Santi del 6 Ottobre - Istituto Aveta

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Santi del 6 Ottobre

Il mio Santo > I Santi di Ottobre

*Beato Adalberone di Wurzburg - Vescovo (6 ottobre)

Martirologio Romano:
A Lambach in Baviera, nell’odierna Austria, transito del Beato Adalberone, vescovo di Würzburg, che, patite molte sofferenze da parte degli scismatici per aver difeso la Sede Apostolica e cacciato per due volte dalla sua sede, passò gli ultimi anni della sua vita in pace presso il monastero di Lambach da lui fondato.
(Fonte:
Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - Beato Adalberone di Wurzburg, pregate per noi.  


*Sant'Alberta - Vergine e Martire (5 ottobre)

Agen (Francia), † 303 ca.
Secondo una tradizione e un culto recenti, sarebbe stata sorella di San Fede di Agen e con lei decapitata, forse nel III sec. Ricordata l'11 ottobre nel Proprio di Agen del 1727, se ne celebra la festa il 6 ottobre.
Si è creduto di riconoscerne i resti nelle ossa di una fanciulla trovate nel 1884 a Venerque, nella diocesi di Tolosa, nel sepolcro di San Febade, dove sarebbero state traslate. Ma si hanno dubbi sulla stessa esistenza della Santa.
Etimologia: Alberta = di illustre nobiltà, dal tedesco
Emblema: Palma
Nella nuova edizione del ‘Martyrologium Romanum’ del 2003, il nome di Sant’Alberta vergine e martire non compare, forse era riportato in precedenti edizioni.
Invece l’autorevole “Bibliotheca Sanctorum”, riporta una sola santa Alberta, vergine e martire di Agen, città della Francia (Lot-et-Garonne), il suo culto e vicenda umana è strettamente legato a quello di Santa Fede di Agen, celebre fanciulla martire che subì tanti tormenti, prima di essere uccisa al tempo della persecuzione di Diocleziano contro i cristiani nel 303.
Di Alberta si crede che fosse sorella di San Fede e con lei decapitata, insieme ai santi Caprasio, Primo e Feliciano, altri cristiani del luogo.
Ma mentre il culto per la martire s. Fede, forse a causa del significato del suo nome, per la sua giovanissima età e soprattutto perché le fu dedicata una chiesa a Conques-en-Rouergne, che custodiva alcune sue reliquie, ubicata sul percorso medioevale, dei pellegrini diretti a San Giacomo di Compostella, che si fermavano a venerare la Santa, come anche i cavalieri cristiani che si recavano allo stesso santuario di Compostella, prima di affrontare i Mori invasori in Spagna.
Anche la chiesa di Santa Fede divenne così celebre, e il suo culto si diffuse enormemente in tutta Europa ed anche poi in America, dove tante chiese e città (Santa Fé) le furono intitolate.
Tutto questo deve aver lasciato in ombra la figura della presunta sorella Alberta, probabilmente più grande di età.
Si è creduto di riconoscerne i resti nelle ossa di una fanciulla, trovate nel 1884 a Venerque (Tolosa), nella tomba di San Febade, dove forse furono traslate; comunque non ci sono certezze.
Sant’ Alberta è ricordata l’11 ottobre nel “Proprio” della diocesi di Agen del 1727, ma se ne celebra la festa il 6 ottobre, insieme alla sorella San Fede. Il nome Alberta è più che altro ricordato come il femminile di Sant’ Alberto Magno, maestro di San Tommaso d’Aquino, che si ricorda il 15 novembre, ma nell’uso corrente è diffusa la versione Albertina.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*Beato Alessandro da Ceva (Ascanio Pallavicino) - Eremita Camaldolese (6 ottobre)
Garessio, Cuneo, 13 gennaio 1538 – Pecetto, Torino, 16 ottobre 1612

Ascanio nacque il 13 gennaio 1538 nel castello di Garessio, terzogenito di Giovanni Pallavicino e Caterina Scarampi, marchesi di Ceva e consignori di Garessio e di Ormea. Il primogenito Giorgi,o uomo di consumata bontà e morigeratezza, fu consigliere del duca Vittorio Amedeo I di Savoia; il secondogenito, Pompeo, vestì in giovanissima età l’abito di frate minore conventuale e si distinse per la sua bontà e l’integerrima dottrina.
Il marchese Giovanni, loro padre, scorgendo in Ascanio un’indole eccellente ed una propensione particolare allo studio, lo affidò dunque alle saggie cure dell’abate Galbiate da Pontremoli, poi vescovo di Ventimiglia. Terminati gli studi teologici, per la sua esemplare condotta ed i suoi rari talenti a Roma colpì l’attenzione del cardinale Alessandro Crivelli, che lo nominò suo segretario.
Mantenne questo incarico per dieci anni, ma il suo amore per la solitudine lo spinse a rinunciare alle grandezze del mondo e chiese di poter passare alla vita religiosa tra i seguaci di San Romualdo.
Non gli fu però semplice convincere il cardinale a rinunciare ad un così prezioso collaboratore, ma infine poté finalmente stabilirsi nell’abbazia di Camaldoli in Toscana. Ascanio vestì l’abito camaldolese ed assunse il nome religioso di Alessandro.
Emise la professione solenne il 1° novembre 1571 e, per la santità dei costumi, per la prudenza e la dottrina, nel 1592 fu nominato procuratore generale dell’ordine ed inviato a Roma per affari riguardanti il romitaggio di Camaldoli. Nella Città Eterna fu ben accolto da Papa Clemente VIII, che da cardinale era molto amico del Crivelli, già suo principale.
I camaldolesi si erano diffusi anche in Piemonte grazie a San Giovanni Vincenzo, fondatore della celebre Sacra di San Michele. Nel 1596 Fra’ Alessandro fu eletto priore del monastero camaldolese
di Santa Maria di Pozzo Strada in Torino, con piena facoltà di ampliarlo ed eventualmente erigerne di nuovi.
Entrò dunque in relazione con l’allora arcivescovo torinese, monsignor Carlo Broglia, il quale lo presentò al duca Carlo Emmanuele I di Savoia. Il sovrano non tardò a conoscerne i distinti meriti e specialmente la sua eminente pietà. Lo scelse quale suo confessore e gli propose l’edificazione di un nuovo eremo.
Questo progetto dovette però essere rimandato a tempi migliori, a causa della terribile peste che colpì Torino. Chiamò allora Padre Alessandro ad assistere gli appestati della capitale, che non mancò di dar prova di tanta carità ed abnegazione di se stesso. Da tutti fu infatti considerato come un angelo consolatore loro concesso dalla provvidenza divina. Fece ergere un altare in mezzo alla contrada di Dora Grossa, odierna Via Garibaldi, ove celebrava messa con grande edificazione dei desolati cittadini.
Il terribile flagello della peste commosse l’animo religioso del duca sabaudo, che fece voto solenne di ergere il progettato eremo se il suo popolo fosse stato liberato dalla grave pestilenza.
Questa cessò e Carlo Emanuele ordinò allora al suo ambasciatore a Roma, il conte di Verrua, di ottenere dal Santo Padre il breve di erezione del nuovo eremo facente capo a Padre Alessandro. Si scelse uno dei punti più alti della collina torinese, nei pressi di Pecetto, ed il sito fu visitato dallo stesso duca, dall’arcivescovo Broglia e dall’ingegnere Ascanio Vitozzi.
Il 21 luglio 1602 si pose la prima pietra di quella chiesa, alla presenza del duca e dei principi reali suoi figli. Stabilito finalmente l’eremo, ne fu sempre confermato ogni triennio priore proprio Padre Alessandro. Il sovrano ne apprezzò sempre più i meriti e lo propose per le sedi episcopali di Saluzzo, Ivrea e Tarantasia, ma l’umile religioso rifiutò ripetutamente tali offerte ed addirittura avrebbe voluto rimettere l’incarico di confessore di Sua Altezza.
Padre Alessandro fu anche fondatore di altri due eremi in terra piemontese: quello di Lanzo e quella di Belmonte presso Busca nel cuneese. Fu amico dei suoi contemporanei papa Paolo V e San Francesco di Sales. Non poche volte fu sorpreso in estasi.
Alessandro, ormai carico d’anni ma anche di meriti, morì in concetto di santità nell’eremo di Pecetto il 16 ottobre 1612, ove fu sepolto il suo corpo innanzi all’altar maggiore, poi ritrovato incorrotto trent’anni dopo la sua morte. Ai suoi funerali prese parte anche il duca, che fece scortare il feretro da un gran numero di cavalieri. Continuarono a verificarsi miracoli che già non erano mancati quando era ancora in vita. Nella sua città natale, nella cappella dell’Assunta il Beato Alessandro figura con gli altri tre santi garessini. Le sue spoglie mortali sono state recentemente traslate nella chiesa parrocchiale di Pecetto, vista l’incuria che ha travolto l’antico eremo.
Molte furono le iscrizioni mortuarie che furono apposte sulla sua antica tomba, ai piedi della sua statua eretta in suo onore o sotto i ritratti, uno dei quali volle nelle sue stanze Carlo Emmanuele.
Per la sua tomba ne compose una il celebre letterato milanese Don Valeriano Castiglione, monaco Cassinese, che merita di essere qui riportata: “D. O M Clausus diu jacqui Diutius hic claudendus jaceo Resurrectionem expectans Cella stetit mihi pro Coelo Coelestia cum meditabar Stetit et pro
sepulchro Mortis cogitatio dum me tenebat Sepulchrum nunc verius me habet Eremi erectorem eremitarum rectorem Sub lapide ne sim ignotus Lapis hic me fecit notum Alexander sum a Ceva Silentiosus vixsi; viator tace”. Sotto la statua si leggeva invece: “Ven. P. Alexander ex marchionibus Cevae eremita Camaldulensis fundator et maioris eremi Taurinensis a serenissimo Carolo Emmanuele Sabaudiae duce erectae et dotatae, ex apostolico indulto deputatus. Obdormivit in Domino pridie nonas octobris an. 1612, aetatis suae 74, professionis vero vitae eremiticae 42”.
Sotto il suo ritratto si leggeva infine questo elogio: “Pedemontanae Camaldulensium eremitarum congregationis institutor, severioris monasticae disciplinae cultor exsimius et propagator, ob recusatos episcopatus duos, et archiepiscopatum Tarantensem singularis modestiae laude clarissimus”.
Il Menologio Camaldolese lo commemora quale “beato” al 6 ottobre, ma il suo culto non ha ancora ricevuto conferma ufficiale da parte della Chiesa. I “Praenotanda” del Martyrologium Romanum, nell’ultima edizione promulgata nel 2004, ricordano comunque come i calendari delle diocesi e delle congregazioni religiose costituiscano delle vere e proprie versioni locali del Martirologio e pertanto sia cosa legittima tributare il titolo di “Santo” o “Beato” a quei personaggi che già ne godono da tempo immemorabile.
Le strutture eremitiche da lui fondate in Piemonte furono pozzi di nuova fiorente santità e si segnalano in particolare presso Torino i venerabili Apollinare Chioma (27 gennaio), Franceschino Garberi (1° febbraio), Tito de Presbyteris (9 febbraio), Ignazio Carelli (10 aprile), Onofrio Natta (21 maggio), Massimo Soria (24 maggio), Gioacchino Tubassi (25 maggio), Basilio Nicolis de Robilant (12 luglio), Mauro da Sabina (20 luglio), Benedetto Pettinai (18 agosto), Carlo Amedeo Botti (19 agosto), Clemente Per lasco (27 agosto), Giovanni Grisostomo Chieppi (24 settembre), Massimino Chariers (12 ottobre), Bonifacio Scozia (18 novembre), Prospero Magliano (1° dicembre) e Pietro Vacca (27 dicembre), mentre altri due venerabili morirono invece presso l’eremo di Belmonte presso Busca nel cuneese: Giovanni Chiotassi (17 settembre) e Bernardino Milano (23 novembre).
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*Sant'Artaldo (Artoldo) di Belley - Certosino e Vescovo (6 ottobre)

