda prima dell'arrivo di San Patrizio: per questo a Ciarano viene comunemente attribuito il titolo di «primogenito» dei santi irlandesi e viene considerato anche il «precursore» di San Patrizio; un annotatore del Félire Oengusso (ed. W. Stokes, Londra 1905, pp. 86-88) lo chiama addirittura episcopus episcoporum.
Secondo la leggenda, tramandata nelle numerose Vitae gaeliche e latine, Ciarano, nato nella regione di Ossory, conosciuto superficialmente il cristianesimo nella patria ancora pagana, si recò a Roma e vi fu consacrato vescovo.
In Italia egli incontrò anche Patrizio, non ancora elevato all'episcopato, che lo inviò in Irlanda perché lo precedesse. Ciarano, tornato in patria, si ritirò nell'Ossory, a Saighir, in una cella
solitaria, ove condusse vita eremitica in compagnia di un cinghiale, una volpe, un tasso, un lupo, una cerva e un cerbiatto, che vissero con lui in soggezione e familiarità.
A questo proposito, si può notare che le Vitae di Ciarano inaugurano un nuovo genere nella letteratura agiografica, introducendo fantasiose e graziose storie di animali dalle quali si ricavano insegnamenti morali e ascetici.
Presso Ciarano si radunarono in seguito molti discepoli: sorse così a Saighir un monastero attorno al quale fu costruito un villaggio la cui parrocchia fu chiamata Sier-Cìarán dal nome del Santo. La regione circostante fu evangelizzata dalla comunità di Ciarano, che, come capo di un monastero, insignito della dignità episcopale, si rivelò un elemento di primo piano nello sviluppo dell'organizzazione ecclesiastica dell'Irlanda.
Nell'alto Medioevo Ciarano fu identificato con San Pirano di Cornovaglia, per cui alcune sue Vitae narrano di viaggi in questa regione e della sua morte in essa.
Ben presto venerato come santo, in molte parti dell'Irlanda Ciarano è festeggiato il 5 marzo; al centro del culto a lui tributato fu il monastero di Saighir, ma numerose chiese gli sono dedicate in tutta l'isola.
La diocesi di Ossory lo considera il suo primo vescovo e lo onora come suo principale patrono.

(Autore: Gian Michele Fusconi – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Ciarano, pregate per noi.


*San Conone l'Ortolano - Martire in Panfilia (5 marzo)

m. c. 250

Martire in Panfilia o, secondo altri, a Cipro, vittima della persecuzione di Decio. Rispose al prefetto romano che era originario di Nazaret e apparteneva alla famiglia di Cristo.
Gli fu dato il soprannome di Ortolano perchè, conducendo forse una vita di eremita, coltivava per il suo sostentamento un campicello di legumi.
Martirologio Romano: In Panfilia, nell’odierna Turchia, San Conone, martire, che, giardiniere, sotto l’imperatore Decio, fu costretto a correre, con i piedi trafitti da chiodi, davanti ad un carro e, caduto in ginocchio, pregando rese lo spirito a Dio.
San CONONE l'Ortolano, detto il Taumaturgo
Il Martirologio Romano commemora al 6 marzo il martirio a Cipro di Conone, vittima della persecuzione di Decio (249-251). Con i piedi trapassati da chiodi fu costretto a correre davanti a un carro; infine, estenuato, cadde in ginocchio e, mentre levava a Dio un'ultima preghiera, rese lo spirito.
Questa breve notizia non è altro che il riassunto dell'elogio dedicato al martire Conone l'Ortolano nei sinassari bizantini, in cui è festeggiato il 5 marzo.
Oriundo di Nazareth, in Galilea, Conone si sarebbe trasferito in Panfilia nelle vicinanze di Magydos, dove condusse una vita molto semplice, forse di eremita. Coltivava un orto e si nutriva
dei legumi che vi crescevano. Poi nei sinassari sono descritti il supplizio e il martirio ordinati dal prefetto Publio o Pollione).
É assai probabile che per una corruzione del  testo  il nome greco "ortolano" sia stato malamente inteso come  "cipriota". Si può, inoltre, sollevare un dubbio sulla sua origine palestinese: questa, infatti, può essere fondata esclusivamente su una risposta di Conone al prefetto, in cui il martire afferma: «Sono di Nazareth, la mia famiglia è quella di Cristo». Questa risposta non può essere considerata indicativa del luogo di origine del martire, così come attesta invece la sua intrepida fede.
I sinassari bizantini commemorano al 5 marzo (alcuni al 6) un altro Conone, martire in Isauria, provincia situata tra la Panfilia e la Cilicia.
Questo Conone era oriundo della città di Binada, distante solo diciotto stadi da Seleucia e, figlio di Nestore e Nada, visse al tempo degli Apostoli.
Costretto dai genitori a sposarsi, sebbene fosse suo proposito conservare il celibato, riuscì a far condividere il suo parere alla sposa Anna e i coniugi vissero nello stato di perfetta castità. Conone fu celebrato soprattutto per il suo potere sui demoni, da cui gli venne l'appellativo di «taumaturgo».
Tradotto davanti al prefetto Magnus, fu flagellato crudelmente perché non aveva cessato di predicare la sua fede, ottemperando agli editti imperiali. Secondo la stessa fonte, anche il padre di Conone, Nestore, morì martire.
È importante notare che nei sinassari bizantini, alla data del 28 febbraio, è celebrato Nestore, vescovo di Magydos, martirizzato proprio a Perge in Panfilia durante la persecuzione di Decio e sotto il prefetto Publio (o Pollione). Tutti questi particolari storici e geografici ci ricordano quelli del martirio di Conone l'Ortolano; ma qualche perplessità nasce dal fatto che i dati cronologici non coincidono con il «tempo degli Apostoli».
Nel Martirologio Romano troviamo alla data del 26 febbraio la commemorazione a Perge di Nestore, vescovo e martire e, sempre nella stessa città, il ricordo di un gruppo di quattro martiri: Papias, Diodoro, Conone e Claudiano, morti (dice la notizia) prima del vescovo Nestore.
Per quanto sia molto difficile darne una dimostrazione apodittica, non sembra tuttavia improbabile che nel Conone di Binada, figlio del martire Nestore, si possa vedere lo stesso martire Conone l'Ortolano, che testimoniò la sua fede in Panfilia (verisimilmente a Perge), ad una distanza di tempo non eccessiva da quella in cui subì il martirio il vescovo Nestore.
Notiamo, infine, che il Calendario palestinogeorgiano del Sinaiticus 34 (sec. X) commemora, ma senza nessuna precisazione, Conone al 6 marzo.

