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Santi del 7 Febbraio

Il mio Santo > I Santi di Febbraio

*Beato Adalberto (Wojciech) Nierychlewski - Sacerdote e Martire (7 febbraio)

Dabrowice, Polonia, 20 aprile 1903 – Auschwitz, Polonia, 7 febbraio 1942
Wojciech Nierychlewski nacque a Dabrowice, nei pressi di Lodzkie in Polonia, il 20 aprile 1903.
Sacerdote della Congregazione di San Michele Arcangelo (Micheliti), al tempo del regime militare nazista contrario alla dignità umana ed alla religione, fu arrestato nell’ottobre del 1941 e deportato nel campo di sterminio di Auschwitz, nei pressi di Cracovia.  
Qui, a causa della sua fede in Cristo, morì a conseguenza delle atroci torture subite il 7 febbraio 1942.
Papa  Giovanni Paolo II  il 13 giugno 1999 elevò agli onori degli altari ben 108 vittime della medesima persecuzione nazista, tra le quali il Beato Adalberto Nierychlewski, che viene dunque ora festeggiato nell’anniversario del martirio.
Martirologio Romano: Vicino a Cracovia in Polonia, Beato Adalberto Nierychlewski, Sacerdote della Congregazione di San Michele e Martire, che, per la sua fede in Cristo, dalla Polonia   soggetta a un regime militare avverso alla dignità umana e alla religione fu deportato nel campo di sterminio di Auschwitz, dove morì sotto le torture.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Adalberto (Wojciech) Nierychlewski, pregate per noi.


*Beata Anna Maria Adorni - Fondatrice (7 febbraio)
Fivizzano, Massa Carrara, 19 giugno 1805 - Parma, 7 febbraio 1893

Fondatrice delle Ancelle della B.V.M. Immacolata e dell'Istituto del Buon Pastore
"Al tramonto della vita saremo giudicati sulla carità". Così scrisse il mistico dottore S. Giovanni della Croce, commentando le parole del Vangelo, nelle quali Cristo affermò che nell'ultimo giorno avrebbe considerato come suoi coloro che lo avessero riconosciuto con la fede e circondato di carità nei più piccoli dei suoi fratelli, accogliendolo in essi come ospite, ricoprendolo nudo, visitandolo infermo e carcerato, soccorrendolo nella fame e nella sete.
Questo, con santa e infaticabile attività, operò fino a tarda età la Serva di Dio Anna Maria Adorni, la cui vita fu un completo ininterrotto dono di carità verso le membra più umili di Cristo.
Nata il 19 giugno 1805 a Fivizzano, nel territorio dell'odierna diocesi di Pontremoli, ebbe come genitori Matteo Adorni ed Antonia Zanetti, pii cristiani, i quali quattro giorni dopo la nascita fecero rigenerare in Cristo la figlia col battesimo, educandola poi secondo gli insegnamenti della fede.
Desiderosa di annunciare il nome di Cristo, a sette anni appena, lasciò con una compagna la casa, con l'intenzione di raggiungere le Indie per salvare le anime. Ricondotta subito a casa, venne formata specialmente dalla madre ad orientare la sua vita secondo il Vangelo ed avviata ai lavori femminili, finché, morto il padre nel 1820, dovette trasferirsi a Parma con la madre, e fu scelta all'ufficio di istitutrice presso la famiglia Ortalli.
Mentre pensava di abbracciare la vita religiosa tra le monache Cappuccine, in ossequio alla madre che si opponeva al pio desiderio, il 18 ottobre 1826 sposò il distinto Signor Antonio Domenico Botti, addetto alla Casa Ducale di Parma, al quale diede sei figli, tutti morti in tenera età, ad eccezione di Leopoldo che poi abbracciò la vita monastica nell'Ordine Benedettino. Il 23 marzo 1844 rimase vedova del marito, che aveva circondato di vero amore. Lo pianse piamente, ritenendo la sua morte come via della volontà di Dio, attraverso la quale condurre iuna vita consacrata a Dio solo.
Tuttavia non entrò in alcun Istituto religioso; per consiglio del confessore, intraprese un cammino di carità a sollievo specialmente delle carcerate, per le quali fu in Cristo madre e sorella. Le
avvicinava con umiltà, le ascoltava con affabile serenità, le consolava con parole ed aiuti, le ammaestrava con gli insegnamenti della fede, le innalzava con la speranza e la preghiera alle cose celesti, in modo tale che il carcere sembrava cambiato in un convento. Molte signore, attratte dagli esempi della Serva di Dio, la imitarono nel compimento della sua opera di carità, con la Associazione, riconosciuta canonicamente dal Vescovo nel 1847 ed approvata dalla Duchessa di Parma, chiamata: "Pia Unione delle Dame visitatrici delle carceri sotto la protezione dei Santissimi Cuori di Gesù e di Maria". Santamente sollecita anche delle donne dimesse dal carcere, Anna Maria poté prendere in affitto una casa per loro e per le fanciulle pericolanti ed orfane. L'opera prese ispirazione dal "Buon Pastore" -come poi fu chiamata - e per essa, superando innumerevoli difficoltà, trovò una sede adatta il 18 gennaio 1856 nell'antico convento delle monache Agostiniane, dedicato a San Cristoforo.
Per provvedere in maniera più idonea all'opera iniziata, pensò di fondare una famiglia religiosa, i  cui membri alimentassero quella fiamma di carità che lo Spirito Santo aveva acceso nel suo cuore. Pose le fondamenta del nuovo Istituto il 1° maggio 1857 con otto compagne; nel 1859 pronunciò con esse i sacri voti privati di castità, obbedienza e povertà e con nuovo saldissimo voto religioso consacrò la vita al recupero delle donne cadute, alla tutela delle pericolanti, alla materna assistenza delle derelitte e delle orfane. Date sapienti Regole al nuovo Istituto, fu nominata superiora delle Sorelle. Le precedette con gli esempi di tutte le virtù e soprattutto di una intensissima carità, ammirevole per la attività e totale donazione di sé nelle cose più difficili e più umili.
Il 25 marzo 1876 il Vescovo di Parma Domenico Villa eresse canonicamente l'Istituto del Buon Pastore in Congregazione religiosa, sotto il titolo di "Pia Casa delle Povere di Maria Immacolata" e le Regole vennero confermate il 28 gennaio 1893 dal suo successore, Andrea Miotti. La Serva di Dio, sempre intenta con animo giovanile alle opere di carità, colpita da paralisi di breve durata, il 7 febbraio 1893, notissima per fama di santità, in Parma passò da questo mondo al Padre, per ricevere il premio riservato a coloro che vedono, amano ed aiutano Cristo nei poveri e negli infelici.
Tutta la vita della Serva di Dio fu esercizio di intensa carità, con cui si sforzò di imitare il Salvatore, il quale " ci amò e diede la sua vita per noi ". Ebbe come fonte inesauribile di amore la comunione con Dio, alla cui presenza sempre camminò.
Come essa stessa confessò in vecchiaia, già da molti anni Dio le aveva concessa la grazia di non distogliersi mai dall'intima comunione con Lui, in modo tale che, benché piena di occupazioni, dedita all'educazione delle fanciulle, impegnata in colloqui ed occupata da affari di ogni genere, mai si dimenticò di Dio presente in lei. Infatti pregava sempre e in "ogni circostanza, veramente degna di essere chiamata comunemente dalle sue figlie "Rosario vivente", come se questo fosse il suo nome. Era attratta da singolare devozione all'Eucarestia; partecipando ad essa con fede, alimentava la carità ed anche le forze fisiche, colle quali soccorreva attivamente tutti i bisognosi nelle loro necessità. Non vi era in essa alcuna frattura tra contemplazione ed azione; con la stessa fede e carità tendeva a Dio nella preghiera e comunicava con Cristo vivente negli infelici, ricercandolo e servendolo in loro, né poteva mai separarsi dal suo amore.
Con l'aiuto di Dio, poté raggiungere questo in forza della grande fedeltà per la quale fece il proposito, e lo praticò fino in fondo, di fare sempre le cose più perfette, di cercare con le opere la gloria di Dio, di morire a se stessa in tutto e di servire attivamente i fratelli. Poverissima per sé, ma ricchissima per gli altri, disprezzò l'oro e l'argento, di cui tuttavia si servì con grande liberalità quando si trattava di lenire dolori e distogliere le anime dal peccato. Sostenne innumerevoli difficoltà e contrarietà, e non ne fu mai abbattuta; accoglieva le tribolazioni come dono col quale poter godere nella speranza, e rianimare lo spirito dei fratelli contro ogni disperazione.
Di qui l'invitta fortezza della Serva di Dio in tutto, l'inalterabilità dello spirito anche nelle avversità, la dolcezza dei modi unita ad una santa affabilità; sapeva infatti che non sarebbe stato deluso nessuno che avesse posto la  sua fiducia in Dio e avesse speso generosamente la propria vita al suo servizio. Di qui anche la sua costante perseveranza fino alla morte, nelle iniziative destinate soprattutto a sollevare le miserie delle donne. Consacrata  in tutto alla carità per vocazione ed opere, sentì intensamente come suo maggior impegno di ripetere in sé  l'immagine del Salvatore, veramente felice allorquando, divenuta un angelo vivente, abbracciava nella carità tutti quelli che soffrivano nel corpo e nello spirito e li affidava all'amore di Cristo.
La fama della santità della Serva di Dio non si affievolì dopo la morte e infine, nell'anno 1940, per disposizione del Vescovo, si istruì presso la Curia di Parma il processo informativo sugli scritti e il "non culto" della Serva di Dio; gli atti furono trasmessi a Roma per essere discussi secondo le norme del diritto.
Il 15 dicembre 1977, fatta relazione al Sommo Pontefice Papa Paolo VI, Sua Santità, considerato il responso della Sacra Congregazione per le Cause dei Santi, ordinò che si stendesse il Decreto sulle virtù eroiche della Serva di Dio, che fu dichiarata Venerabile.
(Autore: Padre Guglielmo, Postulatore – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Anna Maria Adorni, pregate per noi.


*Beato Anselmo Polanco (7 febbraio)

Buenavista de Valdavia (Palencia - Spagna), 1881 - 7 febbraio 1939
Nacque nel 1881 a BuenaVista de Valdavia (Palencia- Spagna). A 15 anni entrò nell'Ordine agostiniano nel  convento di Valadolid, dove nel 1897 emise i primi voti, poi passò a quello di La Vid (Burgos), dove completò gli studi e celebrò la prima Messa nel 1904. Negli anni 1922-1932 fu nominato priore e provinciale del suo Ordine. Nel 1935 venne nominato vescovo di Teruel.
Durante la guerra civile spagnola il vescovo Polanco divenne per la città di Turel divenne un punto di riferimento per molti fedeli. L'8 gennaio 1938 la città fu occupata dall'esercito repubblicano e venne arrestato monsignor Polanco.
Per 13 mesi sopportò con pazienza il carcere, organizzando con i suoi compagni di prigionia una intensa vita spirituale, e il 7 febbraio 1939, insieme al suo fedele vicario Filippo Ripoll, fu fucilato e poi dato alle fiamme.
Ripoll e Polanco sono stati beatificati da Giovanni Paolo II il primo ottobre 1995.
I resti mortali dei due martiri riposano nella cattedrale di Teurel. (Avvenire)  
Martirologio Romano: In località Pont de Molins vicino a Gerona in Spagna, Beati Martiri Anselmo Polanco, Vescovo di Teruel, e Filippo Ripoll, Sacerdote, che, disdegnando lusinghe e minacce, non vennero meno alla loro fedeltà alla Chiesa.  
Nacque a Buenavista de Valdavia (Palencia - Spagna) in una famiglia di modesti agricoltori. A 15 anni entrò nel convento di Valladolid, dove nel 1897 emise i primi voti, poi passò a quello di La Vid (Burgos)  dove completò gli studi e celebrò la prima messa nel 1904. Professore e addetto alla formazione nelle stesse case in cui era stato formato, nel 1922 fu nominato Priore a Valladolid e nel 1932 Provinciale. In quest'ultima veste fece con sollecitudine la visita di rinnovamento ai suoi religiosi nelle Filippine, Cina, Stati Uniti, Colombia e Perù. Si distinse per il suo amore alla concordia senza tradire la disciplina.
Nel 1935 venne nominato vescovo di Teruel. Sono venuto a dare la vita per le mie pecore, disse nel fare il suo ingresso in diocesi. Di lì a poco scoppiava la guerra civile e Teruel divenne uno dei punti
dove la lotta fu più dura. La città, situata sulla linea di fuoco, venne assediata, ma lui decise di rimanere nella sua sede, al fianco delle mie pecore. Anche se rimanesse una sola persona in città, il vescovo avrebbe ancora il suo gregge. Il vescovo era per tutti “il P. Polanco”; non solo per il fatto di essere religioso, ma anche perché per la popolazione rappresentava un autentico padre e un buon pastore.
L'8 gennaio 1938, quando la città fu soggiogata dall’esercito repubblicano, si consegnò vestito con l’abito agostiniano e le insegne episcopali della croce pettorale e dell'anello.
In prigione dovette sostenere forti pressioni perché ritirasse la sua firma dalla Lettera collettiva dell'episcopato spagnolo, nella quale si denunciava all'opinione pubblica internazionale la persecuzione religiosa di cui la Chiesa era fatta segno.
Sapeva bene che la fermezza, in quei momenti, comportava un forte rischio di morte: accettò però il pericolo per fedeltà alla comunione ecclesiale con i suoi fratelli nell’episcopato.
Insieme con il suo vicario generale Filippo Ripoll, sopportò con pazienza la carcerazione nella quale fu tenuto per tredici mesi, incoraggiando i compagni di prigionia e organizzando una vita spirituale intensa, con pratiche di pietà e di meditazione, e con lui nel 1939 fu fucilato e bruciato il 7 febbraio, giorno in cui ricorre la sua memoria liturgica.
I resti mortali dei due religiosi, beatificati da Giovanni Paolo II il 1° ottobre 1995, ora riposano nella cattedrale di Teruel. Mons. Polanzo e Filippo Ripoll sono stati beatificati da Giovanni Paolo II il primo ottobre 1995. La sua memoria liturgica del Beato Anselmo Polanco ricorre il 7 febbraio.
(Autore: P. Bruno Silvestrini O.S.A. -  Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Anselmo Polanco, pregate per noi.

