Santi del 6 Maggio - Istituto Aveta

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Santi del 6 Maggio

Il mio Santo > I Santi di Maggio

*Beata Anna Rosa Gattorno (6 maggio)

Genova, 14 ottobre 1831 - Roma, 6 maggio 1900
Nata a Genova nel 1831 da famiglia agiata, a 21 anni si sposò e si trasferì a Marsiglia. Una serie di tracolli economici e disgrazie, culminate con la morte del marito, la segnarono profondamente. Così si fece strada una nuova vocazione. Sotto la guida del confessore, don Giuseppe Firpo, emise i voti come terziaria francescana.
Si dedicò ai poveri e ai figli delle operaie, mantenendo con sé anche i propri. A Piacenza iniziò una nuova famiglia religiosa, la Figlie di Sant'Anna, che subito (1878) andarono anche in missione. Collaborò con il vescovo Scalabrini nell'assistenza alle sordomute. Morì a Roma nel 1900. (Avvenire)
Martirologio Romano: A Roma, Beata Anna Rosa Gattorno, religiosa, che, madre di famiglia, rimasta vedova, si consacrò interamente al Signore e al prossimo e istituì le Figlie di Sant’Anna Madre di Maria Immacolata, adoperandosi in tutti i modi per i malati, gli infermi e l’infanzia abbandonata, nel volto dei quali contemplava Cristo povero.  
Nacque a Genova, il 14 ottobre 1831, da una famiglia di agiate condizioni economiche, di buon nome sociale e di profonda formazione cristiana. Fu battezzata lo stesso giorno, nella parrocchia di S. Donato, con i nomi di Rosa Maria Benedetta.
Nel padre Francesco e nella madre Adelaide Campanella, come gli altri loro cinque figli, trovò i primi essenziali formatori della sua vita morale e cristiana. A dodici anni ricevette la Cresima in S. Maria delle Vigne, dall'arcivescovo card. Placido Tadini.
Giovinetta, le fu impartita l'istruzione in casa, come era d'uso nelle famiglie fortunate del tempo. Di carattere sereno, amabile, aperto alla pietà e alla carità, e tuttavia fermo, seppe reagire altresì alla conflittualità del clima politico e anticlericale dell'epoca, che non risparmiò nemmeno alcuni componenti della famiglia Gattorno.
A 21 anni (5 novembre 1852), sposò il cugino Gerolamo Custo, e si trasferì a Marsiglia. Un imprevisto dissesto finanziario turbò ben presto la felicità della novella famiglia, costretta a far ritorno a Genova nel segno della povertà. Disgrazie ancor più gravi incombevano: la primogenita
Carlotta, colpita da un improvviso malore, rimase sordomuta per sempre; il tentativo di Gerolamo di far fortuna all'estero si concluse con un ritorno, aggravato da ferale malattia; la gioia degli altri due figli fu profondamente turbata dalla scomparsa del marito, che la lasciò vedova a meno di sei anni dalle nozze (9 marzo 1858) e, dopo qualche mese, dalla perdita dell'ultimo figlioletto.
L'incalzare di tante tristi vicende segnò, nella sua vita, un cambiamento radicale che lei chiamerà la sua "conversione" all'offerta totale di sé al Signore, al suo amore e all'amore del prossimo. Purificata dalle prove, e resa forte nello spirito, comprese il vero senso del dolore, e si radicò nella certezza della sua nuova vocazione.
Sotto la guida del confessore don Giuseppe Firpo, emise i voti privati perpetui di castità e di obbedienza nella festa dell'Immacolata 1858; in seguito anche di povertà (1861), nello spirito del Poverello di Assisi, quale terziaria francescana.
Nel 1862 ricevette il dono delle stimmate occulte, percepito più intensamente nei giorni di venerdì.
Già sposa fedele e madre esemplare, senza nulla sottrarre ai suoi figli – sempre teneramente amati e seguiti – in una maggiore disponibilità imparò a condividere le sofferenze degli altri, prodigandosi in apostolica carità: "mi dedicai con più fervore alle opere pie e a frequentare gli ospedali e i poveri infermi a domicilio, soccorrendoli con sovvenirli quanto potevo e servirli in tutto".
Le Associazioni cattoliche in Genova se la contesero, così che pur amando il silenzio e il nascondimento, fu notato da tutti il carattere genuinamente evangelico del suo tenore di vita.
Nel timore d'essere costretta ad abbandonare i figli, prega, fa penitenza, chiede consiglio. S. Francesco da Camporosso, cappuccino laico, pur mostrandosi trepidante per le gravi tribolazioni che le si profilano, la sostiene, incoraggiandola; similmente il Confessore e l'Arcivescovo di Genova.
Avvertendo però sempre più insistenti i suoi doveri di madre, volle l'autorevole conferma dalla parola stessa di Pio IX, nella segreta speranza di essere sollevata. Il Pontefice, nell'udienza del 3 gennaio 1866, le ingiunse invece di iniziare subito la fondazione. Accettò dunque di compiere la volontà del Signore.
Superate inoltre le resistenze dei parenti e abbandonate le opere di Genova, non senza dispiacere del suo Vescovo, diede inizio a Piacenza, alla nuova famiglia religiosa, che denominò definitivamente "Figlie di S.Anna, madre di Maria Immacolata" (8 dicembre 1866). Vestì l'abito religioso il 26 luglio 1867, e l'8 aprile 1870 emise la professione religiosa insieme a 12 Consorelle.
Nello sviluppo dell'Istituto fu collaborata dal P. Giovanni Battista Tornatore, dei Preti della Missione, il quale, espressamente richiestone, scrisse le Regole e fu poi ritenuto Confondatore dell'Istituto.
Affidata totalmente alla Provvidenza divina, e animata fin dal principio da un coraggioso slancio di carità, Rosa Gattorno diede inizio alla costruzione dell'Opera di Dio, come l'aveva chiamata il Papa, e come la chiamerà sempre anche lei eletta a cooperarvi, in spirito di dedizione materna, attenta e sollecita verso ogni forma di sofferenza e miseria morale o materiale, con l'unico intento di servire Gesù nelle sue membra doloranti e ferite, e di "evangelizzare innanzitutto con la vita".
Nacquero varie opere di servizio ai poveri e agli infermi di qualsiasi malattia, alle persone sole, anziane, abbandonate, ai piccoli e agli indifesi, alle adolescenti e alle giovani "a rischio", cui provvedeva a far impartire un'istruzione adeguata, e al successivo inserimento nel mondo del lavoro. A queste forme si aggiunse ben presto l'apertura di scuole popolari per l'istruzione ai figli dei poveri, e altre opere di promozione umano-evangelica, secondo i bisogni più urgenti del tempo, con una fattiva presenza nella realtà ecclesiale e civile: "Serve dei poveri e ministre di misericordia" chiamava le sue figlie; e le esortava ad accogliere come segno di predilezione del Signore il servizio ai fratelli, compiendolo con amore e umiltà: "Siate umili …, pensate che siete le ultime e le più miserabili di tutte le creature che prestano alla Chiesa il loro servizio …, e hanno la grazia di farne parte".
A meno di 10 anni dalla fondazione, l'Istituto ottenne il Decreto di Lode (1876) e l'approvazione definitiva, nel 1879. Per le Regole, si dovette attendere fino al 26 luglio 1892.
Molto stimata e apprezzata da tutti, collaborò a Piacenza anche con il vescovo, mons. Scalabrini, ora beato, soprattutto nell'Opera a favore delle Sordomute, da lui fondata.
Nel 1878, inviava già le prime Figlie di S.Anna in Bolivia, poi in Brasile, Cile, Perù, Eritrea, Francia, Spagna. A Roma, dove aveva iniziato l'opera sua dal 1873, organizzò scuole maschili e femminili per i poveri, asili nido, assistenza ai neonati figli delle operaie della Manifattura dei tabacchi, case per ex prostitute, donne di servizio, infermiere a domicilio ecc. Ivi sorse la Casa generalizia, con l'annessa chiesa.
In tutto, alla sua morte, 368 Case nelle quali svolgevano la loro missione 3500 Suore.
Così visse fino al febbraio del 1900, quando colpita da una grave influenza, si peggiorò rapidamente: il suo fisico, messo a dura prova da penitenze, frequenti estenuanti viaggi, fitta corrispondenza epistolare, preoccupazioni e grandi dispiaceri, non resse più. Il 4 maggio ricevette il Sacramento degli infermi, e due giorni dopo, il 6 maggio, alle ore 9, compiuto il suo pellegrinaggio terreno, si spense santamente nella Casa generalizia.
La fama di santità che già l'aveva circondata in vita, esplose in occasione della sua morte e crebbe, ininterrottamente, in tutte le parti del mondo.
Espressione di un singolare disegno di Dio, nella sua triplice esperienza di sposa e madre, vedova, e poi religiosa-Fondatrice, Rosa Gattorno ha ben onorato la dignità e il "genio della donna" nella sua missione al servizio della umanità e della diffusione del Regno. Pur sempre fedele alla chiamata di Dio, e autentica maestra di vita cristiana ed ecclesiale, rimase soprattutto essenzialmente madre: dei suoi figli, che costantemente seguì; delle Suore, che profondamente amò; e dei bisognosi, dei sofferenti e degli infelici, nel cui volto contemplò quello stesso di Cristo, povero, piagato, crocifisso.
Il suo carisma si è diffuso nella Chiesa col sorgere di altre forme di vita evangelica: Suore di vita contemplativa; Associazione religiosa Sacerdotale; Istituto secolare e Movimento ecclesiale di laici, attivamente operante nella Chiesa in quasi tutte le parti del mondo.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Anna Rosa Gattorno, pregate per noi.

