Santi del 6 Febbraio - Istituto Aveta

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Santi del 6 Febbraio

Il mio Santo > I Santi di Febbraio

*Beato Alfonso Maria Fusco (6 febbraio)
Angri, Salerno, 23 marzo 1839 - Angri, Salerno, 6 febbraio 1910

Si distinse per l'assiduità al servizio liturgico e per la diligenza nell'amministrazione dei sacramenti. Fondò ad Angri, in provincia di Salerno, le Suore Battistine del Nazareno.
Etimologia:  Alfonso = valoroso e nobile, dal gotico
Martirologio Romano: Ad Angri vicino a Salerno, Beato Alfonso Maria Fusco, sacerdote: dedito al ministero tra i contadini, provvide sempre alla formazione dei giovani, specialmente poveri e orfani, e fondò la Congregazione delle Suore di San Giovanni Battista.
Primogenito di cinque figli, nacque il 23 marzo 1839 ad Angri, in provincia di Salerno, diocesi di Nocera-Sarno, dai coniugi Aniello Fusco e Giuseppina Schiavone, entrambi di origine contadina, ma educati fin dalla nascita a sani principi di vita cristiana e al santo timore di Dio.
Si erano sposati nella Collegiata di San Giovanni Battista il 31 gennaio 1834 e per quattro lunghi anni la culla preparata con amorevole cura era rimasta desolatamente vuota.
A Pagani, poco distante da Angri, sono custodite le reliquie di Sant'Alfonso Maria de' Liguori. Alla sua tomba, nell'anno 1838 si erano recati a pregare Aniello e Giuseppina. In tale circostanza si
sentirono dire dal Redentorista Francesco Saverio Pecorelli: «Avrete un figlio maschio, lo chiamerete Alfonso, sarà sacerdote e farà la vita del Beato Alfonso».
Il bambino rivelò subito un carattere mite, dolce, amabile, sensibile alla preghiera e ai poveri. Ebbe come maestri nella casa paterna dotti e santi sacerdoti, che lo istruirono e lo prepararono al primo incontro con Gesù. A sette anni ricevette la Prima Comunione e subito dopo anche la Cresima.
A undici anni manifestò ai genitori la volontà di diventare sacerdote ed il 5 novembre 1850 «spontaneamente e soltanto col desiderio di servire Dio e la Chiesa», come egli stesso dichiarò molto tempo dopo, entrò nel Seminario Vescovile di Nocera dei Pagani.
Il 29 maggio 1863 ricevette l'ordinazione sacerdotale dall'Arcivescovo di Salerno Mons. Antonio Salomone tra l'esultanza dei suoi familiari e l'entusiasmo del popolo.
Si distinse ben presto fra il clero della Collegiata di San Giovanni Battista di Angri per lo zelo, per l'assiduità nel servizio liturgico e per la diligenza nell'amministrazione dei sacramenti, specialmente della riconciliazione, nella quale mostrava tutta la sua paternità e comprensione per i penitenti.  
Si dedicava all'evangelizzazione del popolo con una predicazione profonda, semplice ed incisiva.
La vita quotidiana di don Alfonso era soltanto quella di un sacerdote zelante, che però portava nel cuore un antico sogno. Negli ultimi anni di seminario, una notte, aveva sognato Gesù Nazareno, che gli aveva chiesto di fondare, non appena ordinato sacerdote, un istituto di suore e un orfanotrofio maschile e femminile.
Fu l'incontro con Maddalena Caputo di Angri, donna dal carattere forte e volitivo, aspirante alla vita religiosa, che spinse don Alfonso ad accelerare i tempi per la fondazione dell'Istituto.
Il 25 settembre 1878 la Caputo ed altre tre giovanette si ritirarono nottetempo nella fatiscente casa Scarcella, nel rione di Ardinghi in Angri. Le giovani intendevano dedicarsi alla propria santificazione attraverso una vita di povertà, di unione con Dio, di carità impegnata nella cura e nella istruzione delle orfanelle povere.
La Congregazione delle Suore Battistine del Nazareno era così fondata; il seme era caduto nella terra buona di quei quattro cuori ardenti e generosi; le privazioni, le lotte, le opposizioni, le prove lo irrorarono ed il Signore lo fece sviluppare abbondantemente. Casa Scarcella prese ben presto il nome di Piccola Casa della Provvidenza.
Cominciarono a venire altre postulanti e le prime orfanelle, e con loro, anche le prime difficoltà.
Il Signore, che fa soffrire molto chi molto ama, non poteva risparmiare pene e sofferenze al Fondatore e alle sue figlie. Don Alfonso accettò le prove a volte molto dure, manifestando una completa uniformità alla  volontà di Dio, un'eroica obbedienza ai superiori e una smisurata fiducia nella Provvidenza.
L'ingiusto tentativo del Vescovo diocesano, Mons. Saverio Vitagliano, di deporre, per accuse inconsistenti, don Alfonso dal compito di direttore dell'Opera; il rifiuto di aprirgli la porta della casa di via Germanico a Roma, da parte delle sue stesse figlie, per una ventata di separatismo; le parole del Cardinale Respighi, Vicario di Roma: «Avete fondato delle suore brave che fanno il loro dovere. Ora ritiratevi!», furono per lui momenti di grande sofferenza, che lo videro pregare col cuore in angustia, come Gesù nell'orto, nella cappellina della Casa Madre in Angri e nella chiesa di San Gioacchino ai Prati, in Roma.
Don Alfonso non ha lasciato molti scritti. Amava parlare con la testimonianza della vita. Le brevi frasi ricche di sapienza evangelica, che si possono ricavare dai suoi scritti e dalle testimonianze di chi lo conobbe, sono bagliori che illuminano la sua vita semplice, il suo grande amore per l'Eucaristia, per la Passione di Gesù e la sua filiale devozione alla Vergine Addolorata. Ripeteva spesso alle sue Suore : «Facciamoci santi seguendo da vicino Gesù... Figliole, se vivrete nella povertà, nella purità e nell'obbedienza, risplenderete come stelle lassù, in cielo».
Dirigeva l'Istituto con grande saggezza e prudenza e, come padre amoroso, vegliava sulle Suore e sulle orfane. Era di una tenerezza quasi materna per tutte, specialmente per le orfanelle più bisognose; per loro c'era sempre un posto nella Piccola Casa della Provvidenza, anche quando il cibo scarseggiava o addirittura mancava. Allora don Alfonso rassicurava le sue Figlie pensierose, dicendo: «Non vi preoccupate, figlie mie, ora vado da Gesù e ci penserà lui». E Gesù rispondeva con prontezza e grande generosità. A chi crede tutto è possibile!  
In un tempo in cui l'istruzione era privilegio di pochi, vietata ai poveri e alle donne, don Alfonso non badava a sacrifici pur di dare ai bambini una vita serena, lo studio e un mestiere ai più grandi, in modo che, una volta cresciuti, potessero vivere da onesti cittadini e da cristiani convinti. Volle che le sue Suore cominciassero ben presto a studiare, per essere in grado di insegnare ai poveri e, attraverso l'istruzione e l'evangelizzazione, preparare le vie di Gesù nei cuori soprattutto dei bambini e dei giovani.
La tenacia della sua volontà, totalmente ancorata alla divina Provvidenza, la collaborazione saggia e prudente di Maddalena Caputo, divenuta la prima superiora del nascente Istituto, col nome di Suor Crocifissa, lo stimolo  continuo dell'amore per Dio e per il prossimo, permisero, in breve tempo, lo sviluppo straordinario dell'opera.
Le crescenti richieste di assistenza per un numero sempre maggiore di orfani e di bambini spinsero don Fusco ad aprire nuove case, prima in Campania, poi in altre regioni d'Italia.
Il 5 febbraio 1910 si sentì male durante la notte. Chiese e ricevette con raccoglimento i Sacramenti e la mattina del 6 febbraio, dopo aver benedetto con braccio tremante le sue figlie piangenti intorno al suo letto, esclamò: «Signore, ti ringrazio, sono stato un servo inutile.» Poi, rivolto alle Suore: «Dal cielo non vi dimenticherò, pregherò sempre per voi». E si addormentò placidamente nel Signore.
Si diffuse subito la notizia della sua morte e, per tutta la giornata di quella domenica, vi fu una processione di persone che piangendo dicevano: «È morto il padre dei poveri, è morto il santo!».
La sua testimonianza è stata sorgente di vita e di grazia in particolare per le sue Suore diffuse oggi in quattro Continenti.
Il 12 febbraio 1976 il Papa Paolo VI ne riconobbe le virtù eroiche; il 7 ottobre 2001 il Papa Giovanni Paolo II proclamandolo Beato lo offre come esempio ai sacerdoti e lo indica a tutti come educatore e protettore specialmente dei poveri e dei bisognosi.
(Fonte: Santa Sede)
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*Sant'Amando di Maastricht – Vescovo (6 febbraio)
Poitou, ca. 584 - Elnon, 679

La cittadina olandese di Maastricht, nota oggi per il trattato europeo, ha avuto nei primi secoli cristiani un santo vescovo, Amando.
Nato intorno al 584 nel Poitou, fu Monaco sull'ìsola di Yeu ed Eremita a Bourges prima di iniziare, a 45 anni, una lunga missione itinerante.
Ordinato Vescovo, ma senza una sede fissa, predicò il Vangelo nelle Fiandre, tra gli slavi lungo il Danubio e nella regione di Anversa.
Qui ebbe difficoltà a convertire quei popoli, nonostante l'appoggio dei re franchi.
Attento alla "genuinità" delle conversioni, rimproverò re Dagoberto per averne estorte con la forza. Per un breve periodo risiedette a Maastricht, ma le difficoltà nell'esercitare il ministero erano tali che, nonostante il conforto di Papa Martino, se ne andò, ricominciando a viaggiare.
Fondò case religiose a Mont-Blandin e a Gand, nonché l'abbazia di Elnon, dove morì ultranovantenne nel 679. Il culto è diffuso anche in Inghilterra. (Avvenire)
Martirologio Romano: A Elnon sempre in Francia, deposizione di Sant’Amando, vescovo di Maastricht, che annunciò la parola di Dio a molte province e popoli fino agli Slavi, chiudendo poi la sua vita mortale in un monastero da lui stesso costruito. Visse come eremita a Bourges per quindici anni prima di iniziare una lunga e fruttuosa carriera missionaria all'età  di quarantacinque anni. Essendo stato ordinato vescovo senza sede fissa, predicò il Vangelo nelle Fiandre, fra gli Slavi danubiani, forse in Guascogna e intorno ad Anversa, dove non ebbe molto successo.
Poi, per un breve periodo, fu Vescovo residente a Maastricht; ma le difficoltà che vi incontrò erano troppo grandi per lui e, benché il Papa - San Martino lo avesse incoraggiato a perseverare, egli tornò alla sua vita itinerante di missionario.
Sant'Amando ebbe l'appoggio dei Re franchi, ma spesso incontrò una forte opposizione da parte dei popoli che tentava di convertire; rimproverò aspramente Re Dagoberto I per aver incoraggiato l'uso della forza per ottenere le conversioni, e così pure per altri crimini.
Per consolidare la sua opera missionaria fondò diverse case religiose, in particolare Mont-Blandín (e forse Saint-Bavon) a Gand e l'abbazia di Elnon.
In quest'ultima si ritirò quando fu vicino ai novant'anni, e là morì, dopo aver dettato il suo testamento di cui sopravvive il testo.
Il suo culto si diffuse nelle Fiandre e in Piccardia e raggiunse anche l'Inghilterra tramite ecclesiastici, come Dunstan, in visita ai monasteri di Gand o Elnon. Vi sono diversi altri Santi di nome Amando, Venerati in Francia.
(Autore: Donald Attwater - Fonte: Santa Sede)
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*Sant'Amanzio di Saint-Trois-Choteaux – Vescovo (6 febbraio)

Amanzio di Saint-Trois-Chateaux è un santo francese.
Onorato nella diocesi di Saint-Trois-Chateaux, in molti ritenevano che fosse il decimo nella lista dei vescovi, prima di San Florenzio.
Di lui non sappiamo nulla.
L’unica traccia circa il suo culto era un’abbazia del X° Secolo, a lui dedicata che si trovava a pochi chilometri dalla città.
Non sono rimaste nemmeno le sue reliquie, perché sono state bruciate dai calvinisti nel 1561.
In città era onorato e festeggiato nel giorno 6 febbraio.