       

*Beato Antonio Vici da Stroncone – Religioso (7 febbraio)
(1381 - † 7 febbraio 1461)
Martirologio Romano:
Ad Assisi in Umbria, Beato Antonio da Stroncone, Religioso dell’Ordine dei Frati Minori.
Narra Ludovico Jacobilli: « La Patria del B. Antonio fù Stroncone, Terra della Provincia dell’Umbria sotto la Diocesi di Narni; il Padre di lui si chiamò Lodovico della famiglia Vici, e la Madre Isabella ; ambedue timorati da Dio. Fù il B. Antonio da loro allevato in molta Christiana pietà; e fino negli teneri anni cominciò a dar segni di quello che doveva essere: poiché macerava il corpo suo con li digiuni, vigilie, e astinenze; e s’essercitava nell’orationi, e opere virtuose. Pervenuto all’età di dodici anni, fù inspirato da Dio a farsi Religioso de’ frati Minori osservanti de’ Zoccolanti; e andato dal Padre Guardiano del Convento de’ Zoccolanti della sua Patria, lo pregò a riceverlo nell’Ordine.
Il Guardiano, laudò la sua buona volontà, e l’essortò a caminare per la strada dell’osservanza de’ Divini precetti: ma vedendolo tanto giovanetto, non volse dargli l’habito, ma l’essaminò, e l’esperimentò più volte con molta prudenza; e trovando esser vera la sua vocazione, lo vestì del sacro abito. Havendo il Beato fatta professione in detto Convento della sua patria; e intesa la fama della santità del B. Giovanni da Stroncone suo Compatriota, e primo Vicario del B. Paolo Trinci da Foligno, Institutore di detta Riforma dell’Osservanza; con facoltà de’ Superiori andò à ritrovarlo in
Toscana, ove dimorava: quando il B. Giovanni lo vidde, lo stimò per la poca età, e delicata complessione, ch’haveva, non fusse habile a sopportar le fatiche della religione: ma vedendo la sua costanza, e il gran desiderio, ch’haveva della perfettione; l’ammaestrò, e l’introdusse negli essercitij dell’Ordine; e in quelli egli molto affaticando, per haver poca forza, s’infermò; perilché il Beato Giovanni voleva mandarlo al Convento della sua Patria, acciò fusse con più cura sanato. Ma il B. Antonio, ancorché fusse debole di corpo, era però così forte di spirito, che nascondendo la sua infirmità, pregò il Beato Giovanni a non mandarlo alla Patria; e ne fu consolato, e riebbe le forze; e crescendo nelle virtù, divenne suo diletto discepolo.
Era il Beato tanto umile; e ancorché fusse di famiglia nobile della sua Patria; e sapesse leggere, e fusse habile ad esser Sacerdote; volse però esser sempre frate laico, imitando il suo P.S. Francesco, e il detto B. Paolo Trinci, che non volsero per umiltà esser Sacerdoti: si teneva il più vile, e inutil frate dell’Ordine; procurava con diligenza,  e segretezza di far sempre gli essercitij più vili, e bassi del Convento; e finiti quelli ritornava subito alla solitudine, e all’oratione. Gli fù commandato da’suoi Superiori, che andasse all’Isola di Corsica; e ottenuta l’obedienza, e benedittione dal Prelato; partì, e giunse al luogo; e ivi dimorò fin tanto, che dalla medesima obbedienza ne fù levato. Ritornato alla Provincia di S. Francesco, fù mandato ad abitare al Convento delle Carceri; ove dimorò circa trent’anni, abitando per ordinario in una Grotta nella selva di quel Convento, che fino al presente si dice del Beato Antonio da Stroncone.
Per ventiquattr’anni combatté con la sete del corpo, per la strada, che và dalle Carceri ad Assisi; né mai volse bevere di quell’acqua della fonte, che in quella strada si trova, quantunque molte volte se ne trovasse in gran necessità, volendo mortificarsi, e patir quella sete volentieri, in memoria di quella che patì N.S. per la nostra salute sulla Croce.
L’asprezza di vita di questo Servo di Dio fù meravigliosa: poiché andava scalzo senza portar cosa alcuna ne’ piedi; e nelle stragioni estreme di freddo, e di caldo,haveva talmente rotti, e pieni de’ fessure i piedi, che ne riceveva estremo dolore, e poneva compassione, e spavento a chiunque il mirava; e gli bisognava spesso andare da’ Calzolai a farsi poner li punti, ove era stracciata la pelle, e farseli ciscire. Non portò mai l’habito senza tonica sopra le sue carni; e era l’habito povero, e vile. Il suo dormire era breve, il magnare pane, e acqua, la maggior parte del tempo. Nelli primi dodici anni della sua Religione, fra l’altre mortificationi, ch’ei faceva, d’ordine del suo Maestro, una fù, che mille volte il giorno si poneva devotamente con le ginocchia in terra. Nel detto Convento delle Carceri, nel tempo de’ caldi eccessivi, di mezza Estate, egli bevevo acqua fatta con l’assentio, calda, per maggior penitenza; e dicendogli li frati, perché non bevesse l’acqua fresca in questi tempi caldi; li rispondeva esser troppo sensuale al suo corpo. Non mangiava mai carne, né ova, né formaggio; né lasciava però di cercar per li frati, così di queste, come dell’altre cose, che mancavano.
Quando andava per viaggio, cercava da mangiare per il compagno; e gli diceva: Fratello mangia quello, ch’hai bisogno, acciò possi obbedire al tuo Prelato; e non guardare a me, perché ognuno non
può fare col suo corpo quel che io faccio col mio. Verso il suo corpo era rigoroso, e aspro; e con altri usava gran carità, e compassione. Questo modo di vivere, nel principio gli fù molto duro ad eseguire; ma con la divina gratia tanto s’affaticò, che nel tempo di quattordici anni, virilmente combattendo, vinse in tal modo il senso, che mangiava l’assentio, come saporito cibo, che in fine della sua vita, non pareva trovasse vivanda più saporita al gusto suo, che detto cibo amaro. Passava molti giorni senza mangiar cosa alcuna; in particolare la settimana santa, dal Giovedì santofino alla Domenica di Resurrettione; né era visto in questo tempo se non in Chiesa.  
Essendo molto vecchio, gli dicevano li frati, che essendo carico d’anni, e di bassezza, mangiasse la carne, o pesce:  rispondeva loro, che gli faceva male. E soggiungendoli uno più suo famigliare, come potessero fargli male vivande sì buone? Rispose fanno male all’Anima mia. Il suo principale essercitio era l’oratione, e contemplatione; occupandosi in questo, giorno e notte; non trovando cosa di più suo gusto, e consolatione, che conversare con Dio, che l’amava con tutto il cuore, e sopra ogni cosa: e per poter più esercitarsi in questa sant’opera, procurava quanto poteva star solo, fuggendo le conversationi humane, massime quelle, che discordavano dal suo spirito, e era di rado veduto fra le genti: e con loro conversava per necessità, e con pochissime parole. Godeva molto in ritrovarsi, ove con solennità si celebrava la Messa , e l’offitio, e quivi sì contento stava, che spesso si scordava di mangiare; essendo la divotione il vero cibo dell’Anima sua.
Pregava i frati a dire nel Coro di continuo l’offitio Divino, perché in quest’opera più che in altra servivano il Signore. E nel tempo di recitare l’offitio divino, lasciava tutte l’altre cose per trovarsi con li frati nel Coro a laudare la Maestà divina. Stando una volta in oratione gli apparve N.S. Giesù Cristo, e gli disse, che molto gli piaceva la Messa bene illuminata: dopo tal visione, s’affaticò assai, ove si trovava, per poner molti lumi nell’Altare, quando si celebrava Messa, particolarmente nelle solennità del Sig. e della Beata Vergine. Udiva, e serviva le Messe con tanta divotione, e spirituale consolatione, che se si fusse celebrato ogni giorno fino a notte, mai si saria partito di Chiesa per udire, e servire le Messe.
Essendo venuto in età quasi decrepita, e vicino a morte; voleva levarsi da letto per udire la messa; li frati lo consigliavano a non far quello, ché non poteva, e che gli saria nociuto alla sua debolezza; esso rispondeva loro: Se sapessivo il guadagno, che fa l’Anima, che devotamente ode la Messa , restarete con grand’ammiratione.
Haveva in grandissima veneratione il santissimo Sacramento; e osservò in sua vita, che prima si comunicasse, domandava perdono a tutti li frati del Convento con le ginocchia in terra. L’amor del Prossimo era sviscerato in  lui; non stimando asprezza, né qualsivoglia fatica per il bene temporale, e spirituale del prossimo: alli deboli, e infermi procurava diligentemente il loro bisogno; li serviva, e consolava con gran carità.
La virtù della patienza talmente possedeva, che con molta tranquillità sopportava le tribolazioni, e persecuzioni, senza lamentarsi di persona alcuna. Vedendo qualche frate tribolato per dispiacere ricevuto, seco ne compativa, e dopo lo confortava, dicendogli: Fratello, bevi, bevi questo calice; camina inanzi; per questa strada è necessario che il Servo di Dio passi, come hanno fatto tutti i veri amici del Signore.
Una volta fù accusato al Provinciale, che avesse tagliate trenta vite nell’horto del Convento, ove dimorava; ancorché ne fusse innocente; ma perché era molto zeloso della povertà, giudicarono, che l’havesse tagliate; e essendo perciò dal Prelato ripreso, ch’havesse rovinato le fatiche d’altri, e insieme la consolatione de’ frati, non si scusò, né mostrò segno, che non n’havesse colpa; ma prostrato in terra, ricevé umilmente la reprensione con la penitenza. Parendo al Provinciale, che non scusandosi, egli l’havesse tagliate, gli diede in penitenza, che per ciascuna vite facesse una disciplina, e furono trenta; il che da lui fù fatto con allegrezza, e prontezza, senza mormoratione, e come colpevole; e dopo fù trovato esser innocente, e tutti ne rimasero edificati di lui.  
Fù castissimo di corpo, e di mente, e dalla Divina gratia preservato Vergine sino alla morte. Stette quarant’anni, che mai vidde faccia di donna. Il che fù di gran maraviglia, e massime nella persona sua, ch’hebbe l’offitio per alcune decine d’anni d’andar elemosinando per li frati di porta in porta.
L’otio eta dal Beato fuggito come la peste; e mentre gli avanzava tempo dall’oratione, e servigij del Convento, s’impegnava in far Croci di legno, per haver più nelle mani, e negli occhi la Croce , che nel suo cuore teneva radicata; e queste croci poneva nella selva del Convento e in altri luoghi, ove gli pareva stessero bene.
Molte persone mosse dalla santa conversatione, e edificatione, e dal soave odore della sua santità, si diedero al servigio di Dio, con levarsi da peccati, e dall’occasione di essi, e si fecero Religiosi, e altre servirono Dio nel secolo. Et il Signore per li suoi meriti, se compiacque dimostrare molti segni, e miracoli in vita, e in morte per salute dell’Anime.
Hebbe fra gli altri doni sopranaturali da Dio quello della profetia, con il quale manifestò molte cose avanti avvenissero. Una donna gli raccomandò suo Marito, il quale doveva andare d’Assisi all’Aquila. Il Beato le disse, che dicesse al Marito, che non si partisse, perché se v’andava, quel viaggio saria la sua morte. Il Marito non stimando il consiglio del B. Antonio, v’andò, e nel ritorno s’ammalò, e morì per la strada.
Un huomo aveva talmente rotto la testa, che li Medici lo tenevano per morto. Li parenti lo raccomandarono a lui, che pregasse Dio per la sua salute. Rispose, che l’Infermo non morirebbe di quel male, e così avvenne.
Erano morti cinque figli ad una donna maritata, né credeva haverne altri; stando perciò molto tribolata, ricorse al Beato, che volesse ottenerli da Dio un figliuolo. Egli le disse: Va, donna, e habbi pazienza, che sarai consolata. Concepì la donna, e ne seguì a tempo debito l’effetto.
Dimorando nell’istesso Convento delle Carceri, disse più volte a que d’Assisi, che s’apparecchiassero per la Croce. Essi l’interrogarono per qual Croce? Rispose, per la Croce della morte; perché in breve Dio ve mandarà sì gran peste, che morirà la maggior parte del Popolo. De lì a u anno, e fù del 1448, si verificò la Profetia : poiché venne sì gran peste in Assisi, nell’Umbria, e nell’Italia, che si votarono le Case.
Predisse alcune tribolazioni, ch’havevano da venire; dicendo: Guai a quelli, che non sono bene uniti con Dio. E giunto al fine della sua vita; conoscendo che il Signore lo voleva levare da questo pericoloso Mondo, e condurlo al sicuro porto del Paradiso, cominciò a prepararsi alcuni giorni avanti. Lasciò un libretto da lui usato, ove era scritto l’oratione della dottrina Christiana, e la regola. Dopo manifestò alli frati l’hora del suo transito; e ricevuti con singolar devozione, e esempio li santissimi Sacramenti, se ne passò al Signore soavemente.  
Questo seguì a di 7 di Febraro l’Anno 1471, nell’età sua d’anni 76 in circa, e An. 64 della Religione, e fù nel Convento di San Damiano fuor d’Assisi, ove ultimamente era venuto ad abitare, e vi dimorò più anni. Il sacro corpo di lui fù sepolto nella detta Chiesa di S. Damiano, il quale fù da’ frati per un anno tenuto occulto, e con poca veneratione, come si dirà; ma poi fù trasferito in una Cappella eretta a suo honore nella medesima Chiesa; che sino la presente intiero, e incorrotto si conserva, frequentato, e visitato da popoli vicini, e lontani; e da’ Padri Riformati di San Francesco, che vi dimorano, si conserva con molta devozione.
Il Signor’Iddio volle mostrare al Mondo quanto gli fusse stato grato, e la gloria, che gli aveva dato, con operar molti miracoli per suo mezzo; e in particolare li seguenti.
Un putto di nov’anni, denominato Liberatore d’Assisi, fù da suoi condotto dalla Chiesa della Madonna degli Angeli alla Chiesa di San Damiano; e entrando in Chiesa su l’hora del Vespero, vidde sopra la sua sepoltura un lume, il quale andava crescendo, e un putto gli andava dietro per smorzarlo, e lo  splendore andava ogn’hora più aumentandosi. Restò il putto di questa visione maravigliato, e ritornò correndo,  e tremando a Casa sua; e raccontò alla Madre ciò che veduto aveva.
La Madre udito tal prodigio condusse il figlio al Convento di San Damiano, e narrò il tutto alli frati, e al B. Giacomo della Marca, che in quel tempo era in quel Convento; il quale disse a i frati: Quel lume apparso alla sepoltura di Fra Antonio, denota la sua santità, che vuole N.S. demostrare al Mondo; il putto che lo vuole smorzare sete voi altri frati, che ascondere lo volevate; ma la divina bontà vuole, che si manifesti.
Fece subito cavar quel santo corpo dalla sepoltura, ove era stato un anno, e lo trovarono intiero, e senza danno alcuno; e aveva nella palma della destra mano una rosa della medesima carne; la quale veduta dal Beato Giacomo, disse ch’era un segnale fattoli da Dio; e postosi con le ginocchia in terra con tutti li frati, baciarono quella mano con abondanti lacrime d’allegrezza; vedendo la gloria del Creatore nella Creatura.
Divulgatosi questo miracolo, concorsero molte genti a visitare il suo sacro corpo. Il quale a di 9 Novembre fù trasferito in un nobil deposito elevato nell’istessa Chiesa di S. Damiano; e per li suoi meriti il Signore risanò mol’Infermi da varie malattie. Concorrono a venerarlo gran numero de’ Popoli, conservandosi intiero.
Una Monaca Terziaria nobile, essendo stroppiata delle ginocchia in giù; e questo male l’apportava gran dolore; facendo oratione al suo sepolcro, si levò miracolosamente libera.
Una putta stroppiata de’ piedi, e delle mani; portata alla sua sepoltura, e facendo oratione, e voto, se ne tornò sana a Casa. Due Donne aggravate da infirmità, raccomandandosi al Beato Antonio. Con voti, furono risanate. Et altri molti segni, e miracoli, dimostrò Dio per le sue intercessioni; come si legge nello specchio dell’Ordine Minore, detto la Franceschina , e in molti voti, e offerte appese nel suo sacro deposito.
Nel Martirologio Francescano alli 9 di Novembre si leggono di questo beato le seguenti parole: “Assisij in Umbria, Beato Antonimi a Stronconio Confessoris, qui virginitatem incontaminatam custodivit, et prophetia dono illustratus fuit; cuius vita santissima, et mors in conspectu Domini pretiosa, multis miraculis acclamatur”» (L. Jacobilli, Vite, I, pp. 203-209).
(Autore: Lino Busà - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Antonio Vici da Stroncone, pregate per noi.


