Santi dell' 11 Maggio - Istituto Aveta

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Santi dell' 11 Maggio

Il mio Santo > I Santi di Maggio

*Santi 14 Martiri Mercedari di Carcassona (11 maggio)

+ Carcassona, Francia, XVI secolo
A Carcassona in Francia, 14 Santi Mercedari, furono messi a morte in diversi modi, per la difesa della fede cattolica dagli eretici Ugonotti.
Gloriosi salirono in cielo lodando il Signore.
L’Ordine li festeggia l’11 maggio.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*Santi Anastasio, Teopista e figli - Sposi e Martiri (11 maggio)

+ Camerino, Macerata, 251
Emblema:
Palma
Intere famiglie, in ormai duemila anni di cristianesimo, hanno dovuto affrontare il martirio testimoniando così sino allo spargimento del oro sangue la fede in Cristo.
Coppie di sposi con i loro figli, come per esempio: Flaviano e Dafrosa, Marcellino e Mannea, Paolo e Tatta, Eustachio Placido e Teopista, Catervio e Severina, Claudio e Ilaria, Mario e Marta, Fileto e Lidia, Mauro e Beneria, i servi di Dio Jozef e Wiktoria Ulma, parecchie coppie di sposi giapponesi; per quanto riguarda le Chiese Ortodosse si segnalano Nicola II ed Aleksandra, ultimi zar russi, ed il sacerdote Metrofane Tzi con sua moglie Tatiana, vittime della rivolta dei Boxer in Cina.
Tutti questi coniugi con le rispettive proli costituirono validi modelli di famiglie cristiane, pronte a tutto per non tradire gli insegnamenti evangelici.
In data odierna è invece commemorata una famiglia marchigiana, il cui culto è assai diffuso in tale
zona, ma non è più riconosciuto dal Martyrologium Romanum.
Sant’Anastasio era di Camerino, paese oggi in provincia di Macerata, e secondo gli Atti sulla sua vita era un corniculario, cioè ispettore di giustizia.
Convertitosi di fronte alla serenità e sicurezza con cui il giovane San Venanzio, suo compaesano, affrontò il martirio, si fece battezzare dal sacerdote Porfirio con tutti i suoi familiari: la moglie eopista ed i figli Aradio, Evodio (Ebodi), Callisto, Felice, Eufemia e Primitiva.
Sull’esempio di Venanzio, anch’essi furono chiamati a scegliere se vedere salva la propria vita terrene o preferire quella del Cielo.
Optando per la seconda scelta, il loro martirio si consumò nel 251 sulla via Lata, fuori dalla porta orientale di Camerino.
Il Martirologio Romano li commemorava in passato l’11 maggio, mentre la diocesi di Camerino ancora oggi li ricorda il giorno seguente.
(Autore: Fabio Arduino - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*Sant'Antimo e Compagni - Martiri (11 maggio)
Martirologio Romano: A Roma al ventiduesimo miglio della via Salaria, Sant’Ántimo, martire.
Antimo, prete, Massimo, Basso, Fabio, martiri sulla Via Salaria in Sabina, Sisinnio, diacono, Diocleziano e Fiorenzo, martiri ad Osimo nel Piceno, Faltonio Piniano e Anicia Lucina, santi, confessori.
Questi martiri, venerati in luoghi diversi, sono collegati fra loro dagli Acta S. Anthimi (BHL, I, p. 91, nn. 561-65). Faltonio Piniano, sposo di Anicia Lucina pronipote dell'imperatore Gallieno, era stato inviato dagli imperatori Diocleziano e Massimiano come proconsole nell'Asia.
Scosso dalla fine miseranda del suo consigliere Cheremone, persecutore dei cristiani, era caduto egli stesso in gravissima malattia. La moglie, fallite tutte le cure, decise di rivolgersi ai cristiani ancora in prigione e chiedere loro la guarigione del marito.
Vi erano tra gli altri il prete Antimo, il diacono Sisinnio e ancora Massimo, Basso, Fabio, Diocleziano (Dioclezio) e Fiorenzo.
Antimo assicurò che il malato sarebbe guarito se avesse abbracciato il Cristianesimo, e così avvenne.
Piniano allora liberò quanti più cristiani poté, nascondendoli nelle proprietà che aveva nella Sabina e nel Piceno.
Una sua terra presso Osimo fu data a Sisinnio, Diocleziano e Fiorenzo, i quali, tre anni dopo, non avendo voluto sacrificare agli idoli, furono lapidati a furor di popolo. Antimo, nascosto in una villa di Piniano lungo la via Salaria, al XXII miglio, avendo guarito e convertito un sacerdote del dio Silvano e fatto distruggere il simulacro di questa divinità, fu accusato al proconsole Prisco: gettato nel Tevere con una pietra al collo, ne uscì incolume.
Fatto decapitare da Prisco, fu sepolto nell'oratorio dove era solito pregare. Massimo, erede dello zelo apostolico di lui, fu decollato poco dopo, il 19 o 20 ott., ed egli pure sepolto nel suo oratorio,
al XXX miglio della Salaria. Basso, che vi intratteneva i fedeli per incoraggiarli alle nuove prove, fu arrestato, ma, rifiutandosi di sacrificare a Bacco e Cerere, fu massacrato dal popolo nel mercato di Forum Novum. Fabio, invece, fu consegnato al consolare, che, dopo averlo torturato, lo fece decapitare lungo la stessa via. Piniano e Anicia Lucina morirono di morte naturale a Roma.
I critici sono discordi intorno al tempo in cui furono composti questi Atti (certo non prima della fine del V sec. e non dopo il IX) e se risultino dalla fusione di più documenti agiografici preesistenti oppure siano opera di una sola mano. Sono invece tutti d'accordo con il Delehaye nel giudicarli fittizi e favolosi. Raggruppano, infatti, sub Diocletiano diversi personaggi, che invece ebbero vicende e culto del tutto indipendenti.
Il prete Sant' Antimo compare nel Martirologio Geronimiano l'11 maggio con 1'indicazione: “Romae... via Salaria miliario XXII natale sancti Antimi”, sviluppata nel Martirologio Romano con particolari desunti dagli Acta S. Anthimi. Il suo culto era particolarmente vivo a Cu res Sabinorum e anche altrove; diverse chiese s'intitolarono al suo nome. Egli compare in altre leggende come vescovo di Terni, di Spoleto e di Foligno. Nel sinodo romano del 501 il vescovo di Cures si sottoscrive episcopus ecclesiae S. Anthimi. S. Gregorio Magno nel 593 affidò Cures a Grazioso vescovo nomentano. A Montalcino in Toscana sorgeva il celebre monastero di S. Antimo, dove sarebbero state trasportate le spoglie del martire.
Mentre lo Schuster non dubita che Antimo sia un santo locale, il Delehaye invece lo identifica col vescovo omonimo di Nicomedia, commemorato nel Geronimiano il 27 aprile. Alla data dell'11 maggio lo stesso testo ricorderebbe l'ingressus reliquiarum o il natalis basilicae del martire orientale nella cittadina di Cures. Il Lanzoni, pur ammettendo la possibilità della cosa, non la trova sufficientemente provata e lo stesso Delehaye onestamente riconosce che la sua è solo una congettura, non suffragata da validi argomenti . Invece, il Lanzoni troverebbe più fondata tale supposizione a proposito di Massimo, Fabio e Basso, martiri di Forum Novum o Vescovio di Torri, pure ricordati nel Martirologio Romano 1'11 maggio.
Si ignora completamente il luogo della loro sepoltura. Secondo gli Acta S. Anthimi il dies natalis di San Massimo cadeva il 19 o 20 ottobre. Ora proprio il 19 o 20 ottobre un s. Massimo martire era venerato nell'antica Forconio, la cui sede vescovile nel 1256 fu trasferita a L'Aquila, il 27 ottobre a Penne nell'Abruzzo, l'11 a Teramo e il 30 a Cuma nella Campania e a Comsa nel Sannio. Non è impossibile che a Forum Novum si venerassero soltanto delle reliquie di San Massimo.
Due famosi martiri africani si chiamavano appunto Basso e Fabio, come i compagni di San Massimo. Ora si sa che molte chiese d'Italia, specialmente quelle del centro-meridione, amavano arricchirsi delle reliquie dei martiri africani.
L'11 maggio il Martirologio Romano commemora anche i martiri osimani Sisinnio, Diocleziano e Fiorenzo, due dei quali, Diocleziano e Fiorenzo, compaiono nel Martirologio Geronimiano il 16 maggio. Non si sa se il nome di Sisinnio manchi per errore dei copisti o sia presente negli Acta S. Anthimi per influsso di quelli di San Marcello Papa.
Comunque le reliquie di tutti e tre, conservate nell'antico monastero di S. Fiorenzo, nel 1437 furono trasportate nella cattedrale di Osimo.
Di Faltonio Piniano non sappiamo niente di più di quel che dicono gli Acta S. Anthimi. Lucina, sua sposa, è la ricca matrona, il cui nome ricorre in molti Atti di martiri, da quelli dei SS. Processo e Martiniano a quelli di San Marcello papa, ed è ricordata nel Martirologio Romano il 30 giugno.
(Autore: Ireneo Daniele - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*Beato Diego de Saldana - Mercedario (11 maggio)
+ Avila, Spagna, 1493
Al mercedario, Beato Diego de Saldana, si deve la fondazione del celebre convento di Conxo presso Santiago di Compostella (Spagna),  del quale ne fu commendatore perpetuo e la fondazione del convento di Monterrey (Verin).
Vescovo di Beirut e ausiliare di Santiago di Compostella, fu molto devoto a Maria Santissima dalla quale meritò più volte di essere confortato dalla sua visione e consolato dagli angeli, finché con fama di santità rese lo spirito a Dio nella città di Avila nell’anno 1493.
L’Ordine lo festeggia l’11 maggio.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*Sant'Evelio (Evellio) - Martire di Roma (11 maggio)

† Roma, I secolo (27 aprile 69?)
Il nome di Sant’ Evelio o Evellio, compare solo nella ‘Passio’ di San Torpete o San Torpé, ufficiale dell’esercito romano di Nerone, nativo di Pisa e qui decapitato nel 68, per essersi rifiutato di sacrificare alla dea Diana.
Evelio, che era consigliere dell’imperatore, fu presente al processo dell’ufficiale e vedendo il confessore della fede, uscire miracolosamente incolume dalle varie prove e tormenti cui era stato sottoposto, ne restò colpito e “credette in Cristo”.
Lasciò la corte di Nerone e fuggì a Roma, ma qui fu arrestato e poi decapitato un 27 aprile, molto probabilmente dell’anno 69; visto che San Torpete è ricordato il 29 aprile o il 17 maggio, presumibile data del suo martirio nel 68, quindi Evelio, che si sa morì successivamente, fu martire un anno dopo.
Per primi, gli agiografi Rabano Mauro e Notkero ne introdussero il nome nei loro Martirologi alla data dell’11 maggio, forse indotti in errore da una errata lettura dell’antica “Vita” di San Torpete, che comunque è leggendaria.
Cesare Baronio (1538-1607), compilatore del “Martirologio Romano”, continuò ad elencarlo all’11 maggio.
Il nome Evelio, deriva dal latino Hevelius ed è un nome di origine etnica, che significa “proveniente o abitante di Havel”, nei pressi di Brandeburgo.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Evelio, pregate per noi.

                                   

*San Fabio e Compagni - Martiri in Sabina (11 maggio)
Nicomedia, III sec. – Curi in Sabina, 305
Il martirio di questo Santo è accomunato a quello di un gruppo di martiri e confessori, radunati attorno al maestro, Sant'Antimo.
Le notizie pervenuteci si leggono nella «Passio sancti Anthimi» che fu scritta fra il V e IX secolo. Alla fine del III secolo era proconsole dell'Asia Minore Faltonio Piniano, sposato con Anicia Lucina. Antimo riuscì a convertire Piniano e sua moglie al cristianesimo e, richiamati a Roma da Diocleziano, i due portarono con loro il sacerdore e i suoi discepoli. Per sottrarli alle possibili persecuzioni, Piniano decise di allontanarli da Roma, mandandoli in due vasti poderi di sua proprietà.
Il diacono Sisinnio con Dioclezio e Fiorenzo, andarono ad Osimo nel Piceno, mentre Antimo, Massimo, Basso e Fabio furono inviati presso la città sabina di Curi. Da qui presero a evangelizzare la regione, non senza scontrarsi però con i culti pagani diffusi nelle campagne. Il gruppo di cristiani venne così arrestato.
Sant'Antimo fu decapitato l'11 maggio 305 e sepolto nell'Oratorio di Curi in cui era solito pregare. Anche i suoi discepoli vennero uccisi. Tra questi Fabio fu consegnato al console che dopo
averlo fatto torturare, lo condannò alla decapitazione lungo la stessa via Salaria. (Avvenire)
Fabio riprende il nome gentilizio latino “Fabius”, presente anche nel femminile Fabia, che pare essere un soprannome forse di origine etrusca, derivato da ‘faba’ la ‘fava’.
Fabio e Fabia furono nomi che godettero presso i romani di un certo favore; dalla ‘gens’ patrizia “Fabia” discese Quinto Fabio Massimo, detto ‘il Temporeggiatore’, che fu a capo dell’esercito romano contro Annibale nella Seconda Guerra Punica.
Dopo qualche secolo di dimenticanza, questi nomi sembrano oggi ritrovare l’antica diffusione, specie la forma maschile, assieme ai derivati Fabiano, Fabiana e Fabiola.
Il nome Fabio è ampiamente distribuito nel Nord e nel Centro Italia, particolarmente nella provincia di Cagliari.
In campo cristiano, volendo restringere la ricerca al solo nome Fabio, abbiamo solo tre santi con questo nome: San Fabio il Vessillifero, martire di Cesarea di Mauritania (31 luglio), San Fabio e compagni martiri venerati a Vienna (27 maggio) e san Fabio e compagni martiri in Sabina (11 maggio) e di quest’ultimo parliamo in questa scheda.
Bisogna subito dire che di San Fabio singolarmente non si sa quasi niente, perché il martirio è accomunato ad un gruppo di martiri e confessori i cui nomi sono: Antimo prete, Massimo levita, Fabio, Basso suoi discepoli martiri sulla Via Salaria in Sabina, Sisinnio diacono, Dioclezio e Fiorenzo martiri ad Osimo nel Piceno, Faltonio Piniano e Anicia Lucina sposi, morti di morte naturale a Roma.
Le notizie pervenuteci si leggono nella “Passio sancti Anthimi” che fu scritta fra il V e IX secolo, ritenuta dagli studiosi abbastanza leggendaria e fantasiosa; nel primo Medioevo qualche agiografo, per dare una consistenza maggiore alle poche notizie pervenute su uno o più martiri, li riuniva in un'unica ‘Passio’ dalle ingarbugliate e fantasiose vicende.
Così avvenne per sant’Antimo e i suoi compagni, fra i quali vi è quel san Massimo levita, destinato a diventare compatrono con san Vittorino, della diocesi dell’Aquila.
Alla fine del III secolo era proconsole dell’Asia Minore Faltonio Piniano, sposato con Anicia Lucina, imparentata con l’imperatore Gallieno.
Consigliere di Piniano era un certo Cheremone che odiava i cristiani e aveva giurato di distruggerli con la loro religione. Per le sue insinuazioni, il presbitero Antimo e i suoi discepoli furono gettati in carcere, ma Cheremone non poté godere a lungo della persecuzione in atto, perché un giorno attraversando sul cocchio proconsolare le vie di Nicomedia, cadde rovinosamente e ancor più miseramente morì.
Ciò terrorizzò Piniano, formalmente responsabile della persecuzione e la sua angoscia gli provocò una grave malattia dalla quale i medici non riuscivano a guarirlo.
Lucina la moglie, che già da tempo si sentiva attratta dalla nuova religione, pensò di consultare Antimo, lo fece liberare con i discepoli e condurre al palazzo consolare; qui gli promise la libertà e cospicue ricompense se avesse guarito il marito.
Antonio rispose che una sola cosa poteva guarirlo, che si fosse fatto cristiano. Piniano non solo accettò ma si dimostrò un catecumeno attento e sincero, cosicché Antimo riuscì ad ottenere da Dio la sua guarigione e poi lo battezzò con tutta la famiglia.
Verso il 303 Faltonio Piniano ritornò a Roma, richiamato dall’imperatore Diocleziano (243-313), ma prima di partire riuscì a convincere Antimo e i suoi discepoli a seguirlo nella capitale dell’impero; naturalmente il suo arrivo non passò inosservato e ben presto si diffuse la notizia che aveva condotto con sé dei cristiani.
Per sottrarli alle possibili persecuzioni, Piniano decise di allontanarli da Roma, mandandoli in due vasti poderi di sua proprietà. Il diacono Sisinnio con Dioclezio e Fiorenzo, andarono ad Osimo nel Piceno, mentre Antimo, Massimo, Basso e Fabio furono inviati presso la città sabina di Curi.
Naturalmente non rimasero ad oziare, uscirono dal loro rifugio e ambedue i gruppi presero ad evangelizzare la regione; Antimo sempre seguito dai suoi discepoli, operò anche un miracolo, liberando dal demonio un sacerdote pagano; l’invasato distruggeva tutto ciò che gli capitava a tiro, ma si calmò solo al richiamo di Antimo che gli era andato incontro senza retrocedere.
L’ossesso una volta guarito, per dimostrare la sua riconoscenza e la nuova fede che aveva abbracciato, atterrò l’idolo del dio Silvano, incendiando anche il bosco a lui sacro. I pagani furiosi denunciarono il grave oltraggio al proconsole Prisco, incolpando di ciò il prete Antimo, il quale fu arrestato con i discepoli.
Seguirono interrogatori, torture, prodigi, che in questa scheda omettiamo, rimandando alla scheda propria di Sant' Antimo prete.
Sant' Antimo fu decapitato l’11 maggio 305 e sepolto nell’Oratorio di Curi in cui era solito pregare; la stessa sorte toccò al suo erede nello zelo apostolico Massimo, decapitato il 19-20 ottobre 305 e sepolto nel suo Oratorio al XXX miglio della Salaria; Basso che intratteneva i fedeli incoraggiandoli, fu arrestato e avendo rifiutato di sacrificare a Bacco e Cerere, fu massacrato dal popolo nel mercato di Forum Novum; invece Fabio fu consegnato al console che dopo averlo fatto torturare, lo condannò alla decapitazione lungo la stessa via Salaria.
Sisinnio, Dioclezio e Fiorenzo, sempre nel 305, non avendo voluto sacrificare agli dei, furono decapitati dal popolo. Infine Piniano e Lucina morirono naturalmente nella loro casa di Roma.
Sant’ Antimo, San Basso e San Fabio sono ricordati l’11 maggio, gli altri in giorni diversi.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Fabio e Compagni, pregate per noi.