(Autore: Mauro Bonato – Fonte: Enciclopedia dei Santi)

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*Beato Angelo da Furci  (6 febbraio)
Furci, Chieti, 1246 - Napoli, 6 febbraio 1327

Entrò tra gli Agostiniani di Vasto. Studiò a Parigi ed insegnò nello Studio generalizio dell’Ordine agostiniano di Napoli.
Fu Provinciale della Provincia napoletana.
Si distinse come teologo e oratore e diede sempre un singolare esempio di umiltà.
Martirologio Romano: A Napoli, Beato Angelo da Furci, Sacerdote dell’Ordine di Sant’Agostino, insigne nello zelo per il regno di Dio.
Il Beato Angelo nacque a Furci (Chieti) nel 1246 da genitori agiati, che, essendo sterili, lo ottennero (secondo la  tradizione, sulla quale del resto si basano tutte le notizie della sua vita) per
intercessione di San Michele Arcangelo, al cui Santuario, sopra il non lontano Gargano, si erano recati in pio pellegrinaggio.
Nel battesimo ebbe il nome di Angelo.
Educato esemplarmente dai genitori, fu in seguito affidato a uno zio materno, abate benedettino di Cornaclano, presso Furci, con cui fece rapidi progressi sia nella scienza che nella santità.  
Morto lo zio, Angelo tornò a Furci.  Dopo la morte del padre, si recò a Vasto, dove entrò, nel 1266, fra gli Agostiniani, presso i quali compì gli studi regolamentari e ascese al sacerdozio.  
Venticinquenne fu mandato a studiare alla Sorbona di Parigi, dove si trattenne per cinque anni.  
Tornato in Italia, insegnò in vari conventi, finché fu  destinato allo studio agostiniano di Napoli, da dove non si mosse più fino alla morte.  
Si distinse come teologo e oratore: anzi, gli storici gli attribuiscono un commento su San Matteo e una raccolta di sermoni, che oggi non sappiamo dove siano conservati. Nel 1287 fu eletto Priore Provinciale della Provincia napoletana. Per umiltà rinunciò agli incarichi episcopali di Acerra e di Melfi.  
Morì a Napoli, il 6 febbraio 1327, nel convento di Sant’ Agostino alla Zecca dove ebbe sepoltura.  
Il popolo, che già lo venerava da vivo come un santo, incominciò a raccomandarsi a lui, ottenendo favori e grazie.
In seguito venne aggregato ai santi compatroni di Napoli e festeggiato il 6 febbraio e il 13 settembre. Grande è la devozione verso di lui anche a Furci, dove nell'agosto 1808 fu traslato il suo corpo.  Il 20 dicembre 1888 Leone XIII ne approvò il culto ab immemorabili.  La sua memoria liturgica ricorre il 6 febbraio.
(Autore: P.Bruno Silvestrini O.S.A. - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*Beato Antimo da Urbino (6 febbraio)
Francescano, fratello germano del Beato Giovanni, menò vita eremitica.
Morì a Saltara, nel territorio di Pesaro, nel 1438.
É festeggiato il 6 febbraio.  
Alcuni gli attribuiscono il nome di Antonio.
(Autore: Germano Cerafogli -  Fonte:  Enciclopedia dei Santi)
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*Sant'Antoliano – Martire (6 febbraio)

Martirologio Romano: Ad Clermont-Ferrand nella regione dell’Aquitania, in Francia, Sant’Antoliano, Martire.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*San Brinolfo Algotsson - Vescovo (6 febbraio)
Martirologio Romano: A Skara in Svezia, San Brinolfo Algotsson, Vescovo, celebre per la premura verso la Chiesa e per il suo sapere.
Suo padre Algot Brynolfsson era il discendente di una delle più nobili schiatte del Vastergötland, nella Svezia meridionale. Brinolfo (sv. Brynolf) fu educato nelle discipline che il suo rango richiedeva. Iniziò gli studi nella cattedrale di Skara e li concluse a Parigi dove ascoltò san Tommaso d'Aquino, addottorandosi poi in teologia e in diritto canonico. Decano del capitolo di Linköping, ottenne per i suoi meriti, nel 1278, il seggio episcopale di Skara, che conservò fino alla morte.
Partecipò attivamente alla vita politica del paese, favorito dalla crescente importanza della Chiesa e dei suoi  centri missionari, senza trascurare per questo i compiti connessi al governo della diocesi. Alcuni contrasti sorti con il re Magnus Ladulàs (1275-90), sovrano assolutista e non troppo rispettoso dei diritti della Chiesa, costrinsero Brinolfo ad abbandonare temporaneamente il seggio (ca. 1288). Morì dopo trentotto anni d'episcopato, il 6 febbraio 1317.
Tra gli scritti di Brinolfo vanno menzionate le Notulae Brynolphi, concernenti la vita della diocesi e venute in luce in occasione del IV Concilio Lateranense; gli Skara Synodalstatuter (statuti sinodali di Skara) del 1280 e i Vastergötska Statuter (statuti del Vastergötland) del 1281. Scrisse, inoltre, componimenti poetici in occasione di ricorrenze liturgiche o di avvenimenti religiosi.
Ci sono rimasti due officia ritmici in onore di sant'Eschillo, vescovo di Strangnas e di ant'Elena di Skovde. Abbiamo notizia di altri in onore della Vergine e della Corona di spine, una reliquia della quale, infatti, era stata portata in quel tempo in Svezia.
Il re Erik di Pomerania nominò, nel 1417, una commissione perché raccogliesse i documenti per la canonizzazione di Brinolfo al concilio di Costanza del 1416, ma la questione fu affidata, dai partecipanti al concilio, ad alcuni monaci svedesi per ulteriori ricerche. Questa dilazione incontrò il favore di Martino V. Un successore di Brinolfo, Brynolf Gerlaksson, nel 1492, raccolse nuovamente la documentazione per il processo che sottopose a Innocenzo VIII. Secondo alcuni autori, la canonizzazione avrebbe avuto luogo dopo sei anni.
La sua santità fu rivelata a santa Brigida.
Il culto di Brinolfo, particolarmente sentito nella città di Skara, era ampiamente diffuso nella Svezia, prima dell'avvento del protestantesimo nel 1520.
(Autore: Nybo Rasmussen – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*Santa Dorotea di Alessandria (6 febbraio)

Etimologia: Dorotea = dono di Dio, dal greco, come Teodora
Eusebio di Cesarea (Historia Ecclesiastica, VIII, 14) riferisce che Massimino Daia, trovandosi ad
Alessandria di Egitto, concepì un'insana passione per una nobile donna cristiana, celebre per le sue ricchezze, l'educazione e specialmente per la purezza.
Fece molti tentativi supplicandola perché volesse accondiscendere ai suoi desideri, ma la donna gli fece sapere che avrebbe preferito la morte piuttosto che peccare.
Non riuscendo a spuntarla, Massimino si vendicò condannandola all'esilio e confiscandole i beni.
Eusebio non ha tramandato il nome dell'eroica donna, ma Rufino, non si sa su quale fondamento, afferma che si chiamava Dorotea, che era una vergine consacrata a Dio e che, per sfuggire alle voglie di Massimino, si rifugiò nell'Arabia.
Sulla scorta di queste notizie, il Baronio credette di identificarla con la famosa martire Caterina di Alessandria, ma fu già confutato da Bollando.
Nel sec. XVI la presunta Dorotea, confusa con la omonima martire di Cesarea di Cappadocia, fu inserita in qualche martirologio e la sua festa assegnata al 6 febbraio.
(Autore: Agostino Amore – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*Santa Dorotea e Teofilo - Martire di Cesarea di Cappadocia (6 febbraio)

Cesarea di Cappadocia, IV secolo  
Patronato:
Fioristi
Etimologia: Dorotea = dono di Dio, dal greco, come Teodora
Emblema: Cesto di frutta e fiori
Martirologio Romano: A Cesarea in Cappadocia, nell’odierna Turchia, Santi martiri Dorotea, vergine, e Teofilo, maestro di scuola.
I due martiri Dorotea e Teofilo sono ricordati in una ‘passio’ molto antica, ma anche leggendaria e commemorati  dal Martirologio Geronimiano al 6 febbraio.
Vissuta e morta nel IV secolo, Dorotea, originaria di Cesarea di Cappadocia, si distingueva per la sua carità, purezza e sapienza, la fama delle sue virtù arrivò fino al preside Sapricio, che la fece
chiamare e la invitò a sacrificare agli dei, ma Dorotea essendo cristiana si rifiutò, pertanto venne torturata.
Ma Sapricio è cocciuto e deciso ad ottenere il suo scopo, l’affida a due sorelle apostate, Criste e Callista con l’incarico di fare apostatare anche lei.
Ma avviene il contrario, sarà Dorotea che persuaderà le due sorelle a ritornare al cristianesimo; irritato Sapricio condanna le due sorelle ad essere bruciate vive e Dorotea alla decapitazione.
Durante il percorso al luogo del martirio, Dorotea incontra Teofilo, giovane ‘scolastico’, come è classificato in vari testi, che prendendola in giro dice: “Sposa di Cristo, mandami delle mele e delle rose dal giardino del tuo sposo”, Dorotea sfidandolo promette.
Mentre prega, prima di essere uccisa, le appare un bambino che reca tre belle rose e tre mele e lei gli dice di portarle a Teofilo; questi stava raccontando agli amici la sua bravata, quando gli si presenta il bambino, era il mese di febbraio e le rose certamente non fiorivano; Teofilo rimane confuso, per opera della Grazia di Dio, improvvisamente crede e quindi afferma che il Dio dei cristiani è vero ed unico.
Gli amici, prima credono che egli scherzi, poi visto che insiste lo denunciano a Sapricio, questi lo convoca in tribunale e cerca di persuaderlo ad essere più coerente con le sue convinzioni, ma Teofilo non recede nel professare la fede e perciò viene torturato sul cavalletto, scarnificato e infine decapitato.
Il culto per Santa Dorotea fu molto diffuso per tutto il Medioevo e venne invocata come uno dei Santi Ausiliatori.
Tanti celebri artisti a partire dal XIV secolo, hanno creato pitture e sculture, sparse in tutta Europa, che la raffigurano quasi tutte con l’episodio delle mele e delle rose.  
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*San Filippo di Gesù (Felipe Las Casas Martnez) - Religioso e Martire (6 febbraio)  

