Santi del 6 Dicembre - Istituto Aveta

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Santi del 6 Dicembre

Il mio Santo > I Santi di Dicembre

*Beata Angelica da Milazzo - Terziaria (6 dicembre)

Sec. XVI
Anche il ramo dell'Ordine francescano fondato nel '500 da San Francesco di Paola, e chiamato per umiltà Ordine dei Minimi, ebbe il proprio Terz'Ordine, aperto ai laici, uomini e donne.
Al Terz'Ordine di San Francesco di Paola appartenne la Beata Angelica, morta mezzo secolo dopo il fondatore dei Minimi, nel 1559. Era nata a Milazzo, nella punta occidentale della Sicilia, città di antichissima origine, importante nel Medioevo e nel Rinascimento come porto commerciale e centro di produzione; e anche come ben munito caposaldo militare dove la devozione per il Santo di Paola fu particolarmente viva.
La figura di Angelica da Milazzo si inserisce così nel quadro della prima fioritura della spiritualità francescana dei Minimi. La sua santità non ebbe nulla di clamoroso o di appariscente. Fu una costante, segreta lotta contro le debolezze della carne, le infermità, e anche le difficoltà dell'ambiente, tanto più insidiose quanto più dovute non all'ostilità, ma allo stesso affetto.
Angelica da Milazzo visse in costante lotta contro le attrazioni del mondo. Non le tentazioni, ma le legittime e umane preoccupazioni di chi desiderava per lei una vita normale e felice, rispettata e appagata.
Bellissima di aspetto, sensibile e virtuosa, la giovane di Milazzo avrebbe dovuto, nei desideri della famiglia, seguire il destino di tante altre sue coetanee, scegliendosi uno sposo, o meglio accettando quello a lei destinato dai parenti, per formare una famiglia terrena.
Non fu facile, per la fanciulla isolana, sfuggire a quelle continue e affettuose pressioni. Angelica vi resistette con ostinazione caparbia, più forte delle lusinghe e anche delle minacce, che non le
mancarono, almeno in un certo periodo della sua vita.
Nei momenti di più grave tensione, ricorreva al Crocifisso, implorandone l'aiuto. Venne esaudita dalla Croce con una croce, cioè con una gravissima malattia, che mise in pericolo la sua stessa vita.
Fu allora che, per voto, indossò l'abito del Terz'Ordine di San Francesco di Paola. In quell'abito, come entro una mistica corazza, si sentì sicura di poter restare per sempre nello stato desiderato.
Superata la malattia, però, le insistenze e le pressioni ritornarono. Riprese l'incruento calvario dell'ostinata fanciulla di Milazzo.
Finché lo Sposo da lei desiderato non la segnò col suo sigillo, davanti al quale ogni altro pretendente arretrò sconvolto.
Divorata da un tumore maligno, la sua bellezza si mutò in ribrezzo, mentre la sofferenza sempre più lancinante le affinava lo spirito, consumandone il corpo come un fuoco.
Fu l'anno terribile del fidanzamento, dopo il quale la morte, liberandola dal peso della carne, le aprì la casa dello Sposo che non delude.
(Fonte: Archivio della Parrocchia)

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*Sant' Apollinare di Trieste - Martire (6 dicembre)

Trieste celebra il 6 dicembre, come proprio martire, un Sant’Apollinare non ricordato nei documenti agiografici antichi
(martirologi, sacramentari).
La sua “passio”, di origine piuttosto recente, lo fa suddiacono morto per la fede sotto Caracalla.
Il prefetto Lucinio, mandato da Roma a Trieste, lo avrebbe condannato prima alla pena del fuoco e poi a quella della decapitazione.
Il Lanzoni lo identifica con Sant’Apollinare di Ravenna facendo presente:
“Le due rive dell’Adriatico si scambiarono reliquie dei loro Santi e come la riva occidentale trasformò quelli della sponda orientale in santi propri, così la riva orientale quelli occidentali”.
(Autore: Filippo Caraffa – Fonte: Enciclopedia dei Santi)

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*Sant'Asella Giovanni Schefezer di Roma – Vergine (6 dicembre)
Sec. IV

