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Santi del 5 Novembre

Il mio Santo > I Santi di Novembre

*Beata Beatrice de Suabia - Regina (5 novembre)

Germania, 1200 circa – Toro, Zamora (Spagna), 1235 circa
Beatriz, quarta figlia di Filippo di Suabia ed Irene Angelo, nonché nipote dell’imperatore Federico Barbarossa, andò in sposa il 30 novembre 1219 a San Ferdinando III re di Castiglia e Leon.
Fu così madre del futuro sovrano Alfonso X e di ben altri nove figli: Fadrique, Fernando, Enrique, Felipe, Sancho, Manuel, Leonor, Berenguela e María.
Fece parte dell’Ordine di Santa Maria della Mercede, preferendo dunque ai beni terreni la gloria celeste e fu ricompensata da Dio con una speciale corona, l’aureola della santità.
Le sue spoglie riposano nella cattedrale di Siviglia accanto al marito.
Le fu attribuito il titolo di “Beata” e come tale è festeggiata il 5 novembre.
É cosa assai nota come in duemila anni di cristianesimo i Santi che hanno sempre goduto di maggiore popolarità siano stati in prevalenza religiosi di ogni ordine e grado e martiri dei primi
secoli. In secondo piano sono invece sempre passate purtroppo tutte quelle esemplari figure di coppie di sposi, che nella vita coniugale hanno tentato di attuare la cosiddetta Chiesa domestica, sposa di Cristo Signore.
Buona parte delle coppie di sposi a cui sia stato attribuito un culto pubblico sono sovrani di nazioni europee, ma purtroppo spesso e volentieri solo al marito è toccata una maggiore popolarità, come nei casi di Carlo Magno ed Ildegarda, Stefano e Gisella d’Ungheria, Etelberto e Berta del Kent.
L’ennesimo caso di santa moglie un pò trascurata è costituito dalla regina Beatriz de Suabia. Poche sono in realtà le notizie certe sulla breve vita terrena di questa nobile donna. Nacque in Germania verso il 1200 dalla grande celebre famiglia degli Hohenstaufen, quarta figlia di Filippo di Svevia (1180-1208), duca di Suabia, e di Irene Angelo di Costantinopoli. Filippo era a sua volta figlio di Federico I Barbarossa (1122-1190), imperatore di Germania.
Nelle vene di Beatriz scorreva dunque puro sangue imperiale, tanto da valerle il titolo di “Sua Altezza Imperiale”.
Una delle poche date certe sulla sua vita pare essere il 30 novembre 1219, giorno del matrimonio con il re Ferdinando III di Castiglia e Léon, ben più famoso di lei in quanto la sua memoria è legata alla riconquista della penisola iberica alla cristianità. Da questa felice unione nacquero il futuro sovrano Alfonso X ed altri nove figli: Fadrique, Fernando, Enrique, Felipe, Sancho, Manuel, Leonor, Berenguela e María.
La regina Beatriz fece parte dell’Ordine di Santa Maria della Mercede, fondato in Spagna da San Pietro Nolasco e qui particolarmente diffuso. La sua appartenenza all’ordine fu evidentemente in qualità di terziaria, in quanto donna coniugata. Preferendo dunque ai beni terreni la gloria celeste, fu ricompensata da Dio con una speciale corona, l’aureola della santità. Nel 1235 circa, ancora in età non molto avanzata, Beatriz si spense a Tori, nei pressi di Zamona, e le sue spoglie furono in un primo tempo tumulate a Huelgas Rimasto dunque vedovo, Ferdinando III sposò in seconde nozze Juana de Ponthieu Montreueil che gli diede ancora tre figli: Fernando, Leonor e Luis.
Quando il 30 maggio 1252 morì anch’egli e fu sepolto nella cattedrale di Siviglia, anche i resti dell’amata Beatriz furono traslati accanto a lui ed iniziarono ad essere oggetto di venerazione da parte dei fedeli.
Le fu popolarmente attribuito il titolo di “Beata” e come tale è festeggiata il 5 novembre, anche se purtroppo il suo culto pare essere costantemente rimasto limitato a livello locale ed all’Ordine Mercedario. Mentre il marito fu ufficialmente canonizzato nel 1671, per Beatriz de Suabia si è ancora dunque ancora in attesa almeno di una conferma di culto.
Per quanto riguarda l’iconografia a lei relativa, si segnalano un’immaginetta facente parte di una seria di santi mercedari ed una scultura lapidea del XIII secolo custodita nel chiostro della cattedrale di Siviglia.
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Beatrice de Suabia, pregate per noi.


*Beato Bernardo Lichtenberg – Sacerdote e Martire (5 novembre)

Ohlau (Slesia), 3 dicembre 1875 – Hof (Baviera), 5 novembre 1943
È stato proclamato Beato da Giovanni Paolo II nel 1996 a Berlino. Nacque il 3 dicembre 1875 a Ohlau nella Slesia (oggi Olawa in Polonia). Il 21 giugno 1899 fu ordinato prete e Breslau.
Nel 1900 fu trasferito a Berlino. Nel 1935, essendosi ammalato il vicario capitolare, fu incaricato di reggere la diocesi di Berlino.
Avendo saputo della situazione dei campi di concentramento protestò contro tali abusi. Condividendo le idee del vescovo di Münster, Clemente Agostino von Galen (1878-1946), nel 1941 protestò contro l'eliminazione dei malati di mente: mandò una lettera al capo dell'Ordine dei medici del Reich e al cancelliere del Reich, Hitler.
Si prodigò anche per la difesa dei «non ariani». Nell'ottobre 1941 preparò un comunicato da leggere dal pulpito contro la persecuzione degli ebrei.
Denunciato da due donne, però, venne arrestato dalla Gestapo il 23 ottobre 1941.
Restò in carcere fino al 23 ottobre 1943.
Ma il 28 ottobre, in condizioni di salute pessime, fu mandato al campo di Dachau. Il viaggio gli costò la vita: morì il 5 novembre. (Avvenire)
Martirologio Romano: Nella cittadina di Hof in Germania, Beato Bernardo Lichtenberg, sacerdote e martire, che, dopo aver preso coscienza dei gravi atti che venivano compiuti contro la dignità di Dio e degli uomini, fu arrestato per avere pubblicamente pregato per gli Ebrei vessati in modo disumano e incarcerati e, destinato al campo di prigionia di Dachau, morì durante il viaggio, provato dai maltrattamenti, ma impavido in Cristo.
Bernardo Lichtenberg è stato proclamato Beato da Papa Giovanni Paolo II il 23 giugno 1996 a Berlino, nella sua Germania.
Fu una delle poche persone in Germania, che al tempo del nazismo, osò alzare la voce in difesa degli ultimi, contro l’eliminazione dei poveri malati di mente e contro la persecuzione degli ebrei, pagando con la sua vita questo atto coraggioso e cristiano.
Nacque il 3 dicembre 1875 a Ohlau nella Slesia (oggi Olawa in Polonia), primo di cinque figli.
Crebbe nello spirito cristiano di cui era ricca la sua famiglia e ad Ohlau frequentò la Scuola Elementare, ricevendo la Prima Comunione il 12 aprile 1887; da ragazzo assisteva alla S. Messa ogni mattina insieme alla madre.
Dopo gli esami di maturità sempre ad Ohlau, il 12 marzo 1895 si trasferì a Innsbruck in Austria per intraprendere gli studi in teologia presso la locale Università e poi in quella di Breslau, al termine
dei quali fu ordinato sacerdote il 21 giugno 1899 nel Duomo di Breslau.
Dopo una prima esperienza pastorale a Neisse, nel 1900 fu trasferito a Berlino, dove fino al 1913 svolse le funzioni di vice parroco e parroco in varie chiese della vasta diocesi; dal 1913 al 1931 fu parroco della parrocchia del Sacro Cuore a Charlottenburg che contava 35.000 cattolici, che però disponeva solo di una piccola chiesa della capienza di 400 fedeli.
Chiedendo aiuti e questuando, provvide alla costruzione di quattro chiese, ma soprattutto si distinse come parroco per la sua schietta e semplice pietà, per una vita di estrema povertà e per la carità illimitata verso i poveri e gliabbandonati.
Nell’ambiente berlinese, dove i cattolici erano una minoranza ed erano spesso scherniti, padre Bernardo Lichtenberg difese sempre con coraggio i diritti della Chiesa, spesso pagandone le conseguenze; nel 1931 il primo vescovo di Berlino lo nominò membro del Capitolo della Cattedrale e parroco del Duomo.
Uomo di forte carattere e intrepido difensore della Chiesa, dei diritti degli uomini, dei sacerdoti e religiosi, fu fin dall’inizio malvisto dai nazionalsocialisti.
Nel 1935 essendosi ammalato il Vicario Capitolare, fu incaricato di reggere la diocesi di Berlino; avendo saputo della situazione inumana dei campi di concentramento, chiese di avere un incontro con il Primo Ministro Hermann Göring e in sua assenza, consegnò una lettera di denuncia contro tali abusi; ciò destò l’ira e poi la vendetta della Gestapo.
Condividendo le idee dell’eroico vescovo di Münster, il Servo di Dio Clemente Agostino von Galen (1878-1946), protestò egli pure nel 1941 contro l’eliminazione dei malati di mente; mandò per questo una lettera al Capo dell’Ordine dei Medici del Reich, Conti e per conoscenza al Cancelliere del Reich, Hitler, ai competenti Ministeri e alla Gestapo, ne riportiamo qualche passo: “La gente in pubblico non deve saperlo, ed i parenti non osano protestare pubblicamente, perché temono per la loro libertà e per la loro vita. Anche sulla mia anima di sacerdote grava il peso della connivenza con i crimini contro la legge sia morale che dello Stato. Io però, anche se sono un cittadino qualunque, protesto come uomo, cristiano, sacerdote e tedesco e chiedo ragione a Lei, Capo dell’Ordine dei Medici del Reich, dei crimini che vengono perpetrati per ordine suo o con la sua approvazione e che provocano la vendetta del Signore della vita e della morte sul popolo tedesco”.
Nel contempo si prodigò per alleviare le sofferenze degli ebrei perseguitati e dei cosiddetti ‘non ariani’; nel 1938 assunse la direzione dell’”Opera assistenziale presso l’Ordinariato Episcopale” preposto all’aiuto di queste persone, ne ospitò qualcuno anche nella sua casa.
Nell’ottobre 1941 venne diffuso un volantino anonimo ma di provenienza nazista, in cui si affermava che chiunque dimostrasse compassione per gli ebrei, commetteva un atto di alto tradimento verso la patria.
A questa minaccia, il prevosto della cattedrale, padre Bernardo Lichtenberg, volle rispondere con un comunicato di protesta, da leggere dal pulpito personalmente in tutte le Messe della domenica successiva, ma dopo una denuncia di due donne, la Gestapo effettuò una perquisizione trovando il foglio pronto per la protesta, quindi il 23 ottobre 1941 padre Bernardo fu arrestato.
Fu condotto prima nella prigione di Plotzensee e poi in quella di Moabit, accusato di due delitti: il primo quello di aver fatto degli affari di Stato, oggetto della sua predicazione davanti a numerosi fedeli (riferendosi alla preghiera per gli ebrei e i non ariani), il secondo di aver preparato un foglio contro il volantino di propaganda antisemita.
Seguirono vari interrogatori da parte della Gestapo; padre Lichtenberg già cagionevole di salute non resse alla durezza della prigionia e si ammalò gravemente, ma non gli fu dato il permesso di un ricovero in un luogo di cura.
Il 22 maggio 1942, fu condannato a due anni di prigione, egli con coraggio dichiarò che come sacerdote cattolico non poteva accettare la filosofia del nazismo e che per lui i Comandamenti di Dio, avevano più forza delle leggi dello Stato.
Trascorsa la detenzione, chiese di poter assistere nel ghetto di Litzmannstadt, gli ebrei battezzati, ma il 23 ottobre 1943 appena scarcerato dalla prigione Tegel di Berlino, fu trasferito nel campo di concentramento di Berlino - Wuhlheide e da lì il 28 ottobre inviato dalle SS al famigerato campo di Dachau, in uno stato di salute fisica così debilitata che senza opportune cure mediche e medicinali, il viaggio equivaleva ad una condanna a morte.
Infatti quando il 3 novembre, dopo sei giorni d’interminabile viaggio dentro un vagone, egli arrivò alla cittadina di Hof in Baviera, era già in stato di coma leggero; trasportato nella locale clinica, morì il 5 novembre 1943, edificando tutti con il suo comportamento sereno. Fu sepolto il 16 novembre nel cimitero di St-Hedwig di Berlino; la fama del suo martirio si diffuse in tutta la diocesi; il 26 agosto 1965 i suoi resti furono traslati nella cripta della cattedrale.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - Beato Bernardo Lichtenberg, pregate per noi.