Sothonod (Francia), 1101 ca. – Arvières (Francia), 6 ottobre 1206
Nacque verso il 1101 nel castello di Sothonod, nel Dipartimento francese di Ain. Trascorse la sua gioventù come araldo alla corte di Amedeo III di Savoia (1095-1148), che morì a Cipro durante la seconda crociata. Nel 1120 decise di entrare presso la Certosa di Portes (Lione). Nel 1132 fu inviato nella diocesi di Ginevra, per fondare una Casa dell'Ordine Certosino.
La prima Casa presso il Monte di Colombier fu distrutta qualche anno dopo da un incendio. Il santo decise così di fondare una nuova certosa, di cui fu priore, nella piana di Arvièrs. Lo stesso Papa Alessandro III (1159-1181) intratteneva con lui un rapporto epistolare.
Fu eletto vescovo di Belley, città francese e capoluogo nel Medioevo di una contea, succedendo al defunto vescovo Reginaldo.
Per evitare la carica si nascose, ma nel 1188 fu costretto ad accettarla. Occupò la sede per due anni, perché nel 1190 Papa Clemente III (1187-1191) accettò la sua rinuncia. Rientrò nella sua certosa di Arvières, dove morì il 6 ottobre 1206 a 105 anni. (Avvenire)

Emblema: Bastone pastorale
Martirologio Romano: Nella Certosa di Arvières da lui fondata nella Burgundia, in Francia, Sant’Artaldo, vescovo di Belley, che, monaco già quasi nonagenario, fu eletto vescovo contro la sua volontà, ma dopo appena un biennio fece ritorno alla vita monastica e visse fino all’età di centosei anni.
Il “Martyrologium Romanum” lo riporta al 6 ottobre con il nome di Artoldo, in francese Arthaud, Arthold. Nacque verso il 1101 nel castello di Sothonod, parrocchia di Songieu, in Valromey (Dipartimento francese di Ain, il cui capoluogo è Bourg-en-Bresse).
Araldo trascorse la sua gioventù alla corte di Amedeo III di Savoia (1095-1148) il quale morì a Cipro durante la seconda Crociata. A quasi venti anni nel 1120, entrò nella Certosa di Portes (Lione) e quando aveva 31 anni fu inviato nel 1132 nella diocesi di Ginevra, per instaurare una Casa dell’Ordine Certosino, fondato nel 1084 da s. Brunone.
Ma la prima Casa, eretta presso il Monte di Colombier, fu distrutta qualche anno dopo da un incendio; allora Artaldo si spostò nella piana di Arvièrs dove fondò una nuova certosa diventandone priore.
Aveva già una reputazione di santità, perché papa Alessandro III (1159-1181) gli si confidava
familiarmente per lettera, dopo i suoi contrasti con l’imperatore Federico Barbarossa.
Poi suo malgrado, Artaldo fu eletto vescovo di Belley, città francese e capoluogo nel Medioevo di una contea, succedendo al defunto vescovo Reginaldo; per evitare la carica si nascose, ma per poco, perché scoperto, fu nel 1188 costretto ad accettarla.
Ad ogni modo resse la diocesi per due anni, perché nel 1190 ottenne dal papa Clemente III (1187-1191) la sua rinunzia e quindi poté rientrare nella sua certosa di Arvières, dove visse santamente fino a 105 anni, la sua morte avvenne il 6 ottobre 1206.
Le sue reliquie, riconosciute ufficialmente nel 1640, durante la Rivoluzione Francese, vennero affidate alla parrocchia di Lochieu e dopo alterne vicende di sepolture e riesumazioni, dal 13 aprile 1830 sono di nuovo nella suddetta chiesa parrocchiale.
La sua festa celebrata dai certosini il 6 ottobre, venne estesa a tutta la diocesi di Belley e poi a tutta Europa, da papa Gregorio XVI, con decreto di conferma del culto del 2 giugno 1834.

