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Santi del 7 Luglio

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*Sant'Antonino Fantosati - Martire (7 luglio)

Trevi (Perugia), 16 ottobre 1842 - Hoang-scia-wan (Cina), 7 luglio 1900
Antonio nasce a Trevi (Pg) il 16 ottobre 1842. A 16 anni veste l'abito religioso francescano nel convento della Spineta a Todi, cambiando il nome in fra Antonino. Viene ordinato sacerdote nel 1865. Nel 1867 decide di partire missionario per la Cina, aggregandosi a Marsiglia ad altri otto francescani, fra cui padre Elia Facchini, che morirà martire due giorni dopo di lui, e un folto gruppo di Suore Canossiane.
Giunge così ad Uccian capitale del Hu-pè e residenza principale della Missione. Qui deve vestire abiti cinesi e prendere il nome in lingua locale di Fan-hoae-te. Nel 1868 arriva nell'Alto Hu-pè, meta del suo campo apostolico che gli è stato assegnato, dove rimane per sette anni.
Nel 1878 viene nominato amministratore apostolico dell'Alto Hu-pè e nel 1889 vicario apostolico dell'Hu-nan Meridionale.
Durante la sua attività pastorale viene sottoposto a vari giudizi con accuse fatte da pagani interessati e contrari al cristianesimo.
I suoi ultimi anni sono segnati dalle persecuzioni. Il 7 luglio 1900 viene ucciso brutalmente dalla folla aizzata dai «boxers». (Avvenire)
Martirologio Romano: Vicino alla città di Hengyang nella provincia dello Hunan in Cina, Sant’Antonino Fantosati, vescovo, e Giuseppe Maria Gambaro, sacerdote dell’Ordine dei Minori, che, durante la persecuzione dei Boxer, approdati per portare aiuto ai fedeli, morirono lapidati.
Il 1° ottobre del 2000, Papa Giovanni Paolo II ha canonizzato un numeroso gruppo di 120 martiri in Cina, vittime delle ricorrenti persecuzioni, che si scatenarono contro la cristianità in quel grande Paese, fino al secolo XX.
Fra questi c’è un gruppo di 29 martiri, vittime nei primi giorni di luglio dell’anno 1900, dei famigerati ‘boxers’, che avevano scatenato una furiosa e sanguinosa persecuzione contro i cristiani e gli europei in generale, provocando in soli cinque mesi e nelle sole province dello Shan-si e dell’Hu-nan, una carneficina di circa 20.000 vittime fra vescovi, sacerdoti, religiosi, suore, catechisti e cristiani cinesi.
In questo gruppo di 29 santi martiri, che furono beatificati nel 1946 da Papa Pio XII e che comprende 3 vescovi, 4 sacerdoti, 1 fratello religioso tutti Minori Francescani, 7 suore Francescane Missionarie di Maria, 5 seminaristi cinesi e nove domestici-collaboratori cristiani cinesi, 26 morirono decapitati a Tai-yuen-fu, sede del Vicariato dello Shan-si e tre nel Vicariato dello Hu-nan.
In questa scheda parleremo di mons. Antonino Fantosati, che insieme ai due sacerdoti francescani Giuseppe Maria Gambaro e Cesidio Giacomantonio, diedero la loro vita per Cristo nello Hu-nan in Cina, nei giorni precedenti il massacro del 9 luglio a Tai-yuen-fu; anch’essi vittime dei sanguinari ‘boxers’ e dei loro fiancheggiatori pagani, aizzati dagli invidiosi bonzi confuciani, con vergognose calunnie contro i missionari; i quali erano favoriti dal crudele viceré Yü-sien e tollerati dalla settantenne imperatrice Tz-Hsi.
Antonio Fantosati nacque nella borgata di S. Maria in Valle nel Comune di Trevi (Perugia) il 16 ottobre 1842; di costituzione debole e di natura timida, sembrava destinato ad essere un bravo campagnolo. Ancora ragazzo fu mandato a scuola dai Francescani, nel vicino Convento di S. Martino; la frequentazione di questa Comunità di religiosi, l’assiduità alle funzioni della
parrocchia come chierichetto, fecero nascere in lui la vocazione di far parte della Famiglia Francescana e così a 16 anni, con il consenso dei genitori, vestì l’abito religioso nel Convento della Spineta a Todi, cambiando il nome in fra Antonino.
Dopo l’anno del noviziato, Antonino fu mandato a compiere gli studi a Spoleto dove fece la Professione Solenne il 28 luglio 1862; avendo scampato all’arruolamento da parte delle truppe piemontesi e garibaldine nel settembre 1860, Antonino continuò gli studi a Roma ed infine fu ordinato sacerdote il 13 giugno 1865 a 23 anni.
Un paio d’anni dopo nel 1867 dopo un incontro con il Ministro Generale a Roma, decise di partire missionario per la Cina, aggregandosi a Marsiglia ad altri otto francescani, fra cui padre Elia Facchini, che morirà martire due giorni dopo di lui e un folto gruppo di Suore Canossiane; guidava la spedizione mons. Zanoli Vicario Apostolico dell’Hu-pè, venuto in Europa in cerca di nuovi collaboratori.
Dopo 66 giorni di viaggio a partire dal 15 dicembre 1867 da Roma e poi Marsiglia, giunsero ad Uccian capitale del Hu-pè e residenza principale della Missione; qui padre Antonino Fantosati dovette lasciare come d’uso il saio francescano e vestire abiti cinesi, prendendo il nome in lingua locale di Fan-hoae-te e dopo un certo periodo di riposo e di adattamento al clima, alla lingua ed agli usi cinesi, il 6 gennaio 1868, insieme ad un altro confratello, prese a salire verso l’Alto Hu-pè, meta del suo campo apostolico che gli era stato assegnato; il viaggio, come del resto i successivi, fu lungo, denso di avventure, pericoli, soprattutto con barche sui fiumi ed affluenti e durò praticamente più di un mese.
Trascorse sette anni di intensa attività apostolica, spostandosi nelle varie Comunità cattoliche tra Scian-kin e He-tan-kon, il periodo fu sereno e denso di conversioni; imparò speditamente la lingua cinese al punto che venne chiamato “maestro europeo”.
Dopo fu chiamato a spostarsi nella città di Lao-ho-kow, centro fluviale di grande importanza, bagnata dal fiume Han; qui nella Cina tartara del 1900, dilagava l’uso dell’oppio, del vizio, dell’oppressione dei più deboli, quindi il compito anche sociale del missionario, per di più europeo, era di enorme delicatezza e tatto e padre Antonino riuscì con metodo e perspicacia, ad inserirsi nella società cinese locale, e senza urtare nessuno; la sua Missione divenne il centro di contatti continui con personaggi più o meno illustri.
Erano mercanti, letterati, mandarini, studenti, aristocratici e popolino, bonzi disoccupati, barcaioli di passaggio, tutti interessati, meravigliati, chiedevano le stesse cose con un’infinità di lunghi e noiosi complimenti. Prese a praticare tutte le loro usanze, dai bastoncini per mangiare, al mostrarsi goloso delle loro pietanze.
Eliminò dal frontone della Casa, la dicitura “Chiesa Cattolica” per non inimicarsi i bonzi-confuciani e mettendo “Ospizio di Francia”. Nel 1870-71 divenne Vicario Generale del nuovo Vicario Apostolico dell’Alto Hu-pè, mons. Belli, ma nel 1878 la Cina in generale e la provincia dell’Alto Hu-pè in particolare, venne colpita da una spaventosa carestia seguita dalla peste, che spopolò intere province e fra le centinaia di migliaia di vittime, ci fu anche il Vicario mons. Belli, che dopo 24 anni di missione, non sopravvisse a tanto strazio, morendo il 2 maggio 1878.
Padre Antonino Fantosati si trovò ad assumere subito la responsabilità dell’Alto Hu-pè e nominato Amministratore Apostolico dalla Santa Sede il 22 giugno 1878. Organizzò subito un orfanotrofio per i bimbi rimasti soli, raccolse aiuti in Europa che distribuiva in vestiario, cibo, medicinali, contrasse lui stesso la peste aiutando gli ammalati, riuscendo però a guarirne.
La sua opera fu ben apprezzata e nel giro di tre mesi 90 famiglie si convertirono e le Autorità civili e militari assecondarono i suoi desideri. Nel 1880 egli divenne il Vicario Generale del successore di mons. Belli, il nuovo Vicario Apostolico mons. Ezechia Banci; collaborò all’erezione del grandioso tempio di Hu-pè di 100 mq e alto 30 metri, che sostituì per i riti cattolici la piccola cappella del S. Cuore, ormai insufficiente.
Nel 1888 dopo 20 anni di missione, esausto nelle forze, fece un ritorno in Italia durato otto mesi, visitando i luoghi francescani e la Terra Santa. Nel giugno 1889 ritornò in Cina e dopo un po’ ebbe da Roma la nomina a Vicario Apostolico dell’Hu-nan Meridionale.
Questi ultimi undici anni della sua vita furono densi di emozioni e di zelo apostolico, a partire dal novembre 1892 quando sopra una barca lasciò definitivamente l’Alto Hu-pè, che era diventato la sua seconda patria. Arrivato nello Hu-nan, provincia di 216.000 kmq e 21 milioni di abitanti, mons. Fantosati iniziò subito le visite pastorali che si susseguirono negli anni, nelle varie direzioni della vasta provincia, nonostante che sulla sua testa, durante la prima visita pastorale, fosse stata messa una taglia di cento once d’argento, mettendo in pericolo di morte la sua vita, e nonostante un agguato tesogli nello stesso luogo dove 80 anni prima, era stato ucciso il beato Giovanni da Triora.
Venne sottoposto ai vari giudizi con accuse fatte da pagani interessati e contrari al cristianesimo, tutto questo procurò le inimicizie e la sete di vendetta anche di alcuni potenti mandarini. I suoi ultimi anni furono amareggiati da croci e persecuzioni, ma lui non smise mai di edificare, restaurare e abbellire chiese e luoghi di culto, sia nell’Alto Hu-pè, sia nell’Hu-nan.
E così si arrivò all’anno 1900; il 3 luglio i ‘boxers’, appoggiati dagli ordini imperiali che incitavano soldati e popolo a scacciare, uccidere e distruggere i missionari e le loro opere, distrussero prima la chiesa dei Protestanti di Hoang-scia-wan, città ove era la residenza del Vicariato Cattolico del Hu-nan; il 4 luglio la Casa episcopale del vescovo Fantosati, assente da due mesi, fu assalita e distrutta come pure l’Orfanotrofio e varie case di cristiani bruciate; si ebbe anche la prima vittima, il sacerdote francescano Cesidio Giacomantonio bruciato ancora vivo.
Mons. Fantosati impegnato nella ricostruzione della chiesa di San-mu-tciao, distrutta l’anno prima dai pagani; fu informato di quanto stava accadendo e il giorno 6 luglio insieme a padre Giuseppe M. Gambaro francescano e quattro cristiani, salì su una barca per tornare a Hoang-scia-wan, nonostante i tentativi di molti cristiani di trattenerlo.
Verso mezzogiorno del 7 luglio, la barca arrivò sul fiume nei pressi della città; riconosciuti da alcuni ragazzi e al grido “morte agli Europei”, la plebaglia dalla riva, prese le barche dei pescatori e circondarono quella dei missionari, i quali a stento riuscirono a scendere sulla riva, dove aggrediti dalla folla urlante, furono massacrati con sassi e colpi di bastone; padre Gambaro morì dopo una ventina di minuti di percosse, mentre al vescovo Fantosati, agonizzante per le botte, ma ancora vivo, un pagano gl’infilò un palo di bambù con punta di ferro da dietro; negli spasmi il martire riuscì a sfilarlo, ma un altro pagano preso lo stesso palo, lo conficcò in modo che uscì dall’altra parte; dopo due lunghe ore di martirio moriva così il vescovo Fantosati, dopo 33 anni di missione a 58 anni di età.
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Antonino Fantosati, pregate per noi.  


