Santi del 7 Settembre - Istituto Aveta

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Santi del 7 Settembre

Il mio Santo > I Santi di Settembre

*Sant'Albino (Alpino) di Chalons - Vescovo (7 settembre)

Etimologia: Albino = bianco, dal latino
Martirologio Romano: A Châlons nella Gallia lugdunense, ora in Francia, Sant’Alpino, vescovo, che fu discepolo di San Lupo di Troyes.
I soli dati veramente certi intorno a questo personaggio sono inseriti nella Vita Lupi episcopi Trecensis: «Sanctum quoque Albinum Catalaunicae pontificem civitatis, resplendentem praerogativa diutinae sanctitatis locis plurimis, non silendum est quam saepe daemonum purgator extiterit».
Meno certo è quanto si trova nelle due Vite edite e commentate dai Bollandisti. Albino nacque nell'agro di Châlons, in un villaggio chiamato Baia, da genitori cristiani, che all'età di circa vent'anni lo affidarono al vescovo di Troyes, Lupo, perché lo educasse.
Poiché sappiamo che Lupo tenne la sede episcopale dal 426-27 al 479, ne consegue che Albino visse nel sec. V.
D'altra parte Châlons nel 461 aveva il suo vescovo nella persona di Amando (o Amandino o Amantino) e questo significa che l'episcopato di Albino deve essere collocato dopo quell'anno.
Egli era vivo senza dubbio nel 480 e la sua morte si suole collocare verso il 510.
Nelle predette Vite si parla di un suo viaggio in Inghilterra per opporsi a Pelagio, morto verso il 427, e di un suo intervento contro Attila, che aveva invaso le Gallie nel 451, ma la cronologia ne dimostra l'inconsistenza.
Le sue reliquie furono riconosciute nella seconda metà del sec. IX ed altre volte in seguito.
La sua festa si celebra il 7 settembre.
(Autore: Pietro Burchi – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Albino di Chalons, pregate per noi.


*Beato Alessandro da Milano - Francescano (7 settembre)

+ Chieri, 7 settembre 1505
Alessandro nacque a Milano. Entrò tra i minori osservanti nel convento campestre di Santa Maria delle Grazie di Chieri.
Morì a Chieri il 7 settembre 1505, in concetto di santità, dopo una vita di preghiera e di zelo.
Il suo corpo è venerato nella chiesa di San Giorgio.
Etimologia: Alessandro = protettore di uomini, dal greco.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Alessandro da Milano, pregate per noi.


*Beato Ambrogio da Lovemberga - Religioso Francescano (7 settembre)
XV sec.

Il Beato Ambrogio da Lovemberga è un francescano vissuto nel XV secolo.
Nel martirologio francescano è ricordato come uomo pieno di "meriti e virtù" (meritis et virtutibus plenus).
La sua festa era stata fissata nel giorno 7 settembre.

(Autore: Mauro Bonato – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Ambrogio da Lovemberga, pregate per noi.


*Beata Ascensione di San Giuseppe Calasanzio Lloret Marco - Vergine e Martire (7 settembre)
Schede dei gruppi a cui appartiene: “Beate Martiri Spagnole Carmelitane della Carità" - Vergini e Martiri - “Beati 233 Martiri Spagnoli di Valencia Beatificati nel 2001”
“Martiri della Guerra di Spagna”

Gandia, Spagna, 21 maggio 1879 - 7 settembre 1936
Beatificata l'11 marzo 2001 da Papa Giovanni Paolo II.
Martirologio Romano: Nella cittadina di Gandía nel territorio di Valencia in Spagna, Beata Ascensa di San Giuseppe Calasanzio Lloret Marco, vergine dell’Istituto delle Suore Carmelitane della Carità e martire, che, in tempo di persecuzione, portò a termine il suo combattimento per la fede.
Beate Apollonia Lizarraga (Apollonia del SS. Sacramento) e 24 compagne
Si tratta di religiose spagnole dell'Istituto delle Suore Carmelitane della Carità, martirizzate in luoghi e date diverse durante i primi mesi della persecuzione religiosa verificatasi nell'ambito
della guerra civile spagnola (1936-39).
La causa della loro beatificazione fu introdotta a Roma il 2 luglio 1959.
Le 25 martiri sono: la superiora generale della congregazione (Lizarraga, Apollonia del SS. Sacramento), 9 suore componenti la comunità di Cullera (Valenza), 12 suore della comunità della Casa di Misericordia di Valenza, 2 suore appartenenti ad altre comunità e la nipote di una di queste ultime.
Lloret Marcos, Ascensione.
Nacque a Gandia il 21 maggio 1879. Il 6 dicembre 1898 entrò nel noviziato delle Carmelitane della Carità di Vic.
Dopo varie destinazioni, l'ultima fu Benejama.
Si distinse per la sua discrezione: viveva nel nascondimento, sempre pronta a qualsiasi sacrificio.
Il martirio la colse insieme a suo fratello religioso degli Scolopi nella proprietà di famiglia de la Maqueta (Valenza) dove si erano rifugiati, il 7 settembre 1936.
La Positio super martyrio inerente alle ventiquattro Carmelitane della Carità è stata depositata presso la Congregazione delle Cause dei Santi il 20 dicembre 1999.

(Autore: Maria Concepción Lopez – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Ascensione di San Giuseppe Calasanzio Lloret Marco, pregate per noi.


*Sant'Augustale di Tolone - Vescovo (7 settembre)
Sant’Augustale è considerato il protovescovo di Tolone, la cui esistenza è stata documentata.
Nella cronotassi ufficiale, è stato menzionato prima del 441 e dopo il 450.
Dopo di lui alcuni affermano che fu eletto vescovo Onorato (?), altri San Graziano deceduto nel 472.
Di Sant’Augustale sappiamo ben poco. Partecipò al concilio di Orange del 441 e a quello di Vaison del 442.
La sua partecipazione al concilio di Orange è la prima attestazione della diocesi di Tolone, che dopo il 450 entrò a far parte della provincia ecclesiastica dell’arcidiocesi di Arles.
Il suo nome è ricordato in ben due lettere inviate da San Leone, Papa, ai vescovi delle Gallie nel 449 nel 450. E opinione corrente che sant’Augustale abbia concluso i suoi anni ad Arles.
É commemorato nel martirologio Geronimiano nel giorno 7 settembre.

(Autore: Mauro Bonato – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Augustale di Tolone, pregate per noi.


*San Calcedonio - Martire (7 settembre)
Emblema: Palma
Non ci si può credere, ma da una reliquia o ‘corpo santo’, donata ai gesuiti del convento della Madonna di Manresa a Malta, da parte di Papa Benedetto XIV nel 1753, è scaturito un culto così diffuso per Calcedonio sia a Malta che in Sicilia.
Il ‘corpo santo’ proveniva dal cimitero di Pretestato e dall’iscrizione dell’ampolla, rinvenuta con le sacre reliquie, “Calcedonius in pace”, fu identificato per il martire Calcedonio.
Poi alla diffusione della sua devozione ci pensarono i gesuiti della provincia siciliana dell’Ordine, sotto la spinta anche dei miracoli che venivano attribuiti al santo, nei primi anni dopo l’invenzione delle reliquie.
Padre E. Aguilera gesuita, descrisse in un racconto molto particolareggiato le feste del 1754 tenute in occasione della traslazione di parte delle reliquie, nella cappella a lui dedicata, nella chiesa di San Francesco Saverio in Palermo.
Il culto si diffuse in numerosi luoghi della Sicilia e del napoletano; gli furono dedicati degli altari a Messina e Catania; a Palermo, come già detto, una sontuosa cappella, dove tuttora si conserva una sua reliquia.
La sua festa è stata diversificata nei vari luoghi dove è venerato; a Malta il 24 luglio; a Mazara del Vallo il 17 febbraio; a Lipari e Palermo il 7 settembre.
Papa Clemente XIII con disposizione del 22 novembre 1766, concesse alla città e diocesi di Palermo l’autorizzazione al culto di San Calcedonio martire con Messa propria; concessione richiesta anche dal viceré marchese Fogliani.
Il Santo martire è invocato per ottenere un felice esito nei parti. Il nome Calcedonio è inteso come abitante di Calcedonia, antica città dell’Asia Minore sul Bosforo, di fronte a Bisanzio, oggi villaggio di Kadiköy in Turchia; la città fu sede, nel 451 d. C. del IV Concilio Ecumenico detto di Calcedonia, dove si affermò il dogma che in Gesù Cristo vi è una sola persona con due nature (umana e divina). (Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Calcedonio, pregate per noi.
Emblema: Palma
Non ci si può credere, ma da una reliquia o ‘corpo santo’, donata ai gesuiti del convento della Madonna di Manresa a Malta, da parte di Papa Benedetto XIV nel 1753, è scaturito un culto così
diffuso per Calcedonio sia a Malta che in Sicilia.
Il ‘corpo santo’ proveniva dal cimitero di Pretestato e dall’iscrizione dell’ampolla, rinvenuta con le sacre reliquie, “Calcedonius in pace”, fu identificato per il martire Calcedonio.
Poi alla diffusione della sua devozione ci pensarono i gesuiti della provincia siciliana dell’Ordine, sotto la spinta anche dei miracoli che venivano attribuiti al santo, nei primi anni dopo l’invenzione delle reliquie.
Padre E. Aguilera gesuita, descrisse in un racconto molto particolareggiato le feste del 1754 tenute in occasione della traslazione di parte delle reliquie, nella cappella a lui dedicata, nella chiesa di San Francesco Saverio in Palermo.
Il culto si diffuse in numerosi luoghi della Sicilia e del napoletano; gli furono dedicati degli altari a Messina e Catania; a Palermo, come già detto, una sontuosa cappella, dove tuttora si conserva una sua reliquia.
La sua festa è stata diversificata nei vari luoghi dove è venerato; a Malta il 24 luglio; a Mazara del Vallo il 17 febbraio; a Lipari e Palermo il 7 settembre.
Papa Clemente XIII con disposizione del 22 novembre 1766, concesse alla città e diocesi di Palermo l’autorizzazione al culto di San Calcedonio martire con Messa propria; concessione richiesta anche dal viceré marchese Fogliani.
Il Santo martire è invocato per ottenere un felice esito nei parti. Il nome Calcedonio è inteso come abitante di Calcedonia, antica città dell’Asia Minore sul Bosforo, di fronte a Bisanzio, oggi villaggio di Kadiköy in Turchia; la città fu sede, nel 451 d. C. del IV Concilio Ecumenico detto di Calcedonia, dove si affermò il dogma che in Gesù Cristo vi è una sola persona con due nature (umana e divina).
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Calcedonio, pregate per noi.


*Santa Carissima di Albi (7 settembre)

Martirologio Romano: Ad Albi in Aquitania, sempre in Francia, Santa Carissima, vergine di clausura.
Gli elementi della biografia  di Carissima, (fr. Carissime, Carême, Chresme) (narrata, sulla base di tradizioni popolari, da Sulpizio di Bourges nel sec. XI), sono leggendari.
Abbandonato il mondo per sfuggire al matrimonio, sarebbe vissuta solitaria e reclusa in un monastero di Tarn, nei dintorni del villaggio di Vieux, presso Eugenio di Cartagine esiliato in quei luoghi e morto nel 505.
Il suo culto, fiorente nel sec. XII, cadde in oblio con la guerra «dei cento anni».
Nel 1494 il vescovo Luigi d'Amboise fece trasportare le reliquie di Carissima e di altri santi locali in un sarcofago sotto l'altare maggiore della cattedrale di Albi.
Carissima è ricordata soltanto ad Albi e nei martirologi gallicani il 7 settembre.
(Autore: René Wasselynck – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Carissima di Albi, pregate per noi.