  

*Beato Bartolomeo Pucci-Franceschi - Sacerdote Francescano (6 maggio)

Montepulciano, 6 maggio 1330
Martirologio Romano:
A Montepulciano in Toscana, Beato Bartolomeo Pucci-Franceschi, sacerdote dell’Ordine dei Minori, che, lasciati per amore di Dio la moglie, i figli e tutti i suoi beni, si fece poverello di Cristo.
Bartolomeo nacque a Montepulciano nella seconda metà del XIII secolo. Il Padre, Puccio di Francesco, aveva i due nomi del suo casato di cui si hanno notizie già nel secolo XII.
Di famiglia nobile, dunque, il Beato sposò la figlia del Capitano Tommaso del Pecora, Millia, da cui ebbe quattro figli. Possiamo immaginare una famiglia ideale che, sebbene vivesse nell’agiatezza, era attenta ad aiutare i poveri, soprattutto nei momenti di carestia.
Nel 1290, quando i figli raggiunsero la maggiore età, Bartolomeo poté abbracciare la vocazione religiosa entrando nel nell’Ordine dei Frati Minori del convento cittadino di S. Francesco. Da ricco si fece povero, per amore di Cristo, e se molti lo ammiravano dovette però sopportare il disprezzo di quanti lo consideravano un pazzo. Soprattutto i ragazzi, per strada, lo fecero più volte bersaglio di insulti. Seguendo il suo esempio anche la moglie fece in seguito voto di castità.
L’umile francescano condusse il resto della sua esistenza tra preghiere, visioni della Madonna e degli angeli. Considerato dai suoi concittadini un’anima eletta, operò ancora in vita alcuni miracoli. Fra Bartolomeo morì, molto anziano, il 6 maggio 1330.
Sepolto nella chiesa del convento, le due chiavi dell’urna, per secoli, furono custodite sia dal frate guardiano che dai discendenti della sua famiglia. Le reliquie furono poi trasferite, nel 1930, nella chiesa di Sant' Agostino in cui si trovano tuttora. Il 24 giugno 1880 Papa Leone XIII ne aveva confermato il culto “ab immemorabili”. L’esempio del Beato Bartolomeo è singolare, conciliò infatti durante la sua vita le diverse vocazioni dell’uomo: di sposo, di genitore e di religioso consacrato a Dio.
Preghiera
Prostrati innanzi all’urna che raccoglie le tue spoglie gloriose,
o Beato Bartolomeo, noi ti imploriamo.

Tu che, attratto dal sublime ideale del Poverello d’Assisi,
rinunciasti coraggiosamente alle brillanti attrattive del mondo,
alle gioie della famiglia e ad una comoda posizione sociale
e, rivestito dell’abito francescano,
nella solitudine del chiostro cittadino ascendesti di virtù in virtù,
segnalate da celesti favori,
fino a che, consumato dall’amore del Divino Crocifisso,
chiudesti la tua lunga esistenza terrena
per salire al premio dei Beati nella gloria immortale,
infondi nelle anime nostre il coraggio delle cristiane virtù,
salvaci dagli errori e dagli orrori della colpa
ed in particolare ottienici da Dio quella grazia
per la quale ricorriamo alla tua valida intercessione.
Amen.
(Autore: Daniele Bolognini - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Bartolomeo Pucci-Franceschi, pregate per noi.  

    

*Santa Benedetta di Roma - Vergine (6 maggio)

sec. VI
Martirologio Romano:
A Roma, Santa Benedetta, vergine, che, monaca, come racconta il Papa Gregorio Magno, trovò pace in Dio, come ella stessa aveva chiesto, trenta giorni dopo la morte di Santa Galla, dalla quale era amata più di tutte le altre.
È commemorata il 6 maggio nel Martirologio Romano, dove fu introdotta dal Baronio. Le poche notizie che la riguardano sono riferite da Gregorio Magno, che la ricorda come compagna di santa Galla nel monastero fondato da quest'ultima a Roma, presso San Pietro.
Benedetta morì trenta giorni dopo Galla, come le aveva predetto l'apostolo Pietro, apparsole in una visione.
(Autore: Alfonso Codaghengo - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Secondo alcuni documenti ufficiali, si conosce che Santa Benedetta ha vissuto nella città di Roma, intorno al quinto secolo dopo Cristo. Sin da bambina la futura santa sente di voler dedicare la propria vita a Dio.
La giovane diventa una seguace della religione cristiana. Ad un tratto, la ragazza sceglie di farsi monaca e di entrare in convento.
La famiglia dapprima non è d'accordo con la scelta di Santa Benedetta, ma poi appoggia la sua decisione. La donna prende i voti ed entra a far parte di un monastero, situato accanto all'antica Basilica di San Pietro nella città del Vaticano. Santa Benedetta trascorre le sue giornate pregando e compiendo tante opere sante.
La monaca si sottopone anche a dei rigidi digiuni. Durante il suo soggiorno nel monastero presso San Pietro, Santa Benedetta fa amicizia con santa Galla. Il legame tra le due è molto forte. Santa Galla muore intorno al 550 dopo Cristo per un cancro al seno, mentre Santa Benedetta incontra la morte trenta giorni dopo la sua amica, proprio come le aveva predetto san Pietro durante una visione.
Dopo la scomparsa della monaca, quest'ultima è stata nominata santa dalla Chiesa Cattolica e la sua festa ricade il 6 Maggio di ogni anno. I suoi resti si trovano nella Cappella della Pietà della Basilica dei Ss. XII Apostoli. Il 21 Febbraio, durante la festa di San Sabino e di San Clemente, la testa di Santa Benedetta viene anche esposta. È notizia certa comunque che una parte del corpo della suora si trovi in un posto ben preciso. Questo luogo è la Chiesa di Santa Caterina in Borgo.
Santa Benedetta è una delle patrone della città di Roma.
In questo comune, il 6 Maggio di ogni anno, molti pellegrini si recano nella Basilica dei Ss. XII Apostoli per rendere omaggio alla monaca, che riposa appunto nella Cappella della Pietà. Viene celebrata anche una Messa, in cui si ricordano le virtù gloriose di santa Benedetta e il suo indissolubile legame con santa Galla, che fu talmente forte che le due morirono a pochi giorni di distanza. Il 6 Maggio, in onore di Santa Benedetta, si organizzano anche delle piccole sagre, in cui si possono mangiare l'abbacchio e la carbonara.
La città di Roma è il capoluogo della Regione Lazio e la Capitale d'Italia, con quasi 3 milioni di abitanti. Il suo centro storico insieme con i territori della Santa Sede sono stati nominati Patrimoni dell'Umanità da parte dell'Unesco. Roma ospita al suo interno un altro Stato, che è appunto la Città del Vaticano, dove risiede il Papa. Tra le architetture religiose più importanti, che hanno sede a Roma, ci sono la Basilica di San Pietro, con l'inconfondibile cupola realizzata da Michelangelo, la Chiesa di San Giovanni in Laterano e il Pantheon.
A Roma c'è anche il Colosseo, che è il più grande anfiteatro del mondo, la fontana di Trevi, con la grande statua di Oceano, e il palazzo del Quirinale, dove risiede il Presidente della Repubblica. La Capitale è famosa anche per le sue Piazze, la più conosciuta delle quali è soprattutto Piazza di Spagna, con la sua bellissima scalinata. A Roma ci sono i Fori Imperiali, che sono uno dei siti archeologici più rinomati nel mondo e tanti musei come ad esempio il MAXXI.

Giaculatoria - Santa Benedetta di Roma, pregate per noi.

 