Non fu un personaggio celebre, e il suo ricordo sarebbe sparito se di lei non avesse scritto, nelle sue lettere, lo stesso San Girolamo, il dalmata traduttore della Bibbia in latino, e dottore della Chiesa, di cui Asella fu collaboratrice. Vivendo a Roma, negli anni della sua maturità, Girolamo raccolse intorno a sé un gruppo di donne devote e studiose, i cui nomi si incontrario ancora nel calendario: Paola, Marcella, Lea, Eustochia e infine Asella. Quest'ultima fin da ragazza manifestò l'intenzione di consacrarsi a Dio fino a lasciare tutto per ritirarsi a vita eremitica. Lavorava continuamente, non per sé, ma per i poveri, e al tempo stesso pregava o salmodiava. Visitava anche le tombe dei martiri, ma nell'oscurità, senza mai farsi riconoscere. La vita durissima non le fiaccò il fisico; al contrario, sui cinquant'anni, secondo la testimonianza di San Girolamo era «ancora in buona salute, e ancor più sana in spirito». Di lei, vent'anni dopo la partenza di Girolamo da Roma, scrisse anche lo storico Palladio, testimoniandone l'impegno alla guida di alcuni monasteri. Le sue reliquie si trovano nella basilica dei Santi Bonifacio e Alessio all'Aventino, a Roma, e nella chiesa di Sant'Abbondio a Cremona. (Avvenire)
Martirologio Romano: A Roma, commemorazione di santa Asella, vergine, che, come scrive san Girolamo, trascorse la sua vita tra digiuni e preghiere fino ad avanzata vecchiaia.
Questo nome insolito ha un significato ancor più inaspettato: in latino, Asella voleva dire infatti " asinella ". Non era un nome ingiurioso, e nemmeno ridicolo: aveva anzi tono affettuoso, forse in
omaggio alla pazienza e alla docilità del laborioso asinello.
Del resto la Santa dì oggi è tale da far dimenticare qualsiasi sottinteso si volesse evocare a causa del nome asinino. E' infatti una creatura eccezionale per doti umane e per virtù soprannaturali: una di quelle donne che in tutti i tempi hanno rappresentato e rappresentano la segreta grandezza del Cristianesimo.
Non fu un personaggio celebre, e il suo ricordo sarebbe sparito dal mondo se di lei non avesse scritto, nelle sue lettere, il grande San Girolamo, il dalmata traduttore della Bibbia in latino, e Dottore della Chiesa.
Vivendo a Roma, negli anni della sua maturità, Girolamo raccolse intorno a sé un gruppo di donne devote e studiose, i cui nomi si incontrario ancora nel Calendario: Paola, Marcella, Lea, Eustochia e infine Asella.
La storia di Asella, narrata in una lettera dal Santo, è questa: figlia di una famiglia distinta, a soli dieci anni decise di consacrarsi interamente al Signore. Vendé i monili fanciulleschi e gli abiti festivi, indossò una spoglia tunica scura, e prese a vivere nella sua casa né più né meno come una sepolta viva.
" Chiusa in una piccola stanza - scrive San Girolamo - si trovava a suo agio come in Paradiso. Un unico strato di terra era il luogo della sua preghiera e del suo riposo. Il digiuno fu per lei un divertimento; l'astinenza, una refezione... Osservò così bene la clausura da non arrischiar mai di metter fuori un piede, né parlò mai ad un uomo... ". Lavorava continuamente, non per sé, ma per i poveri, e al tempo stesso pregava o salmodiava. Visitava anche le tombe dei Martiri, ma nell'oscurità, senza mai farsi riconoscere. La vita durissima non le fiaccò il fisico; al contrario, sui cinquant'anni, secondo la testimonianza di San Girolamo era " ancora in buona salute, e ancor più sana in spirito ".
" Niente di più gioioso della sua severità -scriveva di lei il grande Dottore, - niente di più severo della sua gioia. Niente di più grave del suo riso: niente di più attraente della sua tristezza... La sua parola è silenziosa e il suo silenzio parla ".
Quando il grande studioso dovette lasciar Roma, costretto da molte ostilità e da malevoli sospetti, indirizzò una lettera direttamente ad Asella, mentre si dirigeva verso la Palestina. Ma in questa lettera, come era naturale, non parlava di lei, né tentava la sua modestia con gli elogi. Vi apriva invece il proprio cuore amareggiato, facendo proprio a lei, ormai morta al mondo, un'appassionata difesa dalla sua condotta, contro le calunnie e le ingiuste critiche.
L'ammirazione e l'affetto per la cristiana Asella trasparivano però nel commiato, quando Girolamo scriveva: " Ricordatevi di me, o insigne modello di pudore e di verginità, e con le vostre preghiere placate i flutti del mare". Asella, che a quel tempo aveva passato la cinquantina, visse ancora a lungo, nella sua clausura e nella sua penitenza. Vent'anni dopo era tuttora viva, e bella di una spirituale bellezza. Così almeno la vide uno storico dell'epoca, Palladio, il quale scrisse: "Ho visto a Roma la bella Asella, questa vergine invecchiata nel monastero. Era una donna dolcissima, che mandava avanti diverse comunità ".

(Fonte: Archivio della Parrocchia)
Giaculatoria - Sant'Asella Giovanni Schefezer di Roma, pregate per noi.


*Santi Dionisia, Dativa, Leonzia, Terzo, Emiliano, Bonifacio, Maiorico e Servo - Martiri (6 dicembre)

