Santi dell 11 Settembre - Istituto Aveta

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Santi dell 11 Settembre

Il mio Santo > I Santi di Settembre

*Sant'Adelfio di Remiremont - Abate (11 settembre)

Etimologia: Adelfio = (Adelfo) fratello, dal greco
Martirologio Romano: Nel monastero di Luxeuil in Burgundia, ora in Francia, transito di Sant’Adelfio, abate del monastero di Remiremont, che lavò a lungo nelle lacrime la discordia di un breve momento.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Adelfio di Remiremont, pregate per noi.


*Beato Antonio Gonzàlez Alonso - Giovane Laico, Martire (11 settembre e 21 ottobre)
Scheda del Gruppo a cui appartiene:
"Beati Martiri Spagnoli di Nembra" - Celebrazioni singole (21 ottobre)
"Santi, Beati e Servi di Dio Martiri nella Guerra di Spagna" Vittime della persecuzione religiosa - Senza Data (Celebrazioni singole)
Nembra, Spagna, 11 aprile 1912 - Oviedo, Spagna, 11 settembre 1936
Antonio González Alonso, nato a Nembra in Spagna, sentì nell’infanzia la vocazione alla vita consacrata: nel 1923 entrò quindi nella scuola apostolica dei Domenicani a La Mejorada; nel 1927 vestì l’abito religioso e iniziò il noviziato, che concluse con la professione temporanea.
Malato di tubercolosi, dovette lasciare l’Ordine, dato che non migliorava in breve tempo. Una volta ripreso, proseguì gli studi per diventare maestro e visse da ottimo cristiano.
Arrestato nel corso della guerra civile spagnola, rifiutò di distruggere l’immagine del Sacro Cuore di Gesù che stava nella chiesa di Nembra e la mensa dell’altare. Fu ucciso l’11 settembre 1936, a 24 anni.
Insieme al parroco di San Giacomo apostolo a Nembra, Genaro Fueyo Castañón, ucciso il 21 ottobre 1936 con i suoi parrocchiani Segundo Alonso González e Isidro Fernández Cordero, è stato beatificato nella cattedrale di Oviedo l’8 ottobre 2016.
La sua memoria liturgica, per la diocesi di Oviedo, è stata fissata al 21 ottobre, giorno della nascita al Cielo degli altri tre martiri.
La sua famiglia
Antonio González Alonso nacque l’11 aprile 1912 a Nembra, parte della Comunità autonoma delle Asturie, in Spagna. I suoi genitori, Severino González e Josefa Alonso, ebbero dieci figli, due dei quali morirono in tenera età; lui era l’ottavo.
La famiglia si manteneva tramite il lavoro agricolo e l’allevamento dei bovini. Uno zio paterno di Antonio era religioso Domenicano, missionario nelle Filippine: questo segnò particolarmente la sua vocazione.
Severino era amministratore della confraternita delle Anime del Purgatorio, nonché membro dell’associazione dell’Adorazione Eucaristica notturna: vi fece entrare tutti i suoi figli, man mano che crescevano.
Tre di loro seguirono le orme dello zio e divennero Domenicani: Julio, missionario nelle Filippine; Jesús, missionario nel Texas; Severina, che entrò tra le Domenicane dell’Annunciata a Gijón.
Giovane domenicano
Anche Antonio si sentiva chiamato alla stessa strada: nel 1923 entrò nella scuola apostolica (la struttura per i giovanissimi aspiranti) dei Domenicani a La Mejorada, presso Valladolid, dove già studiava suo fratello Jesús.
Frequentò fino al 1927 il corso di studi in Lettere con risultati molto buoni, poi iniziò il postulandato. Passò quindi al convento di San Tommaso ad Ávila, dove vestì l’abito, compì il noviziato e fece la professione temporanea.
Non più religioso, ma sempre credente
Tuttavia, si ammalò di tubercolosi e dovette rientrare in famiglia, almeno temporaneamente, affinché si rimettesse in salute. Dato che non migliorava in breve tempo, giunse a prendere la decisione, dietro consiglio dei medici e dei confratelli, di dover lasciare la vita domenicana.
Non smise però di essere un buon credente: ogni giorno partecipava alla Messa e faceva da ministrante. Rimase membro dell’Adorazione notturna e passò a dirigere la sezione dei Tarcisii, per bambini e giovani. Decise poi d’iscriversi alla Scuola Normale di Oviedo, nel 1935, per frequentare i corsi di Magistero.
Un’opportunità per essere martire
Il 20 luglio 1936, appena quattro giorni dopo l’inizio della guerra civile spagnola, Antonio venne fatto prigioniero insieme a suo fratello Cristóbal.
In seguito gli disse: «Io ho un’occasione per dare la mia vita a Dio in qualità di martire; non vorrei disprezzare questa grazia, ma tu fa’ il possibile per continuare a vivere e a badare ai nostri genitori. Io dal cielo penso che pregherò molto per la nostra famiglia».
I carcerieri l’obbligarono quindi a fare a pezzi alcuni simboli religiosi, tra cui il quadro del Sacro Cuore di Gesù venerato nella chiesa parrocchiale e la pietra dell’altare: si rifiutò, per non andare contro la propria coscienza.
Gli offrirono quindi ventiquattr’ore per ripensarci, altrimenti l’avrebbero assassinato. Trascorso quel tempo, non mutò parere: "Ci ho pensato bene e sono giunto alla conclusione che, in coscienza, non posso ne devo calpestare questo quadro per quello che rappresenta".
La morte
L’11 settembre 1936 venne estratto dal luogo della prigionia e condotto in automobile a Moreda. Lungo il tragitto passò di fronte a casa sua, dove sua madre era seduta davanti alla porta. Le gridò: "Addio, madre, ci vediamo in cielo". Lo fece come poté, visto che, stando a quanto ha testimoniato l’autista della vettura, gli era stata tagliata la lingua, dato che non volle bestemmiare.
Venne condotto nella località di Puerto de San Emiliano, tra Mieres e Sama. L’autista non sentì nemmeno uno sparo, per cui è plausibile che sia stato ucciso a botte e gettato in un pozzo. Il suo corpo non venne ritrovato, ma si suppone che siano stati ritrovati e sepolti nel cimitero di Sama. Antonio aveva 24 anni.
Quando dissero a sua madre che gli esecutori del suo omicidio erano stati catturati, chiedendole cos’avrebbe voluto che facessero loro, rispose: "Voglio vedermi con loro e col mio Antonio in cielo".
La causa di beatificazione
La causa di beatificazione di Antonio è stata unita a quella del parroco di San Giacomo apostolo a Nembra, Genaro Fueyo Castañón, ucciso il 21 ottobre 1936 insieme ai suoi parrocchiani Segundo Alonso González e Isidro Fernández Cordero.
Il processo diocesano congiunto si è quindi svolto nella diocesi di Oviedo, ottenuto il nulla osta da parte della Santa Sede l’11 marzo 1997.
L’inchiesta diocesana è stata convalidata il 26 aprile 2002, mentre la "Positio super martyrio" è stata consegnata nel 2007.
Il 21 gennaio 2016, ricevendo in udienza il Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, il cardinal Angelo Amato, papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del decreto con cui la morte di don Genaro e di Segundo, Isidro e Antonio era dichiarata martirio in odio alla fede cattolica.
La loro beatificazione si è svolta nella cattedrale di Oviedo l’8 ottobre 2016, prima celebrazione del genere nel territorio diocesano, presieduta dal cardinal Amato come delegato del Santo Padre. La memoria liturgica, per la diocesi di Oviedo, è stata fissata al 21 ottobre, giorno della nascita al Cielo della maggior parte di questi martiri.
(Autore: Emilia Flocchini – Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - Beato Antonio Gonzàlez Alonso, pregate per noi.


*Beato Baldassarre Velasquez - Martire Mercedario (11 settembre)
+ 1588
Il mercedario Beato Baldassarre Velàsquez, cadde prigioniero fra i saraceni ribelli a La Muela presso Saragozza in Spagna.
Fu, da questi, minacciato di morte qualora non avesse rinnegato la fede cattolica ma egli li rimproverò severamente delle loro cattiverie e vizi così testimoniando la propria fede fu trafitto da una freccia nell'anno 1588 e assieme a lui similmente vennero trafitti altri 16 martiri.
L'Ordine lo festeggia l'11 settembre.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Baldassarre Velasquez, pregate per noi.