*Santa Bertilla - Badessa di Chelles (5 novembre)

Martirologio Romano: Nel monastero di Calais presso Meaux nella Gallia lugdunense, sempre in Francia, Santa Bertilla, prima badessa di questo cenobio.
Di nobile famiglia, Bertilla nacque nella regione di Soissons nella prima metà del sec. VII e, non ancora dodicenne, si sentì attratta verso la vita religiosa. Confidata la sua aspirazione a Dudone, il futuro vescovo di Rouen, fu da questi aiutata a vincere la tenace opposizione dei genitori al suo ingresso in religione e ne ricevette anche il consiglio di ritirarsi nel monastero di Jouarre (Meaux).

Qui Bertilla seppe distinguersi talmente per le sue virtù, soprattutto per l'obbedienza, da venire amata e stimata dalla badessa Telchilde, che le affidò vari delicati incarichi, tra cui quello d'infermiera e successivamente, quello di maestra delle novizie.
Bertilla, nello svolgimento dei nuovi compiti, dette sempre prova delle sue alte qualità, che le meritarono, infine, la nomina a priora del monastero, funzione che esplicò con fermezza e dolcezza, con giustizia e misericordia, con semplicità e prudenza.
La fama delle sue eccelse virtù conquistò anche la regina Batilde che, rimasta vedova di Clodoveo II, tra il 663 e il 667, si era ritirata nel monastero di Chelles (presso Parigi), fondato dalla regina Chrodechilde e che ella stessa aveva fatto ricostruire.
Volendo, dunque, Batilde dare una degna badessa al suo monastero, scelse Bertilla che, abbandonata Jouarre con l'autorizzazione di Telchilde, divenne la prima badessa di Chelles, portandovi le consuetudini di Jouarre e la regola di San Colombano e non smentendo mai la sua reputazione di santità, che le guadagnò la devota amicizia di Batilde, sempre a lei umilmente sottomessa.
Bertilla morì verso il 705, dopo aver governato per quarantasei anni il monastero di Chelles; la sua festa ricorre il 5 novembre.
(Autore: Nicolò Del Re – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Bertilla, pregate per noi.


*Beato Bonviso da Piacenza - Domenicano (5 novembre)  
sec. XIII

Il Beato Bonviso di Piacenza era sacerdote e dottore in legge. Fu il primo piacentino a vestire l’abito domenicano nel 1217.
Il Beato Bonviso, dopo aver deciso di diventare domenicano, ricevette il vestito dell’ordine proprio dalle mani del patriarca San Domenico, di cui divenne intimo amico e compagno di viaggio.
Dopo la morte del fondatore fu proprio il Beato Bonviso a testimoniare le sante gesta di Domenico.
Il Beato Bonviso fu mandato da San Domenico a predicare a Piacenza e numerosi uomini si convertirono e divennero domenicani.
Nel 1220, ritornato in città accompagnato da alcuni confratelli, ottenne la chiesa di Sant’Andrea al Borgo.
In quella sede vi rimase per un breve periodo, in quanto, grazie ad alcuni
lasciti e finanziamenti di alcuni concittadini ottenne dal vescovo la possibilità di costruire la chiesa e il convento di San Giovanni in Canale.
Quella fu la sede piacentina dell’ordine domenicano fino alla soppressione del 1810. Inoltre sempre in quella sede fu istituito il tribunale dell’inquisizione.
Del Beato Bonviso da Piacenza esiste una sola immagine, un ovale (olio su tela) del 1880 per la chiesa di Vigolo Valnure.
Il dipinto non si sa se è stato realizzato da Emilio Perinetti o da Francesco Ghittoni.
Nel calendario liturgico della diocesi di Piacenza e Bobbio non esiste alcuna festa in memoria del beato Bonviso.
Tutti i santi della diocesi sono festeggiati in un’unica data il 5 novembre, pertanto è da ritenere che in quella data venga ricordato anche il Beato Bonviso.

(Autore: Mauro Bonato – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Bonviso da Piacenza, pregate per noi.


*Santa Canonica - Anacoreta (5 novembre)

Figlia di un principe di Costantinopoli, divenuta eremita nel deserto del Giordano. Festa il 5 novembre.

(Fonte: Terra Santa)
Giaculatoria - Santa Canonica, pregate per noi.


*San Celestino - Venerato a Pontremoli (5 novembre)

Se nel Medioevo acquistarono una particolare venerazione i santi martiri locali, figure al limite tra storia e leggenda, quali i vescovi di Luni San Terenzo e San Ceccardo, rispettivamente sepolti nella chiesa parrocchiale di San Terenzo Monti e nel Duomo di Carrara, con l’Età Moderna proliferò una categoria tutta nuova di santi: la riscoperta delle catacombe (1578) portò a riscoprire reliquie ed interi Corpi Santi, che riemersero dal sottosuolo dell’Urbe per essere disseminati in tutta la Cristianità.
Forte devozione si registrò nei loro confronti, quali martiri della Chiesa primitiva.
Anche la Lunigiana fu interessata da questo fenomeno religioso, tra il XVII ed il XVII secolo, a cominciare dai molti Corpi Santi che il cardinale Alderano Cybo (1613-1700) destinò alle chiese di Massa, in particolare per la Cattedrale i santi martiri Severo, Felice, Benedetto, Settimina e
Quintiliano, ed anche all’odierna Concattedrale di Pontremoli, che ancora oggi ne custodisce una testimonianza nell’altare del transetto destro.
Un manoscritto di memorie raccolte dal Can. Prof. Tonelli riporta queste notizie riguardo il corpo di San Celestino, lì custodito. "Nell’anno 1732 il Canonico Luc’Antonio Dosi fece venire, per mezzo del Signor D. Germano Zangardi, che si trovava a Roma col Cardinale Albani, un Corpo Santo, battezzato dal Pontefice Clemente XI col nome di Celestino.
Portato a Pontremoli fu depositato nella Canonica di San Pietro, e vi fu tenuto fino a che i Canonici avessero preparato l’urna da collocarlo nella Chiesa di Santa Maria (l’attuale Duomo, ndr). Alli 7 di settembre del suddetto anno andarono a levarlo tutti i canonici con solenne processione. Trovandosi in Pontremoli il Vescovo di Brugnato Mons. Leopoldo Lomellini, fece lui la solenne funzione di questo Santo in Santa Maria, così deputato da Mons. Vescovo di Sarzana (da cui allora Pontremoli dipendeva, ndr). (…) Questo Santo fu collocato sotto la mensa dell’altare di Santa Rosa".
Il 5 novembre il calendario liturgico prevede la memoria di Tutti i Santi delle Diocesi della Toscana, istituita dalla Sacra Congregazione per il Culto Divino in data 7 marzo 1975, ed in tale occasione la Diocesi di Massa Carrara – Pontremoli ricorda anche questi martiri i cui corpi sono custoditi nella Cattedrale e nella Concattedrale.
San Celestino non gode in realtà abitualmente di particolare culto e l’altare in cui giace è solitamente chiuso da un palliotto. Una volta all’anno, però, e così è stato anche quest’anno dall’8 settembre alla domenica seguente, il palliotto viene rimosso ed il santo è visibile ai fedeli. Un nome, quello del martire Celestino, scelto non a caso, bensì volto a rimandare il pensiero a quella che è la nostra vera patria, il Cielo.
La memoria dei primi martiri è tutt’altro che desueta. Ad essi ha volto il ricordo anche Papa Francesco, nel commemorare Padre Jacques Hamel, ucciso in Francia nell’estate 2016: I primi cristiani hanno fatto la confessione di Gesù Cristo pagando con la loro vita. Ai primi cristiani era proposta l’apostasia, cioè: "Dite che il nostro dio è quello vero, non il vostro.
Fate un sacrificio al nostro dio o ai nostri dei". E quando non facevano questo, quando rifiutavano l’apostasia, venivano uccisi. Questa storia si ripete fino a oggi; - dice il Pontefice - e oggi nella Chiesa ci sono più martiri cristiani che non ai primi tempi. Oggi ci sono cristiani assassinati, torturati, carcerati, sgozzati perché non rinnegano Gesù Cristo. In questa storia, arriviamo al nostro père Jacques: lui fa parte di questa catena di martiri.
I cristiani che oggi soffrono – sia nel carcere, sia con la morte o con le torture – per non rinnegare Gesù Cristo, fanno vedere proprio la crudeltà di questa persecuzione.
E questa crudeltà che chiede l’apostasia – diciamo la parola – è satanica.
E quanto sarebbe bene che tutte le confessioni religiose dicessero: "Uccidere in nome di Dio è satanico".
Ricorda poi il Papa specificatamente il sacrificio del sacerdote francese: Padre Jacques Hamel è stato sgozzato sulla Croce, proprio mentre celebrava il sacrificio della Croce di Cristo. Uomo buono, mite, di fratellanza, che sempre cercava di fare la pace, è stato assassinato come se fosse un criminale. Questo è il filo satanico della persecuzione.
Un filo conduttore che unisce Celestino, padre Jacques e tutti quei cristiani che in ogni tempo ed in ogni luogo non hanno esitato a testimoniare la loro fede sino alle estreme conseguenze.

(Autore: Don Fabio Arduino – Fonte: Il Corriere Apuano)
Giaculatoria - San Celestino, pregate per noi.


*Santa Comasia - Vergine e Martire (5 novembre)

Patronato: Martina Franca (TA), Pioggia
Emblema: Palma
Il suo corpo è stato traslato dalle catacombre di Sant’Agnese sulla via Nomentana nel 1645 a Martina Franca (TA), nella Basilica di San Martino.
Quando il sacro convoglio giunse a Martina Franca, il cielo da sereno si velò di nuvole, e cadde una copiosa pioggia, che impedì al Capitolo della Collegiata di San Martino di prendere in consegna il santo ossame, e costrinse la processione a rifugiarsi nella cappella extra moenia, oggi diruta, di San Nicola del Pendino.
In un attimo di pausa della pioggia, il Capitolo si recò a prelevare le reliquie per portarle alla chiesa maggiore, ma di nuovo una violenta pioggia li sorprese appena entrati nelle mura costringendoli a rifugiarsi nella cappella di San Vito dei Greci, distante dalla precedente un 100 metri.
Non smettendo le celestiali precipitazioni, dopo alcuni giorni il Capitolo, con tutta la pioggia che scendeva dal cielo, si avviò finalmente in sospirata processione prelevando le ossa da san Vito per portarle a San Martino.
Analogo miracolo avvenne nel 1714, quando da Napoli giunse in paese la statua-reliquiario in argento.
La Santa (di cui non conoscendosi il nome fu chiamata "Santa Come Sia" da cui "Comasia") fu dal lontano '600 sempre invocata in tempi di siccità, in cui si portava con processioni penitenziali la sua urna per le strade del paese: e immediatamente pioveva.
Una delle ultime processioni si ottenne nel 1908.
Oggi il nome "Comasia", con il diminutivo "Sietta", purtroppo va perdendosi; così come non si porta più in processione l'urna con le reliquiese non in condizioni speciali.
L'ultima volta che le ossa della Santa sono state recate processionalmente per le vie del paese è stato per la festa patronale di luglio del 2000, e significativamente le reliquie sono state portate a spalla dalle donne martinesi, depositarie del nome della martire.
Una recente versione sostenuta dal diacono martinese prof. Giuseppe Calella afferma che invece il nome "Comasia" derivi da un termine greco che significa "traslazione solenne", e infatti proprio con una traslazione solenne le Sue reliquie giunsero a Martina.
Per finire, un proverbio usato ancora oggi, che richiama l'antica virtù della Santa che intercede per la pioggia, cita quando vi sono piogge insistenti: "a' ssòt u curpe de Santa Cumasie", è uscito il corpo di Santa Comasia, foriero dunque di pioggia non appena lo si porta in processione, cosa che è avvenuta anche nel 2000 anno particolarmente secco.