sec. V
Furono sottoposti ad atroci supplizi dal re vandalo Unerico, ariano. Maiorico, ancora bambino, si impaurì alla vista delle torture, ma fu sostenuto dallo sguardo e dalle parole di sua madre, Dionisia.
Emblema: Palma
Martirologio Romano: In Africa settentrionale, commemorazione dei Santi martiri della persecuzione vandalica, che, sotto il re ariano Unnerico, furono sottoposti ad atroci e innumerevoli supplizi per aver difeso la fede cattolica; alla loro schiera appartengono i martiri Dionisia e Maioríco, suo figlio, che, ancora bambino, spaventato dalle torture, ma confortato dallo sguardo e dalle parole della madre, si fece ancor più coraggioso degli altri compagni e rese tra i tormenti la sua anima.
Lo storico della persecuzione vandalica in Africa, il vescovo Vittore di Vita, che scriveva sulla fine del sec. V, informa che sotto il re ariano Unnerico molti cristiani dell'Africa proconsolare ebbero a soffrire, per la fede nella SS.ma Trinità, atroci tormenti.
Erano prese di mira specialmente le donne appartenenti alla nobiltà, che venivano denudate e fustigate in pubblico fino a farle morire dissanguate.
A tale genere di supplizio, perché nobile e particolarmente bella, fu sottoposta Dionisia, conterranea di Vittore.
Pur tra i tormenti, ella trovò la forza d'incoraggiare al martirio i compagni di fede presenti: l'unico figlioletto suo, Maiorico, a cui poté dare sepoltura con le sue stesse mani, la propria sorella Dativa, e Leonzia, figlia di Germano, veseovo di Perada o Paradana.
Ad essi si aggiunsero il venerabile medico Emilio o Emelio (Emiliano, in Usuardo), cognato di Dativa, il cui supplizio Vittore preferisce non descrivere; Terzo, uomo religioso della Byzacena, e Bonifacio Sibid ense, ehe va identifieato probabilmente coll'omonimo vescovo di Sicilibba, a cui furono estratte le viscere.
A questi martiri gli antichi calendari ne associarono altri due che subirono l'estremo supplizio nella medesima persecuzione e nella stessa provincia.
Nella città di Tuburbium maggiore (Tuburbin), già celebre per altri martiri ricordati nel Calendario cartaginese al 30 luglio, il nobile e generoso Servo o Servio (che sotto Genserico aveva sofferto per non aver voluto svelare il segreto di un amico), duramente colpito con bastoni, fu levato in alto per mezzo di carrucole e più volte lasciato cadere violentemente al suolo.
Nella città Colusitana o Culcitanense (Culsitanum), la più feconda di martiri, la matrona Vittoria o Vittrice subì il martirio imperterrita senza dar ascolto alle preghiere del marito e senza lasciarsi commuovere dalle lacrime dei figli.
Il loro culto è menzionato nei martirologi di diverse Chiese antiche e in quelli di Adone, Floro e Usuardo. Il loro ricordo è attestato nel Leggendario del convento dei Canonici Regolari di Boddeken in Westfalia attraverso un cod. del sec. XIV della Biblioteca Teodoriana di Paderborn.
Il Martirologio Romano li commemora il 6 dicembre, ad eccezione di Servo, ricordato nel giorno seguente e di Vittoria che sfuggì ai suoi redattori.
Emiliano ebbe nel tardo Medioevo culto particolare in Napoli, ove sue reliquie sarebbero state portate dagli esuli africani; sulla fine del sec. XIV il sodalizio dei farmacisti, che lo scelsero a loro patrono con San Pellegrino, eresse un tempietto in suo onore.
(Autore: Domenico Ambrasi – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*Beato Eliodoro Ramos Garcia - Coadiutore Salesiano, Martire (6 dicembre)

Schede dei gruppi a cui appartiene:
“Beati Martiri Spagnoli Salesiani di Madrid e Siviglia”
“Beati 498 Martiri Spagnoli Beatificati nel 2007”
“Martiri della Guerra di Spagna”
Monleras, Spagna, 29 ottobre 1915 - Madrid, Spagna, 6 dicembre 1936
Nacque a Monleras (Salamanca) il 29 ottobre 1915 e fu battezzato due giorni dopo.
Educato cristianamente, aspirò alla vita religiosa e fu ammesso al Noviziato di Mohernando (Guadalajara), dove emise i voti il 23 luglio 1936 come religioso laico.
Quello stesso giorno la Casa fu assalita e occupata dai comunisti; la comunità venne imprigionata o dispersa.
Il 1° agosto fu rinchiuso con il Direttore Don Miguel Lasaga e con altri cinque giovani professi nelle carceri di Guadalajara, dove si preparò alla morte, e con loro andò alla fucilazione la sera del 6 dicembre 1936.
Beatificato il 28 ottobre 2007.
(Fonte: www.sdb.org)

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*San Giuseppe Nguyen Duy Khang - Martire (6 dicembre)

Schede dei gruppi a cui appartiene:
“Santi Andrea Dung Lac e Pietro Truong Van Thi Sacerdoti e martiri”
“Santi Martiri Vietnamiti (Andrea Dung Lac e 116 compagni)”

1832 - 1861
Emblema: Palma
Martirologio Romano: Nella città di H?i Duong nel Tonchino, ora Viet Nam, San Giuseppe Nguy?n Duy Khang, martire, che, catechista e compagno di viaggio del santo vescovo Girolamo Hermosilla, fu insieme a lui catturato, flagellato e tenuto in carcere durante la persecuzione dell’imperatore T? Ð?c e, infine, decapitato.
Nato da genitori cristiani in Vietnam, a sud di Hanoi, ben presto entrò a servizio del sacerdote vietnamita Nang.
A 24 anni iniziò a studiare latino e a condurre una vita cristiana più seria.
Divenuto discepolo del vescovo domenicano Girolamo Hermosilla e desiderando vivere con maggior impegno la sua consacrazione battesimale, entrò nel Terz'Ordine di San Domenico.
Quando, a causa della persecuzione, l'Hermosilla fu arrestato, Giuseppe cercò di difendere il suo vescovo, ma ricevette dagli sgherri tre colpi di spada.
Dopo atroci torture fu decapitato. Coronò così il suo ideale: offrire la vita a Cristo insieme al suo vescovo.
(Fonte: Convento San Domenico, Bologna)