*Beato Bonaventura da Barcellona (Michele Battista Gran) - Francescano (11 settembre)
Riudoms, Spagna, 24 novembre 1620 - Roma, 11 settembre 1684
Michele Battista Gran, nato a Riudomes (Spagna) nel 1620, rimasto vedovo era divenuto frate col nome di Bonaventura di Barcellona.
Fu in diversi conventi spagnoli, dimostrando una profonda spiritualità, ubbidisce allegramente, vive una vita ritirata e mortificata. Chi gli vive accanto è testimone di fatti che hanno del miracoloso e che lasciano intravedere la sua vicinanza a Dio.
Sente che il Signore vuole da lui un impegno particolare per rinnovare lo spirito francescano con l'istituzione dei «Ritiri», un ritorno alla spiritualità e alla povertà francescana delle origini. Si reca a Roma e qui trova un'umanità sofferente e bisognosa.
Da vero figlio di San Francesco aiuta tutti come può e viene ribattezzato «l'apostolo di Roma». La riforma francescana che sta attuando gli attira i consensi delle autorità ecclesiastiche e dagli stessi Papi Alessandro VII e Innocenzo XI, dai quali arriva l'approvazione pontificia agli statuti dei suoi «Ritiri». Morì in San Bonaventura al Palatino nel 1684. (Avvenire)
Martirologio Romano: A Roma, Beato Bonaventura da Barcellona (Michele) Gran, religioso dell’Ordine dei Frati Minori, che, per amore dell’osservanza della regola, istituì in molti luoghi del territorio romano conventi per ritiri spirituali, mostrando sempre grande austerità di vita e carità verso i poveri.
Si era sposato a diciott’anni soprattutto per ubbidire a papà. Michele Battista Gran., giovane spagnolo d’inizio Seicento, si sente decisamente portato alla vita religiosa e negli studi riesce anche bene.
Ma è anche figlio unico di modesti agricoltori, che diventati anziani reclamano il suo aiuto nel lavoro dei campi e gli organizzano la vita, a cominciare dalla moglie.
Si sposa dunque, più per ubbidienza che per amore, ma sedici mesi dopo si ritrova già vedovo. Come a dire che l’uomo propone e Dio dispone.
E così il giovanotto, reso maturo dagli eventi, trova il coraggio di far prevalere le sue inclinazioni sulle aspettative dei genitori e, non senza contrasti familiari, a vent’anni se ne ritorna in
convento, tra i Minori Francescani.
Non però per diventare sacerdote, perché come San Francesco si sente profondamente indegno, ma, con il nuovo nome di Fra Bonaventura, come umile religioso, che per diciassette anni gira i vari conventi della Catalogna per fare, di volta in volta, il cuoco, il portinaio, l’infermiere o il questuante.
Fra Bonaventura si dimostra un frate che prega molto, ubbidisce allegramente, vive una vita ritirata e mortificata.
E compie cose prodigiose.
Chi gli vive accanto è testimone di fatti che hanno del miracoloso e che lasciano intravedere il suo grado di unione con Dio e la perfezione nella vita religiosa che giorno per giorno si sforza di raggiungere.
Sente che il Signore vuole da lui un impegno particolare per rinnovare lo spirito francescano con l’istituzione dei “Ritiri”, che altro non è che un ritorno alla spiritualità e alla povertà francescana delle origini e allora parte in direzione di Roma.
Strada facendo crescono i nuovi “Ritiri” di cui lui, umile fratello laico, è chiamato ad essere superiore, anche se, come per ogni “riforma” che si rispetti, non gli mancano i contrasti e le difficoltà.
La sua “marcia su Roma” si conclude nella città eterna, dove trova ad attenderlo un’umanità sofferente e bisognosa, afflitta dalle continue epidemie, dalla povertà cronica, dalle scorribande nemiche.
Da vero figlio di San Francesco si fa in quattro per aiutare tutti come può, ed è così sollecito e premuroso che lo ribattezzano, lui, spagnolo purosangue, “l’apostolo di Roma”.
La riforma francescana che sta attuando, oltre alle critiche ed alle ostilità, gli attira anche i consensi delle autorità ecclesiastiche e dello stesso Papa, da Alessandro VII a Innocenzo XI, dai quali arriva anche l’approvazione pontificia agli statuti dei suoi “Ritiri”.
Tutti sono stupiti dei doni di spiritualità e di grazia che si ammirano in quel frate e dei prodigi che si verificano attorno a lui, come la firma di Dio sul suo operato.
A Roma muore, poco più che sessantenne, l’11 settembre 1684 e la riconoscenza dei romani si trasforma subito in venerazione, che San Pio X ratifica ufficialmente il 10 giugno 1906, proclamando solennemente Beato l’umile Fra Bonaventura da Barcellona.
(Autore: Gianpiero Pettiti – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Bonaventura da Barcellona, pregate per noi.


*San Daniele di Bangor - Vescovo (11 settembre)

Martirologio Romano: Nell’isola di Bardsey sulla costa del Galles settentrionale, San Daniele (Deiniol Wyn), vescovo e abate di Bangor.
Figlio di un Re e discendente di Coel Godeborg, secondo la Legenda novem lectionum de San Daniele, episcopo Bangorensi, viene ricordato come il fondatore del Monastero di Bangor Fawr (Monastero gallese, da non confondere coll’omonimo Monastero irlandese. Secondo una fonte, fondò due Monasteri omonimi: oltre a Bangor Fawr, su terre donate da Re Maelgwn di Gwynedd anche a Bangor-Is-y-Coed (upon Dee), fondazione patrocinata da suo zio, Re Brochfael Yagythrog - qui poté divenire Abate il suo vecchio padre - che secondo Beda era il più famoso Monastero
della Chiesa britannica. Discepolo di San Cadoc a Llancanfarn, da questi ricevette il compito di fondare il Monastero, divenendo il primo Vescovo della zona (Bangor Fawr, oggi Gwynedd).
Consacrato Vescovo da San Dubricio o da San Davide, fu inviato in Gallia a contrastare il pelagianesimo.
Nel 545 prese parte con San Davide e San Dyfrig ad un Sinodo (Llandewi Brefi) in cui presero varie decisioni in materia penitenziale.
Compì molti miracoli a testimonianza della sua santità e fondò altre chiese: a Llandeiniol, Dyfed; a Llanfor e Llanuwchllyn presso Llyn Tegid (Lac Bala).
Morì verso il 584 (secondo gli Annales Cambriae del XII secolo, mentre altri pongono la morte nel 544 o nel 554.
Oggi però anche il 584 sembra troppo antica come data). Sepolto a Ynya Ynlli (Bardsey Island), ebbe un culto molto diffuso nel Galles del Nord, dove gli furono dedicate molte chiese e qualcuna anche nel Sud.
(Autore: Marco Faraldi - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Daniele di Bangor, pregate per noi.


*Sant'Elia Speleota - Abate (11 settembre)

Reggio Calabria, 863 - 960
Emblema:
Abito monacale, Pastorale
Martirologio Romano: Nel monastero di Aulinas in Calabria, Sant’Elia, detto lo Speleota, insigne cultore della vita eremitica e cenobitica.
Sant’Elia Speleota (così chiamato per distinguerlo dall’omonimo profeta e da S. Elia Juniore) nacque a Reggio Calabria nel 863 da ricchi genitori, Pietro e Leonzia.
All’età di diciotto anni, la madre Leonzia gli propose di sposare una nobile giovinetta e di metter su famiglia.
Elia, però, rifiutò la proposta e fuggì di casa andando prima a Taormina di Sicilia, a far penitenza, e poi si diresse in pellegrinaggio a Roma.
Qui, nelle vicinanze della città eterna, prese l’abito monastico di San Basilio Magno (forse nell’abbazia di Grottaferrata).
Tornato a Reggio di Calabria, Elia fuggì di nuovo, stavolta col monaco Arsenio, diretto a Patrasso
in Oriente. Nel frattempo i Saraceni irruppero in Calabria facendo stragi e schiavi.
Al ritorno da Patrasso, Sant’Elia Speleota (=abitatore di grotte), insieme ai monaci Cosma e Vitale, si ritirò a condurre vita di penitenza nella grotta di Melicuccà.
Qui, ben presto, gli abitanti dei paesi vicini, attratti dalla sua fama di santità, venivano a visitarlo, ascoltarlo, a ricevere da lui conforto e incoraggiamento.
L’11 settembre del 960, quando aveva già 97 anni, Elia morì. Fu sepolto nel sepolcro che lui stesso aveva scavato nella grotta con le sue mani.
Lì, il suo corpo rimase sepolto fino al 2 agosto 1747 quando furono scoperte le sue ossa.
In quell’occasione, come attesta l’atto pubblico rogato dal notaio Fantoni Carmelo il 12 agosto di quell’anno, Antonio Germanò, giovane di Melicuccà gravemente ammalato, alla sola vista delle ossa di Sant’Elia guarì istantaneamente. Il Santo viene festeggiato l’11 settembre.
(Autore: Francesco Roccia – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Elia Speleota, pregate per noi.


*San Felice, Regola ed Essuperanzio - Martire (11 settembre)  