*Beata Caterina Troiani - Fondatrice (6 maggio)
Giuliano di Roma (Fr), 19 gennaio 1813 - Il Cairo (Egitto), 6 maggio 1887
Martirologio Romano:
Al Cairo in Egitto, Beata Maria Caterina Troiani, vergine del Terz’Ordine di San Francesco, che, mandata dall’Italia in Egitto, vi fondò la nuova famiglia delle Suore Francescane Missionarie.
Quando mi sono accinto a mettere insieme queste notizie biografiche sull’Opera e sulla spiritualità di madre Caterina Troiani, non ho potuto fare a meno di pensare che questo nome è stato portato da tante sante e beate, gloria e vanto di tante città (ne ho contato una trentina, più dodici con processi per la beatificazione in corso).
Costanza Troiani, questo il suo nome di battesimo, nacque il 19 gennaio 1813 a Giuliano di Roma, che curiosamente, nonostante il suo nome romano, è invece in provincia di Frosinone.
Terza dei quattro figli di Tommaso Troiani e di Teresa Panici Cantoni, genitori benestanti; nacque e visse la sua infanzia nel periodo napoleonico, nel quale un anno dopo la sua nascita (nel 1814) veniva liberato il Papa Pio VII, prigioniero di Napoleone a Fontainebleau.
La sofferenza si affacciò ben presto nella sua vita, quando aveva appena sei anni, rimase orfana della madre e quindi il 18 luglio 1816 per l’interessamento del vescovo di Ferentino, Patrignani, venne accolta nel Conservatorio delle Monache della Carità, sotto la Regola di S. Chiara, esistente a Ferentino come Scuola Pia dal 1803.
Qui Costanza Troiani crebbe in questo ambiente detto delle ‘Monachelle’, in cui si osservava una clausura vescovile, si viveva la spiritualità francescana e in cui le suore si dedicavano all’educazione e promozione delle ragazze, sia interne che esterne al Conservatorio.
Si edificava con la lettura delle Vite dei Santi, con una assidua preghiera e con il leggere pubblicazioni sulle attività missionarie che gradiva particolarmente.
A sedici anni, l’8 dicembre 1829 vestì l’abito religioso delle Monache dello stesso Istituto, cambiando il nome in Maria Caterina di Santa Rosa da Viterbo ed emettendo i voti un anno dopo il 16 dicembre 1830, già dopo la vestizione, il vescovo l’abilitò all’insegnamento e dopo la professione divenne segretaria.
Carica che le venne confermata dalla neo eletta badessa madre Maria Aloisia Castelli, per suo incarico, impiantò un archivio e scrisse la Cronaca degli avvenimenti principali del Monastero, a partire dall’anno della fondazione 1803 e fino al 1857.
È in prima linea a fianco della badessa nel difendere la fisionomia francescana e di clausura del monastero, sempre in bilico con il susseguirsi dei vescovi; e nell’opera di ottenere per l’Istituto l’approvazione pontificia; lei e madre Castelli la superiora, si recarono anche a Roma in due periodi di vari mesi.
Finalmente la sospirata e sofferta approvazione pontificia delle Costituzioni, arrivò il 17 giugno 1842; rieletta badessa nel 1843 madre Aloisia Castelli, Maria Caterina Troiani ne divenne la camerlenga, in pratica l’amministratrice.
Trascorrono nella pace e nel fervore dell’Istituzione delle Suore della Carità di S. Chiara, altri undici anni, in cui suor Caterina Troiani, affina la sua spiritualità, coltivando nel suo cuore una nuova chiamata, quella di rendersi disponibile per l’annuncio del Vangelo, a popoli al di là del mare italiano, allora si diceva: “al popolo d’oltremare” volendo indicare i popoli dell’Africa Settentrionale; tutto questo mentre si batteva per consolidare la struttura claustrale dell’Istituzione.
Nel 1852 arriva una richiesta personale del Vicario apostolico d’Egitto mons. Guasco, tramite il confessore delle monache padre Giuseppe Modena, reduce da una predicazione in quello Stato, di aprire al Cairo un monastero della Congregazione, sotto la dipendenza della Custodia di Terra
Santa, con inizialmente due, tre suore di Ferentino, con lo scopo di dare un’educazione ed istruzione a fanciulle specie se povere, di qualsiasi colore, nazione e religione e per aprire anche una chiesa cattolica al rione dell’Esbekie.
Ma solo il 19 marzo 1858, dopo aver superate tantissime difficoltà, provenienti da ogni parte e con il consenso di tutte le autorità ecclesiastiche, si riesce a comprare la Casa Keldani al Cairo; madre Troiani è sempre in prima linea, battagliera, convinta dell’impresa, che veniva incontro alle sue segrete aspirazioni.
E così la superiora Castelli, madre Caterina Troiani ed altre tre suore di Ferentino, lasciano il monastero il 25 agosto 1859; il 4 settembre con la benedizione di papa Pio IX s’imbarcano a Civitavecchia, accompagnate da padre Giuseppe Modena.
Arrivate a Malta trovano la notizia che mons. Guasco, il delegato apostolico d’Egitto, che le aveva richieste e attendeva, era morto improvvisamente, suor Caterina rincuora le suore avvilite e le esorta a proseguire e quindi il 14 settembre 1859 le sei suore arrivano al Cairo, accolte da alcune persone precedentemente incaricate dal defunto vescovo; vengono condotte nella loro nuova casa di Clot Bey nel Cairo Nuovo, la loro prima tappa però sarà la chiesa cattolica del Muski, la loro parrocchia, gestita dai francescani che le accolgono con il canto del “Te Deum”.
Quasi subito la madre superiora Castelli, che guidava il gruppo, viene colpita da una malattia, che le appanna le facoltà intellettuali e suor Maria Caterina si ritrova a portare il peso delle opere missionarie, che si erano fruttuosamente avviate, come quella delle ‘morette’ e dei ‘trovatelli’ e la scuola con educandato che aveva visto aumentare le iscrizioni.
Le attività proseguirono mentre arrivò il nuovo delegato apostolico mons. Vujcic, il quale sostituì l’ammalata superiora con madre Caterina Troiani e nel contempo non ritenendo adatte le Costituzioni portate da Ferentino, scrive lui stesso un regolamento per la Comunità.
Il vescovo di Ferentino e le claustrali non accettarono la situazione e pertanto richiamarono le suore in Italia, adducendo vari motivi; a questo punto suor Caterina e le altre, già impegnate anima e corpo nell’attività missionaria, decidono di aderire alle disposizioni di mons. Vujcic e nel 1863 Caterina viene eletta superiora della Comunità ormai cresciuta in numero di suore e nonostante i suoi tentativi di riappacificazione, toccò proprio a lei sancire la separazione dal monastero d’origine.
Nel 1868 dopo vari accordi fra le autorità preposte, l’Ordine dei Frati Minori e la Congregazione di Propaganda Fide, la nuova Istituzione viene costituita canonicamente con il nome di Terziarie Francescane del Cairo; in seguito si chiameranno Suore Francescane Missionarie d’Egitto e poi dal 1950 prenderanno il nome di Suore Francescane Missionarie del Cuore Immacolato di Maria.
Madre Caterina Troiani sarà Madre Superiora Generale fino alla morte nel 1887. In tutti gli anni che guidò la nuova Fondazione allargò la sua Opera con nuove Case per l’assistenza e l’educazione delle infelici morette, concretatosi nella “Vigna di S. Giuseppe” per l’infanzia abbandonata; non si arrese davanti alle difficoltà continue, nemmeno quando i delegati apostolici avevano in animo di sostituire le francescane con suore di altri Ordini, superò le necessità per la conduzione e l’ingrandimento della Casa di Clot-Bey e per la costruzione di nuove, ricorrendo alla questua francescana presso i potenti della zona, sebbene di religione musulmana come il pascià vice-re del Cairo, il sultano di Costantinopoli e presso l’imperatore Francesco Giuseppe d’Austria.
Nel 1879 l’istituzione contava già sette Case sparse in Egitto, di cui due al Cairo e in cui alle numerose allieve delle Scuole e alle orfanelle ‘morette’ si insegnava l’arabo, l’italiano e il francese; inoltre i lavori tipicamente femminili, geografia, storia, aritmetica, pianoforte e canto; usando nell’insegnamento una prudenza encomiabile essendo fanciulle di diverse religioni; ancora vivente madre Caterina si aprirono altre Case a Gerusalemme, Malta, Roma, Montefiascone, Bormio, Milano.
Nei nostri tempi l’Opera si è diffusa in tutto il mondo, dagli USA al Brasile, dalla Cina all’Africa. Il suo zelo apostolico e la sua carità si esplicò soprattutto nelle due opere missionarie e sociali del Riscatto delle Morette, iniziata il 30 novembre 1860, in collaborazione con i due sacerdoti antischiavisti, don Olivieri e don Versi e quella dei trovatelli, iniziata il 1° gennaio 1872; di queste povere neonate ‘morette’ o fanciulle piccole abbandonate alla nascita o destinate negli ‘harem’ turchi, madre Caterina Troiani le accoglierà, dopo averle ricercate in tutti i modi, le alleverà pagando le balie, sistemerà quelle sopravvissute ai disagi; alla sua morte ne avrà salvate 1574.
La sua spiritualità, modellatasi in ambiente semiclaustrale, con spiccate note devozionali al S. Cuore, alle feste mariane, al patrocinio di s. Giuseppe, agli Angeli Custodi, a s. Francesco d’Assisi stigmatizzato, fu intonata a severe osservanze regolari, si allargò a più larghe visuali della carità evangelica apostolica, esercitata con felici riflessi sociali.
Nonostante il suo costante impegno di celare i doni naturali e soprannaturali di cui era stata arricchita dal Signore, si distinse dalle altre religiose nella pratica di tutte le virtù, tanto da imporsi loro come modello.
Concluse la sua laboriosa vita terrena il 6 maggio 1887 a 74 anni, venendo sepolta nel cimitero latino del Cairo, tra il compianto unanime di cristiani e di musulmani, da loro e dalle ‘morette’ chiamata la “Mamma bianca”, una grande folla partecipò ai solenni funerali.
La sua salma fu poi trasferita nella cappella di Clot-Bey e dal 3 novembre 1967 è nella chiesa del Cuore Immacolato di Maria, annessa alla Casa generalizia di Roma. La sua fama di santità, aggiunta alla grande stima dimostratale dalle autorità civili egiziane, dai diplomatici e governanti europei, dalle benevolenze per lei e per le sue suore dei pontefici Pio IX e Leone XIII, furono determinanti per l’introduzione della causa per la sua canonizzazione, a partire dal 1937. È stata beatificata il 14 aprile 1985 da papa Giovanni Paolo II, la sua celebrazione liturgica è al 6 maggio.
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Caterina Troiani, pregate per noi.


*Sant'Edberto di Lindisfarne - Vescovo (6 maggio)
† 6 maggio 698

Martirologio Romano: A Lindisfarne in Northumbria, nell’odierna Inghilterra, Sant’Edberto, vescovo, che succedette a San Cutberto e rifulse per la conoscenza delle Scritture, l’osservanza dei precetti divini e soprattutto la generosità nelle elemosine.
Dopo essere stato monaco a Lindisfarne, successe al vescovo San Cutberto nel 688. Beda lo dice «magnarum virtutum vir et in Scripturis notabilità eruditus».
Si distinse pure per le generose elemosine che faceva ai poveri, ai quali distribuiva ogni anno una parte della decima dei quadrupedi, dei cereali, dei pani e dei vestiti. Il 20 marzo 698, dopo aver chiesto il suo consenso, alcuni monaci levarono da terra il corpo di san Cutberto, che, trovato intatto, fu collocato in un’urna ed esposto alla venerazione dei fedeli.
Egli era solito passare la Quaresima e un Avvento di quaranta giorni lontano dal monastero, in un luogo solitario circondato da ogni parte dalle acque, «e in magna continentiae, orationis et lacrymarum devotione».
La chiesa di Lindisfarne era stata costruita da San Finano con legno di quercia e canne; Edberto sostituì le canne con lamine di piombo, rendendo l’edificio più solido e più bello.
Morì il 6 maggio dello stesso 698, longa exscoctus aegritudine, come aveva chiesto al Signore, e il suo corpo fu posto in un’urna sopra il sepolcro di San Cutberto.
Operò molti miracoli dopo la morte; la sua festa si celebra il 6 maggio.

(Autore: Pietro Burchi – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Edberto di Lindisfarne, pregate per noi.  

 

*Beati Edoardo Jones e Antonio Middleton - Martiri (6 maggio)
m. 1590
Martirologio Romano:

A Londra in Inghilterra, Beati Edoardo Jones e Antonio Middleton, sacerdoti e martiri, che sotto la regina Elisabetta I per il loro sacerdozio furono appesi alla forca alle porte delle loro abitazioni e poi fatti a pezzi con la spada.  
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beati Edoardo Jones e Antonio Middleton, pregate per noi.


*Beati Enrico Kaczorowski e Casimiro Gostynski - Sacerdoti e Martiri (6 maggio)
Scheda del Gruppo a cui appartengono:
“Beati 108 Martiri Polacchi”
+ Dachau, Germania, 6 maggio 1942