(Autore: Jaoseph-Marie Sauget – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Conone l'Ortolano, pregate per noi.

 

*Beato Cristoforo Macassoli da Milano – Francescano (5 marzo)  
Milano, 1415? - 5 marzo 1485
Etimologia:
Cristoforo = portatore di Cristo, dal greco
Martirologio Romano: A Vigevano in Lombardia, Beato Cristoforo Macassoli, Sacerdote dell’Ordine dei Minori, insigne per la predicazione e la carità verso i poveri.
La nuova famiglia dei Francescani Osservanti di cui san Bernardino da Siena era un fervente promotore, annoverò tra i suoi aderenti anche il B.Cristoforo Macassoli; nacque a MI dalla nobile famiglia dei  Macassoli verso il 1415 ed a vent’anni entrò nell’Ordine Francescano; si sa di lui che era un valente predicatore e faro di santità, la sua fama si estese in modo
impressionante sia per le numerose conversioni che operò, sia per i prodigi che gli venivano attribuiti considerandolo un taumaturgo.
Intorno al 1475 fondò il convento di Santa Maria delle Grazie di Vigevano, insieme al confratello B.Pacifico da Cerano, la chiesa del convento di incomparabile bellezza fu costruita da Galeazzo Sforza e consacrata nel 1478.
Ed in questo luogo, dopo una vita dedicata all’apostolato, morì il 5.3.1485. Fu sepolto nella succitata chiesa dove rimase fino al 1810, per poi essere traslato nella cattedrale di Vigevano, a seguito dei decreti di soppressione di Napoleone.
Nella chiesa di Santa Maria delle Grazie vi è la più antica testimonianza del culto, che gli venne quasi subito riservato, si tratta della pala d’altare datata 1503, nella quale il Beato Cristoforo è raffigurato insieme con San Bernardo a fianco della Vergine.
Nel 1588 e nel 1743 vi furono due ricognizioni delle reliquie accompagnate da solenni manifestazioni religiose.
Il 1° luglio 1890 il Vaticano concesse la celebrazione a tutto l’Ordine Francescano ed alla città di Vigevano e nel 1899, il 29 luglio lo stesso Papa Leone XIII ne confermò il culto e il titolo di Beato per la Chiesa Cattolica.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)  
Giaculatoria - Beato Cristoforo Macassoli da Milano, pregate per noi.


*San Foca l'Ortolano – Martire (5 marzo)  

Accanto ai grandi martiri dei primi anni del secondo secolo come Ignazio di Antiochia e Simeone di Gerusalemme,ultimo dei parenti immediati di Gesù, troviamo anche un ortolano, di nome Foca, abitante a Sinope, nel Ponto Eusino.
Era apprezzato e benvoluto da tutti per la sua generosità e la sua ospitalità e di queste sue virtù diede una commovente dimostrazione agli stessi carnefici, incaricati di eseguire la sentenza capitale pronunciata contro di lui. Evidentemente i carnefici non lo conoscevano di persona, perchè, entrati in casa sua per avere delle indicazioni, furono generosamente invitati a pranzo dall'ortolano.  
Mentre i due si rifocillavano, Foca andò nell'orto a scavarsi la fossa; quindi tornò in casa e dichiarò la propria identità ai carnefici, pregandoli di non porre indugi all'esecuzione della sentenza.
Fu accontentato e pochi istanti dopo il suo corpo cadeva nella fossa appena scavata. (Avvenire)
Patronato: Agricoltori, Giardinieri, Naviganti
Emblema: Palma
Martirologio Romano: A Sinópe nel Ponto, nell’odiena Turchia, San Foca, Martire, che fu giardiniere e patì molti tormenti per il nome del Redentore.
L’ospitalità, si sa, è dovere di ogni buon cristiano; l’amore vicendevole ed il perdono fraterno anche. Ma arrivare al punto da preparare cena, prestare il proprio letto e fornire lenzuola di bucato ai propri assassini è eroismo puro.
Che ci viene insegnato oggi da un santo dal nome strano ma dalla storicità certa, che gode di una vastissima devozione tanto in Oriente come in Occidente, al punto che c’è chi lo festeggia a marzo, chi a luglio e chi il 22 settembre. Addirittura hanno provato ad “inventare” altri santi con lo stesso nome, ma l’unico autentico è proprio quello dal mestiere più umile e dalla testimonianza più coraggiosa, San Foca il giardiniere.
La sua vicenda umana si colloca nei primi secoli dell’era cristiana, sicuramente non oltre il quarto secolo; le prime testimonianze su di lui arrivano da un panegirico del V secolo, così stringato,
documentato e presentato con tono di rapida sequenza, come di cronaca giornalistica, da non lasciare dubbio alcuno sull’autenticità del personaggio celebrato.
Dicevamo: Foca è giardiniere, forse anche benestante, dato che è famoso presso i suoi contemporanei per la sua generosità verso i poveri e per l’ospitalità che offre a tutti nella sua casa.
Vive a Sinope, un grande porto sul Mar Nero ed è cristiano, il che, all’epoca in cui vive, non è certo una scelta di  comodo o una semplice tradizione di famiglia, visto che continuamente i cristiani sono perseguitati e uccisi dall’imperatore di turno, che in questa maniera si illude di spegnere la nuova religione che sta prendendo piede.
Foca, oltre che generoso ed ospitale, è forse anche un personaggio in vista; oppure la sua testimonianza è così limpida e convincente da rappresentare un pericolo per l’autorità politica. Così viene condannato a morte senza processo e mandano due sicari sulle sue tracce, con il preciso incarico di eseguire immediatamente la condanna capitale.
Per ironia della sorte i due sicari, giunti nei pressi di Sinope, bussano proprio alla porta di Foca per avere informazioni sul “pericoloso cristiano” di cui sono alla ricerca e si vedono spalancare la porta di quella casa, tradizionalmente ospitale, offrire un pasto sostanzioso e un buon letto su cui riposare.
Non hanno nessun problema a rivelare a quell’uomo così cortese il motivo del loro viaggio e non si fanno scrupoli nel chiedergli consiglio sul modo migliore per giungere in fretta a mettere le mani su quel tal Foca e così portare a termine la loro missione.
Invitati a trascorrere la notte in quella casa con la promessa di ricevere dal loro ospite utili indicazioni il mattino successivo, quale non è, al risveglio, la loro sorpresa nel trovarlo di buon mattino già in giardino, dove ha appena finito di scavare una fossa.
Ma alla sorpresa si aggiunge un più che comprensibile problema di coscienza, nello scoprire che è proprio lui quel Foca di cui sono alla ricerca. Che li invita a compiere il loro dovere, dato che non ha voluto, anche se avrebbe potuto mentre dormivano, sfuggire ai suoi carnefici, ai quali anzi ha risparmiato anche la fatica di scavargli la fossa.
E in quella lo seppelliscono dopo averlo trapassato con la spada, in mezzo ai fiori ed agli ortaggi del suo giardino, umile seme di autentica testimonianza cristiana. Giardinieri, ortolani e i marinai orientali lo venerano loro patrono. Viene invocato contro il morso dei serpenti: secondo la tradizione, chiunque, dopo il morso, aveva la possibilità di toccare la porta della basilica del martire veniva immediatamente risanato.  
(Autore: Gianpiero Pettiti - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Foca l'Ortolano, pregate per noi.  

