Santi del 7 Giugno - Istituto Aveta

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Santi del 7 Giugno

Il mio Santo > I Santi di Giugno

*Sant'Andronico di Perm - Vescovo e Martire (7 giugno) “Chiese Orientali”
1 agosto 1870 - 7 giugno 1918
L’arcivescovo Andronik (al secolo Vladimir Nikol’skij), nacque nella diocesi di Jaroslav. Frequenta il seminario di Jaroslav e l’Accademia teologica di Mosca, al termine della quale viene ordinato sacerdote (1895). Dopo un anno è designato come insegnante nel seminario missionario della Ossezia.
Nel 1897 parte missionario per il Giappone. Il 5 novembre 1906 è ordinato vescovo e nominato vescovo ausiliare della diocesi di Kioto, ma appena dopo due anni è richiamato in Russia per dirigere la diocesi di Tichvin. Nel 1913 è trasferito a Omsk, in Siberia, e dopo un anno a Perm dove concluderà la vita con il martirio all’età di 48 anni.
Nel gennaio del 1918 l’arcivescovo Andronik scrive una lettera pastorale a tutti i fedeli della diocesi, deprecando la persecuzione già in atto contro la Chiesa ed invitando tutti ad intensificare la preghiera e a far nascere in tutte le parrocchie delle fraternità di fedeli che fossero di esempio anche per i più deboli.
La creazione di queste comunità era stata una delle preoccupazioni principali prima ancora che i comunisti prendessero il potere. “Se mi aveste ascoltato – scrive nella pastorale – oggi in ogni parrocchia sarebbe disponibile quel seme capace di infiammare lo zelo di tutti”.
Anche nella diocesi di Perm vengono chiuse chiese e monasteri, e molti sacerdoti incarcerati. Il 29 aprile il vescovo viene perquisito. Il giorno seguente egli consegna una lettera al Comitato esecutivo del Partito comunista di Perm nella quale protesta contro gli arresti arbitrari dei sacerdoti, contro le perquisizioni e le offese al popolo dei fedeli. “Contro le manifestazioni della vostra violenza io non oppongo una forza fisica, ma userò tutti i mezzi spirituali a mia
disposizione”. Così nella lettera.
La stampa comunista reagisce violentemente e domanda l’arresto del vescovo. Alcuni fedeli si offrono per aiutarlo a fuggire ed assicuragli un luogo sicuro, ma il vescovo rifiuta e si prepara all’arresto “confessandosi ogni giorno”.
Il 9 maggio la processione, preceduta dal vescovo, raccoglie la stragrande maggioranza del popolo per protestare contro i soprusi delle guardie rosse.
Il 14 giugno i comunisti impongono al vescovo di presentarsi nei loro uffici per scagionarsi di imputazioni mossegli. Il popolo viene a sapere della cosa e circonda il palazzo vescovile impedendo al vescovo di uscire di casa. Allora i comunisti fanno conoscere le proprie lamentele tramite una missiva.. l vescovo risponde e i compagni dichiarano di essere totalmente soddisfatti delle delucidazioni vescovili.
La notte del 17 giugno le guardie rosse circondano la cattedrale, sfondano la porta dell’abitazione del vescovo, lo arrestano assieme ai sacerdoti presenti e lo portano in una località vicina (Motovelichi) per essere fucilato. Inaspettatamente Mjasnikov, presidente del comitato locale dei deputati operai, dispone che sia sospesa la fucilazione. Nel frattempo il popolo, venuto a conoscenza dell’arresto del vescovo si porta a Motovelichi e circonda la casa della polizia dove il vescovo era trattenuto. Intervengono le guardie rosse, due donne vengono arrestate e gli altri dispersi.
Nella notte 18 – 19 giugno le guardie rosse arrestato 13 sacerdoti e un diacono. Il giorno 19 il vescovo viene riportato a Perm. Vogliono che egli ritiri la disposizione che quando un sacerdote viene arrestato gli altri per un certo periodo si astengono da ogni celebrazione.
Il vescovo non accetta e si rifiuta di rispondere ad altre domande. Interviene soltanto alla fine con una dichiarazione. Prima si toglie la panagia, l’avvolge in un manto e dichiara: “Noi siamo nemici dichiarati. Se io non fossi vescovo e dovessi decidere della vostra sorte, mi assumerei il peccato di farvi impiccare: Non ho nulla da dirvi”. Sedette, riprese la panagia e se la mise sul petto. “Lo so che mi portate alla fucilazione!”
Così fu. Venne portato nei boschi di Motovelichi. L’obbligarono a scavare la fossa. Per due volte lo fecero stendere nella fossa per misurarne la lunghezza. Alla fine il vescovo chiese di poter pregare. Si inginocchiò, pregò per dieci minuti, si alzò, benedisse e disse: “Sono pronto”. I boia si spartirono ciò che c’era di valore sul corpo del vescovo.
Ad un sacerdote che, preoccupato del vandalismo rosso, chiedeva al vescovo che cosa si potesse fare Andronik rispondeva: “…Probabilmente io non ci sarò, ma non mi abbandona la speranza e la certezza che la Russia risorgerà, ritornando a Dio. Fate del bene a tutti, fortificate quelli che sono sfiduciati della vita infondendo in loro i principi luminosi del Vangelo di Cristo.
Il nostro compito è quello di raccogliere in unità il gregge di Cristo, organizzare le forze vive del popolo di Dio in tutte le parrocchie affinché i delusi di tutti i partiti trovino un rifugio vivo ed una pace tranquilla nella Chiesa e con i fedeli. L’anima del popolo risorgerà; anche il suo corpo, uno stato sano.
Vi protegga la Provvidenza divina. Perdonate e pregate per l’arcivescovo peccatore che invoca su di voi la benedizione divina”.
(Fonte: “I martiri del XX secolo” vol. II. p. 82 ss. Tver 1996)
Giaculatoria - Sant'Andronico di Perm, pregate per noi.


*Beata Anna di San Bartolomeo - Carmelitana Scalza (7 giugno)

Almendral, Spagna, 10 ottobre 1549 - Anversa, Belgio, 7 giugno 1626
Anna di San Bartolomeo (Garcia) nacque ad Almendral (Avila, in Spagna) nel 1549.
Di famiglia umile, visse la sua adolescenza lavorando i campi.
A 21 anni, nel 1570, entrò nel monastero delle Carmelitane Scalze di San Giuseppe d'Avila come prima conversa all'interno della riforma dell'ordine promossa dalla celebre conterranea Teresa.
Anna ne divenne l'assistente e grazie a lei imparò a scrivere.
Fu vicina alla santa fino alla morte di questa (il 4 ottobre 1582), che spirò tra le sue braccia.
Proseguì la sua vita conventuale ad Avila, a Madrid e ad Ocana.
Nel 1604 si trasferì in Francia ed iniziò la riforma dell'Ordine, diventando priora di Pontoise e Tours.
Nel 1611 andò a Parigi ma si trasferì subito in Fiandra e in Belgio, prima a Mons e poi ad Anversa dove fondò un monastero.
Qui morì nel 1626.
È stata beatificata da Benedetto XV il 6 maggio 1917. (Avvenire)
Martirologio Romano: Ad Anversa nel Brabante, nel territorio dell’odierno Belgio, Beata Anna di San Bartolomeo, vergine dell’Ordine delle Carmelitane Scalze, che, discepola e scrivana di Santa Teresa di Gesù e ricca di doni mistici, diffuse l’Ordine in Francia e lo rinnovò con passione.
Anna Garcia nacque ad Almendral (Avila) il 10 ottobre 1549, visse la sua adolescenza nel lavoro dei campi, ma già allora venne gratificata da grandi grazie di ordine mistico.
A 21 anni nel 1570, entrava fra le Carmelitane Scalze del primo monastero di San Giuseppe d’Avila,
divenendo la prima conversa della Riforma, voluta da Santa Teresa d’Avila.
La grande riformatrice del Carmelo, l’ammise alla professione il 15 agosto 1572, diventando presto l’assistente e la sua compagna di viaggio; per ordine di Santa Teresa imparò quasi prodigiosamente a scrivere.
Ebbe la consolazione di assistere fino all’ultimo Santa Teresa, che volle morire tra le sue braccia, il 4 ottobre 1582 ad Alba de Tormes; proseguì la sua vita conventuale ad Avila, a Madrid (1591), a Ocana (1595), nel 1604 passò in Francia con Anna di Gesù ed altre quattro carmelitane, per iniziare anche lì la riforma dell’Ordine; in Francia fu eletta poi priora di Pontoise (1605) e di Tours (1608).
Nel 1611 tornò a Parigi, ottenne di passare in Fiandra per porsi sotto la direzione dei Carmelitani Scalzi; dopo una sosta di un anno a Mons nel Belgio, nel 1612 partì per fondare un monastero ad Anversa, dove poi risiedette gli ultimi quattordici anni della sua vita, circondata dalla stima degli arciduchi e del popolo di Anversa, che le sue preghiere liberarono dalla sicura occupazione degli eretici.
Morì nella grande città belga, il 7 giugno 1626, dopo la sua morte si verificarono numerosi miracoli; il suo corpo è conservato nel monastero anversano.
La vita di Anna di San Bartolomeo fu tutta incentrata sulla volontà di Dio, accettata con volontà generosa; raggiunse le più alte vette dell’unione con la SS. Trinità nella trasformazione di amore.
Di tale spiritualità ha lasciato lei stessa le tracce nel - Autobiografia -, scritta per obbedienza, ha lasciato anche alcuni opuscoli spirituali-formativi, per le novizie carmelitane.
Venne beatificata il 6 maggio 1917, da papa Benedetto XV.
La sua celebrazione religiosa è al 7 giugno.
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Anna di San Bartolomeo, pregate per noi.