Questi due sacerdoti polacchi condivisero il martirio nel campo di concentramento tedesco di Dachau il 6 maggio 1942, vittime del nazismo. Furono beatificati da Giovanni Paolo II a Varsavia (Polonia) il 13 giugno 1999 con altri 106 martiri polacchi.
Il Beato Enrico Kaczorowski è tra i 108 martiri polacchi beatificati da Giovanni Paolo II nel 1999 a Varsavia: tutti vittime dell'odio nazista.
Enrico Kaczorowski nacque il 10 ottobre 1888 a Briezwienna, in Polonia; a 20 anni entrò nel
seminario di Wloclawek; dal 1913 frequentò l'Accademia di Teologia di Pietroburgo dove venne ordinato sacerdote il 13 giugno 1914.
A causa della Prima Guerra Mondiale, poté riprendere gli studi solo nel 1918 divenendo dottore in Teologia nel 1922. Ritornato a Wloclawek ebbe l'incarico di docente di teologia morale presso il Seminario e di direttore del liceo vescovile.
Fu redattore della rivista «Ateneo Sacerdotale» e dal 1928 in poi fu rettore del Seminario.
Dopo lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, benché la città fosse stata occupata dai tedeschi, rimase nel Seminario.
E qui venne arrestato il 7 novembre 1939, portato nel campo di concentramento di Lad e poi nell'aprile 1941 nel campo di concentramento di Dachau. Sfinito nel fisico, fu assegnato al cosiddetto «blocco invalidi». Il 6 maggio 1942 venne condotto alla camera a gas. (Avvenire)
Martirologio Romano: Vicino a Monaco di Baviera in Germania, Beati Enrico Kaczorowski e Casimiro Gostyński, sacerdoti e martiri, che, deportati durante l’occupazione militare della Polonia da parte di persecutori dell’umana dignità, nel campo di prigionia di Dachau in una camera a gas persero la vita per la fede in Cristo.
Papa Giovanni Paolo II ha beatificato il 13 giugno 1999 a Varsavia, durante il suo settimo viaggio apostolico in Polonia, 108 martiri vittime della persecuzione contro la Chiesa polacca, scaturita durante l’occupazione nazista tedesca, dal 1939 al 1945.
L’odio razziale operato dal nazismo, provocò più di cinque milioni di vittime tra la popolazione civile polacca, fra cui molti religiosi, sacerdoti, vescovi e laici impegnati cattolici.
Fra i tanti si è potuto, in base alle notizie raccolte ed alle testimonianze, istruire vari processi per la beatificazione di 108 martiri, il primo processo fu aperto il 26 gennaio 1992 dal vescovo di Wloclawek, dove il maggior numero di vittime subì il martirio; in questo processo confluirono poi altri e il numero dei Servi di Dio, inizialmente di 92 arrivò man mano a 108.
Diamo qualche notizia numerica di essi, non potendo riportare in questa scheda tutti i 108 nomi. Il numeroso gruppo di martiri è composto da quattro gruppi principali, distinti secondo gli stati di vita: vescovi, clero diocesano, famiglie religiose maschili e femminili e laici; appartennero a 18 diocesi, all’Ordinariato Militare ed a 22 famiglie religiose.
Tre sono vescovi, 52 sono sacerdoti diocesani, 3 seminaristi, 26 sacerdoti religiosi, 7 fratelli professi, 8 religiose, 9 laici. Subirono torture, maltrattamenti, imprigionati, quasi tutti finirono i loro giorni nei campi di concentramento, tristemente famosi di Dachau, Auschwitz, Sutthof, Ravensbrück, Sachsenhausen; subirono a seconda dei casi, la camera a gas, la decapitazione, la fucilazione, l’impiccagione o massacrati di botte dalle guardie dei campi. La loro celebrazione religiosa è singola, secondo il giorno della morte di ognuno.
Fra loro ci fu il sacerdote Enrico Kaczorowski, che nacque il 10 ottobre 1888 a Briezwienna, distretto di Kolo in Polonia; a 20 anni entrò nel seminario di Wloclawek; nel 1913 prese a perfezionarsi negli studi di teologia all’Accademia di Teologia di Pietroburgo dove venne ordinato sacerdote il 13 giugno 1914. A causa della Prima Guerra Mondiale, poté riprendere gli studi solo nel 1918 divenendo dottore in Teologia nel 1922.
Ritornato a Wloclawek ebbe l’incarico di docente di teologia morale presso il Seminario e inoltre quello di direttore del liceo vescovile. Fu redattore della rivista ‘Ateneo Sacerdotale’ e dal 1928 in poi fu Rettore del Seminario; unanimemente considerato un modello di spiritualità sacerdotale, era un uomo di Dio e della Chiesa.
Dopo lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, avvenuto con l’invasione della Polonia da parte dei nazisti il 1° settembre 1939 e benché la città fosse stata occupata dai tedeschi, rimase nel Seminario insieme ad altri professori per continuare l’insegnamento.
E qui venne arrestato il 7 novembre 1939, portato nel campo di concentramento di Lad e poi nell’aprile 1941 nel campo di concentramento di Dachau.
Sfinito nel fisico, fu assegnato al cosiddetto “blocco invalidi” e quindi secondo la perversa logica di quei campi, il 6 maggio 1942 venne condotto alla camera a gas, dove morì lo stesso giorno.
Prima di essere condotto alla morte disse agli amici: “Prendiamo dalle mani di Dio quel che ci tocca. Pregate per noi, per farci rimanere forti e anche noi pregheremo per voi lassù. Dio sia con voi!”.

Questo l'elenco completo dei 108 martiri:
- Adam Bargielski
- Aleksy Sobaszek
- Alfons Maria Mazurek
- Alicja Maria Jadwiga Kotowska
- Alojzy Liguda
- Anastazy Jakub Pankiewicz
- Anicet Koplinski
- Antoni Beszta-Borowski
- Antoni Julian Nowowiejski
- Antoni Leszczewicz
- Antoni Rewera
- Antoni Swiadek
- Antoni Zawistowski,
sacerdote (1882-1942 KL Dachau)
- Boleslaw Strzelecki, sacerdote (1896-1941, Germania Auschwitz)
- Bronislaw Komorowski, sacerdote (1889-22.3.1940 KL Stutthof)
- Bronislaw Kostkowski, studente (1915-1942 KL Dachau)
- Brunon Zembol, religioso (1905-1922 KL Dachau)
- Czeslaw Jozwiak (1919-1942 prigione Dresden),
- Dominik Jedrzejewski, sacerdote (1886-1942 KL Dachau)
- Edward Detkens, sacerdote (1885-1942 KL Dachau)
- Edward Grzymala, sacerdote (1906-1942 KL Dachau)
- Edward Kazmierski (1919-1942 prigione in Dresden),
- Edward Klinik (1919-1942 prigione in Dresden),
- Emil Szramek, sacerdote (1887-1942 KL Dachau)
- Ewa Noiszewska, religiosa (1885-1942, Góra Pietrelewicka in Slonim)
- Fidelis Chojnacki, religioso (1906-1942 KL Dachau)
- Florian Stepniak, religioso, sacerdote (1912-1942 KL Dachau)
- Franciszek Dachtera, sacerdote (1910-23.8.1942 KL Dachau)
- Franciszek Drzewiecki, religioso, sacerdote (1908-1942 KL Dachau)
- Franciszek Kesy (1920-1942 prigione in Dresden),
- Franciszek Rogaczewski, sacerdote (1892-11.1.1940)
- Franciszek Roslaniec, sacerdote (1889-1942 KL Dachau)
- Franciszek Stryjas, padre di famiglia, (1882-31.7.1944 prigione Kalisz)
- Grzegorz Boleslaw Frackowiak, religioso (1911-1943 ucciso in Dresden)
- Henryk Hlebowicz, sacerdote (1904-1941 Borysewo)
- Henryk Kaczorowski, sacerdote (1888-1942 KL Dachau)
- Henryk Krzysztofik, religioso, sacerdote (1908-1942 KL Dachau)
- Hilary Pawel Januszewski, religioso, sacerdote (1907-1945 KL Dachau)
- Jan Antonin Bajewski, religioso, sacerdote (1915-1941 KL Auschwitz)
- Jan Nepomucen Chrzan, sacerdote (1885-1942 KL Dachau)
- Jarogniew Wojciechowski (1922-1942 prigione in Dresden).
- Jerzy Kaszyra, religioso, sacerdote (1910-1943, in Rosica),
- Jozef Achilles Puchala, religioso, sacerdote (1911-1943)
- Jozef Cebula, religioso, sacerdote (1902-1941 KL Mauthausen)
- Jozef Czempiel, sacerdote (1883-1942 KL Mauthausen)
- Jozef Innocenty Guz, religioso, sacerdote (1890-1940 KL Sachsenhausen)
- Jozef Jankowski, religioso,sacerdote, (1910 -16.10.1941, Auschwitz)
- Jozef Kowalski
- Jozef Kurzawa,
sacerdote (1910-1940)
- Jozef Kut, sacerdote (1905-1942 KL Dachau)
- Jozef Pawlowski, sacerdote (1890-9.1.1942 KL Dachau)
- Jozef Stanek, religioso, sacerdote (1916-23.9.1944, morto a seguito delle torture in Varsavia)
- Jozef Straszewski, sacerdote (1885-1942 KL Dachau)
- Jozef Zaplata, religioso (1904-1945 KL Dachau)
- Julia Rodzinska, religiosa (1899-20.2.1945 Stutthof);
- Karol Herman Stepien, religioso, sacerdote (1910-1943)
- Katarzyna Celestyna Faron, religiosa (1913-1944 KL Auschwitz)
- Kazimierz Gostynski, sacerdote (1884-1942 KL Dachau)
- Kazimierz Grelewski, sacerdote (1907-1942 KL Dachau)
- Kazimierz Sykulski, sacerdote (1882-1942 KL Auschwitz)
- Krystyn Gondek, religioso, sacerdote (1909-1942)
- Leon Nowakowski, sacerdote (1913-1939)
- Leon Wetmanski (1886-1941, Dzialdowo), vescovo
- Ludwik Gietyngier
- Ludwik Mzyk,
religioso, sacerdote (1905-1940)
- Ludwik Pius Bartosik, religioso, sacerdote (1909-1941 KL Auschwitz)
- Maksymilian Binkiewicz, sacerdote (1913-24.7.1942, Dachau)
- Marcin Oprzadek, religioso (1884-1942 KL Dachau)
- Maria Antonina Kratochwil, religiosa (1881-1942)
- Maria Klemensa Staszewska, religiosa (1890-1943 KL Auschwitz)
- Marian Gorecki, sacerdote (1903-22.3.1940 KL Stutthof)
- Marian Konopinski, sacerdote (1907-1.1.1943 KL Dachau)
- Marian Skrzypczak, sacerdote (1909-1939 in Plonkowo)
- Marianna Biernacka (1888-1943),
- Marta Wolowska, religiosa (1879-1942, Góra Pietrelewicka in Slonim)
- Michal Czartoryski, religioso, sacerdote (1897-1944)
- Michal Ozieblowski, sacerdote (1900-1942 KL Dachau)
- Michal Piaszczynski, sacerdote (1885-1940 KL Sachsenhausen)
- Michal Wozniak, sacerdote (1875-1942 KL Dachau)
- Mieczyslaw Bohatkiewicz, sacerdote (1904-4.3.1942 shot in Berezwecz)
- Mieczyslawa Kowalska, religiosa (1902-1941 KL Dzialdowo)
- Narcyz Putz, sacerdote (1877-1942 KL Dachau)
- Narcyz Turchan, religioso, sacerdote (1879-1942 KL Dachau)
- Natalia Tulasiewicz (1906-31.3.1945 Ravensbrück),
- Piotr Bonifacy Z|ukowski, religioso (1913-1942 KL Auschwitz)
- Piotr Edward Dankowski, sacerdote (1908-3.4.1942 KL Auschwitz)
- Roman Archutowski, sacerdote (1882-1943 KL Majdanek)
- Roman Sitko, sacerdote (1880-1942 KL Auschwitz)
- Stanislaw Kubista, religioso, sacerdote (1898-1940 KL Sachsenhausen)
- Stanislaw Kubski, religioso, sacerdote (1876-1942 KL Dachau)
- Stanislaw Mysakowski, sacerdote (1896-1942 KL Dachau)
- Stanislaw Pyrtek, sacerdote (1913-4.3.1942 Berezwecz)
- Stanislaw Starowieyski, padre di famiglia (1895-13.4.1940/1 KL Dachau)
- Stanislaw Tymoteusz Trojanowski, religioso (1908-1942 KL Auschwitz)
- Stefan Grelewski, sacerdote (1899-1941 KL Dachau)
- Symforian Ducki, religioso (1888-1942 KL Auschwiitz)
- Tadeusz Dulny, seminarita (1914-1942 KL Dachau)
- Wincenty Matuszewski, sacerdote (1869-1940)
- Wladyslaw Bladzinski, religioso, sacerdote (1908-1944)
- Wladyslaw Demski, sacerdote (1884-28.5.1940, Sachsenhausen)
- Wladyslaw Goral, (1898-1945 KL Sachsenhausen), vescovo
- Wladyslaw Mackowiak, sacerdote (1910-4.3.1942 Berezwecz)
- Wladyslaw Maczkowski, sacerdote (1911-20.8.1942 KL Dachau)
- Wladyslaw Miegon, sacerdote, (1892-1942 KL Dachau)
- Wlodzimierz Laskowski, sacerdote (1886-1940 KL Gusen)
- Wojciech Nierychlewski, religioso, sacerdote (1903-1942 KL Auschwitz)
- Zygmunt Pisarski, sacerdote (1902-1943)
- Zygmunt Sajna, sacerdote (1897-1940 Palmiry)
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beati Enrico Kaczorowski e Casimiro Gostynski, pregate per noi.