 

*San Gerasimo – Anacoreta (5 marzo)  
m. Giordania, 475
San Gerasimo, anacoreta in Palestina presso il fiume Giordano al tempo dell’imperatore Zenone,
fu riportato alla vera fede da Sant’Eutimio e si prodigò in grandi penitenze.
A tutti coloro che scelsero la vita monastica sotto la sua guida, offrì una dura disciplina ed una razione di cibo.
Il Martyrologium Romanum lo commemora in data odierna.
Martirologio Romano: In Palestina sulle rive del Giordano, San Gerásimo, anacoreta, che, al tempo dell’imperatore Zenone, ricondotto alla retta fede da Sant’Eutimio, fece grande opera di penitenza, offrendo a tutti coloro che sotto la sua guida si esercitavano nella vita monastica, un modello irreprensibile di disciplina e di vita.  
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Gerasimo, pregate per noi.  


*Beato Geremia da Valacchia (Giovanni) Kostistik (5 marzo)  

Tzazo, Valacchia, Romania, 29 giugno 1556 - Napoli, 5 marzo 1625
Nato in Romania il 29 giugno 1556, ha sempre sognato di raggiungere l'Italia, convinto che qui si trovino i migliori cristiani del mondo. E i genitori a 19 anni lo lasciano partire. Arriva a Bari e non trova quello che si attende così nella Quaresima del 1578 è a Napoli tra i cappuccini, accolto come «fratello laico».  
Lasciato il nome nativo di Ion (Giovanni), diventa fra Geremia da Valacchia.  
Nella Napoli sotto il dominio spagnolo, fra Geremia diventa una specie di patrono della gente derelitta, fa anche il mendicante per loro: raccoglie cibo e vestiti e non si sa cosa mangi, perché la sua razione di pane e verdure sfama sempre qualcun altro.
Quando non va in giro per i poveri, si prende cura dei malati, i piagati, i paralizzati, i pazzi. Gli affidano fra Martino, che nessuno avvicina per le piaghe: gli rimane accanto per oltre quattro anni fino alla morte. Muore il 5 marzo 1625. Giovanni Paolo II lo ha beatifica nel 1983. (Avvenire)
Martirologio Romano: A Napoli, Beato Geremia (Giovanni) Kostistik da Valacchia, che, religioso dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini, ininterrottamente per quarant’anni diede assistenza agli infermi con carità e letizia.
Ha sempre sognato di raggiungere l’Italia, convinto che nel nostro Paese si trovino i migliori cristiani del mondo. E i genitori – Stoika Kostist e Margherita Barbat, che sono agricoltori e anche
benestanti – a 19 anni lo lasciano partire. Arriva a Bari quando ne ha già 22, dopo un lento viaggio e un lungo soggiorno ad Alba Iulia (Romania) come servitore di un medico. Non vi trova quello che si attendeva, e nella Quaresima del 1578 è a Napoli tra i cappuccini, accolto come “fratello laico”, senza ricevere gli Ordini sacri.
Lasciato il nome nativo di Ion (Giovanni), diventa fra Geremia da Valacchia. Poi passa per vari conventi dell’Ordine e nel 1584 eccolo di nuovo a Napoli in quello di Sant’Eframio Nuovo, dove resterà fino alla morte.
Nella Napoli sotto il dominio spagnolo, fra Geremia diventa una sorta di patrono della gente più derelitta, servendo intanto la sua comunità nei compiti meno gradevoli; un numero crescente di diseredati fa appello alla sua straordinaria capacità di compatire, proprio nel senso di “soffrire insieme”.
Lui fa anche il mendicante, per loro: raccoglie cibo e vestiti, e non si sa bene che cosa mangi, perché la sua razione di pane e verdure sfama sempre qualcun altro. Accompagna tutto questo con lunghe preghiere: ama soprattutto il Pater Noster e la Salve Regina. Quando non va in giro per i poveri, è nelle celle e nelle stanze dei malati: quelli senza speranza, con piaghe ripugnanti, o paralitici, o pazzi. L’effluvio delle sue erbe aromatiche combatte la puzza dei corpi disfatti, le sue braccia sostituiscono quelle bloccate dalla paralisi. Sorride agli insulti dei dementi. Poi gli affidano un religioso, fra Martino, che nessuno avvicina più: troppe piaghe.
Ci pensa lui, lavandolo ogni giorno anche dieci volte, finché a sua volta crolla: stanchezza, disgusto; non ne può più, cambia convento.
Ma dopo qualche tempo, rieccolo accanto a fra Martino. Dice che il Signore lo vuole lì; che gliel’ha fatto capire mentre pregava. E lì rimane per quattro anni e mezzo; fino alla morte di Martino, che per molti è un sollievo. Lui piange, invece: "Povero fra Martino, era la ricreazione mia...". Al convento, ormai, viene a cercarlo anche gente importante. Dotti teologi chiedono consiglio al “fratello laico” analfabeta, la cui parlata è un miscuglio pittoresco, una sorta di italo-rumeno-napoletano.
Quando fra Geremia muore, bisogna chiamare i soldati e poi seppellirlo segretamente, di notte, dopo un assalto popolare al convento per vederlo, toccarlo, tagliare pezzetti del saio, che sarà cambiato sei volte.
Giovanni Paolo II lo ha beatificato nel 1983. I suoi resti mortali si trovano ora a Napoli, nella chiesa dell’Immacolata Concezione.  
(Autore: Domenico Agasso – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Geremia da Valacchia Kostistik, pregate per noi.  