m. Zurigo (Svizzera), fine III secolo
I Santi Felice e Regola, ed Essuperanzio loro servo, sono stati legati da improbabili leggende alla celebre Legione Tebea e, scampati all’eccidio di Agauno (odierna Saint-Maurice in Svizzera), raggiunta la non lontana città di Zurigo si dedicarono all’evangelizzazione delle popolazioni locali per poi essere anch’essi uccisi in odio alla fede cristiana tramite decapitazione. Zurigo con l’intera diocesi venera quali celesti patroni in particolar modo Felice e Regola, che anche il nuovo Martyrologium Romanum ricorda in data odierna.
Patronato: Zurigo (Svizzera)
Emblema: Palma, Testa decapitata
Martirologio Romano: A Zurigo nell’odierna Svizzera, santi martiri Felice e Regola.
Santi Felice, Regola ed Essuperanzio, martiri
In data odierna la città svizzera di Zurigo ricorda i suoi celesti patroni: i santi Felice e Regola ed il loro servo Essuperanzio. Assai incerte sono le poche notizie tramandate sul loro conto, ma per meglio comprendere l'origine del culto di questi intrepidi testimoni della fede cristiana, occorre ripercorrere brevemente la vicenda della celebre Legione Tebea, alla quale la pietà popolare ha leggendariamente arruolato i santi oggi in questione.
Il nuovo Martyrologium Romanum cita al 22 settembre: “A Saint-Maurice-en-Valais in Svizzera, ricordo dei Santi martiri Maurizio, Essuperio, Candido, soldati, che, come narra Sant'Eucherio di Lione, con i loro compagni della Legione Tebana e il veterano Vittore, nobilitarono la storia della Chiesa con la loro gloriosa passione, venendo uccisi per Cristo sotto l'imperatore Massimiano”. Seppur sinteticamente sono così ben riassunte le poche certezze che danno un fondamento storico al vasto culto che l'”Angelica Legio” ha avuto in Europa in particolare sui molteplici versanti alpini. Secondo successive cronache solo due furono i soldati ufficialmente scampati a tale sanguinoso eccidio, ma un po' ovunque iniziarono a fiorire leggende su altri soldati che trovarono rifugio in svariate località, ove intrapresero una capillare opera di evangelizzazione per poi subire anch'essi il martirio.
Nel Vecchio Continente se ne contano all'incirca 400, così suddivisi geograficamente: 58 in Piemonte, 15 in Lombardia, 2 in Emilia, 10 in Francia, 325 in Germania, 5 in Svizzera e 2 in Spagna. E questo non è purtroppo che un incompleto e sommario elenco. A questa folta schiera, creata a dir la verità dalla fantasia di alcuni agiografi che nulla conoscevano di certo relativamente a questi antichi martiri e preferirono così agganciarli all'ormai proliferante ed avvincente Legione, appartengono anche Felice e Regola. Già solo il sesso della seconda può iniziare a creare qualche dubbio circa la reale appartenenza al famoso esercito, a meno che non si voglia optare per l'esistenza di un'eroina del tipo di Santa Giovanna d'Arco.
Il testo più antico riportante la leggenda dei due presunti santi fratelli risale all'VIII secolo. Qui Felice e Regola vengono appunto ricollegati con un legame non molto chiaro alla Legione Tebea. Una volta scappati dal grande eccidio, i due si sarebbero rifugiati in un primo tempo a Glaris ed infine presso Zurigo. Si dedicarono dunque ad evangelizzare gli abitanti della città, per poi battezzarli al sicuro nelle foreste. Furono però scoperti ed il governatore romano li condannò a morte. Un miracolo simile a quello dei martiri tebei Urso e Vittore, ma ancor più spettacolare, ebbe luogo sotto gli occhi esterrefatti dei soldati che li avevano decapitati al bordo della Limmat. I corpi presero nelle loro mani le teste cadute per terra e le portarono sino al luogo della loro sepoltura, su una vicina collina. Questi gloriosi martiri si meritarono così l'appellativo di
“cefalofori”, cioè portatori di testa, atto a conferire alla loro leggenda un profondo significato teologico: i martiri, morti per decapitazione, camminano ostentatamente verso la nuova vita, verso la comunione con tutti gli altri santi.
Nell'853 Ildegarda, figlia di Luigi II il Germanico, vi fondò un convento femminile la cui chiesa fu più tardi rimpiazzata dal Grossmunster. Con la costruzione di quest'ultimo, le religiose passarono sull'altra riva, in un nuovo convento che prese il nome di Fraumunster.
Una tardiva quanto improbabile leggenda del XIII secolo racconta di un certo Essuperanzio che, presunto servitore di due fratelli, si sarebbe a loro unito nella professione della fede cristiana subendo il medesimo martirio e raggiungendo anch'egli la tomba reggendo la propria testa con le mani.
Al tempo della Riforma protestante, le reliquie dei tre santi furono trasferite ad Andermatt, ove sono conservate nella chiesa parrocchiale.
Tutta questa colorita leggenda è stata meravigliosamente rappresentata negli anni '30 e '40 del secolo scorso sui muri di due chiostri rispettivamente romanico e gotico di Fraumunster, per mano del pittore di Zurigo Paul Bodmer. Nell'ultimo affresco l'imponente processione della “translatio” delle reliquie dei tre martiri. Un gran bell'omaggio della città di Zwingli!
Il presupposto che essi abbiano militato nella Legione Tebea ha automaticamente conferito loro la presunta nazionalità egiziana e ciò ha contribuito alla diffusione del culto anche presso la Chiesa Copta, che venera dunque specificatamente non solo San Maurizio ma anche tutti quei suoi leggendari compagni il cui ricordo si è diffuso in un qualche piccolo santuario d'Europa.
L'iconografia relativa ai tre martiri, oltre a presentarli talvolta con gli attributi tipici dei soldati tebei quali la palma del martirio, la spada, lo stendardo con croce rossa in campo bianco e la Croce Mauriziana sul petto, li raffigura prevalentemente nell'atto di reggere miracolosamente con le mani il proprio capo distaccato dal corpo a causa della decapitazione subita.
Il nuovo Martyrologium Romanum commemora i Santi Martiri Felice e Regola in data odierna, 11 settembre, senza però nulla esplicitare circa la loro vita, tranne la città svizzera di Zurigo quale centro del loro culto.
(Autore: Fabio Arduino)
Giaculatoria - San Felice, Regola ed Essuperanzio, pregate per noi.


*Francesco Giovanni Bonifacio - Sacerdote e Martire (11 settembre)  
Pirano, Croazia, 7 settembre 1912 - Krasica, Croazia, 11 settembre 1946
Nato a Pirano (Istria) nel 1912, da una famiglia umile e profondamente cristiana, e secondo di sette figli, Francesco ricevette l'ordinazione sacerdotale il 27 dicembre 1936, nella cattedrale di San Giusto a Trieste.
Dopo un primo incarico a Cittanova, assunse la responsabilità della curazia di Villa Gardossi, che raccoglieva diverse frazioni sparse nella zona di Buie. Don Francesco si fece subito amare, promuovendo numerose attività, visitando le famigle, gli ammalati, e donando quel poco che aveva ai poveri.
Il suo impegno lo rese un prete troppo scomodo per la propaganda antireligiosa della Jugoslavia di allora, ma nonostante le intimidazioni proseguì fino alla fine per la sua strada. E' la sera dell'11 settembre 1946 e don Francesco Bonifacio sta rincasando da Grisignana. A un certo punto viene fermato da due uomini della guardia popolare.
Chi li vide raccontò che sparirono insieme nel bosco. Il fratello, che lo cercò immediatamente, venne incarcerato con l’accusa di raccontare delle falsità. Per anni la vicenda è rimasta sconosciuta, finché un regista teatrale è riuscito a contattare una delle guardie popolari che avevano preso don Bonifacio.
Quest'ultimo raccontò che il sacerdote era stato caricato su un’auto, picchiato, spogliato, colpito con un sasso sul viso e finito con due coltellate prima di essere gettato in una foiba. Da allora i suoi resti non sono stati mai più ritrovati.
I suoi piccoli amici lo chiamano “el santin”. Non per derisione, ma perché tale a loro sembra quel ragazzino semplice, tanto generoso, buono fino all’accesso. Entra a 12 anni nel seminario di Capodistria e, se non eccelle negli studi, certamente si distingue per la bontà e per la vita di intensa preghiera.
I seminaristi finiscono per ribattezzarlo “santo pacifico”, per la pazienza e il sentimento che mette nell’instaurare buoni rapporti con tutti, eliminare i contrasti, alimentare la spiritualità dei suoi compagni anche durante le vacanze. Prete a 24 anni, dopo tre anni di tirocinio, nel 1939 lo mandano come cappellano a Villa Gardossi, 1300 anime disseminate in casupole e casolari lungo i pendii collinari tra i paesi di Buie e Grisignana.
Il giovane prete si butta a capofitto nel lavoro, riorganizzando il catechismo, l’Azione Cattolica, il gruppo chierichetti, la cantoria parrocchiale. Soprattutto cura con particolare attenzione il rapporto personale con i suoi parrocchiani: tutti i pomeriggi sono dedicati al contatto diretto con la sua gente, che va a cercare di casa in casa, soprattutto dove immagina ci sia qualche malato da confortare o qualcuno da incoraggiare. Non scoppia di salute, a giudicare dall’asma che lo tormenta da sempre e dalla tosse insistente e
cronica che rivela i suoi tanti problemi bronchiali e polmonari. Eppure, con qualsiasi tempo, appoggiato al suo bastone e accompagnato dal suo cane, percorre in lungo e in largo la sua valle, fermandosi solo di tanto in tanto a riprendere fiato.
La mamma e il fratello minore si trasferiscono con lui in canonica, per condividere la sua vita semplice e povera in quella valle in cui manca l’elettricità, l’acqua potabile bisogna andarla cercare in sorgenti distanti da casa, la terra è avara. “Tirano cinghia” anche loro, accontentandosi di molte minestre, di polente quasi quotidiane e di uova.
Sempre che lui, il pretino che si fa tutto a tutti, non le porti prima in qualche casa dove le bocche da sfamare sono troppe e non tutti hanno qualcosa da mettere sotto i denti. Un prete così si fa amare, ispira simpatia, attira consensi. Forse anche troppi, soprattutto dopo l’8 settembre 1943, quando si espone in prima persona per evitare inutili carneficine e rappacificare gli animi, rivelandosi davvero quel “santo pacifico” che i suoi compagni avevano conosciuto negli anni di seminario. E tale continua ad esserlo anche a guerra finita, quando l’Istria vive uno dei più bui momenti della sua storia passando di fatto sotto la diretta amministrazione del governo iugoslavo.
Che avvia un’opera di vera e propria pulizia etnica, con esecuzioni sommarie e migliaia (4000 per le fonti ufficiali, forse addirittura 20000) di giustiziati “fatti sparire” nelle foibe, cioè nelle cavità carsiche di cui il territorio è ricchissimo. Sorprendente il coraggio sfoderato dal prete malaticcio e timido solo all’apparenza.
Esclusivamente in nome del vangelo, e non di vaghe teorie pacifiste, continua ad esplicitamente ammonire ed istruire, dall’ambone e a catechismo, negli incontri personali e nelle adunanze pubbliche. Dà fastidio, quel prete, e cominciano a fioccare avvertimenti e minacce. Continua imperterrito in nome di Cristo, limitandosi a consultare il suo vescovo, che lo consiglia di essere prudente e di limitare la sua attività all’interno della chiesa, evitando ogni presa di posizione pubblica. “Era quello che pensavo”, dice il prete, “ma aspettavo che mi venisse imposto per obbedienza, perché solo così sono certo che questa è la volontà di Dio”.
Ma ormai la sua sorte è segnata: lo aspettano l’11 settembre 1946, al ritorno da Grisignana, dov’è andato a confessarsi.
Lo vedono sparire nella boscaglia, sotto la scorta di alcune “guardie del popolo” e da quel momento nessuno saprà più nulla di lui.
Solo negli ultimi anni un regista teatrale è riuscito a mettersi in contatto con una di quelle “guardie” ed a ricostruire le sue ultime ore: sequestrato, spogliato, insultato, torturato e umiliato, viene riempito di botte, preso a sassate e finito poi con due coltellate. I suoi resti a tutt’ora non sono stati identificati, perché probabilmente il cadavere è stato fatto sparire, “infoibato” come quello di tanti altri innocenti.
Il 4 ottobre 2008 don Francesco Bonifacio è stato proclamato Beato, riconoscendo che la sua morte è avvenuta in “odium fidei”, cioè in odio alla sua fede, al Vangelo, alla chiesa e al suo ministero sacerdotale, svolto con troppo coraggioso zelo.
(Autore: Gianpiero Pettiti - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Francesco Giovanni Bonifacio, pregate per noi.


