Santi del 7 Novembre - Istituto Aveta

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Santi del 7 Novembre

Il mio Santo > I Santi di Novembre

*Sant'Amarando (Amaranto) - Martire (7 novembre)

Martirologio Romano: Presso Albi in Aquitania, ora in Francia, commemorazione di Sant’Amaranto, martire.
L'unica notizia che ne abbiamo ci è fornita da Gregorio di Tours, che nel De gloria martyrum cita una Historia Passionis (perduta), priva, però, di valore storico, perché contemporanea non alla vita di Amarando, ma al ritrovamento della sua tomba.
Martirizzato probabilmente nel sec. III (sotto Decio, nel 250, o sotto Valeriano, nel 258), poiché la persecuzione del sec. IV in Gallia fece poche vittime, Amarando sarebbe stato sepolto ad Albi, in una località rimasta disabitata durante le guerre (San Gregorio allude alle invasioni barbariche dei Vandali o dei Goti); dato che Albi non fu mai completamente evacuata dalla popolazione, bisogna intendere che la tomba si trovava nei dintorni del paese, con ogni probabilità a Viancium (Vieux), dove il culto di Amarando è attestato dalla Vita di Sant'Eugenio di Cartagine già nel sec. VI.
Secondo la leggenda i ceri che i fedeli portavano alla tomba di Amarando, quando la località era ancora disabitata, si accendevano spontaneamente.
La chiesa di Vieux lo nominò come patrono secondario, dopo Sant'Eugenio di Cartagine, nel 924; nel 1494 il vescovo Luigi I d'Amboise trasferì le sue reliquie, insieme con quelle dei Ss. Longino, Vindemiale e Carissima, nella cattedrale di Albi.
É festeggiato ad Albi, seguendo Floro di Lione, il 7 novembre (forse la data è in rapporto con la festa di un Sant'Amaranto, ricordato l'8 novembre nel Martirologio Geronimiano).
Ricordiamo che un altro Amarando, confuso da alcuni col nostro, sarebbe stato abate della abbazia di Moissac e poi vescovo di Albi dopo il 665.
(Autore: Hubert Claude - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Amarando, pregate per noi.


*Beato Antonio Baldinucci - Sacerdote Gesuita (7 novembre)

Sec. XVII
Martirologio Romano: Nel villaggio di Pofì nel Lazio, Beato Antonio Baldinucci, sacerdote della Compagnia di Gesù, che si dedicò interamente alla predicazione delle missioni al popolo.
Mai disperare, anche quando le circostanze della vita ci sono avverse e i grandi desideri che portiamo in cuore sono inversamente proporzionali alla salute che ci è toccata in sorte. Perché per Dio si possono fare cose grandi anche con quel poco di cui siamo dotati.
Lui, per esempio, è di statura inferiore alla media, è gracile di salute, si ammala spesso e volentieri.
Basta un piccolo sforzo mentale per mandarlo in tilt, e anche solo un maggior impegno nell’insegnamento è sufficiente a metterlo a letto per giorni e giorni.
Suo padre, famoso Accademico della Crusca, non sembra lesinare nell’educazione cristiana dei suoi cinque figli e neppure si dimostra avaro con il Signore, quando di questi gliene chiede ben tre: uno entra nei Domenicani, l’altro diventa sacerdote secolare, mentre il più piccolo e malaticcio si fa Gesuita, sognando di andare missionario in Cina, in Giappone o nelle Indie. Sogni proibiti, visto la salute che si ritrova e le tante indisposizioni che lo perseguitano.
Incredibile a dirsi, riescono a curarlo con il tabacco, che era il massimo che potesse offrire la medicina del tempo, quando ancora lo si utilizzava più per le sue virtù medicamentose che per il piacere di una fumata.
Così ristabilito, ma pur sempre inadatto per le missioni, gli chiedono di fare il missionario in patria e di trasformarsi in predicatore itinerante, che non è propriamente un incarico di assoluto riposo, ma di cui non ha più bisogno il gracile gesuita, alto appena un soldo di cacio, che ha acquistato uno slancio inaspettato e una vitalità strabiliante, diventando capace di percorrere anche 70 chilometri al giorno.
Comincia a girare i paesi dell’Italia centrale come un saltimbanco, dotato di un armamentario rustico e inquietante: un teschio sotto il braccio per richiamare a tutti il destino ultimo, la felicità o la dannazione eterna; uno “svegliarono”, cioè una composizione poetica che lui stesso ha composto e un confratello musicato, per richiamare i suoi ascoltatori alla conversione; parole semplici che vanno dritto al cuore e che risvegliano la fede.
Certamente, la sua, è una predicazione figlia del suo tempo (siamo agli inizi del Settecento), che
ha come contorno pubbliche flagellazioni, penitenze estenuanti, terrificanti presentazioni della dannazione eterna.
Perfino la natura sembra dare forza alla sua predicazione, come quel giorno d’estate in cui, volendo spiegare che il numero delle anime che cadono nell’inferno è pari alle foglie che d’autunno cadono dagli alberi, invita il suo uditorio ad osservare l’albero all’ombra del quale sta predicando.
Proprio in quel momento arriva una folata di vento che spoglia quasi completamente l’albero, al punto che le foglie rimaste attaccate ai rami si possono facilmente contare.
Alcuni suoi consigli sono tuttavia ancora buoni per oggi: “Di tutto ciò che capita, prendete il buono e lasciate andare il cattivo... Vivete con un cuore grande e libero da ogni strettezza...
Non pensate a tutti i mali possibili, ma solo a quelli che hanno bisogno di un rimedio immediato…”. ”Paradiso, o paradiso, o bella patria” è l’esortazione che non manca mai nelle sue prediche, neanche in quella del 7 novembre 1717, pronunciata a Pofi (Frosinone).
Sono le ultime parole di Padre Antonio Baldinucci, dopo le quali si accascia: stroncato da un infarto, ma soprattutto consumato dalle fatiche, ad appena 52 anni.
Leone XIII lo ha proclamato Beato nel 1893.
(Autore: Gianpiero Pettiti – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Antonio Baldinucci, pregate per noi.


*Sant'Atenodoro - Vescovo nel Ponto (7 novembre)