*Beato Benedetto XI (Niccolò Boccasini) - 190° Papa - Domenicano (7 luglio)

Treviso, 1240 - 1304
(Papa dal 27/10/1303 al 07/07/1304)
Domenicano, apprezzato per la sua umiltà e la sua pietà, divenuto Provinciale della Lombardia, riuscì a mettere pace tra i Domenicani e la città di Parma.
Eletto nel capitolo di Strasburgo, promosse una tregua tra Edoardo I d'Inghilterra e Filippo il Bello.
Nominato cardinale da Bonifacio VIII, non riuscì ad evitare che questi emanasse la Bolla che vietava agli ordini mendicanti di predicare e confessare fuori dai propri conventi.
Nonostante ciò, si mantenne fedele a Bonifacio VIII durante il triste periodo di Anagni.
Una volta Papa entrò di fermare la lotta tra Filippo il Bello e i Colonna.
Accortosi che l'opera di pacificazione era difficile in Roma, si trasferì a Perugia dove morì dopo una vita dedicata a comporre i dissidi che laceravano il suo secolo.
Etimologia: Benedetto = che augura il bene, dal latino
Martirologio Romano: A Perugia, transito del Beato Benedetto XI, Papa, dell’Ordine dei Predicatori, che, benevolo e mite, nemico delle contese e amante della pace, nel breve tempo del suo pontificato promosse la concordia nella Chiesa, il rinnovamento della disciplina e la crescita della devozione religiosa.
Treviso, la diocesi che dette alla Chiesa S. Pio X, è la patria di un altro Papa, elevato agli onori degli altari: Benedetto XI.
Come S. Pio X, anche Benedetto XI, per l'anagrafe Niccolò Boccasini, nato a Treviso nel 1240, proveniva da modestissima famiglia.
Sua madre faceva la lavandaia nel vicino convento dei domenicani e questa sua mansione favorì l'ingresso del figlio nel giovane ordine di S. Domenico.

Indossato l'abito religioso a diciassette anni, Niccolò completò gli studi a Milano.
Ordinato sacerdote, fece ritorno a Treviso dove svolse il compito di insegnante nel proprio convento.
Si distinse per mitezza di carattere, purezza di vita, umiltà e pietà.
Eletto nel 1286 superiore provinciale della vasta regione lombarda, dieci anni dopo fu chiamato a succedere a Stefano di Besancon nella carica di generale dell'Ordine.
Poco dopo il Boccasini, figlio di un'umile lavandaia trevigiana, riuscì a realizzare una difficile tregua d'armi tra il re d'Inghilterra, Edoardo I, e il re di Francia, Filippo il Bello.
Questa sua missione di pace, coronata dall'insperato successo, valse al generale dei domenicani il cappello cardinalizio, accordatogli da Papa Bonifacio VIII, che intese con questa nomina premiare anche tutto l'ordine domenicano, per la sua adesione al pontefice.
Il cardinale Boccasini era ad Anagni accanto a Bonifacio VIII quando questi venne colpito dallo schiaffo dell'emissario di Filippo il Bello, Guglielmo di Nogaret.
Morto Bonifacio VIII, i cardinali, riuniti in conclave a Roma, il 22 ottobre 1303 gli diedero come successore proprio il cardinale Boccasini, uomo conciliante e il più indicato a mettere riparo all'increscioso conflitto tra il papato e il re di Francia.
Il nuovo pontefice, che assunse il nome di Benedetto XI, rispose alle attese.
Pur mostrandosi duro con l'esecutore materiale del sacrilego gesto (rinnovò la scomunica al Nogaret e a Sciarra Colonna), sciolse il re dalle censure in cui era incorso.
Benedetto XI alla residenza romana preferì quella di Perugia, per tenersi lontano dai tumulti e dalle insidie, e dedicarsi al pacifico governo della Chiesa.
Ma anche qui pare sia stato raggiunto dall'odio dei suoi nemici: sentendosi venir meno dopo aver assaggiato un fico fresco, probabilmente iniettato di veleno, fece spalancare le porte del palazzo per concedere un'ultima udienza e benedizione ai fedeli.
Tra gli atti del suo breve pontificato (22 ottobre 1303 - 7 luglio 1304), c'è il decreto che fa obbligo a ogni cristiano di confessarsi almeno una volta all'anno.
(Autore: Piero Bargellini - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Benedetto XI, pregate per noi.


*Sant'Edda di Winchester - Vescovo (7 luglio)
† Winchester, 705

Martirologio Romano: A Winchester in Inghilterra, Sant’Edda, vescovo della Sassonia occidentale, uomo di insigne sapienza, che da Dorchester traslò in questa città il corpo di San Birino e vi stabilì la sede episcopale.
Quasi nulla si conosce sulla prima parte della vita di Edda, che, secondo lo storico Guglielmo di Malmesbury, sarebbe stato prima monaco e poi abate, ma non si conosce di quale monastero.
La sua firma su un documento di Leuterio, suo predecessore come vescovo dei Sassoni Occidentali, fa pensare che Edda fosse abate di un monastero del Wessex, forse Glastonbury.
Inoltre, tale ipotesi sembra confermata dal fatto che il suo nome sia stato trovato assieme a quello di abati e di uomini illustri in una delle antiche ed illeggibili «piramidi» che si trovavano a Glastonbury.
Secondo altri, Edda sarebbe stato un monaco del monastero di sant'Hilda a Whitby; ma la fama di Whitby come centro culturale, considerata unitamente alle affermazioni del venerabile Beda sulla scarsa cultura di Edda, fanno apparire poco probabile tale tesi.
Anche per questa ragione appare poco fondata l'ipotesi avanzata da alcuni circa una identificazione di Edda con Aetla, monaco di Whitby al tempo di Sant'Hilda, successivamente vescovo di Dorchester.
Forse Aetla fu vescovo di Dorchester per un periodo molto breve precedendo in tale sede Edda, che venne creato vescovo dei Sassoni Occidentali, quando ancora l’intero regno del Wessex costituiva una sola diocesi, e nel 676 venne consacrato a Londra da san Teodoro, arcivescovo di Canterbury.
Già il successore di san Birino, Agilberto, aveva trasferito la sede episcopale da Dorchester a Winchester, sia perché l'espansione del regno di Mercia rendeva Dorchester, nell’Oxfordshire, poco adatta quale sede della diocesi del Wessex, sia inoltre, per evitare che il re Cenwalh stabilisse a Winchester una nuova sede episcopale dividendo in tal maniera la diocesi. Edda si stabilì a Winchester, rendendo tale trasferimento definitivo e procedendo poi alla traslazione da Dorchester a Winchester delle reliquie di san Birino, che fece collocare nella chiesa dei SS. Pietro e Paolo. Fu Edda che portò alla fede il re Cenwalh, il quale, nonostante la conversione del padre Cynogils, era rimasto a lungo pagano.
Fu pure un apprezzato consigliere del re sant'Ina (689-726), e non fu estraneo alle sagge leggi emanate da questi. Fece inoltre visita all’eremita san Gutlach, nell’isola di Croyland, lo ordinò sacerdote e ne consacrò la chiesa. Il vescovo fu uno dei primi benefattori dell’abbazia di Glastonbury, alla quale fece dono di terre e sulla quale indirizzò i favorì dei sovrani.
Per tutta la durata del suo episcopato, Edda si oppose strenuamente ad ogni tentativo di divisione della sua diocesi, e ciò sembra anche in considerazione della precaria e difficile situazione politica del regno del Wessex, la cui unità sarebbe stata favorita da quella della diocesi.
L'arcivescovo Teodoro di Canterbury, benché, secondo precise disposizioni sinodali, avesse diviso numerose diocesi, lasciò intatta quella del Wessex fino alla morte di Edda, forse anche per l’amicizia che lo legava a questi.
Nel 704 tale questione fu risollevata, come si rileva da una lettera scritta da Wealdheri, vescovo di Londra, all’arcivescovo Britwaldo per informarlo che un sinodo di vescovi tenutosi in quell’anno aveva stabilito di escludere dalla comunione i Sassoni Occidentali, a meno che non si conformassero alla disposizione dello stesso arcivescovo «in ordinatione episcoporum», il che sembra si riferisse alla questione della divisione della diocesi. Edda, tuttavia, persistette nella sua posizione.
Beda afferma che Edda fu «bonus... vir ac iustus» e che governò la sua diocesi «magis insito sibi virtutum amore quam lectionibus institutus».
Guglielmo di Malmesbury tuttavia avanza dei dubbi su tale affermazione, sostenendo di aver letto Intere di Edda «non nimis indocte compositas», come pure di aver letto lettere di sant'Aldelmo abate di Malmesbury dirette ad Edda e composte con eloquenza e traboccanti di scienza, il che porterebbe a supporre un livello di cultura adeguato nel corrispondente. Edda morì a Winchester nel 705.
Il popolo che egli aveva governato per circa trenta anni lo venerò ben presto come santo. Tanti furono i prodigi e le guarigioni avvenute al suo sepolcro, che, a detta di Beda, «frequenti ablazione pulveris sacri, fossa sit ibidem fatta non minima».
La sua memoria viene celebrata al 7 luglio ed in tale giorno Edda viene commemorato anche nel Martirologio Romano. La sua festa viene celebrata ancora oggi liturgicamente nelle archidiocesi di Birmingham.

(Autore: Gian Michele Fusconi – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Edda di Winchester, pregate per noi.  


*Sant'Etelburga (Edilburga) - Badessa (7 luglio)

m. 695
Figlia del re degli inglesi orientali, si consacrò a Dio come religiosa nel monastero di Ebreuil in Francia, del quale fu badessa.
Martirologio Romano: A Faremoutiers-en-Brie presso Meaux in Aquitania, in Francia, Santa Edilburga, badessa, che, figlia del re degli Angli orientali, rese gloria a Dio con la severa astinenza del corpo e la perpetua verginità.
Figlia naturale di Anna, re degli Angli orientali (635-54), si trasferì in Francia ed entrò nel monastero di Eboriacum, nella diocesi di Meaux, poi chiamato Faremoutiers-en-Brie, dal nome della fondatrice Santa Fara, divenendone, dopo la morte della sorella san Sesburga, badessa.
Ella iniziò, nell'ambito del monastero, la costruzione di una chiesa in onore degli Apostoli, nella quale, alla sua morte, avvenuta il 7 luglio 695, sebbene l'edificio fosse giunto solo a metà, fu, secondo i suoi desideri, sepolta.
La sua scomparsa fece sì che i lavori prima rimanessero sospesi per sette anni, poi venissero definitivamente abbandonati; il suo corpo fu trasferito nella chiesa di santo Stefano.
San Beda, da cui sono stati presi questi ragguagli, ci informa che la sua festa si celebrava con grande solennità il giorno del suo sereno trapasso.
E' inscritta in antichi calendari inglesi, cominciando da quello di Canterbury, compilato verso l'anno 1000; in una lettera di Eugenio III del 3 gennaio 1146, si accenna a una cappella dedicata a Sant'Adelberga e il suo Ufficio rimane in un Breviario del monastero di Eboriacum del secolo XIII. Il primo che ne accolse il nome in un martirologio fu Ermanno Greven nel secolo XV che porta: "Ethilburge virginia et abbatisse, filie regis Anglorum Orientalium", da cui passò nel Molano e nel Martirologio Romano.
(Autore: Pietro Burchi - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Etelburga, pregate per noi.


*Beato Giovanni Giuseppe Juge de Saint-Martin - Martire (7 luglio)

Martirologio Romano: Nel braccio di mare antistante Rochefort in Francia, Beato Giovanni Giuseppe Juge de Saint-Martin, sacerdote e martire, che, canonico di Limoges, durante la rivoluzione francese fu disumanamente detenuto per il suo sacerdozio in una galera, dove consunto da malattia passò al Signore.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Giovanni Giuseppe Juge de Saint-Martin, pregate per noi.