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*Beato Janos Scheffler - Vescovo e Martire (6 dicembre)

Camin, Romania, 29 ottobre 1887, Bucarest, Romania, 6 dicembre 1952
János Scheffler, vescovo di Satu Mare in Romania, fu perseguitato dal regime comunista e morì prigioniero a Bucarest. Beatificato il 3 luglio 2011.
János Scheffler nacque il 29 ottobre 1887 a Kalmánd (Cămin), un villaggio appartenente allora all’Ungheria, da una famiglia di agricoltori cattolici, secondogenito di dieci figli. Nel 1898 fu iscritto
al Liceo Maggiore Cattolico Reale di Satu Mare e venne poi accolto nel convitto vescovile retto dai Gesuiti.
Avendo manifestato fin dall’età di dieci anni una forte inclinazione per il Sacerdozio, terminati gli studi liceali il Servo di Dio fu ammesso al Seminario di Satu Mare nel 1905. Dal 1906 al 1910 frequentò la Facoltà di Teologia dell’Università delle Scienze “Pétér Pázmány” di Budapest e, dopo aver ricevuto gli ordini minori, fu ordinato sacerdote il 6 luglio 1910 e nominato cappellano a Csomaköz dal vescovo diocesano Tibor Boromissza.
Per le sue spiccate doti intellettuali, fu inviato a Roma dove completò gli studi in Diritto Canonico, laureandosi “summa cum laude” presso l’Università Gregoriana, il 19 giugno 1912. Tornato in patria, ricoprì diversi incarichi: fu protocollista e cancelliere presso la cancelleria vescovile, cappellano a Ungvár, prefetto del seminario.
Nel novembre 1915 ricevette il dottorato in Scienze Teologiche, assumendo successivamente doversi incarichi accademici e pastorali: professore al liceo cattolico di Satu Mare, predicatore della Cattedrale, promotore di giustizia del tribunale ecclesiastico diocesano, docente di Diritto Canonico, di Storia della Chiesa e di Teologia.
Al termine della Prima Guerra Mondiale, la mutata situazione politica e la cessione della Transilvania alla Romania indussero il Servo di Dio ad apprendere la lingua romena per poter predicare e confessare.
La sua esperienza pastorale ebbe modo di ampliarsi ulteriormente con la nomina nel 1923 a parroco di Nagymajtény (Moftinu Mare), un incarico durante quale diede forte impulso alle opere di apostolato, organizzò pellegrinaggi, scrisse manuali di catechesi per gli studenti delle scuole medie, adoperandosi in vario modo per la sussistenza della scuola cattolica.
Alcuni anni più tardi Scheffler partecipò a Chicago, dal 20 al 24 giugno 1926, al XXVIII Congresso Eucaristico Internazionale, un evento ecclesiale di grande rilievo al quale il Servo di Dio volle dedicare un suo libro dal titolo “Da Satu Mare a Chicago”. Seguirono nuovi, importanti incarichi a Satu Mare, come direttore spirituale del Seminario, e nella diocesi di rito latino di Oradea, dove
insegnò Diritto Canonico e Storia della Chiesa presso la Facoltà di Teologia. Il 26 marzo 1942 fu nominato vescovo della Diocesi di Satu Mare, il cui territorio era passato nuovamente all’Ungheria, e amministratore apostolico di Oradea; ricevette la consacrazione episcopale il 17 maggio dello stesso anno nella cattedrale di Satu Mare.
Si dimostrò pastore prudente, zelante e paterno, instancabile nell’esercizio del ministero episcopale, nella predicazione, nell’amministrazione dei sacramenti, nelle visite alle parrocchie, nella cura dei sacerdoti e dei seminaristi.
Erano gli anni del secondo conflitto mondiale e per l’Europa orientale si stavano profilando profondi mutamenti politici.
Nel settembre 1944 la diocesi di Satu Mare venne invasa dall’Armata Rossa e la Transilvania settentrionale fu assoggettata dai sovietici. Terminata la guerra, la persecuzione contro la Chiesa si fece più aspra. Venne annullato il Concordato e il 1° ottobre 1948 fu dichiarato lo scioglimento della Chiesa cattolica di rito orientale: il governo romeno voleva infatti assimilare i cattolici agli ortodossi e staccare la Chiesa cattolica in Romania da quella di Roma.
Poiché il Servo di Dio non volle piegarsi alle pretese del regime, fu arrestato dalla “Securitate” il 23 maggio 1950 e costretto agli arresti domiciliari presso il convento francescano di Korosbánya.
Venne poi trasferito nel carcere di Bucarest (1952) e in quello sotterraneo di Jilava, dove trascorse gi ultimi due mesi di vita in condizioni disumane, che incisero profondamente sulle sue già precarie condizioni di salute.
Si spense, a conseguenza delle privazioni e dei maltrattamenti subiti, al mattino del 6 dicembre 1952. Nel 1965 i suoi resti mortali furono traslati nella cripta della Cattedrale di Satu Mare.
(Fonte: WWW.vaticaninsider.it)