*Sant'Antonio Maria Gianelli - Vescovo (7 giugno)

Chiavari, 12 aprile 1789 - 7 giugno 1846
Nato il 12 aprile 1789, a Cereta, presso Chiavari, Antonio Maria Gianelli entrò in seminario a 19 anni e fu ordinato sacerdote quattro anni dopo. Insegnante di lettere e di retorica, per accogliere il nuovo vescovo, Lambruschini, organizzò a Genova una recita intitolata «La riforma del seminario» che ebbe una notevole eco.
Dal 1826 al 1838 fu arciprete a Chiavari. Questo periodo è contrassegnato da una serie di innovazioni pastorali e dalla creazione di varie istituzioni, come un proprio seminario.
Sotto il nome inconsueto di «Società Economica» prese l'avvio un'istituzione culturale e assistenziale affidata da don Gianelli «alle cure delle Signore della Carità» per l'istruzione gratuita delle ragazze povere.
Era l'abbozzo della fondazione, avvenuta nel 1829, delle Figlie di Maria, conosciute tuttora col nome di suore Gianelline. Due anni prima aveva creato una piccola congregazione missionaria per la predicazione al popolo e l'organizzazione del clero. Nel 1838 venne eletto vescovo di Bobbio. Aiutato dai Liguoriani, ricostituì la sua congregazione col nome di Oblati di Sant'Alfonso. Morì il 7 giugno 1846. (Avvenire)
Etimologia: Antonio = nato prima, o che fa fronte ai suoi avversari, dal greco
Emblema: Bastone pastorale
Martirologio Romano: A Piacenza, transito di Sant’Antonio Maria Gianelli, vescovo di Bobbio, che fondò la Congregazione delle Figlie di Maria Santissima dell’Orto e rifulse per l’impegno e il luminoso esempio di dedizione ai bisogni dei poveri e alla salvezza delle anime e nel promuovere la santità del clero.  
Nato nell'anno della Rivoluzione francese, il 12 aprile 1789, a Cereta, presso Chiavari, Antonio Maria Gianelli fu a modo suo un rivoluzionario.
Entrato in seminario a diciannove anni, fu ordinato sacerdote quattro anni dopo.
Insegnante di lettere e di retorica, ebbe tra i suoi alunni dei giovani destinati a brillare nel firmamento cristiano, come il venerabile Frassinetti.
Per accogliere il nuovo vescovo, mons. Lambruschini, il professor Gianelli organizzò a Genova una recita intitolata "La riforma del seminario" che ebbe una notevole eco.
Erano gli anni della Restaurazione, dopo la fiammata napoleonica.
Dal 1826 al 1838 fu arciprete a Chiavari.
Questo periodo, che egli definirà "della cattiva coltivazione", è contrassegnato da una somma di innovazioni pastorali nella sua parrocchia e dalla creazione di varie istituzioni, come un proprio
seminario e la riscoperta della Summa di San Tommaso nella preparazione teologica e filosofica dei candidati al sacerdozio.
Sotto il nome inconsueto di Società Economica prese l'avvio una benefica istituzione culturale e assistenziale affidata da don Gianelli "alle cure delle Signore della Carità" per l'istruzione gratuita delle ragazze povere.
Era l'abbozzo della fondazione, avvenuta nel 1829, delle Figlie di Maria, conosciute tuttora col nome di suore Gianelline, destinate a una rapida espansione e ad un proficuo apostolato nell'America Latina.
Due anni prima aveva creato una piccola congregazione missionaria, posta sotto il patrocinio di Sant'Alfonso Maria de' Liguori, per la predicazione di particolari missioni al popolo e l'organizzazione del clero.
Nel 1838 venne eletto vescovo di Bobbio; coadiuvato dai Liguoriani, la sua giovane congregazione, che egli ricostituì col nome di Oblati di S. Alfonso, ricucì le molte smagliature del tessuto ecclesiastico della sua diocesi, rimuovendo parroci poco zelanti ed espellendone gli indegni.
Tra i suoi Liguoriani ci fu anche un apostata, don Cristoforo Bonavino, una mente vivissima, meglio noto con lo pseudonimo di Ausonio Franchi; nazionalista e ateo, che ritornò poi alla genuina fede cristiana, sconfessando le sue opere precedenti con Ultima critica e rendendo una pubblica testimonianza di devozione a mons. Gianelli che gli era stato vicino nei momenti più acuti della sua crisi spirituale.
Il "Santo delle suore", come viene chiamato nell'America Latina, dove tuttora fioriscono le sue istituzioni femminili, chiuse prematuramente la sua vita terrena, all'età di 57 anni, il 7 giugno 1846. Dichiarato Beato nel 1925, venne canonizzato da Pio XII il 21 ottobre 1951.
(Autore: Piero Bargellini - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Antonio Maria Gianelli, pregate per noi.  


*San Coloman (Colman) di Druim Mor - Vescovo e Abate (7 giugno)
sec. VI
Fondò, in Irlanda, il monastero di Dromore che diventò sede episcopale.
Diresse come vero pastore il monastero e la diocesi.
Martirologio Romano: In Irlanda, San Colmán, vescovo e abate del monastero di Dromore da lui stesso fondato, che nel territorio di Down si adoperò mirabilmente per la fede.
Di nobile prosapia e nativo di Dalriada nell'Irlanda, Colomàn fu affidato giovanissimo dai suoi genitori alle cure di San Caylan (detto anche Mochae), abate di Noendrum.
Dopo aver studiato la Sacra Scrittura con Sant'Ailbeo di Emly, fondò intorno al 514, per esortazione di Macnissa (Macanisius), vescovo di Connor, il monastero di Dromore sulle rive del fiume Lagan, a sud-ovest di Belfast, luogo che sembra essergli stato suggerito dallo stesso san Macnissa.
Lì rimase poi sempre, vi morì verso la metà del sec. VI e vi fu molto probabilmente sepolto, benché il Breviario di Aberdeen indichi a torto Inchmahome (Perthshire, Scozia) come luogo della sua sepoltura.
Dal Medioevo Colomàn è venerato alla data del 6 giugno, mentre nei calendari irlandesi viene festeggiato il 7 giugno; infatti, in tale giorno il Martirologio di Tallaght (p. 48) reca Mocholmoc Dromma Moir.
(Autore: Niccolò Del Re - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Coloman di Druim Mor, pregate per noi.