                                   

*San Francesco De Geronimo - Sacerdote (11 maggio)
Grottaglie (Taranto), 17 dicembre 1642 - Napoli, 11 maggio 1716
Etimologia: Francesco = libero, dall'antico tedesco
Martirologio Romano: A Napoli, San Francesco De Geronimo, sacerdote della Compagnia di Gesù, che a lungo si dedicò alle missioni popolari e alla cura pastorale degli abbandonati.
Francesco De Geronimo (Di Girolamo, De Girolamo), Santo.
Nacque a Grottaglie (Taranto) il 17 dicembre 1642, primo di undici figli, di cui tre ecclesiastici, da una famiglia benestante e di profonda fede cristiana.
Ebbe la fortuna di trovare nel suo paese natale una scuola di lettere e di pietà, che gli giovò grandemente, fino ai diciassette anni. Fu, infatti, affidato all'età di dieci anni circa, a una congregazione di sacerdoti dediti all'insegnamento e alle missioni fra il popolo. Il piccolo Francesco, anziché essere ammesso alla sola frequenza delle scuole, ebbe il privilegio di abitare presso quei pii sacerdoti, dai quali gli fu ben presto affidata la cura della chiesa quale sagrestano e l'insegnamento del catechismo ai fanciulli. A volte, poi, accompagnava i sacerdoti nelle missioni aiutandoli nell'istruzione catechistica ai fanciulli.
A sedici anni gli fu conferita la prima tonsura su proposta della stessa Congregazione (1658) e a diciassette fu ricevuto nel seminario diocesano a Taranto per continuare i suoi studi, destinato ormai definitivamente al sacerdozio. Frequentò nelle scuole del collegio dei Gesuiti i corsi di retorica, di scienze e filosofia, venendo ordinato suddiacono nel 1664 e di lì a qualche tempo diacono. Nel 1665 andò a Napoli, per consiglio dei suoi stessi maestri, a frequentare i corsi di diritto civile e canonico, conseguendo la laurea in tali materie, pare nel 1668, e in teologia.
Per non pesare sul bilancio familiare chiese e ottenne un posto di assistente dei giovani studenti nel collegio massimo dei Gesuiti napoletani. Nel 1666, frattanto, durante il corso di teologia fu ordinato sacerdote e nel 1670 diventò gesuita non ancora terminati gli studi teologici, che
completerà qualche anno dopo per poter sostenere l'esame de universa philosophia et theologia richiesto dalle costituzioni dell'Ordine per la professione solenne dei quattro voti. Dal 1671 al 1674 fu addetto ai ministeri apostolici in Puglia, particolarmente nella diocesi di Lecce.
Come già nella vita di studente e di assistente dei giovani si erano rivelate le sue eccellenti doti intellettuali e le sue virtù, fino ad essere denominato dai giovani il sacerdote "santo", così nell'attività apostolica si rivelarono le sue doti di apostolo zelante e di predicatore efficace.
Una volta ritornato a Napoli per completare gli studi di teologia, vi rimase poi per tutta la vita addetto alle missioni popolari che lo fecero apostolo di Napoli e che sostituirono le missioni dell'India o dell'Oriente da lui insistentemente chieste. Compì la solenne professione religiosa (8 dicembre 1682) nel pieno del suo apostolato napoletano, essendo addetto dal 1676 alla Casa Professa del Gesù Nuovo con tutte le mansioni inerenti all'ufficio affidatogli. Si trattava praticamente di un triplice ufficio: le missioni al popolo, che consistevano in prediche da tenersi nelle piazze e lungo le strade, dove confluiva più gente nei giorni festivi, allora piuttosto numerosi; la Comunione generale ogni terza domenica del mese, preparata anch'essa con prediche all'aperto: il de Geronimo con i suoi aiutanti conduceva la moltitudine del popolo nella chiesa del Gesù, ove numerosi sacerdoti già pronti ascoltavano le confessioni; la conversione delle donne di cattiva vita. Era uno degli aspetti delle sue missioni di piazza, ma aveva di particolare che egli penetrava nei quartieri ove più numerose erano le case che accoglievano quelle infelici e cominciava a predicare sotto le loro finestre. I suoi biografi ricordano molti casi, a volte miracolosi, di conversioni o di resipiscenza di quelle donne.
Ma questo triplice ufficio non esauriva l'attività del missionario, che estendeva il suo apostolato a tutti coloro che ne avevano bisogno, quali gli addetti alle navi, i carcerati, gli ammalati e gli uomini della sua congregazione degli artigiani: una specie di circolo cattolico o di confraternita che gli era di validissimo aiuto nelle missioni al popolo e nell'organizzare, come si è detto, le Comunioni generali della terza domenica del mese.
Anche se la città di Napoli fu per circa quarant'anni il suo campo missionario, pure non si esaurì in essa il suo zelo di apostolo giacché si sa che egli prese parte tante volte a missioni in altre regioni del regno di Napoli quali l'Abruzzo, le Puglie, il Sannio. Soprattutto, però, Napoli e dintorni beneficiarono dell'opera sua e subirono il forte ascendente della sua personalità taumaturgica, come dimostrano gli avvenimenti del 1707, allorché l'esercito austriaco occupò Napoli scacciando gli spagnoli di Filippo V. Come soleva accadere in simili circostanze, il popolo si abbandonava a rivolte e a saccheggi.
Quella volta però l'autorità morale del de Geronimo valse a scongiurare il pericolo o a limitarlo notevolmente. Anzi, pare che egli concorresse a impedire che gli spagnoli asserragliati nelle fortezze bombardassero la città, facendo da mediatore, come attestano i processi di canonizzazione, sebbene nessuna menzione ne facciano il nunzio e il residente veneto nei loro minuziosi dispacci.
Un'altra attività apostolica del de Geronimo va ricordata, cioè quella degli esercizi spirituali alle diverse classi di persone: i monasteri di religiose e di religiosi, i conservatori per la gioventù, i carcerati, e i "galeotti" delle navi. Dappertutto egli portava una parola calda di fede e di amore, infiammato com'era di un'ardente carità specialmente verso Gesù Cristo eucaristico e la sua santissima Madre.
Fra le devozioni favorite e diffuse dal de Girolamo fu particolare quella a San Ciro, medico e martire, il cui corpo riposa nella cappella omonima della chiesa del Gesù Nuovo a Napoli. Egli portava con sé nelle missioni una reliquia del santo e ad essa attribuiva tutti i prodigi che andava operando durante le sue prediche, sebbene parecchi testimoni coevi ritengano che Iddio operasse miracoli per le sue stesse virtù e che egli, nella sua umiltà, si celasse dietro il potere taumaturgico di San Ciro.
Tale testimonianza vale a dimostrare quale stima avessero delle sue virtù i contemporanei, che del resto furono concordi nell'affermarne la santità della vita in tutti i processi di canonizzazione cominciati già pochi anni dopo la sua morte, avvenuta a Napoli il giorno 11 maggio 1716.
Fu beatificato da Pio VII il 2 maggio 1806, allorché i Gesuiti, su richiesta del re Ferdinando IV di Borbone, erano stati riconosciuti per il regno di Napoli (la restaurazione dell'Ordine avverrà nel 1814). Fu poi canonizzato dal Papa Gregorio XVI il 26 maggio 1839 e la sua festa fu fissata nel giorno della morte.  Il corpo, traslato nella cappella a lui intitolata nella chiesa del Gesù Nuovo di Napoli, che venne arricchita dallo scultore Jerace dell'artistica statua del Santo in atto di predicare, vi rimase fin dopo la seconda guerra mondiale, allorché fu trasportato nella chiesa dei Gesuiti di Grottaglie, patria del Santo.
(Autore: Egidio Papa – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Francesco De Geronimo, pregate per noi.

                                  

*San Gengolfo - Martire (11 maggio)
m. Avallon (Borgogna, Francia), 11 maggio 760
Nacque da una delle più illustri famiglie della Borgogna. I suoi genitori furono i principali fautori della sua educazione cristiana, e quando morirono, il santo dovette iniziare ad occuparsi delle terre ereditate che seppe amministrare con prudenza e saggezza.
Giunto all'età di sposarsi, Gengolfo prese in sposa una ragazza appartenente a un nobile casato. Questa, però, dimostrò presto di non possedere tutte le virtù del suo santo marito. Essendo uno dei principali signori di Borgogna Gengolfo prese parte come cavaliere alle numerose guerre intraprese da Pipino il Breve.
In seguito preferì dedicarsi alla predicazione del Vangelo in Frisia, fatto che giustifica la devozione nei suoi confronti presente ancora al giorno d'oggi in Olanda.
Su di lui, infatti, si narrano episodi straordinari. Rientrato a casa, Gengolfo scoprì di essere stato tradito dalla moglie. Decise di non sottoporre a giudizio la donna ma la sistemò in altro luogo provvedendo al suo sotentamneto e si ritirò nel suo castello presso Avallon, vicino a Vézelay. Qui venne raggiunto da un assassino mandato dalla moglie. Morì l'11 maggio 760. (Avvenire)
Patronato: Uomini mal maritati, Varennes (Francia), Avallon (Francia), Saint-Gingolph (Francia-Svizzera)
Emblema: Palma, Cavallo
Martirologio Romano: A Varennes nel territorio di Langres in Francia, San Gengolfo.
San Gengolfo nacque da una delle più illustri famiglie della Borgogna. I suoi genitori furono i principali fautori della sua educazione cristiana, consistendo la loro ricchezza non solo in beni terreni ma anche in preziose virtù. Passò la sua infanzia e la sua prima giovinezza in una perfetta innocenza, tutto assorto negli studi di lettere e nell’esercizio della pietà cristiana.
La sua giovinezza fu inoltre caratterizzata dalla sua grande onestà e dal suo estremo pudore: Gengolfo era infatti solito fuggire la compagnia dei libertini e tutti quegli oggetti che avrebbero potuto ledere il fiore della sua castità.
Egli preferiva piuttosto visitare le chiese, apprendere la Parola di Dio, meditarla nel segreto del suo cuore e dedicarsi alla lettura di libri spirituali che gli potessero essere di aiuto nel far proprio l’insegnamento evangelico.
Era praticamente impossibile udire dalla sua bocca parole indiscrete od inutili. Grazie alla sua innata modestia, il suo viso lasciava trapelare la profonda devozione che lo animava.
Morti i suoi genitori, il santo dovette iniziare ad occuparsi delle terre ereditate che, ben lontano da spese superflue di alcun genere, seppe amministrare con prudenza e saggezza, rivelando così capacità inaudite nell’arte dell’economia e nel governo domestico.
Le chiese ed i poveri furono poste assolutamente al centro delle sue attenzioni.
Egli pensava infatti che questo potesse essere il modo migliore per testimoniare il senso di riconoscenza che provava verso Dio per tutto ciò che gli aveva donato.
Giunto all’età di sposarsi, Gengolfo prese in sposa una ragazza appartenente anch’ella ad un casato nobile e ricco.
Questa donna, però, dimostrò presto di non possedere tutte le virtù del suo santo marito, rivelandosi vanitosa, mondana e contraddistinta da una certa leggerezza di costumi.
Ma Dio permette queste disuguaglianze proprio per mettere alla prova i suoi servi più fedeli e purificarli con la croce delle afflizioni.
Essendo uno dei principali signori di Borgogna, noto per la sua bravura, Gengolfo prese parte come cavaliere alle numerose guerre intraprese da Pipino il Breve, maggiordomo di palazzo dei re merovingi ed effettivo detentore del potere regio.
In seguito a questo accostamento al potere secolare, il Santo preferì dedicarsi alla predicazione del Vangelo in Frisia, fatto che giustifica la devozione nei suoi confronti presente ancora al giorno d’oggi in Olanda.
Pipino nutriva una singolare stima nei suoi confronti, in particolare per la sua destrezza nell’arte delle armi e per la sua santità.
Proprio quest’ultima, la fama di santità di Gengolfo, stava sempre più accrescendo grazie a dei prodigi da lui operati.
Una leggenda narra che Pipino lasciasse dormire il Santo cavaliere nella propria tenda ed una volta, quando furono tutti e due a letto, si riaccese miracolosamente per ben tre volte la torcia adibita all’illuminazione dell’interno della tenda.
Ciò bastò per convincere Pipino che fosse veramente un santo colui che riposava accanto a lui. Ma su Gengolfo si narrano degli episodi ancora più straordinari.
Un esempio eloquente si verificò durante il suo viaggio di ritorno in Borgogna, per riposarsi dalle fatiche della guerra.
Passando da Bassigny, sostò in un posto delizioso per rifocillarsi.
Qui vi era una splendida fontana, dall’acqua fresca e buona, che decise di acquistare pagando il proprietario.
Ma Dio volle punire l’avarizia di quest’ultimo, che si era illuso di ottenere in tal modo sia la fontana che il ricavato della vendita, evidenziando l’evidente impossibilità materiale per il viandante, Gengolfo, di trasportare con se la fontana acquistata.
Ma il Santo, giunto a Varennes, sua abituale residenza, piantò il suo bastone nella terra facendo sgorgare una magnifica fontana, proprio quella che egli aveva acquistato a Bassigny, che infatti istantaneamente scomparve da tale luogo.
Ma è ciò che lo aspettava al suo ritorno a casa che porta a paragonare Gengolfo agli eroici modelli biblici di pazienza, quali Giobbe e Tobia.
Sua moglie, infatti, così diversa da lui sotto parechi punti di vista, durante la sua assenza era stata infedele al loro legame matrimoniale.
Il Santo piombò in un vivo dolore ed in una grande perplessità, trovando ugualmente penoso e funesto sia il punire il crimine che il lasciarlo impunito.
Trovandosi ormai costantemente in questo imbarazzo, un giorno, quando si trovò a passeggiare solo con la consorte, le disse: “É ormai parecchio che corrono delle dicerie contro il tuo onore.
Io non ho mai voluto parlartene senza sapere se fossero fondate, ma oggi non posso più stare ad osservare in silenzio.
Ti ricordo dunque che una donna non ha niente di più caro al mondo che il suo onore e deve fare tutto il possibile per conservarlo o per recuperarlo”.
Ma la moglie gli rispose miserabilmente: “Non vi è niente di più ingiusto delle dicerie che circolano su di me”. Ma il santo la sfidò per verificare la sua innocenza: “Ecco qui una fontana con un’acqua limpida che non è né calda né fredda.
Infilavi il tuo braccio: se non proverai alcun male sarai innocente ai miei occhi”. Ma ella, considerando tale prova un frutto della semplicità del marito, non esitò ad eseguire il suo ordine.
Ma l’acqua, che si era nel frattempo surriscaldata, le ustionò la pelle e lei non osò più alzare gli occhi verso il marito.
Quest’ultimo preferì comunque non sottoporla al severo giudizio della legge, ma preferì separarsi da lei, cosicché il protrarsi della convivenza non rischiasse per lui di trasformarsi in un’indiretta accettazione dell’adulterio di cui era vittima.
Provveduto dunque alla sistemazione della moglie ed al suo sostentamento, Gengolfo si ritirò nel suo castello presso Avallon, vicino a Vézelay, prodigandosi in opere di penitenza e carità.
Non demorse comunque mai dall’intento di convertire la moglie, la quale reagì per vendetta incaricando un suo amante di assassinarlo.
Questi, scoperta la residenza di Gengolfo, lo sorprese nel riposo e cercò di colpirne la testa con una spada. Risvegliatosi di colpo, ricevette il colpo solamente su una coscia, ma la ferita derivatane si rivelò comunque mortale.
Questo martire della giustizia e della castità ebbe giusto il tempo di ricevere gli ultimi sacramenti, prima di addormentarsi nel Signore l’11 maggio 760.
In seguito ad eventi miracolosi le sue reliquie furono traslate a Varennes ed una parte fu poi distribuita in diversi luoghi, tanto che ancora oggi il suo culto è vivo in Francia, in Germania, nei Paesi Bassi ed in Svizzera.
A quest’ultimo paese è legata una particolare tradizione, che vuole che San Gengolfo abbia trascorso un periodo della sua vita nella attuale cittadina di Saint-Gingolph, divisa dalla frontiera franco-svizzera, sulla sponda meridionale del lago di Ginevra, dedicandosi come un autentico anacoreta alla contemplazione, alla preghiera ed alla penitenza.
Ma proprio in tale località le leggende popolari hanno confuso questo personaggio storico con un ipotetico soldato della Legione Tebea che, fuggito dalla vicina Agaunum, avrebbe qui affrontato il martirio.
San Gengolfo è solitamente rappresentato in abiti baronali o, se armato, con una croce raffigurata sul suo scudo ed impugnante la spada con cui fa sgorgare una sorgente dal terreno. Non mancano comunque anche sue raffigurazioni equestri. É venerato come patrono, oltre che delle città in cui ha vissuto o che ne custodiscono le reliquie, in particolare degli uomini mal maritati.
Il nome del santo ha assunto parecchie varianti, a seconda delle lingue e dei dialetti parlati nelle località in cui è venerato: Gengoul, Gangulfe, Gengou, Gengoux, Gigou, Genf, Gandoul, Gingolph, Gangulfus e, in Germania, Golf.
Orazione
Ti supplichiamo,
Dio Onnipotente,
fa’ che per l’intercessione di San Gengolfo, tuo martire,
siamo liberati da tutte le avversità corporali
e che la nostra anima sia purificata da ogni pensiero maligno.
Per Cristo nostro Signore.
Amen.
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Gengolfo, pregate per noi.