Martirologio Romano: A Neocesaréa nel Ponto, nell’odierna Turchia, Sant’Atenodóro, vescovo, fratello di San Gregorio Taumaturgo, che tanto progredì nella predicazione delle Sacre Scritture da essere ritenuto degno di svolgere il ministero episcopale, nonostante la giovane età.
Fratello minore del grande vescovo di Neocesarea, Gregorio il Taumaturgo, Atenodoro stesso fu considerato tra i più famosi vescovi orientali del sec. III: «tra i più celebri vescovi, splendevano come stelle radiose Gregorio il Grande, famosissimo per i miracoli che andava compiendo, ed Atenodoro, a lui fraternamente unito nei pensieri, nelle parole e nei fatti, ambedue vescovi nelle Chiese del Ponto» (Niceforo Callisto, Hist. Eccl., VI, 27, in PG, CXLV, col. 1181).
Tuttavia, poche sono le notizie che di lui ci sono pervenute, e per lo più indirettamente, attraverso le fonti che riguardano san Gregorio il Taumaturgo.
Si segnalano tra queste: il Panegirico di Origene, composto dallo stesso Gregorio nel 238 ca. in onore del maestro e con varie notizie autobiografiche; tre passi di Eusebio; la Vita di san Gregorio il Taumaturgo, scritta dal Nisseno, dove, però, non troviamo mai nominato il fratello Atenodoro; il De viris illustribus, 65, di San Gerolamo; un testo di Socrate ed uno di Teodoreto e altre fonti posteriori di minor valore.
Se ne ricava che Atenodoro nacque a Neocesarea, nel Ponto Polemoniaco, ca. il 215, da una delle più nobili famiglie del paese, ancora pagana. Verso il 227 morì il padre, e, come osserva san Gregorio, la Divina Provvidenza si servì di questo lutto per avviare i due fratelli ai primi contatti col Cristianesimo.
La madre ebbe cura di far educare i giovinetti oltre che nelle lettere, nell'eloquenza e nello studio del diritto, desiderando farne degli avvocati; a questo scopo essi vennero a Beryto (Beyrut) in Fenicia. Il Panegirico di Origene non riporta la notizia data da Socrate e san Gregorio Nisseno, secondo la quale i due fratelli si sarebbero recati anche ad Atene (o ad Alessandria) per studiarvi retorica. Da Beyrut, in occasione del matrimonio di una loro sorella col preside della Palestina, ebbero modo di recarsi a Cesarea e di incontrarsi con Origene, che dal 231-32 qui dirigeva la sua celebre scuola.
Tutto il Panegirico è un'esaltazione dell'insegnamento del maestro alessandrino, di cui restarono scolari per ben cinque anni: «Origene (così scrive il Taumaturgo) ci insegnava a ragionare ed a valorizzare tutto ciò che fosse stato scritto dagli antichi, sia filosofi che poeti, salvo che non fossero atei». «Così Origene (per usare le parole di Eusebio), istillando nei loro animi l'amore della filosofia, li attirò allo studio ed alla meditazione delle cose celesti, dopo aver lasciato in disparte quelle umane».
Dopo cinque anni, forse verso il 238, passata la persecuzione di Massimino, essi ritornarono nel Ponto dove, secondo San Gerolamo, era ancor viva la loro madre. La formazione ricevuta alla scuola di Origene meritò loro di essere creati vescovi nonostante la giovane età.
Rufino sembra suggerire che la loro elevazione all'episcopato sia avvenuta durante il pontificato di Sisto II (260-261).
Di quale chiesa in particolare fosse vescovo Atenodoro ci è ignoto: l'indicazione di Amasea è assai tarda. Eusebio lo ricorda come uno dei vescovi più insigni dell'età di Gallieno (260-268), mentre tutte le fonti concordano nell'indicarlo presente al primo sinodo tenuto ad Antiochia contro Paolo di Samosata, nel 264-65: il fatto che invece non appare presente al sinodo del 268, nel quale Paolo venne deposto, ha fatto supporre che egli fosse già morto in quest'anno.
Più comunemente, tuttavia, si colloca la sua morte durante l'impero di Valeriano, e cioè dopo il 270. Il Baronio (Annales, ad a. 275, 9) lo ritiene martire della persecuzione aureliana e ne fissa la data obituale al 18 ottobre 275; ma gli argomenti a favore di quest'ipotesi (il titolo di martire che gli danno alcuni tardi menologi e menei) sono assai deboli.
Nemmeno la celebrazione al 18 ottobre (entrata nel Martirologio Romano) ha fondamento certo, in quanto i martirologi storici dal sec. IX ricordano Sant'Atenodoro al 9 febbraio ed i calendari orientali lo celebrano al 7 novembre: probabilmente la data proposta dal Baronio (XV Kl nov.) non è che l'anticipazione di un mese della festa di San Gregorio il Taumaturgo (XV Kl dec.).
(Autore: Giovanni Lucchesi - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Atenodoro, pregate per noi.


*San Baudino (Baldo) - Vescovo (7 novembre)
† Tours, 552 ca.

Martirologio Romano: A Tours in Neustria, ora in Francia, san Baldo, vescovo, che distribuì in elemosina ai poveri l’oro lasciato dal suo predecessore.
Sedicesimo vescovo di Tours, dopo Ingiurioso e Guntario. Secondo le scarne ma preziose notizie lasciate da San Gregorio di Tours (538-594) storico francese, Baudino (Baldo, Baudin, Baud), era stato ‘domestico’ e ‘referendario’ del re Clotario I (497-561), ed aveva avuto moglie e figli.
Eletto vescovo nel 546, forse era vedovo, distribuì ai poveri l’oro lasciato dal suo predecessore e istituì la “mensa canonicarum”, per il clero della sua cattedrale di Tours.
Dopo cinque anni e dieci mesi di episcopato, Baldo morì verso il 552 e fu sepolto nella Basilica di San Martino di Tours.
Le sue reliquie, furono in seguito trasferite, una prima volta nell’XI secolo, nella chiesa di Verneuil-sur-Indre, poi una seconda volta a Loches nella Chiesa della Madonna, oggi di Sant’Orso; dove è venerato ed invocato per ottenere la pioggia.
Il Martirologio Romano, lo celebra il 7 novembre con il nome latino di Baldus.
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - San Baudino, pregate per noi.


*San Cungaro - Abate (7 novembre)

VI sec.
Martirologio Romano: In località poi chiamata Congresbury in Inghilterra, San Cungáro, abate, di origine bretone, del cui nome si gloriano molti luoghi e chiese.
La leggenda fa di Cungaro (o Cyngar) il figlio di un imperatore di Costantinopoli vissuto nel secolo VI. Per sfuggire ai fasti della corte, Cungaro si sarebbe recato in Inghilterra e precisamente nel Somerset, per condurvi vita eremitica. Gli viene attribuita la fondazione del monastero di Congresbury (in cui morì e fu sepolto) e di quello di Glamorgan.
La sua festa ricorre nei giorni 13 febbraio, 12 maggio, 7 e 27 novembre: il che ha fatto supporre l'esistenza di quattro santi omonimi, tutti abati e fondatori di monasteri.
(Autore: Antonio Rimoldi - Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - San Cungaro, pregate per noi.


*Beata Eleonora di Portogallo - Regina, Mercedaria (7 novembre)

Regina di Portogallo, la Beata Eleonora, disprezzò le ricchezze terrene e beneficò abbondantemente l’Ordine Mercedario.
Ornata della santità della vita, di doni celesti e famosa per i meriti migrò in cielo; il suo corpo fu composto in un sepolcro dignitoso vicino all’altar maggiore nella chiesa del convento di Sant’Antolino in Valladolid (Spagna).
L’Ordine la festeggia il 7 novembre.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Eleonora di Portogallo, pregate per noi.


*Sant'Engelberto di Colonia - Vescovo (7 novembre)