*San Chiaffredo di Saluzzo Martire (7 settembre)
La leggenda, riferita da Guglielmo Baldesano verso la fine del sec. XVI, raccontava di un Teofredo o Chiaffredo o Jafredo, soldato della famosa legione tebea di stanza in Gallia, fuggito in Piemonte per non sacrificare agli idoli e martirizzato a Crissolo nel 270, sotto Diocleziano e Massimiano.
La leggenda, logicamente, non ha alcun fondamento storico, poiché è poco probabile che un legionario del sec. III portasse un nome di così chiara impronta germanica (radice gotica iuda); sembra, inoltre, che il sepolcreto di Crissolo, del quale faceva parte il sarcofago di Chiaffredo, fosse riservato esclusivamente a pagani. F. Alessio, nel 1902, avanzò l'ipotesi che Chiaffredo fosse da identificare con Teofredo, abate del monastero di Calmiliac presso Puy-en-Velay, ucciso dai Saraceni tra il 728 e il 732 e venerato anche in Piemonte; se si accetta questa identificazione, resterebbe da spiegare la presenza di due corpi del santo, uno a Puy e l'altro a Crissolo.
Patronato: Crissolo, Diocesi di Saluzzo
Emblema: Palma, Spada, Stendardo, Croce Mauriziana, Elmo, Cavallo
In data odierna il calendario liturgico della diocesi di Saluzzo (Cn) riporta la festa di “San Chiaffredo martire”, che tale Chiesa locale venera come patrono principale. Per meglio comprendere l’origine del culto di questo presunto intrepido testimone della fede cristiana, occorre però ripercorrere brevemente la vicenda della celebre Legione Tebea, alla quale la pietà popolare ha leggendariamente arruolato il Santo oggi in questione.
Al 22 settembre il nuovo Martyrologium Romanum cita così questo glorioso esercito: “A Saint-Maurice-en-Valais in Svizzera, ricordo dei Santi martiri Maurizio, Essuperio, Candido, soldati, che, come narra Sant’Eucherio di Lione, con i loro compagni della Legione Tebana e il veterano Vittore, nobilitarono la storia della Chiesa con la loro gloriosa passione, venendo uccisi per Cristo
sotto l’imperatore Massimiano”.
Seppur sinteticamente, sono così ben riassunte le poche certezze che danno un fondamento storico al vasto culto sviluppatosi in tutta Europa ed in particolare sulle Alpi. Secondo cronache redatte in un tempo successivo furono solo due i soldati che riuscirono a scampare al sanguinoso eccidio, ma presto iniziarono a fiorire leggende su altri soldati che trovarono rifugio in svariate località, intraprendendo una capillare opera di evangelizzazione e subendo poi anch’essi il martirio.
Se ne contano all’incirca 400, di cui quasi una sessantina solo in Piemonte, tra i quali i santi oggi in questione, agganciati all’ormai proliferante ed avvincente Legione dalla fantasia di alcuni agiografi che nulla conoscevano di certo relativamente a questi antichi martiri.
Assai bizzarro è in realtà il contesto in cui nacque il culto di questo anonimo santo.
Pare infatti, come narra un antica leggenda, che all’inizio del sec. XIV, nell’allora sperduta località di Crissolo, oggi in provincia di Cuneo, svariate volte una persona cadde da un dirupo senza riportare alcun danno fisico. La cosa destò stupore tra i testimoni dell’accaduto, facendoli gridare al miracolo.
Il casuale rinvenimento operato da un contadino, arando il terreno ai piedi del dirupo, di un sarcofago contenente i resti di un corpo umano, fece supporre alla popolazione locale che si trattasse di un ipotetico santo per la cui intercessione si era salvato da più incidenti il loro compaesano, tutto ciò si disse in seguito a rivelazione divina. Nel dialetto locale a questo misterioso personaggio fu attribuito il nome di “San Ciafrè” e sulla sua tomba sorse il celebre santuario di Crissolo.
Su quest’ultimo le prime notizie certe risalgono al 1387, qualora da Avignone un “Breve” del papa Clemente VII concedette indulgenze a chi avesse fatto visita a tale chiesa ed avesse offerto il proprio contributo per le necessarie riparazioni.
La leggenda tramandata da Guglielmo Baldesano verso la fine del XVI secolo, narrò di un certo Teofredo o Chiaffredo o Jafredo, questi i nomi con cui ancora oggi viene talvolta indicato, soldato della famosa legione tebea di stanza in Gallia, fuggito poi in Piemonte per non sacrificare agli idoli e martirizzato a Crissolo nel 270 circa, sotto gli imperatori Diocleziano e Massimiano.
La leggenda non ha evidentemente alcun fondamento storico, poiché è infatti ben poco probabile che un legionario del III secolo portasse un nome di così chiara impronta germanica. Pare inoltre che il sepolcreto di Crissolo, del quale faceva parte il sarcofago di Chiaffredo, fosse riservato esclusivamente a pagani.
Nel 1902 uno studioso avanzò l’azzardata ipotesi che Chiaffredo fosse da identificarsi con Teofredo, abate del monastero di Calmiliac presso Puy-en-Velay, ucciso dai Saraceni nell’VIII secolo e venerato anche in Piemonte. Se però si prende per buona questa identificazione, resterebbe inspiegata la presenza di due corpi del santo a Puy ed a Crissolo. Il corpo di San Chiaffredo fu trasferito prima nel castello di Revello nel 1593, poi nel duomo di Saluzzo nel 1642.
Il vescovo di Saluzzo monsignor Tornabuoni, in occasione del sinodo del 1516, estese all’intera diocesi il culto del santo, eleggendolo quale celeste patrono insieme con l’altro celebre soldato tebeo San Costanzo.
Le statue dei due martiri svettano infatti ai lati dell’altar maggiore della cattedrale saluzzese.
Il presupposto che San Chiaffredo abbia militato nella Legione Tebea gli ha simbolicamente conferito la nazionalità egiziana, fattore che ha contribuito alla diffusione del suo culto anche presso la Chiesa Copta, che venera dunque tanto San Maurizio quanto tutti quei suoi leggendari compagni il cui ricordo è tramandato in un qualche piccolo santuario d’Europa.
L’iconografia relativa a San Chiaffredo è solita presentarlo con tutti gli attributi tipici dei soldati tebei: la palma del martirio, la spada, lo stendardo con croce rossa in campo bianco e la Croce Mauriziana, cioè trilobata, sul petto.
L’assenza di una citazione esplicita di San Chiaffredo sul Martyrologium Romanum, come d’altronde di gran parte dei martiri pseudo-tebei, è giustificata dalla volontà di evitare un’eccessiva proliferazione di santi storicamente incerti, preferendo dunque così comprendere tutti i presunti compagni di San Maurizio nella celebrazione del 22 settembre e riservando alla Chiese locali la facoltà di inserire nei calendari diocesani le loro festività proprie nelle date tradizionali.
(Autore: Fabio Arduino - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Chiaffredo di Saluzzo, pregate per noi.


*Beati Claudio Barnaba Laurent de Mascloux e Francesco d'Oudinot de la Boissiere - Martiri (7 settembre)  
Martirologio Romano: In una galera all’ancora al largo di Rochefort sulla costa francese, Beati Claudio Barnaba Laurent de Mascloux e Francesco d’Oudinot de la Boissière, sacerdoti e martiri, che, arrestati durante la rivoluzione francese per il loro sacerdozio e messi agli arresti navali, morirono per Cristo ammalandosi gravemente per la fame.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beati Claudio Barnaba Laurent de Mascloux e Francesco d'Oudinot de la Boissiere, pregate per noi.


*San Clodoaldo (o Cloud) - Venerato a Parigi (7 settembre)  

524 - 560
Nacque nel 522 ed era figlio di Chloromiro, re di Orleans, che era, a sua volta, figlio di Clodoveo, re dei Franchi. Più tardi rinunciò al mondo, consacrandosi al servizio di Dio. Dopo aver distribuito le sue fortune ai poveri, si ritirò a vita eremitica sottoponendosi ad una dura disciplina.
Morì nel 560 e la maggior parte delle sue reliquie sono rimaste nella chiesa parrocchiale del suo villaggio. La sua festa ricorre al 7 di settembre.
Patronato: Fabbricanti di chiodi
Martirologio Romano: Nel villaggio di Saint-Cloud nel territorio di Parigi in Francia, San Clodoaldo, sacerdote, che, nato da stirpe regale, dopo la morte violenta del padre e dei fratelli, fu accolto dalla nonna santa Clotilde e, rifiutato con sdegno il potere terreno, si fece chierico.
Tutte le tre grandi dinastie francesi, Merovingia, Carolingia e Capetingia, hanno donato alla Chiesa eletti fiori di santità.
Tra i discendenti di Meroveo si annoverano innanzitutto Clodoveo, il primo re franco che si fece battezzare e sua moglie Santa Clotilde. Questa coppia ebbe perciò un ruolo molto simile a quello avuto dai Santi Etelberto e Berta nel Kent e Mirian III e Nana in Georgia.
Clodoveo non è però mai stato venerato come santo, come avvenuto invece per altri suoi emuli quali San Vladimiro di Kiev, Santo Stefano I d’Ungheria e San Boris Michele I di Bulgaria.
Dopo Santa Clotilde, dunque, il primo principe franco di cui fu autorizzato il culto fu suo nipote Clodoaldo, volgarmente chiamato Saint Cloud.
Suo padre Clodomiro, re d’Orléans, aveva sconfitto in battaglia il re di Borgogna San Sigismondo e lo aveva fatto prigioniero di guerra con sua moglie ed i figli. Assassinato, gli successe al trono suo fratello Gondomaro, che vendicò l’uccisione del fratello eliminando a sua volta Clodomiro.
I suoi tre figli, Thibault, Gonthaire e Clodoald, si trovarono allora affidati alla custodia della nonna Santa Clotilde, che li allevò cristianamente nella speranza che un
giorno potessero suddividersi il regno di loro padre, provvisoriamente affidato a dei luogotenenti ed allo zio Childeberto.
Quest’ultimo e suo fratello Clotario iniziarono però a complottare per eliminare i tre giovani nipoti e spartirsi i territori di cui erano eredi.
Un paggio di Childeberto fu allora inviato a ricattare Clotilde, costringendola a scegliere tra la morte dei ragazzi e la vita monastica. Clotario si impuntò però nel lasciare a Clotilde la sola libertà di scelta sul tipo di esecuzione ed immediatamente pugnalò Teodaldo, il maggiore dei tre.
Il secondogenito Gunther, in preda al terrore, fuggì da Childeberto che tentò di proteggerlo, ma sopraggiunse Clotario e lo uccise. Clodoaldo invece, forse per un disegno particolare della Provvidenza, riuscì a salvarsi dall’ira omicida dello zio e ad essere portato il luogo sicuro da alcuni amici. Secondo la versione tramandata da San Gregario di Tours, una volta raggiunta la maggiore età, anziché reclamare il trono perduto preferì pronunciare i voti, ponendosi così interamente al servizio di Dio.
I suoi studi non consistettero che nella lettura delle Sacre Scritture ed il suo piacere nel vivere nella più severa ascesi. Dopo aver dispensato alle chiese ed ai poveri tutti quei beni materiali che erano sfuggiti alla razzia dei suoi zii, decise di seguire le orme del santo eremita Severino, che conduceva una vita solitaria e contemplativa in un eremo alle porte di Parigi. Il giovane principe ricevette dalle sue mani l’abito religioso e si intrattenne per qualche tempo in sua compagnia al fine di formarsi degnamente a tutte le virtù monastiche.
Childeberto e Clotario non poterono ignorare il loro nipote, ma vedendolo senza pretesa alcuna lo lasciarono in libertà e gli donarono quanto necessario per vivere più comodamente nel luogo del suo ritiro. Ma Clodoaldo, non ritenendo la sua condotta ancora abbastanza solitaria, abbandonò la periferia parigina e si trasferì segretamente in Provenza, lontano dalla vista e dalla compagnia di tutti i suoi conoscenti.
Mentre si stava costruendo la propria cella, un povero si presentò dinnanzi a lui. Pur essendo anch’esso povero, senza ne oro ne argento ne provvigioni da potergli donare, si spogliò generosamente del proprio saio.
Questo atto di carità fu così gradito a Dio che la notte successiva l’oggetto donato s’illuminò come per incanto e gli abitanti dei dintorni furono testimoni di questo miracolo. Riconobbero così in San Cloud un eccellente servo di Cristo. Iniziarono dunque a recarsi da lui per onorare la sua santità e per ricevere i suoi consigli.
Clodoaldo constatò suo malgrado di essere ormai divenuto più popolare in Provenza che a Parigi e scelse allora di tornare a Nogent-sur-Seine, a sud-ovest di Parigi. Ma qui Eusebio, l’allora vescovo della capitale francese, lo ordinò prete su sollecitazione del popolo. Dopo aver esercitato per qualche tempo il suo ministero, morì santamente il 7 settembre probabilmente dell’anno 560. Questo principe sacerdote fu da subito onorato con un culto assai popolare e per assonanza fu considerato patrono dei fabbricatori di chiodi.
(Autore: Fabio Arduino - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Clodoaldo, pregate per noi.


*Beata Eugenia Picco (7 settembre)