*Beata Chiara (Ludwila) Szczesna - Vergine. Cofondatrice (7 febbraio)

Cieszki, Polonia, 18 luglio 1863 - Cracovia, Polonia, 7 febbraio 1916

Ludwika Szczęsna, nativa di Ciezski in Polonia, si oppose al padre che desiderava per lei che si sposasse, desiderando farsi religiosa. Dopo aver incontrato il Beato Onorato da Biała, entrò in una delle congregazioni da lui fondate, le Ancelle di Gesù. Dietro invito di don Józef Sebastian Pelczar (poi vescovo e Santo), si recò a Cracovia dove, il 2 luglio 1895, compì la professione religiosa nella nuova congregazione delle Ancelle del Sacro Cuore di Gesù, fondata da don Pelczar.
Eletta due volte come Superiora generale, assunse come motto l’espressione «Tutto per il Cuore di Gesù», dedicandosi alle giovani domestiche e ai malati. Morì il 7 febbraio 1916, a 52 anni. Fu
dichiarata Venerabile con decreto reso noto il 20 dicembre 2012. Il 5 giugno 2015 papa Francesco ha riconosciuto un miracolo attribuito alla sua intercessione, aprendo così la strada alla sua beatificazione, che si è tenuta a Cracovia, presso il Santuario San Giovanni Paolo II, il 27 settembre 2015.
Ludwika Szczęsna nacque il 18 luglio del 1863 a Cieszki nella diocesi di Płock, in Polonia, quarta dei sei figli di Antony Szczesni e Franciszka Skorupska. Nei difficili anni che seguirono alla insurrezione, nella zona della Polonia sotto la spartizione russa, non ebbe la possibilità di frequentare la scuola. Tuttavia imparò a leggere ed a scrivere e ricevette un’accurata educazione religiosa.
Passò l’infanzia nei pressi di un piccolo santuario della Madonna e di Sant’Antonio a
Żuromin. Alletà di dodici anni perse la madre e fino al diciassettesimo anno di vita abitò con suo padre e con la sua seconda moglie. Suo padre cercava di spingerla al matrimonio, perciò Ludwika lasciò la casa paterna e con molta probabilità si fermò in casa di parenti a Mława, dove lavorò come sarta, aspettando che si potesse realizzare il suo sogno di dedicare la propria vita a Dio come suora.
Nel 1886 partecipò agli esercizi spirituali diretti da padre Onorato da Bia
ła, cappuccino (Beato dal 1988) a Zakroczym, dove conobbe madre Eleonora Motylowska, la cofondatrice e superiora generale della congregazione delle Ancelle di Gesù. Entrò in questa congregazione e dopo un periodo di formazione a Varsavia lavorò a Lublino come governante della Casa della giovane. Poiché le autorità occupanti russe proibivano qualsiasi tipo di attività religiosa, insegnava clandestinamente alle ragazze, spronava la loro fede e aveva cura della loro buona educazione.
Fu costretta a lasciare Lublino quando fu scoperta la sua attività, quindi tornò per un breve periodo a Varsavia.
Nel 1893 un sacerdote, don Józef Sebastian Pelczar, chiese che alcune suore venissero a lavorare presso la Casa della Giovane di Cracovia. Suor Ludwika giunse a Cracovia nel 1893 insieme a suor Faustina Rostkowska, per lavorare come governante. Svolse il lavoro assegnatole con grande zelo e amore.
Il 15 aprile del 1894 venne fondata la Congregazione delle Ancelle del Sacro Cuore di Gesù e suor Ludwika divenne superiora e maestra delle prime suore. Il 2 luglio 1895 fece la professione religiosa in questa congregazione, assumendo santa Chiara come patrona della sua vita. In quanto ancella del Sacro Cuore di Gesù, suor Chiara fu sempre aperta ai bisogni del prossimo e all’azione dello Spirito Santo, condividendo anche le preoccupazioni di don Pelczar per la sorte delle domestiche, delle operaie e dei malati. Grazie a lei, le indicazioni del Fondatore trovarono un’espressione duratura nella spiritualità e nei lavori apostolici delle Ancelle del Sacro Cuore di Gesù.
Durante il primo capitolo generale della congregazione, nel 1907, madre Chiara fu eletta superiora generale. Al secondo capitolo fu rieletta. In quanto superiora generale della congregazione, visitava le case e i posti di lavoro delle suore. Era aperta ai bisogni dell’uomo e perciò il campo del suo lavoro si allargava in continuazione. Malgrado le condizioni sociali e storiche difficili, il numero delle suore e delle case aumentava sempre.
Fu sua preoccupazione continua il bene delle suore, la loro preparazione professionale, intellettuale e spirituale, ai fini della qualità del lavoro da svolgere nelle opere apostoliche della congregazione. Per tutta la vita madre Chiara fu dedita coerentemente e con il cuore indiviso, a Dio. Piena di umiltà e sempre pronta a servire il prossimo, fu segno visibile dell’amore di Dio.
Le parole «Tutto per il Cuore di Gesù» furono la sua parola d’ordine e il programma di vita. Rimase alla guida della congregazione per 22 anni, vale a dire fino alla fine della sua vita. Morì il 7 febbraio del 1916 a Cracovia.
Don Józef Sebastian Pelczar, che nel 1899 era stato nominato vesco
vo ausiliare di Przemyśl e, un anno dopo, ordinario di quella diocesi, è stato beatificato da san Giovanni Paolo II il 2 giugno del 1991 e canonizzato dal medesimo Pontefice il 18 maggio 2003.
Il 25 marzo 1995 fu iniziato a Cracovia il processo di beatificazione di madre Chiara, che si concluse il 15 aprile del 1996, nel 102° anniversario della fondazione della congregazione. Gli atti del processo furono consegnati alla Congregazione per le Cause dei Santi in Vaticano. I lavori sulla "Positio super virtutibus et fama sanctitatis" si conclusero il 15 aprile del 2002. I periti storici emisero l’opinione positiva relativa ai materiali presentati nella Positio il 5 novembre dello stesso anno.
A seguito della riunione dei periti teologici, il 16 dicembre 2011, e del parere positivo dei cardinali e vescovi membri della Congregazione per le Cause dei Santi, l’11 dicembre 2012, è stato promulgato il decreto sulle sue virtù eroiche, reso noto il 20 dicembre 2012.
Nel frattempo, dal 25 aprile 2004 al 20 marzo 2007, si è svolta l’inchiesta diocesana su un presunto miracolo avvenuto mediante la sua intercessione, convalidata con decreto del 25 gennaio 2008.
Il 5 giugno 2015 papa Francesco, ricevendo in udienza il cardinal Angelo Amato, ha autorizzato la Congregazione di cui quest’ultimo è Prefetto a promulgare il decreto che ha aperto la strada alla beatificazione di madre Chiara. Il rito si è svolto a Cracovia, presso il Santuario San Giovanni Paolo II, il 27 settembre 2015, presieduto dal cardinale Amato.
(Autore: Ancelle del Sacro Cuore di Gesù - Emilia Flocchini – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Chiara Szczesna, pregate per noi.


*San Coliano - Venerato ad Adria (7 febbraio)
Secondo il Lanzoni, Coliano è un personaggio oscuro, vissuto in epoca imprecisata.
Anche il suo nome desta incertezze, perchè i Bollandisti ritengono che sia stato deformato o contratto: infatti, nel sinodo romano del 649 era presente anche il vescovo di Adria, Callionistus o Gallionistus; questo nome col tempo potrebbe aver assunto la forma di Coliano.
Nel Martirologio di Beda si legge che questo santo era venerato ad Adria il 7 febbraio.
(Autore: Gian Domenico Gordini – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Coliano, pregate per noi.


*Sant'Egidio Maria di San Giuseppe (Francesco Pontillo) - Professo Frate Minore (7 febbraio)
Taranto, 16 novembre 1729 - Napoli, 7 febbraio 1812
Al secolo Francesco Pontillo, questo umile Frate Professo si meritò il titolo di «consolatore di Napoli». Nato a Taranto nel 1729, a 24 anni, dopo alcune esperienze da artigiano, entrò nella famiglia francescana riformata degli Alcantarini.
Cambiò nome prima in Egidio della Madre di Dio, poi in Egidio Maria di San Giuseppe. Nel 1759 fu destinato al convento napoletano di San Pasquale a Chiaia. Cuoco, portinaio e infine questuante, fece della raccolta di elemosine un modo per stare vicino alla gente, soprattutto sofferente. Dopo le visite andava a piangere presso la «Madonna del pozzo».
Morì nel 1812. È santo dal 1996.  (Avvenire)
Martirologio Romano: A Napoli, Sant’Egidio Maria di San Giuseppe (Francesco) Pontillo, Religioso dell’Ordine dei Frati Minori, che ogni giorno per le vie della città mendicava con grande umiltà dal popolo l’elemosina, dando in cambio parole di consolazione.
Fu chiamato il “Consolatore di Napoli”, eminentemente ‘francescano’ e ‘meridionale’, Francesco Pontillo nacque a   Taranto in Puglia il 16 novembre 1729, da Cataldo e Grazia Procaccio, in un’umile casetta di uno dei tanti tortuosi vicoli della vecchia città medioevale.  
La sua famiglia era composta da modestissimi artigiani, che sbarcavano il lunario, come si dice, con il misero   guadagno lavorando le funi.  
Al battesimo ebbe il nome di Francesco, Antonio, Pasquale quasi un presagio dell’Ordine Serafico che avrebbe abbracciato, nella rigida Riforma promossa dal mistico San Pietro d’Alcantara, di cui una stella di prima grandezza fu San Pasquale Baylon; infatti divenuto religioso egli imiterà la povertà e la penitenza di san Francesco, ripeterà i miracoli di s. Antonio da Padova ed i fervori eucaristici di San Pasquale. Crebbe aumentando ogni giorno di più il fervore a Gesù Sacramentato, Comunione frequente, visite quotidiane e la devozione alla Madonna, iscrivendosi subito alla Confraternita del SS. Rosario.  
Probabilmente non conobbe mai la scuola, perché ancora ragazzo, fu mandato in una bottega di felpaiolo a guadagnarsi il pane; anche sul lavoro aveva un atteggiamento devoto, prima d’iniziare, faceva il segno della   Croce e prima ancora assisteva alla s. Messa; il suo padrone di bottega diceva: “Da che tengo con me Francesco,   la mia bottega è diventata un oratorio”. A 18 anni gli morì il padre e così superando il forte dolore, si trovò ad essere il sostegno della già povera famiglia, che comprendeva la madre e altri tre fratellini più piccoli; lasciò il mestiere di felpaiolo e si dedicò a quello un po’ più redditizio di funaiolo; del suo guadagno una parte era anche destinata ai poveri, non conservando niente per sé.   
In seguito la madre convolò a seconde nozze, fra il dispiacere di Francesco, ma i disegni di Dio erano ben definiti, il patrigno conquistato dalle sue virtù, lo liberò dal peso della famiglia, dandogli la disponibilità   dei suoi guadagni, facilitandogli così l’attuazione del suo sogno di farsi religioso; vocazione che sin dalla adolescenza era fiorita in lui e che la repentina morte del padre aveva ritardato.
Il 27 febbraio 1754 a 24 anni, entrò tra i Francescani Alcantarini di Taranto, da poco presenti in città, dove fu accolto come Fratello laico. A Galatone fece il suo noviziato, cambiando il nome in frate Egidio della Madre di Dio, in questo ambiente di formazione e perfezione religiosa frate Egidio si trovò a suo agio, estasiato da tanta povertà, da tanto fervore e da tanta intima pace; suscitando ben presto l’ammirazione e l’affetto dei Superiori e Confratelli.
E nel convento di S. Maria delle Grazie a Galatone, alla fine dell’anno di prova, il 28 febbraio 1755 fece la sua professione solenne emettendo i tre voti cardini della povertà, obbedienza e castità, il suo nome si modificò in fra Egidio Maria di S. Giuseppe.
Dopo un certo periodo a Galatone, fu trasferito nella Comunità di Squinzano; nel 1759 fra Egidio verrà destinato dai superiori al Convento di S. Pasquale a Chiaia in Napoli, che renderà illustre e conosciuto, con la santità della sua vita.
All’inizio ebbe l’incarico di cuoco, poi quello del lanificio conventuale e infine l’ufficio di portinaio, che secondo le regole degli Alcantarini, veniva affidato al migliore dei fratelli laici, perché dal comportamento del portinaio, spesso ne derivava la stima ed il buon nome dei frati.
L’accoglienza, la pazienza, la carità che aveva verso i poveri, che nella grande città erano numerosi e affluivano giornalmente alla porta del convento, fecero sì che il suo nome e le sue virtù, venissero esaltate dagli stessi poveri che le diffusero per tutta Napoli.
Tutto ciò convinse i Superiori, che frate Egidio era una lucerna da non tenere nascosta e quindi con le virtù che emanava e trasparivano dalle sue parole e comportamento, poteva essere più utile alla gloria di Dio, portando anime alla Sua Misericordia e gli affidarono l’incarico di questuante che tenne per 50 anni.
E da quel giorno Egidio lo si trovò sempre in giro per tutte le strade, vicoli, piazze, rioni e case di Napoli, passava gran parte della giornata girando per la questua, ma il suo giro era più una visita di carità e di buon esempio, che un raccogliere elemosine per la sua bisaccia. Tutti prendevano da lui   una parte della sua intima pace e l’appassionato consolatore, se ne tornava al Convento col cuore pieno di pianti e pene e così andava a piangere di notte, dopo le preghiere del coro, ai piedi della sua ‘Madonna del Pozzo’ venerata con questo titolo in quel convento; implorando la salute per gli ammalati, la provvidenza alle famiglie povere, la pace agli sventurati, il pentimento o il perdono per gli oppressori del popolo.
La sua presenza era desideratissima presso il letto degli ammalati e dei moribondi, nessuno, scettico o credente, popolano o nobile, disdegnava di avvicinarlo, per chiedere consigli nelle difficoltà della vita e implorare da lui preghiere al Signore.
Divenne anche famoso per i prodigi che effettuava, così da divenire un emulo dei grandi taumaturghi, spesso li operava con la reliquia di s. Pasquale; sono così numerosi da non poterli
elencare in questo scritto, ma costituirono un corposo incartamento dei Processi Canonici in cui sono registrati e descritti.
Profezie, predizioni, guarigioni improvvise, apparizioni di oggetti, frutti, pesci, risuscitazioni, moltiplicazioni di cibi, ecc. lo resero popolarissimo in Napoli, al punto che durante l’occupazione francese, le Autorità lo temevano per possibili insurrezioni, visto la gran folla che lo seguiva o si adunava al suo passaggio.
Cito solo un episodio, il più noto e caratteristico; i frati di S. Pasquale avevano una vitellina che se ne girava per le vie di Napoli, da tutti conosciuta, perché portava una targhetta di metallo con il nome di s. Pasquale e chiamata ‘Catarinella’; ricordo che siamo nel 1799 e traffico automobilistico non ce ne stava, alla sera la vitella si ritirava sempre da sola in convento.
Una sera ciò non avvenne, i frati addolorati lo riferirono ad Egidio, il quale la mattina dopo andò dritto da un macellaio della popolare zona della ‘Pignasecca’ e senza preamboli dice in tono deciso “prendi la chiave e la   lanterna e seguimi nella grotta, Catarinella dove l’hai messa?”. La grotta era il frigorifero dell’epoca; il macellaio furfante fu preso da tanta tremarella che non obiettò l’ordine; la vitella era stata sezionata e scuoiata, frate Egidio fece distendere la pelle con dentro tutti i pezzi, situati al loro posto naturale, ricongiunse i lembi della pelle tra loro e tracciando un segno di croce a voce alta disse: “In nome di Dio e di s. Pasquale, alzati Catarinella e ….al convento”.
Seguì un grande muggito, uno scuotimento di tutte le membra e la vitella balzò su viva e vegeta come prima; lo scalpore fu enorme e la vitella fu accompagnata in processione dalla Pignasecca al convento di San Pasquale a Chiaia.  Già sofferente di una grave forma di sciatica, frate Egidio venne colpito da un’asma soffocante e poi da una idropisia di petto, tutto sopportato con lucidità, rassegnazione e fiducia in Dio e raccomandandosi alla Madonna, morì il 7 febbraio 1812 fra i pianti dell’intera città di Napoli; il suo corpo venne sepolto nella chiesa conventuale di S. Pasquale a Chiaia. Fu iniziato subito il processo per la sua beatificazione; Pio IX il 24 febbraio 1868 lo dichiarò venerabile, Leone XIII il 5 febbraio 1888 lo dichiarò Beato e Papa Giovanni Paolo II il 2 giugno 1996 lo Canonizzò Santo per la Chiesa Universale.
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Egidio Maria di San Giuseppe, pregate per noi.