*Beato Demostene Ranzi - Francescano (7 giugno)

+ Torino, 1512
Demostene Giovanni nacque a Vercelli. Si laureò in legge all’Università di Torino. Terminati gli studi, vide il cugino Candido rinunziare ad importanti cariche per entrare tra i francescani e lo seguì nell’ordine nel 1477.
Entrò tra i francescani, nel convento di Santa Maria degli Angeli a Torino.
Esercitò il ministero della predicazione.
Nel 1497 Papa Alessandro VI lo nominò “commissario” per la predicazione e la difesa della fede nelle valli valdesi, su richiesta del duca Filippo di Savoia.
Demostene svolse con entusiasmo e profitto il compito assegnatogli. Morì a Torino nel 1512, nel convento di Santa Maria degli Angeli.
Era ricordato il 7 giugno.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Demostene Ranzi, pregate per noi.


*San Godescalco - Re dei Vendi, Martire (7 giugno)

+ Lenzen, 7 giugno 1066
Figlio del duca Udo o Utone, che ancora nei primi anni dell'impera­tore Corrado II governava gli Obodriti e i Vagri, Godescalco venne educato sin dalla nascita nella religione cristiana, dapprima in famiglia, quindi nel mona­stero di San Michele a Liineburg.
Alla morte del padre, assassinato per mano di un sassone, il quale voleva vendicarsi della tirannia e della crudeltà di Udo, qualificato peraltro dal cronista Adamo di Brema come male christianus, Godescalco, sacrificando la sua fede alla vendetta, abiurò al Cristianesimo e, postosi alla testa della sua gente, si unì ad altri principi pagani per andare contro i Sassoni.
Combatté a lungo contro di essi portando nella loro terra distruzioni e morte, finché, cedendo al rimorso per tanti dolori e rovine arrecati si arrese al duca di Sassonia Bernardo II, il quale, dopo averlo tenuto prigioniero per qualche tempo, lo spedì in Danimarca.
Postosi quivi al servizio del re Canuto II il Grande, andò con lui a combattere in Inghilterra (ca. 1030), dove si comportò da valoroso, facendosi ammirare anche per le sue ottime qualità, si da conquistare tutta la stima e la considerazione del re, di cui sposò in seguito la pronipote Syritha.
Dopo la morte di Canuto (1035) e di suo figlio Harold Hanfoot (1040), Godescalco tornò nella terra natale e, messo su un esercito con la sua gente, intraprese la conquista delle altre popolazioni slave (Obodriti, Pòlabi, Vagri, Liutizi, ecc.), che ben presto sottomise tutte al suo dominio, facendosi in pari tempo riconoscere come loro signore anche da gran parte dei Sassoni.
Con le sue conquiste Godescalco riuscì a formare nel 1043 un vasto e ben organizzato regno, per cui non ci fu allora tra gli slavi sovrano più potente di lui, come lasciò scritto il succitato Adamo di Brema.
Ritornato nuovamente al Cristianesimo sin dal tempo della sua prima dimora in Danimarca, Godescalco favorì grandemente l'evangelizzazione del popolo, facendo costruire nei suoi domini molte chiese e ordinare sacerdoti, adoperandosi sempre senza posa per la conversione dei suoi
sudditi ancora idolatri.
Per conservare poi tra loro il fervore della fede cristiana, fondò i vescovati di Oldenburg, di Mecklenburg e di Ratzenburg, istituì numerosi monasteri in varie altre città ed inviò fin nelle più lontane regioni del suo vasto stato (corrispondenti alle odierne Pomerania e Holstein) schiere di missionari, tra i quali si distinse per zelo apostolico Giovanni lo Scozzese, che da solo battezzò migliaia di pagani. Con questi missionari viaggiava sovente lo stesso Godesalco, facendo talvolta anche da interprete durante la loro predicazione.
Uno zelo cosi ardente in favore della diffusione della religione cristiana non poteva ottenere miglior premio della corona del martirio, che Godescalco, il pio re, cinse infatti il 7 giugno 1066, allorché cadde vittima di una violenta reazione pagana (interfectus est a paganis) e fu ucciso in odio alla fede cattolica a Lenzen sull'Elba, mentre si trovava in chiesa.
Con lui subirono la stessa gloriosa sorte il sacerdote Ebbone (o Eppone), che fu addirittura trucidato sull'altare e molti altri ecclesiastici e laici.
Venerato subito come Santo, Godescalco ebbe culto pubblico in moltissime chiese dell'Europa settentrionale; se ne celebra la festa il 7 giugno, giorno commemorativo del suo martirio.
(Autore: Niccolò Del Re - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Godescalco, pregate per noi.


*Beato Landolfo da Vareglate - Vescovo di Asti (7 giugno)
Etimologia: Landolfo = lupo del paese, dal tedesco
Nato nella seconda metà del sec. XI a Vareglate, che la tradizione milanese identifica con Vergiate, borgata a Nord di Milano, e la tradizione astigiana con Variglié, località vicina ad Asti, studiò a Pavia nel monastero benedettino di S. Pietro in Ciel d'Oro, senza tuttavia diventar monaco.
Consacrato sacerdote, fu eletto a Milano prima canonico della metropolitana, poi, al piú tardi nel 1098, preposto di S. Nazaro, cariche ambedue di notevole responsabilità. Partito il 13 settembre 1100 con l'arcivescovo Anselmo IV alla testa di un esercito milanese per la crociata, dopo la sconfitta e la ritirata a Costantinopoli, dove il 30 settembre 1101 Anselmo morì per ferite ricevute in battaglia, raggiunse nel 1103 Roma, per riferire al papa i risultati di quell'infelice spedizione.
Non è però improbabile che volesse anche informarsi, prima di tornare a Milano, della situazione ivi creatasi dopo la homina, nel 1102, a successore di Anselmo, del vicario Grossolano, già vescovo di Savona (1098), tanto piú che Landolfo era stato sul punto di essere eletto arcivescovo; se la nomina non era avvenuta, la responsabilità era dello stesso Grossolano che l'aveva impedita. Desiderava forse cono3cere con precisione sino a qual limite avesse ragione il prete milanese Liprando, che contestava la legittimità della nomina di Grossolano, sostenendo le sue ragioni anche con la prova del fuoco avvenuta il 25 marzo 1103. Tornato a Milano e vista l'impossibilità di riportare la pace negli animi, dopo avere invano atteso i legati pontifici promessi da Pasquale II, Landolfo consigliò di portare la questione a l sinodo romano che nel 1105 riconfermò Grossolano nella sede di Milano.
Nello stesso anno Landolfo, che a Roma era stato imparziale nei confronti di Grossolano, venne eletto vescovo di Asti, assumendo anche il governo civile della città come feudatario dell'impero, posizione assai delicata in tempi in cui i comuni, non ultimo Asti, rivendicavano sempre maggior autonomia dall'autorità imperiale. Nel 1112 si oppose alla nomina di Giordano a nuovo arcivescovo di Milano in sostituzione di Grossolano, partito due anni prima per la Palestina; tuttavia nel 1116, confermato Giordano dal sinodo romano, riconobbe la opportunità di una politica religiosa più duttile di quella voluta da rigoristi come Grossolano. Forse per lo stesso motivo Giordano consacrò vescovo, su consiglio di Landolfo, Villano, perché sostituisse in Brescia il vescovo Armano.
Come vescovo di Asti, Landolfo Iavorò attivamente per sanare i costumi della città che si erano corrotti durante una pestilenza. Nelle successive lotte con il comune, non solo difese validamente i diritti della sua Chiesa, ma ebbe la soddisfazione di vedere compensati da notevoli donazioni i pochi danni dalla stessa subiti. Nella politica economica, tenne presenti le direttive impartite da Callisto II, nel concilio del 1123, secondo le quali il vescovo, cardine ed elemento unificatore della ecclesia a lui affidata doveva essere anche l'amministratore dei beni ecclesiastici. Di fronte all'impero mantenne libertà di giudizio, specialmente in campo religioso, così nel 1118, fedele alla Chiesa di Roma, non volle riconoscere l'antipapa Burdino, creato da Enrico V ciò gli attirò le ire dell'imperatore, che assediò Asti nello stesso anno.
Nel 1130 si oppose anche ad Anselmo V della Pusterla, metropolita di Milano che, in occasione dello scisma papale, aveva aderito ad Anacleto II, seguendo invece Innocenzo II, che fu poi riconosciuto come legittimo papa dal consenso di tutta la Chiesa; tuttavia questa libertà di atteggiamento gli costò un assedio della città di Asti da parte di Anselmo.
La data della morte di Landolfo oscilla tra il 1132, quando egli festeggiò ad Asti la Pasqua con Innocenzo II, ed il 1134, anno in cui, in un atto di donazione, compare già il nuovo vescovo Ottone.
Il corpo di Landolfo, racchiuso dapprima in un sarcofago marmoreo, fu in seguito, dopo il 1450, collocato nell'altare della cappella di Sant'Agnese attigua alla cattedrale di Asti, dove riscosse una certa venerazione.
Il nome di Landolfo figura col titolo di Beato e Santo in Calendari e Breviari astensi e in qualche catalogo agiografico moderno (Galesino, Ferrari) al 1° giugno. Negli Acta 55. Iunii (citt. in bibl.) è invece menzionato al 7 giugno che sembra essere il dies natalis del Beato.
(Autore: Maria Margherita Roggia - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Landolfo da Vareglate, pregate per noi.