1185 - Gevelsberg, Westfalia, 7 novembre 1225
Martirologio Romano: A Colonia in Lotaringia, in Germania, Sant’Engelberto, vescovo, che, sorpreso per strada da alcuni sicari e crudelmente percosso, morì per aver difeso la giustizia e la libertà della Chiesa.
Nato intorno al 1185 dal conte Engelberto di Berg e da Margherita di Gueldra, Engelberto fu avviato giovanissimo alla carriera ecclesiastica. Era infatti ancora un ragazzo quando venne nominato prevosto di san Giorgio e di san Severino di Colonia (1199) e canonico di santa Maria in Aquisgrana, ottenendo successivamente la prevostura della stessa cattedrale coloniese (1203). A causa delle violenze commesse durante la lotta per l’impero tra il partito ghibellino, rappresentato da Filippo di Svevia, ed il partito guelfo, capeggiato da Ottone di Brunswick, Engelberto fu deposto dalla sua carica e scomunicato nel 1206 da Innocenzo III, unitamente al cugino Adolfo I arcivescovo di Colonia, al cui fianco si era Schierato contro Ottone, favorito dal Papa.
Compiuto tuttavia atto di sottomissione nel 1208, rientrò in possesso di tutte le sue antiche prebende, ma per penitenza prese parte nel 1212, insieme con il fratello ed alcuni altri nobili tedeschi, alla crociata die già da qualche anno si stava combattendo contro gli Albigesi.
Aderì quindi al partito di Federico II ed il 29 febbraio 1216 fu eletto dal capitolo cattedrale arcivescovo di Colonia, ma solo il 24 settembre 1217 ricevette la consacrazione episcopale, dovendo attendere ancora un altro anno prima di ottenere il pallio.
Per l’azione svolta in favore della sua diocesi, ch'egli trovò profondamente sconvolta a causa delle lunghe lotte politiche, e dove non tardò a ristabilire l’ordine e la sicurezza pubblica, provvedendo inoltre a riformare i costumi e la disciplina ecclesiastica, Engelberto si rivelò uno dei migliori arcivescovi che abbiano governato la sede di Colonia.
Oltre che ottimo presule, seppe egli dimostrarsi anche un valente principe, riuscendo a mantenere tranquillo il suo vasto territorio, favorendo il bene pubblico, difendendo i diritti della Chiesa contro le pretese dei nobili, proteggendo il popolo e sovvenendo i poveri, nonché adoperandosi a fare di Colonia un forte stato mercè opere di difesa ed alleanze interne ed esterne.
Assunta nel 1218 la contea paterna di Berg, in seguito alla morte del fratello Adolfo sotto Damietta, e dopo aver costretto il pretendente Enrico di Limburg a rinunziare alla successione, Engelberto divenne uno dei più potenti principi tedeschi, tanto da essere scelto nel 1220 da Federico II come reggente della Germania e tutore del figlio primogenito Enrico, da lui stesso poi incoronato re di Germania in Aquisgrana nel 1222.
La sua azione politica e la sua strenua difesa dei diritti della Chiesa non mancarono di creargli dei nemici, specie tra i nobili, i più accaniti dei quali si mostrarono i tonti di Limburg e di Clèves. Nel 1225, su pressione di Onorio III e di Federico II, dovette intervenire energicamente nella questione della protettoria ereditaria del nobile monastero di Essen, la cui badessa aveva accusato il protettore Federico di Isenburg, figlio di un lontano cugino dello stesso arcivescovo, di atti repressivi e di violenza nei confronti del monastero. Assalito mentre era in cammino per Schwelm, dove si recava a consacrare una chiesa, fu ucciso per vendetta da Federico di Isenburg nelle vicinanze di Gevelsberg (Westfalia), la sera del 7 novembre 1225.
Il cardinale legato Corrado di Porto, che ne celebrò solennemente le esequie nella cattedrale di Colonia, non esitò a definire Engelberto «un martire ed un secondo Thomas Becket», il santo arcivescovo di Canterbury assassinato nel 1170 mentre stava celebrando gli uffici divini.
Come martire Engelberto venne sempre considerato dall’opinione popolare, anche se non fu subito venerato come Santo, dovendo trascorrere ancora molto tempo prima della sua canonizzazione. Nel 1583 il nome di Engelberto fu inserito nel Martirologio Romano, ed egli cominciò ad essere onorato con Ufficio proprio nel 1657, allorché l’arcivescovo di Colonia, Ferdinando di Baviera fissò la celebrazione della sua festa al 7 novembre, com’è ancor oggi.
(Autore: Niccolò Del Re - Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - Sant'Engelberto, pregate per noi.


*Sant'Ercolano di Perugia - Vescovo e Martire (7 novembre)

† 7 novembre 547
Visse nel VI secolo. Nei suoi «Dialoghi» papa Gregorio Magno scrive che faceva vita monastica nel monastero dei Canonici Regolari di Sant'Agostino.
Chiamato alla cattedra episcopale di Perugia dopo la morte del vescovo Massimiano, si oppose all'invasione dei Goti di re Totila che combattevano i bizantini. Dopo tre anni di assedio, verosimilmente nel 547, le truppe guidate dal sovrano ostrogota penetrerano a Perugia.
Ercolano fu catturato, scorticato e poi decapitato davanti a Porta Marzia, per ordine dello stesso Totila, impegnato nell'assedio di Roma. Il suo corpo fu gettato fuori delle mura cittadine.
Come per gli antichi martiri cristiani, anche il suo corpo però fu ricomposto per poi essere seppellito insieme a un bambino trovato morto nello stesso luogo.
Una quarantina di giorni dopo, i profughi perugini ebbero dal comandante dei Goti, il permesso di ritornare in città.
Allora ricordando il loro vescovo Ercolano, morto martire per mano dei barbari, ne ricercarono il corpo sepolto, per trasferirlo nell'antica cattedrale di San Pietro. Trovarono il suo corpo intatto con il capo unito al corpo, come se non fosse mai stato tagliato. (Avvenire)
Martirologio Romano: A Perugia, Sant’Ercolano, vescovo e martire, decapitato per ordine di Totila, re dei Goti.
Del santo compatrono di Perugia, vi sono poche notizie della vita, ma qualcosa in più di dopo la morte. Visse nel VI secolo, e Papa San Gregorio Magno, che compilò i famosi “Dialoghi” (III, 13),
scrisse che Ercolano faceva vita monastica nel monastero dei Canonici Regolari di sant’Agostino, prima di essere chiamato alla cattedra episcopale di Perugia, come successore del defunto vescovo Massimiano.
Verso il 547, dopo tre anni di assedio, i Goti di Totila (re degli Ostrogoti dal 541 al 552), in guerra con i bizantini nella penisola italiana, penetrarono nella città di Perugia, favoriti dalla delazione di un chierico, che informò i nemici sui piani di difesa della città; il vescovo Ercolano, che aveva resistito eroicamente con i concittadini, fu catturato, scorticato vivo, e poi decapitato davanti a Porta Marzia, per ordine di Totila, impegnato nell’assedio di Roma; il suo corpo fu gettato senza alcuna pietà, fuori delle mura cittadine.
Come per gli antichi martiri cristiani, anche per il vescovo Ercolano, ci furono mani pietose di fedeli, che raccolsero e ricomposero il suo corpo e lo seppellirono insieme a quello di un bambini trovato morto nello stesso luogo.
Una quarantina di giorni dopo, i profughi perugini ebbero dal comandante dei Goti, il permesso di ritornare in città, allora ricordando il loro vescovo Ercolano, morto martire per mano dei barbari, ne ricercarono il corpo sepolto, per trasferirlo nell’antica cattedrale di San Pietro.
Quando fu aperta la primitiva sepoltura, trovarono il corpo del bambino in avanzata fase di decomposizione, mentre quello del vescovo era intatto, quasi fosse morto quel giorno stesso.
Ma la meraviglia fu maggiore, quando si poté costatare che il capo era unito al corpo, come se non fosse mai stato tagliato, né vi erano cicatrici al collo, né segni delle torture e scorticature subite sul corpo.
Gli antichi martirologi storici, come quelli di Floro, Adone, Usuardo, considerano il martirio,
avvenuto il 7 novembre. Ma il santo vescovo compatrono, Ercolano, nei secoli successivi, fu confuso anche con un omonimo santo martire del I secolo, ricordato a Perugia il 1° marzo.
Lo sdoppiamento va ricercato in una famosa quanta romanzesca leggenda, conosciuta sotto il nome di “Leggenda dei 12 Siri”, riportata per tutto il Medioevo con altri nomi.
E fra i 12 leggendari Santi, tutti parenti fra loro, venuti in Umbria dalla Siria, al tempo dell’imperatore Giuliano, vi era appunto un sant’Ercolano.
Questo sdoppiamento resisté nella storia, giungendo fino al 1940, quando il vescovo di allora, mons. Giovan Battista Rosa, con l’approvazione della Sacra Congregazione dei Riti, riportò ordine nella liturgia della diocesi perugina, stabilendo il 7 novembre come festa liturgica di Sant'Ercolano, vescovo e martire, e il 1° marzo la memoria della prima traslazione delle sue reliquie, avvenuta nel 723.
Il culto di Sant'Ercolano a Perugia, è testimoniato anche dalla bellissima chiesa a lui dedicata, emblema dell’autonomia municipale della città, eretta alla fine del sec. XIII nel luogo fuori delle antiche mura della città, che la tradizione indicava come quello della prima sepoltura del martire “defensor civitatis”.

(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Ercolano di Perugia, pregate per noi.


*Sant'Ernesto di Zwiefalten - Abate (7 novembre)

Etimologia: Ernesto = severo o valoroso come aquila, dal tedesco
Nel 1140 era abate del monastero fondato a Zwiefalten (Wùrttemberg) nel 1089 dai conti Kuno e Liutold von Achalm, ma nel 1146 diede le dimissioni e si unì all'esercito crociato del re Corrado III. Sulla sua attività come abate si sa poco, meno ancora sulla sua fine.
Secondo la leggenda cadde nelle mani dei Saraceni e fu crudelmente martirizzato; viene venerato, infatti, nel suo monastero di Zwiefalten come santo martire.
La sua festa è celebrata il 7 novembre.
Talvolta fu confuso con l'omonimo prevosto di Neresheim, il quale prese parte alla prima crociata.
Nella chiesa abbaziale di Zwiefalten si conserva sull'altare di Santo Stefano una statua di Ernesto, raffigurato anche in due pitture.
(Autore: Rudolf Henggeler - Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - Sant'Ernesto Zwiefalten, pregate per noi.