Scheda del Gruppo a cui appartiene: “Santi Martiri Giapponesi”
Città del Messico, Messico, 1571 – Nagasaki, Giappone, 5 febbraio 1597
Chierico dei Frati Minori Alcantarini
Patronato: Messico
Toyotomi Hideyoshi (1535-1598), capo incontrastato del Giappone dal 1582 al 1598, chiamato dai cristiani Taicosama, fu nei primi anni favorevole ad essi.
Dopo la sfortunata guerra contro la Corea, però, pretese la sovranità sulle isole Filippine, a danno degli spagnoli, e in seguito alla loro opposizione, emanò, in data 24 luglio 1587, un editto di proscrizione contro i cristiani. Sembra che abbiano influito sul cambiamento del suo stato d'animo
altri fattori, come le insinuazioni di un bonzo, suo medico di fiducia, che gli mostrò i pericoli di una sistemazione degli europei a Nagasaki, il timore dell'ascendente dei missionari sui signori di Cyushu, la ripulsa di donne cristiane a prestarsi ai suoi capricci.
Tuttavia la propaganda missionaria continuò la sua attività e Hideyoshi lasciò dormire il suo decreto, pur seguendo attentamente per mezzo di spie i movimenti dei missionari.
Intanto nel 1593 alcuni francescani sotto la guida del p. Pietro Battista, da Manila si portarono nel Giappone, ricevuti cordialmente da Hideyoshi.
Fondarono due conventi e si dedicarono con grande ardore all'evangelizzazione della regione. Ma una serie di circostanze sfavorevoli, fra le quali il naufragio di un galeone spagnolo pieno di pesos d'argento sulle coste giapponesi, confiscato da Hideyoshi, rese tesi i rapporti con gli spagnoli.
Il 9 dicembre 1596 l'autocrate fece arrestare ad Osaka sei francescani e tre gesuiti e il 31 dicembre a Meaco quindici laici giapponesi terziari francescani, ai quali se ne aggiunsero, durante il viaggio, altri due.
I religiosi trasportati a Meaco, subirono il taglio dell'orecchio sinistro. Fatti salire su carri in gruppi di tre, dovettero percorrere pubbliche strade, alla vista di tutti, come si usava per i delinquenti e questo per incutere  terrore ai cristiani e per aumentare le sofferenze dei martiri.
Ciononostante la popolazione mostrava loro molta compassione e cercava di soccorrerli. Da Meaco per Sacai, Corazu, Facata giunsero il 5 febbraio a Nagasaki, luogo dell'esecuzione che avvenne mediante crocifissione.
Fra le vittime vi fu Filippo di Gesù, religioso francescano, nato da genitori spagnoli nel Messico. Aveva avuto una giovinezza molto inquieta e disordinata. Ammesso nell'Ordine Francescano, ne era uscito per rientrarvi nuovamente a Manila. Giunse a Meaco al momento dell'arresto dei confratelli, al cui gruppo fu unito, come appare dall'elenco dei martiri.  
Nella fredda mattina del 5 febbraio 1597, a Nagasaki, fu crocifisso insieme con gli altri martiri e fu il primo ad essere trafitto. L'esecuzione avvenne alla presenza di numerosi cristiani e dei marinai portoghesi della Nao.
Urbano VIII, dimostrato il martirio, concesse la Messa e l'Ufficio al suo Ordine nel 1627.
Benedetto XIV lo iscrisse nel Martirologio che pubblicò nel 1748, mentre Pio IX lo canonizzò, con gli altri martiri, l'8 giugno 1862, con una magnifica cerimonia, alla presenza di numerosi vescovi (v. La Civiltà Cattolica, serie V, II [1862], pp. 737-46).
(Autore: Filippo Caraffa – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*Beato Francesco Spinelli – Sacerdote (6 febbraio)

Milano, 14 aprile 1853 - 6 febbraio 1913

Martirologio Romano: A Rivolta d’Adda nel territorio di Cremona, Beato Francesco Spinelli, sacerdote, che, pur tra sofferenze e continue difficoltà pazientemente sopportate, fondò e guidò la Congregazione delle Suore Adoratrici del Santissimo Sacramento.  
Nato a Milano il 14 aprile 1853 da genitori bergamaschi a servizio dei Marchesi Stanga, Francesco cresce bravo  e vivace e, come S. Giovanni Bosco, è pieno di gioia quando attira gli altri bambini organizzando spettacolini di marionette.
Quando è libero, la mamma lo conduce a visitare poveri e ammalati e lui è felice di amare e aiutare il prossimo, come insegnato da Gesù.
Nasce la vocazione, e Francesco studia a Bergamo, e viene ordinato sacerdote nel 1875.
In quello stesso anno si reca a Roma per il Giubileo, e in S. Maria Maggiore ha una visione: uno stuolo di vergini che adorano Gesù Sacramentato.
Don Francesco capisce il progetto della sua vita, ma aspetta il momento giusto per realizzarlo.
Tornato da Roma, svolge attività educative e una scuola serale presso l' oratorio di don Palazzolo, un apostolato fra i poveri nella parrocchia dello zio don Pietro, l'insegnamento in Seminario e la guida di alcune comunità religiose femminili, fino a quando nel 1882 recatosi a S. Gervasio d'Adda (CR) incontra una giovane ragazza, Caterina Comensoli, che desidera diventare religiosa in una congregazione che abbia come scopo l'Adorazione Eucaristica.
Don Francesco può così realizzare quel sogno visto in S. Maria Maggiore.
Il 15 dicembre 1882 le prime aspiranti suore entrano in una casa che sarà il primo convento, in via  S. Antonino a Bergamo.
Quel giorno l'Istituto delle Suore Adoratrici ha inizio.
Intanto si aprono nuove case e le religiose accolgono handicappati, poveri e ammalati. Tutto va bene fino a quando, per una serie di spiacevoli equivoci, don Francesco è costretto ad abbandonare la diocesi di Bergamo, e il 4 aprile 1889 si trasferisce in diocesi di Cremona, a Rivolta d'Adda, dove le sue figlie hanno aperto una casa.
Il sacerdote non può più governare l' Istituto, e così la fondazione si divide: madre Comensoli fonda la congregazione delle Suore Sacramentine, don Francesco quella delle Suore Adoratrici del SS. Sacramento.
Ottenuta la giusta approvazione, le Adoratrici prendono vita. Esse hanno il compito di adorare giorno e notte Gesù nell'Eucarestia e di servire i fratelli poveri e sofferenti, nei quali "Ravvisare il Volto di Cristo".
Gesù è la fonte e il modello della vita sacerdotale di don Francesco, dal quale prendeva forza e vigore per servire gli altri.
A Rivolta si piega a cercare Cristo fra gli infelici, gli emarginati, i respinti, e dove c'è un bisogno di qualsiasi tipo: scuole, oratori, assistenza agli infermi, agli anziani soli.
I suoi prediletti sono i portatori di handicap, per i quali nutre un affetto di padre.
Per loro, oltre all'assistenza, si  prodiga per farli organizzare in semplici lavori per sollecitare la loro capacità e promuovere una maggiore autonomia personale.
Crede in loro e non li tratta come dei "minorati".
Accoglie i giovani del grosso borgo cremonese, nella casa madre, ed è felice di trovarsi con loro e farli divertire.
Circondato da vastissima fama di santità, raggiunge l'amato Dio, il 6 febbraio 1913.
Viene dichiarato Beato da Giovanni Paolo II il 21 giugno 1992, nel Santuario Mariano di Caravaggio.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Francesco Spinelli, pregate per noi.


*San Geraldo di Ostia - Vescovo (6 febbraio)

Etimologia: Geraldo = che domina con la lancia, dal tedesco
Emblema: Bastone pastorale
Geraldo, Vescovo di Ostia, Santo. Personaggio di notevole rilievo nel primo periodo della lotta per le investiture, fu monaco a Cluny, dove ricoprì la carica di gran priore. Creato cardinale vescovo di Ostia da Alessandro II, nel 1072, fu inviato come legato in Francia dove presiedette numerosi concili.
Nel 1074 Gregorio VII lo inviò in Germania per tentare una riconciliazione tra l'imperatore Enrico IV e i suoi sudditi e insieme per promuovere la riforma. Passato nuovamente in Francia, presiedette il concilio di Poitiers, dove fu condannato Berengario di Tours.
Di ritorno dalla legazione a MI, compiuta con Anselmo di Lucca, imprigionato da Dionigi di Piacenza, fautore di Enrico IV. Nel gennaio 1077 era a Canossa dove fu presente all'incontro di Enrico IV con Gregorio VII e dove controfirmò il documento di sottomissione dell'imperatore.
Morì il 6.12.1077, probabilmente a Velletri, dove si conserva e si venera con devozione il suo corpo. La più antica notizia del suo culto, che fu sempre ristretto alla città di Velletri, risale al sec. XIV: Geraldo infatti è rappresentato in un dittico di quest'epoca, di autore ignoto, conservato nel Museo capitolare di Velletri, dedicato ai quattro protettori della città.
Nel 1395 il Di Meoper lasciava un legato per la costruzione della cappella in onore di Geraldo, cappella che fu costruita accanto al campanile della cattedrale di Velletri.
Nel maggio del 1656 un fulmine abbatté il campanile e tra le macerie fu rinvenuto il sarcofago di Geraldo, la cui fattura piuttosto rozza lo fa risalire senz'altro al sec. XI. La cessazione della peste che infierì a Vehetri dal giugno 1656 al giugno 657 e la vittoria riportata dai veliterni contro le milizie del conte Onorato Caetani, attribuite all'intercessione di Geraldo, spinsero autorità e popolo ad edificare una nuova sontuosa cappella in onore del Santo.
Essa fu costruita tra il 1694 e il 1698 su disegno dell'architetto Francesco Fontana, che ne diresse i lavori, ed è la più bella della cattedrale per architettura e ricchezza di marmi; in essa il card. Alderano Cibo trasferì il corpo di Geraldo e stabilì la celebrazione della festa al 7 dicembre.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Geraldo di Ostia, pregate per noi.