*Beata Maria Teresa de Soubiran La Louvière - Fondatrice (7 giugno)

m. 1889
Martirologio Romano:
A Parigi in Francia, Beata Maria Teresa de Soubiran La Louvière, vergine, che per la maggior gloria di Dio fondò la Società di Maria Ausiliatrice, da cui venne poi allontanata, per passare il resto della vita in profonda umiltà.
È la fondatrice della Società di Maria Ausiliatrice. Ella nacque il 16 maggio 1834 a Casteinaudary (Aude), nella diocesi di Carcassone (Francia), da Giuseppe Paolo conte de Soubiran, signore di La Louvière, e da Noemi de Gélis.
Quando vide la luce, il padre, uomo di grande pietà e amore per i poveri, ripeté la preghiera che aveva già fatto alla morte dei suoi primi quattro figli: "Mio Dio, se la figlia che mi avete dato, vivendo, non dovesse salvarsi, prendetela dopo il battesimo perché non potrei sopportare il pensiero di essere il padre di una dannata". Dopo di lei, nacque ancora Maria, la quale condivise più tardi con Teresa la vita religiosa.
La beata crebbe in un ambiente agiato, ma semplice e saturo di religiosità. Il motto dei Soubiran: "A Dio t'affida e fa bene" era stato tramandato intatto di generazione in generazione. Con il conte Giuseppe Paolo viveva anche un fratello canonico, il quale aveva rinunciato al vescovato di Pamiers per attendere, con la sorella Sofia, alla direzione della fiorente congregazione delle Figlie di Maria. A quattro anni la Soubiran andò soggetta a una grave febbre tifoide, da cui guarì appena il sacerdote le impose lo scapolare della SS. Vergine.
In riconoscenza, lo zio la volle iscrivere subito alla congregazione delle Figlio di Maria, che tenevano le loro riunioni al Buon Soccorso.  
Unici istitutori di Maria Teresa furono la mamma e lo zio. Nelle sue Note Intime la beata lasciò scritto: "Feci la prima comunione il 29 giugno 1845. Ero molto pura... Domandai al Signore la vocazione religiosa. Dopo d'allora concepii orrore per il matrimonio e disprezzo per il mondo".
Sentendo crescere in sé il bisogno di solitudine, ottenne dai genitori di poter disporre di una cameretta alquanto isolata, la trasformò in un piccolo oratorio e, in essa, trascorreva lunghe ore nella meditazione, davanti all'immagine del S. Cuore, sull'importanza della vita inferiore e del distacco dalle creature, sul valore della sofferenza e dell'abbandono alla volontà di Dio.
Sotto la direzione dello zio, Maria Teresa cominciò a fare la comunione due o tre volte la settimana; a quattordici anni e mezzo emise il voto temporaneo di verginità; a sedici anni comprese la bellezza del lavoro apostolico e l'abnegazione che richiede.
Trascorreva quindi gran parte della giornata al Buon Soccorso con le Figlie di Maria, tutta intenta a dominare la propria inclinazione alla pigrizia e alla soverchia sensibilità. Non le mancarono critiche per la vita austera che conduceva, ma non vi fece caso. Desiderò anzi ardentemente di farsi carmelitana per vivere soltanto per il Signore, ma lo zio non glielo permise perché, con il suo aiuto, sperava di fondare a Castelnaudary un beghinaggio simile a quelli esistenti in Belgio.
La beata, ormai diciottenne, non si sentiva chiamata a un tale genere di vita ma, dopo un ritiro fatto a Toulouse, decise di sacrificare se stessa per fare quello che l'autorità le assicurava essere la volontà di Dio. Nel 1854 fece a Gand, per un mese, una specie di noviziato, in un beghinaggio fiorente di 700 beghine e 300 pigionanti, poi si stabilì al Buon Soccorso con alcune compagne per dare inizio al nuovo beghinaggio che il vescovo di Carcassonne, Mons. Francesco de La Bouillerie, eresse canonicamente il 14 novembre 1855. Il canonico de Soubiran ampliò le costituzioni per l'opera della "Preservazione", destinata ad accogliere ed educare orfane esposte al pericolo della mendicità, ma la beata, che aspirava alla vita religiosa, dopo un iniziale periodo di pace, andò soggetta a una
spaventosa crisi interiore. Scrisse: "Per circa tre anni (1859-1862) l'anima mia visse nell'oscurità, agitata da tentazioni violente contro la fede, di odio contro Dio, quasi ininterrottamente... A rari intervalli, dei lampi, per così dire, mi attraversavano l'anima, e, per qualche istante, mi sembrava di essere piena di Dio e confermata di nuovo in quello che riguardava la sua chiamata, con l'obbligo formale e rigoroso di custodire il piccolo seme che Egli aveva messo nella mie mani per Lui".
Dopo quattro anni di sofferenze, Madre M. Teresa si sentì costretta a lasciare la direzione spirituale dello zio perché non incoraggiava "né i matrimoni, né le vocazioni religiose diverse da quelle delle beghine". Il P. Orsini, abate della frappa di Blagnac, le suggerì di dare al beghinaggio una vera forma religiosa con voti perpetui. Ella accolse la proposta e la portò a compimento sotto la direzione del servo di Dio, P. Paolo Ginhac S.J. (+1895), maestro dei novizi di Toulouse e predicatore di esercizi spirituali. Al termine del ritiro di un mese, che fece sotto la sua guida, il 3 giugno 1864, nelle sue Note Intime scrisse: "Rinnovai in perpetuo il voto di perfezione che avevo fatto temporaneamente l'anno prima. Il 7 giugno feci un voto particolare di povertà, di rinuncia assoluta ai beni... M'impegnai a non avere mai niente per me, riconoscendomi innanzi a Dio inabile a possedere qualsiasi cosa... Questo voto mi ha procurato tesori di grazie... A quest'epoca l'anima mia fu di nuovo fortemente accesa dal desiderio di lavorare e di sacrificarmi, per quanto mi era possibile, per promuovere la gloria di Dio. Cominciai a ricevere dal Signore la grazia di un'orazione di grande raccoglimento".
Quando la beata ritornò a Castelnaudary ebbe la consolazione di vedere lo zio canonico entrare nell'ordine delle sue idee.
Con l'aiuto del P. Ginhac acquistò un grande edificio a Toulouse e, nel settembre del 1864, vi si trasferì con la sua comunità per assistere le giovani che, costrette a lasciare la famiglia, facevano in città le commesse e le modiste o lavoravano nelle fabbriche esposte a mille pericoli. L'anima dell'istituzione doveva essere l'adorazione perpetua riparatrice. Per consolidarla la beata condusse una vita ancora più austera. Nella sua colletta, attigua alla cappella, fece aprire una finestrella prospiciente il coro. In essa ella pregava buona parte della notte e meditava ad una ad una, davanti al SS. Sacramento, le regole che voleva dare al suo Istituto, si disciplinava a sangue e dormiva sovente sulla nuda terra.
Sotto la direzione dei Padri Gesuiti la nuova famiglia religiosa, che assunse il nome di Società di Maria Ausiliatrice, si consolidò e crebbe. Mons. Desprez, arcivescovo di Toulouse, nel 1867 approvò provvisoriamente le costituzioni che la fondatrice gli aveva presentato e, Pio IX, il 19 dicembre 1868 concesse all'Istituto il decreto di lode. Essendo ormai aperta la via per l'espansione nel mondo, Madre M. Teresa stabilì le sue figlio prima ad Amiens e poi a Lione, con l'aiuto della serva di Dio Madre M. Elisabetta Luppé, vera custode dello spirito primitivo della Congregazione.
Nel 1870, a causa della guerra franco-prussiana, la beata dovette rifugiarsi a Londra con la sua comunità e guadagnarsi da vivere con lavori di cucito. Fece ritorno in Francia dopo la pace di Francoforte (maggio 1871), in compagnia della nuova assistente ed economa generale, Madre M. François Borgia, che aveva accettato in congregazione benché trentanovenne in seguito alle raccomandazioni di alcuni Padri Gesuiti. La Società di Maria Ausiliatrice rifiorì ben presto in sette case, popolate da un centinaio di religiose, perché corrispondeva alle necessità dei tempi.
La fondatrice, però, non voleva fare prendere all'Istituto un'espansione superiore alle possibilità del momento. Madre M. François, invece, molto intelligente, ma poco equilibrata, era del parere che bisognava moltiplicare le opere per aumentare non soltanto gl'introiti, ma anche le vocazioni di cui si sentiva tanta necessità.
Si sforzava quindi di guadagnare ai suoi progetti anche le altre suore. Alla fondatrice succedeva sovente di trovarsi sola, nelle riunioni del consiglio, ad opporsi ai progetti dell'apertura di nuove case. Di fronte al voto unanime delle consigliere cedeva, benché a malincuore "pensando che, se tutte approvavano, essa doveva avere torto ad opporsi".
Il P. Ginhac scriverà di lei il 9 settembre 1889 a Madre M. Xavier, sorella della beata: "Profondamente umile, benché dotata di un senso raro e di un dono di penetrazione poco ordinario, non osava decidersi da sola. Si sarebbe forse potuto rimproverarle di diffidare troppo di se stessa e di accordare troppo presto la sua fiducia". Questi difetti naturali furono la sorgente d'innumerevoli successive sofferenze alle quali il Signore l'andò preparando con locuzioni e grazie interiori. Nelle sue Note Intime difatti scriverà: "Circa quattro mesi fa (cioè verso la fine del 1873), Nostro Signore mi manifestò chiaramente, nell'intimo del cuore, che "la mia missione nella Società era finita". Qualcosa in me si svincolò, si separò e cadde.. Il Signore mi fece vedere che dovevo attraversare certe ore dolorose, ed andare con Lui su quella croce che mi sembrava di suo gusto e tutta per il mio bene. Gli dissi di sì, perché chi può resistere all'amore? Mi furono dette queste parole inferiori: "La tua missione è finita; tra breve non ci sarà più posto per te nella Società, ma io condurrò tutto con forza e dolcezza".
Un giorno, alla fine del 1873, Madre M. François dichiarò che la congregazione si trovava sulla via del fallimento perché era debitrice di 1.600.000 franchi. La troppo intraprendente consigliera ed economa, principale artefice del crollo finanziario, ebbe l'audacia di fare ricadere sulla fondatrice la responsabilità dell'accaduto e di accusarla dinanzi a tutti di orgoglio e di ambizione, d'irregolarità d'amministrazione e d'incapacità di governo. Molto umilmente la beata più tardi confesserà: "Credendo di fare bene mi sono stoltamente appoggiata a certe creature... Sono stata infedele per troppa attività naturale e per mancanza di una buona direzione.. Molte volte Iddio mette sul nostro cammino alcune creature come canali e strumenti, ma io dimenticai che esse non vanno considerate, e che non sono mai difatti sorgenti, né motori".