Crescenzago (Milano), 8 novembre 1867 - 7 settembre 1921
Eugenia Picco nasce a Crescenzago (Milano) l'8 novembre 1867. Cresce in un ambiente disordinato e irreligioso, e spesso subisce le molestie del nuovo convivente della madre.
Eppure ogni giorno, come per una «istintiva» forza, la giovane va a pregare nella basilica di Sant'Ambrogio a Milano.
E a vent'anni, il 31 agosto del 1887, Eugenia scappa da casa ed entra nella famiglia religiosa delle Piccole figlie dei Sacri Cuori di Gesù e Maria.
Nel giugno del 1911 viene eletta Superiora generale e nonostante la tisi ossea che le provocherà l'amputazione della gamba destra, Suor Eugenia si mostrerà sempre disponibile e serena.
Durante il suo governo, e particolarmente durante la grande guerra, l'impegno della famiglia religiosa viene rilanciato all'insegna della carità e della educazione delle giovani che risiedono nel convitto.
La sua fama di santità si conserva, anzi andrà aumentando dopo la morte. Alla sua morte, avvenuta il 7 settembre 1921, suor Eugenia, vista da tutti come modello di pietà, di zelo, di prudenza, di spirito di sacrificio e di saggezza. (Avvenire)
Martirologio Romano: A Parma, Beata Eugenia Picco, vergine della Congregazione delle Piccole Figlie dei Sacri Cuori di Gesù e Maria, che, tutta votata alla volontà di Dio, promosse la dignità delle donne e provvide alla formazione spirituale e culturale delle religiose.
"Come Gesù ha scelto il pane, cosa tanto comune, così deve essere la mia vita, comune... accessibile a tutti e, in pari tempo, umile e nascosta, come è il pane".
Queste parole di Eugenia Picco scaturiscono da una lunga contemplazione di Gesù, Pane di vita, spezzato per tutti.
A questa contemplazione Eugenia arriva dopo lungo e sofferto cammino.
Nasce a Crescenzago (Milano) l'8 novembre 1867 da Giuseppe Picco e Adelaide Del Corno. Il padre è un valido musicista de «La Scala» di Milano, cieco. La madre è una donna frivola, che non ama il marito, ma ama il denaro, il successo e i viaggi. Eugenia è spesso affidata ai nonni e incontra i genitori solo nelle brevi soste che si concedono tra una tournée e l'altra, fino a quando un giorno la madre torna sola, senza il marito, facendolo credere morto.
Del padre, Eugenia non saprà più nulla. Da questo momento la madre costringe la figlia ad andare ad abitare con lei e con il suo convivente, dal quale, in seguito, avrà altri due figli.
Eugenia cresce in un ambiente irreligioso e moralmente guasto, dovendo fare i conti con i desideri mondani della madre che la vuole cantante di successo e con il convivente della madre che la molesta e infastidisce spesso.
«Pericoli ed occasioni in casa e fuori» dirà Eugenia ricordando quei tribolati anni e quella «istintiva» forza di pregare, di sollevare lo sguardo in alto, nel silenzio dell'austera basilica di Sant'Ambrogio di Milano, dove ogni giorno si reca ad invocare Dio, quasi senza conoscerlo. E una sera del maggio 1886,
Eugenia sente in sé la chiamata alla santità e da quell'istante mirerà, con alacrità e fedeltà, non mai smentite, alla perfezione.
A vent'anni, Eugenia decide di volere Gesù, la santità. Entra nella ancor giovane Famiglia Religiosa delle Piccole Figlie dei Sacri Cuori di Gesù e Maria, fuggendo da casa il 31 agosto 1887, subito accolta, compresa, amata dal Fondatore, il venerabile Agostino Chieppi.
Il 26 agosto 1888 inizia il noviziato e il 10 giugno 1891 emette la prima professione religiosa nelle mani dello stesso Fondatore. Fa la professione perpetua il primo giugno 1894.
Semplice e umile, fedele e generosa, senza riserve si dona alle alunne del Convitto delle quali è
insegnante di musica, canto e francese; alle novizie di cui è madre e maestra; alle consorelle attraverso il servizio di archivista, di Segretaria generale e di Consigliera.
Nel giugno 1911 viene eletta Superiora generale e rimane in carica fino alla morte.
Donna coraggiosa, fa voto di compiere con perfezione serena e tranquilla i doveri di Superiora e questo per il compimento della volontà di Dio.
Animatrice saggia e prudente della Congregazione delle Piccole Figlie dei Sacri Cuori di Gesù e Maria, durante il suo governo svolge un'azione illuminata e prudente per una definitiva sistemazione dell'Istituto, proponendosi di fissare gli indirizzi che erano stati trasmessi dal Fondatore.
È madre per tutti, specialmente per i poveri, per i piccoli, per gli emarginati che serve con carità generosa e instancabile. Il bisogno e i drammi dei fratelli durante la grande guerra del 1915-1918 le aprono ancor più il cuore per farsi accoglienza di ogni gemito, dolore, preoccupazione sociale o privata.
Il suo sostegno principale, il fulcro vitale della sua vita interiore e di tutta l'opera e l'azione apostolica è per Suor Eugenia l'Eucaristia, suo grande amore, centro della sua pietà, cibo, conforto e gaudio delle sue giornate dense di preghiera e di fatica.
Il Cristo infonde in lei il suo zelo per la salvezza delle anime, il suo fervente desiderio di ricondurre tutti alla Casa del Padre ed è nel suo ardente amore per Cristo che si trova la spiegazione della sua incessante attività caritativa.
Di salute debole, in un corpo minato dalla tisi ossea che, nel 1919, la porta all'amputazione dell'arto inferiore destro, Suor Eugenia si offre disponibile al compimento del disegno del Padre, pronta ad ogni immolazione, dimostrandosi sempre l'amica sorridente di Cristo, dei fratelli e del mondo.
Questo dinamismo, che concentra tutti i suoi desideri, tutta la sua volontà in Dio, questa risoluzione decisa di tendere alla perfezione, espressa da una vita di mortificazione, di purezza, di obbedienza, di eroismo di opere virtuose, vivendo l'ordinario più umile in modo straordinario, è il clima in cui si svolge l'esistenza di Suor Eugenia Picco.
Nella malattia e nella morte dà compimento alla sua totale consacrazione a Dio. Suor Eugenia muore santamente il giorno 7 settembre 1921.
La sua fama di santità si conserva, anzi andrà aumentando dopo la morte. Ovunque si sentono espressioni di devota ammirazione e venerazione per Suor Eugenia, vista da tutti come esempio di straordinaria virtù e come modello di pietà, di zelo, di prudenza, di spirito di sacrificio e di saggezza.
Iniziato il Processo di Beatificazione nel settembre 1945, il 18 febbraio 1989 fu riconosciuto l'esercizio eroico
delle virtù e il 20 dicembre 1999 fu pubblicato il Decreto sul miracolo, attribuito alla sua intercessione e che riconosce la guarigione prodigiosa di Camillo Talubingi Kingombe della diocesi di Uvira (ex Zaire) avvenuta il 25 agosto 1992.
Il 7 ottobre 2001, Giovanni Paolo II la proclama «Beata».
La luce che ha accompagnato i passi di Eugenia bambina, guardata solo da Dio, la luce balenata all'improvviso nei giorni della sua giovinezza, la luce che l'ha condotta alla santità, la luce che, attraverso lei, ha raggiunto la vita di tanti fratelli e tante sorelle disorientati e confusi, diventa messaggio per l'oggi, dove si insiste tanto sui condizionamenti psicologici negativi, che possono provenire da situazioni difficili, senza forse tener conto adeguatamente di quello che può la grazia accolta e assecondata.
(Fonte: Santa Sede)
Giaculatoria - Beata Eugenia Picco, pregate per noi.


*Beato Felix Gomez - Pinto Piner - Sacerdote francescano, Martire (7 settembre)
Schede dei gruppi a cui appartiene:
“Beati Martiri Spagnoli Frati Minori di Madrid” Beatificati nel 2007 - Senza data (Celebrazioni singole)
“Beati 498 Martiri Spagnoli” Beatificati nel 2007 (6 novembre)
“Martiri della Guerra di Spagna” - Senza Data (Celebrazioni singole)

18 maggio 1870 - 7 settembre 1936
Nacque a La Torre de Esteban Hambrán (Toledo) il 18 maggio 1870 dai coniugi Deogratias e Praxedes che ebbero altri quattro figli, dei quali uno entrò in seminario e due furono monache cappuccine. Essi svolgevano l’attività di contadini, partecipavano alla vita della parrocchia e delle confraternite da veri cristiani. La madre era anche iscritta al Terzo Ordine Francescano.
Félix vesti l’abito francescano il 12 maggio 1886 nel convento di Pastrana, emise la professione semplice il 14 maggio 1887 e quella solenne il 16 maggio 1890.
Fu ordinato sacerdote ad Avila il 19 maggio 1894. In questo stesso anno fu inviato missionario nelle Filippine esercitando il ministero di parroco e amministratore di parrocchie per diversi anni. Nel 1898, periodo del movimento indipendentista delle Filippine, fu fatto prigioniero e restò in carcere più di un anno.
Dal 1903 al 1913 esercitò l’apostolato nell’isola di Samar. Questo primo periodo di esperienza missionaria si concluse nel 1913, quando per alcuni mesi fu al santo Sepolcro di Gerusalemme, prima di ritornare in patria.
Dal 1914 al 1917 fu a Pastrana dove edificò i novizi con la sua testimonianza esemplare di sacerdote dedito alla gloria di Dio e alla salvezza delle anime, con sentimenti di pietà e di mortificazione.
La seconda esperienza missionaria nelle Filippine si svolse dal 1919 al 1933 servendo quella Chiesa con dedizione e sacrificio. Indebolendosi la sua salute fece ritorno in Spagna vivendo l’ultimo periodo della sua vita nel convento di Pastrana dove nel 1936 erano complessivamente 43 religiosi
francescani di cui 11 sacerdoti, 27 professi chierici studenti, 3 fratelli professi e 2 fratelli terziari. Con le elezioni politiche del febbraio i giovani studenti erano stati inviati nelle proprie famiglie di origine.
Il 22 luglio i religiosi si dispersero presso famiglie amiche, così il padre Félix fu ospite successivamente di due famiglie e mai, pur in abito civile, occultò la sua condizione di religioso e sacerdote e si mostrò disponibile a visitare i malati e per le confessioni sacramentali, tentando qualche volta di celebrare l’Eucaristia.
Essendo giunti a Pastrana dei miliziani di Madrid per cercare i religiosi, padre Félix fu fatto allontanare munendolo di qualche alimento, ma il 2 o 3 settembre fu arrestato dai miliziani che durante il percorso e molte volte in seguito tentarono con violenze di fargli ripetere bestemmie contro Dio e la Vergine Maria, al che egli ripeteva: “Perdonali, Signore, perché non sanno ciò che fanno” oppure: “Uccidetemi, uccidetemi, però io questo non lo dico”.
Restò prigioniero nell’antico convento di S. Francesco trasformato in ospedale e usato allora come prigione.
La domenica 6 settembre furono uniti al padre Félix tre giovani frati studenti che poi testimoniarono sulla serenità del confratello sacerdote che ascoltò la loro confessione e che furono poi rilasciati.
Nella notte padre Fèlix con un automezzo fu condotto da un drappello di miliziani fino al luogo denominato Corral de tìo Quintìn al confine di Hueva (Guadalajara) e gli fecero percorrere alcuni passi sulla strada mentre egli diceva: “Io vi perdono. Viva Cristo Re!”.
Era circa le una del 7 settembre quando lo uccisero con un colpo di fucile e, dopo avergli inferto un colpo di grazia, gettarono il suo corpo sul ciglio della strada.
(Fonte: www.ofm.org)
Giaculatoria - Beato Felix Gomez, pregate per noi.


*Santi Festo e Desiderio - Martiri a Pozzuoli (7 settembre)  
Pozzuoli, † settembre 305
Martirologio Romano:
A Benevento, Santi martiri Festo, diacono, e Desiderio, lettore.
La vicenda terrena dei martiri miseni, Festo e Desiderio va posizionata nel secolo IV, ed è strettamente collegata al martirio del grande e più conosciuto, vescovo s. Gennaro e degli altri martiri Sosso, Procolo, Eutiche ed Acuzio.
Bisogna subito dire che i nomi dei sette martiri, compaiono più o meno in ben sette antichi ‘Atti’, ‘Passio’, ‘Vitae’, naturalmente tutti parlando in primo piano di s. Gennaro, del suo famoso miracolo della liquefazione del sangue e poi delle varie traslazioni delle reliquie dei martiri, con destinazioni diverse e del loro culto in varie località.
Dei vari autorevoli documenti sopra citati, vi sono gli “Atti Puteolani” o “Acta s. Proculi”, che illustrano le gesta del martire Procolo; questi “Atti” furono rinvenuti nell’Archivio della Curia di Pozzuoli e pubblicati per la prima volta, dal gesuita bollandista Stilting, nel 1867 a Parigi.
Non avendo la possibilità di accedere a questo Archivio, ci dobbiamo contentare di citare quanto raccontano i cosiddetti “Atti Bolognesi”, conservati in un codice del 1180, del monastero bolognese di S. Stefano dei padri Celestini e che riporta il racconto, già molto noto prima del secolo VII.
Mentre infuriava la persecuzione dell’imperatore Diocleziano (284-305), contro i cristiani, il vescovo di Benevento Gennaro, si trovava a Pozzuoli in incognito, per non essere riconosciuto dai pagani, che allora correvano numerosi a consultare la Sibilla Cumana, la quale risiedeva nel suo antro, appunto nella vicina Cuma.
Ma comunque la sua presenza, era nota ai cristiani della zona, perché il trentenne diacono di Miseno, Sosso o Sossio, accompagnato dal diacono Festo e dal ‘lettore’ Desiderio, si recarono più volte a fargli visita con grande cautela e circospezione. Ma i pagani però smascherarono Sosso come cristiano e lo denunziarono al giudice Dragonzio; il diacono di Miseno fu catturato ed imprigionato e poi condannato ad essere sbranato dagli orsi, nell’anfiteatro di Pozzuoli.
Il vescovo Gennaro, Festo e Desiderio, saputo del suo arresto, pur sapendo dei rischi a cui andavano incontro, vollero far visita a Sosso, per portargli il loro conforto; furono anch’essi scoperti, confessarono di essere cristiani e quindi condotti dal giudice Dragonzio, il quale visto il loro rifiuto di abiurare, li condannò alla stessa pena di Sosso.
Non si sa bene il perché, ma la sentenza “ad bestias” fu commutata dallo stesso Dragonzio, nella decapitazione per tutti.
A questo punto entrano nel racconto i tre puteolani, il diacono Procolo ed i laici cristiani Eutiche ed Acuzio, i quali protestarono vivacemente contro la condanna, mentre i martiri venivano condotti al
supplizio; con la facilità e il fanatismo di allora, furono presi anche loro e condannati alla stessa pena della decapitazione, che ebbe luogo, secondo la tradizione, il 19 settembre del 305, nel Foro Vulcano, nei pressi della celebre Solfatara.
Da questo punto in poi, il gruppo dei sette martiri campani, li si ritrova nel successivo culto, a volte tutti insieme, a volte a coppie, a volte singolarmente; anche nelle catacombe dette di S. Gennaro, di S. Severo, di S. Gaudioso; essi sono raffigurati divisi e in diverse catacombe.
La storia delle traslazioni delle reliquie è ancora più complessa; quelle di s. Gennaro dall’agro Marciano presso Pozzuoli, dove sembrano che furono tutti sepolti, furono poi portate a Napoli, poi avventurosamente a Benevento, a Montevergine e poi di nuovo a Napoli.
I corpi dei santi Festo e Desiderio, furono sepolti prima fuori Benevento, poi nell’824 nella rinnovata cattedrale di Benevento e poi nell’abbazia di Montevergine. Le reliquie del diacono Sosso o Sossio, vennero accolte con onore nella sua Miseno, città poi distrutta dalle orde saracene nel secolo IX, recuperate furono portate a Napoli e dal 1807 sono custodite e venerate nella città di Frattamaggiore (diocesi di Aversa).
Le reliquie di Eutiche ed Acuzio, furono conservate nel ‘praetorium Falcidii’, presso la basilica paleocristiana di S. Stefano, prima cattedrale puteolana e sembra che nella seconda metà dell’VIII secolo, furono deposte nella cattedrale Stefania di Napoli.
Infine il santo diacono Procolo, patrono principale della città di Pozzuoli, avrebbe trovato una definitiva collocazione nel tempio Calpurniano, trasformato nella nuova cattedrale puteolana.
Secondo un documento del IX secolo, forse fittizio, si dice che nell’871, i corpi di Gennaro, Procolo, Eutiche ed Acuzio, sarebbero stati portati da un cavaliere svevo nell’abbazia di ‘Angia Dives’ o Reichenau, sul lago di Costanza in Svizzera; effettivamente nel 1780 si rinvennero delle ossa, che in successive analisi ed ispezioni fatte nel 1964 a Napoli, confermerebbero che mancano alle reliquie napoletane e puteolane. Nel 1781 Pozzuoli riebbe metà delle reliquie dei tre santi puteolani.
Tralasciamo volutamente tutto il seguito che riguarda il miracolo del sangue e il culto di San Gennaro, presente nel sito con scheda propria; per completare dicendo che l’iconografia pittorica del martirio dei sette martiri è molto vasta, e se pure in primo piano vi è sempre la decapitazione di s. Gennaro, intorno a lui, in attesa del loro martirio, oppure a terra già decapitati, gli autori dei quadri, hanno sempre inserito gli altri martiri; i tre diaconi Procolo, Festo e Sosso, indossano la tipica ‘dalmatica’ del loro Ordine sacro.
Questo dovrebbe portarci a credere, che il giorno della celebrazione dovesse essere il 19 settembre per tutti, invece a questa data si celebra il solo s. Gennaro; il 7 settembre Festo e Desiderio; Sosso il 23 settembre; Procolo, Eutiche e Acuzio, il 18 ottobre.
Forse queste antiche date, passate poi nel ‘Martirologio Romano’, stanno ad indicare, che è probabile che siano stati martirizzati in due gruppi e in due giorni diversi.
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santi Festo e Desiderio, pregate per noi.


