Santi del 7 Maggio - Istituto Aveta

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Santi del 7 Maggio

Il mio Santo > I Santi di Maggio

*Sant'Agostino di Nicomedia - Martire (7 maggio)

Emblema: Palma
Flavio, Augusto e Agostino, martiri di Nicomedia, Santi.
Il Martirologio Romano al 7 maggio ricorda il martirio a Nicomedia dei tre fratelli Flavio, Augusto
e Agostino. Questa commemorazione proviene dal Martirologio di Floro che, a sua volta, l'aveva presa dal Geronimiano.
Qui però solo il nome di Flavio vescovo deve essere con sicurezza associato a Nicomedia.
Augusto e Agostino non sembrano essere altro che la doppia forma di uno stesso martire non identificabile.
In esso il Delehaye vorrebbe vedere il martire di Capua venerato il 16 novembre: in tal caso però resterebbe da spiegare la sua traslazione al 7 maggio e a Nicomedia.
Quanto alla dicitura del Geronimiano "tre fratelli" è meglio, sembra, leggerla, dopo Flavio, nella forma "e tre fratelli", lettura che tra l'altro si avvicina molto più al Martirologio Siriaco del sec. IV che al 7 ayyàr (maggio) ricorda a Nicomedia Flavio con altri quattro martiri. Ma è finora impossibile identificare sia i "tre fratelli" sia i "quattro martiri".
(Autore: Joseph-Marie Sauget - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Agostino di Nicomedia, pregate per noi.

 

*Sant'Agostino Roscelli (7 maggio)

Bargone di Casarza Ligure, 27 luglio 1818 - Genova, 7 maggio 1902
Di famiglia molto povera,Agostino Roscelli nasce a Casarza Ligure, nel Levante ligure, il 27 luglio 1818 e viene battezzato lo stesso giorno perché si teme per la sua vita. Dopo avere studiato col parroco nel 1835 si trasferisce a Genova per prepararsi al sacerdozio e viene ordinato prete il 19 settembre 1846.
Diventa confessore in San Martino d'Albaro e poi inizia a dedicarsi ai carcerati, ai neonati e alle ragazze madri.
L'impegno verso queste giovani gli fa venire l'idea di dar vita ad una congregazione dedicata a loro e, sostenuto da alcune donne penitenti che gli offrono collaborazione per aiutare le tante ragazze bisognose, dopo avere ottenuto il benestare di Pio IX, il 15 ottobre 1876, realizza il suo sogno creando la Congregazione delle Figlie dell'Immacolata. E il 22 ottobre consegna l'abito religioso alle prime Figlie.
Muore a Genova il 7 maggio 1902. (Avvenire)
Martirologio Romano: A Genova, Sant’Agostino Roscelli, sacerdote, che istituì la Congregazione delle Suore dell’Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria per la formazione delle fanciulle.
In Agostino Roscelli la Chiesa ci addita un esempio di sacerdote e di fondatore santo.
Come sacerdote incarnò la figura del "pastore", dell'educatore alla fede, del ministro della Parola, della guida spirituale. Sempre pronto a donarsi nell'obbedienza, nell'umiltà, nel silenzio e nel sacrificio, cercò solo la volontà di Colui che lo aveva chiamato e inviato.
Nello svolgimento del suo ministero sacerdotale seguì l'esempio di Cristo, armonizzando la vita interiore con l'intensa azione pastorale e la sua opera fu feconda perché alimentata da una continua preghiera e da un forte amore all'Eucaristia.
Seppe leggere le situazioni del suo tempo e intervenire concretamente in favore dei più indifesi e in particolare si adoperò per salvare la gioventù dalle insidie e dai pericoli morali.
Si lasciò condurre dallo Spirito fino a fondare, senza quasi saperlo, una Famiglia religiosa.
Nato a Bargone di Casarza Ligure (GE) il 27 luglio 1818 da Domenico e Maria Gianelli, fu battezzato lo stesso giorno perché si temeva per la sua vita. La sua famiglia, povera di mezzi materiali, gli fu sempre esempio di fede e di virtù cristiane. Intelligente, sensibile, piuttosto riservato, Agostino si rese presto utile alla famiglia nella custodia del gregge paterno.
I genitori lo affidarono al Parroco, Don Andrea Garibaldi che gli impartì i primi elementi del sapere.
Verso il sacerdozio
Nel maggio 1835 in occasione di una missione animata dall'Arciprete di Chiavari Antonio Maria Gianelli, Agostino si sentì decisamente chiamato al sacerdozio e si trasferì a Genova per intraprendere gli studi.
Gli anni di preparazione all'Ordinazione sacerdotale furono duri e difficili dovendo egli affrontare gravi disagi economici. Lo sostennero la volontà tenace, la preghiera intensa e l'aiuto di persone buone quali il Canonico Gianelli che, divenuto Vescovo di Bobbio nel 1838, gli trovò una sistemazione in qualità di Chierico-sacrestano e custode della chiesa presso il Conservatorio delle Figlie di San Giuseppe in salita San Rocchino, di cui il Gianelli era Direttore. I Gesuiti, poi, lo videro "zelante prefetto", come afferma lo stesso Rettore in data 1845.
Il 19 settembre 1846 fu ordinato sacerdote dal Cardinale Placido Maria Tadini.
Vice Parroco - Confessore santo - Educatore presso gli Artigianelli Don Agostino fu subito destinato alla popolosa borgata di San Martino d'Albaro dove, nello spirito di Cristo Pastore e nell'adempimento di tutti i sacramenti, iniziò il suo umile servizio nell'opera di santificazione dedicandosi con lo zelo, con la carità e con l'esempio all'incremento spirituale del Corpo di Cristo.
Nel confessionale acquisì una concreta conoscenza della realtà triste e dei pericoli in cui venivano a trovarsi tante giovani che, per motivi di lavoro, si trasferivano in città divenendo facile preda dei disonesti. Lì il suo cuore di padre trepidava e fremeva al pensiero che tante anime semplici potessero perdersi, perché lasciate sole ed indifese.
Nel 1858, pur continuando a dedicarsi assiduamente al ministero della confessione, accettò di collaborare con Don Francesco Montebruno all'Opera degli Artigianelli.
Fra i carcerati - Al brefotrofio
Nel 1872 allargò il suo campo di apostolato. Come Ministro di Cristo "preso tra gli uomini e costituito in favore degli uomini" si consacrò interamente all'opera a cui il Signore lo aveva chiamato, senza estraniarsi dalle miserie e dalle povertà morali della città, interessandosi non solo della gioventù maschile e femminile ma anche dei detenuti nelle carceri di Sant'Andrea per portare il conforto e la misericordia del Signore.
Nel 1874, Cappellano del nuovo Brefotrofio Provinciale in salita delle Fieschine, si dedicò ai neonati conferendo loro il Battesimo per un arco di 22 anni (dai registri risulta che i battezzati furono ben 8.484) e, facendo sue le parole di Sant'Agostino "il compimento di tutte le nostre opere è l'amore", lavorò intensamente anche a favore delle ragazze-madri: semplici fanciulle del popolo che per la mancanza di un lavoro dignitoso e retribuito, cadevano vittime di malintenzionati.
Le scuole laboratorio
Don Roscelli accolse la proposta di alcune sue penitenti spiritualmente mature che, condividendo il suo desiderio di salvare le anime, gli offrirono la loro collaborazione per aiutare tante ragazze bisognose di assistenza morale, di una guida sicura, e di essere messe in grado di guadagnare onestamente da vivere.
In queste sedi le ragazze ricevevano una istruzione morale e religiosa, unita ad una solida formazione umana e cristiana tale da metterle in grado di prevenire o di difendersi dai pericoli della città, e nello stesso tempo di essere preparate professionalmente.
Una nuova congregazione
La timida idea di dar vita ad una Congregazione religiosa fu incoraggiata da Mons. Salvatore Magnasco e dalle collaboratrici di Roscelli, le maestre delle Case-Laboratorio, ben convinte che la consacrazione a Cristo e l'impegno di santificazione nella vita comunitaria sono la forza dell'apostolato.
Don Agostino, interpellò anche Pio IX e dopo aver ricevuto la risposta "Deus benedicat te et opera tua bona" si rimise totalmente alla volontà di Dio; il 15 ottobre 1876 realizzò il suo sogno e il 22 dello stesso mese consegnò l'abito religioso alle prime Figlie che chiamò Suore dell'Immacolata, indicando loro il cammino di santità segnato particolarmente dalle virtù proprie di Colei che è modello della vita consacrata. La sua opera, dopo le prime incertezze, si consolidò e si dilatò oltre i confini di Genova e dell'Italia.
L'esistenza del "povero prete" si concluse il 7 maggio 1902.
Don Roscelli fu:
Uomo di Dio: ha intuito i disegni di Dio su di sé e si è abbandonato a lui in totale docilità.
Umile prete: in lui l'azione divina e quella umana, la contemplazione e l'azione si sono integrate in una mirabile unità di vita; il suo apostolato è scaturito dall'esperienza di Dio che si apre alla preghiera, alla testimonianza di fedeltà al ministero sacerdotale, all'annuncio del Vangelo.
Sale della terra: contemplativo, povero, austero, ha scelto sempre l'ultimo posto, la rinuncia. Dimentico di sé, delle proprie esigenze, del proprio tempo, sempre a disposizione nel confessionale, come lievito evangelico, intensificò la carità "in cui confluivano l'amore verso Dio e l'amore verso gli uomini".
Segno profetico: separato dal mondo ma in stretto rapporto con la realtà concreta del suo tempo, il Roscelli ha reso visibile il primato dell'amore di Dio accostandosi, con spirito misericordioso e con cuore amoroso di Padre, agli abbandonati, ai carcerati, alle ragazze-madri, alla gioventù in genere e a chiunque fosse caduto vittima dell'ingiustizia: tutti aiutò con profonda sensibilità per i diritti umani e per la giusta causa della promozione dell'uomo. É stato canonizzato da Giovanni
Paolo II il 10 giugno 2001.  
(Fonte: Santa Sede - Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - Sant'Agostino Roscelli, pregate per noi.