Per paura di un imminente fallimento tutte le suore furono dell'avviso che le redini del governo e dell'amministrazione fossero affidate alla mano più abile e più forte di Madre M. François che, in quella crisi dolorosa, non temeva di presentarsi come il sostegno provvidenziale della congregazione. La fondatrice si sentì allora come sospinta in una voragine. Scrisse: "Abbandonata da quelli che amavo, da quelli in cui avevo posto ogni fiducia, fui respinta, senza asilo, con la responsabilità di tutto quello che pareva soccombere, accusata da tutti delle disgrazie che stavano per piombare sull'Istituto di Maria Ausiliatrice; eppure ero obbligata a tacere con tutti lasciando pesare su me sola ogni cosa". Per evitare scandali e scissioni, decise di rinunciare al suo ufficio e di proporre Madre M. François come superiora, perché la riteneva capace di riparare ai danni che lei sola aveva procurato.
Da quella rinuncia la fondatrice prevedeva per sé i mali più dolorosi. "Il Signore mi faceva presentire con evidenza, confessa, che da questa rinuncia, data con tanta libertà, ne sarebbe risultata la mia uscita dalla Società, e il cuore ne fremeva indignato alla vista della vocazione tradita, al pensiero di lasciare la Società in pericolo, di andarmene come chi sembra temere il rischio... L'anima mia era dilaniata e angustiata in modo indicibile!... L'andarmene senza sapere dove, poiché non vedevo per me nemmeno un posto nella Società, l'andarmene trafitta come ero nel corpo e nello spirito e senza niente, grazia a Dio, per il voto speciale di povertà fatto nel 1864 durante gli esercizi spirituali di trenta giorni, ebbene, tutto questo mi faceva fremere di dolore e d'indignazione".
Il 9 febbraio 1874, prima delle rinuncia definitiva, la beata si recò a consultare il P. Ginhac, che in quel tempo si trovava a Castres. Il suo direttore spirituale, prima di pronunciarsi, volle sentire anche Madre M. François. Afferma Madre M. Teresa: "Il potere della sua parola fu tale che tutto il torto venne dato a me da colui che dieci anni prima aveva deciso tutto per la Società e per me stessa". L'umiliazione per la fondatrice non poteva essere più grave. Ciò nonostante si conformò alla volontà di Dio che aveva permesso l'errore di giudizio persino nel suo direttore spirituale, male informato. Scrisse nelle sue Note Intime: "Adoravo profondamente, amavo questa volontà che mi schiacciava, e capivo che in essa si racchiudevano beni immensi.
Durante questo periodo di dolori provavo gusto nella preghiera, avevo fame, freddo, paura;... gridavo misericordia e pietà! E l'anima mia si sentiva consolata, corroborata e gustava una pace profonda quantunque amarissima. Non avrei ceduto il mio posto a nessuno, anzi, credo che se l'avessi potuto, avrei volentieri aiutato il dolore che mi schiacciava, a schiacciarmi maggiormente, ed esso diventava il mio cibo buono e sostanzioso".
Madre M. François il 21 febbraio 1874 fu riconosciuta superiora generale della Società di Maria Ausiliatrice da Mons. Carlo Amabile de La Tour d'Auvergne, arcivescovo di Bourges, poiché la casa Madre dell'Istituto si trovava nella sua diocesi. Alla fondatrice fu proibito di rimettere piede a Bourges per una quindicina di giorni "per dare tempo alla nuova superiora di mettersi a posto". Da Castres si diresse perciò all'ospedale di Clermont-Ferrand per chiedere ospitalità alle Figlie della Carità. Nel viaggio si vide costretta a trascorrere la notte in un prato, con la testa appoggiata a una povera valigia lei che, alla morte dei genitori e degli zii, aveva donato alla sua famiglia religiosa tutti i beni ereditati.
A Clermont-Ferrand la beata si mise sotto la direzione del P. Giuseppe Perrard SJ, superiore della residenza. Per farsi meglio conoscere da lui scrisse una specie di resoconto di coscienza. Madre M. François, appena ebbe in mano il governo della congregazione, cercò d'impedire alla fondatrice il ritorno nell'Istituto, per avere via libera alle progettate riforme. La beata, non per quindici giorni, ma per ben sette mesi rimase in una cameretta dell'ospedale a sospirare il permesso di ritornare in seno alla famiglia religiosa che le apparteneva. La subdola superiora le dava ad intendere che "la comunità non la voleva più", mentre alle consigliere faceva credere che la fondatrice non voleva più entrare in congregazione. E, nel suo accecamento, era giunta persino a raccomandare alla beata con insistenza di fare una confessione generale.
La fondatrice le rispondeva: "La confessione e l'assoluzione tre o quattro volte per settimana mi giovano tanto! Mi trovo bene con il P. Perrard; è buono, ma non soddisfa la natura, e queste due belle qualità mi piacciono... Il Signore mi fa vedere il mio nulla, la mia miseria , ma senza scoraggiamento. Farò tra breve la confessione generale. Madre, preghi per me. Spero che sia di profitto per la povera anima mia".
Il P. Perrard, dopo aver ascoltato la storia della Società di Maria Ausiliatrice, capì che la fondatrice avrebbe salvato la sua famiglia religiosa a prezzo di martirio. Le suggerì perciò di farsi liberare dai voti di povertà e di ubbidienza, di svincolare la propria firma da tutti gli affari della Società e di andare a seppellirsi in un chiostro. Nel mese di luglio giunse inaspettatamente a Clermont-Ferrand Madre M. François, per proporre alla beata di ritornare nell'Istituto, ma come superiora della casa di Londra. Madre M. Teresa si rivolse per consiglio al P. Perrard, ma costui si oppose che accettasse di ritornare nella Società come superiora, perché aveva intuito che Madre M. François progettava di confinare a Londra le religiose di cui voleva sbarazzarsi per poi separarle dalla congregazione. Ancora ignara del proprio avvenire, poiché era stata rifiutata come semplice religiosa, la beata scrisse alla sua superiora: "Sì, madre mia, bisogna dimenticare il passato come dice lei. Vi sono certamente dei segreti di amore e di misericordia! In paradiso sapremo la spiegazione di quanto ci fa meraviglia, ma, fino a quel momento, bisogna, come dice il Padre, fare di necessità virtù. Questa è la sua massima". Il P. Perrard effettivamente stava facendo dei passi per trovarle un posto al Carmelo o alla Visitazione, ma riuscirono vani perché si trattava di una religiosa già quarantenne, espulsa dalla propria congregazione e priva di dote. Sapendo di esser ormai mal tollerata nell'ospedale, la beata fece domanda di essere ammessa nel monastero di Nostra Signora della Carità di Parigi. L'ordine era stato fondato l'8 dicembre 1641 a Caen da S. Giovanni Eudes per l'educazione delle traviate e delle giovani in pericolo di perdersi. Madre M. Teresa tirò un sospiro di sollievo quando la superiora del Rifugio, Madre M. Del Santo Salvatore Billetout, l'ammise "con incredibile carità" al pensionato San Giuseppe, nella sezione delle "Dame secolari".
La Soubiran vi trascorse le sue giornate nella preghiera, nel lavoro di cucito e di rammendo delle calze delle fanciulle pensionanti. Il volto delle cose umane le era diventato del tutto indifferente, avendo atrocemente sperimentato che "solo Dio è" e che "fuori di Lui non vi è assolutamente nulla". Nell'intimo del cuore, però, continuava a soffrire e a pensare alla Società che, nonostante tutto, restava sua, e a fare circolare in essa, con la preghiera e la penitenza, una linfa vigorosa.
Fin dai primi tempi la superiora aveva concesso alla Beata il privilegio di potere entrare, a suo piacere, presso il coro della comunità, e dire il suo ufficio contemporaneamente alle Madri, da cui era separata da una semplice vetrata.
Era stato questo un mezzo per suscitare nella comunità l'interesse per quella dama vestita di nero, dal viso sofferente, ma soffuso di umile bontà, che ogni tanto si metteva in ginocchio davanti alla Priora, con gli occhi pieni di lacrime, pregandola di ammetterla tra le sue figlie.
Proposta a consiglio, la domanda venne accettata.
Il 25 dicembre 1874 la Soubiran diventò postulante di coro e , dopo quattro mesi, entrò in noviziato con il nome di Suor Maria del S. Cuore. Dio le mise a fianco una maestra di grande virtù, Madre M. di Sant'Alessio. Sotto la sua direzione ritrovò l'anima dei suoi quindici anni, e scrisse: "Come il figlio dell'amore, vivo in pace sul seno del mio Dio e vi godo di tanto bene! Ho per Lui la fiducia del bimbo nelle braccia della più tenera delle madri. In Lui e con Lui non temo più nulla; aspetto tutto da Lui per me e per quelli che amo, nel tempo e nell'eternità".
La beata sarebbe stata ammessa alla professione dei voti solenni il 22 maggio 1877 se Madre M. François, abusando del suo potere, non avesse impegnata, in affari temporali, la firma di Madre M. Teresa Soubiran, servendosi di una procura, su foglio bianco, che ella le aveva dato per esserne liberata. In quelle condizioni non era più possibile alcun impegno da parte del monastero di Nostra Signora della Carità. La beata ne rimase tanto afflitta da cadere gravemente malata. Le fu annunziata l'estrema unzione per l'indomani ma, nella notte, la rottura improvvisa di un ascesso, portò la soluzione della crisi. Ciononostante Suor M. del S. Cuore non poté consacrare a Dio che un organismo minato dalla tisi quando, il 29 giugno 1877, le fu finalmente possibile emettere la professione dei voti, giacché la Società di Maria Ausiliatrice era riuscita a vendere la casa di Amiens, che aveva ingoiato enormi somme di denaro, la sua posizione era cambiata.
Per tutti i tredici anni che ancora visse la beata fu impiegata in uffici di second'ordine. Già durante il noviziato era stata applicata nella classe delle penitenti e, dopo la professione, continuò come terza maestra in tale ufficio con il compito di sorvegliare e servire le ragazze, insegnare un po' di catechismo alle nuove venute, badare al refettorio. Il 7 giugno 1879 Suor M. del S. Cuore ebbe finalmente un incarico di fiducia: fu nominata seconda portinaia.