*San Giovan Giuseppe della Croce (Carlo Gaetano Calosirto) - Francescano Alcantarino (5 marzo)
Ischia, 15 agosto 1654 - S. Lucia al Monte, 5 marzo 1734
Carlo Gaetano Calosirto nacque a Ischia nel 1654. A 15 anni entrò come Giovan Giuseppe della Croce tra i Francescani scalzi della riforma di San Pietro d'Alcantara, detti anche alcantarini, nel convento napoletano di Santa Lucia al Monte, dove condusse vita ascetica.
Insieme a 11 frati fu mandato, poi, nel santuario di Santa Maria Occorrevole di Piedimonte d'Alife, dove fece costruire un convento. Poi fu contemporaneamente a Napoli come maestro dei novizi e a Piedimonte come padre guardiano.
Quando agli inizi del Settecento ramo spagnolo e italiano dell'ordine si divisero (fino al 1722), lui guidò il secondo come ministro generale. Morì nel 1734. Fu canonizzato nel 1839 con Alfonso Maria de'Liguori e Francesco de Geronimo, dei quali era stato consigliere.
Le sue spoglie riposano nel convento di Santa Lucia al Monte. (Avvenire)
Martirologio Romano: Sempre a Napoli, San Giovanni Giuseppe della Croce (Carlo Gaetano) Calosirto, sacerdote dell’Ordine dei Frati Minori, che, sulle orme di San Pietro di Alcántara, ripristinò la disciplina religiosa in molti conventi della provincia napoletana.   
Le doglie colgono donna Laura Gargiulo il 15 agosto 1654, mentre sta passeggiando nel borgo di Ischia, ad una certa distanza dal signorile e fortificato palazzo in cui abita. Così Carlo Gaetano, il
suo terzo figlio, viene alla luce nella modesta stanzetta di una donna del popolo che generosamente e prontamente accoglie la partoriente. Quasi un segno che, quel bambino, non è destinato ad abitare a lungo nel palazzo dei Calosirto, una delle famiglie più in vista a facoltose di Ischia. Sarà per inclinazione naturale, sarà per “colpa” della famiglia profondamente religiosa in cui si prega molto, si digiuna a pane ed acqua in ogni vigilia di festa comandata, e dove si respira una grande devozione alla Madonna, ma quel bambino sembra davvero portato alla vita religiosa, complici anche i padri agostiniani cui i genitori affidano la sua preparazione culturale e religiosa.
Ma non è da questi che il ragazzino si rivolge, a 15 anni appena compiuti, per realizzare la sua vocazione: ha conosciuto nel frattempo i frati alcantarini e si sente attratto dall’austerità di vita di questi Francescani che si ispirano alla riforma attuata da san Pietro d’Alcantara. A 16 anni entra così nel loro convento napoletano di Santa Lucia al Monte; qui, insieme al nuovo nome di Giovan Giuseppe della Croce, riceve una forte spinta verso la vita ascetica, grazie ad un Maestro dei novizi particolarmente ispirato.
Dopo la professione religiosa, insieme a 11 confratelli si trasferisce a Piedimonte d’Alife, per costruire un nuovo  convento nelle vicinanze del santuario di Santa Maria Occorrevole. É giovanissimo, ed è qui che si innamora: del silenzio abitato da Dio, della preghiera lunga e fervorosa, della meditazione prolungata e trasformatrice.
Che però, come sempre avviene per i santi autentici, non riescono ad estraniarlo dal mondo, ma gli donano una sensibilità maggiore per scoprire, soprattutto fra le pieghe della sua Napoli, le mille contraddizioni e le tante miserie, nelle quali egli si muove perennemente scalzo, anche e ben al di là della sua Regola, con qualsiasi tempo e malgrado ogni intemperie. Tanto che una volta si ammala, così gravemente da temere per la sua vita; appena guarito, eccolo nuovamente per strada, instancabile tra un malato da curare ed un moribondo da assistere. Perché Padre Giovan Giuseppe, non aspetta che i poveri arrivino a lui, preferisce andarseli a cercare direttamente nei tuguri e nelle soffitte.  
Cadono su di lui le responsabilità della sua famiglia religiosa: umilmente le svolge, e anche con successo, come dimostra la delicata situazione che porta alla spaccatura tra gli Alcantarini di Spagna e quelli d’Italia. Di questi ultimi egli diventa superiore, ma continuando a lavorare per la riunificazione della famiglia alcantarina che riesce ad attuare dopo vent’anni, durante i quali colleziona critiche e calunnie capaci di smontare chiunque. Ma non lui, che nel silenzio al quale si è votato trova il suo più prezioso alleato per non rispondere male per male e per generosamente perdonare anche il più accanito calunniatore.