*San Fiorenzo di Strasburgo - Vescovo  (7 novembre)

Etimologia: Fiorenzo = che fiorisce, fiorente, dal latino
Emblema: Bastone pastorale
Martirologio Romano: A Strasburgo in Burgundia, nell’odierna Francia, commemorazione di San Fiorenzo, vescovo, succeduto a Sant’Arbogasto.
Settimo vescovo di Strasburgo, pontificò verso la fine del sec. VI (il suo successore Ansoaldo assistette al concilio di Parigi del 614). Secondo la leggenda scritta al principio del sec. XI, Fiorenzo sarebbe un irlandese venuto in Alsazia per condurvi vita eremitica.
Essendo stato raggiunto da alcuni discepoli, costruì per loro il monastero di Nieder-Haslach.
Succedette a Sant'Arbogasto sul seggio di Strasburgo e durante il suo episcopato elevò o restaurò per i suoi compatrioti "scoti" il monastero di San Tommaso dove fu sepolto.
Nell'810 il suo corpo fu trasferito a Nieder-Haslach.
Un conflitto terminato solo con la Riforma, oppose, dal sec. XII, i monasteri di San Tommaso e di Nieder-Haslach, pretendendo ciascuno di possedere le sue reliquie.
(Autore: Jacques Choux - Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - San Fiorenzo di Strasburgo, pregate per noi.


*San Giacinto Castaneda - Martire Domenican0 (7 novembre)
Schede dei gruppi a cui appartiene:
”Santi Andrea Dung Lac e Pietro Truong Van Thi Sacerdoti e martiri”
“Santi Martiri Vietnamiti (Andrea Dung Lac e 116 compagni)”

Xàtiva, Spagna, 13 gennaio 1743 - Ket Chợ, Viet Nam, 7 novembre 1773

Jacinto nacque a Xàtiva in Spagna il 13 gennaio 1743 da José Castañeda, scriba reale, e da Josefa Maria Puchasons, coppia profondamente cristiana. Fu battezzato con i nomi di Felice, Tommaso, Gioacchino e Taddeo.
Entrato nell’Ordine Domenicano, nel collegio di Orihuela compì gli studi filosofici e teologici. Prese il nome di Giacinto onorando così il santo omonimo polacco. Nel 1761 giunse la richiesta da parte della Provincia del Rosario delle Filippine di giovani valorosi con vocazione missionaria e disposti a spendere la loro vita per il Vangelo dall’altra parte del mondo.
Anche fra’ Jacinto accettò l’invito. Nella capitale filippina portò a termine i suoi studi e fu ordinato sacerdote il 2 giugno 1765. Destinato alle missioni in Cina, a Macao studiò l’idioma mandarino, per poi iniziare la sua opera di evangelizzazione soccorrendo i poveri e gli infermi di quel paese ostile e persecutore verso i cristiani.
Il 17 luglio 1769 padre Jacinto amministrò i sacramenti ad un cristiano molto malato, poi rientrando a terra il mattino dopo un viaggio in barca si imbatte in un gruppo di mandarini armati che lo attendeva in seguito alle denunce di un apostata.
Con il suo accompagnatore padre Lavilla fu incarcerato. Il viceré li condannò, però, all’esilio perpetuo ed il 3 ottobre lasciarono il carcere. All’inizio di dicembre giunsero a Macao ed il 9 febbraio 1770 si imbarcarono per il Vietnam. Sbarcarono il 22 marzo.
Dopo tre anni di attività missionaria Castañeda si ammalò gravemente, ma nonostante ciò non interruppe il suo instancabile lavoro al servizio della comunità.
L’11 luglio 1773, nonostante l’aggravarsi della sua salute, volle portare l’olio santo a degli infermi, ma lui ed i suoi accompagnatori ebbero l’impressione di essere inseguiti da un gruppo di soldati.
Con il confratello padre Vincenzo Le Quang Liem fu catturato ed i due vennero rinchiusi in una gabbia per quasi tre mesi. Infine il 7 novembre vennero decapitati a Ket Cho nel Tonchino. Padre Jacinto aveva appena trent’anni. Papa Giovanni Paolo II il 19 giugno 1988 lo ha canonizzato.
Martirologio Romano: Nella città di Ket Chợ nel Tonchino, ora Viet Nam, Santi Giacinto Castañeda e Vincenzo Lê Quang Liêm, sacerdoti dell’Ordine dei Predicatori e martiri, che coronarono con l’effusione del sangue le loro fatiche per il Vangelo sotto il regime di Trịn Sâm.
(Fonte: Convento San Domenico, Bologna)
Giaculatoria - Santi Giacinto Castaneda, pregate per noi.


*Beato Giuseppe Vega Riano - Sacerdote e Martire (7 novembre)

Schede dei gruppi a cui appartiene:
“Beati Martiri Spagnoli Missionari Oblati di Maria Immacolata” Senza data (Celebrazioni singole)
“Martiri della Guerra di Spagna” Senza Data (Celebrazioni singole)
Siero de la Reina, Spagna, 19 marzo 1904 - Paracuellos de Jarama, Spagna, 7 novembre 1936
Beatificato il 17 dicembre 2011.
Nacque il 19 marzo 1904 a Siero de la Reina, provincia e diocesi di León. Il giorno successivo venne battezzato. Figlio di una famiglia modesta di agricoltori. Il 31 luglio 1922 prese i voti nel noviziato di Urnieta (Guipúzcoa) e il 3 giugno 1927 ricevette l’Ordinazione Sacerdotale a Roma.
Avendo conseguito i dottorati in Filosofia, Teologia e Diritto Canonico, venne inviato come professore di Teologia Dogmatica al Seminario Maggiore o Scolasticato di Pozuelo de Alarcón nel
settembre del 1930.
Il 22 luglio 1936 venne arrestato con tutta la Comunità. Due giorni più tardi, venne portato alla Direzione Generale di Sicurezza a Madrid e, messo in libertà il giorno successivo, il 25 luglio, si rifugiò con alcuni scolastici in casa di una famiglia amica. Venne arrestato il 10 ottobre 1936. Il 7 novembre venne martirizzato a Paracuellos del Jarama.
Testimonianze
P. José Vega, professore di dogma, dava le lezioni con molta preparazione e con molto sentimento spirituale. Mio fratello Porfirio Fernández o.m.i., suo alunno, diceva che alcune delle sue lezioni sembravano una lettura spirituale. (Pablo Fernández)
Il comportamento dei rifugiati fu di non-attività, eccetto i Padri Francisco Esteban e José Vega che continuarono a prestare assistenza spirituale agli Oblati nascosti e ad altre persone, specialmente religiose, perfino rischiando la vita. P. José Vega Riano si incaricò di proteggere personalmente tre scolastici che avevano la febbre, cercando loro una famiglia di conoscenti che potessero ospitarli.
Inoltre si preoccupò della loro vita spirituale, ottenendo che P. Mariano Martín, nascosto nella pensione di via San Jerónimo, li visitasse per favorire loro il sacramento della Penitenza.
Altro fatto straordinario fu che in un’altra casa di accoglienza, il 12 ottobre, Festa della Madonna del Pilar, qualcuno gli portò ostie consacrate e trascorsero tutto il giorno in adorazione al Santissimo.
All’imbrunire ricevettero la comunione, che fu il viatico per quasi tutti loro, perché il giorno 15 tutti furono arrestati e condotti al Carcere Modelo.
(Fonte: www.martiripozuelo.wordpress.com)

Giaculatoria - Beato Giuseppe Vega Riana, pregate per noi.