*San Giovanni Soan di Gotò - Gesuita Martire in Giappone (6 febbraio)
Scheda del gruppo a cui appartiene: “Santi Martiri Giapponesi”
+ Nagasaki, Giappone, 5 febbraio 1597
L’elenco dei martiri appartenenti all’Ordine della Compagnia di Gesù (Gesuiti) è molto lungo; il loro eroismo e la fedeltà alla Chiesa, hanno caratterizzato nei secoli la Compagnia, presente in ogni Nazione.
E Giovanni Soan lo troviamo nel lontano Giappone; nacque nel 1578 da una famiglia cristiana, in una delle isolette dell’arcipelago di Gotò e da bambino fu affidato ai gesuiti, che in quell’epoca, sotto il regno di Luigi I, convertito al cristianesimo, operavano efficacemente in quelle sperdute isole.
Ma morto il re, il trono fu usurpato dal fratello idolatra, che approfittò del legittimo erede, Luigi II che era un minorenne.
Fomentato dai bonzi scatenò una persecuzione contro i cristiani, molte famiglie furono costrette a rifugiarsi a Nagasaki, compresa quella dei Soan.
A quindici anni, Giovanni chiese di entrare nella Compagnia di Gesù, ma fu accettato solo come catechista e per un  periodo di prova, fu affiancato come aiuto al padre Pietro de Mareçon e insieme, esercitò il suo compito nell’isola di Scicki e poi ad Osaka.
Rinnovò in seguito la sua domanda e fu accolto come novizio e aggregato ai padri Paolo Miki e Giovanni Kisai, dai quali non si separò più.
La persecuzione contro i cristiani raggiunse il loro gruppo, furono arrestati e condotti a Meaco, dove Giovanni Soan subì il taglio di un pezzo dell’orecchio sinistro, trasportato su di un carro per
le vie della città, esposto al disprezzo dei pagani, finché raggiunse la prigione di Nagasaki.
Alla vigilia della sua morte, ebbe la consolazione di pronunciare i voti religiosi come gesuita; portato sulle colline che sovrastano Nagasaki, abbracciò la croce che gli era stata assegnata per esservi legato ed innalzato.
Questo giovane di appena 19 anni, dimostrò nel martirio, una forza d’animo incredibile, mandò a salutare padre Mareçon, tramite un cristiano presente tra la folla; confortò il proprio padre, che si era avvicinato mentre lo legavano alla croce e fra i due ci furono parole di esortazione reciproca e di affermazione della propria fede cristiana; Giovanni gli consegnò il suo rosario, l’eroico padre non si allontanò finché il figlio non venne trafitto con le lance e trapassato il cuore, bagnandosi del suo sangue, era il 5 febbraio 1597.
Con lui morirono anche i gesuiti Paolo Miki e Giovanni Kisai; ma su quelle colline non furono i soli a morire martiri, centinaia di cristiani e religiosi trovarono la morte bruciati vivi, impalati, trafitti da lance, crocifissi. Il gruppo fu beatificato il 3 luglio 1627 e canonizzato il 9 giugno 1862. La festa religiosa è al 6 febbraio.  
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Giovanni Soan di Gotò, pregate per noi.


*San Guarino di Palestrina – Vescovo (6 febbraio)  

Bologna, 1080 circa - Palestrina, 6 febbraio 1158
Nacque nel 1080 dalla nobile famiglia bolognese dei Guarini. Ordinato sacerdote e Canonico della Cattedrale di Bologna, a ventiquattro anni, decise di seguire la Regola di sant'Agostino divenendo canonico regolare lateranense, nel convento di Santa Croce a Mortara. Prima di lasciare la sua città destinò i propri beni all'erezione di un ospedale.  
Nella vita comunitaria si distinse per l'obbedienza, Vivendo in grande austerità, suscitando l'ammirazione sia del clero che del popolo.  
Tratto caratteristico della sua persona era la bontà. All'età di cinquantanove anni fu designato alla cattedra vescovile di Pavia. Sentendosi indegno scongiurò che venisse sollevato da tale incarico.  
Le sue rimostranze furono inutili tanto che scappò nascondendosi fino a quando fu eletto un altro prelato. Durante l'Avvento del 1144 arrivò una nuova nomina a vescovo, questa volta di Palestrina, da Papa Lucio II.  
Questa volta dovette accettare, divenendo anche cardinale. Fu vescovo per tredici anni, continuando, nel privato, l'austera vita monacale.  
Come cardinale partecipò a tre conclavi. Aveva settantotto anni quando un giorno, sentendosi prossimo a morire, convocò tutto il clero al suo capezzale. Era il 1158. (Avvenire)  
Emblema: Bastone pastorale
Martirologio Romano: A Palestrina nel Lazio, San Guarino, vescovo, insigne per austerità di vita e amore per i poveri.
San Guarino nacque nel 1080 dalla nobile famiglia bolognese dei Guarini, la madre era una Foscari. Ben educato ed istruito, amava in particolare la letteratura.
Di carattere riflessivo e riservato, dedicava una parte importante della giornata alla preghiera. La
vocazione religiosa, coltivata nel suo animo fin da fanciullo, incontrò l’opposizione dei genitori che riuscì poi a superare. Ordinato sacerdote e Canonico della Cattedrale di Bologna, a ventiquattro anni, decise di seguire la Regola di S. Agostino divenendo Canonico Regolare Lateranense, nel convento di S. Croce in Mortara.
Prima di lasciare la sua città destinò i propri beni all’erezione di un ospedale. Nella vita comunitaria si distinse per l’obbedienza, eccellendo in sapienza e dottrina. Visse in grande austerità, suscitando l’ammirazione sia del clero che del popolo. Tratto caratteristico della sua persona era la bontà.
All’età di cinquantanove anni fu designato, a furor di popolo, alla cattedra vescovile di Pavia. Sentendosi indegno scongiurò che venisse sollevato da tale incarico. Le sue rimostranze furono inutili tanto che scappò, si dice dalla finestra della sua cella, nascondendosi, fino a quando fu eletto un altro prelato.
Durante l’Avvento del 1144 arrivò una nuova nomina a vescovo, questa volta di Palestrina (antica Preneste), da Papa Lucio II (Gerardo Caccianemici). Era anch’egli bolognese, suo parente e ben conosceva le doti non comuni di Guarino. Questa volta dovette accettare, venendo inoltre insignito del titolo cardinalizio. Prima di partire da Mortara assicurò una rendita all’ospedale che aveva fondato a Bologna.
Questo ospedale sorse vicino alla chiesa di S. Lorenzo dei Guarini, poi presso la chiesa di S. Maria dei Guarini che, nel XIV secolo, cambiò il titolo in S. Giobbe.
Fu pastore della diocesi di Palestrina per tredici anni, continuando, nel privato, l’austera vita monacale. Si distinse anche qui per la generosità: tutto il denaro derivante dalla nuova carica, compresi i doni del Papa (tra cui alcuni bellissimi cavalli), furono venduti e il ricavato distribuito ai poveri.
Temendo di non essere un buon vescovo, per due volte si allontanò. Una volta nel Sacro Speco di Subiaco e venne richiamato dal Papa, il Beato Eugenio III, un’altra volta ad Ostia dove trovò i saraceni. Riparò a Roma da Papa Anastasio IV con cui sottoscrisse una bolla. Come cardinale partecipò a tre conclavi: per l’elezione di Eugenio III, Anastasio IV e Adriano IV.
La Chiesa viveva anni assai travagliati: una repubblica autoproclamata governava Roma, si combatté la Seconda  Crociata, vi fu un antipapa, la rivolta di Arnaldo da Brescia, gli scontri con i Normanni e l’invadenza di Federico Barbarossa. Guarino stette fuori dalla politica, preoccupandosi solo della sua diocesi.
Aveva settantotto anni quando un giorno, sentendosi prossimo a morire, convocò tutto il clero al suo capezzale. Spirò dopo aver esortato all’amore vicendevole e al pensiero della salvezza eterna. Era il 6 febbraio 1158. Il popolo diceva che, per l’eccellente condotta di vita, aveva meritato di vivere oltre cento anni.
Il suo corpo fu deposto in un’urna di marmo, nella cripta della Cattedrale di Sant’ Agapito. L’anno successivo alla morte, vista la grande fama di santità, Papa Alessandro III ne decretò il culto. Nel 1437 Palestrina subì un saccheggio e, per il pericolo di profanazione, le sue reliquie furono nascoste.
Da quel momento non si conosce più la loro collocazione: forse furono portate a Cometo (in Maremma) dal Cardinale Giovanni Vitelleschi, altri dicono a Bologna, sua città natale. Nel 1754 il Cardinale di Napoli, Giuseppe Spinelli, le fece inutilmente cercare nella cripta di Sant'Agapito.
La sua memoria liturgica è fissata al 7 di febbraio.
(Autore: Daniele Bolognini – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*Beata Ildegonda - Monaca Premostratense  (6 febbraio)
+ 6 febbraio 1183

Contessa di Meer, presso Neuss (Colonia), sposò il conte Lotario.
Alla morte di questo, visitò il sepolcro degli Apostoli a Roma, per ottenere di conoscere meglio la volontà di Dio e poterla eseguire.
Decise poi di abbandonare il mondo e destinò i suoi beni alla fondazione del monastero di Meer, dell’Ordine Premostratense, di cui divenne la prima maestra.
Si distinse per l’umiltà. Compì opere di carità e di misericordia sia dentro, sia fuori del monastero.
Morì il 6 febbraio 1183.Benché sia stata chiamata Santa o Beata da scrittori premostratensi, tuttavia non sembra che abbia mai goduto di un culto liturgico.
Riscosse però una limitata venerazione popolare, tanto che era invocata con una breve preghiera composta in suo onore, e la sua cintura e il suo pettine venivano portati a donne prossime al parto o ad infermi per ottenere loro la protezione divina.
(Autore: Giovanni Battista Valvekens - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*Sant'Ina (Im, Ine) - Re del Wessex (6 febbraio)