Sulla sua strada fioriscono miracoli: parlano di bilocazioni, lievitazioni, profezie, guarigioni, moltiplicazioni, addirittura della risurrezione di un bambino: ma prima di ogni cosa è autenticamente prete, ricercato per la confessione e la direzione spirituale anche da santi autentici, come Sant' Alfonso Maria de’ Liguori e San Francesco de Geronimo, insieme ai quali (quando si dice scherzi della Provvidenza!) Padre Giovan Giuseppe della Croce Calosirto verrà canonizzato nel 1839. Ma santo nel cuore della gente lo era già da vivo e soprattutto da quel 5 marzo 1734 in cui, ottantenne, aveva chiuso gli occhi, nello stesso convento napoletano in cui era entrato 65 anni prima.
(Autore: Gianpiero Pettiti – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Nacque ad Ischia con il nome di Carlo Gaetano Calosirto, il 15 agosto del 1654 nel borgo di Ponte, figlio del nobile Giuseppe e di donna Laura Gargiulo. Frequentò nell’isola i padri agostiniani da cui ricevette la prima formazione umanistica e religiosa; a 15 anni scelse la vita religiosa per la grande attrazione che esercitava sul suo animo, aderendo ai Francescani scalzi della Riforma di s. Pietro d’Alcantara, detti anche alcantarini, per la loro vita austera, dipendenti dal convento di S. Lucia al Monte in Napoli.
Cambiò il nome in quello di Giovan Giuseppe della Croce e fece il noviziato sotto la guida ascetica di padre Giuseppe Robles. Nel gennaio 1671 fu inviato insieme ad altri 11 frati, di cui egli era il più giovane, presso il santuario di s. Maria Occorrevole a Piedimonte d’Alife, dove grazie alla sua fattiva opera fu costruito un convento, divenne sacerdote il 18 settembre 1677.  
Durante la sua permanenza a Piedimonte, fece costruire in una zona più nascosta del bosco un altro piccolo conventino detto “la solitudine”, ancora oggi meta di pellegrinaggi, per poter pregare più in ritiro; per parecchianni guidò contemporaneamente il noviziato a Napoli come maestro, e il convento a Piedimonte come padre guardiano, adoperandosi tra l’altro in forma molto attiva per la costruzione del convento del Granatello in Portici (Napoli).  
Agli inizi del 1700 il Movimento Francescano subì una tempesta organizzativa dovuta ai forti dissensi sorti fra gli alcantarini provenienti in gran parte dalla Spagna e fra quelli italiani, che provocò, con l’approvazione pontificia, la separazione dei due gruppi per le loro nazionalità; gli spagnoli ottennero il convento di S. Lucia al Monte e del Granatello.
Padre Giovan Giuseppe, nominato capo e guida del gruppo italiano, dovette barcamenarsi in tutte le difficoltà che venivano poste dai potenti confratelli spagnoli, richiamò i circa 200 frati ad un rispetto più conforme alla Regola, riordinò gli studi.
Scaduto il suo mandato, ebbe dall’arcivescovo di Napoli, cardinale Francesco Pignatelli, l’incarico di dirigere settanta fra monasteri e ritiri napoletani, uguale incarico l’ebbe anche dal cardinale Innico Caracciolo per la diocesi di Aversa.
Essendo qualificato direttore di coscienze, a lui si rivolsero celebri ecclesiastici, nobili illustri, persino Sant' Alfonso Maria de’ Liguori e San Francesco de Geronimo; il Signore gli donò vari carismi, come la bilocazione, la profezia, la lettura dei cuori, la levitazione, apparizioni della Madonna e di Gesù Bambino, i miracoli come quello della resurrezione del marchesino Gennaro Spada, fu visto passare per le strade di Napoli sollevato di un palmo da terra in completa estasi.
Il 22 giugno 1722 con decreto pontificio i due rami alcantarini, furono riuniti di nuovo e quindi anche il convento di S. Lucia al Monte ritornò ai frati italiani ed è lì che Giovan Giuseppe della Croce, dopo averci vissuto per altri dodici anni, morì il 5 marzo 1734; la sua tomba posta nel convento è stata ed è tuttora centro di grande devozione dei napoletani che lo elessero loro compatrono nel 1790.  
Beatificato da papa Pio VI il 24 maggio 1789, fu poi elevato agli onori degli altari come santo da papa Gregorio XVI il 26 maggio 1839, insieme ad altri quattro santi: Francesco de Geronimo, Alfonso Maria de’ Liguori, Pacifico di S. Severino e Veronica Giuliani.
L’isola d’Ischia, che da sempre l’ha venerato e amato come suo carissimo e grande figlio, ha fatto richiesta affinché le spoglie del santo vengano trasferite da S. Lucia al Monte in Napoli al convento francescano dell’isola, fra la sua originaria gente.  
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Giovan Giuseppe della Croce, pregate per noi.  