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*Beata Luisa Maria Frias Canizares - Vergine e Martire (6 dicembre)

Valencia, Spagna, 20 giugno 1896 - Picadero de Paterna, Spagna, 6 dicembre 1936
Luisa Maria Frias Cañizares, fedele laica, nacque a Valencia in Spagna il 20 giugno 1896, fu battezzata il 25 giugno seguente e cresimata il 5 febbraio 1902. Ricevette la Prima Comunione nella solennità dell'Ascensione del 1908 nella Collegiata di San Bartolomeo a Valencia. Laureata in Filosofia e Lettere, nubile, Luisa Maria si inserì nella carriera universitaria e fu impegnata nella pastorale universitaria.
Fu promotrice del movimento delle universitarie dell'Azione Cattolica di Valencia. Dedita alla preghiera, alle opere di carità ed alla penitenza, era inoltre solita partecipare quotidianamente all'Eucaristia.
Allo scoppio della guerra civile e della feroce persecuzione religiosa che attraversò la Spagna, Luisa Maria venne uccisa, a causa della sua fede, presso Picadero de Paterna il 6 dicembre 1936.
Papa Giovanni Paolo II l'11 marzo 2001 elevò agli onori degli altari ben 233 vittime della medesima persecuzione, tra le quali la Beata Luisa Maria Frias Cañizares. (Avvenire)
Martirologio Romano: A Picadero de Paterna nel territorio di Valencia in Spagna, beata Luisa Maria Frías Cañizares, vergine e martire, che durante la persecuzione contro la fede riportò nel combattimento per la fede il premio eterno.
Luisa Maria Frias Cañizares, fedele laica, nacque a Valencia in Spagna il 20 giugno 1896, fu battezzata il 25 giugno seguente e cresimata il 5 febbraio 1902. Ricevette la prima comunione nella solennità dell’Ascensione del 1908 nella Collegiata di San Bartolomeo a Valencia.
Laureata in Filosofia e Lettere, nubile, Luisa Maria si inserì nella carriera universitaria e fu impegnata nella pastorale universitaria. Fu promotrice del movimento delle universitarie dell’Azione Cattolica di Valencia. Assai dedita alla preghiera, alle opere di carità ed alla penitenza, era inoltre solita partecipare quotidianamente all’Eucaristia.
Allo scoppio della guerra civile e della feroce persecuzione religiosa che attraverso la Spagna, Luisa Maria fu chiamata ed effondere il suo sangue e donare la vita per difendere la Verità, Cristo, presso Picadero de Paterna il 6 dicembre 1936.
Papa Giovanni Paolo II l’11 marzo 2001 elevò agli onori degli altari ben 233 vittime della medesima persecuzione, tra le quali la Beata Luisa Maria Frias Cañizares, che viene commemorata dal Martyrologium Romanum nell’anniversario del suo martirio.
(Autore: Fabio Arduino - Fonte: Enciclopedia dei Santi)

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*Beato Michele Lasaga Carazo - Sacerdote Salesiano, Martire (6 dicembre)

Schede dei gruppi a cui appartiene:
“Beati Martiri Spagnoli Salesiani di Madrid e Siviglia”
“Beati 498 Martiri Spagnoli Beatificati nel 2007”
“Martiri della Guerra di Spagna”
Murguía, Spagna, 6 settembre 1892 - Madrid, Spagna, 6 dicembre 1936
Miguel Lasaga Carazo nacque a Murguía, provincia di Alava, il 6 settembre 1892 e fu battezzato il giorno seguente. Emise i voti religiosi a Carabanchel Alto (Madrid) il 31 luglio 1912 e ricevette l'ordinazione sacerdotale a Barcellona il 21 maggio 1921.
Lavorò in Italia, nel Perù e nella Spagna, dove gli fu affidata la direzione del Noviziato e dello Studentato filosofico di Mohernando (Guadalajara).
Fu incarcerato a Guadalajara nel luglio 1936. Presago della fine che attendeva i suoi compagni di carcere, svolse un intenso apostolato, onde prepararli al sacrificio.
Il 6 dicembre sembrò l'ultimo della loro vita. A poco a poco il panico fu indescrivibile, e con esso l'istinto di conservazione.
Il martire, attorniato da sei giovani salesiani, non perdette la calma e raccomandò a tutti i presenti la rassegnazione; infine diede a tutti l'assoluzione.
Poi si raccolse nuovamente con i suoi, aspettando il proprio turno. I carcerati per delitti comuni furono risparmiati; vennero invece fucilati 283 detenuti per motivi religiosi, tra cui il martire e i sei giovani professi.
Beatificato il 28 ottobre 2007.
(Fonte: www.sdb.org)
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*San Nicola di Mira (di Bari) - Vescovo (6 dicembre)