VII-VIII secolo

Quando nel 688 Caedwalla, re del Wessex, andò a Roma (dove morì cristiano il 20 aprile 689), gli successe un lontano parente, Ina figlio di Cenred (che viveva ancora durante il regno di suo figlio) e fratello delle Ss. Cineburga e Cutburga.
Probabilmente Ina dovette questa successione al suo valore militare. In seguito, un buon numero di vittorie lo misero in grado di estendere il suo dominio verso Est fino al Kent e all'Essex.
Prima del 694 anche Londra gli fu soggetta; riuscì ad annettersi, inoltre, i territori del Somerset occidentale e del Devon dove insediò dei coloni e costruì villaggi fortificati. Più tardi respinse un attacco dei Merci e nel 725 sconfisse i Sassoni meridionali.
Ina si interessò profondamente del benessere sia spirituale, sia temporale dei suoi sudditi. Tra il 688 e il 694  pubblicò un codice di leggi (edito integralmente in English Historical Documenti, I, [app. 500-1042], ed. D. Wkitelock, Londra 1955, pp. 364-72), il più ricco e antico codice che ci rimanga. Il prologo inizia cosi: «Io, Ina per grazia di Dio re dei Sassoni Occidentali, con il parere e le istruzioni di mio padre Cenred e del mio vescovo Haedde (di Winchester) e... Eorcenwold (di Londra), con tutti i miei anziani, i consiglieri capi del mio popolo e una grande assemblea di servi di Dio, sono stato richiesto, per la salvezza delle nostre anime e la sicurezza del nostro regno, di stabilire e rafforzare vere leggi e veri statuti per tutto il nostro popolo...».
Le leggi riguardano ampiamente le pene e i compensi per danni e offese. Altri decreti sono di carattere ecclesiastico: il Battesimo deve essere amministrato entro trenta giorni dalla nascita; la domenica si deve osservare il riposo, ecc.
Ina dava molto ascolto ai consigli di Aldhelm che nominò primo vescovo della nuova sede di Sherborne, dove fondò anche una grande scuola. Concesse molti benefici a Glastonbury costruendovi una chiesa nel tentativo forse di tenere uniti nel suo regno elementi celtici e sassoni.
Sebbene Beda (Hist. Eccl., IV, 15; V, 7, ed. C. Plummer, I, Oxford 1896, pp. 236, 294) non gli dedichi molto spazio, Ina fu in realtà uno dei più notevoli predecessori di Alfredo.
Nel 726, abdicò, e con sua moglie Ethelburga fece un pellegrinaggio a Roma, dove morì.
Non vi sono prove che Ina e sua moglie abbiano ricevuto un culto liturgico come Santi e che lo stesso Ina abbia fondato una scuola o un ospizio anglosassone a Roma, per il cui mantenimento si crede avesse istituito un Romescot (=Obolo di San Pietro). Tuttavia è commemorato al 6 febbraio in tardivi martirologi inglesi e dell'Ordine Benedettino (v. Zimmermann, I, p. 179).
(Autore: Leonard Boyle – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Ina, pregate per noi.


*Santi Martiri Giapponesi (6 febbraio)

+ Nagasaki, Giappone, 5 febbraio 1597
La Chiesa Cattolica festeggia in data odierna i Santi Martiri Giapponesi (gruppo meglio noto come: San Paolo Miki e 25 compagni), posticipando di un giorno la memoria rispetto all’anniversario del tragico eccidio di questa schiera di sacerdoti, religiosi e laici indigeni del Giappone, nonché alcuni missionari, primi ad effondere con il loro sangue questa terra in testimonianza della fede in Cristo.
La prima comunità cattolica del Giappone fu fondata a Kagoshima nel 1549 dal gesuita San Francesco Saverio, patrono delle missioni, giuntovi dall’India con due confratelli ed un neofita, il nobile guerriero Anjiro, che aveva ricevuto il battesimo con un suo amico ed un suo servo.
In due anni il grande Santo fondò altre comunità  nell'isola Hirado, a Bungo ed a Yamagushi, da cui il cristianesimo si diffuse in altri centri,  compresa la capitale Miyako, con il favore dei signori feudali.
Per oltre quarant'anni il cristianesimo godette di ampia libertà e continuò perciò la sua marcia, facilitata da conversioni collettive, proprie del sistema feudale, in cui i sudditi sono spinti ad imitare l’esempio dei propri signori.
Nel 1587 i cattolici avevano già raggiunto la cifra di ben 205000 unità ed erano assistiti da 43 sacerdoti, coadiuvati da altri 73 tra chierici e fratelli, 47 dei quali di nazionalità giapponese.
Il primo editto di persecuzione nei loro confronti risale al 24 luglio 1587 e venne emanato da Toyotomi Hideyoshi, luogotenente generale dell'imperatore, che però non fece dare esecuzione ma ponendo tuttavia le premesse per le successive sanguinose persecuzioni.
La Compagnia di Gesù continuò ad esercitare indisturbata il suo apostolato, insieme con i Francescani giunti nel 1593 dalle Filippine.
Svariate furono le cause del primo bando: il rifiuto da parte dei Gesuiti di una nave per una spedizione militare giapponese in Corea, l’opposizione delle vergini cristiane a divenire concubine dell'imperatore;  il timore dell'influsso straniero con l'aumento dei cattolici. Ciò che invece nel 1597 provocò un nuovo decreto di persecuzione, questa volta poi attuato, furono le fantasticherie con cui il comandante spagnolo della nave San Filippo, arenatasi sulla coste giapponesi, urtò la suscettibilità del dissoluto imperatore Taikosama Hideyoshi, uccisore  del suo predecessore, Oda Nobunaga (+1582).
Il capitano gli spiegò infatti che l’elevato numero di terre possedute dal re di Spagna in ambo gli emisferi del pianeta era proprio dovuto all’opera dei missionari cattolici, che avrebbero preparato la strada ad una conquista militare.
L'imperatore, da principio favorevole ai cristiani, s'insospettì dunque delle reali intenzioni dell'apostolato dei gesuiti e dei francescani e, temendo della veridicità di quanto riferitogli, 1'8 novembre 1596 ordinò ai governatori di Osaka e Miyako di far arrestare tutti i religiosi che vi si trovavano. I perseguitati riuscirono a disperdersi in tempo nelle campagne, fatta eccezione di tre gesuiti, sei francescani e  diciassette loro terziari, che vennero arrestati all'inizio del 1597 e condotti tutti sulla piazza di Miyako con le mani legate dietro la schiena.
Fu poi tagliato loro un pezzo dell'orecchio sinistro, non avendo voluto il governatore Xibungo che, in adempimento alla sentenza dell'imperatore, fossero recise ad essi entrambe le orecchie e mozzato il naso.
I prigionieri, grondanti sangue, furono fatti salire a gruppi di tre sopra delle carrette e condotti quali malfattori  per le contrade della città, preceduti da una guardia che recava scritto sopra un'asta il motivo  della loro condanna: “Perché costoro, venuti dalle Filippine con titolo di ambasciatori, si trattenevano in Miyako predicando la legge dei cristiani, che io proibii gli anni passati rigorosamente, e hanno fabbricato la chiesa e fatto scortesie, comando che siano crocifissi a Nagasaki insieme con i giapponesi che si fecero della loro legge”.
La popolazione, in un mesto silenzio, mostrò pietà e simpatia per quelle innocenti vittime che pregavano ed insieme andavano con serenità verso l’ultima meta.
In particolare tre fanciulli, Tommaso Cesaki, Antonio da Nagasaki e Ludovico Ibarki, commossero anche i più insensibili spettatori, intenti a cantare con voce angelica inni al loro Signore.
Qualche cristiano chiese alle guardie di poter salire sulle carrette, ma esse non osarono infrangere gli ordini ricevuti.
L'imperatore aveva infatti disposto che il viaggio da Miyako a Nagasaki,  circa 450 miglia, fosse fatto a cavallo e a piedi, sia per intimidire il popolo che per aumentare le sofferenze ai futuri martiri.
Dopo il lungo  percorso durato ventisei giorni, fra le intemperie atmosferiche, il 1° febbraio 1597 giunsero a Korazu.
Paolo Miki, divenuto il più celebre del gruppo in quanto primo giapponese entrato in un ordine religioso, tentò invano di convertire un gentiluomo suo conoscente.
Il comandante della città tentò di far apostatare due dei fanciulli suddetti, Ludovico ed Antonio, ma non ebbe successo nella sua iniziativa.
Constatando come i prigionieri preferissero morire anziché rinnegare la propria  fede, ordinò che  a Nagasaki venissero innalzate cinquanta croci sulla collina attigua ala città.
I prigionieri ottennero di porsi confessare, ma fu vietato ai sacerdoti giunti per l’occasione di  celebrare l’Eucarestia e dunque di comunicarsi.
I portoghesi avevano manifestato il loro malumore e il governatore di Nagasaki temeva una sollevazione  popolare, ma nonostante ciò il 5 febbraio 1597 i prigionieri furono avvisati che si avvicinava l'ora dell'esecuzione e furono portati sulla collina ove, in un recinto, erano state erette le ventisei croci.
Al loro passaggio i cristiani si prostrarono per raccomandarsi alle loro preghiere. Non appena i condannati a morte scorsero le croci che  portavano scritto i loro nomi, s'inginocchiarono innanzi ad esse e le  baciarono.
Ciascuno fu legato vestito a quella che gli era stata assegnata e tutti contemporaneamente furono issati in alto.
Al comando di Azamburo quattro guardie impugnarono le lance, uno dei crocifissi intonò allora il “Benedictus” e tutti lo cantarono insieme con un coraggio e una pietà tali da intenerire persino i pagani presenti.
Il piccolo Antonio per conto suo intonò il salmo "Lodate, fanciulli, il Signore", al quale fecero eco gli altri due suoi compagni fino alla fine, Tommaso e Ludovico.
Il primo ad essere ucciso da due colpi di lancia fu Felipe Las Casas, mentre l'ultimo fu Padre Pierbattista.
Prima che quest’ultimo morisse una donna pagana, priva della parola, a contatto della croce da cui egli pendeva riacquistò improvvisamente la voce. Il Santo le amministrò il battesimo con la mano libera dai lacci.
Paolo Miki approfittò sino all'ultimo per predicare con la straordinaria eloquenza che sempre  lo aveva contraddistinto, terminando con una fervente preghiera per i suoi carnefici e la conversione di tutti i giapponesi.
Quando tutti furono trafitti, i cristiani fecero irruzione nel recinto per raccogliere con devozione il sangue dei martiri mediante pannolini. Per oltre sessanta giorni gli uccelli rapaci rispettarono i loro corpi, dai quali emanava un fragrante odore. Il corpo di Padre Pierbattista fu visto alcune volte discendere miracolosamente dalla croce per recarsi a celebrare l’Eucaristia nella chiesa di Nagasaki, con il piccolo Antonio in veste bianca in funzione di chierichetto, tra il canto delle schiere angeliche.
Per invitare alla fede cristiana i pagani, Dio fece sì che attorno al capo dei martiri apparisse più volte un'aureola luminosa e che dal cielo scendessero su ciascuno globi di fuoco. Sessantadue giorni dopo la morte, il corpo di Padre Pierbattista si mosse alla presenza di innumerevoli testimoni e dalle sue ferite sgorgò, come già avvenuto al terzo giorno dopo la morte, una copiosissima quantità di sangue.
La venerazione nei confronti di questi gloriosi martiri non venne ami meno nei cristiani, anzi la loro fama si propagò ben presto nel mondo, essendo i missionari di varie nazionalità. Papa Urbano VIII beatificò i protomartiri giapponesi il 14 settembre 1627 e il pontefice Beato Pio IX infine li canonizzò 1'8 giugno 1862.
Riportiamo di seguito l’elenco dei ventisei martiri, corredato da luoghi e date di nascita ed alcune scarne informazioni su ciascuno:
*Pedro Bautista A Blàsquez y Blàsquez, Sacerdote dei Frati Minori Alcantarini, *San Esteban del Valle (Spagna), 24 giugno 1542 - Commissario dei Frati Minori, fu in Spagna predicatore, guardiano e lettore di filosofia, poi missionario nel Messico (1581) e nelle Filippine (1583). Inviato da Manila come ambasciatore e  missionario in Giappone (1593), fu ben accolto dall'imperatore e poté fondare tre conventi e due ospedali. Dotato del dono dei miracoli, nella festa di Pentecoste guarì una giovanotta lebbrosa; *Martìn Loinaz Amunabarro “Aguirre” (Martino dell’Ascensione), Sacerdote dei Frati Minori Alcantarini, *Beasain (Spagna), 1566 - nato nel castello di Vergara presso Pamplona, aveva esercitato le funzioni di predicatore e di professore di teologia e conosceva bene la lingua giapponese; *Francisco Blanco, Sacerdote dei Frati Minori Alcantarini, *Monterrey (Spagna), 1567 circa - sacerdote di vita austera; *Felipe Las Casas Martìnez (Filippo di Gesù), Chierico dei Frati Minori Alcantarini, Città del Messico (Messico), 1571 – nato in Messico da genitori spagnoli, per i suoi disordini fu cacciato di casa. Pentito, vestì l'abito francescano, ma non perseverò. Dopo aver condotto ancora una vita disordinata, a Manila si fece di nuovo francescano, giunse a Miyako proprio al momento degli arresti; *Gonçalo Garcia, Religioso dei Frati Minori Alcantarini, *Bazein (India), 1562 - fratello laico, nato in India da genitori portoghesi, per amore della povertà rinunciò al commercio. Siccome sapeva bene il giapponese fece da interprete al Padre Pierbattista nella sua ambasciata a Taicosama; *Francisco Andrade (Francesco di San Michele), Religioso dei Frati Minori Alcantarini, *La Parrilla (Spagna), 1543 - nato da nobili genitori e dotato del dono delle lingue e dei miracoli, operò in Giappone più conversioni degli altri suoi compagni; *Paolo Miki, Chierico gesuita, *Setsu-no-Kuni (Giappone), 1564 - di nobile famiglia cattolica, allievo dei Gesuiti dagli undici anni, a ventidue era stato ammesso nella Compagnia di Gesù in cui rifulse per l'osservanza delle regole. Fu il più celebre predicatore gesuita in Giappone; *Giovanni Soan, Chierico gesuita, *Gotō-rettō (Giappone), 1578 - sacrestano e catechista, era entrato nella Compagnia di Gesù poco tempo prima il suo arresto; *Giacomo Kisai, Religioso gesuita, *Haga (Giappone), 1533 - catechista, abbandonato dalla moglie, nella casa dei gesuiti esercitava l'ospitalità secondo il costume giapponese; *Paolo Suzuki, Laico coniugato, terziario francescano, catechista, *Owari (Giappone), 1563 - direttore dell'ospedale di San Giuseppe in Miyako; *Gabriele Duizko, Giovane laico, terziario francescano, catechista, *Ise (Giappone), 1577 - convertito da Golzales Garcia, devotissimo dell'Eucarestia e della Passione di Gesù;  *Giovanni Kinuya, Laico, terziario francescano, catechista, *Kyoto (Giappone), 1568 - convcrtito con la moglie e il figlio lo stesso anno del martirio; *Tommaso Dangi, Laico, terziario francescano, catechista, *Kyoto (Giappone), ? - soccorritore dei poveri; *Francesco Di Miyaco, Laico, terziario francescano, *Kyoto (Giappone), 1548 - medico di professione e scrittore di opuscoli in difesa della fede; *Gioacchino Sakakibara, Laico, terziario francescano, *Osaka (Giappone), 1556 - convertito dalla moglie, cuoco dell'ospedale e dei frati; *Bonaventura di Miyaco, Laico, terziario francescano, *Kyoto (Giappone), ? - fatto battezzare dal padre ancora bambino e cresciuto dalla madre idolatra tra i bonzi per vent'anni; *Leone Karasumaru, Laico, terziario francescano, catechista, *Owari (Giappone), ? - catechista e interprete di nobile famiglia coreana, di vita austerissima, convertito da Cosimo Takeya; *Mattia di  Miyako, Laico, terziario francescano, *Kyoto (Giappone), ? - spontaneamente si offrì a sostituire un altro Mattia assente perché provveditore del convento; *Antonio da Nagasaki, Bambino, terziario francescano, *Nagasaki (Giappone), 1584 - chierichetto tredicenne, di padre cinese e madre giapponese;
Paolo Ibaraki,
Laico, terziario francescano, *Owari (Giappone), ? - catechista, fratello uterino di Leone Garasuma; *Ludovico Ibaraki, Bambino, terziario francescano, *Owari (Giappone), 1584 - nipote del precedente, appena dodicenne, servitore del convento; *Michele Kozaki, Laico coniugato, terziario francescano, *Ise (Giappone), 1551 - soccorritore dei poveri e dei malati nella propria casa;  
*Tommaso Kozaki, Bambino, terziario francescano, *Ise (Giappone), 1582 - figlio del precedente, quattordicenne, servitore dei muratori nella costruzione della chiesa e del convento di Miyako; *Pietro Sukejiro, Laico, terziario francescano, *Kyoto (Giappone), ? - cristiano di antica data, incaricato da Padre Organtino di Sakai di seguire i prigionieri e assisterli nelle loro necessità; *Cosimo Takeya, Laico, terziario francescano, *Owari (Giappone), ? - catechista, di nobile famiglia della provincia di Oari; *Francesco Kichi, Laico, terziario francescano, *Kyoto (Giappone), ? - calzolaio, che si associò al precedente nella cura dei prigionieri.
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santi Martiri Giapponesi, pregate per noi.