(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)

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*San Barto di Vaison - Vescovo (6 ottobre)

Fine del VI sec.
San Barto (Barso, Barsio, Barthus o Barsius) è il nono vescovo di Vaison. Nella cronotassi ufficiale dei vescovi succede a San Quinidio, deceduto nel 578 o 579 e precede Artemio, citato intono al 581.
Sulla diocesi sappiamo che una chiesa era organizzata nella “civitas Vasiensium”, attestata agli inizi del IV secolo.
Il primo vescovo storicamente documentato è Dafno, che partecipò, nel 314 al concilio di Arles.
Tra i primi vescovi della diocesi, si distinse in particolare San Quinidio, suo predecessore, che partecipò al concilio di Parigi del 573.
Nella città di Vaison si tennero due importanti concili, sulla disciplina ecclesiastica, negli anni 442 e 529.
Non sappiamo nulla sulla sua vita e sulla sua breve esperienza episcopale.
Di sicuro gli anni entro cui governò la diocesi sono da fissarsi tra gli anni 579 e 581.
San Barto, secondo lo storico Louis Marie Olivier Duchesne, nel suo “Fastes épiscopaux de l'ancienne Gaule”, troppo debolmente attestato, è da escludersi dall’elenco dei vescovi della diocesi.
La sua vesta si celebrava a Vaison nel giorno 6 ottobre.

(Autore: Mauro Bonato - Fonte: Enciclopedia dei Santi)

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*Beato Bernardo Placido Fabrega Julia - Religioso e Martire (6 ottobre)
Schede dei gruppi a cui appartiene:

“Beati 498 Martiri Spagnoli Beatificati nel 2007”
“Martiri della Guerra di Spagna”
Camallera, Spagna, 18 febbraio 1889 – Barruelo, Spagna, 6 ottobre 1934
Fratel Bernardo, al secolo Placido Fabrega Julia, entrò appena adolescente nell’Istituto dei Frati Maristi delle Scuole, fondato da San Marcellino Giovanni Battista Champagnat.
Quando venne ucciso “in odium fidei”, agli inizi della guerra civile spagnola, era superiore della sua comunità e direttore della scuola di Barruelo de Santullán, in provincia di Valencia.
Il suo martirio fu riconosciuto il 22 giugno 2004 da Giovanni Paolo II ed è stato beatificato il 28 ottobre 2007 sotto il pontificato di Benedetto XVI con altre 497 vittime della medesima persecuzione.
Nato a Camallera (Gerona, Spagna) il 18 febbraio 1888 da Paolo e Maria Julia, seguendo le orme del fratello maggiore Giovanni (fr. Andrea), entrò nel probandato dei fratelli maristi di San Andrea de Palomar (Barcellona), nel marzo 1901.
Dopo tre anni di preparazione, fece il suo anno di noviziato e l'8 settembre 1905 emise i primi voti religiosi.
Tanto nel periodo della formazione religiosa, come nelle prime scuole dove insegnò, a Barcellona, a Valencia e a Igualada, si distinse per la pietà, per lo zelo delle anime e per la carità verso i poveri. Però queste sue qualità rifulsero specialmente in mezzo ai figli dei minatori delle Asturie.
Desideroso d'essere più utile ai poveri, chiese ed ottenne dai superiori di poter lavorare in mezzo a loro; fu infatti destinato a Vallejo de Orbo prima, indi a Barruelo, paesi situati nella regione
mineraria di carbone tra Palencia e le Asturie, dove i fratelli maristi dirigono due scuole.
Direttore successivamente nell'una e nell'altra casa, vi svolse un attivo e intelligente apostolato. Organizzò un oratorio festivo per tutti i ragazzi del paese, fossero o no alunni dei maristi.
Per i grandi dettò conferenze apologetiche, alle quali intervenivano anche gli avversari e non sempre con rette intenzioni. Fondò l'associazione di Azione Cattolica ed il circolo di studio.
S'interessò degli ammalati senza distinzione di idee politiche; li confortava e suggeriva pensieri cristiani.
Fratel Bernardo si riservò sempre la preparazione dei bambini alla prima comunione, cercando di infondere nel cuore dei ragazzi un'illumin
ata e soda devozione al Sacro Cuore e alla SS. Vergine, preoccupandosi di reclutare vocazioni
sacerdotali e religiose.
L'opera di fr. Bernardo non poteva piacere ai nemici del bene e dell'ordine; non gli perdonavano quella sua attività apostolica, specialmente l'Azione Cattolica e le conferenze apologetiche che tanto servivano a consolidare la fede di buona parte della gioventù operaia; non si accontentavano perciò di insulti e minacce.
Una delle prime vittime designate fu proprio lui. La sua morte fu subito considerata un vero martirio.
Nel primo anniversario dell'assassinio venne eretto il mausoleo che ancora oggi fa presente fr. Bernardo fra i suoi minatori.
Questa tomba divenne fin d'allora mèta di visite e di preghiere e a cinquant'anni dai fatti, la fama di santità e di martirio di fr. Bernardo è ancora molto viva in tutta la regione mineraria del nord della provincia di Palencia e fra tutti i fratelli maristi della Spagna, come l'hanno provato le recenti celebrazioni del 50° anniversario.
L'apertura del processo ordinario è avvenuta a Roma il 3 agosto 1948.
(Autore: Agustin Carazo – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*San Bruno (Brunone) - Sacerdote e Monaco - Memoria Facoltativa - (6 ottobre)

Colonia (Germania), intorno al 1030 - Serra San Bruno (Vibo Valentia), 6 ottobre 1101
Nato in Germania nel 1030 e vissuto poi tra il suo Paese, la Francia e l'Italia, dove morì nel 1101, Bruno o Brunone, professore di teologia e filosofia, sceglie ben presto la strada della vita eremitica. Trova così sei compagni che la pensano come lui e il vescovo Ugo di Grenoble li aiuta a stabilirsi in una località selvaggia detta «chartusia» (chartreuse in francese).
Lì si costruiscono un ambiente per la preghiera comune, e sette baracche dove ciascuno vive pregando e lavorando: una vita da eremiti, con momenti comunitari. Quando Bruno insegnava a Reims, uno dei suoi allievi era il benedettino Oddone di Châtillon. Nel 1090 se lo ritrova papa col nome di Urbano II, che lo sceglie come consigliere.
Ottiene da lui riconoscimento e autonomia per il monastero fondato presso Grenoble, poi noto come Grande Chartreuse. In Calabria nella Foresta della Torre (ora in provincia di Vibo Valentia) fonda una nuova comunità. Più tardi, a poca distanza, costruirà un altro monastero per la vita comunitaria. È il luogo accanto al quale sorgeranno poi le prime case dell'attuale Serra San Bruno. (Avvenire)
Etimologia: Bruno = allude al colore della carnagione
Martirologio Romano: San Bruno, sacerdote, che, originario di Colonia in Lotaringia, nel territorio dell’odierna Germania, dopo avere insegnato la teologia in Francia, desideroso di condurre vita solitaria, fondò con pochi discepoli nella deserta valle di Chartroux un Ordine, in cui la solitudine eremitica si combinasse con una minima forma di vita comunitaria. Chiamato a Roma dal Papa Beato Urbano II, perché lo aiutasse nelle necessità della Chiesa, riuscì tuttavia a trascorrere gli ultimi anni della sua vita in un eremo vicino al monastero di La Torre in Calabria.
Nato in Germania, e vissuto poi tra il suo Paese, la Francia e l’Italia, il nobile renano Bruno o Brunone è vero figlio dell’Europa dell’XI secolo, divisa e confusa, ma pure a suo modo aperta e propizia alla mobilità. Studente e poi insegnante a Reims, si trova presto faccia a faccia con la simonia, cioè col mercato delle cariche ecclesiastiche che infetta la Chiesa.
Professore di teologia e filosofia, esperto di cose curiali, potrebbe diventare vescovo per la via onesta dei meriti, ora che papa Gregorio VII lotta per ripulire gli episcopi. Ma lo disgusta l’ambiente. La fede che pratica e che insegna è tutt’altra cosa, come nel 1083 gli conferma Roberto di Molesme, il severo monaco che darà vita ai Cistercensi.
Bruno trova sei compagni che la pensano come lui, e il vescovo Ugo di Grenoble li aiuta a stabilirsi in una località selvaggia detta “chartusia” (chartreuse in francese). Lì si costruiscono un ambiente per la preghiera comune, e sette baracche dove ciascuno vive pregando e lavorando: una vita da eremiti, con momenti comunitari. Ma non pensano minimamente a fondare qualcosa: vogliono soltanto vivere radicalmente il Vangelo e stare lontani dai mercanti del sacro.
Quando Bruno insegnava a Reims, uno dei suoi allievi era il benedettino Oddone di Châtillon. Nel 1090 se lo ritrova papa col nome di Urbano II e deve raggiungerlo a Roma come suo consigliere. Ottiene da lui riconoscimento e autonomia per il monastero fondato presso Grenoble, poi noto come Grande Chartreuse. Però a Roma non resiste: pochi mesi, ed eccolo in Calabria nella Foresta della Torre (ora in provincia di Vibo Valentia); e riecco l’oratorio, le celle come alla Chartreuse, una nuova comunità guidata col solito rigore.
Più tardi, a poca distanza, costruirà un altro monastero per chi, inadatto alle asprezze eremitiche,
preferisce vivere in comunità. E’ il luogo accanto al quale sorgeranno poi le prime case dell’attuale Serra San Bruno. I suoi pochi confratelli (non ama avere intorno gente numerosa e qualunque) devono essere pronti alla durezza di una vita che egli insegna col consiglio e con istruzioni scritte, che dopo la sua morte troveranno codificazione nella Regola, approvata nel 1176 dalla Santa Sede.
E’ una guida all’autenticità, col modello della Chiesa primitiva nella povertà e nella gioia, quando si cantano le lodi a Dio e quando lo si serve col lavoro, cercando anche qui la perfezione, e facendo da maestri ai fratelli, alle famiglie, anche con i mestieri splendidamente insegnati. Sempre pochi e sempre vivi i certosini: a Serra, vicino a Bruno, e altrove, passando attraverso guerre, terremoti, rivoluzioni. Sempre fedeli allo spirito primitivo. Una comunità "mai riformata, perché mai deformata". Come la voleva Bruno, il cui culto è stato approvato da Leone X (1513-1521) e confermato da Gregorio XV (1621-1623).