Il compito non era in se stesso pesante, ma le fu reso penoso dalla altre due portinaie di carattere rigido ed esigente.
La nuova maestra delle novizie, sotto la cui direzione la beata continuava a stare con le suore più giovani di professione, era meno colta di Madre M. di Sant'Alessio e piuttosto sospettosa. Avendo costatato che la Soubiran con la sua bontà, a sua insaputa, attirava i giovani cuori, e avendo notato che nel modo di fare non era riuscita a disfarsi di tutte le abitudini della vita precedente, temette che avrebbe potuto ispirare alle novizie qualche idea non conforme allo spirito del monastero. Procurò quindi di distaccare da lei le giovani suore, e di comunicare gli stessi sospetti a Madre M. di S. Stanislao Brunel, nuova superiora. La beata, che aveva sofferto tanto nel "sentirsi ammessa per compassione", soffrì ancora di più della "diffidenza" e di essere considerata come un peso.
Il 1 gennaio 1880 Suor M. del S. Cuore dal parlatorio fu trasferita, come seconda maestra, alla sorveglianza delle giovani preservate, alle quali bisognava assicurare l'insegnamento del catechismo e la pulizia nell'appartamento. Madre per istinto, essa fu amatissima dalle fanciulle perché verso di loro dimostrava più compassione che severità. Voleva che si abituassero a fare tutto per amore. Restia a punire, ricompensava di frequente le ragazze più meritevoli con belle immagini che ella stessa dipingeva. Profonda psicologa, ottenne per esse il permesso di poter mettere in moto, in occasione della merenda che dovevano prendere in silenzio, non solo le gambe, ma anche la lingua.
Nel mese di giugno 1880 la beata fu trasferita alla divisione San Giuseppe, alle dipendenze della Madre M. di Gesù, giovane e ottima educatrice, ma troppo gelosa della propria autorità. Siccome diverse ragazze si sentivano portate più verso la seconda maestra che la prima, ne nacque una situazione delicata, che la beata seppe affrontare con abnegazione. Una delle giovani penitenti attesterà di lei: "Ero stupita della sua umiltà e del rispetto che dimostrava verso la prima d'ufficio; si sarebbe detta una novizia con la maestra".
Gli ultimi anni di vita della Soubiran costituirono senza dubbio il periodo più sereno della sua esistenza, ma non certo il più felice. La morte era diventata l'oggetto persino delle sue preghiere. Scrisse infatti alla fine del 1880: "Domandarla e desiderarla unicamente; tutto il resto è inutile, effimero, impotente, e vano e troppo spesso, ahimè! fonte di egoismo e di peccato". E sospirava: "O morte, o porta necessaria della vita, abbi pietà di me!".
Il 31 gennaio 1881 il Signore fece assaporare alla sua diletta sposa un altro grande dolore. Madre M. Xavier, sua sorella, che aveva lasciato nella Società di Maria Ausiliatrice, era stata espulsa, ed ora, con l'appoggio del cardinale Beniamino Richard (+1908), arcivescovo di Parigi, veniva a sollecitare l'ammissione nel monastero di Nostra Signora della Carità. Ebbe così modo di conoscere direttamente come la sua congregazione era stata sfigurata e mutilata da Madre M. François, autoritaria fino all'eccesso. Dinanzi a tanta rovina la beata ebbe ancora il coraggio di dire: "Adoro i disegni del mio Dio e m'inchino dinanzi alla sua santissima e incomprensibile volontà". Questa fede e questo abbandono erano tanto più necessari e meritori in quanto a Suor M. del S. Cuore non mancavano le pene quotidiane. "L'anima mia - si sfogava con il Signore - è sopraffatta da indicibile angustie... Tutto quaggiù è ridotto quasi a nulla, tutto mi ripugna e mi fa patire, anche le cose più care: desiderio di perfezione, di unione con Dio, l'affare di "Maria Ausiliatrice" con l'estrema amarezza che l'accompagna, persino la gioia serena di mia sorella. L'unica cosa che desidero, l'unica vera è di vivere della vita di Dio, e questa la morte soltanto può darmela".
La Soubiran, giovane di ventun anni, aveva fatto il doppio voto di "non gustare mai alcuna gioia per sé, ma di offrirla a Dio e di sfogarsi con Lui solo nelle sue pene". Iddio l'aveva abbeverata di fiele e di aceto con le sofferenze che si erano succedute sempre più intime e dolorose nella sua esistenza, le aveva dato l'idea dell'espiazione mediante i patimenti nella fondazione dell'Istituto, e ora, espulsa, durante l'orazione del mattino, le chiese di costituirsi vittima per la comunità, per "Maria Ausiliatrice", per la Chiesa e per la Francia e di accettare tutti i patimenti fisici e morali che le avrebbe mandato.
Il 15 febbraio 1882 con il permesso del confessore gli rispose generosamente di sì. I doni mistici le furono allora riversati più abbondantemente nell'anima, soprattutto in forma di raccoglimento. Dio le si comunicava in maniera da farle sentire la sua divina presenza e farla vivere solo per sé, trasformandola in vittima di espiazione per la salvezza di molti.
Dal 1883 al 1885 Suor Maria del Sacro Cuore fu occupata come seconda maestra nella classe di Sant'Agostino. In essa trovò un larga messe di fatiche perché le ragazze, inviate quasi tutte dal tribunale correzionale, misero a dura prova la sua pazienza con le intolleranze e le ribellioni. Debole e malferma di salute, non era riuscita a dominarle. La superiora la ritirò quindi dalle classi e la rimise, come seconda, alla portineria, ma anche questo ufficio era diventato per lei faticoso, per la febbre che sovente l'assaliva e la tosse continua.
Nel 1886 la prova per Suor Maria del Sacro Cuore si era ancora accresciuta perché anche Madre Billetout cominciò a sospettare che la Soubiran mutasse lo spirito dell'Istituto. Dispose perciò che venissero allontanate destramente da lei, le religiose più giovani. Confinata nel suo ufficio di portinaia, moralmente isolata in piena comunità, la beata ne rimase profondamente ferita. Scrisse difatti nella sue Note Intime: "È duro vivere senza interesse a niente, senza la fiducia di nessuno, senza potersi confidare con nessuno. Ma siete voi che lo volete, o mio Dio, e con il vostro aiuto mi fate aderire a ciò serenamente, con tutta l'anima".
Verso la metà del 1888 Suor M. del S. Cuore, oltre ai soliti patimenti e alla tubercolosi cronica che lentamente la consumava, andò soggetta a una malattia di stomaco che l'obbligò a un'alimentazione ridotta. Le forze le vennero meno tanto che si ridusse a uno scheletro ambulante. Costretta a trasferirsi in infermeria, con le gambe e i piedi gonfi, le furono amministrati gli ultimi sacramenti, ma non morì perché non aveva ancora bevuto, fino alla feccia, l'amarissimo calice della sua passione. Proprio allora in cui "le giornate le sembravano lunghe e le notti erano cattive", Suor M. del S. Cuore fu incompresa e malvista dalla nuova superiora, Madre M. di San Francesco di Sales, la quale credeva di trovare ovunque delle mancanze e le riprendeva fortemente senza pensare né alla forma, né alle persone.
In infermeria era giunta con la Soubiran, per morirvi pochi mesi più tardi, un giovane terriera, che le superiore aveva già deciso di rimandare in famiglia. La poverina aveva provato violente tentazioni contro la propria vocazione, e se n'era aperta con Suor M. del S. Cuore. Costei l'aveva incoraggiata a perseverare, ma non essendo riuscita a persuaderla, le consigliò, piuttosto che ritornare nel mondo, di presentarsi a "Maria Ausiliatrice". Quella confidenza fece una sinistra impressione sulla superiora, la quale credette di trovare in essa la conferma ai suoi sospetti. Perse quindi ogni stima per la Soubiran e, nei suoi riguardi, divenne di un rigore tanto più doloroso in quanto la beata era ormai prossima alla fine. In quella situazione, la morente dimostrò di possedere una virtù veramente eroica, perché alla freddezza della superiora oppose il rispetto e ai rimproveri, non meritati, il silenzio.
Prima di morire, Suor M. del S. Cuore avrebbe desiderato rivedere qualcuna delle sue suore, ma soggiunse subito alla sorella che l'assisteva: "No, non è il momento. Iddio ha disegni di morte sopra di me, e io devo abbandonarmi sulla croce! Ma quanto è buono per l'anima mia; mi consola e mi assicura che non abbandonerà mai la cara piccola congregazione".
Un giorno, mentre stava seduta sopra una poltrona, disse alla sorella con straordinaria energia: "Il Signore ha operato troppi miracoli per la nostra Società... Essa non perirà! Iddio non l'abbandonerà. Voi lo vedrete, ma prima bisogna che io muoia. Quando sarò morta non passerà un anno e tutto sarà cambiato a "Maria Ausiliatrice".
I grandi calori del 1889 accentuarono il deperimento delle forze della malata. Al pensiero di lasciare finalmente la terra l'anima della beata traboccò di gioia. La superiora se ne allarmò, e, credendo che fosse insufficientemente illuminata, le propose di cambiare confessore. La moribonda le ripose con un sorriso che era inutile. Durante la malattia, difatti, non aveva mai sentito alcun timore della sua eternità. La notte precedente la sua morte, quando si accorse di avere il rantolo, disse alla sorella: "Io sono tanto felice di andare a vedere nostro Signore". Morì il 7 giugno 1889, primo venerdì del mese, dopo aver sospirato: "Vieni, Signore Gesù, vieni!".
Nel capitolo tenuto dalla Società di Maria nel settembre del 1889, Madre M. François, dopo sedici anni d'incontrastato dominio, si accorse che le suore anziane non erano più disposte a seguirla nelle sue stravaganze. Abbandonò allora la congregazione e, da Roma, ne diede notizia il 13 febbraio 1890 al cardinale Richard il quale esclamò: "Tante volte sono stato sul punto di intervenire per rompere la situazione ma, temendo uno scandalo, attesi il momento della Provvidenza". Al posto della fuggitiva fu eletta il 29 agosto 1890, nel capitolo, all'unanimità, Madre M. Elisabetta de Luppé (1841-1903), una delle prime figlie della fondatrice. Madre M. Teresa de Soubiran fu beatificata da Pio XII il 20 ottobre 1946. Le sue reliquie sono venerate nella casa di Villepinte dell'Istituto (Seine-et-Oise).
(Autore: Guido Pettinati - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Maria Teresa de Soubiran La Louvière, pregate per noi.