(Autore: Damiano Nicolella – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Comasia, pregate per noi.


*San Domenico Mau - Martire (5 novembre)
m. 1858
Sacerdote domenicano vietnamita, fu vittima della persecuzione anticristiana nel 1858.
Emblema: Palma
Martirologio Romano: Vicino al fiume Hung Yên nel Tonchino, ora Viet Nam, San Domenico M?u, sacerdote dell’Ordine dei Predicatori e martire, che, al tempo della persecuzione perpetrata dall’imperatore T? D?c, fu condotto a mani giunte, come se si stesse recando all’altare, al martirio della decapitazione per Cristo, con l’accusa di aver portato in pubblico la corona del Rosario ed esortato i cristiani a testimoniare la fede.
Nativo del Vietnam, già sacerdote, chiese ed ottenne di entrare nell'Ordine Domenicano.
Esercitò a lungo e con entusiasmo il suo ministero apostolico, anche quando infuriava la cruenta persecuzione anticristiana.
Rinchiuso in carcere, continuò a prodigarsi per il bene delle anime, confortando e assistendo i cattolici che pativano la prigionia con lui oppure meditando intensamente e pregando.
Così, con animo sereno e forte, si preparò a ricevere la gloria del martirio attraverso la decapitazione: era il 5 novembre 1858.

(Fonte: Convento San Domenico, Bologna)
Giaculatoria - San Domenico Mau, pregate per noi.


*San Donnino - Martire a Cesarea di Palestina (5 novembre)

Sec. IV
Martirologio Romano:
A Cesarea in Palestina, San Donnino, martire, che, giovane medico, agli inizi della persecuzione
dell’imperatore Diocleziano, condannato alle miniere, fu relegato a Mismiya, dove patì atroci sofferenze, e, al quinto anno di persecuzione, fu dato al rogo su ordine del prefetto Urbano per aver conservato fermamente la sua fede.
Donnino, martire a Cesarea di Palestina sotto l'imperatore Massimiano (secondo altri Diocleziano, ndr) (IV sec) insieme a Teotimo, Filoteo e Silvano.
É nominato da Eusebio di Cesarea come uno dei più celebri martiri della regione.
Secondo questa fonte Donnino era un giovane cristiano di grande scienza, probabilmente medico.
(Fonte: Terra Santa)

Giaculatoria - San Donnino, pregate per noi.


*Festa delle Sante Reliquie (5 novembre)
La morte prepara la messe per il cielo

Se avessimo gli occhi degli Angeli noi vedremmo il mondo come un campo immenso, seminato per la risurrezione. La morte di Abele aprì il primo solco e da allora la seminagione continuò senza soste in tutti i luoghi.
Quali tesori chiude già in sé questa terra di fatica e di infermità! Quale messe promette per il cielo, appena il Sole di giustizia farà sorgere dalla zolla le spighe della salute, mature per la gloria! Non dobbiamo quindi stupire se la Chiesa benedice e dirige essa stessa la deposizione del prezioso frumento nel solco.
Glorificazione di Santi
La Chiesa però non si contenta di seminare continuamente e qualche volta, impaziente per l'attesa, toglie dalla terra il grano più scelto che vi aveva deposto e con il suo infallibile discernimento, che la preserva da errore, libera dal fango il germe immortale, gli preannunzia le meraviglie dell'avvenire, e raccogliendolo nell'oro e nelle stoffe preziose, portandolo in trionfo, convocando le folle ad onorarlo, dedicando al suo nome nuovi templi, gli decreta l'onore supremo di riposare sugli altari sui quali si offre a Dio il santo Sacrificio.
"Voglia comprenderlo la vostra carità, dice Sant'Agostino (Discorso CCCXVIII su santo Stefano, V): noi non alziamo qui un altare a Stefano, ma facciamo delle reliquie di Stefano un altare a Dio. Dio ama questi altari e, se mi chiedete perché, vi dirò che il perché è che la morte
dei santi è preziosa davanti a Dio" (Sal 115,15).
"Per obbedire a Dio, l'anima invisibile ha lasciato la sua casa visibile, ma Dio custodisce questa casa e trova la sua gloria negli onori che noi rendiamo a questa carne inanimata e da ad essa la potenza di fare miracoli, la riveste della potenza della sua divinità" (Discorso CCLXXV su san Vincenzo, martire, II).
Di qui vengono i pellegrinaggi alle tombe dei Santi.
"Popolo cristiano, dice San Gregorio di Nissa, chi ti riunisce qui? Un sepolcro non attira nessuno e la vista di quanto contiene desta ripugnanza. Ma ecco che si stima come una benedizione poter avvicinarsi qui; la polvere stessa raccolta ai bordi di questa tomba è oggetto di ricerca, è stimata come un dono di grande valore, perché desiderabile, ma raro è il favore di poter arrivare alle ceneri che contiene; e i privilegiati lo sanno.
Questo corpo lo abbracciano, vi accostano le labbra e gli occhi, come se fosse vivo, versando lacrime di devozione e di amore. Quale imperatore fu mai onorato così?" (Su San Teodoro Martire).
"Gli imperatori! riprende San Giovanni Grisostomo; ciò che furono un giorno i portieri dei loro palazzi, oggi lo sono essi stessi per i pescatori: il figlio del grande Costantino credette non poterlo meglio onorare che preparandogli una tomba nel vestibolo del pescatore di Galilea" (Comm. della Seconda ai Cor. Om. XXVI).
E in altro passo, completando la spiegazione dell'ammirabile lettera ai Romani del Dottore delle genti, esclama: "Chi ora mi concederà di prostrarmi sul sepolcro di Paolo, di contemplare la polvere di questo corpo che completava, soffrendo per noi, quello che mancava alle sofferenze del Cristo? (Col 1,24) la polvere di questa bocca che parlava, senza arrossire, davanti ai re e, mostrandoci chi era Paolo, ci rivelava il Signore di Paolo?
La polvere di questo cuore, cuore del mondo, più alto dei cieli, più vasto dell'universo, cuore di Cristo non meno che di Paolo, in cui si leggeva scolpito dallo Spirito Santo il libro della grazia? Vorrei vedere la polvere delle mani, che scrissero le epistole; degli occhi che, prima ciechi, ricuperarono la vista per la nostra salvezza; dei piedi che percorsero la terra.
Sì, vorrei contemplare la tomba in cui riposano questi strumenti della giustizia, della luce, queste membra di Cristo, questo tempio dello Spirito Santo, questo corpo venerato che, con quello di Pietro, protegge Roma in modo più sicuro che tutti i bastioni" (Omelia XXXII).
Dottrina della Chiesa sulle reliquie
Questi testi e molti altri non impedirono che l'eresia nel secolo XVI, profanando le tombe sante avesse la pretesa di riportarci ai costumi dei nostri padri. Ma, contro questi strani riformatori, il Concilio di Trento esprimeva l'unanime testimonianza della Tradizione nella definizione seguente, nella quale si trovano riassunte le ragioni teologiche del culto reso dalla Chiesa alle reliquie dei Santi:
"I fedeli devono venerare i corpi dei Martiri e degli altri Santi, che vivono con Cristo. Essi furono suoi membri vivi e tempio dello Spirito Santo e risusciteranno per la vita eterna e per la gloria.
Dio accorda per mezzo loro molti benefici agli uomini e perciò quelli che dicono che le reliquie dei Santi non meritano di essere venerate e sono inutilmente onorate dai fedeli, che si visitano invano le memorie e i monumenti dei Santi per ottenere il loro aiuto, sono assolutamente meritevoli di condanna e, come già da molto tempo, la Chiesa li ha condannati (Concilio di Nicea II, c. VII), di nuovo li condanna" (Concilio di Trento, Sess. XXV).
(Autore: Dom Prosper Guéranger – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Festa delle Sante Reliquie, pregate per noi.


*San Fibizio (Fibicio) di Treviri - Vescovo (5 novembre)
Martirologio Romano: A Treviri in Germania, San Fibicio, vescovo.

Noto soltanto perché il suo nome figura nei più antichi cataloghi dei vescovi di Treviri, Fibizio resta tuttora un personaggio affatto conosciuto, al quale, anzi, talune cronotassi episcopali del XI secolo negano finanche il titolo di santo.
Egli viene generalmente collocato tra i vescovi Massimiano e Abruncolo, come risulta, per esempio, nei Gesta Treverensium, dove infatti si legge: "diede Maximianus, post quem Fibicius, cui successi Abrunculus".
Non è però possibile precisare la durata del suo governo non conoscendosi né l'anno della morte del suo immediato predecessore, San Massimiano, né l'anno in cui venne eletto il suo successore, San Abruncolo; ma, poiché quest'ultimo morì nel 525 o nel 527, si può presumere che l'episcopato di San Fibizio abbia avuto luogo tra la prima e la seconda decade del secolo VI, occupando forse tuttavia pochi anni soltanto.
In un calendario del secolo XI, in uso presso la chiesa di San Simeone in Treviri, San Fibizio viene commemorato sotto la data del 5 novembre, giorno in cui è ricordato anche nel Martirologio Romano, dove di lui è detto: "Treviris, sancti Fibitii ex abbate eiusdem civitatis episcopi"; la notizia secondo la quale Fibizio sarebbe stato abate di San Massimino di Treviri, diffusa sin dal XII secolo non trova però conforto in nessun antico documento.
(Autore: Niccolò Del Re - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Fibizio di Treviri, pregate per noi.


*Beato Floriano di Piacenza – Vescovo (5 novembre)
† 1 gennaio 451

Il Beato Floriano è il quarto vescovo di Piacenza. Nella lista episcopale della diocesi succede a San Mauro e precede Majorano (citato nel 451).
Governò la diocesi sotto il pontificato di Leone Magno intorno agli anni 450.
Sulla sua vita e sul suo governo non sappiamo praticamente nulla.
É noto che fu l’artefice della canonizzazione di San Mauro suo predecessore nel governo della diocesi, per il quale fece la debita inquisizione sulla vita e sui miracoli compiuti dal presule.
Il Beato Floriano è morto il giorno 1 gennaio 451.
Luigi Mensi nel suo "Dizionario biografico Piacentino" c’informa che fu sepolto nella Basilica Mosiana (l’antica San Savino).
Un’antica citazione sul Beato si trova in una cronaca con queste parole: "Sanctus Florianus humilis Episcopus electus fuit in Pontificato Placentiane anno 450".  Anche se le antiche cronache lo chiamano santo, il suo vero titolo è quello di Beato.
Il culto di San Floriano non ebbe grande diffusione.
Sono poche le opere iconografiche che riproducono l’immagine di questo santo vescovo.
Su di lui rimane un ovale, fatto dipingere, intorno agli anni 1730-40 dal vescovo Gherardo Zandemaria nella "galleria" del palazzo vescovile di Piacenza.  
Ci risulta inoltre, che sia stato dipinto un medaglione con la sua effige, per la cappella grande del seminario, nel 1888 da Enrico Prati.
Infine l’immagine del beato compare nella serie litografata dal Vigotti.
Il Beato, non è menzionato in alcun martirologio e viene ricordato il 5 novembre nella memoria di tutti i Santi della Chiesa piacentina.