*Beato Francesco de Montmorency-Laval - Vescovo di Québec (6 maggio)

Montigny-sur-Avre, Chartres, 30 aprile 1623 – Québec, 6 maggio 1708
Nato a Montigny-sur-Avre nel 1623 in una delle famiglie più in vista della Francia, Francesco de Montmorency-Laval fu ordinato prete nel 1647 e operò come vicario generale di Evreux. Sei anni dopo venne designato come amministratore apostolico del Tonchino. Ma non vi andò mai per divergenze politiche delle potenze coloniali.
Si mise allora a disposizione delle missioni canadesi. Consacrato vescovo e nominato nel 1658 Vicario apostolico della Nuova Francia, in Canada si mise subito al lavoro per quella Chiesa: sorsero parrocchie, ospedali, scuole.
Per l'educazione fondò la Congregazione femminile di Notre Dame. Difese gli indigeni e restò fedele a Roma nonostante le spinte di chi voleva una Chiesa nazionale sul modello gallicano. Divenuto vescovo della neonata diocesi del Quebec nel 1670, si ritirò per motivi di salute dieci anni dopo. Morì nel 1708. È beato dal 1980. (Avvenire)
Martirologio Romano: A Québec in Canada, Beato Francesco de Montmorency-Laval, vescovo, che istituì in questa città la sede episcopale e per circa cinquant’anni si dedicò con tutto se stesso a consolidare e accrescere la Chiesa in un’ampia area dell’America settentrionale fino al golfo del Messico.
É il quarto Beato, proclamato da papa Giovanni Paolo II dall’inizio del suo pontificato. Francesco de Montmorency-Laval nacque in una delle maggiori famiglie di Francia, il 30 aprile 1623 a Montigny-sur-Avre, nella diocesi di Chartres; i suoi genitori Hugo de Laval e Michaela de Pericord lo educarono ad una vita con solidi principi cristiani.
Continuò gli studi presso i Gesuiti nel Collegio di La Flèche, dove nel 1631 si iscrisse alla Congregazione Mariana e ricevette la tonsura, perché a contatto con i missionari che tornavano dall’estero, decise di scegliere la vita religiosa.
Nel 1635 un anno dopo la morte del padre, fu nominato canonico di Évreux dal vescovo, suo zio. Per dare seguito alla sua vocazione sacerdotale, entrò nel Collegio di Clermont a Parigi, dove
completò gli studi di teologia, ma a seguito della morte dei suoi due fratelli maggiori nel 1645, fu costretto ad occuparsi degli affari di famiglia, essendone diventato il capo.
Fu per questo ordinato sacerdote il 1° maggio 1647 e svolse il suo ministero sacerdotale a Parigi; nell’anno successivo fu nominato arcidiacono di Évreux (Vicario generale) iniziando subito una serie di visite nella diocesi.
Nel 1652 ritornò in Francia il gesuita padre Alessandro de Rhodes, per cercare sacerdoti disposti ad andare nel lontano Oriente, e nel 1653 il Consiglio della Regina, del quale faceva parte anche s. Vincenzo de Paoli (1551-1660), designò Francesco de Laval come Vicario Apostolico per il Tonchino in Indocina; il quale si dimise dalla carica di arcidiacono, affidando il governo della famiglia al fratello minore.
Ma quest’incarico non poté essere eseguito, per le divergenze sorte nei Paesi dell’Oriente, da parte delle Nazioni colonizzatrici europee, quindi si ritirò per quattro anni (1654-1658) all’Hermitage, che era una scuola di spiritualità a Caen diretta da Jean Bernières de Louvigny (1602-1659) mistico francese.
Anche i missionari del Canada, nel contempo richiesero un Vicario Apostolico e Papa Alessandro VII nel 1658, nominò Francesco de Montmorency-Laval Vicario Apostolico della Nuova Francia e vescovo titolare di Petra e così questa volta partì subito, lasciando la Francia e sbarcando in Canada il 16 maggio 1659 e un mese dopo giunse a Québec.
Il suo instancabile apostolato durato oltre trent’anni, lo vide impegnato a creare in qualche modo tutta un’organizzazione, praticamente dal nulla; parrocchie, missioni, scuole, comunità religiose, combattendo contro lo sfruttamento degli indiani da parte dei mercanti e lottando contro il gallicanesimo dei successivi governatori (movimento di rivendicazione della massima libertà ed autonomia nei confronti della Curia Romana, creatasi in seno alla Chiesa di Francia a partire dall’epoca di Filippo il Bello).
Nel 1662 ritornò in Francia per una visita, ottenne dal re Luigi XIV molti privilegi per la Chiesa del Canada; al suo ritorno, il 26 marzo 1663 fondò il Seminario di Québec, che dal 1852 è diventato l’Università Laval.
Di fronte all’allargarsi del campo apostolico del suo Vicariato, chiese alla Santa Sede di erigerlo a Diocesi, cosa che avvenne per decreto di papa Clemente X del 9 ottobre 1670, e dal 1° ottobre 1674 il Vicariato della Nuova Francia, divenne Diocesi di Québec e Francesco de Laval fu il suo primo vescovo.
L’ordinazione episcopale ebbe luogo l’8 dicembre del 1674, per mano del Delegato pontificio. La sua opera di pastore si profuse nel portare la coesistenza pacifica tra le popolazioni indigene e quelle europee, combatté il deplorevole fenomeno del commercio delle bevande alcoliche agli Indiani; diede il suo sostegno alle Istituzioni.
Consolidò le fondamenta della sua diocesi, che tanto beneficio portarono alla vitalità della Chiesa nel Canada e in tutta l’America del Nord; si consultava con il clero per le decisioni importanti; con il suo zelo ispirò il fervore delle Comunità religiose, stimolando il loro apostolato; fu l’apostolo della Sacra Famiglia, la cui devozione propagò in tutte le case e presso gli Indiani.
Favorì nel 1676 la nascita della “Congregazione di Notre-Dame”, che diventando poi una comunità di religiose non di clausura, ma dedite all’insegnamento, sarà una novità per la Chiesa dell’epoca.
La sua instancabile opera si estese nell’aiuto ai poveri, nel creare e moltiplicare piccole scuole, nel preparare gli artigiani necessari per la vita della colonia, istituendo una scuola d’arti e mestieri.
Volle rimanere sempre fedele e legato alla Chiesa di Roma, nonostante il gallicanesimo imperante. Personalmente condusse una vita di preghiera e mortificazioni, con una povertà volontaria; i suoi beni li donò al Seminario, riducendosi a dipendere dal Superiore per ogni necessità; si prodigò di persona ad aiutare gli ammalati, sia dell’Ospedale Hotel-Dieu di Québec, sia dell’infermeria del Seminario, sia nelle capanne degli Indiani.
Impose a se stesso uno stile di vita molto duro, fino agli ultimi anni ebbe l’abitudine di dormire sul pavimento, di alzarsi alle due del mattino, di celebrare la Messa alle quattro e mezza per gli operai del Québec. Tanta abnegazione diede i suoi frutti: le parrocchie da 5 salirono a 35, i sacerdoti da 24 a 102 e le religiose da 22 a 97.
Per causa di salute, dopo dieci anni d’intenso episcopato, nel 1684 fu costretto a dimettersi, pur continuando ad essere un valido aiuto per il suo successore.
Visse ancora vent’anni, rinchiuso nel suo Seminario di Québec, in povertà, umiltà e preghiera e dove morì ad 85 anni il 6 maggio 1708. Fu sepolto nella cripta della cattedrale; nel 1878 fu iniziato a Québec il processo ordinario per la sua beatificazione; il 28 febbraio 1960 gli fu riconosciuto il titolo di venerabile. Papa Giovanni Paolo II lo ha beatificato il 22 giugno 1980, con festa celebrativa al 6 maggio. Il 30 maggio 1993 i suoi resti mortali sono stati traslati nella cappella a lui dedicata, all’interno della nuova basilica-cattedrale di Notre-Dame de Québec.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Francesco de Montmorency-Laval, pregate per noi.  

   

*Beata Jutta (Giuditta) di Sangerhausen - Vedova (6 maggio)
Sangerhausen (Turingia), XIII sec. – Kulmsee (Prussia), 6 maggio 1255  
La Beata Jutta (in ital. Giuditta) è la patrona della Prussia (regione storica della Germania settentrionale). Nacque nei pressi di Sangerhausen in Turingia, verso gli inizi del XIII secolo e la più antica “Vita” della Beata Jutta, fu compilata nella prima metà del Seicento dal gesuita padre Federico Schembek e scritta in lingua polacca; l’autore consultò costantemente una documentazione canonica su Santa Jutta, redatta nel 1275, quindi quasi contemporanea.
La vita si può così riassumere; sin dalla prima fanciullezza Jutta fu favorita da speciali grazie divine, poi illuminata da una visione straordinaria scelse la vita matrimoniale, divenendo sposa
esemplare di un cavaliere al seguito del langravio Enrico di Raspe.
Purtroppo dopo qualche anno, il marito morì durante un pellegrinaggio in Terra Santa; rimasta vedova poté dedicarsi con maggiore zelo alla preghiera e specialmente alla cura dei lebbrosi, attività in cui raggiunse forme eroiche.
La missione di Jutta nella Prussia Orientale, che allora era da poco feudo dell’Ordine Teutonico, prende un particolare interesse storico-culturale; qui si sacrificò nella solitudine e nella preghiera per quelle popolazioni da poco convertite, confortando e assistendo i neofiti, curandoli anche nelle malattie più ripugnanti.
La presenza in Prussia di Jutta originaria della Turingia, è per gli studiosi interessante argomento per studiare le relazioni tra i due Stati dell’epoca.
È un po’ incerta la data della sua morte, avvenuta presumibilmente a Kulmsee (Prussia) il 6 maggio 1255, vigilia dell’Ascensione.
Il vescovo di Kulmsee, approvò subito dopo la morte il culto di Jutta; il clero locale nel 1275 inviò a Roma una regolare Informazione Canonica per il riconoscimento ufficiale di una canonizzazione che sembra però mai avvenuta.
Il culto per la Beata si attenuò con il passare del tempo, ma venne ripreso nel 1636 per opera del vescovo Giovanni Lipski, il quale il 15 dicembre del 1637, fece una ricognizione canonica della tomba della Beata esistente nella cattedrale di Kulmsee, ma i resti mortali di Jutta non furono trovati.
Nei pressi del sepolcro, ancora nel XVII secolo esisteva un’antica pittura, sotto la quale una scritta riportava la proclamazione di S. Jutta a Patrona della Prussia.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Jutta di Sangerhausen, pregate per noi.