*San Giovanni da Lodi - Vescovo (7 settembre)
m. Gubbio, Umbria, 7 settembre 1105
San Giovanni, originario di Lodi, fu monaco camaldolese e discepolo di San Pier Damiani. In età ormai avanzata fu eletto vescovo di Gubbio, cittadina umbra divenuta centro del suo culto. Il Martyrologium Romanum commemora il santo vescovo nell’anniversario della sua nascita al cielo.
Emblema: Bastone pastorale, Mitra
Martirologio Romano: A Gubbio in Umbria, San Giovanni da Lodi, vescovo, che fu compagno di San Pier Damiani nelle sue missioni diplomatiche.
San Giovanni da Lodi nacque nell’antica Laus Pompeia intorno al 1025. Nella città natale ricevette un’ottima preparazione culturale, che gli varrà più avanti il curioso titolo di “il grammatico”. Sin da ragazzo Giovanni si mostrò molto serio, caritatevole, pio e virtuoso, ma dimostrò anche una ferrea fermezza nel richiamare gli amici ad una condotta di vita cristiana.
Giovane austero, dormiva presso una chiesa in Lodi Vecchio, sulla nuda terra, poggiando il capo sulla ruvida pietra.
Nel 1059 il Papa inviò il celebre monaco San Pier Damiani, cardinale e vescovo di Ostia, per risolvere alcune questioni a Milano: nell’ultima tappa verso Mediolanum il santo fece una sosta a Lodi Vecchio, ove si scontrò con il clero lodigiano uxorato. E’ assai probabile che proprio in tale occasione Giovanni
abbia aperto il suo cuore a Pier Damiani ed infatti non molto tempo dopo entrò nel monastero camaldolese di Fonte Avellana, alle pendici del Monte Catria, dove anche il santo vescovo con il consenso del pontefice si ritirò per riprendere la vita eremitica.
Il profondo affetto che il priore nutrì per il novello monaco Giovanni è documentato da una dedica “al dilettissimo Giovanni, che non è più Laudense ormai, e, per ciò stesso, è uomo degno di ogni lode”, in cui non è affatto velata la nota polemica verso i sacerdoti lodigiani ribelli.
Giovanni, eremita esemplare, ricevette ben presto l’ordinazione presbiterale: viveva in una celletta vicina alla chiesa, proprio come già faceva nella sua città. Era solito fare digiuni, continue penitenze e camminare scalzo anche d’inverno. Come faceva sin da fanciullo, proseguì nell’importante ruolo di pacificatore dei confratelli in lite.
Uomo di grande preghiera, appena terminate le orazioni si cimentava al lavoro manuale con grande impegno. Allo scrittoio lavorava di suo pugno i testi e divenne un eccellente amanuense.
L’antica cultura, unita alla nuova abilità di trascrittore, gli guadagnò ben presto la fiducia dei confratelli.
Diventa correttore anche dei codici copiati dagli altri monaci ed in seguito supervisore di tutti i libri e manoscritti prodotti nell’eremo.
San Pier Damiani, solito far rileggere i propri scritti ad alcuni abati e vescovi suoi amici, non appena si accorse dell’erudizione e della preparazione di Giovanni, gli domandò di correggere la sua corrispondenza e di fargli da segretario. Morto il grande santo, il fedele discepolo ne scrisse la Vita e ne raccolse nella Collectanea i commenti biblici.
Tra il 1082 ed il 1084 divenne priore ed un secondo mandato gli venne affidato dal 1100 al 1101, in un terribile periodo di carestia che colpì l’Italia intera. Giovanni si dedicò completamente ai poveri che bussavano all’eremo.
Quando non gli rimase più nulla, ormai anziano ed acciaccato, scese di persona in Puglia, allora granaio d’Italia, per poi risalire dopo essersi spogliato di tutto carico di cereali per i suoi poveri. Meritò così di essere paragonato ai grandi “santi della carità” quali Pietro “telonario” e Paolino da Nola, che erano arrivati al punto di vendersi come schiavi pur di guadagnare qualcosa per i miseri.
Nel 1104, quasi ottantenne e malandato in salute, Giovanni fu eletto vescovo della vicina Gubbio e ricevette dunque la consacrazione episcopale.
Anche nella città umbra non tardò a mostrare, seppur con le poche forze superstiti, la sua immensa carità difendendo i contadini dalle angherie dei feudatari.
Muore purtroppo dopo pochi mesi, il 7 settembre 1105, carico d’anni e circondato dall’affetto del popolo eugubino. Il suo corpo è conservato nella cattedrale della città umbra, ove è oggetto di venerazione da parte dei fedeli.
Il Martyrologium Romanum commemora il santo vescovo nell’anniversario della sua nascita al cielo.
(Autore: Fabio Arduino - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Giovanni da Lodi, pregate per noi.


*Beato Giovanni Mazzucconi - Sacerdote e Martire (7 settembre)  
Rancio di Lecco, 1° marzo 1826 - Woodlark (Oceania), settembre 1855
Nato a Rancio di Lecco nel 1826, entrò presto in seminario e nel 1845 insieme con un gruppo di compagni fece un corso di esercizi spirituali alla Certosa di Pavia. Qui conobbe il priore, padre Suprier, un certosino che in precedenza era stato missionario in India. Ai giovani egli racconta delle persone incontrate, del bene fatto e ricevuto.
Le sue parole rimbalzano nel cuore di Giovanni. Le circostanze sembrano favorire la sua aspirazione quando nel 1850 Pio IX chiede ai vescovi lombardi di istituire a Milano un seminario che prepari i giovani alla missione. Non appena ordinato sacerdote, Giovanni si trasferisce con gli antichi compagni in quello che più tardi sarà chiamato Pontificio Istituto Missioni Estere (Pime) e presto parte con loro per l’Australia.
Giunti a destinazione dopo un viaggio di tre mesi, i missionari si dividono in due gruppi: il primo si stabilisce nell’isola di Rook, l’altro prosegue per Woodlark.
Il paesaggio che li accoglie è incantato, ma gli indigeni sono diffidenti. Scrive padre Mazzucconi: «Per adesso la missione bisogna farla con lo stare sempre con la gente locale e impararne la lingua e poi, quando il Signore vorrà, gli parleremo di lui».
Il pericolo maggiore viene in un primo momento dal clima. Padre Mazzucconi si ammala gravemente e deve ritornare a Sydney per curarsi. Ristabilitosi, ritorna a Woodlark, ma l’accoglienza è tutt’altro che amichevole.
Un notabile indigeno finge di andare ad accoglierlo, quindi lo colpisce duramente. Giovanni muore così martire della missione cristiana da lui tanto agognata.
Martirologio Romano: Nell’isola di Woodlark in Oceania, beato Giovanni Battista Mazzucconi, sacerdote dell’Istituto Milanese per le Missioni Estere e martire, che, dopo due anni trascorsi al servizio dell’evangelizzazione, ormai spossato dalle febbri e dalle piaghe, fu ucciso in odio alla fede con un colpo di scure.
Più fallimentare di così. Guardata con occhio puramente umano l’avventura umana di Padre Giovanni Mazzucconi è davvero un fallimento unico. Perché non ha registrato conversioni, battesimi, predicazioni, successi missionari e, per di più, si conclude tragicamente, a poco più di 29 anni, con un
colpo di scure che gli fracassa il cranio.  Eppure è una vita ed una morte che hanno ricevuto dalla Chiesa il sigillo del martirio. Nasce a Recco, una frazione di Lecco, nel 1826, in una famiglia che vive respirando il Vangelo e praticando la carità, ed i frutti si vedono: dei dodici figli, tre diventeranno sacerdoti e quattro saranno suore. Giovanni entra nel seminario diocesano, ma viene contagiato quasi subito dall’ideale missionario.
Il direttore spirituale gli dà del matto e gli dice che le sue “Indie” sono qui, ma lui, con l’entusiasmo proprio dei giovani, sogna ad occhi aperti le missioni ed intanto prega e spera che anche in Italia venga fondato un “seminario missionario”, un istituto cioè in grado di preparare i sacerdoti per le missioni. Il sogno si traduce in realtà quando Angelo Ramazzotti, un avvocato che si è fatto prete tra gli Oblati di Rho e che poi sarà vescovo, riesce a dare vita ad un istituto missionario (l’attuale P.I.M.E.), ma lui, Giovanni, deve ancora aspettare. Prete a maggio del 1850, dopo due mesi è già a Saronno, nella prima casa che il Ramazzotti è riuscito ad inaugurare: insieme a pochi altri studia, prega, si dedica ad opere di carità.
Soprattutto si allena ad una vita di sobrietà e sacrificio, perché sa che la vita missionaria comporterà un sacco di rinunce. E continua a sognare: questa volta, di andare missionario in Oceania. Perché sono pochi i missionari che l’hanno raggiunta e perché quei pochi han dovuto quasi tutti rinunciarvi poco dopo per le difficoltà, le malattie e l’ostilità della gente. Lo destinano per la Melanesia-Micronesia, salpa da Londra a marzo del 1852 e dopo tre mesi e mezzo di navigazione approda in Australia: giusto il tempo per studiare la lingua e le abitudini delle popolazioni e poi riparte, destinazione l’isola di Rook. Qui non trova nulla, neppure una casa e insieme ai confratelli si sistema come può.
L’ambiente è chiuso, ostile, diffidente e bisogna accontentarsi: “per adesso la missione bisogna farla con lo stare sempre con la gente…poi quando il Signore vorrà parleremo anche di Lui”. Si ammala quasi subito di malaria: corpo gonfio, piaghe dolorosissime, febbri, deliri, il tutto peggiorato dal clima pessimo, dalla mancanza di medicinali e dalla scarsità di cibo. In poco più di due anni è ridotto veramente male e così gli ordinano di tornare in Australia per farsi curare. Obbedisce, naturalmente, e si rimette addirittura in salute in breve tempo, tanto che pochi mesi dopo vuol tornare nella sua isola.
Non sa che laggiù la situazione è precipitata: un catechista è già morto; gli altri confratelli, sfiduciati, stanno per arrivare anch’essi in Australia; i superiori dall’Italia hanno decretato che non avrebbero mandato rinforzi per non mettere in pericolo altre vite umane. La sua fretta di tornare in missione e le difficoltà di comunicare con i confratelli fanno sì che le due navi non si incrocino e così mentre lui parte gli altri arrivano.  
Quando la piccola nave che lo trasporta arriva in prossimità dell’isola di Woodlark viene subito circondata dalle canoe della gente del posto. Un notabile dell’isola balza sulla nave, si avvicina a Padre Giovanni come per salutarlo, ma quando gli è vicino gli sferra sul capo un colpo tremendo di scure. Inizia così il massacro e il saccheggio della nave e tutti i cadaveri sono gettati in mare: l’odio così a lungo covato verso i missionari e verso il cristianesimo ha fatto di Padre Giovanni la prima vittima cruenta.
Ha poco più di 29 anni e, pesando con la bilancia umana, vien quasi da dire che fino ad allora non ha fatto granchè, come lui stesso ha previsto: “Vi verrà in mente che non abbiamo potuto far nulla per la missione, ma io vi potrei dire che abbiamo fatto molto, perché abbiamo patito”. Dello stesso avviso è stato il Papa, che il 19 febbraio 1984 ha proclamato beato  Padre Giovanni Mazzucconi, il giovane che per la missione aveva patito fino a morire.
Nella diocesi di Milano la sua memoria si celebra il 10 settembre.
(Autore: Gianpiero Pettiti - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Giovanni Mazzucconi, pregate per noi.