(Autore: Mauro Bonato – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Floriano, pregate per noi.


*Santi Galazione ed Episteme - Sposi e Martiri (5 novembre)

+ Emesa, III secolo
I Santi coniugi Galazione ed Episteme subirono il martirio presso Emesa nel III secolo per testimoniare la loro fede cristiana.
I Santi coniugi Galazione ed Episteme vissero nel III secolo sotto il regno dell’imperatore Decio ed il governatore Secondo nella città di Emesa.
I genitori di Galazione, Cleitofone e Leucippa, erano dei ricchi pagani della città, addolorati per la sterilità di lei, nonostante le incessanti preghiere rivolte agli idoli.
Un monaco di nome Onofrio, di passaggio nella città per raccogliere elemosine da distribuire ai poveri ed annunciare il Vangelo.
Un giorno, a tal scopo bussò anche alla porta di Leucippa e vedendo l’afflizione del suo volto le domandò il motivo di tanta tristezza. Appreso della sterilità della donna, Onofrio replicò che si era semplicemente dinnanzi ad un provvidenziale intervento divino, volto ad impedire l’affidamento ai demoni della sua eventuale progenitura.
La donna si impegnò allora con l’aiuto del monaco ad accostarsi ai misteri della fede cristiana ed infine ricevette il battesimo.
Non molto tempo dopo, anche suo marito abbracciò il cristianesimo e ben presto vide così la luce il loro primo figlio, che ricevette il nome di Galazione. Quando il ragazzo ebbe vent’anni, suo padre, ormai vedovo, decise di darlo in sposo ad una giovane fanciulla pagana di nome Episteme.
Galazione accettò per obbedienza a suo padre ma, temendo di tradire il battesimo ricevuto, rifiutò qualsiasi rapporto con la ragazza.
Persuasa dagli argomenti del suo sposo, anche Episteme decise infine di farsi battezzare. Ciò avvenne per mano di Galazione stesso.
Otto giorni dopo, Episteme ebbe una visione durante la quale vide la gloria riservata in Cielo a
coloro che abbiano conservato intatta la loro verginità per dedicarsi interamente a Dio.
Fece allora partecipe del sogno anche suo marito ed i due sposi decisero allora di comune accordo di mantenere una vita casta sino alla loro morte.
Distribuirono inoltre i loro beni ai più bisognosi, convinti di poter essere poi ricompensati da un tesoro eterno. Partirono poi alla volta del deserto del Sinai, ove trovarono un gruppo di dodici eremiti, che accettarono di accogliere Galazione nella loro comunità ed inviarono Episteme da un gruppo di quattro donne che praticavano l’ascesi in un eremitaggio nelle vicinanze.
Galazione entrò subito nel clima adatto, vegliando per notti intere e vigilando contro le distrazioni, raggiungendo così ben presto un alto grado di virtù.
La loro epoca fu contraddistinta da numerose persecuzione contro i cristiani, in particolare quelli che si ritiravano nel deserto.
Come una truppa di soldati imperiali si diresse verso l’eremo di Galazione, Episteme ebbe una rivelazione della gloria celeste riservata ai martiri e vide che ella era chiamata a condividerla con il suo sposo.
Ottenne allora dalla sua superiora la benedizione per potersi ricongiungere a lui ed offrirsi alla morte per il Cristo insieme a colui che era stato maestro nella fede e suo compagno di vita.
I due comparirono allora insieme davanti al governatore Urso: reprimendo le minacce e restando saldi nella fede, furono sottoposti ad orribili torture che si evita di elencare.
Morirono infine colpiti da spada, conseguendo così la gloriosa palma del martiro. Galazione aveva allora trent’anni, mentre Episteme solamente sedici. Rifiutatisi di unirsi secondo la carne in questa effimera vita, furono così uniti da Dio per l’eternità.
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santi Galazione ed Episteme, pregate per noi.


*San Geraldo di Beziers - Vescovo (5 novembre)

Martirologio Romano: A Béziers nella Gallia narbonense, ora in Francia, San Geraldo, vescovo, uomo di mirabile onestà e semplicità, che da canonico regolare fu elevato suo malgrado all’episcopato e in quella dignità ricercò ancor più lo spirito di umiltà.
I documenti che avrebbero potuto servire di base ad una biografia di questo santo sono in gran parte scomparsi, ma fortunatamente una Memoire pour servir à la vie de Saint Guirand, venne scritta all'inizio del XVIII sec. (senza nome d'autore, ma non v'è dubbio alcuno che si tratti d'un priore di Cassan chiamato: de Ciry); e questa memoria, composta sulla base degli archivi del priorato, merita ampia fiducia.
Il curriculum vitae di Geraldo si può così riassumere: originario del borgo di Puissalicon (dipartimento dell'Hérault), già in diocesi di Béziers, ma attualmente in quella di Montpellier, nacque verso l'anno 1070 e la sua nascita, poiché prematura, non fu accolta molto bene; fu battezzato in fretta per immersione come era allora costume.
Avendo quindi imparato a leggere e a scrivere, il ragazzo entrò, prima del 1085, tra i Canonici
Regolari di Sant’Agostino nel priorato di Cassan (attualmente comune di Roujan, nel dipartimento dell'Hérault).
Grazie ad alcune carte da lui sottoscritte, si può seguire la sua vita clericale e religiosa: diacono nel 1094, prete nel 1101 , fu senz'alcun dubbio eletto priore tra il 4 magg. 1105 ed il 9 agosto 1106.
Divenuto priore, Geraldo diede un vigoroso impulso alla vita canonicale di Cassan: il numero dei canonici s'accrebbe, mentre, sul suo esempio, la vita spirituale si sviluppò fervente e mortificata.
Contemporaneamente egli riedificò il chiostro e la chiesa, la cui dedicazione solenne ebbe luogo il 5 ottobre 1115; fondò inoltre un nuovo ospizio, fuori della clausura.
Divenuta vacante la sede episcopale di Béziers nel 1122, egli vi fu elevato, ma il suo episcopato fu sfortunatamente assai breve, affetto da idropisia Geraldo moriva il lunedì 5 novembre 1123.
Il suo corpo, deposto dapprima nella collegiata di Sant'Afrodisia, venne affidato, tra il 1247 ed il 1261, alle Clarisse di Béziers, per essere poi riportato, nel 1355, al luogo primitivo, col patto però che ogni anno, le sue reliquie, portate in processione, facessero sosta al convento di Santa Chiara.
Tali reliquie furono danneggiate durante le guerre di religione nel XVI sec., ma Roujan conserva sempre un ricordo insigne di Geraldo: il suo anello pastorale.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - San Geraldo di Beziers, pregate per noi.


*Beato Giovanni Antonio Burro Mas – Religioso e Martire (5 novembre)

Schede dei Gruppi a cui appartiene:
“Beati Martiri Spagnoli Fatebenefratelli” (Senza Data - Celebrazioni singole)
“Martiri della Guerra di Spagna” (Senza Data - Celebrazioni singole)

Barcellona, Spagna, 28 giugno 1914 - Madrid, Spagna, 5 novembre 1936
Fra Giovanni Antonio Burro stava prestando il servizio di leva nell'Ospedale Militare di Madrid. I compagni marxisti, appena vennero a sapere che faceva parte dell'Asilo-Ospedale di San Raffaele, cominciarono a studiare la maniera di toglierlo di mezzo.

Un pomeriggio del novembre 1936 lo invitarono, con inganno, a uscire con loro per prendere un caffè.
Per non apparire scortese li accontentò, ma appena mise piede fuori dell'ospedale i traditori lo consegnarono ai miliziani avvertiti in precedenza, i quali lo fucilarono in quella stessa notte. Morì al grido di "Viva Cristo Re!" e "Viva la Spagna!".
Era nato a Barcellona nel 1914.
Papa Giovanni Paolo II lo ha beatificato il 25 ottobre 1992.
Martirologio Romano: A Madrid in Spagna, Beato Giovanni Antonio Burrò Màs, religioso dell’Ordine di San Giovanni di Dio e martire, ucciso durante la persecuzione contro la Chiesa per aver testimoniato il Vangelo.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Giovanni Antonio Burro Mas, pregate per noi.