Autore: Domenico Agasso - Fonte: Enciclopedia dei Santi)

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*Beata Chiara Builia (o Buillia) - Clarissa (6 ottobre)

† 1520 ca.
La Beata Chiara Builia è stata una clarissa che visse tra il XV e XVI secolo.
Divenne monaca a Valenza.
Si tramanda che dopo una vita vissuta santamente morì intorno all’anno 1520. Su di lei non abbiamo altre notizie.
La Beata Chiara è ricordata solo nei martirologi francescani nel giorno 6 ottobre.

(Autore: Mauro Bonato - Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - Beata Chiara Builia, pregate per noi.


*Santa Fede di Agen - Martire (6 ottobre)

Sec. III
Emblema: Palma
Martirologio Romano: Ad Agen in Aquitania, ora in Francia, Santa Fede, Martire.
Veneratissima nel Medioevo in Francia e altrove, è purtroppo conosciuta solo attraverso documenti leggendari.
Il Martirologio Geronimiano la ricorda il 6 ottobre, ma il breve latercolo non indica il tempo in cui la santa morì ed era sconosciuto all'autore della passio primitiva oggi perduta, nota, però, a Floro che la sunteggiò nel suo Martirologio.
Le recensioni posteriori della passio, invece, non più antiche del sec. X, affermano che Fede morì durante la persecuzione di Diocleziano e Adone
recisa l'anno: 303; probabilmente, però, il suo martirio deve porsi in una delle persecuzioni del sec. III.
Secondo la passio attuale, Fede nacque da nobili genitori; era fanciulla di dodici anni quando, scoppiata la persecuzione, il prefetto Daciano la fece arrestare e non riuscendo ad indurla a sacrificare agli idoli, la fece dapprima porre sopra una graticola di ferro arroventata e poi decapitare insieme con Caprasio, un cristiano che, nascostosi per paura dei tormenti, si era poi presentato spontaneamente al giudice, indotto da un miracolo.
Nel sec. V il vescovo Dulcizio edificò sul sepolcro di Fausto ad Agen una basilica che, restaurata nel sec. XIII e ingrandita nel XV, fu demolita nel 1892 per esigenze urbanistiche.
Contrariamente però ad ogni consuetudine, il centro di irradiazione del culto di Fede non fu la basilica ad corpus, ma la chiesa di Conques-enRouergue, dove nel sec. IX erano state trasportate alcune sue reliquie.
Qui esisteva anche un monastero che, per essere sulla strada frequentata dai pellegrini che si recavano a San Giacomo di Compostella, divenne a sua volta famoso e meta di pellegrinaggi.
Il culto di Fede si propagò così in tutta l'Europa e poi anche in America, dove numerose città e chiese furono a lei dedicate. Tra le più importanti meritano di essere ricordate l'abbazia di Conches in Normandia e la chiesa di Sélestat, nell'Alsazia.

(Autore: Agostino Amore - Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - Santa Fede di Agen, pregate per noi.


*Beato Francesco Hunot - Martire (6 ottobre)

Martirologio Romano: Al largo di Rochefort in Francia, Beato Francesco Hunot, sacerdote e martire, che, durante la persecuzione contro la Chiesa, fu rinchiuso a motivo del suo sacerdozio in una sordida galera, dove, assalito da febbre, rese lo spirito a Dio.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Francesco Hunot, pregate per noi.


*San Francesco Tran Van Trung - Martire (6 ottobre)
† 1858
Soldato dell'esercito imperiale del Vietnam che, per essersi rifiutato di calpestare la Croce, fu torturato e decapitato.
Martirologio Romano: Presso la città di An-Hòa in Annamia, ora Viet Nam, San Francesco Trần Văn Trung, martire, che, soldato, essendosi coraggiosamente rifiutato di rinnegare la fede cristiana, fu decapitato per ordine dell’imperatore Tự Đức.

(Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - San Francesco Tran Van Trung, pregate per noi.


*Beato Giacomo de Prunera - Mercedario (6 ottobre)

† 1448
Mercedario redentore di estrema bontà, il Beato Giacomo de Prunera, predicò il vangelo a coloro che erano schiavi.
Uomo di grandissima santità fu ammirato anche dai mori meravigliati per la sua affabilità.
Carico di meriti morì nel bacio del Signore l'anno 1448 nel convento di Santa Colomba a Queralt.
L'Ordine lo festeggia il 6 ottobre.

(Fonte:
Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - Beato Giacomo de Prunera, pregate per noi.


*Beati Giovanni e Tecla Hashimoto, sposi, e figli - Martiri Giapponesi (6 ottobre)
Scheda del gruppo a cui appartengono:

“Beati Martiri Giapponesi” Beatificati nel 1867-1989-2008
+ Kyoto, Giappone, 6 ottobre 1619
Nelle feroci persecuzioni scatenatesi in Giappone nei secoli scorsi contro i cristiani caddero vittime la Beata Tecla Hashimoto, crociffissa, ed a lei legati i figli Caterina (13 anni), Tommaso (12 anni), Francesco (8 anni), Pietro (6 anni) e Ludovica (3 anni.
Prima di loro, il medesimo giorno 6 ottobre 1619 sempre presso Kyoto era stato ucciso il loro padre Giovanni.
Questa intera famiglia è stata beatificata il 24 novembre 2008 sotto il pontificato di Papa Benedetto XVI, unitamente al folto gruppo di martiri giapponesi denominato “Pietro Kibe Kasui e 187 compagni”.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beati Giovanni e Tecla Hashimoto, sposi, e figli, pregate per noi.


*San Giovanni Xenos (6 ottobre)
Martirologio Romano:
A Nazogírea nell’isola di Creta, San Giovanni, detto Xenos, che diffuse nell’isola la vita monastica.