 

*Beata Eugenia Smet (Maria della Provvidenza) (7 febbraio)
Lille (Francia), 25/3/1825 - Parigi, 7/2/1871
Etimologia:
Eugenia = ben nata, di nobile stirpe, dal greco
Martirologio Romano: Sempre a Parigi, Beata Maria della Provvidenza (Eugenia) Smet, Vergine, Fondatrice dell’Istituto delle Suore Ausiliatrici delle Anime del Purgatorio.
Eugenia Maria Giuseppina Smet nasce da benestanti di origine fiamminga, terza di sei figli. Studia a Lille dalle suore del Sacro Cuore, e a 17 anni vorrebbe diventare una di loro. Ma rimane in famiglia, dedicandosi all’apostolato in parrocchia. Si fa sostenitrice dell’Opera per la propagazione della
fede: un sodalizio di laici fondato a Lione nel 1822 da Pauline Jaricot (anche lei laica) e destinato a vastissima diffusione e influenza, per la sua geniale semplicità; i soci aiutano le missioni con la preghiera ogni giorno e con un soldo ogni settimana.
Una somma di piccoli gesti produce risultati imponenti.
Nel novembre 1853 Eugenia è sempre la signorina Smet, 28 anni, con voto privato di castità, che decide di promuovere un’associazione di fedeli impegnati a pregare per le anime del Purgatorio. Ottiene presto adesioni, ma le difficoltà incontrate la inducono a fondare, con quello stesso scopo, una vera congregazione di suore. Chiede consiglio a molti, mette in mezzo anche il Papa Pio IX e il Curato d’Ars, e infine eccola a Parigi, ai primi del 1856. (È la Parigi trionfale di Napoleone III, della vittoria in Crimea, dei grandi congressi e progetti).  
Qui un sacerdote la mette a capo di cinque religiose già unite da quell’impegno, e dal gruppetto nascono poi le Suore Ausiliatrici del Purgatorio. Questo è il loro nome. E loro scopo è l’intercessione a favore dei defunti non ancora accolti tra gli eletti di Dio. Ma Eugenia (che ha preso il nome di Maria della Provvidenza) vede pure il durissimo “purgatorio” che molti già sopportano in questa vita. Perciò stabilisce che le Ausiliatrici devono dedicarsi alla preghiera per i defunti e al soccorso per i viventi: l’intercessione, dunque, in due forme. Continua a insistere: "Bisogna diventare per gli altri la Provvidenza di Dio". Ossia provvedere a malnutriti, malati, analfabeti... Nessuna forma di intervento è esclusa: "Bisogna aiutare qualsiasi bene". Nel suo straordinario management Eugenia promuove una sorta di sinergia tra il terreno e l’ultraterreno: ogni gioia donata in questo mondo è convertibile in  speranza di più vicina beatitudine nell’altro, per altri.
Le regole e la spiritualità di Sant’Ignazio sono adottate nel 1859, permettendo il consolidamento dell’Istituto, la cui espansione è lenta, perché lei non ha fretta: con la sua concretezza fiamminga, Eugenia vuole prima “irrobustire le radici”. Una casa si apre a Nantes nel 1865, e due anni dopo nasce quella missionaria di Shanghai. Alla fine del XX secolo le Ausiliatrici saranno circa 1.500, in una sessantina di case sparse nel mondo.
Eugenia ha guidato negli ultimi anni l’istituto tra le sofferenze fisiche e la tragedia della guerra perduta contro la Prussia. Lei si spegne in Parigi sotto il tiro dei cannoni nemici. (Il sacerdote che l’assiste, padre Pierre Olivaint, morirà nei massacri della Comune parigina, alcuni mesi dopo).
Pio XII la proclamerà Beata nel 1957.
(Autore: Domenico Agasso - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Eugenia Smet, pregate per noi.


*Beato Felipe Ripoll Morata – Sacerdote e Martire (7 febbraio)

Teruel, Spagna, 14 settembre 1878 – Pont de Molins, Spagna, 7 febbraio 1939
Martirologio Romano: In località Pont de Molins vicino a Gerona in Spagna, Beati Martiri Anselmo Polanco, Vescovo di Teruel, e Filippo Ripoll, Sacerdote, che, disdegnando lusinghe e minacce, non vennero meno alla loro fedeltà alla Chiesa.  
Sacerdote diocesano di Teruel in Spagna, divenne Vicario generale della diocesi di Teruel e Albarracin, collaboratore stretto ed amico del vescovo agostiniano Anselmo Polanco.
Nacque a Teruel il 14 settembre 1878, fu battezzato lo stesso giorno nella chiesa di Santiago, vicina al seminario diocesano, dove trascorrerà gran parte della sua vita sacerdotale.
Da bambino doveva percorrere 10 km dalla sua casa, il padre era cantoniere, per poter frequentare la scuola e  la domenica per assistere alla Messa e per la catechesi. Per questo motivo compì buona
parte degli studi come alunno esterno del Seminario, il Capitolo della Cattedrale gli assegnò poi una borsa di studio, per iniziare gli studi teologici. Venne ordinato sacerdote il 29 marzo 1901, continuò nel Seminario la sua permanenza come professore e formatore, insegnò latino, filosofia, teologia e diritto canonico, fu anche segretario e vicerettore, nel contempo si laureò in teologia a Saragozza.
A 35 anni fu nominato rettore, un indubbio riconoscimento per la sua maturità umana e sacerdotale; con lui il Seminario divenne cuore e punto di riferimento per tutta la diocesi, promosse l’Opera di ‘Fomento delle Vocazioni’, cercò aiuto economico per i seminaristi poveri, si adoperò per le nuove vocazioni.
A quasi 50 anni, nel 1924 decise di entrare nel noviziato della Compagnia di Gesù ed a Manresa e Gandía convisse con altri novizi molto più giovani; anche se liberamente poi abbandonò questa esperienza, trasse da ciò un profondo segno dello spirito ignaziano, che profuse nella sua spiritualità e nei suoi scritti. Ritornato a Teruel condusse una intensa vita apostolica come consigliere di Azione Cattolica e di altre numerose Associazioni e anche come direttore di anime.
Nel 1935 arrivò a Teruel il nuovo vescovo, l’agostiniano Anselmo Polanco, il quale appena un mese dopo il suo arrivo lo nominò Vicario Generale; il loro compito durò poco più di tre anni, condivisero insieme l’ultimo anno e mezzo, a Teruel città agitata e trasformata in zona di frontiera a causa della guerra civile spagnola, che si scatenò dal 1936 all’aprile 1939 e poi ridotta in immensa rovina; e in una diocesi divisa in due, con la maggior parte delle chiese saccheggiate e un quarto dei suoi sacerdoti assassinati.
L’ultimo anno lo trascorsero in prigione; il 7 febbraio 1939, il vescovo Polanco ed il suo Vicario Ripoll, insieme ad altri prigionieri, furono presi dal carcere improvvisato di Pont de Molins (Girona), dove stavano da una settimana e condotti su un dirupo chiamato ‘Can Tretze’ e lì legati due alla volta, uccisi con armi automatiche.
I loro corpi cosparsi di benzina, furono bruciati, per occultare il massacro; ma non tutti furono bruciati data la fretta degli assassini. Dieci giorni dopo, un pastore scoprì i resti di 42 cadaveri fra cui quelli del vescovo di Teruel e del suo Vicario.  Uniti nell’apostolato in vita, uniti nelle prigionia, nella morte e nel martirio, uniti nella gloria della beatificazione, celebrata il 1° ottobre 1995, da Papa Giovanni Paolo II in Piazza San Pietro a Roma; festa liturgica comune il 7 febbraio.
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Felipe Ripoll Morata, pregate per noi.


*Beato Giacomo Sales - Gesuita, Martire (7 febbraio)

Lezoux (Clermont), 21 marzo 1566 – Aubenas, 7 febbraio 1593
Martirologio Romano:
Ad Aubenas nel territorio di Viviers in Francia, Beati Martiri Giacomo Salès, Sacerdote, e Guglielmo Saultemouche, religioso, della Compagnia di Gesù, i quali, poiché con la loro predicazione rafforzavano tra la gente la fede cattolica, quando la città venne occupata dai protestanti, furono trucidati di domenica davanti al popolo per la loro fede.   
La vicenda umana e il martirio del Beato Giacomo Salès gesuita, si svolse nel terribile periodo delle guerre di religione (1562-1598) accadute in Francia e che videro protagonisti gli Ugonotti, cioè i
seguaci della Riforma protestante di Giovanni Calvino (1509-1564), i quali in Francia assunsero questo nome, mentre in paesi anglosassoni si chiamarono ‘Puritani’, ’autunno 1592 il governatore di Aubenas (Viviers) Guglielmo di Balezac, il quale nel 1587 aveva liberato la città dagli Ugonotti, imponendo loro una tregua generale firmata a Largentière, chiese al Provinciale dei Gesuiti un padre che predicasse l’Avvento e che fosse in grado di combattere pubblicamente gli errori dottrinari dei calvinisti.
A tale incarico fu designato il padre gesuita Giacomo Salès di 26 anni, accompagnato dal fratello coadiutore Guglielmo Saultemouche di 36 anni.
Giacomo Salès nacque a Lezoux (Clermont) il 21 marzo 1566, fin da fanciullo dimostrò un’inclinazione per gli argomenti spirituali e già a sette anni frequentò la chiesa per servire la Messa ogni giorno.
Un sacerdote colpito dalla sua pietà, lo indirizzò agli studi, svolti con grande profitto al punto da meritare dal 1568 al 1572, un posto gratuito nel Collegio di Billom, gestito dai Gesuiti. Nel 1573  passò al Collegio di Parigi per lo studio della retorica e il 1° novembre dello stesso anno iniziò il noviziato a Verdun. Fu ordinato sacerdote nel 1585 e una volta ultimati gli studi prese ad insegnare filosofia a Pont-à-Mousson e nel 1590 teologia a Tournon, dove tenne importanti lezioni, fondate sulla dottrina di San Tommaso d’Aquino, cui parteciparono tanti allievi compreso degli ammirati calvinisti, ciò provocò varie conversioni.
Sempre combattendo i calvinisti, confutando le loro idee protestanti, tenne varie missioni in tante località, celebre quella tenuta ad Ornex.
Alla fine del novembre 1592 i due prescelti partirono per la missione di Aubenas; padre Giacomo Salès portava al collo una reliquia del beato Edmondo Campion († 1-12-1581) martire gesuita morto sulla forca del Tyburn di Londra; presagendo una tragica fine, perché salutò i suoi allievi con un addio.
La missione ad Aubenas si svolse egregiamente, al punto che il governatore chiese ed ottenne di trattenerli fino alla Pasqua; purtroppo alla Pasqua non si arrivò, perché il 5 febbraio di sera, gli Ugonotti rompendo la tregua concordata, improvvisamente assaltarono la città che il 6 mattina cadeva interamente nelle loro mani.
Consci del grave pericolo i due religiosi si comunicarono, consumando tutte le particole consacrate e si misero in preghiera.
Furono scoperti e trascinati davanti una specie di tribunale, i cui membri erano tutti calvinisti, capeggiati da un certo Pietro Labat, il quale aveva subìto giorni prima, una sconfitta in pubblica discussione con il Salès.
La discussione concernente la presenza reale di Gesù nell’Eucaristia, riprese e durò tutto il giorno, proseguendo il mattino seguente; la vibrante argomentazione di padre Salès, alla fine scatenò l’ira generale e specie del Labat e si gridò “Uccidetelo!”.
Trascinato fuori dall’aula nella piazza, fu aggredito dalla soldataglia calvinista, che prima gli fratturò una spalla con un colpo di archibugio e poi fu finito a colpi di pugnale.
Il suo compagno Guglielmo Saultemouche, anche se invitato a cercarsi una via di salvezza, volle invece rimanergli accanto per condividere con lui il martirio e la sua difesa della fede e dell’Eucaristia, così cadde trafitto da diciotto pugnalate, era il 7 febbraio 1593.
I corpi dei due martiri, dopo essere stati trascinati per le vie della città, vennero gettati fra le macerie di un’antica chiesa; raccolti da un cattolico vennero sepolti in un giardino, dove però i calvinisti continuarono ad offenderli con degli atti oltraggiosi alla loro tomba.
Dopo due anni, furono esumati e consegnati alla signora di Chaussy che l’aveva richiesti e che poi donò alla chiesa del nuovo Collegio dei Gesuiti di Aubenas; nel 1898 le reliquie furono traslate nella Cappella di Saint-Claire eretta sul luogo del martirio.
Il lungo processo di beatificazione, con i suoi secolari intervalli, si concluse con la loro Beatificazione avvenuta a Roma il 6 giugno 1926, da parte di Papa Pio XI.
La loro comune celebrazione è al 7 febbraio.   
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria. - Beato Giacomo Sales - Gesuita, pregate per noi.