*Santi Ierone e Compagni - Martiri (7 novembre)

Sant’Ierone ed i suoi numerosi compagni morirono martiri presso Melitene in Armenia. Particolare menzione meritano tra i compagni i Santi Eugenio e Teodoto, dei quali si venerano le rispettive icone, oltre a quella del capogruppo Sant’Ierone.
Martirologio Romano:
A Melitene nell’antica Armenia, santi Gerone e moltissimi suoi compagni, martiri.

Giaculatoria - Santi Ierone e Compagni, pregate per noi.


*San Lazzaro il Galesiota - Stilita (7 novembre)  

Martirologio Romano: Sul monte Galesio vicino a Efeso, nell’odierna Turchia, San Lazzaro, stilita, che per molti anni visse in diverse località su di una colonna, appesantito dal carico di pesanti ferrami e catene e contentandosi solo di pane e acqua, e seguendo questo severo tenore di vita attrasse a sé moltissimi fedeli.

Giaculatoria - San Lazzaro il Galesiota, pregate per noi.


*Beata Lucia da Settefonti - Vergine (7 novembre)

sec. XII
Lucia, vergine bolognese, denominata da Settefonti per il luogo, non lontano da Bologna in comune di Ozzano Emilia, dove sorgeva il monastero di Santa Cristina, con altre compagne professò la Regola Camaldolese.
Visse nel secolo XII in fama di santità.
Intorno alla sua figura di monaca e badessa si divulgarono narrazioni popolari che, attestando il valore della sua intercessione e carità fraterna, incrementarono il suo culto particolarmente nella chiesa di santa Cristina in Bologna.
Di lì, il 7 novembre 1573, il card. Paleotti traslò le reliquie nella chiesa di Sant'Andrea di Ozzano, dove sorgeva un altro monastero dello stesso ordine. Pio VI nel 1779 ne confermò il culto e ne fissò la memoria al 7 novembre.

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*San Mamante e Compagni - Martiri a Melitene (7 novembre)

Melitene in Armenia † 303 ca.
Con il nome di Mamante, conosciamo tre martiri tutti orientali, fra i quali il più celebre è il grande Santo conosciuto anche con il nome di Mama, martire di Cesarea di Cappadocia, la cui festa è il 17 agosto e il cui culto si estese ampiamente in Oriente e in Occidente, con reliquie sparse in tutta Europa. Un secondo Mamante è accomunato nel martirio ai Santi Tecla e Basilisco, martiri in un villaggio palestinese e la cui festa è riportata dal Calendario Palestino-georgiano al 21 giugno.
Il terzo Mamante, fa parte di un numeroso gruppo di martiri di Melitene in Armenia, catalogati come San Gerone e compagni martiri, e la cui celebrazione, secondo il Sinassario Costantinopolitano è il 7 novembre, riportata anche dal Martirologio Romano.
Procopio di Gaza, raccontò che quando a Costantinopoli, al tempo di Giustiniano imperatore, si fecero gli scavi per gettare le fondamenta della Basilica di Sant'Irene, vennero alla luce le reliquie di non meno di quaranta martiri, con un’iscrizione che li qualificava come soldati romani della XXII Legione, di stanza a Melitene.
Nella prima metà del VII secolo, fu creata la prima leggenda letteraria sui martiri di Melitene, che qui se ne racconta la trama.
Al tempo degli imperatori Diocleziano (243-313) e Massimiano (250-310), dopo una dura sconfitta subita dai romani ad opera dei Persiani avvenuta nel 296, si cercò di reclutare nuovi soldati per ricompattare l’esercito.
Un funzionario imperiale Agricolao, fu inviato in Cappadocia per arruolare con forza tutti cristiani che non volevano rinunciare alla loro fede, ma risaputa la notizia, tutti gli uomini validi fuggirono dalla città; Agricolao saputo della presenza di un vignaiolo di nome Gerone, inviò degli uomini per arruolarlo, ma egli, dotato di forza eccezionale, si difese bene prendendo a scudisciate i soldati che fuggirono.
Anche un secondo tentativo dei soldati di stanarlo da dentro una grotta, dove si era rifugiato con altri 32 compagni, risultò vano. Alla fine un suo fratello lo convinse a desistere e così Gerone ed i suoi amici si arruolarono nell’esercito imperiale ed inviati a Melitene in Armenia.
Qui Gerone ebbe in sogno un vecchio misterioso, che lo incoraggiò a restare saldo nella fede, perché l’attendeva la prova del martirio; avvertì di ciò i suoi compagni cristiani e tutti proposero di non partecipare al solenne sacrificio agli dei, in programma il giorno seguente e a cui dovevano essere tutte presenti le reclute.
Nel racconto ambientato al tempo dell’editto imperiale del 303 contro i cristiani, segue l’interrogatorio e l’opera di persuasione a desistere del preside Lisia, con promesse, minacce, supplizi e fustigazioni, uno di loro Vittore non resisté e rinunciò fuggendo insieme ad un altro; a Gerone fu amputata la mano che aveva colpito i soldati romani.
Alla fine tutti i 31 arrestati rimasti furono decapitati, questi i loro nomi: Gerone, Mamante, Nicandro, Esichio, Baraco, Massimiano, Callinico, Atanasio, Teodoro, Ducezio, Eugenio, Teofilo, Valerio, Teodoto, Callimaco, Santico, Ilario, Giganzio, Longino, Temelio, Eutichio, Diodato, Castricio, Teogene, Nicone, Teodolo, Bostrichio, Doroteo, Claudiano, Epifanio, Aniceto.
Studiosi agiografi hanno fatto notare che questa leggenda ricalca in più punti la ‘Passio’ dei XL Martiri di Sebaste.
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)

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*Santi Melasippo, Cassina (Carina) ed Antonio - Genitori e Figlio, Martiri (7 novembre)
† Ancira, Galazia, IV secolo
Questi santi sono commemorati dai sinassari bizantini con una notizia piuttosto lunga, probabilmente ispirata alla loro “passio” andata poi perduta. Antonio, un ragazzo appena tredicenne, con i genitori Melasippo e Cassina subì il martirio presso Ancira di Galazia al tempo dell’imperatore Giuliano l’Apostata e del governatore della città Agrippino, cioè nella seconda metà del IV secolo.
La notizia ci tramanda in stile eccessivamente epico i vari tormenti cui i tre martiri furono sottoposti.
Il Cardinal Baronio, venuto a conoscenza di questi martiri dal menologio redatto dal Cardinal Sirleto, li introdusse nel Martyrologium Romanum nell’ordine di Melasippo, Antonio e Cassina, mutando però il nome di ques’ultima in Carina.
L’esistenza di questi santi è così avvolta dal mistero che l’ultima edizione del martirologio cattolico ha preferito non più riportare i loro nomi.
(Autore: Fabio Arduino - Fonte: Enciclopedia dei Santi)

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*San Pietro Wu Guosheng - Martire (7 novembre)

Nel prendere contatto con i missionari, abbracciò la Fede, abbandonò la sua professione di locandiere e diventò catechista. Rifiutatosi di apostatare, fu il primo martire cinese della persecuzione imperiale.
Martirologio Romano: In località Zunyi nella provincia del Guizhou in Cina, San Pietro Wu Guosheng, catechista e martire, strangolato per Cristo.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)

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*San Prosdocimo di Padova - Protovescovo (7 novembre)