*Beato Alberto da Bergamo - Domenicano  (7 maggio)

Villa d’Ogna, 1214 c. - Cremona, 1279
Nacque intorno al 1214 a Villa d'Ogna (Bg) da una famiglia di modesti contadini. Laborioso e pio si sposò senza mai tralasciare le opere di pietà e di carità. La sua illimitata generosità verso i poveri rese estremamente dura la convivenza con sua moglie.
Anche i compaesani fecero convergere su di lui il loro astio fino a costringerlo ad allontanarsi dal suo paese natio e a riparare a Cremona.
Qui entrò nel Terz'Ordine secolare e spese le sue fatiche a favore dei più poveri e in opere di pietà.
Martirologio Romano: A Cremona, Beato Alberto da Bergamo, contadino, che sopportò con pazienza i rimproveri della moglie per la sua eccessiva generosità verso i poveri e, lasciati i campi, visse povero come frate della Penitenza di San Domenico.
Alberto da Bergamo fu un modesto fiore del giardino Gusmano e il più bell’esempio di quella santità a cui ogni cristiano è chiamato e che in nulla esce dall’ordinario.
Egli fu semplice agricoltore del territorio bergamasco, dove nacque, all’inizio del XIII° secolo, a Villa d’Ogna. Fin dall’infanzia camminò nelle vie di Dio, mettendo soprattutto in pratica il grande precetto della carità.
Per consiglio e per volontà dei suoi contrasse matrimonio, ma non trovò nella sua compagna, né comprensione, né affetto; tuttavia la sua pazienza fu inalterabile.
Venendogli contestato il possesso di alcune terre da persone potenti, per amore di pace, lasciò il suo paese e si ritirò a Cremona, dove visse del lavoro delle sue mani.
Aggregatosi al Terz’Ordine di San Domenico si dedicò senza posa alle opere di misericordia, essendo solito sostenere che sempre si trova il tempo di fare il bene quando si vuole.
Egli predicò eloquentemente con le opere, dando l’esempio luminoso di quella carità cosi poco compresa e ancor meno praticata da tanti cristiani, che pur si dicono praticanti.
Alberto presentì l’ora della sua morte, il 7 maggio 1279, spirando serenamente, confortato dagli ultimi Sacramenti.
Molto popolo accorse a venerare il sacro corpo, attirati dal suono miracoloso delle campane che suonarono senza essere toccate.
Un fatto straordinario avvenne al momento della sua sepoltura: via via che si scavava la fossa la terra si pietrificava, sicché si pensò di seppellirlo nel Coro della Chiesa dove si rese celebre per grazie e miracoli.
Papa Benedetto XIV il 9 maggio 1748 ha approvato il culto resogli “ab immemorabili”.

(Autore: Franco Mariani - Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - Beato Alberto da Bergamo, pregate per noi.


*Beato Antonio de Agramunt - Mercedario (7 maggio)

XV secolo
Mercedario redentore, il Beato Antonio de Agramunt, nell’anno 1428 nel regno moro di Granada (Spagna), liberò 530 schiavi.
Di una bontà estrema fu ammirato e benvoluto dai mori stessi e dopo una vita virtuosa morì santamente.
L’Ordine lo festeggia il 7 maggio.  
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Antonio de Agramunt, pregate per noi.


*Sant'Antonio Pecierskij - Eremita (7 maggio)

Lubec (presso Cernigov, Ucraina), 983 - Kiev (Ucraina), 10 luglio 1073
Antonio è il suo secondo nome, quello assunto da monaco: prima si chiamava Antipa. Pecierskij è invece una sorta di soprannome. Vuol dire “delle grotte” e si riferisce sia a quella scavata da lui come “cella” nella valle del Dnjepr presso Kiev, sia alle molte altre che per impulso suo scavarono via via altri uomini di preghiera, attirati in quei luoghi dalla sua fama di santità.
E felici di imparare da quest’uomo che "non si mostrava mai ingiusto né arrabbiato... ed era sempre compassionevole e silenzioso, pieno di misericordia con tutti". Perfino con i briganti: offriva benevolenza e cibo anche a loro.
Etimologia: Antonio = nato prima, o che fa fronte ai suoi avversari, dal greco
Martirologio Romano: A Kiev nell’odierna Ucraina, Sant’Antonio, eremita, che proseguì nel monastero delle Grotte la vita monastica che aveva appreso sul monte Athos.  
Antonio, l'iniziatore del monachismo russo, nacque nel 983 a Lubec nei pressi di Tchernigov e giovanissimo si sentì attratto dalla vita eremitica che cominciò a praticare in patria.
Recatosi in pellegrinaggio al Monte Athos, rimase colpito dalla vita di quei monaci ed entrò, verso il 1028, nel monastero di Esphigmenon mutando il nome secolare, Antipa, in Antonio dopo alcuni anni, seguendo il consiglio del suo superiore, Teotisto, Antonio tornò in patria per suscitare un fermento monastico nel suo popolo, e si stabilì in una grotta che scavò da sé sul monte Berestov, sulle rive del Dnjepr, presso Kiev.
Secondo alcuni agiografi, Antonio, turbato dalla guerra, fece ritorno al Monte Athos e vi rimase per qualche tempo, ma poi riprese la via di Kiev e della sua grotta.
Scoperta dal popolo, la cella di Antonio divenne meta di numerosi pellegrini che si recavano a chiedere consiglio e aiuto all'eremita.
Alcuni giovani chiesero e ottennero il permesso di rimanere con Antonio, e tra essi i primi furono Nicon, già sacerdote, Teodoro e Barlaam.
Ben presto, però, Antonio, desideroso di maggior solitudine, designò Barlaam come egumeno e si ritirò in luogo più appartato.
Il principe Isiaslav cedette il Berestov ai monaci, e questi iniziarono la costruzione della "Laura delle grotte" (Pecerskaja Lavra), chiamando numerosi artisti da Costantinopoli per decorare la chiesa.
Secondo la Cronaca di Nestore, Antonio, a differenza degli altri abati del suo tempo, racco mandava di accogliere tutti, ricchi e poveri, così che il suo monastero poteva dirsi edificato dalle
preghiere piuttosto che dalle ricchezze dei principi e dei nobili.
Antonio verso il 1055, sospettato da Isiaslav di parteggiare per il suo rivale Vseslav, fu costretto a rifugiarsi nel principato di Tchernigov, dove fondò un altro monastero.
Molto probabilmente tornò a Kiev e morì nella sua cella il 10 luglio01073.
La Chiesa russa celebra Antonio il 10 luglio e così la Chiesa Cattolica di rito slavo, perché Antonio visse prima che la Chiesa russa aderisse de iure allo scisma di Cerulario.
La "Laura delle grotte" fu devastata dai Tartari in due riprese, nel 1299 e nel 1316, e in ogni tempo rivendicò la sua autorità su tutti gli altri monasteri russi.
Il successore di Barlaam, San Teodosio, fondò un ospizio per pellegrini, che nel sec. XIX poteva ospitare fino a ventimila persone conternporaneamente. Nel 1651 nella laura fu impiantata una tipografia.
Nello stesso secolo i monaci indossavano un abito simile a quello dei Benedettini e seguivano anche molte usanze particolari mediate dall'Occidente.
Nel 1945 ha avuto inizio l'opera di ricostruzione della laura gravemente danneggiata dalla seconda guerra mondiale.
(Autore: Ivan Sofranov – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Antonio Pecierskij, pregate per noi.