*San Giovanni (Lantrua) da Triora (7 febbraio)

Molini di Triora (Im), 15 marzo 1760 - Changxa (Cina), 7 febbraio 1816
Martirologio Romano:
Nella città di Changsha nella provincia dello Hunan in Cina, San Giovanni (Francesco Maria) Lantrua da Triora, Sacerdote dell’Ordine dei Frati Minori e Martire, che, dopo lunghi tormenti patiti in un carcere duro, morì strangolato. Figlio di genitori benestanti (Antonio Maria Lantrua e Maria Pasqua Ferraironi), dopo i primi studi a Triora, frequenta le scuole dei Barnabiti di Porto Maurizio (Imperia). Qui comincia a sentire l’attrazione per la vita  religiosa, ottiene con fatica il consenso dei genitori, e nel 1777 lo accoglie a Roma un altro ligure di Ponente, Luigi da Porto Maurizio, provinciale dei francescani. Nell’Urbe egli indossa l’abito e cambia il suo nome di battesimo (Francesco Maria) in quello di fra Giovanni.
Studia filosofia e teologia, viene ordinato sacerdote a 24 anni e poi passa da un convento all’altro come insegnante, e più tardi anche come padre guardiano.
Ma nel 1799 lascia Roma, raggiunge Lisbona dove si imbarca per la Cina, e  vi arriva circa otto mesi dopo.
Perché la Cina? Perché già nel Duecento c'è stata nello sterminato Paese una presenza francescana.
All’epoca di fra Giovanni, la vita delle comunità cristiane in territorio cinese è molto dura, per ragioni soprattutto politiche.
Il cristianesimo viene avversato non tanto in sé, ma piuttosto per la sua provenienza dal detestato e temuto “Occidente”.
Operando nella grande regione centrale dello Hu-nan, fra Giovanni si dedica in particolare al recupero e all’incoraggiamento, rivolgendosi a individui e gruppi che avevano accolto la fede cristiana, staccandosene poi per paura; o perché lasciati soli, a causa dell’avversione del potere contro i missionari.
Aiutato da generosi catechisti locali e dalle famiglie rimaste fermamente cristiane, il suo sforzo di evangelizzazione ottiene buoni risultati, dovuti anche alla sua capacità di ambientare la fede cristiana nella realtà locale, nonché  alla fiducia personale che si conquista (a partire dallo studio accurato della difficilissima lingua).
Fra Giovanni rianima comunità cristiane in crisi, ne crea di nuove.
Ma la sua attività è considerata sovversione, e il 26 luglio 1815 egli viene incarcerato con un gruppo di cristiani cinesi. Questi finiranno schiavi e deportati, per aver rifiutato di abiurare calpestando la croce. Per lui, straniero, l’accusa è gravissima: "Entrato di nascosto, ha percorso varie province, ha raccolto discepoli".
Pena di morte, dunque, accuratamente motivata e sottoposta all’approvazione imperiale:   sarà posto su una croce e strozzato.  Lui chiede soltanto di potersi fare ancora il segno della croce, con i cinque inchini tradizionali dei cristiani cinesi.
Poi si consegna al supplizio.
Dopo un mese, il corpo di Fra Giovanni viene recuperato, portato poi a Macao, e di lì   infine a Roma, nella Basilica di Santa Maria in Aracoeli. Giovanni Paolo II lo ha Canonizzato nel 2000.   
(Autore: Domenico Agasso - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Giovanni da Troia, pregate per noi.


*Santa Giuliana – Vedova (7 febbraio)
Martirologio Romano:
A Firenze, Santa Giuliana, Vedova.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Giuliana, pregate per noi.


*Beato Guglielmo di Morgex – Sacerdote (7 febbraio)

La conoscenza della storia del Beato Guglielmo deve necessariamente partire dal 1687, anno in cui procedendo all’opera di ristrutturazione della chiesa parrocchiale dedicata all’Assunzione della Vergine del paese di Morgex, in Valle d’Aosta, venne scoperta la sua sepoltura ai piedi dell’altare dedicato alla Santissima Trinità e agli apostoli Filippo e Giacomo, confermando quanto la tradizione locale tramandava da secoli, indicando l’altare come quello del Beato Guglielmo.
All’apertura del sepolcro, secondo quanto riportato nel verbale redatto da Renato Ribitel, arcidiacono di Aosta inviato sul posto da vescovo della diocesi Bailly, accanto al capo dell’inumato vennero trovati
un calice ed una patena, elementi che vennero a confermare che i resti erano quelli di un sacerdote.
Proprio l’analisi di questi due oggetti, la cui presenza in deposizioni di ecclesiastici è documentata fino ad oltre il XIII secolo, permetterebbe di datare la sepoltura ai secoli XII – XIII e dunque di collocare in quel periodo anche la vicenda terrena di Guglielmo, nonostante la tradizione, per altro non suffragata da alcuna testimonianza storica o archeologica, indichi l’VIII secolo come epoca di vita del Sacerdote.
Anche i primi documenti riguardanti il culto del Beato non sono anteriori al XV secolo e sono costituiti da riferimenti ad oggetti appartenuti a Guglielmo annoverati tra le reliquie in possesso della chiesa.
Al sacerdote vengono poi attribuiti alcuni miracoli ed episodi straordinari: il mutamento in vino dell’acqua attinta per lui da un servo ad una fonte, il soccorso prestato ad un uomo caduto in un precipizio e il melodioso canto di angeliche voci in risposta durante una liturgia natalizia celebrata dal beato, infine, alla sua morte le campane si sarebbero messe a suonare da sole, annunciando agli abitanti il transito del virtuoso parroco.
Fu però dopo la morte che i miracoli attribuiti all’intercessione del beato si moltiplicarono, ad iniziare da una prodigiosa crescita di una pianta leguminosa sulla sua tomba, avvenuta secondo la tradizione il 7 febbraio, episodio che diede origine all’usanza di celebrare in quel giorno la sua memoria, raccogliendo per la chiesa oltre al denaro anche dei legumi, una singolare usanza poi venuta meno nel corso del tempo.  
Il culto tributato a Guglielmo venne approvato nel 1877 da Papa Pio IX, per l’occasione le reliquie vennero raccolte in un nuovo reliquiario e in un busto argenteo finemente lavorato, mentre il Beato veniva proposto ai sacerdoti diocesani come modello di autentico pastore.  
Un inno composto in suo onore, erroneamente ritenuto del X secolo, ne sintetizza le virtù esaltandone la castità, lo spirito di mortificazione e la fiduciosa preghiera, mentre non comprovata da documenti è la sua appartenenza al nobile casato dei Léaval.
(Autore: Damiano Pomi – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Guglielmo di Morgex, pregate per noi.


*Beato Guglielmo Saultemouche - Martire (7 febbraio)
St-Germain l’Herm, 1556 – Aubenas, 7 febbraio 1593
Emblema:
Palma
Martirologio Romano: Ad Aubenas nel territorio di Viviers in Francia, Beati martiri Giacomo Salès, sacerdote, e Guglielmo Saultemouche, religioso, della Compagnia di Gesù, i quali, poiché con la loro predicazione rafforzavano tra la gente la fede cattolica, quando la città venne occupata dai protestanti, furono trucidati di domenica davanti al popolo per la loro fede.
La vicenda umana e il martirio del beato Guglielmo Saultemouche fratello coadiutore gesuita, si svolse nel terribile periodo delle guerre di religione (1562-1598) accadute in Francia e che videro protagonisti gli Ugonotti, cioè i seguaci della Riforma protestante di Giovanni Calvino (1509-1564), i quali in Francia assunsero questo nome, mentre in paesi anglosassoni si chiamarono ‘Puritani’.
Nell’autunno 1592 il governatore di Aubenas (Viviers) Guglielmo di Balezac, il quale nel 1587 aveva liberato la città dagli Ugonotti, imponendo loro una tregua generale firmata a Largentière, chiese al Provinciale dei Gesuiti un padre che predicasse l’Avvento e che fosse in grado di combattere pubblicamente gli errori dottrinari dei calvinisti.
A tale incarico fu designato il padre gesuita Giacomo Salès di 26 anni, accompagnato dal fratello coadiutore Guglielmo Saultemouche di 36 anni.
Guglielmo nacque nel 1556 a St-Germain-l’Herm (Clermont), servì come domestico nel Collegi gesuiti di Billom e Clermont; nel 1579 entrò fra i gesuiti come fratello coadiutore.
Fu portinaio nei Collegi di Lione e di Pont-à-Mousson e nel 1592 si trovava a Tournon; persona semplice e dedito alla preghiera, sempre disponibile ad ogni servizio, trasmetteva agli altri l’intenso amore che portava al SS. Sacramento dell’Eucaristia, dinanzi al quale trascorreva lunghe ore recitando il rosario.
Alla fine del novembre 1592 i due prescelti partirono per la missione di Aubenas; padre Giacomo Salès portava al collo una reliquia del beato Edmondo Campion († 1-12-1581) martire gesuita morto sulla forca del Tyburn di Londra; presagendo una tragica fine, perché salutò i suoi allievi con un addio.
La missione ad Aubenas si svolse egregiamente, al punto che il governatore chiese ed ottenne di
trattenerli fino alla Pasqua; purtroppo alla Pasqua non si arrivò, perché il 5 febbraio di sera, gli Ugonotti rompendo la tregua concordata, improvvisamente assaltarono la città che il 6 mattina cadeva interamente nelle loro mani.
Consci del grave pericolo i due religiosi si comunicarono, consumando tutte le particole consacrate e si misero in preghiera.
Furono scoperti e trascinati davanti una specie di tribunale, i cui membri erano tutti calvinisti, capeggiati da un certo Pietro Labat, il quale aveva subìto giorni prima, una sconfitta in pubblica discussione con il Salès.
La discussione concernente la presenza reale di Gesù nell’Eucaristia, riprese e durò tutto il giorno, proseguendo il mattino seguente; la vibrante argomentazione di padre Salès, alla fine scatenò l’ira generale e specie del Labat e si gridò “Uccidetelo!”. Trascinato fuori dall’aula nella piazza, fu aggredito dalla soldataglia calvinista, che prima gli fratturò una spalla con un colpo di archibugio e poi fu finito a colpi di pugnale.
Il suo compagno Guglielmo Saultemouche, anche se invitato a cercarsi una via di salvezza, volle invece rimanergli accanto per condividere con lui il martirio e la sua difesa della fede e dell’Eucaristia, così cadde trafitto da diciotto pugnalate, era il 7 febbraio 1593.
I corpi dei due martiri, dopo essere stati trascinati per le vie della città, vennero gettati fra le macerie di un’antica chiesa; raccolti da un cattolico vennero sepolti in un giardino, dove però i calvinisti continuarono ad offenderli con degli atti oltraggiosi alla loro tomba.
Dopo due anni, furono esumati e consegnati alla signora di Chaussy che l’aveva richiesti e che poi donò alla chiesa del nuovo Collegio dei Gesuiti di Aubenas; nel 1898 le reliquie furono traslate nella Cappella di Saint-Claire eretta sul luogo del martirio.
Il lungo processo di beatificazione, con i suoi secolari intervalli, si concluse con la loro beatificazione avvenuta a Roma il 6 giugno 1926, da parte di Papa Pio XI.
La loro comune celebrazione è al 7 febbraio.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Guglielmo Saultemouche, pregate per noi.


*Beato Guglielmo Zucchi - Sacerdote (7 febbraio)

+ Alessandria, 7 febbraio 1377
Guglielmo nacque ad Alessandria dalla famiglia Zucchi.  
Molto giovane condusse un periodo di vita eremitica.  
Ordinato sacerdote, fu incaricato di sovrintendere alla costruzione della cattedrale.  
Mostrò grande zelo e grande carità.
Nessuno mai seppe come pur distribuendo continuamente ai poveri quanto aveva, la sua borsa fosse sempre piena per altre opere buone.
Tanto che chi veniva importunato per l’elemosina dei poveri, era solito rispondere: “Io non ho la borsa del Beato Guglielmo!”.
Morì il 7 febbraio 1377. Ora il suo corpo si trova nella cattedrale, dove viene esposto annualmente, in occasione della festa.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Guglielmo Zucchi, pregate per noi.