Sec. II
Viene onorato, dalla tradizione, come il primo vescovo di Padova, patrono della città euganea, e anche, secondo la opinione di vari studiosi, probabile evangelizzatore di tutta la Venezia occidentale. Anche la più bella immagine di San Prosdocimo venne dipinta da un padovano, il grande quattrocentista Andrea Mantegna.
Fa parte di un polittico intitolato a Santa Giustina, altra celebre martire di Padova, che si trova attualmente nella Pinacoteca di Brera, a Milano.
In questo, San Prosdocimo appare con il tipico attributo della brocca, simbolo della sua infaticabile attività di battezzatore.
Inviato dallo stesso San Pietro, Prosdocimo a Padova avrebbe compiuto prodigi e miracoli. Dopo la sua morte si trova citata, fuori dalle mura di Padova, una «Ecclesia Sancti Prosdocimi», nota più tardi come basilica di Santa Giustina. Il vescovo, infatti, avrebbe convertito proprio Giustina, e la donna cristiana seppe mantenere intatta la sua fede, affrontando il martirio nella persecuzione di Nerone. (Avvenire)
Etimologia: Prosdocimo = l'atteso, l'aspettato, dal greco
Emblema: Bastone pastorale
Martirologio Romano: A Padova, San Prosdocimo, che si ritiene sia stato il primo vescovo di questa città.
Ci sono nomi che suonano familiari e addirittura tipici in certe città d'Italia, mentre altrove sono considerati insoliti, strani, addirittura inauditi. Sono nomi legati al culto di un Santo locale, in
molti casi un antico Vescovo, in altri un Martire.
Non molto tempo fa abbiamo parlato di Lecce, e del suo tipico Sant'Oronzo. Potremmo aggiungere Brescia, con San Giovita; Cagliari, con San Lucifero; Carrara, con San Ceccardo. E finalmente Padova, con San Prosdocimo.
Il nome di Prosdocimo per quanto oggi poco frequente, denunzia immediatamente una provenienza veneta, e in particolare patavina. E questo perché il Santo viene onorato, dalla tradizione, come il primo Vescovo di Padova, Patrono della città euganea, e anche, secondo la opinione di vari studiosi, probabile evangelizzatore di tutta la Venezia occidentale.
Anche la più bella immagine di San Prosdocimo venne dipinta da un padovano, il grande quattrocentista Andrea Mantegna.
Fa parte di un polittico intitolato a Santa Giustina, altra celebre Martire di Padova, che si trova attualmente nella Pinacoteca di Brera, a Milano.
In questo, San Prosdocimo appare con il tipico attributo della brocca, simbolo della sua infaticabile attività di battezzatore.
Il significato etimologico del nome di Prosdocimo è molto bello, perché in greco significa "atteso". Si può dire che San Prosdocimo, primo Vescovo di Padova, fu veramente l'atteso di quella città
ancora pagana, nella quale sarebbe stato inviato dallo stesso San Pietro, dopo la consacrazione episcopale. Nella dolce plaga euganea, San Prosdocimo avrebbe compiuto prodigi e miracoli, che una tardiva Leggenda descrisse con evidente libertà d'immaginazione. Chi si occupa di agiografia è abituato a certe letture che, nella pia intenzione degli autori, dovrebbero essere edificanti, ma che, per eccesso di zelo, finiscono con l'essere ingenue.
Fortunatamente, una certa ingenuità conferisce spesso una nota di poesia anche ai testi più stanchi a causa delle ripetizioni e dei ricalchi. A volte, però, gli scarni documenti sono più eloquenti delle ridondanti leggende.
E' il caso di San Prosdocimo, per il quale, dopo la morte, si trova citata, fuor delle mura di Padova, una Ecclesia Sancti Prosdocimi, nota più tardi come basilica di Santa Giustina, una delle più belle della città.
La gloria di San Prosdocimo sarebbe stata infatti Santa Giustina, festeggiata il 7 ottobre.
San Prosdocimo l'avrebbe convertita, e la donna cristiana seppe mantenere intatta la sua fede, affrontando il martirio nella persecuzione di Nerone.
Il Vescovo di Padova, invece, fu risparmiato, non si sa bene né come né perché. Giunse al termine naturale della sua vita, carico di meriti e di anni, amato come padre, venerato come Santo: San Prosdocimo, che in greco vuol dire "l'atteso".
(Fonte: Archivio Parrocchia)
Giaculatoria - San Prosdocimo di Padova, pregate per noi.


*San Prosdocimo di Rieti (7 novembre)
San Prosdocimo fu il fondatore della chiesa reatina.

Il Santo svolse un’intensa opera di propaganda avvicinando al nuovo credo la popolazione. Quando nel secolo diciassettesimo nella Cattedrale di Rieti si cominciò ad edificare una cappella dedicata alla patrona Santa Barbara, il cavalier Lorenzo Ottoni ebbe l'incarico di realizzare quattro statue da collocare nei nicchioni aperti nei pilastri a sostegno della cupola.
Lo scultore raffigurò dunque i santi che meglio simboleggiavano la chiesa reatina, e cioè San Francesco, San Prosdocimo, San Nicola da Bari e la Beata Colomba.
Ancora oggi le 4 belle statue sono incluse nelle nicchie angolari della cappella. San Prosdocimo vescovo è il fondatore della diocesi di Rieti. Il Santo figura anche nel calendario proprio della diocesi di Rieti, approvato dalla Santa Sede.
Nel calendario diocesano, nel quale si celebrano anche i Santi locali (o comunque oggetto di particolare venerazione nella città e nella diocesi), San Prosdocimo è citato il 7 novembre (memoria).
In un antico manoscritto, conservato nell’Abbazia di Farfa è detto: “il primo vescovo di Sabina fu San Lorenzo, siro di nazione, il quale consacrò tre chiese fabbricate da San Prosdocimo alla Beatissima Vergine.
La prima nella città di Curi, metropoli della Sabina; la seconda al Ponte Celio (Ponticelli); la terza alla Villa, ovvero Horti Salustiani”. Da notare che ancora oggi le tre chiese sopra citate fanno parte della diocesi Sabina e non di quella di Rieti.
Negli atti della visita pastorale del Cardinale Carlo Odescalchi nella diocesi Sabina (1833-36), nella parte che descrive le chiese di Ponticelli in Sabina c’è scritto quanto segue.
Chiesa cimiteriale della Madonna del Colle “si ha per tradizione che sia stata fondata da San Prosdocimo discepolo di San Pietro… poi questa chiesa consacrata da San Lorenzo Siro primo vescovo della Sabina”. Oggi la chiesa di Santa Maria del Colle è la parrocchiale di Ponticelli.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)

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*San Rufo di Metz - Vescovo (7 novembre)

sec. IV-V
San Rufo (o Ruf o Ruffus) è il nono vescovo di Metz. Nato probabilmente verso la fine del IV secolo e governò la diocesi all’inizio del V secolo.
Secondo la tradizione il suo governo durò 29 anni e fu procuratore nel processo per eresia contro Priscillen.
La tradizione ci dice che morì il 7 novembre in un anno imprecisato, e fu sepolto a San Clément aux Arènes. Il corpo fu poi riesumato tra il 830 e il  844 e portato nell’abbazia di Otherneim, nella diocesi di Worms.
Secondo l’Enciclopedia Cattolica del 1913, la sua storia è leggendaria e il suo nome fu inserito tra i vescovi di Metz secondo un antico un martirologio geronimiano manoscritto.
San Rufo non ebbe un gran culto.
In alcuni antichi calendari viene commemorato in tre date differenti, 11 maggio, 27 agosto e 7 novembre. Si presume che le prime due date siano riferite alle traslazioni delle sue reliquie.
Nel Martirologio romano è iscritto al 7 novembre, giorno della sua morte. Egli è rappresentato in un quadro della cattedrale di Sain Michele a Sospel.
La sua festa si celebra il 7 novembre.
(Autore: Mauro Bonato - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*Beato Serviliano Riano Herrero - Religioso e Martire (7 novembre)

Schede dei Gruppi a cui appartiene:
“Beati Martiri Spagnoli Missionari Oblati di Maria Immacolata” Senza data (Celebrazioni singole)
“Martiri della Guerra di Spagna” Senza Data (Celebrazioni singole)