  

*San Lucio di Cirene - Vescovo (6 maggio)

sec. I-II
Commemorato da S. Luca negli Atti degli Apostoli come vescovo di Cirene, di lui si sa pochissimo. Si celebra oggi il più antico e il più sconosciuto fra i numerosi santi di nome Lucio.
Il Martirologio Romano ci dice che presso la Chiesa di Antiochia vi erano “profeti e dottori“ fra cui Barnaba, Simeone, soprannominato Niger, Lucio di Cirene, Manaèn, compagno d’infanzia di Erode Tetrarca, e Saulo.
Questi cinque profeti, secondo gli esegeti della Bibbia di Gerusalemme, rappresentavano il governo della Chiesa di Antiochia.  
Il toponimo sta ad indicare solo il luogo d’origine di Lucio che non è da identificarsi con il martire omonimo, originario anche lui di Cirene e martirizzato sotto Diocleziano, martire che però non fu vescovo e che si ricorda in altra data.
Etimologia: Lucio = luminoso, splendente, dal latino
Emblema: Bastone pastorale
Martirologio Romano: Commemorazione di San Lucio di Cirene, che negli Atti degli Apostoli è annoverato tra i profeti e dottori della Chiesa che era in Antiochia.
Degli almeno 22 santi che hanno portato il nome Lucio, viene festeggiato oggi, secondo le indicazioni del Martirologio Romano, il più antico ma anche il più sconosciuto.
"A Cirene, nella Libia, [si festeggia] San Lucio Vescovo, di cui fa menzione San Luca negli Atti degli Apostoli".
La menzione di San Luca in realtà è ben poca cosa: "C'erano nella comunità di Antiochia profeti e dottori: Barnaba, Simeone soprannominato Niger, Lucio di Cirene, Manaèn, compagno d'infanzia di Erode tetrarca, e Saulo".
Gli esegeti della Bibbia di Gerusalemme fanno notare che "i cinque profeti e dottori qui enumerati rappresentano il governo della chiesa di Antiochia; confrontare la lista dei dodici (1, 13) e quella dei sette (6, 5).
Come questi ultimi, sembra che anche i cinque di Antiochia siano giudei ellenisti".
(Autore: Piero Bargellini  - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Lucio di Cirene, pregate per noi.

   

*Santi Mariano e Giacomo - Martiri di Lambesa (6 maggio)
Martiri a Cirta e Lambesa (Numidia) nel 259

Martirologio Romano: A Lambèse in Numidia, nell’odierna Algeria, santi martiri Mariano, lettore, e Giacomo, diacono: il primo aveva già da tempo superato indenne le vessazioni della persecuzione di Decio per aver confessato la fede in Cristo; nuovamente arrestato insieme al dilettissimo compagno, entrambi, dopo crudeli supplizi, confortati dalla grazia divina, morirono insieme a molti altri trafitti con la spada.
Santi Martiri di Lambesa: Agapio, Secondino, Giacomo, Mariano, Tertulla, Antonia, Emiliano e compagni
Martiri a Cirta e Lambesa (Numidia) nel 259
Si tratta di un gruppo di martiri africani, che l’ultima edizione del Martirologio Romano celebra in due distinti giorni; Agapio, Secondino, Tertulla, Antonia, Emiliano il 4 maggio e Giacomo e Mariano il 6 maggio.
In effetti pur avendo subito il martirio in giorni e luoghi diversi, essi furono accomunati nel racconto dell’antica ‘Passio’ e così si è andato avanti nei successivi testi storici, fra i quali gli ‘Atti dei Martiri’ e la ‘Bibliotheca Sanctorum’.
La ‘Passio’ dei santi martiri denominati "di Lambesa", fu scritta da un altro cristiano arrestato insieme a loro e il cui nome è rimasto sconosciuto; per questa comunanza di sofferenza, il testo in XV capitoli, riflette la reale situazione prima del martirio, fornendo particolari della massima attendibilità, cosa abbastanza rara nelle ‘Passio’ degli antichi martiri, compilate in tempi successivi ed integrate per lo più da elementi leggendari.
Nella ‘Passio’ suddetta, il ruolo di protagonisti è coperto dal diacono Giacomo e dal lettore Mariano compagni del cronista; i tre cristiani mentre erano in viaggio attraverso la Numidia (provincia romana dal I secolo), sembra provenienti dall’Africa proconsolare, si fermarono a Mugnae, sobborgo di Cirta (odierna Costantina in Algeria) prendendo alloggio in una villa.
Nello stesso luogo sopraggiunsero due vescovi Agapio e Secondino, che il preside della provincia aveva richiamato dall’esilio, inflitto loro a seguito del primo editto di Valeriano (Valeriano Publio Licinio, imperatore romano dal 253 al 260, successore di Emilio, emanò due editti contro i cristiani, nel 257 e nel 258).
A causa del secondo editto che condannava a morte, subito e senza processo, vescovi, preti e diaconi, i due vescovi, che ebbero l’opportunità di esortare al martirio i due giovani chierici e gli altri cristiani lì radunati per essere interrogati, furono trasferiti a Cirta per essere giudicati dai magistrati civili.
Dopo la loro partenza, qualche giorno dopo la villa fu circondata e Mariano, Giacomo e lo sconosciuto scrittore, furono arrestati insieme ad altri; i due chierici in effetti si erano traditi per aver esortato gli altri alla fermezza nella fede.
Portati davanti ai magistrati di Cirta e sottoposti ad interrogatorio, Giacomo confessò il suo stato di diacono, mentre Mariano fu sottoposto a tortura perché non fu creduto che fosse un semplice lettore, qualificandosi così per salvarsi la vita.
I due giovani chierici cristiani avevano già sofferto per la persecuzione precedente, la settima, ordinata nel 249 dall’imperatore romano Decio (200-251); la loro grandezza d’animo e il loro desiderio di martirio, traspariva dall’atteggiamento nobile e sereno, in occasione dell’arresto e dei tormenti cui furono sottoposti in seguito, nel capitolo V è detto che furono sospesi per le dita delle mani con due pesi ai piedi; nel capitolo XIII l’autore sottolinea l’eroico comportamento della madre di Mariano, che pur angosciata, esultò quando vide il figlio avviarsi al martirio.
Durante il periodo del carcere, il diacono Giacomo vide in sogno Agapio, che già aveva subito il martirio, il quale si mostrava lieto fra i convitati di un’agape fraterna cui partecipavano ex compagni di carcere e di tormenti già martirizzati, mentre dal gruppo si staccava un bambino per annunciare a Mariano e Giacomo, il martirio che avrebbero subito il giorno dopo.
Durante la loro permanenza in carcere, molti altri cristiani, pur non essendo vescovi, preti o diaconi, subirono il martirio, infine il 6 maggio 259 anche i due chierici Giacomo e Mariano, furono
decapitati sull’alto di una rupe a strapiombo sul torrente che attraversava Lambesa, capitale della Numidia e dove risiedeva il legato imperiale; i tronchi dei loro corpi furono precipitati nelle acque.
Ai due vescovi Agapio e Secondino, secondo la ‘Passio’ scritta dal cristiano che evidentemente scampò alla morte, sono associate due fanciulle Tertulla e Antonia, che Agapio aveva in custodia.
Il vescovo ormai prossimo a lasciarle sole, pregò ripetutamente il Signore che facesse loro il dono del martirio; ebbe una rivelazione particolare nella quale udì una voce che diceva: "Perché chiedi con tanta insistenza ciò che hai già ottenuto con una sola delle tue preghiere?" (cap. XI).
Nella medesima ‘Passio’ è ricordato anche il soldato Emiliano cavaliere cinquantenne, che per tutta la vita aveva conservato una pura continenza della carne; egli aveva un fratello rimasto pagano che era solito prenderlo in giro per la sua professione cristiana.
Mentre era in carcere, Emiliano sognò il fratello che con voce canzonatoria gli domandava come si trovassero lui e gli altri nelle tenebre del carcere; essendogli stato risposto che per il cristiano splende una chiara luce anche nelle tenebre, insistette chiedendo se per tutti i martiri vi sarebbe stata un’uguale corona in cielo o, altrimenti, a chi tra i presenti sarebbe spettato un premio maggiore.
Gli fu replicato che le stelle sono tutte luminose, anche se diverse fra loro, e che tra i martiri sarebbe stato destinato a splendere di più, chi più fortemente e lungamente avesse sofferto.
Il Martirologio Romano porta al 4 maggio, la commemorazione dei santi martiri Agapio e Secondino vescovi, Emiliano soldato e Tertulla e Antonia vergini, che subirono il martirio a Cirta in Numidia; la data del martirio è posta fra l’anno 258 e 259, il 4 maggio deve essere stato inserito per avvicinare precedendola, la data certa del 6 maggio 659, quando furono martirizzati Giacomo e Mariano; in realtà fra le due esecuzioni dovettero passare dei mesi.
Infine la ‘Passio’ al capitolo X, fa menzione di numerosi martiri laici, caduti prima e dopo i quattro ecclesiastici ricordati, riportando alcuni nomi e fra loro c’erano anche dei bambini: Floriano, Secondino, Gabro, Postumo, Gaiano, Mommino, Quintiano, Cassio, Fasilo, Fiorenzo, Demetrio, Gududo, due Crispino, Donato, e Zeone.
Il culto dei martiri di Lambase dovette essere molto diffuso, se s. Agostino tenne un celebre sermone in loro onore (Sermo, 380); le vicissitudini politiche che nei secoli investirono il Nord Africa, fecero sì che le reliquie di alcuni dei martiri di Lambesa, dalla Numidia, furono trasferite dai profughi verso l’Italia dove si diffuse il loro culto.
Le reliquie dei santi Giacomo e Mariano, approdarono - forse tra il V e il VI secolo - a Gubbio e deposte nella cattedrale a loro intitolata.
Il culto per i due santi, in parallelo con l’importanza assunta dalla città, ebbe larga diffusione e intensità in tutto il Medioevo, tanto che s. Pier Damiani (1007-1072) vescovo e cardinale, ne scisse, fra le tante sue opere, una narrazione approfondita di due episodi (due visioni) della loro ‘Passio’, in occasione della solennità annuale dei due martiri.
Ad ogni modo il gruppo dei martiri africani di Lambesa, fu sempre inserito in tutti i ‘Martirologi’ e negli ‘Acta Sanctorum’ editi lungo i secoli; le date della ricorrenza però furono varie e diverse da un testo all’altro; nel Martirologio Geronimiano i martiri sono commemorati in parte il 30 aprile e in parte il 6 maggio, mentre precedenti edizioni del Martirologio Romano li celebravano il 29 e 30 aprile; ma come già detto, i due gruppi subirono il martirio in giorni diversi e solo per Giacomo e Mariano, il Calendario Cartaginese indica con certezza il 6 maggio.