(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Giovanni Xenos, pregate per noi.


*Beato Isidoro di S. Giuseppe De Loor - Passionista (6 ottobre)

Vrasene (Belgio), 18 aprile 1881 - Kortrijk, 6 ottobre 1916
Martirologio Romano: A Cortryck in Belgio, Beato Isidoro di San Giuseppe de Loor, religioso della Congregazione della Passione, che svolse santamente i compiti a lui affidati e, colpito dalla malattia, fu per i suoi confratelli un esempio di accettazione di atroci sofferenze.
La Congregazione dei Passionisti, fondata da San Paolo della Croce, non comprende solo chierici, ma anche ‘Fratelli coadiutori’ che sono religiosi al pari dei Sacerdoti e dei chierici in genere.
E fra i tanti che hanno onorato la Congregazione con la loro santa vita, vi è il Beato Isidoro di S. Giuseppe (Isidoro De Loor), il quale nacque il 18 aprile 1881 a Vrasene (Belgio, Fiandre Orientali) da modesti agricoltori profondamente cristiani.
La giornata trascorreva nel lavoro pesante ma gioioso dei campi, sempre alla presenza di Dio e sotto la materna protezione della Madonna, il giorno si chiudeva con la recita comune del rosario.
Isidoro dopo aver ricevuto la Prima Comunione ad 11 anni e la Cresima nel 1894, divenne catechista nella sua parrocchia a Vrasene ed a St-Gilles, dove fu anche cantore nella Pia Unione di S. Francesco Saverio.
A 26 anni, nel 1907 assistette ad una missione tenuta dai Padri Redentoristi, senza perdersi nessuna predica, rimanendo molto colpito, per cui decise di diventare come loro. Il padre Bouckaert
redentorista, esaminò bene Isidoro e nel sentirlo così devoto verso la Passione di Cristo, con saggezza e prudenza, lo indirizzò ai Passionisti, dove entrò come fratello coadiutore nel noviziato di Ere (Tournai) fondato nel 1840 dal beato Domenico della Madre di Dio, lasciando la famiglia in lagrime silenziose; era il 15 aprile del 1907.
Si trovò subito a suo agio, niente lo scoraggiava, disse a sé stesso: “Isidoro qui dovrai farti Santo”, emise i voti perpetui il 13 settembre 1908.
Nel 1910 fu trasferito al nuovo convento di Wezembeek-Oppen vicino Bruxelles con i compiti di cuoco, portinaio, ortolano; l’anno successivo nel 1911 improvvisamente si manifestò una cancrena all’occhio destro, che dopo molte e atroci sofferenze, gli venne asportato.
Tornò al lavoro quotidiano pur sapendo che il cancro che l’aveva colpito, sarebbe riapparso in altra parte, dopo alcuni anni come il medico diagnosticava. L’11 agosto del 1912 venne trasferito a Kortrijk (Bruges) e anche qui fu prima cuoco, poi portinaio e qualche volta questuante, sempre in intima unione con Dio e diventando sempre più un modello per i fratelli coadiutori passionisti.
A settembre del 1916, in piena Prima Guerra Mondiale, il cancro ricomparve fulminante all’intestino;
si consolava degli atroci dolori con la sua solita riflessione “Il Paradiso una volta guadagnato, è guadagnato per sempre”.
La notte del 6 ottobre 1916 ebbe violenti dolori, seduto su una sedia con la testa fra le mani mormorava: “Signore, sia fatta la Tua volontà”; il superiore lo confortava “Animo fratello Isidoro! È giunta l’ora di andare al cielo” e lui alzando un po’ la testa: “Oh sì per il bel Paradiso”, furono le sue ultime parole e con una calma e serenità invidiabile, lasciò questa terra ad appena 36 anni.
Sepolto nel cimitero di Kortrijk, i suoi resti mortali nel 1952 furono trasferiti nel convento di Courtrai in Belgio che divenne meta di numerosi pellegrinaggi. Le grazie ricevute per sua intercessione, si contano a migliaia.
La causa per la sua beatificazione fu introdotta il 9 novembre 1960, nel frattempo la sua figura diventò una delle più popolari ed amate del Belgio.
Papa Giovanni Paolo II l’ha beatificato il 30 settembre 1984, la festa liturgica è al 6 ottobre.

(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)

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*San Magno - Vescovo di Oderzo ed Eraclea (6 ottobre)

Emblema: Bastone pastorale
Martirologio Romano: In Veneto, commemorazione di san Magno, vescovo, che si dice sia andato via dalla città di Oderzo con gran parte del suo gregge a causa dell’invasione longobarda, fondando la nuova città di Eraclea, e abbia costruito otto chiese a Venezia.
Il 6 ottobre il calendario liturgico porta la memoria di San Magno, vescovo di Oderzo ed Eraclea. Quando nel 568 le onde Longobarde, di re Alboino invasero la pianura padana, facendo di Pavia la loro capitale, i Bizantini, che a partire dalla deposizione nel 476 dell’ultimo imperatore romano, Romolo augusto, detenevano con Zenone I  le insegne imperiali dell’Occidente, poterono fare quasi nulla contro l’arroganza di tali barbari.
A quei tempi Venezia non ancora esisteva, al suo posto c’era una laguna brumosa nella quale si erano rifugiati i contadini ed i pescatori padani sfuggiti alle razzie barbare. Gradualmente quei miseri villaggi di legno, vennero sostituiti dalla pietra, sempre in bilico tra acqua e terra, e così si formò Venezia. La vicenda di San Magno s’inserisce proprio agli inizi della storia della laguna, in uno di quei 118 isolotti al confine con il mare.
Magno, nato alla fine del VI secolo ad Altino, una volta acquisita un’ottima educazione umanistica, scelse la vita eremitica, durante la quale si preparò a ricevere l’ordinazione sacerdotale che avvenne nella città di Opitergium, oggi Oderzo. In questa città San Magno diede inizio al suo impegno rivolto ad estirpare sia il paganesimo sia l’eresia ariana. Date le circostanze non proprio favorevoli per gli opitergini, san Magno organizzò, col consenso di papa Severino, una “transumanza” civica in un’isoletta che verrà successivamente chiamata Eraclea. Tra le prime cose fece costruire la
cattedrale dedicata all’apostolo Pietro e altre chiese nei luoghi dove più tardi sorgerà Venezia. In questa impresa di trasferimento da Oderzo ad Eraclea, san Magno figurò agli occhi dei cittadini come un novello che guida il suo popolo alla terra promessa.
Nel 665 Oderzo subì un grave attacco da parte dei Longobardi ariani che rasero la città completamente al suolo. Pochi anni dopo, verso il 670 circa, san Magno morì ad Oderzo ed i suoi resti vennero inumati nella sua cattedrale. Secondo una costante tradizione quando san Magno fu cacciato dai Barbari e cercò un rifugio nelle lagune di Venezia, san Raffaele si presentò a lui in una visione e gli disse che voleva avere un santuario in quel luogo.
Il vescovo obbedì ed innalzò una chiesa in onore di san Raffaele nella parte della città chiamata Dorso Daro. Illuminato da una luce soprannaturale, san Magno avrebbe visto svolgersi sotto i suoi sguardi gli eventi futuri della splendida storia di Venezia.
Il culto di San Magno non ha cessato di esistere nella diocesi di Venezia, dove le spoglie mortali furono traslate nel 1206 dal Doge Pietro Zani, è considerato tuttora un patrono secondario. Attualmente i suoi resti riposano ad Eraclea conservati nella Chiesa parrocchiale di Santa Maria Immacolata. San Magno ha come emblema il Bastone Pastorale Episcopale ed è considerato protettore dei muratori.
(Autore: Don Marcello Stanzione)
Anche se la sua Legenda fosse, come afferma il Comm. Martyr. Rom., "un tessuto di luoghi comuni" e quantunque le prime testimonianze su di lui siano di molti secoli posteriori, tuttavia sarebbe imprudente rinunciare alla posizione di discreta accettazione della tradizione veneta, che fu già del bollandista J. Ghesi quière. Secondo questa tradizione Magno nacque ad Altino da famiglia nobile, probabilmente nell' l'ultimo quarto del sec. VI. Maturata in patria la formazione umanistica, si ritirò a vita eremitica in un'isola della vicina laguna, ove si preparò al sacerdozio, che ricevette ed esercitò nella città di Oderzo, combattendo le ultime propaggini del paganesimo e le infiltrazioni ariane, provenienti dalla parte della diocesi (Ceneda), occupata dai Longobardi.
Nel 630 ca. succedette a San Tiziano nella sede episcopale di Oderzo. La città e parte della diocesi erano ancora soggette ai Bizantini, di cui costituivano l'ultimo contrafforte sulla terraferma, un cuneo di resistenza conficcato nel regno longobardo.
Non è meraviglia che Rotari, approfittando della circostanza che le forze bizantine erano impegnate in Oriente, nel 638-39 abbia assalito ed occupato la città. La maggior parte degli abitanti, sotto la guida dei suoi capi politici e specialmente del vescovo, si rifugiò nelle isole vicine della laguna veneta, che facevano parte della diocesi di Oderzo, i piú in quella ove sorse "Civitas nova que dicitur
Eracliana". Magno ottenne dal papa Severino (28 maggio - 2 agosto 640) e da Primigenio, patriarca di Grado, di trasferirvi la sede vescovile, pur conservando anche il nome di Oderzo.
Vi costruí la cattedrale dedicata all'apostolo s. Pietro, anzi la tradizione lo fa anche fondatore, per divina ispirazione, di altre otto chiese in quella zona realtina dove sorgerà Venezia. Un nuovo afflusso di opitergini ad Eraclea e nelle isole vicine ebbe luogo quando, nel 665-667, Oderzo fu rioccupata dai Longobardi e distrutta dalle fondamenta. Il Santo sopravvisse pochi anni al triste evento: morí novantenne intorno al 670 e fu sepolto nella sua cattedrale.
Quando per l'interramento della laguna circostante, Eraclea fu abbandonata dai suoi abitanti, il doge Pietro Ziani (1205-29), il 6 ottobre 1206, fece trasportare i resti di Magno a Venezia, nella chiesa di S. Geremia. Il 21 dicembre 1459 il senato veneto decretò che quel giorno fosse festivo per tutta la città; in quella festa i dogi andavano pellegrini con la loro corte nella chiesa di San Geremia, fino a che, il 28 settembre 1563, un nuovo decreto del senato permise che un braccio del santo fosse portato nella basilica di S. Marco ed ivi ogni anno, il 6 ottobre, esposto alla venerazione del doge e dei fedeli entro un ricco reliquiario d'argento.
Magno continua ad essere venerato nella diocesi di Venezia come patrono secondario, anche dopo che il 22 aprile 1956 i suoi resti tornarono nella nuova Eraclea per esservi conservati nella chiesa parrocchiale di S. Maria Immacolata. La piú bella raffigurazione del santo è nell'Incredulità di S. Tommaso, all'Accademia delle Belle Arti di Venezia: Cima da Conegliano lo rappresentò in piedi con folta barba bianca, ravvolto in ricco piviale, il pastorale nella sinistra, assieme a San Tommaso, perché come lui era il protettore dell'arte dei muratori.
(Autore: Ireneo Daniele - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Magno Vescovo di Oderzo ed Eraclea, pregate per noi.