Prioro, Spagna, 22 aprile 1916 - Soto de Aldovea, Spagna, 7 novembre 1936
Beatificato il 17 dicembre 2011.
Dati biografici:
Serviliano Riaño Herrero nacque a Prioro, provincia e diocesi di León, il 22 aprile del 1916. Nel 1927 entra nel seminario minore degli Oblati di Urnieta (Guipúzcoa), in cui segue gli studi superiori fino al 1932, anno in cui passerà al noviziato di Las Arenas (Vizcaya), dove verrà celebrata la sua prima oblazione il 15 agosto del 1933.
Si trasferisce a Pozuelo de Alarcón per inserirsi nella comunità dello scolasticato e proseguire gli studi per prepararsi al sacerdozio. Serviliano continuava ad essere quel giovane umile, semplice, sempre mlte e caritatevole, estroverso e gioviale, che si preparava a dar seguito al suo zelo apostolico in qualunque missione estera.
Detenzione e martirio
Il 22 Luglio del 1936 fu imprigionato coi tutti i suoi fratelli di comunità, a Pozuelo. Come si temeva e in modo violento, il convento fu convertito in prigione.
Servilliano fu portato via da là coi suoi compagni alla Direzione Generale di Sicurezza, situata in Plaza del Sol, nel centro di Madrid.
Liberato il giorno dopo, comincia una vita in clandestinità con alcuni dei suoi compagni, fino a quando, il giorno 15 ottobre, in una retata, fu di nuovo detenuto ed imprigionato.
Il 7 settembre del 1936 sente il suo nome tra quelli chiamati ad essere “messi in libertà”.
Cosciente di quello che questo significava e preparato per accettare il sacrificio dell’oblazione cruenta a cui Dio lo chiamava, chiama P. Mariano Martín o.m.i. attraverso lo spioncino della cella.
Gli chiede e riceve l’assoluzione.
Con animo risoluto sale sul camioncino che lo trasporterà fino a Soto de Aldovea, vicino a Paracuellos. Lì fu martirizzato. Aveva 21 anni.
Testimonianza
Sua sorella Sabina, religiosa della Sacra Famiglia di Bordeaux, ci parla dell’ambiente profondamente religioso che si viveva in famiglia ed in tutto il paese di Prioro, comunità cristiana dove sono fiorite molte vocazioni sacerdotali e religiose:
“Quando egli andò al seminario, io ero già in convento. Ci scrivevamo con una certa frequenza. Era solito rammentarmi che la generosità ed il sacrificio sono pietre preziose ed essenziali per i cristiani e ancora di più per i religiosi. Nelle lettere si mostrava sempre molto entusiasta della sua vocazione, soprattutto della sua vocazione missionaria.
Quando mi scrisse in occasione della mia professione religiosa mi disse che si sentiva orgoglioso di avere una sorella religiosa (due, perché la seguirà dopo Consuelo), e disse che la mia professione era il riflesso di quel giorno grande e futuro che egli aspettava per sé stesso:
“Sì, tu lo sai, quella mattina
piangerò di gioia e di speranza
perché la tua professione è un riflesso
del sogno della mia anima.”
Amava molto scrivere poesie ed anche in esse lasciava intravedere l’entusiasmo per la sua vocazione sacerdotale e missionaria. (Durante la persecuzione religiosa) io dicevo a suor Clotilde: ‘Tanti religiosi martiri di una congregazione e di un’altra, e nessuna di noi sarà degna del martirio’? Glielo dicevo di cuore.
Quando arrivò la notizia della fucilazione di Serviliano, suor Clotilde mi disse: ‘Ora sari contenta, no’? Io le dissi: ‘provo un dolore enorme, perché amavo moltissimo mio fratello; ma d’altra parte ho anche una grande gioia pensando che ho un fratello martire’. Da allora l’ho considerato sempre come un martire.
“Passammo molto tempo senza sapere nient’altro di lui. Vivevamo angosciati per il fatto di non sapere cosa gli succedesse. E l’angoscia aumentava quando arrivava la notizia della morte di altri del paese, (due Agostiniani di El Escorial martirizzati anch’essi).
In seguito ci dissero che avevano già identificato Serviliano grazie ad un bigliettino che portava nella giacca.
Allora mio padre si recò a Madrid.
Quando ritornò, a mia madre raccontò solo alcune cose, invece a me disse che gli avevano detto come era morto: gli avevano legato le braccia, le mani dietro la schiena, gli spararono e cadde nel fosso con tutti.
Mio padre, mentre lo raccontava, piangeva. Contemporaneamente manifestava la sua gran convinzione che suo figlio fosse martire.
(Fonte: www.martiripozuelo.wordpress.com)
Giaculatoria - Beato Serviliano Riano Herrero, pregate per noi.


*San Severino - Monaco nel Berry (7 novembre)

V sec.
Di San Severino monaco nel Berry, abate di Patrici o Percy, non sappiamo quasi nulla.
Alcune notizie si sono rimaste scritte nel testo di F. Labe, “Elogium historicum sancti Eusitii” dove si cita San Severino quale abate di un piccolo monastero a Patrici o Percy, diocesi di Bourges, oggi Parpeçay sur le Nahon, un antico comune francese nel dipartimento della Indre nella regione della Loira. La sua esistenza viene riportata anche nella vita di Sant’Eusicio.
Secondo la leggenda, un giorno al suo monastero arrivò il giovane Eusicio o Eusizio con alcuni suoi parenti, i quali per scampare dalla carestia avevano abbandonato la loro regione d’origine il Périgord, per rifugiarsi nel Berry.
Quella famiglia era talmente povera, che per poter sopravvivere vendettero a San Severino  il figlioletto adottivo, quale schiavo.
L’abate accolse il giovane nel suo monastero. Lo fece istruire e lo ammise al rango dei frati, poi a quello dei preti e procuratore della casa.
Infine con molto dispiacere permise al giovane Eusicio di passare dalla vita cenobitica a quella degli anacoreti, ritirandosi a condurre una vita eremitica, in contemplazione e nella penitenza più austera.
La vita di Sant'Eusicio narrata da San Gregorio di Tour è ben diversa, per cui l’episodio della sua infanzia legata a San Severino, lo possiamo considerare leggendario.
Dalla data di nascita e morte di Sant'Eusicio, (465 – 542), possiamo solo dedurre che San Severino visse intorno la fine del V secolo o l’inizio del VI secolo..
San Saturnino viene festeggiato con altri monaci del Berry, nella festa di tutti i santi della diocesi di Bourges, anche se egli è espressamente nominato in un lezionario dell’ufficio di quella festa.
San Saturnino viene ricordato il 7 novembre.
(Autore: Mauro Bonato - Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - San Severino, pregate per noi.


*Tutti i Santi dell'Ordine Domenicano (7 novembre)

L’istituzione di questa festa, dedicata a tutti i Santi Gusmani, risale al 1674.
Essa fu richiesta dal Cardinale Domenicano Vincenzo Maria Orsini, futuro Papa Benedetto XIII, al Pontefice Clemente X, da cui aveva ricevuto la porpora, e che fu Protettore specialissimo dell’Ordine Domenicano.
Questa solennità parve molto opportuna al Pontefice, perché, osservava “se volessimo dare ad ognuno dei suoi Santi figli il giorno proprio, bisognerebbe formare per loro soli un nuovo calendario”.
Il Santo Patriarca Domenico, in una magnifica visione che svelò a lui le arcane bellezze del cielo, poté vedere i suoi figli e le sue figlie, Beati e Santi, sotto il manto di Maria, facendo sussultare di gioia il suo cuore di padre.
I suoi figli hanno magnificamente attuato il Santo ideale da lui attinto al cuore stesso del Redentore, nelle lunghe notti insonni: ideale fatto di contemplazione, amante della prima Verità, per parteciparne poi in sovrabbondanza alle anime prive di luce e d’amore.
Dottori, Apostoli.
Martiri, Vergini meravigliose.
Ed oltre a questi figli aureolati dalla Chiesa, tanti altri, impossibile da numerare, il cui nome nessuna cronaca ci ha tramandato, che però seppero gioiosamente camminare sulla via da lui tracciata e raggiungere la stessa gloria dei loro grandi confratelli e che insieme con loro indicano a noi, quaggiù, la via.
(Autore: Franco Mariani – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Tutti i Santi dell'Ordine Domenicano, pregate per noi.