*San Lorenzo Maiorano - Vescovo di Siponto (7 febbraio)

Costantinopoli, V secolo – Siponto, Manfredonia7 febbraio, 7 febbraio 545 ca.
Martirologio Romano:
A Manfredonia in Puglia, San Lorenzo, vescovo.
La figura del santo vescovo di Siponto, ha dato origine a due versioni della sua ‘Vita’, che con il tempo si sono intersecate tra loro, creando anche un po’ di confusione, specie riguardo il tempo delle origini.
Anche gli esimi studiosi di agiografia, Jean Bolland, gesuita belga del 1600, dal quale scaturì la Società gesuitica incaricata dell’edizione degli “Acta Sanctorum”, chiamata appunto Bollandisti e lo studioso delle antiche diocesi d’Italia Francesco Lanzoni di Faenza (1862-1929), non furono d’accordo quale delle due versioni, sia la prima in ordine di tempo e quale più veritiera.
Cercheremo in questa scheda di non riportare tutti i punti contrastanti, ma si cercherà di semplificare per dare la versione più accreditata ed i passi concordanti.
Le due ‘Vitae’ sono anonime e redatte alcuni secoli dopo la morte del Santo; quella scritta verso la seconda metà del sec. IX sembra più veritiera. Ad ogni modo è concorde che San Lorenzo Maiorano fosse originario dell’Oriente, più precisamente di Costantinopoli, sede dell’Impero Bizantino.
La sede vescovile di Siponto, attuale Manfredonia (nome che prese nel 1256 da re Manfredi), dopo
la morte del vescovo Felice, avvenuta al tempo dell’imperatore d’Oriente Zenone (474-491), durante le lotte tra Odoacre e Teodorico (489-493), rimase per un anno vacante.
Ritornata la pace i sipontini spedirono una delegazione a Costantinopoli per chiedere un successore, questo deve essere avvenuto in uno degli ultimi anni del secolo V, quando Siponto era ancora sotto il dominio bizantino, perché è noto che dallo stesso secolo V a tutto il secolo VIII, la Puglia fu sotto la giurisdizione romana.
L’imperatore Zenone, ancora vivo prima del 491, designò Lorenzo suo parente, il quale accettò e partì recando con sé preziose reliquie di Santo Stefano e di Sant’ Agata; a questo punto le notizie divergono, perché in una viene fatto capire che Lorenzo venisse consacrato vescovo nella stessa Costantinopoli, mentre nell’altra versione si dice che raggiunse Roma per essere consacrato da papa Gelasio I (492-496).
Si ricorda che si era nel tempo in cui gl’imperatori nominavano loro i vescovi, salvo essere consacrati poi dal Papa o a volte di chiederne solo l’approvazione. Situazione che si risolverà molto tempo dopo, con la lotta fra Papato ed Impero, con la cosiddetta “lotta per le investiture”. Divenuto vescovo di Siponto, città strategica per la sua posizione sul mare, Lorenzo al di là dei meriti di pastore di anime, che accenneremo, legò il suo nome allo straordinario avvenimento dell’apparizione dell’Arcangelo Michele sul Gargano. Si era nell’anno 490 e un signorotto del Monte, di nome Elvio Emanuele, aveva smarrito il più bel toro della sua mandria, dopo lunghe ricerche lo trovò accovacciato dentro una caverna inaccessibile, visto che non si poteva raggiungerlo, decise di ucciderlo e scoccò una freccia dal suo arco, ma la freccia inspiegabilmente invece di colpire il toro, girò su sé stessa e finì per colpire il tiratore.
Sbigottito, egli si recò dal vescovo di Siponto s. Lorenzo e raccontò l’accaduto; il vescovo prescrisse tre giorni di preghiere e di digiuno, al terzo giorno l’arcangelo Michele si rivelò al vescovo, con l’invito di dedicare quella grotta al culto cristiano.
Ma Lorenzo esitò e non diede esecuzione alla volontà di San Michele, perché sulla montagna dove si trovava la grotta, era ancora molto vivo il culto pagano. Dopo due anni nel 492, Siponto era assediata dal re barbaro Odoacre, le forze cristiane erano ormai allo stremo, quando San Lorenzo Maiorano, riuscì ad ottenere dal re una  tregua di tre giorni, che il vescovo ed i fedeli impiegarono più in preghiere e penitenze, che a ricostituire le forze per una battaglia già persa in partenza.
In questo frangente l’Arcangelo ricomparve al vescovo, per dirgli che avrebbe dato il suo aiuto se i sipontini avessero attaccato il nemico. La promessa si realizzò e quando gli assedianti ripresero le ostilità, durante la battaglia scoppiò all’improvviso una tempesta di sabbia e grandine, che si rovesciò sui barbari, i quali spaventati si diedero alla fuga.
La città fu salva ed il vescovo Lorenzo con tutta la popolazione, in processione salì sul Monte dell’Arcangelo per ringraziarlo, ma ancora una volta non osò entrare nella grotta.
Questa sua incertezza lo spinse l’anno dopo a chiedere consiglio al papa Gelasio I, il quale gli ordinò di occupare quella grotta e di recarvisi con i vescovi di Puglia a consacrarla, dopo un triduo di digiuni.
Ma l’Arcangelo Michele si manifestò per la terza volta all’indeciso vescovo, dicendogli che non era necessario consacrare la grotta, perché già consacrata con la sua presenza, quindi poteva entrare e innalzare preghiere e celebrare la Messa.
Quando il vescovo Lorenzo entrò nella grotta, dice la leggenda, trovò un altare coperto di panno rosso, con sopra una croce di cristallo. Egli fece poi costruire all’entrata della grotta una chiesa, che dedicò a S. Michele il 29 settembre 493; da qui cominciò quel culto ininterrotto nei secoli, che ha visto giungere al Santuario e alla Sacra Grotta folle di pellegrini di ogni ceto, re e regine, futuri Santi, Papi a partire dallo stesso Gelasio I, tutti accomunati dal desiderio di visitare questa mistica grotta dove, secondo le parole dell’Arcangelo a San Lorenzo, “possono essere perdonati i peccati degli uomini”.
Di San Lorenzo si sa pure che invocando l’aiuto di San Michele, riuscì a respingere un’incursione di napoletani contro Siponto; fece costruire varie chiese, tra cui una in onore di S. Giovanni Battista, che fece decorare di pitture, come pure quella sul Gargano; ebbe il dono della profezia e predisse le imminenti sciagure della guerra gotica; si incontrò con Totila, re degli Ostrogoti (m. 552) ottenendo che Siponto venisse risparmiata dalla distruzione.
Fu in contatto fraterno con il Santo vescovo di Canosa di Puglia, San Sabino; morì a Siponto il 7 febbraio forse del 545.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Lorenzo Maiorano, pregate per noi.

 

*Santa Lubetta - Vergine (7 febbraio)

Santa Lubetta (Lubette o Lubetia) Vergine è considerata una delle discepole preferite dell’imperatrice Sant’Elena.
Di Santa Lubetta non sappiamo nulla. Esiste una leggenda, che non alcun fondamento storico, dove si narra che Sant’Elena di passaggio da Poitiers, avrebbe lasciato, in quella città, Santa Lubetta, che si era ammalata gravemente, consegnandole una reliquia della Santa Croce.
La reliquia, ancor oggi, si venera della chiesa di santa Croce di Poitiers.
Questa sintetica narrazione è stata riportata nel Menologio delle vergini di Francesco Lahierio e nel Martirologio Gallicano di A. de Saussay.
Sul culto nei confronti di questa Santa esiste una breve trattazione pubblicata nel 1890,  nel volume "Semaine Religieuse de Poitiers".
Sulla festa in onore di Santa Lubetta, si ricorda la memoria del suo culto a Poitiers  e ad Orléans nel giorno 7 febbraio.
(Autore: Mauro Bonato – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Lubetta, pregate per noi.

 

*San Luca il Giovane – Eremita (7 febbraio)
m. 955
Eremita nella Focile. Si costruì una cella sul monte Joannitza, nei pressi di Corinto, ove condusse una vita eremitica di grande austerità, unità però anche ad opere di carità.
La sua fama non tardò a diffondersi ed i numerosi miracoli attribuiti alla sua intercessione gli meritarono il titolo di “Thaumaturgus”.
Martirologio Romano: A Stiri nella Focide, in Grecia, San Luca il Giovane, eremita.
San Luca il Giovane proveniva da una famiglia di piccoli proprietari dell’isola greca di Egina, costretta a trasferirsi  in Tessaglia dalle incursioni saracene.

Terzo dei sette figli di Stefano ed Eufrosina, sin dalla più tenera età si dedicò al lavoro nei campi ed alla morte del padre iniziò invece una vita totalmente dedita alla preghiera.
Era sua consueta abitudine donare tutto ciò che possedeva ai poveri e ciò lo mise presto in conflitto con i suoi parenti. Dovette allora lasciare la casa ed iniziò a peregrinare in cerca di un monastero.
Si stabilì come eremita nella pericolosa regione al confine tra l’Ungheria e la Bulgaria e qui fu catturato da feroci predoni che lo scambiarono per uno schiavo fuggiasco.
Infine rilasciato, Luca poté far ritorno a casa, ove però venne maltrattato ed ingiuriato per il modo in cui se ne era andato.
Dopo un certo periodo entrò allora in un monastero presso Atene, ma il suo superiore lo inviò nuovamente a casa quando Eufrosina gli apparve in sogno dicendogli che aveva bisogno del figlio. Lo accolse infatti con grande gioia e non senza sorpresa, ma ben presto si persuase della reale vocazione di Luca alla vita religiosa.
Questi si costruì una cella sul monte Joannitza, nei pressi di Corinto, ove condusse una vita eremitica di grande austerità, unità però anche ad opere di carità.
La sua fama non tardò a diffondersi ed i numerosi miracoli attribuiti alla sua intercessione gli meritarono il titolo di “Thaumaturgus”.Il nuovo Martyrologium Romanum, che lo commemora al 7 febbraio, colloca la sua morte nel 955, correggendo così la data precedentemente accettata del 946.
In seguito la sua cella fu trasformata in oratorio e denominata “Soterion”, cioè “luogo di salvezza”.
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Luca il Giovane, pregate per noi.


*Santi Martiri Mercedari d’Africa (7 febbraio)

Questi Santi Mercedari, furono martirizzati in Africa dove si trovavano per redimere.  
Nel nome di Gesù e per la libertà degli schiavi, più di una volta furono rinchiusi nelle carceri e tormentati da ogni genere di torture versarono il loro sangue raggiungendo così la gloria del paradiso.
L’Ordine li festeggia il 7 febbraio.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria -
Santi Martiri Mercedari d’Africa,   pregate per noi.


*San Massimo di Nola – Vescovo (7 febbraio)

Martirologio Romano: A Nola in Campania, San Massimo, vescovo, che in tempo di persecuzione resse la Chiesa di questa città e dopo una lunga vita morì in pace.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Massimo di Nola, pregate per noi.

  

*San Mosè I - Eremita e Vescovo dei Saraceni (7 febbraio)
Martirologio Romano:
Sulle montagne del Sinai, San Mosè, che dapprima condusse vita solitaria in un eremo, poi, ordinato vescovo su richiesta della regina dei Saraceni Máuvia, pacificò popoli assai brutali, custodendo illesa la vita dei cristiani.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Mosè I, pregate per noi.


*Beato Nivardo di Chiaravalle – Monaco (7 febbraio)
Sec. X
É il più giovane dei cinque fratelli di San Bernardo, e quando essi nel 1112 decisero di entrare insieme nel chiostro di Citeaux egli era ancora un fanciullo di ca. dieci anni.
Fu proprio in quella circostanza che si svolse tra il primogenito Guido e il piccolo Nivardo quel colloquio che, già riferito nella Vita Prima di San Bernardo, è poi costantemente ripetuto dalla agiografia bernardina.
Mentre i fratelli stavano per lasciare la casa paterna, Guido, vedendo il piccolo Nivardo che giocava con altri bambini, lo salutò con questa espressione: "Eia, frater Nivarde, ad te solum respicit omnis terra possessionis nostrae". Ma il fanciullo, "non pueriliter motus", rispose: "Vobis ergo coelum et mihi terra? Non ex aequo divisio haec facta est". E, contro ogni resistenza, volle seguirli.
Nella Vita tertia si aggiunge che il fanciullo tentava ogni giorno di raggiungere i fratelli, finché essi lo affidarono ad un sacerdote perché gli insegnasse le lettere; appena crebbe un poco fu accolto come novizio a Citeaux (forse nel 1115) e infine raggiunse Bernardo e i fratelli a Chiaravalle.
Poco conosciamo intorno alla sua vita monastica: le fonti narrative ci ripetono il dialogo avvenuto con Guido, o lo  sottintendono quando ci presentano in poche parole la figura di Nivardo, come nel caso della Vita quarta: "sextus Nivardus, qui terrena haereditate contempta, coelestia praelegit". Godette della fiducia del santo fratello, ora anche suo abate, il quale si servì di lui per varie missioni, come si può desumere dai due accenni a Nivardo che si trovano nell'Epistolario di San Bernardo.
Fu maestro dei novizi nel monastero di Vaucelles (circondario di Cambrai), fondato da Chiaravalle nel 1132, ed ebbe probabilmente la direzione della missione cistercense inviata nel 1147 nella Vecchia Castiglia per fondare il monastero di S. Pietro di Spina.
Con simili responsabilità lo troviamo anche in altri monasteri, ma non si fermò a lungo in nessuno, tornando sempre alla sua Chiaravalle, accanto a San Bernardo.
L'ultima notizia intorno a Nivardo è del 1150, quando accompagnò il santo fratello in un viaggio in Normandia.
Non si conoscono il luogo e il tempo della sua morte; ma pare sia morto a Chiaravalle e dopo San Bernardo (m. 20 agosto 1153) perché nelle opere del santo non vi è cenno della morte di Nivardo, mentre abbiamo del fratello beato Gerardo, morto nel 1138, un profilo storico nel XXVI dei Sermones super Cantica Canticorum.
Un culto a Nivardo non è testimoniato dalle fonti cistercensi coeve né da quelle dei secoli immediatamente successivi. Ancora nel sec. XVII Manrico nei suoi Annales Cistercienses non gli attribuisce il titolo di Beato, che invece gli aveva riconosciuto qualche anno prima Crisostomo Henriquez nel Menologium cistertiense, assegnandone la morte al 7 febbraio.
Per tali incertezze i Bollandisti lo pongono tra i praetermissi .
Nei secoli successivi il culto al beato Nivardo ha avuto un certo incremento e in alcuni monasteri dell'Ordine se ne è celebrata la festa con rito doppio e Ufficio proprio; ma quando si sono studiate, in epoca più recente, le fonti agiografiche cistercensi si è potuto concludere che il titolo stesso di Beato gli era stato conferito per la venerazione verso il grande fratello, riferendosi in modo particolare all'episodio, divenuto così molto noto, della fanciullezza di Nivardo.
Oggi nessun culto è tributato al Beato, che tuttavia continua ad essere ricordato con questo titolo dai menologi cistercensi nel giorno 7 febbraio.
(Autore: Giorgio Picasso – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Nivardo di Chiaravalle, pregate per noi.