*San Giuseppe Maria Gambaro - Martire (7 luglio)

Galliate (Novara), 7 agosto 1869 - Hoang-scia-wan (Cina), 7 luglio 1900
Martirologio Romano:
Vicino alla città di Hengyang nella provincia dello Hunan in Cina, Sant’Antonino Fantosati, vescovo, e Giuseppe Maria Gambaro, sacerdote dell’Ordine dei Minori, che, durante la persecuzione dei Boxer, approdati per portare aiuto ai fedeli, morirono lapidati.
Il 1° ottobre del 2000, Papa Giovanni Paolo II ha canonizzato un numeroso gruppo di 120 martiri in Cina, vittime delle ricorrenti persecuzioni che si scatenarono contro la cristianità in quel grande Paese, fino al secolo XX.
Fra questi c’è un gruppo di 29 martiri, vittime nei primi giorni di luglio dell’anno 1900, dei famigerati ‘boxers’, che avevano scatenato una furiosa e sanguinosa persecuzione contro i cristiani e gli europei in generale, provocando in soli cinque mesi e nelle sole province dello Shan-si e dell’Hu-nan, una carneficina di circa 20.000 vittime fra vescovi, sacerdoti, religiosi, suore, catechisti e cristiani cinesi.
In questo gruppo di 29 santi martiri, che furono beatificati nel 1946 da papa Pio XII e che comprende 3 vescovi, 4 sacerdoti, 1 fratello religioso tutti Minori Francescani, 7 suore Francescane Missionarie di Maria, 5 seminaristi cinesi e nove domestici-collaboratori cristiani cinesi, 26 morirono decapitati a Tai-yuen-fu, sede del Vicariato dello Shan-si e tre nel Vicariato dello Hu-nan.
In questa scheda parleremo di padre Giuseppe Maria Gambaro, che insieme ai due francescani, mons. Antonino Fantosati e padre Cesidio Giacomantonio, diedero la loro vita per Cristo nello Hu-nan in Cina, nei giorni precedenti il massacro del 9 luglio a Tai-yuen-fu; anch’essi vittime dei sanguinari ‘boxers’ e dei loro fiancheggiatori pagani, aizzati dagli invidiosi bonzi confuciani, con vergognose calunnie contro i missionari; e favoriti dal crudele viceré Yü-sien e tollerati dalla settantenne imperatrice Tz-Hsi.
Bernardo Gambaro nacque a Galliate, provincia di Novara, il 7 agosto 1869 da Pacifico e Francesca Bozzolo pii genitori. Crebbe gioioso e esempio di bontà e di purezza; ad otto anni fece la Prima Comunione, cosa rara per quel tempo e già all’età di 13 anni, dopo aver seguito un corso di Esercizi Spirituali predicati in paese dai Padri Passionisti, maturò in lui l’ideale di farsi religioso.
Verso i 17 anni chiese il permesso ai suoi amati genitori e venne ammesso nel Collegio Serafico di Monte Mesma, posto sul Lago di Orta; il suo antico Superiore attestò che Bernardo veniva notato per la sua docilità e obbedienza alle Regole e per l’assidua occupazione allo studio.
Il 27 settembre 1886 fu ammesso al noviziato posto nello stesso convento, cambiando il nome in fra Giuseppe Maria; sempre del medesimo umore, sempre lieto, segno evidente del suo innocente candore.
Al termine del noviziato, andò a completare gli studi ginnasiali e liceali nel Convento di S. Maria delle Grazie in Voghera dove restò per tre anni, mantenendosi un perfetto esemplare di vita religiosa.
Terminati gli studi filosofici, il futuro martire passò al corso teologico a Cerano nel Novarese, dove pronunciò i voti perpetui il 28 settembre 1890, e il 13 marzo 1892 nello stesso convento di Cerano, già culla del beato Pacifico, venne consacrato sacerdote, alla presenza dei genitori venuti da Galliate.
Poi fu subito trasferito a dirigere il Collegio Serafico ad Ornavasso dove rimase in questo incarico delicato fino alla partenza per la Cina. Fu sempre amato dai suoi discepoli, ai quali sembrava un padre, una madre, un leale e sincero amico; attirava tutti con la sua amabile dolcezza.
Ma il suo antico desiderio di farsi missionario, si faceva più impellente e finalmente i suoi Superiori concessero il loro permesso; il 5 dicembre 1895 partì per Roma per essere sottoposto all’esame richiesto ai Missionari che avevano come destinazione la Cina; l’11 dicembre lasciò
Roma per Napoli per imbarcarsi diretto ad Alessandria d’Egitto e poi in Terra Santa dove rimase per due mesi e da lì il 6 febbraio 1896 salpò definitivamente per la Cina.
Padre Giuseppe Gambaro scrisse al fratello le impressioni del lungo viaggio e gli incontri con le varie Missioni nelle tappe della nave, compresi i pericoli di epidemie e tempeste di mare. Giunto nel porto di Han-kow venne accolto dai suoi confratelli della ‘Casa di S. Giuseppe’, qui secondo l’antico uso locale depose l’abito francescano e indossò gli abiti cinesi, gli venne rasa la testa adattando il tradizionale codino.
Da Han-kow fu mandato a 1000 km di distanza a Heng-tciau-fu dove si dedicò all’apostolato fra i contadini e gli artigiani. Ma mons. Antonino Fantosati, Vicario Apostolico del Hu-nan era rimasto favorevolmente colpito dalla figura di padre Gambaro e soprattutto dalla sua esperienza come educatore di giovani chierici, così gli affidò il Seminario indigeno, nel contempo insegnò filosofia e teologia ad alcuni giovani cinesi vicini al sacerdozio.
Visse in questo compito gradito, felice di rivivere le dolci attrattive del Collegio serafico di Ornavasso; univa la dolcezza alla severità; ogni settimana si recava a Hoang-scia-wan per incontrarsi con il Vescovo e con il suo Vicario. Trascorsero così tre anni, finché giunsero nello Hu-nan quattro nuovi missionari di rinforzo, per cui il vescovo destinò padre Gambaro alla Comunità cristiana di Yen-tcion, realizzando così il desiderio antico del missionario, di essere apostolo attivo fra la popolazione e verso la fine di marzo del 1900 lasciò i suoi cari chierichetti e partì per la nuova destinazione, accolto con gli onori di un Gran Mandarino; si fece subito voler bene da tutti, cristiani e pagani, che lo rispettavano contenti di averlo con loro.
Padre Giuseppe Gambaro rimase pochi mesi a Yen-tcion, perché mons. Fantosati si era recato nella città di Lei-yang, per la Pentecoste del 1900, per battezzare e cresimare una ventina di catecumeni e per rendere più solenne la cerimonia e per avere un aiuto, richiese la presenza del missionario,
Dopo Lei-yang i due si fermarono a San-mu-tciao per ricostruire una cappella distrutta dai pagani l’anno precedente e qui giunse loro la notizia, che il 4 luglio 1900 la residenza del Vescovo (Vicario Apostolico del Hu-nan) mons. Fantosati a Hoang-scia-wan era stata distrutta dai pagani, aizzati dai ‘boxers’, come pure l’orfanotrofio e le case dei cristiani e dei protestanti; inoltre uno dei padri, Cesidio Giacomantonio, era stato ucciso e bruciato.
Il giorno 6 luglio, mons. Fantosati, padre Gambaro e quattro cristiani salirono su una barca per tornare a Hoangscia-wan, nonostante i tentativi di molti cristiani di trattenerli.
Verso mezzogiorno del 7 luglio la barca arrivò sul fiume nei pressi della città; riconosciuti da alcuni ragazzi e al grido “morte agli Europei” la plebaglia dalla riva, prese le barche dei pescatori e circondarono quella dei missionari, i quali a stento riuscirono a scendere sulla riva, dove aggrediti dalla folla urlante, furono massacrati con sassi e colpi di bastone; padre Gambaro morì dopo una ventina di minuti di percosse, mentre al vescovo Fantosati agonizzante per le botte, ma ancora vivo, un pagano gl’infilò un palo di bambù con punta di ferro da dietro; negli spasmi il martire riuscì a sfilarlo, ma un altro pagano preso lo stesso palo lo conficcò in modo che uscì dall’altra parte del corpo.
Padre Gambaro prima di spirare si era trascinato vicino al suo vescovo, gravemente ferito, quasi a stringerlo in un abbraccio e dopo avergli sussurrato qualcosa, a cui mons. Fantosati ormai morente, alzava con pena la mano per benedirlo e con quell’amplesso unico nella storia del Martirologio cristiano, morirono i due martiri; padre Giuseppe Gambaro aveva 31 anni di età, di cui quattro di vita missionaria.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Giuseppe Maria Gambaro, pregate per noi.


*Beata Ifigenia di S. Matteo (Francesca Maria Susanna) de Gaillard de la Valdène - Martire (7 luglio)
Scheda del gruppo a cui appartiene:
“Beate Martiri di Orange” (32 suore francesi) Vittime della Rivoluzione Francese