(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santi Mariano e Giacomo, pregate per noi.


*Santi Martiri di Lambesa (6 maggio)

Agapio, Secondino, Giacomo, Mariano, Tertulla, Antonia, Emiliano e compagni Martiri a Cirta e Lambesa (Numidia) nel 259
Si tratta di un gruppo di martiri africani, che l’ultima edizione del Martirologio Romano celebra in due distinti giorni; Agapio, Secondino, Tertulla, Antonia, Emiliano il 4 maggio e Giacomo e Mariano il 6 maggio.
In effetti pur avendo subito il martirio in giorni e luoghi diversi, essi furono accomunati nel racconto dell’antica ‘Passio’ e così si è andato avanti nei successivi testi storici, fra i quali gli ‘Atti dei Martiri’ e la ‘Bibliotheca Sanctorum’.
La ‘Passio’ dei santi martiri denominati “di Lambesa”, fu scritta da un altro cristiano arrestato insieme a loro e il cui nome è rimasto sconosciuto; per questa comunanza di sofferenza, il testo in XV capitoli, riflette la reale situazione prima del martirio, fornendo particolari della massima attendibilità, cosa abbastanza rara nelle ‘Passio’ degli antichi martiri, compilate in tempi successivi ed integrate per lo più da elementi leggendari.
Nella ‘Passio’ suddetta, il ruolo di protagonisti è coperto dal diacono Giacomo e dal lettore Mariano compagni del cronista; i tre cristiani mentre erano in viaggio attraverso la Numidia (provincia romana dal I secolo), sembra provenienti dall’Africa proconsolare, si fermarono a Mugnae, sobborgo di Cirta (odierna Costantina in Algeria) prendendo alloggio in una villa.
Nello stesso luogo sopraggiunsero due vescovi Agapio e Secondino, che il preside della provincia aveva richiamato dall’esilio, inflitto loro a seguito del primo editto di Valeriano (Valeriano Publio Licinio, imperatore romano dal 253 al 260, successore di Emilio, emanò due editti contro i cristiani, nel 257 e nel 258).
A causa del secondo editto che condannava a morte, subito e senza processo, vescovi, preti e diaconi, i due vescovi, che ebbero l’opportunità di esortare al martirio i due giovani chierici e gli altri cristiani lì radunati per essere interrogati, furono trasferiti a Cirta per essere giudicati dai magistrati civili.
Dopo la loro partenza, qualche giorno dopo la villa fu circondata e Mariano, Giacomo e lo sconosciuto scrittore, furono arrestati insieme ad altri; i due chierici in effetti si erano traditi per aver esortato gli altri alla fermezza nella fede.
Portati davanti ai magistrati di Cirta e sottoposti ad interrogatorio, Giacomo confessò il suo stato di diacono, mentre Mariano fu sottoposto a tortura perché non fu creduto che fosse un semplice lettore, qualificandosi così per salvarsi la vita.
I due giovani chierici cristiani avevano già sofferto per la persecuzione precedente, la settima, ordinata nel 249 dall’imperatore romano Decio (200-251); la loro grandezza d’animo e il loro desiderio di martirio, traspariva dall’atteggiamento nobile e sereno, in occasione dell’arresto e dei tormenti cui furono sottoposti in seguito, nel capitolo V è detto che furono sospesi per le dita delle mani con due pesi ai piedi; nel capitolo XIII l’autore sottolinea l’eroico comportamento della madre di Mariano, che pur angosciata, esultò quando vide il figlio avviarsi al martirio.
Durante il periodo del carcere, il diacono Giacomo vide in sogno Agapio, che già aveva subito il martirio, il quale si mostrava lieto fra i convitati di un’agape fraterna cui partecipavano ex compagni di carcere e di tormenti già martirizzati, mentre dal gruppo si staccava un bambino per annunciare a Mariano e Giacomo, il martirio che avrebbero subito il giorno dopo.
Durante la loro permanenza in carcere, molti altri cristiani, pur non essendo vescovi, preti o diaconi, subirono il martirio, infine il 6 maggio 259 anche i due chierici Giacomo e Mariano, furono decapitati sull’alto di una rupe a strapiombo sul torrente che attraversava Lambesa, capitale della Numidia e dove risiedeva il legato imperiale; i tronchi dei loro corpi furono precipitati nelle acque.
Ai due vescovi Agapio e Secondino, secondo la ‘Passio’ scritta dal cristiano che evidentemente scampò alla morte, sono associate due fanciulle Tertulla e Antonia, che Agapio aveva in custodia.
Il vescovo ormai prossimo a lasciarle sole, pregò ripetutamente il Signore che facesse loro il dono del martirio; ebbe una rivelazione particolare nella quale udì una voce che diceva: “Perché chiedi con tanta insistenza ciò che hai già ottenuto con una sola delle tue preghiere?” (cap. XI).
Nella medesima ‘Passio’ è ricordato anche il soldato Emiliano cavaliere cinquantenne, che per tutta la vita aveva conservato una pura continenza della carne; egli aveva un fratello rimasto pagano che era solito prenderlo in giro per la sua professione cristiana.
Mentre era in carcere, Emiliano sognò il fratello che con voce canzonatoria gli domandava come si trovassero lui e gli altri nelle tenebre del carcere; essendogli stato risposto che per il cristiano splende una chiara luce anche nelle tenebre, insistette chiedendo se per tutti i martiri vi sarebbe stata un’uguale corona in cielo o, altrimenti, a chi tra i presenti sarebbe spettato un premio maggiore.
Gli fu replicato che le stelle sono tutte luminose, anche se diverse fra loro, e che tra i martiri sarebbe stato destinato a splendere di più, chi più fortemente e lungamente avesse sofferto.
Il Martirologio Romano porta al 4 maggio, la commemorazione dei santi martiri Agapio e Secondino vescovi, Emiliano soldato e Tertulla e Antonia vergini, che subirono il martirio a Cirta in Numidia; la data del martirio è posta fra l’anno 258 e 259, il 4 maggio deve essere stato inserito per avvicinare precedendola, la data certa del 6 maggio 659, quando furono martirizzati Giacomo e Mariano; in realtà fra le due esecuzioni dovettero passare dei mesi.
Infine la ‘Passio’ al capitolo X, fa menzione di numerosi martiri laici, caduti prima e dopo i quattro ecclesiastici ricordati, riportando alcuni nomi e fra loro c’erano anche dei bambini: Floriano, Secondino, Gabro, Postumo, Gaiano, Mommino, Quintiano, Cassio, Fasilo, Fiorenzo, Demetrio, Gududo, due Crispino, Donato, e Zeone.
Il culto dei martiri di Lambase dovette essere molto diffuso, se s. Agostino tenne un celebre sermone in loro onore (Sermo, 380); le vicissitudini politiche che nei secoli investirono il Nord Africa, fecero sì che le reliquie di alcuni dei martiri di Lambesa, dalla Numidia, furono trasferite dai profughi verso l’Italia dove si diffuse il loro culto.
Le reliquie dei santi Giacomo e Mariano, approdarono in un primo tempo ad Amelia (Terni), e poi forse tra il V e il VI secolo furono trasferite a Gubbio e deposte nella cattedrale a loro intitolata.
Il culto per i due santi, in parallelo con l’importanza assunta dalla città, ebbe larga diffusione e intensità in tutto il Medioevo, tanto che San Pier Damiani (1007-1072) vescovo e cardinale, ne scisse, fra le tante sue opere, una narrazione approfondita di due episodi (due visioni) della loro”Passio”, in occasione della solennità annuale dei due martiri.
Ad ogni modo il gruppo dei martiri africani di Lambesa, fu sempre inserito in tutti i “Martirologi” e negli “Acta Sanctorum” editi lungo i secoli; le date della ricorrenza però furono varie e diverse da un testo all’altro; nel Martirologio Geronimiano i martiri sono commemorati in parte il 30 aprile e in parte il 6 maggio, mentre precedenti edizioni del Martirologio Romano li celebravano il 29 e 30 aprile; ma come già detto, i due gruppi subirono il martirio in giorni diversi e solo per Giacomo e Mariano, il Calendario Cartaginese indica con certezza il 6 maggio.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*Beati Pietro de Tornamira e Guglielmo Tandi (6 maggio)

Mercedari del convento di San Michele del Monte in Saragozza (Spagna), i Beati Pietro de Tornamira e Guglielmo Tandi, redentori nella città di Granada, liberarono 212 schiavi e con la loro evangelizzazione condussero molti infedeli a Cristo.
Finché colmi di buone opere il Signore li chiamò nel suo regno.
L’Ordine li festeggia il 6 maggio.  
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*Beato Pietro I di Tarantasia - Vescovo (6 maggio)

m. 1140  
Nella storia della Chiesa ben tre omonimi savoiardi, conosciuti come Pietro di Tarantasia, sono stati riconosciuti degni degli onori degli altari.
Il più importante, seppur ultimo in ordine di tempo, fu il Papa Beato Innocenzo V, al secolo Pietro di Tarantasia, che sedette sul trono di Pietro per soli quattro mesi dal 22 febbraio 1276 al 22 giugno del medesimo anno.
É ricordato nel calendario al 23 giugno. Gli altri due furono entrambi arcivescovi della Tarentaise, sub-regione della Savoia, con sede episcopale sita nell'antica cittadina di Moutiers.
Il primo di essi in ordine temporale, il Beato Pietro I, nacque nella seconda metà dell'XI secolo. Fu tra i primi monaci dell'ordine cistercense, in quanto legato da un rapporto di amicizia con Stefano Harding, Roberto e san Bernardo di Clairvaux. Nel 1113 Pietro fondò l'abbazia di La Ferté, divenendone priore ed abate.
Trasferitosi poi in Piemonte, fondò due succursali della precedente rispettivamente a Tiglieto, in diocesi di Acqui, nel 1120 e a Lucedio, in diocesi di Vercelli, quattro anni dopo.
In seguito attraversò il colle del Piccolo San Bernardo per raggiungere l'alta valle dell'Isère, ovvero la Tarentaise, di cui divenne arcivescovo.
Fu in assoluto il primo membro dei cistercensi a ricevere l'ordinazione episcopale. Gli furono attribuite quali diocesi suffraganee Aosta e Sion, confinanti con la sua anche se separate dalla catena montuosa delle Alpi. Anche in questo nuovo ruolo il beato non rinnego la sua innata semplicità di vita, continuando ad osservare la rigida regola di Citeaux, caratterizzata da digiuni e lunghe veglie di preghiera.
Pietro I prese parte nel 1130 al concilio di Etampes, firmando l'atto di fedeltà al Papa Innocenzo II e sconfessando così l'antipapa Anacleto.
Due anni dopo fondò la celebre abbazia di Tamié, di cui nominò primo abate colui che in seguitò sedette anch'egli sulla cattedra di Moutiers come Pietro II. Il Beato vescovo introdusse nella sua diocesi anche la congregazione dei Canonici Regolari.
Pietro I di Tarantasia morì nel 1140 e ricevette degna sepoltura nella cattedrale di Moutiers. Il vescovo Benedetto Teofilo effettuò una ricognizione delle reliquie del Beato nel 1636, ma purtroppo furono poi disperse con l'infuriare della Rivoluzione Francese.
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Pietro I di Tarantasia, pregate per noi.