*San Paolo III di Brescia - Vescovo (7 febbraio)

VI-VII sec.

San Paolo III è un vescovo di Brescia. Nella lista episcopale della città in alcuni casi è inserito al ventitreesimo posto in altri al ventiquattresimo.
E’ sicuro il suo inserimento tra san Dominatore e San Paterio.
Resse la diocesi tra la seconda metà del VI secolo e l’inizio del VII Secolo.
Anche di lui non sappiamo nulla. Alcuni lo ritengono implicato nella questione dei "tre capitoli" condannati nel 543 da Giustiniano I e dal quinto concilio ecumenico di Costantinopoli.
Si ritiene che inizialmente sia stao sepolto nella basilica di Sant'Andrea e poi trasportate nella chiesa diaconale di San Stefano in Arce o in Castro.
I suoi resti, il 1 novembre 1581, vennero trasportati da San Carlo Borromeo e dal vescovo Giovanni Dolfin, nella cattedrale  di San Pietro de Dom.
Il 16 febbraio 1604 furono traslate nel duomo vecchio dove si trovano tutt’ora presso l’altare del Santissimo Corpo di Cristo. In quella sede sono state poste vicino ai resti di San Atanasio, Domenico e Dominatore.
Il Martirologio romano non accennava ad alcuna festa per questo Santo.
Nel proprio della diocesi San Paolo III è celebrato il 7 febbraio.

(Autore: Mauro Bonato – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Paolo III di Brescia, pregate per noi.


*San Partenio - Vescovo di Lampsaco (7 febbraio)
Martirologio Romano:
A Lampsaco in Ellesponto, nell’odierna Turchia, San Partenio, vescovo, che, al tempo dell’imperatore Costantino, si tramanda che abbia propagato la fede con la predicazione e con l’esempio di vita.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Partenio, pregate per noi.   


*San Patendo – Vescovo (7 febbraio)

(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria.   
San Patendo, pregate per noi.


*Beato Pietro (Petro) Verhun - Sacerdote e Martire (7 febbraio)
Scheda del Gruppo a cui appartiene: “Beati 25 Martiri Greco-Cattolici Ucraini”
Horodok, Ucraina, 18 novembre 1890 - Angarsk, Siberia, Russia, 7 febbraio 1957
Martirologio Romano: Nel campo di prigionia di Angarsk nella Siberia in Russia, Beato Pietro Verhun, sacerdote e martire, che, durante la persecuzione contro la religione, restando fedele nella morte conseguì la vita eterna.
Petro Verhum nacque ad Horodok, nei pressi di Lviv (Leopoli), il 18 novembre 1890.
Ricevette l’ordinazione  presbiterale dal metropolita Sheptytsky nella cattedrale di San Giorgio in Lviv il 30 ottobre 1927, divenendo così sacerdote diocesano di rito bizantino dell’Arcieparchia di Lviv degli Ucraini.
Inviato a Berlino per occuparsi dei greco-cattolici emigrati in tale città, ben presto fu nominato Visitatore Apostolico per i Cattolici Ucraini in Germania.
Nel giugno 1945 Petro Verhun, preso di mira dal regime sovietico, fu arrestato e deportato in Siberia.
Qui morì martire della fede il 7 febbraio 1957 presso il campo di prigionia della cittadella di Angarsk, nel territorio di Krasnoïarsk.
Fu beatificato da Giovanni Paolo II il 27 giugno 2001, insieme con altre 24 vittime del regime sovietico di nazionalità ucraina.
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Pietro (Petro) Verhun, pregate per noi.


*Beato Pio IX (Giovanni Maria Mastai Ferretti) – 251° Papa (7 febbraio)
Senigallia, 13 maggio 1792 - Roma, 7 febbraio 1878 - (Papa dal 21/06/1846 al 07/02/1878)
Durante il suo pontificato, malgrado fosse costretto ad impegnarsi drammaticamente sul  piano politico, non dimenticò mai di assolvere i compiti spirituali convinto di essere responsabile, di fronte a Dio, della difesa dei valori cristiani.
Promosse  nuove forme di culto e di vita spirituale, come la devozione eucaristica, quella verso il Sacro Cuore e quella mariana. Dette slancio all'attività missionaria in Asia e in Africa.
Definì il dogma dell'Immacolata Concezione e celebrò il Concilio Vaticano I dove fu fissato il dogma  dell'infallibilità del Pontefice quando parla ex cathedra.
Martirologio Romano: A Roma, Beato Pio IX, Papa, che, proclamando apertamente la verità di Cristo, a cui aderì profondamente, istituì molte sedi episcopali, promosse il culto della beata Vergine Maria e indisse il Concilio Ecumenico Vaticano I.
La famiglia Mastai è di antichissima e nobile stirpe, originaria di Crema nel 1300; un componente di questa famiglia, residente a Venezia, si spostò a Senigallia nel 1557 e sposò una senigalliese.
 
Nel 1625 Giovanni Maria Mastai sposò la contessa Margherita Ferretti di Ancona, ereditandone i titoli, i beni e lo stemma che si aggiunse a quello Mastai.  
Fu una famiglia molto prolifica e religiosa; il trisavolo di Pio IX ebbe 19 figli, il bisnonno sei figli, il nonno Ercole sette.  
Giovanni Maria Mastai Ferretti (Pio IX) fu il nono figlio del Conte Girolamo e di Caterina Sollazzi e nacque a Senigallia il 13 maggio 1792, battezzato lo stesso giorno della nascita.
Compì gli studi classici nel Collegio dei Nobili a Volterra, diretto dagli Scolopi, dal 1803 al 1808, studi sospesi per improvvisi attacchi epilettici, proprio quando sognava di seguire la carriera ecclesiastica.
Dal 1814 fu ospite a Roma dello zio Mastai Ferretti Paolino, Canonico di San Pietro e potè proseguire gli studi di  Filosofia e di Teologia nel Collegio Romano.
Nel 1815 si recò in pellegrinaggio a Loreto ed ottenne la grazia della guarigione dalla malattia. Per questo potè continuare i suoi studi e la preparazione intensa al presbiterato.
Il 5 gennaio 1817 ricevette gli Ordini Minori, il 19 dicembre 1818 il Suddiaconato, il 7 marzo 1819 il Diaconato, il 10 aprile 1819 venne ordinato Sacerdote.
L'11 aprile 1819 celebrò la prima Santa Messa nella chiesa di Sant'Anna, annessa all'Ospizio Tata Giovanni, tra i ragazzi che furono il centro del suo apostolato giovanile fino al 1823.
Dal luglio 1823 al giugno 1825 fu tra i membri componenti la Missione apostolica in Cile guidata  dal Delegato Mons. Giovanni Muzi.
Il 24 aprile 1827 fu nominato Arcivescovo di Spoleto a soli 35 anni; il 6 dicembre 1832 venne trasferito al Vescovado di Imola; il 14 dicembre 1840 ricevette la berretta Cardinalizia; il 16 giugno 1846, al quarto scrutinio, con voti 36 su 50 Cardinali presenti al Conclave, venne eletto Sommo Pontefice a soli 54 anni.
Un mese dopo concesse l'amnistia (16 luglio 1846) per i reati politici.
Dall'agosto 1846 al 14 marzo 1848 è l'epoca delle grandi riforme dello Stato Pontificio (Ministero liberale, libertà di stampa e agli ebrei, Guardia Civica, inizio delle ferrovie, Municipio di Roma, 14 marzo 1849 emissione dello Statuto).  
Con l'Allocuzione del 29 aprile 1848 contro la guerra all'Austria declina la stella politica del Mastai e incomincia la sua lunga Via Crucis.  
Il 15 novembre 1848 uccisione di Pellegrino Rossi; dal 24 novembre 1848 al 12 aprile 1850 esilio del Pontefice a Gaeta e quindi ritorno a Roma, ove riprese una illuminata restaurazione.  
L'8 dicembre 1854 definizione del dogma della Immacolata Concezione.  
Dal 4 maggio al 5 settembre 1857 viaggio-visita politico-pastorale di Pio IX nei suoi Stati.
Nell'aprile del 1860 caddero le Legazioni, nel settembre la Marche e l'Umbria furono annesse al Regno d'Italia. Il 1 luglio 1861 viene pubblicato il primo numero dell'"Osservatore Romano".
L'8 dicembre 1864 Enciclica "Quanta Cura" e il Sillabo; il 2 maggio 1868 approvazione della Gioventù Cattolica Italiana; l'8 dicembre 1869 apertura del Concilio Vaticano I che promulga due Costituzioni, la "Dei Filius" e la "Pastor Aeternus" del 18 luglio 1870 e la definizione del magistero infallibile del Pontefice Romano se parla "ex cathedra"; chiusura del Concilio per il precipitare degli eventi politici.
Il 20 settembre 1870 presa di Roma e chiusura volontaria del Papa in Vaticano.
L'8 dicembre 1870 Pio IX proclamò San Giuseppe patrono della Chiesa universale.
Il 16 giugno 1875 Consacrazione della Chiesa al Sacro Cuore di Gesù. Il 7 febbraio 1878 morte di Pio IX dopo 32 anni di Pontificato. Il 12 febbraio 1907 Pio X ordina l'introduzione della Causa di Beatificazione di Pio IX con i Processi Diocesani di Roma, Senigallia, Spoleto, Imola, Napoli. Nel 1954-1955 solenne apertura del Processo Apostolico di Beatificazione presso la Congregazione dei Santi. Il 6 luglio 1985 promulgazione del Decreto sulla eroicità delle virtù del Venerabile Pio IX.  Il 20 dicembre 1999 Decreto di riconoscimento del Miracolo attribuito a Pio IX.
(Autore: Diocesi di Senigallia - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Pio IX, pregate per noi.


*San Riccardo - Re degli Inglesi (7 febbraio)
m. a Lucca, 722
Visse nell’VIII secolo e fu il padre di tre importanti santi: Villibaldo, Vunibaldo e Valburga.
La sua vita fu caratterizzata da una intensa preghiera e venerazione verso la Sacra Famiglia e gli altri Santi: infatti insieme ai figli si recò a Roma con la speranza di trovarvi le reliquie dei SS. Pietro e Paolo. Morì a Lucca e venne seppellito nella basilica di S. Frediano.
Etimologia: Riccardo = potente e ricco, dal provenzale
Martirologio Romano: A Lucca, deposizione di San Riccardo, padre dei Santi Villibaldo e Valburgo, che in pellegrinaggio con i figli dall’Inghilterra verso Roma morì lungo il cammino.
San Riccardo, commemorato in data odierna 7 febbraio dal Martyrologium Romanum, è sicuramente uno di quei  personaggi dei quali è alquanto difficile, se non addirittura impossibile, far emergere dall’oblio del tempo quali figure storicamente ben definite.
Le precedenti edizioni del suddetto martirologio lo volevano “re d’Inghilterra”, ma ora è citato solamente quale pelegrino alla Città Eterna e padre dei santi Villibaldo vescovo di Eichstatt (dall’inglese Willibald, festeggiato il 7 giugno), Vunibaldo abate di Heidenheim (dall’inglese Wynnebald, festeggiato il 18 dicembre) e Valburga vergine (25 febbraio).
Anche il reale nome di Riccardo è sconosciuto e quest’ultimo è semplicemente frutto di una fantasiosa leggenda fiorita a Eichstatt in Baviera nel X secolo ed a Lucca due secoli dopo.
Questa nobile famiglia proveniva dal Wessex, regione inglese, e secondo un tardivo racconto della monaca Hugebure di Heidenheim verso il 720 il padre partì con i due figli maschi in pellegrinaggio
verso Roma.
Villibaldo era appena ventenne e Vunibaldo diciannovenne. Navigando sul fiume Hamble, vicino al Southampton, attraversarono la Manica e risalirono quindi la Senna, per sbarcare infine a Rouen.
Non prima di aver visitato numerosi santuari francesi, i tre pellegrini si diressero allora in Italia, ma Riccardo morì presso Lucca nel 722, prima di giungere a Roma.
Nella città toscana il santo pellegrino riposa ancora oggi e le sue reliquie sono oggetto di venerazione nella basilica di San Frediano.
Villibaldo si unì poi al celebre San Bonifacio nell’opera di evangelizzazione della Germania, fondando il doppio monastero di Heidenheim e divenendo primo vescovo della città di Eichstatt.
Anche Vunibaldo fu con loro missionario e resse il monastero di Heidenheim con la sorella Valburga.
Quando Villibaldo morì e fu sepolto ad Eichstatt, si ipotizzò di traslarvi anche i resti  di Riccardo, ancora deposti a Lucca, perché potessero riposare accanto a quelli del figlio.
I fedeli di Lucca si opposero però fermamente a tale eventualità e gli abitanti di Eichstatt dovettero così  accontentarsi di un po’ di polvere proveniente dalla sua tomba.
Proprio dal monastero di Heidenheim derivò il documento detto “Hodoeporicon”, attribuito alla monaca predetta, che tratta principalmente della vita di San Villibaldo e dal quale derivano le poche notizie su San Riccardo.
In considerazione però dell’eccelsa santità della sua prole e dei numerosi  miracoli verificatisi sulla sua tomba in San Frediano, fu allora inventata artificiosamente una vita di “San Riccardo, re dell’Inghilterra”, titolo tributatogli così anche dal martirologio cattolico sino al 1956.
Preghiera
Sii benedetto, o Dio, nostro Padre,
che hai dato a San Riccardo la forza di abbandonare gli onori ed i poteri della terra,
per dedicarsi in umiltà e letizia a una vita orante e penitente.
Pellegrino instancabile, all’insegna della croce,
attraversò le regioni d’Europa visitando i santuari della fede.
Sulle sue orme i figli Villibaldo, Vunibaldo e Valburga
raggiunsero la sede dell’apostolo Pietro  
e i centri del monachesimo attingendo a quelle preziose sorgenti i tesori della tua grazia.
Con l’aiuto e l’esempio di San Bonifacio di Fulda  
divennero evangelizzatori delle popolazioni germaniche  
e promotori di vita apostolica e contemplativa.
Concedi a noi, per intercessione di questa famiglia di Santi,
il dono della conversione per contribuire da veri discepoli
e testimoni di Cristo Redentore all’edificazione di un mondo nuovo,
aperto alle sorprese del tuo Spirito.
Per Cristo nostro Signore. Amen.
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Riccardo, pregate per noi.