*Beato Francesco Mayaudon - Martire (11 settembre)  
Martirologio Romano: In una nave all’ancora davanti alla costa francese presso Rochefort, beato Francesco Mayaudon, sacerdote e martire, che, arrestato durante la rivoluzione francese per il suo sacerdozio e tenuto in un galera, morì infine consunto dalla cancrena.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Francesco Mayaudon, pregate per noi.


*Beati Gaspare Koteda, Francesco Takeya e Pietro Shichiemon - Martiri (11 settembre)  
Martirologio Romano: A Nagasaki in Giappone, beati martiri Gaspare Koteda, catechista, e i bambini Francesco Takeya e Pietro Shichiemon, che, nello stesso luogo e con la stessa fermezza dei loro padri, che avevano subito il giorno prima il martirio, furono anch’essi sottoposti per Cristo al supplizio della decapitazione.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beati Gaspare Koteda, Francesco Takeya e Pietro Shichiemon, pregate per noi.


*San Giovanni Gabriele Perboyre - Sacerdote Vincenziano, Martire (11 settembre)
Puech, Francia, 1802 - Vuciang, Cina, 11 settembre 1840
Nato a Montgesty nel 1802 e ordinato sacerdote a Parigi nel 1826, Giovanni Gabriele Perboyre desiderando ardentemente di darsi alle missioni estere si recò in Cina e nel 1832 approdò a Macao.
Qui esercitò il suo apostolato tra i cristiani nonostante i pericoli della persecuzione. Tradito da uno dei suoi discepoli, fatto prigioniero, fu torturato a lungo e subì il martirio a Outchanfou l'11 settembre del 1840.
Tra i cristiani rimasti fedeli, alcuni presero il corpo e gli diedero sepoltura nel luogo della sua predicazione, dove rimase finché non venne traslato nella Casa Madre della Congregazione dei Preti della Missione (Lazzaristi).
Fu beatificato il 10 novembre del 1889 e fu canonizzato il 2 giugno del 1996. La sua memoria liturgica ricorre l'11 settembre.  (Avvenire)
Emblema: Palma
Martirologio Romano: Nella città di Wuchang nella provincia dello Hebei in Cina, san Giovanni Gabriele Perboyre, sacerdote della Congregazione della Missione e martire, che per predicare il Vangelo assunse un aspetto conforme alle consuetudini del luogo, ma allo scoppio della persecuzione fu sottoposto durante una lunga carcerazione a varie torture e, infine, appeso a una croce e strangolato con un laccio.
La sua Diocesi era Cahors. Il suo comune era Puech. La sua parrocchia era il borgo di Mongesty. Lì, il 6 gennaio 1802, figlio primogenito di Pietro Perboyre e di Maria Rigal, nacque Jean-Gabriel Perboyre. Educazione cristiana dalla sua famiglia, negli anni dell’impero di Napoleone, quando molti congiuravano contro la Chiesa. Gli studi elementari al suo paese, con intelligenza e profitto.
Dentro il cuore, il giovanissimo Jean-Gabriel ha una grande passione, un unico amore: Gesù. Per Lui, il Salvatore Crocifisso, ogni giorno cresce nell’amore e dell’offerta a Dio. È soltanto un ragazzo, quando aiuta il padre nei lavori di campagna, incaricato principalmente a sorvegliare i contadini occupati nel podere di famiglia a Puech.
Suo fratello Louis entra nel 1816 nel Seminario di Montauban (Tarn-en-Garonne), diretto dallo zio paterno, Monsieur Jacques, dei Preti della Missione (i Lazzaristi) di San Vincenzo de’ Paoli. Jean-Gabriel, quindicenne, segue il fratello minore in Seminario, per tenergli compagnia per qualche tempo.
Ma in Seminario, si appassiona alla vita religiosa, sulle orme del grande Santo della carità. Allora decide di rimanervi e chiede di essere ammesso alla Congregazione della Missione.
È accettato e si dimostra subito un novizio modello, esemplare nella preghiera, nell’obbedienza e nella mortificazione: “Gesù merita tutto: perché non dargli tutto?”.
Il 28 dicembre 1820, offre a Dio i santi voti. Ha 18 anni e comincia a studiare teologia nella Casa-madre della Congregazione a Parigi. Si fa notare per la sua intelligenza non comune, per la sua dolcezza, per la sua carità teologale che lo rende simile a San Vincenzo, il Padre Fondatore. Diventa, senza accorgersene, modello ai suoi compagni di Seminario, che, guardando a lui, si sentono invitati a farsi migliori.
Ha un forte ascendente sugli altri: per questo, è mandato a insegnare ai ragazzi nel collegio San Vincenzo di Mont-Didier (Somme), dove rivela le sue ottime capacità didattiche e il suo zelo per la formazione dei più piccoli, “alla statura di Gesù”.
Sacerdote e maestro
Il 23 settembre 1826, è ordinato sacerdote nella cappella della Casa-Madre a Parigi. Ha 24 anni: un vero innamorato di Gesù. I superiori, pensando di proporlo come esempio ai chierici della Congregazione, lo mandano a insegnare teologia dogmatica nel Seminario maggiore di Saint Flour; quindi è nominato rettore del “pensionato” ecclesiastico aperto nel 1827, nella medesima città. Nell’autunno del 1832, è richiamato a Parigi come vice-maestro dei novizi della casa di San Lazzaro.
Obbedisce e si impegna al massimo, ma P. Jean-Gabriel ha un altro sogno: le missioni in Cina, e chiede ripetutamente e con insistenza di essere mandato, “a portare Gesù Cristo, a convertire le anime a Lui”. Il suo desiderio si fa ancora più ardente, quando il 2 maggio 1831, muore suo fratello, il P. Louis Perboyre, a Batavia, mentre era in viaggio per raggiungere la Cina. Lui dovrà prendere il suo posto.
Finalmente esaudito, il 21 marzo 1835 salpa dal porto di Le Havre, diretto in Cina. Il 29 agosto seguente approda a Macao: lì si ferma qualche mese per intraprendere lo studio della lingua cinese, prima di essere inviato nella provincia centro-meridionale di Honan.
Qualche tempo dopo, lì viene nominato primo vicario generale. Segue un anno e mezzo di appassionante lavoro apostolico nella provincia di 174 mila chilometri quadrati, in mezzo a fatiche e difficoltà di ogni genere, le prime persecuzioni comprese.
Missionario
Nel gennaio 1838, è trasferito nella provincia di Hupeh, dove ancora più intensa si fa la sua attività missionaria. Nelle sue predicazioni e nelle sue conferenze spirituali, annuncia: “Esiste una sola realtà necessaria: Gesù Cristo. Il Signore Gesù ha detto: Io sono la Via, la Verità, la Vita. Non ci resta che camminare per questa via. Per non essere distolti da questo proposito, ci occorre una luce che rischiari il cammino.
Questa luce non può essere che Lui, Gesù, la Verità in persona: Lui stesso ha detto che chi lo segue non cammina nelle tenebre, ma possiede la luce della vita”.
Scoppia in Cina, la persecuzione anti-cattolica: P. Jean-Gabriel si vede costretto a cercare scampo nascondendosi. Ha una certezza: «Ci occorre anche la forza che ci sostenga in questo cammino e ci faccia perseverare in esso.
Gesù stesso, che ha voluto essere nostro nutrimento dandosi a noi nell’Eucarestia, sarà la nostra forza. Per questo ha detto: “Io sono la vita”. Tutto quello che possiamo desiderare lo troviamo nel Crocifisso, nel Vangelo e nell’Eucaristia: non c’è altra via, altra verità, altra vita. Perciò siamo tenuti ad attaccarci a Lui solo, ad apprendere null’altro che Lui e a seguirlo senza interruzione».
Durante la persecuzione, il Padre viene tradito da un vile cristiano che sedotto dalla taglia posta sul missionario, rivela il suo nascondiglio.
Il Padre viene catturato a Tcha-yuen-keu, il 26 settembre 1839 e condotto a Kwang-Ytang, dove subisce un primo e lungo interrogatorio, accompagnato da crudeli torture. Trasferito il giorno seguente a Ku-gheng soffre altri interrogatori e torture, rinchiuso poi nelle malsane prigioni di Wuchang, dove rimane otto mesi tra atroci sevizie e sofferenze; in attesa che la sua condanna a morte, pronunciata contro di lui dal tribunale locale, sia ratificata dall’imperatore.
Martire
In quel triste periodo, P. Jean-Gabriel ha una certezza: “Non possiamo salvarci se non conformandoci a Gesù Cristo. Dopo la morte non ci sarà chiesto se saremo stati sapienti, se abbiamo occupato posti importanti, se ci siamo guadagnati la stima degli uomini, ma ci sarà chiesto se ci siamo
applicati a conoscere e imitare Gesù Cristo.
Se Dio non troverà in noi alcun tratto del Modello divino, saremo senz’altro respinti; ma se ci saremo conformati a questo Modello saremo glorificati: i santi in cielo non sono altro che immagini di Cristo glorificato come in terra lo furono di Cristo sofferente e dedito alle opere della sua missione”.
Lui, il missionario ardente, ormai vicino a essere sacrificato, dalla sua fanciullezza, aveva sempre fatto così: essere conforme a Gesù.
La ratifica dell’imperatore giunse al mattino dell’11 settembre 1840. A mezzogiorno, il P. Jean-Gabriel Perboyre, 38 anni di età, veniva crocifisso come Gesù e finito a colpi di spada. Tutto si era compiuto, proprio come lui aveva desiderato, quando ancora si preparava al sacerdozio: la vita e il sangue per Gesù.
Le sue spoglie mortali, deposte sulla “Montagna rossa”, il cimitero della città dove era stato giustiziato, poterono essere traslate in Francia nel 1860 e deposte nella Casa-madre della sua Congregazione. Papa Gregorio XVI sin dal 1843 aveva iniziato la sua causa di beatificazione. Il 10 novembre 1889, Leone XIII lo iscrisse tra i Beati. Giovanni Paolo II lo iscrisse tra i Santi.
In una sua conferenza spirituale, come leggiamo nella Liturgia delle Ore il giorno della sua festa, l’11 settembre, egli aveva detto, tutto cristocentrico, così com’era: “Teniamo sempre Gesù Cristo davanti agli occhi, cogliamo i suoi sentimenti intimi e appropriamoci delle sue virtù, del suo stile, della sua vita”.
(Autore: Paolo Risso - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Giovanni Gabriele Perboyre, pregate per noi.