*Beata Giovanna Irrizaldi - Vergine Mercedaria (5 marzo)

Era Monaca Mercedaria, la Beata Giovanna Irrizaldi, nel monastero di San Giuseppe in Nalan, cittadina delle Asturie in Spagna, dove visse testimoniando in modo esemplare la sua fede in Cristo.
Nota per il miracolo compiuto, dovendo essa dirigersi altrove, in mancanza di un’ imbarcazione distese un candido velo sulle onde del mare e salitavi sopra, fu trasportata dalle acque senza che le si bagnassero nemmeno i piedi.
Terminata la sua vita terrena il corpo fu sepolto nel suo monastero.
L’Ordine la festeggia il 5 marzo.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Giovanna Irrizaldi, pregate per noi.   


*Beato Guglielmo Giraldi - Mercedario (5 marzo)

Ottavo priore del convento di Barcellona, il Beato Guglielmo Giraldi, fu un religioso mercedario santissimo e zelantissimo.
Due volte andò in terra d’africa per redenzioni, una in Algeria l’altra in Marocco e liberò dalle catene dei mussulmani 453 schiavi.
Morì santamente a Barcellona.
L’Ordine lo festeggia il 6 marzo.

(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Guglielmo Giraldi, pregate per noi.
 


*Beato Lazzaro Shantoja - Sacerdote e Martire (5 marzo)

Scheda del Gruppo a cui appartiene:
"Beati Martiri Albanesi (Vincenzo Prennushi e 37 compagni) - 5 novembre

Scutari, Albania, 2 settembre 1892 – Tirana, Albania, 5 marzo 1945

Lazër Shantoja, sacerdote della diocesi di Scutari, s’impegnò nel ministero sacerdotale prima in un paese di montagna, poi come segretario dell’arcivescovo di Scutari. Dotato di un animo sensibile, lo espresse nello studio del pianoforte, nella traduzione di poeti stranieri e in sue composizioni personali.
Esule in Svizzera negli anni del governo di re Zog I, sentì una forte nostalgia del suo Paese, dove tornò dopo oltre quindici anni.
Inviso al nuovo regime comunista, venne torturato e infine, il 5 marzo 1945, ucciso con un colpo di pistola alla nuca.
Inserito nel gruppo dei 38 martiri uccisi in Albania durante il regime comunista, è stato beatificato a Scutari il 5 novembre 2016.
Formazione sacerdotale e letteraria
Lazër Shantoja nacque a Scutari in Albania il 2 settembre 1892. Stimolato dall’esempio di un suo zio, comprese di dover diventare sacerdote: studiò quindi nel Seminario della sua città, retto dai padri Gesuiti. Proseguì la formazione a Innsbruck, in Austria, dove imparò il tedesco.
Vivace e curioso, seguì da vicino i tentativi del popolo albanese di liberarsi dal dominio dell’impero ottomano.
Allo stesso tempo, continuò a studiare pianoforte e si cimentò nelle sue prime composizioni letterarie.
Il parroco col pianoforte
Una volta ordinato sacerdote, nel 1920, rientrò in Albania e fu subito nominato parroco di Sheldija, un paese di montagna a est di Scutari. Una volta stabilito lì, si fece portare il suo pianoforte caricato sul dorso di un asino: fu così che venne soprannominato "il parroco col piano".
Iniziò subito il suo ministero, facendosi apprezzare dai suoi parrocchiani per le sue naturali capacità di guida, non solo spirituale.
Segretario dell’arcivescovo di Scutari
Nel 1924, mentre l’Albania indipendente era in lotta coi popoli vicini, il nuovo arcivescovo di Scutari, monsignor Lazër Mjeda, chiese a don Lazër di diventare suo segretario. Lui obbedì, ma i parrocchiani montanari non erano affatto d’accordo: accettarono solo quando compresero che non c’era molto da discutere con l’autorità del vescovo.
Così, con aria amareggiata, accompagnarono il loro ex parroco nella nuova destinazione, insieme all’immancabile asino che trasportava il pianoforte, i libri e gli spartiti.
La sera, nel tempo libero dagli impegni, don Lazër si dedicava al suo amato strumento, tanto che in breve, sotto le finestre del palazzo arcivescovile, si radunavano molti passanti per quei concerti improvvisati.
Un acuto polemista
Il suo incarico principale, oltre all’assistenza al vescovo, fu quello d’incentivare le iniziative perché l’Albania potesse essere considerata al pari delle altre nazioni europee. In tal senso accettò di partecipare attivamente alla redazione del quotidiano «Ora e maleve» (La Difesa delle Montagne), organo ufficiale della Democrazia Cristiana albanese, che si diffuse ben oltre il partito, l’ambito cattolico e quello nazionale.
I suoi articoli, scritti con uno stile arguto e polemico, gli valsero il rispetto anche dagli avversari politici, proprio per il modo con cui trattava i vari argomenti.
Lontano dalla patria
Tuttavia, quando il capo militare Ahmet Zogu si autoproclamò re col nome di Zog I e instaurò una
politica repressiva, molti intellettuali e partigiani lasciarono l’Albania. Tra di essi, don Lazër, che riparò in Jugoslavia, poi passò a Vienna e, infine, si stabilì in Svizzera.
Inizialmente risiedette a Berna, ma dal 1935 al 1939 esercitò il ministero a La Motte, sulle Alpi bernesi.
Continuò anche la sua attività culturale: tradusse Goethe, Schiller e alcuni poeti italiani. Produsse anche saggi brevi, articoli e poesie. Allo stesso tempo, mirava a costruire un’opera centrata sui valori tradizionali del focolare, concretizzati nelle fiamme che simboleggiavano la libertà basata sulla fede in Dio.
Viveva in ardente nostalgia per la sua patria, così da confidare al poeta Ernest Koliqi, che era andato a trovarlo: «Ho bisogno di mangiare formaggio di capra su pane doppio, e che questo formaggio conservi il sapore del fogliame dei nostri faggeti, in cui si nutrono le capre». Fuor di metafora, sentiva la necessità di restare in contatto con le proprie origini, aiutato in questo dalla madre, che l’aveva accompagnato e che parlava solo albanese.
Il rientro e la persecuzione
Nel 1938 fu in grado di tornare in Albania e scelse di stabilirsi a Tirana, insieme alla madre, in una piccola casa, per dedicarsi solo alla letteratura. In seguito alla sua morte si scoprì che aveva dedicato alcuni sonetti, volutamente anonimi, a una donna.
Il fatto scandalizzò molti, ma era allo stesso tempo indicativo del suo animo sensibile alla bellezza, anche di quella degli esseri umani.
Tuttavia, la prese di potere da parte dei comunisti lo rese subito sgradito: negli anni della seconda guerra mondiale, infatti, si era avvicinato agli italiani fascisti, ma ne aveva subito preso le distanze.
Il martirio e la beatificazione
Venne subito torturato, tanto che gli furono spezzati gambe e braccia: poteva trascinarsi alla sua cella puntando sulle ginocchia e sui gomiti. Sua madre, un giorno, andò a trovarlo, ma non resistette a quella vista: «Compro io il proiettile per ucciderlo», supplicò i soldati, «ma non lasciatelo più in queste terribili condizioni!».
I persecutori, invece, aspettarono ancora qualche tempo, poi una soldatessa lo finì con una pallottola alla nuca. Compreso nell’elenco dei 38 martiri albanesi capeggiati da monsignor Vinçenc Prennushi, don Lazër Shantoja è stato beatificato a Scutari il 5 novembre 2016.
(Autore: Emilia Flocchini – Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - Beato Lazzaro Shantoja, pregate per noi.  