                                    

*Beati Giovanni Rochester e Giacomo Walworth - Sacerdoti Certosini, Martiri (11 maggio)
Scheda del Gruppo a cui appartengono:
“Beati Martiri di Inghilterra, Galles e Scozia” Beatificati nel 1886-1895-1929-1987

Martirologio Romano:
A York in Inghilterra, Beati martiri Giovanni Rochester e Giacomo Walworth, sacerdoti e monaci della Certosa di Londra, che sotto il re Enrico VIII per la loro fedeltà alla Chiesa furono appesi con delle catene ai merli delle mura della città fino alla morte.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)  
Giaculatoria - Beati Giovanni Rochester e Giacomo Walworth, pregate per noi.

                                 

*Beato Gregorio Celli da Verucchio - Religioso (11 maggio)
Verucchio (Rimini), 1225 ca. - Fonte Colombo (Rieti), 1343
Nato a Verucchio nel 1225, a quindici anni vestì l'abito degli eremiti di Sant’Agostino. Dieci anni più tardi si ritirò a vita eremitica sul Monte Carnerio (nei pressi di Rieti) dove rimase fino alla morte avvenuta nel 1343. Il culto per Gregorio Celli incominciò prestissimo e venne confermato da Papa Clemente XIV nel 1769.
Martirologio Romano: A Verrucchio in Romagna, beato Gregorio Celli, sacerdote dell’Ordine degli Eremiti di Sant’Agostino, che, scacciato dal monastero dai suoi confratelli, si dice sia morto tra i Frati Minori sul monte Carnerio.
Per gli antichi i santi erano santi e basta. A noi oggi piace sapere una gran quantità di dati biografici: una volta bastava sapere che la santità era garantita dalla vox populi e dall’intervento del divino. Per il resto era normalissimo che le loro vite fossero condite da una abbondante presenza di fatti straordinari che ne confermavano la santità.
Siamo a Verucchio, un paese abbarbicato su una rupe che si eleva tra gli ulivi della piana di Rimini, con una vista eccezionale sulla riviera adriatica. Gregorio era nato su quella rocca nel lontano 1225. Non era un bambino uguale agli altri: non partecipava alle chiassose battaglie con le spade di legno che i suoi compagni facevano per le viuzze del paese. Dopo la morte del padre era diventato solitario: con i suoi occhioni tristi guardava per un po’ e poi spariva.
Tutte le sere, all’ora del Vespro, sua madre lo andava a prendere nella chiesetta dei frati di Giovanni Bono, a strapiombo sulla rocca. Gregorio era lì, estasiato dal canto gregoriano, maschio e solenne, che sembrava venire da un altro mondo. Tutti i suoi parenti, benché religiosissimi, temevano in fondo al cuore che quel bambino non sarebbe mai diventato dottore in legge come suo padre. Infatti, appena poté, a 15 anni, chiese di entrare in convento. A quel punto anche la madre, libera ormai da ogni vincolo, si fece terziaria o, come si diceva allora, Sorella della Penitenza.
Così un giorno, a dorso della mula del convento, fu accompagnato dal priore a Cesena nell’eremo di fra Giovanni Bono, per fare il noviziato.
Furono due anni intensi di preghiera e di penitenza, alla scuola di un eremita che tutti già ritenevano santo. Poi emise i voti nelle mani di fra Matteo da Modena, che nel frattempo era diventato superiore dell’Ordine: "Io fra Gregorio faccio professione e prometto obbedienza a Dio e alla Beata Maria, e a te fra Matteo, priore dei Frati Eremiti di fra Giovanni Bono, secondo le Costituzioni di questo luogo". Con la Professione fece anche testamento: d’accordo con sua madre destinò tutti suoi averi al convento di Verucchio perché venisse restaurato e ingrandito.
Terminato il Noviziato, fu avviato agli studi per diventare sacerdote. In quei tempi il Papa aveva dato agli Eremiti di Giovanni Bono il compito di aiutare le parrocchie soprattutto con la predicazione e la confessione. Fra Matteo, il Generale della Congregazione, scelse fra Gregorio perché insieme ad altri andasse, su richiesta dei Vescovi, a predicare contro l’eresia dei Càtari. Questi erano eretici che seminavano nel popolo di Dio il disprezzo dei sacerdoti e soprattutto negavano che il pane e il vino, che venivano consacrati durante la Messa, diventassero il Corpo e il sangue di Cristo.
Nel giro di pochi anni erano passati per le Romagne san Francesco, sant’Antonio da Padova, san Domenico… come se al concentrato di eresie ci fosse stato bisogno di un concentrato di santità.
Fra Gregorio si diede anima e corpo alla predicazione e sembra abbia incontrato il celebre eretico Armanno Pungilupo, anche se non si sa con quali risultati. Visse così gran parte della sua vita, stimato dalla gente perché sapeva unire alle parole una cristallina santità di vita.
Ormai settantacinquenne, pensò di poter finire i suoi giorni degnamente con la partecipazione al primo Giubileo del 1300. E partì per Roma. Visitò e pregò sulle tombe degli Apostoli ed un’idea incominciò a balenargli in cuore.
Si fece ricevere dal Generale dell’Ordine agostiniano, che a quel tempo era il Beato Agostino Novello, e gli spiegò che, essendo ormai vecchio, avrebbe voluto ritirarsi a vita penitente sui monti di Rieti, dove altri agostiniani già da tempo vivevano come eremiti. Agostino Novello, che amava
immensamente quella vita e che stava anch’egli pensando di abbracciarla, accondiscese di cuore, abbracciò fra Gregorio e si raccomandò alle sue preghiere.
Visse in una grotta come fra Giovanni Bono, pregando e digiunando, e aspettando che la morte lo ricongiungesse a quel Signore per il quale aveva dato la vita. Ma la morte sembrava essersi dimenticata di lui, perché superò abbondantemente i cento anni. Finalmente un giorno una mula si fermò davanti alla sua grotta e fra Gregorio capì che era giunto il momento di ritornare a casa.
Nel bel mezzo della notte tutte le campane di Verucchio incominciarono a suonare come a mezzogiorno e davanti alla porta della rocca si fermò una mula che portava un peso indistinto sulla groppa. Le sentinelle abbassarono il ponte levatoio e con precauzione aprirono la porta: la mula senza indugio prese la via del convento, seguita dalla gente uscita di casa con armi e torce.
Giunta sul sagrato della chiesa si fermò davanti al Priore e a tutti i frati raccolti dietro di lui. Poi crollò in terra fulminata dalla fatica. Tutti si avvicinarono e il Priore sollevò la coperta: la mula aveva portato fin lì il cadavere di un vecchio frate con la lunga barba bianca. Un mormorio di stupore si levò dalle bocche di tutti, perché quel morto era frate Gregorio, tornato dopo tanti anni fra la sua gente. Fu sepolto sotto un altare della chiesa e venerato da tutti come il santo che era ritornato per proteggerli. La gente volle che anche per la mula ci fosse una degna sepoltura, perché era chiaro che lo scopo della sua esistenza era stato quello di portare a termine una grande missione.
Così fu sepolta nel luogo stesso in cui era morta, davanti alla porta della chiesa, sotto i ciottoli che la gente attraversa ancora in punta di piedi.
Fra Gregorio è rimasto lì, guardato a vista perché nessuna mula si sognasse di portarlo via. Solo quando la campagna aveva bisogno di acqua si portava la sua testa in processione per i campi. E a memoria d’uomo non fece mai ritorno in chiesa senza che grossi goccioloni incominciassero a cadere.
(Autore: Padre Mario Mattei - Fonte: www.historiaaugustiniana.net)
Le notizie sulla sua vita sono del XVII secolo, circa tre secoli dopo la sua morte, quindi risentono di tutte le incertezze dovute al lungo tempo trascorso in silenzio.
Il Beato Gregorio Celli nacque verso il 1225 a Verucchio, oggi in provincia di Rimini, una volta era quella di Forlì e venne battezzato nell’antica pieve di S. Martino.
Aveva tre anni quando rimase orfano del padre e verso i quindici anni vestì da laico cioè fratello, l’abito degli Eremiti di S. Agostino, il cui monastero era situato nel suo paese.
Trascorsero una decina d’anni nei quali Gregorio Celli dimostrò tutta la sua perfezione di vita evangelica, suscitando purtroppo l’invidia dei religiosi del convento, che presero a rendergli la permanenza insopportabile.
Allora si allontanò dal convento e da Verucchio e si rifugiò in un eremo sul Monte Carnerio, nei pressi di Fonte Colombo (Rieti), dove visse molti anni, morendo vecchissimo nel 1343; si narra che le sue spoglie siano prodigiosamente ritornate a Verucchio, dove sono venerate attualmente nella Chiesa di Sant’Agostino.
Nel secoli successivi, insigni artisti hanno arricchito il suo altare di grandi opere d’arte in legno e oro, come la superba tribuna di stile berniniana, che incornicia un pregevole quadro del fiorentino Giovanni Maria Morandi, raffigurante il beato Gregorio Celli che prega davanti alla Croce.
Essendosi perso ogni documento autentico circa il suo culto, compreso il decreto di beatificazione emanato nel 1357 da papa Innocenzo VI, fu istruito un processo presso la Curia di Rimini nel 1757, per ribadire l’autenticità del culto, che fu confermato il 6 settembre 1769 da Papa Clemente XIV suo corregionale, il quale era cresciuto in giovinezza proprio a Verucchio.
Il beato Gregorio Celli è invocato nelle grandi calamità; il ‘Martyrologium Romanum’ lo riporta all’11 maggio, ma veniva ricordato anche il 23 ottobre.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - Beato Gregorio Celli, pregate per noi.

                                    

*Santi Gualberto e Bertilla - Sposi (11 maggio)
VII secolo
Sono onorati l’11 maggio.
Bertilla era di stirpe nobile ed aveva sposato un certo Gualberto che era forse il domesticus del re Clotario (626-27) di cui parla la Cronaca di Fredegario.
Da essi nacquero le Santi Aldegonda e Valtrude.
(Autore: Albert D’Haenens – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santi Gualberto e Bertilla, pregate per noi.


*San Gualtiero (Gualterio) di Esterp (11 maggio)

m. 1070
Martirologio Romano:
Nel monastero di Esterp nel terrritorio di Limoges in Francia, San Gualterio, sacerdote, che fu rettore dei canonici e, educato fin da piccolo nel servizio di Dio, rifulse per la mansuetudine verso i fratelli e la carità verso i poveri.
La Vita di Gualtiero fu scritta prima dell'anno 1096 da Marbodo vescovo di Rennes (1096-1123) e fu pubblicata dall'Henskens, in Acta SS. Maii (citt. in bibl.).
Nato nel castello di Confolens, in Aquitania verso il 990, fu prima alunno dei Canonici Regolari dell'abbazia di Dorat e poi canonico della stessa abbazia.
Caduto in disgrazia presso l'abate che eli aveva cercato di rendere più umano nei rapporti coi canonici, si ritirò a Confolens.
I Canonici Regolari di Esterp (diocesi di Limoges) lo attirarono nel loro monastero dove, alla morte del superiore, lo elessero abate. Si segnalò per la mansuetudine e per una grande carità verso i poveri, ai quali distribuì notevoli aiuti.
Morì l'11 maggio del 1070, giorno nel quale è commemorato; sepolto nella chiesa di Esterp si cominciò a celebrarne solennemente l'anniversario fin dal 1091.
Quantunque abbia avuto un culto pubblico, questo rimase circoscritto ai Canonici Regolari.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Gualtiero di Esterp, pregate per noi.