*Santa Maria Francesca delle Cinque Piaghe (Anna Maria Gallo) - Vergine (6 ottobre)
Napoli, 25 marzo 1715 - 6 ottobre 1791
Martirologio Romano: A Napoli, Santa Maria Francesca delle Piaghe del Signore nostro Gesù Cristo (Anna Maria) Gallo, vergine del Terz’Ordine Secolare di San Francesco, ammirevole per la pazienza di fronte alle innumerevoli e continue sofferenze e avversità, per le penitenze e per l’amore di Dio e delle anime.
Anna Maria Gallo nacque a Napoli il 25 marzo 1715 da piccoli commercianti di mercerie. Ricevette la Prima Comunione all’età di sette anni. Nacque e visse nei famosi “Quartieri spagnoli” di Napoli, zona popolosa e non certamente rinomata; trattasi di tanti vicoletti intersecati a scacchiera ove le truppe spagnole vicereali del ‘600 venivano ‘accquartierati’ in casette di 1-2 stanze, alte massimo 1 piano a poca distanza dal Palazzo Reale, pronti ad intervenire alla prima chiamata.
In seguito quasi finita l’occupazione spagnola, queste case furono sopraelevate di altri piani, visto che era proibito costruire fuori le mura della città e tolte le truppe entrarono i cittadini per abitarci.
Il nome di questo rione, a ridosso della strada principale di Napoli, via Toledo, formato da un reticolato di alti palazzi ma in vicoli stretti e senza luce viene ancora chiamato “sopra i Quartieri”, la popolazione abita praticamente a brevissima distanza dalle finestre e balconi del muro di fronte; aldilà dell’origine storica, c’è il reale problema del soccorso in caso di pericolo, soprattutto d’incendio, perché le autobotti dei Vigili del fuoco non passano.
All’epoca della nostra Santa non c’era solo un pericolo per la promiscuità e la violenza sviluppatosi, ma vi era anche un fervore di opere religiose con conventi e chiese i cui Ordini si stabilivano lì, per
poter dare concreto aiuto spirituale e materiale ai fedeli.
La ragazza man mano che cresceva mostrò una pratica religiosa delle virtù cristiane tale da essere soprannominata la “santarella” conobbe e si fece guidare dal futuro santo Giovan Giuseppe della Croce, alcantarino del convento di Santa Lucia al Monte, la cui chiesa Anna Maria frequentava.
A sedici anni vincendo le resistenze e le percosse del violento padre, che la voleva sposa di un ricco giovane, che l’aveva chiesta, Anna Maria entrò nell’Ordine della Riforma di San Pietro d’Alcantara, vestendone l’abito e pronunciando i prescritti voti, cambiando il nome di battesimo in quello di Maria Francesca delle Cinque Piaghe, rimanendo nel mondo secolare.
Suo Direttore spirituale era il padre Giovanni Pessiri, il quale in seguito ammise la religiosa insieme alla Terziaria Maria Felice, nella sua casa in vico Tre Re a Toledo, dove rimase per 38 anni fino alla morte.
L’edificio prese in seguito il nome di convento per la dimora delle suore, ma esso non era stato
costruito per questo uso e quindi ha ancora oggi tutte le caratteristiche di un’abitazione comoda per famiglia di tre stanze tramutate in cappella e opere annesse.
La vita di Santa Maria Francesca è tutto un susseguirsi di sofferenze fisiche e morali, che in continuità si accanirono contro di lei, donate a Cristo come pegno per i peccatori; la sua casa divenne meta continua di fedeli fra i quali s. Francesco Saverio Bianchi a cui predisse la santità.
Ebbe il dono della profezia e ancora vivente si operarono fatti prodigiosi cui il popolo li considerò come miracoli. Ancora oggi a distanza di oltre due secoli, il popolo accorre a chiedere grazie come è attestato da due lapidi all’esterno della casa-cappella, la seconda è per lo scampato disastro della II guerra mondiale che con i suoi 105 bombardamenti su Napoli, risparmiò i ‘Quartieri’ e il suo denso popolo.
Nella cappella vi è ancora la sua sedia di dolore su cui, specie le donne desiderose di avere un figlio devotamente si siedono ad impetrare la grazia. Morì il 6 ottobre 1791 a 76 anni e il suo corpo riposa nel Santuario-Casa della Santa in Vico Tre Re a Toledo. Ai funerali partecipò una grande folla e giunta la bara alla chiesa questa fu presa d’assalto da chi voleva ad ogni costo un reliquia, dovettero intervenire le Guardie del Corpo del Re.
Fu beatificata il 12 novembre 1843 da Papa Gregorio XVI e canonizzata il 29 giugno 1867 dal Pontefice Pio IX, prima santa napoletana della Chiesa.