Martirologio Romano: A Orange sempre in Francia, Beata Ifigenia di San Matteo (Francesca Maria Susanna) de Gaillard de la Valdène, vergine dell’Ordine di San Benedetto e martire durante la rivoluzione francese.
Delle suore rastrellate nella regione della piana del Rodano facevano parte due suore cistercensi, una benedettina, ben sedici Orsoline e tredici Sacramentine. In prigione non smisero di proseguire le pratiche della loro vita conventuale.
La prima sacramentina a salire la ghigliottina il 7 luglio, perché non volle venire meno alla sua fedeltà alla Chiesa, fu la B. Ifigenia di San Matteo.
Le suore tennero un comportamento eroico eccezionale, testimoniato da quanti sfuggirono al massacro. La causa per la loro beatificazione fu introdotta il 14 giugno 1916 e il loro martirio fu riconosciuto il 19 marzo 1925; la beatificazione delle 32 suore martiri fu celebrata il 10 maggio 1925, da papa Pio XI e la festa celebrativa fissata per tutte al 9 luglio.
La Rivoluzione Francese per stabilire i principi di libertà, fraternità e uguaglianza fece numerose vittime non soltanto tra i nobili, i borghesi e il clero, ma anche tra le religiose, violando così i suoi tanto sbandierati principi. Nel 1794, durante il regno del Terrore, instaurato dai Giacobini capitanati da Massimiliano Robespierre, numerose suore furono condannate alla ghigliottina per avere rifiutato il giuramento di fedeltà alla nazione e quindi in odio alla fede.
San Pio X il 27-5-1906 beatificò le sedici carmelitane di Compiègne; Benedetto XV il 13-6-1920 beatificò le quattro Figlie della Carità di Arras e le undici Orsoline di Valenciennes; Pio XI il 10-5-1925 beatificò 32 suore martirizzate sulla piazza di Orange (Vaucluse) nel 1794.
I rivoluzionari anticlericali giunsero a tante atrocità per gradi: il 26-10-1789 proibirono l'emissione dei voti religiosi; il 2-11-1789 confiscarono i beni ecclesiastici; il 13-2-1790 soppressero gli Ordini e le Congregazioni religiose; il 12-7-1790 votarono la cosiddetta "Costituzione civile del Clero"; il 10-8-1792 dichiararono decaduta la monarchia e imposero agli stipendiati dallo stato il giuramento di fedeltà alla nazione. Nel 1793 la Convenzione Nazionale portò al vertice l'opera dei rivoluzionari imponendo il giuramento di fedeltà alla nazione. Nel 1793 la Convenzione Nazionale portò al vertice l'opera dei rivoluzionari imponendo il giuramento di Libertà - Uguaglianza anche agli ecclesiastici, ai religiosi e ai cittadini.
Il Comitato di Salute pubblica oppresse il popolo francese. Difatti con la legge dei sospetti votata il 17-9-1793, potevano essere trascinati davanti ai tribunali straordinari, eretti anche nelle province, i partigiani della monarchia e del regionalismo, i nobili e i preti refrattari e le persone in relazione con essi.
Il 23-4-1794 Stefano Cristoforo Maignet, rappresentante del popolo nel dipartimento di Vaucluse, ottenne l'autorizzazione di erigere a Orange un tribunale perché, senza istruttoria preliminare e senza assistenza dei giurati, giudicasse tutte le persone sospette di Vaucluse e di Bouches-du-Rhòne. Il tribunale rivoluzionario fu installato nell'antica cappella dei Padri di San Giovanni. Cominciò a funzionare il 19-6-1794. Tenne 44 sedute fino al 5 agosto seguente, giudicò 595 persone e ne condannò 332 alla ghigliottina e 116 alla prigione. Tra i condannati a morte ci furono 36 sacerdoti e le nostre 32 beate, colpevoli soltanto di avere voluto restare fedeli alla professione religiosa e alle leggi della Chiesa. Di esse una era benedettina, due cistercensi, tredici Sacramentine o dell'Adorazione Perpetua e sedici Orsoline.
Alla cittadina di Bollène, nel distretto di Orange, spetta la gloria di avere dato i natali a diciassette delle 32 martiri. Allo scoppio della rivoluzione altre religiose si erano rifugiate nei due conventi femminili colà esistenti, uno di Orsoline e l'altro di Sacramentine. Le Orsoline, in numero di 23, si occupavano dell'educazione delle giovani. Nell'ottobre del 1792 in forza del decreto che proibiva gli Ordini e le Congregazioni religiose, queste religiose furono costrette ad uscire dal convento. La superiora affittò per esse una casa in città e ve le sistemò. Anche le Sacramentine, in numero di 30, dovettero abbandonare contemporaneamente il convento. La superiora consegnò alla municipalità un atto, firmato da tutte le religiose, nel quale si dichiarava che ritornavano nel mondo soltanto perché costrette dalla forza. Esse affittarono una casa e vi si stabilirono. Per gl'intrighi della municipalità, la superiora fu costretta a trasferirsi a Pont-Saint-Esprit, dove fu imprigionata, e qualche altra religiosa fu costretta a ritornare in famiglia perché, malgrado i lavori di ago, non riusciva a procacciarsi il necessario alla vita. Il cappellano ogni tanto le visitava segretamente e lasciava il SS. Sacramento in un armadio perché potessero compiere l'adorazione di regola.
Quando la Convenzione prescrisse il giuramento di Libertà-Uguaglianza, la municipalità di Bollène lo richiese a tutte le Orsoline e le Sacramentine, ma esse non ne vollero sapere perché erano convinte di non poterlo prestare. Nel mezzogiorno della Francia tanto i cattolici quanto i rivoluzionari davano a tale giuramento un senso nettamente antireligioso. Difatti nella corrispondenza del tribunale rivoluzionario di Orange si notavano delle frasi come questa: "Le beate hanno dichiarato che non era in potere degli uomini impedire loro di esser religiose". Simili espressioni provano a sufficienza che sono morte per attaccamento alla fede. Tutte le Orsoline e le Sacramentine furono arrestate a Bollène il 22-4-1794 e trasferite il 2 maggio seguente alla prigione La Cure di Orange insieme ad un altro gruppo di religiose che il Comitato aveva rastrellato in diverse città del contado.
Fin dal loro arrivo in prigione, le 55 religiose che vi si trovavano ammassate, fecero vita comune e adottarono uno stesso regolamento, sapendo benissimo che ne sarebbero uscite soltanto per andare alla morte. Una Sacramentina, sfuggita al massacro, così ci descrive quello che facevano durante la giornata: "Alle cinque del mattino cominciavano le loro pratiche di pietà, con un'ora di meditazione, poi recitavano l'ufficio della B. Vergine e le preghiere della Messa. Alle sette prendevano un po' di cibo; alle otto dicevano le Litanie dei Santi, facevano, a voce alta, la confessione delle loro colpe e si disponevano a ricevere con il desiderio il viatico.
Verso le nove aveva luogo l'appello di chi doveva comparire davanti al tribunale. Durante l'udienza, coloro che erano rimaste in prigione stavano in ginocchio, per ottenere luce e forza dallo Spirito Santo per quelle che dovevano rispondere ai giudici. Imploravano quindi il soccorso della SS. Vergine con la recita di mille Ave Maria, alle quali facevano seguire delle Litanie e delle preghiere sulle parole di Gesù in croce. Non si concedevano quasi nessuna ricreazione fino alle ore diciassette, tempo in cui riprendevano l'ufficio della B. V. Maria. Alle diciotto il rullo dei tamburi e le grida di "Viva la Nazione! Viva la Repubblica!" annunciavano la partenza per il patibolo delle condannate a morte. Le suore recitavano allora le preghiere degli agonizzanti e quelle della raccomandazione dell'anima. Osservavano in seguito un profondo silenzio, restando sempre in ginocchio fino a tanto che le loro compagne avevano subito presumibilmente il giudizio. Allora si alzavano in piedi, si felicitavano reciprocamente (soprattutto quelle che erano della stessa comunità) per il fatto che qualcuna di loro era stata ammessa alle nozze dell'Agnello senza macchia, cantavano con gioia il Te Deum, il salmo Laudate Dominum e si esortavano vicendevolmente a morire nello stesso modo il giorno seguente".
La prima ad essere condannata a morte "perché aveva voluto distruggere la Repubblica con il fanatismo e la religione", e ad essere ghigliottinata il 6-7-1794 fu la B. Susanna Agata de Loye, nata a Sérignan il 4-2-1741 e fattasi benedettina nel convento dell'Assunzione di Caderousse con il nome di Suor Maria Rosa. L'ultima fu la B. Elisabetta Teresa Consolin, nata il 6-6-1736 a Courthézon e divenuta superiora delle Orsoline di Sisteron con il nome di Suor del Cuore di Gesù. Tra il presidente e l'imputata si svolse questo dialogo: "Chi sei tu?". "Io sono figlia della Chiesa cattolica". "Vuoi tu prestare il giuramento?". "Giammai! La municipalità me lo ha domandato; io ricusai perché la mia coscienza me lo proibisce". "La legge tè lo impone". "La legge umana non può comandarmi cose contrarie alla legge divina". Sulla copertina del fascicolo riguardante la martire si leggeva: "Teresa Consolin, ex-religiosa, refrattaria al giuramento, incolpata d'essersi mostrata la più ostinata
fanatica, ricusando sempre di fare il giuramento, intimato dalla legge, a dispetto delle diverse sollecitazioni a lei fatte dalla municipalità, perché sperava un ritorno all'antico regime che avrebbe trascinato la Repubblica in una guerra civile, il tutto in odio alla rivoluzione , ecc. ecc.", fu condannata alla ghigliottina il 26-7-1794.
Le martiri trascorrevano l'ultima giornata della vita seguendo il medesimo orario. Verso le nove venivano condotte davanti al tribunale. Il presidente le esortava a prestare il giuramento di fedeltà alla repubblica e, al loro rifiuto, egli pronunciava immediatamente la sentenza di morte. Le condannate erano allora condotte al teatro antico chiamato "prigione del circo" dove, durante le poche ore che le separavano dalla morte, pregavano e cercavano di preparare a ben morire le altre condannate poco rassegnate. Esse furono di conforto a tutti con la loro serenità di spirito che faceva esclamare ai gendarmi: "Queste idiote muoiono tutte sorridendo!". Verso le ore diciotto le condannate venivano condotte alla ghigliottina eretta sul corso San Martino.
La prima sacramentina a salire la ghigliottina il 7 luglio perché non volle venire meno alla sua fedeltà alla Chiesa fu la B. Ifigenia di San Matteo, al secolo Maria Gabriella Susanna de Gaillard de Lavaldène, nata a Bollane il 23-9-1761. Tra le intrepide religiose che la seguirono alcune rifulsero per vivacità di spirito e gesti caratteristici. La B. Rosalia Glottide Bès, Sacramentina di Bollène, appena udì la sentenza di morte si volse verso le compagne e disse loro: "E dunque oggi che lo sposo celeste ci ammetterà alle sue nozze, per le quali noi, fino a oggi, non abbiamo fatto che dei sacrifici ben leggeri". Abbracciò le presenti, si cavò di tasca una scatola di confetti e la presentò loro dicendo: "Sono i confetti delle nostre nozze". Mostrando l'anello che portava al dito fin dal giorno della professione religiosa, dichiarò: "Ecco il pegno della promessa che ci venne fatta, e che avrà adesso il suo compimento. Andiamo, sorelle, andiamo insieme allo stesso altare: che il nostro sangue, lavando tutte le nostre infedeltà e mescolandosi a quello della vittima santa, ci apra ben presto i tabernacoli eterni".
Insieme con Suor Rosalia Glottide era comparsa davanti al giudice anche la B. Maria Elisabetta Pelissier, economa delle Sacramentine di Bollène. Condannata a morte, fu condotta nella prigione del circo dove, in attesa della decapitazione, su richiesta dei carcerieri desiderosi di udire la sua voce, cantò l'inno in lode della ghigliottina, che aveva composto in carcere.
Tra la B. Maddalena Teresa Talieu, Sacramentina di Bollène e il giudice, si svolse questo dialogo: ""Chi sei tu?". "Io sono Maddalena Talieu, conversa del convento del SS. Sacramento di Bollène". "Vuoi tu prestare il giuramento?". "No, io non voglio giurare". "Perché?". "Perché questo giuramento è contrario alla mia coscienza". "Ami tu il re?". La martire si alterò e disse a voce alta: "Io amo il mio prossimo, amo il mio prossimo, amo il mio prossimo. Non mi domandate di più perché non saprei rispondervi essendo una povera ignorante".
La B. Maria Cluse, come la precedente conversa Sacramentina di Bollène, era di una bellezza sorprendente. Il carnefice, appena la vide, ne fu talmente soggiogato che le promise di salvarla se avesse consentito a sposarlo. La martire, indignata per una simile proposta, gli rispose: "Fa il tuo mestiere: io voglio assidermi questa sera alla mensa degli angeli". La B. Giovanna Maria de Romillon, Orsolina del convento di Pont-Saint-Esprit, non aveva saputo dissimulare la tristezza il giorno in cui sua sorella, la B. Silvia Agnese, Orsolina del convento di Bollène, fu condotta alla ghigliottina senza di lei. Aveva difatti esclamato: "Ma come, sorella mia, tu vai al martirio senza di me! Che farò io dunque lontana da te?".
Il suo sacrificio non fu differito che di due giorni. Appena udì la sentenza di condanna a morte esclamò: "O quale felicità! Ben presto sarò in cielo! Io non posso contenere la gioia che m'invade l'anima". Mentre saliva i gradini del patibolo, avendo inteso che la folla, come al solito, gridava: "Viva la Nazione! Viva la Repubblica!" si voltò e disse: "Sì, viva la Nazione, Viva la Repubblica che mi procura in questo bel giorno la grazia del martirio".
La B. Teresa Enrichetta Faurie, Sacramentina di Bollène, quando seppe che suo padre era stato arrestato perché posto sulla lista dei sospetti, era corsa a Sérignan a consolare la mamma, ma fu arrestata da un agente della municipalità e trascinata ad Grange con altre religiose che erano ritornate in famiglia dopo la chiusura dei loro conventi. Alle sorelle che piangevano, la martire disse: "Non piangete più. Se bisogna saper vivere per Iddio, bisogna anche saper morire per Lui. Addio, pregate per me e consolate nostra madre".
Il 13-7-1794 la beata fu chiamata, alle nove del mattino, davanti al tribunale con altre cinque religiose. Avendo compreso che era giunto il momento del supremo sacrificio esclamò: "Coraggio, sorelle mie, ecco il momento del trionfò!". Il presidente del tribunale le disse: "Andiamo, Enrichetta, presta il giuramento. Sei ancora tanto giovane! Perché voler morire così presto? Presta il giuramento e ritornerai presso tua madre". La martire gli rispose: "Ho fatto giuramento a Dio e non ne presterò altri". Si volse quindi alle sue compagne e disse: "Coraggio, le porte del cielo stanno per aprirsi davanti a noi". Si cavò di tasca una pera, che aveva messo in serbo la sera prima, e la fece in sei parti, una per ciascuna della condannate a morte. Verso sera si avviò al patibolo cantando con le compagne le litanie della Madonna. I detenuti, nelle carceri delle "Dames", si affacciarono alle sbarre delle finestre per vedere sfilare quel corteo che pareva andare a nozze. Ad un tratto, tra di loro, risuonò un grido e un carcerato fu visto cadere a terra svenuto. Era Cesare Faurie che nel drappello aveva scorto sua figlia e ne aveva provato uno schianto al cuore.
Davanti alla ghigliottina una religiosa esclamò con rammarico: "Mio Dio, non abbiamo finito vespro". Le rispose Enrichetta giuliva: "Lo finiremo in paradiso". Nel salire i gradini del patibolo costei scorse tra la folla sua sorella, Maddalena, accorsa in lacrime da Sérignan. La martire le sorrise per l'ultima volta e sollevando gli occhi al cielo sospirò: "Addio, Maddalena, abbraccia nostra madre. Arrivederci lassù dove vado ad aspettarti".
La B. Maria Anna Depeyre, conversa Orsolina del convento di Carpentras, è una delle figure più attraenti delle martiri di Orange. In famiglia si era distinta per una grande devozione a Maria SS. e lo spirito di penitenza. Quando fu costretta a ritornarvi per la soppressione del convento (1792), si fece serva dei malati e dei poveri. Fedele alle pratiche di regola, per recitare l'ufficio e il rosario sceglieva di preferenza le cappelle abbandonate essendo la chiesa parrocchiale affidata a un sacerdote ligio alla Repubblica. Un giorno, mentre con una fedele amica si recava in una cappella dedicata alla Madonna, fu rapita in estasi. Al vederla sollevata un metro da terra con le mani giunte e lo sguardo rivolto al cielo, l'amica emozionata le disse: "Ma, sorella mia, che fate?". Suor Maria Anna, rientrata subito in sé, le rispose: "Non sentite voi le armonie celesti?".
Denunciata come fanatica da esaltati patrioti di Tulette, suo paese natale, la beata fu arrestata dal Comitato di Sorveglianza e rinchiusa con sua nipote in una casa messa sotto sequestro.
Nella notte, mentre pregava, in mezzo ad una grande luce le apparve il Signore il quale l'assicurò che, secondo il suo desiderio, l'avrebbe associata ai propri dolori per espiare i delitti degli uomini. Trasferita alla prigione di Grange, per tre mesi si preparò alla morte con una vita esemplare assistendo le compagne nelle loro necessità con una dedizione infaticabile. La vigilia del martirio, al vedere le vittime della giornata incamminarsi al patibolo, esclamò: "O sorelle mie, che bei giorno è quello che si prepara! Domani le porte del cielo s'apriranno davanti a noi e vedremo il nostro Sposo che non abbiamo mai veduto, e andremo a godere della felicità dei Santi".
Nella prigione del circo in cui fu rinchiusa dopo la condanna a morte, ebbe la sorpresa di trovarvi anche una fedele amica, da poco arrestata. L'abbracciò, le disse che era felice di rivederla nel momento in cui stava per andarsene al cielo, si staccò il cilicio e la catenella di ferro che portava indosso e glieli diede mormorando: "I miei più preziosi gioielli sono sfuggiti alla rapacità dei giudici. Prendili, tu ne sarai l'erede".
Non tutte le religiose imprigionate a Grange furono condannate a morte. La caduta di Massimiliano Robespierre, artefice del Terrore, ghigliottinato il 28-7-1794, pose fine all'attività della Commissione Popolare di Grange. Un anno dopo i membri di quel tribunale furono condannati a morte. Due di essi, e il pubblico accusatore, vollero ricevere i conforti religiosi da un prete rimasto fedele alla Chiesa, e avviarsi al supplizio recitando il Misere con altre preghiere.
I corpi dei ghigliottinati nel mese di luglio 1794 furono seppelliti alla rinfusa in un campo alla confluenza della
Leygues e del Rodano. Nel 1832 sulle fosse che racchiudevano i loro resti fu eretta una piccola cappella. Le trentadue religiose furono uccise tutte in odio alla fede tra il 6 e il 26 luglio del 1794 sulla piazza di Grange.
(Autore: Guido Pettinati – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Ifigenia di S. Matteo de Gaillard de la Valdène, pregate per noi.