*San Matteo Correa Magallanes - Martire Messicano (6 febbraio)

Schede dei gruppi a cui appartiene: “Martiri Messicani”
(Santi Martiri Messicani” (Cristoforo Magallanes Jara e 24 compagni) - 21 maggio - Memoria Facoltativa

Nacque a Tepechitlán, Zacatecas (Diocesi di Zacatecas) il 23 luglio 1866. Parroco di Valparaiso, Zacatecas, (Diocesi di Zacatecas). Il padre Mateo svolse fedelmente tutti gli incarichi sacerdotali: vangelizzare e servire i poveri, ubbidire al suo Vescovo, unirsi a Cristo Sacerdote e Vittima, specialmente convertendosi in martire a causa del sigillo sacerdotale.
Lo tennero in carcere alcuni giorni a Fresnillo, Zacatecas, quindi venne condotto a Durango. Il generale gli chiese di confessare alcuni prigionieri, e di riferire poi ciò che aveva appreso in confessione, altrimenti lo avrebbe ucciso. Il Signor Parroco Correa rispose con dignita: "Lei può farlo, ma non sa che un sacerdote deve saper conservare il segreto della confessione. Sono disposto a morire".
Fu fucilato in un campo, nei dintorni della citta di Durango, il 6 febbraio 1927 e così quel parroco mite e pronto al sacrificio iniziò la sua vera vita.
Emblema: Palma
Martirologio Romano: Nella città di Durango in Messico, San Matteo Correa, sacerdote e martire, che, mentre infuriava la persecuzione contro la Chiesa, si rifiutò di ottemperare all’ordine di violare il segreto della confessione, ricevendo per questo la corona del martirio.
Mateo Correa Magallanes nasce nel 1866 in Messico, in una famiglia povera, così povera che non potrebbe mai permettersi il lusso di farlo studiare.
E lui, che invece vuole diventare prete, va a lavorare nella portineria del seminario per guadagnare quanto basta per andare a scuola. Per capacità, merito e buona condotta vince poi una borsa di studio, che gli permette di continuare a studiare senza dover anche lavorare. Viene ordinato prete a 26 anni e subito lo aspetta un intenso lavoro pastorale in varie parrocchie.
La persecuzione contro i cattolici lo sorprende mentre è a Valparaíso, una parrocchia vivace in cui l’Azione Cattolica sta diffondendo e raccogliendo adesioni al “Manifesto” con cui si chiede al
Governo l’abrogazione delle leggi anticlericali in vigore. La situazione deve essere troppo effervescente e l’iniziativa cattolica deve raccogliere troppi consensi, se a livello centrale si decide di mandare a Valparaíso il generale Eulogio Ortíz,  non a caso soprannominato “El Cruel” (= il Crudele). Come a dire: a mali estremi, estremi rimedi.
In pochi giorni Ortiz riesce a dimostrare quanto gli sia appropriato quel soprannome e dispiega tutta la sua azione repressiva, soprattutto nei confronti dei giovani cattolici. Riesce anche ad arrestare e a mandare sotto processo Padre Matteo e il suo collaboratore, insieme ad alcuni giovani, ritenuti i rappresentanti delle associazioni cattoliche locali, ma il giudice li assolve “perché il fatto non sussiste”.
Quelli vengono accolti in parrocchia come trionfatori, mentre il generale se lo lega al dito, come un affronto personale di cui prima o poi vuole vendicarsi. Il suo livore è soprattutto nei confronti di Padre Matteo, che sta utilizzando il periodo a lui favorevole per rianimare e rafforzare i suoi cristiani, in attesa della nuova ondata di persecuzioni che, lui sente, non tarderà di certo.
Il 30 gennaio 1927, mentre sta andando a portare gli ultimi sacramenti ad una malata accompagnato dal figlio di questa, incrocia una pattuglia di militari: riconosciuto da uno di loro e immediatamente arrestato, ha appena il tempo di consegnare ad una persona fidata la sua teca con l’ostia consacrata. Per strada gli riesce perfino di familiarizzare con i soldati e la serata finisce con la recita del rosario, guidato da lui ed al quale essi rispondono in coro.
La musica, però, cambia il giorno dopo, quando è davanti al generale Ortíz, al quale non sembra vero di aver messo le mani su colui che è la sua spina nel fianco: “El Cruel” non può dimenticare lo smacco subito per colpa di quel prete, che in parrocchia è venerato come un santo e di cui la gente si fida ciecamente.
Ormai gli è chiaro che è per colpa di Padre Matteo se a Valparaíso la politica anticlericale del governo non riesce ad attecchire e se le associazioni cattoliche stanno così spavaldamente alzando la testa: tutti stanno prendendo esempio da quel prete, dalla fede salda e dal coraggio inossidabile, coerente e limpido, che riesce a catalizzare tutta la parrocchia e ad infiammare i cuori.
Con la perfidia che gli è propria e che si addice alla sua fama di “cruel”, ordina a Padre Matteo di andare a  confessare in cella i “banditi” che il giorno dopo saranno fucilati e di venirgli poi a riferire quanto da essi saputo in confessione. I “banditi” altro non sono che “cristeros”: messicani, cioè, che anche attraverso la lotta armata rivendicano il diritto di professare liberamente la loro fede, opponendosi all’azione anticlericale del governo, e per questo condannati a morte. “El Cruel” spera così di ottenere informazioni utili per arrestare altre persone e smantellare la rivolta dei cattolici, ma forse ha sottovalutato il coraggio di Padre Matteo.  
Che, sacerdote fino in fondo, va subito a confessare e a preparare alla morte quei poveri condannati, ma al ritorno, si rifiuta ovviamente di riferire quanto ascoltato in confessione. La furia del generale Ortíz, che si sente beffato, esplode violenta. Minacciato di morte, Padre Matteo risponde con fermezza: “Lei può anche uccidermi, ma il mio generale non sa che un prete è obbligato a conservare il segreto della confessione”.  
E così il mattino del giorno dopo, 6 febbraio, lo fa giustiziare con la propria pistola d’ordinanza nei pressi del cimitero, regalando alla Chiesa un nuovo martire della Confessione, beatificato da Giovanni Paolo II nel 1992 e canonizzato dallo stesso Papa il 21 maggio 2000.
(Autore: Gianpiero Pettiti – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Matteo Correa Magallanes, pregate per noi.