                                   

*Sant'Ignazio da Laconi - Frate Cappuccino (11 maggio)
Laconi, Nuoro, 17 novembre 1701 - Cagliari, 11 maggio 1781
Devotissimo e dedito alla penitenza fin da giovane, indossò il saio francescano, nonostante la sua gracile costituzione, e fu dispensiere ed umile questuante nel convento di Iglesias e poi in altri conventi.
Dopo quindici anni, fu richiamato a Cagliari nel convento del Buoncammino.
Qui, lavorò nel lanificio e come questuante in città, svolgendo per quarant’anni il suo apostolato tra poveri e peccatori, aiutando e convertendo.
La gente lo chiamava “Padre santo “ e anche un pastore protestante, cappellano del reggimento di fanteria tedesco, lo definì ‘un santo vivente’.
Divenuto cieco due anni prima della morte, fu dispensato dalla questua ma continuò a osservare la Regola come i suoi confratelli.
Etimologia: Ignazio = di fuoco, igneo, dal latino
Martirologio Romano: A Cagliari, Sant’Ignazio da Láconi, religioso dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini, che per le piazze della città e le taverne dei porti instancabilmente mendicò offerte per sovvenire alla miseria dei poveri.
La testimonianza più bella e certamente rispecchiante la realtà, ci viene dal contemporaneo pastore protestante Giuseppe Fues, cappellano del reggimento di fanteria tedesco “von Ziethen”,
al servizio del re di Sardegna e di stanza a Cagliari, il quale nel 1773 scriveva ad un suo amico in Germania: “Noi vediamo tutti i giorni mendicare attorno per la città un santo vivente, il quale è un frate laico dei cappuccini e si è acquistato con parecchi miracoli la venerazione dei suoi compatrioti”.
Il frate era Ignazio da Laconi, che ancora in vita veniva chiamato “padre Santo” e che la scrittrice e premio Nobel Grazia Deledda, definì “L’uomo più ricordato del Settecento sardo”.
Nacque a Laconi (Nuoro) il 17 novembre 1701, secondo dei nove figli di Mattia Peis Cadello e di Anna Maria Sanna Casu, genitori poveri ma ricchi di fede; al battesimo gli fu imposto il nome di Vincenzo.
Crebbe timorato di Dio e ancora adolescente già praticava digiuni e mortificazioni; non frequentò scuole e non imparò mai a scrivere, ma andava ogni giorno a Messa e faceva il chierichetto; di poche parole parlava appena il dialetto sardo.
A diciotto anni si ammalò gravemente e fece voto di entrare fra i cappuccini se fosse guarito; ma una volta risanato non mantenne il voto; due anni dopo il suo cavallo si mise a correre sfrenatamente senza controllo ai bordi di un precipizio, improvvisamente si bloccò e Vincenzo fu salvo per la seconda volta, allora ricordò la promessa fatta.
Aveva 20 anni quando il 3 novembre 1721, Vincenzo Peis Cadello si presentò al convento dei cappuccini di Buoncammino a Cagliari, non fu accettato subito, visto il suo gracile fisico, ma poi con la mediazione del marchese di Laconi Gabriele Aymerich, poté entrarvi e indossare l’abito dei Cappuccini il 10 novembre 1721, prendendo il nome di fra’ Ignazio da Laconi.
Dopo il prescritto anno di Noviziato, fu trasferito nel convento di Iglesias, dove fu dispensiere e nel contempo addetto alla questua nelle campagne del Sulcis.
Per quindici anni visse tra i conventi sardi di Domusnovas, Sanluri, Oristano e Quartu, poi fu richiamato al convento di Buoncammino di Cagliari e destinato al lanificio del convento, dove si confezionava il tessuto per i religiosi.
Nel 1741 a 40 anni venne impiegato come questuante nella città di Cagliari, considerato un compito di grande importanza e responsabilità.
Cagliari fu per 40 anni il campo del suo apostolato, svolto con efficacia e con tanto amore tra i poveri ed i peccatori; il cappuccino questuante è stato nei secoli, la figura umile e grande nello stesso tempo, che portava la realtà del chiuso dei conventi in mezzo alla gente, facendone sentire la presenza nella società borghese e popolare di allora.
Si chiedeva l’offerta per i bisogni del convento e per i poveri e spessissimo il questuante avendo instaurato un periodico contatto con le persone e con le famiglie, portava l’atteso consiglio, la Parola di Dio e interveniva con la preghiera e con la persuasione a districare situazioni scabrose.
Così fu l’opera di un altro grande Santo questuante francescano, Egidio Maria di S. Giuseppe (1729-1812) che operò nella città di Napoli, quasi contemporaneamente ad Ignazio da Laconi.
Frate Ignazio fu venerato da tutti per lo splendore delle sue virtù e per i molti miracoli da lui operati; per la sua attenzione verso le necessità materiali dei poveri che indirizzava al convento, ma anche per quelle spirituali, la sua bontà fu strumento di riconciliazione e di conversione per molti peccatori.
Nel 1779 frate Ignazio divenuto cieco, venne dispensato dalla questua, ma per sua volontà volle continuare a partecipare alla vita comune dei frati, sottostando a tutte le regole e pratiche disciplinari, fino alla santa morte avvenuta a Cagliari l’11 maggio 1781 all’età di 80 anni; per due giorni una folla impressionante di popolo e persone importanti, sfilò davanti al feretro del cappuccino per rendergli omaggio.
In vita era stato dotato di evidenti carismi e la fama della sua santità era molto diffusa, dopo la morte aumentò ancora anche per i frequenti miracoli che si verificavano per la sua intercessione; pertanto nel 1844 l’arcivescovo di Cagliari diede inizio alla causa di beatificazione.
Pio IX il 26 maggio 1869 lo dichiarò ‘venerabile’; fu beatificato da Pio XII il 16 giugno 1940 e proclamato Santo dallo stesso pontefice il 21 ottobre 1951.
Alla cerimonia di canonizzazione a Roma, era presente un altro grande questuante cappuccino dello stesso convento di Cagliari, fra’ Nicola da Gesturi (1882-1958) che sarà proclamato Beato il 3 ottobre 1999 da Papa Giovanni Paolo II.
L’umile frate sardo, mendicante e illetterato, Sant’ Ignazio da Laconi, viene celebrato l’11 maggio e in Sardegna è considerato come patrono degli studenti.

(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Ignazio da Laconi, pregate per noi.

 

*Sant'Illuminato - Monaco (11 maggio)
Sec. XIII
Sant'Illuminato, monaco benedettino, visse nella seconda metà del XIII secolo.
Secondo la tradizione non era nato a San Severino Marche (MC), ma era vissuto e morto nel monastero di San Mariano (oggi Santa Caterina) ed in quella chiesa era stato sepolto.
Celebre per la sua santità, le grazie ed i miracoli, ha un culto antico che si è mantenuto vivo e costante nel tempo fino ai nostri giorni tanto da essere enumerato nel 1702 tra i comprotettori della città.
La sua festa cade l'11 maggio.
(Fonte: Da "San Severino terra di santi", a cura dell'Archeoclub di San Severino e della Biblioteca Comunale "F. Antolisei").
Giaculatoria - Sant'Illuminato, pregate per noi.

 

*San Maiolo - Abate di Cluny (11 maggio)  

Avignone, 906 c. - Souvigny, Francia, 994
Martirologio Romano:
Presso Sauvigny in Burgundia, ora in Francia, transito di san Maiólo, abate di Cluny, che, fermo nella fede, saldo nella speranza, ricco di carità, riformò molti monasteri in Francia e in Italia.
La vita di Maiolo si racconta in poche parole; se, tuttavia, si volesse svolgere questo argomento, cosa che non è ancora stata fatta, si potrebbe scrivere una biografia in dieci capitoli. Il primo ci presenterebbe un grao santo, il cui culto fu tanto diffuso quanto vasta era la sua popolarità. Il secondo capitolo descrive rebbe un uomo elegante, ricco di preziose doti naturali e spirituali: colto, letterato, eloquente, che si era imposto per la sua carità assai piú che per la sua avvenenza, e nell'alleviare spesso la miseria aveva acquistato fama di taumaturgo. Nel terzo capitolo, il lupo di Gévaudan, strangolato dal padre di Maiolo, il conte di Forcalquier, illustrerebbe il trionfo della pecorella sulla belva, l'ascendente destinato ad accrescere con la generosità il lustro di una nobile famiglia.
Tale famiglia preferiva il domicilio di Valensole, dove Maiolo nacque tra il 906 e il 915.
Nel quarto capitolo, ci si dovrebbe muovere alla volta di Lione, madre delle arti, perché i Saraceni
infestavano non soltanto la costa provenzale, ma tutta la regione alpina. Qui Maiolo perdette i genitori trovando, quindi, rifugio a Macon, presso un cugino che avrebbe fatto di lui un uomo di chiesa. Dopo aver frequentato le scuole di Lione, egli divenne infatti canonico e arcidiacono a Macon; rifiutò di diventare arcivescovo di Besancon perché ormai orientato verso una nuova strada. Nel quinto capitolo si dovrebbe narrare come, in seguito a una "conversione", egli divenne monaco a Cluny e discepolo di s. Odone. Le sue qualità lo destinavano a importanti cariche: bibliotecario, apocrisario nel 948 e infine, nel 954 coadiutore dell'abate Aimardo. Questo capitolo p otrebbe prendere il titolo dal "formaggio del cieco", perché una notissima leggenda dimostra da una parte l'autorità dell'abate divenuto cieco e dall'altra l'umiltà del coadiutore.
Il sesto capitolo si dovrebbe aprire nel 965: alla morte di Aimardo, Maiolo diventa "principe della religione" e a questo punto si dovrebbe illustrare l'attività di questo abate che moltiplicò i beni dei monastero, mantenne la disciplina nel chiostro e rese splendido l'Ordine cluniacense. Le sue relazioni con i principali personaggi del tempo, a cominciare dagli imperatori germanici e dai re di Francia e di Borgogna, l'indussero a incaricarsi della "riforma" di molti monasteri.
Si riscontra la, sua azione a S. Apollinare di Ravenna, a S. Pietro in Ciel d'Oro di Pavia nonché a S. Paolo di Roma, a Marmoutier e a Fleury, a St-Maur-des-Fossés, a St-Pierre-le-Vif di Sens, a St Germain d'Auxerre, a St-Benigne di Digione, e a Payerne, per ricordare soltanto i monasteri piú importanti.
Nel settimo capitolo si potrebbe ricordare che una tale irradiazione della sua attività comportava frequenti viaggi e spesso la necessità di valicare le Alpi. Uno di questi viaggi rischiò di riuscire fatale al santo e, tuttavia, la prigionia di Maiolo a Orsières nel 927, ad opera dei Saraceni, non è che un episodio, anche se ebbe importanti conseguenze, poiché destinata a provocare una generale commozione e fornire l'occasione di liberare il paese da quei pirati, distruggendo il loro covo di Fraxinet. Fatto che segna la fine delle invasioni e che coincide con la completa dissoluzione del diritto carolingio.
A questo punto si dovrebbe definire il ruolo di Maiolo, perché certamente il suo pensiero si orientava verso la conservazione dell'ordine antico, ma la sua attività, il suo speciale compito preludono alla comparsa di nuove strutture. Nel capitolo ottavo, la tiara ai piedi dell'abate illustrerebbe sufíicientemente il posto che gli si riconosceva nella Chiesa e quello che invece egli intendeva conservare: nel 974, l'imperatore Ottone II e sua madre Adelaide gli offrirono infatti la tiara, onde restituire al papato lo splendore perduto. Maiolo era abbastanza maturo e sufficientemente libero per rifiutare questo segno di stima e di amicizia, che avrebbe fatto di lui la vittima delle fazioni romane. Non perdette per questo, il suo ascendente, poiché, certo nel 980, riuscí a riconciliare l'imperatore e sua madre. Pur restando una potenza dell'impero Cluny conservò gelosamente la propria indipendenza, considerandosi prima di tutto una forza spirituale. Tra gli uomini di chiesa figurano come suoi migliori amici Gerardo di Tolone, Raziero di Verona, Attone di Vercelli ecc., vi si aggiungeranno poi uomini come Gerberto, dal quale apprendiamo quanto Maiolo fosse preoccupato della disciplina ecclesiastica nella Champagne e in Lorena.
Nel nono capitolo si potrebbe narrare come Maiolo, piú utile alla Chiesa nel suo chiostro che sul seggio apostolico, assicurò l'avvenire di Cluny: senza entrare nei particolari della sua amministrazione, ed evitando di fornite la lista completa dei grandi priori da lui destinati ai monasteri dipendenti, ricordiamo che egli istruí uomini come Guglielmo da Volpiano, futuro abate di S. Benigno e capo di un grande movimento di riforma, come Odilone di Cluny, che dopo il 992 divenne il suo principale appoggio, e suo coadiutore nel magg. 993. Nel decimo capitolo, per completare la descrizione dell'attività di Maiolo, bisognerebbe parlare della casa di Dio, poiché l'abate fece costruire, al termine della sua vita, quella bella chiesa, la "Cluny seconda" degli archeologi, cornice adatta a una numerosa comunità, che diede alla liturgia monastica cosí degno posto. Maiolo tuttavia, non vi doveva concludere la sua esistenza e non vi avrebbe ricevuto sepoltura: Ugo Capeto lo chiamò per risolvere alcune questioni a St-Maur-des-Fossés, ed egli si mise in cammino, ma, mancandogli le forze dovette fermarsi nel suo priorato di Souvigny, dove morí l'11 maggio 994.
Culto
Nulla dimostra meglio la fama di Maiolo della diffusione del suo culto, attestato da numerosi calendari liturgici. A Cluny ci si preoccupava di possedere una Vita del santo, cosí che, già nel 994, Sirus si dedicò a questo compito, Aldebardo condusse a termine l'opera, arricchendola di brani in versi: di questa vita in tre libri circolano tre recensioni. Nel 1033, Odilone redige una nuova Vita; poco dopo il 1142 Nalgoldo riprende ancora l'argomento e precisa quanto scritto da Sirus. Ver ranno aggiunti due libri di Miracula e gli Uffici liturgici, in cui Odilone apporta nuovamente il suo contributo.
A Souvigny, il vescovo Begone di Clermont, consacrò a Maiolo un altare eretto sulla tomba, poco dopo il 994; Urbano II riesumò il corpo nel 1095. Fra le chiese e i priorati che portano il nome del santo, bisogna ricordare la sua chiesa a Cluny e il priorato di Pavia.
Nel Martirologio Romano Maiolo è iscritto all'11 maggio.
(Autore: Jacques Hourlier - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Maiolo, pregate per noi.

                                  

*San Maiulo - Martire di Adrumeto (11 maggio)  
† 196/212
Martirologio Romano:
Nell’Africa Bizacena, san Maiúlo, martire di Adrumeto, condannato alle fiere.
Maiulo (Mavìlo), Santo, martire di Adrumeto.
Il martirio di san Maiulo (Mavìlo) è testimoniato da Tertulliano nell'Ad Scapulam, in cui si rileva che Maiulo era di Adrumeto, città della Bizacena, e che fu condannato ad essere gettato in pasto alle fiere.
L’incertezza dei mss. del testo tertullianeo, tuttavia, non ci permette di stabilire con sicurezza se fu Cecilio Capella a condannarlo, o se invece fu lo stesso Scapula: ambedue le tesi sono convalidate da codici autorevoli.
Nel primo caso il martirio di Maiulo sarebbe avvenuto prima del 196, anno della morte di Cecilio Capella, nel secondo, esso sarebbe di poco anteriore allo scritto, composto poco dopo l’agosto del 212.
Il culto del martire fu assai diffuso in Africa. Un’iscrizione rinvenuta nella basilica cristiana di Cartagine elenca le reliquie che erano venerate in quella chiesa, e tra le altre pone anche il nome di Maiulo: «Hic sunt Martyres (...) Maiulus».
Il Calendario cartaginese lo ricorda all'11 maggio, e così il Martirologio Geronimiano, che però lo recensisce anche al 18, 19 e 21 gennaio, al 19 e 21 febbraio ed al 27 marzo.
Nel Romano invece il Maiulus dell’11 maggio è identificato con l’abate di Cluny, morto appunto l'11 maggio del 994, mentre il martire di Adrumeto viene commemorato al 4 gennaio.
(Autore: Giovanni Lucchesi – Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - San Maiulo, pregate per noi.

 

*San Mamerto di Vienne - Vescovo (11 maggio)
† 475 circa

Martirologio Romano: A Vienne nella Gallia lugdunense, ora in Francia, San Mamerto, vescovo, che nell’imminenza di una calamità istituì in questa città il solenne triduo di litanie in preparazione all’Ascensione del Signore.
É soprattutto conosciuto attraverso le testimonianze dei contemporanei: nessun autore di cronache ha raccolto i suoi Atti né scritto la sua Vita.
Il nome di Mamerto (lat. Mamertus; fr. Mamert) compare per la prima volta nel 463, in occasione dell'elezione a vescovo di Die di Marcello, per la quale Mamerto fu biasimato.
Per lungo tempo, infatti, Marcello aveva collaborato con suo fratello, il vescovo Petronio, e quando costui era venuto a morte, egli fu acclamato al suo posto e Mamerto, vescovo di Vienne, procedette alla consacrazione.
Ma poiché Marcello, da qualche tempo (450), dipendeva dal metropolita di Arles, Mamerto, denunciato a Roma come usurpatore, fu rimproverato dal papa Ilaro, perché, a quanto pareva, aveva imposto la sua scelta con la forza. Vi furono certamente delle opposizioni, cosa allora comune nel caso di elezioni, ma pare che il Papa, male informato, avesse esagerato la portata dell'incidente.
In un’altra lettera, del resto, il papa riconobbe die Marcello aveva i suoi meriti.
Secondo Sidonio Apollinare, Mamerto fu costantemente aiutato, nell’amministrazione della diocesi, da suo fratello Gaudiano, uno degli spiriti più colti del suo tempo, autore di un trattato De
statu animae che rivela una stupefacente erudizione.
Ma il maggior titolo del vescovo di Vienne gli proviene dalla definitiva adozione delle preghiere delle Rogazioni, che precedono la festa dell’Ascensione.
Suppliche di tal genere, relative alle intemperie o alle svariate calamità erano di uso relativamente frequente, ma si compivano senza un preciso rituale e spesso nel disordine e nella noia, secondo una testimonianza dello stesso Sidonio.
Mamerto trasformò quelle preghiere in un triduo a data fissa, con digiuno e rituale determinati, nell’anno 474, in un’epoca cioè in cui le calamità erano particolarmente dure.
Tale rituale si diffuse rapidamente e durevolmente, essendo stato adottato in seguito da Sidonio Apollinare a Germont e da San Cesario ad Arles.
Sidonio e Gregorio di Tours attribuiscono, infine, a Mamerto la traslazione delle spoglie di San Ferreolo, martire di Vienne, in una nuova basilica.