*San Gondolfo di Metz - Vescovo (7 settembre)  

† 7 settembre 822

San Gondolfo (Gondilfus o Gondulphe) è il trentanovesimo vescovo di Metz. Nella cronotassi ufficiale dei vescovi della diocesi, figura dopo Sant’Algiramno e prima di Drogone.
La sua posizione è stata assegnata dal più antico catalogo dei vescovi della città, compilato intorno al 776 e giunto ai nostri giorni nel cosiddetto "Sacramentario" di Drogone, vescovo di Metz tra gli anni 823 e 855.
Di lui sappiamo ben poco.
Governò la diocesi dall’anno 816 fino alla data della sua morte.
Della sua vita sappiamo solo che fu presente alla riunione dell’imperatore Ludovico il Pio, che si svolte a Thionville nell’ottobre dell’anno 821.
San Gondolfo è morto il giorno, 7 settembre 822 e fu sepolto nell’abbazia di Gorze.
La sua festa si celebra il 7 settembre.

(Autore: Mauro Bonato – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Gondolfo di Metz, pregate per noi.


*San Gozzelino di Toul - Vescovo (7 settembre)  
Martirologio Romano: A Toul in Lotaringia nell’odierna Francia, San Gozzelino, vescovo, che promosse la disciplina monastica.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Gozzelino di Toul, pregate per noi.


*San Grato di Aosta - Vescovo (7 settembre)
† Aosta, seconda metà del V secolo
Egli fu quasi certamente il presbitero che, dichiarandosi inviato di Eustasio protovescovo di Aosta, firmò la lettera del Concilio Provinciale di Milano inviata nel 451 a Papa Leone Magno, in occasione della soluzione del problema delle due nature in Cristo.
Alla morte di Eustasio, nella seconda metà del V secolo, Grato divenne vescovo di Aosta. Sono state avanzate anche due ipotesi.
Eustasio e Grato potrebbero essere stati di origine greca.
Entrambi potrebbero avere studiato nel cenobio eusebiano di Vercelli perché Aosta era compresa nel territorio di questa città e perché Sant'Ambrogio, nella lettera ai vercellesi, dice che le Chiese dell'Italia settentrionale si rivolgevano a quel cenobio per scegliere i propri pastori.
Patronato: Aosta
Emblema: Bastone pastorale, Mitra, Testa di Giovanni Battista
Martirologio Romano: Ad Aosta, san Grato, vescovo.
Del santo patrono di Aosta san Grato, esistono due fonti che forniscono notizie sulla sua esistenza, una storica ma ridotta e un’altra fantasiosa, ma su cui si è basata la grande diffusione del culto, anche al di fuori della Valle d’Aosta.
Il fondamento storico
Le notizie storiche fondate, dicono che San Grato era un sacerdote che collaborava con Eustasio, primo vescovo di Aosta, da taluni ritenuto santo; ambedue erano di origine greca come fa intendere il nome del vescovo, probabilmente il più anziano dei due Eustasio, chiamò presso di sé il più giovane Grato.
Si ritiene che ambedue abbiano ricevuto successivamente, educazione e formazione ecclesiastica, nel celebre cenobio fondato da Sant' Eusebio da Vercelli († 371), il grande vescovo che al ritorno dall’esilio in Oriente, impostagli dall’imperatore Costanzo, volle trapiantare nella sua diocesi il monachesimo.
Sant’Ambrogio affermò, che in quel tempo tutti i vescovi dell’Italia Settentrionale provenivano dal cenobio eusebiano, quindi anche Eustasio e Grato, vissuti nella seconda metà del V secolo, provenivano da lì; tenendo conto anche che Aosta, la romana Augusta Pretoria, fondata intorno al 25-24 a.C., il cui nome fu posto in onore di Augusto e della sua Guardia Pretoriana, prima del tempo di Eustasio era compresa nel territorio della Chiesa vercellese.
Si sa che quando Grato era ancora semplice sacerdote, rappresentò il vescovo di Aosta, Eustasio, al Concilio provinciale di Milano del 451, sottoscrivendo la lettera che quell’assemblea inviò al papa san Leone I Magno, per condannare l’eresia di Eutiche († 454 ca.), monaco greco che negava le due nature di Cristo, affermando l’assimilazione della natura umana in quella divina.
In un anno imprecisato, ma certamente dopo il suddetto 451, Grato alla morte di Eustasio, gli successe alla guida della giovane diocesi valdostana, divenendone il secondo vescovo; durante il suo episcopato, Grato partecipò alla traslazione delle reliquie del martire tebeo s. Innocenzo, alla quale erano presenti anche i vescovi di Agauno e di Sion, come ricorda la “Passio Acaunensium Martyrum”.
Non si conosce l’anno della sua morte, ma stranamente quello della sepoltura, 7 settembre, ricavato dalla breve iscrizione sepolcrale: “Hic requiescit in pace S. M. GRATUS EPS D P SUB D. VII ID. SEPTEMB.”; incisa sulla pietra tombale conservata nella chiesa parrocchiale di Saint-Christophe.
La diffusione del culto
La popolarità del culto di San Grato risale però al XII o al XIII secolo, quando le sue reliquie furono traslate dalla chiesa paleocristiana di San Lorenzo, che sorgeva a est della città nella zona dell’attuale collegiata di Sant’Orso, alla cattedrale, dove sono tuttora conservate in un reliquiario in argento e rame dorato del XV secolo.
Secondo la tradizione era il 27 marzo di un anno imprecisato, la festa liturgica che fu introdotta per ricordare la traslazione, incluse un antichissimo rito che si chiamò poi “Benedizione di san Grato”: la triplice benedizione della terra, dell’acqua e delle candele, per allontanare ogni flagello dai campi, dai contadini e dal bestiame e per invocare il favore di Dio sui prossimi raccolti.
Era una tipica cerimonia di origine pagana che coincideva con l’inizio della primavera e che venne, come in altri casi, cristianizzata.
Man mano quella benedizione attirò sul santo vescovo aostano una serie di patronati: lo si invocava quando il disgelo faceva straripare laghetti e torrenti, quando la siccità spaccava il terreno, la grandine minacciava il raccolto, quando s’incendiava il fienile o quando bruchi, cavallette e talpe devastavano i campi.
Era ancora considerato protettore e taumaturgo contro streghe e diavoli, che tanto influenzavano la mentalità del Medioevo. La città e diocesi di Aosta lo venera come santo patrono e lo celebra il 7 settembre.
Le notizie leggendarie
Le poche notizie certe sulla vita di San Grato, con il tempo non furono più sufficienti a sostenere il diffuso culto popolare del santo vescovo di Aosta, pertanto nel XIII secolo, a commento della traslazione delle reliquie nel Duomo, il canonico Jacques de Cours, ignaro dei fatti storici e mosso da incauto zelo nei confronti del santo patrono, scrisse la “Magna Legenda Sancti Grati”.
La “Vita” di San Grato così narrata, risultò molto fascinosa e attraente per il gusto agiografico dell’epoca, che necessitava di figure favolose ed eroiche, anche se già nel XVI secolo si cominciò a dubitare del racconto e molti studiosi fra i quali Cesare Baronio, primo estensore del ‘Martirologio Romano’, ne contestarono la veridicità.
Ma non tutti erano disposti a rinunciarvi, così le polemiche durarono fino agli anni Sessanta del Novecento, quando lo storico Aimé Pierre Frutaz, dimostrò inconfutabilmente che la “Magna Legenda Sancti Grati” era del tutto inventata; ma bisogna comunque tener conto che senza di essa, non si riuscirebbe a spiegare l’iconografia del santo e la straordinaria diffusione del culto al di fuori della Vallée, come in Piemonte, Lombardia, Svizzera e Savoia.
Per questo motivo si riporta qui di seguito, le parti essenziali di questa narrazione, per completare un quadro riassuntivo della figura di San Grato, che ha generato tanta devozione nei secoli fra i valdostani, ripetendo che non ha fondamento storico.
Secondo il già citato canonico del XIII secolo, san Grato era nato in una nobile famiglia di Sparta; dopo aver studiato ad Atene era diventato monaco.
Per sfuggire alla persecuzione dell’eretico imperatore d’Oriente, lasciò Costantinopoli rifugiandosi a Roma dove fu accolto con tutti gli onori; il Papa lo nominò suo consigliere inviandolo alla corte di Carlo Magno, affinché lo persuadesse ad intervenire in Italia contro il re longobardo Desiderio.
Tornato a Roma, Grato mentre pregava nella Chiesa di Santa Maria dei Martiri, l’ex Pantheon, ebbe una visione, dove si vedeva una grande valle abbandonata a sé stessa, che lo attendeva; nello stesso momento anche al Papa appariva in sogno un angelo, che gli ordinò d’inviare Grato come vescovo ad Aosta.
Nella Valle, Grato intraprese un’opera di conversione con gli affievoliti cristiani esistenti e soprattutto con i pagani ancora molto attivi; operò prodigi e miracoli spettacolari che convinsero molti pagani a convertirsi.
Quando Carlo Magno seppe che molti di essi resistevano al cristianesimo, inviò in Valle d’Aosta il prode paladino Orlando per combattere questi infedeli; il quale valicò le Alpi coperte di neve e ghiacci, guidato da un angelo. Grato intervenne di nuovo con i pagani, convincendoli alla fine a superare lo scontro ed evitare così uno spargimento di sangue.
Prima di proseguire si sottolinea la differenza d’epoca in cui secondo la “Magna Legenda”, San Grato fosse vissuto; nel V secolo secondo i dati storici provati dalla sua partecipazione al Sinodo di Milano del 451 e nell’VIII-IX secolo al tempo di Carlo Magno (742-814) secondo la “Legenda”.
Proseguendo nella lettura del fantasioso racconto, si trova Grato che ubbidendo ad un messaggio del Signore, si recò in Terrasanta, accompagnato dal monaco San Giocondo, per ritrovare la reliquia della testa di San Giovanni Battista, rimasta nascosta in un luogo segreto del palazzo di Erode e mai trovata; lì giunto, Grato la ritrovò prodigiosamente in fondo ad un profondo pozzo.
Naturalmente vi furono miracoli sia durante il viaggio, per placare una furiosa tempesta come pure in Terrasanta; trovata la reliquia con l’aiuto di un angelo, Grato la nascose sotto il mantello e dopo aver salutato il patriarca di Gerusalemme senza riferirgli il ritrovamento, affinché non la reclamasse, prese la via del ritorno.
Dovunque passasse le campane suonavano autonomamente e persino due bimbi resuscitarono al suo avvicinarsi. La leggenda del ritrovamento del capo di s. Giovanni Battista, ha ispirato l’iconografia di San Grato, che spesso è raffigurato con la testa del Battista in mano; è da dire che leggende precedenti dicevano che la reliquia sarebbe stata portata a Roma da monaci greci.
Quando arrivò a Roma, gli andò incontro il papa con un corteo, mentre le campane suonavano a festa da sole, Grato allora tolse dal mantello la reliquia del capo e la porse al papa, ma nel fare ciò gli rimase in mano la mandibola che si era staccata, fu interpretato come il segno che quella reliquia dovesse rimanere a Grato, che con il consenso del papa la portò ad Aosta. Qui si ferma il racconto della “Magna Legenda sancti Grati”.
Il santo vescovo tornato ad Aosta, continuò a governare la diocesi ritirandosi ogni tanto insieme al monaco Giocondo nell’eremo che ancora oggi si chiama Ermitage.
Concludiamo quest’esposizione, facendo notare l’ulteriore contraddizione storica della “Magna Legenda”, che indica come compagno del vescovo Grato il monaco Giocondo, durante la sua trasferta in Terrasanta sempre datata al tempo di Carlo Magno; ma san Giocondo fu effettivamente discepolo di s. Grato e alla sua morte avvenuta negli ultimi decenni del V secolo, gli successe come terzo vescovo di Aosta.
È infatti annoverato fra i vescovi che parteciparono il 23 ottobre 501, al Sinodo romano convocato da Teodorico per proclamare l’innocenza di papa Simmaco, accusato ingiustamente da alcuni senatori romani; quindi se era presente a Roma nel 501 e in altro Sinodo nel 502, non poteva essere in Terrasanta con Grato nel IX secolo; ciò conferma che i due santi vescovi sono vissuti effettivamente nel V secolo, tutto il resto è fantasia.
Anche San Giocondo è fra i protettori di Aosta, le sue reliquie sono conservate nella cattedrale e viene celebrato il 30 dicembre.
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Grato di Aosta, pregate per noi.


*Beato Guido da Arezzo (7 settembre)  

Etimologia: Guido = istruito, dall'antico tedesco
Si è discusso e si discute ancora sul luogo di nascita di questo Beato: chi ha pensato a qualche località francese, chi ad Arezzo, basandosi su testimonianze di antichi scrittori e sui mss. dei piú vetusti codd. guidoniani, chi di recente ha sostenuto che è originario di Pomposa, giacché in alcune lettere, ancora inedite, afferma di essere "Pomposiano agro exhortus".
Circa la precisa data di nascita mancano documenti; generalmente è fatta oscillare fra il 990 e il 1000. All'età di ventidue anni entrò nel celebre monastero di Pomposa ove si formò sotto la direzione dell'abate Guido di Ravenna.
In quel tempo l'apprendimento della musica presentava gravi difficoltà perché mancava una notazione scritta, ed il canto era eseguito ad orecchio.
Guido intese portare un ordine nella notazione musicale e cominciò ad attuare un nuovo metodo di insegnamento del canto. Ma, come spesso accade agli innovatori, il suo sistema trovò ostacoli negli stessi monaci di Pomposa, per cui, venuto in disaccordo con lo stesso abate Guido, preferí spontaneamente abbandonare il monastero (ca. 1025).
In alcune biografie si legge che peregrinò vario tempo in Italia e in Europa, ma sembra che la sua nuova dimora fosse proprio Arezzo, dove fu accolto dal vescovo Teodaldo che lo autorizzò alla
predicazione e lo incaricò dell'insegnamento della musica ai pueri cantores della cattedrale. Egli attuò il suo nuovo metodo, ottenendo un successo che ne aumentò notevolmente la fama.
Su consiglio dello stesso vescovo di Arezzo compose un libro, il Micrologus, in cui esponeva i criteri seguiti nel canto e nella teoria musicale e che dedicò in segno di riconoscenza al presule.
La notizia delle innovazioni del monaco-maestro aretino giunse a Giovanni XIX che ben tre volte lo invitò a Roma. Guido vi si recò verso il 1030-1032 accompagnato dal preposto Pietro e dall'abate Grunwaldo.
Dai suoi cantori fece eseguire vari saggi che trovarono piena approvazione nel pontefice, il quale avrebbe voluto che si fermasse nella città eterna per istruirne i cantori, ma Guido, colpito da malaria e per il clima non confacente alla sua salute, preferí ritornare nella sua Arezzo.
A Roma ebbe occasione di incontrare il suo vecchio abate di Pomposa, dal quale ricevette le scuse per le incomprensioni subite e l'invito a rientrare nel suo primitivo monastero. Guido promise, ma non mantenne. In qualche biografia invece si afferma che sarebbe succeduto a Guido di Ravenna nell'ufficio di abate.