*San Lucio I – 22° Papa (5/4 marzo)
m. 254
(Papa dal 25/06/253 al 05/03/254)

Romano. Non appena eletto venne arrestato e mandato in esilio, dal quale, "per volere di Dio, restò incolume", come si legge nei documenti ufficiali.
Etimologia: Lucio = luminoso, splendente, dal latino
Martirologio Romano: A Roma sulla via Appia nel cimitero di Callisto, deposizione di San Lucio, Papa, che, successore di San Cornelio, subì l’esilio per la fede in Cristo e, insigne testimone della fede, affrontò le difficoltà del suo tempo con moderazione e prudenza.   
Assurse al soglio pontificale il 25 giugno del 253, pochi giorni dopo la morte del suo predecessore Cornelio.
Non è dato sapere come ma nonostante il suo brevissimo pontificato riuscì ad emanare il decreto per il quale: "... ogni presbitero doveva essere accompagnato da due preti e tre diaconi... a testimonianza del comportamento di tutti".
Il suo papato, dopo la morte dell'imperatore Treboniano Gallo e l'evento di Valeriano, fu da
considerarsi abbastanza tranquillo sul fronte delle persecuzioni.  
Dopo un breve esilio a Lucio fu concesso di ritornare a Roma.
Morì di morte naturale e fu sepolto nella cripta di san Callisto o forse di santa Cecilia.
Dapprima dichiarato santo per il suo martirio, Lucio fu successivamente cancellato dal Calendario Universale della Chiesa.  
(Autore: Franco Prevato)
Dal Martirologio Romano:  «4 marzo - A Roma, sulla via Appia, il natale di San Lucio primo, Papa e Martire, il quale nella persecuzione di Valeriano per la fede di Cristo mandato prima in esilio, e poi per divino volere avendo ottenuto il permesso di ritornare alla sua Chiesa, finalmente, dopo essersi moltissimo affaticato contro i Novaziani, con la decapitazione compì il martirio. San Cipriano poi lo celebrò con somme lodi. »
La festa  di San Lucio si celebra il 4 marzo.
Biografia
Nato a Roma in data sconosciuta, nulla si sa della sua famiglia ad eccezione del nome di suo padre, Porfiriano, riportato nel Liber Pontificalis. Dove l'autore di questo documento abbia ricavato l'informazione è tuttavia ignoto.
Dopo la morte di Papa Cornelio, avvenuta in esilio nell'estate del 253, a succedergli come vescovo di Roma fu scelto Lucio. Poiché la  persecuzione della Chiesa che sarebbe iniziata, per le fonti cristiane, sotto l'imperatore Gaio Vibio Treboniano Gallo, e durante la quale Cornelio era stato bandito, proseguiva, anche Lucio fu esiliato immediatamente dopo la sua consacrazione. Di lì a poco, presumibilmente quando Valeriano divenne imperatore, però, gli fu permesso di tornare in città. Il "Catalogo Feliciano", le cui informazioni si trovano nel  Liber Pontificalis, narrava del bando e del miracoloso ritorno di Lucio:  Hic exul fuit et postea nutu Dei incolumis ad ecclesiam reversus est.
San Cipriano, che scrisse una lettera di congratulazioni a Lucio per la sua elevazione alla sede romana e per il suo bando, gli spedì una seconda lettera in cui si compiaceva per il suo ritorno dall'esilio. La lettera iniziava:
«Amato Fratello, solamente poco tempo fa noi Vi offrimmo le nostre congratulazioni, quando nell'esaltarVi a governare la Sua Chiesa, Dio graziosamente vi diede la duplice gloria di confessore e vescovo. Di nuovo noi ci congratuliamo con Voi, i Vostri compagni, e la congregazione intera, perché, grazie alla generosa e potente protezione del nostro Dio, siete tornato per la Sua gloria, in modo che il gregge possa nuovamente avere il suo pastore, la nave il suo pilota, e le persone qualcuno che li governi e gli mostri apertamente che fu per volontà di Dio che il vescovo fu messo al bando, non che il vescovo fu espulso per essere privato della sua Chiesa, ma piuttosto perché vi ritorni con maggiore autorità.»
Cipriano continuava affermando che il ritorno dall'esilio non rimpiccioliva la gloria della professione e che la persecuzione, che era diretta solamente contro i confessori della vera Chiesa, aveva provato quale fosse la Chiesa di Cristo. In conclusione egli descriveva la gioia della Roma cristiana per il ritorno del suo pastore.
Quando Cipriano sosteneva che Dio attraverso la persecuzione "cercò di far vergognare gli  eretici e di ridurli al silenzio, così da far vedere dove era la vera Chiesa, chi fosse il suo vescovo scelto dalla grazia di Dio, chi fossero i suoi  presbiteri in comunione col vescovo nella gloria del sacerdozio, chi fosse il vero popolo di Cristo, unito nel Suo gregge da un amore particolare, chi fossero coloro che erano oppressi dai nemici e allo stesso tempo coloro che erano protetti da Satana come propri", evidentemente si riferiva ai seguaci di  Novaziano. Infatti, durante il pontificato di Lucio, lo scisma di Novaziano, autoproclamatosi Papa in opposizione a Cornelio, continuò.
Riguardo al riaccoglimento dei "lapsi" (ricaduti nel paganesimo) Lucio si conformò ai principi di Cornelio e Cipriano. Secondo la testimonianza di quest'ultimo, contenuta in una lettera a Papa Stefano I, Lucio, come Cornelio espresse il suo pensiero per iscritto: Illi enim pleni spiritu Domini et in glorioso martyrio constituti dandam esse lapsis pacem censuerunt et poenitentia acta fructum communicationis et pacis negandum non esse litteris suis signaverunt. (Anche a loro, colmi dello spirito di Dio e confermati nel glorioso martirio, dopo la giusta penitenza, non dovrebbe essere negato il godimento della comunione e della riconciliazione.)
Lucio morì all'inizio di marzo del 254. Nel Depositio episcoporum, la "Cronografia del 354" indica la sua data di morte nel 5 marzo, mentre il  Martyrologium Hieronymianum nel 4 marzo. Forse Lucio morì il 4 marzo e fu sepolto il 5. Secondo il Liber Pontificalis questo Papa fu decapitato al tempo di Valeriano, ma questa testimonianza non può essere accettata perché le persecuzioni di Valeriano iniziarono più tardi del marzo 254. È vero che Cipriano nella lettera a Stefano sopra riportata gli tributa, così come a Cornelio, il titolo onorario di martire: servandus est enim antecessorum nostrorum beatorum martyrum Cornelii et Lucii honor gloriosus (la gloriosa memoria dei nostri predecessori i beati martiri Cornelio e Lucio dovrà essere preservata), ma probabilmente si riferiva al breve esilio di Lucio. Cornelio, che morì in esilio, dopo la sua morte, fu onorato come martire dai romani, ma non Lucio. Nel calendario romano delle feste, "Cronografia del 354" viene ricordato nel Depositio episcoporum, ma non nel Depositio martyrum. Ciononostante, come si evince dal  Martyrologium Hieronymianum, la sua memoria era particolarmente onorata. Eusebio di Cesarea,
inoltre, riportava (Historia Ecclesiastica, VII, 10) che Valeriano nella prima parte del suo regno fu favorevole ai Cristiani, infatti, il primo editto di persecuzione dell'imperatore apparve solamente nel 257.
Lucio fu sepolto in un compartimento della cripta papale nelle catacombe di San Callisto. Durante gli scavi della cripta,  Giovanni Battista De Rossi rinvenne un grande frammento dell'epigrafe originale che riportava solamente il nome del papa in greco: LOUKIS. La lastra era rotta immediatamente dopo questa parola, e probabilmente non c'era scritto altro oltre al titolo EPISKOPOS (vescovo).
Le reliquie del santo furono traslate da Papa Paolo I (757-767) nella  Chiesa di San Silvestro in Capite, o da Papa Pasquale I (817-824) nella  Basilica di Santa Prassede. La sua testa attualmente è conservata in un  reliquiario nella Cattedrale cattolica di Sant'Ansgar a Copenaghen, in Danimarca. La reliquia venne portata a Roskilde attorno all'anno  1100, dopo che Lucio era stato dichiarato patrono della regione danese della  Zelanda (Paesi Bassi). È tra le poche reliquie ad essere sopravissute alla Riforma in Danimarca.
L'autore del Liber Pontificalis ha attribuito arbitrariamente a San Lucio un decreto secondo il quale due presbiteri e tre diaconi dovevano sempre accompagnare il vescovo per essere testimoni della sua vita virtuosa: Hic praecepit, ut duo presbyteri et tres diaconi in omni loco episcopum non desererent propter testimonium ecclesiasticum. È probabile che tale misura si sarebbe resa necessaria, a certe condizioni, in un periodo più tardo; ma ai tempi di Lucio ciò era inconcepibile. La storia contenuta nel Liber Pontificalis secondo cui Lucio, in punto di morte, diede all'arcidiacono Stefano il potere sulla Chiesa, è inventata.  
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Lucio I, pregate per noi.   