*Beato Gomidas Kaumurdjian (Keumurgian) - Sacerdote e Martire (5 novembre)
Costantinopoli, 1656 circa – Costantinopoli, 5 novembre 1707
Nacque a Costantinopoli nel 1656, figlio di un sacerdote armeno. In quegli anni tra le confessioni cristiane ortodosse andava rinforzandosi la fazione che spingeva per una riunificazione con Roma.
Una disputa che suscitò una vera rivolta anticattolica. Sposato, con sette figli, divenne sacerdote e parroco. A 40 anni si convertì con tutta la famiglia al cattolicesimo, aprendo la strada così a molti altri sacerdoti di Costantinopoli.
Condannato all'esilio, il suo caso spinse le autorità turche a emanare leggi severe contro i sacerdoti legati a Roma. Nel 1707 venne processato con l'accusa di aver provocato tumulti tra gli armeni.
A causa della pressione esercitata dagli armeni il sacerdote rimase in prigione, dove gli venne offerta la libertà in cambio della conversione all'islam. Il rifiuto gli costò la decapitazione: era il 5 novembre. Fu beatificato da Pio XI il 23 giugno 1929. (Avvenire)
Martirologio Romano: A Costantinopoli, Beato Gomidas Keumurdjan (Cosma da Carboniano), sacerdote e martire, che, padre di famiglia, nato e ordinato nella Chiesa armena, patì molto per aver mantenuto e propagato con fermezza la fede cattolica professata dal Concilio di Calcedonia e morì, infine, decapitato mentre recitava il Credo niceno.
Trecento anni fa, di questi giorni, a Costantinopoli si consumava il martirio di un cattolico dallo spirito profondamente “ecumenico”. Gomidas Keumurgian, originario di Costantinopoli dove è nato all’incirca verso il 1656, figlio di un sacerdote armeno, si sposa ad appena 20 anni e, completati gli studi, diventa anch’egli sacerdote della medesima confessione.
Nella parrocchia di San Giorgio, che gli viene affidata, cominciano ben presto ad amarlo per l’indiscutibile fascino spirituale che esercita: dal pulpito si fa ascoltare più che volentieri; nella vita di ogni giorno viene ammirato per la sua delicatezza, la sua sensibilità per i più poveri, il suo altruismo.
Unione matrimoniale salda e feconda, la sua, allietata da sette figli, sulla quale il sacerdozio si innesta in modo armonico e coerente e nella quale la paternità biologica si estende ad una schiera sempre più vasta di anime che in lui ricercano direzione spirituale e conforto morale.
Il suo è un particolare e delicato periodo storico, particolarmente a Costantinopoli, dove serpeggia un movimento di sempre maggiori proporzioni che tende a riunificare con la Chiesa di Roma le varie minoranze ortodosse presenti in città e che trova in questo prete dinamico e zelante un esponente di punta. La sua azione pastorale è tutta indirizzata a questo cammino verso l’unità delle chiese, che non giunge a compimento soltanto perché ancora una volta ostacolato da questioni politiche.
Infatti, la mediazione troppo sollecita e fervorosa dell’ambasciatore francese provoca una dura reazione anticattolica, che degenera poi in una vera e propria persecuzione. A 40 anni Gomidas, insieme a tutta la sua famiglia, si converte al cattolicesimo e continua ad esercitare il suo ministero nella stessa parrocchia.
Nel giro di qualche anno molti sacerdoti armeni seguono il suo esempio, a testimonianza del prestigio che gode e dell’influenza che esercita sui confratelli. La reazione armena è molto dura, soprattutto nei suoi confronti e principalmente ad opera dei due patriarchi che si succedono nei primi anni del 1700. Gomidas alterna periodi di esilio a brevi permanenze in patria, dove non cessa di sostenere e incoraggiare i cattolici perseguitati e facendo, di conseguenza, aumentare l’odio nei suoi confronti.
Il 3 novembre 1707 viene nuovamente arrestato e processato, questa volta con la pesante accusa di aver provocato grossi tumulti nella comunità armena. Paradossalmente, i giudici mussulmani sarebbero favorevoli alla sua liberazione anche in considerazione dell’inconsistenza dell’accusa, ma pesano sul loro giudizio le forti pressioni degli armeni.
In questo clima incandescente il suo destino è segnato e il processo si conclude con una scontata sentenza di morte. Gomidas ha il tempo di salutare moglie e figli prima di avviarsi al luogo dell’esecuzione. Qui respinge con forza un’ ultima offerta di aver salva la vita in cambio della conversione all’islam, dopo di che viene decapitato.
La sua ecumenicità viene sottolineata anche in occasione dei funerali, celebrati dai sacerdoti greco-ortodossi per la persecuzione in atto, che sta facendo terra bruciata attorno ai pochi sacerdoti cattolici rimasti.
Come sempre succede, la voce del sangue sparso “in odium fidei” ottiene l’effetto opposto a quello sperato dai persecutori e, in particolare, quello di Gomidas ottiene negli anni successivi un moltiplicarsi delle conversioni al cattolicesimo. É stato beatificato da Pio XI il 23 giugno 1929, il più rappresentativo, anche se non unico, esponente del clero uxorato orientale ad essere elevato alla gloria degli altari.
(Autore: Gianpiero Pettiti – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Verso la fine del XVII secolo, Costantinopoli, a quel tempo già sotto il dominio islamico, fu un acceso focolaio di lotte ecclesiastiche e secolari. All’interno delle varie minoranze cristiane ortodosse presenti nella città, cresceva notevolmente il movimento che spingeva per la riunificazione con Roma.
La fervente attività dell’ambasciatore francese si rivelò però purtroppo ben presto negativa, in quanto diede inizio ad una forte reazione anticattolica che sfociò in una vera e propria persecuzione, in cui rimase vittima anche il beato oggi in questione.
Gomidas Keumurgian nacque nell’ex capitale bizantina all’incirca nel 1656, figlio di un sacerdote armeno, e venne istruito da un sacerdote della medesima confessione cristiana.
A soli vent’anni di età si sposò ed ebbe sette figli. Completati poi gli studi, fu finalmente ordinato anch’egli sacerdote ed inviato nella parrocchia di San Giorgio, a sud della città, ove divenne famoso ed amato non solo per la sua grande eloquenza, ma soprattutto per l’autentica
spiritualità ed il suo innato altruismo. Divenne presto un esponente di spicco del movimento di riunificazione della Chiesa ed all’età di quarant’anni si convertì al cattolicesimo con l’intera sua famiglia.
Continuò a svolgere il suo ministero nella medesima parrocchia, come consuetudine a quel tempo, e nel giro di pochi anni la metà dei sacerdoti armeni presenti a Costantinopoli seguirono le sue orme. Dopo il 1695 la situazione degenerò e Gomidas dovette emigrare in esilio presso il monastero armeno di San Giacomo in Gerusalemme, dove fu convinto sostenitore del partito cattolico, attirando su di sé le ire di un certo Giovanni di Smirne.
Alla morte del patriarca armeno persecutore, nel 1702 Gomidas fece ritorno a Gerusalemme, ove però apprese che il novello patriarca aveva designato proprio il suo nemico quale vicario.
Dovette allora nascondersi, sino a quando nove mesi dopo il patriarca non venne esiliato per motivi politici.
Non passo però troppo tempo che quest’ultimo fece ritorno alla sua sede, accusandolo di essere un “franco” e facendolo perciò deportare a Cipro, prima che l’ambasciatore francese potesse rapirlo per trasferirlo in Francia.
Questa mossa così insensata contribuì indubbiamente a risvegliare il sentimento anticattolico in Costantinopoli e le autorità turche non esitarono a prendere severi provvedimenti contro tutti quegli ecclesiastici che si dichiaravano fedeli alla Chiesa di Roma. Gomidas, fisicamente imponente ed audace, fu arrestato nella quaresima del 1707 e processato dinnanzi ad Ali Pasha, che le fece imprigionare.
I suoi amici gli ottennero poi un breve periodo di libertà, ma il 3 novembre fu nuovamente arrestato e processato con l’accusa di aver provocato forti tumulti nella nazione armena, facente parte dell’impero turco.
Di questo spinoso caso fu informato il kadi Mustafa Kamal che, in qualità di canonico mussulmano, sarebbe stato favorevole alla liberazione di Gomidas, ma alla fine dovette cedere alle pressioni esercitate dagli armeni, guidati dal loro patriarca, permettendo loro di imprigionarlo. Dopo aver salutato la moglie ed i figli, pregò l’intera notte ed il giorno seguente fu condotto all’Antico Serraglio di Costantinopoli.
Qui, dopo un vano tentativo di persuaderlo alla conversione all’islam, Ali Pasha ne decretò la condanna a morte. Fu allora portato sul luogo dell’esecuzione e, non prima di aver rifiutato un ultima offerta di salvezza, fu brutalmente decapitato. Era il 5 novembre 1707.
É straordinario notare come la sequenza degli eventi narrati sia in tutto simile a quella della Passione del Cristo. Per ovvi motivi, nessun sacerdote cattolico si offrì per la sua sepoltura e tale compitò fu allora svolto da alcuni sacerdoti greco-ortodossi.
L’enorme coraggio dimostrato dal martire ebbe un profondo effetto sui cristiani armeni, tanto che nel corso di un secolo si moltiplicarono i casi di conversione al cattolicesimo. Gomidas Keumurgian fu infine beatificato dal romano pontefice Pio XI il 23 giugno 1929, quale martire più illustre dal tempo della persecuzione iconoclasta, non unico esponente del clero uxorato orientale ad essere asceso alla gloria degli altari.
Il Martyrologium Romanum lo commemora in data odierna, anniversario della morte. Uno dei suo figli, che portava il nome paterno, entrò al servizio del regno di Napoli ed è noto come Cosimo di Carbognano, nome talvolta erroneamente attribuito a suo padre.
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Gomidas Kaumurdjian, pregate per noi.


*San Gottardo Pallastrelli (5 novembre)

Tra i Santi della diocesi di Piacenza e Bobbio, è ricordato San Gottardo Pallastrelli. É tradizione che San Gottardo abbia incontrato San Rocco tra i boschi nelle vicinanze di Sarmato e lo accolse nel suo castello.
Si presume l’avvenimento sia accaduto nell’anno 1322, quando San Rocco stava tornando da Roma.

Il Santo di Montpellier riuscì a convincere San Gottardo a cambiare vita, lasciando tutte le sue ricchezze ai poveri.
Si narra che San Gottardo, prima di andarsene dalla sua città, volle lasciare un ricordo del suo maestro dipingendo l’effige di San Rocco nella chiesa di Santa Maria in Betlemme, ora detta di Sant’Anna a piacenza accanto all’immagine della vergine Maria.
Esistono due immagini di San Gottardo Pallastrelli.
La prima è un’opera di un pittore ignoto del XVII Secolo, dove lo rappresenta intento a ritrarre San Rocco.  
Inoltre a Vigolo Valnure vi è un ovale con la sua immagine realizzata intorno al 1880.
Anche San Gottardo è ricordato nella festa di tutti i Santi della chiesa piacentina che si svolge il 5 novembre.

(Autore: Mauro Bonato – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Gottardo Pallastrelli, pregate per noi.


*Beato Gregorio (Hryhorij) Lakota - Vescovo e Martire (5 novembre)

Scheda del gruppo a cui appartiene:
“Beati 25 Martiri Greco-Cattolici Ucraini”
Holodivka, Ucraina, 31 gennaio 1883 – Abez, Siberia, Russia, 5 novembre 1950
Martirologio Romano: Nel campo di prigionia della città di Abez nella Siberia in Russia, Beato Gregorio Lakota, vescovo di Przemysl e martire, che, durante l’oppressione della patria da parte dei persecutori della fede, vinse le sofferenze del corpo con una intrepida morte in nome di Cristo.
Hryhorij Lakota nacque il 31 gennaio1883 nel villaggio di Holodivka, nella regione ucraina di Lemko. Studiò teologia a Lviv e fu ordinato prete nel 1908 nella città polacca di Przemysl.
Conseguì poi a Vienna il dottorato in teologia nel 1911 e dopo due anni divenne professore nel seminario greco-cattolico di Przemysl, del quale inseguito divenne rettore.
Il 16 maggio 1926 ricevette l’ordinazione episcopale e fu nominato vescovo ausiliare di Przemysl degli Ucraini.
Come recita il Martyrologium Romanum, in quel tempo “la sua patria era oppressa dai nemici della fede”, cioè nel caso concreto dal regime sovietico russo.
Il 9 giugno 1946 fu dunque arrestato ed imprigionato presso Vorkuta, in Siberia.
Qui affrontò per Cristo atroci sofferenze corporee, sino al 5 novembre 1950, giorno in cui morì martire nel gulag della vicina città di Abez.
Hryhorij Lakota fu beatificato da Giovanni Paolo II il 27 giugno 2001, insieme con altre 24 vittime del regime sovietico di nazionalità ucraina.
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Gregorio Lakota, pregate per noi.


*San Guetnoco - Abate (5 novembre)

Martirologio Romano: Nella Bretagna, in Francia, San Guetnoco, venerato come fratello dei Santi Vinvaleo e Giacuto. Le vicende di Guetnoco sono note attraverso la Vita Jacuti, tratta dalla leggendaria Vita Winwaloei redatta nel XII secolo.
Figlio di Fragano e Gwen, gemello di Giacuto, era ancora bambino quando con i famigliari lasciò la natale Gran Bretagna invasa dai Sassoni e si stabilì in Armorica, dove nacque suo fratello Vinvaleo.
Il suo culto è diffuso nel Finistère (a Pleyben, a Quéménéven, a Briec).
Nelle diocesi e nei monasteri bretoni, la memoria di San Guetnoco era celebrata il 5 novembre; il 5 luglio era festeggiato insieme al fratello Giacuto, forse in ricordo di una traslazione di reliquie.
Nel Martirologio romano, il suo elogio si legge al 5 novembre.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - San Guetnoco, pregate per noi.