La data esatta della morte di Mamerto è sconosciuta; il suo corpo, dapprima inumato nella chiesa di San Pietro, nel VII secolo fu traslato in quella di Santa Croce a Orléans, dove gli fu dedicata una cappella.
Questo spiega come il nome di Mamerto sia divenuto popolare nella regione di Orléans e non in quella di Vienne, tanto che fu dato a numerosi centri dell’Eure e dell'Eure-et-Loire.
Disgraziatamente, nel 1563, i calvinisti ne bruciarono il corpo e ne dispersero le ceneri.
La festa di Mamerto era stabilita all'11 maggio e, poiché in tale periodo le gelate notturne sono frequenti, il santo è designato nelle zone rurali, soprattutto in Francia, come uno dei "santi del ghiaccio" unitamente a San Pancrazio e san Bonifacio.

(Autore: Gerard Mathon – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Mamerto di Vienne, pregate per noi.

 

*San Matteo Le Van Gam - Martire (11 maggio)
Scheda del gruppo a cui appartiene:
“Santi Martiri Vietnamiti” - Andrea Dung Lac e 116 compagni (24 novembre)

Long Dai, Vietnam, 1813 - Saigon, Vietnam, 11 maggio 1847
Etimologia: Matteo = uomo di Dio, dall'ebraico
Martirologio Romano: A Saigon in Cocincina, ora Viet Nam, San Matteo Lê Văn Gẫm, martire, che, per avere introdotto nella regione con la sua barca i missionari provenienti dall’Europa, fu arrestato e, dopo un anno di carcere, decapitato per decreto dell’imperatore Thiệu Trị.
Matteo Le Van Gam nacque a Long Dai, nella provincia di Bien Hoa, nel 1813. I suoi genitori erano molto devoti e decisi a mantenere la loro fede.
A quindici anni, Matteo frequentava il seminario di Lai Thieu, ma quando aveva appena iniziato a studiare latino, dovette tornare a casa: in quanto primogenito, infatti, doveva contribuire al mantenimento dei beni di famiglia.
Quando fu in età da matrimonio, i suoi genitori gli presentarono una brava ragazza del suo stesso villaggio, dalla quale ebbe da quattro figli, due dei quali caddero martiri. Matteo non aveva incarichi di rilievo né dal punto di vista ecclesiale, né da quello politico, ma godeva di grande stima da parte dei suoi concittadini.
Gli avvenne di tradire la moglie, ma subito dopo si pentì sinceramente e decise di servire attivamente la Diocesi e i padri missionari, proprio quando la persecuzione iniziò a farsi più aspra.
Precisamente, il suo aiuto fu fondamentale quando, nel 1846, fu necessario condurre i seminaristi vietnamiti in servizio presso alcune città in Malesia. I missionari sapevano che Matteo era un abile marinaio, capace di affrontare le difficoltà causate dalle tempeste in mare aperto.
Il primo viaggio fu tranquillo, ma, prima di affrontare il secondo, l’uomo mostrò una certa preoccupazione. L’economo della diocesi, però, lo obbligò a partire. Prima di lasciare il Vietnam,
salutò i suoi anziani parenti: «Il mio precedente viaggio in Malesia è stato scoperto dalle nostre autorità e hanno sospettato che io abbia prelevato della merce proibita dal nostro governo; perciò, sono stato inseguito.
Penso che in questo secondo viaggio la mia vita sarà messa in pericolo, ma confido in Dio, anche se venissi arrestato e torturato per la causa del Signore».
Il 6 giugno 1846, Matteo tornò con la sua barca dalla Malesia e si stava preparando ad entrare nell’estuario del fiume Can Gio. Sapendo che la situazione al suo ritorno sarebbe diventata pericolosa, prima di lasciare il Vietnam riferì al capo laico dell’area di Cho Quan di portare un piccolo “sampan” (un’imbarcazione leggera) all’estuario del fiume per prelevare il vescovo.
Il capo andò, ma, dopo sei giorni, tornò indietro: la barca, infatti, non riusciva ad avanzare a causa di forti correnti verso il mare. Al settimo giorno Matteo, nonostante tutto, provò ad avanzare e decise di farlo di notte, sperando di non essere scorto dai posti di blocco. Purtroppo per lui, c’era la luna piena: le sentinelle lo videro e partirono al suo inseguimento.
Temendo che i soldati avrebbero consegnato lui e i suoi passeggeri alle autorità, diede a ciascuno di loro dei lingotti d’argento, ma rifiutarono. Solo quando ebbe dato altri lingotti, gli venne concesso di partire. I passeggeri si sentirono sollevati, ma la barca della pattuglia ritornò e Matteo dovette pagare ancora di più i soldati. Tuttavia, il pagamento non era stato diviso equamente fra di essi, così il nipote del loro capo denunciò che i militari avevano lasciato liberi i possessori di merci proibite dietro pagamento. Perciò, il capo inviò altri soldati e altre barche per catturare Matteo e i suoi.
Alcuni giorni dopo, Matteo venne condotto in tribunale per essere interrogato circa l’aver prelevato predicatori europei. Venne picchiato duramente, ma rifiutò sempre di oltraggiare la Croce e le immagini sacre. I mandarini ordinarono di sdraiarlo a pancia in giù sul terreno, poi lo fecero frustare e infine lo confinarono in prigione per venti giorni. Durante quel periodo, Matteo subì altre torture. La sentenza con cui fu condannato a morte per decapitazione l’accusava di tre crimini: contrabbando, trasporto illecito di persone e libri religiosi europei e rifiuto di calpestare la Croce.
Matteo vene messo in carcere mentre i mandarini attendevano l’approvazione del re per la sentenza proposta. Durante la sua prigionia, si mostrò di esempio per i suoi compagni. Benché fosse incatenato e dovesse portare uno strumento di tortura detto “cangue” (una sorta di gogna), diceva spesso: «È volontà di Dio che io sopporti queste sofferenze. Sono molto lieto di accettarle e di obbedire alla volontà di Dio».
Sua madre provò a lungo a venire a trovarlo nel penitenziario di Saigon. Era profondamente commossa e versò molte lacrime nel vederlo incatenato e in gabbia. Il figlio le chiese di smettere di piangere e di essere felice, perché lui aveva abbastanza coraggio per soffrire la morte per la fede cristiana; non voleva perdere l’opportunità di ricevere la grazia del martirio.
Sette mesi dopo, la sentenza di morte venne consegnata ai mandarini. L’11 maggio 1848, Matteo venne condotto fuori dalla prigione verso il luogo dell’esecuzione. Il governatore locale provò a indurlo a rinunciare alla fede, ma lui rispose con decisione: «Non apostaterò mai, anche se venissi ucciso dalle spade e dai maltrattamenti delle prigioni; nulla mi può scoraggiare; avanti, decapitatemi».
Di fronte a quel comportamento, il governatore ordinò di condurlo al terreno dell’esecuzione. Mentre Matteo camminava con gioia, rimproverava i suoi parenti e amici in lacrime di non mostrarsi deboli come i pagani.
I mandarini gli concessero alcuni istanti per prepararsi alla morte e ordinarono al boia di colpirlo quando il gong avrebbe cessato di risuonare. Dopo l’ultimo rintocco, gli inflisse il colpo finale, ma non riuscì a staccargli la testa; dovette provarci altre due volte. Quando ebbe compiuto la sentenza, tenne in alto la testa del martire, per dimostrare di aver compiuto il suo dovere, ma poi la posò e corse via.
Il Decreto sul martirio di Matteo Le Van Gam e di altri quarantanove tra sacerdoti e laici dei Vicariati Apostolici di Guizhou, Sichuan, del Tonchino Occidentale e Orientale e della Cocincina venne emanato il 2 luglio 1899.
Beatificati il 27 maggio 1900, vennero poi inclusi nel più vasto gruppo comprendente tutti i martiri del Vietnam e canonizzati il 19 giugno 1988.
(Autore: Emilia Flocchini – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Matteo Le Van Gam, pregate per noi.

                                  

*San Mocio (Mozio) - Sacerdote e Martire (11 maggio)
+ Bisanzio, Turchia, 295
Martirologio Romano:
A Bisanzio, San Mozio, sacerdote e martire.
Relativamente a questo Santo i Bollandisti pubblicarono una Vita in gran parte leggendaria e tale racconto venne ripetuto da un monaco di nome Michele.
Mocio sarebbe nato presso Amfipoli, in Macedonia, da una ricca famiglia di origini romane e nella medesima città fu ordinato sacerdote.
Denunciato dai pagani, fu condotto dinnanzi al governatore Laodicio, che voleva imporgli di sacrificare al dio Dioniso (Bacco), ma difronte al suo rifiuto venne condannato a diversi supplizi dai quali uscì miracolosamente indenne. Fu allora inviato a Perinto (Eraclea di Tracia) ed infine, verso l’anno 311, fu decapitato presso Bisanzio.
Se gli Atti sono leggendari e probabilmente anche apocrifi, l’esistenza del Santo pare comunque non essere messa in discussione, in quanto già in tempi antichi a Costantinopoli era stata edificata una chiesa sulla sua tomba, forse su iniziativa dell’imperatore Costantino il Grande.
Sicuramente già esisteva nel 402, quando vi fu sepolto Dioscoro, uno dei “Fratelli Lunghi” perseguitati da Teofilo d’Alessandria.
Il Martyrologium Romanum solo recentemente ha spostato la festa del Santo per farla coincidere con quella della Chiesa bizantina.
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Mocio, pregate per noi.

               

*San Nepoziano - Sacerdote (11 maggio)

Aquileia, 360 - Altino, 11 maggio 387

Nepoziano nacque nella seconda metà del secolo quarto, circa l’anno 360 nella città di Aquileia. Essendogli morto il padre mentre era ancora fanciullo, Sant’Eliodoro, suo zio per parte di madre, che si trovava in Oriente, in compagnia di San Girolamo, tornò in patria, per assistere sua sorella rimasta vedova e per prendersi cura del giovanetto Nepoziano, il quale corrispose in modo splendido alle pie premure e sollecitudini dello zio, facendo  forti e consolanti progressi tanto nello studio come nella pietà.
Giunto ad un’età adeguata, fu messo nella corte dell’imperatore, dove però pure in mezzo alle delizie ed al lusso, egli conservò la sua purezza e lo spirito di pietà e di mortificazione. Per preservarsi dalle seduzioni della vita mondana di corte, digiunava spesso, portava sotto le vesti preziose e sotto i candidi lini il cilicio e nutriva la sua anima con la  preghiera, con la lettura e lo studio della Sacra Scrittura, esercitava anche le opere della misericordia, soccorrendo e giovando a tutti nell’ambito delle sue possibilità.
Alla fine, annoiato dal tumulto della corte e chiamato dal Signore ad una vita sempre più perfetta, fece ritorno presso lo zio Eliodoro, il quale nel frattempo era stato sollevato alla cattedra vescovile di Atino, città della Marca Trevigiana che venne poi distrutta dagli Unni.
Libero di sé, incominciò Nepoziano a distribuire tutti i suoi beni ai poveri ed intraprese una vita solitaria, mortificata e penitente.
Il suo desiderio era di ritirarsi in qualche monastero dell’Egitto o della Siria, o almeno in qualche solitudine delle vicine isole della Dalmazia, ma ne fu trattenuto dall’amore e dal rispetto verso suo zio, che egli venerava come consacrato ed amava quel padre, il quale del resto era per lui un modello delle più grandi virtù.
Non passò molto tempo che Eliodoro, scorgendo nel nipote tutte le qualità che devono costituire l’anima di un sacerdote, lo aggregò al suo clero di Altino e, dopo averlo fatto passare per tutti i passaggi degli ordini minori, nonostante la sua riluttanza, dovuta alla profonda sua umiltà, lo ordinò sacerdote.
Si vide allora Nepoziano, tanto fedele discepolo di suo zio Eliodoro, quasi non meno di San Timoteo verso San Paolo. Considerando il Sacerdozio, non tanto come un onore, ma come un onere, si adoperò nell’aiutare i poveri, a visitare gli infermi, ad accogliere gli ospiti, a guadagnare il cuore di tutti colla umiltà e mansuetudine, rallegrandosi, come vuol l’Apostolo, con chi era lieto e piangendo con chi era mesto e facendo di tutto per guadagnare tutti a Cristo.
San Nepoziano faceva di giorno in giorno tali progressi nella virtù e nella santità che tutti ne erano meravigliati ed edificati: i fedeli di Altino si auguravano di averlo per loro pastore, quando il Signore avesse chiamato al Cielo il già vecchio e Santo Vescovo Eliodoro suo zio.
Ma il Signore volle anticipare a Nepoziano la ricompensa eterna a cui egli aspirava e chiamarlo alla celeste patria in età ancora giovanile.
Infatti, trascorsi appena pochi anni dalla sua consacrazione sacerdotale, fu sorpreso da una gravissima malattia che lo portò alla tomba.
"Ardendo, scrive San Girolamo, per la febbre e consumandosi dall’eccessivo calore l’umido radicale con languido respiro l’infermo consolava l’addolorato suo zio Eliodoro e manteneva la faccia allegra e, piangendo tutti quelli che gli stavano attorno, egli solo sorrideva: gettò le coperte, stese le braccia, vide ciò che agli occhi altrui era celato e alzandosi come per incontrare chi veniva a visitarlo, facendo conoscere ch’egli non moriva, ma partiva e che accoglieva nuovi amici non lasciando i primieri".
Nepoziano morì il giorno 11 maggio 387 compianto da tutta la città e da tutta l’Italia.

(Autore: Don Luca Roveda – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Nepoziano, pregate per noi.

               

*Beato Serafino (Gjon) Koda - Sacerdote Francescano e Martire (11 maggio)
Scheda del Gruppo a cui appartiene:
"Beati Martiri Albanesi" (Vincenzo Prennushi e 37 compagni) (5 novembre)
Janjevo, Serbia, 25 aprile 1893 – Lezhë, Albania, 11 maggio 1947
Padre Serafin Koda, al secolo Gjon, fu missionario nelle zone montagnose dell’Albania del Nord e, in seguito, parroco a Lezhë.
Fu arrestato nel 1947 con il pretesto di un complotto che avrebbe fomentato, con i suoi fratelli francescani, contro il regime comunista. Rifiutatosi di firmare la testimonianza con cui sarebbe stato giustificato l’arresto degli altri frati, fu torturato per quindici giorni e, infine, gli venne strappata la laringe. Morì quindi l’11 maggio 1947.
Compreso nell’elenco dei 38 martiri albanesi, di cui fanno parte altri sei frati e un vescovo francescani, è stato beatificato il 5 novembre 2016 a Scutari.
Gjon Koda nacque a Janjevo, nell’attuale Serbia, il 25 aprile 1893. Entrato tra i Frati Minori col nome di fra Serafin (Serafino), fu ordinato nel 1925 e celebrò la Prima Messa il 30 luglio dello stesso anno. Fu a lungo missionario nelle zone più difficili dell’Albania del Nord, nei villaggi di
montagna, seguendo la scia degli altri suoi confratelli, la cui presenza lì datava al XIII secolo.
In seguito ricevette l’incarico di parroco a Lezhë. La diocesi era senza vescovo dal 1944, per cui padre Serafin cercò di calmare i suoi fedeli e, allo stesso tempo, prese contatti con monsignor Ndre Lufi, il vicario capitolare.
Tuttavia, in quell’epoca, il partito comunista aveva preso il potere, iniziando una sistematica persecuzione contro i credenti di tutte le fedi. In ambito cattolico, erano particolarmente presi di mira i gesuiti e i francescani, questi ultimi per la loro opera di consolidamento delle tradizioni popolari e di educazione, tramite il liceo "Illyrikum" di Scutari, aperto anche a studenti musulmani.
Padre Serafin venne arrestato nel 1947. Il pretesto fu causato da una riunione cui aveva partecipato con alcuni confratelli, per discutere di questioni economiche: tanto bastò per gridare al complotto. Quando gli fu ordinato di firmare una testimonianza con la quale accusava gli altri frati e, quindi, acconsentiva al loro arresto, rifiutò con decisione.
Subì quindi torture per quindici giorni: alla fine, gli fu strappata la laringe dalla gola. Morì quindi a Lezhë l’11 maggio 1947.
L’Ordine dei Frati Minori ha dato altri martiri alla Chiesa in Albania: molti di essi sono compresi nell’elenco dei 38 beatificati a Scutari il 5 novembre 2016. Precisamente, si tratta del vescovo di Durazzo monsignor Vinçenc Prennushi e dei padri Gjon Shllaku, Bernardin Palaj, Mati Prendushi, Cyprian Nika, Gaspër Suma e Karl Serreqi.