Pàtara, Asia Minore (attuale Turchia), ca. 250 - Mira, Asia Minore, ca. 326
Proveniva da una famiglia nobile. Fu eletto vescovo per le sue doti di pietà e di carità molto esplicite fin da bambino. Fu considerato santo anche da vivo.
Durante la persecuzione di Diocleziano, pare sia stato imprigionato fino all’epoca dell’Editto di Costantino. Fu nominato patrono di Bari, e la basilica che porta il suo nome è tuttora meta di parecchi pellegrinaggi. San Nicola è il leggendario Santa Claus dei paesi anglosassoni, e il NiKolaus della Germania che a Natale porta i doni a bambini.
Patronato: Bambini, Ragazzi e ragazze, Scolari, Farmacisti, Mercanti, Naviganti, Pescatori,
Etimologia: Nicola = vincitore del popolo, dal greco
Emblema: Bastone pastorale, tre sacchetti di monete
Martirologio Romano: San Nicola, vescovo di Mira in Licia nell’odierna Turchia, celebre per la sua santità e la sua intercessione presso il trono della grazia divina.
La sua fama è universale, documentata da chiese e opere d’arte, da istituzioni e tradizioni legate al suo nome. Ma sulla sua vita le notizie certe sono pochissime. Nato probabilmente a Pàtara di Licia, in Asia Minore (attuale Turchia), è poi eletto vescovo di Mira, nella stessa Licia.
E qui, dicono alcune leggende, compie un miracolo dopo l’altro. Come accade alle personalità forti, quasi ogni suo gesto è trasfigurato in prodigio: strappa miracolosamente tre ufficiali al supplizio;
preserva Mira da una carestia, con altri portenti...
Qui può trattarsi di fatti autentici, abbelliti da scrittori entusiasti.
Forse per gli ufficiali egli ha ottenuto la grazia dell’imperatore Costantino (al quale chiederà anche sgravi d’imposta per Mira); e contro la carestia può aver organizzato rifornimenti tempestivi. Ma si racconta pure che abbia placato una tempesta in mare, e resuscitato tre giovani uccisi da un oste rapinatore...
Un “Passionarium” del VI secolo dice che ha sofferto per la fede nelle ultime persecuzioni antecedenti Costantino, e che è intervenuto nel 325 al Concilio di Nicea.
Nicola muore il 6 dicembre di un anno incerto e il suo culto si diffonde dapprima in Asia Minore (25 chiese dedicate a lui a Costantinopoli nel VI secolo).
Ci sono pellegrinaggi alla sua tomba, posta fuori dell’abitato di Mira. Moltissimi scritti in greco e in latino lo fanno via via conoscere nel mondo bizantino-slavo e in Occidente, cominciando da Roma e dal Sud d’Italia, soggetto a Bisanzio.
Ma oltre sette secoli dopo la sua morte, quando in Puglia è subentrato il dominio normanno, “Nicola di Mira” diventa “Nicola di Bari”. Sessantadue marinai baresi, sbarcati nell’Asia Minore già soggetta ai Turchi, arrivano al sepolcro di Nicola e s’impadroniscono dei suoi resti, che il 9 maggio 1087 giungono a Bari accolti in trionfo: ora la città ha un suo patrono.
E forse ha impedito ad altri di arrivare alle reliquie.
Dopo la collocazione provvisoria in una chiesa cittadina, il 29 settembre 1089 esse trovano sistemazione definitiva nella cripta, già pronta, della basilica che si sta innalzando in suo onore.
É il Papa in persona, Urbano II, a deporle sotto l’altare.
Nel 1098 lo stesso Urbano II presiede nella basilica un concilio di vescovi, tra i quali alcuni “greci” dell’Italia settentrionale: c’è già stato lo scisma d’Oriente.
Alla fine del XX secolo la basilica, affidata da Pio XII ai domenicani, è luogo d’incontro tra le Chiese
d’Oriente e d’Occidente, e sede dell’Istituto di Teologia Ecumenica San Nicola.
Nella cripta c’è anche una cappella orientale, dove i cristiani ancora “separati” dal 1054 possono celebrare la loro liturgia.
Scrive Gerardo Cioffari, del Centro Studi San Nicola: "In tal modo la basilica si presenta... come una realtà che vive il futuro ecumenico della Chiesa".
Nicola di Mira e di Bari, un santo per tutti i millenni.
Nell'iconografia San Nicola è facilmente riconoscibile perché tiene in mano tre sacchetti (talvolta riassunti in uno solo) di monete d'oro, spesso resi più visibili sotto forma di tre palle d'oro.
Racconta la leggenda che nella città dove si trovava il vescovo Nicola, un padre, non avendo i soldi per costituire la dote alle sue tre figlie e farle così sposare convenientemente, avesse deciso di mandarle a prostituirsi.
Nicola, venuto a conoscenza di questa idea, fornì tre sacchetti di monete d'oro che costituirono quindi la dote delle fanciulle, salvandone la purezza.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)

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*Sant'Obizio da Niardo (6 dicembre)