*Beato Rizziero della Muccia (7 febbraio)
m. 7 febbraio 1236
Martirologio Romano:
A Muccia nelle Marche, Beato Rizziero, tra i primi e più cari discepoli di San Francesco.
Il Beato Rizzerio nacque a Muccia (MC). La vita di Rizzerio ha tratti in comune con quella del Beato Pellegrino da Falerone: entrambi erano marchigiani, provenienti da famiglie nobili e studenti di legge a Bologna. Proprio a Bologna i due studenti ebbero l'occasione di avvicinare San Francesco d'Assisi e di rimanere affascinati dalla sua persona, tanto da indurli a seguirlo.
San Francesco predisse a Pellegrino una vita umile e nascosta, mentre a Rizzerio di reggere e governare i frati.
Rizzerio, ritornato nelle Marche, fu ordinato sacerdote e in seguito fu anche eletto Ministro
Provinciale, formando i propri confratelli ad una austera vita di povertà e di gioiosa fraternità e al rispetto della regola dei Frati Minori.
Condusse una fervida ed instancabile predicazione evangelica per molte città e paesi.
Un giorno si abbatté su Rizzerio una terribile prova, smarrito e turbato si presentò a San Francesco per capire, dal modo come sarebbe stato accolto dal serafico padre, se fosse stato ancora amato da Dio. San Francesco, che era allora infermo nel palazzo del Vescovo di Assisi, illuminato da Dio su ciò che stava accadendo, spedì incontro a Rizzerio Fra Leone e Fra Masseo con il compito di accoglierlo a braccia aperte e di comunicargli che lui tra i frati gli era il più gradito.
La calorosa accoglienza e le tenere parole calmarono il cuore in tempesta di Rizzerio.  
Quando fu vicino a San Francesco, il poverello d'Assisi, benché gravemente ammalato, lo abbracciò teneramente  e gli ribadì: "Figliolo carissimo, frate Rizzerio, fra tutti i frati che sono nel modo io amo te singolarmente".
Baciatolo, gli impresse un segno di croce sulla fronte e aggiunse: "Figliolo carissimo, questa tentazione è stata permessa da Dio per un tuo grande merito e guadagno".
Rizzerio si sentì sollevato dal terribile cruccio.
Gli ultimi anni della sua vita li trascorse a Muccia, presso l'eremo di San Giacomo apostolo. Morì il 7 febbraio 1236. Il culto è stato approvato da Gregorio XVI il 14 dicembre 1838.
(Autore: Elisabetta Nardi – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Rizziero della Muccia, pregate per noi.


*Beata Rosalia Rendu – Vergine (7 febbraio)
Confort, 9 settembre 1786 - 7 febbraio 1856
Svizzera del Giura, Jeanne Marie Rendu vive l’infanzia nel clima della Rivoluzione francese.
Dopo il Terrore, va a studiare presso le Orsoline a Gex. Qui scopre le Figlie della Carità di San Vincenzo de’ Paoli e il loro aiuto ai malati e ai poveri.
Entra nel 1802 in noviziato a Parigi. Prenderà il nome di Rosalia e sarà destinata al quartiere di Mouffetard, dove servirà i poveri per 54 anni.
Si prodiga durante il colera. Muore nel 1856.
Martirologio Romano: A Parigi in Francia, Beata Rosalia (Giovanna Maria) Rendu, Vergine delle Figlie della Carità, che, in una casa situata nel quartiere più povero della città e da lei trasformata in ricovero per i bisognosi, si impegnò con ogni mezzo a visitare i poveri nelle loro abitazioni, riportare la pace durante la guerra civile e spingere molti, soprattutto i giovani e i ricchi, all’esercizio della carità.
La “colpa” di quello che è diventata è, prima di tutto di sua mamma, donna forte, dalla fede solida; precocemente vedova e abituata a piangere i suoi morti, invece di chiudersi in se stessa e lasciarsi travolgere dai suoi problemi, proprio quando è più pericoloso e, facendolo, si rischia la vita, apre le porte e il cuore per accogliere, sfamare, nascondere preti, suore e addirittura il vescovo di Annecy, che sono stati condannati a morte dalla Rivoluzione francese.
Nella sua casa si celebrano clandestinamente le funzioni e tutti questi scomodi ospiti figurano come domestici e collaboratori della famiglia, protetti dalla complicità di tutto il paese, che pur a conoscenza della loro vera identità non tradisce questa vedova dal cuore grande. Giovanna, la
primogenita, cresce in questo clima da catacombe e fa la sua prima comunione di notte, nell’angolo più nascosto della cantina appena rischiarato dalla luce di un paio di candele.
Vivace, capricciosa e maliziosetta, è però anche intelligente, delicata e sensibile e si lascia forgiare dalla fede e dalla carità respirate in casa.
Tanto che, un bel giorno, a 16 anni non ancora compiuti, stupisce tutti dicendo che vuole farsi suora tra le Figlie di San Vincenzo de’ Paoli.
Mamma la lascia fare, convinta che si tratti di un’infatuazione passeggera e che il tempo la farà tornare presto a casa.
Invece no: la ragazzina inizia il noviziato, stringendo i denti e superando ostacoli, primo fra tutti quello della salute, perchè il suo fisico di ragazza dei campi mal si adatta al chiuso del convento.
Con il nuovo nome di Suor Rosalia si butta al servizio dei poveri nel quartiere Mouffetard, che ha il primato di essere tra i più poveri e malfamati di Parigi. Neppure immagina che qui resterà per 54 anni, fino alla morte. Impara a conoscere le miserie morali e materiali che si nascondono nelle maleodoranti soffitte, straripanti di pezzenti; impara a diagnosticare malattie, scovare ferite e contrastare epidemie; si rimbocca le maniche per  sfamare centinaia di bocche.
La sua lotta alla povertà parigina si traduce nell’apertura di una farmacia, un deposito di vestiti, una scuola gratuita, un orfanotrofio, un ricovero per anziani, un nido, una casa per accogliere  le giovani operaie. Si dimostra, come in realtà è, donna pratica ed efficace, che non si accontenta di soddisfare il bisogno immediato, ma che cerca di prevenirlo e, se possibile, di rimuoverne le cause.
In breve diventa la suora più popolare di Parigi e di mezza Francia, perché lei non distribuisce soltanto generi di prima necessità, ma soprattutto consigli spirituali.
Ed è così che il suo minuscolo parlatorio diventa più affollato di un ufficio ministeriale, con punte anche di 500 visitatori al giorno, dove si ritrovano, gomito a gomito, pezzenti e ricchi mercanti, cardinali e ambasciatori, addirittura l’imperatore.
Qui viene spesso anche Federico Ozanam, oggi beato, che da lei viene indirizzato a fondare le Conferenze di San Vincenzo.
Lei passa indenne tra le barricate delle sommosse per curare i feriti di entrambi gli schieramenti, con la sua popolarità strappa i condannati da davanti al plotone di esecuzione, si carica sulle spalle i malati e i morti di malattie contagiose, praticando ciò che da sempre insegna alle consorelle: ogni povero “vale più di quanto sembra”; “se vuoi che qualcuno ti ami, sii tu ad amare per prima, e se non hai nulla da donare, dona te stessa”. Suor Rosalia Rendu si spegne il 7 febbraio 1856, stroncata dalle fatiche e dal suo continuo donarsi, perché per tutta la vita aveva voluto semplicemente essere “il paracarro su cui tutti quelli che sono stanchi hanno il diritto di posare il loro fardello”. Giovanni Paolo II° l’ ha beatificata il 9 novembre 1993.  
(Autore: Gianpiero Pettiti - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria. - Beata Rosalia Rendu, pregate per noi.


*San Teodoro di Amasea - Generale e martire (7 febbraio)
Patronato: Militari, reclute, Brindisi
Etimologia: Teodoro = regalo, dono di Dio, dal greco. In veneto Tòdaro
Emblema: Palma
Originario dell’Oriente, arruolato nell’esercito romano, era stato trasferito con la sua legione nei quartieri invernali di Amasea (Anatolia) al tempo dell’imperatore Galerio Massimiano.
Improvvisamente fu promulgato un editto per cui si ordinava ai soldati di sacrificare agli dei; Teodoro che era un cristiano si rifiutò nonostante le sollecitazioni del tribuno e dei compagni; gli fu concesso un tempo per ripensarci ma egli ne approfittò per incendiare il tempio di Cibele (Madre degli dèi) che sorgeva al centro di Amasea presso il fiume Iris.  
Ricondotto in tribunale fu torturato con il cavalletto e poi gettato in prigione a morire di fame, lì ebbe celesti e  confortanti visioni, infine fu condannato a bruciare vivo, ciò avvenne il 17 febbraio probabilmente fra il 306 e il 311 d.C.
Il suo sepolcro stava in una piccola località Euchaite vicino ad Amasea (odierna Aukhat in Turchia) che nel secolo X fu chiamata anche Teodoropoli.
Le notizie della sua vita ci sono pervenute da un discorso pronunciato da San Gregorio di Nissa nella basilica che sorgeva già nel IV sec. ad Euchaite nel Ponto ove era il suo sepolcro.
Discorso poi confermato in una ‘passio’ greca di poco posteriore.
Il suo culto si propagò in tutto l’Oriente cristiano e successivamente nell’impero Bizantino. In Occidente la prima traccia di un culto a lui tributato deve considerarsi il mosaico absidale tuttora esistente nella basilica dei santi Cosma e Damiano al Foro Romano eretta nel 526-30.  

Monasteri a  lui dedicati esistevano già alla fine del secolo VI a Palermo, Messina, Ravenna, Napoli; a Venezia fino al sec. XII fu invocato come patrono della città e poi sostituito con San Marco.  
Secondo un’antica tradizione il suo corpo fu trasferito a Brindisi dove è conservato in un’urna – reliquiario di argento nella Cattedrale.
Venezia lo ricorda nelle figure di una vetrata e nel portello dell’organo di due chiese e poi anche con la colonna posta in piazzetta San Marco sulla cui sommità vi è una sua statua in armatura di guerriero, con un drago ai suoi piedi simile ad un coccodrillo.
Nel sec. IX Teodoro era l’unico santo con questo nome, ma poi appare un altro Teodoro non più soldato ma  generale il quale sarebbe morto ad Eraclea al tempo di Licinio il 7 febbraio e anche lui Sepolto ad Euchaite il 3 giugno.
Questo sdoppiamento dell’unico martire Teodoro generò una doppia fioritura di leggende di cui rimangono relazioni in greco, latino e altre orientali e influirono a loro volta nei giorni delle commemorazioni.
Nei sinassari bizantini il T. generale è ricordato l’8 febbraio mentre il soldato il 17 febbraio.  
Nei martirologi occidentali invece il generale è ricordato il 7 febbraio e il soldato il 9 novembre.  
A volte compaiono tutti e due insieme in mosaici o affreschi riguardanti Santi militari. Comunque trattasi della stessa persona commemorata in due giorni diversi.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Teodoro di Amasea, pregate per noi.


*Beato Tommaso Sherwood - Martire in Inghilterra (7 febbraio)
Scheda del gruppo a cui appartiene:
“Beati Martiri di Inghilterra, Galles e Scozia Beatificati nel 1886-1895-1929-1987”

m. Londra, 7 febbraio 1578
Etimologia: Tommaso = gemello, dall'ebraico
Emblema: Palma
Martirologio Romano: A Londra in Inghilterra, Beato Tommaso Sherwood, martire, che, mercante di abiti, si era già avviato verso il sacerdozio a Douai, quando, recatosi a Londra per assistere il padre vecchio e malato, arrestato mentre passeggiava per strada, fu condotto al martirio sotto la regina Elisabetta I.
Salita al trono d’Inghilterra nel 1558, succedendo alla sorellastra Maria la Cattolica, la regina Elisabetta I  reintrodusse nel regno la religione scismatica dell’anglicanesimo, instaurato da suo padre Enrico VIII; scomunicata dal Papa Pio V nel 1570, rispose con persecuzioni ai cattolici, facendo mettere a morte quanti non aderivano al suo ordine, vittima più illustre fu Maria Stuart regina di Scozia, cattolica.
Fra i tanti fedeli a Roma che morirono in quel periodo vi è anche il beato Thomas Sherwood, nato a Londra intorno al 1550, fu messo quindicenne ad aiutare il padre nel suo commercio di stoffe, finché ottenne dai genitori, ferventi cattolici, il permesso di recarsi nel collegio inglese di Douai in Francia, per studiare e divenire sacerdote.
Ma ancora a Londra in attesa di trovare i mezzi economici per andare in Continente, incontrò per strada il giovane Giorgio Martin, figlio della cattolica Lady Tregonwell, il quale all’opposto della madre era fanaticamente contrario al cattolicesimo, questi riconosciutolo si mise a gridare “al traditore! Fermate il traditore!”. Subito arrestato, fu condotto davanti al giudice Fteetwood, accanito anticattolico, che lo sottopose a lungo interrogatorio circa la sua religione.
Tommaso argomentò che essendo Elisabetta stata scomunicata dal papa non era più da considerarsi regina; tanto bastò per essere rinchiuso prima nelle prigioni di Gatehouse a Westminster e poi trasferito nelle terribili prigioni della Torre, ove fu spesso torturato per estorcergli i nomi di altri cattolici. Processato a Westminster fu condannato alla pena capitale per aver negato la supremazia spirituale della regina. La sentenza fu eseguita nel famigerato Tyburn di Londra il 7 febbraio 1578.
Anche la madre, dopo la sua esecuzione, fu imprigionata per 14 anni morendovi di stenti. Beatificato da Papa Leone XIII nel 1886.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Tommaso Sherwood, pregate per noi.  


*San Vedasto di Vercelli – Vescovo (7 febbraio)
+ 578
San Vedasto resse la diocesi di Vercelli in periodi torbidi per lo scisma della Chiesa e per la discesa
dei Bavari, i quali saccheggiarono Vercelli.
In questa occasione Vedasto consolò il suo popolo aiutandolo materialmente e spiritualmente.
Alla sua morte fu pianto da tutti come “la gloria de’ sacerdoti, il più degno dei vescovi, il Santo” (Massa).
Morì nel 578 e venne sepolto nella cattedrale cittadina.
Il nome di questo Santo vescovo vercellese non è mai stato inserito nel Martirologio Romano, ma proprio l’ultima edizione di quest’ultimo indica come sia legittimo il culto quali “Santi” e “Beati” di quei personaggi cui questi titoli sono stati riconosciuti nei calendari e cataloghi diocesani.
Emblema: Mitra, Pastorale
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Vedasto di Vercelli, pregate per noi.

*Altri Santi del giorno (7 febbraio)
*Martiri di SirokiBrijeg
Giaculatoria - Santi tutti, pregate per noi.


 
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