(Autore: Emilia Flocchini – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Serafino Koda, pregate per noi.

               

*Santa Stella (Eustella) - Martire (11 maggio)

Gallia, III secolo
La Santa è di origine francese, dove è chiamata Estelle o Eustelle e venerata nel Saintouge (regione storica della Francia occidentale a nord della Gironda, oggi compresa nel dipartimento di Charente-Maritime).
Eustella era figlia di un funzionario del pretore delle Gallie nel III secolo; fu convertita al cristianesimo da Sant' Eutropio (30 aprile), vescovo do Saintouge e quando il santo vescovo subì il martirio mediante decapitazione, Eustella ne raccolse il corpo e lo seppellì.
Era un compito pietoso che tutti i cristiani praticavano per i loro martiri, anche a rischio di essere arrestati e uccisi.
Poi come l’agiografia aurea dei santi martiri, narra per varie fanciulle e giovani martiri dei primi secoli, anche per Eustella fu il padre, rimasto pagano, a farla morire poco dopo, sembra anch’essa decapitata. Sul luogo del martirio scaturì una sorgente d’acqua; la festa si celebra l’11 maggio.
In lingua provenzale il suo nome Eustelle significa ‘Stella’, per questo alcuni celebri poeti francesi, quando fondarono nel 1854 il “Félibrige” (Movimento letterario tendente a valorizzare la poesia e la prosa in lingua occitanica), la considerarono loro patrona, adottando come emblema una stella con sette raggi.
Il nome ‘Stella’ significa “luminosa come un astro”, oltre che in Francia è molto usato in tutta Italia, specie in Sicilia, dove esiste anche la versione maschile ‘Stellario’.
È diffuso anche nelle varianti femminili Stellina, Maristella, Stella Maria; il suo nome affettivo è in uso dal Medioevo, riflettendo soprattutto la devozione per Maria Santissima, invocata come Maris Stella (Stella del mare).
Nel Latino liturgico, vi è un bellissimo canto “Ave maris stella”, dove la Madonna, fonte di guida e di salvezza, è paragonata alla Stella Polare, guida e riferimento per i naviganti.

(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Stella, pregate per noi.

                                  

*Beato Vincenzo L'Hénoret - Sacerdote e Martire (11 maggio)

Scheda del Gruppo a cui appartiene:
"Beati Martiri del Laos" -  16 dicembre (celebrazione di gruppo)

Pont l’Abbé, Francia, 12 marzo 1921 – Ban Ban / Muang Kham, Laos, 11 maggio 1961
Vincent L’Hénoret iniziò gli studi secondari tra i Missionari Oblati di Maria Immacolata e, dopo aver riconosciuto la propria vocazione alla vita religiosa, proseguì la formazione teologica nello studentato degli Oblati a La Brosse-Montceaux. Visse in prima persona l’episodio drammatico che, il 24 luglio 1944, vide l’esecuzione sommaria da parte dei nazisti di cinque confratelli, tra i quali due suoi compagni di studi.
Fu ordinato sacerdote il 7 luglio 1946 e, secondo il suo desiderio, venne inviato alla missione del Laos, nella zona di Paksane, dove si fece apprezzare da popolazioni che erano cristiane già da tre generazioni. Nel 1957 fu destinato alla regione montuosa di Xieng Khouang, nella stazione missionaria di Ban Ban.
S’impegnò particolarmente per i rifugiati Thai Deng e per le famiglie disperse a causa della guerra. Dagli ultimi mesi del 1960, a causa del regime che si era installato, doveva procurarsi un lasciapassare per circolare liberamente.
L’aveva con sé anche la mattina presto dell’11 maggio 1961, quell’anno solennità dell’Ascensione, e lo mostrò a un posto di blocco dei guerriglieri comunisti: tuttavia, appena si fu allontanato, venne colpito; alcuni giorni dopo fu ritrovato il suo cadavere. Inserito nel gruppo di quindici martiri capeggiato dal sacerdote laotiano Joseph Thao Tiên, è stato beatificato l’11 dicembre 2016 a Vientiane, nel Laos. La sua memoria liturgica cade il 16 dicembre, unitamente a quella degli altri sedici martiri del Laos.
Infanzia e prima educazione
Vincent L’Hénoret nacque il 12 marzo 1921 a Pont l’Abbé, nella diocesi di Quimper. Proveniente da una famiglia profondamente cattolica, che contava in tutto quattordici figli, venne presto battezzato nella chiesa parrocchiale del suo paese.
Frequentò la scuola primaria al Collegio cattolico Saint-Gabriel della sua cittadina, poi, dal 1933 al 1940, fu allievo interno dello iuniorato dei Missionari Oblati di Maria Immacolata a Pontmain.
Religioso dei Missionari Oblati di Maria Immacolata
Dopo aver compreso di doversi consacrare a Dio nella famiglia religiosa degli Oblati, per diventare missionario, compì insieme ad altri compagni il noviziato nella medesima sede di Pontmain. Il maestro dei novizi lo descrisse come timido, dotato di modeste capacità intellettuali; pur incline a scoraggiarsi facilmente, gli sembrava dotato di buon senso, virtuoso e devoto.
Per gli studi di Filosofia e Teologia, venne inviato allo studentato di La Brosse-Montceaux. In quel luogo visse in prima persona un evento drammatico: il 24 luglio 1944 cinque suoi confratelli, tra i quali due suoi compagni di studi, furono vittime di un’esecuzione sommaria da parte dei soldati nazisti.
Anche Vincent, insieme al resto della comunità, venne deportato nel campo di prigionia di Compiègne; verso settembre vennero liberati in seguito all’avanzare dell’esercito degli Alleati.
Tornato a La Brosse, Vincent compì la sua oblazione perpetua, ossia i voti definitivi, il 12 marzo 1946, quando la guerra era ormai finita.
In occasione della sua Prima Messa, si fece fotografare davanti al monumento dedicato agli Oblati che erano stati fucilati, sul quale erano iscritte le parole: "Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici". Quella frase divenne il motto cui scelse d’improntare tutta la sua esistenza.
Pronto alla missione
Per dichiarare di essere pronto alla missione, inviò una nota ai suoi superiori: «Ho sempre desiderato le missioni estere. La missione del Laos mi piaceva, ma ora che una missione difficile è in via di fondazione nel Ciad, accetterei volentieri di recarmi là, essendo pronto a tutti i sacrifici, compreso quello della mia vita per la causa di Cristo e della sua santa Madre. Pertanto, se Cristo mi chiamasse laggiù, seguirei quest’appello, poiché tutte le anime sono state salvate a prezzo del suo sangue, sotto qualunque clima esse si trovino».
Scrisse anche al suo superiore generale a Roma, esprimendo la stessa intenzione e aggiungendo: «La mia salute può sostenere i colpi più violenti, ma sfortunatamente i miei mezzi intellettuali non sono alla stessa altezza. Ho avuto molte difficoltà nei miei studi e, anche per evitare l’inglese, desidero sia il Laos, sia il Ciad, o in loro mancanza la Baia di Hudson [in Canada, ndr]».
Il 19 maggio gli giunse la destinazione: Garoua, in Camerun. Il 10 agosto, quasi alla vigilia della partenza, venne cambiata: doveva andare in Laos.
Missionario in Laos
La prima parte del suo soggiorno laotiano si svolse nel settore di Paksane, sulle sponde del Mekong. Inizialmente fu a Keng Sadok, la più antica comunità cristiana del Laos del nord: vi apprese la lingua, i costumi e la pratica dell’azione missionaria. Fu quindi inviato nel suo luogo di responsabilità diretta, a Nong Bua (Nong Veng), poi a Paksane.
La comunità di Nong Bua contava cristiani già di terza generazione: per loro costruì la chiesa e si occupò dei lavori manuali.
Inoltre cercava di non trascurare la preghiera: ad esempio, fu visto recarsi a Paksane a cavallo e intanto leggeva il Breviario.
Nel 1956 si prese qualche mese di pausa per rientrare in Francia, ma a novembre era già di ritorno. Un anno dopo lasciò la valle del Mekong per addentrarsi nei villaggi del nord del Paese, che da tempo sognava di visitare: nel novembre 1957, quindi, venne inserito nell’équipe missionaria di Xieng Khouang, assegnato al villaggio di Ban Ban.
Oggi chiamato Muang Kham, era un piccolo agglomerato con una manciata di cristiani, cui si erano aggregati, nei dintorni, numerosi villaggi di rifugiati Thai Deng, scappati dalla provincia di Sam Neua dopo la guerriglia degli anni 1952-’53.
Attività pastorale tra i Thai Deng rifugiati
L’attività pastorale costituiva un’autentica sfida: si trattava di rianimare i fuggitivi e rimettere insieme le famiglie che avevano finito col disgregarsi. Padre Vincent comprese di doversi mettere coraggiosamente, o meglio appassionatamente all’opera: divenne, secondo le parole del confratello Jean Subra, "servitore dei poveri".
A volte, però, capitava di vederlo particolarmente severo: ad esempio, quando vietava i sacrifici dei galli, in uso presso i Thai Deng per allontanare gli spiriti malvagi che essi credevano causassero le malattie; oppure quando impediva ai più giovani di partecipare alle festività buddiste. Per il resto, viveva fraternamente la vita comune coi confratelli ed era sempre pronto a raccontare le sue piccole avventure missionarie.
La difficile situazione politica
Tuttavia, negli ultimi mesi del 1960, il regime che si era installato a Sam Neua aveva esteso la propria influenza su tutta la regione, tramite riunioni d’indottrinamento e freni alla libera circolazione di persone.
Per andare nei villaggi che serviva, padre Vincent doveva munirsi ogni volta del lasciapassare prescritto dalle autorità, che gli veniva consegnato senza problemi. Fece sapere ai suoi superiori che, dopo gli iniziali disagi, si era stabilito una sorta di "modus vivendi" tra le autorità e i missionari e che tutto andava abbastanza bene.
La morte
Mercoledì 10 maggio 1961, padre Vincent ottenne un lasciapassare per andare al villaggio di Ban Na Thoum, per celebrarvi la solennità dell’Ascensione, di precetto per il Laos e il Vietnam; contava di rientrare a Ban Ban l’indomani, il giorno esatto della festa.
La mattina dell’11 maggio, partì alle sette del mattino da Ban Na Thoum, ma poco dopo, sulla strada per Ban Fai, venne fermato da tre uomini in divisa da guerriglieri. Una contadina che lavorava nei campi assistette alla scena: il missionario mostrò un foglio, sicuramente il lasciapassare, che sulle prime sembrò accontentare i militari; inforcò di nuovo la sua bicicletta e riprese il percorso.
Poco dopo, la contadina udì degli spari, ma non vi prestò attenzione, dato che erano diventati abituali. Tuttavia, rientrando al suo villaggio, scoprì dapprima la bicicletta abbandonata poi, a breve distanza, un cadavere a malapena nascosto in una fossa. Impaurita, non osò dire né fare nulla al momento.
L’indomani, un gruppo di abitanti del villaggio andò sul luogo e, a circa 1500 metri dal villaggio, videro una grossa macchia di sangue in mezzo alla strada: trovarono il corpo di padre Vincent in un fossato più avanti, nella foresta.
Al momento lo ricoprirono, per la paura, solo con del terreno e qualche ramo. Mandarono poi a chiamare padre Jean-Baptiste Khamphanh, sacerdote diocesano laotiano ordinato nel 1959 e inviato in aiuto ai missionari, per provvedere a una più degna sepoltura.
La causa di beatificazione
I motivi della sua uccisione potevano essere, almeno inizialmente, ricondotti all’odio contro gli occidentali da parte dei guerriglieri, ma potevano essere interpretati come martirio: padre Vincent L’Hénoret, come molti altri missionari, era rimasto infatti fedele alle consegne ricevute dalla Santa Sede, ossia restare al proprio posto per servire le popolazioni presso le quali si trovavano.
Per questo motivo, è stato inserito in un elenco di quindici tra sacerdoti, diocesani e missionari, e laici, uccisi tra Laos e Vietnam negli anni 1954-1970 e capeggiati dal sacerdote laotiano Joseph Thao Tiên. La fase diocesana del loro processo di beatificazione, ottenuto il nulla osta dalla Santa Sede il 18 gennaio 2008, si è svolta a Nantes (di cui era originario un altro dei potenziali martiri, padre Jean-Baptiste Malo) dal 10 giugno 2008 al 27 febbraio 2010, supportata da una commissione storica.
A partire dalla fase romana, ovvero dal 13 ottobre 2012, la Congregazione delle Cause dei Santi ha concesso che la loro "Positio super martyrio", consegnata nel 2014, venisse coordinata, poi studiata, congiuntamente a quella di padre Mario Borzaga, suo confratello dei Missionari Oblati di Maria Immacolata, e del catechista Paul Thoj Xyooj (la cui fase diocesana si era svolta a Trento).
L’accertamento del martirio e la beatificazione
Il 27 novembre 2014 la riunione dei consultori teologi si è quindi pronunciata favorevolmente circa il martirio di tutti e diciassette. Questo parere positivo è stato confermato il 2 giugno 2015 dal congresso dei cardinali e vescovi della Congregazione delle Cause dei Santi, ma solo per Joseph Thao Tiên e i suoi quattordici compagni: padre Borzaga e il catechista, infatti, avevano già ottenuto la promulgazione del decreto sul martirio il 5 maggio 2015.
Esattamente un mese dopo, il 5 giugno, papa Francesco autorizzava anche quello per gli altri quindici.
La beatificazione congiunta dei diciassette martiri, dopo accaniti dibattiti, è stata infine fissata a domenica 11 dicembre 2016 a Vientiane, nel Laos. A presiederla, come inviato del Santo Padre, il cardinal Orlando Quevedo, arcivescovo di Cotabato nelle Filippine e Missionario Oblato di Maria Immacolata. La loro memoria liturgica cade il 16 dicembre, anniversario del martirio di un altro Missionario Oblato di Maria Immacolata, padre Jean Wauthier.

(Autore: Emilia Flocchini – Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - Beato Vincenzo L'Hénoret, pregate per noi.