*Beato Giuseppe Maria Segura Penades - Sacerdote e Martire (11 settembre)

Schede dei gruppi a cui appartiene:
“Beati 233 Martiri Spagnoli di Valencia” Beatificati nel 2001
“Martiri della Guerra di Spagna”
Martirologio Romano: Nel villaggio di Genovés nel territorio di Valencia sempre in Spagna, Beato Giuseppe Maria Segura Penadés, sacerdote e martire, che nella stessa persecuzione versò il sangue per Cristo.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Giuseppe Maria Segura Penades, pregate per noi.


*San Leudino di Toul - Vescovo (11 settembre)
Martirologio Romano: A Toul in Austrasia, ora in Francia, san Leudíno, vescovo, che visse dapprima da uomo sposato e prese poi la decisione di ritirarsi a vita monastica, al pari di sua moglie Odilia.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Leudino di Toul, pregate per noi.


*Beato Ludovico IV - langravio di Turingia (11 settembre)  

28 ottobre 1200 - Otranto,11 settembre 1227
Figlio primogenito del langravio Ermanno I e di Sofia di Baviera, nacque il 28 ottobre 1200.
Aveva appena undici anni allorché lo fidanzarono con la quattrenne Elisabetta di Ungheria, la quale visse da allora in poi alla corte di Turingia, divenendo in seguito il loro amore uno dei piú belli che la storia conosca.
Malgrado l'opposizione :alle nozze dei vassalli e dei consiglieri che le ritenevano politicamente insignificanti, L., fedele alla parola data alla sua "amica soror", sposò Elisabetta nel 1221.
Dal loro matrimonio nacquero tre figli: Ermanno, il 28 marzo 1222; Sofia, il 20 marzo 1224 e la Beata Gertrude, che venne alla luce diciotto giorni dopo la morte del padre.
Quando Elisabetta si dedicò alla pratica del francescanesimo, nessuno poteva comprenderla e tuttavia Ludovico permise le sue beneficenze verso i poveri.
Nel 1226 egli fece venire a corte, quale severo confessore della sua sposa e come suo proprio consigliere, il predicatore delle crociate
Corrado di Marburgo. La profondità del suo amore verso Elisabetta e del suo sentimento religioso è dimostrata dal fatto che egli non tentò ai di porre limiti alle pratiche ascetiche di lei.
Ludovico così ci appare, da un lato, come uno sposo esemplare e un devoto cristiano; d'altra parte, egli è il langravio che vigila gelosamente sui propri diritti. Successe a suo padre nel governo nel 1217.
A diciotto anni, appena fatto cavaliere, fu scomunicato dal vescovo Sigfrido II di Magonza in seguito a contese territoriali e scese in campo contro di lui; la riconciliazione avvenne in Fulda il 20 giugno 1219. Alla morte del margravio di Meissen, marito di una sua sorellastra, Jutta, il 17 febbraio 1221, Ludovico fu coinvolto nelle lotte per l'eredità e scomunicato una seconda volta; nuovamente vittorioso, fu piú tardi dall'imperatore investito del feudo di Meissen.
Intraprese nel 1225 una spedizione militare in Slesia e nell'anno seguente passò nell'Italia del Nord con Federico II, guadagnandosi con la sua fedeltà di vassallo l'amicizia dell'imperatore, e ritornò in patria con l'onorevole incarico di nominare reggente dell'impero il duca di Baviera.
Già nel 1224, probabilmente, aveva preso la croce, e la ricevette una seconda volta nel 1227 a Hildesheim, dalle mani del vescovo Corrado. Il 24 giugno a Schmalkalden si congedò dai suoi dopo aver fatto rappresentare alla Wartburg il mistero della Passione: soltanto Elisabetta, che tanto poco aveva potuto vivere con lui, lo accompagnò fino al confine della Turingia.
Durante la crociata, morì di febbri in Otranto il 11 settembre 1227. Le sue spoglie furono portate a Reinhardsbrunn nel sepolcro di famiglia all'inizio del 1228 dai suoi vassalli, nel viaggio di ritorno dalla Terra Santa.
Ludovico ebbe insigni qualità, anche se le fonti agiografiche le esagerano: fu un principe saggio che seppe conservare, nonostante le imprese guerriere, il suo paese in una relativa pace interponendosi piú d'una volta come mediatore di pace anche presso altri.
Il libro VI della sua Vita enumera, agli anni 1233 e 1292-95, parecchi miracoli avvenuti presso la sua tomba.
Si tratta delle consuete guarigioni miracolose riportate dagli agiografi medievali.
La prima serie apparve improvvisamente quando si discuteva la canonizzazione di Elisabetta; la seconda, quando i monaci di Reinhardsbrunn, dopo l'incendio del loro monastero nel 1292, volevano metter riparo ai danni incoraggiando un grande concorso di pellegrini.
Anche se tali miracoli non sono storicamente certi, la loro invenzione testimonia tuttavia della grande venerazione, che lo fece denominare "il Santo", tributata dal popolo a Ludovico e alla sua sposa e perciò egli è ricordato anche in tutte le opere agiografiche, sebbene ufficialmente il suo culto non sia mai stato confermato.
Il giorno della sua commemorazione è l'11 settembre.
Nell'arte lo troviamo prevalentemente raffigurato nei cicli della Vita di Sant'Elisabetta. Spesso si rappresenta Elisabetta che cura un malato, mentre L. vede in esso il crocifisso. Ricorrono sempre le scene del suo fidanzamento, dell'investitura a cavaliere, e soprattutto dell'addio a Elisabetta e della sua partenza di crociato.
(Autore: Konrad Kunze - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Ludovico IV, pregate per noi.


*Beata Maria Celeste (Giulia) Crostarosa - Monaca, Fondatrice (11 settembre)  
Napoli, 31 ottobre 1696 – Foggia, 14 settembre 1755