*Sant'Augusto di Nicomedia - Martire (7 maggio)

Etimologia: Augusto = consacrato agli auguri
Emblema: Palma
Flavio, Augusto e Agostino, martiri di Nicomedia, Santi.
Il Martirologio Romano al 7 maggio ricorda il martirio a Nicomedia dei tre fratelli Flavio, Augusto
e Agostino. Questa commemorazione proviene dal Martirologio di Floro che, a sua volta, l'aveva presa dal Geronimiano.
Qui però solo il nome di Flavio vescovo deve essere con sicurezza associato a Nicomedia.
Augusto e Agostino non sembrano essere altro che la doppia forma di uno stesso martire non identificabile.
In esso il Delehaye vorrebbe vedere il martire di Capua venerato il 16 novembre: in tal caso però resterebbe da spiegare la sua traslazione al 7 maggio e a Nicomedia.
Quanto alla dicitura del Geronimiano "tre fratelli" è meglio, sembra, leggerla, dopo Flavio, nella forma "e tre fratelli", lettura che tra l'altro si avvicina molto più al Martirologio Siriaco del sec. IV che al 7 ayyàr (maggio) ricorda a Nicomedia Flavio con altri quattro martiri. Ma è finora impossibile identificare sia i "tre fratelli" sia i "quattro martiri".
(Autore: Joseph-Marie Sauget – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Augusto di Nicomedia, pregate per noi.


*San Cerenico (Cenerico) - Diacono in Normandia (7 maggio)

sec. VII
Martirologio Romano:
Presso Le Mans in Francia, San Cenerico, monaco e diacono, che, dopo aver visitato i sepolcri dei santi Martino di Tours e Giuliano di Le Mans, passò la vita in solitudine e austerità.
Sulle rive del Sarthe, nell'attuale Normandia a Saint-Céneri-Le-Gérei è venerato San Céneri (il Serenicus latino, San Cinereo).
Nel Bulletin principal de la Société Hïstorique et Archéologioue de l'Orne - Année 1965 - Tome LXXXIII si legge: «Vers les années 620 à 625, Céneri naît à Spolete, sur la Marroggia …».
Dopo essere stato 5 anni presso Papa San Martino I ed essere entrato nell'Ordo Sancti Benedicti, nominato cardinale insieme al fratello (le fonti francesi parlano di San Cenere), sulla
scia di quel movimento benedettino che spinse San Gregorio Magno ad organizzare l'evangelizzazione dei popoli del nord dell'Europa, Cinereo con poco più di 25 anni prese la via del Nord; la Curia romana gli aveva fornito precise informazioni sulle strade da percorrere per andare incontro ai monaci che dall'Irlanda stavano scendendo verso la Bretagna, oltre 1.700 km dalla sua Marroggia.
Sarà partito dopo l'ultima nevicata, avrà visto a destra la Trebia (l'odierna Trevi) da cui tre secoli prima erano partiti altri Santi diretti ad evangelizzare terre vicine (la lucchesia), seguendo in parte le orme di quel San Gregorio, che come lui spoletino, sempre dalle rive del Marroggia era partito per arrivare all'attuale Köln di cui è, con i Re Magi, Santo protettore; altri Santi, sempre dal territorio bagnato dal Marroggia, si spinsero addirittura in Cina, dove, alla fine del XIX trovarono il martirio (S. Antonino Fantosati).
L'abbazia attuale, del 1080, sorge sui resti della chiesa in legno costruita da Cinereo e poi bruciata dai nordmen nelle loro tante scorrerie, ma rimane una statua lignea romanica che riproduce il Santo con in testa il petasus del viandante, è un tipo fisico a noi umbri ben noto: solida struttura, figura tarchiata, occhi profondi da cui emana tutta la placida forza di quella auctoritas di chi tutto legge in interiore homine.
Il 7 Maggio a Saint-Céneri-le Gérei si festeggia San Cinereo.
(Autore: Massimo Bonaca - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Cerenico, pregate per noi.


*Santa Flavia Domitilla - Martire (7 maggio)
I-II secolo
Vissuta tra il primo e il secondo secolo, sono poche le informazioni su di lei.
A parte una leggendaria Passio, nonna anteriore al V secolo, sia Eusebio sia Dione Cassio raccontano che sarebbe stata perseguitata sotto Diocleziano.
Da e/o se Dio sappiamo che Flavia, nipote di Flavio Clemente, uno dei consoli di Roma (95 d.C.), per la sua fede in Cristo fu deportata a ponza dove dovette soffrire, secondo San Girolamo, un lungo martirio. Dione Cassio ci dice, invece, che fu moglie di Flavio Clemente e che perse la vita per la propria fede. Una iscrizione conservata oggi nella basilica dei Ss. Nereo e Achilleo conferma queste ultime affermazioni, precisando che Flavia Domitilla era “neptis“ nipote di Vespasiano, padre di Domiziano, e che fu moglie di Flavio Clemente.
Etimologia: Flavia = dai capelli biondi, dal latino
Emblema: Palma
Martirologio Romano: A Roma, comemmorazione di Santa Domitilla, martire, che, nipote del console Flavio Clemente, accusata durante la persecuzione di Domiziano di aver rinnegato gli dèi pagani, per la sua testimonianza di fede in Cristo fu deportata insieme ad alcuni altri nell’isola di Ponza, dove consumò un lungo martirio.  
Eusebio di Cesarea, nella Storia Ecclesiastica (III, 18, 4) scrive: «Tramandano che nell'anno quindicesimo di Domiziano, Flavia Domitilla, nipote, per parte della sorella, di Flavio Clemente, che
fu allora uno dei consoli di Roma (95 d.C), insieme con numerose altre persone fu deportata nell'isola di Ponza per avere confessato Cristo».
A sua volta, Dione Cassio, nella Historia romana (LXVII, 13-14), afferma che l'imperatore Domiziano «tolse la vita, con molti altri, anche a Flavio Clemente, benché fosse suo cugino e avesse in moglie Flavia Domitilla, ella pure sua consanguinea.
Tutti e due furono accusati di ateismo, e di ciò anche altri, sviatisi dietro le costumanze dei Giudei, ebbero condanna, chi di morte, chi di confisca.
Domitilla fu soltanto relegata nell'isola di Pandataria».
Dai citati passi dei due storici, dunque, risulta che, sul finire del I sec, due matrone, aventi l'una e l'altra il nome di Domitilla e imparentate l'una e l'altra con la famiglia imperiale dei Flavi, furono condannate per la loro adesione alla fede cristiana.
Dione Cassio, per l'esattezza, parla nei confronti della Domitilla relegata a Pandataria (oggi Ventotene), non di Cristianesimo, bensì di «ateismo», ma è noto che questa era l'accusa rivolta dagli idolatri ai primi seguaci di Cristo.
Alcuni studiosi, fra i quali il Mommsen, l'Aubé e lo Styger, ritennero di poter identificare in una sola persona le due Domitille, supponendo errori o confusioni degli storici ma, il De Rossi sostenne giustamente la diversità dei due personaggi, ristabilendo la genealogia delle loro famiglie.
E questa conferma che la Domitilla citata da Eusebio, era nipote di Flavio Clemente, mentre quella ricordata da Dione Cassio era moglie del console martire, dal quale ebbe sette figli.
A tal proposito, di grande importanza è l'iscrizione mutila ritrovata nel sec. XVIII nell'area del Cimitero sulla Via Ardeatina e che qui riportiamo con le integrazioni proposte dal Mommsen : « tatia baucyl (la...nu) / trix septem lib (erorum pronepotum) / divi vespasian(i filiorum FI. Clementis et) flaviae DOMiTiL(lae uxoris eius, divi) / vespasiani neptis a (ccepto loco e) / ius beneficio hoc SEPULCHRU(m feci) / MEIS LIBERTIS lIBERTABUS po (sterisque eorum).
L'iscrizione, conservata oggi nella parete di fondo della basilica dei SS. Nereo e Achilleo in detto Cimitero, precisa, dunque, che Tazia Baucilla, nutrice dei sette figli di Flavio e di Flavia Domitilla, ottenne da quest'ultima il terreno per un sepolcro. Nel documento epigrafico si precisa, inoltre, che Flavia Domitilla era «neptis», cioè nipote di Vespasiano, padre di Domiziano, confermando, così, l'affermazione di Dione Cassio secondo la quale la moglie di Flavio Clemente era «consanguinea» dello stesso Domiziano.
In merito, poi, alle «confusioni» nelle quali sarebbero incorsi gli storici nell'indicare i luoghi di relegazione delle due Domitille, Umberto Fasola sottolinea che le isole di Ponza e di Ventotene
erano troppo tristemente note per essere confuse l'una con l'altra. A Ponza, infatti, furono relegati le figlie di Caligola e un figlio di Germanico e a Ventotene furono confinate Giulia, figlia di Augusto, Agrippina, moglie di Germanico e Ottavia moglie di Nerone.
La venerazione per la Flavia Domitilla relegata a Ponza è antichissima: s. Girolamo (Ep. ad Eustoch. 108) dice che la vedova Paola, nel suo viaggio verso Oriente, visitò nell'isola il luogo dove la santa «longum martyrium duxerat».
Peraltro, il nome di Domitilla non figura né nella Depositio Martyrum, né nel Martirologio Geronimiano: la festa di essa, al 12 maggio, non è anteriore al IX sec. e fu introdotta nei libri liturgici per influsso del Martirologio di Floro, il quale la incluse nel suo elenco probabilmente per errore, scambiando un flavi (us) ricordato nel Geronimiano sotto la data del 7 maggio.
Le notizie su Flavia Domitilla che figurano nella passio leggendaria (V-VI sec.) non hanno alcuna attendibilità: fra l'altro, in essa, si parla di due «eunuchi», Nereo e Achilleo, i quali avrebbero convertito Domitilla alla fede cristiana, mentre dal carme damasiano dedicato ai due martiri sappiamo che essi prima della conversione erano militari a servizio del persecutore.
L'esistenza, però, delle due Domitille e la loro condanna all'esilio per aver abbracciato il Cristianesimo sono fatti inoppugnabili, come dimostrano chiaramente i documenti.
Il corpo d'una Flavia Domitilla è venerato nel titolo dei SS. Nereo ed Achilleo, traslatovi da Sant'Adriano dal Baronio.
(Autore: Alessandro Carletti – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Flavia Domitilla, pregate per noi.