(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)

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*Beata Maria Rosa (Eulalia Melania) Durocher - Fondatrice (6 ottobre)

Saint-Antoine-sur-Richelieu, Québec, Canada, 6 ottobre 1811 – Longueuil, Canada, 6 ottobre 1849
La Beata canadese suor Maria Rosa (al secolo Eulalia Melania Durocher) fondò la Congregazione delle Suore dei Santi Nomi di Gesù e di Maria. Giovanni Paolo II la beatificò il 23 maggio 1982.
Martirologio Romano: In località Longueuil in Canada, Beata Maria Rosa (Eulalia) Durochet, vergine, fondatrice della Congregazione delle Suore dei Santi Nomi di Gesù e Maria per la formazione umana e cristiana della gioventù femminile.
Una ragazza nata in un piccolo villaggio di campagna, dalla salute gracile, non avrebbe mai pensato di fondare un giorno una congregazione di suore insegnanti, diffusa oggi in varie parti del mondo, ma il Signore, per le sue opere, si serve anche di piccoli strumenti.
Eulalia Durocher nacque a Saint Antoine sur Richelieu, un piccolo paese del Quebéc (Canada), il 6 ottobre 1811 da una famiglia molto religiosa. Era l’ultima di dieci figli, tre dei quali divennero sacerdoti e due suore. Anche i genitori, che erano contadini, avevano in giovinezza pensato di consacrarsi a Dio.
Eulalia (battezzata con il nome di Melania) crebbe in un ambiente sano, tranquillo e profondamente cristiano. All’età di dieci anni fu mandata nel collegio delle Suore di Notre Dame a St. Denis in cui rimase due anni e in cui ricevette la Prima Comunione.
Ritornò poi a casa per problemi di salute fino a quando, nel 1827, maturando la vocazione religiosa, entrò nella comunità di Montreal delle medesime suore. Nei tre anni successivi dovette più volte tornare a casa, sempre a causa della cagionevole salute, e infine rinunciò al suo desiderio. All’età di diciannove anni, quando morì la madre, si trasferì col padre presso il fratello sacerdote in un paese vicino. Si occupava delle faccende della canonica, aiutando nelle opere parrocchiali e facendosi apprezzare da tutti per disponibilità e gentilezza. L’anno seguente alcune ragazze iniziarono ad aiutarla ed insieme formarono l’associazione delle Figlie di Maria, la prima del Canada. Eulalia fu eletta direttrice dell’associazione ma la sua vocazione di consacrarsi tutta a Dio rimaneva forte e nel 1841 pronunciò nelle mani del confessore i voti privati di povertà, castità e ubbidienza. Il lavoro in parrocchia le dava poi modo di comprendere quanto fosse necessaria l’istruzione dei poveri che a quei tempi ne erano quasi privi. La situazione socio-politica del Quebéc era complicata.
Nel secolo precedente, dopo una guerra tra Francia e Inghilterra (1763), il paese era passato sotto il controllo inglese. Fin dalla sua fondazione (1603), la cosiddetta “Novelle France” era nata grazie all’immigrazione dal vecchio continente, regolata da norme precise. Gli abitanti erano tutti cattolici francesi e spesso i rapporti con i confinanti inglesi (protestanti) non erano facili. Con la Rivoluzione Americana, in Canada si rifugiarono i coloni che non volevano separarsi dalla Corona britannica. Si stabilirono soprattutto ad ovest, nell'Ontario, lasciando ai francofoni i territori dell'est. La convivenza tra le due comunità, che implicava la scelta dei governi, la libertà di stampa e il controllo del commercio, era difficile.
Ci furono rivolte sedate con la forza (1838) perché i francesi, pur essendo in maggioranza, avevano meno diritti. In queste complesse vicende si inserisce la storia della beata. Nella sua cittadina, per l’istruzione del popolo, si cercò di far giungere dalla Francia la Congregazione dei Santi Nomi di Gesù e Maria che, impossibilitata ad aprire oltreoceano una casa, mandò le proprie costituzioni cui ispirarsi. Il confessore di Eulalia, un Missionario Oblato di Maria Immacolata (fondati dal De Mazenod), consigliò quindi alla giovane di dare vita ad una nuova famiglia religiosa. La Durocher, contro ogni sua aspettativa, insieme a due amiche, formò la prima comunità prendendo dimora in una vecchia scuola. Proprio in quegli anni Sant’Eugenio de Mazenod inviava dalla Francia i suoi missionari a Montreal, aprendo la strada allo sviluppo della sua congregazione. La diocesi cattolica era grande e c’era molto da lavorare.
Nacquero così a Longueuil, il 28 ottobre 1843, le Suore dei Santi Nomi di Gesù e Maria. Approvate dal vescovo Ignace Bourget il 29 febbraio dell’anno successivo, l’8 dicembre 1844 ci fu la professione ed Eulalia prese il nome di Maria Rosa, venendo nominata superiora e maestra delle novizie. Nel 1845 la congregazione ebbe la personalità giuridica, con riconoscimento da parte del parlamento. Fondamentale fu la guida degli Oblati di S. Eugenio nella formazione delle suore, e l’aiuto dei fratelli di Suor Maria Rosa, in particolare di Teofilo. Si mantennero le costituzioni dell’istituto di Marsiglia, adottando il metodo di insegnamento dei Fratelli delle Scuole Cristiane. La congregazione moltiplicò il suo apostolato, alcune iniziative erano a pagamento e così si potevano finanziare le attività educative per le famiglie povere.
Madre Maria Rosa aveva ormai compiuto la sua missione terrena, gettando in seno alla Chiesa un seme fecondo. Morì a soli trentotto anni il 6 ottobre 1849. Poco prima di spirare, sorridendo, disse alle suore raccolte intorno al suo letto: “Le vostre preghiere mi trattengono qui, lasciatemi andare!”. La congregazione, che nel 1877 divenne di diritto pontificio, si dedica ancora oggi prevalentemente all'istruzione e alla catechesi, seguendo la spiritualità ignaziana.
È diffusa in varie parti del mondo, oltre al Canada e agli Stati Uniti, è presente in Giappone, Lesotho, Brasile, Perù, Camerun, Haiti, Nigeria.
Le spoglie mortali di Madre Maria Rosa sono venerate nella cappella della Casa Madre di Montreal, Papa Giovanni Paolo II l’ha dichiarata Beata il 23 maggio 1982.
(Autore: Daniele Bolognini – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Maria Rosa Durocher, pregate per noi.


*Beati Martiri di Kyoto (6 ottobre)
Scheda del gruppo a cui appartengono

“Beati Martiri Giapponesi” Beatificati nel 1867-1989-2008
+ Kyoto, Giappone, 6 ottobre 1619
52 laici giapponesi della diocesi di Funai subirono il martirio presso Arima il 7 ottobre 1613 nel contesto di feroci ondate persecutorie contro i cristiani.
Del gruppo fanno parte anche alcune coppie di sposi: Giovanni Hashimoto Tahyoe e sua moglie Tecla, con i loro 5 figli, Lino Rihyoe e sua moglie Maria, Giovanni Kyusaku e sua moglie Maddalena, con la
loro figlia Regina (2 anni), Tommaso Koshima Shinshiro e sua moglie Maria, Tommaso Toemon e sua moglie Lucia, Gerolamo Soroku e sua moglie Lucia.
Inoltre si contano anche alcuni altri piccoli fanciulli con le loro mamme: la Beata Monica (4 anni) figlia della Beata Maria, il Beato Benedetto (2 anni) figlio della Beata Marta, il Beato Sisto (3 anni) figlio della Beata Maria, la Beata Marta (7 anni) figlia della Beata Rufina, il Beato Tommaso Kajiya Yoemon figlio della Beata Anna.
In seguito ad un rapido processo iniziato con il Nulla Osta della Santa Sede concesso in data 2 settembre 1994, è stato riconosciuto il loro martirio il 1° luglio 2007 e sono stati beatificati il 24 novembre 2008, sotto il pontificato di Papa Benedetto XVI, unitamente ad un gruppo complessivo di 188 martiri giapponesi.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beati Martiri di Kyoto, pregate per noi.