In realtà dopo il rientro da Roma le notizie sul monaco musicista si fanno sporadiche e saltuarie. Probabilmente fu a Fonte Avellana, ove si afferma (a torto) divenisse abate, e a Camaldoli. Questo fatto sembra suffragare l'affermazione che egli sia stato un monaco-eremita camaldolese, ma in proposito manca un accordo fra gli studiosi. É certo però che continuò nella sua attività musicale, come ne fanno testimonianza i suoi numerosi scritti fra cui vanno ricordati il Praefatio in antipLonarium e le Regulae rithmicae.

Ignoto è l'anno della morte: la data oscilla fra il 1045 e il 1050. Da qualche scrittore dell'Ordine Camaldolese è presentato come beato, ma notizie di culto mancano prima del sec. XVI come pure ogni menzione nei martirologi dell'Ordine.
La commemorazione è posta al 7 settembre.
(Autore: Gian Domenico Gordini - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Guido da Arezzo, pregate per noi.


*Beato Ignazio (Ignatius) Klopotowski - Sacerdote (7 settembre)  

Korzeniowka, Mazowieckie (Polonia), 20 luglio 1866 - Varsavia (Polonia), 7 settembre 1931
Il sacerdote polacco Ignacy Klopotowski, dell'arcidiocesi di Varsavia, fu parroco in tale città e fondò le Suore della Beata Vergine Maria di Loreto. Dichiarato Venerabile da Giovanni Paolo II il 20 dicembre 2004, il cardinale Jozef Glemp lo ha beatificato il 19 giugno 2005, dando lettura della Lettera Apostolica del Papa Benedetto XVI.
Secondo il nuovo rituale, che con Papa Benedetto XVI si è voluto instaurare riguardo le future beatificazioni, che non saranno più esclusivamente celebrate dal Papa, ma con la sua approvazione e lettera apostolica verranno celebrate anche da cardinali incaricati o dalle Chiese nazionali, il cardinale Jozef Glemp, primate di Polonia, ha beatificato padre Ignazio Klopotowski il 19 giugno 2005.
Il Beato Ignazio (Ignacy) Klopotowski nacque il 20 luglio 1866 a Korzeniowska (Polonia) da Jan e Isabella Dobrowolska e battezzato due giorni dopo nella parrocchia di Drohiczyn.
Dalla famiglia ricevé un’educazione religiosa e patriottica, incentrata sul binomio Dio e la patria. Terminato il ginnasio a Siedlce, nel 1883 a 17 anni entrò nel Seminario Maggiore di Lublino, dopo quattro anni fu inviato a proseguire gli studi presso l’Accademia Religiosa di Pietroburgo, dove si laureò in teologia.
Il 5 luglio 1891 a 25 anni, fu ordinato sacerdote dal vescovo mons. Jaczewski nella cattedrale di Lublino. Per 17 anni ricoprì vari incarichi pastorali e d’insegnamento affidatogli dal vescovo di Lublino: viceparroco di S. Paolo Apostolo, professore nel Seminario diocesano, viceparroco della parrocchia della cattedrale, cappellano dell’Ospedale di S. Vincenzo de’ Paoli, cappellano della chiesa di S. Stanislao e ancora professore nel Seminario fino al 1908, quando lasciò Lublino per Varsavia.
Negli anni della sua permanenza a Lublino, si distinse per l’amore profondo verso i poveri, gli orfani e i disoccupati, partecipando con sensibilità ai loro problemi morali e materiali.
Mise su un’attività editoriale letteraria-pubblicistica, i cui proventi uniti alle offerte ricevute, spendeva a favore dei bisognosi e delle opere caritative da lui stesso istituite.
Fondò orfanotrofi e case per anziani, a Lublino organizzò la Casa del Lavoro, consistente in una scuola di avviamento all’artigianato per i giovani disoccupati.
Per le ragazze avviate sulla via della prostituzione, aprì l’Asilo di S. Antonio dove potevano trovare possibilità di lavoro lecito.
Aveva uno spirito editoriale, che mise al servizio delle necessità spirituali dei suoi assistiti e della gente semplice e poco istruita, pubblicò libri di preghiere e di contenuto religioso per la diffusione della dottrina cristiana.
Nel 1905 tentò di pubblicare un giornale cattolico “Praca” (Lavoro), ma non ottenne il permesso delle autorità russe, che allora dominavano quella parte della Polonia.
Qualche anno dopo, con l’editto di tolleranza dello zar Nicola II, poté pubblicare il quotidiano “Polak Katolik”, il settimanale “Posiew” (Semina) e i mensili “Buona Domenica” e “Circolo del Rosario”, tutti in lingua polacca.
Nel 1908 con il permesso dei rispettivi vescovi, si trasferì a Varsavia dove organizzò una tipografia che stampava libri da lui editi, per la coraggiosa difesa della fede e dei principi morali cristiani.
Divenuto effettivo della diocesi di Varsavia nel 1919, don Ignazio Klopotowski fu nominato parroco della parrocchia della Madonna di Loreto, presso la chiesa di S. Floriano nel quartiere ‘Praga’.
Anche qui si profuse nelle opere di carità, allestendo una cucina gratuita e dei dormitori per i poveri del quartiere. Contemporaneo del beato Bartolo Longo (1841-1926), che a Pompei in Italia aveva fondato opere sociali, tipografia, basilica, congregazione religiosa, per l’assistenza degli orfani e figli dei carcerati, anche padre Ignazio Klapotowski a Varsavia in Polonia, diede vita alla Casa Editrice Loretana e fondò la Congregazione delle “Suore delle Beata Maria Vergine di Loreto” (Loretane), con la specifica vocazione della diffusione della buona stampa.
La Congregazione, sulle orme del fondatore, s’impegnò sin dall’inizio all’attività caritative, all’apostolato della Parola di Dio attraverso la stampa con proprie Case Editrici e alla santificazione dei propri membri; ottenne l’approvazione pontificia nel 1971 da papa Paolo VI.
L’instancabile operatore di carità e fondatore, morì a Varsavia il 7 settembre 1931 a 65 anni e i suoi resti riposano nel cimitero delle suore da lui fondate.
Il 22 giugno 1988 la Santa Sede diede il nulla osta per l’apertura del processo per la sua beatificazione, conclusasi con la proclamazione a beato, il 19 giugno 2005.
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Ignatius Klopotowski nacque il 20 luglio 1866 a Korzeniówka, in Polonia. Ricevette sin dalla tenera età una solida formazione religiosa dai sui genitori, nonché un fervido amore per la sua patria. Nel 1883 Ignatius fece il suo ingresso nel Seminario Maggiore di Lublino ed il 5 luglio 1891, per mano del vescovo Franciszek Jaczewski, ricevette l'ordinazione presbiterale nella cattedrale della città.
Il novello sacerdote fu destinato come vicario parrocchiale alla parrocchia di San Paolo, ma già l'anno successivo fu trasferito come cappellano dell'ospedale di San Vincenzo e contemporaneamente divenne professore presso il seminario di cui sino a pochi mesi prima era stato allievo. Qui, per ben 14 anni, don Ignatius insegnò Sacre Scritture, Catechesi, Omiletica, Teologia Morale e Diritto Canonico.
Tra il 1892 ed il 1894 prestò servizio presso la cattedrale di Lublino come vicario, dopodichè fu nominato rettore della chiesa di San Stanislao, ove poté fornire assistenza ai fedeli greco-cattolici allora oggetto di persecuzione.
Il Beato Klopotowski conosceva comunque bene la miseria generale che avvolgeva la vita di numerosi suoi compatrioti, privi di beni materiali, in preda alla decadenza morale, senza formazione ne occupazione.
Di fronte ad una così tragica realtà il giovane sacerdote non poté restare indifferente e si prodigò immediatamente nella fondazione di numerosi istituzioni caritatevoli: nuove occupazioni domestiche
per i cittadini di Lublino, una scuola professionale, una sede per il recupero sotto ogni aspetto delle donne vittime della prostituzione, orfanotrofi per i bambini e ricoveri per gli anziani.
Con il prezioso asilio delle Ancelle dell'Immacolata, Ignatius fondò inoltre una serie di scuole rurali, ma per ciò, tuttavia, dovette soffrire gravi repressioni da parte delle autorità russe.
Assai interessato inoltre a fornire un'adeguata assistenza spirituale anche ai più poveri, sin dai primi anni del suo ministero pubblicò dei libri di preghiere e degli opuscoli spirituali.
Nel 1905 iniziò invece a pubblicare "Polak-Katolik”, seguito poi da altri giornali settimanali e mensili. Tre anni dopo trasferì la sua attività editoriale a Varsavia al fine di aumentare il rendimento e poter iniziare nuove pubblicazioni.
Per una migliore gestione del suo grande progetto editoriale, il Beato Ignatius decise allora di fondare la congregazione delle “Suore della Beata Vergine Maria di Loreto”. Ciò avvenne a Varsavia il 31 luglio 1920, con l'approvazione dell'allora Nunzio Apostolico Achille Ratti, futuro Papa Pio XI.
In seguito si fece ancora promotore dell'apertura di alcuni centri per curare e sfamare i bambini poveri e le donne anziane. Il ricordo che fu tramandato di lui fu quello di “padre e protettore degli orfani”.
La morte lo colse a Varsavia il 7 settembre 1931 e venne sepolto nel cimitero polacco di Powazki.
La congregazione da lui fondata ha ricevuto il riconoscimento pontificio nel 1971. Oggi conta 24 case e 220 religiosi che compongono l'ordine.
Ignatius Klopotowski fu dichiarato Venerabile da Giovanni Paolo II il 20 dicembre 2004. Il 3 maggio 2005 fu poi riconosciuto un miracolo attribuito alla sua intercessione per permetterne la beatificazione unitamente a due suoi connazionali il 19 giugno seguente a Varsavia per mano del cardinale Jozef Glemp, primate di Polonia, delegato speciale del nuovo papa Benedetto XVI.
(Autore: Fabio Arduino - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Ignazio (Ignatius) Klopotowski, pregate per noi.


*Sant'Ilduardo - Vescovo (7 settembre)  

Martirologio Romano: Nelle Fiandre, nell’attuale territorio belga, commemorazione di Sant’Ilduardo, vescovo.
Ilduardo (Ildevardo; fr. Hilduard), che si dice appartenga al secolo VIII o al IX, ci è noto soltanto attraverso la Vita S. Christianae di G. Gielemans, documento tardivo e, dal punto di vista storico, di valore nullo.
Secondo tale storia, Ilduardo, nativo di Toul (Molano e altri pensano che egli sia stato vescovo di quella sede), si stabilì a Dikkelvenne, tra Gand e Audenaerde e vi fondò un'abbazia in onore di San Pietro, che più tardi si trasferì a Grammont.
Dopo un lungo apostolato, egli morì nell'816.
Nel secolo XVI fu constatata la presenza di reliquie dei santi Cristina e Ilduardo a Termonde; esse vi sarebbero state trasferite nell'846, per metterle al sicuro dalle invasioni normanne, o forse nel 1046. La biografia di santa Cristina parla di un ratto (rapuerunt).
Ilduardo era patrono secondario della città di Termonde e la sua festa, ridotta recentissimamente al rango di commemorazione, si celebra nella diocesi di Gand il 7 settembre. Il suo nome non figura nel Menologio Benedettino del Bucelino.
(Autore: Rombaut van Doren - Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - Sant'Ilduardo, pregate per noi.


*Beato Leonardo - Mercedario (7 settembre)  

Ricevuto l'abito mercedario dalie mani di San Pietro Nolasco, il Beato Leonardo, si distinse per la prudenza, l'autorevolezza e la dottrina.
Colmo di opere insigni morì santamente raggiungendo le delizie eterne in Cristo Signore. L'Ordine lo festeggia il 7 settembre.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Leonardo, pregate per noi.


*Santa Madelberta - Badessa (7 settembre)  
Martirologio Romano: A Maubeuge nell’Hainault, nel territorio dell’odierna Francia, Santa Madelberta, badessa, che succedette alla sorella Santa Adeltrude.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Madelberta, pregate per noi.