 

*San Flavio di Nicomedia - Martire (7 maggio)
Etimologia: Flavio = dai capelli biondi, dal latino
Emblema: Palma
Martirologio Romano: A Nicomedia in Bitinia, nell’odierna Turchia, Santi Flavio e quattro compagni, martiri.
Il Martirologio Romano al 7 maggio ricorda il martirio a Nicomedia dei tre fratelli Flavio, Augusto e Agostino.

Questa commemorazione proviene dal Martirologio di Floro che, a sua volta, l'aveva presa dal Geronimiano.
Qui però solo il nome di Flavio vescovo deve essere con sicurezza associato a Nicomedia.
Augusto e Agostino non sembrano essere altro che la doppia forma di uno stesso martire non identificabile.
In esso il Delehaye vorrebbe vedere il martire di Capua venerato il 16 novembre: in tal caso però resterebbe da spiegare la sua traslazione al 7 maggio e a Nicomedia.
Quanto alla dicitura del Geronimiano "tre fratelli" è meglio, sembra, leggerla, dopo Flavio, nella forma "e tre fratelli", lettura che tra l'altro si avvicina molto più al Martirologio Siriaco del sec. IV che al 7 ayyàr (maggio) ricorda a Nicomedia Flavio con altri quattro martiri.
Ma è finora impossibile identificare sia i "tre fratelli" sia i "quattro martiri".
(Autore: Joseph-Marie Sauget – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Flavio di Nicomedia, pregate per noi.

 

*Beato Francesco Paleari - Sacerdote Cottolenghino (7 maggio)