*San Villibrordo - Vescovo (7 novembre)

Northumbria, 658 - Echternach (Lussemburgo), 7 novembre 739
A trent’anni ricevette l’ordinazione sacerdotale, dopo di ché insieme a undici compagni si dedicò all’evangelizzazione della Frisia (Paesi Bassi) e di una parte della Germania.
Anversa fu la prima residenza e il centro dell’apostolato di Villibrordo, fu l’avamposto e forse il Seminario delle fondazioni di Utrecht.
La consacrazione episcopale, ricevuta a Roma, avvenne la domenica 24 novembre 695, antivigilia della festa di San Clemente.
In quella occasione il papa dette al nuovo arcivescovo il nome di Clemente. Per parecchi anni, senza un attimo di tregua, percorse la Frisia, la Fiandra, il Lussemburgo e le rive del Reno predicando e costruendo conventi.
Dopo una vita dedicata alla preghiera e all’introduzione di vescovi ausiliari la malattia e la vecchia rallentano e interrompono la sua attività. Morì all’età di ottantuno anni. Qualche giorno dopo il suo corpo viene deposto in sarcofago nei monasteri di Echternach.
Emblema: Bastone pastorale
Martirologio Romano: A Echternach in Austrasia, nel territorio dell’odierno Lussemburgo, deposizione di san Villibrordo, che, di origine inglese, ordinato vescovo di Utrecht dal Papa San Sergio I, predicò il Vangelo tra le popolazioni dell’Olanda e della Danimarca e fondò sedi episcopali e monasteri, finché, gravato dalle fatiche e logorato dall’età, si addormentò nel Signore in un cenobio da lui fondato.
L'evangelizzazione della Germania transrenana ebbe inizio nel VII secolo, sul finire dell'epoca merovingia, per opera dei monaci irlandesi e anglosassoni, e raggiunse il massimo sviluppo nel secolo seguente con l'azione missionaria di San Bonifacio.
Il primo a sbarcare in Frisia, nei Paesi Bassi, fu Vilfrido di York. Poi l'abate Egberto, un maestro di vita spirituale dell'epoca, vi mandò Villibrordo (Willibrord), oriundo della Northumbria, dov'era nato nel 658, il cui zelo per la diffusione del regno di Dio sarà l'unico incentivo della sua movimentata esistenza.
Questo monaco, che i biografi descrivono piccolo di statura, nero di capelli, di delicata costituzione, con occhi profondi e vivi, incarna il tipo ideale del monaco occidentale: un lavoratore che non conosce pause né crisi di scoramento, austero, prudente, leale, tenace, devoto al Papa. Formatosi nell'abbazia inglese di Ripon, all'età di vent'anni si era recato in Irlanda per
perfezionare la sua cultura teologica sotto la guida dell'abate Egberto, che a trent'anni lo consacrò sacerdote.
Dopo l'insuccesso della missione di Vilfrido, fu mandato con undici compagni in Frisia. La vittoria di Pipino di Heristal sul re Radbod nel 689 rese più facile l'impresa.
Sbarcati all'imbocco dell'Escaut, una regione di terre acquitrinose, i missionari si diressero all'interno, accolti con grandi onori dal duca Pipino. Ma Villibrordo, prima di dare inizio alla sua opera di evangelizzazione, volle recarsi a Roma per avere il beneplacito del Papa.
Da Sergio I ebbe approvazione e incoraggiamento. Al rientro, il monaco scelse Anversa come centro del suo apostolato e come avamposto delle future fondazioni, tra cui la più celebre fu quella di Utrecht.
Per l'erezione della nuova diocesi in Frisia, Villibrordo si recò nuovamente a Roma, dove il papa Sergio I il 21 novembre 695 lo consacrò vescovo, col nome di Clemente (24 anni dopo Gregorio Il farà altrettanto col monaco sassone Vinfrido-Bonifacio).
Da questo momento sarebbe arduo elencare tutti i viaggi dell'infaticabile missionario, dalle rive del Reno fino alla Danimarca. Fondato a Echternach (Lussemburgo) un piccolo convento, vi morì il 7 novembre 739 a ottantun anni di età.
Fu un uomo di azione e di preghiera e soprattutto un grande organizzatore con uno spiccato senso del comando, che gli consentì, grazie anche alla formazione di vescovi ausiliari (una novità per l'Occidente), di evitare il frazionamento delle varie Chiese con la conseguente dispersione dell'attività pastorale.
(Autore: Piero Bargellini - Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - San Villibrordo, pregate per noi.


*San Vincenzo Grossi - Sacerdote e Fondatore (7 novembre)

Pizzighettone, Cremona, 9 marzo 1845 – Vicobellignano, Cremona, 7 novembre 1917
Don Vincenzo Grossi fu un sacerdote della diocesi di Cremona. Figlio di un mugnaio, attese a lungo prima di poter entrare in Seminario, per aiutare i familiari nel loro lavoro. Iniziò gli studi per il sacerdozio nel 1866 e fu ordinato il 22 maggio 1869.
Dapprima ebbe l’incarico di vicario cooperatore in alcune parrocchie, poi nel 1873 parroco a
Regona di Pizzighettone e dal 1883, fino alla sua morte, a Vicobellignano. Resosi conto della necessità di educare attentamente le giovani generazioni, particolarmente le ragazze, con l’aiuto di alcune donne da lui seguite nella direzione spirituale, fondò l’Istituto delle Figlie dell’Oratorio, sotto la protezione di San Filippo Neri, perché si dedicasse, in stretta collaborazione con i parroci, alla educazione e formazione della gioventù femminile dei paesi di campagna e delle periferie delle città.
Guidò in parallelo sia le suore sia la parrocchia, con mitezza e generosità.
Morì a causa di una peritonite fulminante il 7 novembre 1917, presso la parrocchia di Vicobellignano, che aveva guidato per 34 anni.
Beatificato dal Beato Paolo VI il 1° novembre 1975, è stato canonizzato da papa Francesco il 18 ottobre 2015 insieme ai coniugi Martin e a madre Maria dell’Immacolata Concezione (María Isabel Salvat Romero).
I suoi resti mortali sono venerati dal 1947 nella cappella della Casa madre delle Figlie dell’Oratorio a Lodi, in via Paolo Gorini 27.
Etimologia: Vincenzo = vittorioso, dal latino
Martirologio Romano: Presso Cremona, Beato Vincenzo Grossi, sacerdote, che, mentre attendeva al suo ufficio di parroco, fondò l’Istituto delle Figlie dell’Oratorio.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - San Vincenzo Grossi, pregate per noi.


*San Vincenzo Le Quang Liem - Martire Domenicano (7 novembre)
Schede dei gruppi a cui appartiene:
”Santi Andrea Dung Lac e Pietro Truong Van Thi Sacerdoti e martiri”
“Santi Martiri Vietnamiti (Andrea Dung Lac e 116 compagni)”
Trà Lũ, Viet Nam, 1731 circa - Ket Chợ, Viet Nam, 7 novembre 1773
Nato nel villaggio di Tra-Lu, in Vietnam, ricevette dalla madre, fervente cattolica, una profonda educazione religiosa che fece ben presto sorgere il desiderio di consacrarsi al Signore: entrò così nell'Ordine domenicano.
Compì gli studi a Manila nelle Filippine e dopo l'ordinazione sacerdotale ritornò in Vietnam per svolgere l'attività missionaria.
Il 1° ottobre 1773, mentre stava celebrando la festa del Santo Rosario in un villaggio, fu catturato, per delazione di un malvagio,
dalle autorità che perseguitavano i cristiani.
Dopo essere stato incitato, invano, ad abiurare la sua fede, ricevette la gloria del martirio venendo decapitato il 7 novembre insieme al confratello San Giacinto Castaneda.
Papa Giovanni Paolo II li ha canonizzati il 19 giugno 1988.
Emblema: Palma
Martirologio Romano: Nella città di Ket Chợ nel Tonchino, ora Viet Nam, Santi Giacinto Castañeda e Vincenzo Lê Quang Liêm, sacerdoti dell’Ordine dei Predicatori e Martiri, che coronarono con l’effusione del sangue le loro fatiche per il Vangelo sotto il regime di Trịn Sâm.
(Fonte: Convento San Domenico, Bologna)
Giaculatoria - San Vincenzo Le Quang Liem, pregate per noi.


*Altri Santi del giorno (7 novembre)  
*Beato Francesco Palau - Carmelitano
Giaculatoria - Santi tutti, pregate per noi.

 
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