*San Mael Ruain - Vescovo e Abate (7 luglio)

Martirologio Romano: A Tallaght in Irlanda, San Máel Rúain, vescovo e abate, che riformò con impegno la celebrazione della sacra liturgia, il culto dei Santi e la disciplina monastica.
Non esiste una Vita di Mael (Maol) Ruain e, del resto, sappiamo ben poco circa la sua carriera; si tratta, tuttavia, di una delle più influenti figure del primo Medio Evo in Irlanda.
Secondo le genealogie egli discendeva da Mochta, nonno di san Colman Elo (morto nel 611). Il suo nome (Mael-ruain, cioè «il tonsurato» o «discepolo di Rùadan») suggerisce la possibilità che, originariamente, egli fosse appartenuto al monastero di san Ruadàn, a Lothra nel Nord-Tippe-rary. Per qualche tempo studiò con Fér-dà-Crich, suo zio materno, a Dairinis (sul fiume Blackwater, presso Youghal, nella contea di Cork), quindi, qualche anno dopo la morte di Fér-dà-Crich, passò nel Leinster dove, in un luogo donatogli da Cellach Mac Dunchada, re del Leinster (morto nel 776 e sepolto a Tallaght) fondò il monastero di Tamlachta (Tallaght) probabilmente il 10 agosto 774.
Secondo una leggenda riportata in una delle prefazioni in prosa al Félire di Oengus, l’arcangelo Michele affidò Tallaght a Mael seguendo l’antica usanza del sarsine, cioè consegnandogli una zolla erbosa come simbolo di proprietà, donde forse derivò la favolosa notizia che Tallaght conservasse reliquie di san Michele. Non vi sono comunque dubbi sul fatto che la devozione verso l’Arcangelo fosse grande in quei luoghi dove il giorno iniziava con un inno a Nostra Signora e finiva con uno, appunto, a san Michele. Esiste tutt’ora un inno a san Michele dell'IVI o IX secolo che potrebbe essere stato in uso a Tallaght, ma la sua attribuzione a Mael, avanzata dal Blume che lo ha pubblicato, è del tutto ipotetica.
Sembra che Mael sia stato il principale apostolo del movimento di riforma in Irlanda nell’VIII secolo; si facevano evidenti in quel tempo, infatti, gli inizi di quella secolarizzazione che doveva sopraffare le chiese monastiche nel X e nell’XI secolo. La reazione contro tale decadenza assunse forme diverse. Vi fu ad esempio lo sviluppo dello stabilimento per reclusi e monaci devoti presso una chiesa monastica; oppure un mutamento negli ideali religiosi con una tendenza verso il puritanesimo; o ancora il sorgere di numerosi riformatori quali Fér-dà-Crich di Dairinis, già citato (morto nel 747), i vescovi Caencomrac (morti nel 791) e Dublitir (morto nel 796) di Finnglas, Fothad di Rathan (morto nel 819) presso Tullamore, contea di Offaly. Alcune chiese divennero roccheforti del nuovo movimento e soprattutto Finnglas, Lochcré (Tipperary), Tir-dà-glas (Terryglas, contea di Wicklow) e, probabilmente, Disert Diarmuta (Castledermot) a Kildare.
L’aspetto più importante dell’intero movimento fu il sorgere dei Céli Dé (anglicizzato in Culdees). Chi e che cosa fossero non è chiaro: uno dei primi riferimenti a loro sembra essere quello della Vita di san Fintano di Rheinau (morto nel 827). Generalmente il nome è preso a significare servus Dei, ma vuol dire più probabilmente «partner o socius di Dio».
Gli inizi del concetto di Céli Dé devono ricercarsi nell’estremo Sud dell’Irlanda, a Dairinis dove Fér-da-Crich era abate. Esso si diffuse poi a Clonenagh (contea di Laoighis), sul Nore (dove Oengus, l’autore del grande Félire Oengussa, visse per qualche tempo), quindi a Castledermot, a Kildare e a Terryglas, venendo a trovare la sua maggiore espressione nei due grandi monasteri noti come i «due occhi d’Irlanda»: quello di Tamlachta Maelruain (Tallaght) a circa nove Kilometri a Sud dell’attuale città di Dublino e quello di Finnglas, a quattro Kilometri a Nord. Dei due centri del movimento dei Céli Dé di gran lunga il più importante fu Tallaght. Molti dei discepoli di Mael raggiunsero qui grande fama per la loro religione, ad esempio il vescovo Echaid (morto nel 818), secondo successore del fondatore; Oengus mac Oengobann, il celebre Oengus il Culdeo autore del Félire; Màel-Dithruib, anacoreta di Terryglas (morto nel 840); Colmàn Fota («l’Alto») che morì nell’870 ed è noto come il dalla o figlio adottivo di Mael. Tutti costoro avevano studiato con Mael a Tallaght, quindi introdussero il suo insegnamento nei propri monasteri e furono i più eminenti tra i dodici grandi discepoli di Mael (tre a Terryglas, cinque a Tipperary, due a Cork ed uno rispettivamente a Westmeath e Gare).
Ad essi un breve testo del XII secolo, proveniente da Terryglas, nel Libro del Leinster dà il nome di «gente dell’unità di Tallaght».
Tallaght fu inoltre il centro letterario del movimento. Intorno al nome di Mael ed al suo monastero nacque un considerevole corpo di letteratura religiosa ed in particolare:
1)  un Penitenziale dell’800 circa ed un libro di Commutationes (arrai). Il Penitenziale, attribuito allo stesso Mael, è l’unico noto conservato in lingua gaelica. Si tratta di un documento composito, derivato da un archetipo e da penitenziali precedenti quali quello attribuito a Teodoro di Canterbury (morto nel 690) e quello di Cummean, probabilmente Cuimine Fota, abate di Clonfert (morto nel 662).
In questo testo vi sono numerose caratteristiche di particolare interesse; ad esempio l’influenza della legge civile riconoscibile nell’idea di sostituire ammende e compensi per pene ecclesiastiche. La tradizione che fa di Mael l’autore del Penitenziale non è più antica del XVII secolo, ma dal punto di vista linguistico non vi sono ragioni per considerare inesatta l’attribuzione.
2) Un Messale. Si tratta del famoso Stowe Missal ora nella Royal Irish Academy di Dublino. Scritto tra il 792 e l’815 circa, in esso, l’ultimo nome di una lista di santi allegata al Memento dei morti è quello di Mael. È probabilmente un tentativo di fornire Tallaght e i Céli Dé di un rituale autorevole. Un’edizione in fac-simile in due volumi è stata preparata per la Henry Bradshaw Society, Londra 1906-1915, da G.F. Warner.
3) Due famosi Martirologi: Il Félire di Oengus compilato soprattutto a Tallaght nell’805 circa; e il libro che Mael-Muire Ua Gormain (circa nel 1160) descrive come Martirolog Thamlachta Mhael-Ruain, cioè il Martirologio di Tallaght. Quest’ultimo, la più antica compilazione irlandese di questo genere, fu redatto a Tallaght nell’800 circa e si è conservato in due mss., uno del XII secolo (Libro del Leinster) ed uno del XVII. È un’unica variante del Martirologio Geronimiano di questo genere, in quanto riduce l’elemento narrativo ad una lista di nomi aggiungendo, in un paragrafo separato, i nomi irlandesi commemorati ogni giorno. Non vi sono dubbi sul fatto che questo Martirologio abbia avuto la sua origine a Tallaght in quanto, oltre alla succitata nota del 10 agosto, ve ne è un’altra al 6 settembre, secondo cui in quel giorno vi era l’«Adventus reliquiarum Scethi filiae Méchi ad Tamlachtain». Nelle additiones, oltre a Mael, sono commemorati altri quattro abati di Tallaght.
4) Una regola monastica, la Rule of thè Qéli Di. Dal suo titolo, la regola sembra essere una parafrasi in prosa di una composizione in versi di Mael. Si tratta di una lunga miscellanea di regolamenti per una comunità religiosa riguardante le ore canoniche, il cibo, la confessione, la penitenza, l’educazione, il modo di riscuotere le decime, le relazioni tra gli stabilimenti culdei e la popolazione da essi servita. Il Riagail è stato edito con traduzione in inglese da E.J. Gwynn, The Rute of Tallaght, in Hermathena, numero XLIV.
5) Il cosiddetto Teagasc Maoil Ruain. Fu scritto tra l’831 e l’840 e riporta l’insegnamento (Teagasc) ed i precetti di Mael. L’autore, un monaco di Tallaght, il quale sembra scrivere da Terryglas sul Lough Derg (contea di Tipperary), conosceva evidentemente Mael, ma le sue informazioni generali provengono da Maeldithruib, abate di Terryglas (morto nel 840). Secondo le sue caratteristiche, si tratta di un libro di loci communes di usanze monastiche nel IX secolo osservate a Terryglas e soprattutto a Tallaght.
Tra tutte queste opere, quella in cui è possibile trovare qualche accenno al carattere di Mael è il Teagasc. Naturalmente Mael, ed in linea subordinata Maeldithruib di Terryglas, sono gli eroi della collezione. Era evidentemente nelle intenzioni dell’autore rappresentare l’ambiente monastico a Tallaght come luogo di disciplina ascetica superiore a quella del monastero di Duiblitir a Finnglas a circa quindici Kilometri a Nord sulla riva opposta del fiume Liffey.
Dal Teagasc Mael emerge come una viva figura di inesorabile fautore della disciplina. Contrariamente ai monaci di Finnglas i monaci di Tallaght non dovevano bere birra; infatti in una certa occasione Mael rimproverò Duiblitir per questa debolezza dei suoi monaci dicendo che: «I tuoi monaci avranno qualcosa che il fuoco del Giudizio dovrà purificare». Essi non dovevano inoltre mangiare carne, sebbene Mael lo permettesse anche in Quaresima quando vi era una carestia. Tranne che a Pasqua e nei giorni tra Natale e l’Epifania essi si disciplinavano l’un l’altro. Per sedare le passioni usavano rimanere immersi nell’acqua fredda per lunghi periodi e pregavano con le braccia distese a forma di croce. Si confessavano regolarmente, ascoltavano la Messa la domenica, il giovedì e nelle grandi feste (in queste occasioni spesso a mezzanotte); si accostavano alla Comunione una volta alla settimana. L’Ufficio era recitato alternativamente in piedi e seduti «per non addormentarsi o stancarsi troppo». Durante i pasti si leggevano i Vangeli ed il giorno successivo i monaci venivano interrogati per vedere con quanta attenzione avessero seguito la lettura.
Sebbene i monaci di Tallaght adempissero a duri lavori manuali, Mael diceva che «il lavoro della pietà è il più eccellente tra tutti i lavori. Il regno del cielo è garantito a colui che dirige lo studio e a colui che studia». Si recitavano molte preghiere per i morti (ad esempio il Beati Immaculati si cantava stando in piedi nel refettorio) e vi era un sistema di veglia permanente in forza del qua|e due monaci dovevano recitare il Salterio in chiesa fino all’inizio del Mattutino. E se Mael faceva poco uso di bevande nel monastero, assai meno ne faceva di qualsiasi genere di ricreazione. Tallaght era un luogo di austerità: un giorno un certo Cornàn, un anacoreta del disert Laigen, che suonava la cornamusa piuttosto bene, si offrì di suonare per Maen, ma questi lo rimproverò dicendo: «Queste mie orecchie non si diletteranno di musica terrena finché saranno dilettate dalla musica celeste».
Malgrado la sua intransigenza Mael ebbe molti seguaci. Tra questi, l’unico di cui ci sia giunto il tributo d’affetto reso al maestro è Oengus il Culdeo. Egli era venuto a Tallaght in cerca di un anatricara, un amico dell’anima, e completò il suo Féhre o Martirologio dieci anni dopo la morte di Mael. Per Oengus egli era il «sole dell’isola d’Irlanda», l’unico «al cui sepolcro tutte le ansie si placano» (evidentemente il sepolcro di Mael a Tallaght era luogo di pellegrinaggio sin dall’805). L’affetto e la stima per Mael erompono più di una volta, ma soprattutto, forse, nel Félire quando, nell’epilogo, egli dice ai suoi lettori e a tutti i «santi» da lui commemorati: «Possa la benedizione di questo Re con le sue belle schiere essere sulle vostre comunità e, sopra tutti gli altri, su Mael-Ruain». Ed ancora, poco prima della fine, egli ricorda il suo antico aite o aio, Mael, con le parole: «Possa il mio tutore portarmi fino a Cristo».
Tallaght sarebbe divenuto nella storia della Chiesa famoso come Armagli e Clonmacnoise, se, tre anni dopo la morte di Mael, nel 792, i Vichinghi non fossero comparsi sulle coste d’Irlanda; intorno all’840 avevano stabilito una colonia permanente a Dublinn (Dublino) a soli nove Kilometri da Tallaght. In questo periodo e negli anni successivi Tallaght e gli altri stabilimenti dei Céli Dé furono spesso vittime di incursioni e saccheggi (condotti sia dai Norvegesi sia da elementi locali) e declinarono rapidamente.
Oggi rimane ben poco di Mael e del suo monastero a Tallaght. Una parte del luogo è occupata da una chiesa protestante che porta il nome di Mael e sull’altra, al di là della strada, sorge lo studio generale dei Domenicani irlandesi; sullo sfondo si eleva un'antichissima quercia di rara grandezza che la leggenda dice piantata da Mael.
Mael è commemorato nei Martirologi di Tallaght (additiones), Oengus e Gorman al 7 luglio, data che è anche quella della sua festa. Sino all'arrivo dei Domenicani a Tallaght nel 1856, questo giorno era celebrato con un tumultuoso carnevale; oggi passa inosservato. Tutto ciò che sopravvive di Mael, in effetti, è la non disprezzabile produzione letteraria del suo monastero e della sua oentu, o "unità" (societas). A Crossbeg, presso Enniscorthy, contea di Wexford, è conservata una statua lignea di Mael databile al tardo XIV secolo o agli inizi del XV.
(Autore: Leonard Boyle - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Mael Ruain, pregate per noi.