*Beato Guido Maria Conforti - Fondatore dei Missionari Saveriani (5 novembre)
Parma, 30 marzo 1865 - 5 novembre 1931
I malanni fisici che lo afflissero sin da ragazzo (era nato a Parma nel 1865) impedirono a Guido Maria Conforti di seguire la strada che il padre voleva per lui (dirigente agricolo), ma anche la via della missione «ad gentes».
Non per questo il fondatore dei Saveriani si perse d'animo.
Acquistò una casa per formare giovani missionari. Nacque così la «Pia società saveriana». I primi Saveriani andarono in Cina nel 1899. La missione fu stroncata nel sangue dalla rivolta dei Boxers. Ma non si fermarono. Conforti era intanto divenuto, nel 1902, arcivescovo di Ravenna.
Dovette, però, lasciare due anni dopo per gravi motivi di salute. In seguitò migliorò, tanto che il Papa lo mandò vescovo a Parma, diocesi di cui era stato già vicario generale. La resse per 25 anni, compiendo ben 5 visite pastorali nelle 300 parrocchie. Andò a trovare anche i missionari nel Celeste Impero. Morì nel 1931 ed è beato dal 1996. (Avvenire)
Etimologia: Guido = istruito, dall'antico tedesco
Martirologio Romano: A Parma, Beato Guido Maria Conforti, vescovo, che, da buon pastore, sempre vegliò in difesa della Chiesa e della fede del suo popolo e, spinto dalla sollecitudine per l’evangelizzazione dei popoli, fondò la Pia Società di San Francesco Saverio.
Volontà molta, salute poca. Supera qualche difficoltà familiare entrando in seminario, ma a 17 anni comincia a soffrire di epilessia e sonnambulismo. Gli fa coraggio il rettore don Andrea
Ferrari (futuro arcivescovo di Milano) e a 23 anni viene ordinato sacerdote. A 28 è già vicario generale della diocesi parmense. Ma sogna la missione. In Oriente, sull’esempio del pioniere Francesco Saverio.
Ma la salute è fragile: nessun istituto missionario lo accetta. E lui, nel 1895, ne fonda uno per conto suo, la “Congregazione di san Francesco Saverio per le Missioni estere”. Lo fonda, lo guida, con pochi alunni al principio, e con l’aiuto di un solo prete. Spenderà poi l’eredità paterna per consolidarlo. E nel 1896 ecco già in partenza per la Cina i primi due Saveriani.
Guido Maria Conforti in questo momento si trova a essere una figura insolita nella Chiesa italiana: impegnato come vicario nel governo di una diocesi “domestica”, e proiettato al tempo stesso verso la missione lontana. E polemico con quanti in Italia ignorano la missione o sembrano temerla ("Ruba sacerdoti alle diocesi!"). Nominato arcivescovo di Ravenna a 37 anni, lascerà l’incarico un anno dopo, ancora per malattia. Muore in Cina uno dei suoi missionari; lui richiama l’altro e si concentra tutto sull’Istituto. Ma nel 1907 eccolo poi “richiamato” in diocesi, come coadiutore del vescovo di Parma e poi come successore.
Reggerà la diocesi per 25 anni, attivissimo: due sinodi, cinque visite pastorali a 300 parrocchie. E intanto i suoi Saveriani ritornano in Cina.
Nel 1912 uno di essi, padre Luigi Calza, è nominato vescovo di Cheng-chow, e riceve la consacrazione da lui nella cattedrale di Parma. Sempre nel 1912, si associa vigorosamente all’iniziativa di un appello al Papa, perché richiami energicamente la Chiesa italiana al dovere di sostenere l’evangelizzazione nel mondo.
L’idea è partita da don Giuseppe Allamano, fondatore a Torino dei Missionari della Consolata. La Giornata missionaria mondiale, istituita poi nel 1926 da papa Pio XI, realizzerà una proposta contenuta già in quell’appello del 1912.
Infine arriva il momento più bello per Guido Maria: nel 1928 eccolo in Cina per visitare i suoi Saveriani. Ecco avverato il sogno di una vita: conoscere i nuovi cristiani, la giovane Chiesa cresciuta tra dure difficoltà, sentirsi realizzatore, con i suoi, del sogno di Francesco Saverio...
E, insieme, quest’uomo proiettato verso continenti lontani, è pienamente e vigorosamente pastore della sua diocesi nativa, partendo dal lavoro di rievangelizzazione attraverso il movimento catechistico e dalla fraternità praticata in tutte le direzioni, soprattutto con l’opera di assistenza alle famiglie durante la prima guerra mondiale, riconosciuta anche dal governo italiano, con un’alta onorificenza civile.
Il suo fisico sempre sofferente, e tanto spesso trascinato dalla volontà, cede irrimediabilmente nel 1931. Nel 1995 Giovanni Paolo II lo proclama Beato. La salma riposa nella sede dei Missionari Saveriani a Parma.
(Autore: Domenico Agasso – Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - Beato Guido Maria Conforti, pregate per noi.


*San Leto (Lieto) - Prete (5 novembre)
m. Orleans, 875 c.
Tutto ciò che sappiamo di Leto è la menzione che ne fa Usuardo nel suo Martirologio. Visse nella diocesi di Orléans e morí prima dell'875.
Una Vita di Leto scritta nell'XI-XII sec. (BHL, II, p. 698, n. 4672), non ha alcun valore non essendo altro che un plagio di quella di San Viatore (ibid., p. 1236, n. 8551), col solo cambio del nome.
La festa di Leto, iscritta da Usuardo al 5 novembre, donde è passata nel Martirologio Romano alla stessa data, è, qualche volta, recensita al 6.
Il villaggio di Saint-Lyé-la-Foret, a Nord di prléans, porta il nome del santo e la sua chiesa, nel XII sec., si trovava nel patronato del capitolo di Pithiviers, venticinque Km. a Nord-Est.
In questa località il corpo di Leto sarebbe stato traslato dal vescovo di Orléans, Ermentheus (m. 974 ca.) verso il 943.
(Autore: Jacques Lahache – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Leto, pregate per noi.


*San Mamete (Mamet) - Confessore (5 novembre)
Alvernia (Francia), IV secolo
Il suo nome compare nella “Vita III” di Sant’Austremonio, vescovo di Clermont e primo vescovo dell’Alvernia, regione del Massiccio Centrale della Francia, scritta probabilmente da San Gregorio di Tours e che lo classifica come compagno dell’evangelizzatore dell’Alvernia.
Mamete (in francese Mamet), doveva essere un prete e sarebbe stato incaricato da Sant’Austremonio, di evangelizzare la regione dell’attuale St-Flour.
Ancora oggi un borgo porta il suo nome, St-Mamet-le-Salvetat, nel circondario d’Aurillac.
Le reliquie di San Mamete sono scomparse da lungo tempo, c’è anche il dubbio che siano mai state conservate; senza dimenticare la dispersione delle reliquie di molti santi al tempo della Rivoluzione Francese.
La sua festa è al 5 novembre nella commemorazione di tutti i Santi di Alvernia, e al 17 agosto nella diocesi di St-Flour.
È l’unico Santo con questo nome riportato dall’autorevole “Bibliotheca Sanctorum”; e comunque non è menzionato dal ‘Martirologio Romano’, che invece celebra al 1° novembre Sant’ Austremonio, del quale fu compagno nell’evangelizzare l’Alvernia all’inizio del IV secolo.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - San Mamete, pregate per noi.


*San Marco di Atina - Vescovo (5 novembre)

Martirologio Romano: in Puglia, San Marco, vescovo di Troia.
L’elogio di Marco quale vescovo di Atina e martire sotto Domiziano, riportato nel Martirologio Romano il 28 aprile, deriva dalla leggenda che Pietro Diacono, costretto a lasciare Montecassino nel 1128 al tempo dell’abate Senioretto, compose per riconoscenza verso la città di Atina che lo aveva ospitato.
Secondo la leggenda e le notizie riferite nel Chronicon Atinense, Marco, galileo, discepolo dell’apostolo Pietro e da lui ordinato vescovo, dopo aver predicato la fede nella Campania, fu ucciso ad Atina dai pagani che, durante la persecuzione di Domiziano, verso l’anno 96, gli conficcarono due chiodi nel capo.
Sul luogo della sua sepoltura fu costruita una chiesa, ma, andata questa in rovina, il corpo del santo fu dimenticato.
Verso la metà del sec. XI, però, al tempo del vescovo Leone, in seguito a miracoli, il corpo fu ritrovato e portato alla chiesa cattedrale di Santa Maria, ove rimase durante la ricostruzione della chiesa edificata sul suo primo sepolcro.
Compiuta questa, il corpo vi fu riportato il 1° ottobre 1057, e la chiesa fu dedicata il 5 ottobre.
É però da osservare che non è ben provata l’esistenza di una sede vescovile ad Atina.
Il Marco venerato dagli ateniesi sembra non sia diverso dal Santo vescovo omonimo il cui culto, diffuso in diversi centri della Campania, ci è attestato dal Martirologio Geronimiano il 5 novembre ad Eca, nella località ove sorse poi Troia di Puglia.
(Autore: Vincenzo Fenicchia – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Marco di Atina, pregate per noi.


*San Marco di Troia - Vescovo (5 novembre)

Martirologio Romano: In Puglia, San Marco, vescovo di Troia.
Scrive il Delehaye nel definitivo studio che dedica a Marco in Acta SS. Novembris: «Ceterum, sub proprio nomine Marci episcopum quendam, qui vel Aecanensi ecclesiae praefuerit vel ibidem enutritus sit vel cultum solemnem consecutus fuerit, in variis documentis hagiographicis designari facile ostendietur».
Il Martirologio Geronimiano alla data del 5 novembre ricorda un Marco vescovo, venerato ad Aeca, città della Puglia, posta nel luogo ove ora sorge Troia, senza indicare però la città dove fu presule. Una leggenda scritta nella seconda metà del secolo VIII riferisce che un «Marcus Ecanae urbis episcopus», di notte tempo con i suoi chierici rapi i corpi dei santi martiri Donato e Felice, uccisi per la fede a Sentianum il 1° settembre, sub Maximiano (286-305), e li seppellì in cimiate sua. Qualunque sia il valore del racconto, bisogna riconoscere che l’autore menziona il nome di un antico vescovo di Aeca, venerato nel suo tempo.
Una Vita di san Castrense riferisce che dodici vescovi africani, durante la persecuzione vandalica del secolo V, furono abbandonati su una vecchia nave, che approdò felicemente su una spiaggia della Campania, dove essi si dispersero.
Fra questi vescovi si trova un Marco, che l’autore del racconto, tardivo e di nessun valore, non inventò, ma raccolse dalle Chiese della regione pugliese.
Una Vita posteriore di molti secoli ha trasformato il vescovo di Aeca in vescovo di Lucera, lo ha fatto morire il 7 ottobre e ne ha collocato la festa il 14 giugno; ma non ha potuto evidentemente dimenticare l’antica tradizione perché lo fa nascere nella città di Aeca.
Il culto di Marco si diffuse nell’Italia meridionale, dove venne commemorato in giorni diversi. Secondo un metodo proprio del periodo medievale, fu ritenuto vescovo anche di Frigento, di Benevento, di Napoli, di Atina.
Fu venerato nel paese dei Marsi, dove pure fu creduto vescovo locale. Conclude il Delehaye: «De gestis S. Marci Aecanensis nihil prorsus fide dignum ad posteros traditum est... Marcum primum ecclesiae Aecanensis antistitem fuisse asserere non audeo; certe, primus est in serie episcoporum quae ex documentis authenticis confici possit».
(Autore: Filippo Caraffa - Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - San Marco di Troia, pregate per noi.


*Beata Maria Carmela Viel Ferrando - Vergine e Martire (5 novembre)

Schede dei gruppi a cui appartiene:
“Beati 233 Martiri Spagnoli di Valencia” Beatificati nel 20
“Martiri della Guerra di Spagna”

María del Carmen Viel Ferrando nacque il 27 novembre 1893 a Sueca (Valencia), fu battezzata il 29 novembre 1893 e ricevette la prima comunione il 24 aprile 1904 nella chiesa parrocchiale San
Pietro Apostolo.
Sarta, dedita all’apostolato sociale, fondò una cooperativa e aiutò nella fondazione degli Interessi Sociali (associazione laicale inserita nella pastorale sociale).
Studiò sociologia per aiutare la gioventù operaia.
Nel 1931 portò al suo paese delle Suore salesiane per curare la formazione della gioventù. Fu molto devota dell’Eucaristia e pregò quotidianamente il rosario.
Membro dell’Azione Cattolica, durante la persecuzione religiosa continuò il suo apostolato e aiutò diversi sacerdoti e religiosi perseguitati.
Il 5 novembre 1936 nel Saler (Valencia) subì il martirio. La sua beatificazione è stata celebrata da Papa Giovanni Paolo II l’11 marzo 2001.
Martirologio Romano: In località detta El Saler vicino a Valencia sempre in Spagna, Beata Maria Carmela Viel Ferrando, vergine e martire, che nella stessa persecuzione portò a termine la gloriosa prova per Cristo.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Maria Carmela Viel Ferrando, pregate per noi.