*San Marco Crisini (Krizevcanin) Martire di Kosice (7 settembre)  

1588 - Kosice, Slovacchia, 1619
Nato a KriÏevci in Croazia nel 1588 da nobile famiglia croata. Alunno dei Gesuiti, studiò poi alla Gregoriana a Roma. Fu ordinato a Roma.
All'inizio del 1619 fu mandato dal Capitolo ad amministrare i beni della già abbazia benedettina a Krásna, presso Kosice. Quando il principe ungherese di Transilvania, calvinista, Gabor Bethlen, iniziò la guerra contro l'imperatore i Gesuiti, già espulsi dalla Boemia e Moravia, trovarono asilo in Austria, Polonia ed Ungheria. Kosice fu assediata dall'esercito di Giorgio I Rákoczi, futuro principe di Transilvania.
Il governatore cattolico di Kosice fu tradito dai suoi mercenari e la popolazione calvinista lo consegnò a Rákoczi, insieme con i tre sacerdoti suoi ospiti (oltre a Krizevcanin, Stefano Pongrácz e Melchiorre Grodziecki). Fu chiesta la morte di tutti i cattolici della città. Il 7 settembre, di notte, cominciò la tortura. Esecutori materiali furono i soldati di Rákoczi, in presenza di Alvinczi e Reyner. La sepoltura dei corpi avvenne soltanto 6 mesi dopo. La beatificazione avvenne nel1905.  (Avvenire)
Martirologio Romano: A Košice sui monti Carpazi, nell’odierna Slovacchia, santi martiri Marco Crisino, sacerdote di Esztergom, Stefano Pongracz e Melchiorre Grodziecki, sacerdoti della Compagnia di Gesù, che né la fame né le torture della ruota e del fuoco poterono indurre a rinnegare la fede cattolica.
Nato a KriÏevci in Croazia nel 1588 da nobile famiglia croata. Alunno dei Gesuiti a Vienna e Graz (dottorato in filosofia), studiò poi alla Gregoriana a Roma (1611-15) essendo alunno del collegio Germanico-Ungarico.
Fu ordinato a Roma. Era amico di coloro che furono poi suoi compagni di martirio.
Tornando in Croazia esercitò per due anni il ministero pastorale e quindi fu chiamato dal Card. Pázmány (suo ex-professore a Graz) a dirigere il seminario di Trnava.
Nominato anche canonico di Esztergom (il capitolo si trovava a Trnava, a motivo della presenza dei turchi in Ungheria).
All'inizio del 1619 fu mandato dal Capitolo ad amministrare i beni della già abbazia benedettina a Krásna, presso Kosice.
Al momento del martirio aveva 31 anni.
Quando il principe ungherese di Transilvania, calvinista, Gabor Bethlen, iniziò la guerra contro l'imperatore (inizio del 1619) i Gesuiti, già espulsi dalla Boemia e Moravia (dai luterani boemi in
accordo con Bethlen), trovarono asilo in Austria, Polonia ed Ungheria.
Kosice fu assediata dall'esercito di Giorgio I Rákoczi, futuro principe di Transilvania (in settembre).
Il governatore cattolico di Kosice fu tradito dai suoi mercenari e la popolazione calvinista lo consegnò a Rákoczi, insieme con i tre sacerdoti suoi ospiti (5 settembre 1619).
Il Capo del Consiglio municipale, Reyner, istigato dal predicatore calvinista Alvinczi, chiese la morte di tutti i cattolici della città.
La maggioranza dei calvinisti si oppose allo sterminio totale, però la condanna di tre preti stava bene a tutti.
Il 7 settembre, di notte, cominciò la tortura, tesa a piegare lo spirito e condurre all'abiura del cattolicesimo. Esecutori materiali furono i soldati di Rákoczi, in presenza di Alvinczi e Reyner. Krizevcanin fu decapitato dopo le prime torture. Decapitato un po' più tardi Grodziecki. Più a lungo dovette soffrire Pongrácz.
Evirato, sospeso con al testa in giù, bruciato con torce fino all'uscita delle viscere. Creduto morto, il mattino seguente fu buttato con i corpi dei suoi compagni in un pozzo di scolo, dove visse ancora 20 ore pregando tutto il tempo.
L'assassinio delle miti vittime suscitò costernazione anche tra la popolazione protestante; tuttavia furono proibiti i funerali.
La sepoltura dei corpi avvenne soltanto 6 mesi più tardi (attualmente le reliquie si trovano nella chiesa delle Orsoline a Trnava).
Poco dopo il martirio, il Card. Pázmány iniziò il processo canonico in vista della beatificazione, che sarebbe avvenuta il 15 gennaio 1905 a Roma.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Marco Crisini, pregate per noi.  


*Beata Maria Borbone di Amiens - Clarissa (7 settembre)

m. 1445 c.
Secondo Arturo da Moustier, Maria Borbone è stata clarissa nel monastero di San Giorgio e Santa Chiara ad Amiens, "regio sanguine nata, ingenti vitae sanctinomia refulsit".
La Borbone morì verso il 1445 ed è ricordata il 7 settembre.
(Autore: Pietro Burchi - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Maria Borbone di Amiens, pregate per noi.


*San Melchiorre Grodziecki - Martire di Kosice (7 settembre)  

1584 - Kosice, Slovacchia, 1619
Martirologio Romano:
A Košice sui monti Carpazi, nell’odierna Slovacchia, Santi martiri Marco Crisino, sacerdote di Esztergom, Stefano Pongracz e Melchiorre Grodziecki, sacerdoti della Compagnia di Gesù, che né la fame né le torture della ruota e del fuoco poterono indurre a rinnegare la fede cattolica.
Nato nel 1584 a Cieszyn (Slesia) da una nobile famiglia polacca, che era attiva in Slesia e Moravia (un suo zio, Giovanni, era Vescovo di Olomouc e fondatore del noviziato dei Gesuiti a Brno).
Alunno del collegio dei Gesuiti a Vienna entrò nel noviziato di Brno nel 1603. Fece studi filosofici e teologici a Praga, dove fu ordinato nel 1614.
Meno brillante nelle materie teoriche, si mostrò capace pedagogo, specialmente con i giovani delle famiglie povere di Praga.
Nel 1618 fu mandato dal collegio di Hemenné a Kosice come cappellano dei soldati polacchi e boemi, mercenari del governatore imperiale, e della popolazione slovacca.
Al momento del martirio aveva 35 anni.
Quando il principe ungherese di Transilvania, calvinista, Gabor Bethlen, iniziò la guerra contro l'imperatore (inizio del 1619) i Gesuiti, già espulsi dalla Boemia e Moravia (dai luterani boemi in accordo con Bethlen), trovarono asilo in Austria, Polonia ed Ungheria.
Kosice fu assediata dall'esercito di Giorgio I Rákoczi, futuro principe di Transilvania (in settembre). Il governatore cattolico di Kosice fu tradito dai suoi mercenari e la popolazione calvinista lo consegnò a Rákoczi, insieme con i tre sacerdoti suoi ospiti (5 settembre 1619).
Il Capo del Consiglio municipale, Reyner, istigato dal predicatore calvinista Alvinczi, chiese la morte di tutti i cattolici della città.
La maggioranza dei calvinisti si oppose allo sterminio totale, però la condanna di tre preti stava bene a tutti.
Il 7 settembre, di notte, cominciò la tortura, tesa a piegare lo spirito e condurre all'abiura del cattolicesimo. Esecutori materiali furono i soldati di Rákoczi, in presenza di Alvinczi e Reyner. Krizevcanin fu decapitato dopo le prime torture. Decapitato un po' più tardi Grodziecki. Più a lungo dovette soffrire Pongrácz.
Evirato, sospeso con al testa in giù, bruciato con torce fino all'uscita delle viscere. Creduto morto, il mattino seguente fu buttato con i corpi dei suoi compagni in un pozzo di scolo, dove visse ancora 20 ore pregando tutto il tempo.
L'assassinio delle miti vittime suscitò costernazione anche tra la popolazione protestante; tuttavia furono proibiti i funerali.
La sepoltura dei corpi avvenne soltanto 6 mesi più tardi (attualmente le reliquie si trovano nella chiesa delle Orsoline a Trnava). Poco dopo il martirio, il Card. Pázmány iniziò il processo canonico in vista della beatificazione, che sarebbe avvenuta il 15 gennaio 1905 a Roma.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Melchiorre Grodziecki, pregate per noi.


*Santi Nemorio (Memorio) e Compagni Martiri (7 settembre)  

Martirologio Romano: A Breuil nel territorio di Troyes in Francia, Santi Memorio e compagni, martiri, che si ritiene siano stati uccisi da Attila, re degli Unni.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santi Nemorio e Compagni, pregate per noi.


*San Paragorio e Compagni - Martiri di Noli (7 settembre)

Noli (Savona) - † Corsica, IV secolo
Emblema:
Palma
E’ incerto il tempo in cui visse, secondo la tradizione locale di Noli (Savona, Paragorio nacque in questa città ligure nel IV secolo; di famiglia nobile intraprese la carriera militare, subendo il martirio in Corsica per la fede cristiana, insieme ai suoi soldati Parteo, Partenopeo, Severino, anch’essi nativi di Noli.
Una tradizione successiva li classifica come soldati della Legione Tebea che scamparono al martirio ordinato dall’imperatore Massimiano e si recarono come missionari in Corsica, dove furono uccisi per
ordine del pretore della zona.
La chiesa edificata in loro onore a Noli è dell’VIII secolo, essa rimane come importante documento storico attestante l’esistenza e il martirio di San Paragorio e dei suoi compagni.
La presenza in questa chiesa, ricostruita nell’XI secolo, di sarcofagi e decorazioni di età bizantina – longobarda e il fatto che il nome Paragorio e quello di Parteo e Partenopeo sono di origine greca, ha fatto formulare l’ipotesi che si possa trattare di un comandante di nave bizantino, che avrebbe guidato le navi dell’antica repubblica marinara di Noli, contro gli infedeli del tempo e le cui gesta siano state poi retrodatate nel tempo, in tradizioni successive.
Quando nel 1239 Noli fu elevata al rango di Diocesi, questa chiesa fu scelta come cattedrale e tale rimase fino al 1572 quando il titolo passò ad un’altra chiesa dentro le mura della città.
San Paragorio è rappresentato vestito da guerriero a cavallo, impugnando il vessillo marinaro di Noli, a piedi vicino a lui vi sono i tre compagni, essi sono venerati anche a Herault in Provenza e nella zona di Berry antico ducato francese.
La loro festa si celebra il 7 settembre.
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Paragorio e Compagni, pregate per noi.


*Santa Regina di Alise - Vergine e Martire (7 settembre)  

Alise (Gallia), III secolo
Etimologia:
Regina = sovrana, signora, significato intuitivo
Emblema: Giglio, Palma
Martirologio Romano: Ad Alise in Francia, Santa Regina, martire.
Di Santa Regina (in francese Reine) si hanno solo pochissime notizie, ci pervengono da un testimone che si dichiara oculare; nacque e visse ad Alise (Gallia), presso Autun, nel III secolo e la madre morì durante il parto, cresciuta abbracciò la fede cristiana; si sa che il padre Olibrio pagano, dopo aver
tentato vanamente di convincerla a recedere, la fece imprigionare e poi decapitare, evidentemente era un capo nella Gallia del III secolo.
Il martirio avvenne ad Alise, il luogo dove il condottiero dei Galli Vercingetorige, venne fatto prigioniero dal condottiero romano Giulio Cesare; Regina accettò sebbene giovanissima i tormenti del martirio, compiendo una scelta ben precisa, scelse di chiudere la sua vita terrena, per aprirne sicuramente una migliore, che le avrebbe offerto un regno assai più fulgido e duraturo.
In contrasto con le scarne notizie sulla sua vita, il culto per Santa Regina ebbe una diffusione enorme, specie in Francia, in Borgogna, Alise (Alesia), Flavigny e in Germania ad Osnabrück; queste ultime due città furono protagoniste nel secolo XVII di una controversia, perché ognuna affermava di avere le reliquie della martire, nel 1693 il vescovo di Autun mise fine alla controversia, autorizzando le due città ad esporre ognuna le sue reliquie.
Ciò che è certo che prima del 628, Regina era venerata ad Alesia e verso il 750 sorgeva in quel luogo una basilica in cui si credeva fossero le sue reliquie, annesso vi era anche un monastero; nell’854 le reliquie furono trasportate a Flavigny, dove sono conservate anche le catene della sua prigionia.
Chiese intitolate al suo nome sorsero un po’ dovunque, il culto arrivò nel secolo XVII anche a Parigi, una Confraternita fondata nel 1604 presso la chiesa di Sant'Eustachio, porta il suo nome, Ste-Reine.
Nell’arte è raffigurata con la tradizionale palma del martirio, con l’ascia con la quale fu decapitata e con le catene che la tennero imprigionata.
La sua antichissima festa religiosa è al 7 settembre, data che è riportata ancora oggi in tutti i calendari.
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Regina di Alise, pregate per noi.


*Beati Rodolfo Corby e Giovanni Duckett - Martiri (7 settembre)  
Martirologio Romano: A Londra in Inghilterra, Beati Randolfo Corby, della Compagnia di Gesù, e Giovanni Duckett, sacerdoti e martiri, che, condannati a morte sotto il re Carlo I perché entrati in Inghilterra da sacerdoti, conseguirono la palma celeste morendo impiccati a Tyburn.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beati Rodolfo Corby e Giovanni Duckett, pregate per noi.