Nasce nel 1150 a Niardo, in provincia di Brescia, da una famiglia agiata. Il padre, Gratiadeus, è governatore della Valcamonica. Anche se devoto di Santa Margherita, Obizio non intraprende da subito la carriera ecclesiastica ma decide di diventare «Milites», termine allora in uso per designare il gentiluomo dedito, per professione, al maneggio delle armi a cavallo. Ancora giovane, prende in moglie la contessa Inglissenda Porro, da cui avrà quattro figli: Jacopo, Berta, Margherita e Maffeo.
Il 7 luglio 1191, sull'Oglio, Obizio si trova a combattere quella che sarà l'ultima battaglia della sua carriera militare.
Durante un contrasto con i bergamaschi, che stanno battendo in ritirata, un ponte di legno crolla sotto il peso delle pesanti corazze dei soldati. Obizio finisce nel fiume, tratto a riva perde conoscenza ma ha una visione dell'inferno. L'esperienza lo porterà a scegliere la vita religiosa.
La famiglia dapprima lo ostacolerà e poi lo sosterrà. Nel 1197, ottenuti i consensi necessari, è ammesso come oblato nel monastero di Santa Giulia a Brescia. Trascorrerà gli ultimi anni della sua vita in questo luogo. Morì nel 1204. (Avvenire)
Martirologio Romano: A Brescia, Sant’Obizio, che, cavaliere, convertitosi a Dio e datosi a una vita di penitenza, distribuì i suoi averi per il bene di tutti.
Sant’Obizio nasce intorno al 1150 a Niardo, un paese in provincia di Brescia. Nessun documento riporta con esattezza la sua data di nascita. Un'indicazione, seppur incerta, ci viene dalla tradizione popolare che vuole sia il 4 febbraio.
L'agiatezza della famiglia e la posizione sociale del padre, Gratiadeus, governatore della Valcamonica, fanno da sfondo ad un'infanzia serena e ad una giovinezza non priva di svaghi.
È molto devoto a Santa Margherita, che figurerà addirittura sul suo scudo, e, fra i suoi antenati, si rivela la presenza di uno zio fondatore di due monasteri e una parentela alquanto stretta con S. Costanzo, l'altro patrono di Niardo. La religione, però, non occupa ancora il primo posto nella sua vita.
Obizio, sull'esempio del padre, decide di intraprendere la carriera di "Milites", termine allora in uso per designare il gentiluomo dedito, per professione, al maneggio delle armi a cavallo.
Ancora giovane, prende in moglie la contessa Inglissenda Porro, da cui avrà quattro figli: Jacopo, Berta, Margherita e Maffeo.
Favorito dalla sua forza, agilità e intelligenza, diventa ben presto un ottimo guerriero. Grazie al suo coraggio e valore è insignito a parecchi onori militari. Una brillante carriera militare sembra attenderlo.
È proprio nel corso di uno dei tanti combattimenti che accade l’evento straordinario che obbliga Obizio a rivedere completamente la sua esistenza.
L'ultima battaglia del futuro Santo, si svolge il 7 luglio 1191, sul fiume Oglio, in territorio bresciano. Obizio, a capo del suo esercito, è impegnato a respingere l'attacco dei Bergamaschi. Questi ultimi, ormai in ritirata, si accalcano su di un ponte costruito con materiale ligneo di fortuna.
La fragile struttura del ponte, messa a dura prova dalle violente sollecitazioni e dal ben grave peso dei cavalieri in armatura e dai loro destrieri, non regge all'urto. In un attimo, tutto crolla, uomini e cavalli precipitano insieme nelle gelide acque sottostanti.
Anche Obizio è fra di loro. Rischia di affogare, appesantito com'è dall'armatura e ostacolato nei movimenti dallo scenario di morte che regna tutt'intorno: nel fiume galleggiano, l'uno fianco all'altro, come in battaglia, i corpi dei senza vita, i moribondi, i feriti che invocano soccorso, macerie d'ogni genere…
Obizio, ormai allo stremo delle forze, viene soccorso da un conoscente che lo trae in salvo sulla riva. Esausto, cade a terra, privo di conoscenza, e vive in questi momenti l'esperienza che cambierà per sempre la sua vita: una visione lo conduce all'inferno.
È una visione cupa, minacciosa, densa d'odio lacerante, d'angoscia profonda, di disperazione senza fine. È una visione di tale intensità d'emozioni, così vivida, precisa, reale, che scuote il cuore del futuro Santo.
Obizio decide proprio in quegli attimi di dare l'addio alle armi e di dedicare la sua vita totalmente a Dio. Inizialmente, questo proposito è ostacolato dalla moglie e dai figli che non riescono a comprendere il motivo dell'improvviso cambiamento e tentano, in tutti i modi, di distoglierlo da questa sua decisione, per poterlo riportare alla vita ricca d'agi che sino allora egli aveva condotto.
Obizio, però, è irremovibile. Anzi, inizia un'opera di paziente convincimento perchè i suoi familiari lo comprendano e lo imitino. Le sue preghiere, unite a quest'azione costante, tramutano la moglie e i figli da ostili a sostenitori. Addirittura, i suoi due ultimi figli, Margherita e Maffeo, vorranno seguire le sue orme e diverranno religiosi.
Obizio dovrà attendere ancora parecchi anni prima di potersi consacrare interamente a Dio; anni che il Santo trascorre con la sua famiglia ma in completa povertà, in preghiera e dedicandosi ad innumerevoli opere di bene.
Nel 1197, ottenuti finalmente i consensi necessari, è ammesso come oblato nel monastero di Santa Giulia a Brescia. Sant'Obizio trascorrerà gli ultimi anni della sua vita in questo luogo, dedicandosi completamente a Dio e ai più bisognosi e compiendo i primi di una lunga serie di miracoli.
Intanto, si spargono voci sulle sue opere di carità e sui miracoli da lui compiuti. La gente capisce di avere un Santo in città.
Sant'Obizio muore il 6 dicembre 1204, dopo aver dato l'ultimo saluto ai suoi familiari.
Le esequie, celebrate nella chiesa del monastero di Santa Giulia, saranno svolte con gran solennità e con tutto l'onore riservato ai Santi.
(Autore: Claudia Gioia – Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - Sant'Obizio da Niardo, pregate per noi.