  

*San Melis di Ardagh – Vescovo (6 febbraio)
Martirologio Romano: A Ardagh in Irlanda, San Mel, vescovo.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Melis di Ardagh, pregate per noi.

  

*San Paolo Miki e Compagni – Martiri (6 febbraio)
Scheda del Gruppo a cui appartengono:
“Santi Martiri Giapponesi” (6 febbraio)

Kyoto, Giappone, 1556 - Nagasaki, Giappone, 5 febbraio 1597
Nato a Kyoto nel 1556 in una famiglia benestante e battezzato a cinque anni, Paolo Miki entra in un collegio della Compagnia di Gesù e a 22 anni è novizio, il primo religioso cattolico giapponese.
Diventa un esperto della religiosità orientale e viene destinato, con successo, alla predicazione, che comporta il dialogo con dotti buddhisti.  
Il cristianesimo è penetrato in Giappone nel 1549 con Francesco Saverio.  
Paolo Miki vive anni fecondi, percorrendo continuamente il Paese. Nel 1582-84 c'è la prima visita a Roma di una   delegazione giapponese, autorizzata dallo Shogun Hideyoshi.  
Ma proprio Hideyoshi capovolge la politica verso i cristiani, diventando da tollerante a persecutore. Arrestato nel dicembre 1596 a Osaka, Paolo Miki trova in carcere tre gesuiti e sei
francescani missionari, con 17 giapponesi terziari di San Francesco. E insieme a tutti loro viene crocifisso su un'altura presso Nagasaki. (Avvenire)
Etimologia: Paolo = piccolo di statura, dal latino
Emblema: Palma
Martirologio Romano: Memoria dei Santi Paolo Miki e compagni, martiri, a Nagasaki in Giappone. Con l’aggravarsi della persecuzione contro i cristiani, otto tra sacerdoti e religiosi della Compagnia di Gesù e dell’Ordine dei Frati Minori, missionari europei o nati in Giappone, e diciassette laici, arrestati, subirono gravi ingiurie e furono condannati a morte.
Tutti insieme, anche i ragazzi, furono messi in croce in quanto cristiani, lieti che fosse stato loro concesso di morire allo stesso modo di Cristo.
(5 febbraio: A Nagasaki in Giappone, passione dei Santi Paolo Miki e venticinque compagni, martiri, la cui memoria si celebra domani).
É il primo giapponese accolto in un Ordine religioso cattolico: il primo gesuita. Nato in una famiglia benestante e battezzato a cinque anni, Paolo Miki entra poi in un collegio della Compagnia di Gesù, e a 22 anni è novizio.
Riesce bene in tutto: solo lo studio del latino lo fa penare; troppo lontano dal suo modo nativo di parlare e di pensare.
Diventa invece un esperto della religiosità orientale, cosicché viene destinato alla predicazione, che comporta il dialogo con dotti buddhisti.
Riesce bene, ottiene conversioni; però, dice un francescano spagnolo, più efficaci della parola sono i suoi sentimenti affettuosi.
Il cristianesimo è penetrato in Giappone nel 1549 con Francesco Saverio, che vi è rimasto due anni, aprendo poi la via ad altri missionari, bene accolti dalla gente.
Li lascia in pace anche lo Stato, in cui gli imperatori sopravvivono come simboli, mentre chi comanda è sempre lo Shogun, capo militare e politico.
Paolo Miki vive anni attivi e fecondi, percorrendo continuamente il Paese.
I cristiani diventano decine di migliaia.
Nel 1582-84 c’è la prima visita a Roma di una delegazione giapponese, autorizzata dallo Shogun Hideyoshi, e lietamente accolta da papa Gregorio XIII.
Ma proprio Hideyoshi capovolge poi la politica verso i cristiani, facendosi persecutore per un complesso di  motivi: il timore che il cristianesimo minacci l’unità nazionale, già indebolita dai feudatari; il  comportamento offensivo e minaccioso di marinai cristiani (spagnoli) arrivati in Giappone; e anche i gravi dissidi tra gli stessi missionari dei vari Ordini in terra giapponese, tristi fattori di diffidenza.
Un insieme di fatti e di sospetti che porterà a spietati eccidi di cristiani nel secolo successivo.
Ma già al tempo di Hideyoshi, ecco una prima persecuzione locale, che coinvolge Paolo Miki.
Arrestato nel dicembre 1596 a Osaka, trova in carcere tre gesuiti e sei francescani missionari, con 17 giapponesi terziari di San Francesco. E insieme a tutti loro egli viene crocifisso su un’altura presso Nagasaki.
Prima di morire, tiene l’ultima predica, invitando tutti a seguire la fede in Cristo; e dà il suo perdono ai carnefici. Andando al supplizio, ripete le parole di Gesù in croce: "In manus tuas, Domine, commendo spiritum meum".
Proprio così le dice: in quel latino che da giovane studiava con tanta fatica. Nel 1862, Papa Pio IX lo proclamerà Santo.
Nell’anno 1846, a Verona, un seminarista quindicenne legge il racconto di questo supplizio e ne riceve la prima forte spinta alla vita missionaria: è Daniele Comboni, futuro apostolo della “Nigrizia”, alla quale dedicherà vita e morte, tre secoli dopo San Paolo Miki.
(Autore: Domenico Agasso – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Paolo Miki e compagni, pregate per noi.


*San Pietro Battista Blasquez - Francescano martire a Nagasaki (Giappone) (6 febbraio)
Scheda del gruppo a cui appartiene: “Santi Martiri Giapponesi” (6 febbraio)
Castiglia, 1542 - Nagasaki, 5 febbraio 1597
Entrato nell’Ordine francescano e ordinato sacerdote, venne inviato a predicare il Vangelo nell’Estremo Oriente e per molti anni lavorò nelle isole Filippine.
Nel 1593 fu mandato con altri cinque confratelli in Giappone; ivi fecero opera di evangelizzazione e costruirono chiese e ospedali.
Ma il loro lavoro apostolico fu ostacolato dai bonzi e dai governanti. Per tale motivo Pietro Battista, i cinque confratelli e diciassette terziari francescani furono arrestati e condannati al supplizio
della crocifissione. Condotti nella città di Nagasaki, subirono il martirio il 5 febbraio 1597. Insieme con essi furono martirizzati il gesuita Paolo Miki e due suoi catechisti.
Emblema: Palma
Nato in Castiglia da nobile famiglia nel 1542, studiò all’università di Salamanca e poi si fece Frate Minore nel 1564.
Lettore di teologia e filosofia, superiore in varie comunità, nel 1580 decise di andare in missione. Prima stette in Messico fondando vari conventi, poi nel 1583 andò nelle Filippine, grande apostolo nel proteggere i  poveri dai potenti.
Saputo che in Giappone i cristiani erano perseguitati, desiderò sostituire i Gesuiti che nel 1590 erano stati espulsi dal governo locale, e, ottenuto il permesso dai superiori religiosi e poi dal governatore, nel 1593 cominciò il suo apostolato di predicazione in Giappone, vivendo in povertà e fondando conventi ed ospedali per poveri e lebbrosi, ottenendo anche numerose conversioni.
L’invidia dei bonzi e le gelosie fra i missionari, oltre ai contrasti politico-commerciali fra Spagnoli e Partoghesi, spinsero il governatore Hideyoshi a perseguitare i missionari.
Fu prima messo in carcere, poi trasferito a Nagasaki; durante il viaggio fu trasportato su un carro e deriso dalla folla pagana delle città dove passava.
A Nagasaki il 5.2.1597, insieme ad altri religiosi e alcuni catechisti, fu portato su una collina e assistette al supplizio di tutti gli altri; infine, morì anch’egli crocifisso, dopo avere pregato per i suoi persecutori.
Fu beatificato da Urbano VIII nel 1627 e canonizzato da Pio IX nel 1862. Fra i suoi compagni c’era anche San Paolo Miki.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - San Pietro Battista Blasquez, pregate per noi.


*San Pietro di San Dionigi - Sacerdote Mercedario, Martire (6 febbraio)

Sacerdote mercedario, San Pietro di San Dionigi, era di origine francese.
Nel 1247 nominato redentore assieme al nobile catalano, Beato Bernardo de Prades, andarono in questo stesso anno, a Tunisi dove liberarono 209 schiavi, ma per mancanza di denaro, non poterono redimerli tutti pur trovandosi in urgente necessità di essere liberati.
Visto ciò, il Beato Bernardo ritornò in Spagna portando i liberati, mentre S. Pietro restò in Africa per sostenere la fede di quegli sventurati ed impedire che la rinnegassero.
Fu tanto il suo ardore e zelo nella predicazione, che causò l’indignazione del Re di Tunisi, Maometto Alicur il quale lo fece arrestare e consegnare ai giustizieri.
Preso a bastonate ed altri maltrattamenti, per le vie della città, fu poi portato fuori le mura e dopo averlo decapitato il suo corpo venne bruciato e le ceneri sparse al vento, era sempre l’anno 1247.
L’Ordine lo festeggia il 6 febbraio.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Pietro di San Dionigi, pregate per noi.  


*Santa Renilde – Badessa (6 febbraio)
Martirologio Romano: Presso Tongeren nel Brabante in Austrasia, nell’odierno Belgio, Santa Renula o Reinilde, badessa del monastero di Aldeneyk.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria -  Santa Renilde, pregate per noi.                 


*San Silvano di Emesa - Vescovo e Martire (6 febbraio)

Martirologio Romano: A Homs in Siria, commemorazione di San Silvano, vescovo, che, dopo aver guidato per quarant’anni quella Chiesa, alla fine, sotto l’imperatore Massimino, gettato alle fiere insieme al diacono Luca e al lettore Mozio, ricevette la palma del martirio.
Le scarse informazioni che si hanno sulla figura di San Silvano, provengono da Eusebio di Cesarea, che nella sua ‘Storia Ecclesiastica’, parlando dei capi di Chiese locali, che hanno dimostrato l’autenticità della religione con il loro martirio, al tempo di Galerio Massimiano (293-311), cita “Silvano vescovo della Chiesa dei dintorni di Emesa in Fenicia, che divenne pasto alle belve, con altri, nella stessa Emesa”.
Nel seguito della citazione, Eusebio dice, che erano tre cristiani condannati in pasto alle belve, fra cui un vescovo Silvano, in età molto avanzata, che aveva esercitato il suo episcopato per 40 anni interi e la data del martirio è indicata intorno al 311.
I sinassari bizantini, ricordano anche loro i tre martiri al 6 febbraio, Silvano vescovo, Luca diacono e Mocio lettore, associandoli a San Giuliano di Emesa, anch’esso ricordato il 6 febbraio, il quale era stato battezzato da loro e che aveva chiesto di morire con essi; ma Giuliano non morì con i tre martiri, ma qualche mese più tardi.
In Occidente i Martirologi storici medioevali, ignorarono Silvano e i suoi compagni; nel secolo XVI Cesare Baronio per influenza dei Sinassari bizantini, introdusse al 6 febbraio, i tre martiri nel “Martirologio Romano”, la grande opera agiografica da lui compilata.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Silvano di Emesa, pregate per noi.   