Nata a Napoli il 31 ottobre 1696 coi nomi di Giulia Marcella, entrò nel 1718 nel monastero carmelitano di Marigliano, insieme alla sorella Orsola. Con lei si trasferì nel 1724 a Scala, in provincia di Salerno, presso il monastero fondato da padre Tommaso Falcoia, suo direttore spirituale, passando alla regola della Visitazione.
Il 25 aprile 1725, dopo aver ricevuto la Comunione, comprese che Dio voleva che lei fondasse un nuovo istituto, che si conformasse nelle regole alla vita di Gesù Salvatore.
Con il fondamentale apporto di don Alfonso Maria de’ Liguori, futuro santo, sorse l’Ordine del SS. Salvatore, che con l’approvazione pontificia, nel 1750, cambiò il titolo in "del SS. Redentore".
Fatta oggetto d’incomprensioni e di ostilità, suor Maria Celeste visse le sue tribolazioni con pazienza e grande maturità spirituale, sapendo di dover condividere il cammino pasquale del Redentore. Morì il 14 settembre 1755 a Foggia, dov’era riuscita a fondare un monastero secondo il suo progetto di vita religiosa.
A seguito di un lungo processo canonico, è stata beatificata il 18 giugno 2016 a Foggia, sotto il pontificato di papa Francesco.
La sua memoria liturgica, per la diocesi di Foggia-Bovino, per le monache Redentoriste e i padri Redentoristi fondati da sant’Alfonso, cade l’11 settembre. I suoi resti mortali sono conservati nella chiesa del monastero del SS. Salvatore a Foggia.
Nascita e prima giovinezza
Nacque a Napoli il 31 ottobre 1696, decima dei dodici figli di Giuseppe Crostarosa, magistrato e discendente di una nobile famiglia abruzzese, e di Paola Battistini Caldari. Fu battezzata il 1° novembre nella chiesa di San Giuseppe Maggiore, coi nomi di Giulia Marcella Santa.
Precoce in intelligenza e capacità di ragionare, dotata di un carattere deciso ed estroverso, Giulia trascorse l’infanzia e l’adolescenza nella agiata serenità della sua casa. Cominciò ad approfondire la sua vita spirituale, ma non fu priva di crisi: consigliata da don Bartolomeo Cacace, riuscì a superare quella fase.
Prima carmelitana, poi visitandina
A vent’anni, nel 1716, accompagnò insieme alla madre la sorella Orsola al monastero carmelitano, recentemente fondato, di Santa Maria dei Sette Dolori a Marigliano in provincia di Napoli: decise di restare anche lei, che tre anni prima aveva fatto voto di castità. Il 21 novembre 1718 le due sorelle vestirono l’abito carmelitano e iniziarono il noviziato, terminato l’anno seguente. Giulia prese il nome di suor Candida del Cielo.
Quando il monastero fu chiuso per cause di forza maggiore, le due sorelle furono costrette a lasciare Marigliano il 16 ottobre 1723. Dopo una breve permanenza in famiglia, accettarono l’invito di padre Tommaso Falcoia, dei Pii Operai, il quale aveva fondato due anni prima il monastero della Ss. Concezione a Scala, in provincia di Salerno, cui aveva dato la regola della Visitazione. Si trasferirono là nel gennaio 1724: Giulia assunse il nome di suor Maria Celeste del Santo Deserto e fu raggiunta, di lì a poco, dalla sorella Giovanna.
La rivelazione di un nuovo istituto
Il 25 aprile 1725, dopo la Comunione, ebbe luogo il primo degli eventi straordinari di cui suor Maria Celeste fu protagonista. Le fu rivelato come, per mezzo suo, il Signore avrebbe posto nel mondo un nuovo istituto religioso. Per ubbidienza alla maestra delle novizie, redasse il testo «Istituto e Regole del Ss. Salvatore condenute ne Santi Evangeli».
L’approvazione giunse dopo un attento esame da parte di un consiglio di teologi napoletani, sollecitati da padre Falcoia, e in seguito a non poche difficoltà da parte dei superiori e di alcune consorelle. Fu determinante, per la soluzione della faccenda, l’apporto di un sacerdote napoletano, don Alfonso Maria de’ Liguori (futuro Santo e Dottore della Chiesa). Il 13 maggio 1731 ebbe quindi inizio l’Ordine del SS. Salvatore, che con l’approvazione pontificia, nel 1750, cambierà il titolo in "del SS. Redentore". Popolarmente le monache sono note come "Redentoriste" o "Redentoristine".
Le incomprensioni e l’esodo
A tanta grazia corrisposero presto momenti difficili per suor Maria Celeste. Sorsero non poche incomprensioni tra lei, padre Falcoia e la comunità religiosa. La questione divenne più complicata dall’intromissione di Silvestro Tosquez, laico amico del nuovo vescovo di Scala, presso il quale lui riuscì a far approvare le regole del monastero. Tuttavia, nel riconsegnarle riviste nel marzo 1733, il vescovo impose alla fondatrice di non aver più contatti col Tosquez, di firmare la nuova versione e di non avere più padre Falcoia come direttore spirituale. Di fatto, lei venne isolata dalla comunità monastica e privata dell’Eucaristia.
A causa del clima pesante che si era venuto a creare, nel mese di maggio la sorella Giovanna scrisse al padre: voleva lasciare il monastero. Giunse quindi a Scala padre Giorgio Crostarosa, gesuita, il quale espose il suo suggerimento: interrompere il rapporto col Tosquez, ma non firmare le regole rimaneggiate, e accontentarsi del confessore ordinario del monastero. La conclusione del dissidio avvenne il 14 maggio 1733: suor Maria Celeste fu espulsa e con lei, volontariamente, uscirono le altre due sorelle.
Per dieci giorni, dal 26 maggio in poi, furono ospiti del monastero benedettino della SS. Trinità di Amalfi. Nel mese di giugno si ritirarono nel conservatorio domenicano della SS. Annunziata a Pareti di Nocera (oggi Nocera Inferiore, in provincia di Salerno): suor Maria Celeste ne divenne superiora e lo riformò, operando il bene sia dentro che fuori le mura del chiostro. Il suo nuovo direttore spirituale, trascorsi cinque anni, divenne don Bernardino Sommantico.
La fondazione a Foggia
Sollecitata dal duca Ravaschieri di Roccapiemonte, il 7 novembre 1735 partì nuovamente, per un tentativo di fondazione. Il 4 marzo 1738, si diresse con la sorella Orsola a Foggia, dove giunse solennemente cinque giorni dopo. La sua comunità si trasferì nel nuovo conservatorio del SS. Salvatore il 4 ottobre 1739, dove, il 26 marzo 1742, si svolse la vestizione di otto ragazze.
Finalmente suor Maria Celeste poteva attuare il carisma che le era stato ispirato, guidando le consorelle, ma anche le ragazze del ceto medio che venivano educate nel monastero, con equilibrio e responsabilità.
La vita monastica come imitazione della vita del Redentore
Per lei, la vita delle monache doveva essere una perfetta imitazione della vita del Cristo; di conseguenza, la comunità religiosa era concepita come "viva memoria" del suo amore redentore. Il criterio fondamentale cui doveva ispirarsi era l’essenzialità, attinta dalla familiarità con la Parola e concretizzata nel donarsi senza riserve al prossimo, come scrisse nella prima Regola.
Oltre alla stima di sant’Alfonso Maria de’ Liguori, suor Maria Celeste godette di quella del giovane fratello redentorista Gerardo Maiella (anche lui canonizzato) e di tutto il popolo di Foggia, che la
chiamava "la santa priora". Intorno al 1750, su invito del direttore spirituale, scrisse la propria autobiografia, fonte di numerosi dettagli sulla sua storia personale.
La morte e gli scritti
La sua esistenza terrena si concluse il 14 settembre 1755 nel monastero di Foggia, mentre il sacerdote che l’assisteva, leggendo la Passione secondo Giovanni, era arrivato alle parole «Consummatum est» («È compiuto»).
Oltre all’autobiografia, suor Maria Celeste ha lasciato un nutrito epistolario, che completa il quadro della sua personalità e permette di osservare la sua vita interiore. Per le sue quattordici opere ascetiche, inoltre, è considerata una delle più grandi mistiche del Settecento italiano.
Il processo di beatificazione
In virtù della sua fama di santità, dal 9 luglio 1879 al 1° luglio 1884, presso la Curia ecclesiastica di Foggia, fu celebrato il Processo informativo, a cui fece seguito, l’11 agosto 1901, il decreto della Congregazione dei Riti sull’introduzione della Causa. Dal 2 maggio 1932 al 4 novembre 1933, a Foggia, fu celebrato il processo apostolico sul non culto e sulla fama di santità. La validità giuridica è stata riconosciuta dalla Congregazione per le Cause dei Santi con decreto del 21 maggio 1999.
Preparata la "Positio", si è discusso, secondo la consueta procedura, se la Serva di Dio abbia esercitato in grado eroico le virtù cristiane. Con esito positivo, l’11 maggio 2011, si è tenuto il Congresso Peculiare dei Consultori Teologi. I Cardinali e Vescovi membri della Congregazione per le Cause dei Santi, nella Sessione Ordinaria del 7 maggio 2013, hanno riconosciuto che la Serva di Dio ha esercitato in grado eroico le virtù teologali, cardinali ed annesse. Il 3 giugno 2013 papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del decreto sull’eroicità delle virtù.
Il miracolo e la beatificazione
Come presunto miracolo utile per la beatificazione è stato esaminato il caso di suor Maria Celeste (al secolo Anna Maria) Lagonigro, monaca redentorista, affetta da un’otite cronica e purulenta all’orecchio sinistro, che perdurava da dieci anni, tra riacutizzazioni e fasi di quiescenza.
Pochi giorni dopo la sua vestizione, avvenuta l’8 dicembre 1955, cadeva il bicentenario della morte della Venerabile Maria Celeste Crostarosa: per l’occasione, il suo corpo fu collocato nella sala capitolare del convento di Foggia, dove risiedeva l’ammalata. Verso le 19.00 del 13 settembre 1955, tutta la comunità religiosa era quindi radunata, quando una consorella di suor Maria Celeste le fece appoggiare l’orecchio infermo e tutto il capo sul petto della Fondatrice, prima della chiusura dell’urna. All’istante, la religiosa riscontrò la scomparsa del dolore e ricominciò a sentire distintamente. Gli esami medici successivi all’evento straordinario hanno evidenziato la perfetta funzione del complesso timpano-ossiculare.
Celebrata l’Inchiesta diocesana negli anni 1987-1988, la Consulta Medica ha riconosciuto, il 19 febbraio 2015, che la guarigione fu rapida, completa e duratura, inspiegabile alla luce delle attuali conoscenze mediche.  Il 9 giugno 2015, i Consultori teologi, radunati nel Congresso peculiare, attribuirono tale guarigione all’intercessione della Venerabile Maria Celeste Crostarosa e i Cardinali e Vescovi, radunati nella Sessione Ordinaria del 3 novembre 2015, confermarono il parere positivo.
Il 14 dicembre 2015, ricevendo in udienza il Prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi, cardinal Angelo Amato, papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del decreto sul miracolo. La beatificazione è stata celebrata il 18 giugno 2016 presso il Santuario della Beata Vergine Maria Madre di Dio Incoronata a Foggia, presieduta dal cardinal Amato come inviato del Santo Padre.
La memoria liturgica della Beata Maria Celeste Crostarosa, per le monache Redentoriste e i padri Redentoristi fondati da Sant’Alfonso, cade l’11 settembre.
(Autore: Emilia Flocchini – Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - Beata Maria celeste Crostarosa, pregate per noi.


*San Martiniano - Martire Tebeo (11 settembre e 5 Dicembre)

Scheda del gruppo a cui appartiene:
"San Maurizio, Candido, Essuperio, Vittore e compagni" - Martiri della Legione Tebea (22 settembre)

Le reliquie del martire tebeo San Martiniano erano un tempo conservate sotto l’altar maggiore della cattedrale di Torino, ma poi vennero traslate in un’altra chiesa cittadina.
Una sua reliquia è venerata nella chiesa parrocchiale di Pecco, paesino della Val Chiusella nel Canavese che lo venera quale celeste patrono.
La memoria di San Martiniano era un tempo celebrata al 5 dicembre nell’Arcidiocesi di Torino.
Patronato: Pecco (TO)
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Martiniano, pregate per noi.