Pogliano Milanese, Milano, 22 ottobre 1863 – Torino, 7 maggio 1939

Educato in una famiglia autenticamente cristiana crebbe con un carattere sereno, gioioso e ben disposto verso tutti. L’8 gennaio 1877 entrò nel Seminario della Piccola Casa della Divina Provvidenza a Torino, fondata da San Giuseppe Benedetto Cottolengo. Questo Seminario, posto sotto la protezione di San Tommaso d’Aquino e perciò detto "Famiglia dei Tommasini", accoglieva aspiranti al sacerdozio privi di mezzi economici.
Si iscrisse al Terz’Ordine Francescano fin dai primi anni del suo chiericato. Compiuti gli studi teologici con ottimi risultati, il 18 settembre 1886 fu ordinato sacerdote, a 23 anni, dal Card. Gaetano Alimonda, Arcivescovo di Torino.
Don Francesco, fin da giovane, fu incaricato di insegnare latino e filosofia nel Seminario dei Tommasini, e poi anche ai Missionari della Consolata, fondati dal Beato Giuseppe Allamanodi cui fu consigliere e collaboratore. Per più di 40 anni fu confessore e direttore spirituale del seminario diocesano e predicatore di esercizi spirituali.
In tutto si mostrava animato dallo stesso spirito di carità del Santo Fondatore, che amava soccorrere ogni forma di povertà, materiale e spirituale, fidando in maniera sconfinata nella Divina Provvidenza.
Nel 1922 fu nominato Canonico della Collegiata della SS. Trinità di Torino. Fu anche Provicario generale e Vicario per la Vita Consacrata dell’Arcidiocesi torinese. Gli ultimi tre anni della sua vita furono segnati dalla malattia che però non gli impedì di esercitare la sua missione di confessore. Proclamato Beto il 17 settembre 2011, la su memoria liturgica è celebrata il 18 settembre.
"Signore, insegnami ad essere furbo" è la sua preghiera preferita, che recita ed insegna ai suoi
penitenti, come ricorderà il futuro cardinal Ballestrero, che andava spesso a confessarsi da lui. Ed "essere furbo", per lui, significa pensare che tutto passa, solo il paradiso è eterno ed allora tutto deve essere fatto in vista di quello che ci attende, senza calcoli e senza perdersi di coraggio quaggiù.
Nasce nel 1863 a Pogliano Milanese, in una casa dove si fatica a mettere insieme il pranzo con la cena, ma in cui i genitori tutte le domeniche vanno a fare la comunione (a quei tempi!) e non tornano mai a casa senza portarsi dietro un povero invitato a pranzo. Perché sono convinti, e lo insegnano ai figli, che non si può ricevere Gesù senza spalancare la porta ai poveri. Non stupisce proprio, allora, se tra i loro cinque figli, sopravvissuti agli otto che hanno avuto, uno scelga di lavorare tra "i poveri più poveri" del Cottolengo.
Arriva a Torino giovanissimo, su consiglio del suo parroco, dopo aver faticato a staccarsi dai suoi; vinto dalla nostalgia e tormentato dal dubbio di aver fatto la scelta giusta, una notte tenta anche di scavalcare il muretto di cinta del seminario per tornare a casa. Sul momento prevale il buon senso, in seguito la grazia di Dio fa il resto, e così a 23 anni è ordinato prete con tanto di dispensa papale per la giovane età, perché davvero nessuno ha dubbi sulla sua vocazione. Il pretino (che oltre ad essere giovane è anche piccolo di statura), trova subito la sua collocazione all’interno del Cottolengo: per 53 anni sarà maestro, predicatore, confessore e direttore spirituale, in un’attività vorticosa e semplice allo stesso tempo, facendosi tutto a tutti e condendo ogni cosa con il suo inconfondibile sorriso. Perché, se del Cottolengo si diceva che era il "Canonico buono", di don Franceschino dicono semplicemente che è "il prete che sorride". Il suo è un sorriso che conquista: i bambini, prima di tutto, che vanno volentieri a confessarsi da quel piccolo prete, poco più alto di loro, ma anche, indistintamente, vescovi e preti, nobildonne e popolani, suore e seminaristi, che quando hanno bisogno di un conforto, un consiglio o una spinta vanno a cercare quel prete che fa sorridere il cuore.
Dato che poi i santi hanno buon fiuto e si riconoscono a distanza, riesce a farsi conquistare anche dal canonico Allamano, che prima gli chiede di andare a confessare regolarmente i giovani preti del convitto, poi i futuri Missionari della Consolata, infine inizia con lui una fraterna emulazione alla virtù, con la familiarità e la sincera amicizia che soltanto i veri santi sanno avere. Anche la diocesi torinese si accorge di che perla di prete sia e così fioccano gli incarichi. Il vescovo di Torino lo vuole confessore dei seminaristi, dicendo loro che quel pretino "è un altro San Luigi"; gli chiede in continuazione di predicare corsi di esercizi spirituali; lo segnala come confessore a svariati istituti di suore; lo vuole provicario della diocesi, consultore per lo spostamento dei preti e insegnante in seminario, anche se qualcuno, forse più per invidia che per convinzione, storce il naso, dicendo che, in quanto ad intelligenza e capacità, a Torino si potrebbe trovare di meglio. Come don Franceschino riesca a reggere una tale mole di impegni è tuttora un mistero: lui non obbietta, non si lamenta, quasi si scusa di non poter fare di più, anche perché gli impegni diocesani si assommano a quelli che regolarmente continua a svolgere alla Piccola Casa. "È mio Padre", risponde con disarmante semplicità a chi gli fa notare che anche nel fisico ha una certa somiglianza con il Cottolengo. Da quel Padre ha ereditato soprattutto la fede, "ma di quella", che gli fa compiere piccoli prodigi, come leggere nei cuori, vedere a distanza e operare guarigioni con semplici impacchi di acqua fresca, che lasciano chiaramente intendere che il rimedio non sta nelle medicine ma soltanto nella fede.
Se lui non dice mai basta, è il suo cuore a ribellarsi e ad andare a brandelli per il suo continuo a donarsi. È costretto alla completa inattività ed a passare dal letto alla sedia, fino al 7 maggio 1939, quando si spegne. Poveri e ricchi, preti e vescovi sfilano davanti alla sua bara. Il 17 settembre 2011 è stato beatificato a Torino, primo prete del "Cottolengo", dopo il fondatore, ad essere elevato alla gloria degli altari. La memoria liturgica del Beato Francesco Paleari è celebrata il 18 settembre.
(Autore: Gianpiero Pettiti – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Il grande scrittore russo Fëdor Dostojevskij disse: "Se volete conoscere a fondo un uomo, giudicatelo non dalle parole, dalle lacrime o dai suoi silenzi. Neppure le sue idee ve lo faranno conoscere appieno. Guardatelo bene quando sorride. Quest’uomo è buono se il suo sorriso è buono…".
E il sorriso inconfondibile, dolce, accattivante, di don Paleari fu il segno distintivo della sua bontà, che lo fece amare da tutti.
Francesco Paleari nacque a Pogliano Milanese (MI) il 22 ottobre 1863, i suoi genitori Angelo Paleari e Serafina Oldani erano poveri contadini, ma nella loro famiglia non mancava la serenità e tanta fiducia in Dio e si lavorava sodo per crescere i cinque figli rimasti degli otto nati; la mortalità infantile dell’epoca mieteva vittime in quasi tutte le famiglie.
Crebbe sereno, gioioso e ben disposto verso tutti i compagni in ogni occasione, tanto che a detta di qualcuno di loro, era impossibile litigare con lui; Franceschino non crebbe molto di statura e resterà sempre piuttosto piccolo ed esile nel fisico.
Il parroco di Pogliano scorse in lui tutti i segni di una buona vocazione sacerdotale e per superare le difficoltà economiche della famiglia, che erano un ostacolo alla sua entrata in Seminario, scrisse a Torino alla ‘Piccola Casa della Divina Provvidenza’, fondata da s. Giuseppe Benedetto
Cottolengo (1786-1842), dove il santo fondatore oltre ad accogliere fra le sue mura persone affette da ogni miseria umana, intese di dare aiuto anche nelle necessità spirituali, spesso altrettanto gravi.
Pertanto aveva istituito anche un piccolo Seminario, dove le rette erano puramente simboliche, per poter studiare e diventare sacerdote dello stesso Istituto, oppure in completa libertà passare fra il clero diocesano.
Il primo successore del Cottolengo, padre Anglesio rispose favorevolmente per l’ammissione di Franceschino Paleari fra gli aspiranti detti "Tommasini".
Superate le normali difficoltà derivanti dalla nostalgia dei familiari e della sua casa, dall’incertezza di aver scelto la strada giusta, Francesco Paleari si ambientò ottimamente e vivendo con mitezza, scrupolo, zelo nello studio, impegno formativo del suo carattere e della sua vocazione, compì tutti gli studi necessari, venendo ordinato sacerdote il 18 settembre 1886 a 23 anni.
Durante il lungo corso di studi era stato continuamente in contatto con la triste realtà degli ospiti della ‘Piccola Casa della Divina Provvidenza’, poi chiamata "il Cottolengo di Torino", solo chi era disposto a soffrire per gli altri con quasi nessuna soddisfazione personale, poteva restare a lavorare nella grande Istituzione e il giovane Francesco Paleari era uno di questi e decise di rimanere.
Dopo 53 anni, alla sua morte fu detto di lui: "Don Paleari fu solo e sempre Sacerdote!". La celebrazione della sua Messa era una mezz’ora di Paradiso per lui e per i presenti, tale era l’intensità spirituale, di fervore e di fede del ‘Piccolo Prete del Cottolengo’.
Il giovane sacerdote fu incaricato d’insegnare il latino fra gli allievi cottolenghini e l’insegnamento per molti anni lo vedrà sempre Maestro diligente, preparato, paziente e persuasivo con il suo sorriso, non solo al Cottolengo, ma anche fra i Missionari della Consolata, fondati dal Beato Giuseppe Allamano (1851-1926).
Cambiò materia e testi d’insegnamento, cambiarono per età e intelligenza i suoi allievi, ma lui restò fino alla maturità il Maestro di filosofia di tante figure celebri per la loro riuscita, ma anche di tanti timidi allievi che si fermarono prima.
Poi dalla Diocesi di Torino arrivarono sempre più spesso le richieste per incarichi al Piccolo Prete del Cottolengo. Per più di 40 anni fu confessore e direttore spirituale del Seminario diocesano, predicatore di Esercizi al Clero, a Religiose e ad ogni ceto di persone; Provicario dell’Arcidiocesi torinese, canonico del "Corpus Domini" dal 1922.
Quanti l’avvicinavano, non finivano di stupirsi della mole incredibile di lavoro, che con una calma veramente inalterabile riusciva a smaltire. Accettava incarichi, lavori ingrati, impegni straordinari, a volte pesi eccessivi per le sue spalle e tutto con la semplicità di un "servizio dovuto", quasi scusandosi di non fare di più.
Nel 1936 ebbe frequenti crisi cardiache, che lo costrinsero ad una inattività assoluta, inchiodato alla sua Croce dalla malattia, fu un martirio del cuore e la lenta agonia della sua lucida e viva mente.
Con le lacrime agli occhi diceva a chi lo avvicinava: "Noi dobbiamo essere nelle mani di Dio, come una palla nelle mani di un bambino che gioca. Quanto più forte la palla viene buttata a terra, tanto più rimbalza in alto!".
I superiori tentarono di farlo migliorare facendolo soggiornare a Celle Ligure nella colonia marina, ma inutilmente, quando fu riportato a Torino alla Piccola Casa della Provvidenza, la sua stanzetta d’ammalato diventò quasi una cappella, con la semplicità di un fanciullo continuava ad ubbidire a tutti.
Dopo un’agonia di alcuni giorni morì il 7 maggio 1939, dopo tre anni di sofferenza e di lento spegnersi della sua grande vitalità; i funerali, come d’uso nella Piccola Casa dove ogni giorno la morte faceva il suo lavoro, dovevano essere estremamente semplici, perché lì non si facevano distinzioni dal Superiore Generale all’ultimo dei ricoverati e così doveva essere per il piccolo Prete anche se monsignore, canonico e con altri meritati titoli.
Ma la voce si diffuse per Torino e man mano affluirono tanti suoi allievi, monsignori, vescovi, sacerdoti, popolo, professionisti, giovani, tanti poveri, ognuno volle rendere omaggio al piccolo emulo del suo Fondatore del quale aveva anche nel viso una forte somiglianza.
I funerali furono un vero trionfo; per la fama di santità che l’accompagnò anche dopo morto, la sua salma il 6 maggio 1946, fu traslata dal cimitero di Torino alla Chiesa del Cottolengo e tumulata
non lontano dal fondatore San Giuseppe Benedetto Cottolengo.
La Causa di Beatificazione, iniziata l'11 giugno 1947, fu affidata nel 1980 a P. Antonio Cairoli, Postulatore generale OFM.
Il 6 aprile 1998 don Francesco è stato dichiarato venerabile dal Beato Giovanni Paolo II (Karol Józef
Wojtyła, 1978-2005) e il 10 dicembre 2010 fu promulgato il decreto che riconosce la guarigione miracolosa ottenuta per sua intercessione. Don Francesco Paleari è stato beatificato il 17 settembre 2011 nella Chiesa della Piccola Casa della Divina Provvidenza a Torino; il rito è stato presieduto, in rappresentanza di Papa Benedetto XVI (Joseph Ratzinger, 2005-2013), da Sua Eminenza Angelo Card. Amato, S.D.B., Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi. La sua salma è stata ricollocata nella cappella di fronte a quella del Santo Cottolengo.
Piace concludere questa piccola scheda riportando alcune massime di don Francesco Paleari:
"La Croce prima è amarissima, poi amara, poi dolce e infine rapisce in estasi".
"Il Signore ci manda le sofferenze per tre P; per pena, per prova, per premio".
"Prontezza nel cominciare, pazienza nel continuare, perseveranza nel terminare".
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - Beato Francesco Paleari, pregate per noi.

 

*San Giovanni di Beverley - Vescovo (7 maggio)
m. 7 maggio 721
Martirologio Romano:
A Beverley in Northumbria, nell’odierna Inghilterra, transito di San Giovanni, vescovo prima di Hexham e poi di York, che associò l’impegno pastorale alla preghiera personale e, deposto l’incarico, visse per il resto della sua vita come monaco nel monastero da lui stesso fondato in questo luogo.
San Giovanni di Beverley nacque ad Harlam nello Yorkshire e studiò a Canterbury sotto i Santi Adriano e Teodoro.
Entrò nel monastero di Whitby e quindi fu consacrato vescovo di Hexam. Dopo la morte del vescovo Bosa, ne prese il posto a York.
Nel 717, affaticato dall’austerità e dai gravosi compiti episcopali, rinunciò alla carica e si ritirò nel monastero di Beverley, dove morì il 7 maggio del 721.
Questo monastero fu distrutto poco tempo dopo dai danesi, ma il re Athelstan, ottenuta una grande vittoria sugli scoti per la sua intercessione miracolosa, fece costruire nello stesso luogo una grande chiesa.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)   
Giaculatoria - San Giovanni di Beverley, pregate per noi.