*Beata Teresa Fernandez - Vergine Mercedaria (6 febbraio)

Fondatrice e prima commendatrice del monastero della Consolazione di Lorca (Spagna), la Beata Teresa Fernandez, fiorì negli atri della casa del Signore come un giglio dando un santo esempio alla comunità e piena di meriti nello stesso monastero morì.
L’Ordine la festeggia il 6 febbraio.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Teresa Fernandez, pregate per noi.              

     

*Santi Tommaso Cesaki, Antonio da Nagasaki e Lodovico Ibarki - Fanciulli, Martiri (6 febbraio)
Scheda del gruppo a cui appartengono: “Santi Martiri Giapponesi”
+ Nagasaki, Giappone, 5 febbraio 1597
Al 6 febbraio il calendario liturgico della Chiesa commemora San Paolo Miki e 25 suoi compagni di martirio, protomartiri giapponesi.
Questi gloriosi testimoni della fede cristiana morirono crocifissi sulla collina di Nagasaki il 5 febbraio 1597, inizio di una feroce ondata persecutoria protrattasi a lungo.
In quel giorno toccò la palma del martirio anche a tre fanciulli giapponesi di età compresa tra i dodici ed i quattordici anni: San Tommaso Cosaki, nato ad Ise nel 1582, figlio di San Michele Cosaki, servitore dei muratori nella costruzione della chiesa e del convento di Miyako, terziario francescano; Sant'Antonio di Nagasaki, nato in tale città nel 1584, di padre cinese e madre giapponese, chierichetto e terziario francescano; San Lodovico Ibarki, nato ad Owari nel 1584, servitore del convento, terziario francescano.
La venerazione nei confronti di questi gloriosi martiri non venne mai meno tra i cattolici indigeni, anzi la loro fama si propagò ben presto nel mondo.  
Papa Urbano VIII beatificò i protomartiri giapponesi il 14 settembre 1627 e il pontefice Beato Pio IX infine li canonizzò 1'8 giugno 1862.
Agli inizi del 1597 la cittadina di Osaka in quella fredda mattina era tutta in fermento: stava per arrivare l'imperatore Taicosamaci con il figlioletto di 5 anni; una lunga processione di soldati
precedeva il principino, cavalieri e dignitari... Ma un altro corteo si snodava invece dall'altra parte della città: erano 26 persone povere e lacere, sfinite dal lungo viaggio compiuto, giovani e più anziani; insomma, erano prigionieri ma le loro facce erano solari, illuminate da una felicità interiore. Erano cristiani e venivano oltraggiati per la loro fede, mentre camminavano.
Anni prima era arrivata in Giappone una nave con dei portoghesi che si erano poi stabiliti a Nagasaki ed avevano dato vita ad una comunità che era diventata sempre più numerosa, ospitando poi anche dei missionari e persino S. Francesco Saverio che riuscì a portare il Cristianesimo in quelle terre. I cristiani si moltiplicarono ed anche alcuni re vennero battezzati alla nuova Fede e mandarono ambascerie a Roma. Dopo i Gesuiti arrivarono in Giappone anche i Francescani e così anche l'Imperatore Taicosamaci accolse i frati minori nelle sue terre, permettendo loro di creare case e chiese.
Avendo però successivamente cambiato idea, cominciò a perseguitare i missionari e i loro seguaci, facendoli imprigionare. E così accadde che vennero presi prigionieri 3 Padri Gesuiti, alcuni catechisti e terziari che vennero avviati in catene alla città di Nagasaki dove li avrebbe attesi il carnefice. Mentre andavano, essi cantavano e salmodiavano gioiosi. Tra gli altri c'erano i giovani Tommaso di 14 anni, Antonio di 13 e Lodovico di 11.
Nel loro lungo cammino attraversarono terre ricoperte di ghiacci e steppe, passando per innumerevoli città e paesi, sempre a piedi, dove il loro esempio faceva altri adepti al Cristianesimo. Il Governatore di Carazu ne ebbe compassione e voleva salvarli e propose loro di rinnegare Cristo per aver salva la vita, ma nessuno di essi aderì alla proposta.
Giunti finalmente a Nagasaki, ripeté la proposta ma essi rifiutarono ancora e così, sia pur a malincuore, li fece condurre al luogo del supplizio, una piccola altura fuori della città dove già si ergevano 26 croci, un po’ diverse da quelle tradizionali. I genitori di Antonio erano là ad attenderlo per cercare di convincerlo a salvarsi. Ma egli non voleva e cercava di incoraggiarli a sopportare il dolore della sua morte, abbracciandoli e regalando loro la sua sopravveste ed essi lo benedissero. I 3 piccoli martiri si avviarono verso le loro croci cantando inni e quando le voci tacquero i carnefici iniziarono il loro lavoro crudele, trafiggendoli con le lance.
Si dice però che, compiuta la strage, i fedeli si accostassero alle croci per raccogliere il sangue di questi martiri e lasciassero il colle, ripromettendosi di tornarvi per pregare e venerare quei martiri. Vi andarono difatti il giorno dopo, nell'ora in cui uno dei sacerdote uccisi soleva dire la Messa, servita dal piccolo Antonio.
Sulle croci i corpi degli uccisi c'erano tutti meno quelli del sacerdote e di Antonio. Altri fedeli, raccolti nella chiesa dei francescani, videro invece all'altare, in atto di celebrare la Messa, il Sacerdote ucciso, servito dal piccolo chierico. E lo stesso avvenne nei giorni seguenti, finché le salme non vennero staccate dalle croci e interrate; il prodigio finì. Questo fatto viene attestato da varie persone che avevano interrogato le guardie per sapere dove avessero deposto i due corpi, ed essi affermarono di aver veduto i corpi sparire e ricomparire poi al loro posto. Persino il Papa Benedetto XIV parlò di questo fatto nella sua "De Canonizzazione Sanctorum" definendolo "grande miracolo".
(Autore: Patrizia Fontana Roca – Fonte: www.cartantica.it)
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*San Vedasto (Gastone) di Arras – Vescovo (6 febbraio)

Nacque nella seconda metà del sec V. a Perigueux o nella regione. Dopo aver lasciato i suoi genitori, un giorno si trova a Toul dove incontrò Clodoveo I. Il re desideroso di ricevere il battesimo gli chiese di istruirlo. Insieme si misero in cammino per Reims, dove san Remigio amministrò al re il battesimo. Nel 500 venne consacrato vescovo dello stesso Remigio. Ad Arras si svolse gran parte dell’episcopato di San Vedasto, dove si mise all’opera per organizzare la sua diocesi e procedette a numerose conversioni durante i suoi viaggi apostolici che estese fino a Cambresis . Mantenne per tutta la sua vita l’amicizia con Clodoveo e della regina Clotilde. Spirò il 6 febbraio 540 o 541 dopo quaranta anni di episcopato. Le sue reliquie sono venerate nella cattedrale di Arras.  
Emblema: Bastone pastorale
Martirologio Romano: Ad Arras nella Gallia belgica, oggi in Francia, San Vedasto, vescovo, che, mandato da san Remigio vescovo di Reims nella città devastata, catechizzò il re Clodoveo, ristabilì la Chiesa e la resse per circa quarant’anni e portò a termine l’opera di evangelizzazione presso i popoli ancora pagani della regione.
Il nome originale è il latino Vedastus, in francese Vaast, tramutato anche in Gaston, in italiano Gastone, trattasi di un francesismo.
Nativo della regione di Périgueux, nella seconda metà del secolo V, lasciò da giovane i suoi genitori e intraprese una vita ascetica; nei pressi di Toul incontrò casualmente il re Clodoveo I che dopo aver sconfitto i Germani, ritornava nel suo Paese.
Il re già desideroso di ricevere il battesimo, chiese a Vedasto di essere istruito nella religione cristiana e insieme proseguirono il viaggio per Reims, colà giunti, il vescovo San Remigio amministrò il Battesimo al re; alla sua partenza Clodoveo raccomandò il suo istruttore al vescovo, il quale conosciute le doti ascetiche, morali e teologiche di Vedasto, nell’anno 500 lo consacrò vescovo di Arras.
Questa città in un primo momento era stata saccheggiata dagli Unni e la popolazione, già cristiana perché evangelizzata nel IV secolo, si era dispersa, in seguito si era ripopolata ma i suoi abitanti  erano praticamente ritornati al paganesimo.
Il nuovo vescovo intraprese con coraggio la sua opera missionaria, riorganizzando la sua diocesi, convertendo numerosi fedeli nei suoi molti viaggi apostolici nel vastissimo territorio affidatagli.  
Restò amico del re Clodoveo e della regina Clotilde per tutta la vita e nel contempo operò sempre collegato a san Remigio che divenne il suo consigliere e guida.
Governò la diocesi per 40 anni, morì il 6 febbraio del 540 o 541.
Le notizie che lo riguardano, narranti svariati miracoli e prodigi da lui operati, si sono susseguite nei secoli con la stesura di ben tre ‘Vitae’ tutte influenzate dalla narrativa dell’epoca e dalla nazionalità degli estensori, quindi bisogna tenerne conto molto cautamente.
Il suo corpo ebbe molti spostamenti dovuti all’invasione normanna della città di Arras nel sec. IX, nel dicembre 880, la città fu incendiata e i suoi abitanti massacrati, le reliquie poterono però essere messe in salvo a Beauvais che era fortificata. I resti, nei secoli successivi restarono in possesso dell’abbazia di St.-Vaast fino alla Rivoluzione Francese, in quel periodo l’abbazia fu saccheggiata ma le reliquie restarono intatte; in seguito furono trasferite nella cattedrale di Arras, dove sono tuttora. Il suo culto sin dall’antichità è diffusissimo in tutta la Francia, viene riportato nelle litanie dei santi insieme a Sant' Amando, viene considerato il fondatore della sede episcopale di Arras, per cui ne è il patrono principale.   
Gastone proviene dal germanico ‘gastiz’ che vuol dire "straniero", in francese significa "abitante della Guascogna", molto usato nell’Ottocento ed in Francia.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Vedasto di Arras, pregate per noi.

*Altri Santi del giorno (6 febbraio)
*San
Giaculatoria - Santi tutti, pregate per noi.


 
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