*Santi Matteo e Gusmeo - Martiri (11 settembre)  

Gli storici riportano due versioni sulla vita dei patroni di Gravedona sul Lario (Como), luogo dove, in ogni caso, subirono il martirio. Secondo la prima essi furono compagni dei Santi Fedele e Carpoforo, sfuggiti in un primo tempo alle persecuzioni di Massimiano.
Un’altra li considera soldati scampati all’eccidio della legione Tebea. Dopo secoli di oblio, i loro corpi furono ritrovati l’11 settembre 1248 in località Pozzano di Gravedona e deposti nella chiesa di San Fedele, che nel 1533 venne ricostruita e intitolata a loro.
Nel 1608 la volta fu affrescata da Gianmauro della Rovere, detto il Fiammenghino.  (Avvenire)
Etimologia: Matteo = uomo di Dio, dall'ebraico
Emblema: Palma
Vi sono due versioni, riportate dagli storici, che riguardano la Vita dei due santi. La prima li classifica come compagni di San Fedele e di San Carpoforo sfuggiti alla persecuzione di Massimiano e rifugiati a Gravedona sul Lario dove furono catturati e uccisi; la seconda, visto la mancanza assoluta dei loro nomi nelle ‘Vite’ dei Santi Carpoforo e Fedele, li considera soldati superstiti dell’eccidio della gloriosa legione Tebea, i quali scampati con la fuga , furono scoperti a Gravedona e lì furono martirizzati.
Perso il ricordo del luogo della loro sepoltura, solo l’11 settembre 1248 in località Pozzano di Gravedona, furono ritrovati i loro corpi e deposti nell’antichissima chiesa di Fedele che in seguito fu ricostruita e reintitolata ai due santi, consacrata nel 1250 dal vescovo Uberto.
Il culto è stato continuo e costante, lo dimostra la cura del loro sepolcro che nel secolo XVI era sollevato sul pavimento al centro della chiesa e protetto da cancelli.
Nel 1637 le reliquie furono trasferite sotto l’altare maggiore in una nuova urna marmorea. La volta della chiesa fu affrescata nel 1608 da Gianmauro della Rovere detto il Fiammenghino, rappresentante la gloria dei due santi.
Da tempo immemorabile Matteo e Gusmeo sono stati nominati patroni di Gravedona, che li festeggia ogni anno all’11 settembre.
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santi Matteo e Gusmeo, pregate per noi.


*San Pafnuzio - Vescovo in Egitto (11 settembre)  

Martirologio Romano: Commemorazione di San Pafnuzio, vescovo in Egitto: fu uno di quei confessori della fede, condannati alle miniere sotto l’imperatore Galerio Massimino, dopo che fu loro cavato l’occhio destro e tagliato il tendine del piede sinistro; prese in seguito parte al Concilio di Nicea, dove lottò strenuamente per la fede cattolica contro gli ariani.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Pafnuzio, pregate per noi.


*San Paziente di Leone - Vescovo (11 settembre)  

m. 480
Nella diocesi di Lione in Francia, si impegnò a fondo nell'apostolato di conversione degli eretici e di assistenza ai bisognosi.
Martirologio Romano: A Lione in Francia, San Paziente, vescovo, che, mosso da carità, distribuì gratuitamente il frumento alle città disposte lungo il Rodano e la Saône per soccorrere le popolazioni oppresse dalla fame e si impegnò a fondo in un apostolato di conversione degli eretici e di cura dei bisognosi.
San Paziente (Patiens, Patient) è un vescovo di Lione. Nella cronotassi ufficiale è inserito al ventesimo posto. Nella lista succede a Sant’Eucherio e precede San Lupicino.
Il nome di San Paziente è riportato nel più antico catalogo episcopale, contenuto in un evangelario della metà del IX secolo.
Il catalogo è stato redatto attorno agli anni 799-814 all'epoca del vescovo Leidrado e si basa sui dittici originari della Chiesa lionese. Il nome di San Paziente è pure ricordato anche in un secondo catalogo episcopale, riportato da Hugues di Flavigny nella sua Chronica universalis.
Si presume sia vissuto nel V secolo, e abbia governato la città per quant’anni tra il 451 e il 491.
Di lui non sappiamo ben poco.
La tradizione ci riferisce che San Paziente mosso da grande carità per soccorrere le popolazioni oppresse dalla fame, distribuì gratuitamente il frumento delle citta disposte lungo il Rodano e la Saône.
Inoltre viene ricordato come un vescovo che si impegnò in un continuo apostolato per la cura dei bisognosi. Grande il suo impegno per la conversione degli eretici.
La sua festa, attraverso i martirologi, è stata fissata nel giorno 11 settembre.
(Autore: Mauro Bonato - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Paziente di Leone, pregate per noi.


*Beato Pietro de Alcantara (Lorenzo) Villanueva Larrayoz - Martire (11 settembre)
Schede dei Gruppi a cui appartiene:
“Beati Martiri Spagnoli Fatebenefratelli” - Senza Data (Celebrazioni singole)
“Martiri della Guerra di Spagna” - Senza Data (Celebrazioni singole)

Osinaga, Spagna, 20 luglio 1881 - Barcellona, Spagna, 11 settembre 1936
Il Beato Fra Pietro d'Alcantara Villanueva, nato nel 1881 a Osinaga (Navarra) e fattosi religioso a
Ciempozuelos, fu arrestato dai miliziani il 4 settembre 1936 a Barcellona nella famiglia presso cui aveva trovato ospitalità, e fucilato una settimana dopo.
A chi gli raccomandava di occultare il suo stato religioso, rispondeva: "Questo mai! Non vi è cosa più bella che morire per Cristo!
Se mi daranno una o due fucilate andrò più presto al cielo!". Fu beatificato da Papa Giovanni Paolo II il 25 ottobre 1992.
Martirologio Romano: A Barcellona in Spagna, Beato Pietro de Alcántara (Lorenzo) Villanueva Larráyoz, religioso dell’Ordine di San Giovanni di Dio e martire, che patì il martirio in quanto religioso durante la persecuzione contro la fede.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Pietro de Alcantara Villanueva Larrayoz, pregate per noi.


*Santi Proto e Giacinto - Martiri di Roma (11 settembre)

I Santi Proto e Giacinto furono sepolti nel cimitero di Bassilla (poi di San Ermete). Nel 1845 le loro ossa furono trovate in un cubicolo che Papa Damaso aveva fatto ripulire dalla terra franata e in cui aveva fatto porre una lapide che ricordava come Proto e Giacinto fossero fratelli martiri. La tradizione narra la loro vita in modo leggendario.
Essi sarebbero stati due fratelli cristiani eunuchi, schiavi di Eugenia, figlia del nobile romano Filippo, prefetto di Alessandria d'Egitto.
Convertita al cristianesimo, Eugenia avrebbe ceduto i due giovani alla nobile Bassilla, convertitasi a sua volta grazie ai loro insegnamenti.
Denunciati dal fidanzato di quest'ultima, sarebbero stati tutti martirizzati. Al di là della leggenda, è certo che la loro esistenza e il loro martirio sono stati storicamente comprovati.
Emblema: Palma
Martirologio Romano: A Roma nel cimitero di Basilla sulla via Salaria antica, deposizione dei santi martiri Proto e Giacinto, che il Papa San Damaso celebrò nei suoi versi, recuperando i loro tumuli nascosti sotto terra. In questo luogo, circa quindici secoli dopo sono stati nuovamente ritrovati il sepolcro intatto di san Giacinto e il suo corpo consumato dal fuoco.
La storicità dei due martiri è un fatto indi la loro memoria è infatti celebrata nella Depositio martyrum di Roma, nel Sacramentario Gelasiano (ms. di S. Gallo), nel Gregoriano, in vari Itinerari (Salisburgense, Epitome de locis sanctis...) e nel Calendario marmoreo napoletano.
Proto e Giacinto erano stati sepolti nel cimitero di Bassilla (poi di S. Ermete) in un cubicolo che papa Damaso, nel sec. IV, fece ripulire dalla terra fra e dotare di una scala d'accesso e di un lucer ricordando il fatto in una lapide ove parlava del sepolcro dei martiri già nascosto sub aggere
montis e da lui reso accessibile: quindi rivolgen ai due santi scriveva:
Te Protum retinet melior sibi regia coeli
sanguine purpureo sequeris yacinthe probatus
germani fratres animis ingentibus ambo.
Htc victor meruit palman prior ille coronam
Successive riparazioni furono apportate al se come ricordano alcune iscrizioni ed il Lib. Pont. (I, p. 261), testimo di un culto assai diffuso.
Quando nei secc. VIII-IX i papi cominciarono la traslazione delle reliquie dei martiri dalle cata alle chiese urbane, anche le ossa di Proto (e non quelle di Giacinto) furono trasferite in Roma.
In realtà fino al 1845 si era creduto che i resti dei due martiri si trovassero in città, ma una fortu scoperta archeologica del p. Marchi dimostrò che la tomba di San Giacinto era rimasta intatta nel cimi di S. Ermete.
Il 21 marzo 1845, infatti, uno scavatore mise in luce una lastra con questa iscrizione:
«dp III idus septebr Yacinthus martyr» rimasta al suo posto originario; non molto distante fu ritro un frammento di lapide con scritto sepulcrum Proti M.
Nella tomba furono rinvenute ossa bruciacchiate, indizio del genere di martirio subito da Giacinto. Dato che la tomba era molto scarna si è pensato che fosse stata scavata durante la persecuzione di Valeriano allorquando era proibito ai cristiani l'accesso ai sepolcri.
Attualmente le ossa di Giacinto sono venerate nel collegio di Propaganda Fide; mentre quelle di Proto in S. Giovanni dei Fiorentini. La festa di entrambi si celebra l'11 settembre
I fatti della vita di Proto e Giacinto sono invece contenuti in una narrazione assolutamente leggendaria: in essa si dice che erano due fratelli eunuchi schiavi di Eugenia, figlia del nobile romano Filippo, prefetto di Alessandria d'Egitto.
In questa località i due giovani cristiani riuscirono a far entrare Eugenia in un monastero. In seguito a romanzesche vicende la famiglia di Filippo si convertì, Eugenia rientrò poi a Roma e
svolse opera di apostolato; all'amica Bassilla, desiderosa di aderire al Cristianesimo, consegnò i suoi schiavi Proto e Giacinto perché la istruissero nella verità di fede.
Dopo la conversione Bassilla fu denunciata dal fidanzato al magistrato che la fece condannare a morte assieme ai due giovani.
In alcune leggende romane si riscontrano altri gruppi di giovani eunuchi al servizio di donne: come Calogero e Partenio, Giovanni e Paolo; si tratta quindi di un motivo comune e ricorrente. Che Proto e Giacinto fossero fratelli è già affermato da Damaso, ma in mancanza di documenti più sicuri non si può escludere che la notizia sia leggendaria.
Forse essa è nata dal fatto che i due martiri furono sepolti l'uno vicino all'altro. Non è infrequente il caso, in questo genere di narrazioni, di trasformare in parenti, martiri sepolti nella stessa zona.
(Autore: Gian Domenico Gordini – Fonte: Enciclopedia dei Santi)