*Beata Gisella d'Ungheria - Regina, Badessa (7 maggio)

+ Niedernburg, Germania, 1060 c.
La Beata Gisella, figlia di Enrico II di Baviera e di Gisella di Borgogna, nacque alla fine del X secolo e sposò nel 996/997 il primo re d’Ungheria Stefano il Santo.
Fu la prima ed importante collaboratrice del marito, nell’opera di conversione al cattolicesimo degli ungheresi, fondando ed arricchendo con parecchi doni i monasteri e le chiese del regno.
Nel 1031 le morì il figlio Emerico e nel 1038 perse anche il marito. Ma le sventure proseguirono quando il successore di Stefano, Pietro Orseolo, la privò dei suoi beni.
Gisella fu costretta nel 1045 a lasciare l’Ungheria.
Tornò in Baviera e si ritirò nel monastero benedettino di Niedenburg presso Passau, dove diventò badessa. Morì intorno al 1060 e sepolta nello stesso monastero. (Avvenire)
Martirologio Romano: Nel monastero di Niedernburg nella Baviera, in Germania, Beata Gisella, che, sposata con Santo Stefano re d’Ungheria, aiutò il marito nell’opera di propagazione della fede e, dopo la sua morte, spogliatasi di tutti i suoi beni e in esilio dal regno, si ritirò in questo monastero, di cui fu poi badessa.
La Beata Gisella, figlia di Enrico II di Baviera e di Gisella di Borgogna, nacque alla fine del X secolo e sposò nel 996/997 il primo re d’Ungheria Stefano il Santo.
Fu la prima ed importante collaboratrice del marito, nell’opera di conversione al cattolicesimo degli ungheresi, fondando ed arricchendo con munifici doni i monasteri e le chiese del regno.
Nel 1031 le morì il figlio Emerico e nel 1038, quando aveva 42 anni, le morì anche il Santo coniuge; vennero in seguito dei momenti ancora tristi, perché il successore di Stefano, Pietro Orseolo, la privò dei suoi beni; perciò fu costretta nel 1045 a lasciare l’Ungheria.
Tornò in Baviera e si ritirò nel monastero benedettino di Niedenburg presso Passau, dove diventò badessa.
Morì intorno al 1060 e sepolta nello stesso monastero; la sua tomba fu oggetto di pellegrinaggi e venerazione dei fedeli; nel 1908 si è tenuta una ricognizione delle reliquie.
Nonostante che nei Martirologi Benedettini è segnalata come Beata al 7 maggio, Gisella non ebbe mai un culto ufficiale.
Il nome Gisella è documentato fin dall’VIII secolo, diffuso soprattutto nel Nord Italia, proprio dai residenti dell’Alto Adige nella variante Gisela e nel Nord Europa e Francia. Il nome è di origine germanica e significa ‘eroina, campionessa’.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Gisella d'Ungheria, pregate per noi.


*San Maurelio - Vescovo di Voghenza - Ferrara (7 maggio)

Edessa (Mesopotamia), ? - † 7 maggio 644  
L’unica fonte biografica su san Maurelio che ci è pervenuta, è un anonimo “Legendario e vita et miracoli di Santo Maurelio”, tradotto in italiano dal latino e pubblicato per la prima volta a Ferrara nel 1489 e ristampato nel 1544 e 1570.
Da questa fonte ne sono scaturite altre, alcune leggendarie e fantasiose, altre con l’intento di spiegare l’incongruente narrazione, ma che giunsero al risultato di complicarla maggiormente.
Si dà qui una parziale traduzione dal “Legendario” composto da sette capitoli, specificando che per secoli stuoli di studiosi, hanno cercato di dare un senso cronologico e geografico dei fatti, senza peraltro riuscirvi credibilmente.
1. Maurelio nacque ad Edessa da Teobaldo re di Mesopotamia e quando aveva 18 anni, nacquero altri due fratelli, Ippolito e Rivallo; a 30 anni, si presentò a suo padre pagano, per avere il permesso di servire l’Onnipotente Dio; alle pressanti richieste del padre e dei baroni del regno, cedette accettando di associarsi al governo dello Stato; alla morte del padre fu eletto re in Edessa, ma poco dopo per amore di Dio, rinunciò al regno a favore del fratello Ippolito.
2. Si dedicò alla sua formazione spirituale e preparazione sacerdotale, sotto la guida del venerando Teofilo vescovo di Smirne, il quale gli conferì i vari gradi fino al sacerdozio.
In seguito il vescovo lo autorizzò ad avere un dibattito con l’eretico Severino, ma questo non si presentò. Teofilo allora lo mandò a Roma dal papa, affinché Maurelio esponesse la situazione creatasi con la dottrina dell’eretico e ricevere gli opportuni consigli per combatterlo.
Una volta partito per Roma, Maurelio fu avvertito da un angelo che un fulmine aveva incenerito l’eretico Severino, allora decise di ritornare a Smirne, ma un vento impetuoso obbligò la nave ad entrare nel porto di Ostia, distante da Roma dodici miglia. Da lì la delegazione capeggiata da Maurelio, decise di visitare la Basilica di San Pietro a Roma e ricevere la benedizione del Vicario di Cristo.
3. E accadde per divina provvidenza, che nello stesso momento che era dal papa, incontrò altri pellegrini della città di Ferrara, venuti dal Santo Padre per chiedere la nomina di un nuovo vescovo, per succedere al defunto loro pastore Oldrado.
Al papa di allora Giovanni IV (640-642), apparve s. Giorgio che gli suggerì di nominare Maurelio; accettata la nomina e presentato ai Ferraresi, egli fu consacrato vescovo dal Papa.
4. Accolto festosamente nella città di Voghenza, celebrò la Messa nella chiesa cattedrale posta oltre il fiume Po; durante la celebrazione apparve una mano benedicente Maurelio e furono udite parole che elogiavano la sua scelta di rinunciare ad onori e ricchezze nella sua patria, e gli promettevano letizia e gaudio eterno fra i cori degli Angeli.
La voce ancora lo designava a protettore e custode di quel luogo, che l’accoglieva e dove riposerà dopo la morte, promettendo abbondanza di grazie ai fedeli, che si sarebbero recati visitarne la tomba con pura fede; detto questo la mano disparve e Dio di giorno in giorno gli concedeva molti doni e miracoli.
5. La quinta parte racconta della guarigione d’una ragazza cieca, ad opera del santo vescovo; questa ragazza poi si fece costruire dal padre un abitacolo dall’altra parte del fiume, in un luogo non molto lontano da dove dimorava San Maurelio, e si dedicò ad una vita di preghiera.
In quel luogo fu poi fondato il venerando monastero di San Silvestro, che accolse per secoli, religiose e sante monache.
6. Nella sesta parte, la più dolorosa, Maurelio ebbe in sogno il presagio di molte sofferenze e lui si disse pronto alla prova.
Alcuni connazionali della Mesopotamia, giunti a Voghenza gli riferirono che suo fratello Ippolito, era stato ucciso dall’altro fratello Rivallo, che aveva anche abiurato il Cristianesimo.
Maurelio partì per Edessa e lì giunto rimproverò con forza il fratello, che gli rispose con alterigia e lo rinchiuse in carcere e dopo strazianti tormenti, lo fece decapitare e seppellire nello stesso palazzo reale.
I notabili del regno avendo saputo dell’arrivo di Maurelio, espressero il desiderio di vederlo; Rivallo rispose che era partito, dandogli il regno nelle sue mani, ma data questa falsa giustificazione, il crudele tiranno fu preso da possessione diabolica e spirò. Il corpo di San Maurelio fu poi ritrovato, il martirio si avverò il 7 maggio del 644 ca.
7. Nel 1106 quindi circa 500 anni dopo la morte, l’imperatore Enrico III, in seguito ad una visione del santo, trasferì il corpo di s. Maurelio, il 24 aprile, nella chiesa di S. Giorgio di Ferrara dall’altro lato del fiume, presente il vescovo Giovanni.
Su quest’ultima parte bisogna aggiungere, che la sede episcopale di Voghenza, oggi Borgo di 600-700 abitanti nel Comune di Voghiera, era dal IV al VII secolo, precedente a quella di Ferrara, dove fu trasferita nella chiesa di S. Giorgio nel 657; quindi molti studiosi ritengono che San Maurelio sia stato l’ultimo vescovo dell’antica diocesi di Voghenza, incorporata poi in quella di Ferrara, perciò egli è denominato alternativamente vescovo di Voghenza e di Ferrara.
Le testimonianze del culto a Ferrara oggi conosciute, non risalgono oltre il XII secolo, è da supporre che la presunta traslazione delle reliquie da Edessa a Ferrara, ad opera dell’imperatore Enrico III, abbia originato o rinnovato la devozione dei fedeli ferraresi a san Maurelio.
Da quel secolo le testimonianze si moltiplicarono con Confraternite, campane, sarcofagi, monete, cappelle, chiese, a lui dedicate o che lo raffiguravano come Santo; dal 1463 San Maurelio, negli Statuti di Ferrara, viene citato a fianco di San Romano e altri Santi, quale protettore della città.
Dalla riesumazione della salma avvenuta nel 1419 ad oggi, le reliquie del santo hanno riscosso un culto ininterrotto, tanto nell’antica cattedrale di San Giorgio, quanto nella nuova fondata nel 1135.
La riesumazione fu l’occasione per l’inizio di un interesse artistico notevole, da parte di pittori e scultori, che lo raffigurarono in pregevoli opere, oggi sparse in tutta Europa; tra le più importanti, la cattura e la decapitazione di San Maurelio di Cosmé Tura, dipinto verso il 1470 per l’altare dedicato al Santo vescovo, nella chiesa di San Giorgio fuori le mura e ora conservato nella locale Pinacoteca Nazionale. Le sue reliquie sono oggi venerate nel Monastero di San Giorgio degli Olivetani a Ferrara.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Maurelio, pregate per noi.