*San Pietro Nolasco - Fondatore dei Mercedari (6 maggio)

Carcassona, Francia, 1180 circa – 13 maggio 1249
Era di nobile famiglia e, a Barcellona, commosso dalla condizione degli schiavi dei Mori, ne riscattò centinaia con il proprio denaro, coinvolgendo in quest'opera molte altre persone.
Aiutato anche da re Giacomo I e dal vescovo di Barcellona, fondò poi l'Ordine di Santa Maria della Misericordia o della Mercede che aveva come scopo la liberazione e la redenzione degli schiavi.
Adottò la regola agostiniana con un quarto voto, quello di offrirsi prigionieri al posto di un cristiano in pericolo d'iapostasia.
Così, ad Algeri, dove venivano tradotti coloro che erano catturati dai Saraceni durante le scorrerie, fu Pietro stesso ad offrirsi come ostaggio, soffrendo torture e prigionia.
L'Ordine da lui fondato, dopo un secolo di vita, aveva già liberato 26.000 prigionieri.
Etimologia: Pietro = pietra, sasso squadrato, dal latino
Martirologio Romano: A Barcellona in Spagna, San Pietro Nolasco, sacerdote, che, insieme a san Raimondo di Penyafort e a Giacomo I re di Aragona, si ritiene abbia fondato l’Ordine della Beata Maria della Mercede per il riscatto degli schiavi; durante la dominazione degli infedeli si adoperò alacremente con fatica e dedizione per ristabilire la pace e liberare i cristiani dal giogo della schiavitù.
San Pietro Nolasco, nacque verso l’anno 1180, nei pressi di Carcassona in Linguadoca (Francia) e trasferitosi poi, ancora in giovane età, a Barcellona.
La Spagna, era in quei tempi, invasa dai mori, i quali dove passavano portavano distruzione,
saccheggiando, torturando e uccidendo in particolare per il oro odio verso la fede cattolica come fanatici seguaci di Maometto.
Il giovane Nolasco, divenuto amico del domenicano San Raimondo da Penafort, manifestò il desiderio di liberare quella povera gente tenuta in schiavitù e torturata dagli spietati oppressori.
Così con alcuni compagni cavalieri come lo era lui, incominciò a riscattare gli schiavi comprandoli dai mussulmani con le elemosine raccolte per tale scopo.
La sua robusta fede che stava dimostrando e devozione a Gesù Cristo e sua Madre, fu confermata durante una fervorosa orazione, infatti la notte del 2 agosto 1218 gli apparve Maria Santissima esortandolo a convertire il suo gruppo di laici redentori in un Ordine religioso.
Con l’approvazione dei reali in particolare del Beato Giacomo I°, Re d’Aragona e cofondatore dell’ordine, e approvazione della Chiesa, il 10 agosto 1218 fu costituito ufficialmente l’ordine di Maria Santissima della Mercede.
San Pietro Nolasco ne fu il primo superiore e Maestro imponendo la semplicità nella vita e la povertà raccomandando loro che il danaro elemosinato servisse esclusivamente per la redenzione degli schiavi.
Dopo una vita intensa e stracolma di meriti morì santamente il 13 maggio 1249.
(Autore: Alberto Boccali – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Pietro Nolasco, pregate per noi.


*Beato Ponzio de Barellis - Mercedario (6 maggio)

+ Tolosa, Francia, 17 ottobre 1364
Originario di Tolosa (Francia), il Beato Ponzio de Barellis, era dottore in legge.
Successe al Beato Domenico Serrano come Maestro Generale dell’Ordine Mercedario, nominato dal Papa Clemente VI° in agosto o settembre del 1348, fu molto attivo, nonostante che in Europa la peste nera facesse strage e avesse interrotto l’aumento numerico dei mercedari riportandoli a quanti erano, più o meno nel 1317.
Durante il suo generalato furono redenti 1600 schiavi; realizzò notevoli opere di restauro e costruzioni di conventi.
Famoso per la sua santità e glorioso per i miracoli, morì a Tolosa il 17 ottobre 1364 e fu sepolto nel convento di Perpignano.
L’Ordine lo festeggia il 6 maggio.  
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Ponzio de Barellis, pregate per noi.


*San Protogene di Harran - Vescovo (6 maggio)

Le rare precisazioni biografiche conosciute a proposito di questo prelato ci sono fornite dalla Storia ecclesiastica di Sozomeno (VI, 33) e da quella di Teodoreto (IV, 18; V, 4).
Protogene era originario di Edessa; durante la persecuzione dell'imperatore Valente (364-78) in favore dei semiariani contro i cattolici, Barsete, vescovo di quella città, era stato mandato in esilio ed il prete Protogene, insieme ad Eulogio, altro prete edessiano, assunsero la direzione della comunità cattolica.
Ma, avendo fatto opposizione al prefetto Modesto, essi non tardarono a venire esiliati in Egitto, ad Antinoe, capitale della Tebaide.
Qui Protogene aprì una scuola in cui accoglieva i ragazzi pagani convertendone un certo numero, soprattutto grazie al potere di guaritore che gli era riconosciuto.
Alla morte di Valente (378), Protogene poté ritornare dall'esilio e rientrare nella città natale.
Successivamente, fu consacrato vescovo dal suo antico compagno di esilio Eulogio (come precisa la Cronaca di Edessa), egli stesso divenuto vescovo della città, per rimpiazzare, come afferma Sozomeno, nella sede di Harràn (Charres) in Osroena, il vescovo Vito (Bito).
Secondo questa informazione, l'episcopato di Protogene non avrebbe avuto inizio prima del 381, perché Vito partecipò ancora al concilio di Costantinopoli e ne firmò i decreti.
Si ignora la data della morte di Protogene che non è stato mai commemorato in alcun calendario orientale, e bisogna attendere C. Baronio per vederlo comparire nel Martirologio Romano, al 6 maggio giorno seguente a quello in cui lo stesso Baronio aveva, altrettanto arbitrariamente, introdotto Eulogio.
(Autore: Joseph-Marie Sauget – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Protogene di Harran, pregate per noi.

 

*Santa Sennara - Vedova gallese (6 maggio)

Sennara, conosciuta in Bretagna come Azenora, fu la madre di San Budoco. Secondo la Chronica di San Brioco (scritta prima del 1420) era figlia del re di Brest (infatti una delle grandi torri del castello porta ancora il suo nome) e si sposò con il conte di Goëlo, un antico possedimento feudale della Bretagna settentrionale ad Ovest della baia di Saint Brieuc.
In questa Chronica è descritta anche la fantastica seppur affascinante storia dell’esilio di Sennara, scacciata a causa delle macchinazioni della matrigna, e della nascita del figlio Budoco mentre, chiusa in una botte, veniva trasportata dalla corrente lungo la Manica.
Finalmente raggiunse terra con il figlio e sbarcarono all’abbazia di Beau Port vicino Waterford dove Sennara si guadagnò da vivere come lavandaia finché morì: intanto suo figlio entrava come monaco nell’abbazia e più tardi tornava in Bretagna dove divenne vescovo di Dol.
A Sennara fu dedicata una chiesa a Zennor, nella Cornovaglia occidentale, fin dal sec. XIII e la sua festa si celebra il 6 maggio.
Ella è la patrona della piccola parrocchia di Languengar a Léon, vicino Lesneven in Bretagna, ed il pozzo santo che vi si trova è ancora visitato dalle madri il cui latte è insufficiente a nutrire i loro bambini.
(Autore: Leonard Boyle – Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - Santa Sennara, pregate per noi.

 

*San Venerio di Milano - Vescovo (6 maggio)
m. 409

Martirologio Romano: A Milano, San Venerio, vescovo, che, discepolo e diacono di sant’Ambrogio, inviò chierici in aiuto ai vescovi d’Africa e si prese cura di San Giovanni Crisostomo mentre si trovava in esilio.
San Venerio era accanto ad Ambrogio, quando questi morì.
Gli fu secondo successore (400 - 408), dopo Simpliciano. Ci testimonia la vivacità della Chiesa ambrosiana in quegli anni e la stima di cui era circondata.
Sollecitato dai vescovi africani (sinodo di Cartagine del 18 giugno 401), che soffrivano per la crisi di vocazioni sacerdotali, non esitò ad inviare alcuni presbiteri e diaconi ambrosiani in loro aiuto.
E non ebbe timore di mandare i migliori: tra questi primi nostri «fidei donum» ci fu Paolino, che, sollecitato proprio da Sant’Agostino, scrisse la prima Vita di Sant’Ambrogio!

Non calcolava, quando c’era di mezzo la verità: quando San Giovanni Crisostomo fu cacciato in esilio per la sua condanna della corruzione imperiale, egli lo difese strenuamente, insieme a Papa Innocenzo I e a Cromazio di Aquileia.
Non fu geloso del suo potere, poiché per lui era importante il servizio dei fratelli: per questo non si oppose, quando la Chiesa di Aquileia volle erigersi a diocesi autonoma da Milano.
In quegli anni difficili (i Visigoti di Alarico scorrazzavano per l’Italia, senza che gli eserciti romani riuscissero a fermarli) Venerio seppe fare onore al suo maestro: anch’egli sostenne il popolo con la sua parola (era di una rara eloquenza), incoraggiando a tenere fisso lo sguardo su colui che solo può consolare e sempre vincere il male, come gli aveva insegnato Ambrogio: «Tutto abbiamo in Cristo. Tutto è Cristo per noi».
(Autore: Ennio Apeciti – Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - San Venerio di Milano, pregate per noi.


*Altri Santi del giorno (06 Maggio)
*Sant'Angelo di Sicilia - Carmelitano
Giaculatoria - Santi tutti, pregate per noi


 
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