               

*Beato Zeffirino Namuncurà - Aspirante Salesiano (11 maggio)

Chimpay, Argentina, 26 agosto 1886 - Roma, 11 maggio 1905
Zeffirino Namuncurà nasce il 26 agosto 1886 a Chimpay, sulle rive del Rio Negro. Suo padre Manuel, ultimo grande cacico delle tribù indios araucane, ha dovuto arrendersi tre anni prima alle truppe della Repubblica argentina.
Dopo 11 anni di libera vita agreste, il ragazzo è condotto a Buenos Aires: suo padre vuole fare di lui il difensore della sua razza. Ma Zeffirino, entrato nel collegio salesiano, si apre ad altri orizzonti: è meglio diventare il primo sacerdote araucano per evangelizzare i fratelli.
Sceglie Domenico Savio come modello e durante 5 anni, attraverso lo sforzo straordinario per inserirsi in una cultura totalmente nuova, diventa egli stesso un altro Domenico Savio.
Esemplare l'impegno nella pietà, nella carità, nei doveri quotidiani, nell'esercizio ascetico.
Questo ragazzo che trovava difficile "mettersi in fila" o "obbedire alla campana" diventò pian piano un vero modello.
"Modello - hanno testimoniato di lui - di equilibrio, era l'arbitro nelle ricreazioni: la sua parola veniva accolta dai compagni in contesa". "Mi impressionava la lentezza con cui faceva il segno della croce, come se meditasse ogni parola; anzi correggeva i compagni insegnando loro a farlo adagio e con devozione. Sembrava che si fossero invertite le parti: l'indio convertiva i bianchi".
Nel l903 (ha 16 anni e mezzo e suo padre è stato battezzato a 80 anni), Mons. Cagliero lo fa venire nel gruppo degli aspiranti a Viedma, capoluogo del vicariato, per iniziare il latino. L'anno seguente, lo conduce in Italia per fargli proseguire gli studi in modo più serio e in un clima che sembra più adatto alla salute. Entra nel collegio salesiano di Villa Sora a Frascati. Studia con tanto impegno da essere il secondo della classe. Ma un male non diagnosticato a tempo (forse perché non si lamentava mai) lo minava: la tbc. Il 28 marzo 1905, è trasportato all'ospedale Fatebenefratelli dell'Isola Tiberina a Roma. Troppo tardi. Vi muore serenamente l'11 maggio. Dal 1924 i suoi resti mortali riposano nella sua patria, a Fortin Mercedes, dove folle di pellegrini accorrono a pregarlo.
Iniziato il Processo di Canonizzazione il 2 maggio 1944, fu dichiarato Venerabile il 22 giugno 1972 ed è stato beatificato l'11 novembre 2007 sotto il pontificato di Benedetto XVI.
Il popolo Mapuche
I primi abitanti della Patagonia orientale furono i tuhelches; indigeni miti, conosciuti dagli spagnoli fin dalla loro prima conquista; essi popolavano l'estesa regione del litorale e dell'altopiano.
Dall'inizio del XVII secolo, però, attraverso un lento processo di annessione, i mapuches imposero la loro cultura nei territori oltre la cordigliera. Si impadronirono delle terre, imposero la loro lingua, mentre numerose tribù migrarono verso l'est, radicandosi nella Patagonia argentina.
I mapuches erano organizzati in clan o piccoli gruppi di famiglie, che raramente superavano le 400 persone, ed erano governati da un "lonco" o cacico.
Erano un popolo profondamente religioso che adorava il Dio supremo Nguenechèn, dal quale dipendevano i nguenechenù (le divinità delle acque celesti) e gli hueneìn (forze o energie sparse nella natura considerate protettrici dell'uomo).
Particolare terrore esercitava lo spirito malefico Huecuvù, chiamato pure Hualichu, causa dei tanti mali che tormentano la vita dell'uomo.
La festa religiosa popolare e nazionale più importante era quella di Nguillatùn, durante la quale si celebrava solenne­mente l'unità e l'identità di tutto il popolo e si affidavano alla benevolenza e al potere di Nguenechèn i parenti, il bestiame e la prosperità delle famiglie.
La stirpe Calf ucurà-Namuncurà
Zeffirino Namuncurà è vissuto in questo contesto cultu­rale, religioso, sociale e tribale mapuche, orgoglioso di appartenere ad un popolo impegnato in una dura e impari lotta armata contro i conquistatori bianchi, invasori della sua terra, distruttori del suo mondo, dei suoi valori, e della sua stessa vita.
Le origini della stirpe Calfucurà-Namuncurà risalgono al gran cacico Calfucurà (Roccia Azzurra), che si insediò nella regione di Salinas Blancas (ai confini delle province di Buenos Aires e della Pampa), dopo aver cacciato i Vorogas cileni che le possedevano.
Calcufurà era un vero leader; la sua personalità era forte e incontrastata. Seppe utilizzare adeguatamente le relazioni e i rapporti con il governo di Buenos Aires; strinse alleanze con il generale Rosas; accrebbe la sua autorità e il suo prestigio con strategie militari moderne come l'assalto improvviso e imprevisto delle forze governative e il trasferimento del bestiame da un luogo ad un altro sottraendolo alle rappresaglie del nemico.
Con grande determinazione e in modo non convenzionale difendeva coraggiosamente la sua terra con tutti i mezzi disponibili.
Riuscì così a radunare i diversi e autonomi gruppi indiani in una grande Confederazione che comprendeva tremila guerrieri. Tuttavia, alla sua morte, avvenuta il 3 giugno 1873 e soprattutto dopo la sconfitta a San Carlos, la decadenza e la fine del popolo mapuche era, ormai, solo questione di tempo.
Il padre di Zeffirino, Manuel Namuncurà (Sperone di pietra), fu il successore di Calfucurà. Era un uomo intelligente e sagace, che cercò di continuare l'opera del suo predecessore, muovendosi con scaltrezza e difendendo a viso aperto i diritti e gli interessi della sua gente.
Per ben cinque anni Namuncurà riuscì con grande determinazione a conservare il dominio di tutto il territorio, sebbene non possedesse più la forza militare di suo padre.
La conquista
Il generale Roca, come gli altri governatori argentini di quel periodo, non si rese conto dei problemi degli indigeni. Considerava gli aborigeni "barbari, selvaggi, incivili"; era convinto che con loro non fosse possibile nessun accordo; li riteneva, infatti, privi di una autentica politica di integrazione.
I popoli autoctoni della Patagonia furono considerati dal governo una minaccia costante per la pace e un ostacolo per annettere le regioni dal sud di Azul alla Patagonia.
Il generale Roca progettò allora una grande invasione con cinque armate di soldati con le quali invase il territorio dominato dai mapuches.
Il cacico Namuncurà, non potendo realizzare un accordo pacifico con il governo di Buenos Aires, che privilegiava piuttosto la "soluzione militare", decise di resistere finché gli fosse stato possibile, nonostante l'evidente disparità di forze e di armamenti militari. L'esercito di Roca riuscì, così, ad imporsi rapidamente e il territorio dei mapuches fu conquistato senza grossi problemi.
In solo sei mesi scomparve il potere di Namuncurà. Caddero migliaia di mapuches, uccisi o fatti prigionieri, circa 14 mila uomini; altri si consegnarono al nemico con i loro capi.
Namuncurà, però, non si arrese. Si ritirò sulla Cordigliera con un manipolo di uomini a lui fedelissimi ed un po' di armi, e tentò un'estrema, disperata resistenza contro il nemico. Nel maggio del 1882, però, durante un'incursione del maggiore Daza, riuscì a mettere in salvo i suoi uomini, ma la sua famiglia cadde prigioniera nelle mani dei militari.
La resa
A questo punto, Namuncurà si rese conto che la lotta per lui era finita.
Dopo essersi consultato con i suoi, si convinse che era giunto il momento di tentare la strada della convivenza pacifica con i bianchi.
Continuare la lotta armata avrebbe significato solo altro inutile spargimento di sangue.
Fu inviata un'ambasceria al generale Villegas con l'offerta della resa; ma venne rifiutata.
Allora Namuncurà si rivolse al salesiano don Domenico Milanesio affinché facesse da mediatore tra il governo e i mapuche per una resa onorevole, che garantisse in primo luogo la vita dei mediatori mapuche.
Il 5 maggio 1884 Namuncurà si recò dal generale Roca per la capitolazione ufficiale.
Ai mapuche fu assegnato il territorio di Chimpay, nei dintorni della fortezza dello stesso nome e al loro cacico Namuncurà fu conferito il grado di colonnello della Nazione.
Chimpaya: la fanciullezza di Zeffirino
Chimpay è una regione situata presso il Rio Negro, abitata da molti gruppi di indigeni, terra di transito, ricca e propizia per la caccia e la pesca, considerata un punto nevralgico per le comunicazioni tra le alte montagne e la pianura della pampa.
Secondo alcuni, la parola Chimpay significa "guado, passaggio"; per altri "meandro, svolta"; per altri ancora "locanda". Questa fu la terra dove i Namuncurà e il loro popolo rimasero parecchi anni, fino al momento in cui si trasferirono verso la catena di montagne di Neuquén.
Qui nacque Zeffirino il 26 agosto 1886.
Secondo alcuni sua madre Rosario Burgos era una reclusa cilena. Però, le fotografie che ci sono pervenute di lei mostrano chiari lineamenti mapuche; e quando fu abbandonata da Manuel Namuncurà, dopo d'essere stata sua sposa, cercò rifugio sempre nei gruppi mapuches, senza mai osare l'integrazione con gli huincas.
Zeffirino crebbe così in un ambiente tipicamente mapuche. Nel Natale del 1888 fu battezzato da don Domenico Milanesio. Il certificato di battesimo è conservato nella Parrocchia di Patagones, dalla cui giurisdizione dipendeva il Rio Negro.
Fin da piccolo si mostrò affettuoso e disponibile con tutti, aiutava volentieri i suoi genitori; al mattino si alzava presto e in silenzio raccoglieva la legna per risparmiare quel lavoro alla mamma.
A tre anni cadde accidentalmente nel fiume e la corrente impetuosa lo trascinò via per diverse miglia; i suoi parenti già disperavano di rivederlo, quando l'acqua lo riconsegnò alla terra sano e salvo. Fatto sempre considerato e raccontato dai suoi come un vero miracolo.
Utile alla mia gente
La tribù passò momenti difficili a Chimpay. Namuncurà amministrava con saggezza la sua gente alla quale distribuiva generosamente il suo stipendio di Colonnello, riuscendo così a garantirle il minimo indispensabile per vivere, tanto che in quegli anni nessuno morì né di fame né di peste come invece succedeva nei villaggi vicini. La miseria, tuttavia, era grande. La gente non aveva più bestiame e la terra coltivabile era troppo poca (soltanto tre leghe) per una agricoltura che po­tesse garantire sufficienti possibilità di vita.
Namuncurà sollecitò il Senato della Nazione affinché concedesse almeno dieci leghe di territorio, ma il governo ne concesse solo otto, con una clausola che prevedeva l'assegnazione di altri terreni migliori altrove. Era, però, solo un inganno per trasferire la tribù altrove.
Zeffirino, man mano che cresceva, si rendeva sempre più conto della gravità della situazione di prostrazione e decadenza in cui versava il suo popolo. Vedeva profilarsi all'orizzonte il rischio di una fine totale. Fu allora, che con una intuizione eccezionale per un ragazzo di undici anni, si rivolse al padre dicendogli: "Padre, le cose non possono continuare così. Voglio studiare per essere utile alla mia gente".
Zeffirino era ormai consapevole che occorreva cominciare un nuovo periodo, aprirsi al dialogo con la cultura bianca, integrare nuovi elementi alla sua identità mapuche. Con grande dolore, ma anche con la speranza di nuovi orizzonti lasciò la sua terra proprio come il patriarca Abramo. Verso la terra dei suoi sogni lo accompagnarono suo padre e alcuni cugini, anche questi desiderosi di studiare. Viaggiarono prima a cavallo fino a Choele Choel; di qui continuarono con la nave "Galera di Mora" fino a Rio Colorado, da dove presero il treno per Buenos Aires.
Zeffirino a Buenos Aires
Arrivati a Buenos Aires, Manuel Namuncurà, decise di iscrivere suo figlio come allievo in una scuola tecnica della Marina a Tigre, dove Zeffirino entrò come apprendista di falegnameria. Ma qualche giorno dopo, Zeffirino chiese al padre di iscriverlo altrove; quella scuola non rispondeva alle sue esigenze. Namuncurà accondiscese al desiderio del figlio e su consiglio del dottore Roque Saenz Pena, che gli parlò molto bene dell'azione educativa dei Salesiani, si rivolse al Collegio Pio IX di Almagro, dove Zeffirino venne accolto il 20 settembre 1897. Dopo pochi giorni, il padre andò a trovarlo, ma questa volta Zeffirino manifestò la sua piena soddisfazione ed il desiderio di rimanere nella scuola salesiana.
Fin dal primo momento Zeffirino mise tutto l'impegno per approfittare al massimo delle proposte culturali offerte dall'Istituto: studia intensamente e con tenacia lo spagnolo, si aggiorna progressivamente nelle materie, partecipa volentieri ad altre attività della vita del Collegio, fa parte del coro in cui, tra gli altri, c'è un certo Carlos Gardel che in seguito si affermerà come uno dei maggiori "interpreti del tango argentino". È membro attivo della Compagnia dell'Angelo Custode e di altri gruppi giovanili e in cortile con i suoi compagni esprime tutta la sua gioia di vivere.
In poco tempo, si adattò a tutte le esigenze della nuova vita; riuscì a guadagnarsi presto il rispetto e la stima della maggior parte dei suoi compagni.
Spesso, fronteggiò senza complessi d'inferiorità l'ironia e le beffe per essere un indigeno. Questo non lo impaurì; divenne anzi occasione per imparare a non lasciarsi trascinare dal rancore, a crescere nella fortezza e nella capacità di convivere con tutti, superando le difficoltà che incontrava nelle circostanze critiche.
Una volta gli capitò un incidente, che dimostrò il suo temperamento forte e anche irruente.
Testimonia un ex compagno, José Alleno: "Un giorno giocavo con Zeffirino alla bandiera. Ci fu un incidente tra me e Zeffirino. Lui mi aveva toccato ed io subito avrei dovuto fermarmi, ma la partita era così accesa che io continuai la corsa per vincere. Zeffirino protestò. Io mi arrabbiai e gli dissi che era un truffatore. Lui mi rispose: "Sei un bugiardo". Allora ci picchiammo finché arrivò un prete che ci separò".
Sempre Mapuche
Zeffirino, nonostante lo sforzo di adattamento alla nuova realtà, mai dimenticò di essere un mapuche.
Prima di tutto, mantenne una frequente corrispondenza con il padre, la mamma ed altri componenti della sua tribù; non si vergognava nell'usare l'arco e le frecce portati da Don Beauvoir dalla Terra del Fuoco. Abile nel cavalcare, spesso con il cavallo del lattaio andava in giro per Buenos Aires, ricordando così i bei tempi a Chimpay.
Ogni occasione era buona per parlare la sua lingua con i missionari di passaggio. In modo speciale, durante le ferie estive a Uribelarrea, faceva lunghe cavalcate e si interessava di tutto ciò che riguardava la terra e l'agricoltura.
Racconta uno dei suoi compagni: "Siccome io ero l'incaricato di consegnare ogni mattina il latte dal Collegio San Michele a quello delle Figlie di Maria Ausiliatrice, Don Guerra chiese a Zeffirino di accompagnarmi, perché potesse svagarsi un poco. Io fui felice nell'averlo come compagno di viaggio e in pochissimo tempo diventammo amici. Gli piaceva guidare il cavallo ed io lo accontentavo sempre. Mi raccontava tante cose sulla Patagonia; per me tutto era una novità, però, a volte, ero poco attento. Un giorno lo interruppi con una domanda fuori posto. Capì che non lo ascoltavo e mi disse: "Come? Non ti interessa la mia storia? Se tu conoscessi la Patagonia, ti renderesti conto di quanto sia bella".
Zeffirino, nonostante la lontananza dalla sua terra e l'assimilazione della cultura dei bianchi, rimase sempre fedele al suo mondo, alla Patagonia, al suo popolo mapuche.
La maturazione cristiana
Fin dal suo ingresso nel Collegio Pio IX, Zeffirino dimostrò un interesse fuori del comune per il Vangelo, che cominciava a conoscere poco per volta. Più che di "interesse", si trattava di una vera "passione". Si preparò con grande impegno alla Prima Comunione e alla Cresima, avvenimenti che lo segnarono nel profondo dell'anima. Da allora visse intensamente l'Eucaristia di ogni giorno come l'incontro più intimo e gioioso con il Signore. Allo stesso modo prese con impegno l'abitudine salesiana della visita al Santissimo Sacramento.