*San Teofilo di Cesarea di Palestina – Vescovo (5 marzo)  

Etimologia: Teofilo = amico di Dio, dal greco
Emblema: Bastone pastorale
Martirologio Romano: Commemorazione di San Teofilo, vescovo di Cesarea in Palestina, che, sotto l’imperatore Settimio Severo, rifulse per sapienza e integrità di vita.
San Teofilo vescovo di Cesarea di Palestina, viene menzionato da Eusebio di Cesarea (Historia Ecclesiastica, V) nella cronologia dei più importanti capi delle Chiese locali al tempo di Papa Vittore I (200 d.C.).
Si sa poco di lui, lo stesso Eusebio lo cita altre due volte e cioè in merito ad un sinodo riunito in Palestina e poi per  aver preso parte alla disputa dei vescovi dell’epoca sulla questione della celebrazione della Pasqua; una parte di vescovi asiatici del periodo preconsolare e quelli di origine Ebraica, volevano celebrarla il 14 del mese di aprile, mentre i vescovi delle Chiese occidentali compresa Roma e lo stesso Teofilo si opponevano volendo celebrarla la domenica (giorno del Signore).
Non risulta che negli antichi calendari vi fosse un culto particolare del Santo; il primo ad introdurlo nella lista dei Santi fu P. de Natalibus seguito poi da C. Baronio che dopo un breve elogio in cui lo apprezza per la saggezza e l’integrità della sua vita, lo introdusse nel Martirologio Romano al 5 marzo.  
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Teofilo di Cesarea di Palestina, pregate per noi.  

    

*San Virgilio di Arles – Vescovo (5 marzo)  
Martirologio Romano:
Ad Arles in Provenza, in Francia, San Virgilio, vescovo, che ospitò Sant’Agostino e i monaci che, su mandato del Papa San Gregorio Magno, erano in viaggio per l’Inghilterra.
(Fonte:
Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - San Virgilio di Arles, pregate per noi.


*Altri Santi del giorno (5 marzo)

*Sant'Olivia - Vergine e Martire

Giaculatoria - Santi tutti, pregate per noi.


 
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