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*San Sacerdote di Lione - Vescovo (11 settembre)
† 11 settembre 552

Martirologio Romano: A Parigi in Francia, transito di San Sacerdote, vescovo di Lione, che visse nell’amore e nel timore di Dio e morì in questa città, dove era giunto per un concilio.
San Sacerdote è il ventisettesimo vescovo di Lione. Nella cronotassi ufficiale visse intorno alla metà del VI secolo e figura dopo Leonzio e prima di San Nicezio suo nipote e successore nel governo della diocesi.
Ci sono varie fonti che parlano di lui.
Il primo frammento su San Sacerdote è un a "Vita" a lui dedicata.
Egli apparteneva ad una famiglia patrizia del regno di Borgogna.
Dalla tradizione sappiamo che era stato sposato e che ebbe anche un figlio. In un specifico epitaffio si dice anche che fu sepolto nella tomba insieme al proprio figlio.
Il suo episcopato a livello temporale fu interamente sotto il regno di Childeberto, primo re dei Franchi che regnò a Lione tra il 534 e il 558.
Non partecipò al concilio di Orléans del 541, mentre presiedette il concilio che si tenne il 28 ottobre 540 nella stessa città. I 24 canoni di quel concilio trattarono vari argomenti tra cui la condanna di monofisismo e nestorianesimo; la limitazione dell'uso della scomunica; l’imposizione del consenso del padrone per l'ordinazione dello schiavo, la cura di prigionieri e dei lebbrosi.
In quel consesso con uno specifico e dettagliato canone si ratificava anche la fondazione dell’ospizio eretto dal re a Lione.
Al suo episcopato risale la costruzione della chiesa di San Paolo e di quella di Sant’Eulalia, originariamente legata ad un monastero di monache che diventerà successivamente la chiesa di san Giorgio.
Sul finire del suo episcopato volle che si facessero degli importanti lavori al monastero di San Pietro.
Ci è rimasto un racconto dettagliato di San Gregorio di Tours sulla sua morte avvenuta a Parigi. San Sacerdote era nella capitale francese per partecipare al concilio convocato dal re dopo la deposizione del vescovo "Saffaracus" di Parigi.
San Gregorio, ci dice che il re nutrendo un particolare affetto per il vescovo Sacerdote, che si era ammalato a Parigi, lo visitò durante la sua malattia. In quell’incontro, il vescovo chiese dal re che al governo della diocesi di Lione fosse nominato quale suo successore il proprio nipote Nicezio.
Sacerdote morì all’età di 65 anni, l’11 settembre 552.
Il suo corpo fu trasportato a Lione e sepolto nella chiesa dei Santi Apostoli, una chiesa che nei secoli successivi, verrà intitolata San Nicezio.
Sulla sua tomba fiorirono numerosi miracoli.
Su San Sacerdote è rimasto un epitaffio, conosciuto per una trascrizione del 1308, scolpito sulla cripta di San Nicezio e ritrovato nel 1883.
La sua festa è stata fissata per il giorno 11 settembre.

(Autore: Mauro Bonato – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*Santa Sperandea (Sperandia) - Religiosa (11 settembre e I domenica di settembre)
Gubbio, 1216 - 11 settembre 1276

La vita di Santa Sperandia è da inserirsi, nel movimento del beghinismo femminile, ortodosso, che nel secolo XIII era largamente diffuso nell'Italia centrale.
Il movimento era formato da donne pie e religiose che, pur restando nel mondo, dedicavano lo loro vita ad atti di pietà e di carità cristiana, pellegrinando di luogo in luogo fino a che non si riunivano sotto la guida dei principali ordini monastici.
Così fu anche per Santa Sperandia che solo alla fine della sua vita si ritirò nel monastero delle benedettine di Cingoli.
Etimologia: Sperandia = Spera in Dio
Sperandia nacque a Gubbio, in Umbria, si presume intorno al 1216 e morì nell'anno 1276. Visse, quindi, in un periodo ed in una regione in cui l'ideale di povertà evangelica proposto da S. Francesco attirava una miriade di proseliti.
All'età di nove anni a S. Sperandia apparve Gesù che le rivelò che doveva spogliarsi delle sue vesti e fare penitenza. Lo spogliarsi delle vesti indicava il distacco dei beni materiali per una scelta totale di quelli spirituali.
La Santa si rivestì di una ispida pelle di maiale, con un cintura di ferro ai fianchi e si allontanò dalla famiglia per seguire la chiamata del Signore.
Tutta la vita di Santa Sperandia fu pervasa da un'ansia profonda di preghiera e soprattutto dalla meditazione della Passione di Cristo. Tale meditazione fu spesso preludio di estasi e visioni allegoriche, specialmente nel giorno del Venerdì santo.
La preghiera era anche accompagnata da un'aspra vita penitenziale, fatta di astinenze e lunghi
digiuni quaresimali. L'ultima quaresima della sua vita la santa la trascorse nel territorio di Cingoli, al "Sasso di Citona", luogo oggi chiamato "Grotte di Santa Sperandia". Sperandia trascorse al freddo quei quaranta giorni della quaresima di San Martino, senza tunica, a capo scoperto e a piedi nudi, chiusa in una capanna di stuoie.
Ad un'anima così eletta il Signore non negò il carisma dei miracoli, che attrasse verso la santa, sia durante la vita che dopo la morte, una moltitudine di devoti.
Con il segno della croce, la santa operava prodigi, con particolare predilezione verso i fanciulli infermi, le donne sterili e i carcerati. Un altro tratto della sua vocazione, fu la carità verso i poveri, ai quali rivolgeva parole fervide di fede e di speranza, come le seguenti: "il Signore provvederà", "confida nel Signore", etc.
La Santa veniva anche chiamata a dirimere le discordie fra città o anche all'interno della stessa città fra le diverse fazioni dei guelfi e ghibellini.
Sperandia fu, inoltre, una santa itinerante, dall'inizio della sua vocazione fin verso gli ultimi tempi della sua vita. Ella, come molti santi e religiosi del Medioevo, intendeva imitare Cristo, itinerante per le contrade della Palestina, il quale disse: "gli uccelli dell'aria hanno i propri nidi, le volpi le proprie tane, ma il Figlio dell'uomo non ha dove riporre il capo".
Tale imitazione voleva anche sensibilmente testimoniare ai fedeli il radicale distacco dai beni terreni. La vita peregrinante permetteva a Santa Sperandia e ad altri come lei di transitare in numerose città e borghi e di edificare i cristiani con la parola, con l'esempio e con i prodigi.
Santa Sperandia visitò Roma, Spoleto, Gubbio, Recanati, Fossato di Vico, Fabriano, Cagli e la tradizione la vuole anche pellegrina in Terra Santa. Dopo lunghe peregrinazioni, la santa stabilì la sua dimora a Cingoli, vestendo l'abito di San Benedetto nel Monastero di San Michele. A motivo della sua santità ed autorità, venne anche eletta all'ufficio di abbadessa.
La tradizione tramanda anche il celebre miracolo delle ciliegie. Nel mese di gennaio la santa aveva chiamato alcuni muratori per il restauro e l'ampliamento del monastero.
Preparò loro da mangiare e a fine pasto chiese loro se avessero avuto bisogno di qualcos'altro.
I muratori, presi da spirito goliardico, risposero che avrebbero gradito delle ciliegie fresche. La santa, dopo aver fatto ricorso alla preghiera, vide apparirgli un angelo in atto di porgerle un cesto di ciliegie. Santa Sperandia le portò ai muratori, i quali sbalorditi per il prodigio, si gettarono ai suoi piedi, chiedendole perdono per l'insulsa ed irriverente beffa. Santa Sperandia morì l'11 settembre 1276.
La sua sepoltura divenne subito meta di pellegrinaggi e luogo di grazie e di miracoli. Il suo corpo incorrotto è esposto alla venerazione dei fedeli nel monastero benedettino propriamente detto di santa Sperandia a Cingoli.
(Autore: Elisabetta Nardi – Fonte: Enciclopedia dei Santi)

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*Santi Vincenzo, Ramiro e Compagni - Martirti (11 settembre)

Una tardiva "Passio" racconta che San Vincenzo abate di San Claudio, monastero sito nella città di León in Spagna, rimase vittima di una persecuzione che Riciliano, ultimo re degli svevi, ariano, aveva scatenato contro i cattolici, nella seconda metà del secolo VI.
Vincenzo fu condotto davanti ad un tribunale e qui professò la sua fede cattolica, parlando apertamente contro gli ariani, che professavano la eresia di Ario (280-336), secondo cui il Verbo incarnato in Gesù, non è della stessa sostanza del Padre, ma rappresenta la prima delle sue creature.
La condanna degli eretici da parte di due Concili, instaurò una lotta non solo ideologica fra il cristianesimo ufficiale ed i fautori dell’eresia.
Per la sua intransigenza dottrinaria, Vincenzo venne decapitato l’11 marzo e sepolto nella chiesa del suo monastero; secondo l’iscrizione sulla lastra della tomba, sarebbe morto nel 630.
Due giorni dopo il suo martirio, vennero uccisi anche Ramiro, priore dello stesso monastero e dodici monaci; del martirio di questo gruppo esistono altre due "passiones" anch’esse tardive e leggendarie.
Le reliquie dell’abate Vincenzo furono in seguito trasferite ad Oviedo, dove ancora si conservano nella cosiddetta "Camera Santa" della cattedrale.
Invece le reliquie di Ramiro e dei dodici monaci, furono trasferite nella cattedrale di León, il 26 aprile 1596. La festa di tutti ricorre a León l’11 marzo, mentre nei martirologi benedettini ricorre l’11 settembre, data riportata anche dal "Martirologio Romano".

(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santi Vincenzo, Ramiro e Compagni, pregate per noi.
 


*Altri Santi del giorno (11 settembre)

*Santa Teodora - Imperatrice
Giaculatoria - Santi tutti, pregate per noi.

 
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