*Beati Martiri Albanesi "Vincenzo Prennushi e 37 compagni" (5 novembre)

† Albania, 1945/1974

Tra i numerosissimi cattolici di nazionalità albanese, che durante il regime comunista (1944-1991) hanno subito prigionia, torture e falsi processi, nel tentativo di sradicare il Vangelo e la cultura di un intero popolo, sono stati selezionati i nomi di 38 candidati agli altari, capeggiati dall’arcivescovo di Durazzo, monsignor Vincenzo Prennushi.
La lista comprende due vescovi, 21 sacerdoti diocesani, 7 sacerdoti francescani, 3 gesuiti (due sacerdoti e un fratello coadiutore), un seminarista e quattro laici (compresa un’aspirante religiosa). Sono stati beatificati il 5 novembre 2016, nella piazza davanti alla cattedrale di Santo Stefano a Scutari.
Secondo alcune stime, in Albania, sotto il regime comunista negli anni 1944-1991, sono stati uccisi cinque vescovi, sessanta sacerdoti, trenta religiosi francescani e tredici gesuiti, dieci seminaristi e otto suore, senza contare i laici.
Le accuse con le quali venivano arrestati, torturati e a volte sottoposti a processi dall’esito già scritto erano principalmente due: quella di essere spie della Santa Sede e, specie nel caso di quanti avevano avuto contatti con l’Europa, di essere collaborazionisti del nazismo o del
fascismo. C’era anche un ulteriore motivo: dato che molti sacerdoti erano anche letterati, eliminandoli fisicamente s’intendeva dare anche un duro colpo all’identità nazionale.
La dolorosa situazione dei cattolici albanesi ebbe fine quando, il 4 novembre 1990, la celebrazione di una Messa al cimitero cattolico di Scutari segnò la ripresa della pubblica professione di fede.
Da allora, la memoria di quanti avevano dato la vita per la fede si è intensificata e ha portato alla richiesta d’introdurre la causa di beatificazione per alcuni di essi.
Quindi il 10 novembre 2002, nella cattedrale di Scutari, alla presenza del cardinal Crescenzio Sepe, all’epoca Prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei popoli, è stata introdotta la fase diocesana del processo per accertare l’effettivo martirio di 38 candidati, capeggiati da Vincenzo Prennushi (al secolo Kolë), religioso dei Frati Minori e arcivescovo di Durazzo.
La lista comprende due vescovi, 21 sacerdoti diocesani, 7 sacerdoti francescani, 3 gesuiti (due sacerdoti e un fratello coadiutore), un seminarista e quattro laici.
Contemporaneamente, ma in maniera distinta, sono cominciate le cause del francescano padre Luigi Paliq, morto nel 1913, e del sacerdote diocesano don Gjon Gazulli, ucciso nel 1927; le loro sono state considerate "cause storiche".
Le tre inchieste sono state concluse l’8 dicembre 2010, sempre nella cattedrale di Scutari, alla presenza del cardinale Claudio Hummes, Prefetto Emerito della Congregazione per il Clero, e convalidate con decreto del 9 marzo 2012.
Papa Francesco si è così espresso il 21 settembre 2014, nel corso del suo viaggio apostolico in Albania, precisamente durante la celebrazione dei Vespri nella cattedrale di Scutari: «In questi due mesi, mi sono preparato per questa visita, leggendo la storia della persecuzione in Albania. E per me è stata una sorpresa: io non sapevo che il vostro popolo avesse sofferto tanto! Poi, oggi, nella strada dall’aeroporto fino alla piazza, tutte queste fotografie dei martiri: si vede che questo popolo ancora ha memoria dei suoi martiri, di quelli che hanno sofferto tanto! Un popolo di martiri…». Non molto tempo dopo, ossia nel mese di luglio 2015, sono stati presentati alla Congregazione vaticane delle Cause dei Santi i due volumi della "positio super martyrio" di monsignor Prennushi e dei suoi 38 compagni.
Il 17 novembre dello stesso anno i consultori teologi si sono pronunciati favorevolmente circa l’effettiva morte in odio alla fede dei potenziali martiri. Il 26 aprile 2016, ricevendo in udienza il cardinal Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del decreto che ufficializzava il loro martirio.
La loro beatificazione è stata fissata al 5 novembre 2016, sulla piazza della cattedrale di Santo Stefano a Scutari; a presiederla, in qualità di delegato del Santo Padre, il cardinal Amato.
Nel presentare l’elenco che segue, ordinato in base alle date di morte dei singoli Beati, precisiamo che, nel caso dei religiosi, il nome al secolo è riportato tra parentesi tonde, mentre quello religioso è italianizzato.
Nelle singole schede, invece, è italianizzato anche il nome proprio di quelli che non sono religiosi. Quando possibile, verrà inserito il numero della scheda relativa al singolo personaggio.
- Lazër Shantoja, sacerdote dell’Arcidiocesi di Scutari-Pult - † 5 marzo 1945 a Tirana
- Ndre Zadeja, sacerdote dell’Arcidiocesi di Scutari-Pult - † 25 marzo 1945 a Scutari
- Giovanni Fausti, sacerdote gesuita
- Giovanni (Kolë) Shllaku, sacerdote francescano
- Daniel Dajani, sacerdote gesuita
-Qerim Sadiku, laico dell’Arcidiocesi di Scutari-Pult
- Mark Çuni, seminarista dell’Arcidiocesi di Scutari-Pult
-Gjelosh Lulashi, laico dell’Arcidiocesi di Scutari-Pult  -  † 4 marzo 1946 a Scutari
- Alfons Tracki, sacerdote dell’Arcidiocesi di Scutari-Pult - † 18 luglio 1946 a Scutari
-Fran Mirakaj, laico coniugato dell’Arcidiocesi di Scutari-Pult  - † settembre 1946 a Tirana
- Josef Marxen, sacerdote dell’Arcidiocesi di Tirana-Durazzo - † 16 novembre 1946 a Tirana
- Bernardino (Zef) Palaj, sacerdote francescano - † 2 dicembre 1946 a Scutari
- Luigj Prendushi, sacerdote della Diocesi di Sapë - † 24 gennaio 1947 a Shelqet, Scutari
- Dedë Maçaj, sacerdote dell’Arcidiocesi di Scutari-Pult - † 28 marzo 1947 a Përmet
- Mark Gjani, sacerdote dell’Arcidiocesi di Scutari-Pult - † 1947 a Shën Pal, Mirditë
- Serafino (Gjon) Koda, sacerdote francescano - † 11 maggio 1947 a Lezhë
- Gjon Pantalia, fratello gesuita - † 31 ottobre 1947 a Scutari
- Anton Zogaj, sacerdote dell’Arcidiocesi di Tirana-Durazzo - † 9 marzo 1948 a Durazzo
- Frano Gjini, vescovo e abate nullius di Sant’Alessandro a Orosh (attualmente in Diocesi di Rrëshen)
- Mattia (Pal) Prennushi, sacerdote francescano
- Cipriano (Dedë) Nika, sacerdote francescano - † 11 marzo 1948 a Scutari
- Dedë Plani, sacerdote dell’Arcidiocesi di Scutari-Pult - † 30 aprile 1948 a Scutari
- Ejëll Deda, sacerdote dell’Arcidiocesi di Scutari-Pult - † 12 maggio 1948 a Scutari
- Anton Muzaj, sacerdote dell’Arcidiocesi di Scutari-Pult - † primavera 1948 a Scutari
-Pjetër Çuni, sacerdote dell’Arcidiocesi di Scutari-Pult - † 31 luglio 1948 (data probabile) a Koplik, Scutari
- Josif Papamihali, sacerdote dell’Amministrazione apostolica dell’Albania del Sud (Rito greco-cattolico albanese) - † 26 ottobre 1948 a Maliq, Coriza
- Aleksander Sirdani, sacerdote dell’Arcidiocesi di Scutari-Pult - † 26 dicembre 1948 a Koplik, Scutari
- Vincenzo (Kolë) Prennushi, sacerdote francescano, arcivescovo di Durazzo - † 20 marzo 1949 a Durazzo
- Jak Bushati, sacerdote dell’Arcidiocesi di Scutari-Pult - † 12 febbraio 1949 a Lezhë
- Gaspare (Mikel) Suma, sacerdote francescano - † 16 aprile 1950 a Scutari
- Maria Tuci, giovane laica, aspirante delle Suore Stimmatine - † 24 ottobre 1950 a Scutari
- Jul Bonati, sacerdote dell’Arcidiocesi di Tirana-Durazzo - † 5 novembre 1951 a Scutari
- Carlo (Ndue) Serreqi, sacerdote francescano - † 4 aprile 1954 a Burrel, Scutari
- Ndoc Suma, sacerdote dell’Arcidiocesi di Scutari-Pult - † 22 aprile 1958 a Scutari
- Dedë Malaj, sacerdote dell’Arcidiocesi di Scutari-Pult - † 12 maggio 1959 a Scutari
- Marin Shkurti, sacerdote dell’Arcidiocesi di Scutari-Pult - † aprile 1969 a Scutari
- Shtjefën Kurti, sacerdote dell’Arcidiocesi di Tirana-Durazzo - † 20 ottobre 1971 a Fushe, Krujë
- Mikel Beltoja, sacerdote dell’Arcidiocesi di Scutari-Pult - † 10 febbraio 1974 a Scutari

(Autore: Emilia Flocchini – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beati Martiri Albanesi, pregate per noi.


*Santi Teotimo, Filoteo, Timoteo e Aussenzio - Martiri (5 novembre)
Giovani siriani che, in quanto cristiani, furono dati alle fiere nei giochi circensi, a Cesarea in Palestina.
Martirologio Romano:
Nello stesso luogo, commemorazione dei Santi Teotimo, Filóteo e Timoteo, martiri, i quali, giovani, furono destinati ai giochi circensi per il divertimento del popolo, e di Sant’Aussenzio, anziano, dato in pasto alle fiere.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santi Teotimo, Filoteo, Timoteo e Aussenzio, pregate per noi.


*San Tigrino - Martire di Roma (5 novembre)
Le reliquie di Tigrino furono prelevate nel cimitero della via Salaria, con il permesso di Papa Paolo V, dal generale della Compagnia di Gesù, Claudio Acquaviva (4 settembre 1611), il quale le inviò a Torino al cardinale Maurizio di Savoia.

Questi ne fece dono alla chiesa dei SS. Martiri, eretta nella stessa città dai Gesuiti, che collocarono le reliquie sotto l’altare dell’Immacolata Concezione, nella cappella delle Umiliate.
La festa di Tigrino fu inserita nel calendario diocesano, con l’Ufficio del comune di un martire, e celebrata successivamente in giorni diversi tra la fine di febbraio e l’inizio di marzo.
Attualmente Tigrino è ricordato il 5 novembre nella festa “Omnium Sanctorum Ecclesiae Taurinensis”.
(Autore: Jose Cottino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Tigrino, pregate per noi.