*San Pietro Pascasio (Pedro Pascual) - Martire (6 dicembre)

Valencia, Spagna, 1227 - Granada, 1300
Pedro Pascual (italianizzato in Pietro Pascasio) nacque a Valencia verso il 1225. Studiò a Parigi con san Bonaventura e San Tommaso, poi tornò in Spagna.
Entrò tra i Mercedari: il nome Pietro, infatti, gli era stato dato dai genitori perché, sterili, avevano invocato san Pietro Nolasco, fondatore dell'ordine dedito agli schiavi.
Divenuto vescovo di Jaén, percorse Spagna e Portogallo, confortando i prigionieri degli arabi. Fu catturato e portato dal sultano di Granada. Dapprima ebbe una certa libertà.
Poi, date le molte conversioni, fu ucciso nel 1300. (Avvenire)
Emblema: Palma
Martirologio Romano: A Granada in Spagna, Beato martire Pietro Pascual, vescovo di Jaén, dell’Ordine della Mercede, che, arrestato dai Mori mentre, in visita al suo gregge, esortava il popolo alla difesa delle fede, morì in prigione.
Un martire vittima dell’integralismo islamico del lontano 1300; Pedro Pascual (nome spagnolo) nacque a Valencia verso il 1225 e la sua nascita fu attribuita alle preghiere di San Pietro Nolasco per i suoi genitori, da lungo tempo sterili.
I suoi primi studi li fece presso i Benedettini; nel 1241 si recò all’Università di Parigi, compagno di studio di San Bonaventura e San Tommaso, si addottorò nel 1249 e ordinato sacerdote.
Tornato a Valenza venne nominato canonico, dedicandosi alla predicazione, finché nel 1250 entrò nell’Ordine di Maria della Mercede, prese ad insegnare teologia e lettere nel convento di Saragozza, fra i suoi discepoli ebbe anche Sancio figlio del re Giacomo I, che accompagnò poi a Viterbo dove il giovane venne nominato vescovo di Toledo da Papa Clemente IV, il 31 agosto 1266.
Collaborò con Sancio nella direzione della Diocesi, finché questi caduto prigioniero dei Mori, venne decapitato nel 1275.
Negli anni seguenti Pietro Pascasio percorse la Spagna e il Portogallo, predicando, portando conforto ai cristiani schiavi degli arabi e costruendo vari conventi dell’Ordine dei Mercedari, fondato da San Pietro Nolasco il 10 agosto 1218.
Nel 1291 per conto dell’Ordine, partì per Roma, predicando per tutta la Francia e l’Italia, arrivando ad Orvieto il 26 agosto 1291, dove si trovava il Papa Niccolò IV; nel 1296 era di nuovo a Roma dove il Papa Bonifacio VIII, lo nominò vescovo di Jaén, venendo consacrato nella basilica di S. Bartolomeo all’isola Tiberina.
Tornato in Spagna lavorò per riordinare la sua diocesi, che era senza vescovo da sei anni, a causa
dell’occupazione dei Mori musulmani.
E visitando la diocesi venne catturato dagli arabi nel 1297 e trasportato a Granada sede del re musulmano Moley Mahomed che lo fece suo schiavo, ma essendo tributario diretto del re di Castiglia, gli diede la libertà di girare per la città a confortare gli schiavi e istruire i cristiani liberi.
Pietro Pascasio comunicò al Papa la sua situazione di prigioniero, il quale scrisse alla curia di Jaén di raccogliere elemosine per la liberazione del vescovo; per due volte fu raccolta la cifra e per due volte Pietro preferì utilizzarla per la liberazione di donne e fanciulli in pericolo.
Nel suo stato di semilibertà poté scrivere vari argomenti teologici e dottrinari, specie sull’immacolato concepimento della Vergine, anticipando di almeno dieci anni la dottrina di Giovanni Duns Scoto.
Dalle sue opere si vede la sua conoscenza delle lingue parlate in quell’epoca in Europa, ma anche dell’arabo, dell’ebraico e aramaico; disputava con giudei e musulmani, confutando i loro errori dottrinari.
I musulmani irritati dagli attacchi alla loro religione e per il fatto che alcuni di loro si convertivano, lo rinchiusero in una oscura prigione, condannandolo infine alla pena capitale, decapitandolo il 6 dicembre 1300.
Il suo culto fu confermato con un regolare processo, da Papa Clemente X, il 14 agosto 1670; il “Martirologio Romano” lo celebra al 6 dicembre.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - San Pietro Pascasio, pregate per noi.


 
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