*San Marco Ji Tianxiang - Martire (7 luglio)

Scheda del Gruppo cui appartiene:
"Santi Martiri Cinesi" (Agostino Zhao Rong e 119 Compagni)

Martirologio Romano:
Presso la città di Jixian nella provincia dello Hebei sempre in Cina, San Marco Ji Tianxiang, martire, che, escluso per trent’anni dal banchetto eucaristico perché non aveva voluto astenersi dall’uso di oppio, non cessò tuttavia di pregare di poter concludere piamente la propria vita e, chiamato in giudizio, dopo aver professato con animo fermo la fede in Cristo, raggiunse il banchetto eterno.
Marco Ji Tianxiang nacque nel villaggio di Yazhuangtou, nella provincia cinese dello Hebei, in una famiglia cristiana. Persona colta, di classe benestante, sposato e padre di famiglia, adoperava le
cure tradizionali come l’agopuntura, in qualità di medico. Tuttavia, quando si trattava di offrire le proprie prestazioni a qualche ammalato povero, lo faceva a titolo gratuito.
Per questo motivo si era reso amato da tutti, tanto da venir incaricato dell’amministrazione dei beni della sua piccola comunità cristiana.
Verso i quarant’anni, prese a soffrire per una malattia allo stomaco. L’unico modo che aveva per alleviare il dolore era assumere oppio: col passare del tempo, ne divenne dipendente. Provò ripetutamente a disintossicarsi, per venti anni, ma senza esito. Il suo sacerdote inizialmente gli garantiva l’assoluzione, ma, al vederlo ricadere nel vizio, decise di estrometterlo dall’accostarsi all’Eucaristia. Marco si sentì messo in disparte, ma continuò a partecipare alla Messa. Ormai era convinto che solo il martirio avrebbe potuto aprirgli la via per il Paradiso, poiché non riusciva a liberarsi da quella droga.
Dieci anni dopo, la rivolta dei Boxer arrivò anche nel suo villaggio. Marco e i suoi familiari, tredici persone in tutto, si rifugiarono nel cimitero del luogo, ma vennero traditi e fatti prigionieri. Una gran folla di amici e di persone beneficate da lui lo supplicavano di chiedere la grazia per sé e per i suoi, ma sarebbe stato possibile solo se avesse apostatato. Lui non solo si rifiutò, ma non consegnò nemmeno le medaglie e gli scapolari che aveva con sé. Dopo un’ultima professione di fede, intonò le litanie della Madonna.
Mentre veniva trasportato al luogo del suo martirio, suo nipote Francesco, di otto anni, gli chiese: «Dove andiamo, nonno?». «Torniamo a casa, bambino mio», rispose. Arrivato nel luogo stabilito, Marco disse ai suoi parenti: «Figli miei, non temete. Il paradiso aperto è vicino», poi chiese di poter essere decapitato per ultimo, così da essere certo che nessuno si ritirasse di fronte alla prova suprema. Così, a sessantuno anni, il 7 luglio 1900, riscattò col sacrificio un’esistenza che aveva rischiato di essere abbrutita dal vizio.
La causa di canonizzazione per Marco Ji Tianxiang venne inserita in quella del gruppo capeggiato dal gesuita padre Leone Ignazio Mangin e composto in tutto da cinquantasei martiri. Il riconoscimento del loro martirio venne sancito il 22 febbraio 1955. Il 17 aprile dello stesso anno, domenica “in albis”, si svolse invece la beatificazione. La canonizzazione del gruppo, inserito nel più ampio elenco dei 120 martiri cinesi, avvenne invece il 1° ottobre 2000.
(Autore: Emilia Flocchini - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Marco Ji Tianxiang, pregate per noi.


*Santa Maria Guo Lizhi - Martire (7 luglio)

Martirologio Romano: Nel villaggio di Hujiacun presso Shenxian sempre nello Hebei, Santa Maria Guo Lizhi, martire, che nella medesima persecuzione, come una seconda madre dei Maccabei, esortò alla fermezza d’animo sette suoi parenti che accompagnava al luogo del supplizio e, chiedendo di essere poi lei stessa uccisa, seguì coloro che lei aveva mandato avanti in cielo.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Maria Guo Lizhi, pregate per noi.


*Beata Maria Romero Meneses (7 luglio)