*San Pardulfo (Pardolfo) - Abate di Gueret (6 ottobre)

† 6 ottobre 737
Martirologio Romano: A Guéret nel territorio di Limoges in Aquitania, ora in francia, San Pardolfo, abate, che, noto per la sua santità di vita, si dice abbia messo in fuga dal suo chiostro i Saraceni sconfitti dal re Carlo Martello.
La biografia di Pardulfo (fr. Pardoux), fondatore dell’abbazia di Guéret (Creuse), morto nel 737, è nota attraverso una Vita, scritta verso il 750 da un monaco di quell’abbazia.
Nacque a Sardent, quindici Km a sud di Guéret, da una famiglia di contadini. Trovandosi in mezzo a un temporale, rimase ferito e momentaneamente accecato per la caduta di un albero, mentre parecchi compagni che gli erano accanto rimasero uccisi.
Questo fatto lo portò a consacrarsi a Dio e ben presto acquistò la fama di uomo di Dio e
taumaturgo. Dopo qualche esitazione accettò di diventare primo abate di un monastero che il conte di Limoges, Lanterio, aveva fondato a Guéret.
Egli dette ai suoi discepoli l’esempio di una vita austera e, se si deve credere al suo biografo, compi molti miracoli.
Dopo la battaglia di Poitiers (732), i monaci di Guéret fuggirono, atterriti dai Saraceni che devastavano quei luoghi; Pardulfo rimase solo con un compagno e i Saraceni non osarono penetrare dentro il monastero; i monaci ritornarono poco dopo assai confusi.
Pardulfo morì il 6 ottobre 737 a ottant'anni e fu sepolto nella chiesa del monastero; sulla sua tomba si verificarono vari miracoli.
Nel secolo IX l'abbazia fu distrutta dai Normanni e le spoglie di Pardulfo andarono disperse: alcune reliquie sono venerate a Guéret ed altre ad Arnac (Corrèze).
La sua festa, fissata il 6 ottobre, figura sin dal secolo X nei libri liturgici. Il suo culto ha avuto una grande diffusione nel Limosino, nel Quercy, nel Poitou e nella Corrèze. Ventidue comuni portano il suo nome, alle volte alterato in Perdoux, Perdon o Pardon.
A causa della sua cecità momentanea egli è particolarmente invocato contro il mal d'occhi e gli ammalati se li bagnano con l'acqua delle fontane dette "di San Pardulfo".

(Autore: Philippe Rouillard - Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - San Pardulfo, pregate per noi.


*San Renato di Sorrento - Vescovo (6 ottobre)

Etimologia: Renato = redivivo, nato un'altra volta, dal latino
Emblema: Bastone pastorale
Martirologio Romano: A Sorrento in Campania, San Renato, vescovo.
Alcuni studiosi della chiesa sorrentina, dicono che fu il secondo vescovo della città, altri dicono che ne fu il primo, probabilmente fu uno di quegli eremiti, come Catello di Castellammare e Antonino di Sorrento, che vissero tra il VI e IX secolo, sulle colline della penisola sorrentina.
L’omelia del Santo composta sulla fine del sec. VIII, non gli dà il titolo di vescovo, né tantomeno è citato come tale nella ‘Vita’ di Sant'Antonino abate, del sec. IX, dove è narrato che Renato appare nelle sembianze di vecchio venerando senza capelli e con la barba insieme ai santi patroni di Sorrento, Antonino, Atanasio, Bacolo e Valerio, al nobile napoletano Sergio Pipino alla vigilia della battaglia contro i saraceni dell’846.
Il romitorio di Renato sembra sia diventato la prima cattedrale di Sorrento e affidato ai
Benedettini di Montecassino, sin dal sec. VIII, i quali nel 1603 eressero una grande basilica accanto al vecchio oratorio, durante i lavori vennero alla luce reliquie attribuite ai Santi Renato e Valerio.
Il culto si diffuse molto in Campania, a Sorrento esiste una cappella a lui dedicata nel Duomo e lo si festeggia con il titolo di confessore.
Sul Monte Faito, nel Comune di Vico Equense già dal 1340 vi era una chiesetta intitolata a San Renato divenuta poi centro del culto tributatogli.
Vari luoghi di culto sorsero a Napoli, citati anche in documenti del luglio 1276 e del marzo 1367 e a Capua, Sarno, Nola nel sec. XIV. I rapporti intimi e frequenti che nei secoli XIII-XV che intercorsero fra la Campania e la Provenza a causa della dominazione angioina a Napoli, provocò il confondersi della figura di San Renato di Sorrento con la figura di San Renato vescovo di Angers il quale – narra la leggenda - ritiratosi in vita eremitica a Sorrento fu chiamato ad essere vescovo della città.
La festa a Sorrento si celebra il 6 ottobre; il significato del nome è di origine cristiana, vuol dire “rinato” alla Grazia dopo aver ricevuto il Battesimo.

(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - San Renato di Sorrento, pregate per noi.


*San Romano di Auxerre - Vescovo (6 ottobre)

VI sec.
Martirologio Romano: A Auxerre in Neustria, ora in Francia, san Romano, vescovo.
San Romano martire è il sedicesimo vescovo di Auxerre. Nella cronotassi della diocesi succede a Sant’Eleuterio e precede Sant’Eterio.
La tradizione indica  San Romano, vescovo per tre anni e quindici giorni, intorno agli anni 561-564.
Secondo una fonte del IX secolo riportata ad Auxerre, risulta che San Romano fu decapitato. Ma il Martirologio geronimiano non gli attribuisce il titolo di martire.
Sulla base di alcune fonti storiche, si presume che fu assassinato.
Alla sua morte venne sepolto nella cripta dell’abbazia di San Germano di Auxerre, dove un dipinto dell’epoca carolingia lo raffigurava.
Sia il Martirologio geronimiano che quello romano fissano la sua festa nel giorno 6 ottobre.

(Autore: Mauro Bonato - Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - San Romano di Auxerre, pregate per noi.


*San Sagaris (Sagaro, Sagara) - Vescovo e Martire (6 ottobre)

Martirologio Romano: A Laodicea in Frigia, nell’odierna Turchia, San Ságaro, vescovo e martire sotto Servilio Paolo, proconsole della provincia d’Asia.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Sagaris, pregate per noi.


*Sant'Ywi - Monaco in Britannia (6 ottobre)

Inghilterra sec. VII - Britannia 704 ca.
Martirologio Romano: In Bretagna, Sant’Ivio, diacono e monaco, che, discepolo di San Cutberto vescovo di Lindisfarne, attraversò il mare e dimorò in questa regione, assiduo nelle veglie e nei digiuni.
Secondo una leggenda locale, Ywi fu un diacono e monaco, discepolo del grande San Cutberto, vescovo di Lindsfarne o Holy Island nel Mare del Nord, dove nel VII secolo si erano stabiliti dei missionari provenienti da Iona; Ywi emigrò nel 625 in Britannia (Bretagna).
Il suo nome compare l’8 ottobre negli antichi calendari inglesi e soprattutto nel "Salterio di Bosworth", dove è normalmente associato all’abbazia di Wilton presso Salisbury (Inghilterra) che infatti intorno all’anno 1000 affermava di possedere le reliquie del “vescovo Ywig”.
Della sua vita non si sa altro che fu monaco di grande spiritualità, apostolo della regione, vigile nelle verità della fede.
Il "Martyrologium Romanum" riporta che morì nel 704 ca. e che la celebrazione attualmente è al 6 ottobre. Il suo culto era ed è professato in Inghilterra ed in Francia, dando il suo nome a quattro parrocchie francesi; sempre in Bretagna si usa bagnare la camicia dei bimbi in una sorgente che sgorga sotto l’altare di San Ywi per ottenere la guarigione dalle coliche.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Ywi, pregate per noi.


*Altri Santi del giorno (6 ottobre)

*San Casto - Martire
Giaculatoria - Santi tutti, pregate per noi.

 
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