La sua amicizia con il Signore divenne sempre più forte e intensa; aveva una coscienza viva della presenza di Gesù nella sua vita e cercò di coltivarla intensamente ogni giorno con grande fedeltà. Prese sul serio lo studio del Catechismo e partecipò con successo alle difficili gare che si facevano in quei tempi, ottenendo una volta il secondo posto. Ma, soprattutto, Zeffirino si sentiva sempre più chiamato a comunicare ai suoi compagni tutto quello che stava imparando. Per questo, si offrì come catechista per un piccolo gruppo di ragazzi nell'Oratorio del Collegio San Francesco di Sales.
Il suo apostolato aveva la dimensione del cuore. Trovandosi con i suoi compagni, si sforzava di vivere quello che imparava, cercando il modo di avvicinarli a Gesù, in maniera molto spontanea e gioiosa. Aveva capito che il Vangelo doveva essere non solo goduto ma vissuto e annunziato.
Così, maturava nel suo cuore il desiderio di servire il Regno di Dio, donandosi totalmente a questo compito. In Don José Vespignani trovò l' "amico dell'anima", al quale aprì il suo cuore e la sua coscienza, cominciando un cammino di riflessione e di preghiera per capire ciò che Dio gli stava chiedendo.
Fu una gioia immensa per l'adolescente mapuche la notizia della grande missione realizzata nella tribù Namuncurà a Sant'Ignazio da Monsignor Cagliero, il grande apostolo che don Bosco mandò a capo della prima spedizione missionaria salesiana in Argentina.
In quella circostanza, Monsignor Cagliero preparò personalmente il cacico Namuncurà alla prima Comunione e alla Cresima che furono celebrate il 25 marzo 1901.
In seguito lo stesso Cagliero lo informò dell'esito positivo della missione. E Zeffirino, in un indirizzo di omaggio al vescovo, affermò pubblicamente: "Anch'io mi farò salesiano e un giorno andrò con Monsignor Cagliero per mostrare ai miei fratelli il cammino del cielo, come lo hanno mostrato a me".
Il cammino con la Croce
Insieme a queste gioie Zeffirino conobbe anche la via della Croce. La prima esperienza dolorosa fu l'allontanamento di sua madre dalla tribù. Suo padre, secondo le tradizioni mapuche, conviveva con più donne. Diventando cristiano aveva dovuto adeguarsi al matrimonio come unione indissolubile tra un uomo e una donna. Quando, perciò, si sposò con il rito cristiano a Roca il 12
febbraio 1900, mentre era in viaggio verso i nuovi territori assegnati alla tribù, la scelta della sua sposa cadde su Ignazia Ranquil. Così, la mamma di Zeffirino, libera dal precedente vincolo matrimoniale, si sposò con Francisco Colliqueo della tribù Yanquetruz. Tuttavia, quando morì il marito, fu accolta dai Namuncurà; e morì in casa del figlio Annibale, a Sant'Ignazio, provincia di Neuquén.
Per Zeffirino questa fu una croce molto pesante; era molto legato alla mamma e faceva di tutto per andare a trovarla e manifestarle affetto e solidarietà.
Intanto, verso la fine del 1901 incominciarono a manifestarsi i primi sintomi della malattia che l'avrebbe portato alla morte. A metà del 1902, i superiori decisero d'inviarlo ad Uribelarrea, nella speranza che l'aria della campagna lo aiutasse a recuperare la salute.
Durante questo tempo, Zeffirino visse intensamente la devozione all'Eucaristia.
Adempiva il servizio di sagrestano con dedizione, e tante volte aiutava anche come assistente ed insegnante i ragazzi della scuola agricola.
Don Heduvan ci ha lasciato, al riguardo, una testimonianza molto interessante: "Questo giovane dimostrò sempre una grande pietà e un buon carattere; era ben voluto dai piccoli agricoltori, che assisteva e curava in assenza dell'assistente. Non ricordo che qualcuno si sia mai ribellato o abbia mancato di rispetto al piccolo assistente".
La sua salute, però, continuava a peggiorare tanto che i superiori ritennero opportuno mandarlo a Viedma, nella speranza che il clima patagonico potesse facilitare il suo recupero.
Zeffirino a Viedma
Verso la metà di gennaio del 1903 Zeffirino si trasferì a Viedma, in Patagonia, nel collegio San Francesco di Sales di quella città dove regnava un clima meraviglioso di fiducia, di fervore spirituale e di grande amicizia fra tutti i membri di quell'istituto. Si viveva e respirava un autentico spirito di famiglia in cui Zeffirino si trovò presto a suo agio. Augusto Valle, un compagno di quel periodo, racconta: "... eravamo in pochi e ci amavamo come veri fratelli. Nella mia vita non sono mai riuscito a godere un'amicizia così sincera come quella degli anni passati nel Collegio San Francesco di Sales...
Lì gli allievi del sesto corso condividevano con i superiori e i confratelli coadiutori il lavoro, la preghiera e il divertimento in un clima di grande serenità e di sincera amicizia. L'ambiente familiare era dovuto allo spirito di Don Bosco, e al grande e intelligente lavoro di Monsignor Cagliero e di Don Vacchina".
C'era, inoltre, nel Collegio un piccolo gruppo di aspiranti alla vita salesiana, che accolse con grande gioia Zeffirino, che cominciava a manifestare il desiderio di diventare sacerdote salesiano.
In questo ambiente Zeffirino continuò a vivere la sua donazione al Signore e la sua dedizione costante agli studi. Era l'anima delle ricreazioni e partecipava sempre con molta iniziativa e creatività ai giochi. Eseguiva giochi di prestigio, che gli meritarono il titolo di mago. Organizzava diverse gare, tra cui le famose scorrerie dei battellini nel canale. Istruiva i suoi compagni sulla maniera migliore di preparare gli archi e le frecce per addestrarli successivamente nel tiro al bersaglio.
Anche qui gli fu affidato il compito di sagrestano, che Zeffirino adempì con diligenza e molto sacrificio. Intanto, la malattia proseguiva implacabile il suo corso. Don Garrone seguiva solerte la salute di Zeffirino. Non era medico, ma era talmente conosciuta la sua capacità nel diagnosticare e nel curare le malattie, che i contadini si fidavano ciecamente di lui.
Anche il coadiutore salesiano Artemide Zatti, proclamato Beato da Giovanni Paolo II il 14 aprile 2002, si prese cura del giovane mapuche con grande amore e competenza. Proprio lui, nella testimonianza rilasciata per la causa di Zeffirino, riferì che ogni mattina, secondo la ricetta di Don Garrone, prendeva con Zeffirino una bistecca ai ferri, un bicchierino di vino e un pezzo di pane. Il pomeriggio, invece, facevano la seconda medicazione: una passeggiata per respirare aria pura e raccogliere le uova che servivano per lo zabaione.
Artemide Zatti, che aveva più o meno 22 anni, ed era anche lui ammalato di tubercolosi, ricorda che Zeffirino gli diceva: "Sono bravi i nostri superiori. Ci amano come se fos­sero i nostri genitori. Diciamo il rosario per loro".
Salesiano e Prete?
Zeffirino a Viedma come aspirante iniziò a partecipare ai raduni con gli altri aspiranti, nonostante le diverse difficoltà che rendevano problematica la realizzazione del suo progetto di vita religiosa e salesiana. Egli, infatti, non era figlio legittimo, e questa situazione a quei tempi
costituiva un grave ostacolo per l'ammissione al sacerdozio. Inoltre, è sorprendente come, nonostante l'incessante preoccupazione di Zeffirino per ottenere il certificato di Battesimo, non sia mai stato possibile disporre di questo documento, indispensabile per un aspirante al sacerdozio. La precarietà della sua salute, inoltre costituiva un ostacolo non da poco per l'accettazione nella Congregazione Salesiana.
Terminata la costruzione del Collegio Maria Ausiliatrice di Patagones, fu deciso che gli aspiranti fossero trasferiti nella vicina città. Erano 18 aspiranti. I superiori, però, decisero che Zeffirino rimanesse a Viedma.
Ecco come Don De Salvo, che faceva parte del gruppo, riporta tutto ciò che successe al momento della separazione: "Eravamo diciotto aspiranti e sentivamo una grande tristezza perché Zeffirino non poteva rimanere con noi... Le gravi condizioni della sua salute, esigevano delle cure speciali... Non dimenticherò mai quella separazione. Era il 13 giugno. Don Vacchina, che non poteva nascondere l'emozione, ci radunò; ci diede, commosso, gli ultimi consigli. Poi si riprese. Raccontò molte barzellette e ci lasciò baciare la mano. Ma aveva osservato che, in un angolo, da solo, a testa china, stava il figlio del deserto, il suo prediletto Zeffirino, triste, che a stento tratteneva le lacrime... Don Vacchina, lo ricordo molto bene, esitò per qualche attimo... poi si fece coraggio e con voce accorata disse:
- Zeffirino vieni qui e congedati dai tuoi compagni... Coraggio. Su, perbacco! Non vedi che neppure io piango?
Poi, con voce grossa, forse, per coprire l'emozione, rivolto a noi disse:
- E voi, cosa fate con quella faccia addolorata? Che bello! Siamo, forse, alla fine del mondo?
Don Vacchina, con una scusa, si allontanò per un po' di tempo. Allora, noi ci avvicinammo a Zeffirino e ci congedammo da lui senza poter trattenere l'emozione e la tristezza...".
Fu quello certamente uno dei momenti di maggiore sofferenza per il figlio del cacico Namuncurà. Dio gli chiedeva, la rinuncia a ciò che Lui stesso aveva seminato nel suo cuore. E lui con grande spirito di fede, era disposto a consegnare tutto al suo Signore, anche la sua stessa vita.
Zeffirino continuò, secondo le sue possibilità, a visitare gli aspiranti colmandoli di tante attenzioni. Qualcuno di loro testimonierà al processo: "Tenevamo in grande considerazione il suo contegno virtuoso. Eravamo fieri di diventare meritevoli dei suoi pensieri, di essere oggetto del suo affetto fraterno ed eravamo orgogliosi di considerarci suoi amici... Eravamo, infatti, tutti convinti che fosse un vero santo...".
La malattia nel mentre avanzava; Zeffirino più volte fu colpito da emorragia bronchiale.
Allora, Monsignor Cagliero pensò a quello che sembrava un estremo rimedio: condurlo in Italia per verificare la possibilità di una cura migliore.
Il viaggio in Italia
Quando Zeffirino ricevette la notizia del viaggio in Italia, provò una grande gioia: avrebbe potuto conoscere il centro della Cristianità e i luoghi dove era vissuto Don Bosco. Ma era anche triste per il dolore di lasciare l'ambiente di famiglia di Viedma; la sua terra dagli orizzonti sconfinati, e andare così lontano, forse, per sempre dalla sua famiglia e dalla sua tribù.
A Buenos Aires, visse un momento d'immensa gioia incontrando i compagni e i superiori del Collegio Almagro. Tutti, però, si resero conto immediatamente che la sua salute era peggiorata, e quando Don Vespignani gli domandò espressamente quali fossero le sue condizioni fisiche, Zeffirino rispose: "Normale!". Ma dopo, purtroppo, riprese a espettorare sangue.
Zeffirino, giunto in Italia, passò da una novità all'altra e visse intensamente ogni istante.
Diventò un corrispondente itinerante; scrisse molte lettere e cartoline ai parenti, ai Salesiani della Patagonia, agli amici.
A pochi giorni dal suo arrivo, fu invitato a visitare il successore di Don Bosco, Don Michele Rua. L'incontro lo scosse internamente e lo riempì di forti emozioni.
La gente che incontrava lo circondava di grande stima e simpatia, e sempre più persone di diversa cultura e religione desideravano conoscerlo.
Quanto in tutto ciò ci fosse di autentico interesse e quanto di vana curiosità non è dato sapere. Zeffirino non si lasciò mai turbare né dalle persone, né dagli omaggi che riceveva.
La sua semplicità e la sua umiltà rimasero serene: apparteneva ad una razza martoriata ed era figlio di un lonco, cioè di un cacico che aveva lasciato tutto per difendere gli interessi e i diritti della sua gente.
Durante il soggiorno a Torino, tre furono i principali impegni di Zeffirino:
1. Pregare. Sostava per ore nel Santuario di Maria Ausiliatrice, in dialogo intimo con Gesù.
2. Scrivere alla sua gente, che non dimentica mai.
3. Visitare le comunità salesiane di Torino e dintorni, accompagnato ordinariamente da Monsignor Cagliero.
Il 19 settembre Zeffirino si recò a Roma. Qui visse una esperienza indimenticabile nell'incontro con il Papa Pio X. Il giovane mapuche riuscì a dire anche qualche parola in italiano al Papa che gli parlò paternamente, e benedisse lui e la sua gente. Mentre tutti stavano lasciando l'aula dell'udienza, il segretario privato del Papa lo chiamò di nuovo e lo portò alla scrivania del Santo Padre, che lo aspettava sorridente. Il Papa lo salutò di nuovo e gli consegnò una medaglia ricordo della visita.
Zeffirino meravigliò tutti per la semplicità, la buona educazione e la saggezza piena di umiltà e discrezione con cui si comportò in una circostanza di così grande importanza.
Il 21 novembre Zeffirino fu accolto come allievo nel Collegio salesiano di Frascati. Mantenne stretti rapporti epistolari con i suoi e con i salesiani conosciuti in Argentina e si dedicò allo studio con grande impegno, finché le forze lo permisero.
La morte
La malattia, intanto, continuava il suo corso inesorabile ed era giunto il tempo della sua donazione totale al Signore. Dai primi giorni di marzo del 1905 Zeffirino non riuscì più a scendere in classe. Alla fine dello stesso mese venne condotto al Collegio del Sacro Cuore a Roma e il 28 fu ricoverato all'Ospedale Fatebenefratelli, all'isola Tiberina.
All'ospedale meravigliò tutti per la sua preghiera continua, la disponibilità alla volontà di Dio, la fortezza nella sofferenza.
Dal sacerdote Giuseppe Iorio, allora infermiere del Collegio, che sovente andava a visitarlo, conosciamo quanto grande fosse la sua rassegnazione alla volontà del Signore nella dolorosa malattia.
"Mai fece sentire una lamentela, anche se il solo vederlo suscitava compassione e strappava le lacrime, così magro e sofferente com'era. Non soltanto non si lamentava delle sue sofferenze, ma le dimenticava tutte per pensare a quelle degli altri. All'ospedale il suo letto era accanto a quello di un altro giovane allievo del Collegio, che, come Namuncurà, era all'ultimo periodo della malattia. Zeffirino lo incoraggiava con parole affettuose invitandolo ad offrire ogni azione e ogni sofferenza al Signore". A Don Iorio, tre giorni prima di morire, disse:
"Padre, io fra poco me ne andrò, ma le raccomando questo povero giovane, che è accanto a me; torni spesso a visitarlo... Soffre tanto! Di notte quasi non dorme, tossisce tanto...".
E diceva questo quando lui era in una situazione ancora peggiore, giacché non dormiva affatto.
Durante la degenza in ospedale, nonostante la grande debolezza, scrisse al padre Manuel una lettera affettuosa, in cui cercava di rasserenarlo sulla sua malattia.
Monsignor Cagliero, che gli era stato sempre vicino negli ultimi tempi, gli amministrò il Sacramento degli infermi e gli rimase accanto fino all'ultimo respiro.
Si spense in silenzio 1'11 maggio 1905. La salma fu portata al cimitero del Verano a Roma da un piccolo gruppo di persone e lì deposta.
Il ritorno in patria
Nel 1911 un salesiano argentino, Don Esteban Tagliere, lanciò l'iniziativa di scrivere un libro su Zeffirino Namuncurà e Don Vespignani preparò un questionario per raccogliere dati e testimonianze sulla sua vita.
Furono avviate le pratiche per l'esumazione della salma e il corpo del giovane mapuche nel 1924 fu traslato da Roma a Fortin Mercedes e posto davanti al villaggio Pedro Luro (a sud della provincia di Buenos Aires).
Là è rimasto fino al 1991, anno in cui il corpo fu traslato in un locale attiguo al Santuario di Maria Ausiliatrice.
Già all'arrivo in Argentina, tantissimi pellegrini iniziarono a sfilare davanti alla nuova tomba per pregare e raccomandarsi alla sua intercessione ed ancora oggi continuano ad accorrere da ogni dove. La gente semplice sente che Zeffirino è uno di loro; percepisce la sua vicinanza e rivede nella sua immagine i valori del Regno dei Cieli, che il giovane mapuche seppe incarnare con semplicità e radicalità.
(Fonte: Ispettoria Salesiana)
Giaculatoria - Beato Zeffirino Namuncurà, pregate per noi.

                                   

*Altri Santi del giorno (11 Maggio)
*xxx
Giaculatoria - Santi tutti, pregate per noi


 
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