*San Placido di Autun - Abate (7 maggio)

San Placido (Placide o Plait) è un abate benedettino di Autun.
Su questo santo non abbiamo alcun dato cronologico, sappiamo solo che il culto che gli è stato reso nella basilica di San Sinforiano di Autun è molto antico.
Non vi sono certezze su questo santo. Alcuni martirologi antichi indicano San Placido quale vescovo di Autun; ma questo nome non figura nella lista dei vescovi della diocesi.
Si presume che il governo dell’abbazia da parte di San Placido sia da collocarsi prima del 731, data in cuoi la basilica venne incendiata e completamente distrutta dai saraceni.
Nel Martirologio Gerominiano era menzionato alle date 7 maggio e gli era attribuito il titolo di sacerdote e abate della basilica di San Sinforniano.

(Autore: Mauro Bonato – Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - San Placido di Autun, pregate per noi.


*Santa Rosa Venerini (7 maggio)

Viterbo, 9 febbraio 1656 - Roma, 7 maggio 1728
Fondatrice delle Maestre Pie.
Etimologia: Rosa = dal nome del fiore
Martirologio Romano: A Roma, Beata Rosa Venerini, Vergine di Viterbo, che insieme alle Maestre Pie aprì le prime scuole in Italia per l’istruzione della gioventù femminile.
Del fatto che “il bene bisogna farlo bene” era stata sempre fermamente convinta, semplicemente non sapeva da dove iniziare. Di famiglia agiata (il padre è medico, la mamma appartiene ad una ricca famiglia di calzolai), Rosa Venerini nasce a Viterbo il 9 febbraio 1656.
Intelligente, sensibile e pure bella, a 20 anni ha davanti a sé, come tutte le coetanee, l’imbarazzo della scelta tra il matrimonio e il monastero.
Lei non sembra decidersi né per l’uno né per l’altro: consacrata per essere tutta di Dio, questo sì,
ed infatti sono anni che emette privatamente il voto di castità, ma per la vita in convento non si sente molto portata.
Su consiglio di papà entra per un periodo di prova nel convento domenicano della sua città, dove già c’è una zia suora, ma si ferma pochi mesi appena perché papà muore improvvisamente e in casa hanno bisogno di lei. E non pensa neppure di ritornarvi dopo, perché si è accorta che la vita contemplativa proprio non fa per lei.
Dal 1677 al 1680 casa sua si svuota: prima si sposa la sorella, poi muore ad appena 27 anni il fratello Domenico, subito seguito dalla mamma, che non ha retto al dolore. Rosa si ritrova sola con il fratello Orazio e, soprattutto, con l’eterno interrogativo su cosa fare della sua vita. Pratica e razionale, con i piedi ben piantati per terra ma con gli occhi sempre rivolti al cielo, ha il coraggio di pensare che la sua vita possa essere impostata anche al di fuori degli schemi tradizionali.
Ad aprirle nuovi orizzonti è il suo confessore, che le consiglia, per riempire le sue giornate troppo vuote, di radunare in casa sua le donne e le ragazze del vicinato per la recita del rosario.
É proprio durante questi incontri di preghiera che Rosa si accorge della povertà spirituale e culturale della donna del suo tempo e decide così di aggiungere alle preghiere alcune basilari nozioni di istruzione religiosa. Di qui all’apertura di una scuola per bambine e adolescenti il passo è breve: il 20 dicembre 1684, ormai completamente libera da impegni familiari perché anche l’ultimo fratello si è sposato, Rosa affitta una casa e inaugura la sua prima vera scuola con l’aiuto di due amiche e il sostegno di una benefattrice.
A Viterbo fanno scandalo queste donne che vivono da religiose “nel mondo” aldilà delle tradizionali mura di un convento, ma Rosa non si lascia impressionare. Come non si lascia condizionare dall’aperta opposizione di una parte del clero, che vede nella sua opera catechistica (appoggiata dai Gesuiti) una concorrenza per il catechismo che tradizionalmente si tiene nelle singole parrocchie. Le sue “Maestre Pie” crescono di numero e Rosa le manda a due a due nelle varie diocesi in cui è richiesta la sua opera.
Apre una scuola anche a Roma, dove il 24 ottobre 1716 ha tra i banchi uno “scolaro” d’eccezione, papa Clemente XI, che vuole accertarsi di persona sui suoi metodi di insegnamento. “Signora Rosa, con queste scuole voi ci santificherete Roma”, le dice andandosene, con un giudizio che è più che un “imprimatur”.
Ma lei continua a collezionare difficoltà, incomprensioni e ostilità, accettate “inchiodata alla volontà di Dio” e sempre più convinta che la rigenerazione della famiglia passa solo attraverso il riscatto della donna dalla povertà culturale in cui da sempre è confinata.
Morta a Roma il 7 maggio 1728, Madre Rosa Venerini è proclamata Beata da Pio XII nel 1952 e canonizzata da Benedetto XVI lo scorso 15 ottobre. (Autore: Gianpiero Pettiti)
Rosa Venerini nacque a Viterbo, il 9 febbraio 1656. Il padre, Goffredo, originario di Castelleone di Suasa (Ancona), dopo aver conseguito la laurea in medicina a Roma, si trasferì a Viterbo ed esercitò brillantemente la professione di medico nell’Ospedale Grande. Dal suo matrimonio con Marzia Zampichetti, di antica famiglia viterbese, nacquero quattro figli: Domenico, Maria Maddalena, Rosa, Orazio.
Rosa fu dotata dalla natura di intelligenza e di sensibilità umana non comuni. L’educazione ricevuta in famiglia le permise di sviluppare i numerosi talenti di mente e di cuore e di formarsi a saldi principi cristiani. All’età di sette anni, secondo il suo primo biografo, Padre Girolamo Andreucci S.I. fece voto di consacrare a Dio la sua vita. Durante la prima giovinezza, visse il conflitto tra le attrattive del mondo e la promessa fatta a Dio. Superò la crisi con la preghiera fiduciosa e la mortificazione.
A 20 anni, Rosa si interrogava sul proprio futuro. La donna dei suoi tempi poteva scegliere solo due orientamenti di vita: il matrimonio o la clausura. Rosa stimava l’una e l’altra via, ma si sentiva chiamata a realizzare un altro progetto a vantaggio della Chiesa e della società del suo tempo. Spinta da istanze interiori profetiche, impiegò molto tempo, nella sofferenza e nella ricerca, prima di giungere ad una soluzione del tutto innovativa.
Nell’autunno del 1676, d’intesa con suo padre, Rosa entrò in educazione nel monastero domenicano di Santa Caterina a Viterbo con la prospettiva di realizzare il suo voto. Accanto alla zia Anna Cecilia imparò ad ascoltare Dio nel silenzio e nella meditazione. Rimase nel monastero pochi mesi perché la morte prematura del padre la costrinse a tornare accanto alla mamma sofferente. Negli anni immediatamente successivi Rosa dovette farsi carico di avvenimenti gravi per la sua famiglia: a soli 27 anni di età morì il fratello Domenico e, pochi mesi dopo, lo seguì la madre che non resse al dolore. Nel frattempo Maria Maddalena si era sposata.
Rimanevano in casa soltanto Orazio e Rosa che aveva ormai 24 anni. Spinta dal desiderio di fare qualcosa di grande per Dio, nel maggio del 1684, Rosa iniziò a radunare nella propria abitazione le fanciulle e le donne del vicinato per la recita del Rosario. Il modo di pregare delle giovani e delle mamme, ma soprattutto i dialoghi che precedevano o seguivano la preghiera aprirono la mente e il cuore di Rosa sulla triste realtà: la donna del popolo era schiava della povertà culturale, morale e spirituale. Capì allora che il Signore la chiamava ad una missione più alta che, gradualmente, individuò nell’urgenza di dedicarsi all’istruzione e alla formazione cristiana delle giovani, non con incontri sporadici, ma con una scuola intesa nel senso vero e proprio della parola.
Il 30 agosto 1685, con l’approvazione del Vescovo di Viterbo, Card. Urbano Sacchetti e la collaborazione di due Compagne, Gerolama Coluzzelli e Porzia Bacci, Rosa lasciò la casa paterna per dare inizio alla sua prima scuola, progettata secondo un disegno originale che aveva maturato nella preghiera e nella ricerca della volontà di Dio.