*San Sozonte di Pompeiopoli - Martire (7 settembre)
† Pompeiopoli, Cilicia, in epoca incerta
Martirologio Romano:
A Pompeiopoli in Cilicia, nell’odierna Turchia, San Sozonte, martire.
Gli “Acta” documentati di questo martire sono conservati in due testi greci, il secondo dei quali consiste in una rielaborazione operata da Simone Metafraste, in ogni caso così vaghi da rendere assai difficile stabilire l’esatta identità e l’epoca in cui visse San Sozonte. Secondo la leggenda,
probabilmente in relazione ad una sorgente considerata miracolosa, Sozonte era pastore in Cilicia o forse in Licaonia.
Originariamente chiamato Farasio o Tarasio, scelse poi il nuovo nome al momento del battesimo.
Un giorno, intento a dormire sdraiato sotto un albero, ebbe una visione del Cristo, che lo invitò a lasciare il suo gregge ed a seguirlo sino alla morte. Sozonte si trasferì immediatamente nella vicina città di Pompeiopoli, ove era in corso una festa pagana: qui si diresse senza indugio verso il tempio ed entratovi distrusse un’immagine d’oro con un colpo di bastone, frantumando la mano della statua in piccoli frammenti, che poi distribuì ai poveri.
Alcuni di loro vennero però arrestati per l’accaduto e Sozonte non esitò allora a consegnarsi alle autorità: dopo un lungo interrogatorio da parte del magistrato, gli fu proposta la liberazione qualora fosse stato disposto ad adorare quella divinità.
Egli si limitò semplicemente a deridere a priori l’idea di adorare un dio che poteva essere fatto a pezzi con un semplice bastone da pastore. Fu allora costretto a girare per l’arena con dei chiodi nei sandali, dopodichè il magistrato gli intimò di suonare una melodia con il suo flauto in cambio della libertà. Sozonte rifiutò però nuovamente, sostenendo che pur avendolo già suonato per le sue pecore, ora lo avrebbe suonato solo in onore di Dio.
Fu dunque condannato al rogo e, nella notte seguente, i cristiani indigeni raccolsero e seppellirono i suoi poveri resti carbonizzati. La sua festa, posta in data odierna dai sinassari bizantini, fu introdotta nel Martyrologium Romanum dal Cardinale Baronio.
(Autore: Fabio Arduino - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Sozonte di Pompeiopoli, pregate per noi.


*Santo Stefano di Chatillon - Certosino, Vescovo (7 settembre)  

Châtillon-des-Dombes (Francia), 1149 – Die (Francia), 7 settembre 1208
Stefano nacque nel 1149 o 1150 a Châtillon-des-Dombes, da nobile famiglia. Adolescente, assiduo nella preghiera, già praticava il digiuno e l'astinenza. A 25 anni entrò nella Certosa di Portes-en-Bugey, fino a quando ne divenne priore.
In seguito, riluttante, accettò la dignità di vescovo di Die, nella Francia sudorientale. Resse la diocesi per pochi mesi, perché morì a Die il 7 settembre dello stesso 1208. Ma già in vita, durante il suo priorato a Portes, gli furono attribuiti parecchi miracoli: la guarigione di una donna ammalata, avvenuta qualche giorno prima della morte, la profezia riguardante la nascita dell'Ordine dei Domenicani nel 1215; l'apparizione dei demoni ai fedeli non osservanti.
I miracoli continuarono anche dopo la morte, al punto che nel 1231 l'arcivescovo di Vienne e altri vescovi francesi chiesero la canonizzazione.
Nel 1557, dopo una ricognizione sui resti, il corpo fu ritrovato intatto; ma nel 1561 la tomba venne profanata dagli Ugonotti.  (Avvenire)
Martirologio Romano: A Die in Francia, santo Stefano di Châtillon, vescovo, che, strappato alla solitudine di Portes-en-Bugey, resse felicemente questa Chiesa, senza però nulla sottrarre all’austerità della vita certosina.
La sua vita è stata scritta nel XIII secolo in mediocri ottanta versi latini, a cui si aggiunge i “Miracula”, cioè il racconto dei miracoli, che comunque risente della stessa vena magnificante della
‘Vita’, ma con pochi fondamenti storici.
Stefano nacque nel 1149 o 1150 a Châtillon-des-Dombes (dipartimento francese dell’Ain), nella nobile famiglia degli Châtillon; crebbe come uno studente modello in parte con precettori e in parte nelle scuole diocesane dell’epoca; da adolescente e da giovane, già si dedicava al digiuno e all’astinenza, con la preghiera assidua.
A 25 anni entrò nella Certosa di Portes-en-Bugey, illuminata dalle virtù dell’abate s. Antelmo († 1177) che divenne poi superiore della Grande Certosa (Chartrouse).
Dopo molti anni vissuti nella spiritualità e solitudine certosina, Stefano di Châtillon, divenne priore della certosa di Portes, in seguito sia pur riluttante, accettò la dignità di vescovo di Die, (centro della Francia sudorientale, sulla Drôme; dipart. Drôme), offertagli dal Capitolo di quella diocesi; sollecitato a farlo da Papa Innocenzo III (1198-1216) e da Jancelino, priore generale dei Certosini, la data è da posizionarsi nel 1208.
Resse la diocesi per pochi mesi, perché morì a Die il 7 settembre dello stesso 1208; già in vita, durante il suo priorato a Portes, gli erano stati attribuiti parecchi miracoli, come la profezia riguardante la nascita dell’Ordine dei Domenicani nel 1215; la guarigione istantanea di una donna ammalata, avvenuta qualche giorno prima della morte del santo vescovo; l’apparizione dei demoni ai fedeli della sua diocesi, che erano poco osservanti del riposo domenicale.
I prodigi proseguirono dopo la sua morte, al punto che nel 1231, l’arcivescovo di Vienne e altri vescovi francesi, chiesero la sua canonizzazione; non si sa se fu concessa, ma il culto di venerazione alla sua tomba, proseguì ininterrottamente, quindi deve essere stata positiva.
Nel 1557 fu effettuata una ricognizione dei suoi resti e il suo corpo fu ritrovato intatto; ma nel 1561 fu profanato e bruciato dagli Ugonotti (protestanti francesi seguaci di Calvino).
Il suo culto fu confermato per la diocesi di Die, da Papa Pio IX nel 1852 e dallo stesso Papa esteso all’intero Ordine dei Certosini nel 1857.
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santo Stefano di Chatillon, pregate per noi.


*Santo Stefano Pongracz - Martire di Kosice (7 settembre)  
Alvincz, Romania, 1582 circa - Kosice, Slovacchia, 1619
Martirologio Romano:
A Košice sui monti Carpazi, nell’odierna Slovacchia, santi martiri Marco Crisino, sacerdote di Esztergom, Stefano Pongracz e Melchiorre Grodziecki, sacerdoti della Compagnia di Gesù, che né la fame né le torture della ruota e del fuoco poterono indurre a rinnegare la fede cattolica.
Rampollo della nobiltà ungherese nacque nel 1582 nel castello di Alvincz in Transilvania. Dopo gli studi classici nella terra natia e nel collegio dei Gesuiti a Cluj (oggi Romania) entrò nel noviziato
della Compagnia di Gesù a Brno, nel 1602.
Quindi proseguì gli studi filosofici a Praga e teologici a Graz. Ordinato prete fu mandato come prefetto degli studi e soprattutto come predicatore al collegio di Humenné (oggi Slovacchia).
Nel 1619 fu inviato a Ko‰ice come cappellano militare delle truppe ungheresi imperiali e dei pochi civili cattolici ungheresi.
La sua attività suscitò l'ira dei calvinisti, che erano in maggioranza.
Al momento del martirio aveva 37 anni.
Quando il principe ungherese di Transilvania, calvinista, Gabor Bethlen, iniziò la guerra contro l'imperatore (inizio del 1619) i Gesuiti, già espulsi dalla Boemia e Moravia (dai luterani boemi in accordo con Bethlen), trovarono asilo in Austria, Polonia ed Ungheria.
Kosice fu assediata dall'esercito di Giorgio I Rákoczi, futuro principe di Transilvania (in settembre). Il governatore cattolico di Kosice fu tradito dai suoi mercenari e la popolazione calvinista lo consegnò a Rákoczi, insieme con i tre sacerdoti suoi ospiti (5 settembre 1619).
Il Capo del Consiglio municipale, Reyner, istigato dal predicatore calvinista Alvinczi, chiese la morte di tutti i cattolici della città.
La maggioranza dei calvinisti si oppose allo sterminio totale, però la condanna di tre preti stava bene a tutti.
Il 7 settembre, di notte, cominciò la tortura, tesa a piegare lo spirito e condurre all'abiura del cattolicesimo. Esecutori materiali furono i soldati di Rákoczi, in presenza di Alvinczi e Reyner. Kriievcanin fu decapitato dopo le prime torture.
Decapitato un po' più tardi Grodziecki. Più a lungo dovette soffrire Pongrácz. Evirato, sospeso con al testa in giù, bruciato con torce fino all'uscita delle viscere. Creduto morto, il mattino seguente fu buttato con i corpi dei suoi compagni in un pozzo di scolo, dove visse ancora 20 ore pregando tutto il tempo.
L'assassinio delle miti vittime suscitò costernazione anche tra la popolazione protestante; tuttavia furono proibiti i funerali.
La sepoltura dei corpi avvenne soltanto 6 mesi più tardi (attualmente le reliquie si trovano nella chiesa delle Orsoline a Trnava). Poco dopo il martirio, il Card. Pázmány iniziò il processo canonico in vista della beatificazione, che sarebbe avvenuta il 15 gennaio 1905 a Roma.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santo Stefano Pongracz, pregate per noi.


*San Toite - Ecclesiastico Irlandese (7 settembre)  
San Toite è un ecclesiastico irlandese.
Di lui non sappiamo nulla.
San Toite ebbe una chiesa a Inis Tóite, oggi Inistoide, un’isoletta sul Lough Beg, nella contea di Antrim.
San Toite è citato nei martirologi di Tallagh (1931), Gorman (1895) e del Donegal (1864), e viene festeggiato nel giorno 7 settembre.

(Autore: Mauro Bonato – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Toite, pregate per noi.


*Tommaso Tsuji, Ludovico Maki e Giovanni Maki - Martiri (7 settembre)
Martirologio Romano: A Nagasaki in Giappone, Beati martiri Tommaso Tsuji, sacerdote della Compagnia di Gesù, Ludovico Maki e suo figlio Giovanni, condannati al rogo in odio alla fede cristiana.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Tommaso Tsuji, Ludovico Maki e Giovanni Maki, pregate per noi.


*San Ventura di Città di Castello (7 settembre)

Ventura, rettore, nel XIII secolo, della chiesa di S. Bartolomeo vicino alla villa di Centoia presso Valdipetrina nel territorio di Città di Castello (Perugia), fu un sacerdote pio e zelante.
Un giorno si imbatté in un mulattiere che tagliando la legna nel bosco bestemmiava orrendamente. Ventura lo corresse con dolcezza, ma l’uomo, infuriato, uccise il sacerdote con un colpo d’ascia nascondendo poi il corpo insanguinato sotto un mucchio di pietre.
Secondo la tradizione tramandata dagli agiografi, una colomba percosse col becco la campana della chiesa del santo, facendola suonare a morto, e quindi volò su quel mucchio di pietre, per poi tornare di nuovo alla chiesa.
La gente del luogo, accortasi del fatto, si mise alla ricerca del Ventura. Il corpo del sacerdote fu trovato dopo molti giorni e, raccolto devotamente, fu seppellito in una tomba nella chiesa. Da quel momento la chiesa di S. Bartolomeo prese il nome di San Ventura, e divenne meta di continui pellegrinaggi.
Avendo un uomo, nel trasportare il corpo del martire, ottenuta la guarigione dal “male di rottura”, il Ventura fu invocato, da allora in poi, come protettore dall’ernia, Tutti gli agiografi pongono la data del martirio al 7 settembre 1250.
Alla festa di San Ventura, celebrata annualmente, avvenivano spesso fatti spiacevoli, per cui il vescovo mons. Giuseppe Sebastiani decise di porvi rimedio. Ottenute le necessarie facoltà dalla Sacra Congregazione dei Riti, inviò in segreto due sacerdoti per fare la ricognizione del corpo del santo.
In seguito, il 17 luglio 1684, lo stesso vescovo Sebastiani, con un cappellano, il cancelliere e un servitore si recò di notte a prelevare il corpo di Ventura, che fu accolto con ogni onore in Città di
Castello e collocato nella chiesa del seminario in un’urna di noce dorata e intagliata, donata dal marchese Filippo Bufalini.
Il vescovo intendeva così presentare ai chierici un modello di virtù e di zelo sacerdotale, fiorito in un’umile chiesa della diocesi. Nel 1752 il vescovo Giovanni Battista Lattanzi, riedificato il seminario dalle fondamenta, lo pose sotto la protezione dell’Immacolata Concezione e dei santi Florido vescovo e Ventura martire.
Nel 1952 il vescovo Filippo Maria Cipriani pose il corpo del martire in una nuova urna, offerta dal clero diocesano, e fece ricomporre le ossa di Ventura, rivestendole dei paramenti sacerdotali con l’aggiunta di una maschera in cera, opera dello scultore Romolo Bartolini, che lascia scoperta la ferita del cranio.
In quegli anni venne promossa la devozione a Ventura anche fuori diocesi con varie iniziative, proponendolo come “il martire antiblasfemo”. La festa del santo era, un tempo, la prima domenica di settembre sia in Valdipetrina, dove ogni anno si ponevano fanciulli sul suo sepolcro per preservarli dall’ernia, sia, dopo la traslazione, nella chiesa del seminario, mentre nei calendari la sua festa figurava al 7 settembre.
Nel calendario della diocesi di Città di Castello la sua memoria fu di nuovo inserita, nel 1981, al 5 settembre, con ufficio e messa propri. Il Ventura è raffigurato con l’ascia conficcata in testa, oppure al momento del martirio, come nel quadro disegnato da Gian Ventura Borghesi e dipinto da Simone Nelli di Citerna nel XVII secolo per l’altare maggiore della chiesa del seminario.
Una statua di stucco, anch’essa del XVII secolo, si trova nel Santuario di Belvedere assieme a quelle dei santi della Chiesa Tifernate.
In cattedrale ci sono ben tre sue immagini: un affresco nella cappella del Santissimo Soccorso, opera di Bernardino Gagliardi; in gloria assieme ad altri santi tifernati, negli affreschi di Marco Benefial sulla volta del presbiterio; ed infine negli affreschi della cupola, opera di Tommaso Conca.
(Autore: Elvio Ciferri - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Ventura di Città di Castello, pregate per noi.


*Altri Santi del giorno (07 settembre)

*San
Giaculatoria - Santi tutti, pregate per noi.

 
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