*Santa Trofimena - Vergine e Martire (5 novembre)

Santa Trofimena, Santa d'origine siciliana, di Patti (ME) omologa di Santa Febronia, che si venera a Minori (SA) in Costiera Amalfitana. L'agiografia è piuttosto contorta, la leggenda vuole che fu martirizzata ancora fanciulla, intorno ai 12 /13 anni per mano dello stesso padre, poiché desiderosa di battezzarsi e di abbracciare la fede cristiana, si racconta di una visione di un angelo che le annuncia la consacrazione a Cristo e l'imminente martirio, e contraria alle nozze con il prescelto indicato dalla famiglia.
Il corpo fu affidato alla custodia di un urna e gettato in mare, le correnti la spinsero sino alle coste salernitane e precisamente a Minori.
L'urna ritrovata dalla popolazione minorese fu fatta trasportare da una pariglia di giovenche, ma arrivati al punto dove oggigiorno sorge la chiesa a lei dedicata, gli animali non vollero assolutamente proseguire, pertanto i minoresi interpretarono ciò come il segnale divino della scelta del luogo ove erigere la suddetta chiesa.
Patronato: Minori (SA)
La fonte principale della leggenda agiografica di Santa Trofimena è rappresentata dal testo dal titolo Historia Inventionis ac Traslazioni et Miracula Sanctae Trofimenis, redatto in scrittura beneventana e conservato in un codice databile ai primi decenni del X secolo. L’autore, purtroppo anonimo, stando agli studi di Massimo Oldoni, potrebbe essere un presbitero di origine minorese o, più verosimilmente, longobarda. Fino al 1658 il codice fu conservato nell’Archivio Vescovile di Minori, successivamente l’erudito scalese Giovanni Battista d’Afflitto lo inviò all’Ughelli che ne trascrisse il testo, pubblicandolo nella sua Italia Sacra, contribuendo in modo determinante alla perdita definitiva.
Scritto in forma di sermone rivolto al fedele, il testo dell’Historia è diviso in tre capitoli: nel primo sono narrate le vicende legate all’invenzione del corpo di Santa Trofimena sulla spiaggia di Minori, evento che la tradizione popolare riconduce al 5 novembre del 640.
Come l’urna sia giunta a Minori è difficile stabilirlo, l’anonimo agiografo pone l’accento sull’intervento di un angelo, che guidò l’urna dalle coste siciliane fino a Minori. Qui l’urna restò incustodita per un periodo imprecisato, fino a quando l’attenzione della popolazione locale fu catturata da una lavandaia del luogo recatasi presso la foce del fiume Reginna con l’intento di lavare i suoi panni.
Nel battere gli stessi su una lastra di marmo restò con le braccia paralizzate, punita per aver disturbato il riposo terreno della Martire. Immediatamente accorsero i sacerdoti della città, i quali dopo aver identificato in quell’urna marmorea il sarcofago di una martire cristiana, decisero di traslarla in un luogo più sicuro. Nel tentativo di scoprire la sua identità notarono questi versi scolpiti sul marmo: "Tu che cerchi di conoscere i motivi dell’arrivo di quest’urna sappi che qui riposano le membra pie e intatte del corpo di Trofimena Martire e Vergine, Ella, fin quando durarono i costumi di un tempo scellerato, evitò i falsi idoli del mondo sfuggendo, come devota fanciulla, ai genitori siciliani. Riposò in mezzo al mare, offrì le membra ai Minoresi e l’anima a Dio. Di qui è andata a godere tra i profumati spazi di Cristo".
Questi versi rappresentano le uniche notizie storiche sull’origine di Santa Trofimena. Molte informazioni sono lasciate in ombra, come per esempio l’anno di nascita, l’anno del dies natalis e la città d’origine. Queste lacune storiche furono colmate in età moderna dalle ricerche dell’umanista Quinto Mario Corrado, basate sull’analisi dei dati desunti da una ricerca demoscopica.
La narrazione prosegue con l’intervento del vescovo amalfitano Pietro e con la prima traslazione delle reliquie.  Di fronte all’impossibilità di spostare la piccola urna marmorea il presule amalfitano decise di farla trainare da due giovenche bianche, che non fossero state ancora sottoposte al giogo. Attraverso questo espediente le spoglie furono traslate, con una solenne processione, dalla spiaggia al luogo dove attualmente sorge la Basilica di S. Trofimena. Furono tumulate sotto una struttura ad incasso, disposta su tre livelli, sub tribus cameris mire constructis, reperiunt sanctam Christi Martyrirem illibatam in suo locello, al di sopra della quale fu eretto il primo altare e una prima chiesa.
Qui il corpo rimase fino all’838, fino a quando l’esercito longobardo minacciò direttamente la sicurezza delle città del Ducato Amalfitano.
Il secondo capitolo si apre quindi con la narrazione delle vicende che hanno come protagonista il principe beneventano Sicardo e il vescovo amalfitano Pietro II. Nell’autunno dell’838, i territori del Ducato di Amalfi subirono il saccheggio da parte delle truppe longobarde, guidate da Sicardo, figlio
di Sicone ed erede di una politica religiosa che ebbe, tra i suoi obbiettivi, l’acquisizione di un numero consistente di reliquie di martiri cristiani. Il vescovo amalfitano Pietro II decise quindi di far traslare le reliquie di Santa Trofimena da Minori ad Amalfi, considerato un luogo più sicuro.
Le imbarcazioni guidate dal vescovo condussero quindi il corpo di Santa Trofimena ad Amalfi, dove fu collocato nella chiesa dedicata alla Vergine, l’attuale chiesa del Crocefisso.
Otto giorni dopo questo avvenimento al vescovo apparve in sogno Santa Trofimena, avvolta in un mantello rosso, seguita da altre vergini, la quale con voce minacciosa gli predisse un’imminente morte, accusandolo di aver profanato e condotto il suo corpo lontano da Minori. Per le sue colpe la Martire gli predisse una morte improvvisa seguita dalla straziante visione del suo cadavere strappato dal suo sepolcro e divorato dai cani; cosa che avvenne poco tempo dopo in occasione del saccheggio della città di Amalfi da parte dei longobardi di Sicardo.
Le reliquie di S. Trofimena furono trafugate e portate a Benevento. In breve tempo il culto si diffuse anche nelle province longobarde, come dimostra la scelta del vescovo Orso, il quale di fronte alla richiesta di restituzione del corpo, inoltrata dai Minoresi nel giugno dell’839, dopo la morte del principe Sicardo, decise di restituire soltanto una metà del corpo, l’altra metà restò dunque a Benevento. Tale scelta fu dettata, con ogni probabilità, dalla volontà di non privare la sua chiesa di un tesoro divenuto ormai prezioso.
Il corpo di Santa Trofimena fece quindi ritorno a Minori il 13 luglio dell’839, dopo aver sostato la notte precedente nella città di Salerno, sede di un’importante e numerosa colonia di mercanti amalfitani. Ad attenderlo l’intera popolazione locale, in "una giornata di sole sfolgorante", che accompagnò in processione il sacro corpo, riponendolo nel luogo scelto dalla Santa per il suo riposo terreno.
La terza ed ultima parte narra, infine, dei miracoli operati per intercessione della Martire, come nel caso del sacerdote napoletano Mauro colpito da apoplessia e guarito dopo aver toccato il corpo della Martire di ritorno da Benevento. La vicenda che ben descrive la desolazione e la stato di completo abbandono in cui versava la città di Minori dopo il trafugamento delle reliquie è quella che narra le vicende del sacerdote Costantino, custode e guardiano della Chiesa di Santa Trofimena. Addolorato e disperato per la perdita delle reliquie non celebrava più messa, conducendo la chiesa tutta in uno stato di profonda desolazione.
Un giorno nelle prime ore del mattino vide la Beata Vergine Trofimena che lo rimproverò per la sua negligenza, invitandolo allo stesso tempo a celebrare messa, perché anche se il suo corpo era stato trafugato, il suo spirito continuava a dimorare in quel luogo.
Il terzo capitolo dell’Historia riporta, tra le altre cose, una delle prime attestazioni sull’esistenza della Scuola Medica Salernitana. Al tempo del prefetto Pulcari, che governò Amalfi tra l’874 e l’883, una fanciulla di nome Teodonanda, concessa in sposa ad un uomo di nome Mauro, versava in gravi condizioni di salute. Fu portata a Salerno, città in cui, operava l’archiatro Gerolamo, famoso per le sue competenze mediche. Nonostante il supporto di numerosi "immensa volumina", (un dato che conferma la presenza di una fornita biblioteca medica), non fu in grado di curare la giovane fanciulla. Di ritorno a Minori il marito Mauro decise di condurla nella basilica di Santa Trofimena, l’adagiò la vicino all’altare consacrato alla vergine, consegnandola nelle mani di una monaca di nome Agata. Mentre la pia donna assorta in preghiera davanti all’altare della Santa cadde in un sonno profondo, Teodonanda si alzò da sola e si avviò verso il fiume Reginna, qui le apparve una fanciulla che la invitò a ritornare in chiesa e continuare a pregare. Dopo aver fatto ritorno in chiesa confidò alla monaca di aver avuto una visione di Santa Trofimena.
La donna notò che il pavimento vicino all’altare cominciò a trasudare un olio profumatissimo, ordinò quindi alla fanciulla di spogliarsi delle sue vesti e cospargersi con quell’olio. Teodonanda obbedì e fu guarita di tutti i suoi mali.
Dal 13 luglio dell’839 il corpo della Martire venne conservato nel luogo posto al di sotto dell’altare eretto nella sua cappella. Col passare dei secoli si perse la memoria del luogo della tumulazione. Quando alla metà del XVIII secolo iniziarono i lavori di ricostruzione della nuova cattedrale, si sentì la necessità di riportare alla luce le reliquie di Santa Trofimena. Nella notte tra il 26 e 27 novembre 1793 alcuni devoti minoresi entrando furtivamente in chiesa e scavando nel luogo indicato dalla tradizione trovarono nuovamente le sacre reliquie. Il 27 novembre il popolo di Minori festeggia quindi l’anniversario del II ritrovamento.

(Autore: Antonio Mammato – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Trofimena, pregate per noi.


*Tutti i Santi delle Regioni Conciliari (5 novembre)

Fin dai primi secoli è in uso nella Chiesa la celebrazione dei santi locali.
L'Eucaristia veniva offert asulle tombe dei martiri, poi le loro reliquie vennero poste in ogni
altare in una piccola cavità chiamata "sepolcro".
In seguito furono venerati anche Santi non Martiri, ma sempre nella chiesa locale dove erano vissuti, dove erano sepolti.
A poco a poco il culto dei Santi si diffuse anche in altre chiese ed è ora invalso l'uso di celebrare insieme tutti i Santi della chiesa regionale, cioè di tutte le diocesi di una data regione conciliare.

(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria – Tutti i Santi delle Regioni Conciliari, pregate per noi.


*Santa Vittoria - Vergine, venerata a Piacenza (5 novembre)

Di questa Santa vergine di Piacenza poco sappiamo. È ritenuta la sorella di San Savino e badessa del monastero di San Michele. Ma queste due informazioni non sono suffragate da alcun fondamento storico.
L’unica cosa certa è il culto antichissimo per questa Santa.
Il suo corpo riposa nella chiesa di san Savino insieme a quello che si presume sia il suo fratello e insieme a quello di altri Santi piacentini.
Lo storico Luigi Mensi, nel suo "Dizionario biografico piacentino", del 1899, ha fatto notare come questa vergine non debba essere confusa con la santa Vittoria il cui corpo riposa nel tempio di Santa Maria di Campagna "ivi trasportato dall’antichissima chiesetta a lei dedicata e già esistente vicino a quella chiesa".
L’immagine più antica di santa Vittoria è quella impressa nel sarcofago che racchiude le sue reliquie che si trova nella cripta di San Savino e che risale al 1481.
Su di lei esiste anche un dipinto del 1914 di Luigi Morgari, commissionato da don Giuseppe Morini  e che è stato posto nella volta della chiesa di San Pietro.
La sua festa in passato era celebrata il 23 dicembre. Oggi invece è festeggiata il 5 novembre insieme a Sant’Eusebio, quali promotori della vita monacale insieme con il vescovo Savino.

(Autore: Mauro Bonato – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Vittoria, pregate per noi.


*Altri Santi del 5 novembre
*San Zaccaria e Santa Elisabetta - genitori di San Giovanni Battista
Giaculatoria - Santi tutti, pregate per noi.

 
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