*Santi Pietro, Valabonso, Sabiniano, Vistremondo, Abenzio e Geremia - Martiri a Cordova (7 giugno)
m. Cordova, 7 giugno 851
Martirologio Romano:
A Córdova nell’Andalusia in Spagna, Santi martiri Pietro, sacerdote, Valabonso, diacono, Sabiniano, Vistremondo, Abenzio e Geremia, monaci, che durante la persecuzione dei Mori morirono sgozzati per Cristo.  
É un gruppo di sei martiri, uccisi contemporaneamente e nelle stesse circostanze; essi sono Pietro, Walabonso, Sabiniano, Wistremondo, Abenzio e Geremia.
Pietro sacerdote, era nato ad Astigi (odierna Ecija) nella provincia di Siviglia; Walabonso diacono, ancora molto giovane, era nato ad Elepha (odierna Niebla) nella provincia di Huelva, il padre era cristiano, la madre era una convertita dall’islamismo.  
Insieme ai genitori ed alla sorella Maria, che morirà martire cinque mesi dopo di lui, venne a Cordova stabilendosi nel paese di Froniano, dove Walabonso venne educato sotto la guida dell’abate del monastero di S. Felice.
Divenuto diacono, esercitò il suo ministero insieme al sacerdote Pietro e sotto la direzione dell’abate Frugelo, cappellano del monastero femminile di Santa Maria di Cuteclara, dove era
diventata monaca sua sorella Maria.
Sabiniano e Wistremondo erano nati a Froniano e ambedue erano monaci del monastero di S. Zoilo di Armilata, posto tra i monti di Cordova. Abenzio cordovese, era diventato monaco più maturo di anni, nel monastero di S. Cristoforo, conducendo una vita come recluso, in grande austerità e penitenza.
Geremia anche lui di Cordova, ormai anziano, aveva fondato il monastero doppio, cioè ala maschile e ala femminile, di Tábanos, dove si ritirò insieme alla moglie Elisabetta e altri familiari; era zio di Sant'Isacco e cognato di Santa Colomba, anche loro martiri.
La vicenda del loro martirio si svolse durante l’occupazione musulmana a Cordova, centro del califfato ommiade (756-1091); i sei compagni si presentarono al giudice rinfacciandogli la morte di Isacco e Sancio da poco martirizzati; offesero Maometto e quindi vennero subito condannati alla decapitazione, il solo Geremia fu barbaramente flagellato prima dell’esecuzione, che avvenne per tutti e sei, il 7 giugno 851.
I loro corpi, prima esposti al pubblico oltraggio, vennero bruciati dopo qualche giorno e le ceneri furono disperse nel fiume Guadalquivir.
Festa celebrativa per tutti al 7 giugno.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santi Pietro, Valabonso, Sabiniano, Vistremondo, Abenzio e Geremia, pregate per noi.  