Granada di Nicaragua, 13 gennaio 1902 - 7 luglio 1977
Suora dell'Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice. Un'anima vulcanica, suor Maria Romero. Non era forse nata in Nicaragua, la terra dei quaranta vulcani?
Non è un gioco di parole.
È la realtà di una donna nata in una famiglia benestante e affermata (suo padre fu anche ministro delle finanze) che si è donata interamente ai più poveri fra i poveri.
Con fiducia totale nella Provvidenza.
Cresciuta in una famiglia cristiana, fin dall'infanzia si sentì apostola fra i coetanei.
Ma sarà nel Costarica che Maria scoprirà - in modo decisivo, sconvolgente - la vera condizione dei poveri.
Decidendo di dedicarsi a loro.
Senza riserve. E dalla sua iniziativa nasceranno le misioneritas: altro che filantropia e pacchi dono, ma servizio ai poveri nei loro quartieri, nelle loro misere case.
E sorgeranno gli oratori, a decine; e la Casita de la Virgen, sempre aperta alle necessità materiali e spirituali dei derelitti, e l'Opera sociale Maria Ausiliatrice, e la «cittadella», e la Asociación Ayuda Necesitados... Maria morì il 7 luglio 1977.
Non solo opere: le cronache della sua vita narrano anche di preghiera, obbedienza, prodigi (come l'acqua della Madonna, un'anfora piena d'acqua con dentro un bel po' di medagliette di Maria; i
suoi poveri mica potevano volare a Lourdes!).
E un amore forte per Gesù Eucaristia.
Martirologio Romano: A León in Nicaragua, Beata Maria Romero Meneses, vergine dell’Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice, che nei territori della Costarica si adoperò con bontà per l’istruzione delle giovani donne, specialmente povere ed abbandonate, e diffuse con zelo
Maria Romero Meneses nasce a Granada di Nicaragua il 13 gennaio 1902 da famiglia borghese molto agiata ma altrettanto sensibile alle necessità degli indigenti, ai quali presta regolarmente soccorso con generosità.
Iniziata in famiglia agli studi artistici, rivela un vero talento per la musica e la pittura.
A dodici anni nel collegio delle Figlie di Maria Ausiliatrice, giunte da poco nel suo Paese, impara a conoscere Don Bosco: la figura del grande apostolo della gioventù le appare subito congeniale, quasi come l'incarnazione degli ideali che vibrano nel suo spirito, dapprima in modo generico e vago, poi sempre più chiaro ed entusiasmante.
La sua scelta è fatta: nel 1923 è Figlia di Maria Ausiliatrice e nel nome di questa sua Madre e «sua Regina» – come ama invocarla – svolge una instancabile attività apostolica dando vita a grandiose opere sociali, specialmente in Costa Rica dove è inviata nel 1931.
Con viva sensibilità evangelica ed ecclesiale conquista alla sua ansia apostolica le giovani allieve, che diventano «missionarie» (misioneritas, le chiama suor Maria) nei villaggi dei dintorni della Capitale, fra bimbi semiabbandonati e famiglie diseredate.
Poi anche adulti, persone facoltose dell'imprenditoria e professionisti rinomati, sono conquistati dalla sua devozione mariana che ottiene grazie strepitose; e si sentono quindi impegnati a collaborare fattivamente alle iniziative assistenziali che suor Maria, sotto l'azione dello Spirito, va progettando continuamente con l'audacia della più autentica fede nella Provvidenza.
Per i suoi poveri suor Maria sogna sempre nuove soluzioni, sotto l'incalzare delle urgenze: ottiene dapprima visite mediche gratuite, grazie all'opera volontaria di medici specialisti, e con la collaborazione di industriali del luogo avvia corsi di preparazione professionale per ragazze e donne che avrebbero nella povertà una pessima consigliera.
Di questo passo arriva in breve a dare vita ad un poliambulatorio, con varie specialità, per assicurare assistenza medico-farmaceutica alle molte persone e famiglie prive di ogni garanzia sociale.
Accanto ad esso predispone attrezzature adeguate per l'accoglienza dei pazienti – talora intere famiglie – oltre a sale per la catechesi e l'alfabetizzazione durante l'anticamera; poi la cappella e un ridente giardino, e perfino la veranda con i canarini.
Per le famiglie senza tetto, spesso ridotte a una vita precaria sotto i ponti della periferia, fa costruire – sempre con il sostegno di una sorprendente Provvidenza – casette «vere», in cui nitore e proprietà, insieme con i colori di un piccolissimo giardino, hanno la funzione pedagogica di ricuperare anime amareggiate, restituire dignità a vite abbrutite dall'abbandono, aprendo il cuore ad orizzonti di verità, di speranza e di nuova capacità di inserimento sociale.
Sorgono così le ciudadelas de María Auxiliadora: un'opera che continua tuttora per l'interessamento dei suoi collaboratori attraverso l'Associazione laica di Asayne (Asociación Ayuda a los Necesitados).
In mezzo al susseguirsi di opere da organizzare, e di una peculiare sua attività di consigliera spirituale (ogni giorno ore e ore di impegnativi colloqui privati, le cosiddette consultas) trova spazi e momenti di ardenti elevazioni dello spirito e di una intensa vita mistica, che risulta essere la sorgente della forza interiore da cui il suo apostolato promana e riceve straordinaria efficacia.
Il suo ideale: amare profondamente Gesù, «suo Re» e diffonderne la devozione accanto a quella della sua divina Madre.
Sua intima gioia è la possibilità di accostare alla verità evangelica i bambini, i poveri, i sofferenti e gli emarginati.
La più ambita ricompensa ai suoi sacrifici è il vedere rifiorire in una vita «perduta» la pace e la fede.
Fattasi, come l'Apostolo, «tutta a tutti» e dimentica di sé per conquistare sempre nuovi amici al suo Gesù, si spende fino all'ultimo dei suoi giorni: il primo in cui si è decisa a prendersi un po' di riposo.
La attendeva il riposo eterno, con il «suo Re» e la «sua Regina».
Era il 7 luglio 1977.
La fama della sua santità si esprime nel generale rimpianto dei suoi assistiti e dei suoi collaboratori; e per opera di questi, nel continuo fiorire delle opere da lei fondate.
(Fonte: Santa Sede)
Giaculatoria - Beata Maria Romero Meneses, pregate per noi.


*Beato Oddino Barotti (7 luglio)

Fossano, Cuneo, 1344 - Fossano, Cuneo, 7 luglio 1400
Nasce a Fossano nel 1344 e prima ancora di essere prete, Oddino diventa canonico della «collegiata» di San Giovanni, che diventerà cattedrale nel 1582, quando sarà costituita la diocesi fossanese. A 24 anni, nel 1368, Oddino diventa parroco.
Nel 1376 è pellegrino in Terrasanta, dove viene sequestrato da predoni e per qualche tempo è loro prigioniero. Rientrato a Fossano si fa conoscere perché, come figlio spirituale di San Francesco d'Assisi (appartiene al Terz'Ordine), vive rigorosamente da povero, dirottando entrate e doni verso le famiglie più infelici.
Su questa generosità cominciano presto a circolare racconti affettuosi, arricchiti da particolari che fanno pensare ai Fioretti di San Francesco.
Al tempo della peste endemica in molte parti del Piemonte, Fossano rinnova e ingrandisce il suo ospedale, per l'impegno soprattutto di Oddino, è il 1382. Nel 1400, però, morirà anche lui colpito dal morbo spendendosi da infermiere per i malati. Nel 1808 è proclamato beato. (Avvenire)
Martirologio Romano: A Fossano in Piemonte, Beato Oddino Barotti, sacerdote, che, parroco povero e di vita austera, mentre imperversava la peste, spese notte e giorno tutte le sue forze a favore degli ammalati e dei moribondi.
Più di 650 anni ci separano da lui, ma forse avrebbe ancora da dire qualcosa ai suoi concittadini, sacerdoti e laici, per l’eroismo di una fede integralmente vissuta e concretizzata in opere di carità. Affonda le sue radici nella parte più antica di Fossano (provincia di Cuneo), dove, in via Garibaldi, ancora si indica la casa in cui avrebbe visto la luce, nel 1344.
Nobili (o almeno aristocratici) i suoi natali, che non gli impediscono, una volta sacerdote, di compiere scelte radicali e controcorrente. Canonico della Collegiata di San Giovenale prima ancora di essere
ordinato prete, parroco della chiesa di San Giovanni, allora la più importante della città, pochi anni dopo l’ordinazione, ad un certo punto molla tutto e va pellegrino in Terra Santa.
Che a quell’epoca non vuol dire compiere un semplice e comodo seppur devoto pellegrinaggio, tante sono le incognite e i pericoli di un viaggio lungo e defatigante, dal quale non sempre si ritorna. Ad attirarlo là è la sua profonda devozione alla Passione di Gesù, una devozione che vuole ritornare alla fonte, dove la Passione di Gesù si è consumata e dove egli vuole rinvigorire la sua fede. Non ha fatto però i conti con i Turchi, che lo fanno prigioniero e gli riservano pochi riguardi e tante sofferenze.
Liberato, torna a Fossano, dove si vedono subito i frutti di questo sofferto pellegrinaggio: moltiplica le preghiere, le penitenze e le opere di carità, trascorre lunghe ore in meditazione davanti al crocifisso, vive poveramente, privandosi anche del necessario per vivere. Si lascia anche affascinare dall’ideale francescano, di cui oltre all’abito da terziario adotta anche la spiritualità. La gente è ammirata, ma anche preoccupata, del suo stile di vita, perché mangia lo stretto necessario per sopravvivere: un po’ di pane e qualche verdura.
Eppure non c’è verso di fargli ingoiare qualcosa di più, perché tutto quanto gli regalano, perfino le pietanze già cotte, finisce invariabilmente nelle case della povera gente. Come quel cappone regalatogli per il pranzo di Natale, che egli si vergogna di mangiare mentre famiglie intere non hanno di che mangiare: lo fa così recapitare nella casa di una povera donna, che ha partorito da pochi giorni, dal suo inserviente che viene guidato all’indirizzo giusto da un cagnolino. E poiché i malati sono anch’essi poveri, non solo di salute ma a quell’epoca soprattutto di cure e di assistenza, ecco tuffarsi in questa nuova opera di misericordia: getta le basi dell’attuale ospedale, visita i malati poveri nei loro tuguri, costruisce un ospedaletto per i lebbrosi e un altro per i malati colpiti dal fuoco sacro.
Tanto caritatevole perché altrettanto devoto e pio, costruisce quattro cappelle ai quattro punti cardinali (dedicate a San Lazzaro, San Bernardo, Santo Stefano e San Pietro) quasi a realizzare un’immaginaria croce a protezione della città. Finiscono per affidargli la Collegiata di San Giovenale (la futura cattedrale), ma la trova talmente in cattive condizioni da sentirsi in dovere di riedificarla.
Durante questi lavori i suoi contemporanei sono spettatori di cose prodigiose: il muratore che cade dall’impalcatura della torre campanaria ed è dato per morto, si alza senza un graffio e torna subito al lavoro non appena egli lo prende per mano; il carro stracarico, sprofondato nella melma, riparte dopo una sua semplice benedizione. Un uomo così nessuno lo ferma, neppure una pestilenza.
E si butta talmente in prima linea nell’assistere gli appestati da esserne lui stesso contagiato. Ed è proprio la peste ad ucciderlo, il 7 luglio 1400, quando ha appena 56 anni, tutti spesi per Dio e per i più bisognosi. Bisognerà attendere più di 400 anni, ma alla fine, nel 1808, Pio VII concederà l’aureola di Beato ad Oddino Barotti, il primo fossanese ad avere l’onore degli altari.
Preghiera
O Dio, che hai ispirato al Beato Oddino Barotti un grande amore per la passione del tuo Figlio ed un generoso zelo per le anime, fa’ che sorretti dal suo esempio e dalla sua intercessione, possiamo arrivare, attraverso il mistero della Croce, alla gloria della beata risurrezione. Per Cristo nostro Signore.
O Beato Oddino, grande nel regno dei cieli perché fosti umile ed amante della Croce su questa terra, volgi il tuo sguardo a noi che ti invochiamo fiduciosi del tuo patrocinio.
Tu dal cielo ci ami come amasti i fedeli che Dio ti aveva affidato in questa nostra città.
Tu conosci le nostre miserie e le nostre necessità. Intercedi per noi affinché il Signore ci conceda aumento di fede, di preghiera e di carità operosa; distrugga nei nostri cuori il verme dell’egoismo e dell’ipocrisia; ci doni la forza di superare le umane passioni e di vivere totalmente per Gesù Cristo, come Egli con infinito amore donò se stesso sacrificandosi sulla croce per la nostra salvezza.
(Autore: Gianpiero Pettiti – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Oddino Barotti, pregate per noi.


*Sant'Oddone di Urgel - Vescovo (7 luglio)

Martirologio Romano: A Urgell nella Catalogna in Spagna, Sant’Odone, vescovo, che, ancora laico, eletto per acclamazione del popolo e in seguito confermato, difese i più umili e si mostrò benevolo con tutti.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Oddone di Urgel, pregate per noi.


*San Panteno (7 luglio)

Martirologio Romano: Commemorazione di San Panteno di Alessandria, che fu uomo pervaso di zelo apostolico e ricco di ogni sapienza.
Si tramanda che tali siano stati il suo interesse e l’amore per la parola di Dio, da partire, pieno di fede e di pietà, per portare l’annuncio del Vangelo di Cristo ai popoli sconosciuti delle lontane regioni d’Oriente; tornato infine ad Alessandria, riposò in pace al tempo dell’imperatore Antonino Caracalla.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Panteno, pregate per noi.