Il primo obiettivo era quello di dare alle fanciulle del popolo una completa formazione cristiana e prepararle alla vita civile. Senza grandi pretese, Rosa aveva aperto la prima « Scuola pubblica femminile in Italia ». Le origini erano umili, ma la portata era profetica: la promozione umana e l’elevazione spirituale della donna erano una realtà che non avrebbe tardato ad avere il riconoscimento delle Autorità religiose e civili.
L’espansione dell’Opera
Gli inizi non furono facili. Le tre maestre dovettero affrontare le resistenze del clero che si vedeva privato dell’ufficio esclusivo di insegnare il catechismo. Ma la diffidenza più cruda veniva dai benpensanti che erano scandalizzati dall’audacia di questa donna dell’alta borghesia viterbese che prendeva a cuore l’educazione delle fanciulle di basso rango. Rosa affrontò tutto per amore di Dio e con la forza che le era propria e continuò nel cammino che aveva intrapreso, ormai certa di essere nel vero progetto di Dio.
I frutti le diedero ragione: gli stessi parroci si resero conto del risanamento morale che l’opera educativa generava tra le fanciulle e le mamme. La validità dell’iniziativa fu riconosciuta e la fama oltrepassò i confini della Diocesi. Il Cardinale Marco Antonio Barbarigo, Vescovo di Montefiascone, capì la genialità del progetto viterbese e chiamò la Santa nella sua Diocesi. La Fondatrice, sempre pronta a sacrificarsi per la gloria di Dio, rispose all’invito: dal 1692 al 1694 aprì una decina di scuole a Montefiascone e nei paesi intorno al lago di Bolsena. Il Cardinale forniva i mezzi materiali e Rosa coscientizzava le famiglie, preparava le maestre e organizzava la scuola. Quando dovette tornare a Viterbo per attendere al consolidamento della sua prima opera, Rosa affidò le scuole e le maestre alla direzione di una giovane, Santa Lucia Filippini, di cui aveva intravisto le particolari doti di mente, di cuore e di spirito.
Dopo le aperture di Viterbo e di Montefiascone, altre scuole vennero istituite nel Lazio. Rosa raggiunse Roma nel 1706, ma la prima esperienza romana fu per lei un vero fallimento che la segnò
profondamente e la costrinse ad aspettare sei lunghi anni prima di riavere la fiducia delle Autorità. L’8 dicembre del 1713, con l’aiuto dell’Abate Degli Atti, grande amico della famiglia Venerini, Rosa poté aprire una sua scuola al centro di Roma, alle pendici del Campidoglio.
Il 24 ottobre 1716 ricevette la visita del Papa Clemente XI che, accompagnato da otto Cardinali, volle assistere alle lezioni. Meravigliato e compiaciuto, alla fine della mattinata, si rivolse alla Fondatrice con queste parole: « Signora, Rosa, voi fate quello che Noi non possiamo fare, Noi molto vi ringraziamo perché con queste scuole santificherete Roma». Da quel momento, Governatori e Cardinali chiesero le scuole per le loro terre. L’impegno della Fondatrice diventò intenso, fatto di peregrinazioni e di fatiche per la formazione delle nuove comunità, intessuto di gioie e di sacrifici. Dove sorgeva una nuova scuola, in breve si notava un risanamento morale della gioventù.
Rosa Venerini morì santamente nella Casa di San Marco in Roma, la sera del 7 maggio 1728. Aveva aperto più di 40 scuole. Le sue spoglie vennero tumulate nella vicina Chiesa del Gesù, da lei tanto amata. Nel 1952, in occasione della Beatificazione, furono trasferite nella cappella della Casa Generalizia, a Roma.
La spiritualità
In tutta la sua vita, Rosa si è mossa dentro l’oceano della Volontà di Dio. Diceva: «Mi sento così inchiodata nella volontà di Dio che non mi importa né morte, né vita, voglio quanto Egli vuole, voglio servirLo quanto a Lui piace e niente più ». Dopo i primi contatti con i Padri Domenicani del Santuario della Madonnna della Quercia, nei pressi di Viterbo, seguì definitivamente la spiritualità austera ed equilibrata di Sant’Ignazio di Lojola per la direzione dei Gesuiti, specie del Padre Ignazio Martinelli. Le crisi dell’adolescenza, le perplessità della giovinezza, la ricerca della nuova via, l’istituzione delle scuole e delle comunità, i rapporti con la Chiesa e con il mondo: tutto era orientato al Divino Volere. La preghiera era il respiro della sua giornata.
Rosa non imponeva a se stessa e alle sue Figlie lunghe orazioni, ma raccomandava che la vita delle maestre, nell’esercizio del prezioso ministero educativo, fosse un continuo parlare con Dio, di Dio e per Dio. L’intima comunione con il Signore era alimentata dall’orazione mentale che la Santa considerava «nutrimento essenziale dell’anima ».
Nella meditazione, Rosa ascoltava il Maestro che insegna lungo le strade della Palestina e in modo particolare dall’alto della Croce.
Con lo sguardo rivolto al Crocifisso, Rosa sentiva sempre più forte in lei la passione per la salvezza delle anime. Per questo celebrava e viveva ogni giorno l’Eucaristia in modo mistico: nella sua immaginazione, la Santa vedeva il mondo come un grande cerchio; lei si poneva al centro e contemplava Gesù, vittima immacolata, che da ogni parte della terra offriva se stesso al Padre attraverso il Sacrificio Eucaristico. Chiamava questo modo di elevarsi a Dio Cerchio Massimo. Con preghiera incessante, partecipava spiritualmente a tutte le Messe che si celebravano in ogni parte della terra; univa con amore i dolori, le fatiche, le gioie della propria vita alle sofferenze di Gesù Cristo, preoccupandosi che il Suo Preziosissimo Sangue non fosse versato invano.
Il carisma
Possiamo sintetizzare il carisma di Rosa Venerini in poche parole. Visse consumata da due grandi passioni: la passione per Dio e la passione per la salvezza delle anime. Quando capì che le fanciulle e le donne del suo tempo avevano bisogno di essere educate ed istruite sulle verità della fede e della morale, non risparmiò tempo, fatiche, lotte, difficoltà di ogni genere pur di rispondere alla
chiamata di Dio. Era consapevole che l’annuncio della Buona Novella poteva essere accolto se le persone venivano prima liberate dalle tenebre dell’ignoranza e dell’errore. Inoltre aveva intuito che la formazione professionale poteva consentire alla donna una promozione umana ed una affermazione nella società. Questo progetto richiedeva una comunità educante e, senza pretese, Rosa, con grande anticipo sulla storia, offrì alla Chiesa lo stile della Comunità Religiosa Apostolica.
Rosa non esercitò la sua missione educativa solo nella scuola, ma colse ogni occasione per annunciare l’amore di Dio: confortava e curava gli ammalati, rianimava gli sfiduciati, consolava gli afflitti, richiamava i peccatori a vita nuova, esortava alla fedeltà le anime consacrate non osservanti, soccorreva i poveri, liberava da ogni forma di schiavitù morale.
Educare per salvare è diventato il motto che sospinge le Maestre Pie Venerini a continuare l’Opera del Signore voluta dalla loro Fondatrice e ad irradiare nel mondo il carisma della Santa Madre: liberare dall’ignoranza e dal male perché sia visibile il progetto di Dio di cui ogni persona è portatrice.
È questa la magnifica eredità che Rosa Venerini ha lasciato alle sue Figlie. Ovunque, in Italia come in altri Paesi, le Maestre Pie Venerini cercano di vivere e di trasmettere l’ansia apostolica della loro Madre privilegiando i più poveri. La Congregazione, dopo aver dato il suo contributo a favore degli Italiani emigrati negli Stati Uniti, fin dal 1909, e in Svizzera dal 1971 al 1985, ha esteso la sua attività apostolica in altri Paesi: in India, in Brasile, in Camerun, in Romania, in Albania, in Cile, in Venezuela e in Nigeria. Santa Rosa Venerini è stata canonizzata dal Papa Benedetto XVI il 15 ottobre 2006, a Roma in Piazza San Pietro.
(Fonte: www.Korazym.org)

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