*San Roberto di Newminster - Abate Cistercense (7 giugno)
Gargrave (York) XI sec. – Newminster 6 giugno 1159
Nacque a Gargrave nella contea di York verso la fine dell'XI secolo. Rientrato in Inghilterra da Parigi dove aveva frequentato l'Università venne ordinato sacerdote e inviato come parroco nella natìa Gargrave. Attratto dalla vita contemplativa entrò nell'abbazia benedettina di Whitby per poi unirsi a un gruppo di monaci guidati dal priore Riccardo che avevano fondato una comunità a Fountains nel nord della diocesi di York.
Quattro anni dopo venne fondata una nuova abbazia a Newminster in Northumbria la cui guida fu affidata a Roberto. In breve la comunità si allargò dando vita ad altri tre monasteri: a Pipewell, Roche e Sawley.
Insieme all'austerità e alla mortificazione, Roberto si distinse per il dono della profezia. Una volta durante la Messa avvertì che una nave era naufragata poco lontano e inviò i suoi monaci a prestare soccorso e seppellire i morti. Ammalatisi, morì nel 1159, circondato dai confratelli e dopo aver ricevuto i Sacramenti. (Avvenire)
Etimologia: Roberto = splendente di gloria, dal tedesco
Emblema: Bastone pastorale
Martirologio Romano: A Newminster nella Northumbria in Inghilterra, San Roberto, abate, dell’Ordine Cistercense, che, desideroso di povertà e di preghiera, fondò in questo luogo insieme ad altri dodici compagni un monastero, dal quale germogliarono in breve tempo tre famiglie di monaci.
San Roberto, nacque a Gargrave nella contea di York, verso la fine dell’XI secolo, dopo aver compiuto gli studi, fu inviato all’Università di Parigi, rientrato in Inghilterra, venne ordinato sacerdote, venendogli affidata la parrocchia della natia Gargrave.
Ma ben presto, desideroso di una vita più contemplativa, lasciò la parrocchia per divenire benedettino nella vicina abbazia di Whitby.
In seguito avendo saputo della fama di santità che circondava un gruppo di monaci, che avevano lasciata l’abbazia benedettina di S. Maria di York e guidati dal loro priore Riccardo, avevano fondata l’abbazia di Fountains, nel Nord della diocesi di York, collegandosi all’Ordine Cistercense, Roberto decise di unirsi a questa comunità.
Trascorsi quattro anni ed essendosi ingrandita la comunità, i monaci fondarono un’altra abbazia a Newminster in Northumbria, nella diocesi di Durham, mettendone Roberto come abate; questa
abbazia prosperò rapidamente e a sua volta poté allargarsi fondando altri tre monasteri: Pipewell nel 1143, Roche nel 1147 e Sawley nel 1148.
Roberto fondò il monastero infondendo una semplicità conforme ai suoi principi, si distinse per la mortificazione digiunando a pane e acqua per tutta la Quaresima.
Ebbe il dono della profezia, un giorno durante la celebrazione della Messa, avvertì che poco lontano da Whitby, una nave aveva fatto naufragio, così poté riunire i monaci mandandoli a seppellire i naufraghi.
Accusato ingiustamente di dare attenzioni ad una donna abitante nei dintorni dell’abbazia, andò da San Bernardo per discolparsi, ma non ce ne fu bisogno, perché il santo fondatore aveva avuto una rivelazione celeste sulla sua innocenza; si instaurò fra i due una grande amicizia e San Bernardo gli donò la sua cintura, che si conservava a Newminster e al cui contatto molti malati riacquistavano la salute; conobbe Papa Eugenio III nel 1147, durante il suo passaggio in Francia, il quale lo accolse con onore e lo raccomandò al vescovo di Durham, nella cui diocesi sorgeva l’abbazia di Newminster, a sua volta il vescovo donò all’abbazia la contrada di Wolsingham.
Nel 1159, volle portare il suo ultimo saluto, sentendo avvicinarsi la sua fine, all’eremita Godrico, che conosciutolo a Whitby, erano rimasti molto amici.
Due giorni dopo il 21 maggio si ammalò, morendo il 6 giugno 1159, dopo aver ricevuto i Sacramenti e circondato dai suoi monaci; il suo corpo fu deposto nella chiesa dell’abbazia, in una tomba di marmo. È celebrato ogni anno a Newminster il 7 giugno, data in cui è riportato anche dal "Martirologio Romano".
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Roberto di Newminster, pregate per noi.

*Altri Santi del giorno (07 Giugno)
*xxx
Giaculatoria - Santi tutti, pregate per noi


 
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