*Beato Pietro To Rot - Martire della Papuasia (7 luglio)
Nuova Bretagna, 1912 - Vunaiara, luglio 1945
Emblema:
Palma
Martirologio Romano: Nel villaggio di Rakunai nell’isola di Nuova Britannia in Melanesia, Beato Pietro To Rot, martire, che, padre di famiglia e catechista, fu arrestato durante la seconda guerra mondiale, perché aveva perseverato nel suo ministero, e subì così il martirio con una iniezione di veleno letale.
Erano in molti a scommettere che sarebbe diventato un prete con i fiocchi; invece, non solo mette su famiglia, ma per difendere il matrimonio finirà per rimetterci la vita. Per rintracciare quest’altro patrono della Gmg dobbiamo spostarci questa settimana in Papua Nuova Guinea, e precisamente a Rakunai (nei pressi di Rabual), dove nel 1912 nasce il Beato Pietro To Rot. Suo padre Angelo è un capotribù influente e carismatico, tra i primi convertiti al cattolicesimo, che ha avuto un ruolo fondamentale nella diffusione del Vangelo nella sua terra.
Mamma Maria è invece una cristiana fervente, che sa educare la famiglia come i primi missionari europei hanno insegnato. Pietro eredita dal padre le doti del leader, da mamma una particolare sensibilità per la religione: è forse per questa felice fusione di doti naturali, insieme ad una devozione tutta speciale ed alla predisposizione per gli studi, che il missionario crede di individuare in lui i germi della vocazione al sacerdozio e già pensa di mandarlo a studiare in Europa.
É papà Angelo (provvidenzialmente, diremmo oggi con il senno del poi) a decidere per Pietro ed a programmargli un futuro di capo laico e di catechista. Si prepara così a questo ministero laicale, confermando quanto gli altri avevano intuito di lui: sorprendentemente portato per l’insegnamento, ottimo conoscitore della Bibbia, capace di relazionarsi con tutti, con un forte ascendente soprattutto sui giovani. Un leader nato, insomma.
A 21 anni appena, il più giovane di tutta la zona, è già un catechista impagabile, braccio destro e provvidenziale collaboratore del missionario. Nel 1936, a 24 anni, si sposa con Paula Varpit, una ragazza di 16 anni che sembra fatta apposta per lui, perché ne condivide la fede, gli ideali, i propositi e l’impegno.
La loro è un’unione sorretta dalla preghiera quotidiana e dalla lettura della Bibbia: nella loro casa si respira una fede vissuta, testimoniata e poi anche trasmessa ai primi figli che arrivano. Con il passare degli anni la spiritualità di Pietro si affina, la sua naturale capacità di relazione si trasforma in cordiale disponibilità verso tutti, assume sempre più un ruolo di guida indiscussa: oltre che farsi apprezzare riesce pure a farsi amare. La gente si accorge che Pietro vive ciò che insegna e lo ammira per la forza del carattere, la coerenza e la generosità che dimostra. Nel 1942 l’esercito imperiale giapponese attacca ed occupa l’intera regione, prendendo subito di mira la religione portata dagli occidentali: tutti i missionari europei sono cacciati o internati nei campi di concentramento e si distruggono tutte le cappelle cattoliche.
L’unico a rimanere “sul campo” è proprio Pietro: innanzitutto perché indigeno e poi perché laico, quindi non equiparabile ai missionari che i giapponesi vogliono colpire. Con naturalezza e semplicità si prende così in carico la comunità rimasta senza sacerdote: amministra battesimi, segue malati e moribondi, assiste alla celebrazione dei matrimoni, custodisce l’Eucaristia. É cosciente dei rischi che corre, ma è soprattutto convinto che bisogna “dare precedenza alle cose di Dio”. I giapponesi conciano a marcarlo stretto, coscienti di avere in lui il peggior nemico da abbattere in quanto unico punto di riferimento per i cattolici della zona.
Le cose per lui si mettono decisamente male quando prende posizione netta contro la poligamia
che i giapponesi vogliono di nuovo introdurre: l’unità e l’indissolubilità sono le caratteristiche irrinunciabili del matrimonio cattolico e Pietro lo grida, ripetutamente e forte, con la fermezza del Battista, che dalla sua cella si scagliava contro il concubinaggio di Erode. Con doppia sofferenza, ma con la coerenza di sempre, si oppone anche a suo fratello, che si è già preso una seconda moglie. Pietro sa che, così facendo, sta segnando irrimediabilmente la sua sorte, ma con grande serenità dice a tutti che “è bello morire per la fede”.
Lo arrestano a Natale del ’44 e lo chiudono in un campo di concentramento, dove la sua serenità è turbata soltanto dal pensiero della sua comunità rimasta senza guida. Inutile ogni tentativo di liberarlo, anche quello organizzato dai metodisti in accordo con alcuni cattolici. I giapponesi vogliono liberarsi in fretta di quello scomodo testimone del Vangelo: in una notte imprecisata del luglio 1945 un medico giapponesi accompagnato da due ufficiali lo sopprime con una iniezione letale. Martire per la fede e per la difesa del matrimonio, il catechista Pietro To Rot, “marito devoto, padre amoroso e catechista impegnato” è stato beatificato da Giovanni Paolo II il 17 gennaio 1995.
(Autore: Gianpiero Pettiti – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Questo fiore della santità cattolica, sbocciato nella lontana e bella terra dell’arcipelago dell’attuale Stato di Papua Nuova Guinea, nacque nel 1912 nell’isola della nuova Bretagna a Rakunai - Rabaul.
I suoi genitori furono tra i primi abitanti di questa meravigliosa isola, che apparteneva allora all’arcipelago di Bismarck, colonia tedesca, a convertirsi dal paganesimo alla religione cattolica, dopo l’arrivo dei missionari nel 1882.
Frequentò la scuola elementare della Missione e il corso per catechisti nel vicino collegio S. Paolo di Taliligap, ottenuto il diploma di catechista, collaborò con il missionario di Rakunai nell’opera di evangelizzazione.
Si sposò con Paola Ia Varpit, l’11 novembre 1936, dalla loro unione nacquero tre figli di cui l’ultimo venne alla luce dopo la morte del padre.
Durante la II guerra mondiale, i giapponesi invasero l’arcipelago di Bismarck, che dal 1920 era stato affidato come mandato all’Australia, i sacerdoti e religiosi presenti nel territorio nel 1942, furono internati nel campo di concentramento e Pietro To Rot, il quale nel distretto era ben conosciuto per lo zelo a cui assolveva il suo compito di catechista, si assunse la responsabilità della comunità cattolica.
Sostituì per quanto consentito, l’attività pastorale dei missionari come le preghiere comunitarie, l’assistenza ai matrimoni, conferì il battesimo, dispensò quando poté l’Eucaristia agli ammalati.
Nel 1945, i giapponesi proibirono ogni attività religiosa, ma il beato nonostante il pericolo, proseguì nella sua opera, anche se in forma più discreta. Fu arrestato per questo due volte e condannato a due mesi di prigione; stava scontando ormai da sei settimane questa pena, nel campo di Vunaiara, quando fu ucciso in una notte del luglio 1945, dalle guardie che lo sorvegliavano.
Aveva più volte detto a parenti ed amici che era pronto anche a morire per la sua fede cristiana. La notizia della sua morte, suscitò nell’isola un rimpianto generale e la convinzione, sin d’allora, che si trattava della testimonianza di un autentico martire della fede.
La fama della sua santità si estese in tutto lo Stato e continua tutt’oggi; il Papa Giovanni Paolo II, l’ha beatificato il 17 gennaio 1995, in una solenne cerimonia tenuta a Port Moresby, durante il suo viaggio apostolico che toccò anche la Papua Nuova Guinea.
La festa liturgica è stata fissata al 7 luglio.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Pietro To Rot, pregate per noi.


*Beati Ruggero Dickinson, Rodolfo Milner e Lorenzo Humphrey - Martiri (7 luglio)
Martirologio Romano: A Winchester in Inghilterra, Beati martiri Ruggero Dickinson, sacerdote, e Rodolfo Milner, contadino e padre di famiglia, povero e analfabeta, ma fermo nella fede, i quali sotto la regina Elisabetta I furono catturati insieme e uccisi con il supplizio del patibolo.
Insieme ad essi si fa memoria del Beato Lorenzo Humphrey, giovane che per avere abbracciato la fede cattolica morì impiccato nello stesso luogo in un giorno rimasto ignoto.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beati Ruggero Dickinson, Rodolfo Milner e Lorenzo Humphrey, pregate per noi.


*San Villibaldo (7 luglio)

Wesse (Inghilterra meridionale), ca. 700 - Eichstätt (Germania), 786/787
Nasce intorno al 700 a Wesse, in Inghilterra. La sua famiglia lo mette a scuola dai monaci di Waltham, dove poi decide di farsi monaco.
Ma è già fuori dalla cella e dall'Inghilterra prima dei voti definitivi: va in Terrasanta con un gruppo di pellegrini. Sta due anni a Roma, poi continua verso la Palestina, allora sotto gli arabi.
Nel 729 rieccolo a Roma, dopo sette anni. Papa Gregorio II (715-731) lo manda a Montecassino, dove il tenacissimo bresciano Petronace ha rimesso in piedi i muri dopo la distruzione longobarda.
Così il quasi-monaco d'Inghilterra ricompone una comunità nel solco della vera tradizione e dello stile di vita insegnato dal Fondatore. Dopo dieci anni torna a Roma, vi trova un Papa nuovo, Gregorio III (731-741), che lo invia a evangelizzare i tedeschi. Dalla Germania lo ha richiesto Winfrido, detto poi Bonifacio.
Sta organizzando in Baviera una struttura diocesana, e nel 740 ordina Villibaldo sacerdote, consacrandolo poi vescovo di Eichstätt già l'anno dopo.
Il vescovo Villibaldo costruisce la sua cattedrale, fonda un monastero. Si fa poi predicatore itinerante, davanti ad ascoltatori che solo in parte sono cristiani. Quest'opera lo impegna fino alla morte, avvenuta nel 787. (Avvenire)
Martirologio Romano: A Eichstätt nella Franconia, in Germania, San Villibaldo, vescovo, che, divenuto monaco, peregrinò a lungo per luoghi Santi e per molte regioni per rinnovare la vita monastica e aiutò nell’evangelizzazione della Germania San Bonifacio, dal quale fu ordinato primo vescovo di questa città, convertendo a Cristo molte genti.
É a questo camminatore inglese che Montecassino deve la sua rinascita spirituale, dopo la distruzione a opera del longobardo Zottone nel 580-81.
La sua famiglia lo mette a scuola dai monaci di Waltham, dove poi Villibaldo decide di farsi monaco. Ma è già fuori dalla cella e dall’Inghilterra prima dei voti definitivi: va in Terrasanta con un gruppo di pellegrini, tra cui suo padre (che morirà a Lucca) e suo fratello Vinnibaldo.
Sta due anni a Roma, poi continua senza il fratello verso la Palestina, allora sotto gli arabi. I pellegrini cristiani vi sono in genere bene accolti; in quel momento, tuttavia, per tensioni politiche con l’Impero d’Oriente, Villibaldo e i suoi rischiano la prigione: li credono spie. Ma il soggiorno prosegue in pace, e nel 729 rieccolo a Roma, dopo sette anni.
Ma non torna poi in patria. Papa Gregorio II (715-731) lo manda nel 729 a Montecassino, dove il tenacissimo bresciano Petronace ha rimesso in piedi i muri.
Ora si tratta di rifare i monaci, dopo l’abbandono dei tempi di Zottone, quando con l’abate Bonito essi cercarono scampo a Roma, portando con sé soltanto la provvista di pane e il libro della Regola. Così il quasi-monaco d’Inghilterra (non ha ancora emesso la “professione” definitiva) ricompone una comunità nel solco della vera tradizione e dello stile di vita insegnato dal Fondatore. E in quest’opera spende altri dieci anni.
Tornato poi a Roma, vi trova un Papa nuovo, Gregorio III (731-741), che gli dice: "C’è bisogno di te per evangelizzare i tedeschi".
Pronto, Villibaldo riparte, a suo agio dovunque, e soprattutto “di casa” in ogni parte d’Europa.
Dalla Germania lo ha richiesto al Papa Winfrido, detto poi Bonifacio, l’apostolo del mondo tedesco, che è imparentato con lui e ha già con sé il fratello Vinnibaldo.
Sta organizzando in Baviera una struttura diocesana, e nel 740 ordina Villibaldo sacerdote, consacrandolo poi vescovo di Eichstätt già l’anno dopo.
Il vescovo Villibaldo costruisce la sua cattedrale, fonda un monastero e soprattutto controlla rigorosamente tutti gli altri, per incarico di Bonifacio. E poi incomincia per lui un’esperienza nuova: quella del predicatore itinerante, davanti ad ascoltatori che solo in parte sono cristiani.
Quest’opera lo impegna fino alla morte. E lo rende eccezionalmente popolare, già con una fama di santità in vita, che poi si trasformerà in culto spontaneo e duraturo, molto in anticipo sul riconoscimento canonico.
(Autore: Domenico Agasso – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Villibaldo, pregate per noi.


*Altri Santi del giorno (7 luglio)

*Sant'Ampelio - Eremita
Giaculatoria - Santi tutti, pregate per noi.

 
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